Il Bosco degli Specchi: imparare a donarsi nella libertà

C’era una volta, in un villaggio nascosto tra colline verdi e sentieri di luce, un giovane viaggiatore di nome Elia. Portava sempre con sé uno zaino leggero e un cuore pesante. Chiunque incontrasse lungo la strada diceva di lui: “È generoso. Si dona sempre.” E in effetti era vero: Elia aiutava, ascoltava, si rendeva disponibile. Eppure dentro sentiva una stanchezza che non riusciva a spiegare, come se qualcosa, nel suo modo di amare, non fosse pienamente libero.

Un giorno arrivò al Bosco degli Specchi, un luogo misterioso di cui aveva sentito parlare fin da bambino. Si diceva che chi entrava lì non trovasse semplicemente risposte, ma incontrasse parti di sé che non aveva mai avuto il coraggio di guardare davvero. Appena varcata la soglia del bosco, Elia si trovò davanti cinque sentieri. Non c’erano indicazioni, solo una sensazione profonda che lo invitava a camminare.

Sul primo sentiero incontrò una donna con un cesto pieno di fiori. Ogni passante riceveva un dono: un fiore, una parola gentile, un gesto di cura. Lei non esitava mai. Tuttavia, più il tempo passava, più il cesto si svuotava e il suo volto diventava pallido e stanco. Elia la osservò a lungo, poi le chiese perché non si fermasse mai. La donna sorrise appena e rispose: “Ho paura che, se smetto, smetteranno di volermi bene.” In quel momento Elia comprese che stava osservando una forma di dono che sembrava amore, ma che in realtà nasceva dalla paura di perdere l’altro. Era un sì che non nasceva dalla libertà, ma dal timore dell’abbandono.

Proseguendo, imboccò il secondo sentiero. Qui incontrò un uomo che costruiva ponti senza sosta. Ogni volta che qualcuno aveva bisogno di attraversare un fiume, lui si metteva al lavoro immediatamente, anche quando le forze sembravano mancargli. Elia gli chiese perché non si concedesse mai una pausa. L’uomo abbassò lo sguardo e disse: “Se dico di no, potrebbero arrabbiarsi.” Quelle parole risuonarono profondamente dentro Elia. Era la via del donarsi per evitare il conflitto, quel modo di amare che cerca la pace a tutti i costi, anche quando il prezzo è il silenzio su ciò che ferisce davvero.

Sul terzo sentiero vide una ragazza che indossava mille maschere diverse. Con alcuni era allegra e leggera, con altri forte e determinata, con altri ancora quasi invisibile. Cambiava continuamente, come se non esistesse un volto stabile. Elia le chiese chi fosse veramente. Lei esitò, poi confessò: “Non lo so più. Mi adatto a ciò che serve. Così mi accettano.” Elia sentì un nodo alla gola. Era la via dell’adattamento, quel donarsi che nasce dal desiderio di essere riconosciuti ma che, lentamente, porta a perdere se stessi.

Continuando il cammino, giunse sul quarto sentiero. Lì trovò un giovane cavaliere che regalava la sua armatura a chiunque gliela chiedesse. Restava nudo e vulnerabile, eppure continuava a sorridere. Elia gli domandò perché si privasse continuamente della sua protezione. Il cavaliere rispose con voce quieta: “Se mi dono completamente, forse qualcuno finalmente vedrà il mio valore.” Elia comprese che quella era la via del donarsi per ottenere amore e approvazione, un dono che sembra generosità ma che nasconde un bisogno profondo di essere riconosciuti.

Camminando ancora, Elia sentiva il cuore diventare sempre più pesante. Tutte quelle persone si donavano, eppure sembravano svuotarsi. Cominciò a chiedersi se anche lui stesse facendo lo stesso senza rendersene conto. Alla fine del bosco arrivò davanti a una piccola casa di legno. Sulla porta era inciso: “Qui abita il dono nella verità.” Entrò. Dentro trovò una donna anziana seduta accanto al fuoco. Aveva occhi limpidi e un sorriso quieto che trasmetteva pace. “Sei arrivato,” disse lei con semplicità. Elia si sedette e raccontò ciò che aveva visto. “Ho incontrato persone che si donano continuamente, ma sembrano svuotarsi. Qual è la differenza tra il donarsi giusto e quello che ferisce?”

L’anziana prese due ciotole, una crepata e una integra. Versò acqua nella prima: subito iniziò a perdere gocce. “Quando ti doni per paura, l’acqua scappa via. Non nutre davvero nessuno, nemmeno te.” Poi versò acqua nella seconda, che rimase piena e limpida. “Quando ti doni nella verità, il dono resta. Perché nasce dalla libertà.” Elia chiese come fosse possibile vivere così. L’anziana rispose con una sola parola: “Confini.” Vedendo la sua sorpresa, aggiunse: “Molti pensano che i confini separino. In realtà proteggono ciò che è vivo. Senza argini, il fiume diventa palude. Con argini giusti, porta vita.”

Gli spiegò che un confine va posto quando senti che stai dicendo sì mentre dentro gridi no, quando dai per evitare paura o rifiuto, quando ti perdi e non ti riconosci più. Ma aggiunse anche che non sempre bisogna metterli: quando il dono nasce dalla libertà, quando scegli di amare anche se costa, senza tradire la tua verità, allora il confine non serve perché il cuore è già saldo. Elia rimase a lungo in silenzio. Quelle parole sembravano dare nome a qualcosa che aveva sempre intuito ma mai compreso pienamente. Prima di uscire, l’anziana gli disse ancora: “Ricorda: dire no non è sempre chiudere il cuore. A volte è il modo più vero per custodirlo. E dire sì non è sempre amore: può essere solo paura travestita.”

Quando lasciò la casa, il Bosco degli Specchi gli apparve diverso. I sentieri non erano cambiati, ma lui sì. Riprese il cammino continuando a donarsi, ma con uno sguardo nuovo: a volte diceva sì con gioia, altre volte no con pace. E scoprì qualcosa di inatteso: quando si donava nella verità, gli altri non ricevevano meno, ma di più. Perché non era più un dono nato dalla paura, ma dalla libertà. E la libertà, come una sorgente limpida, non si esaurisce mai.

Cosa ci insegna questo racconto? Esistono diversi modi di donarsi nelle relazioni, ma non tutti nascono dalla libertà. Spesso il dono è guidato dalla paura. Ci si dona per paura di perdere l’altro, accettando tutto — ritmi, decisioni, situazioni che non si sentono proprie — accumulando però tristezza e risentimento. In questi casi il sì non è amore, ma timore dell’abbandono, e il confine sano consiste nel dire: “Ti amo, ma questo per me è troppo”.

Altre volte ci si dona per evitare il conflitto: si tace per mantenere la pace, ma quella pace è solo apparente. Il risultato è accumulare tensione fino all’esplosione. Qui il confine è imparare a esprimere con calma ciò che pesa, riconoscendo che il conflitto sano può essere un atto d’amore.

C’è poi il donarsi per adattamento, quando si cambia continuamente per essere accettati, fino a perdere la propria identità. Il confine è tornare a sé stessi e dire: “Questo non mi rappresenta”. Oppure il donarsi per ottenere riconoscimento, dando molto per essere finalmente visti: un dono che diventa richiesta implicita.

Il dono nella verità invece nasce dalla libertà: dire sì con gioia e no con responsabilità. Per capire se serve un confine basta chiedersi: sto scegliendo o sto temendo? Dopo aver dato mi sento vivo o svuotato?

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo. L’ecologia dell’amore La grazia degli imperfetti

Un pensiero su &Idquo;Il Bosco degli Specchi: imparare a donarsi nella libertà

Scrivi una risposta a civuoleunfiore Cancella risposta