La castità è scritta in noi

L’Influenza dell’Amplesso Fisico nell’Unione Psicofisica e il Valore della Castità Cristiana

L’amplesso fisico, comunemente inteso come atto sessuale, rappresenta molto più di un mero incontro tra corpi. Esso costituisce una delle esperienze più profonde di connessione psicofisica tra due individui, con radici biologiche, emotive e spirituali. Noi cristiani crediamo nell’unità della persona umana. Tutto interagisce con tutto in un intreccio tra anima, psiche, cuore e corpo.

La castità è esattamente questo. Vivere ogni gesto nella verità integrale della persona. Nulla a che vedere con l’astinenza. La castità è una scelta morale. Cosa vuol dire? La morale cristiana non consiste prima di tutto in una serie di divieti, ma in una scelta per il bene, una scelta per la verità, una scelta per il vero amore che diventa dono di sé. (Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 5 giugno 2006).

La morale cattolica insegna che la dimensione sessuale non può essere separata dal contesto del dono totale e indissolubile tra i coniugi. È in questo orizzonte che si colloca il valore della castità, che non reprime, ma ordina la sessualità verso il bene autentico dell’amore. Quando il corpo esprime la stessa verità di tutta la persona.

Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’amore coniugale si esprime in modo autentico quando i coniugi si donano totalmente l’uno all’altro, senza riserve né condizioni. Il linguaggio del corpo, espresso nell’unione sessuale, deve riflettere questa verità.” (Familiaris Consortio, 32)

I corpi nell’amplesso generano una comunione che poi però, se non vissuta all’interno dell’unione sponsale, non esiste – o esiste solo parzialmente – nel resto della persona. Cosa intendo dire? Facciamo parlare il nostro corpo.

L’Amplesso Fisico tra Connessione e Incompiutezza

L’amplesso fisico è un’esperienza che coinvolge profondamente il corpo e la mente. Durante questo momento di intimità, il corpo umano rilascia ormoni e neurotrasmettitori che rafforzano il legame tra i partner:

  • L’ossitocina, nota come “ormone dell’amore”, intensifica fiducia e affiliazione, rendendo il rapporto un luogo privilegiato di vicinanza e connessione.
  • La dopamina e le endorfine creano piacere, alleviano tensioni e generano un senso di benessere condiviso.

Questi processi fisiologici riflettono una piena intimità a livello corporeo, ma questa spesso non coincide con una reale pienezza a livello emotivo o spirituale. La sensazione di vuoto o tristezza che talvolta segue l’atto sessuale – descritta già dagli antichi romani con l’espressione “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”) – non è il frutto di norme morali o di sensi di colpa imposti, ma di un’incompiutezza intrinseca al gesto stesso quando non è radicato in un legame profondo e significativo.

Numerosi esperti e anche l’insegnamento cristiano sottolineano che l’intimità fisica raggiunge la sua pienezza solo all’interno di una relazione che abbracci tutto il significato dell’amore. L’atto sessuale, in questo contesto, diventa non solo un’esperienza di piacere, ma un’espressione totale di amore, fiducia e apertura reciproca.

La castità pre-matrimoniale diventa quindi una scuola di attesa e rispetto, capace di preservare la forza creativa dell’amplesso per il momento in cui esso può esprimere pienamente il suo significato, come dono reciproco e apertura alla vita.

2. L’Unione Psichica e Relazionale nella Castità

L’esperienza sessuale, nella visione cristiana, non si limita alla dimensione fisica ma coinvolge profondamente l’anima e la relazione. Il senso di vulnerabilità e apertura che accompagna l’amplesso richiede una base solida di fiducia e amore incondizionato, che trova il suo culmine nel sacramento del matrimonio. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, afferma: “La castità non è una negazione, ma la piena integrazione della sessualità nella persona. Essa libera l’amore da ogni egoismo e lo apre al dono totale di sé.

  • La castità è un cammino di maturazione: educa la persona a vivere la sessualità come dono, non come possesso.
  • L’attesa, lungi dall’impoverire la relazione, la arricchisce di significati più profondi, coltivando un linguaggio d’amore che va oltre il gesto fisico.

3. Il Senso Ultimo: Un Amore Totale e Trascendente

Il cristianesimo vede nell’amplesso fisico un segno della donazione totale tra i coniugi, un gesto che riflette l’amore di Cristo per la Chiesa. Questa prospettiva eleva l’atto sessuale al di sopra della mera dimensione biologica o emozionale, inserendolo in una dinamica di trascendenza.

Come afferma Papa Benedetto XVI: “La sessualità umana non è semplicemente biologica, ma riguarda l’uomo nella totalità della sua esistenza. Nel matrimonio cristiano, essa diventa linguaggio dell’amore, un amore che è fedele, esclusivo e aperto alla vita.” (Deus Caritas Est, 11)

La castità non sminuisce, ma orienta il desiderio umano verso la verità dell’amore: un amore che è libero, totale, fedele e aperto alla vita. È in questa logica che l’amplesso diventa un linguaggio sacro, capace di celebrare il mistero dell’unione tra corpo e spirito. San Giovanni Crisostomo dice: “Quando marito e moglie sono uniti nell’amore, essi sono come una lira suonata in armonia dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Il mio diletto è mio e io sono sua

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti meravigliosi. Il mio diletto è mio! C’è del possesso? In realtà no, c’è l’amore autentico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio diletto è mio e io sono sua;

di lui che pascola fra i gigli.

Prima che spiri la brezza del giorno

e si allunghino le ombre,

ritorna, amore mio,

somigliante a una gazzella

o a cerbiatto,

sopra i monti dei profumi.

L’Amore del Cantico: Una Sintesi della Bibbia

Il mio diletto è mio e io sono sua. Questa affermazione della Sulamita è il centro del Cantico dei Cantici. In una frase è condensato l’intero libro della Bibbia. È condensato il significato dell’amore, quello vero, quello di Dio. Ci rimanda direttamente alla Genesi. Dopo che Adamo ed Eva mangiarono dall’albero, Dio disse alla donna: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. Nel Cantico c’è l’amore delle origini. Nel Cantico c’è l’amore riportato all’armonia e all’ecologia (verità naturale) dell’ordine posto dal Creatore.

Un Amore Integrale e Redento

Un amore che rende l’uno dell’altra. Un amore esclusivo, un amore erotico, un amore agapico, un amore d’amicizia, un amore che non tralascia nulla e per questo rende i due sposi l’uno dell’altra. Non per dominio come accade nella Genesi, ma per mutua donazione reciproca, donazione in anima e corpo.

Noi possiamo amare così, possiamo tornare all’amore delle origini, raccontato nel Cantico, grazie a Gesù. Grazie al nostro amore redento dal sacrificio di Cristo. Grazie quindi al sacramento del matrimonio. Il sacramento del matrimonio, per chi lo sceglie e lo vive con fede, non è un istituto giuridico e sociale frutto del patriarcato e dove la donna viene imprigionata in un ruolo di servizio – come piace definirlo oggi – ma diventa luogo di vera liberazione.

San Giovanni Paolo II ci ricorda: “Il sacramento del matrimonio è segno dell’amore di Dio per l’umanità, un amore redento e trasformato nella grazia” (Catechesi sull’amore umano, 15 settembre 1982).

Il sacramento del matrimonio opera una vera guarigione. Prende il nostro amore umano ferito dal peccato originale, incapace di esprimere e vivere un amore ecologico e autentico, e lo riporta all’ordine delle origini, lo riporta alla bellezza che Dio aveva in mente, quando ha pensato di creare l’uomo e la donna perché diventassero una carne sola.

La Gioia dell’Appartenenza Reciproca

Io sono della mia sposa e lei è per me. È bellissimo sentire di appartenerci. È bellissimo sapere che l’altra, nella libertà dei figli di Dio, ha deciso, nella sua piena libertà, di donare tutto il suo spirito e tutto il suo corpo a me e solo a me. È bellissimo sapere come da questo amore siano nati 5 figli. Persone e figli di Dio che vivranno per l’eternità grazie al nostro amore e grazie al fatto che Dio ci ha resi partecipi della creazione.

È bellissimo ogni giorno vissuto in questo modo. Sta a noi non rovinare tutto questo. Sta a noi impegnarci ogni giorno nel combattimento spirituale contro i nostri peccati e i nostri vizi. Sta a noi attingere alla forza della Grazia. Sta a noi dare tutto per l’altro nel servizio e nei gesti di tenerezza quotidiani. San Giovanni Paolo II sottolinea: “L’amore sponsale è un cammino che conduce alla santità, perché trasfigura le relazioni umane in una comunione divina” (Familiaris Consortio, n. 13).

La Sessualità: Un Dono di Dio

Voglio terminare con le parole che Papa Francesco ha donato ad alcuni giovani francesi, il 17 settembre del 2018: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio.”

Questa è la sessualità del Cantico. Questa è la sessualità che supera il peccato originale. Questa è la sessualità redenta dal sangue di Cristo. Non buttiamo alle ortiche un dono tanto grande e pagato a un prezzo così alto dal nostro Dio. Impegniamoci a fondo per viverla in pienezza ed essere felici.

Antonio e Luisa

Un matrimonio fragile sa di eterno se custodito

La Fragilità e la Relazione Matrimoniale: Una Visione Cattolica

La frase di Nassim Nicholas Taleb “Essere fragili non è la stessa cosa che essere obsoleti. Colpisci un bicchiere e non durerà un momento; basta non colpirlo e durerà per migliaia di anni” offre una profonda riflessione sul matrimonio. Anche le relazioni più belle e durature possono apparire fragili, ma questa fragilità non implica inutilità o essere destinate al fallimento. Con una chiave cattolica, possiamo vedere questa immagine attraverso la luce della fede e degli insegnamenti della Chiesa.

1. Evitare Colpi Inutili: L’Amore Come Scelta Quotidiana

San Giovanni Paolo II ha affermato: “L’amore non è una cosa che si impara, e tuttavia non c’è niente di più importante da imparare”. Come un bicchiere fragile che dura se non viene colpito, così una relazione matrimoniale richiede di evitare comportamenti distruttivi come la mancanza di rispetto, il tradimento e l’indifferenza. Ogni giorno è un’occasione per scegliere di amare e costruire. L’amore non è solo un sentimento, ma una decisione costante di donarsi all’altro.

Un matrimonio prospera quando entrambe le parti si impegnano a non infliggersi ferite emotive attraverso parole dure o gesti scortesi. “Le parole gentili sono brevi e facili da dire, ma la loro eco è eterna”, disse Santa Teresa di Calcutta. Non esiste dire sono fatto così. La nostra promessa matrimoniale non ci preclude l’errore – sarebbe impossibile – ma ci chiede di impegnarci a fondo per farne sempre meno e migliorare il nostro atteggiamento verso il rispetto della sensibilità dell’altro.

2. Manutenzione e Cura: Il Sacramento Come Fonte di Grazia

Il matrimonio cristiano è un sacramento che riceve forza dalla grazia divina. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, insegna: “L’amore che ci unisce è sostenuto dalla grazia del sacramento, che è una forza interiore permanente, offerta dallo Spirito Santo”. La cura quotidiana attraverso la preghiera comune, il dialogo sincero e i piccoli gesti d’amore protegge la relazione come il vetro che dura se custodito con attenzione.

Questa cura implica anche il perdono reciproco. San Francesco di Sales – frase poi ripresa da papa Francesco – insegnava: “Non lasciate mai che il sole tramonti sulla vostra rabbia”. Prendersi cura del proprio coniuge significa anche essere attenti ai suoi bisogni e mostrare affetto attraverso atti concreti di servizio.

3. Fragilità Non Significa Debolezza: La Forza nella Debolezza

San Paolo scrive: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). La fragilità non è sinonimo di inutilità, ma di una vulnerabilità che può trasformarsi in forza quando viene affidata a Dio. Le coppie sono chiamate a riconoscere i propri limiti e a crescere insieme attraverso il perdono e l’umiltà. Accettare la propria fragilità permette di costruire una relazione fondata sulla verità. La trasparenza e l’apertura generano fiducia e rafforzano il legame. Sant’Agostino affermava: “La misura dell’amore è amare senza misura”, un invito a superare l’orgoglio per abbracciare l’amore vero.

4. Costruire Resilienza: L’Antifragilità nella Fede

Una relazione non solo sopravvive alle difficoltà, ma può diventare più forte se affrontata con fede e speranza. Come disse Sant’Agostino: “Dio non ti avrebbe dato il desiderio di ciò che sembra impossibile se non ti avesse dato anche la possibilità di realizzarlo”. Affrontare insieme le crisi permette di crescere nell’amore autentico, che è sacrificio e donazione. Superare le sfide rafforza il vincolo matrimoniale, rendendolo più profondo e stabile. Papa Benedetto XVI ha detto: “L’amore vero è un cammino che implica sacrificio, pazienza e perdono”.

L’Amore Che Dura nel Tempo

La fragilità del matrimonio non è una condanna, ma un invito alla cura continua e alla fiducia nella grazia di Dio. Come il bicchiere che dura se non viene colpito, così l’amore matrimoniale può resistere e fiorire attraverso la preghiera, il rispetto reciproco e la fedeltà. San Giovanni della Croce ci ricorda: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. È nell’amore vissuto ogni giorno che un matrimonio fragile diventa eterno, un segno visibile della presenza di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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Matrimonio e celibato. Per una teologia nuziale del cristiano

Il nuovo libro del teologo p. Manuel Valenzisi, sacerdote francescano della provincia umbra, si presenta come un’originale proposta sulle vocazioni matrimoniali e celibatarie, illuminata da uno sguardo sul Mistero di Cristo, quale Mistero di Alleanza nuziale tra Dio e uomo, Cristo e la Chiesa, e fondamento di ogni comunione tra gli uomini, specialmente tra uomo e donna.

L’autore, desideroso di accompagnare chi è in cerca della propria chiamata o vuole approfondirla, afferma che la sua ricerca si nutre non solo di riflessioni personali, ma è frutto della comunione dei santi e i compagni di fede qui in terra.

Con un approccio altamente speculativo, sintetico e chiaro nel linguaggio, il volume, suddiviso in quattro capitoli, intreccia sapientemente diritto canonico, dogmatica e spiritualità.

Attraverso un’analisi critica accurata, condotta a partire dalle fonti più autorevoli, Valenzisi dimostra l’origine socio-giuridica e non teologica della nozione classica di “stati di vita”, suggerendo un nuovo vocabolario per comprendere profondamente le vocazioni cristiane.

Egli riserva particolare attenzione al matrimonio e al celibato per il Regno, considerandole “vocazioni paradigmatiche”, senza trascurare il celibato vissuto da molti laici non sposati, i cosiddetti single, soggetti spesso a umilianti pregiudizi, e aprendo, così, una pista di riflessione assai promettente per la teologia e la pastorale della Chiesa.

Nel capitolo finale, l’Eucaristia viene identificata come il culmine e la fonte di quel Mistero nuziale che le vocazioni matrimoniale e celibataria rappresentano secondo modalità opposte e reciprocamente feconde.

In definitiva, con rigore e competenza, l’opera di Valenzisi si propone di rivitalizzare il dibattito sulle vocazioni in modo inclusivo e profondo.

Pamela Salvatori

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Booktrailer:

Stupore e Matrimonio: Un Legame Speciale

Il tempo passa molto velocemente per me in questo periodo, preso dal lavoro, dalla famiglia e da tanti impegni legati ai separati e alla diocesi: mi sto accorgendo che il periodo di Avvento è più occupato dai regali da fare e dall’organizzazione delle feste, che da un tempo di qualità dedicato a contemplare Chi sta per nascere. Spesso, infatti, siamo presi dall’abitudine e ci dimentichiamo di fermarci e lasciare che la meraviglia entri nei nostri cuori.

Lo Stupore come Grazia

Lo stupore non è solo una reazione istintiva a qualcosa di sorprendente o inatteso, ma un invito a fermarci, a riflettere, a rendere grazie per ciò che ci è stato donato e questo lo aveva ben capito San Francesco che ha inventato il presepe proprio per immedesimarsi meglio in questo evento unico.

Matrimonio: Sorgente di Acqua Viva

Il Sacramento del Matrimonio è un dono che, se non vissuto con gratitudine e stupore, può diventare routine, abitudine. La realtà del matrimonio, così come quella dell’Eucaristia, non è un regalo che ci viene dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua viva, che ogni giorno ci chiama a immergerci in essa, a scoprire nuovi strati di verità, di amore, di relazione. Non dovremmo mai dare per scontato il nostro matrimonio, così come non dovremmo mai smettere di essere stupiti dalla presenza di Dio nella nostra vita, che è vivo e presente nel Sacramento.

La Grazia dello Stupore nelle Piccole Cose

Lo stupore è una grazia che ci spinge a non accontentarci, a non fermarci, ma a crescere. Mi viene in mente quanto le nostre figlie ci abbiano stupito, fin da piccole, con la loro curiosità insaziabile, il loro desiderio di esplorare il mondo e di scoprire cose nuove; ogni piccolo passo per loro, dal primo bagnetto alla prima pappetta, era un grande passo verso la meraviglia e noi, guardando i loro occhi, riscoprivamo anche la bellezza e la semplicità di cose che ormai davamo per scontate.

La Meraviglia nel Cammino di Coppia

Questa spinta a meravigliarci condiziona anche il cammino come coppia: quando ci abituiamo troppo all’altro, quando smettiamo di essere sorpresi dal suo sguardo, dalle sue parole, dai suoi gesti, allora la vita matrimoniale perde qualcosa e l’abitudine, come un veleno silenzioso, inizia a corrodere l’amore.

Sorprendersi per Amarsi

Se un partner riesce a sorprenderci con una parola gentile, un gesto di comprensione, una risposta che non ci aspettavamo, ecco che ritorna la bellezza della relazione: per questo quando ci sono relazioni un po’ spente o in crisi, consiglio sempre di fare qualcosa d’inaspettato, qualcosa che sorprenda l’altro, del tipo: “Ho organizzato tutto, stasera andiamo fuori a cena e poi a vedere quel film che desideravi guardare”.

Stupore nella Separazione

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

L’Avvento e il Mistero della Meraviglia

Nel periodo di Avvento, siamo chiamati a riflettere sul grande Mistero che ha preso forma in Maria, una giovane donna che si è trovata davanti a qualcosa di immensamente più grande di lei, qualcosa che non riusciva a comprendere del tutto: si meraviglia esclamando “Come è possibile?”, come ogni cuore umano che si apre alla presenza divina.

Un Natale di Silenzio e Stupore

Ecco, in questo Natale, il mio desiderio è di poter rimanere in silenzio davanti al presepe, magari con le mie figlie, cercando di vedere, tra le luci, la bellezza del Bambino che nasce. Voglio fermarmi a contemplare quel dono straordinario che è la venuta di Cristo, senza aspettarmi nulla di più; forse allora sarà davvero un Natale diverso, un Natale che non ha bisogno di regali spettacolari, ma che trova la sua pienezza nel semplice stupore di essere amati da Dio, che è venuto per ciascuno di noi con tenerezza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Maria, Madre e Figlia: Riflessioni sull’Omelia di Papa Francesco. Maria figlia.

Durante la Messa dell’otto dicembre Papa Francesco ci ha regalato una bellissima omelia su Maria. La Madonna vista come donna. Pienamente donna. Donna che è figlia, donna che è moglie e donna che è madre. Mi è piaciuta tantissimo tanto che ho deciso di farne una serie di tre riflessioni. Oggi iniziamo con Maria figlia. Il Papa ha affermato:

Prima di tutto guardiamo all’Immacolata come figlia. Della sua infanzia i Testi sacri non parlano. Il Vangelo ce la presenta invece, al suo ingresso sulla scena della storia, come una giovane ragazza ricca di fede, umile e semplice. È la “vergine” (cfr Lc 1,27), nel cui sguardo si riflette l’amore del Padre e nel cui Cuore puro la gratuità e la riconoscenza sono il colore e il profumo della santità. Qui la Madonna ci appare bella come un fiore cresciuto inosservato e finalmente pronto a sbocciare nel dono di sé. Perché la vita di Maria è un continuo dono di sé.

Maria, come figlia di Dio, ci offre numerosi insegnamenti preziosi per la nostra vita spirituale e quotidiana. Ecco alcuni spunti:

1. Fiducia totale nel Padre

Maria ci insegna a fidarci pienamente di Dio, anche quando il Suo piano non è immediatamente comprensibile. Il suo fiat (“Avvenga di me secondo la tua parola” – Lc 1,38) è l’esempio perfetto di abbandono fiducioso alla volontà divina. Come ha detto Papa Benedetto XVI: Maria ci invita a mettere Dio al primo posto e a fidarci di Lui, che ci guida come un Padre amorevole.

Come Maria si è fidata pienamente del piano di Dio, gli sposi sono chiamati a fidarsi l’uno dell’altro e del progetto che Dio ha per loro.

2. Umiltà e disponibilità

Come figlia, Maria vive nella totale consapevolezza di essere amata da Dio e risponde con umiltà e apertura. Non si vanta del privilegio ricevuto, ma lo accoglie come un dono da condividere con l’umanità. San Bernardo di Chiaravalle diceva: Maria è l’umile serva che riconosce la propria piccolezza e lascia a Dio tutto il merito.

Maria insegna a vivere l’amore con umiltà, senza cercare di mettersi al centro, ma mettendosi al servizio. Questo atteggiamento può ispirare gli sposi a donarsi l’uno all’altro con generosità.

3. Obbedienza filiale

Maria ci insegna che la vera libertà nasce dall’obbedienza. La sua sottomissione alla volontà del Padre non è passività, ma un atto di amore consapevole. San Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: Maria è la figlia obbediente che vive ogni istante per glorificare il Padre, seguendo con prontezza ogni Suo desiderio.

Maria insegna ad accogliere con fede e pazienza le sfide, vedendole come parte del cammino verso una maggiore santità.

4. Gratitudine verso Dio

Maria è modello di riconoscenza. Il suo canto, il Magnificat (Lc 1,46-55), è un’esplosione di gratitudine verso Dio, che ha compiuto grandi cose in lei. Papa Francesco ci ricorda: Maria è la donna del sì e del grazie. Insegna che la gioia vera nasce dal riconoscere l’amore di Dio nella nostra vita. (Omelia, 15 agosto 2013)

Il Magnificat di Maria ricorda agli sposi di ringraziare Dio per il dono del loro amore e di riconoscere ogni giorno le benedizioni nella loro vita.

5. Vivere come figli amati

Maria vive la sua relazione con Dio come una figlia che sa di essere amata infinitamente. Questo amore la rende capace di affrontare con forza e serenità le difficoltà. Anche noi possiamo imparare a vivere con questa consapevolezza. San Giovanni Paolo II scriveva: In Maria vediamo cosa significa essere figli di Dio: accettare il Suo amore, corrispondere ad esso e lasciarsi trasformare. (Redemptoris Mater, 18)

La vita di Maria è un abbandono completo allo Spirito Santo. Maria la piena di Grazia. Per noi sposi significa aprire il cuore alla Grazia del sacramento del matrimonio. Che il nostro amore rifletta il Suo amore.

6. Essere strumenti di amore

Maria ci insegna, infine, che essere figli di Dio significa diventare canali del Suo amore per il mondo. La sua vita è un dono continuo per gli altri, a partire dal suo ruolo di Madre del Salvatore.

La vita di Maria è un continuo dono di sé. Per gli sposi, questo significa imparare a rinunciare all’egoismo per costruire un amore autentico e duraturo.

Antonio e Luisa

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Le piccole volpi: un pericolo sottovalutato

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Fanno la loro comparsa dei “teneri animaletti“. Sono davvero così innocui? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Catturate per noi le volpi,

le volpi piccoline

che devastano le vigne:

le nostre vigne in fiore!

Nel Cantico dei Cantici, l’immagine delle piccole volpi sembra inizialmente tenera e innocua. Tuttavia, il testo ci invita a vigilare attentamente: queste piccole volpi possono essere letali per la vigna in fiore. Ma cosa rappresentano queste “volpi” nella vita matrimoniale?

San Giovanni Paolo II, nel suo magistero sulla famiglia, sottolineava che l’amore coniugale deve essere continuamente curato, poiché anche i piccoli gesti di disattenzione possono minare la solidità del rapporto. “L’amore autentico è esigente, ma proprio per questo è fonte di vera libertà” (Familiaris Consortio, n. 14).

Una vigna rigogliosa

Il matrimonio, all’inizio, è spesso paragonabile a una vigna fiorita: piena di colori, profumi, bellezza e promesse di frutti abbondanti. È una stagione di gioia che dona sostanza e fondamento alla vita degli sposi. Tuttavia, come ogni vigna, anche la relazione matrimoniale è fragile e può essere attaccata, non necessariamente da eventi straordinari, ma da piccole minacce quotidiane.

Le piccole volpi: cosa sono?

Le piccole volpi sono le mancanze quotidiane, le abitudini dannose e le omissioni apparentemente insignificanti. Non sono i “grandi uragani” della vita, come lutti o tradimenti, a distruggere molti matrimoni, ma piuttosto queste piccole insidie trascurate. Giovanni Paolo II ci ricorda: “La grande tentazione del matrimonio è la routine, che rischia di spegnere il fuoco dell’amore. È necessario un rinnovamento continuo del dono reciproco” (Homilia sobre el Matrimonio, 1980).

Esempi di piccole volpi nella vita matrimoniale includono:

  • Non salutare il coniuge al momento di uscire o tornare a casa.
  • Evitare momenti di tenerezza o dialogo, rifugiandosi invece in distrazioni come televisione o smartphone.
  • Trascurare la preghiera e l’unione spirituale come coppia.
  • Lasciarsi sopraffare dalla stanchezza e non coltivare l’intimità fisica.

Il pericolo degli sciacalli

Secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, l’ebraico antico utilizza lo stesso termine per indicare sia le volpi sia gli sciacalli. Gli sciacalli, che si cibano di carogne, diventano un simbolo delle “morti relazionali” che si accumulano nel tempo, se non affrontate. San Giovanni Paolo II ci esorta: “Non abbiate paura delle difficoltà della vita familiare. Esse possono essere superate con l’amore, la pazienza e la grazia di Dio” (Familiaris Consortio, n. 13).

Scacciare le piccole volpi

Per salvaguardare la bellezza della vigna matrimoniale, è necessario identificare queste piccole volpi e scacciarle con determinazione. Gli sposi sono chiamati a un rinnovamento costante, a prendersi cura del loro rapporto con impegno e creatività. Come insegna Giovanni Paolo II: “L’amore si consolida e si rinnova nel dono di sé quotidiano, nelle attenzioni piccole e grandi che rafforzano il legame e rendono il matrimonio sempre più simile al sogno di Dio per l’uomo e la donna” (Catechesi sull’Amore Umano, 1981).

Il matrimonio è una vigna preziosa, affidata alle nostre mani. Sta a noi coltivarla con cura, liberarla dalle piccole volpi e proteggerla dagli sciacalli, affinché possa continuare a fiorire e portare frutti di amore e gioia.

Antonio e Luisa

Il Matrimonio e le Trappole di satana

La relazione tra gli sposi e la crescita personale di ogni persona passano attraverso il perfezionamento verso il bene e la verità di ogni componente umana. Noi cristiani quindi non possiamo sottovalutare che abbiamo un’anima. La nostra parte più trascendente. Per questo non possiamo disinteressarci dell’influsso di satana nella nostra vita. So che tanti fanno fatica a crederci ma credo che siano verità che fanno parte della nostra fede e vanno conosciute.

Il matrimonio cristiano è una vocazione sacra che riflette l’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Per questo motivo, il diavolo lo odia e tenta in ogni modo di distruggerlo. Come ha ricordato Papa Francesco: “Il demonio ha due armi potenti per distruggere la Chiesa: le divisioni e il denaro. Il matrimonio è immagine della Chiesa, e dunque il demonio lavora per seminare discordia anche tra gli sposi.”

Questa battaglia spirituale si manifesta sia con tentazioni ordinarie che straordinarie, come ossessioni, vessazioni o, nei casi più gravi, possessioni. Tuttavia, gli sposi che vivono l’amore coniugale nella gratuità e nella totale donazione non hanno nulla da temere. San Giovanni Paolo II ci ha insegnato che: “L’amore vero si realizza nel dono sincero di sé. Gli sposi che vivono questa realtà partecipano dell’amore stesso di Dio.” Ma siccome la maggior parte di noi fatica a raggiungere tali vette, è essenziale essere consapevoli delle trappole che il demonio usa per allontanarci dal piano di Dio.

1) Le sedute spiritiche, pozioni magiche, magia bianca e nera.

Papa Benedetto XVI ha sottolineato la pericolosità di queste pratiche: “Nel tentativo di dominare il futuro o influenzare eventi al di fuori della volontà divina, l’uomo si apre a forze oscure che lo portano lontano da Dio. Solo la luce di Cristo libera dal potere delle tenebre.” Queste attività, spesso mascherate da innocue curiosità, sono in realtà porte spalancate verso l’occultismo e il demonio.

2) Cartomanti, occultisti e guaritori.

A coloro che si rivolgono a maghi e cartomanti per problemi di salute, lavoro o amore, Papa Francesco ha ricordato: “Rivolgersi agli indovini o a chi promette di risolvere i problemi con mezzi magici significa negare la fiducia in Dio. Questo è peccato contro il primo comandamento.” Queste pratiche possono sembrare efficaci inizialmente, ma conducono a schiavitù spirituale, truffe e manipolazioni. Secondo l’Osservatorio Antiplagio Italiano, 12 milioni di italiani cadono in queste trappole, soprattutto tramite internet e social media.

3) La televisione come veicolo di occultismo.

In molte trasmissioni televisive si promuovono maghi, astrologi e stregoni. San Giovanni Paolo II avvertiva: “I mezzi di comunicazione sociale hanno una responsabilità speciale nel formare le coscienze. La diffusione di pratiche occulte contribuisce a una cultura della morte e della confusione spirituale.”

4) Internet e social media.

Papa Francesco ha messo in guardia contro l’uso improprio del web: “Internet è un dono di Dio, ma quando diventa un veicolo di odio, menzogna o pratiche che offendono Dio, si trasforma in uno strumento del maligno.” Contenuti legati al satanismo, al rock estremo o all’occultismo abbondano online, avvicinando le persone, soprattutto i giovani, a pericoli spirituali.

5) Tatuaggi e piercing con significati occulti.

Sebbene non sempre siano problematici, quando tatuaggi e piercing si ispirano a simboli satanici o esoterici, rappresentano una profanazione del corpo. Come ricorda San Giovanni Paolo II: “Il corpo è chiamato a glorificare Dio e non può essere strumento di idolatria o simbolo di ribellione.”

6) La pornografia: una ribellione al progetto di Dio sugli sposi.

La pornografia è una delle trappole più diffuse e devastanti. Papa Francesco ha definito questo fenomeno un “attentato alla dignità umana”, aggiungendo: “La pornografia distrugge i legami d’amore e rende schiavi del piacere egoistico, privando l’uomo della capacità di amare veramente.” L’ossessione per il piacere conduce alla perversione e, nei casi più gravi, al satanismo.

7) La massoneria.

La massoneria è stata più volte condannata dalla Chiesa per i suoi legami con pratiche esoteriche e culti contrari a Dio. Papa Leone XIII, nella sua enciclica Humanum genus, scrisse: “La massoneria cerca di sovvertire l’ordine cristiano, promuovendo un’umanità separata da Dio, sotto l’apparenza di benevolenza e progresso.” Le testimonianze confermano l’uso di riti magici e la venerazione di Lucifero in alcuni ambienti massonici.

8) La maledizione generazionale.

Papa Francesco ha più volte richiamato l’importanza di benedire, non maledire: “La benedizione è un dono che porta pace e vita. La maledizione, al contrario, nasce dal cuore chiuso a Dio e alimenta il male.” Maledire i figli o rivolgersi a maghi per potenziare tali maledizioni è un grave peccato e un pericolo spirituale.

9) La separazione coniugale.

La separazione è una ferita dolorosa, spesso sfruttata dal maligno per alimentare odio e risentimento. Papa Benedetto XVI ha detto: “Il perdono tra gli sposi è l’unica via per superare le crisi e aprirsi alla grazia di Dio, che può trasformare anche le situazioni più difficili.” Quando si cede al risentimento, si può cadere nella tentazione di vendette spirituali pericolose.

10) Halloween e l’occultismo.

Padre Francesco Bamonte, vicepresidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti, ha dichiarato: “Halloween, pur presentato come gioco innocente, abitua i giovani a una mentalità che banalizza il male e apre alla fascinazione per l’occulto. La mia esperienza come quella di altri esorcisti, mostra come la ricorrenza di Halloween incluso il tempo che la prepara, sia di fatto per alcuni giovani, un momento privilegiato con realtà varie o comunque legate al mondo dell’occultismo, con conseguenze gravi non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Papa Francesco ci ricorda che l’unica vera festa è quella della comunione con i santi: “Celebriamo la santità, non il male. Siate santi, perché Dio è santo.”

Queste sono alcune delle trappole che ci possono irretire, dobbiamo essere sempre vigilanti e radicarci, fonderci in Gesù Cristo e Maria. Bisogna avere l’umiltà di rivolgersi agli esorcisti in modo da affrontare correttamente i disturbi fisici e mentali a cui non ci sono spiegazioni mediche. Questi sono tempi di prova, ma anche di speranza, siamo in piena Apocalisse, alziamo il capo perché la nostra liberazione è vicina. Siccome Gesù è infinitamente buono, ci ha donato nuove esagerazioni d’amore tramite i Libri di Cielo vergati da Luisa Piccarreta per darci lo strumento per fonderci completamente in Lui e sconfiggere definitivamente il demonio. Nel volume 17 del 22 settembre 1924 dice: “ Figlia mia sono proprio loro ( i demoni); vorrebbero che non scrivessi sulla mia Volontà e quando ti veggono scrivere Verità importanti sul vivere nel mio Volere, soffrono un doppio inferno e tormentano di più i dannati; temono tanto che potessero uscire questi scritti sulla mia Volontà, perché si veggono perduto il loro regno sulla terra, acquistato da loro quando l’uomo, sottraendosi dalla Volontà Divina, diedero libero il passo alla sua volontà umana”.
Che meraviglia! Entriamo nella Volontà Divina leggendo i 36 volumi– Libro di Cielo-, facendo diventare ogni verità di Gesù la nostra vita ed entriamo nell’Avvento del Regno di Dio!

Riccardo Rossi e Antonio De Rosa

Fonti per questo articolo:

L’omicida sconfitto, libro,  autore Fra Benigno esorcista
La mia esperienza di esorcista, libro, autore Cataldo Migliazzo (sacerdote ora in Cielo)
Il diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio, libro, autore Fra Benigno
Libro di Cielo, volume 17, diario della Piccola figlia della Divina Volontà Luisa Piccarreta
Testimonianza di un ex massone Maurice Caillet:  https://www.youtube.com/watch?v=Y62cFFgmYEg&t=994s
Intervista a Padre Francesco Bamonte presidente dell’Associazione internazionale esorcisti su Hallowen: https://archivio.agensir.it/2018/10/31/halloween-e-una-festa-pericolosa-parlano-gli-esorcisti-non-e-un-gioco-innocente-ma-un-progetto-contro-il-cristianesimo/
Osservatorio Antiplagio: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/05/17/osservatorio-antiplagio-20-degli-italiani-si-rivolge-ai-maghi_4da5ebec-aeb5-40c7-bd6e-18cd563fc582.html

Per approfondire le verità di Cielo: https://www.adveniatregnumtuum.it/

Uno specchio senza sconti che rivela chi siamo

Il matrimonio cristiano è curativo. Parlando con un’amica terapeuta abbiamo condiviso la convinzione che l’amore gratuito e l’accoglienza gratuita che il nostro coniuge ci dona, di tutta la nostra persona, anche nelle parti meno amabili, possano davvero aiutarci a guardarci con uno sguardo diverso, a vederci preziosi e a superare determinate ferite scaturite dalla paura di non essere amati o desiderati. Esattamente come accade nella relazione con Gesù. Ci guarisce dalle nostre paure.

Il romanzo La storia infinita di Michael Ende offre molteplici immagini simboliche che rimandano a temi profondi, tra cui proprio questo. Uno degli episodi più memorabili è quello dello Specchio di Atreiu, nel quale il giovane protagonista, per proseguire il suo viaggio, deve affrontare uno specchio che riflette la verità più profonda di chi vi si specchia. Atreiu, nell’istante in cui si guarda, vede non solo sé stesso, ma anche le parti nascoste e inconfessate del proprio animo. È uno specchio spietato, che non lascia spazio a inganni o apparenze: chiunque si guardi è costretto a confrontarsi con la verità del proprio essere, anche con i propri limiti e paure più intime. Questo momento riflette il tema dell’autoconoscenza e dell’accettazione delle proprie fragilità come un passo essenziale per la crescita personale.

Questo concetto dello specchio può essere metaforicamente applicato alla relazione matrimoniale, in particolare nel contesto del matrimonio cristiano. Nella visione cristiana, il coniuge diventa uno specchio attraverso il quale possiamo vedere noi stessi in modo autentico e veritiero, riflettendo sia gli aspetti luminosi sia quelli più oscuri del nostro essere. Il sacramento del matrimonio, infatti, invita i coniugi a vivere una dimensione di trasparenza e accettazione reciproca.

Gli ultimi papi hanno espresso più volte questo concetto. Lo ha fatto Giovanni Paolo II: “Nel matrimonio, l’uomo e la donna si trovano di fronte a loro stessi, a volte vedendo riflessi i propri limiti, ma imparano a crescere nell’amore e nella comunione” (Udienza Generale, 18 agosto 1982). Lo ha fatto anche Benedetto XVI: “L’amore tra marito e moglie è segnato dal confronto continuo con l’altro, che ci rimanda la nostra vera immagine, inclusi i difetti, e ci chiama a migliorare e crescere insieme” (Deus Caritas Est, 17).

Così come Atreiu vede riflesso tutto di sé nello specchio, anche nel matrimonio cristiano ci confrontiamo con l’immagine di noi stessi che l’altro ci rimanda, un’immagine che non possiamo sempre controllare o plasmare secondo i nostri desideri.

Lo sguardo del coniuge diventa allora uno specchio che rivela le parti di noi stessi che vorremmo nascondere. In una relazione autentica, l’altro ci spinge a rivelare le nostre fragilità, le paure e le insicurezze. È uno specchio che non inganna e non addolcisce la realtà, ma che ci permette di vedere chi siamo veramente, anche quando ci risulta difficile o doloroso. Nel matrimonio cristiano, questa verità ha un valore particolare: il coniuge, lungi dall’essere un semplice osservatore, è chiamato ad amare l’altro nella sua totalità, accogliendo non solo le qualità ma anche le debolezze. Questo sguardo non giudicante, ispirato dall’amore di Cristo, permette a entrambi i coniugi di accettare sé stessi e di crescere insieme nella santità.

L’analogia dello specchio, quindi, sottolinea come il matrimonio sia un percorso di trasformazione interiore. Guardarsi nello specchio di un altro significa accettare di mettere da parte l’orgoglio, riconoscere i propri errori e lavorare per diventare una versione migliore di sé, in un cammino condiviso che punta all’unità e all’amore. In questo processo, entrambi i coniugi sono continuamente chiamati a scegliere di rimanere insieme nonostante le imperfezioni reciproche, perché l’amore coniugale è innanzitutto una decisione, un impegno che viene rinnovato ogni giorno.

Infine, mentre Atreiu affronta il suo specchio come un singolo eroe, nel matrimonio cristiano l’esperienza dello specchio è condivisa. Non si tratta di un viaggio individuale, ma di un cammino che si compie insieme, sostenendosi a vicenda. La relazione matrimoniale diventa così uno spazio sacro in cui ciascuno può crescere attraverso l’altro, specchiandosi in lui o lei e trovando non solo i propri limiti ma anche la capacità di superarli. La forza di questo percorso deriva proprio dal fatto che, come nello specchio di Atreiu, la verità che vediamo riflessa non è mai fine a sé stessa, ma è sempre un invito a migliorare, a diventare più autentici, più capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Scienza e Fede: Come Gestire le Discussioni con Amore

Un litigio può divampare in pochi istanti, ma altrettanto velocemente può essere disinnescato. Uno studio recente dell’Università di St. Andrews, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, ha rivelato che una pausa di soli cinque secondi è sufficiente per interrompere l’escalation emotiva durante una discussione. Analizzando 81 coppie, i ricercatori hanno scoperto che questa breve pausa aiuta a ridurre l’effetto degli ormoni dello stress che si accumulano durante un conflitto.

Nel momento in cui ci si ferma, si attiva un processo di riflessione che consente di tornare a un equilibrio emotivo, favorendo una comunicazione più chiara e pacata. Ma questo principio, che la scienza documenta, trova un’eco straordinaria nella spiritualità cattolica, dove la gestione del conflitto è spesso associata a virtù come la mitezza, la pazienza e l’umiltà.

La saggezza dei santi sulla gestione dei conflitti

San Francesco di Sales, noto per il suo temperamento pacifico e per i suoi insegnamenti sulla dolcezza, scriveva: “Nulla vince più dolcemente e saldamente della mitezza.”
Questa virtù, secondo il santo, è essenziale per affrontare le tensioni con uno spirito di riconciliazione e rispetto reciproco. Fermarsi per cinque secondi, come suggerisce lo studio, è un atto di mitezza che spezza il ciclo della reattività impulsiva.

Allo stesso modo, Santa Teresa di Lisieux, nelle sue lettere, sottolineava l’importanza di non reagire d’impulso: “Quando sento nascere in me una parola aspra, mi sforzo di sorridere e di cambiare tono. Questa è la mia piccola vittoria.”
La “pausa” scientifica diventa così un momento di grazia in cui scegliere di rispondere con amore anziché con rabbia.

Le parole dei papi: una guida per la pace familiare

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la pazienza e il dialogo: “Non lasciate mai finire la giornata senza fare la pace. Mai.”
L’appello del Papa richiama l’importanza di riconciliarsi, ma anche di prevenire l’escalation dei conflitti. La pausa di cinque secondi suggerita dalla scienza potrebbe essere proprio il punto di partenza per applicare questo consiglio nella vita quotidiana.

Anche San Giovanni Paolo II, parlando del matrimonio come “via di santità”, esortava a praticare l’ascolto attivo e il perdono: “La famiglia si costruisce ogni giorno attraverso gesti d’amore e perdono reciproco.”
Una pausa breve, in cui sospendere ogni giudizio, è un gesto d’amore che apre alla comprensione e alla misericordia, pilastri fondamentali di ogni relazione cristiana.

Scienza e fede: una convergenza significativa

Lo studio dell’Università di St. Andrews ci ricorda quanto il nostro cervello sia influenzato dagli ormoni dello stress. Quando discutiamo, il cortisolo e l’adrenalina prendono il sopravvento, offuscando la capacità di pensare razionalmente. Fermarsi per cinque secondi non è solo una pausa fisica, ma un atto che consente alla mente di tornare lucida.

Nella prospettiva cristiana, questa pausa può essere trasformata in un momento di preghiera o invocazione interiore. Un’Ave Maria sussurrata o una semplice richiesta di aiuto a Dio può dare una dimensione spirituale a quel tempo di riflessione, trasformandolo in un’occasione per cercare la pace del cuore.

Un cammino di conversione quotidiana

Litigare fa parte della natura umana, ma il modo in cui affrontiamo il conflitto rivela chi siamo e quali valori ci guidano. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).
Questa frase ci invita a risolvere i contrasti con rapidità e a non permettere che la rabbia prenda il sopravvento.

La scienza ci offre strumenti pratici per gestire le tensioni, ma è nella luce della fede che troviamo la motivazione più profonda: amare come Cristo ci ha amati, con pazienza, perdono e mitezza. La pausa di cinque secondi, dunque, può essere non solo una tecnica psicologica, ma anche un momento di grazia che trasforma il conflitto in opportunità di crescita personale e spirituale.

In un mondo frenetico, imparare a fermarsi, respirare e riflettere è un’arte preziosa, che la scienza e la fede, insieme, ci insegnano a coltivare.

Antonio e Luisa

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Fammi scorgere il tuo volto

Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Alzati, amica mia, mia incantevole, e vieni via!

Mia colomba che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

fammi scorgere il tuo volto,

fammi ascoltare la tua voce,

perché la tua voce è soave, il tuo volto è leggiadro.

“Alzati e vieni! Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente.”

Queste parole del Cantico dei Cantici sono un invito a vivere un amore profondo. Uno sguardo che accoglie l’altro senza giudizi, barriere o paure.

Non temere i tuoi difetti

“Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia.” L’amore vero vede oltre le imperfezioni. Tutto ciò che siamo, anche le nostre fragilità, diventa bellezza per chi ci ama. Come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.”

Lo sguardo che riduce

Il contrario dello sguardo d’amore è lo sguardo pornografico. Questo sguardo non vede l’interezza della persona, ma la riduce a un oggetto. Quante volte, nei discorsi comuni, le donne vengono identificate con una parte del loro corpo? Questo sguardo non permette di amare davvero. Come ammonisce Papa Francesco: “L’amore non si può comprare o vendere. È un dono gratuito.”

Lo sguardo puro dello sposo

Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Egli riesce a cogliere la bellezza totale dell’amata.“Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante.” Questo sguardo non possiede, ma rispetta. Riconosce la persona come un mistero da amare. Come diceva San Francesco di Sales: “La vera bellezza, come l’amore vero, nasce dal cuore.”

Uno sguardo che libera

La Sulamita, guardata con amore puro, si sente libera di mostrarsi senza difese. Lo sposo non la usa, ma la accoglie. Questo sguardo è anche un sostegno. San Giovanni Crisostomo scriveva: “Il marito deve rispettare la moglie non come una schiava, ma come un’anima libera. Nulla la rende più felice del sentirsi amata.”

Cari uomini, purifichiamo il nostro sguardo

Davvero il nostro sguardo, cari uomini, deve essere purificato. Le nostre spose percepiscono se le guardiamo con amore autentico o con uno sguardo inquinato. Questo cambiamento richiede impegno. Costa fatica. Ma porta una grande trasformazione nella relazione.

Quando recuperiamo lo sguardo d’amore del Cantico, la relazione diventa un vero canto. Come disse San Paolo: “Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa.”

Diventiamo protagonisti del Cantico

Dio ci ha donato il Cantico dei Cantici per viverlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. È una strada impegnativa, ma è la via per trasformare il nostro amore in un riflesso del Suo. Questa è la via.

Antonio e Luisa

Contemplare per evangelizzare con l’amore

Evangelizzare: un’opera comunitaria

Ed eccoci arrivati all’ultima lettera della parola CONTEMPLARE, che vogliamo associare a quell’opera a cui tutti i battezzati sono chiamati: evangelizzare. Propriamente, questa parola deriva dal latino tardo evangelizare, cioè predicare il Vangelo e, più comunemente, condurre alla fede.

Evangelizzare è sempre un servizio ecclesiale: mai solitario, mai isolato, mai individualistico. Il vero architetto dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo. Questo servizio avviene sempre in ecclesia, cioè in comunità, e senza fare proselitismo; altrimenti, non sarebbe vera evangelizzazione. L’evangelizzatore, infatti, trasmette sempre ciò che ha ricevuto. Come dice san Paolo: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso…» (1 Cor 11,23).

L’amore degli sposi: riflesso dell’amore di Cristo

E noi sposi, cosa abbiamo ricevuto? Con il sacramento del Matrimonio siamo resi partecipi dello stesso amore di Cristo. Mediante il dono dello Spirito Santo, ci viene donata la capacità di vivere questo Amore nel nostro amore e di trasmetterlo. Papa Francesco, nel n. 67 di Amoris Laetitia, afferma: «In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica, così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino».

La missione degli sposi

Ogni coppia di sposi è chiamata ad essere missionaria. Il decreto Ad gentes (n. 2), documento sull’attività missionaria della Chiesa, ci ricorda che l’amore di Dio Padre è una sorgente che per la sua immensa e misericordiosa benevolenza liberatrice ci crea e, inoltre, per grazia ci chiama a partecipare alla sua vita e alla sua gloria. Questa è la nostra vocazione. Egli, per pura generosità, ha effuso e continua a effondere la sua divina bontà, in modo che, come di tutti è il creatore, così possa essere anche “tutto in tutti” (1 Cor 15,28), procurando insieme la sua gloria e la nostra felicità.

L’amore di Dio, un dono per tutti

Siamo dunque chiamati, come cristiani e come sposi, a diffondere l’amore di Dio Padre a ogni essere umano, non un gruppetto soltanto, ma tutti, sia battezzati che non battezzati, nessuno escluso. Cari sposi, tutto questo ci porta a comprendere che lo zelo per l’evangelizzazione non è un semplice entusiasmo, ma è una grazia di Dio che dobbiamo custodire.

Custodire lo zelo nella quotidianità

Noi, come coppia, ci impegniamo a custodire questo zelo attraverso la contemplazione quotidiana di quell’invito che Maria fece ai servitori alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Nel quotidiano, qualsiasi modo Cristo ci indichi per evangelizzare – per «Riempire d’acqua le anfore» (Gv 2,7) – facciamolo. In particolare Cristo ci invita a:

  • incontrare i cuori più feriti attraversando i “deserti interiori”;
  • creare nuovi modi per rendere servizio al Vangelo e all’umanità.

L’evangelizzazione, come abbiamo detto, è un servizio e, per gli sposi, una missione specifica.


Esercizio spirituale

Poiché la scelta di “sposarsi nel Signore” contiene anche una dimensione missionaria, ciò richiede molto coraggio. Oggi chiediamo al Signore questa grazia: di riscoprire il “tesoro” di questa vocazione e di “distribuirlo” agli altri.


Preghiera allo Spirito Santo

O Spirito del Signore,
donaci il coraggio di evangelizzare
per riempire l’anfora di ogni cuore
non tanto con le parole
ma con il nostro amore sponsale, riflesso del Tuo.
Donaci il coraggio di amare senza temerità.
Donaci il coraggio di amare con continuità
anche chi non è amabile.
Donaci il coraggio di amare tutti:
chi rimane, chi va via, chi arriva.
Donaci il coraggio di amare sempre
senza irritarci anche in mezzo agli abbandoni.
Donaci il coraggio di amare pregando
e di pregare amando.
Solo così potremo evangelizzare,
avendo come fondamento
la contemplazione della volontà dello Sposo
per la nostra vita coniugale.
Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Non è nostro compito giudicare la Chiesa

È molto facile parlare con le persone e sentire pesanti critiche alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi e questo accade non solo con chi non frequenta, ma anche quando l’interlocutore è uno che si professa cattolico praticante.

Certamente ci possono essere aspetti della dottrina o del comportamento del Papa o dei Vescovi che non condividiamo o che addirittura ci fanno soffrire, ma non è criticando o sparlando che si risolvono le difficoltà, né divenendo diffusori di divisione e contestazione che possiamo pensare di guarire questo male, che, anzi, così si moltiplica.

Non è nostro compito giudicare il Papa o un Vescovo, anche perché non abbiamo né la preparazione, né la conoscenza profonda dei fatti: certo, è nostro diritto, e in parte anche un dovere, esprimere il nostro punto di vista o il disappunto su alcuni temi o situazioni che conosciamo bene, verso il Vescovo o altra autorità, ma va fatto con umiltà e facendo sentire il nostro amore e la nostra obbedienza.

In particolare, gli sposi, in forza del Sacramento sono chiamati alla fedeltà al coniuge: che senso avrebbe essere fedeli a una persona, se poi non lo si è verso una Chiesa che può anche tradire (e la storia ce lo insegna), ma rimane la Sposa per cui Gesù ha dato la vita? A maggior ragione, chi ha subito il tradimento, ma ha scelto di essere fedele e di continuare ad amare nonostante tutto, non può abbassarsi a questa logica di critiche e maldicenze.

D’altra parte, i Papi e i Vescovi passano, ma l’amore resta.

Non si tratta ripeto, di far finta di niente, potrei scrivere pagine e pagine su cose che non condivido e che non approvo, anche oggettivamente condivisibili (alcune persone considerano pazzo chi sceglie di rimanere fedele a un coniuge che se n’è andato e lo deridono), ma poi?

Quale beneficio otterrei criticando e al limite anche prendendo la ragione? Assolutamente niente, sarebbe come parlare male del mio coniuge (e so per esperienza che quando siamo a questo livello, la separazione non è troppo lontana).

Sant’Agostino al riguardo era chiaro: “La Chiesa è un cantiere, un’opera in costruzione, dove il lavoro del Vangelo è sempre in corso. Non criticate i mattoni mancanti, ma pregate per i muratori.

Anche la prima Chiesa, rappresentata da Pietro, mi risulta che abbia tradito, ma Gesù ha voluto comunque fondarla su quella pietra, proprio perché alla fine non conteranno gli errori commessi, ma quanto abbiamo investito nell’amore, in particolare verso chi non è bravo, chi non è competente e chi tradisce. Certo è facile volere bene ad un coniuge che è come lo vogliamo, bello, amabile, servizievole, che si dedica ai figli, così come vogliamo bene senza difficoltà a Papa Santo, a un Vescovo eccellente e a un parroco che fa belle omelie, ma forse il nostro amore vero viene fuori quando non è istintivo, naturale e scontato.  

Si, perché gli Sposi sono Chiesa in miniatura, esattamente piccola Chiesa domestica. In famiglia non ci sono contrasti, divergenze e litigate? Certo che sì! Ma si cerca di risolvere i problemi internamente con amore, pazienza, tenerezza, perdono e preghiera, senza andare in giro a raccontare i nostri malumori agli altri.

Non è il periodo in cui perdere tempo con le parole, ma quello di testimoniare con la vita la qualità d’amore che scaturisce dal Sacramento del matrimonio.

C’è infatti il pericolo di lasciarsi trascinare in questa confusione che passa anche attraverso informazioni manipolate e che rischia di dividerci in gruppi pro/contro il Papa, tradizionalisti/progressisti e così via, perdendo solo tempo prezioso. Non possiamo essere di parte, sarebbe come amare solo quello che ci piace del nostro coniuge: io scelgo di amare tutto, come fa Gesù con me e come sta facendo con la Sua Chiesa Sposa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

L’inverno è passato, è cessata la pioggia

Che meraviglia questo libro della Bibbia. Io ne sono innamorato. Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Parla il mio diletto e mi dice:

L’amato

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni via!

Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata via;

i fiori riappaiono nei campi,

la stagione dei canti è tornata

e la voce della tortora si fa udire nella campagna.

Il fico ha maturato i suoi primi frutti

e le viti in fiore spandono la loro fragranza.

Nel prosieguo del Cantico, l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente capitolo. Egli desidera ardentemente la sua bella, ma, prestando sempre attenzione a non violare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sé, ma senza mai forzarla.

“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni via!” (Ct 2,10).
Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. È un ordine, allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare la forza dell’amore autentico. Non una forza che obbliga, ma un amore che attira. Questa forza irresistibile, che attrae potentemente il cuore come una calamita, è spiegata nei versi successivi.

Come sempre nel Cantico, la natura che circonda i due amanti è manifestazione e segno della loro natura profonda. Essa simboleggia un’armonia perfetta tra visibile e invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi e quanto essi manifestano attraverso il corpo. L’amore è così. L’amore autentico crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

“Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata via.” (Ct 2,11)
Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. È il risveglio da un letargo. Ma un inverno non arido: un inverno in cui è piovuto, un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera. È stato un tempo per preparare il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo, ad accogliere e riconoscere l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, in cui l’amore non si sentiva e non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore era freddo, privo di calore, passione e sentimento per il nostro coniuge. Che tipo di inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi?

Mi spiego meglio: avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia, o avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? È importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. San Giovanni Paolo II ci ricorda: “L’amore non è mai qualcosa di compiuto; esso cresce e matura nel corso della vita.” (da Familiaris Consortio). Questo significa continuare a donarsi anche quando costa fatica, anche quando la routine quotidiana sembra schiacciarci, anche quando l’intimità diventa sempre più difficile.

Solo così, continuando ad amare l’altro nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno per la primavera, per la rinascita della nostra relazione. Se non molliamo, la primavera tornerà: questo è certo. E tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata e colorata quanto più avremo preparato il terreno durante l’inverno.

“Il fico ha maturato i suoi primi frutti e le viti in fiore spandono la loro fragranza.” (Ct 2,13)
Non sono due frutti a caso. Il fico è segno di fecondità, la vite è segno di gioia e pienezza. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Tutto è grazia.” Anche gli inverni, che sembrano momenti di desolazione, possono diventare tempo di preparazione per un amore più grande, più profondo.

Sta a noi fare in modo che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma, al contrario, siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi. San Francesco di Sales ci insegna: “La misura dell’amore è amare senza misura.” E l’amore, in tutte le stagioni, può rifiorire, se lo curiamo con fiducia e perseveranza.

Antonio e Luisa

Un Cammino di Rinascita: la scoperta di una sessualità santa

Ciao, sono Paolo, e voglio condividere con voi un pezzo importante della mia vita insieme a Grazia, mia moglie da nove anni. Abbiamo sei figli e una storia che ci ha fatto riscoprire il significato profondo del matrimonio e dell’apertura alla vita.

Quando ci siamo sposati, eravamo consapevoli che il matrimonio cristiano implica l’apertura alla vita. Tuttavia, inizialmente pensavamo che questo significasse semplicemente avere figli. Questa visione limitata ci ha portato a vivere momenti di difficoltà dopo la nascita del nostro secondo figlio, venuto al mondo a soli 14 mesi di distanza dal primo.

Accogliere i nostri primi due bambini è stato un momento di gioia immensa, ma presto le fatiche hanno preso il sopravvento. Eravamo stanchi e impauriti all’idea di avere altri figli. Ci domandavamo: “Perché Dio ci chiede questo? Non vede i costi, le difficoltà, la fatica di crescere una famiglia?

Abbiamo così iniziato a usare i metodi naturali, ma con una mentalità contraccettiva. Non li vivevamo come un’apertura alla volontà di Dio, ma come un mezzo per evitare nuove gravidanze. Questo atteggiamento non ha fatto che peggiorare la nostra situazione, portandoci infine a ricorrere al coito interrotto, una scelta che ha avuto conseguenze devastanti.

Una Crisi Profonda

Questa pratica, oltre a essere contro natura, ci faceva sentire infelici e insoddisfatti. Io mi sentivo frustrato, mentre Grazia si sentiva usata. Questo si rifletteva pesantemente sulla nostra relazione: io ero sempre più egoista, poco presente in casa, e le liti tra noi si facevano sempre più frequenti e pesanti.

La distanza emotiva tra di noi crebbe a tal punto che iniziai una relazione con un’altra donna. Questo tradimento, durato nove mesi, raggiunse il culmine quando sia mia moglie sia la mia amante rimasero incinte nello stesso periodo.

Queste due gravidanze non pianificate hanno aperto una ferita profonda. Dopo tre mesi, entrambe le donne hanno avuto aborti spontanei a una settimana di distanza l’una dall’altra. È stato un momento di grande dolore, ma anche di riflessione.

Ricominciare da Zero

Quei due bambini in cielo sono stati per noi degli angeli, strumenti che Dio ha usato per darci una seconda possibilità. Questo dolore condiviso ci ha spinto a rimettere in discussione tutto: il nostro matrimonio, la nostra fede, il nostro approccio alla vita. Abbiamo capito che l’apertura alla vita non è solo avere figli, ma lasciarsi guidare dal grande mistero dell’amore di Dio, anche nelle difficoltà.

Abbiamo riscoperto il valore del sacramento del matrimonio, un luogo dove Dio si manifesta e trasforma le fragilità in occasioni di salvezza. L’intimità coniugale non è solo il luogo dove si generano figli, ma un’alleanza in cui Cristo è presente, trasformando ogni gesto d’amore in un dono reciproco.

Una Nuova Vita

Tre mesi dopo questi eventi, Grazia rimase incinta di due gemelli, che sono nati esattamente un anno dopo gli aborti spontanei. La loro nascita è stata per noi un segno concreto della misericordia di Dio e della Sua fedeltà al nostro cammino di coppia.

Sul muro della nostra camera, dietro al letto matrimoniale, abbiamo posto un quadro con una frase del preconio pasquale: “O felice colpa che meritò un così grande Salvatore.” Questa frase ci ricorda ogni giorno che, attraverso le nostre fragilità, Dio può compiere grandi cose, trasformando il peccato in grazia e il dolore in redenzione.

Il Nostro Augurio

Oggi siamo consapevoli che vivere l’apertura alla vita ci rende più fedeli, più uniti, e più vicini al progetto che Dio ha per noi. Speriamo che la nostra testimonianza possa essere di aiuto a chi vive momenti di difficoltà nel matrimonio, mostrando che è sempre possibile ricostruire, quando ci si affida alla potenza dell’amore di Dio.

Con affetto,
Paolo e Grazia

Contraccezione e Matrimonio: Riscoprire l’Amore Autentico

L’avvento della pillola contraccettiva nel 1959 ha segnato un punto di svolta nella percezione della sessualità. Da quel momento, vivere il sesso indipendentemente dalla possibilità di procreare è diventato socialmente accettato. Tuttavia, la Chiesa cattolica, con il suo Magistero, ha mantenuto salda la sua posizione, ribadendo che la contraccezione non giova al matrimonio. Ma perché?

San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale trova nella donazione totale e reciproca la sua verità più profonda”. In questo contesto, l’enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, pubblicata nel 1968, ha profeticamente descritto le “gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite”. Conseguenze che, allora, sembravano lontane, ma che oggi si rivelano drammaticamente attuali.

La formazione: un’urgenza per i cattolici

Una scena memorabile del film “Divorzio all’italiana” recita: “In amore non ci sono regole, ma il cuore… il cuore non mente mai”. Tuttavia, senza una corretta formazione, anche il cuore può essere sviato. La mancanza di educazione a una sessualità autentica rappresenta uno dei maggiori ostacoli per molte coppie. Senza una guida, sia i laici che i consacrati possono considerare la contraccezione come una soluzione praticabile, ignorando il danno che arreca alla relazione coniugale.

San Giovanni Paolo II, con la sua Teologia del Corpo, ci ha lasciato un tesoro inestimabile per comprendere come la sessualità sia parte del disegno divino. La mancanza di formazione su questi temi rischia di minare il solido insegnamento della Chiesa, portando molti a sottovalutare le conseguenze della contraccezione.

La contraccezione e le sue implicazioni

1. La donazione completa viene compromessa

La sessualità, spiega Papa Francesco in Amoris Laetitia, è un linguaggio che comunica amore e dedizione totale: “Ogni atto sessuale nel matrimonio dovrebbe essere aperto alla trasmissione della vita”.

Tuttavia, la contraccezione impedisce questa apertura, trattenendo una parte essenziale di sé. Un matrimonio non diventa più libero eliminando la fertilità; al contrario, si allontana dalla pienezza dell’unione. Il sesso, ridotto a ricerca del piacere, perde il suo significato più profondo e rischia di diventare vuoto e egoistico. Nel celebre film “La vita è bella”, Guido sussurra a Dora: “La tua presenza rende ogni momento eterno”. Analogamente, l’atto coniugale dovrebbe rappresentare questa eternità nella sua apertura alla vita.

2. Il corpo diventa un oggetto

Papa Paolo VI, in Humanae Vitae, aveva previsto: “Si potrebbe temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche contraccettive, finisca per perdere il rispetto per la donna”.

Oggi, questa profezia trova conferma in molte testimonianze di donne che si sentono usate, percependo il proprio corpo come mero strumento di piacere. La contraccezione non solo altera la dinamica della relazione, ma può anche ridurre il partner a un oggetto, privando il rapporto di rispetto e amore autentico. Un celebre dialogo di “Matrimonio all’italiana” illustra questa dinamica: “Mi hai usata come una cosa, e le cose si buttano via quando non servono più”. Un monito che invita a riflettere sull’importanza di riscoprire il valore dell’altro come persona. Il tutto è naturalmente aggravato dalla diffusione capillare della pornografia.

Un invito a riscoprire l’autenticità del matrimonio

Molte coppie, inizialmente scettiche, hanno scoperto che eliminare i contraccettivi dalla loro vita coniugale ha portato a una rinascita del loro rapporto. La condivisione della fertilità diventa così un simbolo di fiducia e apertura, un dono reciproco che rafforza l’unione. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Non possiamo fare grandi cose, ma piccole cose con grande amore”. Anche la scelta di vivere la sessualità in modo autentico e aperto alla vita è una piccola grande azione che costruisce l’amore coniugale.

La nostra testimonianza

In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Dopo un anno siamo tornati, con molta più consapevolezza e convizione, ai metodi naturali.

In conclusione, le parole di Papa Paolo VI risuonano come una chiamata alla riflessione: “L’autentico amore coniugale esige la pienezza e la generosità della donazione reciproca”. Solo abbracciando questa visione possiamo sperare in matrimoni più forti, uniti e fecondi e in una sessualità davvero appagante e vivificante.

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Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato”, recita Retrouvaille. Nella società odierna, dominata dall’apparenza e dai social media, nascondere le proprie debolezze è diventata quasi una necessità. Come coppie, spesso ci sforziamo di dare l’immagine che tutto vada bene, anche quando la realtà è ben diversa.

Sogni infranti e realtà quotidiana

Ci siamo sposati con le migliori intenzioni del mondo, desiderosi di coronare i nostri sogni d’amore coltivati durante il fidanzamento: non litigare mai, creare armonia tra di noi e con i figli che sarebbero nati.

Ma ben presto ci siamo scontrati con la realtà. Orari di lavoro incompatibili ci impedivano di trascorrere tempo insieme. Il poco tempo a disposizione lo passavamo comunicandoci le cose da fare in casa o con i figli, ma senza dialogo. Sembravamo estranei sotto lo stesso tetto.

Così, senza accorgercene, abbiamo costruito un muro trasparente di incomprensioni. La nostra relazione era diventata stanca e pesante, con litigi e conflitti frequenti, spesso per futili motivi. All’esterno, però, mantenevamo una facciata di perbenismo, da coppia perfetta.

Stavamo innaffiando un sottile rancore, un “non ti sopporto” crescente che ci faceva star male. Costruivamo il nostro rapporto come un castello di sabbia: apparentemente solido, ma destinato a crollare alla prima onda.

Il momento della svolta

Poi è arrivato quel benedetto momento. Consapevoli di aver naufragato il nostro matrimonio, con l’acqua alla gola, siamo approdati a Retrouvaille. Lì abbiamo ricevuto aiuto, desiderando riprovarci. Abbiamo riscoperto che quell’amore, che ci eravamo promessi, era vero. Era sepolto da una coltre di cenere, ma c’era ancora.

Grazie a Retrouvaille, abbiamo imparato a comunicare davvero. Ci sono stati dati strumenti pratici per riscoprire il dialogo e l’intimità, fondamentali per superare i conflitti.

Un cammino che continua

Oggi stiamo continuando questo percorso, tutt’altro che semplice, rimuovendo mattone dopo mattone quel muro di separazione. Stiamo lasciandoci alle spalle quella sofferenza che, però, non va dimenticata.

Quel dolore è prezioso. Ci ha umiliato, ferito e portato alla consapevolezza della nostra crisi. Ci ha obbligato a prenderla in mano, facendoci scendere dal piedistallo in cui ci eravamo posti. Ora siamo più sensibili verso quelle coppie che vivono le loro difficoltà, senza emettere giudizi o sentenze.

Un dolore fecondo

Il nostro dolore non è stato vano. È diventato fecondo, un dono per chi, come noi, cerca di ritrovarsi. Abbiamo imparato che non è una debolezza soffrire, ma non condividerlo lo è. Quando abbiamo scelto di condividere il nostro passato di crisi, abbiamo trovato la forza di rinascere.

Orazio e Cinzia – Retrouvaille

Fecondità oltre la fertilità

Un privilegio frainteso

Qualche settimana fa ho condiviso su Instagram lo stato di una ragazza che scriveva di quanto fosse stanca di leggere commenti di adulti ricorsi alla pratica dell’utero in affitto, i quali sostenevano che i loro figli erano felici. La ragazza sottolineava che bisogna aspettare che questi figli crescano e scoprano l’inganno che c’è dietro. Il giorno dopo, tra i vari commenti, ho trovato un messaggio di una mia cara amica: “Giorgia, ma dal nostro punto di vista privilegiato non possiamo dire nulla… e poi non c’è niente di male…”

Di questa frase mi hanno colpito due cose. La prima è la parola privilegio, come se noi fossimo al di sopra di altre coppie. Non è così! La seconda è l’espressione “non c’è niente di male”. Questo è un grande inganno.

I figli non sono un diritto

I figli sono un dono, per tutti!
I miei figli sono un dono per me, per mio marito, per i loro fratelli e per tutta la società.
I tuoi figli sono un dono per te, per tuo marito, per i loro fratelli e per la società.
I nostri figli sono un dono anche per quelle coppie che naturalmente non li possono avere.

I figli non sono una risposta a un bisogno.
I figli non sono un capriccio da soddisfare.
I figli non sono una merce.

Noi siamo cooperatori della creazione. Siamo creature, non creatori. Siamo noi stessi figli e siamo chiamati a guardare tutti come figli, essendo corresponsabili della crescita degli altri.

Fecondità e fertilità: due realtà diverse

Fecondità e fertilità non sono sinonimi. La fertilità è il dono di generare vita nella carne. Ripeto: dono. La fecondità, invece, è un atteggiamento. È il riconoscimento che il nostro amore ha un’origine divina ed è destinato a essere donato al di fuori di noi.

Essere fecondi ci richiama alla corresponsabilità: la nostra paternità e maternità vanno oltre i nostri figli. La mia prima responsabilità è verso il mio coniuge. Sono chiamata a farlo crescere, a farlo sentire più uomo e più padre, così come lui è chiamato a far crescere me, a farmi sentire più donna e più madre. Il primo “figlio” della coppia è il noi. È il donarsi reciproco che diventa sorgente di vita. Poi, insieme, ci apriamo al mondo là fuori, dove ci sono i figli, di carne e di cuore.

Educare alla fecondità

Si è smesso di educare e insegnare che si può essere fecondi e generativi anche senza avere figli naturali. Una grande testimonianza d’amore viene proprio da quelle coppie che non hanno figli, ma ci ricordano che tutto è dono! Bisogna ricordarsi che una coppia senza figli può essere feconda e generare vita, così come una coppia con figli può essere sterile, non feconda.

Se cadiamo nell’errore di pensarci privilegiati, rischiamo di credere che il compimento dell’amore di coppia sia avere dei figli. Non è così.

Una testimonianza personale

In molti articoli del mio blog ho scritto che è un privilegio avere Chiara come figlia, ma lo scrivo nell’ottica della sua Sindrome di Down. Ancora oggi, non mi capacito del fatto di essere stata scelta come sua mamma. Lei, con la sua vita e la Sindrome di Down, è un dono per me, per Cosimo, per la nostra coppia e per tutti quelli che incontra. Ma nessuno dei nostri figli è nato per riempire un vuoto; non sono stati un “bisogno”.

Come dice una coppia che conosco bene: “Non si diventa padri e madri per meriti sul campo. Non si ama per avere figli. L’amore non ha bisogno di giustificazioni; non perché dà la vita l’amore è buono, ma perché è buono che dà la vita!”

Fecondità oltre la fertilità

Ho cercato di affrontare questo tema con delicatezza, consapevole che non mi appartiene del tutto. Tuttavia, mi sento chiamata a condividere storie di fecondità oltre la fertilità. Ho scritto ad alcune coppie che per noi sono importanti. Le loro storie e testimonianze sono luce. Una coppia di amici mi ha risposto così:

Come abbiamo scoperto la fecondità matrimoniale? Bevendo da un calice amaro che ci ha permesso di scoprire la volontà di Dio per noi. Sì, avete letto bene: Famiglia lo siamo anche senza figli che portano il nostro DNA. Abbiamo aperto il nostro cuore ai giovani, prima in una Casa Famiglia, poi nel servizio al nostro oratorio. Essere genitori e famiglia per un oratorio è la cosa più bella del mondo per noi. Dio ha realizzato le nostre preghiere in un modo inaspettato e moltiplicato. Affidatevi a Lui.

Essere fecondi significa riconoscere che il nostro amore, che è dono, è destinato a essere condiviso. Che si abbiano figli di carne o no, la fecondità matrimoniale è una chiamata a generare vita e amore nel mondo. Ognuno può scoprire questa vocazione unica affidandosi alla volontà di Dio.

Giorgia e Cosimo

Amen all’Eucaristia: Accogliere la Grazia e Trasformare la Vita

Saulo è caduto nella polvere sulla strada di Damasco. Solo in quel momento, accecato dalla luce divina, ha potuto udire le parole di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9,4). Parole che gli hanno chiuso il vecchio sguardo e, al contempo, gli hanno aperto una vista nuova, quella della fede. La sua caduta rappresenta un’esperienza che molti di noi conoscono. Spesso è necessario cadere nella polvere del fallimento, del dolore e dell’umiliazione. Solo così possiamo scoprire il nostro bisogno di Dio. Come scrive Sant’Agostino: “Il Signore si è chinato fino a noi per sollevarci, e noi, nell’umiltà, siamo chiamati a riconoscere la nostra fragilità” (Confessioni).

Anche io, come molti, ho dovuto assaporare la polvere dell’insuccesso. Solo così ho capito la mia debolezza e il mio bisogno di Cristo. Gesù lo sa, e proprio per questo ha scelto di farsi piccolo. “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse partecipare alla vita divina” (San Leone Magno). Si è fatto piccolo al punto da divenire una semplice particola. Così può entrare nel nostro cuore durante la Santa Eucarestia. Egli ci dona la vera forza, quella che non viene dal mondo ma dal cielo. Papa Francesco ci ricorda: “Gesù viene a noi non in forma maestosa, ma in un pezzo di pane, per essere parte della nostra vita, per condividere con noi la nostra umanità” (Evangelii Gaudium, 24).

Quando riceviamo l’Eucarestia, Gesù entra in noi con commozione e trepidazione, aspettando il nostro “amen”. Questo piccolo assenso è spesso pronunciato distrattamente. Tuttavia, ha un significato profondo. Significa accoglierlo nel nostro cuore e riconoscerlo come nostro Signore e Salvatore. San Tommaso d’Aquino scrive: “Nell’Eucarestia, Cristo si dona totalmente, ma attende il nostro sì per dimorare in noi. È un dono di amore che chiede di essere accolto” (Summa Theologiae, III, q. 73).

Quell’amen, così semplice, è il nostro lasciapassare per ricevere la grazia e tornare a casa trasformati. Non siamo più gli stessi quando accettiamo Cristo in noi. Siamo rinnovati, capaci di amare con un amore che va oltre le nostre forze. Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’Eucarestia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana. In essa, l’amore di Cristo ci rinnova, rendendoci capaci di amare come Lui ha amato” (Ecclesia de Eucharistia, 11).

Non dobbiamo illuderci di essere bravi o di poter amare davvero senza l’aiuto dell’Amore stesso, che è Dio. Senza di Lui, torneremo presto a mangiare la polvere delle nostre cadute e dei nostri limiti. Gesù ci avverte: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15,5). Solo affidandoci completamente a Lui possiamo sperimentare il vero amore. Questo amore ci permette di amare il nostro coniuge, i nostri figli e i nostri fratelli con un cuore puro e sincero.

In questo percorso di fede, riconoscere la nostra debolezza è la chiave per aprirci alla forza di Cristo. San Paolo scrive: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.” (2 Corinzi 12,9). È nella nostra debolezza, nel nostro “mangiare la polvere”, che possiamo incontrare il Signore. Egli si fa vicino a noi, piccolo come una particola. È grande come l’Amore infinito che ci rinnova.

Quando diciamo “amen” all’Eucarestia, diciamo “amen” alla vita nuova che Dio ci offre, una vita che è capace di trasformare non solo noi stessi, ma anche le nostre famiglie e il mondo intorno a noi.

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L’amore si nutre nel rispetto

Dopo esserci soffermati sulla ambabilità possiamo iniziare oggi il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Un rumore…! Il mio diletto!

Eccolo, viene,

a salti per i monti,

a balzi per le colline.

Somiglia, il mio diletto, a un capriolo

o a un cerbiatto.

Eccolo, si è fermato, in piedi,

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia tra le inferriate.

Dopo aver messo in chiaro i presupposti necessari per rispondere alla chiamata all’amore, al desiderio di amore della Sulamita, possiamo addentrarci nel secondo poema. Da queste prime righe traspare tutta la gioia, la sorpresa e l’emozione che l’avvicinarsi dell’amato provoca nella Sulamita. Arriva dai monti. Eccolo è dietro al muro.

La Sulamita ripensa ai momenti di intimità e complicità che già ha vissuto con lui. Momenti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore. Momenti che sono ricchezza messa da parte. Ricchezza da spendere nei periodi di aridità. Fare memoria della gioia per desiderare di viverla ancora. “La memoria dell’amore è una forza che spinge a camminare avanti, anche nei momenti di difficoltà” (Amoris Laetitia).

L’amato è immagine della giovinezza. Viene paragonato infatti ad un cerbiatto. La giovinezza, nell’amore, non si perde. Se ci prendiamo cura della nostra relazione, il nostro amore non diventerà mai qualcosa di vecchio e grinzoso. Non deperirà fino a morire. Resterà giovane per sempre. Come mi è capitato di vedere alcuni giorni fa. Ho incrociato, lungo la strada, una coppia di sposi anziani. Si tenevano per mano come due ragazzini. Il loro amore era ancora giovane, bello, vivo. L’amore dà forza, l’amore dà energia, l’amore è una spinta ad andare verso l’amata, a donarsi a lei.

L’amato, Salomone, non arriva faticando, arriva saltando su per i monti. L’innamoramento è così. Rende sopportabile e bella qualsiasi fatica. Questo innamorato non è però un predatore. Non è uno che si prende con la forza quello che vuole. È, al contrario, un uomo che, rapito dalla meraviglia di quella donna, si pone con grande rispetto innanzi a lei. Percepisce in lei un mistero grande. Percepisce in lei la sua stessa dignità regale. È una regina, è figlia di Re. È figlia di Dio. “L’amore non è mai qualcosa di imposto, ma sempre una scelta libera, rispettosa e attenta” (Mulieris Dignitatem)

Così, seppur stia bruciando dal desiderio di unirsi a lei, non entra d’improvviso. Non vuole violare la sensibilità di quella creatura tanto bella. Non vuole spaventarla. Allora non entra e aspetta dietro al muro che sia lei a chiamarlo. Guarda dalla finestra e attraverso le inferriate per riuscire almeno a vederla e a godere della sua vista. Lo fa per farsi presente. Tuttavia, attende che sia lei ad aprire. Aspetta che sia lei a chiamarlo al di là di quel muro che li divide. Quanto possiamo imparare, noi uomini, da questo atteggiamento di autentico rispetto di Salomone! Lo sposo del Cantico è maestro per noi. Siamo capaci di accostarci con lo stesso rispetto alla nostra sposa? Sappiamo attendere che sia lei ad aprirci il suo cuore e la sua intimità? La pazienza nell’amore è la dimostrazione più alta del rispetto che si può offrire all’altro (Sant’Agosino)

Ci impegniamo per renderci amabili e per ravvivare il fuoco dell’amore con una continua cura e attenzione verso la nostra sposa? La mettiamo al centro della nostra tenerezza? La tenerezza è l’amore reso tangibile, il linguaggio silenzioso che parla al cuore (Deus Caritas Est). Sono domande importanti da farsi e su cui riflettere. Noi uomini siamo molto diversi dalla donna. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata e curata per abbandonarsi all’intimità.

Noi uomini spesso pretendiamo invece di vivere l’intimità senza alcuna preparazione. Questo distrugge la relazione e umilia profondamente la donna. La fa sentire usata e non amata. Questo atteggiamento, poco rispettoso e che nulla ha in comune con l’amore, alla lunga provoca il deserto sessuale nella coppia. Lei si scoprirà arida. Non avrà più alcun desiderio di unirsi a lui. Lui cercherà altrove il modo di riempire il vuoto sessuale. Questa è la fine di tanti matrimoni. È triste dirlo. Questa è la povertà in cui tante coppie versano. Basterebbe poco per essere felici. Basterebbe nutrire quella relazione con un amore autentico.

Antonio e Luisa

«Cari genitori, a voi è affidato … abbiatene cura»

Proseguiamo a raccontare il sacramento del Battesimo in riferimento alla Chiesa tutta e alla Chiesa domestica in particolare. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati

Rinascere dallo Spirito: Il rito della vestizione

Il battezzato, dopo essere stato “denudato” e immerso nelle acque per rinascere dallo Spirito, viene ricoperto dalle nuove vesti di salvezza. Il sacerdote proclama:

«Sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna».

La chiesa domestica può vedere in questa monizione la riformulazione della promessa iniziale assunta nei riti di accoglienza.

“Nuova creatura e ti sei rivestita di Cristo”

Anticamente questo momento liturgico era molto visibile. Oggi dobbiamo immaginarlo: il bambino, dopo aver ricevuto un poco d’acqua sul capo, viene rivestito di una piccola vestina bianca che di solito è a modo di cappa.

«Che diremo dunque? … anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6, 1-4).

Se il battezzato è un bambino, la chiesa domestica accoglierà la nuova creatura rivestita di Cristo impegnandosi ad educarla nei sentimenti di Cristo Gesù del servizio e dell’obbedienza: «spogliò se stesso assumendo la condizione di servo», «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce» (cfr Filippesi 2,5-11).

“Questa veste bianca è segno della tua nuova dignità”

Questa veste è particolare poiché «né tarma né ruggine consumano» (Mt 6, 20).

La dignità di figlio di Dio è indelebile, nessuno potrà annullarla perciò si viene battezzati una sola volta. A questo punto l’assemblea potrebbe esclamare il suo stupore: «ossa delle mie ossa, carne della mia carne»! Sta partecipando ad un nuovo innesto in Cristo, sta dando alla luce un nuovo figlio di Dio. È uno stupore nuziale! Sì, perché il mistero della vestizione manifesta la grazia nuziale.

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27).

“Con le parole e con l’esempio dei tuoi cari portala senza macchia per la vita eterna”

Quando Dio ad Adamo chiese dopo il peccato «dove sei?» la reazione fu il nascondimento. Adamo ebbe paura di Dio e della sua domanda, invece Dio avrebbe voluto mostrargli le conseguenze della sua scelta, il fatto che stava percorrendo la strada angusta e mortifera. Il battezzato, invece, è reso nuovamente la persona capace di rivolgersi a Dio e «affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi sono nascosto”. Qui inizia il cammino dell’uomo. Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano» (M. Buber, il cammino dell’uomo).

La monizione liturgica della vestizione è l’invito a riprendere il cammino interrotto a causa del peccato originale. Ora il vecchio Adamo non c’è più, il nuovo Adamo-Cristo, il Primogenito, l’ha giustificato per farlo nuovamente dialogare con Dio, con l’altro e con il creato, e uscito dal nascondimento immetterlo sulla via del ritorno alla casa del Padre. La veste candida ci ricorda il cammino della vita che attende il battezzato: «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito» (Galati 5,25).

Fin quando, arrivati dalla grande tribolazione, rivestiti di queste vesti candide lavate nel sangue dell’Agnello, saremo accolti insieme alla moltitudine proveniente da ogni parte della terra, «non avremo più fame né avremo più sete, non ci colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello che sarà il nostro pastore ci guiderà alle fonti delle acque della vita e Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi» (Ap 7,16-17).

La luce di Cristo: il cero pasquale

Dopo la vestizione il sacerdote consegna il cero che uno della famiglia accenderà al cero pasquale.

«A voi è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli».

La realtà battesimale non è una benedizione che agisce esteriormente alla persona come la promessa di Dio ad accompagnare, ma è il rinnovamento interiore, sempre presente e certo di Dio, disponibile ad illuminare il cammino «dentro e fuori» per la visione della Realtà.

La chiesa domestica: cura e perseveranza nella fede

La chiesa domestica si prenderà cura della perseveranza del battezzato nel servizio e nell’obbedienza alla fede affinché, rivestito di Cristo e illuminato da Cristo, insieme ai santi, vada incontro al Signore che viene.

Don Antonio Marotta

L’amore si moltiplica

Test positivo, emozioni, paure (tante), un corpo in cambiamento, un cuoricino che cresce (e la pancia pure!), poi l’incontro, i primi giorni, le prime settimane di una nuova vita.

La maternità trasforma profondamente una donna, dandole il nuovo vestito di madre. Per me la vita ha acquistato un senso nuovo, profondo e inequivocabile, facendomi capire che l’Amore si moltiplica e che è meravigliosamente bello! Ma perché tanti dubbi se avere un figlio? Perché tante paure? Perché tante attese?” mi chiedevo, incantata dal frugoletto che avevo fra le braccia. Ogni coppia è unica, tuttavia la bellezza di ciò che stavo sperimentando staccava di gran lunga qualsiasi paura o aspettativa.

Sì, ok, parliamone. La casa perennemente in disordine (ci ho fatto pace a fatica), i virus ormai non li contiamo più, la pianificazione familiare subisce trentacinque cambi ogni due giorni per imprevisti e incastri, il tempo va letteralmente rincorso e la Marta in noi prende spesso il sopravvento. Per non parlare di pannolini, lavaggi nasali, dentizione, sonno (quale?), scatti di crescita, pianti, cadute.

Visto che però non mi va di incrementare la denatalità galoppante, vorrei pure elencare la pienezza che c’è: risate tutto il giorno, giochi e canzoncine, un mondo di libri coloratissimi, prime parole e primi passi, un piccolo cucciolo d’uomo pieno di Amore incondizionato, nuovi ritmi lenti, sorrisoni, occhi pieni di vita e tenerezza infinita. Ma davvero c’è qualcosa di meglio?

Quando abbiamo scoperto di essere in attesa, eravamo sposati da poco più di un mese. Non abbiamo mai avuto intenzione di chiuderci alla vita, semplicemente non ne vedevamo il senso. Le aspettative con cui la società ‘carica’ la coppia che desidera un figlio sono innumerevoli: avete un lavoro stabile, a tempo indeterminato? Avete casa di proprietà? Avete un trio, la next, il tiralatte, almeno venti cambi stagionali, la palestrina, i giochi…? Avete, in buona sostanza, i soldi necessari?

In realtà, il bebè non ha bisogno delle migliaia di euro che siamo pronti a spendere. E non occorrono mille garanzie (che oggi ci sono, domani chissà). Quando arriva un bambino, si porta dietro lui stesso il necessario: faremo assieme passi mai fatti, troveremo soluzioni, scopriremo il favoloso mondo dell’usato, avremo ben più di quanto ci serve. C’è solo da accogliere.

I figli sono benedizioni, frecce che riempiono faretre, meraviglie che ci mostrano il vero volto del Padre. Dai bambini abbiamo solo da imparare, e quanto! Il Signore chiama alla vita, Lui stesso provvederà ai suoi figli. “Noi restiamo accoglienti” – ci dicevamo – “ma tu pensa al resto!”.

La paura è il freno principale, un vero freno a mano. E così, di paura in paura, gli anni passano, il desiderio soffoca, la fertilità cala. Salvo poi, un bel giorno, svegliarsi con l’urgenza di far figli perché, ebbene sì, è tardi! Il fisico non è più giovanissimo, la fatica si avverte maggiormente. Magari si scopre un problema di infertilità di coppia, che mai si sarebbe potuto immaginare.

Ecco, non possiamo saltare di paura in paura. Dalla paura di fare figli alla paura di doverli crescere, dalla paura di consegnarli ad un mondo mezzo matto alla paura di non dargli gli strumenti necessari… Non si vive di paura.

Non possiamo passare la vita a mettere pezze sui vari squarci che si aprono nel nostro Matrimonio o nella nostra genitorialità. O si fa un vestito nuovo oppure il vecchio alla fine cederà – Gesù lo spiega molto bene.

Sinceramente non so quanto le parole siano utili per fugare ogni timore: certamente servono le Sue. La preghiera, soprattutto di coppia. Tuttavia, voglio portare un pizzico della mia esperienza: avere un figlio va oltre ogni possibile paura e immaginazione. Anche nei giorni che sembrano infiniti, a sera si arriva e neanche troppo male. È un viaggio senza fine in noi stessi ma quello migliore. Non c’è nulla che possa eguagliare la gioia di una paternità e maternità, perché è una condizione che davvero ci avvicina al Creatore.

Non mi capacito che sia esistito un tempo in cui mia figlia non c’era: semplicemente perché un figlio ci parla di Eterno, di Dio! La scienza può spiegare come si moltiplicano le cellule e come procede una gravidanza – ma non potrà mai spiegarci perché accade. Ci sono leggi preesistenti che può soltanto studiare, non dettare. Quel che fa è prenderne atto, chiarirle, dare un nome ad ogni cosa e basta. Perché un cuore inizia a battere, questo trova senso solo nella fede. Perché l’unione fra uomo e donna è generativa, anche.

Goccia di Cielo” nasce dal voler raccontare, in parole semplici, ad ogni bambino, che è stato pensato da Dio ben prima di babbo e mamma. Che è amato da sempre. Che ha, in sé, la nostalgia di Dio. È un albo illustrato splendidamente da Ilaria Pasqua, di cui ho curato testo e impaginazione: una piccola perla che, spero, potrà essere sfogliata con gioia da tanti bimbi e dai loro genitori. La genesi di questo lavoro è racchiusa in tutto quello che ho scritto sopra: la bellezza di scoprire il mondo dei piccoli, da mamma.

Da martedì 12 novembre potete trovare “Goccia di Cielo” in libreria o su Amazon (e sfogliarne un’anteprima sul sito della Mimep-Docete, la casa editrice!).

I nostri figli sono, prima di tutto, figli di Dio. Noi abbiamo la responsabilità di crescerli, ammirarne lo sbocciare e vederli spiccare il volo, facendo il meglio che possiamo con ciò che abbiamo. E sì, questa è una missione davvero speciale.

Giada (Ne senti la voce)

Per farla crescere così, ci sono voluti anni di cura e attenzione

C’è un modo per raccontare la bellezza e la profondità del matrimonio a dei bambini, ai nostri figli? Ci ho provato. Se impariamo ad amare così esercitiamo davvero la nostra regalità battesimale e quindi possiamo benissimo considerarci dei re e delle regine.

C’era una volta, in un regno lontano, una giovane principessa di nome Alba, famosa per la sua bellezza e la sua grazia. Quando compì vent’anni, suo padre, il re, decise che era giunto il momento di trovarle un marito. Tra i nobili del regno, il re scelse Davide, un giovane conte che, pur non appartenendo alla famiglia reale, era noto per la sua intelligenza e il suo aspetto affascinante.

Al primo incontro, Alba e Davide provarono una forte attrazione reciproca: lui rimase colpito dal sorriso luminoso della principessa, mentre lei fu affascinata dal suo sguardo profondo e dalla sua figura elegante. Anche se non era ancora amore, tra loro vi era una scintilla che rendeva piacevole la compagnia dell’altro. Alba si sentiva emozionata al pensiero di rivederlo, e Davide, non appena le era vicino, sentiva il cuore accelerare. Entrambi, però, erano consapevoli che la loro attrazione, seppur forte, non era sufficiente per sostenere un matrimonio duraturo.

Qualche giorno prima delle nozze, Alba ebbe una lunga chiacchierata con Ennio, il vecchio giardiniere del palazzo, che conosceva da quando era bambina. Il giardiniere la vide pensierosa e le chiese cosa la turbasse. Alba gli raccontò delle sue emozioni contrastanti: sentiva una forte attrazione per Davide, ma non era sicura di cosa volesse dire davvero sposarlo e condividere la vita con lui.

Ennio sorrise e, indicando una rosa nel giardino, disse: “Vedi questa rosa, mia cara principessa? È bellissima, e sicuramente all’inizio la sua bellezza può conquistare chiunque la osservi. Ma per farla crescere così, ci sono voluti anni di cura e attenzione. Ogni giorno mi sono preso cura di lei, proteggendola dal freddo, irrigandola e tagliando via le parti appassite. Così è il matrimonio: non è un fiore che sboccia per caso, ma una scelta quotidiana, un impegno costante, che trasforma l’attrazione iniziale in qualcosa di duraturo e prezioso.”

Le parole di Ennio rimasero nel cuore di Alba, e quando il giorno delle nozze finalmente arrivò, lei e Davide si scambiarono le promesse con la consapevolezza che l’attrazione da sola non sarebbe bastata. Decisero di affrontare il matrimonio come un impegno reciproco, una scelta di costruire qualcosa insieme.

Nei primi anni di matrimonio, ci furono momenti di gioia e momenti di difficoltà, giorni in cui la scintilla iniziale sembrava essersi affievolita e giorni in cui, attraverso piccoli gesti, la ritrovavano. Davide imparò a rispettare le passioni di Alba, e lei apprezzò la gentilezza e la pazienza del marito. Col tempo, la loro attrazione si trasformò in un affetto profondo e in un amore che non dipendeva più solo dalla bellezza o dalle emozioni di un momento.

Un giorno, ormai anziani, Alba e Davide passeggiavano nei giardini del palazzo, ricordando i loro primi incontri e la freschezza dell’attrazione giovanile. “Ricordi, Davide?” disse Alba. “Quando ci siamo incontrati, c’era qualcosa di speciale tra di noi, ma mai avrei immaginato quanto sarebbe diventato profondo con il passare del tempo.”

Davide le prese la mano e sorrise: “È stato l’impegno, giorno dopo giorno, a renderci ciò che siamo. La nostra attrazione è stato il primo seme, ma l’amore è nato dal cammino che abbiamo fatto insieme.”

E così, nel regno lontano, la principessa Alba e il suo principe vissero felici per molti anni, ricordando a tutti che l’amore e il matrimonio non sono solo scintille iniziali, ma una scelta e un impegno che, se curati con dedizione, possono fiorire e durare nel tempo.

Antonio e Luisa

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Divorce regret. C’è chi torna indietro

Mentre navigavo in rete, mi sono imbattuto in un articolo intrigante che parlava di una tendenza sempre più diffusa chiamata “Divorce regret”: il pentimento per il divorzio. Questa realtà, resa popolare da casi celebri tra i VIP, sta prendendo piede anche tra le persone comuni. Ma cosa spinge davvero le coppie a separarsi e, dopo anni, a decidere di tornare insieme?

Tornare indietro: un cammino possibile?

Ho visto accadere qualcosa di simile anche a cari amici. Si arriva a una rottura dolorosa, ma con il tempo, e magari grazie all’aiuto di terapeuti e professionisti, alcune coppie riescono a ricostruire un legame. Le motivazioni? Spesso complesse e stratificate: dalla consapevolezza economica al desiderio di ritrovare un nucleo familiare stabile per il bene dei figli.

Una donna una volta confessò: “Pensavo di trovare qualcosa di più grande in un altro uomo. Ma dopo la passione iniziale, la quotidianità si rivelò la stessa di prima. Rimpiangevo il mio matrimonio, nonostante i suoi difetti, e avrei voluto avere la pazienza di affrontare le difficoltà.”

La tentazione di cercare l’ideale

In un momento di crisi matrimoniale, è facile pensare che altrove ci sia qualcuno di meglio: un partner che sembra rispondere ai nostri bisogni e sogni. E, oggettivamente, è vero: ci sarà sempre qualcuno più affascinante o più empatico. Ma se il nostro obiettivo è la ricerca infinita della perfezione, la nostra insoddisfazione non avrà mai fine. Quando ci sposiamo, la persona accanto a noi è quella scelta per condividere il cammino della vita e per crescere nella “palestra” dell’amore. Non è la perfezione che fa durare un matrimonio, ma la decisione quotidiana di lottare per esso.

Ricordi che non si possono cancellare

Ripenso ai momenti che hanno segnato la mia vita con mia moglie: la nascita delle nostre figlie, istanti irripetibili e di valore incalcolabile. Nessuna esperienza esterna potrebbe mai offuscare quelle emozioni vissute insieme. Il Piccolo Principe esprime perfettamente questa verità: “Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei sola è più importante di tutte voi… perché è la mia rosa.”

La ferita della separazione

Separarsi è doloroso perché implica la rottura di una connessione intima. Solo chi ha condiviso la propria vulnerabilità può sapere quanto possa ferire vedere i propri punti deboli usati come armi in un momento di crisi. È una delle realtà più difficili da affrontare e può lasciare cicatrici profonde. Eppure, per amare davvero, è necessario abbassare tutte le difese e donarsi totalmente, pur sapendo di rischiare.

L’amore vero richiede coraggio

Nonostante tutto, se tornassi indietro rifarei le stesse scelte. Amare significa essere disposti a essere vulnerabili, senza maschere e senza filtri. Forse è per questo che, dopo altre esperienze e riflessioni, alcune persone decidono di tornare sui loro passi. Capiscono che l’amore vero non è solo attrazione o complicità fisica, ma una connessione profonda costruita con fatica, perdono e comprensione reciproca.

In un mondo dove le relazioni sono sempre più volatili, il “divorce regret” può essere una lezione importante: prima di cercare soluzioni altrove, guardiamo con occhi nuovi alla nostra “rosa”, quella che abbiamo scelto di curare, giorno dopo giorno.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Amore e amabilità: chiavi per un matrimonio felice

Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico (clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati), mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che emerge da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita.

Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro, tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo, che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Dell’amabilità.

Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che esprimono l’amabilità: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principale degli sposi. L’amabilità non è meno importante. È il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata.

Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro? Quanto percepiamo che l’altro ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bello o più bella per lui o per lei. Ciò non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro.

Significa arrendersi all’amore. Decidere per amore di cambiare se stessi. Io sono libero ed è l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da diversi anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia, che sento per il dono di sé che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla, mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare le parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare il nostro coniuge. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi, nessuno escluso, si porta dentro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro.

La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividere oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate e affascinanti. L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma allo stesso tempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sé. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio, perché continuiamo a metterli in atto? È nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono, perché continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita, perché continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi capaci di correggere se stessi per amore.

Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo, non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. È importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio – che ci deve essere – di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare a ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Può essere anche la fede. Partecipare a pellegrinaggi e incontri. Ogni coppia trovi la sua attività preferita. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altra.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza, perché Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera insieme durante i quali cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altra. È bello pregare con te. È bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Papa Francesco in Amoris Laetitia dedica ben due punti all’amabilità. Il Santo Padre evidenzia come l’amabilità sia parte dell’amore e come permetta una relazione tra gli sposi fondata su uno sguardo positivo e benevolo dell’uno verso l’altra:

Amare significa anche rendersi amabili […] Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. […] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».

Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. […] Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.

Quali sono i frutti dell’amabilità? Essenzialmente tre.

Continua ricerca l’uno dell’altra.

Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano alla presenza e alla compagnia dell’amato/a. Perché è bello stare con lui, è bello stare con lei. La Sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra, perché l’amore e l’amabilità li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto, pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento di amarci.

Contemplazione del bello.

Quando in una coppia si è amabili l’uno verso l’altra, è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro/a non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro/a: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’amato/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi, che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro/a desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? È una cartina al tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.

L’unicità.

Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è l’unico. Lei è l’unica. L’amabilità rende l’altro una persona unica. Gli altri, seppur bellissimi e affascinanti, non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/nessun’altra.

Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo, per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipende da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegniamo a diventare sempre più amabili verso l’altro/a. Avanti tutta! Il matrimonio non è a termine, per cui, se siete rimasti indietro, potete tranquillamente recuperare.

Antonio e Luisa

Impatto della Pornografia sui Giovani e sulle Relazioni

Perché non si punta il dito contro uno dei principali colpevoli delle violenze sulle donne? Perché si accusa un fantomatico e astratto patriarcato senza andare al cuore del problema? Una delle principali cause di tutta questa vilolenza di genere è la diffusione capillare della pornografia. Anche uno come Rocco Siffredi, che della pornografia ha fatto un business, dice apertamente in un’intervista dell’anno scorso che la pronografia andrebbe vietata ai minori. Siffredi ha affermato: Perché hanno permesso la proliferazione di siti pornografici in rete accessibili e gratuiti, fruibili con facilità da ragazzini giovanissimi, trasmettendo loro messaggi distorti sulla sessualità?

Questa è una tematica complessa e urgente, connessa alla diffusione della pornografia e al suo impatto sulle relazioni umane e, in particolare, sulla violenza di genere. La tesi è chiara e provocatoria: la pornografia non solo stimola una visione oggettificante dell’altro, ma contribuisce a radicare dinamiche di possesso e dominio che, in alcuni casi estremi, sfociano in atti di violenza.

L’influenza della pornografia sulle percezioni di genere

Molti studi clinici e sociologici hanno cercato di indagare il legame tra consumo di pornografia e atteggiamenti violenti o oggettificanti. La pornografia, soprattutto quella più accessibile su internet, propone una rappresentazione ipersessualizzata, in cui la persona – spesso la donna – è ritratta come mero oggetto di piacere. Il professor Neil Malamuth, psicologo e ricercatore della University of California, ha condotto studi che dimostrano una correlazione tra l’esposizione ripetuta a contenuti pornografici e un aumento di atteggiamenti aggressivi e oggettificanti nei confronti delle donne, specialmente tra gli uomini con predisposizioni psicologiche preesistenti.

Questa tesi è supportata da ricerche che suggeriscono come la pornografia, attraverso un processo di “desensibilizzazione”, contribuisca a rendere la violenza percepita come normale o addirittura desiderabile. Nel 2018, uno studio pubblicato sul Journal of Communication ha analizzato come la frequente esposizione alla pornografia riduca l’empatia e aumenti la tendenza a percepire le donne come oggetti sessuali.

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo italiano, ha espresso opinioni molto critiche sulla pornografia, soprattutto in relazione all’impatto che può avere sui giovani e sulla loro visione delle relazioni. Crepet sostiene che la pornografia offra un’immagine distorta e superficiale della sessualità, priva di affetto, emozioni e reciprocità, trasmettendo un modello basato sulla mera gratificazione fisica. Questo, secondo Crepet, rischia di “anestetizzare” la capacità dei giovani di provare empatia e di sviluppare relazioni sane e significative. Paolo Crepet, ritiene che la pornografia, soprattutto se consumata in età precoce, possa influenzare negativamente la costruzione dell’identità sessuale e affettiva. Ha più volte sottolineato come la pornografia introduca nelle relazioni aspettative irrealistiche e modelli di dominio e sottomissione che ostacolano la comprensione del sesso come momento di condivisione e intimità autentica. In questa dinamica si assiste a una normalizzazione della violenza e a una progressiva perdita di rispetto per la persona.

Impatti psicologici e relazionali: dai giovani adulti agli adolescenti

Un aspetto allarmante riguarda l’età sempre più precoce con cui i giovani accedono alla pornografia, una problematica che spesso sottovalutiamo. Secondo l’indagine dell’Università di Padova, la maggior parte dei ragazzi di vent’anni fa un uso abituale della pornografia, e l’età media di esposizione è scesa a 12 anni. Questo significa che molti giovani costruiscono la propria visione della sessualità basandosi su modelli stereotipati e lontani dalla realtà, dove la reciprocità e il rispetto sono elementi assenti.

In questa direzione, diversi psicoterapeuti hanno sollevato preoccupazioni. Philip Zimbardo, celebre psicologo e autore di “Il declino dei maschi”, sostiene che i giovani uomini, esposti a una pornografia sempre più “disumanizzante”, sviluppano una visione distorta delle relazioni. Il costante accesso a contenuti pornografici, afferma Zimbardo, ostacola lo sviluppo di una sana intimità e predispone i ragazzi a un approccio utilitaristico nei confronti delle partner, dove il desiderio personale sovrasta l’empatia.

Questi effetti negativi non si limitano solo alle relazioni sentimentali, ma hanno conseguenze profonde sulla percezione del genere e sull’autostima degli stessi fruitori. La dottoressa Gail Dines, sociologa ed esperta di pornografia, ha studiato come il consumo di pornografia influisca sull’autostima delle giovani donne, le quali finiscono per adeguarsi a stereotipi che considerano normale essere oggettivate e sottomesse. In un suo intervento, ha affermato: “La pornografia ha effetti distruttivi, soprattutto sulle adolescenti, spingendole a imitare atteggiamenti stereotipati che vedono nei media, riducendo la propria autostima e la capacità di sentirsi apprezzate per ciò che realmente sono”.

Il consumo di pornografia e il rischio di violenza di genere

Se osserviamo le statistiche, i numeri confermano la serietà della questione. Secondo i dati ISTAT, oltre 650.000 donne in Italia hanno subito violenze sessuali gravi. La violenza di genere è quindi un fenomeno sistemico, e la pornografia sembra giocare un ruolo significativo nell’alimentare atteggiamenti di possesso e abuso.

Uno studio condotto dall’Università di Montreal ha esplorato come la pornografia incrementi il rischio di comportamenti violenti, specialmente in individui con scarsa stabilità emotiva e bassa capacità empatica. Questo legame è confermato anche dall’approccio terapeutico: molti psicoterapeuti notano che chi consuma frequentemente pornografia tende a sviluppare, col tempo, una minor capacità di riconoscere le esigenze dell’altro, sfociando in atteggiamenti manipolativi e, in alcuni casi, aggressivi.

La soluzione: educazione e consapevolezza

In conclusione, questo articolo sostenuto da studi seri ci invita a considerare il consumo di pornografia non come un innocuo svago, ma come una pratica che può alimentare atteggiamenti di violenza e dominio. Vogliamo questo per i nostri figli? Non arrendiamoci a questa povertà e iniziamo a proporre loro una modalità diversa, più bella, più ricca e più appagante. Parliamo loro di sesso come espressione di un amore fedele, come una modalità per donarsi e per accogliersi. Testimoniamolo prima che con le parole con la nostra vita. Non c’è nulla di più bello che vedere incarnato un amore autentico e incondizionato in papà e mamma.

Antonio e Luisa

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Perché il bacio di Klimt? La stessa bellezza del Cantico dei Cantici

Perché ho scelto questa opera come copertina della home page del blog? Mi è stato chiesto da alcuni. E credo che sia bello dare una risposta. Perché non è una scelta casuale o puramente estetica. C’è molto di più. Si tratta di un’opera che, a prima vista, sembra aver poco a che fare con un blog cristiano. Eppure c’è tanta verità. Come cerco di raccontare nei miei articoli non c’è contraddizione tra fede e amore naturale. Un uomo e una donna che si amano nella verità esprimono perfettamente il progetto di Dio e l’amore di Dio. E Klimt questo amore naturale lo esprime ai massimi livelli con una simbologia chiara.

Gustav Klimt non era noto per essere particolarmente religioso. Era sì cresciuto in una Vienna ancora profondamente cattolica ma non sembra avesse particolari contatti con ambienti religiosi. Tuttavia, Klimt era profondamente affascinato dal simbolismo e dall’idea del sacro come concetto astratto.

La sua opera pittorica Il bacio, dipinta tra il 1907 e il 1908, è uno dei capolavori più iconici dell’Art Nouveau e simbolo della rappresentazione dell’amore umano. L’opera esplora il tema della fusione amorosa in una forma avvolta da un’aura di sacralità e mistero, accentuata da una straordinaria ricchezza di simboli e colori. Osservata attraverso una lente cristiana cattolica, Il bacio si presta a un’interpretazione che rispecchia la visione dell’amore umano come riflesso dell’amore divino, un’unione che va oltre la mera dimensione fisica per toccare quella spirituale. Un po’ come avviene nel Cantico dei Cantici. Il bacio raffigura in una immagine piena di simbolismi la bellezza del Cantico. Anche se, ripeto, Klimt non era religioso, ma questa bellezza di un amore pieno l’abbiamo come desiderio del cuore. Siamo stati creati per vivere questo tipo di amore. E la nostalgia di amare e di essere amati così ci accompagna tutta la vita. Per questo il matrimonio è così bello! E’ una risposta a questa nostalgia.

Osservando quest’opera attraverso la lente del Cantico dei Cantici, il celebre libro poetico della Bibbia, emergono sorprendenti parallelismi che mostrano come l’arte e la Scrittura possano dialogare nell’esplorare il mistero dell’amore.

Il Cantico dei Cantici è un testo unico nella Bibbia, distinto per la sua espressione poetica e passionale dell’amore umano e divino. Lungi dall’essere un trattato teologico o morale, è un inno alla bellezza dell’amore tra un uomo e una donna, visto come riflesso dell’amore di Dio per il suo popolo. La sensualità celebrata nel Cantico e il linguaggio simbolico ricco di immagini floreali, giardini e momenti di intimità, trovano un’eco visiva nel dipinto di Klimt.

Nel dipinto, l’abbraccio della coppia è avvolto in un manto decorato con motivi geometrici e floreali che ricordano la descrizione del giardino e dei fiori presenti nel Cantico dei Cantici: “Come un giglio fra i rovi, così è l’amica mia tra le fanciulle” (Ct 2,2). Il prato fiorito su cui la coppia poggia, simbolo di fecondità e bellezza, evoca il giardino simbolico della Scrittura, luogo di incontro tra l’amato e l’amata, spazio di comunione e armonia. In entrambi i casi, l’ambiente naturale diventa teatro e simbolo di un amore che è puro e totalizzante.

La posizione dei due amanti nell’opera di Klimt, in cui l’uomo si piega verso la donna per baciarla mentre lei si abbandona con fiducia, richiama i versi del Cantico: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (Ct 1,2). Questo verso esprime la profondità del desiderio e la bellezza dell’amore vissuto pienamente. Allo stesso modo, il dipinto di Klimt sembra fermare il tempo in un momento di connessione totale, una fusione delle anime oltre che dei corpi.

Il colore oro, dominante nell’opera, richiama l’idea di sacralità. Nel Cantico dei Cantici, il valore dell’amore è paragonato all’oro e a pietre preziose. L’uso dell’oro da parte di Klimt suggerisce che l’amore umano, pur essendo terreno, possiede un’essenza sacra. La luminosità dell’oro non è solo un ornamento estetico ma eleva la scena, conferendole una qualità divina e immortale.

La donna appare abbandonata e fiduciosa, con gli occhi chiusi e una lieve inclinazione del capo, mentre l’uomo, delicato ma deciso, accarezza e bacia la guancia della sua compagna. Questa postura si accorda con le parole dell’amata nel Cantico: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). È una dichiarazione di appartenenza reciproca, di amore che non conosce timore ma solo dono. Questo abbraccio è simile al simbolismo della unitas e della fides, fondamentali nel matrimonio cristiano: un amore che non solo si dona, ma accoglie con fiducia. San Giovanni Paolo II, nella sua catechesi sulla teologia del corpo, ha sottolineato che l’amore coniugale deve essere “libero, totale, fedele e fecondo” e nel dipinto di Klimt possiamo intuire la totalità e la dedizione presenti in un abbraccio che sembra eterno.

Infine, la fusione tra l’uomo e la donna, che sembrano diventare un tutt’uno, esprime visivamente la dimensione dell’amore perfetto, che è totale e indissolubile, come descritto nel Cantico dei Cantici: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). L’opera di Klimt e il testo biblico condividono l’idea che l’amore sia una forza potente, capace di superare la semplice fisicità per entrare nella sfera del sacro, del divino. I motivi geometrici e i colori scelti da Klimt non sono casuali. I rettangoli sul manto dell’uomo e i cerchi e spirali che avvolgono la figura femminile possono rappresentare l’equilibrio tra la forza e la dolcezza, il maschile e il femminile, in una comunione che rispecchia la complementarità voluta da Dio.

In sintesi, Il bacio di Klimt e il Cantico dei Cantici convergono in un’esaltazione dell’amore umano come riflesso della bellezza e della sacralità dell’amore divino, esprimendo entrambi la pienezza e la forza di un legame che trasforma e trascende l’ordinario.

Antonio e Luisa

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La Bellezza del Matrimonio: Riflessioni dal Cuore

Sono passati due anni dall’ultimo articolo che ho avuto l’onore di scrivere per il blog di Antonio e Luisa. Non posso che esprimere gratitudine per il percorso condiviso. Antonio e Luisa sono stati una presenza costante. Prima come guida durante gli ultimi passi del fidanzamento e ora nel cammino quotidiano dei nostri primi anni di matrimonio.

Ricordo che, nel mio primo articolo, avevo l’intento di condividere periodicamente qualche riflessione sulla bellezza del sacramento del matrimonio. Volevo dimostrare che anche oggi, con tutte le sue sfide, il matrimonio cristiano rimane un’esperienza piena di significato e bellezza. Tuttavia, credo che Dio mi abbia voluto indicare una verità fondamentale. Prima di scrivere con sincerità sulla bellezza del matrimonio, occorre viverla. È necessario comprenderla nel profondo. Solo così, attraverso l’esperienza, posso offrire una testimonianza autentica.

Perché dunque è ancora bello il matrimonio cristiano nel 2024? Potrei elencare teorie o citare autori che ammiro. Tuttavia, scelgo di fare qualcosa di più personale. Questo è qualcosa che Carlo Acutis – il giovane beato che tanti di noi ammirano – avrebbe apprezzato. Lui, con le sue parole, ci ha ricordato che “tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Ed è proprio ciò che voglio evitare. Voglio parlare da originale. Voglio usare una voce che deriva dalla mia esperienza e dal mio percorso.

Il matrimonio è bello perché offre una compagnia autentica, un riflesso costante e sincero della propria anima. Attraverso il coniuge, che mi conosce nell’intimità della quotidianità, scopro ogni giorno aspetti di me. Sono cose che da solo non potrei vedere. Pregi e difetti diventano occasione di crescita. Mia moglie è quel riflesso, un dono di Dio che mi stimola a diventare una versione migliore di me stesso. Lo afferma anche papa Francesco in Amoris Laetitia: “Il coniuge diventa lo specchio della nostra interiorità, dove Dio si riflette e dove ci viene chiesto di amare e di migliorarci. L’amore coniugale ci aiuta a vedere il nostro io con occhi nuovi, ad accettare i nostri limiti e a lavorare su di essi” (Amoris Laetitia, 218-221).

Il matrimonio è bello anche perché mi mette accanto una persona diversa, dell’altro sesso, che con la sua femminilità complementare aggiunge una prospettiva differente e preziosa, arricchendo ogni momento di una bellezza unica. In questa complementarità tra maschio e femmina c’è la perfezione del progetto divino: Dio, nel crearci, ha pensato a tutto.

È bello perché è una vocazione alla comunione. In essa, scopriamo di non essere fatti per la solitudine. Siamo creati per l’unione indissolubile. Questo vincolo ci dà certezza e stabilità. L’indissolubilità del matrimonio, a lungo termine, è una fonte di forza e speranza. Ci dona la certezza che questo legame è destinato a durare. È destinato a crescere con noi e oltre noi.

Ai giovani, vorrei dire: vivete la castità nel fidanzamento, cercate la grazia di Dio nella preghiera e nei sacramenti. La bellezza che vi attende nel matrimonio è straordinaria, ma richiede preparazione e cura. Camminate nella fede, cercate testimonianze di coppie unite da anni, ascoltate chi vive con gioia e coerenza questa vocazione. Non accontentatevi di restare fermi. Impegnatevi a costruire una vita basata sulle virtù. Cercate esperienze che fortifichino la vostra capacità di amare e di perdonare.

Che ogni giovane, ma anche ogni adulto, possa trovare la gioia di vivere un matrimonio pieno. Che sia gioioso, e perché no, anche santo.

Andrea Belluschi

Imparare il matrimonio da Chiara ed Enrico

Chiara Corbella considerava il matrimonio come una via verso la santità. Era una scelta radicale. Richiedeva di vivere l’amore come dono. Questo era necessario anche quando le circostanze erano difficili e incomprensibili. Il suo esempio offre una visione del matrimonio che non si limita al semplice legame affettivo. Si apre all’idea di un amore totale. Questo amore accetta anche la sofferenza come parte del cammino verso la pienezza della vita cristiana. Chiara aveva compreso che il matrimonio è una promessa di amore incondizionato che si compie non solo nei momenti di gioia e benessere, ma anche nelle sofferenze e nelle difficoltà.

Ecco alcuni principi chiave che emergono dalla sua testimonianza e dai suoi scritti, che possono ispirare una visione del matrimonio centrata sull’amore autentico e la fiducia in Dio.

1. Amore incondizionato e accoglienza

Dio ci ha messo davanti a dei bambini che ci hanno portato verso di Lui, ed è con questa gioia che noi li abbiamo accompagnati fino alla loro morte.

Chiara ed Enrico hanno accolto ogni figlio come un dono di Dio. Anche quando hanno saputo che i primi due bambini, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, avevano gravi problemi di salute. Sapevano che sarebbero vissuti solo per poco tempo. Hanno scelto di portare avanti queste gravidanze. Hanno accolto la vita dei loro figli, vedendo in loro la presenza di Dio, anche se per breve tempo. Questo è un esempio di amore incondizionato. Può ispirare le coppie ad accogliere l’altro con tutti i suoi pregi e difetti. Le coppie accettano anche le difficoltà e le sofferenze come parte della vita matrimoniale.

2. Sacrificio e donazione

Il Signore ci ha dato una missione nel nostro matrimonio: amarci e sostenerci, a costo di tutto.

Non è stato facile, ma Francesco valeva questo sacrificio. Dio ci ha chiesto di fidarci e noi ci siamo fidati. Abbiamo messo la sua vita prima della mia.

Chiara ha dimostrato un amore sacrificale nel modo in cui ha vissuto la sua malattia. Durante la terza gravidanza, ha scoperto di avere un tumore alla lingua. Ha scelto di rimandare le cure per proteggere la vita del figlio Francesco. Ha rinunciato a sé stessa per il bene di un altro. Questo tipo di sacrificio è un esempio concreto di come amare in matrimonio significhi donarsi per il bene dell’altro. Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio non come uno spazio per realizzare se stessi. Lo hanno visto come un’opportunità per donarsi reciprocamente. E’ proprio questa scelta che ha reso il loro matrimonio realizzato e pieno. Nel dare la vita l’hanno trovata. E’ ciò a cui siamo chiamati anche noi.

3. Fiducia in Dio

Dio non toglie nulla, ma dona tutto. Quando sembra che ci chieda di rinunciare a qualcosa, è solo perché ci vuole donare qualcosa di più grande.

Chiara ed Enrico hanno attraversato situazioni estremamente dolorose con una fiducia incrollabile in Dio. Hanno affrontato le difficoltà affidandosi alla sua volontà, senza cadere nella disperazione o nel risentimento. Questa fiducia è un aspetto fondamentale del matrimonio cristiano. Si realizza quando entrambi i coniugi si impegnano a riconoscere Dio come fondamento del loro amore. Devono confidare nella sua provvidenza anche quando le cose non vanno come previsto. Chiara ha sempre detto che il Signore non toglie nulla. Quando sembra che lo faccia, in realtà prepara qualcosa di più grande.

4. Vivere il presente con gioia

La vita è bella non perché sia facile, ma perché è un dono, e Dio ci è vicino. Ogni giorno c’è qualcosa per cui ringraziare.

Chiara ha vissuto intensamente il presente. Non ha lasciato che la preoccupazione per il futuro la privasse della gioia di ciò che aveva davanti a sé. Questo atteggiamento è fondamentale in un matrimonio. Le difficoltà e le incertezze del futuro spesso possono mettere a rischio la serenità della coppia. Chiara ci insegna che vivere con fiducia e gratitudine ogni momento può portare una pace profonda e una gioia autentica.

5. Sostegno reciproco e comunitario

Nella preghiera insieme abbiamo trovato la forza di accogliere ogni cosa come un dono, anche ciò che non capivamo. Il Signore ci ha donato la grazia di amici che ci sono stati vicini con il cuore e con la fede.

Chiara ed Enrico si sono sostenuti a vicenda in ogni momento. Hanno pregato insieme e cercato la guida di persone di fede. Si sono anche rivolti ad amici che potessero aiutarli nel loro cammino. Questo aspetto sottolinea quanto sia importante per le coppie avere una comunità di supporto. È essenziale affidarsi a essa nei momenti di prova per ricevere sostegno. Inoltre, conforto e ispirazione derivano da una comunità solida. Il matrimonio non è un percorso solitario. Avere una rete di persone che condividono i valori cristiani è fondamentale per restare saldi nella fede e nell’amore.

6. Vivere l’amore come testimonianza

Se anche una sola persona si avvicina a Dio guardando a ciò che abbiamo vissuto, allora tutto questo dolore avrà un senso. Il matrimonio è una chiamata a essere luce, a mostrare la bellezza dell’amore che Dio ci ha insegnato.

Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio in un modo che ha attirato molte persone. È diventato un esempio di fede e di amore per molti. Anche in un contesto di sofferenza, hanno continuato a testimoniare con la loro vita la bellezza dell’amore cristiano. Hanno dimostrato che il matrimonio può essere una vera vocazione e un cammino di santità. Il loro amore reciproco è stato profondo. Uniti alla fede in Dio, hanno creato una testimonianza che ha toccato profondamente il cuore di tanti.

7. Accogliere la croce con fede

La croce ci ha insegnato a fidarci di Dio e a darci l’un l’altro senza riserve. Quando accettiamo il dolore come parte dell’amore, scopriamo che la vera forza non è evitare la croce, ma portarla insieme.

Chiara ci insegna che ogni matrimonio avrà momenti di “croce”, cioè di sofferenza e difficoltà. Questi non devono essere visti come ostacoli. Bisogna vederli come opportunità per crescere nell’amore. Lei e suo marito hanno scelto di affrontare la croce con amore. Hanno trasformato la croce in un mezzo di unione e di crescita spirituale.

In sintesi

Il matrimonio di Chiara Corbella Petrillo e Enrico ci ricorda che l’amore coniugale cristiano non si basa solo su sentimenti o attrazioni. Si fonda su un impegno costante a donarsi reciprocamente. È un camminare insieme verso Dio.

Antonio e Luisa

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La Sua Sinistra è Sotto il mio Capo e la Sua Destra mi Abbraccia

Proseguiamo la lettura del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e i due sembrano sfiniti dall’amore. Cosa significa? La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Sostenetemi con focacce d’uva passa,

ristoratemi con succo d’arance,

perché io sono malata d’amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia.

L’amato

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle o per le cerve della campagna:

non destate, non scuotete dal sonno l’Amore,

finché non lo desideri!

Sostenetemi con focacce d’uva passa, ristoratemi con suc­co d’arance, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento di estasi. Sono probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sé, un momento di stordimento. Chiede di aver qualcosa da mangiare, perché si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e succo d’arance. Due immagini che rimanda­no all’amore. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Il suo è un amore che riempie e insieme consuma. Dona forza, ma al tempo stesso sfinisce. In una dinamica in cui l’unica medicina all’amore è l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi ab­braccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbando­nano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole, dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore con lui. In questo abbraccio silenzio­so possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. San Giovanni Paolo II commenta queste parole affermando che l’amore non è soltanto ‘fiamma ardente’, ma un amore che, per così dire, si struttura su una base indistruttibile di fedeltà e di donazione reciproca (Teologia del Corpo, Udienza del 13 giugno 1984). La mano sotto il capo è un segno tangibile di un legame duraturo. Il braccio che abbraccia dimostra che il legame va oltre la mera attrazione e si fonda sulla stabilità della relazione.

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve della campagna: non destate, non scuotete dal sonno l’Amore, finché non lo desideri! Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gaz­zelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare, a quello erotico. Per tutta la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiu­ro, non svegliatela! Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta. Questa gioia è sensibile e scaturita dal nostro amore che si è fatto carne.

Queste nove righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che è più bello. È l’esperienza che due sposi possono avere nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di as­similare quel piacere appena vissuto! Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti esprime l’unità appena sperimentata. Questa unità sta riempiendo il loro cuore di gioia. Li colma di bellezza e di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno?

La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che l’amplesso fisico è un gesto voluto da Dio per noi. È il modo che Dio ha scelto affinché noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Commentando questi ultimi versetti Giovanni Paolo II dà anche una seconda interpretazione altrettanto bella. L’immagine della pazienza emerge quando l’amato esorta a non “destare” l’amore. Questo riflette il rispetto per i tempi e il mistero dell’altro. Il papa scrive: “L’amore non è qualcosa che si impone dall’esterno. Deve nascere dal cuore… richiede la capacità di rispettare l’interiorità della persona” (Teologia del Corpo, Udienza del 6 febbraio 1980). Il richiamo a non “svegliare l’amore finché non lo desideri” sottolinea che l’amore vero è un dono libero e consapevole. Non è qualcosa che può essere forzato o affrettato. Un forte richiamo al rispetto e alla castità. Lo riprenderemo in un altro articolo.

Antonio e Luisa