Le emozioni autentiche nella coppia: la paura

Tra le emozioni autentiche, la paura è forse quella che più facilmente viene giudicata come segno di debolezza. Viviamo in una cultura che esalta la sicurezza, il controllo e l’autosufficienza, e che guarda con sospetto chi ammette di avere paura. Anche in ambito spirituale la paura viene spesso mal compresa: si pensa che un credente non dovrebbe averne, come se la fede fosse una sorta di immunità emotiva. In realtà la paura autentica non è il contrario della fede, ma una delle sue porte più vere.

In Analisi Transazionale la paura è un’emozione primaria, universale, proporzionata al pericolo percepito e limitata nel tempo. Ha una funzione essenziale: proteggere la vita. Segnala che qualcosa è rischioso, incerto, potenzialmente minaccioso. Senza la paura l’essere umano sarebbe incosciente; con una paura sana diventa prudente. Il problema non è avere paura, ma non ascoltarla o, al contrario, esserne dominati.

Molti di noi hanno imparato presto a non mostrare la paura. Da bambini abbiamo capito che la paura non era accolta, che bisognava “farsi coraggio”, “non piangere”, “essere forti”. Così abbiamo iniziato a sostituirla con emozioni parassite più socialmente accettabili: controllo, razionalizzazione, iperresponsabilità, rigidità o molto spesso rabbia. Ma una paura non riconosciuta non scompare. Si trasforma in ansia cronica, in bisogno di controllo o in chiusura emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando la paura autentica non trova spazio, spesso il Sé Bambino resta solo davanti al pericolo percepito. L’Adulto non ascolta, il Genitore critica o minimizza. Nasce così una tensione interna che si riversa nelle relazioni. Molti comportamenti rigidi o aggressivi non nascono dalla cattiveria, ma da una paura non detta.

Nella vita di coppia la paura è un’emozione decisiva, anche se raramente viene nominata apertamente. Paura di perdere l’altro, di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere scelti ogni giorno, di non contare davvero. Sono paure profonde, spesso antiche, che toccano il senso stesso del nostro valore. Proprio per questo fanno paura a loro volta: espongono troppo, rendono vulnerabili, mettono nelle mani dell’altro qualcosa di prezioso.

Dire “ho paura di perderti” o “ho paura di non bastarti” significa ammettere che l’altro ha un potere reale su di noi. Significa rinunciare all’illusione dell’autosufficienza. Per questo, in molte coppie, la paura non viene detta ma mascherata. Si traveste da controllo (“dove sei?”, “con chi sei?”), da gelosia, da richieste eccessive di conferme, da iperrazionalità o, al contrario, da silenzio e distanza emotiva. Ma quando la paura prende queste forme, la relazione inizia a soffrire: l’altro si sente soffocato o escluso, e il clima diventa difensivo.

La paura autentica, invece, quando viene detta, non indebolisce il legame, lo umanizza. Non è un’accusa, non è una pretesa, ma una richiesta di presenza. Dire la propria paura significa dire: “ho bisogno di te, ma non per controllarti, per camminare insieme”. Quando una persona si sente accolta nella sua paura, senza essere giudicata o corretta, smette lentamente di difendersi. Il bisogno di controllo si allenta, le difese si abbassano, lo spazio interiore si amplia.

La fiducia non nasce perché il pericolo scompare, ma perché non si è più soli ad affrontarlo. Una coppia diventa più solida non quando elimina ogni rischio, ma quando impara a portare insieme le proprie paure. È in questo spazio di verità condivisa che la relazione smette di essere un campo di battaglia e diventa un luogo sicuro, dove la fragilità non divide, ma unisce.

Dal punto di vista spirituale, la paura è pienamente presente nei Vangeli. Gesù non la nega. Nell’orto degli ulivi prova angoscia e paura profonda: “la mia anima è triste fino alla morte”. Non scappa, non la spiritualizza, non la corregge. La porta nella relazione con il Padre. Questo ci dice che la fede non elimina la paura, ma la attraversa. La fiducia non nasce dall’assenza di paura, ma dal non restare soli dentro di essa.

Eppure, anche nella Chiesa, talvolta passa il messaggio che la paura sia segno di poca fede. Si invita a “fidarsi di più” senza ascoltare davvero ciò che spaventa. Ma una paura non accolta non diventa fiducia. Diventa difesa. La spiritualità autentica non chiede di reprimere la paura, ma di affidarla.

Esiste, però, anche una paura non del tutto autentica, che non nasce da un pericolo reale ma da ferite non elaborate. È la paura che vede minacce ovunque, che anticipa il peggio, che impedisce l’intimità. In questo caso la paura non protegge, ma isola. Anche qui serve discernimento: la paura autentica chiede protezione, quella ferita chiede guarigione. Entrambe, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere la paura autentica significa fare un passaggio interiore delicato ma decisivo: rinunciare all’illusione di bastare a se stessi. Dire “ho bisogno”, “ho timore”, “da solo non ce la faccio” non è un fallimento, ma un atto di verità. È riconoscere che la fragilità non è qualcosa da correggere o nascondere, ma una parte essenziale dell’essere umani. Molti adulti vivono la paura come una colpa, perché hanno imparato che essere forti significa non dipendere da nessuno. Ma la relazione nasce proprio lì dove questa maschera cade.

Nella vita di coppia, quando la paura viene nominata con sincerità e accolta senza giudizio, accade qualcosa di profondo. La relazione smette di essere un luogo di prestazione e diventa uno spazio sicuro. Non si tratta di eliminare la paura, ma di condividerla. È in questo scambio che nasce un’intimità autentica, fatta non di sicurezza assoluta, ma di fiducia reciproca. Non perché la paura sia bella o desiderabile, ma perché è vera. E solo ciò che è vero può creare legame.

La paura autentica non è il contrario della fiducia. È spesso il punto da cui la fiducia nasce. Dove la paura viene ascoltata, la relazione può diventare un luogo sicuro. Dove viene negata, la relazione rischia di trasformarsi in campo di battaglia o in rifugio apparente. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel non avere paura, ma nel sapere dove portarla.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: il disgusto

Oggi la terza emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, il disgusto è probabilmente la meno nominata, soprattutto nella vita di coppia. Spesso viene percepito come qualcosa di inaccettabile, quasi vergognoso, perché sembra contraddire l’idea di amore come accoglienza totale. Eppure, in Analisi Transazionale, il disgusto è un’emozione primaria con una funzione precisa e fondamentale: proteggere l’integrità della persona. Segnala che qualcosa viene vissuto come invasivo, contaminante o non più compatibile con i confini profondi dell’individuo.

Molti partner faticano a riconoscere il disgusto perché temono che nominarlo significhi ferire l’altro o mettere in discussione il legame. Dire “questa cosa mi respinge”, “questo gesto mi fa stare male”, “non mi sento al sicuro in questo modo” espone a un rischio relazionale elevato. Così il disgusto viene represso, razionalizzato o trasformato in silenzio. Ma un disgusto non ascoltato non scompare. Rimane sotto traccia e, nel tempo, si manifesta come distanza emotiva, freddezza, ritiro del desiderio o ironia difensiva.

È fondamentale distinguere il disgusto autentico dal disprezzo, perché pur sembrando simili producono effetti profondamente diversi nella relazione. Il disprezzo svaluta l’altro, lo umilia, lo riduce a qualcosa di inferiore o indegno. È un’emozione che rompe il legame perché nega la dignità della persona. Il disgusto autentico, invece, non nasce dal voler ferire, ma dal bisogno di proteggere. Non dice “tu non vali”, ma “questa modalità non mi fa bene”.

Il disgusto autentico segnala che un confine è stato superato o messo a rischio. Chiede una rinegoziazione dei confini fisici, emotivi, sessuali e spirituali, senza accusare né colpevolizzare. Quando viene riconosciuto e ascoltato, il disgusto permette alla relazione di tornare in un luogo sicuro, dove l’intimità non è invasione e l’amore non diventa sacrificio forzato. Quando invece viene negato o giudicato, la persona impara a difendersi chiudendosi: il corpo si ritrae, il desiderio si spegne, la comunicazione si irrigidisce. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il disgusto è strettamente legato al rispetto del Sé Bambino. È l’emozione che protegge dalla violazione, dall’invasione, dall’essere costretti a tollerare ciò che fa male “per amore”. Molte persone, soprattutto nelle relazioni affettive e matrimoniali, hanno imparato a ignorare il proprio disgusto per non deludere, per non creare conflitti, per non essere accusate di egoismo. Ma l’amore che chiede di rinnegare i propri confini non è amore maturo. È adattamento.

Nella vita di coppia il disgusto riguarda spesso l’intimità, non solo sessuale ma anche emotiva. Può emergere quando l’altro invade spazi personali, quando usa parole o gesti che feriscono, quando forza tempi, ritmi o modalità che non sono condivisi. In questi casi il disgusto segnala che l’intimità sta diventando invasione. Se non viene ascoltato, il corpo stesso prende distanza: il desiderio cala, il contatto diventa meccanico, la relazione perde calore.

Dal punto di vista spirituale, il disgusto è un’emozione che spesso viene moralizzata o repressa, soprattutto nei contesti cristiani. Si è diffusa, talvolta in modo silenzioso, l’idea che amare significhi sopportare tutto, accettare tutto, perdonare sempre e comunque, anche quando questo comporta il sacrificio di sé. Ma questa non è la logica del Vangelo. Nei Vangeli vediamo Gesù provare un disgusto profondo davanti a ciò che profana la verità: quando entra nel tempio e trova uno spazio di preghiera trasformato in mercato, non resta indifferente. Quel gesto non nasce dall’impulsività, ma dal rifiuto netto di una contaminazione: il sacro ridotto a strumento, la relazione con Dio piegata al potere e al profitto.

Gesù mostra disgusto anche davanti all’ipocrisia, quando denuncia chi “pulisce l’esterno del bicchiere” ma resta marcio dentro. Non tutto è accoglibile, non tutto è sano, non tutto può essere spiritualizzato. Questo ci dice che anche il limite fa parte dell’amore maturo. Il cristianesimo non chiede l’annullamento della persona, ma la sua piena fioritura.

Dire “questo non mi fa bene”, “questo mi ferisce”, “qui mi fermo” non è mancanza di misericordia, ma esercizio di verità. Il disgusto, quando è autentico, diventa un alleato del discernimento spirituale: segnala che qualcosa non è in sintonia con la dignità della persona, con il rispetto del corpo, con la verità della relazione. Anche il “no”, quando nasce da questa verità, può essere una forma profonda di amore, perché protegge sia chi lo dice sia chi lo riceve da una relazione che rischia di diventare distruttiva.

Esiste però anche un disgusto difensivo, che non nasce dalla violazione di un confine reale ma da ferite non elaborate. È il disgusto che respinge l’intimità per paura di essere toccati nel punto fragile. In questo caso il disgusto non protegge, ma isola. Per questo è importante discernere: il disgusto autentico chiede rispetto, quello difensivo chiede guarigione. Entrambi, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere il disgusto autentico significa imparare a dire dei “no” che non chiudono, ma proteggono. Significa restituire dignità al corpo, alle emozioni, alla storia personale. Nella coppia, quando il disgusto viene nominato con rispetto e accolto senza giudizio, può diventare un’occasione di crescita profonda. Non perché sia piacevole, ma perché è vero.

Il disgusto autentico non è il contrario dell’amore. È uno dei suoi guardiani. Dove il disgusto viene ascoltato, l’amore può restare vivo senza diventare invasivo. Dove viene negato, l’amore rischia di trasformarsi in sacrificio silenzioso. E nessuna relazione può fiorire a lungo su un sacrificio che non viene mai detto.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la gioia.

Siamo giunti alla seconda emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, la gioia è forse quella che più facilmente viene confusa. Spesso la identifichiamo con l’euforia, con l’entusiasmo momentaneo o con una sensazione di benessere continuo. Anche nella vita cristiana talvolta si parla di gioia come di uno stato da mantenere a tutti i costi, quasi un dovere spirituale. Ma la gioia autentica non è un’emozione permanente né una maschera da indossare. È un’esperienza profonda, reale, che nasce quando qualcosa di buono ci raggiunge davvero.

In psicologia la gioia è un’emozione primaria, universale, proporzionata all’evento che la genera e limitata nel tempo. Non invade la persona né la rende cieca, ma la apre. È una risposta sana all’incontro, al riconoscimento, alla sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, anche solo per un momento. La gioia autentica non è rumorosa per forza, spesso è silenziosa. Non chiede di essere mostrata, ma abitata.

Il problema nasce quando la gioia viene confusa con l’obbligo di stare bene. In molti contesti, anche ecclesiali, passa l’idea che un cristiano “vero” debba essere sempre gioioso, sorridente, grato. Ma una gioia imposta diventa una forma sottile di negazione emotiva. Se non posso essere triste, non posso nemmeno essere davvero gioioso. La gioia autentica nasce solo in un cuore che ha fatto spazio anche al dolore.

L’Analisi Transazionale insegna che, quando una persona non può vivere la gioia autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite: eccitazione, euforia, iperattività, bisogno continuo di stimoli. È una gioia agitata, che non riposa, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata perché non affonda le radici. La gioia autentica, invece, è stabile pur essendo temporanea. Non dipende dal controllo né dalla performance, ma dal contatto.

Anche sul piano spirituale questo è decisivo. Nei Vangeli la gioia non è mai scollegata dalla realtà. Gesù non chiede ai suoi di essere felici a comando. Parla di una gioia “piena”, che nasce dall’essere amati, dal sentirsi scelti, dal rimanere. È una gioia che attraversa anche la fatica, non la nega. Per questo la gioia cristiana non è euforia, ma pace profonda.

Nella vita di coppia la gioia autentica è spesso fragile e silenziosa. Non coincide con i grandi momenti, ma con quelli ordinari: sentirsi visti, riconosciuti, desiderati. È la gioia di tornare a casa e sentirsi accolti, di ridere insieme senza motivo, di condividere una stanchezza senza vergogna. Quando una coppia perde la capacità di riconoscere e nominare queste gioie semplici, inizia lentamente a inaridirsi.

Molti partner fanno fatica a condividere la gioia perché, paradossalmente, la gioia è un’emozione che espone quanto, e a volte più, del dolore. Dire “sto bene con te” significa rendersi vulnerabili, riconoscere che l’altro ha un potere reale su di noi. C’è chi teme di non essere ricambiato, chi ha paura di sembrare dipendente, chi è cresciuto imparando a non mostrare ciò che sente per non rischiare una delusione. In questi casi la gioia viene trattenuta, vissuta in silenzio o ridotta a qualcosa di scontato. Ma la gioia non condivisa, nel tempo, si spegne. Non perché venga meno il bene, ma perché manca il contatto.

Dire “sono felice con te”, “mi fa bene stare con te”, “mi sento a casa quando ci sei” non è mai neutro. Sono frasi che non accusano e non chiedono nulla, e proprio per questo mettono a nudo. Espongono il cuore senza difese, senza contratti impliciti. Eppure è proprio questa esposizione che nutre il legame. Una coppia cresce non solo quando attraversa il dolore insieme, ma anche quando impara a nominare il bene che c’è, senza paura di perderlo.

La gioia autentica è infatti profondamente relazionale. Non è solo un’emozione interna, privata, ma un’esperienza che si intensifica quando viene rispecchiata. Quando l’altro accoglie la mia gioia, la riconosce, la custodisce, quella gioia si amplia e mette radici. Quando invece viene ignorata, minimizzata o data per scontata, lentamente si ritira. In molte coppie la gioia non viene detta perché “tanto si vede”, “tanto è ovvio”. Ma ciò che non viene detto, spesso, nel tempo scompare o perde forza.

Esiste anche una gioia difensiva, che serve a coprire ferite non elaborate. È la gioia ostentata, sempre esibita, quella che non tollera il silenzio né la profondità. È una gioia che ha bisogno di essere vista, confermata, applaudita. La gioia autentica, invece, non ha paura del silenzio. Non ha bisogno di dimostrare nulla. È una gioia che riposa, che non compete, che non si giustifica. È la gioia di chi si sente a casa, anche senza doverlo spiegare.

Imparare a vivere la gioia autentica significa imparare a riconoscere il bene ricevuto e a permettersi di restare lì, senza fretta. Significa accettare che la gioia non è continua, ma vera quando arriva. Nella vita spirituale come in quella di coppia, la gioia non è una meta da raggiungere, ma un dono da accogliere. E come ogni dono, chiede solo una cosa: di essere abitato, non posseduto.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la tristezza.

Dopo l’articolo introduttivo (leggi qui) oggi entriamo nell’analisi della prima emozione. Tra tutte le emozioni autentiche, la tristezza è probabilmente quella che più spesso viene fraintesa, evitata o giudicata. Viviamo in una cultura che la tollera poco, che tende a medicalizzarla in fretta o a coprirla con frasi motivazionali. Ma anche dentro la Chiesa, talvolta, si è insinuata una deriva altrettanto pericolosa: l’idea, spesso implicita, che un cristiano debba essere per forza sempre felice, sempre sereno, sempre positivo, e che la tristezza sia il segno di una fede debole, quasi una colpa spirituale da correggere.

Eppure la tristezza autentica è una delle emozioni più sane che possiamo provare. In Analisi Transazionale è considerata un’emozione primaria, universale, proporzionata alla situazione che la genera e limitata nel tempo. Nasce sempre da una perdita reale: una persona amata, un legame che cambia, un sogno che non si realizza, una fase della vita che non tornerà più. La tristezza non invade tutta la persona e non la definisce, ma la attraversa. Il suo scopo non è farci sprofondare, bensì aiutarci a lasciare andare ciò che non c’è più, per poter continuare a vivere.

Il problema nasce quando la tristezza non viene riconosciuta né autorizzata. Molti di noi hanno imparato presto che “non bisogna essere tristi”, che occorre reagire, ringraziare Dio, andare avanti senza fermarsi. Così la tristezza viene messa da parte, spiritualizzata in fretta o coperta con un sorriso di facciata. Ma una tristezza non vissuta non scompare. Resta dentro, si accumula e lentamente spegne il desiderio.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando una persona non può permettersi la tristezza autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite più accettabili: rabbia cronica, chiusura emotiva, ipercontrollo, autosufficienza. Non perché manchi l’amore, ma perché manca il lavoro del lutto. Dove non si piange ciò che si è perso, il cuore tende a irrigidirsi e le relazioni diventano più dure.

Anche sul piano spirituale questa rimozione è rischiosa. Una fede che non lascia spazio alla tristezza può trasformarsi in una forma di difesa, non di fiducia. Nei Vangeli Gesù non evita il dolore. Piange davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo risusciterà. È un dettaglio decisivo: Gesù non salta la tristezza in nome della speranza. Prima piange, poi agisce. Questo ci dice che la tristezza non è mancanza di fede, ma parte dell’amore. Solo chi ama davvero può essere davvero triste.

Eppure, nella pratica pastorale e nel linguaggio quotidiano, spesso passa un messaggio opposto: se sei triste, c’è qualcosa che non va nel tuo rapporto con Dio. Ma il Vangelo non chiede cristiani euforici. Chiede uomini e donne veri. I Salmi sono pieni di lamenti, di domande, di parole che non edulcorano il dolore. E proprio lì, in quella verità cruda, nasce la preghiera più autentica.

Nella vita di coppia questo tema è davvero decisivo. Molti conflitti non nascono perché non ci si ama più, ma perché la tristezza non trova spazio. Quando uno dei due vive una perdita, una delusione, una fatica profonda, spesso non viene ascoltato nel suo dolore, ma corretto, rassicurato troppo in fretta o inconsapevolmente messo a tacere. Davanti alla tristezza dell’altro scatta quasi automaticamente il bisogno di aggiustare, spiegare, razionalizzare, difendersi o minimizzare: “non è così grave”, “dai, pensa a quello che hai”, “vedrai che passa”. Sono frasi dette in buona fede, ma che producono un effetto collaterale pericoloso: fanno sentire l’altro solo nel suo dolore.

La tristezza autentica, invece, non chiede soluzioni rapide né risposte intelligenti. Chiede presenza. Chiede qualcuno che resti, che non scappi, che non corregga. Quando una persona si sente accolta nel suo dolore, senza essere giudicata o sistemata, il dolore inizia lentamente a trasformarsi. Non perché scompare, ma perché viene condiviso. È qui che molte coppie si giocano una svolta: non nella capacità di risolvere i problemi, ma nella capacità di stare nel dolore dell’altro senza difendersi.

La tristezza autentica è infatti profondamente relazionale. Dire “sono triste” non è un’accusa e non è una richiesta di colpa. Non è “tu mi fai stare male”, ma “sto vivendo qualcosa che mi pesa e ho bisogno di non essere solo”. È un’esposizione fragile, non manipolativa. Quando questa esposizione viene accolta, la relazione si approfondisce; quando viene respinta o corretta, la persona impara a chiudersi.

Molte distanze affettive nascono così: non da grandi tradimenti, ma da una serie di tristezze non ascoltate. Una moglie che smette di raccontare ciò che le pesa perché ogni volta si sente giudicata o minimizzata. Un marito che si chiude perché la sua fatica viene letta come debolezza. In questi casi la tristezza non sparisce, ma viene sepolta. E ciò che viene sepolto, nel tempo, diventa silenzio, freddezza, distanza.

Quando la tristezza non può essere condivisa, si trasforma in solitudine relazionale. E una solitudine protratta nel tempo erode lentamente il legame, spegne la fiducia emotiva e rende la coppia più vulnerabile. Al contrario, una tristezza detta e accolta diventa paradossalmente un luogo di intimità profonda. Non un momento romantico, ma un momento vero. È lì che l’altro smette di essere un avversario o un problema da risolvere e torna a essere un compagno di cammino.

Spesso si confonde la tristezza con la depressione, ma non sono la stessa cosa. La tristezza è un’emozione viva, che scorre, che ha un inizio e una fine. La depressione è spesso il risultato di una tristezza negata, non detta, non accompagnata. Dove non è permesso essere tristi, il corpo e la psiche trovano altri modi per fermarsi.

Imparare a vivere la tristezza significa imparare a perdere senza perdere se stessi. Significa accettare che alcune cose finiscono e che questo fa male. Ma solo chi attraversa la tristezza può aprirsi di nuovo alla gioia vera, non quella forzata o esibita, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con la propria storia. La tristezza autentica non è il contrario della fede. È una delle sue soglie più vere.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche: la porta d’ingresso alla verità di sé

Inizio oggi una serie di articoli per trattare le emozioni. Nel cammino personale, relazionale e spirituale c’è un passaggio decisivo che spesso viene sottovalutato: imparare a riconoscere le emozioni autentiche, chiamate in Analisi Transazionale anche emozioni primarie. Sono emozioni di base, universali, presenti in ogni essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Non dipendono dal carattere, dall’educazione ricevuta o dal livello di maturità spirituale. Appartengono all’essere umano in quanto tale e precedono ogni costruzione culturale, morale o religiosa. Eppure, paradossalmente, sono proprio le emozioni che più fatichiamo a sentire e a nominare.

In Analisi Transazionale un’emozione autentica non coincide mai con l’impulsività o con una reazione incontrollata. Ha caratteristiche precise: è proporzionata alla situazione che la genera, è temporanea, non invade tutta la persona e orienta all’azione sana. La rabbia autentica segnala che un confine è stato violato; la tristezza autentica segnala una perdita; la paura autentica protegge la vita; la gioia autentica nasce dall’incontro vero; la sorpresa autentica ci rende disponibili all’azione inattesa di Dio e dell’altro; il disgusto autentico custodisce la dignità, aiutandoci a dire un no sano a ciò che non è buono per noi. Se ascoltate, le emozioni autentiche non distruggono, ma orientano. Il problema nasce quando non le riconosciamo o quando le sostituiamo con qualcos’altro.

Molti di noi non sono stati educati a sentire le emozioni, ma ad adattarsi. Da bambini abbiamo imparato molto presto che alcune emozioni non erano accettabili, non erano benvenute o mettevano a rischio il legame con le persone importanti. Così abbiamo iniziato a sostituirle.

In Analisi Transazionale queste sostituzioni si chiamano emozioni parassite: emozioni apprese, emozioni “di copertura”, che prendono il posto di quelle autentiche perché più sicure dal punto di vista relazionale. Succede allora che al posto della tristezza mostriamo rabbia, al posto della paura mostriamo controllo, al posto del bisogno mostriamo autosufficienza, al posto del dolore mostriamo distacco o ironia. Non è una colpa, è una strategia di sopravvivenza. Ma ciò che ci ha protetti da piccoli, da adulti spesso ci allontana da noi stessi e dagli altri.

Dal punto di vista cristiano questo tema è centrale, anche se spesso frainteso. La fede cristiana afferma l’unità della persona: corpo, psiche e spirito non sono compartimenti separati. Se Dio si è fatto carne, allora anche le emozioni diventano luogo di rivelazione. Nei Vangeli Gesù non appare mai emotivamente anestetizzato.

Davanti alla tomba di Lazzaro «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35): tristezza autentica, non trattenuta, non negata. Di fronte alla durezza dei cuori «guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore» (Mc 3,5), Gesù mostra una rabbia limpida, che nasce dall’amore ferito, non dal bisogno di dominare. Nell’orto degli ulivi prova paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34), e chiede che il calice passi, mostrando che la paura autentica non è mancanza di fede, ma espressione piena dell’umanità.

Allo stesso tempo Gesù conosce una gioia profonda e condivisa: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Il disgusto autentico emerge quando Gesù smaschera ciò che è falsità e ipocrisia, come davanti ai sepolcri imbiancati e al tempio trasformato in mercato (cf. Mt 23,27; Gv 2,15-16): non disprezzo delle persone, ma rifiuto netto di ciò che corrompe la relazione con Dio e con l’uomo. Persino la sorpresa attraversa i Vangeli, quando Gesù si meraviglia della fede del centurione (Mt 8,10) o dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6). Gesù vive emozioni autentiche, non emozioni parassite. Non le nega, non le moralizza, non le spiritualizza per difendersi.

Questo ha conseguenze enormi per la vita di coppia. Molti conflitti non nascono perché “non ci amiamo più”, ma perché non sappiamo più dirci l’emozione autentica. Dietro una rabbia aggressiva spesso si nasconde la paura di non contare, la tristezza per una distanza, il bisogno di essere riconosciuti. Quando una persona riesce a dire l’emozione vera, accade qualcosa di potente: l’altro non si sente più attaccato, ma coinvolto. L’emozione autentica non accusa, espone. E dove c’è esposizione vera, può nascere l’incontro.

Riconoscere le emozioni autentiche non è una tecnica psicologica da applicare né un esercizio di introspezione fine a se stesso. È un cammino di verità che tocca la storia personale, il Bambino interiore, la relazione e anche la fede. Dio non ci chiede di essere forti, ma di essere veri. Questo articolo vuole essere solo un’introduzione. Nei prossimi entreremo, una per una, nelle emozioni autentiche per comprenderle, riconoscerle e imparare a viverle senza distruggere noi stessi o la relazione. Perché la maturità emotiva non è smettere di sentire, ma sentire bene. E da lì, finalmente, amare meglio.

Antonio e Luisa

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