Solo Giuda ha tradito? Il tradimento nella coppia.

Troppo facile prendersela con qualcuno! Il Mistero di Giuda il traditore! In questi giorni i personaggi dei vangeli narrati dalla liturgia sono molteplici. Uno dei più difficili da capire, da tollerare e anche da accogliere nel mistero dell’amore è proprio un traditore. Un uomo come Giuda che portava nel suo nome la gloria delle profezie della sua tribù (cf. Gn. 49), un uomo che conosceva gli illustri del tempo ed era conosciuto da loro, un uomo che aveva lo spunto in più, il passo giusto e superiore agli altri tanto da poter amministrare la cassa e averne anche giurisdizione: “Alcuni infatti pensavano, poiché Giuda teneva la borsa, che Gesù gli avesse detto: “Compra le cose che ci occorrono per la festa”, oppure che dovesse dare qualcosa ai poveri”. Gv.13,29 .
Ma da cosa viene il tradimento, perché tradiamo, perché iniziamo a credere che la persona per la quale abbiamo vissuto ora è nostro nemico? Perché Giuda tradisce Gesù?
Perché i suoi fratelli Apostoli tradiscono lui? Si anche i discepoli tradiscono lui. Tradire infatti può anche significare lasciare che qualcuno che amiamo si faccia del male, tradire può significare anche lasciar solo chi ha bisogno di perdonarsi.
Gli undici avevano commesso un errore, avevano scelto la strada più facile, una strada in discesa anche se tinta di austerità obbediente, una presunta comunione che trafigge con il pungolo della colpa: erano stati così vicino al maestro da non aver imparato nulla, ma soprattutto così stretti a lui da aver allontanato qualcuno!
Perché gli apostoli tradiscono Giuda!? Perché per loro era un ladro! Cf. Gv 12,6.
Il vangelo usa questa espressione riferita alla ruberia di Giuda: oti kleptes en, che potremmo interpretare: è sempre stato uno che nascondeva tutto! Lui è uno che non è mai se stesso, e soprattutto uno che non la pensa come noi!
Nella coppia il tradimento nasce proprio da qui, spesso non è colpa di uno solo, ma di quella carne sola dove una parte ha deciso di non poter essere più se stessa, di non poter parlare, confidarsi perché essere se stessi significa soffrire troppo, e tradire è l’unico modo per difendersi: abissale come un baratro è il cuore umano! C’era un’altra domanda:” Perché Giuda ha tradito Gesù? A tale domanda non abbiamo dato risposta, semplicemente perché non è la domanda più importante!
L’importante è risposta giusta e cioè che Gesù ha sofferto per Giuda e con Giuda. Gesù ha sofferto per una persona che amava e che stava rifiutando l’amore. Gesù non ha smesso di chiamarlo amico! Gesù non l’ha mai giudicato ma l’ha sempre accolto per quello che era! Il maestro ci doni la grazia di capire che prendersela con qualcuno è troppo facile e lasciare che chi amiamo sia se stesso è il fascinoso rischio dell’amore e la grandezza impavida del Risorto: di una coppia che ama come carne Risorta!

Fra Andrea Valori

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Mostrare Dio chinandosi sulle miserie del coniuge

Oggi inizia il triduo pasquale. Inizia subito con il botto. Si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Se non fosse per quella strana tradizione che nelle nostre chiese vede il parroco inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni lo aveva capito benissimo. Non so se ci avete mai pensato. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Il mistero eucaristico celato nella coppia.

Un bellissimo articolo di fra Andrea, esperto di studi biblici e Terra Santa.

Il triduo di passione morte, sepoltura, e risurrezione è il centro dell’anno liturgico, della vita cristiana e, se lo scandagliamo nella sua profondità, anche il centro della vita di coppia. Questo fulcro raccoglie in se un trittico di particolarità che segnano il mistero eucaristico celato nella coppia. “L’Eucaristia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l’amore tra l’uomo e la donna, uniti in matrimonio. Approfondire questo legame è una necessità propria del nostro tempo (Sacramentum Caritatis 27). Partendo da queste parole del magistero riflettiamo sul vivere eucaristico come sorgente dei tre misteri in uno, che celebrano il tempo, il rapporto, l’amore della coppia.

Il tempo: Nel Venerdì Santo si inizia la liturgia con una prostrazione e un silenzio introitale che assurge alla solennità laconica della celebrazione della passione. Questo silenzio è il preambolo di ogni sacrificio, di ogni momento che precede qualcosa di difficile da affrontare o da dover scegliere. Secondo la narrazione di Giovanni evangelista la crocifissione avveniva proprio mentre gli agnelli venivano sgozzati per la Pasqua, e tale rito ci rimanda agli echi vetero testamentari del sacrifico di Isacco, il quale Dio chiese a suo padre Abraham. La notte che precede quel sacrificio è una notte silenziosa di cui la scrittura non dice nulla, non parla, non dona dettagli se non quello di poter immaginare e capire il dramma di un padre, il dubbio di un credente, la forza di un giusto che raccoglie tutte le sue energie per compiere ciò che Dio chiede, ma che è sicurò Dio non vuole: Il Signore provvederà per il sacrificio. La passione croce e morte è il mistero dell’uomo e della donna che sanno vivere l’uno nel tempo dell’altro con lo stile del silenzio, un silenzio che sa comprendere oltre le parole, di sguardi che si sanno intendere, di una notte dove l’altro non può essere lasciato solo nel decidere, nel suo dubbio e nel suo dolore. In Gn 1,27 Dio crea l’adamo maschio e femmina, la parola maschio-zacar e affine alla parola zicaron-memoriale di Es 12,14. Tutto ciò dice come il tempo e il ricordo sono il maschile della coppia, ma perché il tempo e il ricordo non siano rimpianto e rancore questo maschile ha bisogno del femminile-nekevah da nakav-porre in risalto, dare fiducia alla fede, dare vigore alla forza. La croce per essere amore è fatta sempre di un maschile e di un femminile, Abraham in quella notte ha avuto bisogno di Sarah, Gesù su quel patibolo ha avuto bisogno di Maria.

Il Rapporto: Secondo mistero e sacramento di amore è quello della sepoltura. Gesù è morto, quel sepolcro freddo, spigoloso, umido e austero, ha trovato prematuramente un ospite. Quelle bende e quel sudario sono ormai adagiate su un corpo trafitto dal rigor mortis. I vangeli narrano ancora dei piccoli sforzi umani per esorcizzare l’avvenuto, le donne che vanno sul posto quando ancora era buio, la Maddalena che piange perché non capiva ancora cosa era successo, Giuseppe d’Arimatea che precedentemente aveva offerto la sua influente competenza, dà ospitalità al cadavere del Signore e da ultimi gli apostoli che corrono vedono, credono ma non capiscono. Nella iconografia vediamo spesso il mistero della sepoltura legato alla discesa negli inferi da parte di Cristo, il quale libera per prima la coppia originaria Adamo ed Eva. La sepoltura con il suo mistero freddo, silenzioso, dove il Verbo della vita parla attraverso la sua funebre loquacità, indica che il rapporto nella coppia viene salvato, diventa mistero, quando i piccoli sforzi di ogni giorno hanno il coraggio di non pretendere nulla ma di essere gratuiti; quando hai il coraggio di accogliere che davanti a te hai una persona fredda e resa tale dal suo dolore, dalle trafitture ricevute al lavoro, dalle percosse del malessere che prova verso se stesso. Relazione è gratuità, il mistero della sepoltura è il coraggio di questa gratuità.

L’amore: Nessuno ha visto la risurrezione, nessuno è stato spettatore di essa, ci sono stati testimoni del risorto lo hanno visto, toccato, mangiato con lui. Così è l’amore tra uomo e donna, nessuno l’ha visto ma ciò che si può vedere sono i gesti, i segni di questo amore che fanno sentire l’altro amato e rendono visibile l’invisibile, concreta l’astrazione. I vangeli ci raccontano di alcuni incontri fatti che recitano la sinfonia di questo amore. Davanti al sepolcro Maria Maddalena pronuncia quelle parole: Hanno portato via il mio Signore. La consistenza dell’amore si rivela in gesti che dicono, e fanno dire: allora io sono veramente suo, sono veramente sua. Nella coppia si è veramente l’uno dell’altra quando lo si è liberamente l’uno dell’altra. Gesù dona la tonalità di questa libertà: pronuncia il nome “Maria”.

La risurrezione esplode nell’amore di coppia quando il sepolcro di un dolore condiviso, consapevole che peggiore della morte è il dolore che la precede, dona la forza di pronunciare il nome dell’altro con quella dolcezza che liberà l’altro perché in esso si libera l’amore di Dio. Chi ama pronunciando il nome dell’altro con l’intenzione di amarlo come Dio lo ama, sta donando a chi ama, non più se stesso, ma l’Amore in persona: Gesù morto e risorto per noi!

fra Andrea Valori

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In coppia verso la Pasqua

Oggi domenica delle palme introduce la settimana santa. La settimana più importante dell’anno che culmina con il giorno più importante di tutti. Senza la Pasqua nulla avrebbe senso. Nella tradizione bizantina i primi tre giorni della settimana che precede la Pasqua sono dedicati alla contemplazione di Gesù sposo della sua Chiesa, sposo di ognuno di noi battezzati. Credo sia un ottimo modo di prepararsi alla Pasqua. Pochi ci pensano, ma Cristo su quella croce ha celebrato le sue nozze con noi. La croce è stata talamo consacrato. Sulla croce ha offerto tutto di sè. Tutto fino a dare la vita. L’amore di Cristo inchiodato alla croce è l’amore che uno sposo dovrebbe prendere ad esempio e dovrebbe cercare di emulare. Ci sono sette parole che Gesù ci consegna in quel momento così terribilmente importante. Cercherò di declinarle e attualizzarle nella vita di una coppia di sposi.

  1. Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Lo sposo perdona sempre. Fa di più! Intercede presso Dio e offre la sua vita per la salvezza del coniuge. Noi lo facciamo o ci lasciamo vincere dal rancore e dall’orgoglio?
  2. Oggi con me sarai nel paradiso. L’amore non guarda il passato. Ha la memoria corta per il male subito. L’amore ha memoria lunga solo per il bene ricevuto. La persona che ama si commuove del pentimento e non smette di credere nell’uomo o nella donna che ha sposato.
  3. Donna, ecco tuo Figlio … Chi ama davvero è come Gesù. Non pensa a sè. Gesù è sulla croce, sta morendo, ma si preoccupa delle persone che ama. Non di se stesso. Questo è l’atteggiamento che dovrebbe caratterizzare l’amore degli sposi. Lo sguardo sempre verso l’altro.
  4. Ho sete. Siamo fatti per essere amati. Gesù soffre la sete del corpo certamente. C’è un’altra sete più profonda, La sete di un cuore che vorrebbe essere riamato da quegli uomini a cui ha dato tutto. Così anche noi sposi. Non smettiamo di dissetarci alla fonte del nostro amore. Non cerchiamo di spegnere la nostra sete con altro. Mettiamo al primo posto il nostro matrimonio e la nostra famiglia. Prima del lavoro, prima dei soldi, prima delle famiglie di origine, ecc.
  5. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ci passiamo tutti prima o poi. Sperimenteremo, o abbiamo già sperimentato, momenti si solitudine profonda. Momenti in cui il nostro matrimonio diventa croce. Non riusciamo più a vedere la presenza di Dio nella nostra storia. Coraggio! Gesù stesso ci è passato. Lui ci insegna che non dobbiamo mollare.
  6. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Anche nel nostro matrimonio è importante conoscere, anzi riconoscere, che il nostro sposo (sposa) non è Dio. Non è lui/lei che ci può rendere felici e dare senso alla vita. Solo l’abbandono in Dio ci può rendere capaci di essere sposi liberi di amare gratuitamente e incondizionatamente la persona che abbiamo sposato.
  7. È compiuto. Il nostro amore è compiuto quando riesce a spingersi oltre ogni egoismo e ogni difficoltà. Solo così le nostre morti diventano occasione di resurrezione e di nuova vita, per noi, per il nostro coniuge e per la nostra relazione.

Non mi resta che augurare a tutti una meravigliosa settimana santa.

Antonio e Luisa

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Accoglierla/lo è accogliere il suo tempo

Il matrimonio è una relazione così profonda che nulla va escluso dell’altro/a. Sposare una persona significa accogliere anche il suo tempo. Significa accogliere il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Cosa significa concretamente?

Accogliere il suo passato è accogliere la sua storia, le sue esperienze, le sue ferite. Abbiamo sposato una persona che per diversi anni ha camminato senza averci al suo fianco. Lui/lei ha un cuore pieno di ferite, ha probabilmente fatto scelte sbagliate che hanno portato sofferenze e problematiche. Ognuno di noi ne ha. Spesso queste situazioni si verificano anche in ambito sessuale dove esiste una sofferenza sommersa e nascosta. Accogliere il suo passato significa capire che se lui/lei si comporta in determinato modo non è per cattiva volontà, ma perchè molte volte non riesce ad amare e a donarsi. Proprio per il suo passato. Accogliere il suo passato significa avere pazienza e aiutarlo/la a guarire dalle ferite con il nostro amore. Significa sostenerlo sempre senza giudicarlo/la. Anche perchè dobbiamo pensare che proprio il suo passato ha modellato la sua persona anche negli aspetti più positivi, quelli che ci hanno fatto innamorare.

Accogliere il suo presente è accoglierlo/la per come è e non per tutte le aspettative che abbiamo su di lui/lei. C’è un momento in cui ogni coniuge deve lasciar cadere, deve liberarsi del sogno che aveva dentro di sè dell’altra persona. Questo è un momento che appartiene alla storia reale di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro/a sia ciò che non è. E’ importante superare questo momento cruciale. Momento che può giungere per alcuni prima e per altri dopo, per alcuni in modo repentino e per altri in modo graduale, ma arriva per tutti. Tranquilli che arriva. E’ importante saperlo e riuscire a superarlo. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste. La famiglia del mulino bianco lasciamola alla pubblicità. La nostra non è così, ma se riusciamo a fare questo salto di qualità, se riusciamo ad uccidere il sogno che abbiamo in testa, beh la nostra famiglia può essere anche più bella di quella del mulino bianco, con tutto il casino e l’imperfezione da cui è abitata.

Infine accogliere il suo futuro. Amarlo/la qualsiasi cosa accada. Amarlo/la sempre e comunque, senza condizioni, anche nel caso estremo che lui/lei dovesse smettere di amarci.

Amare così non è facile, ma è il solo modo autentico di donare la nostra vita perchè dia frutto. E’ il solo modo di vivere in pienezza l’opportunità più grande che Dio ci ha dato per diventare Santi, per vivere davvero e non solo per sopravvivere. E’ il solo modo per vivere in pienezza il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Le giare a Cana erano solo sei.

Oggi mi soffermo su un particolare delle nozze di Cana. Sappiamo bene il significato dell’acqua e del vino, ma c’è qualcosa forse a cui non abbiamo prestato attenzione. Nulla nel Vangelo è messo per caso e nulla è superfluo. Il Vangelo di Giovanni al capitolo due cita:

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.

Sembra un particolare poco importante. Cosa può raccontarci questa specifica? In realtà è molto importante. Giovanni ci sta dicendo due cose estremamente importanti. Le anfore erano 6 ed erano di pietra. Già queste due caratteristiche aprono a una riflessione fondamentale.  Le giare sono sei. Sono una meno di sette. Sette è il numero della perfezione, della pienezza. Quelle sono solo 6. Come a dire che manca qualcosa nella vita degli sposi. Che non basta l’acqua, il loro amore, per quanta volontà e impegno ci possano mettere. Quelle giare vanno riempite. Non solo! Sono di pietra. Strano per l’epoca. Di solito erano in terracotta o in altri materiali più leggeri. Sono di pietra come sulla pietra è stata scritta la legge di Dio. La legge e il nostro amore di sposi non bastano per vivere in pienezza il nostro matrimonio. Quelle giare vanno riempite, vanno riempite di vino, di Spirito Santo. L’unico modo per farlo è ammettere che non ci bastiamo, che non basta ciò che abbiamo. Allora se ci affidiamo a Gesù e iniziamo una relazione d’amore con Lui, il nostro amore diventerà sempre più bello e vero. Solo amando Gesù potremmo amarci sempre più tra di noi e amandoci sempre più avremo il  desiderio di amare Gesù insieme in un circolo virtuoso che non può che accompagnarci sempre più vicini a Gesù.

Antonio e Luisa

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Un’astinenza feconda!

Oggi parliamo di astinenza. Già, perché questa epidemia sta modificando anche le nostre relazioni intime. Non è un aspetto secondario del matrimonio. E’ una situazione che riguarda moltissime coppie di sposi. Persone che sono malate, che sono state malate come me, che sono entrate in contatto con persone malate, infermieri e medici. Insomma l’astinenza non riguarda solo me e Luisa, ma un numero elevato di coppie di sposi.

Oggi è un mese che non ho rapporti intimi con la mia sposa e per alcune settimane ancora non potrò averne. Per noi è un tempo molto lungo, lunghissimo. Dio ci sta dando un’opportunità anche adesso, nell’emergenza, nell’impossibilità di avere una vita sessuale normale. Ci sta, anzi mi sta (riguarda soprattutto me), dando l’opportunità di esercitare il mio amore, il mio desiderio verso la mia sposa in modo diverso. Di essere capace di slegarlo dal piacere sessuale. Troppe volte gli uomini sono teneri verso la propria sposa in modo condizionato e non gratuito. In vista dell’incontro sessuale. Questo fa sentire l’amata, che non è cretina, usata. Quella tenerezza appare finta e strumentalizzata. Questi giorni sono un’opportunità grande che Dio mi sta dando per esercitare la vera tenerezza. Senza secondi fini. Per il piacere che il semplice gesto tenero può regalare a me e alla mia amata. Ed è così che quando ci incrociamo in casa, e capita spesso, ci scambiamo uno sguardo, una carezza, una breve parola buona. Ci ascoltiamo. Siamo al servizio l’uno dell’altra. La tenerezza diventa vero linguaggio d’amore che scalda la casa, che scalda noi e i nostri figli.

Non solo! Queste settimane passate e quelle che ancora passerò senza potermi unire alla mia sposa non saranno settimane aride. Al contrario saranno feconde d’amore e di desiderio. Quando potremo di nuovo unirci nel corpo sarà un momento meraviglioso, un momento preparato da un tempo di astinenza ma non povero, ricchissimo di tenerezza e di amore. Sarà come entrare in giardino dove assaporerò i frutti migliori. Mi sentirò come Salomone che nel Cantico sente la sua amata esclamare:

Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

Antonio e Luisa

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Nel dolore siamo come Maria o come Marta?

Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».

Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».

Il Vangelo di questa domenica ci racconta l’episodio della resurrezione di Lazzaro operata da Gesù. Non prendo in considerazione tutto il Vangelo di questa domenica. Voglio evidenziare il diverso atteggiamento delle sorelle di Lazzaro: Marta e Maria. Entrambe sono affrante e quando vedono Gesù sembrano anche incolparlo della morte del loro amato fratello. Entrambe dicono: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma poi Marta aggiunge un’altra frase a differenza di Maria: Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà.

Noi siamo Marta o siamo Maria? Mi spiego meglio. Marta e Maria sono immagine di tutti noi credenti, di noi che siamo convinti di riporre la nostra vita nella fede in Gesù. Quando arriva la morte nella nostra famiglia, non per forza un lutto, ma anche una sofferenza, una difficoltà, la perdita del lavoro o, come in questi giorni, l’epidemia. Come ci comportiamo? Come Maria? Ci arrabbiamo con Gesù senza riporre più speranza in Lui? Magari perdendo la fede. Oppure come Marta? Marta si arrabbia con Gesù, esattamente come Maria. Ma poi ha la forza di aggiungere un’altra frase: Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà. Continuo a fidarmi di te, anche se mi sono sentita abbandonata, perché so che tu sei il Signore e solo tu puoi dare senso a tutto, anche a quello che sta accadendo nella mia vita.

Questo brano di Vangelo dovrebbe aiutarci a riflettere sulla nostra fede, aiutarci a capire se è una fede matura o una fede che nasconde un po’ di superstizione. Non una relazione con Gesù, ma un modo per esorcizzare la paura di soffrire e di morire.

Io stesso vado in crisi mentre scrivo questa riflessione, perché è qualcosa che credo tocchi tutti.

Buona domenica.

Antonio e Luisa

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Tante piccole chiese davanti alla TV

Ieri alle 18 abbiamo vissuto, credo, un momento meraviglioso e per certi versi unico. E’ vero non possiamo partecipare alla Santa Messa e non possiamo confessarci. Tutto questo ci manca e forse saremo capaci di apprezzarlo maggiormente quando tutto tornerà alla normalità, anche se non sarà più come prima. Tornando a ieri, la preghiera del Papa e la benedizione urbi et orbi sono state come il culmine di una “nuova” vita che stiamo sperimentando, un nuovo atteggiamento, una rinnovata scelta di quelli che sono i valori importanti. Chiusi in casa, ma non reclusi. Al contrario stiamo assaporando una libertà che prima tutti gli impegni, i pensieri, le scadenze, ci impedivano di avere. Stiamo per certi versi sperimentando la bellezza della vita di clausura. Come fanno le suore di clausura ad essere felici della loro scelta? Forse stiamo cominciando a comprendere qualcosa. Stiamo riscoprendo cosa significa essere Chiesa domestica. Stiamo riscoprendo quello che scrive il Papa al punto 86 di Amoris Laetitia:

Nella famiglia, “che si potrebbe chiamare Chiesa domestica” (Lumen gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. “È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita

In questi giorni ci stiamo immergendo in questa realtà. Ci si aiuta di più, ci si dedica più tempo, ci si ascolta di più, ci si perdona quando c’è bisogno. La nostra giornata, poi, è scandita da due attività. Dalla scuola dei figli (e il nostro lavoro da casa) e dalla preghiera. I figli non partecipano alla preghiera sempre, a volte partecipano ma sono svogliati, altre volte va meglio. Sanno però che in determinati momenti della giornata ci si ferma e si apre il cuore a Gesù, per le nostre fatiche, per i nostri sofferenti e i nostri morti. E poi ieri, davanti alla TV, ho assistito a qualcosa di straordinario. Noi in casa, nella nostra piccola Chiesa domestica, come innumerevoli altre famiglie, e lui, il Papa che per tutti noi offriva la sua preghiera a Dio con l’intercessione di Maria, per la nostra salvezza. Papa Francesco ha scritto che La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche.

Ecco ieri ho visto proprio questo. La cattolicità, l’universalità della Chiesa incarnata dal Papa e noi piccola Chiesa domestica, prima e più importante cellula. Nella nostra piccola chiesa possiamo far nascere una piccola luce fatta di amore, di dono e di fede. Una piccola luce che unita a quella di tutte le altre famiglie può diventare una grande luce che può infiammare la Chiesa di Cristo e rinnovare la Terra quando tutto questo passerà. Cerchiamo di essere terreno fertile ora nella sofferenza per raccogliere nella gioia.

Antonio e Luisa

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A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza.

Don Carlo Rocchetta in questi giorni difficili ci sta regalando ogni giorno una piccola perla. Una frase, una breve riflessione, che ci racconta qualcosa della tenerezza. Le leggo sempre volentieri e oggi prendo spunto da una di queste frasi. Don Carlo scrive:

A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza; e più le carezze si moltiplicano più la tenerezza si accende come un fuoco che scalda e orienta la persona al di sopra di sé, verso l’Alto

Una riflessione che mi ha colpito subito e che ho fatto mia, pensando alla mia relazione. Quanto è vera! Spesso noi, io almeno si, tendiamo a focalizzarci su quello che l’altro fa o dovrebbe fare, sul suo comportamento. Invece forse non dovremmo sprecare energie a giudicare l’altro/a. Non serve e spesso ci porta a vedere solo i difetti. Dovremmo invece scegliere di amare sempre e comunque. Allora, forse, qualcosa nell’altro/a davvero cambia. Io penso a tutte le carezze che la mia sposa mi ha riservato anche quando non me le meritavo. Mi ha sempre amato con lo stile di Gesù, cioè sempre e per prima. Ecco, se ho cambiato qualcosa nel mio atteggiamento nei suoi confronti non è stato per i rimbrotti o per le litigate, ma per quelle carezze incondizionate e a volte immeritate. Da lì è nato in me un sentimento di gratitudine verso di lei, un desiderio di restituire quanto lei mi stava dando. Un amore così bello proprio perchè riesce ad andare oltre le mie miserie e mancanze. Un amore che mi fa alzare gli occhi al Cielo perchè ha il sapore dell’amore del Padre, un amore senza condizioni capace di accogliere tutto di me anche le parti meno belle.

Antonio e Luisa

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Abbiamo solo l’oggi per amarci.

Non so quanti giorni sono che siamo chiusi in casa. Sabato mattina dalla finestra ho visto passare il triste corteo dei camion militari che trasportavano 60 salme in altri cimiteri per essere cremate. Una sensazione strana. Tanta tristezza e senso di abbandono. A Bergamo, la mia città, tutto questo dramma è palpabile e molto più concreto che in altre città. Questo ti porta a pensare. Ho pensato se davvero la mia vita fosse centrata su quello che davvero conta. Se le mie priorità fossero quelle giuste. Ho pensato a quelle persone morte da sole in un ospedale. Morte senza il conforto delle persone care vicino. Magari senza avere neanche avuto la possibilità di salutare i propri cari. Mi è venuta in mente una parabola. Io cosa sto mettendo da parte. Ciò che davvero conta? Ciò che mi posso portare dietro? Perchè questi giorni stanno frantumando tutte le mie certezze. Io ancora giovane e che mi sentivo immortale, con tanto tempo a disposizione, in un mondo dove la scienza può sconfiggere quasi tutte le malattie. D’improvviso questo virus mi ha messo con le spalle al muro. Siamo fragili e impotenti.

Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.  Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Il tempo è adesso. E’ adesso che posso dire alla mia sposa quanto la amo. E’ adesso che posso dirle grazie per tutte le volte che si è donata a me. E’ adesso che posso chiedere perdono per le volte che io non ho saputo donarmi. E’ adesso che posso darle una carezza, parlare con lei delle realtà più profonde, di noi e del nostro amore. E adesso perchè il presente è tutto ciò che abbiamo per amare. Madre Teresa lo spiega molto bene: Ieri è passato. Il domani non è ancora arrivato. Abbiamo solo l’oggi: cominciamo.

Ecco questi giorni mi stanno insegnando che possiamo rimandare tante cose. Possiamo rimandare il lavoro, la scuola, la corsetta all’aperto, ma c’è qualcosa che non possiamo rimandare: l’amore.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è lavato nella piscina di Siloe

Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

Il Vangelo di questa domenica è molto lungo e pieno di significato, immagini e spunti. Come al solito Giovanni è quello più carico di significati che vanno oltre la semplice lettura di un avvenimento. Per questo mi limito a commentare poche righe. Il cieco sono io. Il cieco sei tu. Ero cieco prima di incontrare Gesù nella mia vita. Lo ero nonostante una religiosità basata su quanto ho imparato in famiglia e nel catechismo. Una religiosità fatta di riti e di nozioni che non capivo e che non accoglievo di conseguenza. Invece poi è arrivato Gesù nella mia vita. L’ho incontrato proprio quando chiedevo le elemosina, quando la mia cecità non mi permetteva di vedere il senso della mia vita. Ecco proprio la mia miseria mi ha permesso di riconoscerlo. E lui fa qualcosa di grande. I Padri della Chiesa leggono nel gesto di Gesù di sputare a terra, di fare del fango e di spalmarlo sugli occhi del cieco, leggono una nuova creazione. Gesù che è Dio e ci ha creato una prima volta completa l’opera. Non perchè prima avesse fatto qualcosa di imperfetto, ma perchè per portarci alla pienezza della nostra umanità serve il nostro abbandono a Lui. Sant’Agostino poi legge nell’immersione nella piscina di Siloe il battesimo. Quel sacramento che ci dona la fede e ci permette di vedere ciò che prima non potevamo vedere, l’amore di Gesù per noi. Ecco credo che il matrimonio segua questa dinamica. Almeno per me è stato così. Il mio sì a Luisa, seguito da tanti sì alla proposta della Chiesa su come vivere il mio matrimonio, è stato come quel fango che Gesù ha spalmato. Avevo tanti dubbi ma ho detto sempre sì e non sono mai stato deluso. Ho detto sì all’apertura alla vita, ho detto sì ai metodi naturali rifiutando la contraccezione, ho detto sì alla fedeltà e al donarmi come meglio ho potuto alla mia sposa e pian piano ho cominciato a vedere meglio. Ho visto la bellezza di una relazione piena e la luce mi ha illuminato. Ora non tornerei indietro. Non perchè io sia santo ma perchè ho visto la ricchezza che il matrimonio può dare se io e la mia sposa decidiamo di viverlo in un determinato modo, facendo spazio a Gesù. Tutto diventa meraviglia e tutto acquista un senso. Anche la fatica diventa poca cosa in confronto a quanto ottengo in cambio.

Antonio e Luisa

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Meglio pubblicano che perfetto!

In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Di solito commento solo il Vangelo della domenica. Oggi faccio un’eccezione. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuto di giudicare la vita di altre persone, che hanno buttato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose, ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi, ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Un po’ di tempo fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità, ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma prossimi alla nostra sposa e ai nostri figli. Persone capaci di perdonare e di compatire le difficoltà dell’altro/a. Nel senso di patire con. Condividere. Solo così, ammettendo la nostra miseria e sentendoci comunque amati, saremo capaci di accogliere e accettare quella del nostro coniuge.

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Senza sacramenti? Riscopriamo il matrimonio.

Oggi mi riallaccio al discorso iniziato ieri. Siamo senza sacramenti ormai dall’inizio della Quaresima. Alcuni di noi hanno fatto in tempo a prendere le ceneri, altri come noi in Lombardia no. E’ un tempo di prova sicuramente. Un tempo che va vissuto senza disperarsi. Però siamo senza sacramenti! Come fare? Proprio in questo periodo che ne avremmo più bisogno. Nessuna polemica verso i nostri Vescovi che hanno preso questa decisione. Anzi in questi giorni sto facendo esperienza della grande fede dei nostri pastori che cercano mille modi per stare vicino al gregge. Ho ascoltato suppliche meravigliose cariche di autentica fede da parte del nostro vescovo. Sto riscoprendo dei sacerdoti meravigliosi. Nessuna polemica quindi, ma una grande opportunità. Abbiamo l’occasione, noi laici sposati, di riscoprire il nostro sacramento. Il nostro padre spirituale padre Raimondo ci diceva sempre che avrebbe voluto vedere la stessa devozione che gli sposi hanno davanti al Santissimo Sacramento anche nella loro vita quotidiana. Perchè non c’è differenza. L’ostia consacrata contiene la presenza reale di Cristo esattamente come la contiene la coppia di sposi. Noi siamo sacramento perenne esattamente come l’Eucarestia. L’ostia e il vino consacrati  contengono Gesù fino a quando non vengono consumati. Così gli sposi. Fino a quando sono vivi entrambi la loro relazione è tabernacolo di Gesù. Gesù ha posto la sua tenda nella relazione degli sposi. Lo sappiamo noi? Ne siamo consapevoli? Lo sapete che mettervi in ginocchio uno di fronte all’altro e pregare equivale a fare adorazione? Non ci credete? Il nostro vescovo Mons. Beschi durante un incontro con gli sposi fece esattamente questo gesto. Si inginocchiò davanti a loro per evidenziare come nella loro relazione sponsale ci fosse la reale presenza di Gesù.  Il nostro amore di sposi è quindi tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà che è una duità che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno, per quanto possibile.  Ecco abbiamo questa grande opportunità. Sfruttiamo queste settimane senza sacramenti per riscoprire il nostro matrimonio. Matrimonio che è sacramento e non vale meno degli altri. Impegniamoci a fondo per viverlo in pienezza nella cura e tenerezza reciproca e la nostra casa sarà piena della presenza di Gesù.

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Una quaresima più vera.

Siamo ancora chiusi in casa. Ora che sto un po’ meglio sto iniziando ad assaporare questi momenti. Questi giorni. Giorni scadenzati dalle lezioni on line dei figli, ognuno collegato con l’insegnante di turno. Si, c’è un po’ di difficoltà a gestire questa scuola da casa, ma nel complesso c’è meno frenesia e meno impegni. Ho l’opportunità di fermarmi e gustare la bellezza della mia famiglia. E’ bello rendersi conto che la ricchezza più grande che possiedo è tutta qui con me, dentro queste quattro mura. Questa quarantena forzata ci conduce a uno stile di vita per certi versi monastico. C’è più tempo per pregare, c’è più tempo per pensare a Dio, ma non solo. C’è più tempo per noi, per me e per Luisa, c’è tempo per scambiarsi uno sguardo, un sorriso. C’è tempo per scambiarsi pensieri, paure, speranze. C’è tempo per fermarsi a guardare la bellezza della mia sposa, il suo atteggiamento. E’ il tempo della tenerezza. E’ strano che proprio in questo periodo che non ci può essere intimità tra noi, ci sia comunque una tenerezza e un’unità che riempie il cuore. Merito sicuramente della castità e di come mi abbia insegnato a vivere la tenerezza senza legarla al sesso. E’ strano come Eucarestia e matrimonio in questo periodo non siano sacramenti a cui possiamo accedere per trovare forza e speranza. Già perchè l’incontro intimo tra sposo e sposa è riattualizzazione del sacramento del matrimonio, lo rende di nuovo attuale, esattamente come l’Eucarestia è rinnovazione incruenta, ma reale del sacrificio di Gesù. Entrambi portano un’effusione di Spirito Santo. Siamo senza sacramenti, ma non siamo senza Gesù. La consapevolezza mi viene proprio dalla clausura a cui sono obbligato. Clausura che mi impedisce di fare tante cose, ma che forse mi dà una grande opportunità: quella di riappropriarmi della bellezza. Riappropriarmi della presenza di Gesù nella mia piccola chiesa domestica. Posso fare esperienza di Lui non nei sacramenti, come siamo abituati, ma nell’amore. Negli sguardi, nelle piccole attenzioni, nelle carezze, nell’ascolto, nel desiderio di sollevare l’altro/a da preoccupazioni e paure. Sono sicuro che questi giorni mi stanno facendo vivere una quaresima vera, più vera di tante altre che ho vissuto, perchè sto tornando all’essenziale, all’amore. Credo che questo periodo di deserto non sarà infecondo. Sarà molto fecondo. Porterà nel mio cuore il desiderio sempre più grande di ritrovare Gesù nell’Eucarestia e di ritrovare la mia sposa nell’incontro dei corpi. E’ così ne sono sicuro, questi giorni mi permetteranno di togliere un po’ di polvere dal cuore. Mi permetteranno di essere capace di comprendere maggiormente e con più consapevolezza la bellezza e la grandezza dell’Eucarestia e dell’intimità con la mia sposa. Due realtà che sembrano distanti e che sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, ma che sono in verità molto vicine. Entrambe raccontano dell’amore di Dio.

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E’ quando sono debole che assaporo l’amore

Sono a casa come tutti. Io, a differenza di altri, convivo anche con questo virus. Sono malato da più di due settimane. Non è facile: febbre, tosse, difficoltà respiratoria. Insomma l’ho preso abbastanza forte. Non mi lamento, ci sono persone che stanno molto peggio di me. Quello che voglio raccontare non è questo. Di gente che si lamenta ci sono già i giornali pieni e non serve che io vi deprima ancora di più con la mia storia. Voglio raccontare invece l’amore, la forza più grande che esista. Ciò che mi ha dato la forza di affrontare questi giorni non è stata la mia fede. Come al solito mi sono dimostrato un uomo di poca fede. E’ stato l’amore della mia sposa. Si è presa carico di tutto in casa. Non solo, mi ha servito con un amore così grande che è stato per me davvero una sorgente di forza e di energia. Non avevo voglia di pregare e lei lo ha fatto anche per me. La coroncina della Divina Misericordia e il rosario non sono mai mancati. Ogni giorno. Questi giorni non sono stati facili, ancora non ne sono fuori, ma sono stati giorni di grazia, dove una volta di più ho sperimentato l’amore, l’amore gratuito, incondizionato, l’amore che si fa servizio, che si fa carezza e sorriso. L’amore che, quando mi sono sposato, speravo e desideravo di poter sperimentare nella mia vita. Grazie a Dio lo sperimento ogni giorno, ma in queste occasioni dove sono debole e non ho nulla da dare, lo sperimento con una forza che mi lascia commosso. Non posso che fermarmi e contemplare l’amore di Dio attraverso l’amore della mia sposa. Questi giorni non avevo voglia di cercare Dio ma, grazie alla mia sposa, l’ho sentito vicino come non mai. Il Vangelo di ieri ci ha raccontato della samaritana al pozzo. Ecco nel matrimonio si può bere quell’acqua di cui parla Gesù! L’acqua che disseta per sempre. L’acqua dell’amore di due creature imperfette ma che diventano, per Grazia, capaci di essere sorgente dell’amore di Dio, l’uno per l’altra, per i figli e per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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L’amore come un gallo al mattino

Quando si parla di matrimonio, di relazione affettiva sponsale, c’è un pittore che probabilmente si è interessato più di altri a questa realtà. Chagall ha dimostrato un grande interesse  per l’amore, e per il matrimonio in particolare.

L’immagine di questa opera esprime benissimo tutta la ricchezza dell’amore. Un amore tenero e che, attraverso il colore e la vivacità della scena, esprime benissimo la vita che si genera attraverso un amore fecondo. Vita e amore come un unico e indivisibile binomio. Dall’amore nasce sempre la vita, sia essa una nuova creatura oppure l’aumento dell’amore stesso tra gli sposi.  Chagall ha uno stile inconfondibile. Come sempre sogno e realtà si mescolano in un flusso continuo e armonioso. In questa opera ci sono tantissimi simbolismi. Iniziamo dai due sposi. Si abbracciano teneramente. Lei, vestita di bianco, indica tutta la purezza di una relazione autentica, vissuta alla luce della verità e del dono totale. Lui le tiene teneramente la mano e, nel contempo, sembra carezzarle il grembo, come ad evidenziare la fecondità del loro amore. Amore che deve essere custodito e protetto. Sembra che tra i due ci sia un intruso. Un gallo enorme. Perchè lo ha inserito in una posizione tanto centrale e con dimensioni uguali, se non superiori, a quelle degli sposi? Il gallo simboleggia la luce. Il gallo canta all’alba. Il gallo rappresenta il giorno che sconfigge la notte. Il loro amore sarà mezzo attraverso cui questi due sposi riusciranno a sconfiggere le tenebre, ad abbracciare la bellezza, la verità, la pienezza. Noi diamo un nome a tutto questo: Cristo. Il loro amore è via per incontrare Cristo. La loro unione è quindi presagio di vita, espressa anche dal bambino disegnato accanto a loro. Le immagini si proiettano su di un luminoso sfondo, non solo personale, ma della società intera, concretizzata nel villaggio sottostante. Dell’impegno assunto di vivere semplicemente insieme, danzando il loro amore, fa fede la tenda che si intravede nel quadro. Sappiamo bene il significato della tenda. La tenda rappresenta la presenza di Dio e la volontà di formare una nuova famiglia e una nuova casa. Famiglia custodita e protetta da quel Dio che ha benedetto e voluto quell’unione amorosa. Non solo. C’è un significato molto più grande. La tenda è segno della presenza reale di Cristo. Prima che fosse posta nel Tempio di Gerusalemme, l’Arca dell’Alleanza era custodita in una tenda. Tenda che veniva chiamata tabernacolo. Questa coppia è tabernacolo di Dio. Un sole fiammeggiante trasmette speranza e colore, mentre il violino esprime la sinfonia della vita vissuta nella fedeltà e nel dono reciproco.

Chagall si è formato in un ambiente impregnato della cultura giudaica e nell’ortodossia cristiana. Conosceva bene il valore teologico spirituale e mistico delle icone. Le opere d’arte di Chagall sono vere icone. Esprimono benissimo tutte quelle realtà profonde e trascendenti di esperienze comuni e naturali come può essere il matrimonio.

Fermatevi! Ammirate questa icona. State ammirando ciò che siete, o che potreste essere.

Antonio e Luisa

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Gli sposi incarnano il padre misericordioso.

Il Vangelo di questo sabato di quaresima è uno dei più conosciuti di tutto. Viene raccontata infatti la parabola del figliol prodigo o padre misericordioso, come preferite voi chiamarla.  Questo insegnamento di Gesù dice tanto, soprattutto a noi sposi che siamo chiamati a realizzare nella nostra relazione sponsale l’amore di Dio. Noi siamo chiamati, ed abilitati a farlo con la Grazia del sacramento, ad amare come descritto in questo Vangelo. Non abbiamo scuse. Questa è la nostra strada per la santità. Certo possiamo decidere diversamente, possiamo avere mille attenuanti e mille ragioni, ma la strada è questa. Ognuno poi faccia le proprie scelte.

Il Padre è straordinario. Non impone la propria autorità. Ama il figlio. Lascia partire il figlio, con il cuore addolorato e ferito. L’amore non trattiene, lascia andare. L’amore si dona e non si impone. Il figlio parte, senza rimpianti e rimorsi. Finalmente libero di soddisfare i suoi desideri, pulsioni e piaceri. Non pensa più al padre. Ha altro per la testa. Pensa solo a se stesso e a divertirsi. Poi la fortuna gli volta le spalle. Si ritrova solo e senza soldi. E’ costretto a mendicare e ad accontentarsi dei lavori più umili. Allora pensa al padre. Non pensa al padre con pentimento. Pensa al padre e alla sua casa come possibilità per stare meglio. E’ ancora l’egoismo a guidarlo. Nel frattempo il padre non lo ha cercato, ha sempre rispettato la volontà del figlio, perchè l’amore è sempre rispettoso dei modi, dei tempi e della volontà dell’altro. Non lo ha cercato, ma lo ha atteso. Lo vede che era ancora lontano perchè lo aspettava. Gli corre incontro e non vuole pentimento, scuse o riparazione. Gli mette le mani al collo e lo abbraccia. Mi piace pensare che il vero pentimento del figlio avvenga in questo preciso istante. Lui, indegno e senza nulla da restituire se non se stesso, viene amato teneramente e profondamente. Questo è il Padre. Questo è Dio.

Ora vi racconto una storia vera, che non è altro che la concretizzazione nell’amore matrimoniale di questa parabola. Padre Serafino Tognetti racconta quanto accaduto ad una donna di sua conoscenza. Non so se è tutto corretto quello che scriverò perchè vado a memoria, ma il senso è chiaro. Questa persona si sposa e con il marito parte in viaggio di nozze. Il marito la tradisce e la lascia durante il viaggio di nozze. Il marito, tornati a casa, se ne va. Cambia città. Lei per anni non ne sa nulla. Dopo un po’ di tempo, il marito torna. Lei lo accoglie in casa. Iniziano il vero matrimonio. Dopo cinque anni però il marito se ne va un’altra volta. Va a vivere con un’altra donna, più giovane, in un’altra città. Lei continua la sua vita. Nel frattempo ha avuto un figlio, forse due (non ricordo bene), nei pochi anni vissuti accanto al marito. Questo significa che non solo l’aveva riaccolto nella sua casa, ma anche nel suo letto. Grande fiducia, fede e abbandono. Resta fedele al matrimonio. In età matura, dopo molti anni, viene a sapere, attraverso l’ospedale dove era ricoverato, che il marito era gravemente malato ed era solo, senza nessuno che gli volesse bene. La donna con cui viveva l’aveva abbandonato al suo destino. Lei non ci pensò un attimo. Si recò subito dal marito. Passarono giorni in cui lei si prese cura del suo sposo con tanta amorevolezza e tenerezza. Lo sposo, dopo alcuni mesi, morì. Morì, però, solo dopo essersi riappacificato con lei e con Dio. Solo dopo aver chiesto perdono a lei e a Dio.

Questo è l’amore di Dio. Questa persona è considerata pazza dal mondo. Chi glielo ha fatto fare? Si meritava un calcio nel sedere quel marito. Quanti lo pensano? Anche io lo pensavo. Poi nel mio matrimonio, facendo esperienza di cosa sia il matrimonio, ho cominciato a capire. Ora lo capisco e prego Dio di essere capace di fare altrettanto se fosse necessario.

Questa sposa ha solo fatto quello che ha promesso il giorno delle nozze. Lo ha amato, nel modo che ha potuto, tutti i giorni della sua vita. Questo ha salvato lei e probabilmente ha permesso che anche il marito potesse giungere alla salvezza e alla vita eterna in Gesù.

Antonio e Luisa

Passione o amore?

Passione è spesso associata ad amore. La passione è quasi più forte dell’amore. La passione è amore all’ennesima potenza. La passione è l’amore dei fidanzati e degli amanti. L’amore è più roba da sposati. E’ qualcosa che ha perso la sua forza dirompente e si trascina negli anni e nell’abitudine. Il matrimonio è la tomba dell’amore. Si intende naturalmente l’amore passionale. Quanti credono che questo luogo comune sia vero? Troppi, probabilmente. Vediamo di fare un po’ d’ordine. Passione ed amore non possono essere scissi. Sono due facce della stessa medaglia o, come scrive padre Raniero Cantalemessa, due valve della stessa conchiglia, che custodisce la perla più preziosa della nostra vita: la nostra somiglianza con Dio che è amore nella relazione. L’eros, la passione, necessita dell’agape, dell’amore di donazione e di volontà, per essere indirizzato al bene, all’incontro e al dono di sè. A sua volta, l’agape necessità dell’eros per non essere semplicemente un sacrificio, ma una realtà che possa soddisfare e farci pregustare sulla terra un anticipo di cielo, di paradiso. Una delle immagini che più possono raccontarci il paradiso su questa terra penso sia proprio l’abbraccio d’amore tra uno sposo e una sposa. Seppur solo per un momento, si avverte la consapevolezza di avere tutto, che tutto il senso è in quell’abbraccio, tutto ciò che non ne fa parte è superfluo, non serve. Non a caso il paradiso è descritto come un abbraccio tra lo sposo Gesù e la sua sposa la Chiesa, cioè ognuno di noi. Concludendo vorrei testimoniare, prima che affermare, che passione ed amore non sono che due espressioni dello stesso amore. Non è vero che la passione con il tempo finisce per lasciare posto ad altro. Semplicemente nel matrimonio la passione può essere governata, educata e anche aspettata. Nel matrimonio la passione non è più quella forza misteriosa che ti spinge a destra e a sinistra quasi fossi una marionetta con dei fili invisibili. Nel matrimonio la passione è gestita e capita. Ogni gesto di tenerezza, di cura, di servizio, di ascolto, di vicinanza e di intimità che gli sposi si scambiano in modo gratuito e incondizionato diventa benzina che alimenta la passione e non permette che muoia. E’ molto bello e calzante una riflessione di Christiane Singer, la quale dice:

Il matrimonio nasce dalla pazienza che Dio ha nei riguardi dell’uomo: Io ti dono una vita per realizzare la tua opera. La passione invece nasce dalla sua mpazienza: Come, stai ancora dormendo?

L’amore coniugale si costruisce; è opera di pazienza e di durata, di perseveranza e di lenta crescita. La passione, invece, sorge, colpisce e polverizza il tempo.

Capite il matrimonio che grandezza che racchiude? Permette di scoprire il segreto e il mistero della passione. Permette di far sì, che crescendo nell’amore di dono, anche la passione possa essere nutrita e governata e, che quindi, non scompaia mai, e anche se dovesse perdersi, sappiamo come recuperarla senza darci per finiti.

Antonio e Luisa

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Eucaristia e matrimonio

Ci soffermiamo un attimo, ora, al momento in cui partecipiamo alla celebrazione dell’Eucarestia. Da soli o anche in coppia. Vivere l’Eucarestia da sposi non è la stessa cosa che viverla da singoli. Ci sono realtà e finalità diverse che intervengono. La finalità ultima è sempre rispondere all’amore dello Sposo, di Gesù. Quando sono sposato cosa cambia? La risposta d’amore che io do a Gesù passa attraverso la mia sposa. La risposta di Luisa passa attraverso Antonio e viceversa. Quindi quando io mi nutro della presenza viva e reale di Gesù, Lui mi dà quella Grazia, quella presenza rinnovata di sè, affinchè la mia risposta d’amore possa essere ancora più perfetta. Affinché, quindi, io possa amare sempre più profondamente e autenticamente la mia sposa. Non si scappa da questo. Io non posso rispondere all’amore di Cristo se non attraverso la mia sposa. Principalmente attraverso di lei. Il nostro cammino verso il Cielo non è più in solitudine, ma andiamo a mani unite. Non possiamo prescindere da questo. E’ compito della sposa portare a Cristo lo sposo e viceversa. Che non significa costringere o ricattare l’altro ad andare a Messa. Non si ottiene nulla se non il peggiorare le cose. Significa aspettare l’altro se è più indietro. Significa pregare per lui/lei e amarlo concretamente e teneramente di più affinchè vedendo l’amore con cui l’amate possa desiderare di incontrare il vostro Cristo.

A me è successo. Posso testimoniarlo. Ho davvero desiderato Cristo quando ho visto il miracolo che aveva compiuto nella mia sposa. Anche io volevo essere come lei, amarla come lei mi amava. Non si fa proselitismo, ma si contagia per amore e con amore.

La Messa diventa quindi nutrimento per amare di più Gesù in Luisa. Se non comprendo questo sto perdendo tempo.

Mi capita spesso, dopo aver assunto l’Eucarestia, di inginocchiarmi e prendere la mano della mia sposa. E’ un gesto spontaneo. Ha un duplice significato, almeno per me. Significa dire a Cristo: Voglio sempre essere più uno con lei, saldaci sempre più con il tuo Santo Spirito. Significa dire a lei: ti ho affidata a chi ti ama più di me.  

La grandezza del matrimonio non finisce mai di sorprendermi e stupirmi.

Gesù, da quell’attimo importantissimo della nostra vita, in cui ci ha donato l’uno all’altra , ci ama non più solo come Antonio e Luisa, ma ci ama come coppia, e noi a nostra volta ricambiamo il suo amore amandolo insieme, con un solo cuore, nutrendoci di Lui e di noi,  nutrendo l’amore per Lui con il nostro amore sponsale e il nostro amore sponsale con l’amore per Lui.

In questo contesto la mia preghiera, il mio partecipare all’Eucarestia, il mio aprirmi a Gesù diventa salvifico e fonte di grazia e di forza anche per la mia sposa.

In quante situazioni di suo scoraggiamento e sconforto  l’ho affidata nelle mani di Gesù partecipando alla Santa Messa. Noi battezzati siamo tutti legati  gli uni agli altri come i tralci alla vite, ma gli sposi di più. Ricordiamocelo.

Antonio e Luisa

L’amore va trasfigurato

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete».
Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di quaresima. La quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto. Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo! E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi. Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno se necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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Lo stesso giogo

Coniuge. Questa parola ha un significato importante che mi piace molto e indica bene ciò che siamo o che dovremmo essere. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Portare lo stesso giogo.  Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Lo sposo e la sposa uniti dal giogo non si guardano negli occhi, ma per procedere devono guardare avanti, guardale l’obiettivo, la meta. Sicuramente ci sarà chi dei due tirerà di più, chi avrà più forza, più fede e più convinzione, ma questa è la cosa bella che tra due sposi va bene anche così. Non si deve per forza dividere lo sforzo a metà ma chi è più forte sarà lieto di donarsi completamente mentre chi è più debole e tira meno, a sua volta, per amore, cercherà di darsi totalmente per tirare più forte e non essere di peso all’altro. Naturalmente non siamo soli, c’è chi conduce il carretto della nostra vita. Il conducente è naturalmente Gesù al quale ci affidiamo ogni giorno, il quale ci conduce con amorevole pazienza. Gesù è un conducente strano, non sta seduto sul carretto ad aspettare che noi lo portiamo ma scende e spinge il carretto con molta più forza di quanta ne mettiamo noi. Condivide con noi tutte le cose belle e brutte che incontriamo lungo la strada e quando per noi si fa dura e ci sentiamo impantanati in strade fangose, lui con la sua forza ci spinge fuori e ci aiuta a ricominciare a camminare, perché fermarsi vuol dire morire e invece noi vogliamo con tutto il cuore giungere alla nostra meta che è la vita eterna e l’abbraccio con Colui che ci ha condotto fino a se stesso.

C’è un’altra importante considerazione da fare. Essere legati allo stesso giogo ci rende per forza di cose partecipi della vita dell’altro. I suoi inciampi rischiano di far cadere anche noi. C’era una frase scritta da don Giussani che mi è rimasta impressa. Adesso non ricordo le parole esatte, ma il senso era chiarissimo: la santità passa dall’impegnarmi a fondo affinchè il mio coniuge trovi la sua santità. Non posso dire che ciò che riguarda la mia sposa non sia anche affare mio. Siamo legati allo stesso giogo quindi quando lei inciamperà dovrò sostenere il suo peso per non cadere a mia volta. I suoi errori, le sue fragilità, le sue mancanze d’amore non saranno motivo per rompere il giogo, ma al contrario saranno occasioni per sostenerla e amarla proprio attraverso quel giogo che è il mio amore fedele che le ho promesso.

Vi lascio con le parole di Tertulliano come augurio di sperimentare la bellezza di camminare insieme, legati allo stesso giogo, giorno dopo giorno:

Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»  

Antonio e Luisa

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Curo tante coppie distrutte dalla pornografia

Oggi proseguiamo l’intervista con il dott. Piergiorgio Casaccia (qui la prima parte), medico specializzato in sessuologia che collabora con il nostro blog da alcuni mesi.

Piergiorgio tu affermi che un problema sessuale, come può essere la pornografia, non riguarda solo uno dei due partner ma entrambi. Certo, chi ha un problema va aiutato, ma non basta. Anche l’altro/a è una persona che è stata ferita dal comportamento del coniuge. Il rapporto tra i due va ristabilito in un clima di amore, complicità e fiducia. Cosa ci puoi dire?

Questione molto interessante, provo a risponderti. Nelle coppie che ho seguito, spesso c’era l’uomo che era inquinato dalla pornografia. Bisognava ricostruire il rapporto di coppia. Bisognava ricostruire il matrimonio. Prima di tutto sfatiamo un mito. Non sono solo gli uomini che consumano pornografia, ma spesso sono donne. In un terzo dei casi circa. Conseguenza tristissima è che l’uso di pornografia spesso è causa di divorzio. Uno studio degli avvocati americani pubblicato nel 2010 evidenzia come il 57% dei divorzi è dovuto direttamente o indirettamente all’uso di pornografia. E’ uno studio importante che fa capire come la pornografia incida profondamente sul rapporto di coppia. Poniamoci nei panni della moglie. Cosa prova una donna che scopre che il marito fa uso di materiale pornografico? Ovviamente si sente tradita. Viene a crollare completamente la fiducia. E’ come un tradimento vero e proprio anche se la società non lo percepisce così. Il tradimento provoca rabbia. Passato il primo momento di rabbia si possono avere diverse reazioni. Una reazione può essere di mettersi in competizione con quelle donne dei video. I due sposi iniziano a vivere quindi una sessualità disordinata. Una sessualità che cerca di replicare quanto mostrato nei video pornografici. E’ una sfida persa in partenza. Nei video ci sono attrici sempre giovani, sempre nuove, rifatte e ritoccate per eccitare l’uomo. Inizia quindi una vita sessuale frustrante per la donna e disordinata per l’uomo. Una sessualità fatta di rapporti anali, orali, con altre persone. Si arriva allo scambio di coppia. Un disfacimento completo. Ciò che resta alla donna è un profondo dolore, una profonda tristezza. Una impossibilità a competere. Puoi capire quindi come sia complicato poi ricostruire tutta la relazione. Anche qualora l’uomo smetta di fruire di pornografia il lavoro è solo all’inizio. Devo aiutarli a ricostruire tutto. Bisogna ricostruire sulle ceneri dove la fiducia è distrutta ed entrambi sono molto feriti. E’ un vero e proprio disturbo da post trauma. Questo è quello che posso raccontare attraverso il lavoro di terapeuta e medico. Non è facile. Ogni volta ho a che fare con i sensi di colpa del marito e le accuse della moglie per il dolore che continua ad avere. Io sono un medico credente e penso che certe situazioni solo il Signore può sanarle e ricostruire un rapporto. Solo sperimentando un amore grande e incondizionato i due possono riuscire a perdonarsi e a perdonare l’altro/a. Proprio ieri ho ascoltato una coppia che mi ha contattato attraverso il vostro blog matrimoniocristiano,org, che seguo in modo remoto attraverso skype. Vengo contattato spesso attraverso il vostro blog. Credo sia uno dei frutti belli della nostra collaborazione. Proprio ieri, come in tutte le sedute con i miei pazienti, abbiamo iniziato con un’invocazione allo Spirito Santo e abbiamo terminato affidando a Maria tutto il percorso terapeutico di recupero. Questo per dirti che in ogni consulenza sessuologica se non c’è l’affidamento a Colui che tutto può non se ne esce nonostante quello che posso fare o dire io. Io ci metto tutta la mia professionalità ma il miracolo lo fa il Signore. E’ lui che salva.

Piergiorgio la tua risposta mi ha provocato un’altra domanda. La battaglia della nostra società contro la violenza di genere resterà qualcosa di ipocrita e irraggiungibile fino a quando non si comincerà ad opporsi seriamente all’industria pornografica e alla “cultura” che ne consegue. Sei d’accordo?

Antonio io diverse volte ho affrontato l’argomento della violenza di genere. Io sono convinto che la pornografia sia alla base della violenza. La pornografia istiga a possedere l’altro/a e non ad amarlo/a e rispettarlo/a. Per questo vengo guardato come visionario e sognatore. Se non come cattolico integralista. Difficilmente vengo preso sul serio quando affermo questa connessione tra pornografia e violenza sulle donne. Alla base di tutto, ripeto, c’è la mancanza di rispetto per la persona umana. La si considera un oggetto con cui si può fare qualsiasi cosa. Quindi sì! La pornografia è alla base della violenza di genere dove si usa l’altro/a e si getta quando non serve più.

Antonio e Luisa con Piergiorgio

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Amare è caricarsi dei suoi pesi.

Ci sono due parole nella Bibbia. Sono molto simili, hanno infatti la stessa radice. Hanno cioè le stesse consonanti. Cambiano le vocali. A seconda della vocalizzazione applicata in lingua ebraica, la radice [KVD] (o KBD) assume diversi significati, quali:

Kavòd = onore, gloria
Kavèd = pesante

Questo mi permette di fare una riflessione sponsale. Quando io onoro, rendo gloria al mio matrimonio? Quando assumo i pesi dell’altro/a. Quando sono felice di poterlo fare per rendere la vita della mia sposa più leggera. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando a mia sposa, e attraverso di lei anche Dio.

Antonio e Luisa.

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Dio, il tessitore della nostra vita.

Certo che la Bibbia è un libro straordinario. Si è vero, per noi, che siamo cristiani, è il libro sacro ed è normale che lo riteniamo straordinario. Credo però di poter dire che per chiunque lo prenda in mano, e riesca a leggerlo andando oltre uno sguardo superficiale, si possa aprire un mondo affascinante. Anche per chi non crede. Certo bisogna andare oltre. Per andare oltre servono gli strumenti. Alcuni mesi fa ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere fr. Andrea Valori. Fr. Andrea è un religioso della Fraternità Francescana di Betania. In questi anni vive nel convento di Roma e sta approfondendo i suoi studi biblici. Ha una grande passione per la Scrittura e guida i pellegrini in Terra Santa. Fr. Andrea è quella persona che davvero ti può aprire lo scrigno della Parola. Padre Andrea riesce a guidarti oltre la superficie. Con lui sono riuscito ad immergermi nella profondita della Bibbia come non avevo ancora sperimentato. Certo ho fatto solo una piccola immersione, neanche tanto in profondità, ma mi è bastata per restare a bocca aperta dalla bellezza che ho intravisto e dalla meraviglia che ho percepito. Padre Andrea ha realizzato un piccolo testo, semplice e accessibile a tutti, dove mette a disposizione dei lettori alcune sue profonde riflessioni. Sono parte degli esercizi spirituali che propone ai pellegrini. Direttamente lì, sui luoghi santi del nostro credo. Lo fa in modo originale. La storia d’Israele è come un intreccio complesso che Dio ha operato lungo tutta la storia. Dio è il più grande e più bravo dei tessitori. Fr. Andrea presenta diverse interessanti riflessioni partendo proprio dai tantissimi e diversi tessuti presenti nelle pagine della Bibbia. Nella quarta di copertina Padre Andrea lo specifica bene:

La vita di ognuno è un panno lacerato da domande e giudizi, da spietate sicurezze e superficiali verità, dove dare tutto per scontato ferisce più di una lama. Dio promette un tessuto forte, lo restituisce trapunto e forgiato dall’intreccio dell’Amore con l’amore. Una donna toccò il Suo mantello e fu guarita. L’Umanità è sanata riconoscendo che è bello essere salvati da Colui che emana potenza tenue e dolce di fronte al Mio dolore sofferente: Gesù Cristo il Figlio del Dio-Tessitore.

Fra Andrea riesce a regalare delle piccole perle partendo da semplici parole. Come la tenda. Confezionata di tessuto, per l’appunto. La tenda è tantissime cose.

Ci troviamo nel deserto della Giordania, nei pressi del golfo di Aqaba, in quella località che oggi è chiamata Wadi Rum e che molto tempo fa ospitò la ripresa del cammino del popolo d’Israele come è narrato da Libro dei Numeri: “Partirono da Ezion-Gheber e si accamparono nel deserto di Sin, cioè a Kades” (Nm 33, 6)

Siamo nel deserto, la notte fa freddo. L’oscurità ci avvolge. Una notte nel deserto è un’esperienza unica, da fare. Adesso possiamo solo immaginarla. La tenda ha tanti e grandi significati per gli abitanti di quella terra. La troviamo fin dall’inizio, dalla Genesi. Fra Andrea esaminando sia la grafia, cioè i caratteri semitici che compongono la parola, sia il contesto e la cultura da cui proviene, ci dà alcuni spunti molto interessanti. Ed ecco che scopro, attraverso il testo, che la parola ebraica originale אוהל (ohel) è formata da una delle consonanti del nome di Dio ה (he). Una lettera associata al femminile che nella cultura del tempo era segno di incompitezza. Non commettiamo l’errore di giudicare con i nostri canoni. Prendiamola così. Quindi la tenda è dove abitavano i patriarchi. Che insegnamento possiamo trarre noi? Che Dio si rende presente proprio quando ci sentiamo precari, insicuri, incompleti e incompiuti. Che la nostra debolezza diventa la nostra forza, la nostra sicurezza. E’ lì che Dio si fa presente.

Dio abita nelle nostre precarietà, nelle steppe fatte di dubbio. Dio lascia che il suo nome sia nominato da chi balbetta ed è costretto a tartagliare lettera per lettera rischiando di essere sommerso dagli scherni, perchè ciò che dice non si capisce. Dio, però, dimora lì, anzi ancora di più: Dio è proprio questa sicurezza nella precarietà insensata della nostra vita

Questo è solo un piccolo passaggio del libro, ma che rende evidente la profondità di comprensione in cui fra Andrea può aiutarci ad entrare. Io l’ho trovato molto liberante e anche emozionante. Credo che sia una lettura adatta a tutti. Non escluvimante per gli sposi, ma gli sposi, leggendo insieme queste pagine, possono riflettere sulla bellezza della loro relazione abitata da Dio. Una tenda per l’appunto. Precaria e soggetta alle folate di vento. Ma proprio per questo ci permette di fare esperienza del Dio vivente. Fare esperienza di essere tabernacolo proprio in quanto sposi uniti da un sacramento.

Qui potete acquistare il libro

Antonio e Luisa.

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Consigli per migliorare la vita amorosa. Primo: nella coppia dedicatevi del tempo

È incredibile quante coppie sostengano di non avere tempo per loro, o confondono il tempo di coppia con il tempo che passano insieme ai bambini. Ribadiamolo ancora una volta: il tempo con i bambini è importantissimo ma si chiama “tempo di famiglia”. Il tempo di coppia è invece un tempo di qualità che i due partner si dedicano. Ricapitolando – tolti il lavoro e le funzioni vitali (mangiare, dormire, ecc) – i tempi si dovrebbero suddividere in:

  1. Tempi di famiglia: sono quelli finalizzati a far star bene i figli e accrescere il senso di comunione in famiglia
  2. Tempi di coppia: quelli che servono affinchè la coppia si rigeneri
  3. Tempi personali: da dedicare alle proprie passioni per portare novità agli altri membri della famiglia.

Ovviamente – in base alla fase del ciclo di vita nella quale siete – dovrete dedicare più o meno tempo alla famiglia, ma i tempi di coppia non devono mai mancare ed in questo pezzo ci dedichiamo a questi. Se la prima domanda che vi viene in mente è: “Tempi di coppia? Per fare che cosa?” allora significa che ne avete proprio bisogno. Perdonatemi, ma poi non stupitevi se non vi dedicate tempo e vi sentite come estranei. È matematico.
Importante:  tempi di coppia non esistono, quindi bisogna crearli appositamente, agenda alla mano. Soprattutto se ci sono bambini piccoli può sembrare un’impresa epica ma non scoraggiatevi, potete contare nell’ordine nell’aiuto di:

  1. Nonni
  2. Sorelle o fratelli
  3. Amici
  4. Famiglie dei compagni di classe dei figli
  5. Baby-sitter

Se vi spaventa l’aspetto economico considerate che:

  • Un regalo ad un’amica che vi tiene i figli una sera costa meno di una baby-sitter
  • Una baby-sitter costa meno di un consulente di coppia
  • Un consulente di coppia costa meno di una avvocato…

Ci rimane da rispondere alla domanda “Per fare che cosa?”. La risposta è piuttosto semplice: fate qualcosa che vi fa stare bene insieme.
Ecco alcuni suggerimenti non esaustivi:

  • Cinema
  • Teatro
  • Cenetta romantica
  • Pizza
  • Passeggiata
  • Sport insieme
  • Gita
  • Mostre d’arte
  • Volontariato
  • Laboratori per coppie

Se nessuna di queste combacia (deve piacere ad entrambi) andate avanti con l’elenco fin che non ne trovate una che stia bene a tutti e due. Attenzione! Nel tempo i vostri interessi possono cambiare. Anziché scoraggiarvi godete questa ulteriore possibilità di crescere e di conoscervi reciprocamente.
L’uscita di coppia deve essere qualcosa di speciale: prendetevi il tempo per prepararvi, sia fisicamente che psicologicamente, e predisponetevi a passare un bel momento nel quale – obbligatorio – non si parla di problemi nè di figli.
Non preoccupatevi se le prime volte litigate, vuol dire che non siete abituati.
In ogni caso siate simpatici come gli amici e dolci come gli amanti.
Toccarsi, darsi la mano, abbracciarsi mentre si cammina. Vedetelo come una sorta di carburante per i momenti in cui dovrete tornare alla vita ordinaria.
Un’altro scoglio che spesso mi viene presentato è: ma perché devo sempre proporre io?
Allora, posto che quando c’è una reciprocità nell’iniziativa la coppia gode di maggior salute, in attesa di questo tandem ideale non fate i bambini! La regole è: chi ha più iniziativa, proponga, e l’altro si impegni a non ostacolare. Non fatevi scoraggiare da partner apatici o lamentosi, superate con uno slancio, e chiedete entusiastica collaborazione.
In fondo si tratta di passare del tempo insieme, a fare qualcosa di bello. Ne uscirete arricchiti e rigenerati.

Pubblicato con il permesso dell’autore Marco Scarmagnani.

Qui l’articolo originale su www.semprenews.it

 

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La quaresima non è tristezza ma elevazione.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace. Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori,. per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo, che seppur lodevole, non ci cambia veramente, e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo. Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace. Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci, e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo. Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore, ma solo di usarci. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito, ad avere giorni di digiuno e giorni in cui si mangia solo pane, mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità. La quaresima, come già scritto, non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa.

Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa.

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Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo sposo.

Durante la Santa Messa di ieri, il nostro parroco ci ha aiutato a riflettere su un passaggio della prima lettura. Siamo nel Levitico. Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Domenica abbiamo ascoltato una di queste. Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permeto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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La legge del taglione può condurre all’amore?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle ».
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Il Vangelo di questa domenica mi permette alcune riflessioni, credo importanti. La prima domanda che sorge è: perchè Dio ha permesso una legge come quella de taglione? E’ davvero una legge barbara. Se tu mi fai qualcosa di male io ho il diritto di farti altrettanto. Non solo ho il diritto, ma ho il diritto divino di farlo. E’ scritto nero su bianco. E’ parola di Dio. Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro. (Levitico 24, 19-20). Come è possibile che Dio prescriva una legge tanto incomprensibile? Una legge spietata ai nostri occhi. Invece proprio questa legge, con la sua progressione ed evoluzione che possiamo trovare nel Nuovo Testamento, ci racconta chi è Dio. Come? Dio è un Padre e come un papà paziente e misericordioso non pretende tutto subito. Il Suo popolo non avrebbe capito. Allora ha cominciato a domandare qualcosa che gli israeliti avrebbero potuto capire. In un mondo dove il più forte spesso prevaricava il più debole, e dove le vendette erano spropositate rispetto all’offesa subita, Dio incomincia a mettere dei paletti. Ti ha rubato una pecora? Non ti è lecito sterminare lui e tutta la sua famiglia, ma riprenditi la tua pecora e prendine una a lui. Compreso cosa c’è dietro la legge del taglione? Non una legittimazione della violenza da parte di Dio, ma un cercare di porre limite alla violenza e alla vendetta. Dio ha così, poco per volta, attraverso tutti i suoi profeti, preparato il popolo eletto ad accogliere la verità, la Sua volontà. Quella espressa e incarnata da Gesù. Ciò che dice Gesù non contrasta quello che è scritto nel Levitico, ma lo perfeziona e lo porta a compimento. Ecco questa modalità pedagogica di Dio può esserci di aiuto per affrontare la quaresima che sta per cominciare. Attraverso il Vangelo di oggi possiamo comprendere meglio anche le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia. Al punto 122 parla di gradualità:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»

C’è una gradualità, si arriva alle vette dell’amore a piccoli passi. Piccoli passi possibili, citando un concetto caro a Chiara Corbella. Dobbiamo innanzittutto essere coscienti di essere chiamati a questo e poi impegnarci in una vita di dono e accoglienza dell’uno verso l’altra. Dobbiamo lasciare agire lo Spirito Santo che è maestro. Non dobbiamo spaventarci, anche se vediamo la povertà del nostro amore. Gradualmente continueremo a crescere e se mai dovessimo affrontare situazioni complicate e cariche di sofferenza dobbiamo avere la certezza che se metteremo la nostra forza e la nostra volontà, Dio farà miracoli con quel poco che potremo dare. Non siamo soli, Gesù è con noi nei momenti belli e, a maggior ragione, in quelli dolorosi perchè abbiamo più bisogno del suo aiuto. Non vergognamoci di dare i nostri pochi pani e pochi pesci. Attraverso quella miseria Gesù ha già sfamato una moltitudine di persone. A noi non chiede più di ciò che possiamo dare, il di più lo mette Lui. Voglio terminare con una parola di Chiara che spiega così il significato di piccoli passi possibili:

Per arrivare al Signore non devi correre né camminare troppo piano: devi avere un passo costante, continuo e soprattutto sul presente; perché la stanchezza viene se pensi al passato e al futuro, mentre se cammini pensando soltanto al piccolo passo possibile che tu ora puoi fare, a un certo punto arrivi alla meta e dici: “Sono già arrivata! Incredibile, Signore, ti ringrazio!”

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Hai usato proprio tutte le tue forze?

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire adesso basta. Non sopporto più il comportamento dell’altro/a. Ho tollerato abbastanza. Se ne approfitta. Tutto l’impegno che ci metto e lui/lei non capisce e continua a commettere sempre gli stessi errori. Ho tollerato abbastanza, ora la misura è colma. Anche noi cristiani quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. E’ proprio questo modo di pensare che non funziona. Perchè significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Come fare? Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli e riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. E li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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