Non posso buttare un dono tanto grande

Di seguito una testimonianza a mio parere meravigliosa. Meravigliosa anche se colma di sofferenza. Alessandra è una donna che ha deciso di amare davvero. Ha deciso di continuare ad affidarsi a Gesù e al dono del matrimonio che ha ricevuto. Anche se suo marito ha un’altra vita e un’altra donna. Io non so se il suo matrimonio fosse nullo. Sarebbe stato molto difficile appurarlo, visto i tanti anni di matrimonio già alle spalle e la presenza dei figli. La sua resta comunque una scelta di sacrificio e d’amore che non può non essere luce per tutti.

Buongiorno Antonio, ti seguo sempre con piacere e condivido molti dei tuoi post con qualcuno della mia parrocchia. Non so se ti ricordi di me, un giorno ti ho scritto che sentivo fortemente il peso del mio matrimonio fallito e che avrei voluto strapparmi di dosso questo matrimonio. Sai, ho intrapreso la strada per verificare la nullità del mio matrimonio, ho parlato con un sacerdote e con un avvocato, ma nel frattempo, parlavo soprattutto con Dio. Arrivò il giorno in cui l’avvocato mi fece sapere che era tutto pronto per iniziare l’iter di nullità matrimoniale. L’indomani mi disse che avrebbe presentato i documenti al tribunale. Lì, ebbi un ripensamento. Le dissi di aspettare ancora qualche giorno, non ero più sicura.

Ebbene, la domenica successiva, mentre eravamo in parrocchia a fare le prove del coro, fra una messa e l’altra, entrò in chiesa una coppia di sposi. Nella messa successiva avrebbero festeggiato il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Ci chiesero di cantare per loro. Vuoi sapere cosa è successo? Il sacerdote durante l’omelia parlò loro del “dono” del matrimonio ricevuto dal Signore e che loro di questo dono, insieme a Dio, ne avevano fatto cose grandi.

Ecco, io ho sentito forte dentro di me la parola “dono”. Il Signore mi aveva accontentata donandomi il matrimonio, la famiglia, i figli e tanto altro ancora. Ed io cosa volevo fare? Volevo far finta che mai nulla fosse accaduto? Mi venne in mente un piccolo pensiero parallelo: sarebbe stato come se io avessi fatto un regalo prezioso a mio figlio e lui lo avesse buttato! Io mi sarei dispiaciuta molto!

Ebbene, non ho mai più telefonato all’avvocato, i miei documenti non sono mai stati presentati, mio marito continua a vivere la sua vita, io continuo a pregare il Signore che riempia con il Suo Amore questo vuoto che sento. Parliamoci chiaro, il vuoto c’è, l’amore è necessario per vivere, forse non sono pronta a “sentire” l’Amore del Signore (quell’Amore che tutto avvolge), per fortuna ci sono i miei figli, ma loro andranno via ed io mi farò “grande”.

Chissà se mai sarò “amata” su questa terra, di un amore vero e completo! Ma sai, sono felice di aver preso questa “croce” e avere la consapevolezza che non è poi così pesante, se non in alcuni momenti. So che c’è un motivo per tutto questo perché “tutto concorre al bene di coloro che amano il Signore” (San Paolo – Romani) , ma spero sempre in un miracolo.

Antonio e Luisa

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Chiediamo a Gesù di fare la Sua parte!

Alcuni giorni fa stavo facendo due chiacchiere con un’amica. Quest’amica aveva alcuni problemi con il marito già da un po’ di tempo. Io ero lì, pronto ad ascoltare e a dare i miei consigli. Questa volta però è stata lei a darmi una lezione che mi ha colpito. Mi ha colpito proprio per la verità che ho percepito nelle parole di questa persona.

Certo, se ci sono problemi ci sono anche delle cause da ricercare e risolvere nella relazione. Su questo non c’è dubbio. Però spesso c’è anche un altro aspetto, un’altra dimensione, che tendiamo a dimenticare. Don Fabio Rosini scrive che la psicologia ti può aiutare a trovare il tuo equilibrio ma la felicità e la gioia sono di competenza di altro. Noi diremmo di un altro. Sono frutti dell’incontro con Gesù.

Torniamo a noi. Questa amica non riusciva a provare più quell’attrazione e quella passione che le davano la gioia di amare suo marito. Non si è mai arresa. Ha cercato in tutti i modi di recuperare quanto perso confrontandosi con suo marito e cercando di porre rimedio ad alcuni atteggiamenti e dinamiche di coppia. Ha fatto anche un’altra cosa. Mi ha davvero edificato ascoltarla.

Si è messa davanti al crocifisso, perseverando giorno dopo giorno, e ha “urlato” a Gesù tutta la sua sofferenza. Si è ricordata che Gesù si è fatto carico del suo matrimonio. Ha testualmente detto a Gesù nella preghiera: Tu mi hai messo accanto quest’uomo, tu me lo hai donato nel matrimonio. Ora tocca a te fare qualcosa perchè io possa ritrovare tutta la gioia che ho perso. Io ti prometto di donarmi completamente a te al mio sposo, ma il resto devi farlo tu, io da sola non riesco.

Oggi ho visto il miracolo. Questa persona sembra di nuovo innamorata di suo marito. Hanno ricostruito insieme, si sono impegnati a fondo entrambi, hanno riempito le giare e Gesù ha fatto il resto. Ha trasformato l’acqua nel vino buono. La loro relazione è risorta.

Ricordiamoci di questa grande risorsa che è la preghiera e la grazia del sacramento delle nozze. Gesù non aspetta altro che un nostro cenno per riempire il nostro cuore del Suo amore

Antonio e Luisa

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Il tatuaggio degli sposi

In questi anni vanno sempre più di moda i tatuaggi. Tatuaggi d’appertutto. Tatuaggi anche sul collo o sul viso. E’ diventato davvero qualcosa di popolare. Lo sapete, cari sposi, che anche noi siamo tatuati? Non sul corpo! Alcuni di voi probabilmente lo sono anche sul corpo, ma voglio parlare di un altro tipo di tatuaggio. Uno che abbiamo tutti. Giovani sposi o vecchi sposi. Non fa differenza.

E’ un tatuaggio che è impresso direttamente sul nostro cuore. E’ un tatuaggio che indica un’appartenenza. Ne troviamo traccia nel Cantico dei Cantici. Verso la fine, al capitolo 8:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore

Ct 8, 6

E’ una frase che probabilmente dice molto più di quello che la maggior parte delle persone comprende ad una lettura veloce e non meditata. Invece è importante meditarla bene perchè questo versetto è davvero il cuore di ogni matrimonio cristiano.

Il sigillo è un’immagine molto forte. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” (sigillo in greco) era il segno che il padrone faceva sugli animali, per cui quel segno indicava che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. Il termine è stato poi ripreso in ambito militare. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento (divisa, bandiera, stelletta..) intorno al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava unità e solidarietà.

Mettimi come sigillo sul cuore significa ti appartengo. Sono tua/o e tu sei mio/a. Non possiamo essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne. Ricordate San Paolo quando afferma Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me? Qui è la stessa cosa, ma letta in chiave sponsale. Non sono più io che vivo, ma sei tu, amato mio sposo, amata mia sposa, che vivi in me e io vivo in te. Questa è la nostra vocazione. Siamo chiamati a farci così: prossimi all’altro/a e capaci di decentrare le nostre attenzioni tanto da vivere per la gioia e per il bene dell’altro/a. Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Tutta la persona è partecipe di questa appartenenza. Nel corpo e nella sua parte più profonda ed interiore. Nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. In tutto ciò che mi caratterizza come persona c’è il tuo sigillo. Metti il mio dentro tutto ciò che tu sei. Questo è l’amore sponsale autentico. Un amore che desidera tutto dell’altro/a e dà tutto all’altro/a. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico perchè solo così può essere meraviglioso e pieno. Un amore esigente, ma proprio per questo vero.

Antonio e Luisa

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Chi è Gesù per noi?

Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai».
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?
Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

Matteo 16, 21-27

Qui casca l’asino! Pietro pensa e dice esattamente quello che diremmo tutti noi (dai quasi tutti). Pietro pensa che Gesù, essendo figlio di Dio, sarà sicuramente protetto da ogni male e da ogni dolore. Pietro pensa così di manifestare la sua grande fede in Gesù. Gesù lo stronca immediatamente. Non lo stronca perchè vuole ferirlo ma per metterlo in guardia. Perchè vuole bene a Pietro e sa che dietro quei pensieri si nasconde un grande pericolo. Pietro potrebbe credere di essere lui stesso al riparo da ogni male in quanto discepolo di Gesù, per la sua fede. E succederà proprio così. Lo dimostra il comportamento di Pietro che poco tempo dopo rinnegherà per ben tre volte Gesù.

Pietro siamo noi. Anche noi ci siamo sposati con un’idea che ci frullava nella testa. Con l’idea che la nostra fede e il sacramento del matrimonio ci avrebbero protetto da ogni male. Che il nostro matrimonio ci avrebbe donato sempre gioia e pace. Invece non è così.

Gesù è categorico. Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Gesù non ci promette nulla di tutto questo. Anzi ci ricorda che la croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Antonio e Luisa

Punto e a capo

Questa mattina ero al mare…

Sono venti anni che vengo a villeggiare in questo meraviglioso posto del Salento e i ritmi si sono scanditi sempre alla medesima maniera. Orari per andare in spiaggia, incontri con le famiglie che regolarmente frequentano questo luogo come noi, i tuffi nella splendida e trasparente acqua marina, il caffè in ghiaccio, i rumori e gli schiamazzi, l’animazione del villaggio, canti, balletti e gioco aperitivo, la crema solare e quant’altro. Anche quest’anno ci risiamo, stessa spiaggia stesso mare diceva una nota canzone.

Eppure, non è proprio cosi.

Estate del Covid 19 potremmo chiamarla e credo che negli annali rimarrà questa definizione. Questa riflessione mi è nata proprio nel vedere gli operatori dell’equipe animazione e della loro efficiente attività per far divertire i villeggianti. Mentre i bravissimi ragazzi si adoperavano nelle performance classiche del ballo di gruppo pensavo proprio alla modalità comune di noi esseri umani. Qualunque cosa ci capiti, nel momento in cui ne abbiamo possibilità, cerchiamo di riprendere le cose così come le abbiamo lasciate, adoperandoci come nulla fosse accaduto. Se per anni le equipes di animazione hanno agito in un certo modo, continueranno ad agire nello stesso modo, riproponendo ciò che da sempre è piaciuto alla stragrande maggioranza dei riceventi.

Io per esempio mi lamentavo del fatto che la musica fosse troppo alta o che si imponesse a tutti la pratica di certi riti orientali, tanto graditi ai più, come il saluto del sole alle dodici, tipicamente appartenente alla filosofia yoga. Vi rendete conto cosa sarebbe accaduto se avessi proposto il momento corale dell’ANGELUS nel bel mezzo della spiaggia? Sarei finita in tutti i giornali per imposizione cattolica agli astanti, mentre, per un saluto al sole e relativo “om”, nessuno oserebbe scandalizzarsi perché risulterebbe esotico e trasgressivo. Infatti meglio essere creduloni che credenti e meglio invocare chi manco sai piuttosto che il Dio Vivo e Vero che ciascun battezzato ha come Padre.

Però per venti anni è accaduto ripetutamente questo e i ritmi si sono scanditi cosi.

Ecco perché, questa mattina , mentre vedevo quattro persone che cercavano di riprendere il discorso del risveglio muscolare o del balletto di cui sopra, mi sono resa conto che non è più come prima e che, quando si crea un problema enorme come il lockdown, tutti a casa e poi tutti “apparentemente” liberi, il punto non va a capo come sempre ma occorre riprendere in mano una vita diversa.

Se tutto questo può generare in noi una sorta di “nostalgia canaglia” dei vecchi tempi in cui tutto scorreva liscio e tutti si bivaccava come si voleva, è anche vero che deve offrirci una visione diversa delle cose e anche un modus operandi differente sull’andazzo del mondo circostante. Chi può dire ad esempio che non sarebbe stato bello, negli anni precedenti, recitare l’Angelus piuttosto che l’om e magari oggi ritrovarsi in un universo migliore avendo sempre invocato un Dio creatore e desideroso del bello e del bene piuttosto che troppe invocazioni che non conosciamo e che ci immergono solo in tante idolatrie? Forse ora, nella precarietà di un futuro immerso nell’incertezza di un Covid virulento abbasseremmo un po’ tutti la cresta e la superbia di sentirci onnipotenti di fronte a tutto?

Magari fosse cosi!!!

Però che tristezza vedere il nostro tentativo di continuare a vivere come niente fosse. Del resto anche difronte ad un terremoto devastante il dopo non è più quello di prima. Occorre tirar via tutte le macerie, ripulire, rigettare le fondamenta, ricostruire e poi riabilitarsi dentro, nei cuori, nelle esistenze, negli inevitabili cambiamenti. Invece cosa vediamo accadere? Divisioni, opinioni contrastanti, ideologie politiche e teologiche, corse a legiferare il tutto e il di più persino in dispregio dei valori minimi quali la vita e la famiglia che è l’unica cellula di formazione del mondo stesso.

Qualche giorno fa ho scritto questo pensiero e lo ri-sottoscrivo qui: “Uno Stato che legifera la morte e lo fa anche in tempo di pandemia, come mai si preoccupa cosi tanto per tutelarci dal Covid? Questo ben venga ovviamente ma la vita o la tuteli sempre o mai. Insomma credo che i conti non ci tornano vero?” In tanti casi si aiuta a morire (aborto, embrioni congelati, eutanasia, indifferenza nell’ uso di alcool e sostanze soprattutto a danno dei giovani..) e poi dinanzi ad una pandemia tutto questo zelo???

Per tornare all’inizio di questa riflessione vorrei sottolineare che di tanti comportamenti sbagliati o addirittura pericolosi, tendenti al male, nessuno se ne avvede quando ci si sente padroni del mondo. Quando invece le cose cominciano a vacillare non sarebbe bene fermarsi e fare una ricca inversione ad “u” della propria esistenza? Se l’uomo che dovrebbe tendere a salvare ogni vita umana, come nel caso di fermare i contagi, continuerà ad imporre leggi mortifere come potremo liberarci del male? Santa Madre Teresa di Calcutta lo disse dinanzi ai potenti della Terra e ammutolì tutti gli astanti.

Qualcosa è cambiato?

Allora credo sia vero che nulla può essere come prima se non operiamo la conversione del cuore. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Mt (11,28-30)

Dove pensiamo di andare se non a Lui?

Rifletti tu che stai leggendo e non ti perdere in mezzo ai falsi profeti o ai branchi di lupi perché sarai divorato e mai RISTORATO!!!!

Cristina Epicoco

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Articolo originale sul blog di Annalisa Colzi

Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 2 parte

Lc 10,30 Gesù allora rispose e disse: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni
Veniamo ora all’uomo malcapitato che scende da Gerusalemme a Gerico. Quale senso si trova dentro questa direzione e cosa possiamo trovare in essa come rivelatrice di un’interiorità in balia del dissenno. Il tale si dirige a Gerico, troppo spesso vista semplicemente come la città icona del peccato e dunque di primo impatto potremmo affermare che l’uomo cade in balia dei perdoni a causa del suo peccato. Spesso nella Scrittura lectio facilior-la cosa più facile. non è la via più giusta da imboccare rispetto alla lectio-difficilior-la cosa più difficile.
Partiamo dal nome della città di Gerico che proviene dalla radice yrḥ che significa luna o mese. Non la stessa parola ma un concetto analogo viene usato in Es 12,2 quando viene Dio inizia ad istruire Israele su come avverrà la propria liberazione e come dovranno celebrarla. Altro particolare che possiamo notare, attingendo alla tradizione rabbinica, la radice yrḥ e la radice yrh-indicare-insegnare da cui poi viene la parola Torah, sono molto simili e anche facilmente associabili da un punto di vista fonetico. Al netto di tali dettagli capiamo che Gerico non è la città del peccato ma di una legge che è veramente se stessa perché conduce, accompagna e libera. Quando però abbiamo lo spirito abbattuto è facile equivocare la più bella e santa delle cose, come aver bisogno di amore, e cercarlo nel suo surrogato. Gerico è anche la prima città della conquista, dove una prostituta salvò gli esploratori del popolo e ne favori la presa. Una prostituta salva il popolo, dunque Gerico può apparire il luogo dove puoi essere trattato bene, senza supponenza dove vige il mal comune mezzo gaudio, poiché se siamo tra peccatori almeno nessuno ti giudica, se siamo tutti dei falliti almeno non c’è nessuno che ti tratta come tale. Quest’atteggiamento e di chi ormai non ha più voglia di lottare per difendere la sua dignità, di chi non ha più il coraggio di chiedere perdono, di chi ormai ha deciso di credere agli insulti e quindi fermo di andarsene, dove pensa possa essere peccatore tra peccatori per sentirsi un po’ amato.

Quando la vita di relazione diventa una legge che schiaccia, invece di accompagnare e liberare, chi vive la relazione può cadere nell’errore di credere nel giudizio posto su di lui e vedere nel peccato una via di fuga, una chiusa dietro la quale proteggersi.
33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione[…] 35estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
Questo gesto del Samaritano sembra qualcosa di scontato se guardiamo il suo agire precedente, appare come qualcosa che suona normale per la nostra odierna modernità abituata a pagare l’albergazione, ma se ci caliamo nel contesto di chi scrive e racconta questi versetti sono a dir poco innovativi e gestanti in se stessi la strada e la direzione che il Samaritano traccia per chiunque ha scelto di amare: tutti i personaggi di questa parabola seguono un strada, il Samaritano ne traccia una nuova!

Nella società antica l’accoglienza era qualcosa di sacro, ospitare il forestiero era come dare ospitalità a Dio, tanto che nella scrittura troviamo lo stesso Abramo contrapporsi agli uomini di Sodoma poi che è l’uno accolse l’angelo del Signore cf. Gn 18, mentre gli altri non accolsero il Signore ospite di Lot cf Gn 19: il peccato di Sodoma era anche la mancanza di accoglienza.
Se questa sacralità riempie la realtà dell’accoglienza possiamo immaginare quanto fosse dissacrante pagare per essere ospitati. Un ulteriore conferma sulla situazione di pagamento ci viene dalla parola usata da Luca per indicare l’albergo e cioè pandocheion, il quale si differenziava dal katalumata-alberghi non commerciali.
Tale particolare ci apre ad una realtà intrinseca del cuore misericordioso, egli paga ciò che sarebbe dovuto, rompe gli schemi disinteressandosi se la cultura o il pensiero dominante rilevi il suo gesto come uno scendere a patti con ciò che è inteso come sacrilego. La persona magnanime rischia per cambiare le cose, poiché è bello pensare che la promessa di ritornare per poi estinguere il debito possa aver incontrato un cambiamento nell’albergatore facendolo diventare uomo di accoglienza gratuita.
Spesso nelle nostre scelte generate e generanti misericordia possiamo trovarci davanti alla necessità di dire al “si è sempre fatto cosi” stai sbagliando, o mettersi contro a chi crede ciecamente di essere nel giusto, non ponendosi più il problema del giusto o sbagliato, ma vivendo nella verità di chi ritiene la persona il fine e il sommo bene. Essere misericordiosi in famiglia e nella coppia significa fare scelte incomprensibili, magare da parte della tua famiglia di origine, e porre chi ami sempre al centro del tuo cammino: “ne ebbe compassione” v.33, splachizomai e cioè ne fu toccato fino alle viscere. Ma dopo ciò arriviamo da dove avevamo cominciato: “Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: la “sliding door” un porta scorrevole che si apre piuttosto che chiudersi può cambiare la vita”.
Bhe la vita di chi crede in Gesù di Nazareth non è mai una “sliding door” non un caso che cambia la vita ma una scelta: amare e lasciarsi amare da chi vuole tracciare una via nuova che rende nuove tutte le cose! Cf Ap 21,5

Fra Andrea Valori

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Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 1 parte

Non far decidere ad una “sliding doors” ma a chi “sceglie” facendo nuove tutte le cose!
Non si può dire certo che la nostra vita non sia condizionata dagli eventi, e che questi non la determino in modo così profondo attraverso gli incontri che facciamo. Possiamo incontrare la persona giusta al momento giusto e trovarne giovamento, fare la scelta sbagliata nel momento sbagliato e portarcene dietro il peso per anni. Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: “sliding doors” un porte scorrevoli che si aprono piuttosto che chiudersi cambiando la vita e il corso della propria storia.
Ecco la misericordia non è una “sliding door”, la misericordia è una porta sempre aperta, con qualcuno che ne custodisce la breccia e ha deciso che, nonostante tutto, quel passaggio sicuro tra i confini della nostra debolezza e le frontiere del nostro dolore, non dovrà mai chiudersi.
Lc 10 29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”
E’ bello che vedere che non tutte le domande evangeliche sono domande legittime, domande che purtroppo sono gravide di una falsa giustificazione, ma che sono giustificate dalla difficoltà dell’esperienza del prossimo. Realtà così complessa, quella del prossimo, già testimoniata in modo quasi cinico dalla Scrittura, che nella sua lingua d’origine documenta la parola prossimo con le stesse radicali del termine “male” r’ e inoltre, la parola fratello con le stesse lettere dell’interiezione di dolore “ahime” aḥ. Il prossimo molte volte è il nostro fallimento, un fallimento che ci porta a scendere da Gerusalemme a Gerico, compiendo un tragitto molto più breve di 30 km, curvando il collo con un viso rabbuiato che cerca consolazione dove può trovare solo rapina: la delusione viene rapinata dalla tristezza e la tristezza ti lascia mezzo morto.
Ora la domanda è: chi passerà accanto a te per salvarti, e tu lascerai che qualcuno possa farlo? La sfida che il buon Samaritano, di Colui che è stato chiamato sprezzantemente samaritano, il Signore Gesù, è soccorrere chi è stato colpito dalla persona amata e dare il coraggio della riconciliazione. Uno dei passaggi più liberanti e consacranti nella coppia sta proprio nel lasciarsi risanare da chi ti ha ferito, ricongiungere lo strappo non con un panno grezzo ma tessendo un vestito tutto nuovo: questo è perdonare, questo è chiedere perdono, tutto ciò è lasciarsi perdonare e dire: non voglio farlo più, aiutami! Gesù Samaritano apre gli occhi su una realtà fondamentale: essere capaci di distinguere e capire chi è il proprio nemico. Contestualizzando il brano del vangelo, nel paesaggio che lo racchiude, non è difficile immaginare che l’attenzione piuttosto che rivolgersi ai briganti, è da prestare al luogo dove questi era quasi certo che fossero per tendere l’agguato. Il deserto di Giuda infatti, più volte citato nella scritture e nei salmi, è percorso da un’unica strada che congiunge Gerico e Gerusalemme, e tale via s’infittisce in una coltre di pendii scoscesi e vicoli ciechi dove è ignaro ciò che si possa trovare, oltrepassato il limite delle curve strette che li delimitano. Il Deserto di Giuda è ricco di una fascino contrastante poiché puoi ammirarne la bellezza dalle sommità delle sue alture, così come si ammira un gregge che si muove disomogeneo nella sua spontaneità, ma può risultare spietato quando lo percorri nei suoi sentieri sempre come un gregge che spostandosi calpesta tutto ciò che ha a tiro.

Sal 113,6 Perché voi monti saltellate come arieti e voi colline come agnelli di un gregge?
Una zona di questo deserto, situata sempre tra le due città è chiamata ma’aleh addummim ossia le alture insanguinate. Ciò significate che tutti i personaggi di questa parabola del vangelo sapevano che era rischioso percorrere quella strada, lo fanno per motivi diversi ma una cosa è certa: si stavano spostando da una città ad un’altra affrontando un rischio. Al netto di questo forse dobbiamo cercare di capire non tanto perché i briganti hanno attaccato l’uomo, non tanto perché il levita e il sacerdote non si fermano, o perché quell’uomo volesse passare di li. La cosa interessante su cui interrogarsi è il perché avessero lasciato una città per recarsi altrove. Il vero brigante è chi ti ha fatto prendere una strada pericolosa.
Del levita e del sacerdote conosciamo il percorso ma non la direzione, questo ci concede di cogliere alcuni elementi del loro atteggiamento. Entrambi si stavano muovendo nel loro territorio, tanto che la loro meta non è chiara, tutto era loro, tutto era scontato, erano estremamente sicuri.
L’abbondanza di sicurezza li conduce però lontano dalla loro ragione di vita: stare nel Tempio del Signore.
La città di Gerusalemme e il Tempio, il palazzo del re e la sua rocca forte sono stati sempre accumunati dal descrivere un’unica realtà teologica e cioè il rifugio nella forza e nel baluardo che Dio è cf Sal 46,2—Sal 48,4. Il levita e il sacerdote sembrano aver ormai frainteso la sostanza fondante delle costruzioni simbolo della Città Santa, quindi esse non sono più rifugio per il perseguitato ma diventano lustro aristocratico, vezzo nobiliare, non è più Dio che santifica il Tempio, ma è il Tempio che obbliga Dio a stare lì e perciò tutto orbita verso il Tempio, tutto orbita verso di me. Questo processo è l’antitesi di un cuore misericordioso, poiché espressione di una persona che non è più vera ma costruita. Tale persona all’interno delle relazioni, ha sempre il sorriso stampato sulle labbra e non capisce perché gli altri non ce l’abbiano, questo individuo si presenta come il paradigma di ogni situazione dove ognuno deve comportarsi secondo suoi canoni e capacità, detto personaggio è un instancabile motivatore che non si capacità perché chi è accanto a lui arranchi non sia contento o faccia fatica. Un tale tempra d’umano è simile a chi predica che va tutto bene quando è la sua cecità la causa della sofferenza della coppia, della famiglia o della comunità, è colui che risponde a chi gli dice : “sto male non ce la faccio, le cose non vanno bene” con un “non è vero che stai male, perché io sto bene, va tutto benissimo e poi io sto gestendo al meglio”!
Non è più Dio che santifica il tempio, ma è il Tempio che rende Dio glorioso, non è più la persona che amo la ragione della mia vita, ma è la persona che amo a doversi sentire onorata di far parte della mia vita così perfetta e gratificante, ma così tanto triste da essere straordinariamente sola, invece che lenta faticosa proprio perché piena di amore unico e particolare che non recalcitra nel correre un rischio: sporcarsi le mani con chi è mezzo morto!

(Continua)

Fra Andrea Valori

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L’amore ci fa re e regina

L’amore nasce dalla Signoria, Signoria di Cristo in noi che incontra la nostra volontà. Volontà che si fa dono nell’incontro con un’alterità  diversa da noi, ma a noi complementare.

L’amore fa di noi poveri mendicanti e schiavi, dei Re e delle Regine. L’amore è un Re che non domina ma si fa servo.

L’amore è come un animale che non si lascia addomesticare da noi ma vuole la nostra resa per lasciarsi prendere.

L’amore nasce nel cuore ma cresce e matura nella mente dell’uomo. L’amore non prende forma nella morbidezza di un cuore ma nell’asprezza di una croce.

L’amore è incontro e scontro insieme. L’amore è fiducia in qualcosa che non si comprende ma che sai che ti salverà. L’amore è retrocedere da solo per andare avanti insieme. L’amore è aspettare senza forzare.

L’amore è farsi parte di un tutto. L’amore non esiste se non nella concretezza della carne. L’amore è la tenerezza di un abbraccio ad occhi chiusi perché a parlare sia solo l’incontro dei corpi assaggio dell’abbraccio eterno con Cristo.

L’amore è un albero che va nutrito e curato per dare frutto e non seccare.

L’amore è forte come è più della morte  perché davanti a lui la morte arretra ed è sconfitta.

Grazie perché, attraverso le mie e le tue fragilità, impariamo ad amare ogni giorno della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

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Chi dite che io sia?

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Matteo 16, 13-20

Oggi farò una riflessione un po’ creativa. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Quindi se Gesù è amore possiamo trasporre quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa sul matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Cosa pensa quindi la gente del sacramento del matrimonio? Cosa pensano in particolare i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Si promette il per sempre, ma non ci si crede fino in fondo. E’ un per sempre condizionato. Se l’altro/a non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore mi sento liberato/a dalla mia promessa. E’ una questione di giustizia. Ciò è quello che credono molti cristiani.

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere nel nostro matrimonio la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo.

Ecco solo aderendo all’amore di Gesù nel nostro matrimonio. Solo quindi vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo imparando ad amare in questo modo il nostro coniuge, anche quando non se lo merita e il nostro amore sembra sprecato ingiustamente, possiamo trovare nella nostra vita quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Accogliersi per crescere nell’amore

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Elogio del matrimonio

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. Mi richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei. Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Dieci parole per un matrimonio felice (2 parte)

Di seguito le ultime 5 indicazioni che Marchesini ci offre e che ci servono per completare il decalogo iniziato con l’articolo di ieri (clicca qui)

      6.  Fa’ qualcosa per rendere più piacevole la vostra casa. Il talamo nuziale è il sacer della coppia. Sacer è quel luogo recintato dove nell’antichità precristiana si entrava in relazione con il divino. Non a caso la persona preposta ad essere mediatore e ad offrire sacrifici ed olocausti era il sacerdote. Termine che ancora oggi usiamo. Il talamo è questo recinto sacro della coppia dove si manifesta in modo più visibile e percepibile il noi, la relazione abitata da Dio. Si può estendere questo recinto a tutta la casa. La casa è quindi luogo sacro della famiglia. Non solo della coppia. E’ il luogo dove la famiglia si ritrova attorno alla tavola. Il luogo dove si custodiscono i ricordi belli e brutti. Il luogo dove c’è dialogo e relazione. Luogo di preghiera. Luogo anche di contrasti e di litigi, ma sempre nella certezza di essere amati. Luogo di condivisione e di libertà di mostrarsi per quello che si è senza dover dimostrare nulla. Per questo è importante curare la nostra casa. Significa considerare prezioso tutto ciò che rappresenta, Significa considerare preziosa la nostra famiglia e la nostra relazione.

     7.  Non devi difenderti dal tuo coniuge: è il tuo migliore alleato, non un nemico.  Altro punto delicatissimo. Quante volte abbiamo paura del giudizio del nostro coniuge? Quante volte siamo i primi a giudicare? Il matrimonio deve essere luogo di sostegno e non di condanna. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare.  Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce.  Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.

  8.   Se vuoi qualcosa devi dirlo, altrimenti non c’è modo per gli altri di saperlo.  Questo punto riguarda in particolar modo le fanciulle. Uomo e donna sono diversi tra loro. Lo sono più di quello che voi possiate pensare. L’uomo, nella maggior parte dei casi, non desidera altro che rendere felice la propria sposa. Spesso non serve neanche molto. Basta la parola giusta, basta anche il silenzio a volte. Deve però sapere il vostro pensiero, le vostre sensazioni e il vostro stato emotivo. Non pretendete che capisca da solo. Non pretendete da lui più di quello che può darvi, resterete insoddisfatte voi e frustrato lui che non capirà nulla. E anche quando non avesse tutta questo desiderio di accontentarvi non potrà dire di non aver capito. Sta a voi essere chiare.

   9. Occuparsi di sè non è egoismo: è un modo per fare agli altri un regalo più bello. Non chiudiamoci in famiglia. Non rinchiudiamoci in famiglia. La famiglia non è una prigione. Se abbiamo interessi che coltiviamo non smettiamo di farlo. Sempre con moderazione e senza sacrificare la nostra relazione sponsale, ma non annulliamoci. E’ importante che comprendiamo questo per noi e per il nostro coniuge. Se io esco di casa per giocare a calcetto con i miei amici e poi torno in famiglia contento, sfogato e rilassato riuscirò ad essere anche un padre e un marito migliori . Se la mia sposa ama andare con le amiche al cinema ogni tanto perchè riesce così a staccare e a rilassarsi ben venga. So che quando tornerà sarà più disponibile e aperta anche nei miei confronti. Sta a noi trovare il giusto equilibrio affinchè il nostro primo pensiero sia per la famiglia, ma che non diventi l’unico pensiero cancellando tutto il resto.

  10. Tra marito/moglie e suocera non mettere il dito.  Spesso esistono tensioni nella coppia causate dal rapporto non sempre indipendente tra il coniuge e la sua famiglia di origine. Quando ci sposiamo dobbiamo  essere ben consapevoli che se il nostro coniuge ad esempio è un mammone, non smetterà di esserlo improvvisamente per grazia divina una volta sposati. Ci stiamo prendendo un grosso rischio. Dobbiamo esserne consapevoli. Se decidiamo di correrlo non possiamo poi pretendere nulla da lui/lei. Se siamo fortunati e riusciamo a mettere centinaia di chilometri tra noi e la sua famiglia non ci sono grossi problemi. Nel caso invece abbiamo i suoceri vicino la scelta più sbagliata che possiamo compiere è ricattare e mettere di fronte ad una scelta (tardiva) il nostro sposo o la nostra sposa. Non possiamo metterci in mezzo cercando di dividerli. Dobbiamo al contrario lasciare piena libertà all’altro/a facendo di tutto per attirarlo/a a noi. Quando si inizia una guerra con la famiglia di origine di solito non ci sono mai vincitori, ma solo morti e feriti.

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Dieci parole per un matrimonio felice

Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta cristiano, voce di Radio Maria e autore di diversi libri, ci offre nel suo saggio E vissero felici e contenti diversi spunti interessanti tra cui il decalogo per un matrimonio felice. Mi è piaciuto molto. Una lista senza velleità di essere scientifica, ma al tempo stesso molto utile per riflettere sul nostro matrimonio e su alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare la relazione.  Di seguito riporto i dieci punti aggiungendo un mio breve commento.

  1. Non cercare la tua soddisfazione, ma quella del coniuge. Per questo ti sei sposato. E’ importante avere sempre presente questa verità. Lui/lei non potrà mai renderti completamente felice. Non puoi controllare le sue scelte, il suo comportamento e il suo agire. Ciò che puoi fare e di cui hai il pieno controllo è impegnarti a fondo per renderlo/a felice. Questo hai promesso nel matrimonio. Senza mettere sulla bilancia quanto e cosa ti offre l’altro/a. Il tuo amore deve essere incondizionato. Solo questo ti può far vivere in pienezza il tuo matrimonio che prima di tutto è una vocazione cioè la tua risposta all’amore di Dio che Lui ti ha già dato.
  2. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, una decisione, una promessa. Non vale dire non sento più nulla. Non lo/la amo più. L’amore non è sentire. L’amore, come abbiamo visto al primo punto, è volere il bene dell’altro/a. Volerlo e darsi da fare per offrirglielo. Il matrimonio è soggetto, essendo una relazione non a termine e quindi lunga, a sbalzi nei nostri sentimenti, a momenti di sentimenti forti e altri di aridità. Ci saranno momenti in cui non saremo sostenuti dalla passione d’amore. Non importa possiamo e dobbiamo amare comunque.
  3. Il tuo coniuge è diverso da te: ricordatelo. Spesso siamo portati a dare al nostro coniuge quello che piace a noi. Spesso non comprendiamo che parole o atteggiamenti che per noi sono normali e non negativi possano invece dare fastidio al nostro coniuge. Non è lui/lei ad essere esagerato. E’ soltanto diverso/a da noi. Amare significa preoccuparsi della sensibilità dell’altro/a e amarlo/a nel modo che a lui/lei piace. Non serve amare una persona in un modo che non le trasmette amore. E’ nostro impegno di sposi conoscere qual’è il modo migliore per dare il nostro amore.
  4. La differenza tra marito e moglie è una ricchezza, non una disgrazia. Uomo e donna sono diversi. Non lamentiamoci per questo, ma al contrario contempliamo la bellezza dell’altro/a che ci attrae proprio perchè è qualcosa che non ci appartiene, ma che ci appare un mistero meraviglioso. Nel maschile e femminile che si uniscono c’è una ricchezza tale da essere l’immagine terrena più vicina alla famiglia trinitaria di Dio. Ricordiamocelo e ringraziamo Dio per averci donato una creatura tanto diversa da noi e per questo incantevole e affascinante.
  5. Il tuo matrimonio dipende anche da te: stai facendo tutto il possibile? Siamo inclini a notare le mancanze dell’altro/a molto più facilmente rispetto alle nostre. Spesso non serve continuare a lamentarsi per ciò che non fa l’altro. Cosa posso fare io per migliorare la situazione? E non tiratemi fuori che fate già molto più di lui/lei. La relazione sponsale non è luogo per fare i sindacalisti. Ricordate che vincete o perdete insieme.

Con il prossimo articolo i successivi 5 punti.

Antonio e Luisa

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Per tutti ma non per tutti!

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Matteo 15, 21-28

Questo Vangelo ci lascia un po’ straniti. Gesù considera degni del suo interesse solo gli israeliti? Per comprendere l’atteggiamento di Gesù è importante contestualizzare. Nei versetti precedenti del capitolo, Gesù deve constatare per l’ennesima volta il cuore chiuso dei farisei e dei dottori della legge. Gente che dovrebbe essere la più vicina a Dio e che invece basa la propria religiosità su precetti e regole che restano vuote se non riempite con l’amore. Così l’osservare quei precetti non serve loro per avvicinarsi a Dio, ma solo per montare in orgoglio e superbia e per sentirsi migliori degli altri.

La Cananea era invece una straniera, per giunta donna. Una persona che agli occhi degli ebrei non godeva di nessuna considerazione. Eppure Gesù l’ascolta. Certo non subito. Mette alla prova il suo cuore e le sue intenzioni. L’ascolta e ne rimane affascinato. Questa mamma, sofferente per la sofferenza della figlia, si prostra davanti a Lui. L’atteggiamento di chi è consapevole di non essere nessuno e di essere davanti al Signore, anche se quella donna non lo conosceva.

Ecco l’insegnamento di questo Vangelo. Noi sposi crediamo che, in virtù della nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa Lui non potrà fare nulla.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che in modo consapevole o inconsapevole lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. Non lo sapevate? Questa volta, a differenza della prima, le ceste che avanzano non sono 12 ma 7. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto. Dodici indica il numero delle Tribù d’Israele mentre 7 indica la completezza. Dalle dodici Tribù di Israele si passa al tutto, a tutti gli uomini della Terra.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Amare come Maria

Oggi si festeggia l’Assunzione di Maria al Cielo. La sconfitta di Satana. Dio, attraverso questa meravigliosa creatura che è Maria, mostra ciò a cui tutti siamo destinati. Per questo Satana la teme tanto. Maria preservata dal peccato ma vera donna. Una donna che trae forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat questo concetto è espresso molto bene. Noi traduciamo perchè ha guardato l’umiltà della sua serva. Il testo originale greco è molto più esplicito. La traduzione più fedele sarebbe tu hai guardato la bassezza della tua serva. Maria prima di raggiungere le altezze del Cielo è stata capace di abbassarsi fino a terra. E’ stata capace di prostrarsi davanti a Dio consapevole di non essere nulla.

Consapevole di non meritare l’amore così appassionato e profondo del Suo Dio, tanto da essere da Lui scelta per diventare Sua madre. Incredibile. Quanto può insegnare anche a noi Maria. Io provo un amore fortissimo verso la Madonna proprio perchè è così. Maria è rimasta sempre umile, spesso nel nascondimento e nel silenzio. Maria è stata dileggiata, insultata, sono state dette di lei le peggiori cattiverie e trattata come una poco di buono. E Giuseppe, che l’ha accolta, ha fatto la figura del cretino davanti alla sua gente.

Quanto può insegnare anche a noi Maria. Spesso non siamo capaci di umiltà perchè cresciuti con una educazione che ci insegna a non farci mettere i piedi in testa. Sappiamo che passare per deboli e persone senza palle è una reputazione tra le peggiori che possiamo avere. Eppure il coraggio sta proprio, come Maria, nell’abbandonarsi all’amore.

Abbandonarsi all’amore significa abbracciare la giustizia di Dio che non è la nostra. Concretamente possiamo essere come Maria in tante circostanze. Alcune molto gravi altre più comuni e veniali. Significa perdonare il nostro coniuge se ci tradisce riaccogliendolo. Significa essere capaci di fare il primo passo quando litighiamo. Significa farlo anche quando pensiamo di avere ragione ed è stato/a lui/lei a cominciare. Significa essere capaci di donarci anche quando l’altro/a è in una giornata no. Essere teneri/e e sorridenti anche quando lui/lei ci tratta con freddezza o durezza.

Tutto il mondo, nei casi che ho elencato, vi dice di essere forti, di mettere i vostri diritti e la vostra ragione in cima a tutto e di dare a lui/lei ciò che si merita. Maria ci dice altro. Maria ci dice che la giustizia è amare senza limite e abbandonarsi a Dio, che è l’unico capace di poterci accogliere nella vita eterna e che ci può dare la felicità già su questa terra. Ci può dare la pace.

Perchè la nostra forza non viene da come l’altro/a ci tratta, ma viene direttamente da Dio. Questa consapevolezza di essere preziosi e bellissimi agli occhi di Dio può avvenire solo in un modo: come ha fatto Maria, prostrandoci davanti a Lui e dicendo hai visto la bassezza del tuo servo.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è un amore trasfigurato!

Nei nostri articoli abbiamo più volte ricordato come la Chiesa affermi che matrimonio ed Eucarestia hanno molto in comune. Entrambi questi sacramenti producono come frutto la reale presenza di Gesù. In modo permanente e perenne. Fino a quando il pane e il vino non vengono consumati e fino a quando gli sposi sono in vita. C’è però una differenza che ho sempre trovato difficile spiegare. Ho letto pochi giorni fa una riflessione che mi ha davvero illuminato. Una riflessione di padre Mauri. Padre Mauri è uno dei precursori della moderna spiritualità matrimoniale, che poi è stata approfondita e acquisita dalla Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II e la bellissima Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. Padre Mauri affermò in una sua catechesi:

Il matrimonio è l’incarnazione sacramentale di un Mistero, il mistero delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa, una fede illuminata crede che la celebrazione produce una mistica trasigurazione degli sposi.

Capite la differenza? Gli sposi, in virtù della reale presenza di Gesù in loro, nella loro relazione, vengono trasfigurati. Il pane e il vino, attraverso la transustanziazione, non sono più pane e vino ma mutano sostanzialmente nel sangue e nel corpo di Gesù. Noi sposi no. Io resto Antonio, Luisa resta Luisa, ma il sacramento del matrimonio ci trasfigura. Certo serve l’apertura del nostro cuore.

E’ un concetto incredibile. Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio.

Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano.

Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio. Quante famiglie riescono a sostenere sofferenze e lutti che potrebbero annientare chiunque. E che amore trasfigurato riescono a mostrare quelle che nonostante la sofferenza ne vengono fuori più forti e unite di prima.

Quanti sposi vengono abbandonati dal coniuge. Eppure riescono a non odiarlo e anzi a pregare e offrire la loro sofferenza per la salvezza di chi li ha abbandonati.

Quanti sposi non riescono ad avere dei bambini eppure riescono a rendere il loro matrimonio fecondo donando tutto il loro amore a chi ne ha bisogno in mille modi diversi. Non è forse un amore trasfigurato?

Ecco cari sposi ora guardatevi e ammirate l’uno nell’altra la bellezza di una vita donata e che diventa via di salvezza per voi e per il mondo intero. Cari sposi guardatevi e ammirate la bellezza di Dio nel vostro amore.

Antonio e Luisa

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Chi c’è nel nostro cuore?

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Ecco verrebbe da fare la stessa domanda per quanto riguarda l’adulterio. E’ nato prima l’adulterio o prima l’impurità? Siamo adulteri perchè non siamo puri? Molti credono che non avere uno sguardo puro possa condurre all’adulterio. Anche io pensavo fosse così. Che fosse quindi fondamentale concentrarsi sull’evitare determinati atteggiamenti. Con la nostra volontà. Invece fra Andrea mi ha offerto una prospettiva un po’ diversa. Il tradimento nella coppia nasce da un altro tradimento. Il tradimento verso Dio. Il primo impegno che dovremmo avere non è quindi nel non fare qualcosa, ma nell’aprirci a Dio e aprire il nostro cuore alla Sua volontà. Crescere nell’intimità con Lui ci può aiutare a mantenere anche la purezza. Non per dovere ma per amore e per scelta di ciò che è meglio per noi stessi.

Nel decalogo Dio antepone al comportamento sbagliato la parola ebraica che i nostri esegeti hanno tradotto con “non”. Non è da intendere però come lo intendiamo noi. Quando Dio parla a Mosè con quel “non” intende dire non semplicemente qualcosa da non fare, ma dà un significato molto più profondo. Sta dicendo che Lui in quel modo di agire non c’è. E se Lui non c’è non ci siamo neanche noi. Lui non c’è nell’omicidio, Lui non c’è nel furto, e così via. Non sono quindi comportamenti che ci possono dare gioia. Non possiamo essere noi stessi. Vuol dire che stiamo commettendo adulterio verso di Lui e verso di noi. Vuol dire che non è più Lui ad essere l’amore della nostra vita, ma c’è qualcos’altro. Siamo adulteri ed infedeli verso di Lui.

Questo vale naturalmente anche per il sesto comandamento. Se noi metteremo ciò che vediamo e sentiamo come perno della nostra vita non saremo capaci di amare. Se ciò che sentiamo, quindi le nostre emozioni, le nostre pulsioni, le nostre sensazioni, diventano ciò che dirige la nostra vita, non saremo mai capaci di amare davvero. Non saremo mai felici.

Dio non promette mai nulla. Fateci caso. Quando Dio parla ciò che dice è già una promessa. Tutto ciò che Dio dice è promessa. Dio ci promette che saremo felici, che vivremo una vita piena. Ci promette che sperimenteremo una sessualità piena e autentica. Se solo custodiamo nel cuore le Sue 10 Parole. Invece spesso non siamo capaci di farlo. Ogni tradimento, ogni comportamento sessuale che adultera il significato autentico della sessualità, manifesta la nostra incredulità. Significa non credere che Dio possa renderci felici, ma che possano farlo le nostre emozioni.

Gli adulteri non hanno un cuore aperto a Dio, per questo si troveranno nella continua ricerca di una felicità e di una pienezza che non potranno mai trovare. Perchè la felicità e la pienezza non si trova nell’assecondare i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Seguirli ci può condurre solo alla precarietà e a prendere dagli altri. Continuamente. Perchè le emozioni vogliono continuamente essere alimentate come un fuoco che brucia in fretta.

Dio ci dice che la vera felicità sta nel roveto ardente. Dove il fuoco è inesauribile perchè è Dio stesso ad alimentarlo. E’ un fuoco che non consuma e non distrugge. Ecco, Dio sa che abbiamo bisogno di una sessualità fondata sulla fedeltà e sul per sempre, dove Lui c’è e ci siamo davvero anche noi.

Solo così può davvero darci ciò di cui abbiamo bisogno e realizzare la promessa scritta dentro di noi. Solo così le nostre relazioni saranno basate su un amore vero, improntato sul dono e sull’apertura all’altro/a, e non sul ripiegamento su noi stessi e sull’egoismo.

Il matrimonio è il luogo privilegiato dove vivere l’amore secondo Dio, dove realizzare la promessa e dove recuperare anche uno sguardo puro. Tutto sta nel prendere coscienza di tutto questo e, quando le emozioni e le pulsioni cercheranno di prendere il comando della nostra vita, inginocchiamoci davanti a Lui e alziamo lo sguardo per incontrare il Suo. Troveremo la forza per scacciare dal nostro cuore quelle tentazioni che vogliono renderci adulteri verso Dio e verso la pienezza dell’amore e della nostra umanità. Noi promettiamo di amarci come Dio e Dio ci aiuterà a farlo ma dobbiamo fidarci e affidargli la nostra vita fino in fondo.

Antonio e Luisa

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L’amore appassionato è casto!

Oggi mi fa davvero piacere poter presentare una breve recensione di un libro. E’ scritto da un ragazzo del 1998. Un libro che è una testimonianza forte dove si racconta una storia d’amore. Più precisamente Filippo racconta come ha deciso di vivere il suo fidanzamento con Giulia. Voglio citare anche lei perchè se Filippo ha scritto certe cose è perchè lei le ha condivise con lui. Già perchè questo libro parla di castità.

Castità è una parola che spesso è usata con un’accezione negativa. Castità significa per tanti, non poter fare, non essere liberi di amare, non lasciarsi trasportare dal sentimento e dalle emozioni. Ancor di più la castità può essere avvertita come castrante dai giovani come Filippo e Giulia, che provano emozioni e sentimenti fortissimi sopratutto quando si tratta di amore e di essere innamorati.

Mi sento di ringraziare Filippo proprio per questo. La sua testimonianza è dirompente perchè riesce a trasmettere bellezza in ogni pagina che ho letto. Nel suo libro non ho mai letto un’accusa verso chi sceglie altri stili di vita. Non ho mai letto parole di condanna o di biasimo. Non si è mai posto al di sopra di nessuno. Con la gioia di una vita vissuta nella verità e nella fede, ha semplicemte raccontato la sua scelta, dandone le ragioni.

Credo che tutto il libro sia davvero affascinante. A partire dalla copertina dove sono raffigurati Filippo e Giulia. Sono belli, bellissimi. Certo tutti i giovani lo sono, ma loro hanno qualcosa in più. Il loro sorriso parla. Il loro sorriso ci conferma che ciò che Filippo ha raccontato è davvero una scelta di pienezza e di gioia vera.

Non è un cammino semplice. L’autore non lo nasconde. Se fosse facile vivere un fidanzamento casto significherebbe che qualcosa non va. Come si fa a non desiderare di vivere un gesto meraviglioso come l’amplesso con la persona che più desideriamo e che più amiamo? Filippo non nega di avere questo desiderio. Vuole però che quel gesto tanto bello diventi un’esperienza di completezza, di purezza e di verità. Non vuole rovinare quel momento che tanto desidera rendendelo qualcosa di falso, dove non c’è armonia tra cuore e corpo. Per questo serve però tanta preghiera e una vita abitata da Gesù.

Mi sono appassionato così tanto a questo libro forse perchè Filippo ha scritto il libro che avrei scritto anche io. Lui lo ha fatto però a 22 anni. Ha dimostrato una maturità e un dono dell’intelletto (dono dello Spirito Santo che permette di comprendere la volontà di Dio) non comuni. Condivido ogni parola che ha scritto. Alla sua età ero molto più indietro. Se ho mantenuto la castità è solo merito di Luisa che mi ha sempre respinto. Ho vissuto la castità un po’ come una scelta obbligata. L’ho fatto per lei. Piano piano, però, ho compreso l’importanza di questa scelta e oggi le sono grato di avermi detto di no.

Ecco, oggi dopo 18 anni di matrimonio, mi sento di dire a Filippo che non si sta illudendo. Ciò che sta costruendo oggi nel suo fidanzamento sarà un tesoro che si porterà nel matrimonio e che permetterà a lui e Giulia di vivere una relazione matrimoniale che sarà meravigliosa, anche nel loro incontro intimo. Non si stancheranno mai, come avviene purtroppo per tante coppie, perchè avranno saputo educarsi a vivere la tenerezza e la loro sessualità come un vero incontro d’amore, dove donarsi ed accogliersi nella verità e nella reciprocità. Usando le parole con cui Filippo termina il libro:

La purezza se ben intesa non toglie il desiderio di fare sesso con chi amiamo, ma anzi lo accende se la nostra vocazione è quella di condividere tutta la vita con lui

Credo che questo libro vada fatto leggere ai nostri ragazzi, regalato ad amici con figli adolescenti e ai nostri sacerdoti. I giovani vogliono qualcosa di grande, forse leggendo questo libro potranno comprendere quale sia la strada da intraprendere in un mondo che banalizza il sesso e punta sempre ad accontentarsi del minimo per paura di rischiare.

Ragazzi abbiate coraggio! Come Filippo e Giulia decidete di essere trasgressivi. La vera rivoluzione è la castità.

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Antonio e Luisa

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La fede sconfigge la paura!

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava gia qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario.
Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.
I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E’ un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».

Matteo 14, 22-33

Il Vangelo di questa domenica mi tocca molto. Evidenzia qualcosa che ci costituisce: la paura. Pietro ha paura. Anche gli altri discepoli hanno paura. Eppure conoscevano bene Gesù, credevano di avere fede. Conoscevano il lago e sapevano navigare. Molti di loro erano pescatori. La paura non riguarda solo ciò che non conosciamo. Spesso è paura di perdere proprio ciò che abbiamo e crediamo di conoscere. Quanto è vero.

Mi sovviene un altro episodio biblico dove si deve attraversare il mare. Si tratta della fuga dall’Egitto del popolo d’Israele. Anche lì, dopo che Dio ha aperto le acque, il popolo è incerto, ha paura. Ha paura non tanto del rischio di attraversare le acque (si anche di quello), ma credo ancor di più di perdere ciò che ha. Si, era schiavo in terra straniera, ma aveva di che mangiare e dove dormire. Ora lo attendeva la libertà, ma anche l’incertezza e il deserto.

Come non pensare poi a Giobbe e alla sua traversata del mare in tempesta. E’ la stessa cosa dell’Esodo. L’Esodo che ognuno di noi vive nella sua personale storia di salvezza. Giobbe ha perso tutto. Si è fidato di Dio, e nel deserto della Sua vita lo ha davvero incontrato, come mai gli era successo prima. Ha mantenuto la fede, ma quella vera. Non una fede che sembra più superstizione. Una fede che ci serve per esorcizzare il male, la sofferenza, le malattie e i lutti che purtroppo fanno parte della vita e non possiamo evitare. E’ solo un’illusione ripararsi in questo tipo di fede per paura di ciò che ci può accadere.

La fede quella vera è di chi decide di fidarsi anche quando si trova nel deserto, quando pur non vedendo vie d’uscita, pur nella sofferenza, pur nella difficoltà riesce ad affidarsi a Gesù e lì lo trova davvero. Lo trova più profondamente e in modo più vero di come mai lo abbia incontrato prima.

Voglio dedicare questo articolo a Michele. Lui è riuscito a fare la sua traversata. Si è sposato con Giorgia. Hanno avuto un bambino, Leo. Erano giovani, lui è ancora molto giovane. Lei si è ammalata, di una malattia devastante. Eppure non hanno perso la fede. Hanno incominciato il loro Esodo, hanno attraversato il deserto. Ora lei è nelle braccia di Gesù mentre Michele è un uomo luminoso. Uno che non ha paura perchè come Giobbe ha trovato Gesù nel deserto. Ha trovato chi è più importante di ciò che può perdere. Lunico che può dare senso, pace e un orizzonte eterno.

Quindi caro Michele ti ringrazio. Ci hai mostrato che possiamo perdere tutto, ma possiamo essere comunque persone libere e nella pace perchè ciò che davvero conta, Gesù, possiamo trovarlo proprio quando pensiamo di aver perso tutto il resto.

Antonio e Luisa

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L’abito fa la sposa.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo. Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito, per la sposa molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo, erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna (e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto).

Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarrà un tesoro da custodire e proteggere.

Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e, in quell’uno, potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e il mistero di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

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La Dracma ritrovata (2 parte)

Se vuoi leggere la prima parte clicca qui

Perché tale determinazione?
Ne aveva nove, potevano bastare, magari col tempo ne avrebbe guadagnata un’altra!?
Il libro del Deuteronomio ci apre al significato di questo gesto e di questa determinazione: le dramme da offrire per il sostentamento del Tempio erano due e, quindi, nelle cinque coppie qualcosa sarebbe venuto a mancare. Avrebbe dovuto portare in natura il valore di quella dramma, un peso da sopportare nel viaggio.

La donna, inoltre, sapeva che quella dramma e la ricerca di essa significavano onorare Dio con il Suo stesso modo di amare, poiché Egli aveva scelto quel luogo e quella dramma per amarla, facendosi onorare, facendosi amare da lei! E’ quella moneta la protagonista del brano e la donna lo comprende. La donna è immagine di un amore sponsale e apostolico che annuncia la verità: ognuno di noi è importante, unico e non può essere perso, ognuno di noi può rendere più leggero il cammino quando condivide scambievolmente il suo peso con gli altri. Ognuno di noi è il luogo che Dio ha scelto per essere amato in modo unico e dignitoso, poiché Dio dona la dignità di fare qualcosa per Lui, sempre e nonostante tutto!

Altro richiamo del vangelo è la ulteriore necessità del regno di essere regno di Dio in famiglia. Il monito di Gesù ci fa comprendere la responsabilità di essere e far sentire importanti.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture.

Mt 10, 7-9

Qui sembra esserci uno di quei tanti apparenti equivoci presenti nel vangelo: la donna che cerca il denaro è elogiata da Gesù, ma poi lo stesso Gesù dice di non portare né oro, né argento. Perché?

Al tempo di Gesù c’era una gerarchia nell’alveo delle monete, a seconda dei materiali con cui queste venivano prodotte. C’era il denaro d’argento, il denaro d’oro che equivaleva a venticinque denari d’argento. La disposizione precisa del Signore su cosa non portare, né oro, né argento, unita al fatto che esistevano monete romane di minor valore, fatte di rame e bronzo, come l’asse e il sesterzio, oltre una moneta di rame ebraica come il lepton, ci fa capire che la direttiva di Gesù è relativa non tanto al non portare soldi o al munirsi di mezzi quanto al portare con sé tutto ciò che ha
meno valore: l’apostolicità magnanime sa partire sempre dal minimo, dall’unità di misura più bassa dell’amore, la delicatezza sottile della benevolenza, lepton significa proprio sottile. Facendo un rapido calcolo secondo le stime dell’epoca il lepton valeva mezzo quadrante, perciò centoventotto lepton erano il valore di una dracma.

Ecco perché quella donna si dà tanto da fare, ecco perché Gesù ne parla come se stesse raccontando se stesso. Egli non vede mai solo una persona, ma la sua intensa complessità fatta di emozioni, desideri, speranze, dolori, gioie, ferite, peccati, perdoni e benedizioni. Gesù non si dà per vinto finché non riesce a toccare gli angoli più remoti del nostro cuore e a farli sentire amati e impone ad ogni apostolo di non lasciarsi attrarre dalla ricchezza dell’apparenza, ma di guardare la complessità sottile del cuore.

Ogni famiglia è Regno di Dio in uscita, quando vede in ciascuno non un singolo ma un insieme di ricchezze, quando anche chi ha perso se stesso sa che sarà cercato e ritrovato, quando si ha il coraggio di andare da chi ha perso tutto, forse anche la dignità del proprio amore, del proprio essere padre o madre, moglie o marito come un bimbo che gli dona un soldo che vale più di ogni cosa, vale un “Grazie …Dio ti benedica” per fargli varcare le soglie delle tenebre ed entrare negli atri della speranza: continuare a cercare e farsi amare con la nobiltà e la maestà dei figli di Dio!

Fra Andrea Valori

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Senza per sempre non c’è matrimonio

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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La Sua Grazia ci sazia

In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.
Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».
Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare».
Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qua».
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.
Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Matteo 14, 13-21

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù. Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

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Il sesso nel matrimonio è più vero.

Giovanni Paolo II nella sua bellissima teologia del corpo ha evidenziato qualcosa di fondamentale. Non mi viene in mente un passaggio dove lo esprima chiaramente, ma è una dinamica che si percepisce in tante sue riflessioni. Il matrimonio è il sacramento del corpo. Non è però solo questo. E’ il sacramento della redenzione del corpo. C’è una differenza etica, sostanziale. Cercherò di spiegarmi meglio.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro/a una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è uno degli ambiti dove più di tutti possono manifestarsi l’egoismo e l’istinto di possedere ed usare l’altro a nostro piacimento. Chi ha il cuore chiuso è ripiegato su di sè, è incapace di donarsi e incontrarsi davvero con l’amato/a. Certo, spesso infiocchetta il tutto di finta tenerezza e romanticismo. Ma è qualcosa di falso. Spesso non è neanche consapevole della falsità del suo amore.

Giovanni Paolo ci dice che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione anche in questo ambito. L’eros, incanalato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad uccidere l’egoismo che ci attanaglia il cuore. Piano piano il nostro sguardo dovrebbe decentrarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro/a e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perchè sovente non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e renderci sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

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E’ giusto che lei provi un senso di colpa?

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e ha provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto.

Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa, che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento, dovrebbe fare una bella confessione per sentirsi rigenerata e preziosa agli occhi di Dio, e poi dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Alla mia sposa

Mi hai donato tutto.
La tua tenerezza
per sentire l’amore.
La tua fragilità
per imparare ad essere responsabile.
La tua imperfezione
perché io la possa amare.
La tua inadeguatezza
perché la mia non mi sia troppo pesante.
La tua fortezza
per non sentirmi mai debole.
La tua femminilità
che mi stupisce e mi sorprende sempre.
La tua fecondità
per dare carne e vita al nostro amore.
I tuoi giorni
per dare senso ai miei.
Il tuo sguardo
per allargare il mio orizzonte.
Le tue sofferenze
perché possa consolarle.
Le tue parole
perché possa ascoltarle.
Il tuo perdono
per sentirmi rigenerato.
I tuoi sguardi
per sentirmi desiderato.
Il tuo abbandono
per sentirmi disarmato.
Il tuo corpo,  i tuoi baci e la tua anima
per sentirmi parte di te.
Tutto di te
per fare esperienza di Dio in una sua creatura.

Antonio

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Il matrimonio è il nostro tesoro!

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Per la terza domenica di fila la liturgia ci offre una Parola che parte dal campo. Prima la parabola del seminatore, poi la zizzania ed ora il tesoro nel campo. Il campo naturalmente siamo noi, è la nostra vita. Sopratutto il campo sono le nostre relazioni, o meglio, come riusciamo a vivere l’amore nelle nostre relazioni. La nostra relazione più importante è naturalmente il matrimonio.

Cosa significa quindi questa parabola? A me sembra molto chiaro. Il nostro matrimonio è una scelta radicale. Una di quelle scelte che ti chiedono tutto. Ci chiede di rinunciare a tutto. Nulla sarà più importante del nostro matrimonio. Solo Dio, che ne è l’origine e il fine.

Ciò non significa che non potrò più coltivare i miei interessi o giocare le mie partite di calcetto. Non significa che mia moglie non potrà più uscire con le amiche ogni tanto. Rinunciare non è questo. Rinunciare significa mettere ogni cosa al suo posto.

Significa valutare ogni scelta in relazione alla nostra relazione sponsale. Significa che se mi offrono un lavoro più gratificante, che mi richiede però di sacrificare il tempo della famiglia, mi tengo quello che ho, anche se mi piace meno. Significa rinunciare a frequentare determinate persone, se queste possono mettere in pericolo la mia relazione. Significa essere pronto a litigare con i miei genitori, se questi si intromettono troppo e destabilizzano la mia famiglia. Significa rinunciare al mio orgoglio per un bene più grande. Significa rinunciare alla pornografia se ne faccio uso. Insomma, ognuno di noi ha i suoi “idoli” dai quali fatica a steccarsi

Significa, in sintesi, riconoscere nel mio matrimonio il tesoro più grande che Dio mi ha fatto. Riconoscere nel mio matrimonio l’occasione di vivere una vita piena, l’occasione di sentirmi completamente uomo o completamente donna. Significa riconoscere nel matrimonio quel luogo dove posso realizzare la mia vita ed imparare ad mare sempre più e sempre meglio. Significa riconoscere nel matrimonio la mia vocazione e la mia strada verso la salvezza e la santità. Nulla in questa vita vale di più e per questo sono pronto a lasciare tutto se necessario.

Antonio e Luisa

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Gesù a Betania: difendere la coscienza dell’amato/a (2 parte)

Cominciamo da come entra Marta nel binomio dialogico Maria-Gesù: “Allora si fece avanti” v.40. L’espressione che racconta l’intervento di Marta è articolata attraverso il verbo epistasa al participio aoristo, il quale indica una priorità dell’azione di Marta sulla scena, in cui si pone come predominante. Questa predominanza assume i toni dell’imponenza, epistasa significa letteralmente imporre.

Marta si impone sulla coscienza di Maria e sul suo intimo dialogo col Signore, autoconsegnandosi una potestà che nessuno, se non Dio stesso, può avere. L’imporsi di Marta sfocia, poi, nel suo rivolgersi a Gesù con un vocativo kyrie o Signore! Marta si rivolge verso Gesù con una certa solennità: Signore[1], ma Chi nella Scrittura chiama e dona una vocazione è Dio e non l’uomo.

Marta si sta mettendo al posto di Dio, quasi decidendo come Gesù, il Signore, debba essere nei confronti di Maria, come Maria debba essere nei confronti di Gesù; cerca di gestire il sacro che c’è tra l’uomo e Dio, inscatolandolo nella paura di non riuscire a far tutto e di non poter controllare la situazione. Spesso nella coppia questo abuso di potere relazionale si materializza nella dinamica del ricatto e ancor peggio nel ricatto psicologico: “Non t’importa nulla-non ti importa nulla di me!”.

Questa espressione succitata è il rimporvero che Marta fa a Gesù, nel greco si usa verbo melo cioè darsi pensiero, legato dall’accadico malaku che significa “prendere una decisione”.

Colei che a Betania era la padrona di casa, decide a posto di colei che cerca un intimità col Signore, Marta pecca di misericordia perché è convinta di sapere qual è la cosa giusta, non capisce che uno dei più grandi atti d’amore è consentire a chi ami di scegliere, fare delle scelte che forse non condividi, ma rimanere un porto sicuro per chi ami, senza condizionamenti da il vangelo ci mette in guardia  “Dille dunque che mi aiuti”.

In Marta emerge un altro condizionamento presente a Betania nel ministero protettivo verso la coscienza: la paura.

 E’ palese la paura di lasciare libertà di scegliere, la quale presuppone la paura di lasciare libertà di sbagliare, ma che è principio di ogni cammino di coscienza[2] anche e soprattutto all’interno della vita del singolo all’interno della coppia. Marta, nella sua paura, non solo vuole avere tutto sotto controllo, ma ha bisogno di decidere su cosa e su come Maria sta facendo. Questo è grave, soprattutto, perché in quel momento l’oggetto in questione non è un pasto da cucinare, ma è il rapporto dialogante tra la coscienza redimente di Cristo e la coscienza bisognosa di amore particolare di Maria. 

L’aggressione-invasione che Marta opera sta nel voler controllare il rapporto tra Gesù e Maria e tutto ciò che ne è intimamente connesso. Questo abuso può avvenire per tutti coloro che esercitano che prima di esercitare un autorevolezza data dall’amore, impostano un autorità data da diritti che non hanno. Spesso il tarlo della coppia è la mancanza di dialogo, la difficoltà di affrontare questioni spinose che riguardano, il rapporto, la sessualità o l’educazione, si crede che l’altro debba aprirsi a tutti i costi e che il non riuscire a manifestare i propri pensieri sia una colpa. Nulla di più sbagliato, poiché l’apertura d’animo e di coscienza dei propri dubbi, difficoltà, rancori e desideri, sono da considerare doni da accogliere con umiltà e non pagamenti da strappare con supponente e arrogante presunzione.

Altra aggressione invasiva che notiamo a Betania è introdotta dall’evangelista, descrivendo le parole di Marta verso il Maestro: “Dille dunque che mi aiuti”.    Marta interviene verso Gesù e Maria proprio mentre i due stanno parlando e cerca di interrompere quell’azione, ordinando a Gesù di dare inizio ad altra. Appare quasi che l’aiuto richiesto sia un pretesto al fine di interrompere quel colloquio tra Maria e Gesù, che è Maestro e Parola allo stesso tempo. Il dialogo a tre si sviluppa attraverso un intervento indiretto da parte di Marta, verso Maria che la sorella però ascolta rimanendo in silenzio immobile.

Potremmo dirci: “Ma perche non l’ha presa da parte chiedendole semplicemente una mano?”. Tale modalità, un po’ grossolana, quando viene usata nelle relazioni intime, crea nella coscienza, il terrore dell’ aut aut “se fai questo vai bene, se non fai questo non vai bene”, facendo leva sul senso di colpa e sullo scrupolo di avere un rapporto con Dio diverso da come l’altro vorrebbe.

Marta non sembra saper aspettare i tempi di Dio, ma nonostante ciò Maria non risponde, né si “sottomette”: si difende, non lasciando entrare la sorella nella sua relazione con il Signore. Il delirio decisionale e controllante di Marta sfocia nel dover decidere con chi la coscienza della sorella debba interfacciarsi, nel controllare di cosa si parli e con chi: “tu non devi parlare con lei, lei non deve parlare con te!” Gesù difende la libertà e la coscienza di Maria, compiendo un atto di misericordia verso Marta impedendole di compiere il più efferato dei crimini: ferire la coscienza.

Ogni sposo e sposa ha insito nella sua vocazione carismatica il dono di poter difendere la coscienza di chi ama a volte proteggendola proprio dalla persona stessa, invischiata purtroppo nel facile inganno di credere di non saper amare abbastanza e sentire per questo il senso di colpa che puo essere lenito da un semplice sguardo che ti ascolta.


[1] Cf. M. Crimella, Con me in Paradiso, p. 41.

[2] Cf. Amoris Letitia 305.

Fra Andrea

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Torniamo alle origini del nostro matrimonio!

I sacramenti sono uno strumento dirompente che abbiamo a disposizione e, in molti casi, ne facciamo scarso uso. Perchè questo? Perchè in fondo non ci crediamo tanto. Mi ci metto anche io che faccio una gran fatica ad entrare nella realtà trascendente dei sacramenti. Eppure, se ci pensiamo un attimo, essi sono davvero un dono immenso che Gesù ci ha dato. Traggono forza da Lui direttamente, dal Suo sacrificio sulla croce, dove ha pagato per tutti. Ha pagato per salvarci. Cosa significa salvarci? Significa ridonarci lo sguardo delle origini. In tutta la nostra vita. Lo sguardo di chi era in armonia con Dio Padre e con i fratelli. Ecco, Gesù è morto in croce per restituirci quello sguardo.

Questo è vero in ogni ambito della nostra vita. Lo è ancor di più nel matrimonio, perchè la relazione sponsale stessa è sacramento perenne dove Gesù è presente in modo reale e misterioso, in modo simile all’Eucarestia. Due sposi hanno questa grande possibilità di tornare ad avere l’uno per l’altra lo sguardo di Dio.

Ecco che quando ci sono problemi in famiglia o nella coppia spesso non torniamo alla fonte del nostro amore redento, che sono appunto i sacramenti. Spesso ci sentiamo soli nella nostra sofferenza. Quando c’è qualche problema più grave ricorriamo a psicologi o psicoterapeuti. Che va benissimo. E’ importante capire la causa psicologica delle nostre fragilità per poterle conoscere, limitare e curare. Ma non basta.

Come prima cosa dovremmo tornare alle origini della nostra relazione, che sono proprio i sacramenti. Accostarci all’Eucarestia per essere uno con Gesù, riconciliarci con Lui attraverso la confessione e quando possibile fare l’amore tra noi sposi, perchè quello è il nostro rito sacramentale specifico del matrimonio. Sono tutti modi per ritrovare quello sguardo delle origini indispensabile per vedere l’altro/a con lo stesso sguardo di Gesù, che nonostante il male subito ha continuato ad amare i suoi carnefici chiedendo a Dio di perdonarli. Fino all’ultimo.

Certo a volte sembra non servire. Ho in mente tanti amici che nonostante questo si sono separati. Un caro saluto a Giuseppe, Francesco, Ettore, Anna. Eppure ha funzionato anche per loro. Sì, perchè, attraverso i sacramenti, hanno riacquistato quello sguardo che ha permesso loro di trovare la pace nella sofferenza dell’abbandono (che c’è e resta) e sono riusciti ad amare nonostante tutto il loro coniuge che li ha abbandonati, offrendo la loro sofferenza per lui/lei. Non è un miracolo questo?

Antonio e Luisa

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