San Francesco di Sales e la comunicazione cattolica contemporanea

Ci troviamo in una novena significativa ma, forse, poco conosciuta: quella a San Francesco di Sales, il cui cognome richiama immediatamente alla famiglia salesiana: don Bosco, infatti, s’ispirò al carisma di questo grande santo francese per chiamare la sua congregazione e portare a compimento le meraviglie che tutti conosciamo.

Francesco di Sales, però, non è solo l’ispiratore del santo piemontese ma anche il patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici. Questo perché il suo apostolato era caratterizzato dall’utilizzo di numerosi opuscoli scritti per veicolare il messaggio cristiano, apposti fuori dalle chiese o distribuiti direttamente nelle case. Il santo, insomma, aveva capito che la pratica religiosa non si può limitare al tempo della santa Messa domenicale o di altri brevi momenti comunitari ma che può – anzi deve – svilupparsi nella vita quotidiana in qualsiasi tempo e luogo quindi anche all’interno delle mura domestiche. L’amore per Dio, così totalizzante e fondamentale, non può essere contenuto solamente delle pareti di un solo edificio perché la prima casa che deve abitare è il nostro cuore: gli scritti religiosi sono determinanti perché ci permettono di meditare ed approfondire la fede in modo personale, autentico e silenzioso tale da farci progredire sulla strada del Cielo. Il dialogo con il Signore, d’altronde, non può essere solo una litania di richieste da parte nostra ma, come dice il termine stesso, uno scambio reciproco, fatto non solo di parole ma di pause, ascolto e meditazione. Nella tranquillità dell’essere a tu per tu con la nostra anima, insomma, raggiungiamo la condizione ottimale per aprire il nostro cuore ai contenuti che la carta stampata può veicolare, tenendo sempre bene a mente che prima di tutte le nostre parole c’è la Parola di Dio.

Antesignano di San Francesco di Sales è stato senz’altro San Paolo, genio religioso che per primo intuì l’importanza della comunicazione scritta, che incarnò nelle sue famose Lettere, fondamento stesso della teologia cristiana. Tutto questo deve farci riflettere sulla presenza che i contenuti religiosi devono – o dovrebbero – avere nel frenetico e spesso contraddittorio panorama comunicativo contemporaneo. Nell’era delle immagini, dei video e dei suoni c’è ancora posto per la fede? In che modo chi scrive o pubblica contenuti cattolici può e deve esprimersi? La presenza sui social può effettivamente arrivare al cuore di tante persone?

Le risposte possono essere tante e sarebbe difficile sintetizzarle in questo contesto ma penso che sia fondamentale partire dal fatto che il centro di ogni messaggio – stampato o social – debba essere il protagonista del nostro agire e del nostro pensare: Gesù. Pur utilizzando gli strumenti più sofisticati anzi, sfruttandoli a nostro favore, non dobbiamo mai perdere di vista che qualsiasi nostra comunicazione, post, reel o quant’altro avrà una risonanza mediatica, potrà essere condiviso e postato da altri quindi deve sempre essere innanzitutto in linea con il magistero della Chiesa ed essere rispettoso e corretto sia dal punto di vista teologico che da quello linguistico. Soprattutto, non dobbiamo mai trascurare il fatto che siamo noi i primi a dover dare l’esempio e a rispondere di ciò che postiamo con la nostra stessa vita e con una testimonianza autentica, coerente, matura: non dimentichiamo che stiamo parlando di Dio, dobbiamo farGli fare bella figura!

Ecco perché è bello e significativo che il mondo cattolico abbia un proprio patrono per giornalisti e scrittori (e, più in generale, per tutti i comunicatori) ossia abbia un modello di riferimento cui ispirarsi e a cui guardare sia come incoraggiamento e sprono ma anche nei momenti difficili, di confusione, di dubbio. La missione che affidiamo alle parole è delicata quindi nulla può essere lasciato al caso; la profondità della vita spirituale e la preghiera devono servire come strumenti base per veicolare non tanto un’idea ma una “persona”, il nostro Dio, fattosi uomo. L’espressione con cui si apre il vangelo di San Giovanni, “Il Verbo si fece carne”(Gv 1,1), ci aiuta a comprendere quanto valore abbia la comunicazione, sia in senso verticale (dall’Alto verso il basso) che orizzontale (tra gli uomini): se il Dio infinito si è in qualche modo condensato nella Parola, questo significa che il linguaggio ha il potere grandissimo di essere portatore di un messaggio di bene ma che purtroppo, se usato contro di Lui, può anche essere il detonatore di un messaggio negativo. Le parole fanno nascere o uccidono, accarezzano o feriscono, aiutano o mettono in difficoltà; le parole hanno la grande responsabilità di essere potatrici del vero o del falso proprio perché è la Verità a fare di noi dei figli di Dio e non più degli schiavi, nella consapevolezza che “la libertà vi farà liberi” (Gv 8,32). Preghiamo San Francesco di Sales affinché ci aiuti ad essere sempre ambasciatori del volto più bello del Padre attraverso ogni nostro messaggio per aiutare gli altri ma anche noi stessi a scoprire la potenza straordinaria del Vangelo, la buona novella per cui Cristo è nato, ha sofferto ed è risorto.

Fabrizia Perrachon

Il significato del battesimo: da quello di Gesù a quello dei bambini non nati

Domenica scorsa la liturgia ha celebrato il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni Battista, invitandoci nello stesso momento a ricordare il nostro, riscoprendone valore e significato.

Come possiamo leggere nel Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 1213: “Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito (« vitae spiritualis ianua »), e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione: « Baptismus est sacramentum regenerationis per aquam in verbo – Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’acqua e la parola ».1

Il ricordo del battesimo non è un semplice “fare memoria” quanto riscoprire, riattualizzare e rigenerare ciò che abbiamo ricevuto un giorno lontano o ciò che abbiamo donato ai nostri figli così come interrogarci sui motivi che hanno spinto i nostri genitori o noi stessi a decidere per questo sacramento. Già perché, se ci pensiamo bene, il battesimo – almeno per come è attualmente strutturato in ambito cattolico  – è un sacramento che solitamente il soggetto non sceglie perché c’è chi ha deciso per lui/lei. Che dono e che responsabilità allo stesso momento! Come regalo ha un valore immenso, la cui vera portata si scopre in seguito, magari dopo averlo ignorato, trascurato o banalizzato; ed è una responsabilità a doppio senso perché non solo è un qualcosa che altri hanno scelto ma è un sacramento che richiede poi una partecipazione attiva, personale e consapevole per essere autenticamente vissuto e non soltanto passivamente ricevuto.

Gesù ha deciso di farsi battezzare anche se non ne aveva bisogno, noi ne abbiamo un gran bisogno ma non sempre ce ne rendiamo pienamente conto, soprattutto da neonati; non si tratta di una contrapposizione insanabile ma di un mistero divino da accogliere con semplicità di cuore non tanto e non solo per sentirci a pieno titolo figli di Dio quanto soprattutto per scoprirci – o riscoprirci – figli amati, come la voce che accompagna la discesa dello Spirito Santo su Gesù nel Giordano: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Mc 1, 11).

È proprio sulla scia del gesto di Cristo che assume un significato ancor più profondo una tipologia specialissima di battesimo, quello di desiderio; non si tratta del consueto sacramento che si impartisce a persone – grandi o piccole che siano – ma dell’intenzione, del desiderio appunto, che si ha di donare una preghiera specialissima, un battesimo particolare, a tutte quelle creature che non sono potute nascere, perché perse spontaneamente oppure abortire volontariamente.

Come amo sempre sottolineare, anch’esse sono state create ad “immagine e somiglianza” del Padre e, se per un mistero insondabile oppure per cieca violenza non hanno avuto la possibilità di nascere a questo mondo, questo non significa che abbiano meno dignità anzi, nella loro totale purezza sicuramente appartengono alla schiera dei martiri innocenti che – a cominciare dalla furia di Erode – sono vittime dell’odio, la peggior faccia dell’uomo. Sono già sicuramente nel cuore e nelle mani di Dio ma far celebrare per loro il battesimo di desiderio possiede significati imprescindibili: innanzitutto è un profondo atto di umiltà e di amore nei confronti del Signore, a cui si rimettono queste anime ed il loro destino eterno e, in secondo luogo, è qualcosa che fa bene al cuore ferito dei genitori, abbiano o non abbiano voluto l’accaduto.

In caso di aborto spontaneo, è una grande consolazione interiore sapere di aver donato alla propria creatura una consacrazione in più, non avendo potuto sottrarla ad una dipartita così precoce, inaspettata e dolorosa. Nei casi di aborto volontario, anche se non richiesto dai genitori ma dalla pietà di altri, il battesimo di desiderio ricuce una ferita che non lacera soltanto i diretti interessati ma la società intera perché ben sappiamo – anche se troppo volte giochiamo a nascondino – che la fine di questi “miei piccoli”, come direbbe Gesù, è qualcosa che va contro ogni logica, umanità e civiltà.

Il battesimo, insomma, ha un inizio ma non ha una fine o meglio, il suo compimento è in Cielo. Il battesimo è Spirito, è balsamo, è Grazia: che gioia sapere che il Padre ci ama e ci aspetta tutti nella Sua casa.

1 disponibile al link: https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c1a1_it.htm

Fabrizia Perrachon