Cosa ha Mai il Tuo Diletto più di Ogni Altro Amato

Perchè lui è diverso da tutti gli altri? In questo capitolo affrontiamo l’unicità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Che cosa ha mai il tuo diletto più di ogni altro amato, o incantevole tra le donne? Che cosa ha mai tuo diletto più di ogni altro amato, perché tu ci scongiuri con tanta insistenza?

La notte è passata. Non che siano finiti i problemi, le fatiche, le incomprensioni. Ma la Sulamita ora ha uno sguardo nuovo. Come accade dopo ogni notte dell’anima, la luce torna piano, e ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è cambiato. La sposa del Cantico non è più la stessa: si è rivestita di un nuovo mantello, non quello che le avevano strappato le guardie nella notte, ma un mantello fatto di comprensione, di libertà, di amore maturo.

Il coro, intorno a lei, è spiazzato. «Ma che ci trovi in lui?» sembrano dire. Non è mica perfetto. Se n’è andato. Ti ha lasciata sola nella notte. Non ti ha capita. Eppure lei insiste: è lui il mio diletto. Non uno come tanti. Non uno qualsiasi.

In questo passaggio si gioca uno dei punti più alti della spiritualità dell’amore umano: l’unicità dell’altro. In una cultura dove tutto è sostituibile, anche le persone, la Sulamita ci dice che no, l’amore vero rende l’altro unico. Irripetibile. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che ho deciso di fermare il mio sguardo. “Tutto di lui è amabile”, dirà poco dopo. Anche le sue fragilità, anche i suoi silenzi.

Lo psicologo Viktor Frankl diceva che l’amore è l’unico modo per cogliere in modo pieno l’essere più profondo dell’altro. Solo l’amore ci fa superare l’apparenza. Ed è quello che la Sulamita ha fatto: ha attraversato la notte, si è persa, ha cercato, è stata ferita. Ma ha scelto. Ha scelto di restare fedele all’immagine più vera del suo amato. Non a quella offuscata dalla delusione o dalla distanza.

Quante volte nel matrimonio arrivano domande simili. Ma chi te lo fa fare? Perché continui a credere in lui o in lei? Perché resti, se potresti rifarti una vita? Ed è proprio lì che si gioca la qualità del nostro amore. Quando smette di essere amore-contratto e diventa amore-alleanza. Quando non è più amore che cerca una gratificazione, ma amore che ha preso la forma della fedeltà.

Don Luigi Maria Epicoco in una sua catechesi lo dice così: «Non c’è amore vero se non c’è una croce nel mezzo». Non per esaltare il dolore, ma per dire che solo un amore che attraversa anche l’incomprensione, la noia, la fragilità, può fiorire davvero. La Sulamita non idealizza più il suo sposo: lo ama così com’è. Anzi, lo trova ancora più bello dopo la notte.

Mi ha colpito una frase di una catechesi: «La fede nuziale è un segno di clausura. Una coppia sposata è chiusa insieme». Come se il matrimonio fosse un monastero a due. Non una prigione, ma un luogo dove si entra e si resta, anche quando il vento soffia forte fuori. E dentro, ci si plasma. Ci si lima. Ci si ama davvero.

Quando smettiamo di pensare che il nostro partner debba rispondere a tutti i nostri bisogni, iniziamo ad amarlo davvero. Perché lo scegliamo. Perché vediamo in lui o in lei un dono. E perché sappiamo che anche attraverso quella sua fatica, quella sua parte che non ci piace, noi stiamo crescendo.

In Analisi Transazionale si direbbe che l’amore vero nasce dall’adulto interiore: non è una reazione automatica del bambino che ha paura di restare solo, né il giudizio rigido del genitore che ama solo se l’altro si comporta bene. È una scelta consapevole. Responsabile. Libera.

Ecco perché la Sulamita lascia a bocca aperta il coro. Perché in un mondo di amori usa e getta, lei resta. Lei ama. Lei testimonia che l’amore, quello vero, quello che ti cambia la vita, è fatto di perseveranza, di memoria, di fiducia oltre le prove.

Nel volto imperfetto del suo amato, lei vede qualcosa che gli altri non vedono. Vede l’uomo della promessa. L’uomo che, pur con le sue fughe, è stato scelto. L’uomo che può ancora rinascere nell’incontro con lei.

E allora l’amore umano torna ad essere quello che Dio ha pensato: un’avventura grande, fragile e bellissima, dove ci si prende per mano non perché tutto va bene, ma perché ci si riconosce dono. E ci si sceglie ogni giorno, anche nella notte.

Antonio e Luisa

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Amare con il Corpo: la Vocazione Visibile dell’Invisibile

Viviamo in un tempo in cui il corpo sembra avere significati ambivalenti: viene idolatrato o bistrattato, ostentato o nascosto, quasi mai ascoltato. Eppure, proprio il corpo veicola una delle domande più vere dell’esistenza: “Per chi sono io?”. È un interrogativo inevitabile, che nasce dall’esperienza stessa di essere persone umane: bio-psico-sociali e aperte alla trascendenza.

Sin dal libro della Genesi vediamo come l’uomo – Adamo – prende coscienza della propria identità grazie al suo corpo: scopre di appartenere al creato, ma anche di essere diverso dagli animalia. Scrive san Giovanni Paolo II: «l’uomo creato si trova, fin dal primo momento della sua esistenza, di fronte a Dio quasi alla ricerca […] della propria identità» (UDC 5,5). Solo quando il Creatore gli presenta Eva il suo stupore rivela che ha trovato il senso del proprio essere: «Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (Gen 2,23). Attraverso il corpo che li avvicina e li distingue i due si ri-conoscono: se la dualità è un punto di partenza, l’unità è il punto di arrivo.

Proprio a partire dall’uomo delle origini e da lì leggendo la realtà dell’uomo storico, il tesoro inestimabile della Teologia del corpo ci aiuta a comprendere il significato altissimo della corporeità. Proprio nella differenza sessuale ci si rivela il carattere sponsale del corpo e quindi l’ermeneutica del dono: l’uomo e la donna, nel loro essere compiuti e al contempo complementari, testimoniano che la pienezza dell’esistenza si raggiunge nella relazione. Questa dinamica, che trova una prima espressione nell’eros, trova il suo compimento quando si apre all’agape: se infatti quello muove i corpi a cercarsi quale forza che fa tendere l’uno verso l’altra, questo garantisce l’incontro.

L’amore oblativo trasforma il desiderio in dono e fa sì che la persona non resti confinata al piano dell’emozione e dell’istinto, ma si apra a una progettualità che diviene pienezza. Scrive il Papa della famiglia: «L’amore […] sprigiona una particolare esperienza del bello, che si accentra su ciò che è visibile, ma coinvolge contemporaneamente la persona intera» (UDC 108,6). Amare con il corpo significa, allora, vivere la propria corporeità come via per entrare in comunione con l’altro: è nella tenerezza, nella cura, nel cadenzare quotidiano di gesti di attenzione e servizio che il corpo diventa sacramento, luogo di rivelazione di Dio.

Per vivere questa promessa di compimento è però condizione necessaria avere nel cuore e nella mente il vero volto di Dio. Troppo spesso ci sono state veicolate immagini sbagliate e distorte, lontane dalla Rivelazione che il Figlio ci ha fatto del Padre. Pensiamo al Dio giudice, che osserva con severità le nostre colpe e punisce l’errore, generando paura e vergogna; al Dio contabile, che misura i nostri meriti e assegna premi o castighi, facendo dell’amore una prova da superare; al Dio efficiente, che esige perfezione e risultati, trasformando il nostro desiderio di essere amati in ansia da prestazione. C’è anche il Dio intellettuale, figlio di dimostrazioni e schemi, che esclude la dimensione affettiva, o il Dio magico, buono solo quando le cose vanno bene, ma pronto a essere rinnegato nei momenti difficili.

Queste immagini deformano non solo la nostra dimensione spirituale, ma anche quella sociale. Se il nostro volto di Dio è sospettoso, esigente o lontano, anche il nostro modo di amare sarà segnato dal controllo, dal timore o dal disincanto. Al contrario, il Dio rivelato da Gesù Cristo è un Dio vicino, che per primo ha scelto il corpo come modalità di relazione; è il Dio creatore e misericordioso, che ci ha voluti con amore eterno, che ci cerca instancabilmente, che ci guarda con tenerezza.

In questa prospettiva, l’intimità coniugale può diventare “un luogo sacramentale”, un’esperienza in cui Dio si rende presente come protagonista, insieme alla coppia. Non si tratta di atti meramente fisici, ma di un incontro che può sanare, rinnovare promesse e rafforzare legami. Lungi dall’essere un’idea romantica o un sotterfugio per legalizzare disordini e vizi, amare con il corpo è l’unico modo per essere persone sane e felici. Si tratta di scegliere ogni giorno di essere per l’altro: di non usare ma accogliere, di non consumare ma custodire. Facciamo esperienza di un cammino esigente, fatto di ascolto, di pazienza, di perdono, di continuo lavoro su se stessi, che conduce alla gioia piena. È la via ordinaria della santità, quella che passa per i gesti più semplici e autentici dell’amore umano.

In un tempo che tende a svuotare il corpo del suo significato, l’esperienza dell’amore vissuto nella carne ci restituisce una profezia di speranza. Ogni corpo, con la sua storia e le sue ferite, resta portatore di una bellezza inviolabile, di una verità che nessuna cultura dello scarto potrà mai cancellare. Amare con il corpo, allora, non è solo possibile: è urgente. È l’atto più umano e più divino che possiamo compiere.

Giovanna Valsecchi

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Salvare lui o salvare me? Il bivio della moglie ferita

Vi racconto una consulenza telefonica che ho offerto a una moglie che si trova in un momento di forte sconforto e di grande dolore. Credo sia importante raccontarla, preservando l’anonimato dei protagonisti, perchè ciò di cui parleremo è più comune di quanto si possa pensare. Forse con altre modalità ma con le stesse identiche spinte psicologiche.

Le mie conclusioni sono solo una ipotesi ponderata da quanto ho ascoltato. Ma credo possano fornire una chiave interessante sulla quale tutti possono riflettere. Su come le nostre ferite e il copione infantile possano influenzare le relazioni adulte. Lui ha deciso di sposarsi dopo un fidanzamento molto lungo, ma non per una vera convinzione, bensì perché lei è rimasta incinta. E ora, dopo tanti anni di matrimonio, tradisce ripetutamente sua moglie. Non con una sola donna, ma con tante: escort, prostitute, relazioni occasionali. Si può definire un’abitudine compulsiva, un meccanismo che non riesce (o non vuole) fermare.

Lei invece è lì. Ferma. In attesa. Svuotata. Umanamente distrutta da anni di distacco, freddezza, abbandono. Nessuna intimità. Nessun dialogo. Solo qualche gesto, a volte, quando lui torna a cercarla per avere un rapporto sessuale — poche volte all’anno. Cerca un senso e l’amore nella relazione e nella cura della figlia. Ha smesso di sentirsi moglie per essere soltanto mamma. Non c’è violenza fisica, ma una solitudine che grida vendetta al cielo. Lei per tanti anni non ha voluto vedere. Poi è scoppiata e non è riuscita più a far finta di niente. Eppure lui non se ne va. Resta lì, quasi come a rivendicare un ruolo che non vuole esercitare veramente: quello del marito.

Una storia come tante, ma unica nel dolore

Questa consulenza nasce da un grido, quello della moglie. Una donna credente, fedele, che non riesce a comprendere come sia possibile che un uomo prometta amore eterno e poi lo tradisca in modo così sistematico. Ma dietro ogni tradimento si nasconde una storia, e dietro ogni storia, un copione.

Il copione di vita e la spinta: “Sii forte”

Secondo l’Analisi Transazionale, ognuno di noi sviluppa da piccolo un copione di vita, cioè una storia che inconsciamente scriviamo su noi stessi e sul mondo, spesso per sopravvivere alle ferite dell’infanzia. In questo caso, l’uomo in questione ha vissuto un’infanzia con un padre che si comportava allo stesso modo: assente, infedele, anaffettivo. Quel modello paterno non solo ha generato sofferenza, ma ha anche trasmesso una spinta psicologica, quella del “Sii forte”.

La spinta “sii forte” impone di non mostrare emozioni, di non avere bisogno di nessuno, di non chiedere aiuto. Chi la riceve da piccolo, interiorizza l’idea che il valore della propria persona si misura nella capacità di resistere da solo, senza appoggiarsi a nessuno. Mostrare fragilità significherebbe, dunque, non valere abbastanza.

Ma il bambino interiore non sparisce. Resta lì, nascosto, e quando non trova spazi sani per esprimersi, esplode in comportamenti disordinati: come la compulsione sessuale, la trasgressione, la doppia vita. Il tradimento diventa allora un grido: “Amami! Guarda che io esisto!”.

Il corpo usato per colmare un vuoto

Il problema, però, è che quel bambino non vuole sesso: vuole essere visto, accolto, amato per come è. Eppure l’adulto ferito che porta dentro questa parte rifiutata cerca disperatamente conferme attraverso il corpo delle altre, consumando rapporti impersonali come anestetici contro il vuoto. Ma l’effetto svanisce subito. E allora si riparte, sempre più lontani dalla verità e dalla relazione autentica. È la dipendenza affettiva a freddo, quella in cui l’altro è solo uno strumento per calmare un dolore profondo, senza mai incontrarsi davvero.

Cosa può fare la moglie?

A questa donna non ho potuto consigliare solo pazienza e preghiera. Non perché non siano importanti, ma perché l’amore cristiano non è passivo. L’amore, quando è vero, cerca la verità, anche a costo di passare dalla croce.

Le ho proposto di interrompere il circolo vizioso dell’accomodamento. Di uscire dalla dinamica dove lei aspetta che lui cambi, mentre lui sa che può continuare a comportarsi così, perché tanto lei non lo lascerà mai. Non si tratta di abbandonare, ma di dare un segnale forte: “Io ci sono, ma non così. Non a queste condizioni. Non posso essere complice del tuo disordine e della tua fuga dalla tua parte più vera.”

La proposta concreta è stata questa: una terapia personale per entrambi, ancor prima che di coppia, dove lui possa iniziare a dare voce a quel bambino che non ha mai potuto dire: “Ho bisogno”, “Mi sento solo”, “Mi sento inadeguato”. E ne ha bisogno anche lei. Perché alla fine, non si tratta solo di salvare un matrimonio. Si tratta di salvare lei, farle comprendere che è un’anima amata, una figlia preziosa, una donna degna di essere vista, rispettata e amata — sul serio.

Ma — e questo è fondamentale — se lui rifiuta questo cammino, lei deve iniziare a pensare a una separazione, almeno temporanea. Non per vendetta, ma per amore. Per amore di sé stessa, della verità, della propria dignità. E forse anche per dare uno shock a lui, che ha anestetizzato la coscienza.

Non si salva chi non vuole essere salvato

Nel Vangelo, Gesù non forza mai nessuno. Chiede: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). L’amore rispetta la libertà. Ecco perché la moglie non può rimanere eternamente nell’attesa che l’altro si converta. Anche Dio, quando il popolo di Israele gli è infedele, si ritira. Non per orgoglio, ma per rispetto della libertà dell’altro. Lasciando la porta aperta. Anche questo è essere fedeli. Lei non cerca un altro uomo, continuerà ad amare e ad essere fedele a suo marito.

Come dice Papa Francesco in Amoris Laetitia (§137): “L’amore si nutre di libertà. Non può esistere una forma di amore imposta. Occorre che ognuno sia libero di decidere di amare, anche a costo di pagare un prezzo.”

Riscoprire la propria vocazione all’amore

A questa donna ho detto che il suo valore non dipende dalla fedeltà del marito. Che lei non è “meno moglie” perché lui ha tradito, anzi. Lei è ancora oggi una testimone del Vangelo dell’amore. Ma deve anche capire che la carità verso sé stessi è parte della carità cristiana. Ha diritto a essere rispettata, ad amare senza umiliarsi, a scegliere una strada che le consenta di non smettere di amare, ma di farlo in verità.

Spesso pensiamo che l’amore vero debba sopportare tutto. Ed è vero, ma questo non significa accettare tutto. Significa trovare la strada che sia la più vera per amare. Stare con un marito così senza chiedere nessun cambiamento, non significa amare il marito ma significa avere un comportamento evitante. Sono forse io il custode di mio fratello?

A questa donna ho consigliato di proporre un cammino, ma anche di prendere una decisione, se necessario. Perché a volte, solo toccando il fondo, l’altro può decidere di risalire.

E allora sì, forse nascerà davvero qualcosa di nuovo. Non più sulle ceneri del dolore, ma sulla verità della propria fragilità finalmente accolta.

Antonio e Luisa

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Amore Familiare e Vocazione: Storie di Santi

La storia di molti santi e pastori della Chiesa ci insegna che la famiglia è la culla delle vocazioni. L’amore fedele tra madre e padre – vissuto nella quotidianità, spesso in mezzo a difficoltà e prove – può lasciare un’impronta decisiva nel cuore dei figli. Crescere avvolti da questo amore e da una fede vissuta in casa prepara a riconoscere e accogliere la chiamata di Dio. In questo articolo percorriamo le vicende familiari di alcuni santi e papi, scoprendo attraverso aneddoti e testimonianze come l’esempio dei genitori abbia orientato il loro cammino verso il sacerdozio o la vita consacrata.

San Giovanni Paolo II: il “seminario domestico” di papà

Karol Wojtyła perse la madre all’età di 9 anni e poi anche il fratello maggiore; rimase così solo col padre, un ex militare dal cuore profondamente religioso. La casa era modesta e segnata dal lutto, ma piena di fede. Karol ricordava di vedere suo padre pregare ogni giorno: “Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in ginocchio, così come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa parrocchiale”. Quell’uomo vedovo non parlò mai esplicitamente al figlio di diventare sacerdote, eppure con la sola testimonianza formò in lui il germe della vocazione. “Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta di seminario domestico” – scrisse Giovanni Paolo II riferendosi al padre. In quel clima di preghiera familiare, silenzioso ma costante, maturò la chiamata che avrebbe portato Karol prima al sacerdozio e poi al soglio pontificio.

Santa Teresa di Lisieux: una famiglia come terra fertile

Nel caso di Santa Teresa di Gesù Bambino, la vocazione religiosa fu coltivata all’ombra di una famiglia straordinariamente santa. I suoi genitori, Louis Martin e Zélie Guérin, erano una coppia di sposi animati da profonda fede: primi coniugi canonizzati insieme nella storia, proclamati santi da Papa Francesco nel 2015. Le loro giornate erano scandite dalla preghiera, dal lavoro onesto e dalla carità, con il riposo della domenica sempre rispettato, e vissero molte prove affidandosi con fiducia alla Provvidenza. Zélie, prima di conoscer Louis, aveva persino chiesto al Signore di avere molti figli “e che essi vi siano tutti consacrati”. Dio prese sul serio quel desiderio: dei nove figli dei coniugi Martin, cinque sopravvissero all’infanzia e tutti e cinque abbracciarono la vita consacrata.

Teresa crebbe respirando fin da piccola questo clima di amore e fede. Rimase orfana di madre a soli 4 anni, ma trovò nel papà un esempio di tenerezza e devozione incrollabile. Più tardi, già carmelitana, riconobbe apertamente quanto doveva ai suoi genitori: «Il Buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra». Nell’autobiografia Storia di un’anima, Teresina lascia trasparire la gratitudine per l’educazione ricevuta in casa: ogni sera la famiglia pregava insieme, e l’amore tra i genitori – fondato sul Vangelo – infondeva nelle figlie la gioia di appartenere a Dio. Non sorprende che in tale terreno fertile sbocciassero vocazioni: l’esempio di papà e mamma fu per Teresa e le sorelle un richiamo vivente alla santità.

San Giovanni Bosco: la fede trasmessa nel dolore

L’infanzia di San Giovanni Bosco fu segnata dalla povertà e dalla perdita prematura del padre. Aveva soltanto due anni quando papà Francesco morì improvvisamente di polmonite, dopo aver raccomandato alla moglie Margherita di “aver fiducia in Dio” fino all’ultimo respiro. Mamma Margherita, rimasta vedova a 29 anni, si trovò a crescere da sola tre figli in tempi durissimi di carestia. Nonostante le lacrime e le fatiche, questa madre coraggiosa non perse mai la fede: insegnò ai bambini a pregare, a confidare nella Provvidenza e a vedere nei piccoli eventi quotidiani i segni dell’amore di Dio. Fu lei la prima catechista di Giovanni, trasmettendogli con semplicità di cuore i valori cristiani.

Quando Giovanni manifestò il desiderio di farsi prete, Margherita lo sostenne con saggezza. Anni dopo, nel giorno della sua prima Messa, gli parlò con il cuore di madre e di sposa fedele a Dio: «Ricordati che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a soffrire… Tu, da qui innanzi, pensa solamente alla salvezza delle anime e non prenderti nessun pensiero di me». In queste parole – quasi un testamento spirituale – c’è tutto l’amore di una genitrice che offre il figlio a Dio senza riserve, accettando di buon grado di “perderlo” perché altri abbiano vita. Mamma Margherita in effetti lasciò la sua casa e seguì don Bosco a Torino per aiutarlo nella missione con i ragazzi poveri, diventando per tutti “Mamma Margherita”. Con sacrificio estremo, arrivò perfino a vendere le amate memorie del suo matrimonio – i ricordi di una vita di sposa – per sostenere le opere del figlio sacerdote. L’esempio luminoso di questa madre e l’eco dell’amore coniugale dei suoi genitori (custodito nel ricordo) alimentarono in Giovanni Bosco uno zelo apostolico straordinario, facendone il santo educatore che il mondo conosce.

Papa Francesco: la fede appresa in famiglia

Anche nella vita di Jorge Mario Bergoglio – oggi Papa Francesco – l’ambiente familiare ebbe un ruolo chiave nel far germogliare la vocazione. Nato in Argentina da genitori di origini piemontesi, crebbe in una famiglia semplice, ricca di affetto e devozione popolare. In particolare fu fondamentale la presenza della nonna paterna, Rosa, con cui il piccolo Jorge trascorreva molto tempo. “Ho ricevuto il primo annuncio cristiano da una donna: mia nonna! È bellissimo questo: il primo annuncio in casa, con la famiglia!” ha ricordato Papa Francesco, testimonianza di come la trasmissione della fede inizi proprio tra le pareti domestiche. Rosa insegnò al nipotino le prime preghiere, gli parlava di Gesù e delle storie dei santi, accendendo in lui l’amore per Dio.

L’esempio dei nonni e dei genitori forgiò nel giovane Bergoglio un cuore sensibile ai bisognosi e attento alla voce del Signore. Da ragazzo serviva Messa con suo padre nelle domeniche mattina, respirando quel clima di fede semplice e solida tipico di tante famiglie immigrate. Da Papa ha spesso sottolineato l’importanza di questo patrimonio ricevuto: “I nonni sono il legame tra le generazioni, trasmettono l’esperienza della vita e della fede ai giovani”. Senza il fondamento di amore e preghiera vissuto in casa, probabilmente Jorge non avrebbe riconosciuto la chiamata al sacerdozio che sentì a 17 anni, un mattino di primavera entrando in chiesa per confessarsi. Anche molti anni dopo, Francesco conserva nel breviario un biglietto che gli scrisse nonna Rosa, a ricordargli che la fede appresa in famiglia è un tesoro prezioso nelle difficoltà della vita. La sua storia conferma che quando in casa regnano amore, preghiera e buon esempio, il terreno del cuore rimane aperto al progetto di Dio.

Altri esempi di vocazioni nate in famiglia

Gli episodi potrebbero continuare, perché davvero dietro a tanti santi c’è la luce di genitori santi o perlomeno virtuosi. Il Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, diceva che la preghiera e la virtù nei figli “dopo Dio, è opera di mia madre”, convinto che i bambini imitino spontaneamente ciò che vedono fare ai genitori. Un’altra scena toccante è tramandata della vita di Giuseppe Sarto, divenuto poi Papa Pio X: quando fu ordinato vescovo, mostrò con orgoglio alla madre l’anello pastorale appena ricevuto. Mamma Margherita gli fece allora vedere la propria fede nuziale al dito ed esclamò: «È molto bello il tuo anello, Giuseppe; ma tu non l’avresti se io non avessi questo». Quasi a dire: se tu sei diventato sacerdote e vescovo, è perché prima tuo padre ed io ci siamo amati cristianamente come sposi. Questo semplice gesto riassume una verità profonda: il sì che un uomo e una donna pronunciano davanti a Dio nel matrimonio genera una corrente di grazia che può portare frutto anche nelle vocazioni dei figli.

Lo sottolineava, in un suo ricordo, anche San Paolo VI. Da anziano, riflettendo sui doni ricevuti dai genitori, egli disse: «All’amore di mio padre e di mia madre, alla loro unione, devo il mio amore di Dio e del prossimo». Ecco il punto centrale: quando marito e moglie si amano davvero, con amore paziente, fedele, aperto alla vita e radicato in Cristo, trasmettono ai figli molto più che valori morali. Trasmettono una fede viva, un orientamento del cuore verso il bene. Non c’è meraviglia quindi che tanti figli cresciuti in queste famiglie sentano fiorire dentro di sé il desiderio di seguire il Signore più da vicino.

In conclusione, le vicende di Giovanni Paolo II, Teresa di Lisieux, Giovanni Bosco, Papa Francesco e altri mostrano come la santità domestica dei genitori sia spesso la chiave nascosta delle vocazioni. Non significa che Dio chiami alla vita consacrata solo chi ha alle spalle famiglie esemplari – lo Spirito soffia dove vuole – ma certamente un clima familiare di amore autentico e fede praticata dispone il terreno in modo speciale. La famiglia, chiesa domestica, è il luogo in cui s’impara ad amare e a scoprire di essere amati da Dio. Lì può germogliare la risposta generosa alla voce di Cristo. Ogni mamma e ogni papà, vivendo con fedeltà il proprio matrimonio, anche tra le lacrime e le prove, scrive nel cuore dei figli un Vangelo vivente che potrà fiorire un giorno in vocazione sacerdotale o religiosa, a gloria di Dio e a servizio degli uomini.

Antonio e Luisa

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Spogliati per Amare Davvero: la Notte del Mantello

Siamo ancora immersi nella notte dell’anima. La relazione tra gli sposi, un tempo radiosa e vibrante, ora sembra persa tra ombre e silenzi. La vicinanza profonda dei corpi, l’intesa degli sguardi e la gioia dei primi abbracci sembrano appartenere a un altro tempo. È naturale che ciò avvenga: il matrimonio, come ogni vera storia d’amore, non cresce soltanto nei giorni di sole, ma soprattutto nelle notti oscure. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La separazione, il sentirsi distanti, fa parte della vita di ogni coppia. Non è un incidente: è una tappa. Accade: l’altro non risponde più ai nostri richiami interiori. Diventa estraneo. Il suo silenzio brucia, la sua freddezza ci punge. E allora sorgono domande dolorose:
È davvero la persona giusta?
Perché è così chiuso, così lontano?
Perché non riesce più a vedermi, a capirmi?

In quei momenti, le nostre certezze diventano come “le guardie della città”: difese interne, costruite per proteggere l’immagine ideale che ci eravamo fatti del nostro sposo o della nostra sposa. Guardie che, invece di custodire, finiscono per ferire. Ci colpiscono. Ci spogliano. Ci strappano il mantello.

Il significato del mantello nelle relazioni

Il mantello, in una lettura spirituale e psicologica, rappresenta tutte quelle cure, attenzioni e sicurezze di cui ci avvolgiamo inconsapevolmente nel matrimonio. È il bisogno naturale di sentirsi amati, accolti, protetti. È la veste che riveste il nostro bisogno primario di essere visti e riconosciuti.

Quando le guardie ci strappano il mantello, quando l’altro non risponde più come vorremmo, viviamo una nudità interiore. Ci sentiamo esposti, vulnerabili, nudi non solo davanti al coniuge, ma anche davanti a noi stessi. È una notte, sì, ma anche un’opportunità: la possibilità di imparare ad amare senza appoggiarci più ai sostegni infantili che ci aspettavamo dall’altro. È la chiamata a rivestirci di un altro mantello: il mantello di Cristo.

San Paolo dice: “Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo nuovo mantello non è tessuto con le attese che abbiamo sul coniuge, ma con il dono gratuito di sé. Non amiamo più solo perché l’altro corrisponde, ma perché scegliamo di amare. Non amiamo più per ricevere, ma per donare.

Il matrimonio non è un mercato di affetti, è una scuola di gratuità. E in questa notte dell’anima, in questo essere percossi e spogliati, ci viene offerta la possibilità più alta dell’amore: amare come Cristo, senza condizioni.

Testimonianza di una notte vissuta

Anche nella nostra storia, Luisa ed io abbiamo attraversato una notte simile. L’inizio era stato luminoso: matrimonio da favola, primi figli arrivati come benedizioni immediate. Tutto sembrava perfetto. Ma forse, inconsciamente, correvamo troppo. La realtà, quella più profonda, bussava alla porta. Ero entrato, improvvisamente, in una crisi che non sapevo nemmeno spiegare. Come lo sposo del Cantico, me ne ero andato. Non fisicamente, ma con il cuore e con la mente. Mi sentivo soffocato, inadeguato, schiacciato dalle responsabilità. Mi allontanavo, cercando rifugio nel lavoro, nello sport, altrove.

Luisa, come la Sulamita, si trovò sola. Ferita. Spogliata del mantello delle sue certezze. Il marito su cui pensava di poter contare era diventato freddo, sfuggente. Ma non mollò. Con la forza dolce di chi ama davvero, mi continuava a trattare come il marito migliore del mondo. Non perché io lo fossi in quel momento, ma perché aveva scelto di amarmi così. Nonostante tutto. Era come se, spogliata della sicurezza del suo primo mantello, avesse deciso di cucirne uno nuovo: non fatto di aspettative, ma di misericordia.

E quella misericordia, giorno dopo giorno, ha compiuto un miracolo. Non c’è nulla di più forte al mondo che essere amati quando non lo meritiamo. Non c’è nulla che converta più profondamente del sentirsi accolti nella propria miseria. Alla fine, quella notte ci ha rigenerati. Alla fine, quel mantello strappato ci ha resi nudi davanti a noi stessi e davanti a Dio. E Dio ci ha rivestiti. Non più delle nostre illusioni, ma del Suo Amore.

Il dolore come fecondità

L’episodio delle “guardie che tolgono il mantello” nel Cantico non è semplicemente un momento di dolore: è una gestazione. Nella simbologia biblica, il mantello rappresenta anche l’identità, la dignità, il ruolo. Quando viene tolto, non perdiamo solo protezione, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi. Quella notte non è sterile: è gravida di una nuova possibilità.

Nella logica dell’amore cristiano, la perdita, il fallimento apparente, la spogliazione sono vie attraverso cui si genera una nuova fecondità. Non la fecondità biologica, ma quella più profonda: la fecondità dell’amore che salva, che redime, che rinnova.

Malati d’amore

Alla fine, cosa resta? La Sulamita lo grida: “Scongiuro, figlie di Gerusalemme: se trovate il mio diletto, ditegli che sono malata d’amore!”
Non è un lamento. È un inno. Essere malati d’amore significa essere conquistati da un amore che non possiamo più possedere, ma solo desiderare. Essere malati d’amore è vivere nell’inquietudine benedetta di chi ha scoperto che l’altro non è un oggetto da trattenere, ma un mistero da accogliere. Solo chi ha attraversato la notte del mantello può amare davvero. Solo chi ha imparato a restare nudo può essere rivestito della veste più bella. La veste del vero amore.

Antonio e Luisa

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Una Sola Carne non Significa Diventare una Sola Persona

Stabilire dei limiti all’interno della relazione di coppia può suonare, a un primo ascolto, come un gesto freddo, distante, quasi egoista. In un tempo in cui l’amore viene spesso concepito come fusione totale, l’idea di porre dei “confini” rischia di sembrare un atto contrario alla comunione. Eppure, proprio alla luce del Vangelo e della sapienza della Chiesa, scopriamo che i limiti — se vissuti nella carità — non sono muri che dividono, ma ponti che custodiscono. E nell’ottica della psicologia, possiamo dire che aiutano a rimanere adulti, liberi e responsabili nella relazione, evitando giochi psicologici che feriscono e logorano la coppia.

Custodire l’alleanza, non l’illusione della fusione

Nel sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna diventano “una sola carne” (Genesi 2,24), ma non una sola persona. L’unione sponsale non abolisce l’identità, la arricchisce. San Giovanni Paolo II, nella sua Mulieris dignitatem, sottolineava come la reciprocità tra uomo e donna non si basi sull’annullamento, ma sul dono libero e consapevole di sé. Questo significa che per potersi donare autenticamente, è necessario sapere dove finisce il proprio io e dove comincia l’altro. La maturità di una coppia si misura nella capacità di onorare le differenze, di custodire l’individualità senza viverla come minaccia.

L’Analisi Transazionale ci offre un linguaggio prezioso per comprendere tutto ciò. Quando una relazione è carente di confini chiari, si attivano spesso dinamiche in cui un partner assume un ruolo genitoriale (“Ti dico io cosa è giusto per te”) e l’altro quello del bambino (“Mi annullo pur di essere accettato”). Ma l’amore maturo vive nella modalità “Adulto-Adulto”, dove ciascuno riconosce sé stesso, l’altro e la relazione come realtà distinte e preziose, da custodire con responsabilità.

I confini non sono muri, ma accordi

Mettere dei limiti non vuol dire chiudersi, ma esplicitare i bisogni in modo adulto. Significa dire: “Questo è ciò che per me è importante, e desidero che tu lo conosca, perché voglio costruire con te qualcosa di bello e stabile.” È un gesto di verità e di amore. Quando due persone si accordano su ciò che è accettabile e su ciò che può ferirle, stanno gettando le fondamenta per una relazione serena, onesta e rispettosa.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ci ricorda che “l’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano” (AL 224), ma questo tempo non può essere invadente, totalizzante, privo di ascolto dei ritmi e dei bisogni dell’altro. I confini sono come le cornici che esaltano un dipinto: senza di esse, l’opera si perde. Con essi, viene protetta e valorizzata.

Rispetto e libertà: due nomi della carità

Una relazione senza rispetto è una relazione che prima o poi diventerà un campo di battaglia. E il rispetto si esercita anche — e forse soprattutto — nei piccoli dettagli: non leggere messaggi privati se non autorizzati, non pretendere l’adesione automatica a ogni scelta, non imporsi nelle emozioni dell’altro, non esigere spiegazioni dove non c’è trasparenza ma controllo.

Quando due persone si amano cristianamente, si rispettano perché vedono nell’altro un figlio di Dio, una persona libera, un mistero sacro. I limiti, in questo senso, sono come delle soglie: ricordano che l’altro è “altro”, e che la relazione non è possesso, ma alleanza.

Dal punto di vista psicologico, il rispetto dei confini aiuta a prevenire giochi distruttivi, come il vittimismo (“con tutto quello che faccio per te…”) o il salvataggio (“so io cosa è meglio per te”). I giochi nascono quando si smette di comunicare in modo chiaro, e si cerca di ottenere attenzione, affetto o potere in modo indiretto. La comunicazione adulta, invece, parte dalla consapevolezza di sé e si esprime in modo diretto, sereno, assertivo.

Intimità e privacy: non tutto va condiviso

Un altro aspetto spesso frainteso riguarda la privacy nella coppia. C’è una sottile, ma fondamentale, distinzione tra il non avere segreti e il pretendere di condividere tutto. Anche in una relazione molto unita, restano spazi personali: il diario interiore, il tempo per sé, alcune amicizie, alcuni oggetti o luoghi simbolici. San Tommaso d’Aquino ci ricorda che l’amore si nutre anche della distanza giusta, quella che permette alla libertà di respirare. Nessuno può amare davvero se si sente soffocato. Un amore che invade, che sorveglia, che pretende l’accesso a ogni angolo della vita dell’altro, è un amore fragile e possessivo. L’amore vero si fida. E, proprio perché si fida, non ha bisogno di controllare.

Quando mancano i limiti

Una relazione priva di confini è una relazione esposta a ogni vento. Quando non ci sono accordi chiari, l’equilibrio si rompe facilmente. L’uno può sentirsi invaso, l’altro trascurato. Si creano aspettative non dette, si accumulano rancori silenziosi. E spesso si cade nella dipendenza emotiva: si ama l’altro non per quello che è, ma per il bisogno che abbiamo di lui. In Analisi Transazionale, questo è il terreno fertile dei giochi e delle simbiosi: nessuno è davvero libero, perché ciascuno si appoggia sull’altro per definire sé stesso.

Ma il matrimonio cristiano è una chiamata alla libertà, non alla fusione. È il luogo in cui due persone imparano ad amare come Cristo ha amato: donandosi senza annullarsi, servendo senza perdere sé stessi, perdonando senza giustificare l’ingiustizia.

In definitiva, stabilire dei limiti nella coppia non è una forma di difesa, ma un atto d’amore consapevole. È dire all’altro: “Ti rispetto così tanto che non voglio invaderti, né essere invaso. Voglio camminare con te, fianco a fianco, liberi e responsabili, adulti nella fede e nell’amore.” Così si custodisce la bellezza dell’alleanza, e si diventa davvero segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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La Crisi Come Opportunità: Quando l’Amore Passa per la Croce

Siamo Katia e Marco, sposati da 25 anni e genitori di tre figli. La nostra storia, come quella di tante famiglie, è stata segnata da momenti di gioia, ma dopo 15 anni di matrimonio, una profonda crisi ha minato le basi della nostra unione.

Per molto tempo mi sono sentito smarrito, incapace di capire cosa stesse succedendo. La comunicazione con Katia era sparita, la distanza tra noi cresceva ogni giorno. Mi rifugiavo fuori casa, tra amici e attività, convinto che quello fosse il mio spazio di libertà. Ma dentro di me c’era solo confusione. Non riuscivo più a vedere mia moglie, la donna che avevo scelto, come alleata della mia felicità e la società in cui viviamo ci dice spesso che se qualcosa non funziona, possiamo buttarla via. Ci viene mostrato un modello di matrimonio “facile”, dove se non si è più felici, si può cambiare strada.

Divorzio, nuove relazioni, nuove emozioni. È questo il messaggio che arriva dalla televisione, dai social, dalla cultura popolare: “se soffri, guarda altrove, non devi sopportare”. E anche io, in quella confusione, ho pensato che forse era normale, che forse andava bene così, ma il vuoto che sentivo non si riempiva. E quando tutto sembrava davvero finito, in quel buio, Dio ha acceso una luce in me, in noi, attraverso il programma Retrouvaille, un percorso che ci ha insegnato a riscoprire il dialogo, a perdonarci e ad accettarci nelle nostre fragilità, In quel percorso ho riscoperto, tra alti e bassi, mia moglie. Abbiamo intrapreso un cammino che ci ha aiutati a rivederci con occhi nuovi, a riscoprire il valore del perdono, della fiducia, della tenerezza. Abbiamo capito che la crisi, se accolta con coraggio e fede, può diventare un’opportunità, da non vivere come una sconfitta, ma una tappa faticosa e necessaria per crescere nell’amore. Abbiamo imparato che l’amore vero passa anche per la croce. Non si costruisce solo nella felicità, ma soprattutto nelle prove, quando si sceglie ogni giorno di restare, di non mollare, di ricominciare.

Il perdono non è un sentimento: è una decisione concreta, spesso difficile, ma sempre liberante. È una scelta che guarisce e trasforma. Retrouvaille non è stata una scorciatoia, ma un cammino faticoso, sincero, profondo. Ora so che ogni crisi, anche la più buia, può essere un’opportunità di risurrezione, quando è vissuta nella luce della fede e con il coraggio del cuore, può diventare il luogo dove l’amore si purifica e si rafforza. Oggi ci capita di camminare insieme a coppie che attraversano la tempesta, perché sappiamo cosa significa cadere, toccare il fondo, sentire il peso della croce nel proprio matrimonio. Ma sappiamo anche che è possibile rialzarsi insieme, se ci si affida, se si sceglie di restare. Noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle: la croce che ci sembrava un fallimento si è rivelata una porta stretta, ma aperta alla grazia.“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Quella che era una ferita, oggi è diventata per noi una feritoia, ed è proprio da lì che entra la luce. È in quella crepa che Dio ha fatto fiorire una speranza nuova.

Katia e Marco (Retrouvaille Italia)

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Liberarsi dalle Catene Interiori

Altre persone hanno già scritto della scuola nuziale e del weekend conclusivo che si è svolto a Loreto il 3-4 maggio. Devo ammettere che è stato un fine settimana molto bello, perché ho rivisto tanti amici, ho conosciuto fisicamente persone con cui avevo collaborato solo on line e mi ha fatto anche tanto piacere ritrovare alcune famiglie con i figli che già frequentavo da anni tramite la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga. Erano presenti più di 100 bambini/ragazzi e c’è stato un gruppo di animatori che ne ha gestito circa 80 da due anni e mezzo in su: la maggior parte di loro erano papà e mamme con figli (comprese le mie figlie) che fanno parte della Fraternità Sposi per Sempre.

Domenica mattina abbiamo proposto un laboratorio sull’indissolubilità e sulla missione degli sposi. Diverse coppie hanno partecipato, e insieme abbiamo condiviso frammenti delle nostre vite e spunti di riflessione. Esperienze come questa lasciano sempre qualcosa da portare a casa. Personalmente, ciò che più mi ha colpito è stata la gioia di tante famiglie che hanno riscoperto quanto sia fondamentale continuare a camminare e non restare fermi. È vero, le difficoltà non mancano: ci sono momenti bui, cadute, scoraggiamenti. Eppure, la bellezza di essere cristiani — e in particolare di vivere il Sacramento delle Nozze — è proprio questa: poter sempre ripartire. Non importa quante volte si cada; ogni volta possiamo rinascere dall’alto, ripartire, ricominciare, con quella forza che non viene solo da noi, ma dalla grazia di Dio.

Permettetemi una citazione colta, quella del maestro Oogway in Kung Fu Panda: “ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente!

Ecco, spesso ci concentriamo sul passato e pensiamo che nulla potrà cambiare, perché è successo questo o quest’altro, e così guardiamo al futuro condizionati dalla situazione in cui ci troviamo. Poche volte, invece, ci focalizziamo sul presente. Oggi voglio essere felice, oggi voglio fare la mia parte, oggi voglio provare ad amare senza guardare a ciò che è stato ieri. Oggi voglio migliorare, leggere, approfondire.

Vi è mai capitato di osservare un elefante da circo, nella sua dimora, con una zampa legata a un piccolo ceppo di ferro o di legno? È sorprendente pensare che un animale così imponente e potente non riesca a liberarsi da un vincolo tanto fragile. Eppure resta lì, immobile, prigioniero di qualcosa che, in realtà, non potrebbe mai davvero trattenerlo.

Non è perché sia ammaestrato — altrimenti non ci sarebbe bisogno di incatenarlo — ma perché, da cucciolo, ha provato e riprovato a spezzare quella corda, fallendo ogni volta, troppo piccolo e debole per riuscirci. Così, ora che è cresciuto e avrebbe tutta la forza per liberarsi con facilità, non tenta nemmeno. Crede ancora di non potercela fare. È prigioniero non della catena, ma dell’esperienza dei suoi fallimenti, che lo ha convinto che sia inutile anche solo provarci.

Anche noi, a volte, somigliamo a quell’elefante: viviamo convinti di non poter fare un sacco di cose, perché in passato ci siamo trovati incatenati a piccoli paletti, e allora non siamo riusciti a liberarci. Oggi, anche se siamo più forti, più preparati, più maturi — e sostenuti dalla Grazia del Sacramento del matrimonio — continuiamo a credere che certe cose siano fuori dalla nostra portata. E così, senza nemmeno tentare, limitiamo la nostra libertà, scolpendo nella mente l’idea che non possiamo, e che mai potremo farcela.

È vero, non possiamo fare tutto. Ma possiamo fare molto più di quanto crediamo, e dobbiamo avere il coraggio di crederci, oggi. A volte, i limiti che ci autoimponiamo diventano una comoda scusa per tirarci indietro di fronte alle sfide: “Non posso”, “Non sono capace”, “Non riesco”, “Non ho la forza.” Eppure, almeno provaci! Solo provando potrai scoprire che forse sei cresciuto, che forse quella catena che ieri ti tratteneva oggi non ha più il potere di fermarti. E che la libertà, quella vera, è più vicina di quanto immagini.

Anch’io, per molto tempo, credevo che non avrei potuto vivere senza una donna accanto. Mi sembrava impossibile, sotto tanti punti di vista. Eppure, sono andato oltre. Con l’aiuto e la forza della Grazia, ho spezzato tante catene. Non penso più al futuro, alla vecchiaia: mi concentro sul dono di questa giornata. In fondo, il “sì” che abbiamo pronunciato il giorno del matrimonio non è un evento passato, ma una scelta da rinnovare ogni giorno. L’indissolubilità e la fedeltà non sono una singola promessa, ma un’infinità di piccoli “sì” quotidiani, detti con cuore libero e fiducioso.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Famiglia, sesso e amore nel pensiero di Papa Leone XIV

Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, è il 267° pontefice della Chiesa Cattolica, eletto nel maggio 2025 dopo il lungo pontificato di Francesco. Di seguito esaminiamo nel dettaglio il suo pensiero riguardo alla famiglia, al sesso e all’amore, con riferimenti a fonti ufficiali della Chiesa, testate giornalistiche e sue dichiarazioni pubbliche.

La visione di Leone XIV sulla Famiglia

Sin da prima della sua elezione a Papa, Robert Prevost ha espresso posizioni chiare sul valore della famiglia tradizionale. In un discorso del 2012 rivolto a confratelli vescovi, criticò apertamente la diffusione di modelli familiari alternativi considerati in contrasto con il Vangelo. In quell’occasione lamentò il fatto che i media occidentali promuovessero “stili di vita omosessuali e modelli di famiglia alternativi, comprese le coppie dello stesso sesso e i loro figli adottivi”. Tale affermazione lascia intendere che Prevost difende una concezione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, in linea con la dottrina cattolica tradizionale.

Allo stesso tempo, il suo approccio pastorale verso le famiglie non è privo di apertura. Da vescovo e cardinale, Prevost ha sostenuto l’integrazione nella vita sacramentale dei fedeli in situazioni familiari difficili. Ad esempio, si è detto favorevole – seguendo il percorso tracciato da Amoris Laetitia di Papa Francesco – a consentire ai cattolici divorziati e risposati civilmente di accostarsi alla Comunione, dopo adeguato discernimento. Questa posizione indica una sensibilità pastorale nel cercare di tenere unite le famiglie e accompagnarle anche quando hanno vissuto fallimenti matrimoniali, piuttosto che escluderle definitivamente dai sacramenti.

Pur non avallando il matrimonio tra persone dello stesso sesso, da cardinale Prevost ha appoggiato – sia pure con cautela – la recente dichiarazione vaticana “Fiducia supplicans”, approvata da Papa Francesco, che apre alla possibilità di benedizioni per coppie omosessuali credenti. Questo supporto moderato lascia intendere la volontà di riconoscere elementi positivi anche nelle unioni non tradizionali, offrendo preghiera e benedizione senza equipararle al matrimonio sacramentale. Si tratta di un approccio in linea con l’accento sulla pastorale dell’accompagnamento: la Chiesa, secondo Prevost, deve poter benedire chi chiede aiuto a Dio, pur ribadendo l’insegnamento tradizionale sul matrimonio.

Le posizioni di Leone XIV su Sesso e morale sessuale

Sul piano della morale sessuale e delle questioni legate al sesso, Papa Leone XIV mostra orientamenti in gran parte allineati alla dottrina cattolica tradizionale, pur con qualche apertura pastorale recente. L’omosessualità è un tema su cui Prevost in passato si è espresso in termini critici: nel discorso del 2012 già citato, parlò di “stile di vita omosessuale” come esempio di pratica “in contrasto con il Vangelo”. Questa formulazione, pur riflettendo la posizione dottrinale classica che considera gli atti omosessuali peccaminosi, va letta nel contesto di un vescovo preoccupato per l’influenza culturale occidentale su valori considerati non negoziabili. D’altra parte, il fatto che egli abbia successivamente sostenuto (seppur indirettamente) le benedizioni per coppie dello stesso sesso indica un tentativo di distinguere il giudizio morale sull’atto dall’accoglienza delle persone: un equilibrio tra fermezza dottrinale e pastoralità misericordiosa.

Leone XIV si è anche pronunciato sul tema dell’identità di genere e della cosiddetta ideologia gender. Durante il suo episcopato in Perù, Prevost si è opposto all’introduzione di programmi educativi scolastici ispirati alla teoria del gender. In un’intervista locale dichiarò in modo esplicito: «La promozione dell’ideologia di genere crea confusione, perché tenta di creare generi che in realtà non esistono». Parole che confermano una visione antropologica autentica: per Prevost il genere coincide col sesso biologico e non va scisso da esso tramite costruzioni ideologiche. Questo lo allinea alla ferma critica che anche il magistero di Papa Francesco ha rivolto più volte alla “colonizzazione ideologica” in tema di gender.

Per quanto riguarda il ruolo della donna nella Chiesa – tematica connessa all’orizzonte della morale sessuale e delle strutture familiari – Prevost adotta una linea prudente e conservatrice. Intervenendo al Sinodo dei Vescovi nel 2023, da Prefetto del Dicastero per i Vescovi affermò che “estendere il sacerdozio alle donne non risolve necessariamente un problema, ma potrebbe crearne uno nuovo”, sottolineando al contempo che le donne possono già dare “un grande contributo su diversi livelli alla vita della Chiesa”. Questa posizione indica che Papa Leone XIV esclude l’ordinazione sacerdotale femminile, ritenendo semmai valorizzabili altri ruoli per le donne, in piena continuità con l’insegnamento vigente (confermato da tutti i Papi recenti da Paolo VI in poi).

Sui temi della vita e della sessualità in senso stretto – come aborto, contraccezione e bioetica – Prevost si colloca senza sorpresa nell’alveo della dottrina cattolica più rigorosa. Da vescovo e cardinale ha sostenuto inequivocabilmente il diritto alla vita fin dal concepimento e si è opposto alla legalizzazione dell’aborto, considerandolo in linea di principio una forma di omicidio e ribadendo che la vita va difesa dal grembo materno. Questa sua fedeltà all’insegnamento pro-life della Chiesa lo pone in contrasto con le opinioni prevalenti in alcuni paesi occidentali: è stato notato, ad esempio, che il neo-Papa dissente dalla maggioranza dei cattolici statunitensi sull’aborto e la contraccezione (9 cattolici USA su 10 hanno vedute più permissive).

Ciò non sorprende, dato che Prevost ha finora sempre sostenuto la linea morale tradizionale anche in materia di sessualità responsabile: aperto alla vita, contrario all’aborto e critico verso pratiche come la fecondazione artificiale non in linea con la visione cattolica della procreazione.

In sintesi, riguardo alle questioni di sesso e morale sessuale, Papa Leone XIV mantiene una posizione di fondo aderente alla dottrina: difesa della castità prematrimoniale, del matrimonio indissolubile eterosessuale, apertura alla vita e rifiuto dell’aborto. Tuttavia, il suo stile pastorale suggerisce una volontà di accompagnare e non di condannare senza appello. Lo si vede nell’attenzione a non escludere dal cammino di fede i conviventi more uxorio o i fedeli omosessuali, pur senza approvarne la scelta di vita; così come nella ricerca di percorsi di riconciliazione per i divorziati risposati. Leone XIV appare insomma intenzionato a coniugare verità e carità: da un lato ribadire con franchezza i valori cristiani in tema di sessualità, dall’altro prendersi cura pastoralmente delle persone concrete, con le loro fragilità e ferite.

Conclusione

In conclusione, Papa Leone XIV (Robert Prevost) porta nel suo magistero un ricco bagaglio di esperienze e una visione sfaccettata su famiglia, sesso e amore. Dai suoi pronunciamenti emerge un pontefice che riafferma i principi tradizionali – la centralità della famiglia fondata sul matrimonio, l’etica sessuale cattolica, la sacralità della vita e l’immutabilità di certi insegnamenti – ma che al contempo prosegue sulla strada pastorale tracciata dal suo predecessore, promuovendo inclusione, dialogo e misericordia. Le fonti ufficiali e giornalistiche concordano nel dipingerlo come un mediatore tra istanze progressiste e istanze conservative: capace di benedire coppie fuori dagli schemi tradizionali senza stravolgere la dottrina sul matrimonio, di tendere la mano ai “feriti della vita” (divorziati risposati, persone LGBT, ragazze madri) senza però rinunciare a proclamare la verità evangelica sulla famiglia e la sessualità.

La sfida del suo pontificato sarà proprio questa: tradurre il suo pensiero in azioni e riforme che coniughino fedeltà alla tradizione e slancio di rinnovamento pastorale. Se le premesse dei suoi discorsi iniziali verranno confermate, Papa Leone XIV guiderà la Chiesa con un tono fermo nei valori ma dolce nei modi, parlando al mondo contemporaneo di famiglia, sesso e amore con il linguaggio della verità che si fa carità. Come ha detto egli stesso citando Cristo Risorto: “La pace sia con voi” – una pace che nasce dall’amore e dalla giustizia, e che la Chiesa di Leone XIV cercherà di testimoniare in ogni ambito della vita sociale e spirituale.

Antonio e Luisa

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L’Amore Mio se n’era Andato

Ricordate dove ci siamo lasciati due settimane fa? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). È notte fonda. La Sposa del Cantico dorme, ma il suo cuore veglia inquieto. All’improvviso un bussare alla porta la desta: è l’Amato che chiama con tenerezza – “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba…” (Ct 5,2). E lei? Oggi affrontiamo la risposta della Sulamita. Il cuore di lei sobbalza nel riconoscere la voce amata. Eppure la Sposa esita dietro la porta chiusa, impreparata e timorosa. Si attarda un istante di troppo prima di aprire, forse per pigrizia o insicurezza.

Mi sono alzata per aprire al mio dôdì e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto al mio dôdì, ma l’amore mio se n’era andato, era scomparso. L’anima mia è venuta meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.

Quell’attimo è fatale. Dopo alcuni momenti di silenzio, l’Amato si allontana col cuore ferito. Quando finalmente lei si decide ad aprire, trova solo buio e silenzio: “Ho aperto all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso” (Ct 5,6). L’aria è intrisa del suo profumo, ma lui non c’è più. Questo è il dramma di un’occasione perduta. È un’esperienza che tante coppie conoscono: uno dei due “bussa” al cuore dell’altro – cercando affetto, dialogo, vicinanza – ma l’altro esita e rimane chiuso in se stesso. Bastano pochi istanti di indecisione e l’intimità si infrange: chi si è sentito rifiutato si ritrae, lasciando dietro di sé solo il rimpianto. Quante volte, per orgoglio o paura, non rispondiamo in tempo a chi amiamo, ritrovandoci poi con il rimorso di averlo lasciato andare?

Alzarsi, aprire, profumare: i simboli dell’amore

Il brano offre alcuni simboli evocativi che illuminano il significato profondo di questa dinamica amorosa:

  • “Mi sono alzata” – La Sposa finalmente si alza per aprire (Ct 5,5). Questo verbo indica uno scatto di volontà: il superamento della comodità e dell’orgoglio per andare incontro all’altro. Nell’amore di coppia, ogni “alzarsi” rappresenta la scelta di amare attivamente, di mettersi in gioco. Solo così l’incontro può avvenire – restare fermi significa tenere chiusa la porta.
  • Il chiavistello – La porta ha un chiavistello da sbloccare, simbolo delle barriere del cuore. Ognuno di noi ha “serrature” interiori: difese, paure, ferite passate che possono impedirci di aprirci completamente. L’Amato bussa e infila la mano nella fessura (Ct 5,4), ma sta alla Sposa aprire dall’interno. Allo stesso modo, nell’intimità nessuno può essere costretto ad aprirsi se non lo vuole: ci vuole fiducia e coraggio per togliere i propri lucchetti interiori e permettere all’altro di entrare.
  • La mirra“Le mie mani stillavano mirra” (Ct 5,5): aprendo, la Sposa si ritrova le dita bagnate di olio profumato. La mirra, essenza preziosa dal profumo intenso e dal gusto amaro, rappresenta l’impronta dell’amore. Anche se l’Amato è andato via, la sua fragranza persiste sulle mani di lei: ogni incontro autentico lascia un segno indelebile. Quella scia di profumo è dolce perché le ricorda la presenza amata, ma porta con sé anche l’amarezza del rimpianto per averla persa. L’amore vero impregna la vita come un aroma inconfondibile, e la sua assenza brucia come un profumo amaro.

Alla ricerca dell’Amato perduto

Di fronte all’assenza improvvisa, la Sposa non rimane ferma. “L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6). Con il cuore in gola, esce nella notte a cercare l’Amato perduto. È un gesto di coraggio e di umiltà al tempo stesso: riconosce il proprio errore e tenta di rimediare. Quante volte anche noi, quando ci rendiamo conto di aver deluso o allontanato chi amiamo, proviamo angoscia e ci mettiamo alla ricerca dell’altro per ricucire lo strappo! L’amore autentico possiede questa forza: spinge a rincorrersi a vicenda quando ci si è smarriti.

Certo, la fragilità umana fa sì che nelle relazioni ci siano inciampi, esitazioni e ferite reciproche. Ma la bellezza dell’amore sta anche nella capacità di rialzarsi e ritrovarsi. Nel Cantico, dopo la notte della separazione gli sposi si ricongiungono, e la Sposa proclama: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). Allo stesso modo, ogni coppia che attraversa un periodo di distanza può, nel perdono e nell’abbraccio, riscoprire una rinnovata profondità di comunione.

In filigrana si può leggere in questa pagina anche un’allusione all’Amore divino: l’Amato che bussa richiama il Cristo che sta alla porta del cuore (cfr. Apocalisse 3,20), e la Sposa l’anima chiamata ad aprirgli. Sono risonanze spirituali che arricchiscono il testo, ma al centro rimane un messaggio universale: l’amore richiede attenzione e coraggio. Attenzione per accogliere subito chi ci ama quando bussa, senza dare l’altro per scontato. Coraggio per vincere la tentazione di chiuderci in noi stessi e, se necessario, raggiungere chi si è allontanato per ricucire la relazione. Così, nel vissuto quotidiano dell’amore sponsale, l’eco del Cantico risuona ancora: non temere di aprire la porta all’Amato. Solo nell’incontro sincero le mani torneranno a stillare mirra e il cuore si riempirà di quella fragranza che dà senso e bellezza al cammino d’amore.

Antonio e Luisa

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La Sessualità è Energia di Comunione, non di Isolamento

La masturbazione nell’adulto: sollievo momentaneo o bisogno profondo di amore?

In un’epoca che celebra la libertà individuale e l’autonomia del corpo, la masturbazione è spesso presentata come un’attività neutra, persino salutare. Riduzione dello stress, miglioramento dell’umore, sollievo emotivo: sono solo alcuni dei benefici elencati. Ma davvero è solo questo? Una lettura più profonda, psicologicamente matura e spiritualmente lucida, ci invita a guardare oltre.

Utilizzando gli strumenti della psicologia e della teologia cristiana, possiamo scoprire che, soprattutto in età adulta, la masturbazione non è solo un gesto fisico, ma un sintomo: il grido inascoltato di una parte di noi che cerca amore.

Un bambino interiore che chiede amore

Come ho più volte scritto, secondo l’AT, la nostra personalità è strutturata in tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. La masturbazione, quando è vissuta come rifugio o consolazione – e in età adulta di solito avviene per questi motivi – è spesso un comportamento che nasce dal “Bambino interiore”, quella parte emotiva e fragile di noi che desidera tenerezza, accoglienza e contatto umano. Soprattutto se nell’infanzia sono mancati affetto, protezione o vicinanza, l’adulto può cercare forme di gratificazione solitaria che simulano quell’amore mai pienamente ricevuto. Il piacere fisico diventa così un surrogato, una risposta parziale a un bisogno più profondo. Il sollievo è reale ma effimero, e lascia dietro di sé un vuoto ancora più grande.

Il falso messaggio: “Mi basto da solo”

La cultura attuale ci spinge a credere che possiamo soddisfarci da soli, che l’autosufficienza sia maturità. Anche la sessualità viene privatizzata, gestita senza l’altro. Ma il corpo umano è stato creato per la relazione. La sessualità è energia di comunione, non di isolamento. La masturbazione abituale rompe l’orientamento relazionale del desiderio. Trasforma un linguaggio d’amore in un gesto autoreferenziale. Il messaggio interiore che si radica è sottile ma potente: “Non merito un amore vero. Mi accontento di un’illusione”.

Masturbazione: da “libertà” a sintomo di solitudine

Nel mondo contemporaneo, la masturbazione è ormai trattata con estrema leggerezza. Se ne parla liberamente, nei media, nei talk show, sui social, come fosse una cosa naturale, salutare, persino bella. Per le donne è stata assunta come segno di emancipazione. Si insegna ai giovani a viverla come strumento di benessere psicofisico e di conoscenza di sé. Ma questo sdoganamento, in realtà, non ci ha resi più felici. Al contrario, l’onnipresenza dell’autoerotismo come surrogato affettivo è il sintomo di una generazione sola, frammentata, profondamente ferita.

Dietro quella che viene chiamata “libertà” si nasconde spesso un grande dolore: l’incapacità di entrare in relazioni vere, la paura dell’intimità profonda, la difficoltà a farsi amare davvero. In questo senso, la masturbazione non è segno di maturità, ma manifestazione di un bisogno non guarito. E la cultura che la normalizza finisce per anestetizzare le coscienze, anziché guarire le ferite.

Quando anche lo sposo si masturba: il tradimento silenzioso della comunione

Un caso particolare e spesso sottovalutato riguarda alcuni uomini sposati che si masturbano pur avendo una vita sessuale attiva con la propria moglie. Apparentemente non c’è mancanza, eppure la scelta di “doppiare” l’intimità con una gratificazione solitaria rivela una dissociazione: una parte di sé cerca il piacere slegandolo dalla relazione.

Nell’ottica dell’AT, può trattarsi di un bisogno non elaborato del Bambino interiore che cerca conforto immediato, evitando la vulnerabilità e il dialogo che la sessualità coniugale comporta. È un gesto che comunica: “Non voglio dipendere, mi prendo ciò che mi serve”. Spiritualmente, è una forma silenziosa di autoesclusione dalla comunione. Anche se non è adulterio, spezza il significato profondo dell’unità coniugale: il corpo dell’altro non è più l’unico luogo della gioia e del dono.

Lo stigma che isola: un tabù nel mondo cattolico

Nel mondo cattolico, la masturbazione è ancora un tabù abbastanza forte, seppur influenzato dal pensiero comune. Se ne parla raramente, spesso solo in termini moralistici o come peccato da confessare, senza però offrire veri spazi di ascolto e discernimento. Questo silenzio genera vergogna, senso di colpa e isolamento. Anche tra sposi credenti e cristiani adulti, il disagio resta spesso nascosto. E ciò che è nascosto non può guarire. Occorre più misericordia e verità. Solo portando alla luce ciò che viviamo possiamo permettere a Dio di entrarci. Solo nella Chiesa che sa accogliere senza giudicare può nascere un cammino reale di conversione.

Il corpo non va giudicato, ma ascoltato

Non si tratta di colpevolizzare. La masturbazione è un grido del corpo. Va ascoltato: che cosa sto cercando davvero quando mi rifugio in questo gesto? Amore, riconoscimento, consolazione. Ma cercati nel luogo sbagliato, e in un modo che, alla lunga, ci isola di più. Per questo è importante la terapia. Non perchè chi pratica la masturbazione sia un pazzo dipendente dal sesso, ma perchè ha un cuore ferito che necessita di cure e di amore.

San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del corpo, insegna che il corpo è sacramento della persona e che la sessualità è chiamata a essere linguaggio del dono. La masturbazione è una simulazione di comunione che in realtà esclude l’altro. È una finzione che protegge, ma non guarisce.

Verso la guarigione

La via non è la repressione cieca, ma l’ascolto del bisogno che si esprime nel gesto. La castità, lungi dall’essere negazione, è uno spazio libero dove il cuore può guarire e il corpo può tornare ad amare. Ogni desiderio, anche quello sessuale, porta inscritto in sé il bisogno di Dio. La masturbazione, se usata come fuga, può essere il sintomo di un cuore inquieto, che cerca un amore più grande. Solo la verità, la misericordia e una relazione viva con Dio – senza dimenticare il supporto di un bravo terapeuta – possono riempire quel vuoto. Solo così il corpo, da rifugio chiuso, può tornare a essere ponte verso l’altro. E verso l’Altro con la “A” maiuscola, che solo può guarire ogni fame d’amore.

Antonio e Luisa

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L’Amore come un Tango: Riflessione Inedita di Papa Francesco

«Il ballerino e la ballerina si corteggiano, vivono la vicinanza e la distanza, la sensualità, l’attenzione, la disciplina e la dignità. Gioiscono dell’amore e intuiscono cosa possa significare donarsi completamente» — scrive Papa Francesco in un testo inedito, usando la danza (il tango) come immagine potente dell’amore coniugale. In una sola frase ci ricorda che l’amore vero non è statico, non è fissato nella perfezione iniziale di un’emozione, ma è dinamico, vivo, in movimento. È un’arte che si impara, si costruisce, si affina nel tempo. E come ogni danza bella, esige fatica, ascolto, coordinazione, sacrificio e passione.

Viviamo in un’epoca in cui il legame matrimoniale sembra fragile, quasi un’opzione tra le tante. «Quanti matrimoni oggi falliscono dopo tre, cinque, sette anni? Non sarebbe meglio, allora, evitare il dolore, toccarsi soltanto come in una danza passeggera, godersi a vicenda, giocare insieme, e poi lasciarsi?» Papa Francesco pone una domanda vera, che molti giovani si fanno, spesso in buona fede. Ma subito risponde con la chiarezza di un pastore che conosce il cuore umano: «Non credetelo!». Non credetelo, perché l’amore non è un gioco. È una chiamata profonda che interpella tutto l’essere. È un atto radicale di libertà e responsabilità.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, ci ha insegnato che dentro di noi convivono tre stati dell’Io: il Bambino (che sente, desidera, cerca gratificazioni), il Genitore (che giudica, norma, protegge) e l’Adulto (che osserva, valuta e decide). Il vero amore nasce dallo stato dell’Io Adulto, capace di integrare le emozioni del Bambino con la saggezza del Genitore. Molte relazioni falliscono perché restano a livello di bisogno o di idealizzazione, restano a livello di bambino o di genitore: bambini innamorati che cercano solo di essere consolati e di trovare piacere e gratificazione; oppure genitori rigidi che vogliono avere il controllo e manipolare.

Nel matrimonio maturo, invece, è l’Adulto a prevalere: quello che sceglie ogni giorno di amare, anche quando l’altro non corrisponde alle aspettative. «L’amore non è ciò che provi, ma ciò che scegli di fare per l’altro» dice la psicoterapeuta Sue Johnson, ideatrice dell’Emotionally Focused Therapy. Non si tratta di negare le emozioni, ma di non esserne schiavi.

Quando il matrimonio è fondato sull’Adulto, non si rincorre la felicità immediata, ma la pienezza costruita nel tempo. E proprio qui si inserisce l’intuizione di Papa Francesco: l’essere umano desidera essere accolto senza riserve. È il bisogno fondamentale di ogni cuore, quello che nella AT viene chiamata “carezza fondamentale”: sentirsi visti, riconosciuti, amati.

La Teologia del Corpo: il corpo come linguaggio del dono

Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha espresso con straordinaria profondità ciò che il Papa oggi ci ripete in modo pastorale e semplice: il corpo umano ha una grammatica inscritta nella sua struttura. Quando un uomo e una donna si donano l’uno all’altra nell’atto sessuale, non stanno solo vivendo un’esperienza biologica o affettiva, ma stanno pronunciando un linguaggio: “io ti dono tutto me stesso, per sempre”.

«Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile l’invisibile: lo spirituale e il divino» (Udienza del 20 febbraio 1980). Per questo Giovanni Paolo II parlava della sessualità come sacramento del dono. Ma perché questo linguaggio sia vero, occorre che l’unione sia segno di un’alleanza, non solo di un sentimento.

Il dramma di molte relazioni oggi è che il corpo “dice” qualcosa (totalità, esclusività, eternità), mentre la volontà “intende” altro (prova, possesso, temporaneità). Ne nasce una ferita profonda, perché la persona si sente usata, anche se con consenso.

Donarsi completamente è possibile

Don Luigi Maria Epicoco, nel commentare il Vangelo di Matteo, scrive: «L’amore vero è quello che sa attraversare la croce. Chi ama solo quando è facile, non ha ancora capito cos’è l’amore. Solo chi rimane, anche quando non sente più, sta amando davvero». Il matrimonio è questo rimanere. Non perché si è obbligati, ma perché si è liberi di restare.

Il matrimonio è quindi un percorso radicale: chiede tutto. Ma è proprio in questo “tutto” che si riceve la grazia di una pienezza che nessuna altra forma d’amore può offrire. È l’unico cammino umano in cui due persone imparano davvero a farsi dono, ogni giorno, anche attraverso i conflitti, le crisi, la noia e il silenzio.

Come dice la terapeuta Marina Valcarenghi: «Nel vero amore, l’altro non è mai solo uno specchio in cui mi compiaccio, ma una soglia attraverso cui posso diventare più me stesso. L’amore vero è sempre anche un’evoluzione personale».

La preparazione è essenziale

Papa Francesco conclude con un monito che risuona forte: «Per l’unione matrimoniale è necessaria una preparazione adeguata, perché tutta la vita si svolge nell’amore, e con l’amore non si scherza». Troppe volte ci si sposa senza strumenti, senza consapevolezza, senza formazione. Ma il matrimonio cristiano non è per eroi: è per uomini e donne fragili che si lasciano guidare dalla Grazia, accompagnare da una comunità, e sostenere da una decisione rinnovata ogni giorno. Anche per questo abbiamo pensato il percorso di Scuola nuziale che si è appena concluso.

Il matrimonio è una danza. Ma non una danza qualsiasi: è quella tra due persone che si sono scelte per tutta la vita, e che ogni giorno decidono di riaccordarsi alla musica dell’amore di Dio. Non è un sogno ingenuo, né un progetto ideale: è una via concreta e radicale verso la pienezza. E come ogni cammino profondo, non è privo di croce. Ma proprio lì, nella croce, si compie il miracolo della Pasqua: un amore che non finisce.

Antonio e Luisa

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Trasformare le Ferite in un Nuovo Inizio

Quello che leggerai in questo articolo non è frutto dello studio, ma frutto di un’esperienza forte che mi ha fatto toccare con mano che le cose che leggiamo nella Sacra Scrittura sono Parole di vita. Magari hai sperimentato o sperimenterai il tuo momento di fragilità, il momento in cui la vita ti travolge quando meno te lo aspetti e con la cosa che non avevi né programmato, né mai minimamente pensato. E quando succede ti accorgi di quanto era solido ciò che avevi costruito o pensato di aver costruito, ma soprattutto su “chi” avevi costruito o lo stavi costruendo.

Mi presento.

Sono fra Luca, ho 44 anni e sono frate minore Cappuccino dal 12 Settembre 2014. Due anni fa sono stato ordinato sacerdote : 23 Aprile 2023. La data la scrivo affinché quello che stai per leggere lo potrai capire alla luce della grazia di Dio.

L’evento che ha travolto la mia vita, ma non solo la mia, è stata la scoperta del tumore e poi la morte di mio padre. Dall’infanzia alla fase matura sono stati anni in cui ho sentito la mancanza di papà perché era sempre al lavoro e quando tornava voleva sentire il telegiornale, quindi non c’era spazio per la condivisione. La domenica poi andava a prendersi cura degli olivi. Questa sua assenza mi faceva sentire un vuoto enorme dentro, come se per me papà non avesse né spazio, né tempo. Solo dopo l’entrata in convento nel 2012 miracolosamente c’è stato non solo un riavvicinamento, ma lui era il primo che mi veniva ad abbracciarmi quando tornavo a casa: quell’abbraccio che attendevo da una vita finalmente era arrivato.

Ma nel Gennaio del 2022 ecco che tutto incominciò a prendere una piega strana. All’inizio mamma trova strana la tosse che in quel periodo aveva papà, tanto che contatta il dottore che però sminuisce il problema. Solo con insistenza ha potuto fare una RX. Da lì viene fuori una piccola macchia nei polmoni, ma il dottore ci rassicura del fatto che con una semplice operazione si sarebbe risolto il problema. Passa qualche settimana e facciamo fare a papà una risonanza e il risultato ha aperto letteralmente il terreno sotto i nostri piedi. I dottori ci dissero che purtroppo per mio padre non c’era più tempo: solo tre settimane… facendo il conto sarebbe dovuto morire per Pasqua!!!

In quel frangente c’era poco da tempo per pensare. Ci siamo affidati alla Misericordia di Dio, termine non a caso: anche questo lo capirai andando avanti nella lettura. Io stavo terminando l’ultimo anno della Facoltà Teologica e chiedo al Ministro Provinciale di avvicinarmi a casa per passare almeno il pomeriggio a casa con papà. Anche se avevo da studiare, il mio desiderio era di passare tutto il tempo possibile con lui.

Passano i giorni e papà ovviamente si fa sempre più debole e magro… Finisce la sabbia nella clessidra, ma papà non vuole lasciarci soli… Passata la Pasqua, ci prepariamo perché ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e quindi ogni gesto assume una lentezza, una cura unica.

Arriva la domenica della Divina Misericordia, il 24 Aprile 2022. Papà muore proprio in quel giorno. Il mio sguardo va ad un’icona regalata a mamma nel periodo dell’accoglienza (2012 – 2013) e che lei aveva messo proprio nella camera da letto : l’immagine della Divina Misericordia.

Nel frattempo decido di finire la Facoltà dando tutti gli esami e consegnando la tesi perché a settembre avrei iniziato la vita in un’altra fraternità. Finita la Facoltà vengo ordinato diacono nel Settembre del 2022. Passano un pò di mesi e vado a parlare con il Vescovo per fissare la data dell’ordinazione sacerdotale. Quando me la dice rimango pietrificato, non sapevo cosa dire… La data che mi propose era il 23 Aprile… quindi avrei celebrato la mia prima messa il 24 Aprile … ad un anno dalla morte di papà, io avrei celebrato la mia prima messa per cantare un canto di grazie al Padre … senza pensarci due volte accettai.

Che cosa ho imparato da questo evento?

  • Non importa cosa ti capita, ciò che conta è come lo affronti (cit. Francesco dei 5p2p);
  • Ogni ferita è la porta d’ingresso per Dio, per la Sua grazia, per la Sua Misericordia. Dio interviene, agisce nei momenti in cui non ce la fai, se Lo lasci entrare;
  • Ogni ferita è il luogo dove la Misericordia di Dio si rivela.

Che cosa ho vissuto dopo questo evento?

Una volta vissuta questa ferita con Dio è avvenuto un passaggio, una Pasqua: dal deserto, alla vita nuova. Il Signore mi ha fatto incontrare persone che hanno vissuto o che stavano vivendo la mia ferita, donandomi la forza e la capacità:

  • come fossi un novello Mosè, di accompagnare queste persone nel deserto che si vive durante un evento simile;
  • come fossi un novello Noè, di traghettare al porto sicuro queste persone nella tempesta delle emozioni e nella perdita di sogni, desideri.

Che cosa ti invito a vivere nelle tue ferite?

  • Fermati, ascoltati e dai un nome a quella ferita;
  • Apri il tuo cuore a Dio ed effondi su di Lui, come Maria di Betania con il vasetto di alabastro, ciò che ci sta dentro;
  • Lascia che Dio si prenda cura di te: lasciati guidare, accompagnare;
  • Chiedi preghiere per te ad una comunità, ad una fraternità;
  • Cerca momenti di preghiera per stare con Dio perché è Lui la vita, il futuro, la mèta
  • Apriti ai bisogni degli altri e noterai che non sei solo a vivere quella ferita.

Quindi :

  • se ti sembra di non trovare una via, ricordati che Dio apre il mare mentre cammini;
  • se la tempesta ti travolge, sappi che basta far salire Gesù sulla tua barca perché tutto si plachi;
  • se porti nel cuore una ferita, questa può diventare l’inizio di una vita nuova.

Fra Luca Bruno

Se vuoi, camminiamo insieme! Scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

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È solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Fabrizia, in occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, ha scritto su questo blog delle bellissime riflessioni che mi hanno dato tanti spunti. Oggi, quindi, voglio parlare del lavoro che mi sta più a cuore: non quello che faccio fuori casa, ma quello che faccio dentro di me. È un lavoro silenzioso, nascosto, faticoso, ma profondamente liberante. È il lavoro di accogliere il mio bambino interiore, imparare ad ascoltarlo e a volergli bene. Solo così ho potuto iniziare davvero ad abbracciare anche i miei figli.

L’Analisi Transazionale, che tanto mi sta aiutando nel cammino spirituale e umano, parla di tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Per anni ho agito da Genitore Normativo Negativo: severo, giudicante, impaziente. Perché mio padre era così con me. Vedevo solo ciò che non funzionava, ciò che andava corretto. Mi arrabbiavo facilmente, convinto che fosse il modo giusto per educare.

Ma dentro di me c’era un bambino ferito, che non chiedeva altro che essere ascoltato. C’era un bisogno antico di tenerezza, di approvazione, di sentirsi visto. E non potevo davvero essere padre finché non ho permesso a quel bambino di esistere, finché non ho smesso di vergognarmi delle mie fragilità.

Scrive Luigi Maria Epicoco: “San Giuseppe è il santo della tenerezza silenziosa. Non fa grandi discorsi, ma custodisce. E custodire vuol dire anche accettare le proprie ferite senza nasconderle, senza scappare.”

Ecco, in questo tempo ho imparato che per custodire i miei figli, dovevo prima custodire me stesso. Accogliere le mie emozioni, anche quelle scomode. Riconoscere le paure, il senso di inadeguatezza, la fatica di essere uomo. È un lavoro interiore che mi chiede tempo, coraggio e tanta grazia. Ma è anche il lavoro che dà più frutto. Un terapeuta di Analisi Transazionale, Muriel James, scriveva: “Il Bambino interiore è la parte più viva, creativa e vulnerabile di noi. Se non lo accogliamo, rischiamo di diventare adulti efficienti ma emotivamente vuoti.”

Ed è proprio accogliendo quel bambino in me che ho potuto cambiare come padre. Sto imparando a passare da un Genitore Normativo a un Genitore Empatico. A vedere non solo gli errori, ma anche le difficoltà e l’impegno dei miei figli. A dire loro grazie per quello che sono, a incoraggiarli invece di correggerli continuamente. E da lì… vedo che stanno cambiando le cose. Vedo nei loro occhi una fiducia nuova, una gioia che prima era soffocata. Vedo che la relazione si fa più vera, più libera, più reciproca.

E oggi, con commozione, voglio dire grazie ai miei figli. Grazie perché, senza saperlo, mi hanno aiutato a rimettermi in cammino. La relazione con loro, all’inizio, è stata difficile. Hanno mostrato disagio, ferite, silenzi che mi hanno interrogato nel profondo. Mi sono posto delle domande, domande vere, scomode. E proprio da quelle domande è nato il lavoro su me stesso. Non per cercare colpe da espiare, ma perché non volevo lasciare che il dolore diventasse destino.

Perché – e questo lo sento profondamente – non è importante avere rimorsi o rimpianti, ma riconoscere che c’è ancora tutto un futuro su cui lavorare. Un futuro da costruire insieme, giorno per giorno, con gesti nuovi, parole vere, e quella tenerezza che non è debolezza, ma forza redenta.

E qui, nel mio cammino da padre, riscopro la figura di Dio Padre. Non come un giudice severo, pronto a punire, ma come quel Padre tenero e accogliente che Gesù ci ha rivelato. Un Padre che ci viene incontro quando siamo ancora lontani, che ci rialza quando cadiamo, che ci guarda con amore anche quando sbagliamo.

“Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E in Gesù, uomo mite e forte, accolgo ogni giorno un riflesso di ciò che anch’io, nella mia piccolezza, posso diventare: un padre che ama senza condizioni, come San Giuseppe. Come Dio.

Il lavoro su di sé non si vede, non si misura, non si paga. Ma cambia tutto. Perché è solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Antonio e Luisa

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Via, verità e vita per gli sposi

Nel Vangelo di Giovanni di oggi, Gesù si presenta come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Questa auto-rivelazione di Cristo getta luce anche sulla vocazione degli sposi cristiani e sulla dimensione spirituale della loro intimità.

Cristo Via

Egli è la via ossia il cammino che i coniugi sono chiamati a percorrere insieme. Il matrimonio non è un percorso auto-referenziale, chiuso in due, ma un viaggio verso Dio, in cui marito e moglie si aiutano a vicenda a progredire nella fede e nell’amore. Gesù è la strada maestra sulla quale la coppia cammina, soprattutto nei momenti difficili: imitando il suo amore sacrificiale, gli sposi imparano a portare la croce l’uno dell’altro, a perdonarsi settanta volte sette, a servire con umiltà lavandosi i piedi. Nella vita quotidiana, “seguire Gesù via” significa mettere al centro i suoi insegnamenti – come il rispetto, la fedeltà, il “dare la vita” per l’altro – orientando così anche la vita sessuale secondo il disegno divino e non secondo le mode del mondo. In questo senso la via del matrimonio è un cammino di santificazione: la coppia, passo dopo passo, attraverso le gioie e le prove, si avvicina insieme a Dio.

Cristo Verità

Egli è la verità che illumina il senso del matrimonio e della sessualità. In un’epoca di confusione etica e relativismo, gli sposi cristiani trovano in Gesù la verità su cosa sia l’amore vero. Io sono la Verità – dice il Signore – e questa Verità rende liberi (cfr. Gv 8,32): liberi dalle menzogne che il mondo spesso racconta sul sesso (ridotto a gioco o consumo) e sul matrimonio (visto come contratto revocabile). Riferirsi a Cristo Verità significa per la coppia accogliere il progetto originario di Dio sull’amore umano: “maschio e femmina li creò” (Gen 1,27) per una comunione fedele e aperta alla vita.

Significa riconoscere che vi è una verità inscritta nella differenza sessuale e nella complementarità, che l’atto coniugale ha una verità intrinseca (unitiva-procreativa) da rispettare​. Gli sposi sono chiamati a vivere nella luce della verità di Cristo, cioè nell’autenticità, senza ipocrisie né doppiezze: verità reciproca (onestà, trasparenza, fiducia) e verità interiore (retta coscienza davanti a Dio). Applicato all’intimità, questo implica vivere la sessualità in modo autentico, come linguaggio di amore sincero e fedele, senza cadere in pratiche contrarie alla dignità dell’altro o alla natura dell’atto (come la contraccezione deliberata che chiude all’accoglienza della vita). La verità di Cristo insegna anche la dignità della persona: l’altro non è un oggetto per il mio piacere, ma un figlio di Dio affidato al mio amore. Così, i coniugi che si lasciano guidare da Gesù Verità costruiscono la loro intimità sulla roccia (cfr. Mt 7,24-25) dei valori evangelici, immuni ai venti delle false ideologie.

Cristo Vita

Egli è la vita, colui che porta la pienezza della vita divina. Un matrimonio cristiano autentico è radicalmente aperto alla vita, non solo perché genera figli, ma perché vive di quella vitalità spirituale che proviene da Cristo risorto.

Io sono la Vita – dice Gesù – e infatti insegna: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Questa abbondanza di vita si manifesta nella coppia in vari modi. Anzitutto con l’apertura alla trasmissione della vita: la fecondità fisica (e, quando non è possibile, quella spirituale e adottiva) è il segno evidente di un amore che trabocca e vuole condividere il dono ricevuto. Ogni nuova vita concepita è un miracolo che testimonia la presenza vivificante di Dio tra gli sposi.

Ma anche al di là dei figli, Cristo-Vita anima l’amore coniugale dall’interno: con la grazia del sacramento, Egli rende gli sposi capaci di amare oltre le proprie forze naturali, infondendo vitalità alle virtù (pazienza, mansuetudine, perdono, creatività…). Quando i coniugi pregano insieme, quando partecipano all’Eucaristia, attingono linfa da Cristo vite (cfr. Gv 15,5) e il “circolo” del loro amore si apre per accogliere la vita di Dio.

Questa vita divina li aiuta, ad esempio, a superare momenti di “morte” relazionale (crisi, aridità, noia) con rinnovata speranza; li guarisce da ferite interiori che impediscono l’intimità; li spinge ad uscire da sé per fare il bene (la carità verso altre famiglie, il servizio in parrocchia…). In sintesi, se Cristo è davvero al centro del matrimonio, la coppia sperimenta una fecondità a tutto tondo: “coopera con Dio non soltanto nel generare alla vita naturale, ma anche nel coltivare i germi della vita divina” nei cuori​.

Apertura alla vita, dunque, non significa solo apertura ai figli, ma anche apertura alla “vita eterna” già ora: gli sposi comunicano tra loro la vita di Cristo (santificante) attraverso l’amore reciproco, e insieme la trasmettono ai figli e alla comunità. In questo senso la coppia cristiana è chiamata a essere un segno pasquale nel mondo: con l’amore fecondo e gioioso testimonia che Cristo vive.

In definitiva, l’affermazione “Io sono la via, la verità e la vita” applicata al matrimonio richiama gli sposi a fondare la loro intimità in Cristo. Egli è la Via da seguire (il modello e la guida del loro amore), la Verità da accogliere (il criterio per discernere il bene autentico nella vita sessuale e familiare) e la Vita da condividere (la fonte di grazia che rende fecondo e santo il loro amore). Così, la comunione coniugale diventa un luogo teologico: una piccola strada verso Dio (via), uno spazio di manifestazione della verità su Dio-Amore (verità) e un focolare in cui arde la vita di Cristo (vita).

Antonio e Luisa

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La Separazione: Perdita di Legami Familiari e Amicali

Oggi voglio parlare di un aspetto della separazione che non ho mai trattato: quando ci si divide dal coniuge, non è l’unica separazione che avviene. Infatti, quando la coppia si frantuma, tipicamente avviene anche una frattura con parenti e amici.

In prima impressione può sembrare qualcosa di normale e di poco conto, rispetto all’importanza della moglie o del marito: in realtà, almeno personalmente, ma anche secondo tante altre persone con cui ho parlato, è stato qualcosa di molto doloroso e difficile da accettare.

Ad esempio, consideravo i mie suoceri come la mia famiglia, condividevo con loro molti pranzi della domenica e poiché erano anziani, li aiutavo nei lavori di campagna, come la vendemmia o la raccolta delle olive. Trovarsi all’improvviso a non poter più frequentarli e ridursi a qualche telefonata ogni tanto (poi eliminate anche quelle) è stato difficile da digerire: ho provato a cercare di andarli a trovare ogni tanto, ma mi è stato detto che era meglio non farlo più, vista la situazione.

Analogo discorso per tutti gli altri parenti da parte di mia moglie e gli amici in comune che ad un certo punto si sono schierati da una delle due parti, come se fosse una guerra. Addirittura qualcuno mi ha bloccato telefonate e messaggi, proprio per non ricevere nemmeno più gli auguri di Natale, Pasqua e compleanno. Questo ha influito anche sulla vita delle figlie, perché comunque si sono trovate a vivere questo cambiamento ed è stato detto loro anche di non farmi sapere ciò che non mi riguardava più.

Io ritengo che, al di là della parentela, se c’è una relazione di amicizia e affetto che dura da tempo, sia importante coltivarla, siamo tutti fratelli e sorelle sempre o solo quando ci fa comodo? Da una parte questo è stato anche un test anche per capire chi effettivamente mi voleva bene e chi no.

Quando vivevo ancora con mia moglie c’era una parente/amica con una figlia che aveva delle difficoltà in matematica e, sapendo che potevo aiutarla, mi ha chiesto se ero disponibile per farle delle ripetizioni: così per un certo periodo, quando uscivo la sera dal lavoro, la figlia veniva a casa mia e facevamo matematica, fino a quando è riuscita a recuperare le insufficienze.

Naturalmente io l’ho fatto per dare una mano e quando mi ha chiesto il conto, non ho voluto assolutamente niente, ero solo contento di essere stato utile in qualcosa e di aver fatto del bene a una ragazza.

Dopo poco che mia moglie mi aveva chiesto la separazione, ho trovato (casualmente) questa parente/amica a fare la spesa e ci siamo messi a parlare. Ho chiesto se avesse saputo di quello che stava succedendo e, dopo una sua risposta affermativa, le ho chiesto: ”Potresti farmi il favore di scambiare due parole con mia moglie, visto che hai ottimi rapporti col lei, per cercare di aiutarla?”. Lei: “Mi dispiace, ma io non voglio intromettermi nei vostri rapporti”. E io: “Capisco, grazie comunque”.

Ho ripensato tante volte a questo fatto e per me è stata come una pugnalata: ma come, quando hai avuto bisogno tu, io mi sono fatto in quattro per aiutarti, non ti ho preso un euro e ora che ti chiedo dieci minuti per parlare con una persona, non ne vuoi sapere? E questo è solo un esempio, ce ne sono stati anche peggiori che però non voglio raccontare, visto che riguardano delle persone a me vicine.

Che un coniuge, a un certo punto della vita, viva un momento di difficoltà e crisi, dovuti a vari fattori, ci può stare, capisco e comprendo un attimo di sbandamento; mi risulta difficile da accettare la spaccatura con tutte le altre persone che ruotano intorno e che, invece di fregarsene, dovrebbero stringersi intorno alla coppia e fare il possibile per tenerla unita.

Forse ingenuamente mi fidavo di tante persone/parenti che al momento del bisogno si sono rivelate veramente, ma al contrario ho incontrato persone sconosciute che mi hanno aiutato come un fratello, in particolare all’interno della Fraternità Sposi per Sempre.

Quando l’anno scorso ho ricevuto un sms in cui mi si comunicava la morte di mio suocero, mi è dispiaciuto veramente tanto non averlo potuto salutare in vita, poiché da tanto tempo non lo rivedevo, non sapevo nemmeno che si era ammalato: ad ogni modo sono andato al suo funerale mettendomi in fondo alla chiesa per dare meno fastidio possibile, lontano anche dalle figlie che erano in prima fila; penso che alla fine la preghiera sia la cosa più importante e so che lui ora sa quanto gli volevo bene.

Purtroppo ovunque c’è divisione, è sicuro che lì c’è il diavolo che appunto si traduce con “divisore”; al contrario Dio è comunione e amore: questo articolo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, conferma ancora una volta quanto le separazioni siano un male non solo per la coppia, ma per tutta la società.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Un fremito mi ha sconvolta: Amore e Vulnerabilità Femminile

Dopo l’interruzione per il periodo di Pasqua, riprendiamo oggi le riflessioni sul Cantico dei Cantici. E partiamo alla grande. Con dei versetti audaci edespliciti. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il mio dôdì ha introdotto la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.

Il Cantico dei Cantici è uno dei testi più audaci della Bibbia. Come scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Nel Cantico la sessualità non è mai banalizzata né ridotta a istinto: è elevata a linguaggio dell’amore, spazio della tenerezza e della reciprocità.” (G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, 2005)

Qui l’amore non è idealizzato né nascosto dietro veli di imbarazzo: è concreto, ardente, appassionato. Il diletto cerca l’amata, ma la porta è chiusa. Lei sente la sua presenza, ne avverte il desiderio, e insieme prova paura. Paura di lasciarsi andare. Paura di perdere il controllo. Perché abbandonarsi è sempre un rischio: è permettere all’altro di entrare, non solo nel corpo, ma nel luogo più sacro della propria intimità.

Molte donne vivono questa tensione interiore. Come osserva padre Giovanni Cucci, psicologo e gesuita: “L’amore vero espone alla vulnerabilità: chi ama si mette in una condizione di rischio. Questo spaventa, soprattutto quando si portano cicatrici profonde.” (G. Cucci, La forza della fragilità, 2018)

Storie di ferite, tradimenti, delusioni possono irrigidire il cuore e il corpo. Anche quando il desiderio di abbandonarsi è forte, qualcosa trattiene: una paura sottile, radicata. Questa dinamica, pur toccando anche gli uomini, nella donna trova una manifestazione fisica più evidente. Nel rapporto sessuale la donna è chiamata ad accogliere dentro di sé l’uomo. Non è solo una questione anatomica: è un atto emotivamente e spiritualmente impegnativo. Come sottolinea Marco Scarmagnani, consulente familiare cattolico: “Accogliere è un gesto di fiducia totale: significa dire all’altro ‘ti accolgo dentro di me’, non solo nel corpo, ma nel cuore e nell’anima.” (M. Scarmagnani, Amore grande, 2022)

La cultura pornografica, che molti hanno assorbito inconsapevolmente fin dall’adolescenza, banalizza l’intimità fisica, riducendola a divertimento o a sfogo. Ma la verità è diversa. Il rapporto fisico tra sposi è un sacramento vissuto nel corpo: una finestra sull’invisibile, un’icona del dono totale.

È falso che il desiderio si consumi col tempo. Se l’amore cresce, anche l’unione fisica si fa più intensa, più vera, più profonda. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “La fedeltà nel tempo non spegne la passione, ma la purifica, la rafforza e la rende capace di toccare le radici dell’essere.” (L.M. Epicoco, La forza della mitezza, 2021)

Se invece la paura domina, il corpo si chiude, l’intimità si spegne e il piacere stesso viene meno. L’atto che dovrebbe essere dono diventa tensione e sofferenza. Ma il matrimonio cristiano, vissuto nella verità e nella pazienza, può guarire anche le ferite più profonde. È necessario però un doppio cammino:

  • La donna è chiamata a un lento e coraggioso lavoro su sé stessa: imparare a fidarsi, a riconoscere e accogliere la propria vulnerabilità come una forza e non come una minaccia.
  • L’uomo è chiamato a educare il suo desiderio: imparare a non violare, ma a rispettare; imparare a corteggiare con tenerezza; imparare a cercare l’unione e non il possesso.

Il dono fisico tra sposi, se vissuto con rispetto, fiducia e abbandono, diventa una porta spalancata sul mistero stesso di Dio. Non una fuga dalla fatica della vita, ma un anticipo della comunione eterna. Aprire quella porta non è mai facile. Ma chi ha il coraggio di aprirla, scopre la gioia di essere, finalmente, accolto e amato per sempre.

Antonio e Luisa

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Fede e Matrimonio: Gettare le Reti con Fiducia

Il Vangelo di ieri mi ha riportato al percorso dei 10 comandamenti di don Fabio Rosini. Probabilmente per chi ha fatto quel corso dirò qualcosa che già sa. Cercherò di rielaborarlo in chiave sponsale.

Pietro e altri discepoli sono usciti a pescare. Tutta la notte non hanno preso nulla. Tornano sconsolati quando un uomo gli chiede di tornare in mare e di gettare le reti a destra. Perché un pescatore, che conosce il proprio lavoro, che sa come si pesca, che sa che di giorno è molto difficile pescare, decide di dar retta a quell’uomo? Per giunta, che gli chiede di gettare le reti a destra. Cioè di lanciarle con il braccio sinistro, il più debole. È una richiesta assurda. Eppure Pietro lo fa. E pesca una gran quantità di pesci: ben 153 grossi pesci. Un numero non casuale: 153 erano i pesci allora conosciuti. Indica la pienezza. Solo dopo Pietro riconosce in quell’uomo il suo Maestro: Gesù.

Questo racconto credo possa rappresentare la storia di resurrezione di tante coppie che non hanno voluto cedere al fallimento del loro matrimonio. A volte, nel buio della vita coniugale, non “peschi” nulla. Ti sembra di affannarti invano: il dialogo non funziona, l’intimità si spegne, la tenerezza scompare. Cominci a pensare che forse è meglio mollare, andarsene, accettare il fallimento.

Ma c’è qualcuno che non molla. Uno dei due, a volte entrambi, ascoltano quella promessa fatta il giorno delle nozze. Non perché sentono ancora emozioni, ma perché si fidano. E allora gettano di nuovo le reti. Non a sinistra, con la forza, con la logica umana, ma a destra con il braccio debole, cioè con quella parte di sé che accetta di fidarsi anche senza capire, anche quando si è stanchi, anche quando l’amore sembra esaurito.

È lì che Gesù può fare il miracolo.

Anche la sessualità — spesso vista solo come piacere o prestazione — può diventare una rete piena, se lasciamo che Gesù entri nella barca della nostra intimità. Nella crisi, nel silenzio, nel rifiuto reciproco, si può gettare di nuovo la rete… non per dovere, ma per fede. Perché Gesù è capace di trasformare una sessualità sterile in una sessualità redenta, dove il corpo non è solo strumento di piacere, ma linguaggio di dono e riconciliazione.

Don Luigi Maria Epicoco, parlando dell’amore coniugale, scrive: “La carne, nel cristianesimo, non è mai un ostacolo alla santità, ma il suo luogo. Non si ama davvero se non si ama anche con il corpo. Ma il corpo può dire amore solo quando è attraversato dalla verità, dalla fedeltà, dalla castità, cioè dalla capacità di non prendere, ma di donare”.

Ecco allora la chiave sponsale: gettare le reti “a destra” significa anche questo. Fidarsi che l’amore passa per la carne, ma non si esaurisce nella carne. Che la tenerezza coniugale, anche fisica, quando è offerta come dono e non come pretesa, può diventare uno spazio sacro, uno dei luoghi in cui Cristo risorge nelle nostre vite.

Non è la prima volta che Gesù chiede qualcosa di apparentemente folle. Alle nozze di Cana, la gioia stava per finire: il vino era finito. Eppure, quei servi, obbedendo a Maria, riempirono le giare d’acqua. Una richiesta assurda. Ma fu quell’obbedienza, quell’atto “inutile” agli occhi del mondo, che permise il primo miracolo di Gesù. L’acqua diventò vino. La tristezza diventò festa. La mancanza diventò abbondanza.

Ecco: a volte la Chiesa propone per il matrimonio una via che sembra folle. Il perdono anche quando l’altro non cambia, la fedeltà anche quando la passione si spegne. Ma se getti la rete dove Lui ti dice, anche se non capisci, la pienezza arriva. Forse non subito, forse non come ti aspettavi. Ma arriva.

E allora, quella rete piena di pesci, quella carne che prima era solo stanchezza e chiusura, può diventare corpo donato, può diventare luogo di comunione, può diventare luogo santo.

Chi riesce ad andare oltre la follia apparente e ad ascoltare quanto Gesù dice attraverso la sua Chiesa può davvero sperimentare una gioia e una pienezza che pochi riescono a raggiungere.

Una gioia data dalla resurrezione. Dall’incontro con Gesù risorto… proprio lì, nel cuore del proprio matrimonio.

Antonio e Luisa

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Accoglienza e Verità: Un dialogo possibile tra Francesco e Giovanni Paolo II

Mi sono immaginato l’incontro in cielo tra due grandi del nostro tempo. In un’immaginaria sala colma di luce, due figure si incontrano: Papa Francesco, volto di una Chiesa che accoglie e abbraccia, e San Giovanni Paolo II, custode ardente della verità e della dottrina cattolica. Tra loro non vi è contrapposizione, ma un dialogo profondo, nato dall’amore per Cristo e la sua Chiesa. Si confrontano, si ascoltano, si interrogano. Perché l’accoglienza e la verità non si escludono, ma si richiamano reciprocamente in un’armonia che solo lo Spirito sa orchestrare.

Francesco apre con tono sereno: “La Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.” La sua voce è quella di un pastore che ha camminato nelle periferie del mondo, che ha visto il dolore, la solitudine, le fragilità dell’uomo moderno. “Non possiamo aspettare che le persone siano perfette per annunciare loro il Vangelo. L’ospedale da campo si allestisce dove i feriti si trovano, non dopo che sono guariti.

Giovanni Paolo II lo guarda con affetto, ma anche con fermezza. “L’uomo non può vivere senza verità. È la verità che lo libera, che gli dà senso, che gli dona dignità.” La sua voce è solida, radicata in anni di lotta contro il relativismo e i totalitarismi. “L’amore vero – dice – non si oppone mai alla verità. Anzi, solo chi ama davvero dice la verità, anche quando costa.

Francesco annuisce, ma rilancia: “Certo, ma come possiamo trasmettere la verità a cuori feriti, se non passiamo prima dalla porta della misericordia?” Parla di una Chiesa che sa piangere, che sa attendere i tempi di Dio nelle persone. “Il tempo è superiore allo spazio – ripete spesso – e la realtà è superiore all’idea. Non possiamo ingabbiare la grazia in schemi rigidi.

Giovanni Paolo II sorride appena, poi risponde: “È vero, ma senza la luce della dottrina, rischiamo di confondere misericordia con permissivismo. La verità evangelica non è un peso, è una luce sul cammino.” Ricorda le parole pronunciate a Veritatis Splendor: “Non c’è libertà senza verità. La coscienza non crea la verità, la scopre.”

Nel dialogo, i due si avvicinano. Francesco riconosce: “Senza dottrina, l’accoglienza diventa generica, quasi sentimentale. La misericordia stessa ha bisogno di una struttura che la sostenga.” E Giovanni Paolo II riconosce a sua volta: “La dottrina che non si fa carne nella compassione, rischia di diventare sterile, giudicante. Cristo non ha condannato l’adultera, ma l’ha sollevata e poi le ha detto: ‘Va’ e non peccare più.’”

La sintonia cresce. Entrambi ammettono che la sfida non è scegliere tra accoglienza e verità, ma tenerle insieme in un equilibrio vitale, che solo la preghiera e il discernimento possono custodire. In fondo, Gesù stesso è la perfetta sintesi di questa tensione: pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).

Due approcci, una sola Chiesa

Il falso dilemma tra misericordia e dottrina si dissolve nel riconoscere che ogni epoca ha bisogno di accenti diversi. Giovanni Paolo II ha parlato a un mondo confuso dopo le ideologie del Novecento. Aveva bisogno di stabilità, di identità, di ancoraggi profondi. La sua dottrina, solida e luminosa, ha offerto un faro a intere generazioni. Papa Francesco, invece, parla a un mondo ferito, sradicato, disorientato dall’individualismo e dalla cultura dello scarto. Il suo linguaggio di accoglienza, ascolto, prossimità, è balsamo per chi si sente escluso.

Non è questione di “migliore” o “peggiore”, ma di discernere ciò che lo Spirito chiede alla Chiesa in un dato tempo storico. In un mondo in cui tanti si allontanano non perché hanno dubbi sulla dottrina, ma perché non si sentono amati o compresi, l’accoglienza è la prima porta della verità. Ma una volta entrati, serve anche la fermezza di un annuncio che non tradisce il Vangelo, che non relativizza il bene e il male, che osa ancora dire “no” e “sì” con chiarezza.

Discernere con fiducia

Come capire cosa richiede oggi la Chiesa? Come evitare di cadere o nel dogmatismo freddo o nel buonismo vago? La risposta non è nel gusto personale o nella reazione emotiva. Serve discernimento spirituale, ascolto dello Spirito, preghiera comunitaria. E serve fiducia: fiducia nella Chiesa, che, pur tra fragilità umane, è guidata da Cristo; fiducia nei Papi, che non sono padroni della verità ma suoi servitori; fiducia che Dio scrive diritto anche sulle righe storte della storia.

In un tempo in cui la verità viene talvolta strumentalizzata e l’accoglienza svuotata di contenuto, la Chiesa è chiamata a essere madre e maestra: tenera nel cuore, salda nel fondamento. E noi, figli di questo tempo, camminiamo insieme. Non scegliamo tra Francesco o Giovanni Paolo. Preghiamo per saperli ascoltare entrambi. Perché in ciascuno di loro c’è qualcosa dello Spirito che parla oggi alla nostra vita.

Antonio e Luisa

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Papa Francesco e il matrimonio cristiano: amore e verità

Come le parole e i gesti di Papa Francesco hanno trasformato il mio modo di vivere e testimoniare il sacramento del matrimonio.

Ci sono parole che non solo ci parlano, ma ci cambiano dentro. Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia cristiana, per me è stata una di queste. Non un semplice documento da studiare, ma una luce gentile e salda che ha rivoluzionato – passo dopo passo – il mio modo di vivere e raccontare il matrimonio cristiano.

Papa Francesco non è stato un Papa facile per me

Devo confessarlo: per me Papa Francesco, all’inizio, è stato un Papa difficile. Provenivo da una formazione molto dottrinale, quasi rigida. Mi sentivo al sicuro nella chiarezza dei principi, nelle definizioni nette, nel timore che “accogliere” significasse tradire la verità.

Poi è arrivato lui. Con parole nuove, con gesti sorprendenti, con una pastorale più tenera che assertiva. All’inizio ho fatto resistenza. Ma non ho chiuso il cuore. Ho ascoltato, ho letto, ho pregato. E mi sono accorto di qualcosa di profondo: Papa Francesco non annacqua la dottrina, ma la immerge nella storia concreta delle persone. Non abbassa l’ideale, ma ci cammina accanto mentre lo rincorriamo.

Ogni Papa parla alla sua epoca

Non è una questione di “meglio” o “peggio”. I Papi che lo hanno preceduto non sono stati da meno: San Giovanni Paolo II mi ha insegnato la grandezza antropologica del matrimonio, Benedetto XVI la profondità spirituale dell’amore coniugale. Ma ogni Papa parla a una società diversa. E ogni epoca ha bisogno di uno stile, di un tono, di un linguaggio specifico.

Papa Francesco è il Papa della misericordia incarnata. Il Papa che ha portato il Vangelo nelle crepe della realtà, senza sconti ma con una compassione disarmante. Con lui, la verità è rimasta intatta, ma ha assunto il volto della tenerezza.

Il matrimonio cristiano: fragile, reale, bellissimo

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa” (Amoris Laetitia, 1). Questa frase ha cambiato tutto. Papa Francesco non idealizza il matrimonio: lo abbraccia per quello che è. Un sacramento vero, vissuto tra litigi e perdoni, tra la stanchezza e la speranza, tra i piatti da lavare e le carezze prima di dormire.

Il sacramento del matrimonio non è una vetta da scalare con le forze umane, ma una chiamata alla santità da vivere ogni giorno, con l’aiuto della grazia. Le parole del Papa mi hanno aiutato a rivedere la mia relazione con mia moglie, a riscoprire che i piccoli gesti quotidiani sono spesso più sacramenti della celebrazione stessa.

Dottrina e misericordia: un equilibrio possibile

Una delle frasi che più mi ha colpito è: “Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo” (AL 297).

Non è relativismo. È Vangelo puro. È il cuore stesso del cristianesimo. La dottrina del matrimonio cristiano non viene mai negata, ma proposta come ideale alto, verso il quale tendere con l’accompagnamento della comunità ecclesiale.

In questi anni, ho imparato a riconoscere in Papa Francesco il volto di un pastore che ascolta. Non è un teologo che parla dall’alto, ma un padre che si siede accanto alle famiglie, le guarda negli occhi, le benedice nei loro slanci e anche nei loro fallimenti.

Durante i Sinodi sulla famiglia ha ascoltato voci di tutto il mondo. Ha celebrato matrimoni in volo, ha stretto mani rugose, ha baciato bambini, ha pianto con chi piangeva. Ha riportato il sacramento del matrimonio alla sua forma più vera: un cammino di santità quotidiana.

Papa Francesco nel solco dei suoi predecessori

Con il tempo ho capito: Papa Francesco è in piena continuità con i suoi predecessori, ma con un cuore che parla alla nostra epoca ferita. Non contraddice, ma completa. Non rimpiazza, ma amplia. Ogni Papa è un dono per il tempo che vive, e il suo stile pastorale è una risposta a quello che il mondo, oggi, ha più sete di sentire: amore, verità, accoglienza.

Grazie, Papa Francesco

Oggi posso dire con gratitudine che Amoris Laetitia ha cambiato il mio modo di essere marito, credente, testimone. Mi ha insegnato che l’amore vero non è solo un sogno da inseguire, ma una realtà fragile e divina da custodire con coraggio, giorno dopo giorno.

E per questo, Papa Francesco, ti dico grazie. Anche se all’inizio ti ho fatto resistenza, oggi ti riconosco come uno dei doni più preziosi che Dio ha fatto alla mia fede e alla mia famiglia.

Antonio e Luisa

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Nel cuore di chi ama: la resurrezione vista dagli sposi

Il mattino della resurrezione non fu accompagnato da fanfare, né da cieli squarciati dalla gloria. Fu un mattino come tanti. Grigio, incerto, intriso ancora del dolore dei giorni precedenti. Ma proprio in quell’alba silenziosa, due discepoli correvano verso un sepolcro. Uno era Pietro, il primo chiamato. L’altro… non ha nome. Il Vangelo lo chiama soltanto così: il discepolo amato.

È sorprendente che proprio lui, tra i pochissimi rimasti sotto la Croce, tra coloro che hanno visto morire l’Amore, sia anche il primo a “vedere e credere”. Non c’era nulla da vedere, se non delle bende piegate. Eppure, il suo cuore vide oltre. Vide qualcosa che gli altri non potevano ancora comprendere. Perché?

Forse proprio perché lui aveva amato. E forse perché aveva lasciato che Gesù lo amasse fino in fondo. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore autentico ci fa vedere cose che altri non vedono. È l’amore che ci permette di intuire, di leggere tra le righe, di credere anche quando non tutto è chiaro.

Il discepolo amato non ha un nome, e questa non è una dimenticanza dell’evangelista. Sappiamo che è lo stesso Giovanni. È una scelta teologica, spirituale. Quel discepolo sei tu. Quel discepolo posso essere io. Ogni volta che scegliamo di vivere da amati, ogni volta che il nostro cuore si lascia toccare dall’amore di Cristo e rimane con Lui anche nella sofferenza, allora iniziamo a vedere la resurrezione.

Questa esperienza interroga profondamente anche la vita matrimoniale. Nel matrimonio si corre spesso verso un sepolcro. Verso una ferita aperta. Verso una distanza che non si sa più come colmare. Quante volte si ha la sensazione che qualcosa sia morto: la tenerezza, la fiducia, la complicità. Eppure, proprio in quelle situazioni, se si è vissuta un’intimità profonda con Gesù, si può imparare a vedere anche nel buio. A credere anche senza prove. A riconoscere che l’amore, quando è vero, non finisce.

È solo attraverso l’esperienza dell’intimità — quella dell’Ultima Cena, quando il discepolo posa il capo sul petto del Maestro — che nasce la capacità di restare anche sotto la Croce. E chi rimane sotto la Croce, può riconoscere la resurrezione.

Gli sposi che, nel tempo, hanno costruito una relazione con Dio, che hanno pregato insieme, perdonato insieme, lottato insieme, diventano come quel discepolo amato. Non necessariamente più intelligenti o più spirituali degli altri. Ma abitati da una memoria d’amore che li tiene in piedi quando tutto intorno vacilla.

Don Fabio Rosini dice: “La fedeltà è la forma più alta dell’amore, perché dice: ‘Io sto. Anche se tu non ci sei, io sto’. E solo così si attraversa la morte per vedere la vita.” Nel matrimonio cristiano, la fedeltà non è una costrizione, ma una forma di visione: è lo sguardo che rimane quando tutti se ne vanno. È l’alleanza che non si spezza, nemmeno quando i sentimenti si fanno fragili, nemmeno quando l’altro sembra lontano. È la scelta di restare amati, anche quando non si riesce ad amare.

E questa fedeltà — che è spesso silenziosa, fatta di piccoli gesti quotidiani, di rinunce non dette, di dolori custoditi — è la condizione perché anche noi, come il discepolo amato, possiamo “vedere e credere”. Anche se non capiamo tutto. Anche se le Scritture — come dice Giovanni — non sono ancora pienamente comprese. Perché l’amore precede la comprensione. L’amore apre la porta della fede.

Scrive ancora Epicoco: “Il sepolcro vuoto è il segno che l’amore non muore. Ma solo chi ha amato davvero può crederci, anche senza vedere.Questo vale anche per ogni coppia che si sente stanca, smarrita, sfinita. Il sepolcro vuoto non è solo il simbolo della resurrezione di Cristo, ma anche del fatto che l’Amore, quello vero, può sempre rinascere. Anche dopo ferite profonde. Anche dopo errori gravi. Anche quando tutto sembra perduto.

Il discepolo amato non ha nome, perché quel nome possiamo metterlo noi. Possiamo scrivere il nostro — quello di una sposa che ha scelto di perdonare, quello di uno sposo che ha scelto di rimanere, quello di una coppia che nonostante tutto ha detto: “Noi ci siamo ancora”.

Ed è lì, proprio lì, che il Signore si fa vedere. E la fede diventa visione. E il cuore riconosce, come quel mattino lontano: è tutto vero, l’Amore è risorto.

Antonio e Luisa

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Lezioni di Amore dalla Croce: Sette Parole per gli Sposi

Siamo giunti così al sabato santo. Questa sera vivremo la veglia pasquale. Senza la Pasqua nulla avrebbe senso. Pochi ci riflettono, ma su quella croce Cristo ha celebrato le sue nozze con noi. La croce è stata il talamo consacrato, l’altare del dono totale. È lì che Gesù ha offerto tutto di sé, fino all’estremo sacrificio della sua vita. Questo amore, inchiodato alla croce, rappresenta un modello supremo che ogni coppia di sposi dovrebbe guardare e imitare. In quel momento drammatico e solenne, Gesù ci lascia sette ultime parole che possiamo declinare concretamente nella vita matrimoniale.

1. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
L’amore autentico perdona sempre, anzi, va oltre: intercede presso Dio e offre la propria vita per la salvezza del coniuge. Noi sposi viviamo così, o ci lasciamo dominare da rancore e orgoglio?

«Non stancatevi mai di chiedervi perdono. Non lasciate che una giornata finisca senza fare pace» – Papa Francesco

2. «Oggi sarai con me in Paradiso».
L’amore vero non si ferma al passato, dimentica facilmente il male subito e ricorda con gratitudine il bene ricevuto. Chi ama davvero, di fronte al pentimento, rinnova sempre la fiducia nel proprio coniuge.

«L’amore non serba rancore, non tiene conto del male ricevuto» – 1Corinzi 13,5

3. «Donna, ecco tuo figlio…».
Chi ama veramente ha lo sguardo sempre rivolto verso l’altro. Gesù, morendo sulla croce, pensa ancora ai bisogni delle persone che ama, non ai propri. Questo è l’atteggiamento che ogni coppia dovrebbe coltivare.

«L’amore vero si manifesta proprio nel momento in cui, potendo scegliere se salvare sé stessi o donarsi per gli altri, si sceglie di donarsi. È questa la logica della Croce, la logica che Gesù ci insegna: amare significa morire ai propri egoismi per far vivere l’altro. È ciò che rende autentica ogni relazione e in particolare il matrimonio cristiano.» – Luigi Maria Epicoco, La forza della mitezza)

4. «Ho sete».
Ognuno di noi è fatto per amare ed essere amato. Gesù sulla croce ha sete, sete fisica e sete d’amore. Anche noi sposi non dobbiamo smettere mai di dissetarci alla fonte autentica dell’amore, che è Dio stesso. Niente altro può soddisfare davvero il cuore.

«Il cuore umano ha sete d’infinito, perché è stato creato per l’Infinito» – Benedetto XVI

5. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Tutti viviamo, prima o poi, momenti di solitudine e dolore profondo. Ci saranno tempi in cui il nostro matrimonio diventerà una croce pesante, dove Dio sembrerà assente. Non perdiamo coraggio! Anche Gesù ha vissuto questo, insegnandoci a resistere e confidare.

«Quando attraverserai le acque sarò con te; i fiumi non ti sommergeranno» – Isaia 43,2

6. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».
È essenziale riconoscere che il nostro coniuge non è Dio. Non è lui o lei che può colmare totalmente il nostro cuore o dare senso assoluto alla nostra vita. Solo affidandoci completamente a Dio possiamo amare liberamente e incondizionatamente.

«Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te» – Sant’Agostino

7. «È compiuto».
Il nostro amore trova compimento quando riesce a superare egoismi e difficoltà. Solo così ogni nostra sofferenza, ogni nostra “piccola morte”, diventa occasione di resurrezione e di nuova vita per noi, per il nostro coniuge e per la nostra relazione.

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» – Giovanni 12,24

Antonio e Luisa

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Venerdì Santo: Riflessioni sulla Sofferenza e sull’Amore

Il Venerdì Santo ci costringe a guardare in faccia il dolore. Non quello ideale, simbolico, poetico. Ma quello vero, nudo, spesso incomprensibile. E ci chiede: come lo affronti? Da che parte di te rispondi?

Mi ha colpito una riflessione di don Fabio Rosini: Gesù non è stato l’uomo che ha subito il supplizio più crudele della storia. E allora cos’è che rende così unica la Sua sofferenza? La risposta non sta nel “quanto” ha sofferto, ma nel “come” ha scelto di attraversare quella sofferenza. Non come vittima passiva o martire solitario, ma come uomo radicato in una relazione d’amore con il Padre, capace di fidarsi fino alla fine. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “Non è la sofferenza a salvarci, ma l’amore con cui si soffre. Ed è per questo che la Croce di Cristo è diversa da tutte le altre.” (La forza della mitezza, 2020)

In termini di Analisi Transazionale, possiamo dire che Gesù non ha agito da “Bambino adattato” che subisce, né da “Genitore punitivo” che si impone, ma da Adulto pienamente libero, sorretto da un Genitore affettivo interiore — il Padre. Non ha cercato un capro espiatorio, scegliendo invece la via della verità e della fiducia.

Anche il Getsemani non è un intermezzo secondario. È un momento chiave, dove Gesù vive un vero contatto con la propria umanità. È lì che affronta la paura, la solitudine, il senso di abbandono. È lì che “sceglie” consapevolmente. Anche per noi, ogni Getsemani è una palestra spirituale: o scappiamo, oppure entriamo in contatto profondo con noi stessi e con Dio.

Molti pensano che la fede serva a evitare il dolore. Ma Dio non è un “Genitore Magico” che esaudisce ogni desiderio purché si preghi abbastanza. Non funziona così. Se viviamo la fede come se fosse un contratto (“io faccio il bravo, tu mi proteggi dal dolore”), stiamo mettendo in atto un copione infantile. È la fede magica, che spesso si trasmette come un’eredità inconsapevole.

Ma non è fede: è superstizione spirituale. È un modo per evitare il contatto col dolore, non per attraversarlo. Come ha detto Papa Francesco: “La fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma è una lampada che guida i nostri passi nella notte.” (Lumen Fidei, 57) E ancora Benedetto XVI: “Il cristiano sa che il dolore non è l’ultima parola, ma una porta che, se vissuta con amore, conduce alla gloria.” (Spe Salvi, 39)

Se viviamo la fede come un contratto — io ti prego, tu mi proteggi — stiamo operando da un copione infantile. Questo è uno dei nodi più forti dell’Analisi Transazionale: molte sofferenze diventano insopportabili non per il dolore in sé, ma per l’interpretazione che ne diamo, spesso filtrata da uno stato dell’Io Bambino, ferito, bisognoso, non ascoltato.

Il dolore che viviamo nel matrimonio, ad esempio, può diventare una fucina di crescita o una trappola. Tutto dipende da quale parte di noi lo affronta. E da quale idea di Dio ci portiamo dentro. “Se pensiamo che Dio sia un contabile celeste che ci punisce quando sbagliamo, allora la sofferenza ci sembrerà una condanna. Ma se ci scopriamo figli amati, anche la Croce diventa occasione di risurrezione.” (La scelta di Etty, 2016)

Ecco perché non si può improvvisare. Come Gesù si è preparato al Venerdì Santo, anche noi dobbiamo farlo. La preghiera, i sacramenti, l’adorazione, la Parola sono strumenti per allenare il nostro Io Adulto spirituale. Non bastano le emozioni o i buoni propositi. Serve una relazione viva, concreta, quotidiana, con Dio. Un Padre che ci parla, ci sostiene, ci corregge e ci ama.

E poi ci sono testimoni che ci illuminano. Penso a Chiara Corbella Petrillo, una giovane moglie e madre che ha attraversato il Venerdì Santo più di una volta. Non era un’eroina. Era una donna reale, fragile, ma con una fede radicata in Dio. Non ha evitato il dolore. Lo ha abitato da figlia. E così l’ha trasformato.

Le parole che scrive per il piccolo Davide Giovanni sono uno squarcio potente sulla verità: “Ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini… Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto.

Sono parole che demoliscono i copioni e ci riportano all’essenziale. Chiara non nega il dolore. Ma non lo adora nemmeno. Lo riconosce, lo attraversa, e lascia che la grazia di Dio ne faccia qualcosa di nuovo. È la logica della Croce.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Ma si può vivere come figli. E questo fa tutta la differenza. Perché chi attraversa il Venerdì Santo da figlio, può risorgere. Anche il suo matrimonio può risorgere. Anche la sua fede può rifiorire. E allora sì, capiamo che nulla ci appartiene. Ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Lavarsi i piedi nel matrimonio. L’amore inginocchiato e libero

Un gesto così semplice, un Vangelo così profondo

Nella sera dell’ultima cena, quando l’aria era carica di attesa e mistero, Gesù compie un gesto che ancora oggi spiazza, interroga, commuove: si alza da tavola, si cinge un asciugamano, versa dell’acqua in un catino e lava i piedi ai suoi discepoli. È il Maestro che si inginocchia davanti agli amici. È Dio che si abbassa per servire.

Nel gesto della lavanda dei piedi, il Vangelo diventa corpo. E in quel corpo piegato, inginocchiato, noi sposi possiamo vedere un’icona luminosa del nostro amore: non un amore in piedi, rivendicativo o calcolatore, ma un amore che si china, che serve, che si sporca le mani e il cuore per il bene dell’altro.

L’amore con il grembiule: la vocazione degli sposi

Il matrimonio cristiano non è un palcoscenico su cui brillare, ma un grembiule da indossare. Chi ama veramente sa mettersi in ginocchio: non per sottomettersi, ma per sollevare l’altro; non per perdere dignità, ma per restituirla all’altro quando vacilla.

Quando uno sposo lava i piedi alla propria sposa, lo fa con gesti concreti: ascoltandola quando è stanca, tenendole la mano quando ha paura, portando pazienza quando le parole diventano pungenti. E lei, allo stesso modo, lava i piedi del marito ogni volta che lo sostiene nelle sue fragilità, che crede in lui anche quando lui stesso vacilla, che lo ama senza misura anche quando non lo meriterebbe. L’amore vero è un inginocchiarsi quotidiano, è un piegarsi che non umilia ma innalza.

Gesù lo ha fatto nella libertà: il dono non è mai schiavitù

C’è però un aspetto che spesso viene taciuto o frainteso, soprattutto da chi guarda al Vangelo con l’occhio del sospetto o con le lenti distorte di certe letture religiose sbilanciate e bigotte: Gesù lava i piedi nella piena libertà. Nessuno glielo chiede. Nessuno lo obbliga. Non lo fa perché si sente inferiore. Non lo fa per manipolare. Non lo fa per essere approvato. Lo fa perché ama. E l’amore, quando è vero, è libero. Pienamente libero.

Nel matrimonio, servire l’altro non è mai diventare zerbini, non è subire umiliazioni, non è spegnersi per evitare il conflitto. Il gesto della lavanda dei piedi dice: io voglio il tuo bene, anche a costo di scomodarmi, anche a costo di piegarmi, ma non perderò mai la mia libertà interiore. Lo sposo e la sposa che si servono a vicenda non sono in catene, ma scelgono ogni giorno di donarsi. Il dono è autentico solo se nasce da un cuore libero, non da un obbligo, da un ricatto o da una paura.

Quando il gesto viene strumentalizzato: attenzione ai falsi profeti

Purtroppo, ci sono voci – anche in ambito religioso – che distorcono questo gesto meraviglioso. Alcuni lo usano per giustificare relazioni squilibrate, dinamiche tossiche, ruoli stereotipati. Altri insinuano che dietro il “servire” ci sia sempre un meccanismo di potere, una fragilità irrisolta, una strategia di controllo.

Ma Gesù non ha lavato i piedi per ottenere qualcosa. Lo ha fatto sapendo bene chi era. L’evangelista Giovanni lo sottolinea con forza: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… e che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, si alzò da tavola e lavò i piedi ai discepoli”. Lo fa sapendo chi è. Solo chi è libero e consapevole può amare davvero. Non lasciamo che il cinismo o le paure di chi guarda solo con gli occhi della ferita intacchino la bellezza del Vangelo. Chi ama non si annulla, ma si dona. Chi serve non si svende, ma si offre. E chi si inginocchia per amore, non perde dignità: la ritrova, la moltiplica.

Il matrimonio è un catino d’acqua condiviso

In ogni casa cristiana dovrebbe esserci, almeno simbolicamente, un catino e un asciugamano. Non come cimeli sacri, ma come promemoria quotidiano: hai lavato oggi i piedi a tua moglie? Hai lavato oggi i piedi a tuo marito? E se un giorno uno dei due è troppo stanco, troppo ferito, troppo chiuso per farlo… l’altro può iniziare. Può chinarsi per primo. Non perché è migliore, ma perché crede nel potere disarmante dell’amore. Il matrimonio è questo: due persone che si alternano a lavare i piedi l’uno all’altra. E ogni volta che lo fanno, il Vangelo torna a farsi carne tra le mura domestiche.

Inginocchiarsi non per essere piccoli, ma per far grande l’altro

Sposarsi non è dirsi “ti amo” una volta sola, ma rinnovare ogni giorno quel “ti servirò”. Con pazienza, con dolcezza, con umiltà. Inginocchiarsi davanti all’altro non è umiliarsi, ma esaltarlo. È dire: “la tua vita conta più del mio orgoglio”. Gesù ci ha mostrato la via. Ci ha lasciato un catino, un asciugamano e un gesto. Non per obbligarci, ma per liberarci. E allora, cari sposi, non abbiate paura di inginocchiarvi. Fatelo nella verità, nella libertà, nella tenerezza. È lì che l’amore fiorisce.

Antonio e Luisa

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Speranza: Promessa Compiuta

L’immagine allegata all’articolo di oggi è la locandina del XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Morlupo (Roma) dal 18 al 22 agosto, sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è Speranza: promessa compiuta”. Noi lo chiamiamo “convegno”, ma nel tempo lo abbiamo trasformato da una serie di catechesi con diversi relatori, a un ritiro spirituale in cui alterniamo momenti di riflessione e preghiera a laboratori e serate ludiche: questo infatti è quello che ci aiuta di più nel nostro cammino (fra l’altro dedicheremo una giornata intera all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro).

Sicuramente chi sta leggendo conoscerà persone separate o divorziate e può valutare se informarli di questo evento che potrebbe cambiare positivamente la loro vita, com’è successo a me diversi anni fa.

Approfitto del titolo del convegno per parlare un po’ della speranza, uno dei termini più usati in quest’anno, proprio per il giubileo dedicato a questo tema. Che cosa è per me la speranza?

In passato significava il compimento dei miei desideri ed era quasi un’illusione consolatoria: prima o poi verrò soddisfatto e le mie attese saranno ripagate. Però, quando ti ritrovi a perdere un familiare stretto per il quale avevi tanto pregato, oppure vedi che la persona che hai amato di più nella vita ti considera sempre più un estraneo, capisci che forse non è questa la speranza vera.

Infatti, ritengo che la speranza sia la certezza che Dio mantiene ciò che promette, perché è un Dio fedele. Dio promette che non andrà tutto bene, ma che la nostra vita ha un senso, una missione, uno scopo unico che conduce al bene e misteriosamente s’intreccia con tutte le strade delle persone che incontriamo. Anche quando sembra che la notte sia sempre più buia e che davvero non ci sia un limite al male che avanza, Dio semina la speranza che non è “umana”, basata sulla probabilità che qualcosa cambi, ma una speranza (teologale), ancorata nella croce e risurrezione di Cristo.

Lui ha promesso che non ci avrebbe mai lasciati soli, e se vogliamo, possiamo sentire la Sua presenza, anche se non vediamo niente. In un primo tempo speravo che mia moglie cambiasse idea, che tornasse sui suoi passi e poiché questo non accadeva, pensavo che fossi io il problema, magari non me lo meritavo, oppure pregavo poco, oppure mi comportavo male. In realtà stavo seguendo solo un mio desiderio che, per quanto oggettivamente buono e giusto, non può prevaricare la libertà di un’altra persona.

Inoltre devo ammettere che in alcuni casi non è possibile che ci sia un ricongiungimento dei coniugi dopo tanto tempo dalla separazione, se non c’è una vera conversione e degli aiuti esterni validi: sarebbe come voler far unire due rette che oramai sono parallele.

Ricordo che l’obiettivo del matrimonio è essere segno e testimonianza dell’amore di Dio e che la missione va avanti anche se il coniuge non vive più con noi e che anzi, proprio la sua mancanza può richiamare ancora di più la Presenza.

La mia speranza quindi, in questo momento, non è quella di riunire la famiglia, come nei finali felici dei film romantici, della serie “e vissero tutti felici e contenti”, ma sapere che c’è un Padre che mi ama e che sicuramente agisce per il mio bene. Un padre non risolve le difficoltà al figlio, ma gli insegna come superarle e a fidarsi completamente; quante volte ho rassicurato le mie figlie sullo scivolo o altri giochi: “Stai tranquilla, ci sono qui io a prenderti, non avere paura!

Ogni giorno la nostra speranza riprende vigore e forza davanti all’altare, nell’Eucarestia troviamo la forza per camminare, la luce per capire, la pace per accettare. Gesù Eucarestia è il nostro Sposo fedele, colui che non ci lascia mai, è lì che impariamo che l’amore vero non è fatto solo di emozioni, ma di fedeltà, sacrificio e dono.

Il Signore non ci ha promesso una vita senza lacrime, ma ci ha promesso che ogni lacrima sarà asciugata. Noi crediamo che un giorno, quella promessa di tornare al Padre, cominciata con il nostro battesimo, sarà pienamente compiuta.

Viviamo già un anticipo di quella pienezza ogni volta che perdoniamo, ogni volta che scegliamo di non restituire male per male, ogni volta che invochiamo lo Spirito per trasformare la nostra solitudine in preghiera. In questo modo, la nostra speranza non è vana, ma reale, concreta, viva.

La speranza è vedere le persone cambiare, partecipare a una cena con altre coppie dopo una testimonianza, circondati da bambini che giocano, è osservare un piccolo che s’inginocchia quando gli dici: “Guarda, lì c’è Gesù”. Continuiamo a camminare, con la certezza che la promessa fatta da Dio si compirà.

Clicca per scaricare la locandina

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Un Rumore! È il mio Dôdì che Bussa

Iniziamo oggi il quarto poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore…! È il mio dôdì che bussa!

L’amato: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di brina della notte.

L’amata: Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?

Nel Cantico dei Cantici, dopo la gioia dell’unione amorosa tra i due amati, il quarto poema ci introduce in una nuova stagione dell’amore: quella della distanza, del silenzio, dell’attesa. Non è una contraddizione, ma un’altra faccia dell’amore vero.

Chi vive un matrimonio autentico lo sa bene: ci sono stagioni di fusione profonda, in cui ci si sente una sola carne e un solo cuore; ma ci sono anche stagioni in cui ci si smarrisce, ci si perde, ci si chiude. L’amore non è una linea retta. È fatto di ritorni, di cadute, di risalite.

Quando il cuore veglia anche nel sonno

La sposa dorme, ma il suo cuore veglia. Questo versetto esprime un’esperienza profonda e misteriosa: anche quando il corpo è stanco, anche quando sembra che l’amore si sia spento, il cuore — cioè la parte più vera di noi — continua ad attendere, a sperare, a desiderare.

Nel mondo biblico, il cuore è il centro della persona: sede dell’intelligenza, della volontà, degli affetti. Dire che il cuore veglia significa riconoscere che, nonostante tutto, l’amore non è morto. È semplicemente entrato in una fase più silenziosa.

Il ritorno dell’Amato

Improvvisamente, un rumore. Un bussare nella notte. È l’amato che torna, i capelli bagnati di rugiada. È stato via, forse trattenuto dalla vita o dal tempo. Ma il suo desiderio per lei è rimasto intatto: “Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia…”

Parole piene di tenerezza, che mostrano un amore ancora vivo, capace di cercare, di ritornare. Eppure l’amata esita. “Mi sono tolta la veste… mi sono lavata i piedi…” Le sue parole sembrano scuse, piccoli ostacoli. Ma parlano di qualcosa di più profondo.

Quando l’amore esita

Quante volte, nella vita di coppia, ci sorprendiamo a non rispondere più con prontezza all’altro? Non perché non lo amiamo, ma perché siamo stanchi, feriti, o semplicemente svuotati. Anche il sentimento più autentico conosce la tentazione della chiusura.

Don Carlo Rocchetta ha proposto una lettura molto profonda di questo passaggio: l’esitazione della sposa è il segno di un conflitto interiore. Da un lato il desiderio di donarsi, dall’altro la paura. La paura di perdersi, di essere delusa, usata, ferita. Molte donne — e anche molti uomini — vivono questo timore: che l’amore chiesto si trasformi in dolore. E così, ci si chiude.

Le dieci vergini e il mistero dell’attesa

In questo senso, l’immagine della sposa vigilante si collega perfettamente alla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Tutte attendono lo sposo, ma solo cinque hanno l’olio necessario per tenere accesa la lampada fino al suo arrivo. Le altre, impreparate, restano escluse dalla festa.

Non è una questione di moralismo o di efficienza. È una questione di cuore: saper attendere, saper restare desti. Avere olio significa custodire ogni giorno l’amore con gesti piccoli ma veri. Avere olio significa scegliere, anche nei momenti bui, di tenere accesa la speranza che lo sposo verrà. Che l’altro tornerà. Che la comunione è ancora possibile.

L’amore si gioca nel quotidiano

Nel matrimonio cristiano, non è l’intensità del sentimento a garantire la fedeltà, ma la profondità della vigilanza. È la volontà di riaprire la porta anche quando si è stanchi. È il coraggio di alzarsi dal letto interiore in cui ci si era adagiati. È il desiderio di ricominciare, nonostante tutto.

Ci saranno sempre momenti in cui l’amore non ci attirerà, in cui l’altro non ci sembrerà più “perfetto” ma solo distante. Eppure, proprio in quei momenti, possiamo scegliere di amare con la forza della volontà e non solo con l’entusiasmo dei sensi. Possiamo rispondere all’Amato che bussa, anche se tardi, anche se con fatica.

L’amore vero non è fatto solo di fuochi d’artificio. È fatto di perseveranza, di attesa, di piccoli “sì” detti anche quando non se ne ha voglia. È fatto di cuore che veglia, anche quando il corpo dorme. Come nella parabola, anche nella vita il nostro Amato può arrivare nella notte. La domanda è: ci troverà pronti? Troverà ancora una porta che si apre, anche se lentamente? Troverà una lampada accesa, anche se tremolante?

È questa la bellezza e la sfida dell’amore cristiano: non essere perfetti, ma vigilanti.

Antonio e Luisa

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Amore e Intimità: La Chiave per Superare l’Ansia

L’ansia da prestazione trova terreno fertile soprattutto dove non c’è amore o, almeno, dove manca la sicurezza di essere amati. Questa insicurezza si manifesta in molte aree della vita, ma diventa particolarmente evidente nell’intimità di coppia, che rappresenta una sintesi profonda del legame affettivo.

Quando la relazione si basa su un continuo bisogno di dimostrare il proprio valore, anche l’incontro fisico si trasforma in una sorta di “esame da superare”, minando la naturalezza e la bellezza del donarsi reciproco.

Don Fabio Rosini ci ricorda che “l’amore vero è sempre gratuito e si nutre della certezza di essere accolti per ciò che siamo, non per le nostre performance“. Questo principio è essenziale per comprendere come l’ansia da prestazione si annidi in quelle relazioni in cui l’amore sembra condizionato a risultati o a impressioni da suscitare.

Il legame tra ansia e disfunzioni sessuali

Spesso le disfunzioni sessuali non sono il risultato di cause organiche, ma di fattori psicologici. Gli studi degli analisti transazionali confermano che le persone che soffrono meno di problemi come l’eiaculazione precoce, il vaginismo o altre difficoltà nell’intimità, sono proprio quelle che vivono relazioni stabili e caratterizzate da un amore autentico e sicuro.

Secondo il sessuologo John Bancroft, “la sicurezza emotiva è uno dei fattori chiave per una sana risposta sessuale: l’ansia e la paura del giudizio interferiscono direttamente con la capacità di lasciarsi andare nell’intimità“. In modo simile, la psicoterapeuta Esther Perel afferma che “la vera intimità non nasce dalla perfezione della prestazione, ma dalla capacità di creare uno spazio di fiducia e apertura reciproca“.

Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. La loro sicurezza affettiva li libera dal bisogno di “performare”, permettendo loro di concentrarsi interamente sul dono di sé. Durante il rapporto fisico, non pensano alla prestazione, ma al piacere di amare e di essere amati. Questa libertà interiore consente loro di abbandonarsi e di vivere l’intimità come un incontro profondo e autentico.

Don Luigi Maria Epicoco afferma che “l’amore autentico è un atto di fiducia: fiducia che l’altro mi accolga così come sono, senza bisogno di maschere o perfezioni artificiali“. In questa prospettiva, la vera sicurezza nell’intimità nasce dalla consapevolezza di essere accolti, non giudicati.

La fiducia come fondamento dell’intimità

L’intimità più profonda si costruisce nella fiducia reciproca. Quando ci sentiamo accolti e amati senza condizioni, impariamo ad abbandonarci all’altro con serenità. Questo vale non solo per l’incontro fisico, ma per tutta la vita di coppia: nei gesti quotidiani, nei momenti di difficoltà e nelle scelte condivise.

Padre Serafino Tognetti sottolinea che “la vera intimità si costruisce con il coraggio di mostrarsi vulnerabili, perché solo così possiamo permettere all’altro di conoscerci davvero“. In questo senso, l’intimità non è mai solo un incontro di corpi, ma è una comunione profonda che coinvolge anima e spirito.

La psicoterapeuta Maria Rita Parsi aggiunge che “la capacità di vivere una sessualità appagante è strettamente collegata al senso di sicurezza emotiva nella coppia: chi si sente accolto e amato ha meno timore di esporsi e di lasciarsi andare“.

Chi vive una relazione autentica non teme il giudizio del partner e sa che il valore del proprio amore non si misura in base a una prestazione, ma nella capacità di donarsi sinceramente.

L’intimità come espressione dell’amore coniugale

Non è forse questo ciò che promettiamo il giorno del matrimonio? “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia…“. In queste parole risuona una promessa di accoglienza incondizionata, che crea uno spazio di sicurezza dove l’intimità può sbocciare in tutta la sua bellezza.

Quando un marito e una moglie si donano reciprocamente nel rapporto fisico, quell’incontro diventa il sigillo concreto di questa promessa. Un dono che non si misura sulla performance, ma sulla sincerità dell’amore che si manifesta.

Superare l’ansia da prestazione: alcuni consigli pratici

Per vincere l’ansia da prestazione, è fondamentale lavorare su tre dimensioni principali:

  1. Dialogo aperto: Comunicare con sincerità i propri timori e insicurezze, senza vergogna. Il partner può offrire sostegno e rassicurazione se comprende ciò che stiamo vivendo.
  2. Riscoprire la tenerezza: L’intimità non è solo attrazione fisica, ma anche carezze, sguardi e gesti d’amore che rafforzano il legame.
  3. Vivere la fede come fonte di sicurezza: Pregare insieme, affidarsi a Dio e costruire una spiritualità coniugale solida aiuta a riconoscere che l’amore vero non è mai fondato sulla prestazione, ma sulla grazia.

Conclusione

L’ansia da prestazione si dissolve laddove cresce la certezza di essere amati così come siamo. L’amore coniugale autentico si nutre di fiducia, sincerità e accoglienza. E nell’incontro intimo, questa sicurezza si manifesta nel dono libero e gioioso di sé.

Perché alla fine, come diceva san Giovanni Paolo II, “l’amore non è mai qualcosa che si conquista, ma sempre qualcosa che si accoglie e si custodisce con umiltà“.

Antonio e Luisa

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Non Preoccupatevi di Arrivare, ma di Arrivare Insieme

Abbiamo iniziato il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” e, ricevendo dal Signore la forza interiore, proseguiamo oggi con il secondo passo.  

Quando si programma qualsiasi viaggio si sceglie una metà, si sa dove arrivare. Anche Dio, ad Abramo, aveva detto «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. […] Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan»  (Gen 12,1; 5)

Abramo infatti fece il suo pellegrinaggio fisico verso Canaan ma, approfondendo la Scrittura, vediamo che l’espressione ebraica lekh lekhà generalmente tradotta con «vattene» possiamo tradurla meglio con «va’ verso di te» cioè «trova te stesso», «ritrovati». Il movimento di lasciare la propria terra (il proprio Io) per andare verso Dio è in realtà un andare verso sé stessi. In sostanza, Dio chiama Abram (e in lui l’uomo) a ritrovare la propria identità e Abram (non da solo ma con la moglie) si fida e obbedisce.

Così anche noi sposi siamo chiamati, ogni giorno, a ricordarci chi siamo. Siamo chiamati, ogni giorno, a preoccuparci di custodire la nostra identità sponsale:  il giorno delle nozze, con la consacrazione della nostra relazione, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo stati costituiti “sposi pellegrini sulla strada dell’amore” per arrivare insieme dal nostro Sposo Gesù, è Lui la meta sicura.

Cari sposi, in questo tempo quaresimale e giubilare, vi invitiamo a fare “un’inversione di marcia”: entrando in preghiera, state in intimità con Lui e troverete il vostro vero “Io di coppia”. Pregate insieme:

«Dio di Abramo, tu ci inviti ad andare a noi stessi, a guardare dentro la nostra coppia, ad occupare lo spazio familiare dell’essenziale, abbandonando i troppi idoli che ci ingombrano il cuore e la vita; Gesù, nostro Sposo, rendici sempre viandanti nel nostro matrimonio anche quando pensiamo di essere arrivati. Amen»

Solo allora potrete, con profitto, uscire, rivolgervi agli altri e portare loro la Verità e l’Amore che avete incontrato nel profondo.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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L’Amore Nella Preghiera: Un Abbraccio Spirituale

Negli ultimi capitoli di questo libro dedicato al Cantico dei Cantici, abbiamo scelto di soffermarci sulla tenerezza tra gli sposi, un linguaggio profondo e autentico dell’amore. Ma esiste anche una tenerezza rivolta a Dio: è la preghiera. Un gesto dell’anima, un abbraccio spirituale che unisce cielo e terra, proprio come l’amore coniugale. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il terzo poema del Cantico dei Cantici occupa una posizione centrale, non solo nell’indice del libro, ma soprattutto nella dinamica dell’amore umano e spirituale che racconta. È il momento dell’incontro, della tenerezza, dello sguardo che riconosce e accoglie l’altro come dono. È il momento della gioia che nasce dall’unione tra l’uomo e la donna, espressa nel linguaggio degli abbracci, dei baci e dell’amplesso, fino alla comunione dei corpi.

Questo modo di vivere l’amore è profondamente umano e allo stesso tempo spirituale, perché risponde a uno dei bisogni più radicati nel nostro cuore: essere amati per ciò che siamo. Amati fino in fondo. È proprio questa esperienza che ci trasforma. Luigi Maria Epicoco scrive: “L’amore vero non ti lascia com’eri, ma ti trasfigura, ti fa diventare più te stesso di quanto tu abbia mai immaginato.” E il matrimonio, quando è vissuto nella luce di Dio, è esattamente questo: un cammino di trasfigurazione a due, dove l’altro non è un limite, ma un’opportunità di pienezza.

L’unione sponsale: una benedizione a tre

Nel cuore di questa esperienza di comunione non può mancare Colui che è la fonte dell’amore: Gesù. Per noi cristiani, vivere la tenerezza non significa solo vivere la dolcezza dei gesti, ma anche condividere lo spirito della preghiera, perché siamo sposati in tre. Il matrimonio cristiano, infatti, è un’alleanza che coinvolge anche Dio. Non come spettatore, ma come protagonista invisibile e presente.

Quante volte, la sera, quando tutto si fa silenzioso e i bambini dormono, ci siamo ritrovati marito e moglie nella penombra di una stanza, non da soli, ma alla presenza del Signore. In quei momenti, iniziare un dialogo a tre è come spalancare le finestre della nostra intimità sull’eternità. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le gioie condivise, e affidargli le fatiche… tutto questo diventa un gesto d’amore. Un amore che non finisce sulla soglia del corpo, ma che abbraccia anche l’anima.

Epicoco, parlando della preghiera nella vita matrimoniale, scrive: “La preghiera non è un dovere da compiere, ma un respiro da condividere. Pregare insieme è respirare insieme il Cielo.”

La tenerezza della preghiera

Questa preghiera, che non è mai scontata, diventa carezza per l’anima. Un abbraccio che attraversa la fatica, il non detto, persino le ferite della giornata. È bellissimo, ad esempio, chiedere perdono davanti a Dio per le mancanze avute verso il proprio sposo o la propria sposa. Non c’è gesto più umile e al tempo stesso più grande di due sposi che si guardano negli occhi davanti al Signore e si dicono: “Mi dispiace. Ti benedico.”

Anche prima dell’unione fisica, mettersi in preghiera può sembrare controcultura, ma in realtà è un gesto che amplifica la bellezza del dono reciproco. Benedire quel momento significa ricordare che il nostro corpo non è solo carne, ma tempio dello Spirito. E che l’unione sessuale, vissuta nella luce dell’amore, è sacramento vivente.

Don Carlo Rocchetta dice: “Il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altro.” Una carezza, quando è benedetta, diventa sacramento. Non è solo gesto, ma vocazione.

La preghiera degli sposi: una tradizione biblica

Non siamo i primi a pregare insieme prima di unirci. La Bibbia ci offre un esempio stupendo: la preghiera di Tobia e Sara nella prima notte di nozze. Non si abbandonano alla paura, né si lasciano travolgere dal desiderio, ma si affidano a Dio. Un gesto semplice e potente, che eleva l’unione a liturgia dell’amore.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»…
«Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!» (Tb 8,4-8)

Non è una preghiera moralista. È una preghiera d’amore, di quella rettitudine che vuole amare per costruire, non per consumare. Per durare, non per possedere.

La preghiera: sorgente di un amore che dura

Nel cammino matrimoniale, la preghiera è ciò che tiene insieme. È l’unico spazio in cui due persone così diverse possono trovare una lingua comune più profonda delle parole. Senza preghiera, la tenerezza rischia di ridursi a emozione. Con la preghiera, la tenerezza diventa comunione.

E allora, non smettiamo mai di pregare insieme. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Perché lì, proprio lì, può sbocciare un amore che non finisce. Come scrive don Renzo Bonetti: “La preghiera coniugale è il letto nuziale dell’anima. È lì che si rinnova il sì, che si custodisce l’alleanza, che si rigenera la passione.”

Antonio e Luisa

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Le carezze nutrono il matrimonio

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35).

Gesù ci chiama ad un amore tenero, un amore che si manifesta con gesti concreti e quotidiani, capaci di parlare al cuore. In particolare, il matrimonio cristiano è il sacramento della tenerezza, luogo in cui l’amore di Cristo si fa carne nella vita coniugale.

La tenerezza come linguaggio dell’amore

Nel vivere la vita matrimoniale ho compreso che Dio mi ha affidato una missione speciale: essere segno del Suo amore tenero per mia moglie. Questa non è una semplice ispirazione spirituale, ma un impegno concreto, quotidiano. Ogni giorno sono chiamato ad apprendere l’arte della tenerezza, che richiede attenzione, ascolto e cura.

La tenerezza, come spiega Carlo Rocchetta, si manifesta attraverso una “polifonia di carezze”. Queste carezze sono essenziali per nutrire la relazione di coppia e mantenere viva la fiamma dell’amore.

Le carezze secondo l’Analisi Transazionale

Eric Berne, ha approfondito il concetto delle “carezze” come unità fondamentali di riconoscimento. Secondo Berne, le carezze sono fondamentali per la nostra salute psico-emotiva e il nostro senso di identità. Esse possono essere fisiche, verbali o simboliche e rappresentano messaggi di apprezzamento e amore che nutrono l’autostima e rafforzano i legami affettivi.

Il matrimonio, come ogni relazione profonda, si costruisce su queste carezze che, se sincere e incondizionate, alimentano la sicurezza emotiva della coppia.

Tipologie di carezze

1. Carezze verbali

Le carezze verbali sono parole che esprimono amore, stima e riconoscimento. Dire al proprio coniuge: “Sei bellissima“, “Sei speciale“, o “Apprezzo molto quello che hai fatto per me” rafforza il legame emotivo.

Berne sottolineava che la fame di riconoscimento è una delle esigenze fondamentali dell’essere umano. Le parole hanno un potere enorme: una parola dolce può risanare una ferita emotiva, mentre una parola dura può ferire profondamente. Nel matrimonio, le parole gentili e incoraggianti sono essenziali per costruire un clima di fiducia e amore.

2. Carezze gestuali

Le carezze gestuali comprendono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio e l’abbraccio. Questi gesti comunicano vicinanza e intimità senza bisogno di parole. La psicologia ci insegna che il linguaggio non verbale è spesso più potente delle parole stesse. Un abbraccio dato con sincerità può sciogliere tensioni e malumori più di mille parole.

3. Carezze comportamentali

Queste si esprimono attraverso azioni concrete che dimostrano cura e attenzione per il coniuge. Preparare il caffè al mattino, aiutare nelle faccende domestiche o prendersi cura dei figli sono esempi di gesti che esprimono amore e dedizione. Berne definiva queste attenzioni come “carezze comportamentali” che, se fatte con spontaneità e sincerità, rafforzano il legame coniugale.

4. Carezze simboliche

I doni, le sorprese, i piccoli gesti inattesi sono forme di riconoscimento simbolico che hanno un grande valore emotivo. Offrire un fiore, scrivere una lettera d’amore o lasciare un biglietto affettuoso sono esempi di carezze simboliche che danno senso e valore al rapporto. Questi segni rafforzano la consapevolezza che il coniuge è amato e considerato speciale.

L’importanza delle carezze incondizionate

Una condizione fondamentale, però, è che queste carezze siano autentiche e incondizionate. L’amore manipolativo, che cerca di ottenere qualcosa in cambio, non costruisce relazioni solide. Le carezze vere sono gratuite e spontanee.

Carlo Rocchetta mette in guardia da un atteggiamento che, purtroppo, si verifica talvolta nella coppia: il marito che diventa improvvisamente tenero e affettuoso solo quando ha uno scopo, ad esempio desiderare intimità fisica. Queste carezze “condizionate” perdono di valore e rischiano di spezzare la fiducia del coniuge. La vera tenerezza è costante e non strumentale.

La tenerezza come cammino di crescita

Essere teneri non è solo una predisposizione caratteriale, ma un cammino di maturazione personale e spirituale. San Paolo ci invita a rivestirci di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo richiede uno sforzo consapevole e quotidiano.

Per crescere nella tenerezza occorre:

  • Saper ascoltare: L’ascolto attento è la prima forma di riconoscimento dell’altro.
  • Essere pazienti: La pazienza aiuta a non reagire impulsivamente e ad accogliere i limiti dell’altro.
  • Curare la comunicazione: Parole gentili, toni calmi e sguardi affettuosi creano un clima di serenità.
  • Essere creativi nell’amore: Sorprendere il coniuge con gesti semplici ma significativi mantiene viva la gioia di stare insieme.

Conclusione

La tenerezza nel matrimonio è un linguaggio essenziale che riflette l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ogni carezza, ogni gesto d’amore autentico è un’eco del comando di Gesù: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri“. Impegnarsi ogni giorno per essere epifania di questo amore tenero è la sfida più bella e nobile per ogni sposo e sposa che desiderano costruire un matrimonio saldo e felice.

Antonio e Luisa

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