Dalla «Lettera a Proba» di sant’Agostino, vescovo (Lett. 130, 11, 21 – 12, 22; CSEL 44, 63-64) “Il Padre nostro” – A noi sono necessarie le parole per richiamarci alla mente e considerare quello che chiediamo, ma non crediamo di dovere informare con esse il Signore, o piegarlo ai nostri voleri. […] Quando poi diciamo: «Venga il tuo regno» che, volere o no, certamente verrà, eccitiamo la nostra aspirazione verso quel regno, perché venga per noi e meritiamo di regnare in esso. […]
Continua la riflessione che la Chiesa in queste settimane ci propone attraverso le parole di sant’Agostino, oggi viene presa in esame la preghiera del Padre Nostro, e di questa riflessione ne prendiamo una piccola porzione che ci aiuti a progredire nella santità matrimoniale. Due sono le coordinate sulle quali muoveremo il discorso: la prima riguarda l’atteggiamento di fondo e la seconda è il contenuto della seconda richiesta della preghiera del Signore.
Sant’Agostino non si ferma alla mera meditazione delle varie parti del Padre Nostro, altrimenti si correrebbe il pericolo di una recita solo delle labbra ma il cuore resta lontano. Un altro pericolo è quello di trasformare la preghiera in una lista della spesa, quasi a trattare il Padre alla mercè di un distributore automatico: inserisco la monetina della preghiera ed ottengo ciò che voglio io.
Questi pericoli toccano anche la vita matrimoniale: in un rapporto di amore ciò che spinge è volere il bene dell’altro; non amiamo l’altro/a per ciò che ci dà, come se fosse un distributore automatico di gesti amorosi, bensì cerchiamo di cambiare le nostre “spigolature” per poterla/o amare meglio, come lei/lui desidera essere amata/o.
E così anche nel rapporto d’amore col Padre, infatti sant’Agostino ci introduce spiegando che la recita del Padre Nostro non ha come fine il piegare il Signore al nostro volere, ma, il suo esatto contrario, e cioè il piegare il nostro di cuore al volere del Padre. Questo atteggiamento è quello giusto per porsi dinanzi alla preghiera, la quale non può essere spiegata, è una realtà che va vissuta poiché in ultima analisi è una relazione d’amore tra la creatura ed il suo Creatore e Redentore. Le parole possono raccontare qualcosa di questa esperienza, ma per quanto siano profonde ne racconteranno solo la scorza esterna lasciando intuire che c’è molto di più e molto più in profondità.
La seconda coordinata ci porta sulla tematica specifica della seconda domanda: Quando poi diciamo: «Venga il tuo regno» che, volere o no, certamente verrà, eccitiamo la nostra aspirazione verso quel regno, perché venga per noi e meritiamo di regnare in esso. Il regno di Dio, spiega il Catechismo, si manifesta, o meglio, si rende presente a noi in diversi modi, e uno di questi è il Sacramento del Matrimonio. Ma in questo Regno noi sposi siamo chiamati ad esserne gli attori principali, non siamo dei meri spettatori ma siamo costituiti re e regine del nostro Matrimonio attraverso l’azione dello Spirito Santo, siamo diventati come soci del Regno di Dio e questa azione non può restare sulla carta, attende di diventare carne viva, vita vissuta; e così come tutti i soci che si ripettano hanno diritti e doveri così anche noi abbiamo il diritto di aiuti celesti ma anche il dovere di regnare con Lui. Ci sono diversi modi per vivere la nostra regalità matrimoniale: la castità matrimoniale e l’educazione della prole ne sono le due punte di diamante.
Coraggio allora, sposi, vi invitiamo a recitare il Padre Nostro insieme almeno una volta al giorno, senza fretta e col cuore disposto a cambiare per diventare amore vissuto per lei/lui.
Giorgio e Valentina.