Divorce regret. C’è chi torna indietro

Mentre navigavo in rete, mi sono imbattuto in un articolo intrigante che parlava di una tendenza sempre più diffusa chiamata “Divorce regret”: il pentimento per il divorzio. Questa realtà, resa popolare da casi celebri tra i VIP, sta prendendo piede anche tra le persone comuni. Ma cosa spinge davvero le coppie a separarsi e, dopo anni, a decidere di tornare insieme?

Tornare indietro: un cammino possibile?

Ho visto accadere qualcosa di simile anche a cari amici. Si arriva a una rottura dolorosa, ma con il tempo, e magari grazie all’aiuto di terapeuti e professionisti, alcune coppie riescono a ricostruire un legame. Le motivazioni? Spesso complesse e stratificate: dalla consapevolezza economica al desiderio di ritrovare un nucleo familiare stabile per il bene dei figli.

Una donna una volta confessò: “Pensavo di trovare qualcosa di più grande in un altro uomo. Ma dopo la passione iniziale, la quotidianità si rivelò la stessa di prima. Rimpiangevo il mio matrimonio, nonostante i suoi difetti, e avrei voluto avere la pazienza di affrontare le difficoltà.”

La tentazione di cercare l’ideale

In un momento di crisi matrimoniale, è facile pensare che altrove ci sia qualcuno di meglio: un partner che sembra rispondere ai nostri bisogni e sogni. E, oggettivamente, è vero: ci sarà sempre qualcuno più affascinante o più empatico. Ma se il nostro obiettivo è la ricerca infinita della perfezione, la nostra insoddisfazione non avrà mai fine. Quando ci sposiamo, la persona accanto a noi è quella scelta per condividere il cammino della vita e per crescere nella “palestra” dell’amore. Non è la perfezione che fa durare un matrimonio, ma la decisione quotidiana di lottare per esso.

Ricordi che non si possono cancellare

Ripenso ai momenti che hanno segnato la mia vita con mia moglie: la nascita delle nostre figlie, istanti irripetibili e di valore incalcolabile. Nessuna esperienza esterna potrebbe mai offuscare quelle emozioni vissute insieme. Il Piccolo Principe esprime perfettamente questa verità: “Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei sola è più importante di tutte voi… perché è la mia rosa.”

La ferita della separazione

Separarsi è doloroso perché implica la rottura di una connessione intima. Solo chi ha condiviso la propria vulnerabilità può sapere quanto possa ferire vedere i propri punti deboli usati come armi in un momento di crisi. È una delle realtà più difficili da affrontare e può lasciare cicatrici profonde. Eppure, per amare davvero, è necessario abbassare tutte le difese e donarsi totalmente, pur sapendo di rischiare.

L’amore vero richiede coraggio

Nonostante tutto, se tornassi indietro rifarei le stesse scelte. Amare significa essere disposti a essere vulnerabili, senza maschere e senza filtri. Forse è per questo che, dopo altre esperienze e riflessioni, alcune persone decidono di tornare sui loro passi. Capiscono che l’amore vero non è solo attrazione o complicità fisica, ma una connessione profonda costruita con fatica, perdono e comprensione reciproca.

In un mondo dove le relazioni sono sempre più volatili, il “divorce regret” può essere una lezione importante: prima di cercare soluzioni altrove, guardiamo con occhi nuovi alla nostra “rosa”, quella che abbiamo scelto di curare, giorno dopo giorno.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Amore e amabilità: chiavi per un matrimonio felice

Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico (clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati), mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che emerge da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita.

Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro, tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo, che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Dell’amabilità.

Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che esprimono l’amabilità: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principale degli sposi. L’amabilità non è meno importante. È il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata.

Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro? Quanto percepiamo che l’altro ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bello o più bella per lui o per lei. Ciò non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro.

Significa arrendersi all’amore. Decidere per amore di cambiare se stessi. Io sono libero ed è l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da diversi anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia, che sento per il dono di sé che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla, mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare le parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare il nostro coniuge. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi, nessuno escluso, si porta dentro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro.

La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividere oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate e affascinanti. L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma allo stesso tempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sé. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio, perché continuiamo a metterli in atto? È nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono, perché continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita, perché continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi capaci di correggere se stessi per amore.

Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo, non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. È importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio – che ci deve essere – di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare a ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Può essere anche la fede. Partecipare a pellegrinaggi e incontri. Ogni coppia trovi la sua attività preferita. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altra.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza, perché Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera insieme durante i quali cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altra. È bello pregare con te. È bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Papa Francesco in Amoris Laetitia dedica ben due punti all’amabilità. Il Santo Padre evidenzia come l’amabilità sia parte dell’amore e come permetta una relazione tra gli sposi fondata su uno sguardo positivo e benevolo dell’uno verso l’altra:

Amare significa anche rendersi amabili […] Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. […] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».

Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. […] Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.

Quali sono i frutti dell’amabilità? Essenzialmente tre.

Continua ricerca l’uno dell’altra.

Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano alla presenza e alla compagnia dell’amato/a. Perché è bello stare con lui, è bello stare con lei. La Sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra, perché l’amore e l’amabilità li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto, pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento di amarci.

Contemplazione del bello.

Quando in una coppia si è amabili l’uno verso l’altra, è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro/a non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro/a: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’amato/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi, che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro/a desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? È una cartina al tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.

L’unicità.

Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è l’unico. Lei è l’unica. L’amabilità rende l’altro una persona unica. Gli altri, seppur bellissimi e affascinanti, non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/nessun’altra.

Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo, per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipende da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegniamo a diventare sempre più amabili verso l’altro/a. Avanti tutta! Il matrimonio non è a termine, per cui, se siete rimasti indietro, potete tranquillamente recuperare.

Antonio e Luisa

Impatto della Pornografia sui Giovani e sulle Relazioni

Perché non si punta il dito contro uno dei principali colpevoli delle violenze sulle donne? Perché si accusa un fantomatico e astratto patriarcato senza andare al cuore del problema? Una delle principali cause di tutta questa vilolenza di genere è la diffusione capillare della pornografia. Anche uno come Rocco Siffredi, che della pornografia ha fatto un business, dice apertamente in un’intervista dell’anno scorso che la pronografia andrebbe vietata ai minori. Siffredi ha affermato: Perché hanno permesso la proliferazione di siti pornografici in rete accessibili e gratuiti, fruibili con facilità da ragazzini giovanissimi, trasmettendo loro messaggi distorti sulla sessualità?

Questa è una tematica complessa e urgente, connessa alla diffusione della pornografia e al suo impatto sulle relazioni umane e, in particolare, sulla violenza di genere. La tesi è chiara e provocatoria: la pornografia non solo stimola una visione oggettificante dell’altro, ma contribuisce a radicare dinamiche di possesso e dominio che, in alcuni casi estremi, sfociano in atti di violenza.

L’influenza della pornografia sulle percezioni di genere

Molti studi clinici e sociologici hanno cercato di indagare il legame tra consumo di pornografia e atteggiamenti violenti o oggettificanti. La pornografia, soprattutto quella più accessibile su internet, propone una rappresentazione ipersessualizzata, in cui la persona – spesso la donna – è ritratta come mero oggetto di piacere. Il professor Neil Malamuth, psicologo e ricercatore della University of California, ha condotto studi che dimostrano una correlazione tra l’esposizione ripetuta a contenuti pornografici e un aumento di atteggiamenti aggressivi e oggettificanti nei confronti delle donne, specialmente tra gli uomini con predisposizioni psicologiche preesistenti.

Questa tesi è supportata da ricerche che suggeriscono come la pornografia, attraverso un processo di “desensibilizzazione”, contribuisca a rendere la violenza percepita come normale o addirittura desiderabile. Nel 2018, uno studio pubblicato sul Journal of Communication ha analizzato come la frequente esposizione alla pornografia riduca l’empatia e aumenti la tendenza a percepire le donne come oggetti sessuali.

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo italiano, ha espresso opinioni molto critiche sulla pornografia, soprattutto in relazione all’impatto che può avere sui giovani e sulla loro visione delle relazioni. Crepet sostiene che la pornografia offra un’immagine distorta e superficiale della sessualità, priva di affetto, emozioni e reciprocità, trasmettendo un modello basato sulla mera gratificazione fisica. Questo, secondo Crepet, rischia di “anestetizzare” la capacità dei giovani di provare empatia e di sviluppare relazioni sane e significative. Paolo Crepet, ritiene che la pornografia, soprattutto se consumata in età precoce, possa influenzare negativamente la costruzione dell’identità sessuale e affettiva. Ha più volte sottolineato come la pornografia introduca nelle relazioni aspettative irrealistiche e modelli di dominio e sottomissione che ostacolano la comprensione del sesso come momento di condivisione e intimità autentica. In questa dinamica si assiste a una normalizzazione della violenza e a una progressiva perdita di rispetto per la persona.

Impatti psicologici e relazionali: dai giovani adulti agli adolescenti

Un aspetto allarmante riguarda l’età sempre più precoce con cui i giovani accedono alla pornografia, una problematica che spesso sottovalutiamo. Secondo l’indagine dell’Università di Padova, la maggior parte dei ragazzi di vent’anni fa un uso abituale della pornografia, e l’età media di esposizione è scesa a 12 anni. Questo significa che molti giovani costruiscono la propria visione della sessualità basandosi su modelli stereotipati e lontani dalla realtà, dove la reciprocità e il rispetto sono elementi assenti.

In questa direzione, diversi psicoterapeuti hanno sollevato preoccupazioni. Philip Zimbardo, celebre psicologo e autore di “Il declino dei maschi”, sostiene che i giovani uomini, esposti a una pornografia sempre più “disumanizzante”, sviluppano una visione distorta delle relazioni. Il costante accesso a contenuti pornografici, afferma Zimbardo, ostacola lo sviluppo di una sana intimità e predispone i ragazzi a un approccio utilitaristico nei confronti delle partner, dove il desiderio personale sovrasta l’empatia.

Questi effetti negativi non si limitano solo alle relazioni sentimentali, ma hanno conseguenze profonde sulla percezione del genere e sull’autostima degli stessi fruitori. La dottoressa Gail Dines, sociologa ed esperta di pornografia, ha studiato come il consumo di pornografia influisca sull’autostima delle giovani donne, le quali finiscono per adeguarsi a stereotipi che considerano normale essere oggettivate e sottomesse. In un suo intervento, ha affermato: “La pornografia ha effetti distruttivi, soprattutto sulle adolescenti, spingendole a imitare atteggiamenti stereotipati che vedono nei media, riducendo la propria autostima e la capacità di sentirsi apprezzate per ciò che realmente sono”.

Il consumo di pornografia e il rischio di violenza di genere

Se osserviamo le statistiche, i numeri confermano la serietà della questione. Secondo i dati ISTAT, oltre 650.000 donne in Italia hanno subito violenze sessuali gravi. La violenza di genere è quindi un fenomeno sistemico, e la pornografia sembra giocare un ruolo significativo nell’alimentare atteggiamenti di possesso e abuso.

Uno studio condotto dall’Università di Montreal ha esplorato come la pornografia incrementi il rischio di comportamenti violenti, specialmente in individui con scarsa stabilità emotiva e bassa capacità empatica. Questo legame è confermato anche dall’approccio terapeutico: molti psicoterapeuti notano che chi consuma frequentemente pornografia tende a sviluppare, col tempo, una minor capacità di riconoscere le esigenze dell’altro, sfociando in atteggiamenti manipolativi e, in alcuni casi, aggressivi.

La soluzione: educazione e consapevolezza

In conclusione, questo articolo sostenuto da studi seri ci invita a considerare il consumo di pornografia non come un innocuo svago, ma come una pratica che può alimentare atteggiamenti di violenza e dominio. Vogliamo questo per i nostri figli? Non arrendiamoci a questa povertà e iniziamo a proporre loro una modalità diversa, più bella, più ricca e più appagante. Parliamo loro di sesso come espressione di un amore fedele, come una modalità per donarsi e per accogliersi. Testimoniamolo prima che con le parole con la nostra vita. Non c’è nulla di più bello che vedere incarnato un amore autentico e incondizionato in papà e mamma.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Perché il bacio di Klimt? La stessa bellezza del Cantico dei Cantici

Perché ho scelto questa opera come copertina della home page del blog? Mi è stato chiesto da alcuni. E credo che sia bello dare una risposta. Perché non è una scelta casuale o puramente estetica. C’è molto di più. Si tratta di un’opera che, a prima vista, sembra aver poco a che fare con un blog cristiano. Eppure c’è tanta verità. Come cerco di raccontare nei miei articoli non c’è contraddizione tra fede e amore naturale. Un uomo e una donna che si amano nella verità esprimono perfettamente il progetto di Dio e l’amore di Dio. E Klimt questo amore naturale lo esprime ai massimi livelli con una simbologia chiara.

Gustav Klimt non era noto per essere particolarmente religioso. Era sì cresciuto in una Vienna ancora profondamente cattolica ma non sembra avesse particolari contatti con ambienti religiosi. Tuttavia, Klimt era profondamente affascinato dal simbolismo e dall’idea del sacro come concetto astratto.

La sua opera pittorica Il bacio, dipinta tra il 1907 e il 1908, è uno dei capolavori più iconici dell’Art Nouveau e simbolo della rappresentazione dell’amore umano. L’opera esplora il tema della fusione amorosa in una forma avvolta da un’aura di sacralità e mistero, accentuata da una straordinaria ricchezza di simboli e colori. Osservata attraverso una lente cristiana cattolica, Il bacio si presta a un’interpretazione che rispecchia la visione dell’amore umano come riflesso dell’amore divino, un’unione che va oltre la mera dimensione fisica per toccare quella spirituale. Un po’ come avviene nel Cantico dei Cantici. Il bacio raffigura in una immagine piena di simbolismi la bellezza del Cantico. Anche se, ripeto, Klimt non era religioso, ma questa bellezza di un amore pieno l’abbiamo come desiderio del cuore. Siamo stati creati per vivere questo tipo di amore. E la nostalgia di amare e di essere amati così ci accompagna tutta la vita. Per questo il matrimonio è così bello! E’ una risposta a questa nostalgia.

Osservando quest’opera attraverso la lente del Cantico dei Cantici, il celebre libro poetico della Bibbia, emergono sorprendenti parallelismi che mostrano come l’arte e la Scrittura possano dialogare nell’esplorare il mistero dell’amore.

Il Cantico dei Cantici è un testo unico nella Bibbia, distinto per la sua espressione poetica e passionale dell’amore umano e divino. Lungi dall’essere un trattato teologico o morale, è un inno alla bellezza dell’amore tra un uomo e una donna, visto come riflesso dell’amore di Dio per il suo popolo. La sensualità celebrata nel Cantico e il linguaggio simbolico ricco di immagini floreali, giardini e momenti di intimità, trovano un’eco visiva nel dipinto di Klimt.

Nel dipinto, l’abbraccio della coppia è avvolto in un manto decorato con motivi geometrici e floreali che ricordano la descrizione del giardino e dei fiori presenti nel Cantico dei Cantici: “Come un giglio fra i rovi, così è l’amica mia tra le fanciulle” (Ct 2,2). Il prato fiorito su cui la coppia poggia, simbolo di fecondità e bellezza, evoca il giardino simbolico della Scrittura, luogo di incontro tra l’amato e l’amata, spazio di comunione e armonia. In entrambi i casi, l’ambiente naturale diventa teatro e simbolo di un amore che è puro e totalizzante.

La posizione dei due amanti nell’opera di Klimt, in cui l’uomo si piega verso la donna per baciarla mentre lei si abbandona con fiducia, richiama i versi del Cantico: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (Ct 1,2). Questo verso esprime la profondità del desiderio e la bellezza dell’amore vissuto pienamente. Allo stesso modo, il dipinto di Klimt sembra fermare il tempo in un momento di connessione totale, una fusione delle anime oltre che dei corpi.

Il colore oro, dominante nell’opera, richiama l’idea di sacralità. Nel Cantico dei Cantici, il valore dell’amore è paragonato all’oro e a pietre preziose. L’uso dell’oro da parte di Klimt suggerisce che l’amore umano, pur essendo terreno, possiede un’essenza sacra. La luminosità dell’oro non è solo un ornamento estetico ma eleva la scena, conferendole una qualità divina e immortale.

La donna appare abbandonata e fiduciosa, con gli occhi chiusi e una lieve inclinazione del capo, mentre l’uomo, delicato ma deciso, accarezza e bacia la guancia della sua compagna. Questa postura si accorda con le parole dell’amata nel Cantico: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). È una dichiarazione di appartenenza reciproca, di amore che non conosce timore ma solo dono. Questo abbraccio è simile al simbolismo della unitas e della fides, fondamentali nel matrimonio cristiano: un amore che non solo si dona, ma accoglie con fiducia. San Giovanni Paolo II, nella sua catechesi sulla teologia del corpo, ha sottolineato che l’amore coniugale deve essere “libero, totale, fedele e fecondo” e nel dipinto di Klimt possiamo intuire la totalità e la dedizione presenti in un abbraccio che sembra eterno.

Infine, la fusione tra l’uomo e la donna, che sembrano diventare un tutt’uno, esprime visivamente la dimensione dell’amore perfetto, che è totale e indissolubile, come descritto nel Cantico dei Cantici: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). L’opera di Klimt e il testo biblico condividono l’idea che l’amore sia una forza potente, capace di superare la semplice fisicità per entrare nella sfera del sacro, del divino. I motivi geometrici e i colori scelti da Klimt non sono casuali. I rettangoli sul manto dell’uomo e i cerchi e spirali che avvolgono la figura femminile possono rappresentare l’equilibrio tra la forza e la dolcezza, il maschile e il femminile, in una comunione che rispecchia la complementarità voluta da Dio.

In sintesi, Il bacio di Klimt e il Cantico dei Cantici convergono in un’esaltazione dell’amore umano come riflesso della bellezza e della sacralità dell’amore divino, esprimendo entrambi la pienezza e la forza di un legame che trasforma e trascende l’ordinario.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Bellezza del Matrimonio: Riflessioni dal Cuore

Sono passati due anni dall’ultimo articolo che ho avuto l’onore di scrivere per il blog di Antonio e Luisa. Non posso che esprimere gratitudine per il percorso condiviso. Antonio e Luisa sono stati una presenza costante. Prima come guida durante gli ultimi passi del fidanzamento e ora nel cammino quotidiano dei nostri primi anni di matrimonio.

Ricordo che, nel mio primo articolo, avevo l’intento di condividere periodicamente qualche riflessione sulla bellezza del sacramento del matrimonio. Volevo dimostrare che anche oggi, con tutte le sue sfide, il matrimonio cristiano rimane un’esperienza piena di significato e bellezza. Tuttavia, credo che Dio mi abbia voluto indicare una verità fondamentale. Prima di scrivere con sincerità sulla bellezza del matrimonio, occorre viverla. È necessario comprenderla nel profondo. Solo così, attraverso l’esperienza, posso offrire una testimonianza autentica.

Perché dunque è ancora bello il matrimonio cristiano nel 2024? Potrei elencare teorie o citare autori che ammiro. Tuttavia, scelgo di fare qualcosa di più personale. Questo è qualcosa che Carlo Acutis – il giovane beato che tanti di noi ammirano – avrebbe apprezzato. Lui, con le sue parole, ci ha ricordato che “tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Ed è proprio ciò che voglio evitare. Voglio parlare da originale. Voglio usare una voce che deriva dalla mia esperienza e dal mio percorso.

Il matrimonio è bello perché offre una compagnia autentica, un riflesso costante e sincero della propria anima. Attraverso il coniuge, che mi conosce nell’intimità della quotidianità, scopro ogni giorno aspetti di me. Sono cose che da solo non potrei vedere. Pregi e difetti diventano occasione di crescita. Mia moglie è quel riflesso, un dono di Dio che mi stimola a diventare una versione migliore di me stesso. Lo afferma anche papa Francesco in Amoris Laetitia: “Il coniuge diventa lo specchio della nostra interiorità, dove Dio si riflette e dove ci viene chiesto di amare e di migliorarci. L’amore coniugale ci aiuta a vedere il nostro io con occhi nuovi, ad accettare i nostri limiti e a lavorare su di essi” (Amoris Laetitia, 218-221).

Il matrimonio è bello anche perché mi mette accanto una persona diversa, dell’altro sesso, che con la sua femminilità complementare aggiunge una prospettiva differente e preziosa, arricchendo ogni momento di una bellezza unica. In questa complementarità tra maschio e femmina c’è la perfezione del progetto divino: Dio, nel crearci, ha pensato a tutto.

È bello perché è una vocazione alla comunione. In essa, scopriamo di non essere fatti per la solitudine. Siamo creati per l’unione indissolubile. Questo vincolo ci dà certezza e stabilità. L’indissolubilità del matrimonio, a lungo termine, è una fonte di forza e speranza. Ci dona la certezza che questo legame è destinato a durare. È destinato a crescere con noi e oltre noi.

Ai giovani, vorrei dire: vivete la castità nel fidanzamento, cercate la grazia di Dio nella preghiera e nei sacramenti. La bellezza che vi attende nel matrimonio è straordinaria, ma richiede preparazione e cura. Camminate nella fede, cercate testimonianze di coppie unite da anni, ascoltate chi vive con gioia e coerenza questa vocazione. Non accontentatevi di restare fermi. Impegnatevi a costruire una vita basata sulle virtù. Cercate esperienze che fortifichino la vostra capacità di amare e di perdonare.

Che ogni giovane, ma anche ogni adulto, possa trovare la gioia di vivere un matrimonio pieno. Che sia gioioso, e perché no, anche santo.

Andrea Belluschi

Imparare il matrimonio da Chiara ed Enrico

Chiara Corbella considerava il matrimonio come una via verso la santità. Era una scelta radicale. Richiedeva di vivere l’amore come dono. Questo era necessario anche quando le circostanze erano difficili e incomprensibili. Il suo esempio offre una visione del matrimonio che non si limita al semplice legame affettivo. Si apre all’idea di un amore totale. Questo amore accetta anche la sofferenza come parte del cammino verso la pienezza della vita cristiana. Chiara aveva compreso che il matrimonio è una promessa di amore incondizionato che si compie non solo nei momenti di gioia e benessere, ma anche nelle sofferenze e nelle difficoltà.

Ecco alcuni principi chiave che emergono dalla sua testimonianza e dai suoi scritti, che possono ispirare una visione del matrimonio centrata sull’amore autentico e la fiducia in Dio.

1. Amore incondizionato e accoglienza

Dio ci ha messo davanti a dei bambini che ci hanno portato verso di Lui, ed è con questa gioia che noi li abbiamo accompagnati fino alla loro morte.

Chiara ed Enrico hanno accolto ogni figlio come un dono di Dio. Anche quando hanno saputo che i primi due bambini, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, avevano gravi problemi di salute. Sapevano che sarebbero vissuti solo per poco tempo. Hanno scelto di portare avanti queste gravidanze. Hanno accolto la vita dei loro figli, vedendo in loro la presenza di Dio, anche se per breve tempo. Questo è un esempio di amore incondizionato. Può ispirare le coppie ad accogliere l’altro con tutti i suoi pregi e difetti. Le coppie accettano anche le difficoltà e le sofferenze come parte della vita matrimoniale.

2. Sacrificio e donazione

Il Signore ci ha dato una missione nel nostro matrimonio: amarci e sostenerci, a costo di tutto.

Non è stato facile, ma Francesco valeva questo sacrificio. Dio ci ha chiesto di fidarci e noi ci siamo fidati. Abbiamo messo la sua vita prima della mia.

Chiara ha dimostrato un amore sacrificale nel modo in cui ha vissuto la sua malattia. Durante la terza gravidanza, ha scoperto di avere un tumore alla lingua. Ha scelto di rimandare le cure per proteggere la vita del figlio Francesco. Ha rinunciato a sé stessa per il bene di un altro. Questo tipo di sacrificio è un esempio concreto di come amare in matrimonio significhi donarsi per il bene dell’altro. Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio non come uno spazio per realizzare se stessi. Lo hanno visto come un’opportunità per donarsi reciprocamente. E’ proprio questa scelta che ha reso il loro matrimonio realizzato e pieno. Nel dare la vita l’hanno trovata. E’ ciò a cui siamo chiamati anche noi.

3. Fiducia in Dio

Dio non toglie nulla, ma dona tutto. Quando sembra che ci chieda di rinunciare a qualcosa, è solo perché ci vuole donare qualcosa di più grande.

Chiara ed Enrico hanno attraversato situazioni estremamente dolorose con una fiducia incrollabile in Dio. Hanno affrontato le difficoltà affidandosi alla sua volontà, senza cadere nella disperazione o nel risentimento. Questa fiducia è un aspetto fondamentale del matrimonio cristiano. Si realizza quando entrambi i coniugi si impegnano a riconoscere Dio come fondamento del loro amore. Devono confidare nella sua provvidenza anche quando le cose non vanno come previsto. Chiara ha sempre detto che il Signore non toglie nulla. Quando sembra che lo faccia, in realtà prepara qualcosa di più grande.

4. Vivere il presente con gioia

La vita è bella non perché sia facile, ma perché è un dono, e Dio ci è vicino. Ogni giorno c’è qualcosa per cui ringraziare.

Chiara ha vissuto intensamente il presente. Non ha lasciato che la preoccupazione per il futuro la privasse della gioia di ciò che aveva davanti a sé. Questo atteggiamento è fondamentale in un matrimonio. Le difficoltà e le incertezze del futuro spesso possono mettere a rischio la serenità della coppia. Chiara ci insegna che vivere con fiducia e gratitudine ogni momento può portare una pace profonda e una gioia autentica.

5. Sostegno reciproco e comunitario

Nella preghiera insieme abbiamo trovato la forza di accogliere ogni cosa come un dono, anche ciò che non capivamo. Il Signore ci ha donato la grazia di amici che ci sono stati vicini con il cuore e con la fede.

Chiara ed Enrico si sono sostenuti a vicenda in ogni momento. Hanno pregato insieme e cercato la guida di persone di fede. Si sono anche rivolti ad amici che potessero aiutarli nel loro cammino. Questo aspetto sottolinea quanto sia importante per le coppie avere una comunità di supporto. È essenziale affidarsi a essa nei momenti di prova per ricevere sostegno. Inoltre, conforto e ispirazione derivano da una comunità solida. Il matrimonio non è un percorso solitario. Avere una rete di persone che condividono i valori cristiani è fondamentale per restare saldi nella fede e nell’amore.

6. Vivere l’amore come testimonianza

Se anche una sola persona si avvicina a Dio guardando a ciò che abbiamo vissuto, allora tutto questo dolore avrà un senso. Il matrimonio è una chiamata a essere luce, a mostrare la bellezza dell’amore che Dio ci ha insegnato.

Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio in un modo che ha attirato molte persone. È diventato un esempio di fede e di amore per molti. Anche in un contesto di sofferenza, hanno continuato a testimoniare con la loro vita la bellezza dell’amore cristiano. Hanno dimostrato che il matrimonio può essere una vera vocazione e un cammino di santità. Il loro amore reciproco è stato profondo. Uniti alla fede in Dio, hanno creato una testimonianza che ha toccato profondamente il cuore di tanti.

7. Accogliere la croce con fede

La croce ci ha insegnato a fidarci di Dio e a darci l’un l’altro senza riserve. Quando accettiamo il dolore come parte dell’amore, scopriamo che la vera forza non è evitare la croce, ma portarla insieme.

Chiara ci insegna che ogni matrimonio avrà momenti di “croce”, cioè di sofferenza e difficoltà. Questi non devono essere visti come ostacoli. Bisogna vederli come opportunità per crescere nell’amore. Lei e suo marito hanno scelto di affrontare la croce con amore. Hanno trasformato la croce in un mezzo di unione e di crescita spirituale.

In sintesi

Il matrimonio di Chiara Corbella Petrillo e Enrico ci ricorda che l’amore coniugale cristiano non si basa solo su sentimenti o attrazioni. Si fonda su un impegno costante a donarsi reciprocamente. È un camminare insieme verso Dio.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Sua Sinistra è Sotto il mio Capo e la Sua Destra mi Abbraccia

Proseguiamo la lettura del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e i due sembrano sfiniti dall’amore. Cosa significa? La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Sostenetemi con focacce d’uva passa,

ristoratemi con succo d’arance,

perché io sono malata d’amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia.

L’amato

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle o per le cerve della campagna:

non destate, non scuotete dal sonno l’Amore,

finché non lo desideri!

Sostenetemi con focacce d’uva passa, ristoratemi con suc­co d’arance, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento di estasi. Sono probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sé, un momento di stordimento. Chiede di aver qualcosa da mangiare, perché si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e succo d’arance. Due immagini che rimanda­no all’amore. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Il suo è un amore che riempie e insieme consuma. Dona forza, ma al tempo stesso sfinisce. In una dinamica in cui l’unica medicina all’amore è l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi ab­braccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbando­nano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole, dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore con lui. In questo abbraccio silenzio­so possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. San Giovanni Paolo II commenta queste parole affermando che l’amore non è soltanto ‘fiamma ardente’, ma un amore che, per così dire, si struttura su una base indistruttibile di fedeltà e di donazione reciproca (Teologia del Corpo, Udienza del 13 giugno 1984). La mano sotto il capo è un segno tangibile di un legame duraturo. Il braccio che abbraccia dimostra che il legame va oltre la mera attrazione e si fonda sulla stabilità della relazione.

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve della campagna: non destate, non scuotete dal sonno l’Amore, finché non lo desideri! Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gaz­zelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare, a quello erotico. Per tutta la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiu­ro, non svegliatela! Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta. Questa gioia è sensibile e scaturita dal nostro amore che si è fatto carne.

Queste nove righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che è più bello. È l’esperienza che due sposi possono avere nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di as­similare quel piacere appena vissuto! Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti esprime l’unità appena sperimentata. Questa unità sta riempiendo il loro cuore di gioia. Li colma di bellezza e di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno?

La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che l’amplesso fisico è un gesto voluto da Dio per noi. È il modo che Dio ha scelto affinché noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Commentando questi ultimi versetti Giovanni Paolo II dà anche una seconda interpretazione altrettanto bella. L’immagine della pazienza emerge quando l’amato esorta a non “destare” l’amore. Questo riflette il rispetto per i tempi e il mistero dell’altro. Il papa scrive: “L’amore non è qualcosa che si impone dall’esterno. Deve nascere dal cuore… richiede la capacità di rispettare l’interiorità della persona” (Teologia del Corpo, Udienza del 6 febbraio 1980). Il richiamo a non “svegliare l’amore finché non lo desideri” sottolinea che l’amore vero è un dono libero e consapevole. Non è qualcosa che può essere forzato o affrettato. Un forte richiamo al rispetto e alla castità. Lo riprenderemo in un altro articolo.

Antonio e Luisa

Commemorare Amore e Perdita: Vedovi nella Messa di Anniversario

Ho ricevuto un messaggio che mi ha toccato. Una lettrice mi ha posto un quesito: Nella messa di anniversario dei matrimoni in parrocchia possono partecipare i anche i vedovi o le vedove? Nella sua parrocchia c’è una signora che avrebbe festeggiato 50 anni di matrimonio. Però, purtroppo, la morte del marito è giunta prima. Ora questa signora aggiunge al lutto della perdita anche il dolore per l’invisibilità della sua vita matrimoniale agli occhi della sua comunità parrocchiale. Il parroco non ha pensato a ricordare anche il suo matrimonio durante la Messa. Per lei questo è un dolore perché è come se vedesse cancellati tutti gli anni condivisi con suo marito.

La Chiesa è molto chiara. Si è espressa in diversi contesti e attraverso diversi pontefici. Sì, i vedovi possono partecipare alla Messa di anniversario del matrimonio in parrocchia. Anche se uno dei coniugi è deceduto, la Chiesa riconosce il valore e la sacralità del sacramento matrimoniale, che rimane significativo per chi è rimasto in vita. Partecipare a una Messa di anniversario offre al vedovo o alla vedova un modo di ricordare l’unione matrimoniale. È anche un’opportunità per pregare per l’anima del coniuge defunto e rinnovare la propria fede nel legame spirituale che continua oltre la morte. Con la morte cessa il vincolo ma l’amore resta.

Molte parrocchie offrono la possibilità di includere preghiere specifiche per i defunti durante la Messa. Questo fa sentire la presenza del coniuge defunto come parte della celebrazione. È un’occasione per la comunità parrocchiale di sostenere e confortare i vedovi nella loro memoria del matrimonio e nel loro cammino spirituale. Se il vedovo o la vedova desiderano partecipare attivamente, devono informare il sacerdote o il parroco. Possono suggerire eventuali intenzioni specifiche. Si possono includere preghiere particolari durante la liturgia.

So che alcuni non saranno d’accordo perché in tante parrocchie non si usa. Quindi è importante fornire le fonti di quanto affermo. I principali riferimenti magisteriali che riguardano la partecipazione dei vedovi alle celebrazioni legate al matrimonio, come una Messa di anniversario, sono legati al valore del matrimonio cristiano e alla dignità dei defunti nel contesto della comunità ecclesiale. Ecco alcuni testi rilevanti:

Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC): Il matrimonio sacramentale è un’unione indissolubile che riflette l’amore tra Cristo e la Chiesa (CCC 1617). Sebbene la morte ponga fine agli obblighi matrimoniali (CCC 2382), la Chiesa invita a pregare per i defunti e a ricordare i legami familiari anche dopo la morte (CCC 1689). Questo rende legittima e significativa la partecipazione dei vedovi a una Messa di anniversario matrimoniale, che celebra non solo il legame terreno, ma anche la dimensione eterna della comunione dei santi.

Esortazione apostolica “Familiaris Consortio” (1981) di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II afferma che i vedovi “devono essere sostenuti spiritualmente e accolti con affetto dalla comunità ecclesiale” (n. 84). Anche dopo la morte del coniuge, il matrimonio rimane un’esperienza significativa che porta frutti spirituali, specialmente attraverso la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia.

Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia (1993): Il Direttorio italiano incoraggia la Chiesa a ricordare i defunti nelle celebrazioni matrimoniali e a integrare i vedovi nelle celebrazioni comunitarie. Le parrocchie sono invitate a celebrare momenti significativi come gli anniversari, che includono il ricordo del coniuge defunto, favorendo la preghiera e il sostegno alla persona rimasta in vita.

Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” (2016) di Papa Francesco: In Amoris Laetitia, Papa Francesco parla dell’importanza di sostenere coloro che hanno perso il coniuge. La comunità cristiana è chiamata a “offrire particolare vicinanza e conforto” (n. 253) ai vedovi, che trovano nel sacramento dell’Eucaristia una forza per vivere nella speranza cristiana.

Questi riferimenti indicano chiaramente che la Chiesa riconosce il valore spirituale di commemorare il matrimonio anche dopo la morte di un coniuge, e che i vedovi possono partecipare e trovare conforto nelle celebrazioni liturgiche legate al matrimonio.

Antonio e Luisa

Santità Quotidiana: Amore e Impegno

Spesso tendiamo a idealizzare i santi. Attribuiamo loro una sorta di onnipotenza. Questo li fa apparire come supereroi dotati di poteri straordinari. È quasi rassicurante immaginarli così: creature elevate, immuni alle nostre debolezze, figure lontane che nulla hanno a che fare con le difficoltà di ogni giorno. Questa visione, però, rischia di allontanarci dalla verità. Inoltre, ci sottrae alla responsabilità di lavorare, anche noi, per la nostra crescita spirituale. Se mettiamo i santi su un piedistallo inaccessibile, rischiamo di credere una cosa sbagliata. Pensiamo che la santità sia un traguardo fuori dalla nostra portata. Ma i santi erano persone come noi, con le stesse debolezze, tentazioni e difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta di fede e amore alla vita, un invito che è anche per noi. Come ha detto San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio!

La santità è un dono per tutti

La verità è che ognuno di noi ha tutto ciò che serve per essere santo. La santità non è questione di poteri straordinari. È questione di apertura a Dio e abbandono alla sua volontà. Don Fabio Rosini è noto per il suo impegno nell’accompagnare i giovani nella fede. Ci insegna che “la santità è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi“.

Siamo fatti per lasciar agire Dio attraverso di noi, perché, come dice San Tommaso d’Aquino, “solo Dio è santo” e noi possiamo partecipare alla Sua santità attraverso la nostra fiducia in Lui. Siamo tutti chiamati alla santità in modo unico e irripetibile. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Non devo farmi santa in modo straordinario, ma nel compiere con amore il mio piccolo dovere”. Ogni vita è una strada verso la santità. Ogni cammino umano può raggiungere la santità se ci lasciamo guidare dall’amore e dalla fiducia in Dio.

Sposi chiamati alla santità

Anche la vocazione al matrimonio è un cammino di santità. Spesso ci dimentichiamo che il matrimonio non è un punto di arrivo. È un punto di partenza. Don Oreste Benzi affermava: “Bisogna sposarsi con l’idea di diventare santi.” Questo non significa che tutto sarà sempre semplice. Anzi, implica una costante conversione del cuore. Richiede un continuo ricentrarsi su Dio. Include la decisione di amare il nostro coniuge con fedeltà e generosità. Come ha sottolineato San Giovanni Paolo II, “l’amore non è un’astrazione; l’amore ha un volto, ha delle mani, ha delle gambe. È concreto”. Vivere il matrimonio come vocazione richiede allora un impegno quotidiano. Ogni giorno bisogna avere una volontà rinnovata di offrire sé stessi in dono. Questo è necessario anche nelle piccole cose.

Se manca questo slancio generoso, l’amore si trasforma in una semplice convivenza. In questa relazione, si cerca solo compagnia e conforto per riempire la solitudine. Papa Francesco ci esorta con parole forti: “Il matrimonio cristiano è una chiamata che ci richiede un impegno di santità… Chi sposa un altro, non lo sposa per se stesso, ma per camminare con lui verso Dio”. Questo richiede la capacità di rinunciare a qualcosa di nostro per il bene dell’altro. Un donarsi che ci chiede sacrificio e generosità. Ma apre il cuore alla gioia autentica.

L’abbraccio della croce

Essere santi nel matrimonio non significa non fallire mai, ma imparare a rialzarci e a ricominciare con fiducia. La testimonianza di tanti sposi dimostra che hanno trovato pace nella fedeltà. Questo avviene anche in mezzo a difficoltà o tradimenti. È una prova della forza trasformante della santità. Chiara Corbella Petrillo era una giovane madre. Ha testimoniato con la sua vita la forza dell’amore fedele fino alla fine. Ha detto: “La logica è quella della croce: regalarsi per primi, senza chiedere nulla all’amato”.

Vivere la croce non significa solo soffrire. Significa abbracciare un amore che è disposto a dare senza chiedere nulla in cambio. Quando amiamo così, invochiamo Dio nella nostra relazione e permettiamo alla sua grazia di agire in noi. È questo amore disinteressato. È la capacità di restare, di perdonare e di ricominciare. Questo ci apre la strada alla santità e ci porta pace. Santa Teresa di Calcutta ha riassunto questa dinamica con semplicità: “Non possiamo fare grandi cose. Possiamo fare solo piccole cose con grande amore”. La santità, dunque, è un impegno di amore quotidiano.

Santità ordinaria e straordinaria

Forse ci sorprenderà pensare che la santità non ci chiede gesti eroici, ma atti di amore quotidiano. La santità è davvero per tutti e ciascuno di noi è chiamato a viverla nella propria situazione. Come diceva San Francesco di Sales, “si può pregare ovunque, purché si abbia un cuore che ascolta e si metta Dio al centro della propria vita”. In questo cammino, la diversità è ricchezza. Ci sono santi analfabeti e santi studiosi. Ci sono santi re e mendicanti. Sono santi uomini e donne, sposi, giovani e anziani. Non dobbiamo copiare nessuno, ma trovare la nostra strada nella santità. La nostra vocazione, che sia la famiglia, il lavoro, o la vita consacrata, è il nostro cammino di santità.

In conclusione, siamo chiamati a vedere la santità non come qualcosa di impossibile, ma come una vocazione a cui rispondere con amore, impegno e fiducia. Come dice Papa Benedetto XVI: “Il mondo offre comodità, ma voi non siete fatti per la comodità, siete fatti per la grandezza!

Rinnoviamo ogni giorno la decisione di vivere la nostra vocazione con generosità. Apriamo il nostro cuore all’amore di Dio, unico vero santo. Dio ci invita tutti a unirci a Lui.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Celebrare Halloween in Chiave Cristiana: Idee Alternative

Il significato cristiano di Halloween si ricollega alle celebrazioni del Triduo dei Morti. Queste celebrazioni comprendono le festività di Ognissanti (1° novembre) e la commemorazione dei defunti (2 novembre). La parola “Halloween” deriva dall’inglese antico All Hallows’ Eve. Significa “Vigilia di Tutti i Santi”. Questa vigilia precede la festa cristiana di Ognissanti, dedicata a celebrare tutti i santi, conosciuti e sconosciuti.

Nelle sue origini cristiane, Halloween era una serata dedicata alla preparazione della celebrazione dei santi. In quel momento, i fedeli ricordavano la vittoria della vita sulla morte attraverso la Resurrezione.

Con il passare del tempo, Halloween ha assunto toni più pagani e folcloristici. Questi toni sono legati a tradizioni celtiche come il festival di Samhain. Il festival segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Durante questo periodo si credeva che i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliassero. Nella tradizione popolare, Halloween è quindi diventato un’occasione per esorcizzare le paure legate alla morte attraverso travestimenti e simboli macabri. Purtroppo, e tanti esorcisti lo affermano, Halloween è anche una delle feste dei satanisti dove viene celebrato il demonio. Ma questo è un altro discorso che non voglio approfondire qui e che comunque non vale per la maggior parte delle persone che lo festeggiano.

Mi sono divertito a fare una ricerca che voglio condividere con voi. In quale modo possiamo appropriarci di questa festa – che ormai fa parte anche della vita dei nostri figli – per renderla un’occasione di luce e non di tenebra? Le comunità cristiane hanno pensato proposte diverse ma, a mio avviso, molto interessanti. Vi riporto le più significative.

“Holyween” o “Notte dei Santi”: Una delle alternative più popolari è la celebrazione della “Notte dei Santi”, in cui i bambini e i ragazzi sono invitati a vestirsi da santi o personaggi biblici. L’idea è di trasformare Halloween in una festa della luce, con sfilate e rappresentazioni sui valori cristiani, ricordando le vite dei santi.

Festa della Luce: Alcune parrocchie organizzano la “Festa della Luce”, una serata di giochi, musica e preghiera incentrata sul tema della luce e della vittoria sul buio. I partecipanti sono invitati a portare candele o lanterne per simboleggiare la luce della fede.

Caccia al Tesoro dei Santi: Questa iniziativa, molto apprezzata dai giovani, prevede una sorta di “caccia al tesoro” in cui i partecipanti devono risolvere enigmi legati alla vita dei santi. Ogni stazione racconta un episodio della vita di un santo e, una volta completato il percorso, i ragazzi ricevono un piccolo premio.

“Dolcetto del Santo”: In alternativa al classico “dolcetto o scherzetto”, alcune parrocchie distribuiscono i “dolcetti del Santo”, caramelle o dolciumi con allegati brevi messaggi spirituali o citazioni dai santi, trasformando così il gesto in un’occasione di riflessione.

Laboratori artistici e creativi: Alcune comunità organizzano laboratori dove i bambini possono realizzare disegni o creazioni a tema religioso, come decorazioni con immagini di santi, angeli o simboli cristiani. A fine serata, le creazioni vengono esposte o donate.

Veglia di Preghiera e Adorazione Eucaristica: Alcune parrocchie, per gli adulti e i giovani, organizzano veglie o momenti di adorazione eucaristica nella notte di Halloween, incoraggiando i fedeli a riflettere sulla loro fede e sul significato della vita eterna.

Cineforum sui Santi o Testimonianze di Fede: In molte parrocchie si organizza un cineforum con la proiezione di film sulla vita di santi o testimonianze di fede e di sacrificio. Questa proposta si rivolge spesso a un pubblico più adulto, offrendo uno spazio di riflessione e confronto.

Possiamo scegliere se assistere passivamente a un processo inevitabile oppure decidere di trasformare in modo attivo una festa che non ci appaertiene più – ma che nasce come ricorrenza cristiana – in in’occasione di evangelizzazione e di condivisione di luce e bellezza. Cosa è meglio?

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Perché proprio a me? Le domande dei bambini davanti alla separazione dei genitori

In questo mese è uscito un volume prezioso, intitolato “Perché proprio a me?”. È curato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Il libro raccoglie una serie di frasi, pensieri e disegni di bambini/ragazzi realizzati in seguito alla separazione dei genitori. Non ho ancora letto il libro. Ho letto solo l’articolo che ne riportava una piccola sintesi. Sono tuttavia rimasto colpito da alcune frasi.

Un esempio è quella di Luca, 8 anni: “Quando mamma e papà si sono separati, si son rotte tante cose nella mia famiglia. I miei giochi riesco ad aggiustarli quasi tutti, ma l’amore tra mamma e papà non c’è stato niente per incollarlo di nuovo”. Oppure quella di Giacomo, 11 anni: “Mi sento tirato da due parti e ho paura di spezzarmi a metà”.


Innanzitutto, mi fa piacere quando si parla dei grandi esclusi nelle separazioni, cioè i figli. Si discute tanto su chi si sta separando, sulle loro difficoltà e problematiche. Ma raramente si ha cura di chi ne paga soprattutto le conseguenze, cioè chi è nato dall’amore di due persone. A nessuno viene in mente di domandare a un figlio: “Tu vorresti che il babbo e la mamma si separassero?” La risposta sarebbe scontata. Inoltre, ritengo che un bambino non sia nemmeno in grado di immaginarlo fino a quando ciò accade.

Finalmente viene scritto chiaramente che “la separazione non è innocua per un bambino, perché va a incidere sul suo bisogno di sicurezza. Fa emergere paure, interrogativi, incertezze e altri stati d’animo”. Tante volte ho sentito dire: “I figli si abitueranno“. Altri dicono: “Cresceranno più in fretta“. Queste sono tutte frasi per diminuire i sensi di colpa. Non affrontano il problema seriamente.

La verità è che i figli nascono dall’amore e dall’unione di due persone. Dio avrebbe potuto certamente creare esseri umani capaci di moltiplicarsi da soli, come succede in alcune specie animali (partenogenesi). Se ha disposto diversamente, ci deve essere un motivo profondo. Inoltre, il nascituro non ha caratteristiche solo dell’uno o dell’altra. Manifesta una fusione dei due patrimoni genetici.

Il mondo che i figli conoscono, quello in cui sono nati, quello di cui si fidano e che dà loro sicurezza è la famiglia. Se la famiglia si divide, questo mondo crolla insieme alle loro certezze e ai loro riferimenti. È come se prendessimo una pianta e gli togliessimo la terra vicino alle radici. Come possiamo credere poi che possa continuare a crescere bene come prima?

Attenzione, la famiglia non deve essere perfetta. Nessuna famiglia lo è. Il mondo in cui viviamo non è perfetto. Anzi, facendoglielo credere, li illuderemmo soltanto. Gli faremmo credere che le persone sono quelle giuste se non avvengono mai discussioni e conflitti. I figli si adatteranno certamente con la separazione. Tuttavia, insegniamo loro che l’amore “per sempre” non esiste. Come faranno a fidarsi nuovamente?

Nell’articolo si dice che bisogna aiutare i genitori a separarsi bene per “aiutarli a porre al centro i figli, per costruire una comunicazione nuova e positiva”. Io invece penso sia fondamentale evitare le separazioni. Bisognerebbe seguire le persone dal punto di vista psicologico e spirituale. Occorre scoraggiarle con leggi migliori o applicando bene quelle esistenti, come il tentativo obbligatorio di conciliazione in tribunale. Questo tentativo, a causa dell’elevato numero di cause, è ormai una proforma.

Non bisognerebbe separarsi dai figli, oltre che dal coniuge, ma di fatto avviene spesso così. Anche con tutta la buona volontà, sono costretto a vedere le mie figlie solo in certi giorni. Posso incontrarle solo in certi orari. In questo modo perdo la quotidianità e una relazione costante e di qualità con loro.

Tutti abbiamo le più grandi ambizioni per i nostri figli. Vogliamo che siano meglio di noi e che non gli manchi niente. Desideriamo che abbiano quello che non abbiamo avuto noi da giovani. Anche io lavoro di più per loro. Cerco di mettere da parte qualcosa. Lo faccio perché possano avere tante possibilità nella vita. Questo include opportunità di studio, formazione e conoscenza del mondo. A volte trascuriamo che gli strumenti sono meno importanti di una crescita senza ferite. Si possono certamente amare i figli singolarmente come genitori separati. Ma se tu davvero vuoi loro bene, devi prima di tutto curare la relazione con il coniuge. Da qui sgorga la sorgente di una corretta crescita. L’amore tra i genitori è essenziale in questo.

Non credo che due persone possano restare insieme solo per i figli. Ad un certo punto i figli crescono e giustamente prendono in mano la loro vita. Servono quindi anche altre motivazioni. Certamente dovrebbe esserci una responsabilità comune per non distruggere il loro mondo. Forse si scoprirebbe che se ci siamo innamorati di una persona e poi sposati, non è avvenuto per caso.

A me dispiace molto quando altri separati mi raccontano le difficoltà dei figli, i loro problemi e la loro rabbia. Raccontano la mancanza di un rapporto sano con uno dei genitori e i fenomeni di alienazione parentale. Sono tutti aspetti che, più o meno marcati, ho visto e vedo nelle mie figlie.

La mia speranza è che, grazie anche alla consapevolezza degli effetti sui figli riportati in questo libro, molti genitori si sensibilizzino e facciano il possibile per evitare loro questa sofferenza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il suo Vessillo su di Me è Amore

Siamo nei primi versetti del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e l’amore dei due amanti diventa sempre più prorompente. Una bellezza di cui vogliono fare esperienza. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli.

L’amato

Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze.

L’amata

Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani. Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Egli mi ha introdotto nella casa del vino, il suo vessillo su di me è amore!

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo, eccessivo. In realtà non è così. È consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Salomone risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze. Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu sei un giglio, un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa successivamente da grandi poeti, tra cui Petrarca nel Canzoniere: Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna.

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono, secoli dopo e in una cultura completamente diversa, la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna. Donna viene dal latino domina, che significa signora. Quindi, lei è la sola con la facoltà di comandare al cuore del poeta. Inoltre, è l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile. Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore autentico è sempre lo stesso, in qualsiasi epoca e civiltà, perché la stessa è la natura del cuore umano.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra: Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta per il colore, il sapore e il profumo dei suoi frutti. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la Sulamita continua: Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Questi versi esprimono il desiderio di lei di unirsi all’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona.

Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo: Egli mi ha introdotto nella casa del vino. Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che, vivendo la nostra intimità, noi sposi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono.

C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana. La Grazia di Dio trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo è segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perché vinta dall’amore, dal tuo amore per me. Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Possiamo farlo se entrambi ci impegniamo per questo.

Antonio e Luisa

Come lo Spirito Santo Sostiene l’Amore Coniugale

Per integrare l’articolo di ieri dove riprendavamo la catechesi di Papa Francesco, abbiamo deciso di mettere in evidenza come concretamente lo Spirito Santo sostiene e arricchisce l’unità e l’amore degli sposi.

Il matrimonio cristiano non è semplicemente un contratto o un legame giuridico tra due persone. È un sacramento che porta con sé una serie di doni divini. Dio, attraverso il matrimonio, concede agli sposi delle grazie fondamentali. Queste grazie li aiutano a vivere e a rafforzare il loro amore reciproco e la loro unione. Le coppie diventano immagine della Trinità e partecipano del Suo Amore.

Tra questi doni, tre spiccano in particolare: la grazia sacramentale, la grazia santificante e il legame coniugale cristiano. Questi doni non solo rendono sacra l’unione tra l’uomo e la donna. Aiutano anche a perseverare nei momenti di difficoltà. Permettono loro di crescere insieme nella fede e nell’amore.

La Grazia Sacramentale: Un Sostegno Costante per l’Amore Coniugale

Cristo è la fonte di questa grazia. Come una volta Dio ha incontrato il suo popolo con un’alleanza di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa incontra i coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio (ccc 1641)

La grazia sacramentale è uno dei doni principali che Dio offre agli sposi attraverso il sacramento del matrimonio. Essa rappresenta un “diritto” divino. Un diritto che consente agli sposi di ricevere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il loro amore coniugale. In altre parole, questa grazia è una risorsa spirituale costante. Interviene nella vita quotidiana degli sposi. Li sostiene e li aiuta a superare le difficoltà che inevitabilmente incontrano nel loro cammino insieme.

Ogni matrimonio attraversa momenti di crisi o difficoltà, che possono derivare da incomprensioni, stress, problemi esterni o altre sfide. Tuttavia, la grazia sacramentale permette agli sposi di affrontare queste prove con forza e serenità, sapendo che Dio è con loro e li sostiene. Questa grazia non elimina le difficoltà. Offre agli sposi la capacità di superarle insieme. Ciò rafforza il loro amore e la loro unione.

La Grazia Santificante: Un Amore che Riflette l’Amore di Dio

Gli sposi sono arricchiti e rafforzati dalla grazia del sacramento per una comunione più profonda con Dio e tra di loro (Familiaris Consortio 56)

Accanto alla grazia sacramentale, il matrimonio offre agli sposi un altro dono prezioso: la grazia santificante. Questa grazia è meno conosciuta rispetto alla prima, ma è altrettanto importante. La grazia santificante è un amore creato da Dio. È simile al suo stesso Amore. Lo Spirito Santo infonde questo amore nei cuori degli sposi. Questo amore divino non sostituisce l’amore umano. Lo trasforma e lo eleva. Questo lo rende più puro, più forte e più perseverante.

La grazia santificante, quindi, non solo aiuta gli sposi a vivere il loro amore in modo più profondo. Essa li rende anche partecipi dell’amore di Dio stesso. È uno strumento di trasformazione interiore, che rende il loro amore umano un riflesso dell’amore divino. Tuttavia, affinché questa grazia possa agire pienamente, gli sposi devono essere aperti a riceverla. È lo Spirito Santo che infonde quest’amore nei loro cuori. La sua azione dipende dall’apertura e dalla disponibilità degli sposi ad accoglierlo.

Il Legame Coniugale Cristiano: Un’Unione Sostenuta dallo Spirito Santo

Cristo Signore ha benedetto con particolare abbondanza questo amore multiforme, nato dalla divina sorgente della carità e strutturato sull’esempio della sua unione con la Chiesa. (Gaudium et Spes 48-49)

Il legame coniugale cristiano è forse il dono più profondo e misterioso che Dio offre nel sacramento del matrimonio. Attraverso questo legame, lo Spirito Santo infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Dal momento in cui il sacramento è celebrato, gli sposi non sono più due individui separati. Diventano una sola carne. Sono uniti da un amore che riflette l’unità tra Cristo e la sua Chiesa.

Questo legame non è solo un simbolo, ma una realtà spirituale viva. Gesù entra nell’amore degli sposi e abita perennemente nella loro unione, rendendola sacra e indissolubile. Gli sposi, quindi, non amano più solo con il proprio cuore umano. Amano Dio e l’un l’altro con un cuore solo. Sono uniti dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Questo legame indissolubile rende i coniugi un’immagine vivente della Trinità. È una profezia dell’amore di Dio per l’umanità e per la sua Chiesa.

Perché i Matrimoni Falliscono?

Di fronte a questa ricchezza di doni divini, è naturale chiedersi perché così tanti matrimoni, anche quelli cristiani, falliscono. Papa Francesco, in vari interventi, ha sottolineato che molti matrimoni sono nulli fin dall’inizio. Spesso è perché mancano di una base solida di preparazione spirituale e morale. Tuttavia, anche nei matrimoni validi, il fallimento può derivare da un’incapacità di accogliere e vivere i doni che Dio offre.

I doni del matrimonio non si ricevono automaticamente: devono essere richiesti e accolti. Come per ogni sacramento, il matrimonio richiede una preparazione spirituale adeguata. Inoltre, è necessaria una vita vissuta nella castità e nella lotta contro il peccato. Peccati come la pornografia, l’adulterio, l’aborto e l’egoismo possono impedire agli sposi di accedere alla grazia sacramentale e santificante. Questi peccati li privano della forza spirituale necessaria per far crescere e proteggere il loro amore. Ciò non significa non peccare più. Non ne siamo capaci. Significa impegnarsi a non farlo e quando succede accedere al sacramento della confesione per liberarsi del peso ed aprire il cuore alla misericordia di Dio

Preparare il Cuore all’Accoglienza della Grazia

In conclusione, il matrimonio cristiano è un dono straordinario. Esso offre agli sposi la possibilità di vivere un amore profondo e indissolubile. Questo amore è sostenuto e santificato dalla grazia di Dio. Tuttavia, affinché questo dono si realizzi pienamente, bisogna mantenere una costante apertura. È essenziale collaborare con lo Spirito Santo. Solo così si può trasformare l’amore umano in un riflesso dell’amore divino.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio

Mercoledì scorso Papa Francesco ha proseguito la serie di Catechesi Lo Spirito e la Sposa. Lo Spirito Santo guida il popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza. Nella catechesi di due giorni fa il papa argentino ha approfondito Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio. Ne sono scaturite riflessioni davvero interessati e che meritano un approfondimento. Tutte le catechesi del papa vanno meditate. Quando si rivolge direttamente a noi sposi, è importante prestare ancora più attenzione. Cosa ha detto?

Nella tradizione cristiana, la riflessione sullo Spirito Santo non si è fermata alla semplice professione di fede del Credo. È proseguita attraverso i secoli grazie all’opera di grandi Padri e Dottori della Chiesa. In particolare, nella tradizione latina, sant’Agostino ha giocato un ruolo centrale nello sviluppo di una dottrina sullo Spirito Santo. Questa dottrina illumina non solo la vita cristiana in generale. Riguarda anche aspetti fondamentali come il sacramento del matrimonio.

La Trinità come Comunione di Amore

Sant’Agostino parte dalla rivelazione biblica che “Dio è amore” (1Gv 4,8). Egli spiega che l’amore implica una relazione. C’è chi ama, chi è amato e l’amore stesso che unisce. Il Padre è Amante, il Figlio è Amato, e lo Spirito Santo è l’Amore con il quale essi si amano a vicenda. (De Trinitate (Sulla Trinità) – Libro VIII, 10, 14). Nel contesto trinitario, il Padre è colui che ama. Il Figlio è colui che è amato. Lo Spirito Santo è l’amore che li unisce. Da questa visione emerge un Dio unico, ma non solitario; è un Dio di comunione, un’unità d’amore tra più persone. Lo Spirito Santo, quindi, può essere visto non solo come la “terza persona” della Trinità. È il “Noi” divino che esprime l’unità del Padre e del Figlio. Esso fonda anche l’unità della Chiesa. La Chiesa è intesa come un corpo composto da molte persone.

Lo Spirito Santo nel Matrimonio

La presenza dello Spirito Santo si estende anche alla vita familiare e, in particolare, al sacramento del matrimonio. Il matrimonio cristiano è il segno visibile di un dono reciproco tra uomo e donna. Questo dono è stato pensato dal Creatore fin dalla Genesi. Quando Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). Questa coppia è la prima manifestazione della comunione d’amore che riflette quella trinitaria.

Come Dio è un “Noi” nella Trinità, anche gli sposi sono chiamati a diventare un “Noi”. Non devono vedersi solo come “io” e “tu”, ma piuttosto formare un’unità, un soggetto collettivo capace di affrontare il mondo, inclusi i figli, come un unico “Noi”. Questo legame è fondamentale per il benessere dei figli, che trovano sicurezza e serenità nell’unità dei genitori. La rottura di questa unità, come avviene nei casi di separazione, è spesso causa di sofferenza per i figli, che si trovano a pagare il prezzo della disgregazione familiare.

Il Sostegno dello Spirito Santo nel Matrimonio

Per vivere pienamente la vocazione matrimoniale, gli sposi hanno bisogno del sostegno dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il Dono per eccellenza. Dove lo Spirito entra, rinasce la capacità di donarsi l’uno all’altro. Alcuni Padri della Chiesa hanno paragonato l’amore che lo Spirito Santo infonde nella Trinità a gesti d’affetto come il bacio e l’abbraccio. Essi sottolineano così la sua presenza come sorgente di gioia e unione nel matrimonio.

Costruire un matrimonio saldo non è facile, soprattutto nel contesto della società moderna. Tuttavia, come insegna Gesù, costruire sulla roccia della fede e dell’amore vero è l’unica strada per evitare che l’unione matrimoniale crolli, con conseguenze che ricadono in particolare sui figli. Molti matrimoni, come a Cana di Galilea, possono trovarsi nella situazione di mancare del “vino”. Questa mancanza rappresenta l’assenza di gioia e passione. In questi casi, lo Spirito Santo può operare il miracolo di rinnovare l’amore e la gioia. Esso trasforma l’abitudine in un nuovo entusiasmo per la vita insieme.

La Preparazione Spirituale al Matrimonio

Infine, nella preparazione al matrimonio, oltre agli aspetti giuridici e psicologici, sarebbe utile approfondire anche la dimensione spirituale. Lo Spirito Santo è la vera fonte dell’unità tra gli sposi. Un proverbio italiano dice: “Tra moglie e marito non mettere il dito”, ma in realtà c’è un dito che dovrebbe essere messo tra i due, ed è il “dito di Dio”, cioè lo Spirito Santo, capace di consolidare e rendere sacro il legame matrimoniale.

In sintesi, la dottrina sullo Spirito Santo ci invita a riconoscerlo come il principio dell’unità non solo nella Trinità e nella Chiesa, ma anche nel matrimonio, che è chiamato a essere riflesso di quell’amore divino che tutto unisce.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Bottega dell’Orefice e la Teologia del Corpo

“La bottega dell’orefice” è un’opera teatrale scritta da Karol Wojtyła, il futuro San Giovanni Paolo II, nel 1960. Il dramma, diviso in tre atti, esplora temi centrali come l’amore, il matrimonio, e il significato profondo del legame coniugale. Quest’opera anticipa alcuni dei concetti teologici che Giovanni Paolo II svilupperà più tardi nella sua “Teologia del corpo”, un corpus di catechesi pronunciate durante i suoi mercoledì generali dal 1979 al 1984. Ecco come l’opera precorre la teologia del futuro Papa:

1. La centralità dell’amore sponsale

Gli anelli che ci ha dato l’orefice non sono solo per noi, ma per Lui. Insieme dobbiamo cercare di capire che cosa ci ha chiamato a vivere attraverso questo vincolo.

Nel dramma, Karol analizza la relazione tra uomo e donna, concentrandosi sull’importanza del matrimonio come sacramento e come vocazione all’amore. Questo amore è visto non solo come un sentimento ma come una responsabilità e un impegno reciproco che riflette l’amore di Dio per l’umanità. Nello stesso periodo è uscito Amore e responsabilità, un trattato filosofico del futuro papa. Un libro che è una riflessione profonda sulla sessualità umana, l’amore e la moralità. Ciò evidenzia come il tema fosse già molto caro al santo polacco.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II descriverà il matrimonio come un’immagine visibile dell’amore trinitario e dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. Entrambi i testi, dunque, si concentrano sulla sacralità del matrimonio e sul ruolo fondamentale che l’amore gioca nel realizzarsi del disegno divino.

2. La dignità della persona e il dono di sé

Il matrimonio è un grande sacramento… ma non tutti sanno vivere questa realtà. Si perde la vera essenza, quella che va al di là delle emozioni e del momento.

Ne La bottega dell’orefice, i protagonisti affrontano il mistero del “dono di sé”, centrale alla loro vocazione matrimoniale. La dimensione sacramentale del matrimonio è vista come il luogo privilegiato per la realizzazione del vero significato dell’esistenza umana: donarsi all’altro in modo totale, libero e disinteressato.

La Teologia del corpo approfondisce ulteriormente questa idea, dove Giovanni Paolo II sostiene che il corpo umano è “un sacramento visibile”, espressione del dono di sé che rispecchia il dono che Dio ha fatto all’umanità. Il matrimonio, quindi, è una partecipazione a questa dinamica di dono e reciprocità.

3. L’indissolubilità del matrimonio

Le nostre mani sembrano stringersi sugli anelli, come se non riuscissero a staccarsi, come se qualcuno in qualche modo ci costringesse a mantenerli.

Un altro tema centrale de La bottega dell’orefice è la riflessione sull’indissolubilità del matrimonio. Il personaggio principale, Stefano, riflette sulla “misura dell’amore” e come essa non possa essere ridotta al solo sentimento, ma implichi una fedeltà che va oltre le emozioni del momento.

Questo punto si collega direttamente con gli insegnamenti della Teologia del corpo, dove Giovanni Paolo II insiste sull’indissolubilità del matrimonio come parte del disegno originario di Dio. Il matrimonio è un patto sacro che non può essere sciolto, se non nella morte, poiché rappresenta l’unione stessa di Cristo con la Chiesa.

4. La sofferenza e il sacrificio nell’amore

Solo attraverso la sofferenza possiamo capire il significato della fedeltà. Non è facile, ma il matrimonio non è stato creato per essere facile, bensì per renderci completi, nell’amore e nel dolore.

Nel dramma, Wojtyła mette in scena anche il ruolo della sofferenza all’interno del matrimonio. I personaggi affrontano le difficoltà e i sacrifici che inevitabilmente fanno parte della vita coniugale, ma Wojtyła suggerisce che proprio attraverso queste prove il loro amore può essere purificato e reso più profondo.

Anche nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II riconosce il valore redentivo della sofferenza quando è vissuta nell’amore. Il sacrificio personale diventa un mezzo per crescere nella santità e nell’amore reciproco, partecipando alla croce di Cristo.

5. La dimensione escatologica dell’amore

Andrea: E se il nostro amore non fosse solo per ora? Se fosse destinato a durare, anche quando noi non ci saremo più?
Teresa: È difficile immaginarlo… Ma forse è proprio così. Il nostro amore, la nostra fedeltà, è parte di qualcosa di più grande di noi. Non finisce con la nostra vita qui. Deve avere un senso più ampio.

Nell’ultimo atto de La bottega dell’orefice, Wojtyła introduce un tema di trascendenza: il matrimonio non si esaurisce nel presente terreno, ma ha una dimensione escatologica, che punta verso l’eternità. L’amore coniugale, nel suo compimento, è un’anticipazione dell’unione perfetta con Dio.

Giovanni Paolo II svilupperà questa visione nella Teologia del corpo, affermando che il significato ultimo del corpo e del matrimonio si realizza pienamente solo nella vita eterna, dove saremo uniti in modo definitivo a Dio.

6. La libertà e la responsabilità

Andrea: Abbiamo scelto liberamente di sposarci, nessuno ci ha costretto. Ma ora vedo che quella scelta, così semplice allora, porta con sé un peso enorme. Ogni giorno dobbiamo riconfermare quella scelta, ogni giorno dobbiamo essere pronti a viverla pienamente.
Teresa: Sì, non è mai stato facile, ma la nostra libertà di scegliere porta con sé una responsabilità che dobbiamo affrontare insieme. Siamo noi a dover decidere ogni giorno di restare fedeli a quel ‘sì’.

La bottega dell’orefice sottolinea la libertà della scelta nel matrimonio, ma anche la responsabilità che essa comporta. Ogni atto di amore è un atto di volontà che ha delle conseguenze sul futuro della coppia e sul loro cammino verso Dio.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II ribadisce che la libertà umana non è un fine in sé, ma è orientata alla verità e al bene. La vera libertà si trova nel dono di sé, e il matrimonio è l’ambito in cui questa libertà si realizza nel modo più pieno e autentico.

Conclusione

La bottega dell’orefice precorre la Teologia del corpo nel suo sguardo profondo sul significato del matrimonio e dell’amore umano, intesi come partecipazione al piano salvifico di Dio. Karol Wojtyła già in questa sua opera teatrale affronta temi che svilupperà ampiamente nel suo pontificato, offrendo una riflessione che unisce filosofia, teologia e spiritualità, invitando i lettori a considerare il matrimonio non solo come una realtà terrena, ma come un segno del mistero divino.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

L’amore degli sposi è tabernacolo di Dio

Questo è uno dei passi più significativi del Cantico. Questi versetti mettono in evidenza la grandezza del matrimonio! Leggiamoli insieme. Ma prima se volete leggere gli articoli già pubblicati cliccate qui.

L’amata

Come sei incantevole, amore mio,

quanto sei amabile!

Erba verde è il nostro letto.

Travi della nostra casa i cedri,

nostro soffitto i cipressi.

Come sei incantevole, amore mio, quanto sei amabile! La sposa risponde all’amato. C’è chiaramente un richiamo al salmo 44: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo. Salmo che certamente era conosciuto dalle persone del tempo. La parte più interessante è però quella successiva.

Erba verde è il nostro letto. Travi della nostra casa i cedri, nostro soffitto i cipressi. Sicuramente una descrizione molto particolare e che a noi, uomini del XXI secolo, sfugge completamente. Non ci dice nulla di particolare.

C’è, invece, un significato molto importante. La caratteristica più evidente di questi versi è un improvviso cambio di scena. Torna prepotentemente la natura. È un’immagine meravigliosa: ci viene riproposto il paradiso terrestre. I due sposi godono non solo del loro amore reciproco, ma anche di tutta la bellezza del creato. È un canto rivolto a Dio stesso, alla sua creazione. C’è un significato ancora più nascosto. Il cedro e il cipresso sono menzionati per un motivo preciso.

Il Tempio era costruito proprio con legno di cedro, in particolare lo era la parte che introduceva al Santo dei Santi. Qui c’è un parallelismo meraviglioso, così bello e grande da commuoverci. Santo dei Santi sta a Cantico dei Cantici. Significato fin troppo chiaro. Dove c’è l’amore autentico tra gli sposi, lì c’è la presenza del Signore!

Scopriamo, quindi, che esiste un altro tabernacolo. In questo tabernacolo è presente realmente Dio. È un luogo concreto ma invisibile. Deve essere custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti, ma solo chi è chiamato da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. L’amore tra gli sposi è tabernacolo di Dio.

Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sé Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso ignorato dagli sposi. È sporcato e dissacrato dal loro egoismo e dai loro peccati.

La loro relazione è il luogo dove dimora Dio. Dovrebbe essere curata e nutrita. Ciò richiede tutta la loro volontà e il loro impegno per renderlo un luogo degno. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie.

Anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal tabernacolo della nostra relazione per metterci il nostro io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Antonio e Luisa

Riscoprire l’Amore con la Preghiera Condivisa

La preghiera nella vita di coppia non è solo un rito. È un potente strumento di unione e sostegno. Serve nei momenti di difficoltà. La nostra esperienza personale testimonia il suo valore inestimabile, specialmente nei periodi di crisi.

La nostra relazione è nata in un gruppo di formazione e impegno missionario. Da subito abbiamo avuto una profonda sintonia in campo spirituale. Era bello poter condividere gli aspetti più profondi della nostra vita di fede e del nostro rapporto con Dio. Ci dedicavamo anche del tempo alla preghiera insieme.

Tuttavia, dopo il matrimonio, col passare degli anni, questa dimensione è venuta meno. L’intensità di lavoro e studio e le responsabilità familiari hanno eroso il nostro tempo insieme. I nostri dialoghi si sono ridotti a semplici scambi di informazioni pratiche. Dio non rientrava più nel nostro orizzonte. La distanza emotiva cresceva silenziosamente, mentre l’intimità e il desiderio di condivisione svanivano gradatamente.

Le nostre differenze caratteriali sembravano diventare irrisolvibili. Contestualmente, le aspettative di un matrimonio felice sembravano irrimediabilmente frantumate. La prospettiva di una separazione incombeva su di noi.

Fu in quel periodo che scoprimmo Retrouvaille. Attraverso incontri e dialoghi guidati, Retrouvaille ci ha offerto gli strumenti per riscoprire il valore del dialogo sincero e profondo. A poco a poco, abbiamo iniziato a svelare i nostri sentimenti repressi. Abbiamo rivelato le nostre paure e speranze. Abbiamo imparato a perdonarci a vicenda per gli errori passati. È stato nel corso di questo percorso che abbiamo riscoperto anche la bellezza e l’importanza della preghiera insieme.

La famiglia che prega unita resta unita” è un adagio che abbiamo sentito risuonare profondamente nei nostri cuori. Retrouvaille ci ha aiutato a ricordare come la preghiera condivisa potesse riaccendere la scintilla del nostro amore. Ha anche rinforzato la nostra relazione. Ritrovare insieme il cammino della preghiera ci ha permesso di trovare conforto e forza. Ha rinnovato il nostro impegno reciproco. Abbiamo riscoperto la fiducia e l’unità perdute.

Oggi, la preghiera è diventata fondamentale nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di essere fedeli a questo quotidianamente, sia nei momenti di gioia che in quelli più difficili. Coinvolgiamo anche i nostri figli. Questo rituale quotidiano ci ha aiutato a superare la crisi. Ha continuato a fortificare il nostro legame. Ora è più profondo e resistente.

In un’epoca in cui la famiglia è spesso messa alla prova da sfide esterne e interne, la preghiera emerge come un rifugio sicuro e un fondamento solido su cui edificare un rapporto duraturo. Dedicarsi alla preghiera insieme fortifica i legami familiari, offrendo una stabilità emotiva e spirituale indispensabile.

Attraverso di essa, si invoca la protezione e la guida divina. Si crea anche un momento di condivisione e di ascolto reciproco. Questi sono elementi fondamentali per ogni relazione sana. La preghiera non solo salva, ma rinnova e rafforza, tessendo legami indissolubili di amore e fede.

Stefano e Michela Manfrin – Retrouvaille Italia

Non disperarti! Tutto, se affidato, concorre al bene!

La vita è un cammino affascinante. Tuttavia, è imprevedibile e possono succedere avvenimenti tanto belli quanto brutti. Non ricordo chi l’ha detto. Se tutte le gioie ci venissero date in un solo giorno, moriremmo all’istante. Lo stesso accadrebbe se tutti i dolori ci venissero dati in un solo giorno. Fortunatamente il buon Dio ci dosa gioie e dolori nel tempo. Così il nostro cuore può sopportare quello che ci accade di volta in volta.

Quando succede qualcosa di veramente brutto, quali sono i passi da fare e gli atteggiamenti da tenere? Io mi riferisco in modo particolare alla tragedia della separazione che ho vissuto in prima persona. La vedo continuamente ripetersi in tante persone. Quello che provo ora ad accennare vale per qualunque fatto brutto. Sarebbero necessarie molte pagine. Questo vale per eventi come malattie, lutti, gravi difficoltà o incomprensioni.  

Innanzitutto, è necessario prendere coscienza della realtà. Non bisogna sforzarsi di cercare colpevoli e responsabili. Se mi rompo una gamba, può essere per colpa mia o per un incidente. Non cambia la situazione se maledico me stesso, gli altri o peggio, Dio. Non è facile. Il nostro cervello prova in tutti modi a non farci accettare l’evidenza, spesso così assurda e imprevista. Io molte volte pensavo di trovarmi dentro un Grande Fratello immaginario o che fosse tutto un sogno. Riflettevo: “Ora mi sveglio e cambia tutto”. Oppure m’illudevo: “Ora mia moglie ci ripensa, non può succedere realmente”.

Inoltre, è inutile farsi domande che non hanno risposta, come chiedersi “Perché mi è successo?” o frasi simili, del tipo “Che cosa ho fatto di male?” o addirittura prendersela con Dio, attribuendo a Lui la nostra sofferenza.

Per esperienza si comincia a risalire dalla voragine in cui siamo caduti quando si accetta l’evidenza. Si smette di passare le giornate tormentandosi di domande. Si afferma: “Bene, questa cosa brutta non la volevo, non la vorrei affrontare. Ma cosa posso fare ora per stare meglio io ed eventualmente gli altri? (ad esempio i figli)”.

È normale farsi prendere dalla disperazione e piangere, ma questo momento deve essere molto breve. Nelle giornate storte, sembra che tutto si sia allineato contro di noi. Tuttavia, spargere lacrime non porta benefici a lungo termine. Si ottiene solo uno sfogo momentaneo che può farci stare meglio solo per poco tempo. È necessario allontanare i brutti pensieri. Evitiamo di assecondarli o di passare le giornate a ragionarci sopra. Manteniamoci impegnati in attività pratiche e fisiche che ci piacciono. Queste attività ci aiutano ad attenuare la tensione.

So bene che quando uno soffre, vede solo la sua situazione. Non è che guardare altre condizioni peggiori faccia stare meglio. Non possiamo assolutizzare l’accaduto dicendo: “Peggio di così non mi poteva capitare” oppure “La mia vita è finita”. Noi siamo cristiani e sappiamo che magari non andrà tutto bene ma che tutto, se affidato a Dio, può concorrere al bene, anche se non ci capiamo proprio niente e ci sembra il contrario!

D’altra parte, la cosa più brutta che ci può capitare, la morte, è stata vinta, quindi inutile stare a preoccuparsi (facile a dirsi, ma molto difficile da mettere in pratica, lo dico per me!).

Quando si sta male, si desidera stare meglio e risolvere i problemi al più presto. Tuttavia, questo è spesso difficile da realizzare. È necessario mantenere la calma. Bisogna cercare di rilassarsi e avere pazienza. Se si è fatto il possibile, alcune cose richiedono tempo per essere metabolizzate. Con l’abitudine, il dolore si attenua.

Gli amici sono di grande aiuto. Questo è vero specialmente per quelli che ci sono passati. Possono quindi darti indicazioni. A volte ti abbracciano e dicono che ce la farai. Anche se sarà dura, ci saranno tante battaglie da superare.

Le relazioni sono fondamentali. Una cosa semplice e banale, come una pizza o un gelato in compagnia, può dare una svolta a una brutta giornata. Anche se gli altri non ti risolvono i problemi, già parlarne equivale a condividere il peso che si sta portando. Ovviamente bisogna scegliere persone di fiducia che possano aiutare e non aumentare i problemi o la confusione.

Parlo raramente di consigli. Credo che Dio permetta solo cose che possiamo superare con le nostre forze interiori. Mai al di sopra delle nostre possibilità. Pertanto, ognuno di noi ha tutti gli strumenti necessari per prendere le giuste decisioni. Si tratta solo di prenderne coscienza e di affidarsi a Dio. Per fare questo, è indispensabile mettersi in ascolto tramite la preghiera. Il santo rosario dovrebbe accompagnarci tutti i giorni. Quando siamo in difficoltà, la preghiera andrebbe intensificata. Gesù ci ha insegnato ad avere la consapevolezza di ricevere quello di cui abbiamo bisogno in quel momento e non quello che vorremmo.

Può sembrare un controsenso, ma ho imparato a ringraziare Dio anche quando mi capitano le cose brutte. Ad esempio, quando ho fatto un piccolo incidente con l’auto, invece di imprecare, ho ringraziato perché poteva andare peggio. Inoltre, nessuno si è fatto male. Noi possiamo infatti verificare quello che avviene, ma non tutte le cose che ci vengono evitate e quindi come veniamo protetti da tante insidie.

In ogni caso, ma quanto è bella la vita e quello che ci circonda! Basta guardare un arcobaleno dopo un temporale. Prendere in braccio un bambino. Accarezzare un animale per sentirsi sollevati, vivi e parte di un mondo bellissimo e preparato per noi, nonostante tutto quello che ci possa capitare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra

Entriamo ancora di più nella bellezza di questo libro della Bibbia. Il Cantico dei Cantici è poesia ed è meraviglia. Ricordo che tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Clicca qui per leggere gli articoli precedenti.

L’amata

Il mio diletto è per me come un sacchetto di mirra, passa la notte tra i miei seni.

L’amato mio è per me come un grappolo di cipro delle vigne di En-ghedi.

L’amato

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei incantevole!

I tuoi occhi sono come colombe.

Abbiamo terminato il precedente capitolo con il parallelismo tra l’amore degli sposi del Cantico e il gesto di Maria, sorella di Marta. Gesto con il quale Maria ha cosparso Gesù con il nardo. Parallelismo che ci ricorda che l’amore matrimoniale ci prepara alle nozze eterne con Cristo.

Il modo in cui Maria ama Cristo deve essere bussola per noi sposi. Amando il nostro sposo o la nostra sposa ci prepariamo ed impariamo ad amare Cristo nell’eternità. Ci stupiamo della bellezza di Gesù, quando ci stupiamo della bellezza l’uno dell’altra. Contempliamo la meraviglia di Gesù, quando contempliamo la meraviglia l’uno dell’altra. Incontriamo Gesù quando lo intravediamo nell’altro. Capite ora perché i gesti d’amore tra gli sposi sono veri gesti sacerdotali?

Torniamo ora al Cantico. All’epoca le donne erano solite portare al collo un sacchettino con della mirra. Un sacchettino che quindi scendeva fino al seno. Questa immagine è molto eloquente. Un’altra essenza. Un altro profumo. Un amore che richiama la passione. Richiama il seno e quindi una parte del corpo femminile che accende l’eros dell’uomo. Profumo che inebria e incendia di passione l’uomo. Amore sensibile e carnale. Il desiderio è in crescendo.

Un desiderio casto emerge. Non è generato dalla concupiscenza e dalla spinta a possedere. Nasce dalla profonda scoperta della meraviglia dell’altro. Desiderio che nasce nel cuore e si svela nella geografia del corpo. Un’immagine che richiama la fecondità dell’amore. I seni nutrono la vita generata dalla nostra relazione. È un richiamo forte a nutrire l’amore. Ogni volta che ci si dona l’uno all’altra c’è fecondità. Non solo quando si concepisce un figlio, ma anche quando si genera nuova vita amore. Quando si cresce nella capacità di amarsi e di amare.

La traduzione della CEI propone: quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Don Carlo Rocchetta preferisce: quanto sei incantevole! Questa traduzione esprime molto meglio la percezione dello sposo. Tutti noi uomini, credo, possiamo identificarci in questa traduzione. Quanto sei incantevole è un aggettivo molto più soggettivo. Non importa se non sei poi oggettivamente così bella. Se hai difetti, se hai inestetismi. Se hai qualche chilo di troppo. Sei incantevole per me. Mi fermo ad ammirarti. Mi fermo e resto rapito dalla tua persona. Sei piena di grazia e di fascino per me.

Questa è la traduzione che meglio può esprimere quanto sta accadendo tra i due sposi del Cantico. È una traduzione nella quale tutti noi possiamo riconoscerci. Guardiamo la nostra sposa con questo sguardo. Facciamola sentire la più bella di tutte!

Antonio e Luisa

Sesso e Libertà: Riscoprire l’Intimità Vera

In questi giorni scorrendo le varie notizie sui social è facile imbattersi in qualche post che racconta del Calippo Tour. Detto semplicemente, due ragazze, creator di onlyfans – oggi il mestiere più antico si chiama anche così – per farsi pubblicità vanno in giro per varie città italiane a cercare uomini che desiderino fare determinati contenuti espliciti con loro. Di che contenuti si tratta non serve che lo dica, è abbastanza eloquente il nome del tour.

Ora non voglio soffermarmi sulla questione Calippo Tour. Voglio usare questa notizia per mettere in evidenza il poco valore che oggi la società riserva al sesso e al corpo. Certo questo modo di agire non riguarda tutti. Sono casi limite ma sono comunque un sintomo chiaro. Anche perché pochi si scandalizzano del modo che hanno trovato queste due ragazze per fare soldi. Il corpo è loro e lo usano come vogliono. Non fanno male a nessuno. Questo è un po’ il pensiero comune. D’altronde siamo nel ventunesimo secolo. Bisogna avere la mente aperta.

Noi cristiani dovremmo portare una sensibilità diversa. Non perchè siamo ancorati al medioevo, come dicono tanti. Ma perchè sappiamo l’importanza del corpo e di cosa significa intimità. Almeno dovremmo saperlo.

L’intimità non è fare sesso con qualcuno. L’intimità non è mostrare i propri genitali. L’intimità non è condividere un letto o un orgasmo. Il Calippo tour esprime esattamente questo. Puoi fare qualsiasi gesto sessuale con una persone che era e resterà un perfetto estraneo per te.

L’intimità, don Epicoco lo spiega benissimo in una sua catechesi, è essere libero. Libero di mostrare non il tuo corpo ma tutta la tua persona. Intimità è mostrarti all’altro nella verità di te stesso. Quando lo puoi fare con la certezza che l’altro non ti ferirà ti senti finalmente libero ed amato. Noi siamo pieni di maschere. Proprio perchè siamo feriti. Abbiamo vissuto delle esperienze fin dalla nostra infanzia che ci dicono che non possiamo essere veri. Dobbiamo adattarci a un noi stessi che gli altri si aspettano. Per questo non possiamo sentirci davvero amati.

La fede cambia tutto proprio in questo. Ci sentiamo guardati e amati da un Dio che ci conosce nel profondo e ci vuole bene. Ciò che cambia il cuore delle persone non è la paura del giudizio finale. È scoprire di avere un Padre che ti ama. Così come sei, nei tuoi casini e nelle tue fragilità. Anche quando pecchi, non smette mai di vederti bello, anzi bellissimo. Questo è la libertà e la verità della vera intimità.

Non è il sesso a fare l’intimità. È l’intimità dei cuori e la verità della relazione che danno valore, piacere e pienezza al sesso. Per questo non credete a quelli che vi dicono che per stare con una persona devi andarci a letto. Non serve il sesso per capire se c’è chimica. Basta sentirsi attratti fisicamente per capirlo. Serve piuttosto un fidanzamento fatto bene, che permetta ai due di preparare i cuori e perfezionare quell’intimità che permette loro di essere liberi l’uno con l’altra. Per arrivare al primo rapporto – nel matrimonio – preparati. Dove il sesso diventa un modo per manifestare quel desiderio di voler essere liberi di essere uno con l’altro nella verità di noi stessi. Ma quanto è bello così! Accetto tutto il tuo corpo perché accetto come sei tu, senza bisogno che tu nasconda parti di te.

Poi questo prosegue nel matrimonio. Vogliamo fare l’amore bene? Non smettiamo di custodire la nostra intimità. Non smettiamo di perfezionare la nostra capacità di accoglierci, di perdonarci. Non smettiamo di guardarci oltre i nostri errori. Solo così il tempo che passa renderà il nostro corpo più vecchio ma il nostro amore sempre più forte. Perché il vero piacere del sesso non è l’orgasmo. È l’esperienza di essere accolti nella verità, in corpo ed anima, dall’altro.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sposi da vetrina

E se a metterci sul piedistallo ci pensiamo… noi stessi? Che succede quando, gradualmente, una coppia di sposi inizia la scalata del proprio ego? Quando gli altri o i propri talenti diventano solo un mezzo per emergere e brillare?

Succede che il piedistallo di cartone contraddice le belle parole professate. E questa differenza, ad un occhio attento, risulta evidente.

Continuiamo il capitolo sull’invidia reciproca. Esiste, come ho scritto nel precedente articolo, un rischio di svalutarsi e considerarsi “da meno”. Questo ha un corrispettivo diametralmente opposto: la vetrina da esposizione. Credersi belli, bravi, “di più” e godere dell’ammirazione generale, nutrendo il proprio ego di applausi e lettori.

Voglio premettere una cosa importante: i talenti (ognuno ne ha) vanno fatti fruttare, guai a nasconderli sottoterra! Nessuno si creda povero di essi. Ed è bello che risplenda la Sua gloria attraverso gli infiniti modi e gesti e opere e parole che Egli ispira ai suoi Figli. Largo spazio, dunque, alle coppie che hanno qualcosa da dare, testimonianze da fare, storie da scrivere e via dicendo. Così si nutre il popolo di Dio, si nutre l’annuncio, le membra sono in movimento e la Chiesa prospera. Un tripudio!

Il problema è sempre e comunque questione di cuore. Inizia quando si diventa lusingati e si gongola degli applausi. Ci si offende se non si viene coinvolti in iniziative dove si è sempre stati presenti. Si sgomita per essere i prediletti del parroco. La rabbia emerge quando sembra negato ciò che ci spetta (lo spazio, la nostra presenza…). Abbiamo un problema e si chiama idolatria. Gli idoli diventiamo noi stessi.

Seconda premessa: succede a tutti e sì, se ne esce. Il piedistallo, comunque, durerà poco. È fatto di carta. Va distrutto quanto prima o lo farà la vita stessa, dimostrando quanto le ambizioni stridano con la fede professata.

La ruvidità che utilizzo ha una motivazione molto semplice. Ho visto e vedo coppie che hanno tanto da donare (in termini di testimonianza). Queste coppie sono escluse da altre coppie, semplicemente per paura di perdere il posto faticosamente “guadagnato”. Coppie che non cedono, che non mollano, che non servono più tanto gli altri ma molto loro stesse. E consacrati un po’ tiepidi che, semplicemente, le lasciano fare, perché è quell’usato sicuro che conforta e dà sicurezza. E così, per anni, a guidare una realtà trovi sempre le stesse persone.

Ogni coppia è diversa, ogni coppia ha qualcosa da dare. La coppia a voi vicina ha qualcosa che voi stessi non potete dare. Invece, ciò che potete offrire voi, potete offrirlo soltanto voi. Capite quanta ricchezza nascosta sottoterra?

Capite quanto farebbe bene a tutti poter godere del tesoro tutto intero, anziché di un solo denaro? Capite quanto sarebbe bello smontare il piedistallo di carta e tornare, uniti, a servire il gregge?

Qualcuno avrà bisogno dei vostri talenti, come Sposi. Qualcuno avrà bisogno dei talenti che ha un’altra coppia. Qualcuno del modo di comunicare la fede di un’altra ancora… e così via. Il Signore ci ha reso bisognosi gli uni degli altri ma non tutti hanno bisogno di voi.

È Dio che soddisfa i bisogni di ognuno – solo Lui può colmare ogni vita. E qua entra in gioco la scomodissima umiltà, che va rispolverata!

Sì, quell’umiltà capace di cedere il passo. Di tornare a quella frase buffa ma vera: “Dio esiste ma non sei tu. Rilassati!”. E di scoprire che (udite, udite) a fare un passo indietro… non perdiamo niente. Anzi, si guadagna e il guadagno raddoppia, poiché diventa guadagno di tutti. No, non succede niente di brutto a mollare un po’ la presa. Lasciamo che vadano avanti altri. Potrebbero non avere esperienza, ma hanno la voglia di mettersi a servizio. Lo fanno con entusiasmo e un po’ di incoscienza. Quanto bene può fare cedere il posto? Scardiniamo questi idoli e dei piedistalli facciamo carta straccia. Sempre al primo comandamento siamo. Non ci si schioda proprio mai. Non a caso è il primo. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

Non rendiamoci idoli di noi stessi, sposi da vetrina, da esposizione: il vero potere è e resta il servizio. Spontaneamente dato, ricevuto, anche lasciato quando serve, con sapienza.

Giada di @nesentilavoce

Coppie che invidiano altre coppie

Quella coppia è stratosferica. Testimonianze, raduni, tour… sono davvero un passo avanti! Loro sì che hanno trovato il loro posto nel mondo. Sono chiamati dal Signore. Valgono qualcosa. Mica come noi, scapestrati e pigri, che viviamo alla giornata, fra lavatrici e code in auto… mediocri. Loro, circondati da amici, splendono. Noi al massimo possiamo timidamente sederci in ultima fila. E magari prendercela pure l’uno con l’altra, perché non siamo in grado di brillare di più“.

Ecco, cari sposi. C’è una dinamica in cui rischiamo tutti di cadere. Tendiamo a credere (non a caso uso questo verbo) che ci siano coppie di serie A e coppie di serie B. Sposi fruttuosi e sposi grigi. Sposi “da meno” e sposi che sono “di più”: hanno qualcosa in più, fanno qualcosa in più, dicono qualcosa in più.

Iniziamo a scardinare, pezzo per pezzo, questo piedistallo che ci siamo costruiti. Su di esso facciamo salire gli altri. Come Gesù è nell’Eucarestia (vivo!), così è in mezzo agli Sposi (nella stanza nuziale, nel cibo, nei figli, nei gesti). E Gesù non è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre? Forse in alcune coppie è più presente che in altre? Questa è, permettetemi un termine forte, una bestemmia. Pensare che sia un Dio ‘spezzettato’, che si dà maggiormente a qualcuno piuttosto che ad altri, un Dio che fa preferenze di persone, che premia una coppia anziché un’altra, che muore solo per qualcuno e non per tutti: questo non è il Dio che conosciamo.

Noi sposi abbiamo tutti la medesima dignità. Questa dignità non è data dai nostri meriti. È data dalla presenza stessa del Signore nel Sacramento che abbiamo celebrato. Questa presenza è con noi ogni giorno.

Le grazie e il Bene che vedi, e che certamente molti fanno, sono per tutti. Sono un dono di cui gioire e godere. Sono una manifestazione del Signore per il bene tuo e degli altri, dell’umanità intera. Nulla toglie al valore che ogni coppia di Sposi ha, un valore intrinseco che non è possibile togliere. Dal momento che il sigillo è stato messo, lì resta.

Il dono o l’impegno altrui, per cui a volte può sembrare (erroneamente, ripetiamocelo) che alcuni sposi siano “più sposi” di altri, è capace di beneficare chi lo circonda e moltiplicare anche il nostro Amore. Non per merito, lo ripeto, ma perché è il Signore ad ispirare tanto Bene. La logica del “siamo amati se siamo bravi” è distruttiva. Non saremo mai bravi abbastanza. Non saremo mai impegnati abbastanza. Non saremo mai applauditi abbastanza.

Sei invidioso perché Dio è buono? Non può fare delle sue cose ciò che vuole? Queste domande sono nel Vangelo e con queste Gesù sa rimettere ordine nel nostro animo scombussolato.

Vedo coppie di sposi anziani che vanno a fare la spesa assieme. Poi vanno a Messa. Passano la giornata in casa a fare cose semplici come leggere un giornale o pulire la cucina. Vanno a letto sereni e magari si prendono cura di qualche nipote con gioia. Vedo coppie impegnate in Diocesi, attive nel sociale, pronte ad organizzare ritiri e testimonianze a cui accorrono centinaia di ragazzi. Fra questi due esempi, non vedo differenze. Il Signore gioisce per entrambi allo stesso modo. Ama entrambi allo stesso modo. Santifica entrambi ugualmente con la Sua gloria.

Cari sposi, entriamo nella logica dei figli. Un padre e una madre non fanno preferenze. Scoprono che, con più figli, l’Amore non si divide. Invece, si moltiplica. Da figli, esercitiamoci nella consapevolezza di questo. Siamo amati oltre misura. Tutti, tutti, tutti meritiamo un Dio che è morto crocifisso e Risorto. Destinatari di gioia infinita, grazia a profusione, amore strabordante e frutti in abbondanza. Non tutti sono chiamati a fare le stesse cose. E meno male! Ma siamo chiamati ad abitare il mondo a nostro modo. Ognuno lo fa in modo originale, con la creatività di Dio, lungo la strada ispirata dallo Spirito Santo. Membra di un solo corpo – non esiste membro superfluo, inutile, scartabile!

Giada di @nesentilavoce

Il mio nardo spande il suo profumo

Adesso arrivano dei versetti meravigliosi che vanno letti e meditati. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati. Gli articoli sono tutti tratti dal testo Sposi sacerdoti dell’amore (Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice). Un testo che cerca di raccontare il Cantico dei Cantici.

L’amata

Mentre il re è sul suo divano,

il mio nardo spande il suo profumo.

Lei lo ha cercato, lui l’ha contemplata. Ora i due sposi sono insieme. Inizia un duetto. È un dialogo intimo da cui si spande come un profumo tutto l’amore. Il desiderio e la meraviglia si stanno generando nel cuore dei due protagonisti. Lasciatevi avvolgere. Immedesimatevi.

Tu, donna, sei la Sulamita che arde d’amore per il suo re. Tu, uomo, sei Salomone che non desidera che stringere in un abbraccio la sua regina. Lei è andata da lui. Lo ha cercato. Anche questo è un gesto quasi di ribellione ai costumi del tempo. Ha preso lei l’iniziativa. Entra nella stanza del re e la stanza è pervasa dal profumo.

Torna il profumo. In questo caso di nardo. Come a dire che la vita del re assume una ricchezza nuova grazie a quella presenza. Il luogo è lo stesso, ma nello stesso tempo tutto è nuovo. Profumo che simboleggia l’amore stesso. Realtà invisibile ma concreta. Il profumo è quello del nardo, essenza molto preziosa. Un amore prezioso e inebriante. Il profumo avvolge la persona del re. Il re è avvolto dall’amore e dal desiderio della sua regina. Lo percepisce chiaramente. Un dialogo senza parole, ma che arriva dritto all’altro. Tutto il mio amore lo effondo per te. Mi rendo bella per te. Dirò di più.

A cosa rimanda il nardo? Chi si comporta allo stesso modo?

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo.

Il significato è lo stesso. La Sulamita, attraverso il nardo, vuole esprimere tutto il suo amore per il suo sposo, per il suo re. Così Maria di Betania. Attraverso quel gesto vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re. Per amare Cristo, la sposa deve amare lo sposo e lo sposo deve amare la sposa. Entrambi devono farlo come la Sulamita e come Maria.

Maria ama senza riserve. Il suo amore è senza limite e oltre il necessario. Tanto che appare quasi uno spreco. Sembra che non sia necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne?

Ci esprimiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione. Oppure, limitiamo tutto al minimo indispensabile? Diamo per scontato l’amore che ci unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Siete riusciti a identificarvi nella Sulamita o in Salomone? Avete assaporato la bellezza di quanto scritto in questi versi ripensando alla vostra vita di coppia? Se è così, avete un matrimonio vivo e meraviglioso. In caso contrario, impegnatevi. Affidatevi a Cristo perché vi dia la capacità di recuperare questa bellezza. A questa bellezza tutti siamo chiamati.

Antonio e Luisa

Come i genitori possono rovinare il matrimonio dei figli

I genitori, per quanto spesso animati da buone intenzioni, possono avere un impatto negativo sul matrimonio dei figli. Questo accade in diversi modi. Questo accade soprattutto quando si intromettono eccessivamente o non rispettano i confini tra la coppia e la famiglia d’origine.

Intromissione nelle decisioni. Alcuni genitori tendono a voler controllare o influenzare le decisioni dei figli. Questo può riguardare scelte economiche, educative o personali. Questo può creare tensioni tra i coniugi, poiché il partner può sentirsi sminuito o messo da parte.

Conflitti di lealtà. I figli sposati possono trovarsi divisi tra il desiderio di essere fedeli al proprio coniuge e il desiderio di non deludere i propri genitori. Questo può creare un senso di colpa e pressione che erode la serenità della coppia.

Critiche al partner. Genitori che criticano il partner del figlio, direttamente o indirettamente, possono minare la fiducia. Possono anche destabilizzare il matrimonio. Se un coniuge sente di non essere accettato o rispettato dai suoceri, questo può generare frustrazione e allontanamento.

Dipendenza economica o emotiva. Se i genitori offrono troppo supporto economico o emotivo, i figli possono faticare. Essi non riusciranno a sviluppare l’indipendenza necessaria per affrontare le sfide coniugali. Un’eccessiva dipendenza dai genitori può portare a un rapporto di coppia sbilanciato o immaturo.

Mancanza di rispetto dei confini. Genitori che non rispettano i limiti della vita privata dei figli. Ad esempio, intromettersi nella gestione della casa o dei figli. Questo può creare risentimento e conflitti all’interno del matrimonio.

Per evitare che ciò accada, è importante che i genitori riconoscano il loro ruolo di sostegno. Devono rispettare i confini. Devono anche permettere ai figli di crescere come coppia autonoma. D’altra parte, i figli devono imparare a stabilire e mantenere questi confini. Devono proteggere la loro relazione e affrontare insieme le difficoltà senza interferenze esterne.

Qui però finiscono le “colpe” dei genitori. Ripetiamo, e non ci stanchiamo di farlo, che la responsabilità della relazione è di chi la vive. Non possiamo incolpare i nostri genitori se non siamo capaci di mettere dei confini. Se i nostri genitori si allargano un po’ troppo è perché noi permettiamo loro di farlo. Cosa fare quindi?

Non sposatevi se le dinamiche sono quelle sopraindicate. Il primo consiglio è quello di prevenire prima che curare. Se il vostro fidanzato o la vostra fidanzata è chiaramente in una delle situazioni sopraindicate non sposatelo. Non pensate di poter cambiare le cose dopo. È un’illusione.

Mettete i confini voi! Insieme! I confini funzionano solo se a metterli sono entrambi i coniugi. Se lo fa solo uno dei due non può funzionare. Si può litigare dentro casa ma fuori uniti. Non dobbiamo mostrare disaccordo. Se mia moglie litiga con mia madre, io davanti a mia madre difendo mia moglie. Poi nel privato possiamo anche discutere sul suo comportamento. Mostrare disaccordo è già una crepa dopo possono entrare gelosie e competizioni. E’ fondamentale mettere un confine dove la famiglia di origine non possa entrare e mettere zizzania.

Dobbiamo morire essenzialmente al nostro essere figli. Per diventare sposi e genitori è importante svestire i panni di figli. Non significa non riconoscere più i nostri genitori come tali. Il nostro amore per loro resterà invariato. Solo, saremo diversi noi. La nostra famiglia sarà un’altra e il nostro ruolo cambierà. Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa, ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Non mettetevi in competizione. L’errore più grande che in questi casi si può commettere è mettersi in competizione. Purtroppo è anche la reazione più immediata ed impulsiva. È importante, quindi, da un lato spronare l’altro, non far finta di niente. Il problema c’è e va affrontato. Senza però fare la guerra. Mettersi in competizione fa sentire l’altro in mezzo a due fuochi. Se è dipendente, non autonomo dalla famiglia di origine, reagisce male o cerca di non affrontare il discorso. C’è un acuirsi delle tensioni. Se il nostro coniuge è dipendente non funziona. Non è riuscito ancora ad elaborare i confini e dare un ultimatum lo distrugge.

Ognuno dei due sposi si interfaccia con la propria famiglia. Ciò significa che se io dovessi avere problemi con la madre di mia moglie, è meglio che lasci comunque parlare mia moglie. Lei può gestire meglio la situazione. Ciò che dice un figlio o una figlia ha un peso diverso rispetto a quando parla un genero o una nuora.

I genitori non devono avere le chiavi di casa e se le hanno non usarle quando noi siamo in casa. Devono bussare sempre. Si tratta di un accorgimento più psicologico che altro. È importante capiscano che stanno entrando nella casa di un’altra famiglia, non della loro.

Questo articolo non vuole essere una critica ai nostri genitori. Spesso sono delle persone meravigliose e anche dei nonni premurosi per i nostri figli. Però alcune cose vanno messe in chiaro. Questo è necessario per potersi volere bene in un modo sano e non dannoso per tutti.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Responsabilità nel Tradimento: Chi è Colpevole?

Parlavo con una mia cara amica. Questo è successo pochi giorni fa. Abbiamo discusso riguardo ai tradimenti all’interno del matrimonio. Stavamo ragionando se fosse un atteggiamento prevalentemente maschile o femminile. Sul momento, ho detto che una volta erano gli uomini a tradire maggiormente. Ora, forse, le cose si sono invertite. In realtà, ho riflettuto in seguito, che è una considerazione che, da un certo punto di vista, non ha tanto senso. Infatti, gli uomini tradiscono con altre donne. E viceversa. Quindi, la responsabilità è solo di chi ci prova? O anche di chi non sa dire di no?

Dopo la separazione sono stato oggetto di attenzioni esplicite da parte di alcune donne impegnate/sposate. Ho risposto in modo chiaro che non ero minimamente interessato. Ammetto che, sul momento, mi abbia fatto piacere e che qualche pensiero mi sia venuto. Tuttavia non sarei riuscito fisicamente a tradire mia moglie, perché la ritengo una cosa sbagliata per tanti motivi.

Se ad esempio un uomo sposato s’invaghisce di un’altra donna, quest’ ultima è in grado di dirgli: “Cosa vuoi da me? Lasciami perdere e torna da tua moglie e dalla tua famiglia!“. Anche se questa donna fosse single e non sposata, quindi completamente libera sentimentalmente, frequentare un uomo sposato che ha già una famiglia e magari anche dei figli, la rende colpevole di tradimento. O almeno corresponsabile. È bene ricordare che comunque al di fuori del matrimonio cristiano e cioè senza una promessa di vita, si dovrebbe vivere in castità.

Naturalmente può succedere che le persone nascondano di essere impegnate o sposate. Così si diventa inconsapevoli complici di tradimento. Però credo che le cose si possano tenere nascoste per poco tempo. Questo accade solo se ci si assenta per lunghi periodi da casa.

Capisco bene che faccia sempre piacere quando una persona ti cerca. Ti fa i complimenti e manifesta attrazione verso di te. Ti fa sentire importante e apprezzato. Questo aumenta la tua autostima e la tua considerazione. Tuttavia, la serietà di una persona e la sua integrità e fede si vedono durante le tentazioni.

Conosco persone che dietro l’insistenza, ad esempio, di un collega hanno dovuto cambiare lavoro perché stavano per cedere. Oppure è successo a un separato fedele che per dare un passaggio in auto a una sua amica, questa gli è letteralmente montata addosso. Fortunatamente lui è riuscito a resistere. Per questo il buon senso consiglia di evitare situazioni che possano metterci in difficoltà. A parole siamo tutti bravi, ma sono i fatti quelli che contano.

Se c’è una coppia in crisi, andrebbe aiutata a risolvere i problemi relazionali, comunicativi e personali. Al contrario, accettando le avance dell’uno o dell’altra, si va spesso a dare il colpo di grazia al loro rapporto.

Io non vorrei mai trovarmi nella situazione di avere qualche responsabilità nella fine di una storia d’amore. Non me lo perdonerei mai. Non ci dormirei la notte, specialmente se ci sono dei figli.

Il principio evangelico, infatti, dice non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Come noi non vorremmo che si inserissero altre persone nella nostra famiglia, così sarebbe bene fare verso gli altri. Anzi, in realtà, il principio non è in versione negativa, ma positiva. Cioè, “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Quindi, non si tratta di evitare qualcosa, di non fare, ma di prendere l’iniziativa e andare così incontro agli altri.

In sintesi, se una persona sposata ci provasse con te, non solo non dovresti acconsentire. Dovresti farle anche capire che è un atteggiamento sbagliato. Non è rispettoso. Non è cristiano. Non è portatore di qualcosa di buono.

Naturalmente questa è la teoria. Poi so bene che in pratica è molto difficile. Anzi, è molto probabile essere mandati a quel paese, oppure sentirsi chiedere: “Sei omosessuale?” se non acconsenti. Ad ogni modo, anche se non si dice nulla, è possibile almeno pregare per lei. È possibile anche pregare per la coppia in crisi.

Saper dire di no, rifiutare e non farsi trascinare in qualcosa di sbagliato non è per niente facile. Lo vediamo già nelle prime pagine della Bibbia. Il serpente tenta Eva con successo e poi Eva coinvolge Adamo. Eva non avrebbe dovuto fidarsi del serpente. Adamo avrebbe dovuto ricucire con fermezza lo strappo che si era creato. Invece si è fatto abbindolare anche lui. È diventato così ugualmente responsabile del tradimento.

D’altra parte, uscire con un uomo o con una donna è semplice. Non ci vuole niente. Il difficile è non farlo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Assomigli alla cavalla del cocchio del faraone

Riprendiamo la lettura del Cantico dei Cantici. Settimana scorsa (clicca qui per le puntate precedenti) siamo rimasti con l’esclamazione dell coro che si rivolge alla Sulamita con Incantevole tra le donne. Il coro lascia ora la parola allo sposo, a Salomone.

L’amato

Tu assomigli, o amica mia,

alla cavalla del cocchio del faraone

Le tue guance sono belle fra gli orecchini,

il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento.

Ora la parola passa allo sposo. Passa a Salomone. Tu assomigli, o amica mia, alla cavalla del cocchio del faraone. Una donna del nostro tempo con la nostra mentalità si potrebbe offendere. Come? Mi paragoni ad un cavallo? Come ti permetti! In realtà questa esclamazione racconta la meraviglia che sta provando lo sposo.

Non è una cavalla qualsiasi. È la puledra del cocchio del faraone. Una puledra di razza, la più bella. Tanto bella da essere scelta dal faraone, il re più potente del mondo all’epoca. Può farci sorridere questo paragone, ma ricordo che si tratta di un’opera scritta in un contesto semplice. Fu scritta in una comunità di pastori seminomadi. La natura è la pietra di paragone per ciò che esiste di più bello.

Non hanno un altro modo per esprimere la bellezza di Dio e dell’uomo. Il risultato, se ci liberiamo dei nostri schemi mentali, è una poesia. Questa poesia riempie il cuore di chi l’ascolta o la legge.

Le tue guance sono belle fra gli orecchini, il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento. Lo sguardo dello sposo cambia. Passa dal generale al particolare. Si posa sul viso e sul collo dell’amata. Lo sposo si sofferma sulla bellezza della sposa. Tanto bella che merita gioielli ed ornamenti per far risaltare maggiormente questa meraviglia. Faremo per te pendenti d’oro. Li faremo per te, solo per te. Tu sola sei degna di tutto questo. In te ho scoperto questa regalità che mi ha colpito. Mi ha colpito così tanto che voglio farti dono di oro e di argento.

Quanto è vera questa cosa anche oggi! La mia sposa per esempio è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sé. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Ciò che la rende felice non è il valore materiale. La fa sentire amata il messaggio che c’è dietro. Le sto dicendo: tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo: tu sei la più bella e la più preziosa e te lo voglio dire attraverso questo dono.

Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Un gesto del genere può causare un dolore profondo. Nella nostra cultura, ma mi sembra di capire anche in quella del Cantico, il gioiello ha un significato di esclusività. Un gesto riservato alla persona amata. Se il marito regalessa un gioiello a un’altra donna, questo atteggiamento farebbe sentire l’amata messa da parte. La farebbe dubitare della relazione stessa. Creerebbe tanta sofferenza e insicurezza. Non è così? Pensateci.

Questo mette in evidenza come le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre aspirazioni siano abbondantemente influenzati dalla società in cui viviamo. Anche il nostro modo di vivere e pensare le relazioni ne è influenzato. Ciò non toglie che è insito in noi il desiderio di un amore esclusivo. Questo vale in ogni tempo e cultura. Questo è parte della nostra natura.

Antonio e Luisa

Amiamo le nostre differenze

Siamo decisamente diversi. Certamente le donne e gli uomini sono molto diversi. Però non è del tutto corretto affermare che siamo diversi. Diverso viene da divergere. Qualcosa di negativo che ci allontana. E per tanti è così. La diversità rende l’altro a volte incomprensibile nella sensibilità e nelle scelte. Invece è bello dire che siamo differenti. Differente viene dal latino fero, portare. Portare la nostra unicità che è altro e arricchirci l’uno della differenza dell’altro. Quanto sarebbe noioso se fossimo tutti uguali, vero? 

Per noi è stato ed è tuttora così. Durante la nostra relazione, grazie alla nostra conoscenza, abbiamo imparato a vedere le nostre differenze come qualcosa di positivo. In questo articolo vogliamo raccontarvi due cose in cui siamo complementari. Voi magari ne avete altre. Ma è bello così!

1. Ottimismo contro realismo

L’ideale è che entrambi siamo ottimisti e vedano sempre il lato positivo di ogni cosa. Ma per noi non è così. Luisa è sempre stata quella più negativa. Quella che di ogni situazione vede sempre la tragedia che si potrebbe compiere. Si preoccupa, si spaventa e pensa al peggio. Io invece cerco di vedere il lato positivo. Vedo sempre una via d’uscita e comunque ho speranza che le cose possano migliorare. Nel nostro caso ci aiutiamo a vicenda. Luisa trova sollievo e speranza nella mia leggerezza. Io resto con i piedi per terra e non sottovaluto le situazioni grazie alla sua pesantezza.

2. Spontaneità vs pianificazione

Io sono quello spontaneo. Quello che si lascia trasportare dalle emozioni del momento. In positivo e in negativo. Luisa è quella ponderata. Quella che pensa a quello che ogni gesto comporta. Due temperamenti opposti eppure possono essere una grande opportunità. La mia spontaneità permette più leggerezza e decisioni rapide. Quante volte Luisa sembrava titubante anche su situazioni sue lavorative e la mia spontaneità le ha permesso di lasciarsi andare. E quante volte lei è stata invece importante per me. La mia spontaneità può esondare nell’irruenza e farmi fare errori anche gravi. Lei riesce sempre a farmi riflettere sulle conseguenze delle mie scelte.

Sicuramente anche tu e tuo marito o tua moglie siete diversi sotto tanti aspetti, proprio come noi. Forse aspetti diversi dai nostri ma è normale sia così. Dobbiamo però garantire che queste differenze siano, per così dire, “sopportabili”. Ciò può avvenire solo nel rispetto reciproco. Se io amo mia moglie e l’ho scelta per la vita dovrebbe essere normale avere stima per le sue idee. Anche quando sono diverse dalle mie. Capite l’errore di tante coppie? La differenza va accolta come una prospettiva che allarga l’orizzonte. Non va vista come un problema che mi impedisce di agire come voglio. Poi nel dialogo si trova la strada insieme. A volte sarà la mia, altre quella di Luisa e altre ancora una terza via, la nostra.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Istinto sessuale vs impulso sessuale: libertà e desiderio

L’abbiamo scritto molte volte. Dietro il sesso c’è una spinta ormonale notevole. In particolare per i maschi. L’intensità, dopo la pubertà, diventa davvero potente. Spesso la soddisfazione dei desideri che ne derivano è vista come una necessità. Non è così. Non si tratta di un bisogno vitale come sono bere, respirare e mangiare. La privazione di questi ultimi porta alla morte. Tuttavia non si può negare che questo desiderio possa essere molto forte.

E quanto più un desiderio è intenso, tanto più ci si può sentire “obbligati” a soddisfarlo. Non è forse quello che pensano in tanti? Forse anche tu credi che fare sesso sia un bisogno fisiologico. Non è così. So già le obiezioni di alcuni uomini. Ma i testicoli producono continuamente spermatozoi. Dobbiamo scaricare quelli vecchi. Quante volte l’ho sentito dire in gioventù. Lo pensavo anche io. Tra ragazzi è comune fare questi discorsi camerateschi. Tutte scemenze. Non c’è nessuna necessità di fare sesso. Non si muore a praticare l’astinenza e neanche si sta male. Il nostro corpo è una macchina perfetta. Esistono infatti le polluzioni notturne con cui il nostro organismo espelle il seme vecchio per far posto al nuovo. Il nostro corpo non sbaglia. Quello che noi sentiamo non è un bisogno fisiologico ma un desiderio, una pulsione psicofisica.

Può il desiderio prevalere sulla capacità di scelta? Qual è il ruolo che gioca la libertà di fronte al desiderio sessuale?

L’istinto sessuale riguarda gli animali

A livello fisico, sono due i desideri più intensi che un essere umano possa provare. Questi sono quelli legati al cibo e il desiderio sessuale. Dal punto di vista fisico, l’intensità di questi desideri si spiega con il fatto che entrambi mirano alla conservazione. Il primo, alla salvaguardia della propria vita. Il secondo, alla conservazione della specie. E tra i due il desiderio sessuale supera quello di cibo. A livello fisico, è il più intenso.

Non a caso il desiderio sessuale non riguarda solo l’uomo. Non solo gli esseri umani ma anche gli animali provano il desiderio sessuale. Negli animali non si parla però di desiderio. La cosa interessante è che in loro ciò avviene come un istinto. L’istinto è una fonte irresistibile di comportamento: quando un animale sperimenta questo istinto, cerca semplicemente di soddisfarlo. In un animale non c’è possibilità di scelta. Per questo non possiamo imputare nessuna colpa all’animale. Un cane non può essere giudicato moralmente per il suo comportamento sessuale.

L’impulso sessuale lascia l’ultima parola alla libertà

Gli esseri umani non hanno un istinto sessuale come gli animali. Va inteso in modo diverso. Nell’uomo il desiderio non ha mai l’ultima parola, ce l’ha la libertà. Non importa quanto sia forte il desiderio, gli esseri umani possono sempre scegliere. Puoi scegliere di soddisfare il desiderio oppure no; e, se decidi di soddisfarlo, puoi scegliere come farlo. Pertanto, a differenza degli animali, gli esseri umani possono essere giudicati moralmente, civilmente e penalmente. Una persona che abusa sessualmente di un’altra non può giustificarsi affermando semplicemente che non è stata in grado di trattenersi. Non è ammissibile. Perché la persona può sempre scegliere. Ed è per questo che nell’essere umano non è opportuno parlare di istinto, ma piuttosto di impulso sessuale. A differenza dell’istinto, l’impulso lascia l’ultima parola alla libertà. Ma torniamo a noi sposi.

Il desiderio sessuale è sempre positivo. Ed è positivo non solo perché facilita la continuità della specie umana attraverso la riproduzione. Come è per gli animali. Per noi uomini c’è molto di più. Il desiderio ci spinge ad entrare in relazione. Ci aiuta ad uscire dalla solitudine esistenziale per sentirci parte di un noi, di una comunione d’amore. Costituisce un impulso all’amore. Infatti, l’impulso sessuale è ordinato proprio affinché l’amore di coppia possa crescere e rafforzarsi. Parliamo qui di amore inteso non come sentimento, ma come decisione di cercare il bene dell’altro. E sarà proprio l’ordinamento di questo impulso all’amore che ci aiterà ad opporci all’impulso di trattare l’altro come un oggetto. Questo permetterà di valutare come buono o cattivo l’uso che se ne fa liberamente.

Nelle sue catechesi sulla Teologia del Corpo, san Giovanni Paolo II esprime perfettamente la necessità di sottomettere l’impulso sessuale alla nostra coscienza. Egli sottolinea l’importanza di questa sottomissione. Per trasformare un impulso in amore. Il papa dice: Nell’ambito erotico, l’”eros” (impulso) e l’”ethos” (realizzazione della verità antropologica) non divergono tra di loro. Non si contrappongono a vicenda. Sono chiamati ad incontrarsi nel cuore umano. In questo incontro, sono chiamati a fruttificare. Ben degno del “cuore” umano è che la forma di ciò che è “erotico” sia contemporaneamente forma dell’ethos. Questa forma è anche di ciò che è “etico”.

Il card. Raniero Cantalamessa esprime questo concetto in modo ancora più conprensibile affermando che: L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Cari genitori, Gesù unge la prole … la prole ungerà voi

Con questo articolo entriamo nella sequenza liturgica del post-lavacro (clicca per leggere i precedenti articoli).

Dopo la triplice infusione dell’acqua, e la partecipazione del battezzando alla Morte e Risurrezione del Signore Gesù, il sacerdote pronuncia la seguente orazione e subito dopo, in silenzio, unge la fronte del battezzato: «Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendovi al suo popolo; egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna».

Con questa preghiera il sacerdote comunica al battezzato che il Padre lo consacrerà per sempre. Con l’unzione che avverrà immediatamente dopo e lo consacrerà come parte del corpo mistico di Cristo. Un giorno di sabato, Gesù stesso, nella sinagoga di Nazaret, disse a tutti che anche lui aveva ricevuto l’unzione nel suo battesimo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca 4, 18-19). Gesù si presenta al popolo come l’Unto che desidera salvare l’umanità e coinvolgere ogni persona nella relazione filiale.

«E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma. Come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2, 27).

A questo punto della liturgia battesimale la chiesa domestica, che aveva presentato il bambino per il battesimo, riceverà in dono da Cristo stesso non solo più un bambino. Riceverà un profeta, un sacerdote e un re. Le cui mani, la cui bocca, i cui piedi … saranno diventati di Cristo per poter “ungere” dello Spirito di Dio ogni realtà e persona che incontrerà sul suo cammino.

Egli sarà sacerdote per donarsi insieme a Gesù nell’opera di trasformazione della realtà del mondo e consegnarla al Padre. Egli sarà re per servire il prossimo amandolo nell’amore di Cristo. Egli sarà profeta per comunicare la Parola di Gesù come lampada per i passi nel cammino della vita.

Com’è bello sapere che nelle nostre chiese domestiche ci sia questo tesoro di grazia! Ogni membro è sacerdote, re, profeta! Sant’Agostino quando smise di resistere a Dio comprese di averlo cercato fuori, avventandosi sulle sue creature, da quel momento invece riconobbe di averlo incontrato dentro di sé. «Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te» (Le Confessioni, X, 26-27).

Medesima cosa sento di poter dire per la famiglia. In questo tempo è alla ricerca dell’Amore autentico. L’amore non deve più essere liquido, vulnerabile e passeggero. Volgiamo lo sguardo innanzitutto nei tesori battesimali della nostra famiglia. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).

Gesù sta bussando non solo nella realtà extra-familiare ma proprio nelle relazioni intra-familiari. Liberiamolo per farlo uscire! Ascoltiamolo per dargli retta! Ogni parola e gesto sacerdotale, profetico e regale, di un membro della nostra famiglia, sarà il buon profumo di Cristo (cfr 2Corinzi 2, 15). Dio per spandere il profumo della sua presenza ci chiede di profumare con la nostra persona. «Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole». (Raul Follereau oppure Anonimo del XIV sec.).

Don Antonio Marotta

Incantevole tra le donne. Interferenze Sociali nell’Amore: Amici e Famiglia

Ci siamo lasciati una settimana fa con una descrizione bellissima e totalizzante dell’amore della Sulamita per il suo Salomone. Clicca qui per leggere le puntate precedenti. Ora la parola passa al coro.

Il coro

Se non lo sai, o incantevole tra le donne,

segui le orme del gregge

e conduci le tue caprette a pascolare

presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai, o incantevole tra le donne.

Risponde il coro. Mi soffermo subito sull’aggettivo incantevole. La traduzione CEI riporta bellissima, don Carlo Rocchetta lo traduce con incantevole. Un aggettivo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona.

Perché chi ama in modo autentico è una persona bella. È bella perché esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità.

Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. È l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

Segui le orme del gregge e conduci le tue caprette a pascolare presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico, il coro ha un ruolo importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che stanno vicino alla coppia del Cantico.

Salomone e la Sulamita non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere coscienza di ciò che sono. Inoltre, aiuta a capire che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così.

Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano reciproco interesse, siamo come tentati di favorire quell’incontro. Vogliamo favorire quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche, la società non è nemica della coppia. Al contrario, desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che sembrano poter generare.

Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi. Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli per gelosia. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa