Buona Domenica

È raro che vada al supermercato di domenica, in genere mi organizzo per comprare quello che mi serve durante la settimana: tuttavia poco tempo fa sono andato di domenica mattina per comprare due cose che mi ero dimenticato e che mi servivano per l’uscita del pomeriggio.

Il primo reparto all’ingresso era quello dell’ortofrutta, c’era una signora di mezza età che stava sistemando la roba nelle cassette: entro e, passandole accanto, le auguro un “Buongiorno e buona domenica”. Lei subito si blocca, interrompe il lavoro e mi fissa: aveva un’espressione perplessa, come se fossi stato un alieno. Nel frattempo, stavo velocemente riflettendo su quello che avevo detto, mi frullano in testa sempre tanti pensieri e mi è venuto il dubbio che dalla mia bocca non fosse uscito quello che avevo pensato o se fossi vestito in maniera strana. Non trovando motivazioni, le chiedo, quasi timoroso: “Scusi, ho detto qualcosa di sbagliato?”. E lei, con naturalezza, risponde: “No, è la prima volta che mi dicono una cosa del genere”. Io resto sorpreso e replico: “Come, non le dicono mai buongiorno?”. Lei precisa: “Buongiorno sì, ma mai buona domenica”.

Ci fermiamo un attimo a parlare, in particolare del fatto che la domenica sarebbe meglio dedicarla alla famiglia e che organizzandosi, i supermercati potrebbero anche rimanere chiusi in quel giorno. Ho preso quello che mi serviva e sono uscito, ma poi ho riflettuto molto su quella scena: mi sono chiesto come sia possibile che tante persone entrino continuamente in contatto senza mai arrivare a un incontro vero.

Ci passiamo accanto, condividiamo gli stessi spazi, ci sfioriamo, ma spesso rimaniamo estranei; possibile che un semplice e banale augurio sia diventato qualcosa di tanto insolito? Non avevo fatto niente di straordinario: mi ero semplicemente accorto della sua presenza e le avevo augurato qualcosa di buono. Per noi cristiani augurare buona domenica, visto che è il giorno del Signore (Dies Domini), è molto diverso dal semplice e inflazionato buongiorno, perché richiama quello in cui crediamo.

Spesso quando entro nei negozi e negli ipermercati ci sono persone che lavorano, puliscono, riempiono gli scaffali e sistemano la merce, ma sembra quasi che siano invisibili. Noi passiamo, prendiamo quello che ci serve e usciamo, spesso senza un sorriso o un ringraziamento. Eppure, dietro ogni persona che incontriamo, c’è una storia che non conosciamo, una famiglia, delle preoccupazioni, magari una giornata difficile.

Questa piccola esperienza mi ha fatto pensare anche a noi sposi cristiani e a come viviamo la nostra testimonianza: a volte siamo talmente presi dal fare che rischiamo di perdere di vista ciò che conta davvero. Organizziamo eventi in parrocchia, prepariamo il catechismo, partecipiamo agli incontri, cerchiamo di invitare un personaggio conosciuto per rendere più interessante una serata, ci impegniamo in mille iniziative e magari ci stanchiamo anche parecchio. Tutte cose belle, naturalmente, e spesso necessarie, ma siamo sicuri che, mentre facciamo tutto questo, non ci capiti di dimenticare proprio le persone che abbiamo accanto?

Possiamo organizzare un incontro sul matrimonio cristiano e poi non accorgerci della coppia che ci siede vicino, oppure possiamo spiegare ai nostri figli quanto sia importante amare il prossimo e poi trattare con freddezza la persona che ci serve al supermercato, il vicino che incontriamo sulle scale o il coniuge che ci rivolge una domanda mentre siamo impegnati in qualcosa che riteniamo più urgente. Lo dico anche pensando a me stesso, perché so quanto sia facile lasciarsi assorbire dalle cose da fare e convincersi che siano proprio quelle a rendere preziosa la nostra giornata. A volte cerchiamo le occasioni importanti per testimoniare la fede, senza accorgerci che il Signore ci sta chiedendo qualcosa di molto più semplice: fermarci, guardare chi abbiamo davanti e non passare oltre.

Noi sposi abbiamo una vocazione bellissima e impegnativa: siamo chiamati a rendere visibile l’amore di Dio attraverso la nostra vita, a cominciare dalla relazione con nostro marito o nostra moglie: l’amore imparato, accolto e vissuto nel matrimonio è destinato a traboccare, a raggiungere gli altri, a diventare uno stile con cui abitiamo il mondo. Allora dobbiamo domandarci se siamo capaci di riconoscere il nostro coniuge anche nelle giornate più ordinarie, quando non ci sono occasioni speciali e non abbiamo niente di particolare da dirci: siamo capaci di salutarlo con affetto quando rientra a casa, di ringraziarlo per quello che fa, di interrompere per un momento ciò che stiamo facendo per ascoltarlo davvero?

Ecco, un’altra riflessione che vorrei aggiungere a questa esperienza è quella sull’ascolto: viviamo in un mondo nel quale siamo tutti molto impegnati a mostrarci, a dire la nostra, a far vedere chi siamo e che cosa pensiamo, ma abbiamo perso la capacità di ascoltare davvero. Ce ne accorgiamo anche nelle conversazioni quotidiane: mentre l’altro parla, noi stiamo già preparando la risposta, cerchiamo l’occasione per intervenire, pensiamo a come ribattere o a quale esperienza personale raccontare per riportare l’attenzione su di noi; in realtà, spesso non stiamo ascoltando, stiamo soltanto aspettando il nostro turno per parlare.

Eppure, ascoltare significa fare spazio all’altro, accettare per qualche momento di mettere da parte i nostri pensieri e le nostre ragioni per cercare di comprendere ciò che la persona davanti a noi desidera comunicarci, anche quando fatica a trovare le parole. È un gesto di amore concreto, che richiede tempo e umiltà, perché ci obbliga a rinunciare a essere protagonisti per diventare capaci di accogliere.

Quante volte un marito o una moglie comincia a raccontarci qualcosa e noi, convinti di sapere già dove voglia arrivare, lo interrompiamo, gli diamo subito un consiglio o gli spieghiamo perché dovrebbe comportarsi diversamente? Magari abbiamo anche ragione, ma non è detto che in quel momento l’altro abbia bisogno delle nostre soluzioni: forse desidera soltanto essere ascoltato, sentirsi accolto, sapere che ciò che vive ci interessa davvero e lo stesso vale con i figli, con gli amici e con le persone che incontriamo ogni giorno.

Quella signora del supermercato non aveva bisogno che io le insegnassi qualcosa o che le raccontassi la mia vita: è bastato un saluto, seguito da qualche minuto di conversazione, per creare uno spazio nel quale entrambi abbiamo potuto incontrarci. Non si tratta di trasformare ogni saluto in una strategia per evangelizzare: la gentilezza non è una tecnica e le persone non sono occasioni da sfruttare per parlare di Dio. Si tratta, molto più semplicemente, di imparare a guardare gli altri come fratelli e sorelle, persone amate da Dio, prima ancora che noi decidiamo di rivolgere loro la parola.

Quante volte entro ed esco da un luogo pensando soltanto a ciò che devo comprare, al tempo che sto perdendo, agli impegni che mi aspettano, senza rendermi conto che davanti a me c’è qualcuno che merita almeno un saluto. Noi sposi cristiani non dobbiamo cercare occasioni straordinarie, ma la fedeltà nelle cose ordinarie, perché l’amore diventa credibile quando impariamo a riconoscere il valore di chi ci sta accanto, anche quando non abbiamo nulla da guadagnare da quell’incontro.

In fondo, non serve sempre parlare dell’amore di Dio per renderlo presente: qualche volta basta non lasciare una persona sola nella sua invisibilità, anche un semplice “buona domenica” può diventare una piccola finestra attraverso la quale passa un po’ della Sua luce.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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