Morte, dov’è la tua vittoria?

Tutti sappiamo che novembre è il mese dedicato al ricordo e alla preghiera per i defunti. E tutti, ma proprio tutti, nella vita facciamo esperienza della morte e della perdita di persone care. C’è chi ha accompagnato fino all’ultimo respiro un genitore, chi ha visto morire il coniuge dopo una lunga malattia. Chi ha perso improvvisamente un fratello, un figlio, un amico, chi porta ancora dentro di sé il vuoto lasciato da una persona morta molti anni fa. E ci sono lutti di cui si parla poco perché fanno troppo male: le morti improvvise, i suicidi che lasciano domande senza risposta, le morti premature, le persone scomparse nel nulla. Ci sono lutti senza funerali, senza necrologi, senza foto: quelli dei bambini non nati, ossia quelli nati direttamente in Cielo, troppo spesso poco considerati. O, ancora, i lutti che si sono consumati dopo anni di malattia e quelli che, invece, sono arrivati in una sola telefonata. La morte cambia volto, ma lascia sempre la stessa domanda: come si continua a vivere quando qualcuno che amiamo non c’è più?

Con questa domanda nel cuore siamo partiti per Medjugorje con “Il tempo di Maria”, dal 31 ottobre al 4 novembre, in un pellegrinaggio dedicato proprio a chi porta dentro le ferite della perdita. Eravamo in molti, provenienti da luoghi diversi e con storie diverse, ma con qualcosa in comune: nessuno arrivava alla Regina della Pace per fare semplicemente un viaggio. Ognuno portava una persona. Un nome. Un volto. Una fotografia custodita nel portafoglio. Una voce che non si sente più. Una sedia rimasta vuota. E, qualche volta, una ferita così profonda da non sapere nemmeno come raccontarla.

Abbiamo pregato, celebrato l’Eucaristia, vissuto l’Adorazione, incontrato comunità, e respirato quella particolare atmosfera di preghiera che, per tanti pellegrini, rende Medjugorje un luogo nel quale fermarsi finalmente davanti a Dio. Ma soprattutto abbiamo scoperto che un pellegrinaggio non è una fuga dal dolore. È il contrario: è avere il coraggio di portarlo davanti al Signore. Perché si parte per un pellegrinaggio quando una ferita non riesce più a essere portata da soli. Si parte quando il lutto è diventato una stanza nella quale si vive da troppo tempo. Si parte perché alcune domande non trovano risposta nelle parole degli amici, nei consigli, nel passare degli anni. Si parte perché si desidera incontrare Qualcuno che non dica semplicemente «devi andare avanti», ma che sappia entrare con noi proprio là dove il dolore ci ha fermati.

A Medjugorje molti di noi hanno compreso che guarire dal lutto non significa dimenticare. Non significa smettere di piangere, cancellare una foto, buttare via gli oggetti di chi non c’è più o arrivare al punto di non sentire più nostalgia. La guarigione cristiana è qualcosa di molto più grande: è poter pronunciare ancora il nome di quella persona senza sentirsi schiacciati dall’assenza; è riuscire a ricordare senza essere distrutti dal ricordo; è trasformare lentamente una ferita aperta in una ferita affidata a Dio.

E allora sono caduti molti muri. Ci sono state lacrime per un marito, per una moglie, per un padre, per una madre, per un fratello, per un figlio, per un amico. Ci sono stati lutti recentissimi e lutti antichi. Persone che da anni non riuscivano a parlare della propria perdita hanno trovato il coraggio di farlo. Altri hanno scoperto che il proprio dolore, rimasto nascosto per troppo tempo, aveva bisogno semplicemente di essere consegnato al Signore. E qualcuno è tornato a casa con una consapevolezza nuova: non era necessario smettere di amare chi era morto per poter ricominciare a vivere. O, per meglio dire, chi ha attraversato quel passaggio necessario per nascere definitivamente Lassù.

Questa è la potenza della fede cristiana davanti alla morte: l’amore non ne esce sconfitto. San Paolo può allora osare la domanda che dà il senso a tutto questo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (1Cor 15,55). Non è una frase poetica pronunciata davanti a una tomba. È una provocazione lanciata alla morte stessa. Perché la nostra fede non nasce dall’illusione che la morte non faccia male. Gesù stesso pianse davanti alla tomba di Lazzaro. Ma la fede vive della e nella certezza che la morte, pur essendo reale e dolorosa, non è l’ultima parola.

A Medjugorje siamo andati proprio per ricordarlo, per viverlo, per far rinascere quella consapevolezza nel profondo del cuore. Non siamo andati a cercare un colpo di spugna capace di cancellare il passato. Siamo andati a Cristo. E Maria, Regina della Pace, ci ha indicato ancora una volta la direzione: suo Figlio. È lì che il dolore può trovare una forma nuova, perché Cristo non promette una vita senza croci; promette di attraversarle con noi e di condurci oltre. È per questo che il ritorno è stato diverso dall’andata. Siamo partiti portando dei pesi e siamo tornati portando i nostri cari nel cuore, ma in modo diverso. Nessuno ha dimenticato nessuno. Nessuno ha lasciato a Medjugorje la persona amata. Abbiamo lasciato invece, ai piedi della Croce, una parte di quel peso che credevamo di dover portare per sempre da soli. E così siamo tornati più leggeri. Non perché il dolore fosse sparito, ma perché aveva finalmente trovato un luogo in cui essere deposto. Siamo tornati un po’ risorti.

Siamo partiti per Medjugorje per guarire le ferite del lutto. Siamo tornati con una certezza: la morte può allontanarci fisicamente da una persona, ma non può portarci via l’amore che ci ha uniti a lei. E soprattutto non può portarci via Cristo. Per questo, davanti alle tombe, alle fotografie, ai ricordi e a tutti i nomi che custodiamo nel profondo, possiamo ancora domandare, con san Paolo e con la Chiesa di ogni tempo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?» La risposta è nella tomba vuota di Gesù. E quella tomba vuota continua a dirci, ancora oggi, che la morte non ha vinto.

Fabrizia Perrachon

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