I sacerdoti e i religiosi sono un dono per tutta la Chiesa

Siamo sposi e nel nostro blog raccontiamo la bellezza del sacramento del matrimonio e le fatiche e le gioie di questa relazione tanto bella e impegnativa. Siamo però consapevoli della bellezza e dell’importanza anche della vocazione sacerdotale e religiosa e siamo grati a Dio per averci messo accanto sacerdoti e religiosi che sono stati fondamentali per la nostra crescita umana e spirituale. A tutti loro va il nostro grazie. Ora due brevi riflessioni dedicate a loro.

Livia Carendente

Ne ho conosciuti tanti, diversi per indole, per carismi, per caratteri e caratteristiche. A loro, a ciascuno di loro, devo la mia storia di conversione (non terminata, ovviamente). I sacerdoti sono un dono prezioso; una sorgente da cui attingere, senza orari, stagioni, condizioni particolari. Sempre lì, a disposizione di chi necessita, nella loro infinita umanità. Dunque sono più o meno simpatici anche loro, più o meno frettolosi anche loro, più o meno sorridenti anche loro. Ma ci sono. E già il loro esserci è grazia.

Forse non ci soffermiamo abbastanza sulla scelta di chi decide di offrire il proprio si, la propria vita, affinchè a me ed a te non manchi: sostegno nelle ore buie, conciliazione quando siamo nel peccato, ristoro se difettiamo del necessario, benedizione nella fragilità e soprattutto Eucarestia. Cosa diventeremmo se non ci fossero i sacerdoti? Io, personalmente, sarei nulla. E se mancassero quelli che (poveretti) mi aiutano, costantemente, nel mio tentativo di cammino spirituale, non riuscirei neppure a distinguere le mele dalle pere, per intenderci.

Ricordo bene il giorno in cui ho incontrato il prete che mi avrebbe cambiato la vita. Le sue parole, lo sguardo d’amore, la conoscenza del Signore, mi riempirono talmente tanto il cuore da farmi scoppiare in un pianto di inadeguatezza. Piccola, mi sentivo piccola e indegna, dinanzi ad un amore così pieno, gratuito, rassicurante. Fu un incontro straordinario che aprì nel mio cuore, abituato a vivere come un monolocale, una serie di stanze gigantesche, riuscendo a trasformarlo in un castello accogliente che poteva finalmente ospitare tutti coloro che si trovassero di passaggio.

E’ stato un (altro) sacerdote a farmi scoprire che si può amare in taglie forti, e si può allargare le braccia a chiunque, senza distinzioni di alcun tipo, sgretolando tutte le etichette del mio bon ton arido e impolverato. E’ stato un (altro) sacerdote ad accogliermi quando ero distrutta dal dolore, incompreso dai più, ricordandomi dell’Amore che sana. E’ stato un (altro) sacerdote ad insegnarmi il senso della misericordia (che ancora non esercito in modo autentico) quando ho subito delle ingiustizie, arrestando la sete di vendetta ed educandomi a pregare per i miei nemici. E’ stato un (altro) sacerdote ad accompagnarmi nelle scelte difficili, quelle controcorrente; quelle che il mondo giudica illogiche, sconvenienti, disarmanti e che mi hanno fatto sentire così sola, un po’ folle, giudicata anche, ma che nel tempo – quello della preghiera-  e nello spazio, – quello che il Signore estende ad ogni invocazione- mi hanno permesso invece di incontrare così da vicino il mio Signore. I sacerdoti sono ponti, scorciatoie, tramiti, salvagenti; sono la strada verso quell’infinito a cui tutti tendiamo, più o meno consapevolmente.

Antonio e Luisa

I sacerdoti non si bastano, come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione, ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro. Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai consacrati come essi possono amare Cristo e come
Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità. Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il Signore ci ha dato doni diversi, affinché ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. C’è un aneddoto riguardante San Giovanni Paolo II che evidenzia molto bene la relazione tra questi due sacramenti. Il card. Ersilio Tonini ha raccontato durante un’intervista al sito Pontifex:

So per certo che la pianeta con la quale Karol Wojtyla celebrò la sua prima Messa a Cracovia, nella cripta di San Leonardo, al Wawel, venne confezionata con i merletti e la stoffa dell’abito da sposa di sua madre. Quando mostrai privatamente al Papa il documento e la prova di quanto oggi affermo, lui, che forse non lo sapeva o lo taceva, si commosse profondamente. In quell’abito si nascondevano due sacramenti: il matrimonio e l’ordinazione sacerdotale. (Questa riflessione è tratta dal nostro libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice)

Siete nel dolore? Sentitevi figli amati!

Questo venerdì santo ci costringe a fare i conti con il dolore. Mi è piaciuta molto una riflessione di don Fabio Rosini. Parlando proprio della Passione di Gesù ha messo in evidenza qualcosa di importante. Gesù non è l’uomo che ha subito il supplizio peggiore. Ci sono stati condannarti che sono stati torturati ed hanno avuto una morte molto più lenta e dolorosa di Gesù. Cosa rende la sofferenza di Gesù così importante e diversa? E’ diversa per come è stata affrontata. Gesù ha affrontato tutto come un Figlio che si sente amato dal Padre. Un figlio amato. Tutto quello che ha sopportato lo ha fatto sostenuto dal Padre, dall’Amore che li lega in modo così perfetto e pieno. Tanto da renderli uno. Un Dio che è Trino e uno nello stesso tempo. Gesù si è preparato. Il Getsemani non è stato un momento inutile tra l’ultima cena e l’arresto. Il Getsemani è stato un momento fondamentale per Gesù, lo ha preparato ad affrontare tutto quello che è venuto dopo, lo ha aiutato a sopportare il tradimento dei suoi, cosa ancor più dolorosa della morte in croce e della fustigazione.

Il Venerdì Santo non ci deve spaventare. Ci deve aiutare a riflettere e a fare ordine nella nostra vita. Il dolore fa parte della vita. Vorremmo tutti farne a meno ed evitarlo ma non è possibile. Prima o poi ci toccherà affrontare situazioni dolorose. Allora Dio non ci ama? Se Dio permette che noi attraversiamo lutti, malattie, divisioni e litigi vuol dire che il nostro matrimonio è sbagliato e che che siamo da soli a lottare contro tutto e tutti? La nostra fede è tutta un’illusione? Il Venerdì Santo ci mette di fronte proprio a questa domanda! La resurrezione avviene solo dopo aver affrontato e superato questa prova.

In realtà, se crediamo al matrimonio perfetto, siamo completamente fuori strada. Dio non è il genio della lampada. Non basta strofinare la lampada con un rosario, con una devozione, con una Messa o con un pellegrinaggio per evitare ogni male e ogni sofferenza. Dio non è un mago o un prestigiatore. Dio è un Padre che ci accompagna passo dopo passo in ogni frangente della vita. Ci accompagna soprattutto in quelli più dolorosi dove non crediamo di potercela fare. Dio non ha evitato il supplizio a Gesù, ma Gesù attraverso il Suo abbandono al Padre ha reso quella morte feconda per Lui e per tutto il mondo. Ci ha salvati non perchè è morto ma per come è morto.

Questo è il segreto della nostra vita e del nostro matrimonio. Non potremo mai evitare il dolore, ma potremo affrontarlo da figli, ma per riuscirci dobbiamo prepararci. Come? In una relazione di preghiera e di intimità con Dio. PVa preparato con i sacramenti, va preparato con l’adorazione. Va preparato insomma nutrendo il nostro amore verso Dio e facendo esperienza del Suo per noi. Per sentirci figli amati dobbiamo conoscere il Padre e lasciarci amare da Lui.

Mi viene in mente un esempio luminoso dei nostri tempi. Chiara Corbella una giovane moglie e mamma morta prematuramente. Lei è passata attraverso il venerdì santo. Lei ha affrontato, con il marito Enrico, tanto dolore e ne è uscita fuori alla grande. E’ morta, ma è morta tra le braccia di Gesù. Dio non le ha tolto le prove. Gliene ha date molto più che a tanti altri. Eppure pregava, aveva una vita di fede, credeva moltissimo. Dio forse non l’amava? Molti hanno questa idea in fondo al cuore: se soffro Dio non mi ama. Invece Chiara mi piace tantissimo, proprio per quello che mi ha trasmesso con la sua testimonianza nelle prove. La sua vita è stata uno schiaffone in faccia che mi ha svegliato. Chiara non era una donna super, un’eroina dei fumetti. A detta di chi l’ha conosciuta era una giovane donna con le sue fragilità e paure. Ciò che l’ha resa straordinaria è come ha saputo trovare la forza che le mancava in Dio. E questo non si può improvvisare. Lo ha costruito giorno dopo giorno nella sua vita e nel suo matrimonio.

Chiara ha avuto la grazia, perchè per lei ed Enrico è stata una grazia, di concepire due bambini prima della nascita di Francesco. Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni sono morti subito dopo il parto per gravi patologie e malformazioni. Quanta sofferenza ha dovuto già sopportare prima della sua malattia che l’ha portata alla morte, eppure ne ha colto il senso e l’ha affrontata da figlia amata. Vi lascio come spunto di riflessione quanto chiara ha scritto in riferimento al figlio Davide Giovanni. Sono parole che squarciano un velo sulla nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una vera relazione d’amore. Chiara ci dice con questa riflessione in modo limpido cosa è l’amore e chi è Dio.

Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro, di abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia; ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che ave- vamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, ma non con le nostre logiche limitate perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri (ha abbattuto l’ idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù). Davide così piccolo si è scagliato con forza contro i nostri idoli e ha gridato con forza in faccia a chi non voleva vedere, ha costretto tanti a correre ai ripari per non riconoscere di essere stati sconfitti. Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto, grazie a Davide; nessuno è riuscito a convincermi che quello che ci stava capitando era una disgrazia, che derivava, dal fatto che ci eravamo allontanati da Dio forse anche solo inconsciamente. Ringrazio Dio perché il mio Golia è finalmente morto e i miei occhi sono liberi di guardare oltre e seguire Dio senza aver paura di essere quella che sono.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Fa parte della vita. Chi riesce ad affrontare da figlio il Venerdì Santo poi però può risorgere. Può risorgere la vita e può risorgere anche un matrimonio che sembrava finito perchè il venerdì santo ci può aiutare a capire, come diceva sempre Chiara, che nulla ci appartiene ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Cominciò a lavare i piedi dell’amato/a

Dopo aver contemplato ieri la nostra storia matrimoniale in riferimento al tradimento di giuda, tradimento avvenuto nel cuore e manifestato attraverso il corpo con un bacio, eccoci al giovedì Santo. Siamo all’inizio del Triduo Pasquale. Questa giornata è associata ad un gesto in particolare. Un gesto ripreso dallo stesso Vangelo: si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Oggi si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Ce lo ricorda la liturgia che nelle nostre chiese vede il parroco (di solito) inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente.

Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita.

Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento.

Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico.

Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Giuda e il suo bacio. Un tradimento sponsale.

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù.

E’ importante perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Si è ad una cena insieme, già stare a tavola insieme ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere ed accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Cosa cambia la preghiera nel mio matrimonio?

La preghiera è per me sempre stata difficile. Ho capito tante cose sul matrimonio, sul perchè di determinate scelte che la Chiesa ci chiede di fare, sull’amore, sull’indissolubilità, sulla castità. Insomma ho abbracciato la modalità cristiana perchè ho fatto esperienza di come sia la più bella e la più completa. L’amore cristiano è il solo amore che a mio parere sia davvero autentico perchè costruito sul modo stesso di Gesù di viverlo e di esserlo. Ma la preghiera a cosa serve? Pregare cosa cambia nella nostra vita? Sono domande importanti da porsi perchè altrimenti si rischia di dedicare sempre meno tempo ed energie a questa attività.

La nostra società ci educa all’importanza del fare, del dare risultati, del dare concretezza al nostro amore. L’amore va sicuramente concretizzato con le opere. Su questo siamo d’accordo. La preghiera è tempo sottratto a qualcosa di più importante? Al posto di pregare potremmo ad esempio dedicarci maggiormente al servizio per l’altro. Vengono questi pensieri ogni tanto. Almeno a me vengono. Già il tempo libero che abbiamo non è molto. La famiglia e il lavoro richiedono tantissimo in termini di tempo e di impegno. Eppure c’è un brano del Vangelo che ci mette in guardia su questo aspetto. Ricordate Marta e Maria? Marta che si dà continuamente da fare senza fermarsi mai, senza darsi un attimo per contemplare e godere della presenza fisica di Gesù, e poi invece c’è Maria che sembra fare un po’ la furba. Sembra scantonare le faccende domestiche per sedersi con Gesù. Invece Gesù loda Maria e sgrida bonariamente Marta. Mi immedesimo un po’ in Marta. Cerco di fare tanto, anche attraverso questo blog, e poi devo anche mettermi lì a dire il rosario o le lodi? Non ho tempo. Cosa cambia in fondo?

In questi anni ho avuto diverse risposte a questa domanda. Mi ha colpito moltissimo un aneddoto riguardante madre Teresa. Madre Teresa si occupava dei più poveri e ne aveva di lavoro da fare. Eppure chiedeva a sè stessa e alle sue suore di dedicare almeno un’ora al giorno per l’Adorazione. Un’ora “buttata” dove avrebbero potuto fare tante altre cose più utili ed importanti. Perchè chiedeva questo? Perchè, diceva la santa suora, non si può aiutare i poveri se si è più poveri di loro. A me questa frase mi ha sempre toccato. Cosa mi vuole dire? Cosa dice alla mia vita?

La preghiera è importante. Non è importante che sia spontanea e che mi faccia sentire chissà quale trasporto, passione e sentimento. Come dico sempre l’amore è prima di ogni altra cosa una scelta. Vale per la nostra relazione sponsale ma vale anche per il nostro amore verso Dio. Pregare significa curare la mia relazione con Gesù, significa amarlo, significa conoscerlo, significa entrare nel Suo mondo, significa corteggiarlo, significa sentirlo presente e parte della mia vita.

Cambia tutto poi nella mia relazione con Luisa. Solo curando la preghiera e quindi la mia relazione con Gesù sarò poi pronto ad amarla. Ad amarla quando è ricca e riesce a darmi tanto in tenerezza, cura, parole, gesti e amore in genere, ma anche quando è povera e non riesce a darmi nulla. Solo curando la mia preghiera, come dice madre Teresa, potrò in quei casi in cui Luisa sarà povera e mendicante, donare comunque il mio amore perchè non sarò povero e mendicante quanto lei, ma sarò pieno della mia relazione con Gesù.

Cari sposi, la preghiera può in apparenza sembrare sterile ed inutile. Non è così. Cambia sempre il cuore quando è costante. Se vogliamo amare sempre di più nostro moglie o nostro marito, impegniamoci a trovare del tempo di qualità non solo per la coppia ma anche per la preghiera. E non fa nulla se ci costa fatica e ci pesa. Gesù apprezza comunque e noi entreremo sempre di più in relazione con chi ci ama in modo perfetto ed infinito.

Antonio e Luisa

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Si può amare senza passione?

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà.

La risposta sembra scontata ed ovvia. Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali?

L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Insomma, mettere il bene dell’altro al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? Forse l’altro? No! Solo in apparenza sembra essere l’altro al centro di tutto. In realtà al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. L’amore è scelta, l’amore è andare oltre il sentire, l’amore non può finire, al massimo posso decidere io di farlo finire se non più supportato dal sentimento. Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona.

Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ad aprirci all’altro, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano.

Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Ultima fermata: l’altro è bello finchè è bello il suo corpo?

Da qualche settimana sta andando in onda, su Canale 5 e in prima serata, una nuova trasmissione intitolata Ultima Fermata. Di cosa tratta? In ogni puntata partecipano tre coppie in crisi per i più svariati motivi. Queste coppie raccontano la propria storia e cercano di affrontare i problemi con l’aiuto di terapeuti professionisti, in modo da uscire da quell’esperienza televisiva con un percorso condiviso per ritrovarsi o con la decisione di una definitiva separazione se non si trova nulla su cui costruire una ripresa della relazione.

Ammetto di non aver seguito prima questo programma perchè non guardo molta TV e perchè questa spettacolarizzazione di problemi e sofferenze al solo fine commerciale e per catturare ascolti mi sembra davvero fuori luogo e un po’ triste. Stamattina, però, è stata ripresa da tante testate on line la storia di una di queste coppie. Tali Giorgio e Stefania. Mi ha incuriosito il motivo della loro difficoltà e sono andato a guardare quel pezzo di trasmissione. I due non riuscivano ad accordarsi sulla decisione di avere figli. Lei si sentiva pronta mentre lui no. Tra le obiezioni di Giorgio ce n’è una in particolare che merita un approfondimento. Ecco ciò che ha detto il protagonista di questa storia:

Anche vedere il cambiamento della donna, anche di quello sono terrorizzato. Ho paura del cambiamento fisico di mia moglie, ho sempre pensato: “Come faccio ad andare a letto con una così. Come faccio ad avvicinarmi?”

Capite la povertà che c’è dietro queste affermazioni? Il problema è che non è la prima volta che le sento. L’altro è visto come un corpo. L’altro è bello finchè è bello il suo corpo. Quando è bello? Quando risponde ai canoni che abbiamo in testa e che sono abbondantemente influenzati dall’ideale culturale e sociale del nostro tempo. Quindi un corpo sformato dalla gravidanza non può più essere attraente. E poi? Quando il corpo non sarà più giovane, quando ci saranno i segni del tempo? Non sarà più attraente. Il messaggio che passa è questo: come faccio ad andare a letto con mia moglie che ha un corpo sfatto o vecchio? Il matrimonio dura tutta la vita. Come la mettiamo?

Il problema è che tanti giovani sono cresciuti e crescono con queste idee in testa. Onestamente anche mia moglie aveva un po’ paura di questo. Quando abbiamo deciso di sposarci ho dovuto rassicurarla. Lei ha otto anni più di me. Era impaurita da questa differenza di età. Addirittura un mio amico si è sentito in dovere, alcuni giorni prima del matrimonio, di provare a farmi cambiare idea. A suo dire mia moglie era troppo vecchia per me e me ne sarei pentito con il tempo. A suo dire mi sarei trovato con una vecchietta accanto. Adesso ci faccio una risata con Luisa ma al tempo lui era davvero preoccupato per me.

Non gli ho dato retta e mi sono fidato di me, di Luisa e di Dio. Nel fidanzamento ero sì attratto dal suo corpo, ma intravedevo una bellezza che andava oltre. La bellezza di una donna è molto di più di un corpo. Sì il corpo è importante, ma poi con il tempo lo diventa sempre di meno. Cerco di spiegarmi meglio. Quando mi sono innamorato di Luisa una grande parte dell’attrazione che lei esercitava su di me dipendeva dal corpo, perchè il corpo era la parte di lei che potevo vedere, conoscere ed apprezzare. All’inizio lei era il suo corpo ed era quello quello che mi attirava. Però poi le cose cambiano. La relazione cresce. Quando si vive accanto per tanti anni il fascino non è più solo corporeo. L’attrazione è sempre più influenzata da tutta la persona che abbiamo accanto. Vediamo sempre il corpo ma quel corpo viene arricchito da tanto altro. Il corpo diventa sempre più una porta di accesso, diventa la parte accessibile e visibile di una meraviglia molto più completa e profonda.

Nel 2002 quando Luisa ed io ci siamo sposati avevo 27 anni e lei ne aveva 35. Fate voi i conti. Lei ora ha passato i cinquanta mentre io sono ancora abbondantemente al di sotto. Eppure mia moglie mi piace più ora di prima. Non sono impazzito e ci vedo ancora bene. Le gravidanze e il tempo hanno lasciato segni visibili, eppure è meravigliosa. E’ l’amore che rende tutto più bello. Capite bene che anche tutto l’amore che noi doniamo al nostro coniuge diventa bellezza che trasfigura il nostro corpo e lo rende bello. Almeno ai suoi occhi. Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non si può comprendere questa logica se non facendo esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare. Io quando guardo mia moglie non vedo quella che vedono gli altri, vedo le sue carezze, vedo i nostri momenti di intimità, vedo quel suo prendersi cura, vedo quella sua accoglienza premurosa. Vedo Luisa in una completezza che la rende unica. Questo è un po’ il segreto del matrimonio.

Tornando al programma televisivo mi sento di dire a Giorgio che non ha davvero capito nulla dell’amore. Io ricordo le gravidanze di Luisa e di come in quei periodi fosse davvero ancora più bella perchè sprigionava una femminilità e un amore che la illuminavano. E chi se ne frega che aveva messo su chili ed era un po’ gonfia. Era stupenda come solo una mamma in attesa sa essere.

Antonio e Luisa

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Non la riconosco più!

Ogni tanto dovremmo porci la domanda: quanto conosco la persona che ho accanto, la persona che condivide la vita con me? Non è una domanda banale e non è banale neanche la risposta. Io dopo vent’anni di matrimonio dovrei rispondere si senza pensarci troppo. Eppure non è scontato che sia così.

La Luisa che ho accanto oggi è molto diversa da quella che sposai nel giugno del 2002. La Luisa che ho accanto è cambiata moltissimo, è cambiata fisicamente ma è cambiata nel modo di relazionarsi con me, è cambiata in alcune sue convinzioni, è cambiata nei desideri e nelle esigenze. E’ cambiata in alcune sue sensibilità. Insomma non è la stessa persona che ho sposato.

E’ normale che sia così, non voglio farne un problema. Può però diventare un problema quando smettiamo di osservarci, quando smettiamo di ascoltarci, quando smettiamo di prestare attenzione alle conseguenze sull’altro di ciò che facciamo o diciamo. Smettiamo perchè pensiamo erroneamente di sapere già tutto dell’altro. Che brutto quando l’altro non ci provoca mai meraviglia e stupore. Che bello invece quando ci lasciamo stupire anche dopo tanti anni di matrimonio.

L’altro è davvero un mistero che ci si svela giorno dopo giorno, ma che giorno dopo giorno cambia e non resta mai lo stesso. Cambia lui/lei e di conseguenza cambia la nostra relazione che va ricalibrata. Cambiamenti continui seppur impercettibili, ma che alla lunga diventano molto evidenti. Io, oggi che ho 46 anni, sono molto diverso da vent’anni fa e così mia moglie. Per questo è bello scoprire la mia nuova Luisa, giorno per giorno, per questo è importante farlo, per non trovarmi poi in casa con una sconosciuta.

Succede sempre più spesso che tante coppie saltano dopo venti e più anni di matrimonio. Perchè saltano? Perchè i due hanno fatto per anni i genitori, non si sono più guardati veramente, si sono dati per scontati, e poi, andati via i figli, si sono scoperti due sconosciuti. Non si riconoscevano più. Non avevano più nulla da dirsi. Ne conosco di queste storie. Alcune anche personalmente, persone che ci hanno contattato in questi anni di nostra presenza sui social.

Cosa fare? La risposta è sempre la stessa! Prendetevi tempo per voi. Tempo di qualità per parlare, ma non delle solite programmazioni e organizzazioni familiari, parlate di voi, di quello che vi piace, di quello che vi fa soffrire, delle preoccupazioni, delle gioie e dell’amore che vi lega. E’ importante dirvi quanto vi volete bene. Va certamente dimostrato ma è bellissimo anche sentirselo dire. Non perdete occasione di farlo. Fate almeno una volta al mese qualcosa che vi piace, fatelo voi da soli, senza nessun altro, senza neanche i figli. Riscopritevi sposi novelli ogni tanto, rinnovate il vostro essere sposi. Un week end romantico in hotel o in una SPA. Non è tempo buttato ma investito per ciò che più conta, la vostra vocazione. Fate una cenetta in intimità o anche solo la colazione al bar seduti al tavolino. Trovate insomma il vostro modo per contemplare ciò che siete.

Per me è bellissimo scoprire la mia Luisa, sempre la stessa ma sempre nuova. Scopritelo anche voi e il vostro matrimonio sarà più bello e più pieno!

Antonio e Luisa

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Che mistero nell’unione intima di un uomo ed una donna

Uomo e donna sono uno spettacolo. Come canta Jovanotti Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi io e te. Siamo il vertice della creazione. Non solo l’uomo, non solo la donna, ma l’uomo e la donna insieme. Perchè in quella relazione c’è l’immagine più vera di Dio stesso. Non nell’uomo, non nella donna, ma nella relazione. Davvero Dio ci ha creato come solo Dio avrebbe saputo fare. Siamo meravigliosi non solo in quanto persone, ma ancor di più come coppia in una relazione sponsale che davvero è affascinante e misteriosa. Il nostro corpo non è un limite ma un’opportunità immensa.

Mentre scrivo ho qui accanto Luisa. La guardo e non posso non pensare quanto sia diversa da me, quanto sia proprio all’opposto da me per tante cose, ed è proprio questo che la rende così attraente. Il matrimonio è una sfida, una sfida che ci chiede di entrare sempre più in profondità in un mistero, nel mistero di una donna che è qualcosa di totalmente altro rispetto ad un uomo, nel mistero di una relazione che ci chiede una comunione non solo di cuore ma anche di corpo. Che bello ma anche come è difficile e quanti errori si fanno. Errori che nascono proprio dalla sicurezza che abbiamo di conoscere l’altro e cosa piace all’altro. L’errore di relazionarci come se l’altro fosse un altro noi, nel modo che piace a noi.

Se ci pensate bene il rapporto intimo tra gli sposi è davvero l’incontro tra due persone che sono distanti anni luce l’uno dall’altra. Hanno necessità diverse, stimoli diversi, impulsi diversi. Sono però accumunati dallo stesso desiderio di essere uno. Hanno lo stesso desiderio di comunione, e per realizzarlo è importante che imparino a dialogare. Ad aprirsi l’un l’altra per amarlo/a come l’altro/a desidera. Per conoscerlo/a profondamente.

Vi siete mai chiesti perchè nella Bibbia il verbo conoscere viene spesso associato all’atto sessuale? Perchè l’atto coniugale descrive la pienezza della conoscenza. Dio ci “conosce” come uno sposo e noi dobbiamo “conoscerlo” come la Sua sposa che accoglie completamente il suo sposo. Si capisce, allora, che il culmine della conoscenza è l’intimità, dove tutto è comune e dove la prevalenza è quella dell’amore. Ecco noi sposi, proprio nell’amplesso, siamo così in intimità da vivere una piena comunione. Siamo una carne e un cuore solo. Siamo immagine della Trinità.

Guardate anche solo come siamo fatti. Fisicamente e sessualmente. Gli organi genitali maschili fuoriescono quasi completamente dal corpo. Le donne al contrario possiedono organi genitali che sono quasi completamente all’interno del corpo. Il corpo parla. Il corpo ci dice chi siamo. L’uomo si sente realizzato in una relazione quando riesce ad uscire da sè stesso, dal suo egoismo, dal suo individualismo. E in questo suo uscire si scopre pienamente uomo. Non a caso nella famosa lettere agli Efesini San Paolo scrive: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Concretamente significa morire a noi stessi per donarci completamente all’amata, esattamente come Gesù si è dato totalmente per noi. La donna al contrario desidera accogliere in sè l’uomo per sentirsi amata e realizzata e scoprirsi pienamente donna. San Paolo infatti scrive: le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore. La donna, che vuole avere tutto sotto controllo, ha bisogno di abbandonarsi nella piena fiducia verso l’amato per vivere una vera comunione nella vita e nel rapporto intimo. Capite quale profondità c’è dietro le parole di San Paolo? Non è la semplice tiritera maschilista e patriarcale di una società arretrata e lontanissima dalla nostra. Sì, il linguaggio usato da San Paolo, oggi andrebbe rivisto e adattato alla nostra sensibilità ma il significato profondo è ancora attuale e verissmo, perchè parla di come siamo fatti.

Uomo e donna sono diversissimi anche in ciò che li stimola sessualmente. L’uomo ha fretta. L’uomo non ama i preliminari. Andrebbe subito al sodo. Gli basta guardare e toccare il corpo dell’amata per partire a mille. La donna no. Desidera essere corteggiata anche nel rapporto. Desidera essere al centro delle attenzioni del marito e solo così riesce ad abbandonarsi a lui.

Capite come siamo diversi? Ed è bellissimo così. Già perchè la relazione diventa attenzione per l’altro/a. Diventa cura e rispetto delle rispettive sensibilità. E alla fine diventa comunione del corpo e anche dei cuori. L’errore più grossolano e fatale che possiamo fare è piegare l’altro al nostro modo e alla nostra sensibilità di vivere l’intimità. E’ bello invece imparare, con il dialogo e con l’osservazione, ciò che l’altro desidera per crescere sempre più in piacere e in comunione, perchè gioia e comunione vanno di pari passo, crescono insieme.

Il sesso nel matrimonio non è per nulla un gesto che sporca. E’ voluto da Dio perchè eleva la relazione. Permette di assaporare la comunione e la relazione in pienezza facendone esperienza nel corpo e educa il cuore dei due sposi. I due sposi, proprio attraverso l’unione intima, acquisiscono uno sguardo diverso. Sempre più attento all’altro/a prima che a sè.

Come capire se vivete il vostro rapporto con questo atteggiamento? Semplice dopo tanti anni di matrimonio avrete ancora voglia di fare l’amore perchè dell’amore autentico non ci si stanca mai. Dell’egoismo invece ci si stanca presto.

Antonio e Luisa

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Perchè un matrimonio finisce?

E’ inutile negarlo: sposarsi in Chiesa non mette al sicuro da un fallimento nella relazione matrimoniale. Quante separazioni e quanti divorzi anche tra chi ha scelto il sacramento piuttosto che un matrimonio civile o una convivenza. Ci sarebbero milioni di cose da dire sulla consapevolezza che tanti sposi hanno maturato al momento delle nozze, ma non è questo il centro del mio articolo di oggi.

Oggi voglio trattare delle cause che si innescano nella relazione e che se indivuduate per tempo possono evitare una rottura definitiva tra i due sposi. Sarebbe bello che il giorno del nostro matrimonio si concludesse la cerimonia come nei film della Disney ma non funziona così. E vissero felici e contenti è una missione che dobbiamo cercare di perseguire ogni giorno con il nostro impegno e con tutta la nostra volontà.

1 Pigrizia

Era un problema più del passato che di oggi, ma ancora adesso è una mentalità che si può insinuare nell’atteggimento dei due sposi. Quando si era fidanzati si faceva di tutto per far piacere all’altro. Si usciva quando si era stanchi, si andava a teatro o a fare shopping. Si andava a fare al tifo alla sua partita di calcetto. Si faceva di tutto per compiacere l’altro. Dopo il matrimonio piano piano si smette di farlo. La relazione e l’altro vengono dati per scontati, ormai ci sono e sono nostri. Magari ci si trascura anche nell’aspetto e nel corpo. Ecco questi atteggiamenti sono sbagliatissimi. Certo nel matrimonio ci sono molte più responsabilità, più impegni, spesso ci sono i figli, ma tutto questo non può essere una giustificazione alla nostra pigrizia! Mai dare la persona amata per scontata. Non ci appartiene mai! Dobbiamo impegnarci ad essere sempre amabili, cioè ad essere attraenti! Non significa che l’altro non ci ami comunque ma non è detto che lo faccia. L’amore gratuito e incondizionato fa parte del matrimonio ma può essere un obiettivo da raggiungere e non un dato acquisito subito.

2 Egoismo

L’egoismo fa un po’ parte di noi. C’è la tendenza, anche e soprattutto nelle relazioni affettive, a mettere al centro di tutto noi stessi e i nostri bisogni e desideri. Il matrimonio per funzionare deve educarci a smussare questo egocentrismo e a spingerci ad aprirci sempre di più verso l’altro e verso i suoi bisogni. Solo così il matrimonio può funzionare. Anche l’innamoramento, se ci pensiamo, non è sempre amore. L’innamoramento in realtà è molto egoista. Al centro dell’innamoramento non c’è l’altro ma ciò che l’altro ci fa provare. Il centro siamo noi. Nel matrimonio serve l’amore cioè l’impegno a donarci completamente per il bene dell’altro. Tutta un’altra cosa!

3 Corte continua

Di soliro questo problema va a braccetto con la pigrizia. La nostra relazione è come giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio. Quindi prendiamoci cura della nostra relazione con piccoli gesti, ma quotidiani. Tenerezza, attenzione, ascolto. Basta poco: una telefonata, un sorriso, uno sguardo, un abbraccio, un bacio, un incoraggiamento, un complimento, ecc. ecc. Potrei proseguire per ore. Sono tutti mattoncini che saldano la nostra relazione.

4 I figli

I figli sono pezzi di cuore, come si dice a Napoli, ma sono anche un grande pericolo per la coppia. Se non si presta attenzione possono diventare totalizzanti, possono occupare tutti i nostri pensieri e richiedere tutte le nostre energie. Smettere di essere sposi per fare solo i genitori è l’errore più grande che possiamo fare. Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, ma anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro. Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

5 Dialogo

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità.

Antonio e Luisa

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Giuseppe sceglie Maria ad occhi aperti

Mi sono messo a rileggere le catechesi del Papa dedicate alla figura di San Giuseppe. Tutte davvero molto belle e tutte ricche di spunti di riflessione. San Giuseppe un uomo davvero uomo che può insegnare molto su come dovrebbe essere uno sposo con la propria sposa. Riprendo un passaggio che mi ha colpito particolarmente.

Cari fratelli e care sorelle, molto spesso la nostra vita non è come ce la immaginiamo. Soprattutto nei rapporti di amore, di affetto, facciamo fatica a passare dalla logica dell’innamoramento a quella dell’amore maturo. E si deve passare dall’innamoramento all’amore maturo. Voi novelli sposi, pensate bene a questo. La prima fase è sempre segnata da un certo incanto, che ci fa vivere immersi in un immaginario che spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Ma proprio quando l’innamoramento con le sue aspettative sembra finire, lì può cominciare l’amore vero. Amare infatti non è pretendere che l’altro o la vita corrisponda alla nostra immaginazione; significa piuttosto scegliere in piena libertà di prendersi la responsabilità della vita così come ci si offre. Ecco perché Giuseppe ci dà una lezione importante, sceglie Maria “a occhi aperti”. E possiamo dire con tutti i rischi. Pensate, nel Vangelo di Giovanni, un rimprovero che fanno i dottori della legge a Gesù è questo: “Noi non siamo figli che provengono di là”, in riferimento alla prostituzione. Ma perché questi sapevano come Maria è rimasta incinta e volevano sporcare la mamma di Gesù. Per me è il passaggio più sporco, più demoniaco del Vangelo. E il rischio di Giuseppe ci dà questa lezione: prende la vita come viene. Dio è intervenuto lì? La prendo. E Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo del Signore: Dice infatti il Vangelo: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). 

(Dalla catechesi di Papa Francesco dell’udienza generale del 1 dicembre 2021)

Giuseppe concretizza nel suo comportamento e nel suo atteggiamento l’amore. Lo rende concreto! Giuseppe, è bene ricordarlo, non era quel vecchietto con il bastone che si prende cura di Maria e del suo bambino. Giuseppe era un uomo pieno di energia e vigoria. Un uomo lavoratore nel pieno delle forze. Un uomo che aveva progetti e desideri. Aveva una sua idea di famiglia che si era formata nella cultura e con le abitudini del suo tempo. Desiderava probabilmente una ragazza con cui sposarsi e costruire una famiglia. Mi piace credere che avesse scelto Maria in quanto innamorato di quella giovane donna, sicuramente bella di aspetto e di cuore. Insomma, c’erano tutti i presupposti per immaginarsi un certo tipo di matrimonio. Eppure, succede qualcosa di completamente imprevisto e imprevedibile. Quella ragazza tanto religiosa e pudica si ritrova incinta. E non di lui, che l’ha sempre rispettata e mai violata. Proprio lei! Cosi piena di virtù e di fede. Per Giuseppe deve essere stata una mazzata incredibile. Mi immagino il suo smarrimento. Non ci avrà capito più nulla. Avrà messo in dubbio tutto. Sarà entrato in crisi e avrà dubitato di conoscere davvero Maria, la sua promessa sposa. Come era possibile che proprio Maria l’avesse offeso e ferito in quel modo? Non erano sposati ma era come se lo fossero. Si erano promessi.

Giuseppe ha la forza di non cedere ai sentimenti e allo scoraggiamento. Non ha perso la lucidità e il buon senso. Ha deciso, perchè è stata una scelta, di mettersi in ascolto di Dio. Spesso nella Bibbia Dio parla attraverso i sogni. Giuseppe alla fine ha vinto, non ha perso la fede anche se le cose sono andate molto diversamente dalle sue attese e previsioni. Ha deciso di accogliere Maria con tutta la sua storia, per quello che era e non per quello che lui si aspettava che fosse. Ed è lì che trova la verità della vita e della sua vocazione. Nell’accogliere Maria con tutta la sua storia ha accolto Dio stesso. Un Dio bambino che salverà il mondo.

Noi siamo capaci di fare altrettanto? Il segreto è tutto lì. Amare quella persona che abbiamo accanto. Amare lei, amare la sua storia, amarla per come è. Amarla per quello che ci può dare. Amarla in modo gratuito ed incondizionato. Perchè il matrimonio non è, e non sarà mai, esattamente come noi ci aspettiamo. L’altro non è mai quello che noi crediamo che sia. L’altro non sarà mai quell’ideale che noi abbiamo in testa. Abbiamo accanto una persona che è e che sarà sempre un mistero, che non conosceremo mai del tutto e che non si comporterà sempre nel modo che noi vorremmo. Questo non significa che non vada bene. Dobbiamo solo fare quel salto di qualità che ogni vera storia d’amore richiede. Uscire dall’idea che abbiamo ed entrare nella vita reale. La nostra vita è adesso, la nostra vità è così con tutte le cose belle ma anche brutte. Impariamo a donarci completamente adesso senza aspettare ed aspettarci che tutto sia come noi lo vogliamo e davvero costruiremo anche noi una relazione feconda e abitata, come per Maria e Giuseppe, da Dio stesso. Perchè la vera ricchezza del matrimonio non posso darla io a Luisa e Luisa non può darla a me. La vera ricchezza viene solo da Dio e Dio lo troviamo quando siamo capaci di aprire il cuore nell’amore incondizionato reciproco.

Antonio e Luisa

Offrire a Gesù per non farci avvelenare il cuore.

In una coppia ci sono dei momenti in cui l’altro diventa un “nemico”. Spesso il nostro comportamento non è ineccepibile. Mostriamo ancora i segni delle nostre ferite e del peccato che ci abita. Succede quindi che possiamo comportarci male e generare sofferenza nella persona amata. Non dovrebbe accadere, ma in una relazione lunga come di solito è quella matrimoniale succede e anche spesso. Sbagliamo innumerevoli volte e non per questo il nostro matrimonio non può essere comunque una bellissima avventura. Fa semplicemetne parte del nostro essere figli di Adamo e della sua caduta.

Certo ci sono atteggiamenti ed azioni che hanno gravità diverse. Non voglio mettere tutti i comportamenti sullo stesso piano. Ovviamente un tradimento è molto più devastante di una semplice parola detta fuori posto. Sono però tutti momenti che generano una frattura nella relazione. Frattura che può essere più o meno estesa e profonda.

Perchè questo articolo? Perchè quando l’altro ci provoca una sofferenza, non solo grande ma anche piccola, siamo spinti a reagire, a rispondere con la stessa moneta, oppure a chiuderci in un rancoroso silenzio. Invece c’è una terza via: la via cristiana. Qual è? La preghiera di intercessione. Io l’ho imparata nel tempo e con la guida di sacerdoti più saggi di me.

Quando ci sentiamo feriti da quanto nostro marito/nostra moglie ha detto o fatto fermiamoci. Ciò non significa che non ci abbia fatto male, ma blocchiamo ogni reazione impulsiva. Ascoltiamo la sofferenza che abbiamo nel cuore. Ascoltiamola, diamole un nome e poi offriamola a Gesù. Offriamo la nostra piccola o grande sofferenza a Dio. Questo cambia tutto. Non ci sentiremo più da soli, non ci sentiremo incompresi. Ci sentiremo amati e sentiremo di stare amando il nostro coniuge nel modo che ci riesce. Quando l’altro ci ha fatto soffrire magari non siamo in vena di parole romantiche e di abbracci, non subito almeno, ma saremo sempre capaci di pregare per lui o per lei.

Questo è già un piccolo miracolo che ci permette di non farci avvelenare dal male. Offrire la nostra sofferenza per l’altro, per il bene dell’altro è già un antidoto al male. Non permette che il nostro cuore ne sia avvelenato. E’ il primo passo per poi essere capaci di perdonare e di ricominciare sanando quella frattura che si frapposta tra noi e il nostro coniuge. Per un perdono immediato quando il male ricevuto non è troppo grande e per cominciare un percorso di resurrezione quando non è possibile rimarginare la ferita che ci è stata inferta immediatamente.

Pregate per il vostro sposo e per la vostra sposa. Fatelo sempre. Quando le cose vanno bene per ringraziare Dio e quando le cose vanno male per consentire al bene di essere sempre più grande di ogni sbaglio e di ogni peccato. Gesù è morto proprio per questo, non dimentichiamolo e il matrimonio, come ogni sacramento, è arricchito della forza redentiva e salvifica del sacrificio di Cristo.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio che dura nel tempo è questione di fortuna?

Sarà perchè ci esponiamo sull’argomento matrimonio, ma ci succede spesso che, parlando con amici e conoscenti, salti fuori la fatidica domanda: come fa un matrimonio a durare? Voi avete avuto solo fortuna? Un matrimonio che dura nel tempo è questione di fortuna? Tanti lo credono. Forse è più facile credere che sia questione di fortuna. Se davvero dipendesse dalla fortuna non ci si dovrebbe mettere in discussione.

Io non sono affatto d’accordo! Non è per nulla fortuna. Qual è allora questo ingrediente che permette a una relazione di durare nel tempo? Dipende forse allora da noi? Luisa ed io abbiamo doti e talenti particolari che ci hanno consentito di essere felicemente sposati anche dopo vent’anni? Siamo super? No, siamo dei poveretti come tutti, con le nostre fragilità e miserie. E allora? Dove è il segreto? Il segreto è nell’avere le idee chiare su quello che stiamo facendo quando ci sposiamo.

Le cause che portano all’insuccesso sono spesso le stesse per tantissime coppie. Le cause coincidono con quei fattori che ogni uomo e ogni donna dovrebbero prendere in considerazione e affrontare prima di sposarsi.

  • L’amore non è un sentimento
  • Ci sposiamo per completarci ed essere felici
  • Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

L’amore non è un sentimento. Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento, con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni, sia qualcosa che non mancherà mai e non mettono in conto che l’amore è anche fatica e sacrificio? Quante persone si sposano credendo che quello sia l’amore? Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa, chiamatelo come volete, ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi deve subentrare altro, subentra l’amore. L’amore che è impegno quotidiano, impegno che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, nel cercare di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasformazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone, quando non sentono più forti quelle emozioni e sensazioni, si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non tornano con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento. Quindi dobbiamo rassegnarci ad un amore fatto solo di volontà? In realtà no! L’amore permette di attendere l’innamoramento. Cosa intendo? Quando l’innamoramento sembra sopito l’amore spinge a donarti sempre e comunque e l’amore donato senza chiedere nulla, cambia il cuore delle persone. Cambia il cuore di chi lo dona e di chi lo riceve. E poi accade il miracolo! Tornano anche i sentimenti, più belli e profondi di prima, ma bisogna darsi da fare. Non è vero che non comandiamo i sentimenti. Li possiamo certamente nutrire quando sono deboli e custodire quando li sentiamo. Sta a noi non smettere mai di nutrire nella tenerezza, nella cura e nel servizio la relazione.

Ci sposiamo per completarci ed essere felici. Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso l’insoddisfazione comincia quando ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, che sbaglia, che si arrabbia, che ha comportamenti irritanti. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Le persone non cambiano dopo il matrimonio. Infine il terzo punto. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili, ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Errore gigantesco. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

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La castità degli sposi è meravigliosa (2 parte)

Concludiamo oggi la riflessione sulla castità con le sue ulteriori tre caratteristiche concrete. Cosa è casto nel rapporto intimo degli sposi? Cliccate qui per leggere le prime tre già pubblicate nel precedente articolo.

  1. No agli anticoncezionali. I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione. Noi abbiamo fatto esperienza di entrambi. In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Avvalersi dei metodi naturali è castità perchè l’amore matriminiale chiede di accogliere tutta la persona amata. Se non possiamo accogliere tutto di lei o di lui siamo pronti ad attendere perchè non vogliamo accontentarci di una sola parte dell’altro. Solo vivendo l’intimità accogliendo tutto dell’altro saremo casti perchè c’è aderenza tra cuore e corpo.
  2. Un incontro non carnale ma totale. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità. Davvero l’orgasmo non è che una piccolissima parte di un piacere e di una gioia molto più profondi e belli. I preliminari, l’amplesso e l’abbraccio dopo sono un’insieme di sensazioni ed emozioni per nulla superficiali ma che portano benefici per tutta la persona. Le ore e i giorni dopo aver fatto l’amore così viviamo con più forza la nostra vita, il nostro lavoro, il rapporto con i nostri figli e anche la nostra fede perchè abbiamo , attraverso il nostro corpo, nutrito tutta la nostra persona di amore vero e concreto. La castità è un piacere completo e non un semplice orgasmo.
  3. E’ un gesto sacramentale e liturgico. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso del cuore (volontà-impegno), che si esprime con la parola , e poi confermano quel consenso del cuore con il corpo, si uniscono in intimità fisica, e da quel momento il sacramento del matrimonio è avvenuto e diventa efficace. Non entriamo qui in rare eccezioni. Questa è la normalità. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che quindi noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere (cuore, volontà, anima, corpo) nell’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha fatto insorgere il nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, che è molto simile in questo, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere lo Spirito Santo. Capite ora che gesto grande e profondo sia l’unione fisica degli sposi? Di come sia importante curarla, prepararla e perfezionarla? Che doni riceviamo? Ve li elenco soltanto. Se volete approfondirli ho scritto articoli specifici e li riprendo nel libro Sposi profeti dell’amore. I doni sono: effusione dello Spirito Santo (ne ho già accennato sopra), aumento della grazia santificante (comprendiamo meglio l’amore di Dio per noi facendone esperienza attraverso il nostro coniuge e al nostro dono reciproco), aumento dell’amore naturale e generazione di vita nuova (un rapporto fisico vissuto bene nella verità è sempre fecondo e generativo. Si genera sempre amore nuovo che poi gli sposi potranno spendere tra loro, con i figli e con tutte le persone che incontreranno durante i giorni a seguire)

Concludendo posso affermare che se sto cercando nella mia vita di essere casto non è perchè me lo dice la Chiesa, perchè voglio essere più bello e santo degli altri, ma lo faccio per un sano “egoismo”. Lasciatemi questo termine che rende l’idea. Perchè iniziando a percorrere questa strada ho sperimentato come il fare l’amore così, sia molto, ma mooooolto più bello e più pieno. Per questo non tornerei indietro. Non voglio accontentarmi di meno di questo. Costa fatica ma ne vale la pena. Come dice sempre Costanza Miriano: i cattolici lo fanno meglio. Questo è il modo per vivere questo gesto anche dopo vent’anni di matrimonio come noi, come una meraviglia sempre più grande. Per non finire quindi come tante altre coppie nel deserto sessuale e, di conseguenza, relazionale.

Antonio e Luisa

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La castità degli sposi è meravigliosa (1 parte)

Questo vuole essere un articolo di sintesi. Dove metto insieme tante riflessioni già fatte. Quando ci capita nei nostri interventi di parlare di castità iniziano spesso i mugugni. Castità è una parola che non piace. Evoca sinonimi quali frustrazione e castrazione. Il contrario della libertà. La castità sembra poi essere qualcosa che riguardi solo la vita di alcuni giovani cristiani, i più bigotti e complessati, gente chiusa e incapace di aprirsi alla gioia. Il cristianesimo è gioia, e cosa c’è di più bello che fare l’amore quando ci si vuole bene. Questa è l’idea che serpeggia un po’ nel pensiero della maggioranza dei cristiani, che hanno smesso da un pezzo di ascoltare la Chiesa su questi temi. Alla fine che male c’è a seguire le nostre pulsioni? Se siamo entrambi d’accordo naturalmente. Sembra un atteggiamento saggio e rispettoso ma stanno davvero così le cose? Vedendo la sofferenza che c’è nelle relazioni affettive di oggi e il numero di separazioni anche tra chi si sposa sacramentalmente in chiesa forse non è tutto oro quello che luccica. Non è forse vera libertà.

Ora senza voler tornare alla dialettica del passato dove si esagerava nell’approccio verso il sesso e la sessualità, ricordiamo però che erano altri tempi, c’è da parlarne comunque. Non certo quindi evocando l’inferno, il peccato mortale e il demonio. Non ce n’è bisogno. Spesso l’inferno ce lo creiamo da soli con le nostre mani nel matrimonio. Bisogna cambiare approccio. Voglio parlare al vostro cuore. Esattamente come hanno fatto a suo tempo con me e Luisa. Io non avrei mai ascoltato un discorso moralista. Ho invece ascoltato chi mi ha proposto una meraviglia che poteva essere anche per noi. Un modo di vivere la relazione affettiva e sessuale in modo più bello, soddisfacente e pieno. La castità alla fine è questo. Nulla di castrante, ma al contrario è il solo atteggiamento che libera la nostra persona per aprirsi completamente all’altro nella fiducia e nella verità. Non me ne sono mai pentito.

In questo articolo non voglio parlare della castità prematrimoniale, ma della nostra di sposi cristiani. Già perchè la castità non riguarda solo i fidanzati che non possono lasciarsi andare alle gioie del sesso. Riguarda anche noi sposi che magari abbiamo 4 figli e vent’anni di matrimonio alle e sulle spalle. Che bello quando crescendo negli anni di matrimonio riusciamo a crescere anche nel saperci donare attraverso il corpo. Quando c’è sempre più aderenza tra quanto abbiamo nel cuore e quanto manifestiamo ed esprimiamo con il nostro corpo. Per noi sposi la castità significa saper far bene l’amore. Che bello quando il nostro dono reciproco diventa sempre più comunione di anima e corpo.

Come vivere concretamente la castità nel nostro matrimonio? Ho pensato di elencare alcuni punti che sono, a mio parere, fondamentali per vivere nella verità le nostre espressioni corporee dell’amore e quindi anche l’amplesso fisico.

  1. Corte continua. È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Capiva benissimo quando desideravo un rapporto intimo con lei. Bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Avere cura di questa dinamica significa trasformare il piacere da semplice orgasmo a culmine di un dialogo d’amore parlato al modo degli sposi: con la tenerezza. Il piacere viene arricchito di comunione di cuore e corpo. Tutta un’altra cosa. Questa è castità perchè il desiderio nasce da una vita di dono reciproco. Cuore e corpo sono allineati!
  2. Fedeltà. Credo sia importante dirlo perchè la fedeltà è molto più che non avere rapporti con altre donne o altri uomini. Questa è la base. La fedeltà è accogliere tutto dell’altro. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse. Solo così quello che staremo dicendo con il corpo, voglio tutto di te, avrà un’aderenza con il nostro cuore. Solo così sarà casto!
  3. No alla pornografia. Che male c’è a guardare video pornografici? Il male purtroppo c’è, e non solo per chi ne diventa dipendente. Cambia il nostro sguardo sull’altro. Non siamo più capaci di vedere tutta la persona ma solo parte di essa. E’ un problema che colpisce maggiormente l’uomo ma ultimamente sono sempre più coivolte anche le donne. Parlo quindi al marito ma non è solo per lui. L’uomo non è più capace di avere rapporti teneri con la propria donna. Il marito non riesce ad avere più rapporti teneri con la propria moglie. In genere vale per tutti. Questo accade perchè la donna è vista come un oggetto per il proprio appagamento sessuale. Perché ricercare la tenerezza (è il linguaggio dell’amore ndr) quando l’unico scopo è trarre un piacere sessuale? La donna viene usata. Se avete avuto modo di vederne, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. E’ dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti. Se invece vedi in quella persona l’occasione che il Signore ti ha dato per arrivare a Lui, allora cambia tutto. Allora sì che c’è la tenerezza. Allora sì che c’è il dono. Accogli il suo dono e ti dai totalmente a lei. Allora c’è una reciprocità, non c’è soltano uno sfruttamento dell’altro per il soddisfacimento di un impulso sessuale. C’è bisogno davvero di passare dal consumare pornografia a consumare il matrimonio. da consumare nella sua accezione latina cumsumere (usare/logorare) a quella di consummare (portare a compimento). La castità non logora il rapporto ma lo porta a compimento.

Domani proseguieremo con ulteriori tre caratteristiche. Non mancate!

Antonio e Luisa

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Ogni gesto offerto per amore è offerto a Dio

Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,
lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.

Il Vangelo di oggi è di quelli tosti che smascherano ogni nostra ipocrisia. Si, perchè noi, uomini e donne, abbiamo tutti, almeno un po’, la tentazione di coprire le nostre piccole o grandi infedeltà e meschinità con l’aderire ad un rito. Anche noi cristiani non siamo diversi. Vado a Messa, recito quella novena e mi sento sollevato. Mi sento più buono e più a posto con la coscienza.

Solo pochi giorni fa siamo probabilmente andati in chiesa a farci imporre dal sacerdote le ceneri sul capo. Un gesto liturgicamente molto significativo e scenograficamente molto impattante ma poi? Quelle ceneri ce le siamo semplicemente spazzolate via oppure è rimasto qualcosa? C’eravamo con il nostro cuore? Stavamo aprendo il nostro cuore in modo che quel gesto così scenografico potesse diventare impegno concreto e missione per la nostra vita?

Il versetto tratto dalla liturgia di oggi ci dice esattamente questo! Le nostre offerte, il nostro partecipare alla Santa Messa hanno davvero un significato autentico quando viviamo l’offerta fatta all’altare come segno dell’offerta che noi facciamo di noi stessi ogni giorno con i fratelli. Per questo Gesù ci parla in questo modo, con questa durezza che può sembrare eccessiva. Perchè offrire a Dio senza offrire ai fratelli nella vita di ogni giorno è solo un gesto vuoto che non cambia i nostri cuori e ci lascia poveri.

Per noi sposi questa Parola ha un significato ancora più importante e decisivo per la nostra vita. L’offerta più gradita che possiamo fare a Dio non è tanto riempirci di rosari, di Messe, di novene e chissà cos’altro. No niente affatto. L’offerta più gradita è proprio quella che doniamo a nostro marito o nostra moglie. E’ il nostro tempo, è il nostro ascolto. Sono tutte le carezze, tutti i sorrisi, tutti gli sguardi, tutti i servizi, tutta la cura che ci doniamo l’un l’altra. E naturalmente tutte le volte che ci perdoniamo.

Non sto affatto affermando che pregare e andare a Messa sia inutile. Certo che è importante. Lo è però nel momento in cui diventa nutrimento e fonte dove attingere per poi “usare” quella forza ricevuta per amare di più il nostro coniuge.

Con il matrimonio succede qualcosa di incredibile. Gesù si sposa con noi e come ogni sposo desidera essere amato. Vuole essere amato nella persona che ci ha posto accanto. Andare a Messa e trascurare il matrimonio è come dire a Dio che lo vogliamo con noi ma poi quando viene ad abitare la nostra vita non apriamo la porta e lo lasciamo fuori.

Vi consiglio un gesto che io e Luisa facciamo regolarmente ad ogni Messa. Una volta fatta la comunione torniamo al nostro posto e inginocchiati ci teniamo per mano. E’ un modo per dire a Gesù che lo vogliamo con noi e che il nostro amore si intreccia con il Suo. E’ un gesto che a me piace tanto e mi fa sentire più vicino a Gesù e alla mia sposa.

Antonio e Luisa

Padre nostro che sei nel nostro matrimonio

Martedi scorso, l’otto marzo, la liturgia ci ha proposto un passo tratto dal Vangelo di Matteo. Un brano molto conosciuto perchè Gesù ci insegna a pregare. Ci insegna il Padre Nostro. Vorrei riproporre un mio vecchio articolo dove ho analizzato le parole di questa bellissima preghiera. Parole antiche e straconosciute ma che noi sposi è giusto che impariamo a leggere alla luce del nostro stato di vita.

Padre nostro che sei nei cieli

Sei nostro padre, a te possiamo alzare lo sguardo quando non vediamo soluzioni, quando non ci bastiamo, quando ci sentiamo piccoli e deboli e la vita ci mette di fronte a muri che sembrano invalicabili. Noi non siamo soli a batterci per il nostro amore e la nostra famiglia, tu sei con noi e ogni giorno, se solo facessimo più attenzione, potremmo scorgere la tua mano e il tuo sostegno nella nostra vita.

Sia santificato il tuo nome.

Tu hai scommesso su di noi, ci hai consacrato ad essere tuoi strumenti, attraverso noi hai voluto mostrare al mondo il tuo amore. Rendeci capaci e degni di questo compito arduo ma meraviglioso. Non farci mai mancare la tua Grazia e usaci per i tuoi disegni.

Venga il tuo regno.

Aiutaci ad essere tuoi figli, vogliamo essere tuoi, appartenere al tuo regno, al regno dell’amore. Aiutaci a liberarci dal giogo dell’egoismo e farci pane spezzato l’uno per l’altra.

Sia fatta la tua volontà.

Aiutaci a comprendere che siamo piccoli e non riusciamo a vedere oltre il nostro orizzonte che spesso è molto limitato. Aiutaci ad accettare ciò che la vita ci preserva e a farne occasione per unirci ed amarci ancora di più. Aiutaci ad abbandonarci a te, nelle tue braccia, soprattutto quando il mare in cui navighiamo è tempestoso e rischiamo di affondare.

Come in cielo così in terra

Si perchè se riusciamo a vivere questa perfetta letizia del docile abbandono a te, saremo in grado di vivere nella pace e nell’amore indipendentemente da tutto e da tutti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Dacci il nostro pane, frutto del nostro lavoro e aiutaci a trovare un lavoro se non l’abbiamo. Ma questo non basta. Abbiamo bisogno del pane per lo spirito. Ascolta questi umili sposi e colmaci della tua Grazia, del tuo amore che salva e che rimargina le nostre ferite.

Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Grazie Signore. Se siamo capaci di perdonarci e superare il male che ci facciamo, i peccati che vogliono dividerci, le fragilità che non ci permettono di donarci in pienezza, è perchè tu ci hai perdonato per primo, tu ci hai guardato con quello sguardo di meraviglia e di desiderio come nessuno ci ha mai guardato e questo è nutrimento per il cuore, è balsamo che cura. Grazie a quello sguardo siamo capaci di vedere nell’altro/a ciò che tu vedi.

Non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male.

Le tentazioni sono tante, abbiamo tante povertà, tanti punti deboli. Lussuria e invidia nello sguardo, avarizia nella tenerezza, superbia nel giudizio, gola nei piaceri, ira nei sentimenti e accidia nell’atteggiamento. Ognuno ha il suo, ma tutti abbiamo bisogno del Tuo sostegno per combattere le nostre debolezze che possono distruggere come le piccole volpi del Cantico dei Cantici il nostro matrimonio.

Amen

Antonio e Luisa

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L’intimità con vostro marito è faticosa? Imparate ad abbandonarvi!

E’ un argomento che abbiamo già trattato altre volte. Sempre però solo accennato. Credo che valga la pena fare un articolo dedicato solo a questo tema. Di cosa sto parlando? Una donna per vivere una sessualità bella e appagante ha bisogno di abbandonarsi al proprio sposo. Credo che ce ne sia davvero bisogno di questa consapevolezza. Per lei e anche per lui. E’ stata Luisa a chiedermi di affrontare il tema del sapersi abbandonare, perchè ultimamente nel giro di pochi giorni ha parlato con due giovani spose, desiderose di un consiglio, ed entrambe le hanno raccontanto della loro difficoltà nel vivere serenamente l’incontro intimo. Due donne innamorate del marito e che vivevano con dolore questa loro fatica.

Come al solito pensiamo di sapere tutto sul sesso, ma in realtà spesso non sappiamo nulla. Almeno nulla di vero. Sappiamo tantissime falsità. Impariamo dalla pornografia e poi crediamo che fare l’amore sia quella cosa lì. Vale per entrambi, uomini e donne: pensiamo che sia tutta una questione di eccitazione. Invece, la donna ha bisogno di altro. Anche io e Luisa ci abbiamo messo un po’ a capirlo. La donna ha bisogno di abbandonarsi al proprio uomo che, anche durante i preliminari, non deve smettere di corteggiarla e di farla sentire preziosa. La donna ha bisogno di di tenerezza. Solo parlando il linguaggio della tenerezza lei si sentirà sempre più capace di lasciarsi andare e di abbandonarsi. Tenerezza, carezze, abbracci, parole d’amore. Esattamente il contrario di ciò che ci fa vedere la pornografia e che poi, immancabilmente, replichiamo nella nostra intimità.

Quante volte lo abbiamo consigliato a mariti e mogli che si sono rivolti a noi. Perchè lo so benissimo che l’uomo è spinto a concentrarsi su determinate parti del corpo dell’amata. Solo su quelle! Crede di prepararla quando in realtà la sta solo indisponendo e la sta facendo irrigidire e chiudere, perchè sta urtando la sua sensibilità femminile. Uomo e donna sono diversi. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata, abbracciata in tutta la sua persona per eccitarsi e prepararsi all’amplesso. Ha bisogno di sentire un desiderio che va oltre la semplice pulsione sessuale. Ha bisogno di tempo di qualità dove si prepara ad una vera comunione.

Cari mariti volete imparare a fare l’amore? Lasciate perdere tutta la falsità della pornografia. La sessualità, quella vera, ci viene insegnata direttamente da Dio in un Libro della Bibbia: il Cantico dei Cantici. Non ci credete? Potete leggere il libro che ho scritto con Luisa ma intanti vi do, come piccolo assaggio, alcuni versetti del Cantico. E’ quindi tutta Parola di Dio. Lo sposo si prepara all’amplesso con la sua sposa in un modo meraviglioso. Questo è fare l’amore. In questo modo la sposa si abbandonerà completamente al suo sposo e l’intimità sarà un’esperienza meravigliosa per entrambi.

Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.

Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.
Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,

alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Quello che colpisce tanto di questo poema è la contemplazione, è una contemplazione con tutti i sensi. Viene descritto, ammirato, visitato e gustato il corpo dell’amata. La vista abbraccia l’amata, con un’esplosione di meraviglia. Non è escluso nulla, nulla è vergogna. I capelli, le chiome, i denti, le labbra, la bocca, i seni, il monte della mirra che è una metafora per indicare gli organi genitali. L’uomo abbraccia con il suo sguardo, con i suoi baci e le sue carezze tutto della donna. Vivere i preliminari in questo modo ci prepara alla totalità, ad essere una carne sola. Prepara soprattutto la donna ad abbandonarsi alla gioia dell’amplesso. Permette a lei e al suo sposo di rendere concreto quella realtà così bella e grande che è l’amore sponsale. E poi cari sposi ricordate che l’amplesso è il culmine di una vita dove la relazione è curata e nutrita ogni giorno con semplici e piccoli gesti di tenerezza, cura e riguardo. Semplici ma continui. In un certo senso i preliminari non finiscono mai. Ogni gesto che vi donate durante la giornata è un preliminare, prepara alla vostra prossima celebrazione. Vivere i preliminari in questo modo è faticoso, non è per nulla facile, ma quello che ne possiamo avere in cambio è una meraviglia così grande che val bene un po’ di impegno da parte nostra.

Antonio e Luisa

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Ti sazierà in terreni aridi

Nell’articolo di oggi ho voluto riprendere la prima lettura di sabato scorso. Credo che ci possa aiutare moltissimo e dirci tanto su come dobbiamo guardare alla nostra relazione sponsale. Mi soffermo solo su poche righe:

Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono.
(Isaia 58, 10-11)

E’ un passo della Bibbia che sembra scritto per noi sposi. Una vera missione. E’ esattamente quello che promettiamo durante la celebrazione delle nozze. Questi versetti cancellano tutto il romanticume che caratterizza le nostre relazioni. Innamoramento ed amore non sono la stessa cosa. Innamorarsi è parte della nostra sfera emotiva e sentimentale. Quando mi innamoro ho bisogno di avere accanto quella persona per poterla guardare, per poterla toccare, per poterle parlare. Basta la sua presenza per darmi piacere. Non è così? Io mi sono innamorato di Luisa. Se non mi fossi innamorato di lei non avrei neanche poi scelto di sposarla e di amarla. Però l’innamoramento non è ciò che può e deve fare la differenza poi nella vita matrimoniale.

Lo pensa anche don Fabio Rosini che in modo molto provocatorio tempo fa ebbe a dire: Mai sposarsi da innamorati. Se siete innamorati non sposatevi perché nell’innamoramento non c’è senso del reale. Solo quando avrai realizzato che accanto a te c’è un disgraziato, un bambino oppure una nevrastenica, un’isterica, solo quando i suoi difetti non saranno più buffi, ma odiosi, allora lo/la amerai davvero. 

Don Fabio ha detto una grande verità. Quando si è innamorati è bellissimo! Quando si è innamorati non si fa fatica a stare accanto a quella persona. Quando si è innamorati però non stiamo decentrando il nostro sguardo. Parliamo sempre dell’altro ma sempre in relazione a noi. Quando siamo innamorati, è brutto dirlo, non è per nulla romantico, ma l’altro diventa un mezzo. Perchè al centro ci siamo noi. Strano vero. Quando crediamo che l’altro sia il nostro tutto in realtà stiamo dicendo che l’altro è tutto quello che ci serve per saziare il nostro cuore che anela a lui/lei. Ma il centro di tutto siamo noi con le nostre emozioni. Capite che questo non è amore o meglio non siamo sicuri che sia amore.

Quando diventa amore? Quando il nostro prenderci cura, i nostri abbracci, il nostro ascolto, il nostro esserci, non dipende da quanto ci viene facile e da quanto sentiamo emotivamente l’amore. Già perchè in una vita insieme le emozioni e i sentimenti cambiano perchè noi cambiamo. Le emozioni giovanili non sono quelle dell’età matura. Senza contare che le emozioni dipendono da tantissime variabili. Dipendono da come stiamo, dai problemi e dalle preoccupazioni che ci appesantiscono, da come l’altro si comporta. Insomma se l’amore dipendesse da quanto l’altro sfama il nostro bisogno emotivo staremmo continuamente sulle montagne russe. Invece quando l’amore diventa scelta tutto cambia e impariamo a donarci al modo di Gesù e come promettiamo il giorno delle nozze.

La cosa bella è che Luisa non è sempre perfetta, non è sempre accogliente, io non sono sempre attratto allo stesso modo da lei, non sento sempre un innamoramento che mi provoca un tuffo al cuore. Eppure cerco di amarla sempre. Ancora più bello è sapere che lei fa lo stesso con me. Questo credo che sia il segreto di un matrimonio che funziona. Io scelgo di amare lei e lei sceglie di amare me anche quando attraversiamo periodi difficili ed aridi. Poi l’innamoramento torna, torna arricchito della gratitudine di quell’amore faticoso che ci siamo donati vicendevolmente senza mollare mai. Ed è così che entriamo nell’atteggiamento del vero dono e nel vero dono troviamo il pane che sfama, troviamo Colui che si è fatto pane spezzato per noi. Ed è così che i versetti del libro di Isaia trovano concretezza nella nostra vita: Se offrirai il pane all’affamato……ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi.

Antonio e Luisa

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Malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.

Eccoci all’ultimo articolo di questa serie. Per leggere i precedenti potete cliccare qui:

Chi non è, almeno un po’, malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione? Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro? Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Mettiamo più impegno a rimarcare le mancanze dell’altro/a o a correggere le nostre? Non è una domanda qualunque. Ce la dovremmo porre prima di sposarci e ce la dovremmo porre spesso anche dopo. Diciamocelo senza essere ipocriti: noi abbiamo in testa un’idea precisa di come dovrebbe essere lui o come dovrebbe essere lei. Cosa dovrebbe fare per renderci felici. Come dovrebbe parlare, come dovrebbe amarci e  in cosa non dovrebbe mai cadere. Sempre pronti a confrontare la nostra idea sublimata di una persona che esiste solo nella nostra testa con la persona viva e concreta che ci sta accanto. Ci rendiamo così conto, con nostra sorpresa, che non dice sempre quello che vorremmo, che non si comporta sempre come ci aspetteremmo da lei e che, soprattutto,  sbaglia. A volte ci tratta anche male e non è sempre amorevole e disponibile ad assecondarci. Se amiamo davvero, il nostro primo pensiero dovrebbe essere un altro: come posso io rendermi amorevole e piacevole per lui/lei? Cosa posso fare per accoglierlo/la sempre di più nella mia vita? Cosa posso fare per non provocargli/le sofferenza? Il matrimonio è meraviglioso anche perchè, con il tempo, ci permette di conoscere sempre più la persona che abbiamo accanto. Così impariamo cosa le piace, cosa invece non ama, cosa la offende e cosa la gratifica. Una conoscenza fondamentale per essere sempre più dono e sostegno.

Christiane Singer in un suo libro scrive: Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me. Guardatevi e ditevelo l’uno all’altra. Può essere l’inizio di una rivoluzione evangelica nel vostro modo di vivere la vostra relazione.

Come correggiamo l’altro? Questa è la seconda importantissima domanda da porci. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare. Come faccio a sopportarti? Come fai a non capire? E’ così semplice. Fai sempre le stesse cose. Sono stanca di te. Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità, ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto. Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.

Antonio e Luisa

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Quaresima in famiglia: elemosina, preghiera e digiuno

Ieri ho partecipato alla Messa con l’imposizione delle ceneri. E’ ufficialmente iniziato il tempo di Quaresima. Un tempo che nonostante sia di digiuno e di deserto accolgo sempre anche con un po’ di desiderio. Sento il bisogno di un tempo così. Ne sento il bisogno perchè sono consapevole di essere ancora troppo attaccato alle cose del mondo. Non sono ancora libero nella mia capacità di aprirmi all’amore e al dono. C’è ancora tanto egoismo in me e questo tempo mi permette di lavorarci sopra meglio e più del resto dell’anno.

Durante la celebrazione della Messa è stato proclamato un Vangelo molto indicativo di quello che è il senso della Quaresima. Non sto a scriverlo tutto. Se non lo avete ancora fatto vi lascio il link per poterlo leggere. Questi versetti del Vangelo di Matteo ci svelano tre diversi atteggiamenti che ognuno di noi dovrebbe mettere in atto per crescere nella fede e nella carità. Sono tre richieste che vengono da Gesù stesso. Gesù ci chiede di fare elemosina, pregare e digiunare. Ci chiede di farlo non per farci vedere ed ammirare ma perchè desideriamo amare. Non un fare di facciata ma che il nostro fare sia specchio del nostro cuore. Questi tre atteggiamenti ci possono aiutare ad avere lo sguardo di Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio.

Fate elemosina: sguardo verso l’altro. L’elemosina non è solo quella fatta al povero per strada. Anche noi possiamo sentirci poveri. Sentirci appesantiti dalle situazioni che viviamo nel nostro lavoro o in famiglia. Possiamo sentirci stanchi, possiamo fare errori, possiamo essere freddi, possiamo litigare, possiamo comportarci male. Ci sono moltissimi motivi per mostrarci poveri. Posso esserlo io e può esserlo Luisa. Ognuno di noi può esserlo. Fare l’elemosina significa non giudicare dalla nostra prospettiva ma cercare di vedere con gli occhi dell’altro per comprendere le sue difficoltà ed essere pronti a perdonare e sostenere anche quando l’altro non è capace, in quel momento, di ricambiare il nostro amore.

Pregate: sguardo verso Dio. La preghiera è il canale che ci permette di avere una relazione con Dio. Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno.  Quindi la preghiera si lega benissimo all’elemosina. La preghiera ci permette di amare senza chiedere nulla, ci permette di fare elemosina.

Digiunate: sguardo libero. Il digiuno non è solo una autofrustrazione sterile. Abbiamo un corpo che ci è stato dato. Meglio dire che siamo anche il nostro corpo. Spesso il nostro corpo detta il nostro comportamento e le nostre azioni. Educare l’autocontrollo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavi. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. 

Non ci resta che augurare a tutti un proficuo tempo di Quaresima!

Antonio e Luisa

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Il figlio è frutto dell’amore. Non è un bisogno d’amore.

Lo so! Siamo in mezzo ad una guerra che potrebbe trasformarsi in qualcosa di ancora più terribile, e se non bastasse stiamo uscendo malconci da due anni di emergenza Covid, eppure c’è una notizia che è rimbalzata su tutti i principali media e ci ha distratto per un giorno dalla cupezza del presente. Una bella notizia per molti. E’ davvero così? Tiziano Ferro ed il suo compagno Victor hanno dichiarato al mondo social di essere diventati papà di due bambini, rispettivamente di quattro e di nove mesi. Nel messaggio l’artista si definisce l’uomo più felice del mondo.

Ferro non racconta però la modalità che gli ha permesso di diventare papà. Non la racconta di proposito. Sicuramente non è avvenuta in modo naturale, su questo non ci possono essere dubbi. E’ facile credere che abbia deciso di ricorrere all’utero in affitto. Ora non mi interessa commentare la notizia in sè, non mi interessa neanche proporre una riflessione che si concentri solo sulle coppie omosessuali. Vorrei parlare di ciò che credo di conoscere un po’ di più: il desiderio di diventare padre.

Il figlio è un diritto? Una coppia che non può generare non può dirsi piena e felice? Sono domande che non riguardano naturalmente solo le coppie omosessuali, che sono sterili sempre proprio per come sono costituite. Chi decide di vivere una relazione omosessuale sa che quella relazione sarà indubbiamente sterile. Il “diritto” del figlio riguarda anche tantissime coppie etero, che magari scoprono solo strada facendo di non essere in grado di generare vita biologica. Per tanti motivi. Qui nessuno vuole condannare nessuno. Il desiderio di fecondità di Tiziano Ferro è normalissimo. Come lo è per tante altre coppie etero o omo. Ciò dimostra soltanto il desiderio ontologico dell’uomo di amare e di essere amato. Non c’è nulla di sbagliato in quel desiderio. Allora perchè non va bene ciò che ha fatto?

Personalmente credo che, quando un desiderio diventa diritto, smette di essere una spinta positiva nella nostra vita e diventa un freno. Quel bambino, che Tiziano ha voluto a tutti i costi, non è più frutto dell’amore, ma diviene idolo. Non dona vita ma ce la chiede. Cosa intendo dire? Quando il nostro desiderio diventa un assoluto, diventa cioè un bisogno la cui soddisfazione è determinante per sentirci felici, significa che stiamo riponendo il senso della nostra vita non più nell’amore, ma nell’egoismo. Non più nel dono di noi stessi ma nel prendere dall’altro. Non importa ciò che sentiamo, le emozioni e i sentimenti, che probabilmente sono sinceramente belli. Sincerità non è però sempre verità. Io posso essere sincero e pensare di fare la cosa giusta e sto invece facendo il male. Non fraintendete. Quel figlio non ha colpa, resta una meraviglia ed è infinitamente amato da Dio. Ciò che non va è la motivazione che spinge un uomo e una donna a diventare genitori. Ciò che non funziona non è nel risultato ma in quello che c’è nel cuore. I figli non sono un diritto che ci è dovuto per colmare i vuoti del nostro cuore. Se così fosse metteremmo sui figli un peso enorme. Dovrebbero essere sempre all’altezza del compito. Senza contare che i figli non ci appartengono e dopo una ventina d’anni ci lasceranno per vivere la propria vita.

Nulla di tutto questo. Cosa sono i figli allora? Sono un dono. Un dono immeritato. Per questo ci sono dati all’interno di una relazione d’amore. Per questo un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma. Un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma che gli vogliono bene e che si vogliono bene. Se ci pensate bene noi sposi, almeno dovremmo avere questo atteggiamento, generiamo nuova vita per amore. Il nostro amore è così grande che non riusciamo a trattenerlo all’interno della coppia e vogliamo condividerlo e donarlo a una nuova creatura frutto della nostra unione. Questa, almeno,  è la logica di Dio  a cui noi dovremmo aderire per vivere ecologicamente e in modo pienamente umano. Il peccato e l’egoismo ci hanno allontanato da questa comunione con Dio e sta a noi impegnarci per recuperarla.

Capite la differenza. Una coppia di sposi che si ama davvero, cioè che è capace di donarsi in tutto quello che è, piena dell’amore che vive in sè, avverte la spinta a donare quell’amore tanto grande di cui fa esperienza all’esterno. Per questo può essere feconda in mille modi e non solo generando un figlio. Diverso è chi sente il bisogno di un figlio per essere felice. In quel caso forse dovrebbe rivedere qualcosa in sè e nella sua relazione affettiva. Non si può cercare un figlio perchè sentiamo di non avere avuto abbastanza ma perchè sentiamo di avere avuto così tanto che desideriamo condividerlo.

Quello che ho scritto non vuole essere un giudizio verso nessuno. Ho voluto solo raccontare ciò che anche io, commettendo i miei errori, ho capito nella mia storia d’amore con Luisa, nel mio matrimonio che dura ormai da vent’anni e che ci ha permesso di generare 5 figli di cui 4 sono ancora con noi mentre Giò non è vissuto che pochi giorni dopo il concepimento. Figli che non abbiamo mai sentito come un diritto ma che abbiamo accolto come un dono immeritato e una responsabilità verso Dio.

Antonio e Luisa

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Ero nudo e mi avete vestito

Oggi affronteremo la quarta opera. Qui potete leggere quelle già pubblicate:

Cosa significa nel nostro matrimonio rivestire il nostro coniuge? Se ci pensate non è difficile comprenderlo. Siamo preziosi e meravigliosi agli occhi di Dio e l’altro può aiutarci a vedere la meraviglia che siamo attraverso il suo sguardo. Noi possiamo essere quello sguardo per nostro marito o per nostra moglie. Come possiamo fare?

Dobbiamo imparare sempre di più a dire grazie! Ringraziare guardando quella persona che abbiamo al nostro fianco e che giorno dopo giorno continua a sceglierci. Il matrimonio ci ha reso uno senza farci perdere per questo la nostra unicità e la nostra differenza. E’ un vero mistero, è una realtà sacramentale, cioè una realtà operante e reale, seppur invisibile agli occhi.

Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il sacramento del matrimonio avviene una nuova creazione. Non siamo più quelli di prima. Lo siamo ma non lo siamo perchè il nostro destino e la nostra vita sono legati ad un’alterità, differente da noi, ma nel contempo così uguale nella sua fragilità. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, non basta però tutta la vita per rendersene conto davvero ed esserne pienamente consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre un po’ di più, un po’ meglio e sempre più profondamente.

C’è però un grande rischio. Vogliamo scrivere proprio di questo. C’è il rischio di perdere lo sguardo capace di scorgere questa realtà. Di scorgere la bellezza e la meraviglia di una relazione che diventa dono di tutto. Dono del cuore, del tempo, del corpo. Che brutto dare una tale ricchezza per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi di essere riconoscenti. E’ una critica che rivolgo anche a me stesso. Anche io spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Sono preso da mille altre cose e mi perdo tra le tante incombenze da fare e tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Se il tempo non c’è devo farlo saltare fuori. Se non c’è la voglia devo farlo comunque. E’ importante che io “perda” tempo per contemplare la mia sposa, come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale.

Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non ci imprigiona e ci rende liberi. Contemplare la solo persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per quello che sono. Assaporare la meraviglia di sentirmi prezioso agli occhi di una persona che mi sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a me. Dirle grazie significa riconoscere che ho ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per la persona che è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto, e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Un’altra riflessione viene proprio dall’amore di Gesù, dal suo sguardo verso i suoi discepoli, verso ognuno di loro. Lo sguardo di Cristo è qualcosa che tocca nell’intimo. Non solo i discepoli. Ci sono innumerevoli episodi dove Gesù tocca il cuore di qualcuno. Tantissimi. Ecco nel linguaggio semitico questo era traducibile come ha toccato loro il sangue. Ha ridato loro la vita. Quanto questo atteggiamento di Gesù ci interpella come sposi! Anche noi possiamo avere lo sguardo di Cristo che tocca il sangue del nostro coniuge oppure avere l’atteggiamento opposto di quello che ferisce, che fa perdere sangue e vita alla persona amata. E’ tutto una questione di sguardo. Sguardo di misericordia o sguardo giudicante. Sguardo d’amore o sguardo di possesso. Sguardo accogliente o sguardo respingente. Sguardo tenero o sguardo incurante. Sguardo empatico o sguardo insofferente. Possiamo davvero, con il nostro sguardo, aiutare la persona che amiamo a riprendere vita o al contrario toglierle un altro po’ di vita. Sta a noi scegliere che sguardo avere. Per questo Gesù anche nel nostro matrimonio può essere via, verità e vita. Gesù ci può indicare attraverso il suo sguardo la via per, a nostra volta, guardare nella verità dell’amore l’amato/a ed aiutarlo così a guarire le sue ferite, che sono punti di morte, e ritrovare la pienezza della vita.

Antonio e Luisa

Ero forestiero e mi avete ospitato

Proseguiamo con le opere di misericodia in famiglia. Per leggere le precedenti:

Quante volte ci sentiamo forestieri. Ci sentiamo non capiti, non apprezzati, non valorizzati. Quante volte anche con gli amici e con i familiari ci sembra di parlare lingue diverse. Anche in parrocchia non sempre ci si sente a casa. Sentirsi a casa! Questo è il punto. Ci sentiamo a casa quando siamo nella nostra casa? Cosa significa sentirsi a casa? Se le parole chiave nei precedenti articoli sono state gratuità e senso in questo è intimità.

Che bello quando nella coppia ci si sente come fratello e sorella.  Non è affatto sbagliato essere fratello e sorella nella coppia. E’ sbagliato essere solo fratello e sorella. L’amore di Filia (amicizia) è importantissimo. Noi da sposi non smettiamo di essere fratelli nella fede. La nostra fratellanza non cessa nel nostro essere marito e moglie, ma al contrario si perfeziona e diventa ancora più profonda. Ne è un esempio lampante il Cantico dei Cantici, il Libro della Bibbia che più racconta l’amore sponsale ed erotico, dove Salomone, lo sposo, chiama innumerevoli volte la sua amata sorella. Proprio per confermare che si tratta non solo di un amore erotico, ma di qualcosa di molto più profondo. Esiste tra Salomone e la sua amata una profonda conoscenza e intimità. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa.

Vale anche per noi sposi tutti. La mia amata non deve essere solo colei con cui divido il letto. Non è solo colei davanti alla quale metto a nudo il mio corpo. Lei è molto di più. Lei è colei davanti alla quale metto a nudo tutto di me. La mia confidente, la mia consigliera, la voce della mia coscienza. Lei può essere la persona a cui apro la profondità dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie gioie e dei miei dolori. Lei può essere colei che sa tutto di me e a cui posso mostrarmi senza paura di essere ferito o giudicato.  Il dialogo tra gli sposi non deve mai mancare.  Don Oreste Benzi, al riguardo, ha scritto qualcosa di profondamente vero:

Perchè non c’è dialogo? Perchè uno pensa che nel matrimonio l’altro stia con lui nella misura che gli è gradito, nella misura che è come lui lo vuole. Quante finzioni! Invece no, voi avete scelto di portarvi assieme l’un l’altra come una sola persona. Il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità

Quante volte non siamo capaci di accoglierci come fratelli e sorelle in Cristo. Quante volte non sappiamo mostrare anche la parte di noi meno amabile per paura di non piacere più all’altro. Allora meglio far silenzio sulla nostra parte oscura, allora meglio nasconderla all’altro. Questo è l’inizio della fine. Perchè non possiamo fingere per sempre e, presto o tardi, dovremo fare i conti con i nostri scheletri. Solo mostrandoci per quelli che siamo, senza barriere, potremo lasciarci accogliere completamente dall’altro e sentirci così davvero amati ed accolti. Sta a noi scegliere se vedere nell’altro una minaccia e coprirci come Adamo ed Eva dopo che ebbero mangiato dall’albero, oppure mostrarci nella completa libertà di chi non ha paura perchè sa che l’amore non giudica, ma sostiene sempre. Che bello quando sappiamo che nell’altro possiamo trovare una persona che non sempre riuscirà a comprendere le nostre sofferenze, i nostri problemi, i nostri pensieri, ma sarà sempre pronta ad ascoltarci e ad avere rispetto e cura delle nostre emozioni. In una coppia è normale che accada questo. Sta a noi sfruttare quell’occasione per amare. Così quando Luisa viene da me e mi racconta sempre le stesse cose che le accadono a scuola, sempre gli stessi problemi con alunni, genitori e colleghi, io cerco di ascoltarla e di comprendere il suo stato d’animo. Non fa nulla se per me quelli che mi racconta sono episodi di poco conto e da non considerare troppo. Non è importante quello che penso io ma come si sente lei. Lei ha bisogno in quei momenti di trovare in me ascolto e comprensione. Non vuole la soluzione ma sentirsi capita, non sentirsi forestiera. Ed io? Anche io ho avuto bisogno di lei. Ho avuto sempre la certezza di poterle confidare le mie preoccupazioni e i miei errori sicuro che lei non li avrebbe usati contro di me ma mi avrebbe aiutato ad uscire da alcune situazioni per me difficili. Questo significa sentirsi a casa. Avere la possibilità di non fingere mai, perchè fingere ci fa sentire forestieri l’una con l’altra e spesso anche con noi stessi. Che bello invece quando c’è la libertà, almeno dentro casa, di togliere tutte le maschere e di essere liberi davvero.

Antonio e Luisa

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Cara figlia mia, come vuoi essere guardata?

E’ di pochi giorni fa la polemica nata a seguito delle parole con cui un’insegnante di una scuola superiore di Roma ha apostrofato una alunna vestita in modo discinto e che si stava riprendendo con il cellulare durante un balletto che poi presumibilmente avrebbe caricato sui social. Tiktok? Molto probabile.

Sinceramente credo che l’insegnante abbia esagerato e sbagliato. Apostrofare in quel modo una ragazzina, darle della prostituta, non serve a costruire un dialogo, ma solo a ferire un’adolescente e a chiudere ogni canale di possibile confronto. Sarebbe stato meglio, magari in separata sede, cercare di far riflettere quella ragazza. Certo mi rendo conto che per un’insegnante tutto questo sia molto complicato e non sempre ci sia quella fiducia reciproca necessaria a trattare argomenti abbastanza personali ed intimi. Bisogna premettere poi che l’abbigliamento deve essere consono al luogo. Lo stesso abbigliamento può essere completamente normale su una spiaggia ma completamente inadatto ad un luogo come la scuola. Io vorrei però fare un discorso più ampio.

Noi genitori però non possiamo tirarci indietro. E’ nostro compito cercare di trasmettere un concetto fondamentale. Mi spiego meglio. Dovremmo aiutare i nostri figli a riscoprire l’importanza del pudore. Pudore che significa riconoscersi belli e preziosi. Ogni tanto mi succede di scorrere i brevi video di tiktok e sembra davvero, almeno in larga misura, una vetrina dove ragazze più o meno giovani, più o meno carine, si mettono in mostra con pose che non si possono equivocare. Alcune di quelle ragazze sono poco più grandi di mia figlia. Cercherò di impostare quindi la mia riflessione come se mi rivolgessi a mia figlia Maria che oggi ha 14 anni.

Cara Maria non perdere mai il tuo pudore. Il pudore non è da confondere con la vergogna. Il pudore non è qualcosa da sfigati e complessati. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e da rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita. Invece spesso i ragazzi sono pronti a svendersi per avere qualche like. Magari anche per tanti like, ma è sempre svendersi. Pensaci! Se anche tu cadessi in questa schiavitù non saresti più libera di sentirti bella così come sei. Sentirti amata perchè vali e non perchè qualcuno te lo deve confermare con un like. Perchè tu sei figlia di Re. Sei figlia di un Padre che ti ama immensamente più di quanto posso fare io, che è disposto a tutto pur di attirarti a sè e non devi dimostrare nulla. La tua bellezza non è soggetta al giudizio di altre persone, ma c’è e basta. Devi solo diventarne consapevole. Solo con questa consapevolezza sarai capace poi di amare e di lasciarti amare davvero.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Maria il tuo corpo è solo per un altro re, per una persona capace di guardarti e non di violarti o avvilirti con il suo sguardo, ma capace di farti specchiare nei suoi occhi e farti ammirare tutta la tua bellezza. Un uomo disposto a donare tutto di sè a te e ad accogliere tutto di te, una persona che non ha paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che è per nostro marito o nostra moglie anche se ancora non li conosciamo. Se hai pudore è perché conosci l’importanza del tuo corpo, non vergognartene. 

Quindi cara Maria non ti impedirò mai di vestirti come tu ti sentirai di fare. L’abito racconta molto di noi e mi rendo conto sia importante. Nessuno avrà mai il diritto di molestarti o di disprezzarti per come ti vestirai. Tu sei una meraviglia sempre, sei figlia di Re. Quello che ti chiedo è di pensare a come desideri essere guardata. Come una donna bellissima quale sei o come un corpo da usare?

Antonio e Luisa

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Ho avuto sete e mi avete dato da bere

Nell’articolo di ieri abbiamo visto come siamo affamati di amore ma di quello vero. Siamo affamati di gratuità perchè nella gratuità facciamo l’esperienza di essere accolti ed amati per chi siamo e non per quello che facciamo o diamo all’altro. D’altrolde il per sempre della promessa matrimoniale è proprio questo: scelgo di amare te senza aspettarmi nulla da te tanto che prometto di farlo tutta la mia vita, quando sarà facile e quando non lo sarà. Oggi vi parlerò della nostra sete. Di cosa abbiamo sete?

Abbiamo sete di senso. Io, non so voi, da ragazzo avevo un grandissimo peso nel cuore. Era il vuoto del senso. Dov’era il mio posto nel mondo? Che senso aveva la mia vita? Non mi mancava nulla. A ventidue anni avevo un lavoro, degli amici, la salute e anche la giovinezza eppure non ero felice. Ero tormentato, a volte agitato, alcune addirittura disperato. Non vedevo l’ora di uscire con gli amici per “divertirmi” e per bere in compagnia. In un inutile susseguirsi di giorni più o meno piacevoli.

Oggi, venticinque anni dopo, ho una vita completamente diversa. Sono sposato e padre di 4 ragazzi. Apparentemente ho rinunciato a moltissimo. Non mi piace però la parola rinuncia accostata al matrimonio. Preferisco scelta. Il matrimonio è sempre una scelta e mai una rinuncia. Se per voi il matrimonio è rinuncia c’è forse qualcosa da cambiare, forse la prospettiva con cui lo guardate e lo vivete. Sento spesso i miei amici, ancora scapoli convinti, affermare che non si sposeranno mai. Non credono di poter rinunciare alla libertà, alle uscite, ai viaggi, ai divertimenti, al tempo libero, ai soldi. Rinunciare a tante cose. Troppe per loro. Io da sposato la vedo diversamente. Non ho rinunciato a nulla. Ho semplicemente scelto la parte migliore. Non ho rinunciato al tempo libero. Ho utilizzato quel tempo per la mia famiglia, per amare, per servire, per dialogare, per sentirmi parte di un progetto più grande, per vedere il mio amore con Luisa prendere forma e carne nei nostri figli. Non ho rinunciato a nulla, ho solo scelto il meglio. Ho rinunciato ad avere più soldi da spendere per me stesso. Una famiglia numerosa costa. Ma è davvero una rinuncia? Quando torno a casa e trovo mia moglie che mi aspetta e mi abbraccia, trovo i miei ragazzi e la mia principessina che mi sorride, farei cambio con qualche milione di euro? No! Nulla vale più di questo. Non ho rinunciato a nulla. Ho preso il meglio.

Ecco il matrimonio aiuta noi sposi a trovare il senso e a dissetarci. Ci disseta perchè ci permette di essere fecondi. Luisa ed io siamo fecondi non perchè abbiamo avuto quattro figli, ma perchè abbiamo imparato a farci dono l’uno per l’altra e nel dono d’amore si trova anche il senso della vita. Una vita trova senso quando si impara a donarla. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. (Lc 17, 33)

Il matrimonio non ci rende felici solo perchè possiamo soddisfare tutti i nostri bisogni affettivi e sessuali. No! Certo ci fa piacere ricevere attenzioni e sentirci al centro dell’amore dell’altro. Questo però non è ciò che ci rende davvero felici. Io sono felice quando riesco a rendere felice Luisa, quando mi dono a lei, quando sono capace di sacrificio per lei. La promessa matrimoniale che ho fatto a Luisa di amarla ed onorarla ogni giorno della vita diventa la promessa di Dio di farmi trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. Nonostante i miei limiti e i miei peccati che ancora ci sono, ma la direzione ce l’ho ben chiara. A volte riesco altre meno. Per questo esiste il perdono e la misericordia.

Più ci si riesce a donare e più la vita sarà carica di senso e di pace. Tanti santi ne sono un esempio. Anche nella tribolazione non hanno mai perso la pace. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Non ci si sposa perchè l’altro ci renda felici. E’ un’illusione che possa riuscirci. Anche solo perchè è mortale e ci sarà sempre la paura di perderlo. Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo cambio di mentalità, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera. Mi rendo conto che il mondo porta da tutt’altra parte. Siamo educati a dare valore alla relazione in base a quanto riceviamo e a quanto ci soddisfa. Il centro siamo sempre noi. Questo non porta felicità. Rende le relazioni solo sempre più precarie. Pensateci un secondo. Proprio nel nostro tempo in cui le relazioni non sono mai state così libere dal giudizio sociale e da vincoli religiosi e civili, proprio in questo periodo ci sono tantissime persone che soffrono per quelle relazioni e necessitano di cura psicologica. Non c’è mai stata così tanta fragilità.

Il senso è quindi nel dono e il matrimonio è un’occasione per vivere il dono di sè e l’accoglienza dell’altro in modo totale. Senza risparmio. Per questo possiamo dissetare quella sete che sentiamo nel cuore. Per questo è una vocazione che ci può condurre a Gesù e ci permette di vivere da re e regine la nostra vita.

Antonio e Luisa

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Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare

Come possiamo sfamare l’altro nella nostra relazione sponsale? Di cosa ha fame nostro marito? Di cosa ha fame nostra moglie? Dalla nostra esperienza diretta personale e da quella indiretta di tante coppie che abbiamo ascoltato in questi anni crediamo di poter rispondere a questa domanda. L’uomo e la donna hanno fame di gratuità. Hanno bisogno di essere importanti e preziosi per qualcuno. Esserlo non per quello che danno o che fanno ma per quello che sono. Dio ci ama esattamente così. Ci ama tutti ma nello stesso tempo ci ama in modo esclusivo, come se fossimo gli unici. Il matrimonio è esattamente anche questo. Tra le molteplici caratteristiche c’è proprio l’unicità. Essere capaci di un amore esclusivo. Esclusivo perchè chiede di darci completamente. Non significa che non possiamo voler bene ad altre persone. Ma solo nel matrimonio è possibile con quella completezza.

C’è tutto di tutto. Tutto il cuore, tutto la spirito e naturalmente tutto il corpo. Non a caso l’amplesso fisico è un gesto autentico solo quando vissuto nel matrimonio. Abbiamo fame di questo. Di essere accolti in tutto quello che siamo. Abbiamo bisogno di mostrarci mettendoci a nudo senza difese e senza maschere. Spogliarci dei vestiti forse è la cosa più semplice. Molto più difficile spogliarci di tutte quelle difese che abbiamo costruito intorno a noi. Abbiamo fame di mostrarci per come siamo e fare esperienza di un’alterità che ci ama così come siamo. Che ci vede preziosi senza che dobbiamo nascondere le parti di noi che meno ci piacciono.

Che bello quando in una relazione ci si libera delle aspettative. Che bello quando si smette di fissare l’attenzione su quello che l’altro dovrebbe fare o non fare, naturalmente sempre secondo il nostro insindacabile giudizio, e incominciamo ad amare davvero. A donare la nostra tenerezza, il nostro ascolto, il nostro perdono, il nostro servizio e anche il nostro corpo. Anche quando magari l’altro non è perfetto e forse non fa altrettanto con noi.

Che bello donarsi così. No! So cosa state pensando! Non è da sfigati. E’ da re e da regine! Io mi sono sentito amato tantissimo da mia moglie proprio quando ero consapevole di non meritarmi tanto riguardo e tanta cura. Eppure lei mi ha accolto sempre. Che bello fare esperienza di questo amore. E’ davvero sfamare quella fame d’amore che abbiamo tutti nel cuore. Che bello e quando si fa esperienza di questo amore gratuito il cuore si riempie di riconoscenza e di desiderio di restituire quanto ricevuto. Questa è la forza e il fascino dell’amore. Ti attrae non con la prepotenza e la prevaricazione ma ti attrae per la bellezza e la pienezza che dona.

Vivere così il matrimonio senza aspettarsi nulla l’uno dall’altra è la via per crescere sempre più. L’amore si nutre dell’amore. Amando mia moglie scopro l’amore di Dio e con l’amore di Dio trovo la forza per amare senza condizioni la mia sposa. Un circolo d’amore che nutre la nostra fame. In questo modo possiamo sfamare Cristo presente nel nostro sposo o nella nostra sposa.

Antonio e Luisa

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Sosteniamoci l’un l’altra

Se vogliamo essere capaci di amare davvero la persona che abbiamo accanto, l’ho scritto innumerevoli volte negli del blog o nei libri che Luisa ed io abbiamo pubblicato, bisogna trovare la fonte inesauribile dell’amore ed abbeverarsi a quella. Mi riferisco naturalmente alla nostra fede e alla nostra relazione con Dio, in particolare con la Persona della Trinità Gesù, che si è fatto uomo come noi. Però, c’è un però! Quando ci sposiamo incominciamo un percorso a due dove non sempre, anzi quasi mai, siamo davvero capaci di amare così. Luisa ed io viviamo momenti di alti, dove ci sentiamo forti e pieni dell’amore di Dio, e altri dove invece facciamo più fatica a sentirci amati da Gesù, e quindi facciamo più fatica anche ad amare l’altro gratuitamente. Non riusciamo più ad attingere alla sorgente dell’amore inesauribile e ci ritroviamo ad essere di nuovo un po’ mendicanti e finiamo con cercare nell’altro quell’amore che ci manca. C’è una riflessione scritta da Etty Hillesumnel suo diario che mi ha colpito moltissimo. L’ho trovata profondamente vera e saggia. Etty, una ragazza ebrea olandese morta nel campo di sterminio di Auschwitz nel 1943 a 29 anni, scrisse sul suo diario: Quando s’investono tutte le proprie energie nel desiderio della persona amata, in fondo le si fa torto: perché allora non rimangono più forze per essere veramente con lei. Parole bellissime. Per stare con lei, con la mia sposa davvero, devo liberarmi di lei, del bisogno di lei. Cosa fare quindi?

C’è un racconto tratto dalle Fonti Francescane relativo al santo di Assisi che ci può aiutare a capire.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Come ho già scritto anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Anche per Luisa è così. E’ una fatica credo che faccia un po’ parte della nostra umanità ferita dal peccato. La fede è un dono che a volte facciamo fatica a sentire. Le parole di San Francesco hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Per riflettere su quello che concretamente possiamo fare nella nostra relazione sponsale, ci lasceremo guidare da un passo evangelico molto conosciuto:

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Matteo 25, 35-40)

Nei prossimi articoli rifletteremo su ognuna di queste opere di misericordia corporali.

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Ci arrabbiamo perchè siamo deboli. La rabbia nella coppia.

Oggi affrontiamo un discorso spesso poco poco preso in considerazione. Si fa fatica a tirarlo fuori nelle conversazioni con amici e parenti. Si fa fatica perchè racconta una parte di noi che vorremmo nascondere e della quale ci vergogniamo. Parliamo di rabbia. La rabbia accompagna la vita di tante persone. La rabbia è un’emozione che caratterizza più o meno tutti. Fa parte della nostra umanità ed è la nostra risposta alle difficoltà della vita, a ciò che ci provoca dolore e sofferenza. La rabbia è il nostro modo di manifestare la frustrazione. Nella coppia la rabbia è una dinamica che può portare a tanti problemi, tanta sofferenza e tanta divisione.

Cosa fare? Ci sono due diversi ambiti di intervento. Intervenire sulle cause e intervenire sulle manifestazioni con cui la tiriamo fuori.

Le cause della rabbia. Ci monta la rabbia perchè non riusciamo a soddisfare un bisogno o un desiderio. Ci monta la rabbia perchè la realtà non è come noi vorremmo. Ci monta la rabbia perchè l’altro non si comporta secondo le nostre aspettative o perchè non ci viene riconosciuto quanto vorremmo e crediamo di meritare. Insomma la rabbia è una risposta fisica ed emotiva alla frustrazione. Frustrazione dovuta ad una sofferenza. La rabbia è pertanto sintomo di debolezza. Più siamo deboli e più ci arrabbiamo. Più siamo deboli e più ci sentiamo inadeguati e impreparati ad affrontare una determinata situazione, una critica, un atteggiamento o quant’altro, e più cercheremo di mostrarci forti con l’aggressività e con la rabbia che monta dentro di noi. Cosa fare? Mettere un confine. Questo lo insegnano bene Claudia e Roberto di Amati per Amare. Mettere un confine significa custodire una parte di noi dove ci sentiamo realizzati, amati e belli nonostante ciò che può avvenire fuori di noi. Nonostante ciò che avviene nelle nostre relazioni affettive, nel nostro lavoro e nella nostra vita in genere. Più saremo capaci di crescere nella nostra autostima e nella consapevolezza che valiamo sempre e comunque, più comprenderemo che siamo amati da Dio sempre, e meno cadremo nella frustrazione e nella rabbia. Io mi sono reso conto nella mia vita di quanto tutto questo sia vero. Appena sposato ero molto aggressivo e avevo tanta rabbia dentro. Perchè ero molto debole ed insicuro. Non ho mai usato violenza verso la mia sposa e verso i figli sia chiaro, ma verso le cose si. Urla, pugni sulla porta e lancio di oggetti contro il muro mi è successo di farlo. Ero giovane. molto debole caratterialmente e poco maturo. Mi sono trovato con una moglie e due figli nel giro di poco. Chi te l’ha fatto fare? L’ho scelto io ma ero comunque impreparato e non sapevo cosa significasse la responsabilità di una famiglia. Mi sono trovato davvero in difficoltà e quindi molto arrabbiato. Avevo tutto ma mi sentivo completamente impreparato e inadeguato a vivere quella vita. La mia sposa ha avuto tanta pazienza nel sapermi aspettare. Ha visto oltre quello che sapevo e potevo dare in quel periodo. Negli anni di matrimonio sono diventato più forte e anche la rabbia ora mi colpisce molto meno di prima.

La rabbia va buttata fuori. La rabbia è un’emozione. Ciò significa che tende ad accendersi e a spegnersi nel giro di breve tempo. Rischia però, se repressa e negata, di trasformarsi in un sentimento di rancore. Il sentimento è qualcosa di molto più durevole e difficile da estirpare quando negativo. La rabbia repressa continua ad accumularsi dentro di noi e porta spesso addirittura a malattie psicosomatiche. Insomma è un veleno che piano piano uccide le nostre relazioni e anche il nostro corpo. Attenzione quindi a non trattenerla. Non è la mossa giusta!

Come buttarla fuori? Non fate l’errore di tirare fuori tutta la rabbia tra di voi. La rabbia è un’emozione quindi non è un peccato. Non colpevolizzatevi se provate rabbia. Lo diventa se lasciamo che si trasformi in ira. L’ira è la rabbia non controllata, è la rabbia che ci domina e ci conduce a compiere il male. Quando si è irati non solo si urla, ma si dicono anche parole di cui poi spesso ci si pente. Per non parlare poi di chi usa violenza fisica. Senza arrivare alle relazioni tossiche e violente, quanto male ci facciamo anche solo con le parole! Se siete arrabbiati non sfogatevi mai con vostro marito o con vostra moglie. So benissimo che la tentazione di farlo è fortissima. E’ la persona che avete più vicino e quella con la quale vi potete mostrare maggiormente per come siete. E’ però anche quella che più dovreste amare, rispettare ed onorare. Quante ferite inferte in un momento di rabbia. Poi la rabbia passa, ma le parole dette restano, pesanti come macigni. Cosa fare allora?

La rabbia va controllata e incanalata. Controllate la vostra rabbia. Non significa reprimerla. Significa accompagnarla fuori in modo che non nuoccia a voi stessi e alle persone che avete accanto. Significa trasformarla in energia. Trovate una valvola di sfogo. Io ad esempio ne ho due. Quando sento la rabbia corro, metto le scarpe da runner e vado a correre. Quando la rabbia è un po’ più forte vado in auto, faccio un breve giro ed urlo. L’urlo è liberatorio. E’ davvero buttare fuori quel veleno. So che altri hanno acquistato un sacco da boxe e lo riempiono di pugni. Trovate il vostro modo ma, mi raccomando, custodite e preservate la vostra famiglia dalla vostra rabbia. Se succede chiedete scusa. Il danno ormai è fatto, ma cercate di contenerlo per quanto possibile. Se invece subite l’ira da parte dell’altro cercate di essere pazienti e cercate di dare il giusto peso a quello che vi è stato detto in un momento di rabbia. So che le ferite restano ma date il giusto peso.

Il consiglio è quello di non vergognarvi della vostra rabbia. Fa parte di voi, di noi. Non siamo perfetti, abbiamo delle fragilità e delle debolezze che scaturiscono poi nella rabbia. La rabbia è un’emozione che ci dice che siamo vivi, quindi di per sè è anche positiva. La rabbia ci dice che ci teniamo al nostro matrimonio e alla nostra vita. Peggio è l’indifferenza. L’indifferenza è morte dell’anima o della relazione. Piuttosto imparate a gestire la vostra rabbia. Piuttosto vergognatevi quando la buttate addosso alla persona che amate ferendola e facendola stare male. Coraggio, è un cammino ma il sacramento del matrimonio ci può aiutare a crescere anche in questo nella misericordia reciproca e con la grazia di Dio.

Antonio e Luisa

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Il tocco del re e della regina

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Il re e la regina (ricordiamo che con il battesimo e poi con il matrimonio lo diventiamo al modo di Cristo) lo sanno fare anche quando c’è tensione e divisione. I cristiani possono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare l’altro anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Non è neanche un gesto falso. Nel nostro cuore c’è sempre una parte che desidera abbracciare e ricominciare. Spesso però facciamo vincere l’altra parte di noi. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Con un gesto regale. Questo abbraccio ci piace chiamarlo il tocco del re (o della regina). Un tocco che porta subito tre conseguenze positive:  ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, ci permette di superare la concezione dell’altro come avversario e ci  permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente don Carlo Rocchetta che scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morteche le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte. Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio? Perdono, ci ricorda sempre don Carlo, è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento. Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Ora vi propongo una seconda riflessione. Il re e la regina conoscono l’importanza di non perdere tra loro il contatto fisico. L’amore è fatto anche di contatto fisico. La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non solo nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (l’amplesso è un abbraccio, il più profondo degli abbracci)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica, con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Antonio e Luisa

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