Tanti sono gli incontri che facciamo ogni giorno e tante sono le persone alla ricerca di una relazione che possa durare. Anche nella Parola di Dio incontriamo personaggi che, prima di noi, si sono mossi alla ricerca di un compagno di vita. Nel libro della Genesi leggiamo che Abramo, per trovare la futura moglie al figlio Isacco, incarica un suo servo: questi parte insieme a dieci cammelli, “portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone”. (Gen 24,10) Durante il viaggio si ferma “presso il pozzo d’acqua, nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere”. (Gen 24,11)
Il servo fa in modo di creare un’occasione propizia intorno a sé, sceglie il momento della giornata in cui le donne sono solite recarsi al pozzo e rivolge a Dio una supplica precisa: “concedimi un felice incontro quest’oggi e usa bontà verso il mio padrone Abramo! La ragazza alla quale dirò: «Abbassa l’anfora e lasciami bere» e che risponderà: «Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere» sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco. Da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone”. (Gen 24, 12. 14) La donna che avrebbe compiuto il gesto di dare da bere a lui e ai suoi dieci cammelli, stanchi per il viaggio, sarebbe stata una donna attenta e generosa, capace di offrire la sua fatica al prossimo. E il servo di Abramo chiede a Dio di poter incontrare per Isacco una donna animata da tale generosità d’animo: il discernimento è basato sull’apertura del cuore della donna e non su criteri effimeri.
Ecco che appare Rebecca, “una giovane molto bella d’aspetto”. (Gen 24, 16) Il servo le corre incontro, palesa la sua richiesta e la ragazza prontamente gli offre da bere. Rebecca non indugia, non aspetta, non si chiede chi sia quell’uomo: agisce. La Parola ci dice che “in fretta” dà da bere a lui e ai suoi dieci cammelli. Possiamo immaginare che dare da bere a ben dieci cammelli sia un’azione che richiede un certo impegno ma Rebecca non ha paura della fatica: riconosce il bisogno del servo e, con la sua attenzione, ci indica quanto la gratuità possa essere feconda. Sa spendersi per il prossimo e non ne ha paura.
Il servo allora le chiede se ci sia posto in casa sua per passarvi la notte. “C’è paglia e foraggio in quantità da noi e anche posto per passare la notte” (Gen 24, 25): con queste parole Rebecca rivela tutta la sua generosità e accoglienza. A quel punto il servo si inginocchia davanti al Signore: capisce che la sua richiesta di “un felice incontro” a Dio è stata esaudita. Si mettono in viaggio verso la casa di lei, i familiari della giovane accolgono in casa Isacco e, nell’ascoltare quanto accaduto, il padre e il fratello subito esclamano: “La cosa procede dal Signore, non possiamo replicarti nulla”. (Gen 24, 50) Con queste parole riconoscono la potente opera di Dio nell’incontro tra i due giovani.
Ci sono momenti nei quali il Signore passa nella nostra vita e agisce concretamente. Momenti che si imprimono nella nostra memoria e diventano memoriali, ricordi vividi dei momenti in cui il Signore ha operato nelle nostre vite. La volontà di Dio si è dispiegata nelle vite dei due giovani: il servo di Abramo si è messo in cammino e ha trovato Rebecca, una ragazza generosa e capace di donarsi, come moglie per Isacco. Eppure subito si affaccia una tentazione: il fratello e la madre di Rebecca chiedono al servo di far rimanere la ragazza ancora una decina di giorni con loro, come a voler rimandare il momento del distacco. È la tentazione, molto velata, di trattenere a sé la figlia e tenerla legata alla famiglia d’origine.
Quando capita questo, rischiamo di bloccare noi stessi il compimento della nostra vocazione. L’uomo e la donna devono avere il coraggio di lasciare le proprie sicurezze e le rispettive famiglie di origine per costruire qualcosa di nuovo. Come ci ricorda il libro della Genesi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”. (Gen 2,24) Solo se prima ho compiuto l’azione di lasciare, sono veramente libera di creare qualcosa di nuovo e sperimentare una vera unione con chi ho accanto. Quando sono in grado di lasciare le mie comodità, la mia famiglia d’origine e tutte le sue aspettative, allora posso generare nuova vita. Non si tratta di lasciare per dimenticare chi mi ha messo al mondo ma per realizzare la mia vocazione.
Il comando che Dio ci dà è: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà”. (Es 20, 12) Ed è interessante scoprire che la radice del verbo “onorare” in ebraico significa “dare il giusto valore”: in questa prospettiva onorare acquista il significato di ringraziare chi ci ha donato la vita, si è preso cura di noi, senza però permettere che le paure, le aspettative o gli schemi appresi dalle figure genitoriali possano condizionare le nostre scelte.
Quando i familiari chiedono a Rebecca se intende partire subito, il suo “Sì” non si farà attendere. La giovane ha tagliato il cordone ombelicale ed è pronta a donarsi. Parte senza indugio per realizzare la propria vocazione. La storia di Isacco e Rebecca ci mette in guardia dalla tentazione di rimanere ancorati alle nostre comodità, alle famiglie di origine e non realizzare il progetto a cui Dio ci chiama.
Rebecca ci offre una direzione molto chiara affinché una relazione sia feconda: la capacità di spendersi per l’altro, la gratuità di offrire anche le nostre fatiche a chi abbiamo accanto e la maturità di saper lasciare la famiglia d’origine. Una strada, quella tracciata da Rebecca, che è luce preziosa per la piena realizzazione della nostra felicità.
Francesca Parlangeli