Giuseppe e Maria: l’arte di educare con la vita (e senza panico)

In un mondo in cui spesso rischiamo di sommergere i figli di parole, Giuseppe e Maria si presentano a noi come i genitori del “silenzio”. La loro non è un’assenza di comunicazione, ma un’educazione condotta attraverso la vita vissuta: una parola fatta carne, autentica, priva di retorica. Accanto a Gesù — la Parola incarnata — Giuseppe e Maria sono la testimonianza vivente di cosa significhi accompagnare un figlio con presenza, cura e rispetto della sua autonomia. Per loro è impossibile disinteressarsi dell’educazione del Figlio, ma come vivono questa responsabilità quando le cose non vanno come previsto?

 Quando un figlio “sparisce”: il racconto di Luca (2, 41-52)

Facciamo un salto nel Vangelo di Luca. Gesù ha dodici anni. I genitori si recano a Gerusalemme per la Pasqua, ma sulla via del ritorno accade l’inaspettato: «Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava […]. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”». (Lc 2, 43-48)

In questo episodio c’è un’incredibile lezione di pedagogia redenta.

 Non farsi sovrastare dall’ansia: il primo insegnamento

Quante volte capita anche a noi? Convinti che i nostri figli siano “nel gruppo” o al sicuro con altri, muoviamo i primi passi lasciando loro spazio. Poi, da buoni genitori, buttiamo l’occhio per controllare e, di fronte a una criticità, ci mettiamo in movimento.

Ciò che colpisce di Giuseppe e Maria è la loro reazione: non si fanno prendere dal panico, dal nervosismo o dal rancore. Non trovano il Figlio e semplicemente agiscono: “Tornarono in cerca di lui a Gerusalemme” (v. 45). Non aggiungono alla difficoltà oggettiva atteggiamenti negativi o drammatizzazioni distruttive.

L’angoscia che non perde la fede

Quando finalmente lo trovano, sono passati ben tre giorni. Luca non nasconde l’umanità della coppia: erano “angosciati” (v. 48). Trovano Gesù tranquillo, beato, seduto tra i dottori della Legge a interrogarli e ad ascoltarli. Non è un adolescente spaventato che piange la mancanza dei genitori: è un ragazzo pienamente consapevole di sé e della sua missione. Sul piano squisitamente umano, quanti di noi avrebbero mantenuto la calma? Quanti avrebbero dato in escandescenza, accusando il figlio di essere un incosciente o uno sprovveduto?

“Ma come! Noi siamo stati in pena tre giorni e tu te ne stai qui tranquillo?!” Giuseppe e Maria ci mostrano un’umanità diversa. Un’umanità intrisa di Dio, in cui il piano orizzontale (la fatica umana) resta sempre legato a quello verticale (il senso divino).

 Il “come” che cambia tutto

Maria esprime quello che ha nel cuore con immensa trasparenza, ma senza aggressività: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (v. 48). Maria esprime in questa situazione ciò che sperimentiamo tutti noi genitori davanti a un figlio che compie qualche “corbelleria”. Vive nella propria carne la stessa cosa che ci capita anche a noi quando vediamo il nostro figlio che fa qualcosa di insensato, avventato, pericoloso, qualcosa che riteniamo si sarebbe potuto evitare in quanto non opportuna. Quando ci succede di trovarci in una di queste situazioni anche noi soffriamo così come Maria e Giuseppe.

La nostra preoccupazione, la nostra frustrazione sono legittime, sane ma tutti questi sentimenti non devono portarci a offuscare il giusto giudizio, a smettere di vivere una relazione educativa sana. Maria e Giuseppe ci sono da modello proprio in questo, la loro non è una reazione comandata dalla frustrazione, dalla rabbia, dalla preoccupazione ma sempre e comunque amorevole: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (v. 48). Emerge il respiro di una madre e di un padre a cui batte ancora forte il cuore, ma che hanno saputo impedire che l’angoscia lasciasse il posto alla distruzione del figlio. Maria non colpevolizza, non sminuisce, non denigra. Dice la verità del proprio vissuto senza scaricare il dolore sotto forma di rabbia, di manipolazione o di odio. Maria e Giuseppe dicono ciò che non va, ma lo dicono amando fino in fondo.

Educare è sempre un gesto d’amore

Tutta la nostra testimonianza di genitori e di sposi cristiani si gioca in questo “come” educo, specialmente davanti alle azioni e parole inopportune dei figli. Maria e Giuseppe con questa modalità educativa cercano di creare un dialogo con il figlio caratterizzato da questi elementi:

  • la ricerca dell’incontro;
  • la capacità di dire le cose senza sminuire o svilire;
  • la forza di correggere.

Qualcuno ha detto che il contrario dell’amore non è l’odio, ma la paura. La paura è il più grande ostacolo all’amore, al dialogo e all’incontro. Guardare a Giuseppe e Maria significa imparare a superare quella paura, consegnando ai nostri figli non parole vuote, ma la testimonianza di un amore capace di accogliere, cercare e comprendere.

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Luca e Cecilia Fabbri (@eccoivostrifigli)

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