«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me» Matteo 10,37
Cari lettori di “Diario di un fidanzamento cristiano”, per l’articolo di oggi vorrei prendere spunto dal Vangelo di domenica 28 giugno. Gesù usa parole apparentemente dure, quasi dolorose per chi le ascolta la prima volta. Devo dire che più volte ho riflettuto su questa frase senza capirla con una chiave di decodifica per me convincente. Possibile che Gesù voglia “allontanare” dai legami più sacri quali i genitori o i figli? No, non è così. Gesù ci chiede di fare ordine nella nostra vita, cercando di mettere Lui al centro di ogni scelta o decisione, così che tutti gli affetti possano essere benedetti in lui, aiutandoci ad amare meglio. Non mi posso però fermare qui, perché la cosa più interessante è notare che in questo discorso di Gesù c’è un’assenza. Egli non nomina il marito o la moglie, cioè non dice: «Chi ama il marito o la moglie più di me non è degno di me».
Secondo me non si tratta di una mancanza casuale, perché il legame sponsale tra marito e moglie è segno sacro dell’unione indissolubile tra Cristo e la Chiesa che dà tutto per lei. Ogni sacramento di matrimonio è inserito all’interno del Cuore stesso di Gesù e non può essere separato da Lui e dalla Santissima Trinità. È vero infatti che per far nascere una nuova famiglia ci dobbiamo “separare” in un certo modo dalla famiglia di origine, così come un giorno anche i figli si dovranno separare da noi per accogliere la loro vocazione alla gioia piena. Dal marito o dalla moglie non ci possiamo separare più quando ci sposiamo sacramentalmente e rimaniamo da quel momento strettamente uniti al Cuore di Cristo e Lui rimane nella relazione sponsale come garante e custode. Secondo me per tali motivi Gesù non ha motivo di nominare il marito o la moglie in quel discorso.
La frase “finché morte non ci separi” non esiste nel sacramento del matrimonio cattolico per chi non lo sapesse; è vero che con la morte il sacramento cessa, ma possiamo avanzare alcune supposizioni. Anche se nel regno dei cieli si vivrà diversamente da come si è vissuto sulla terra, quell’unione particolare sancita dal sacramento del matrimonio rimane in eterno in Cristo? Lascio il link ad un articolo molto valido trovato su Punto Famiglia.
Su una domanda così delicata è bene partire dai Padri della Chiesa proprio come nell’articolo di cui sopra. I Padri sono stati i principali scrittori cristiani dei primi secoli che, con la loro dottrina, la loro vita e la loro azione pastorale hanno difeso e annunciato la fede cristiana, gettando le basi della tradizione e della teologia della Chiesa. Hanno avuto un ruolo essenziale nella formulazione della dottrina cristiana, e anche nella difesa della fede contro le eresie di quegli anni come l’arianesimo, lo gnosticismo, il pelagianesimo, ed altre ancora, e nello sviluppo della spiritualità e della cultura cristiana, e la loro eredità teologica, filosofica e spirituale ha influenzato profondamente la Chiesa e l’intera civiltà occidentale. Tra le figure più importanti, tradizionalmente si si distinguono i quattro Padri della Chiesa d’Occidente: Sant’Ambrogio (339-397), San Girolamo (347-420) il primo traduttore della Bibbia, Sant’Agostino d’Ippona (354-430), considerato il più grande teologo dell’Occidente e San Gregorio Magno (540-604) divenuto poi Papa. Anche in Oriente, ci sono i Padri della Chiesa: Sant’Atanasio ( 296-373), San Basilio Magno (circa 330-379), San Gregorio Nazianzeno (329-390), San Gregorio di Nissa (335-395) e San Giovanni Crisostomo (345-407).
Sant’Agostino (IV-V sec.) fu il teologo che sistematizzò la dottrina occidentale. Scrisse il trattato “De bono coniugi”, definendo il matrimonio come un “sacramento” (segno sacro), il cui vincolo (l’obligatio) è spiritualmente indistruttibile, persino dopo un divorzio o in caso di sterilità.
Sebbene nei Padri della Chiesa si trovino riflessioni diverse intorno all’applicazione pratica dell’indissolubilità (es: sulla possibilità di risposarsi dopo la morte del primo coniuge) , la Chiesa Cattolica ha seguito la linea di Agostino codificando l’indissolubilità assoluta del matrimonio cristiano ed elevandolo a sacramento. Agostino paragona il vincolo matrimoniale al sacramento dell’Ordine sacro. Anche se un chierico viene rimosso dal suo ufficio per una colpa grave, il segno del suo legame con Dio resta per sempre. Sempre tale Padre della Chiesa afferma che il Sacramento dell’Ordine, la Cresima, il Battesimo hanno un carattere indelebile (chiamato anche carattere sacramentale) ovvero un sigillo spirituale impresso dall’azione dello Spirito Santo sull’anima di chi li riceve.
Le caratteristiche dei sacramenti che imprimono un carattere indelebile sono tre:
- È permanente: non si cancella mai, né a causa del peccato né con la morte biologica. Resta nell’anima per tutta l’eternità.
- È irripetibile: i sacramenti che imprimono il carattere non possono essere ricevuti una seconda volta. Non si può essere battezzati o ordinati sacerdoti due volte.
- Consacra a un ruolo: configura la persona a Cristo in un modo specifico, conferendole una precisa dignità, un potere spirituale e una missione all’interno della comunità.
Il carattere indelebile di questi sacramenti è affermato nel Catechismo al punto 1121. Il sacramento del matrimonio non imprime un carattere indelebile, perché “teoricamente” è ripetibile in vita dopo la morte del coniuge (su tale questione leggere l’articolo al link). Ma allora cosa ne è del matrimonio cristiano dopo la morte? Devo concludere sposando pienamente il pensiero spirituale del Padre della Chiesa San Giovanni Crisostomo. Egli mette in luce la bellezza del matrimonio quando questo è vissuto in Dio.
Quando l’amore che unisce gli sposi è quello di Dio, neanche la morte può decretare la fine di quella unione. L’una sola carne continuerà a vivere oltre la morte e verrà vissuta, in cielo, con modalità a noi sconosciute. Ecco cosa scrive nel “Discorso ad una giovane vedova”:
«Giacché questa morte non è una morte reale, ma un trasmigrare (…) ti è possibile continuare a custodire l’affetto che tu nutri verso di lui anche ora e allo stesso modo di prima. Tale è appunto la forza dell’amore: essa è in grado di abbracciare, riunire, di legare insieme non solo le persone presenti, quelle che si trovano accanto a noi e quelle che vediamo, ma anche quelle persone che sono molto lontane da noi. Inoltre né tempo, né la lunga distanza del percorso, né alcunché di simile avrebbero la minima forza necessaria di spezzare quest’affetto spirituale. E poi, anche se vuoi vedere il tuo sposo in faccia, e so per certo che questo costituisce il tuo più vivo desiderio, persisti nel conservargli il letto nuziale incontaminato dal rapporto con un altro uomo; preoccupati di mostrare fattivamente una condotta di vita pari alla sua e, senza alcun dubbio, potrai giungere assieme a lui nello stesso coro; abiterai con lui non per cinque anni, quanto appunto è durato il vostro matrimonio su questa terra, né per venti, né per cento, né per mille, né per duemila e neppure per diecimila, né molte volte di più, ma per secoli infiniti ed eterni. (…) Se tu intendi mostrare una condotta di vita come la sua, allora lo riavrai di nuovo, non con quella bellezza fisica che egli aveva al momento della sua dipartita, ma con un altro splendore e con una bellezza lucente più dei raggi del sole. (…) Se farai ciò (cioè restare nella vedovanza senza contrarre una nuova unione) potrai vivere per tutta l’eternità accanto al tuo caro sposo (…). Mentre su questa terra è soltanto una unione fisica, lassù, nel cielo, essa sarà unione più intima, di un’anima con un’anima, e di molto più soave e più eccelsa».
Domani, 5 luglio 2026, io e Alessandro celebreremo il sacramento che ci cambierà la vita per sempre! Pregate per noi. Per chi lo desiderasse possiamo inviare per email una foto del matrimonio a chi la richiederà. Un abbraccio a tutti i lettori,
Eleonora e Alessandro (eleonoraealessandro4@gmail.com)
Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara