Chi di voi è senza peccato?

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).

Questo è il quarto modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo”. Dopo aver incontrato, nei moduli precedenti, alcuni strumenti utili per comprendere meglio noi stessi e il nostro modo di stare nelle relazioni, entriamo ora in una dinamica tanto comune quanto difficile da riconoscere: quella dei giochi psicologici. Lo facciamo lasciandoci accompagnare da una delle pagine più intense del Vangelo, l’incontro tra Gesù, gli scribi e i farisei e la donna sorpresa in adulterio. Una scena nella quale emergono accusa, vergogna, giudizio, manipolazione e paura, ma nella quale Gesù mostra anche una via diversa: non entrare nel gioco, restituire a ciascuno la propria responsabilità e creare uno spazio nel quale verità e misericordia possano finalmente incontrarsi.

Ci sono relazioni nelle quali sembra che si parli di un problema, ma in realtà sta accadendo qualcos’altro. Si discute per una frase, per un ritardo, per una dimenticanza, per qualcosa che non è stato fatto come avremmo voluto. Eppure, sotto quella discussione, si muove spesso una dinamica molto più profonda. Qualcuno accusa, qualcuno si difende, qualcuno cerca di salvare la situazione. Poi, improvvisamente, i ruoli cambiano: chi accusava diventa vittima, chi si difende attacca, chi voleva aiutare finisce esasperato. L’Analisi Transazionale definisce molte di queste dinamiche giochi psicologici.

Non si tratta naturalmente di giochi divertenti. Sono sequenze relazionali ripetitive, spesso inconsapevoli, nelle quali entriamo cercando qualcosa – attenzione, riconoscimento, conferma, sicurezza – ma alla fine otteniamo quasi sempre emozioni spiacevoli e confermiamo convinzioni profonde su noi stessi e sugli altri. Il racconto evangelico della donna sorpresa in adulterio offre una scena straordinariamente potente per comprenderli.

Gli scribi e i farisei conducono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio. Apparentemente stanno ponendo una domanda religiosa: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Ma Giovanni ci svela immediatamente ciò che sta accadendo: «Dicevano questo per metterlo alla prova». La donna, quindi, non è soltanto una peccatrice da giudicare. È diventata uno strumento. Il vero obiettivo è Gesù.

È una dinamica molto simile a quella che incontriamo nei giochi psicologici: ciò che viene dichiarato apertamente non coincide sempre con ciò che sta realmente accadendo nella relazione. La domanda sembra essere: «Cosa dobbiamo fare con questa donna?». La domanda nascosta è: «Come possiamo mettere Gesù in una posizione dalla quale non possa uscire?». Se Gesù approva la lapidazione, entra in contraddizione con la misericordia che annuncia. Se la rifiuta, può essere accusato di contraddire la Legge. È una trappola relazionale.

Uno degli strumenti più conosciuti nell’ambito dell’Analisi Transazionale è il triangolo drammatico di Karpman. Nei giochi psicologici le persone tendono ad assumere tre ruoli: Persecutore, Vittima e Salvatore. Il Persecutore accusa, giudica, controlla: «È colpa tua». La Vittima si sente impotente: «Non posso farci niente». Il Salvatore interviene assumendosi la responsabilità dell’altro: «Ci penso io». Il problema è che questi ruoli non sono stabili. Possiamo entrare in una discussione come Vittima e terminarla come Persecutore. Possiamo iniziare aiutando qualcuno come Salvatori e, quando quella persona non segue i nostri consigli, trasformarci in Persecutori: «Dopo tutto quello che ho fatto per te!». È proprio questo passaggio continuo da un ruolo all’altro che mantiene vivo il gioco.

Nella scena evangelica sembra inizialmente molto chiaro chi occupi le varie posizioni. Gli accusatori sono Persecutori. La donna è la Vittima. E Gesù potrebbe essere facilmente trascinato nel ruolo del Salvatore. Ma Gesù fa qualcosa di sorprendente: rifiuta di entrare nel triangolo. Davanti all’accusa, Gesù inizialmente tace. Si china e scrive con il dito per terra. Quel silenzio interrompe la dinamica. I farisei cercano una reazione. Vogliono trascinarlo dentro il loro schema. Gesù invece non risponde immediatamente allo stimolo. È una lezione enorme anche per le nostre relazioni: non siamo obbligati a reagire subito a ogni provocazione. Tra ciò che l’altro dice e la nostra risposta può esistere uno spazio. Ed è proprio in quello spazio che può entrare la libertà.

Gesù poi alza lo sguardo e pronuncia una frase che cambia completamente il livello della relazione: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Non attacca gli accusatori, non nega il peccato della donna, non giustifica ciò che è accaduto. Semplicemente porta ciascuno davanti alla propria responsabilità. È esattamente ciò che accade quando una persona esce da un gioco psicologico: non accetta più il ruolo che gli altri stanno cercando di assegnarle.

Anche nella coppia possiamo entrare facilmente in queste dinamiche. Immaginiamo una moglie che dica: «Tu non mi ascolti mai». Il marito potrebbe rispondere: «Per forza, ogni volta che torno a casa mi assali con i tuoi problemi». Lei allora: «Certo, perché per te il lavoro viene prima di tutto». Lui: «Ecco, alla fine sono sempre io quello sbagliato». La discussione magari era iniziata dal bisogno reale della donna di sentirsi ascoltata. Ma quel bisogno scompare. Ora entrambi stanno cercando di dimostrare qualcosa: «Tu sei quello che sbaglia», «Io sono quello che subisce», «Io faccio tutto per questa famiglia». È iniziato il gioco.

Alla fine nessuno si sente ascoltato e ciascuno torna nella propria posizione iniziale pensando: «Lo sapevo che con lui non si può parlare» oppure «Lo sapevo che qualsiasi cosa faccia non va mai bene». Il gioco ha prodotto il suo risultato: ha confermato il copione. Ed è proprio questo uno degli aspetti più insidiosi dei giochi psicologici: ci fanno soffrire, ma allo stesso tempo confermano ciò che già crediamo di noi stessi, degli altri e delle relazioni.

La scena dell’adultera pone però una domanda ancora più scomoda: perché abbiamo così bisogno di trovare qualcuno da accusare? Talvolta il giudizio sull’altro ci permette di non guardare noi stessi. Finché posso dire «Il problema sei tu», non devo chiedermi quale parte abbia io nella relazione. Finché posso raccontarmi come vittima assoluta, non devo interrogarmi sulle mie reazioni. Finché posso salvare continuamente l’altro, posso evitare di riconoscere i miei bisogni.

Gesù invece riporta ogni persona alla propria verità. In un certo senso dice: guarda prima ciò che accade dentro di te. Non per colpevolizzarti, ma perché solo lì comincia la libertà. Non possiamo cambiare davvero una relazione se restiamo concentrati esclusivamente su ciò che l’altro dovrebbe fare. Possiamo invece cominciare a riconoscere il ruolo che noi assumiamo, le parole che utilizziamo, le aspettative che portiamo e le ferite che vengono riattivate.

Nell’Analisi Transazionale questa possibilità può essere letta come il recupero dello Stato dell’Io Adulto. L’Adulto non nega le emozioni e non cancella la storia personale. Prova però a chiedersi: «Che cosa sta succedendo realmente adesso? Cosa sto provando? Di cosa ho bisogno? Sto rispondendo alla persona che ho davanti oppure a una vecchia ferita?». Una frase come «Tu non ci sei mai» può allora diventare: «In questi giorni mi sono sentita sola e avrei bisogno di passare un po’ di tempo con te». Una frase come «Non ti va mai bene niente» può diventare: «Quando mi correggi in quel modo mi sento giudicato e mi viene voglia di difendermi». Il problema può rimanere, ma il gioco finisce.

Quando tutti se ne sono andati, Gesù rimane solo con la donna. «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Sono due frasi che devono rimanere insieme: non ti condanno e non continuare così. Questa è forse una delle immagini più belle di una relazione adulta e autenticamente cristiana. Accogliere una persona non significa approvare tutto ciò che fa. Dire la verità non significa condannarla. La misericordia non cancella la responsabilità e la responsabilità non cancella la misericordia.

È proprio questa integrazione che permette di uscire dai giochi psicologici. Nelle nostre relazioni possiamo imparare lentamente a deporre le pietre: la pietra dell’accusa, la pietra del vittimismo, la pietra del controllo, la pietra di quel «te l’avevo detto» che utilizziamo per sentirci superiori. E possiamo imparare a fare ciò che Gesù fa con quella donna: vedere la persona prima del suo errore e, proprio perché la vediamo davvero, invitarla alla responsabilità.

Forse la domanda di questo quarto modulo è allora molto semplice: quando entro in conflitto con qualcuno, sto cercando davvero una relazione oppure sto cercando un ruolo da interpretare? Perché il cambiamento comincia quando smettiamo di chiedere all’altro di recitare la parte che il nostro copione gli ha assegnato e cominciamo finalmente a incontrarlo per quello che è. È lì che il gioco può finire. Ed è lì che può cominciare una relazione nuova.

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Antonio e Luisa

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