Montana, psicologa cristiana, sulla fragilità dei legami: “Non rassegniamoci!”

Abbiamo avuto il piacere di conoscere ed intervistare una professionista, Claudia Montana, che coniuga la sua professione di psicologa con l’antropologia cristiana. Mostra particolare interesse per la Teologia del Corpo e l’Umanesimo integrale. Abbiamo parlato di fragilità dei legami, vita di coppia, responsabilità nelle relazioni. Ecco cosa è emerso dal nostro confronto con lei.

Come sostenere oggi la coppia, senza arrendersi alla fragilità contemporanea dei legami?

Credo che il primo passo consista nel superare due atteggiamenti ugualmente problematici: da un lato, l’idealizzazione della coppia come luogo di armonia permanente; dall’altro, la rassegnazione culturale che considera l’instabilità affettiva una condizione inevitabile e sostanzialmente irreversibile. La coppia è un sistema relazionale complesso, attraversato dalle storie individuali dei partner, dai rispettivi modelli di attaccamento, dalle esperienze familiari, dalle aspettative, dalle vulnerabilità e dalle trasformazioni che accompagnano il ciclo di vita. Non esistono relazioni immuni dal conflitto. La questione fondamentale non è, dunque, l’assenza di conflittualità, ma la qualità dei processi attraverso i quali il conflitto viene riconosciuto, interpretato e gestito.

Quali dinamiche di coppia disfunzionali ha riscontrato nel suo lavoro?

La psicologia sistemico-relazionale ci insegna che il comportamento di ciascun partner non può essere compreso isolatamente dalle dinamiche interattive nelle quali si inserisce. Nella mia analisi delle relazioni affettive ho approfondito, tra gli altri, i contributi della pragmatica della comunicazione, le configurazioni simmetriche e complementari, la leadership, l’amore narcisistico, l’egoismo etico, l’individualismo, le dinamiche di potere e il triangolo drammatico di Karpman. Questi modelli consentono di comprendere come alcune coppie finiscano per strutturare modalità comunicative ripetitive e disfunzionali, nelle quali il bisogno di riconoscimento si trasforma progressivamente in competizione, controllo o reciproca svalutazione. Sostenere la coppia significa allora promuovere consapevolezza, competenze comunicative e responsabilità relazionale. Significa aiutare i partner a distinguere il bisogno dalla pretesa, il desiderio dal possesso, il conflitto dalla violenza, la differenza dall’incompatibilità.

Non tutte le relazioni sono sane per noi e devono essere mantenute…

È importante riconoscere che non tutte le relazioni possono o devono essere mantenute a qualsiasi costo. La tutela della dignità, della libertà e della sicurezza personale costituisce un principio irrinunciabile, soprattutto in presenza di comportamenti abusanti. Per le coppie che desiderano costruire o ricostruire il proprio legame, occorrono percorsi di accompagnamento che integrino prevenzione, educazione affettiva, sostegno psicologico e, quando condivisa, formazione spirituale. Penso anche alla necessità di costruire una solida alleanza tra famiglia, istituzioni educative, servizi territoriali e comunità ecclesiali.

La famiglia non può essere lasciata sola di fronte alle trasformazioni sociali, economiche e culturali che incidono sulla stabilità dei legami. Occorre, infine, recuperare il valore del tempo. L’amore maturo necessita di una temporalità diversa da quella dell’immediatezza contemporanea: richiede pazienza, capacità di attraversare le crisi, disponibilità a rivedere le proprie posizioni e coraggio di ricominciare. La stabilità di una relazione non si misura semplicemente dalla sua durata, ma dalla qualità della reciprocità, dalla libertà dei suoi protagonisti e dalla capacità di generare benessere e crescita condivisa. Non dobbiamo, dunque, idealizzare la coppia, ma neppure rinunciare a educare alla possibilità di un amore adulto, responsabile e generativo.

Educare alle relazioni nell’epoca dell’intelligenza artificiale: questo è un altro dei temi che ha trattato nella sua produzione. Cosa può dirci?

L’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenta una trasformazione che non può essere interpretata esclusivamente in termini di innovazione tecnologica. Siamo di fronte a un cambiamento che investe progressivamente le modalità attraverso le quali l’essere umano costruisce la propria identità, interpreta la realtà, elabora il desiderio e sperimenta la relazione. È questa la questione centrale del mio saggio “Educare alla relazione nell’era dell’intelligenza artificiale”, nel quale ho cercato di mettere in dialogo psicologia, neuroscienze, pedagogia, sociologia e antropologia cristiana. L’IA sta entrando in territori che, fino a poco tempo fa, consideravamo prerogative dell’esperienza interpersonale: l’ascolto, la confidenza, il sostegno emotivo, la compagnia e perfino l’intimità.

Chatbot affettivi, partner virtuali, avatar digitali e sistemi conversazionali sempre più sofisticati sono progettati per generare interazioni personalizzate, capaci di adattarsi alle preferenze e alle aspettative dell’utente. Questo fenomeno pone interrogativi di straordinaria rilevanza psicologica e antropologica. Che cosa accade quando l’interlocutore viene progressivamente percepito come una presenza affettiva, pur essendo un sistema algoritmico? Quali conseguenze possono derivare dall’abitudine a interagire con entità progettate per offrire risposte personalizzate, senza la stessa autonomia e reciprocità proprie delle relazioni umane?

Che conclusioni trarre da tutto questo?

La questione non riguarda soltanto il possibile sviluppo di forme di attaccamento parasociale o di dipendenza emotiva, ma anche la trasformazione delle aspettative relazionali. La relazione autentica implica l’incontro con un’alterità che non possiamo controllare completamente. L’altro possiede desideri, bisogni, limiti, contraddizioni e una libertà che può anche frustrarci. Un sistema artificiale, invece, può essere progettato per ridurre il dissenso, adattarsi alle preferenze e offrire una disponibilità comunicativa apparentemente inesauribile.

Il rischio, soprattutto quando l’interazione digitale diventa sostitutiva delle relazioni interpersonali, è che si consolidino aspettative difficilmente trasferibili all’incontro umano. Tuttavia, non propongo una visione tecnofobica. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale possono offrire opportunità significative in ambito educativo, comunicativo, formativo e anche nel supporto a persone che sperimentano condizioni di isolamento, purché vengano utilizzate in modo consapevole e non confuse con una relazione terapeutica o affettiva autenticamente reciproca.

Il punto centrale è, dunque, educativo…

Esatto. Nel mio lavoro propongo il concetto di alfabetizzazione affettiva digitale, intesa come un insieme di competenze emotive, cognitive, relazionali ed etiche necessarie per abitare responsabilmente gli ambienti digitali. Non è sufficiente insegnare ai giovani come utilizzare uno strumento tecnologico. Occorre aiutarli a comprenderne i meccanismi, a riconoscere le forme di simulazione emotiva, a sviluppare pensiero critico e a distinguere l’interazione algoritmica dall’incontro interpersonale. La scuola, la famiglia e le istituzioni formative hanno una responsabilità decisiva in questo processo. La sfida del nostro tempo non consiste nel contrapporre l’umano alla tecnologia, ma nell’impedire che il progresso tecnologico proceda più rapidamente della nostra capacità di comprenderne e governarne le conseguenze antropologiche.

In altri termini, dobbiamo imparare a educare non soltanto all’intelligenza artificiale, ma soprattutto all’intelligenza delle relazioni.

Che cosa accade all’affettività quando una parte crescente della nostra esperienza relazionale è mediata dalla tecnologia e dall’IA?

Accade qualcosa di particolarmente significativo: non cambia soltanto il mezzo attraverso il quale comunichiamo, ma possono modificarsi le modalità stesse con cui percepiamo l’altro, regoliamo le emozioni e costruiamo le nostre aspettative affettive. La mediazione tecnologica, di per sé, non impoverisce necessariamente la relazione. Pensiamo alle possibilità offerte dalla comunicazione digitale per mantenere legami familiari, superare distanze geografiche, favorire l’inclusione o sostenere persone che vivono situazioni di isolamento. Il problema emerge quando la mediazione tende a sostituire stabilmente alcune dimensioni fondamentali dell’esperienza interpersonale.

La dott.ssa Claudia Montana, Psicologa, Psicoterapeuta, Docente universitaria e Docente di Filosofia e Scienze Umane presso gli Istituti Superiori e Formatrice accreditata, ha affrontato un percorso accademico e professionale multidisciplinare che integra Psicologia, Sociologia, Antropologia, Pedagogia, Teologia, Filosofia e Neuroscienze. Esperta di processi educativi, dinamiche relazionali e fenomeni psicosociali, è saggista e ideatrice della collana editoriale di Psicologia Cristiana, orientata alla promozione di un Umanesimo integrale.

Cecilia Galatolo

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