L’Onda di luce più dolce che ci sia

Ci sono figli che non abbiamo potuto stringere tra le braccia e che, tuttavia, hanno cambiato per sempre il nostro modo di vedere la vita. Ci sono nomi pronunciati sottovoce, fotografie che non esistono, culle non preparate, tutine rimaste in un cassetto, ecografie conservate come reliquie. Ci sono bambini che hanno abitato il grembo di una madre per pochi giorni, poche settimane, pochi mesi. Alcuni hanno respirato l’aria del mondo soltanto per un istante. Altri non hanno potuto farlo. Eppure, sono figli. Al presente, non al passato.

Il 15 ottobre, Giornata mondiale della consapevolezza sul lutto prenatale e perinatale, il mondo accende una luce per ricordare i bambini morti durante la gravidanza, al momento della nascita o nei primi giorni di vita. O, come amo molto di più dire, nati in Cielo. Una giornata per ricordare, per pregare, per parlare, per consolare, per non lasciare sole le madri e i padri. Per dire, finalmente, ciò che tante volte il dolore ha dovuto gridare nel silenzio: «Mio figlio è esistito ed esiste nel cuore e nelle mani di Dio».

Il lutto prenatale è un lutto spesso invisibile agli occhi degli altri, ma terribilmente concreto nel cuore di chi lo vive. La gente può dire: «Era troppo piccolo». Ma per una madre e per un padre non esiste un figlio “troppo piccolo” per essere amato. Non esiste un tempo minimo per diventare genitori. Non esiste una misura del dolore stabilita dal numero delle settimane. Un figlio non si ama perché ha vissuto molti anni. Si ama perché è figlio. Nella “Novena a Maria Santissima, Madre dei bambini nati in Cielo”, ho scritto: “Non è importante il numeri dei giorni che si trascorrono con un figlio ma l’amore con il quale vengono vissuti”.

Quando un bambino muore prima di nascere, non muore soltanto un corpo minuscolo: muore un futuro immaginato. Muore una voce che non abbiamo potuto ascoltare. Muore il primo giorno di scuola che non vedremo. Il compleanno che non festeggeremo. La mano che non stringeremo. La fotografia che non scatteremo. E, insieme a quel bambino, sembra morire anche una parte di noi. Perché la morte prenatale è una ferita che spesso non ha una tomba, non ha ricordi condivisi con gli altri, non ha racconti da ripetere davanti a una fotografia. E allora qualcuno può perfino permettersi di chiedere: «Ma quanto tempo è passato?» Come se il tempo potesse cancellare un figlio. Come se un bambino potesse smettere di essere figlio perché sono trascorsi mesi o anni dalla sua morte. Ma l’amore non misura il tempo. L’amore lo trasfigura.

La prospettiva cristiana, però, non si ferma a chi non c’è più, a come avrebbe potuto essere, alla mancanza, alla perdita. Perché noi cristiani crediamo in qualcosa che è infinitamente più grande della morte. Crediamo che la vita non finisca nel luogo in cui noi smettiamo di vedere. Crediamo che un figlio possa non essere nelle nostre braccia, ma per sempre in quelle di Dio. La prospettiva del Cielo ci apre – anzi spalanca – al Bello che resta, al Bene che possiamo fare, all’Amore che continua, alla genitorialità completa che possiamo (e dobbiamo) vivere tra quaggiù e Lassù.

La verità è che un bambino non è mai un errore, una “prova della natura”, un “grumo di cellule”, un semplice “prodotto del concepimento”. Non è una parentesi né “qualcosa che è andato storto”. È una persona amata da Dio. Profondamente amata, pensata e voluta da sempre e per sempre. Ben prima che due genitori ne avessero idea, sogno e desiderio. E se la nostra fede è autentica, se davvero crediamo che Cristo ha vinto la morte, allora dobbiamo avere il coraggio di guardare anche il lutto prenatale alla luce della Risurrezione.

Tutto questo non significa negare il dolore: significa impedire al dolore di avere l’ultima parola. Perché la morte può interrompere una gravidanza, può interrompere una vita terrena, può tardare un incontro, ma non può spezzare l’amore. E, soprattutto, non può spezzare la promessa di Dio. «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). Queste parole di Gesù non sono soltanto per chi ha vissuto una lunga vita, sono anche per i bambini che hanno vissuto soltanto nel grembo. Sono per quei figli che noi abbiamo conosciuto attraverso un test positivo, un’ecografia, un battito ascoltato, una pancia che cresceva. Sono per quei bambini che magari non abbiamo nemmeno potuto conoscere con certezza, ma che abbiamo amato con tutto il cuore e con tutta l’anima.

E allora, oggi, 15 ottobre, vorrei che nessuno dicesse a una madre: «Devi andare avanti». Vorrei che qualcuno le dicesse: «Puoi andare avanti pregando per e con tuo figlio, vivo in Cielo più che mai!». Perché andare avanti non significa dimenticare. Significa imparare a camminare con un amore tra Lassù e quaggiù. Significa continuare a essere e sentirsi madre e ad essere padre. Continuare a pronunciare quel nome e continuare a raccontare quella vita, anche se è durata soltanto poche settimane. Perché un’esistenza non diventa meno preziosa perché è stata breve: è preziosa perché appartiene innanzitutto a Dio!

Una candela accesa per pochi minuti illumina davvero: dalle 19 alle 20, ovunque noi siamo, facciamo brillare la luce per tutti i bambini nati in Cielo. Non è solo un gesto, qualcosa che dura sessanta minuti e poi basta, una moda o una foto da postare sui social. È il segno che noi crediamo che Dio è Onnipotente e onnipotentemente più forte della morte.

Accendiamo questa luce, una piccola luce per ogni bambino. Per quelli nati Lassù. Per quelli nati troppo presto. Per quelli vissuti soltanto poche ore. Per quelli che hanno lasciato una culla vuota e un amore pieno.

Accendiamo una luce per le loro madri e per i loro padri. Per i fratelli che spesso non hanno potuto conoscere quel bambino, ma che pure hanno un fratello o una sorella in Cielo. Accendiamo una luce per chi ancora piange in silenzio. Per chi non riesce a pronunciare quel nome e per chi, nonostante tutto, lo pronuncia ogni giorno. Lasciamo che quella luce attraversi la notte. Perché ci sono onde che non fanno rumore, onde di ricordi, onde di preghiera e poi l’onda più dolce che ci sia, quella di oggi, 15 ottobre.

Perché un figlio non muore mai quando continua a essere amato. E soprattutto, nelle mani di Dio, nessun figlio è mai perduto.

Fabrizia Perrachon

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