Castità tra ipocrisia e pienezza

Ieri in parrocchia il nostro gruppo famiglie ha proposto un film: Mustang. Un film crudo, che racconta la vicenda di cinque sorelle turche. Abitano in un piccolo paese a mille chilometri da Istanbul. Hanno perso i genitori e sono cresciute dallo zio e dalla nonna. Una cultura islamica conservatrice impone loro uno stile di vita lontano dai loro desideri. Una società che impone matrimoni combinati, moderazione nel vestire e obbligo di verginità e castità prima del matrimonio. La donna deve essere pura, pudica e virtuosa. Solo la donna. Per l’uomo non vale. Questi sono valori importanti anche per noi cristiani e per noi che scriviamo questo blog. La castità non è però quella raccontata nel film. La castità non è quella che esibisce il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte. La castità non è quella delle visite per confermare la verginità. Queste cose, che accadono ancora in alcune parti della Turchia, erano normali anche in Italia fino a poche decine di anni fa. Non dappertutto. Non sentiamoci superiori. Nel dibattito susseguente al film sono uscite testimonianze molto significative. Una amica è arrivata a dire che nel collegio dove studiava la sua compagna di stanza aveva rapporti anali con il fidanzato per poter arrivare vergine al matrimonio. Stiamo scherzando? Questa sarebbe la castità? Questa è una poveretta che per una morale ipocrita si trova costretta a fare cose ancora peggiori del rapporto fisico. Il sessantotto per forza ha spazzato tutto questo. Non poteva che essere così. La castità che dovrebbe liberare e consentire ai ragazzi di vivere la sessualità nel modo più vero ed autentico, per colpa nostra, è diventata parola che evoca le catene. La castità è privare della libertà nel sentire comune. Questo ha portato un rifiuto categorico di questa modalità di vivere l’amore. Quando non c’è stata più un’autorità morale che abbia saputo controllare l’aspetto della sessualità la bomba è esplosa. Diamo spesso la responsabilità alla rivoluzione sessuale del sessantotto per tutta l’immoralità che qualifica la nostra società occidentale. Credo che le cause vadano ricercate a monte. La rivoluzione sessuale è una conseguenza inevitabile di questa incapacità di dare conto della morale cristiana. Non abbiamo saputo per secoli raccontare la bellezza della castità, l’abbiamo solo imposta come legge bigotta ed ingiusta. Tutta apparenza. Legge che peraltro valeva solo per la donna e non per l’uomo. Il sessantotto non è una maledizione. Il sessantotto ha solo dato il colpo di grazia a una morale malata e debole, senza una reale consistenza. Non a caso, ma per Grazia, pochi anni prima si era concluso il Concilio Vaticano II. Concilio che ha cercato di rimettere la Chiesa in carreggiata. Questa è l’ora delle famiglie. E’ la nostra ora. Dobbiamo essere capaci di mostrare ai nostri ragazzi la bellezza della vita casta. La bellezza di una relazione fedele. L’importanza di saper aspettare per il rapporto fisico. Perchè sono preziosi. Soltanto chi è disposto a donarsi completamente a loro nel matrimonio indissolubile, merita il dono del loro corpo. Altrimenti sarebbe una persona che più o meno consapevolmente le sta usando. Dobbiamo raccontare e saper mostrare la bellezza. Saper mostrare che la nostra via è più bella e funziona di più. Dobbiamo avere sapienza. La sapienza, come dice la parola stessa, non è solo la conoscenza di qualcosa. E’ soprattutto saper assaporare quella determinata realtà. Ecco, non dobbiamo imporre la castità. E’ una scelta perdente che crea solo infelicità e distanza tra genitori e figli. I figli, non appena ne avranno occasione, infrangeranno quella norma, perchè non la capiscono e non la accettano. Noi genitori saremo credibili se avremo saputo assaporare la castità e mostreremo la gioia che ne scaturisce e la pienezza di una relazione autentica e forte. I nostri figli possono essere impermeabili alle nostre parole, sermoni e sgridate, ma non lo sono di certo al nostro esempio. Chiediamo a Dio la sapienza.

Antonio e Luisa

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Una vita piena è rischiosa.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo Vangelo, appena letto, mi ha provocato subito un pensiero, un proposito da attuare e vivere nella mia quotidianità.  Quand’è che sto davvero amando la mia sposa? Quando sono amorevole, attento, presente con lei sapendo che lei me ne sarà grata e io avrò una gratificazione immediata oppure quando lei non mi ringrazierà, ma forse sarà anche fredda e distante?

Naturale che è bello scambiarsi attenzioni e tenerezza quando entrambi ne siamo capaci e pronti. Non basta! Per un matrimonio che funziona serve imparare ed educarsi a riservare un trattamento di riguardo anche quando la mia sposa è povera. Povera di amore, di desiderio di incontrarmi e di capacità di farsi dono. Quando la mia sposa è zoppa. Quando è stanca e ha bisogno di rifiatare. Incapace di sostenere la relazione e ha bisogno di aggrapparsi a me per poter camminare e procedere nel cammino. Quando la mia sposa è cieca. Non riesce più a vedere ciò che è giusto e ciò che è male. Magari mi provoca anche sofferenza e solitudine.

Difficilissimo da realizzare. Cristo ci chiede questo. L’amore di Cristo non è fatto di cuori e bacetti, ma di croce e di sacrificio. Non significa che siamo dei masochisti e desideriamo la sofferenza. Tutt’altro. Semplicemente l’amore sponsale per essere autentico e pieno ci chiede di dare tutto e sempre, senza condizioni. Questo significa dover mettere in conto anche la croce. Tanti non sono disposti a una scelta tanto radicale e per questo non sperimenteranno mai l’amore pieno, terranno sempre una riserva, una barriera con il coniuge.  Cristo non solo ci ha mostrato come amare, ma ci ha donato tutti gli strumenti naturali e soprannaturali per essere fedeli all’amore e al nostro matrimonio. Lascia però a noi l’ultima parola. Se aderire o tirarci indietro. Aderire ci apre a una vita piena, ma è rischioso, potremmo essere traditi e feriti. Tirarsi indietro è però anche peggio,  è segno di una vita vissuta con il freno tirato, con la paura di amare e di mettersi in gioco, una vita non vissuta pienamente.

Antonio e Luisa.

La Messa nutre il nostro matrimonio.

Desidero mettere la parola fine alla tante polemiche che sono scaturite a seguito degli articoli che ho scritto negli ultimi giorni. In particolare una frase è risultata indigesta ad alcuni: saremo giudicati non per le Messe a cui abbiamo partecipato, ma per per come avremo amato il prossimo e in particolare il nostro più prossimo di tutti, la nostra sposa o il nostro sposo.

Non è quindi importante andare a Messa? Non ho mai pensato questo. Andare a Messa la domenica è un obbligo per noi cristiani. Un precetto da seguire e rispettare. Sappiamo che i precetti della Chiesa non sono mai un capriccio, ma indicano la strada per non perdersi. Io stesso non ho sempre lo stesso desiderio di accostarmi alla Messa e all’Eucarestia, a volte starei a casa, salvo rendermi conto di quanto ne avessi invece bisogno una volta andato. L’obbligo è quindi necessario per educare la persona. L’obbligo della Messa ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo. Il nostro spirito è affamato di eterno, di Dio e abbiamo bisogno di nutrire il nostro cuore e la nostra anima tanto quanto nutriamo il corpo. Abbiamo bisogno della Parola e abbiamo bisogno di mangiare Gesù nella Santa Eucarestia per essere uno con Lui e uno con i fratelli. Legati come la vite con il tralcio. Vale anche per il rapporto con la mia sposa.  Rischiamo di perdere di vista l’essenziale senza Messa. Tutto diventa immanente. Anche il nostro matrimonio perde la trascendenza. Perde di vista ciò che è nell’essenza, che lo costituisce nella sua ragione di esistere più importante. Il matrimonio sacramento  non è solo una relazione tra due persone, per quanto pur bella possa essere. Una tra le tante possibili scelte, come vogliono farci credere. Il matrimonio non si riduce a questo. Il matrimonio trascende questo. Attraverso il matrimonio la mia sposa si fa mediatrice tra me e Dio. Amando lei sto amando Dio. Riuscire a sperimentare questa dinamica non è semplice. Spesso il matrimonio, anche cristiano, si riduce a un rapporto a due, escludendo di fatto Dio o relegandolo in un angolo. Relegando Gesù in qualche rito, qualche preghiera recitata senza convinzione e forse appeso alla parete.

Andare a Messa serve, è quindi indispensabile, per non dimenticarsi di questo. Andando a Messa non dimentico che ogni mio gesto d’amore, di servizio, di tenerezza per la mia sposa è offerta a Dio. Attraverso quel gesto sto amando Dio nella mia sposa. La mia sposa non è quindi il fine della mia vita, ma la porta di accesso a Dio, vero fine e vero senso di ogni cosa. La mia sposa non è il mio idolo, il mio fine, la mia ragione, ma è creatura che apre al Creatore. La mia sposa non deve rendermi felice, ma mostrarmi chi mi può rendere pienamente felice. Attraverso di lei imparo ad amare Dio e mi preparo alle nozze eterne con Cristo sposo.  Eucarestia e matrimonio due sacramenti diversi che richiamano ad unica verità. Vivere alla presenza viva e reale di Gesù Cristo, presente in entrambe le realtà. Due sacramenti che si completano l’uno con l’altro. Il Gesù che scopro e incontro nell’Eucarestia mi richiama a trovarlo anche nel mio matrimonio. Esiste infatti un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà, che è una duità, che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno ad ospitare il Re, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. Adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

La Messa diventa quindi modalità per non dimenticarsi di tutte queste realtà così grandi e così belle. La Messa ci consente di conservare la consapevolezza di essere immagine dell’amore di Dio. Ci provoca ad andare sempre più in profondità nell’amarci vicendevolmente, anche nell’intimità fisica che grazie a questa consapevolezza diviene riattualizzazione del matrimonio ed effusione di Spirito Santo. Dall’altare della chiesa al talamo, altare della nostra piccola chiesa. Ci ricorda che non siamo soli con le nostre fragilità e peccati, ma c’è Lui che ci sostiene. La Messa ci ricorda come dobbiamo amarci, guardando quel crocefisso e quell’ostia. Un Dio che si è fatto uomo e per amore ci ha perdonato. Si è fatto mangiare e uccidere da noi e per noi, nonostante il nostro tradimento e rifiuto. Solo con la Messa possiamo rendere il nostro matrimonio qualcosa che richiama ad altro, qualcosa che richiama a Dio e al suo amore.  La Messa è nutrimento, forza e sostegno.

Fra Eucaristia e Matrimonio si stabilisce così un’intima reciprocità: come insegna il Concilio, da una parte “l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”, dall’altra esso “è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e della Chiesa” (GS 48); o ancora, da un lato “il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza”, dall’altro “il Signore rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati” (FC 13); o infine, con le belle parole di Benedetto XVI nella sua enciclica sull’amore: “il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo; viceversa, il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DC 11).

Infine ringrazio Pasquale che con le sue critiche mi ha suscitato questa ulteriore precisazione. Rileggendola mi sono commosso per la grandezza del dono di Dio che riceviamo nel matrimonio e nell’Eucarestia, due sacramenti che si richiamano e si perfezionano l’uno con l’altro, facendo miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa.

Una relazione che appassisce

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale. Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere. Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa.  Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual’è? Che dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa

Non cali la notte sull’ira degli sposi

Papa Francesco ha più volte ricordato alle coppie come sia importante riappacificarsi dopo aver litigato prima della fine del giorno. Non cali la notte sull’ira degli sposi. Naturalmente ha ragione. Non è grave la litigata, ma diventa pericoloso lasciare che la ferita procurata alla relazione  si infetti con il passar del tempo. Saturarla subito con un gesto di amore e di pace. Secondo me dovremmo andare più a fondo. Questo è il minimo sindacale per far funzionare una coppia. Il Papa conoscendo la situazione del matrimonio e delle coppie del nostro tempo chiede giustamente il minimo. Noi che cerchiamo di vivere in pienezza il nostro matrimonio non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo andare più a fondo. Ogni sera, ma anche ogni tanto basterebbe, fare un piccolo esame di coscienza della nostra risposta all’amore.

Siamo fragili e sbagliamo parecchio. Almeno per me è così. Questi miei errori e quelli della mia sposa possono diventare occasioni per nutrire l’amore.

Dobbiamo essere capaci di riconoscere e chiedere perdono delle nostre mancanze, dei nostri peccati all’amore sponsale.

Riconoscere quei momenti in cui siamo stati insensibili, non abbiamo compreso una fatica, una difficoltà dell’altro. Riconoscere le volte in cui avremmo potuto dare un abbraccio, una parola di conforto, uno sguardo e non l’abbiamo fatto. Riconoscere le volte che non abbiamo aiutato. Le volte che non abbiamo compreso.  Riconoscerci, insomma, imperfetti e pieni ancora di lacune e limiti. Questo è bellissimo. Come? E’ bellissimo essere piccoli e imperfetti? Si, perchè ci permette di sperimentare l’amore gratuito dell’altro, ci permette di sperimentare il perdono e la Grazia che entra nella nostra relazione. Ci permette di sentire l’abbraccio misericordioso dell’altro come vita che entra in noi e ci rigenera. Vita e amore non a caso sono parole spesso affiancate.

Dobbiamo avere carità verso l’altro e non pretendere che capisca tutte le volte che ci ha fatto un torto e generato sofferenza. Spesso ne è inconsapevole. Soprattutto all’inizio di un matrimonio. In questo caso la carità tra gli sposi esige sincerità. Devo avere la carità di esprimere al mio sposo o alla mia sposa ciò che nei suoi comportamenti o atteggiamenti mi ha fatto male e ferito. Solo così la nostra fragilità può diventare occasione per crescere e non motivo di divisioni e sofferenze.

Allora cosa aspettate? Anzi cosa aspettiamo? La sera, dopo aver sistemato a letto i bimbi, nell’intimità del talamo nuziale. Talamo segno del noi generato nel matrimonio. Talamo segno dell’unione profonda dei corpi diventa con il perdono reciproco luogo di unione o riunione profonda anche dei cuori. Un sol corpo e un solo spirito.

Antonio e Luisa

Padroni del nostro corpo.

Oggi mi soffermo sul punto al punto 222 di Amoris Laetitia. La sto rileggendo e rileggendo e quando qualche punto mi colpisce lo scrivo.

222. L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’EnciclicaHumanae vitae (cfr 10-14) e l’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cfr 14; 28-35) devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente».[248] Rimane valido quanto affermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II: «I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi».[249] D’altra parte, «il ricorso ai metodi fondati sui “ritmi naturali di fecondità” (Humanae vitae, 11) andrà incoraggiato. Si metterà in luce che “questi metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano la tenerezza fra di loro e favoriscono l’educazione di una libertà autentica” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2370). Va evidenziato sempre che i figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori e per la Chiesa. Attraverso di essi il Signore rinnova il mondo».[250]

Uno dei punti fermi che siamo sicuri possa aiutare a costruire una relazione bella, casta, piena e appagante tra gli sposi è rinunciare ai mezzi contraccettivi. Rinunciare a qualcosa per ottenere molto di più. Sappiamo tutte le opposizioni ai metodi naturali: non sarebbero sicuri, castrerebbero l’amore, obbligherebbero a pianificare il rapporto sessuale che invece dovrebbe essere libero di seguire il desiderio e così via.

Non è vero niente!!!

I metodi naturali non sono facili e immediati, non permettono di assecondare sempre il desiderio, costringono  a giorni di astinenza.

I metodi naturali non sono facili e immediati, perché, a differenza della pillola o del preservativo, obbligano ad interessarsi di come la donna funziona, obbligano a conoscere il proprio corpo, ad essere consapevoli del gesto che si sta per compiere e fanno comprendere la bellezza e la sacralità del corpo femminile. Ciò non avviene con gli anticoncezionali, che vogliono invece coprire tutta quella ricchezza per fare del corpo solo un mezzo di piacere, rendendo gli sposi irresponsabili.

Si dice che i metodi naturali non permettono di assecondare il desiderio, come se noi fossimo canne al vento, incapaci di dominare il nostro desiderio; si dice inoltre che, per essere felici, bisogna assecondarlo e appagarlo. Non è così, noi siamo uomini, non bestie. Il desiderio, frutto dell’istinto e delle pulsioni, ci rende schiavi del nostro corpo. Quando non siamo padroni del nostro corpo, non siamo capaci di donarci, non siamo capaci di amare, ma vogliamo solo dare sfogo a quel desiderio. Quando siamo padroni del nostro corpo, siamo capaci di donare, perché doniamo qualcosa che ci appartiene. I metodi naturali servono anche a questo, a diventare padroni del nostro corpo; a diventare re che sanno aspettare e che non basano la propria felicità sull’appagamento immediato; a diventare persone capaci di trasformare i giorni d’attesa in tenerezza (nutrimento dell’amore) e capaci di infiammare e far crescere quel desiderio. La donna si sentirà immensamente amata, perché un uomo capace di aspettare, di rispettare i suoi tempi, la sua fertilità (che non è una malattia da curare, ma una bellissima e sacra realtà che appartiene alla donna) dimostra di amarla molto più di quello che la vuole sempre disponibile a soddisfare il proprio egoismo mascherato da amore.

Con i metodi naturali, il desiderio diventa frutto dei nostri gesti e della nostra vita tenera e dolce e non una variante che ci imprigiona e da cui dipende anche il nostro matrimonio. Tanti sposi dopo alcuni anni di matrimonio perdono il desiderio, proprio perché non sono padroni di sé stessi e non nutrono il loro amore, come insegna invece a fare l’uso dei metodi naturali.

I metodi naturali, ovviamente se applicati in modo corretto, sono sicuri quanto quelli anticoncezionali, se non di più. Hanno una percentuale di successo potenziale che va dal 98,7 al 99,5%, e la percentuale di successo globale è del 83-97%. Il metodo è efficace quanto gli anticoncezionali ormonali – la spirale spirale IUD, la pillola, ecc. – ed è migliore dei metodi anticoncezionali di barriera – come i profilattici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute i metodi naturali hanno un’efficacia del 95-99%.

I metodi naturali sono: gioia, sicurezza, consapevolezza, castità. fedeltà, dono di sé.

I metodi naturali sono la via per un matrimonio felice.

Ci sono tante insegnanti accreditate che gratuitamente si prestano a seguire quanti vogliono imparare questi metodi. Maggiori informazioni su confederazionemetodinaturali

Antonio e Luisa

La fedeltà nuziale in Cristo

Ho lanciato su facebook un post dove chiedevo: “Cosa significa essere fedeli nel matrimonio cristiano? C’è differenza tra il semplice non commettere adulterio e la fedeltà cristiana?”

Mi sono divertito e devo dire che è stato anche interessante leggere tante risposte (alla fine ho riportato le più significative). Molte le condivido altre risultano, secondo me, incomplete. Ora vi do la mia.

Partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perchè sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perchè è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Detto in uno slogan: “Per essere fedeli bisogna avere lo sguardo di chi dà e non di prende. ” Con il prossimo articolo spiegherò meglio cosa voglio dire.

Voglio concludere questa prima parte con le risposte al post più significative:

Costanza: Forse fedeltà Cristiana significa neanche con il pensiero

Francesca: La fedeltà cristiana è guidata dall’amore, dal rispetto e anche dalla consapevolezza della consacrazione a Dio che gli sposi hanno fatto il giorno del matrimonio… c’è una preziosità che non va infranta perché sacra.

Elina: Essere fedeli può anche significare che se sbagli devi saper risollevarti e rimetterti al tuo posto in cammino con l’aiuto e la comprensione di una sposa che capisce.siamo umano e gli sbagli si devono mettete in conto . Non esiste la perfezione esiste piuttosto la volontà di continuare a credere nel tuo matrimonio.allora si che il tuo matrimonio ha ancora un valore

Antonella: La fedeltà è una prerogativa di Dio nei nostri confronti. Il giorno del matrimonio promettiamo di essere fedeli sempre con la grazia che ci viene dal Sacramento o grazia di stato , con la consapevolezza di essere tutti degli infedeli . Se il matrimonio è a tre , sposi e Gesù Cristo c’è la speranza di vivere nella fedeltà astenendosi da rapporti con altri / altre ( scusate se mi permetto, ma un grande aiuto viene da un fidanzamento casto ) e il sapersi perdonare sempre da infedeltà con sguardi , parole , atteggiamenti…

GiulianaLa chiamata al matrimonio è prima di tutto chiamata alla fedeltà, indipendentemente dal credo. La fedeltà esige la castità; quindi ogni atteggiamento non casto nei confronti anche della stessa sposa comporta infedeltà.

ConcettaÈ non tradire la promessa fatta a Dio ovvero che prometti a Dio di esser fedele nel bene e nel male prima perchè ti ha affidato sua figlia, suo figlio e ora te ne prenderai cura per sempre.

DamianaBeh, per definizione, la fedeltà è tale sempre, tanto per i cristiani quanto per i laici…. o almeno dovrebbe esserlo! Dico “dovrebbe” perché purtroppo oggi c’è uno scontro netto tra la morale cristiana (l’unica, a mio avviso, ancora salda e validamente autorevole) e il pensiero libertino del mondo, che coinvolge tutta la sfera valoriale.. fedeltà compresa! E quindi da un lato vediamo un’amministrazione meramente giuridica delle relazioni (se mi tradisci ti sbatto direttamente fuori di casa per amor proprio, dignità e onore personale..), dall’altro invece c’è la proposta di uno sguardo che sappia andare oltre, misericordioso e compassionevole, veramente adulto e maturo, che sappia riconoscere la povertà propria e dell’altro, accettarla, e in maniera responsabile e consapevole, sappia tornare a sperare, costruire e puntare ancora una volta su quell’unione, con e per Amore! Fedeltà (cristiana) è saper aspettare, rinascere e ripartire; è quel dono che ci chiama a restare invece di scappare, e ci aiuta a fare verità dentro di noi e nelle nostre relazioni…..

FedericaUna volta ho letto questa frase:” la fedeltà e il nome dell’amore nel tempo” solo con la grazia di Cristo si può essere fedeli, nella gioia ( dove è più facile) , nel dolore e nella malattia dove è estremamente difficile. Il tempo cambia le cose e anche le persone. Il tempo ci forma e ci “sforma” . La fedeltà in Cristo ti dona ogni giorno gli occhi dell’amore accogliente, tutto nonostante.

AntoniettaIo accolgo te e prometto di esserti fedele
con la Grazia di Cristo( Con il Suo aiuto che è la Grazia del Sacramento. Ci si sposa in tre) nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia (sia quando le cose vanno bene, sia quando vanno male, sia quando non ti comporti come io mi aspetto sia quando il nostro rapporto
va a gonfie vele.)…diciamo il giorno del matrimonio.
Fedeltà significa prima di tutto fidarsi dell’altro, ma soprattutto dell’Altro,metterlo al primo posto e come una madre fa con il proprio bambino partorirlo, (il primo parto a cui Dio ci chiama è il coniuge.Vedi Adamo ed Eva.)
Si tradisce il coniuge in tanti modi: figlio, carriera, denaro, famiglia d’origine, internet, amici e via dicendo) Dio quando vide Adamo triste nel paradiso terrestre disse: ” Non è bene che l’uomo sia solo
gli voglio fare uno che gli corrisponda ( che risponda di lui, che gli stia di fronte e lo definisca, che gli risponda, se vogliamo entrare nel significato della parola originaria).
Per capire in fondo cosa significa essere fedeli basta guardare Gesù che ci ha scelti per amarci non ci ama perché siamo buoni, bravi, fedeli.
La fedeltà è scegliere di amare a braccia inchiodate, aperte, scoprendo il cuore, per continuare a dire “Io mi fido di te”

DamianaSì, a questo proposito vorrei aggiungere un’osservazione fatta da una biblista (della quale ora mi sfugge il nome..) in un incontro da lei tenuto nella mia parrocchia qualche anno fa: il vero verbo dell’amore non è “accogliere” (“io accolgo te…”) ma “consegnarsi” come Cristo in croce, cioè lasciarci amare dall’altro con i suoi mezzi, modi e limiti, nella vera libertà, accettando di essere feriti….. (ovviamente tutto nell’amore… non nel masochismo o fragilità che potrebbero portare a certi fatti di cronaca, purtroppo molto diffusi ultimamente) Solo a pensarci mi vengono i brividi per quanto è bella, alta e vera questa prospettiva!!! Af-fidarsi all’amore dell’altro e dell’Altro!!!

FedericaFedele alle promesse fatte sull’altare a Dio e al mio sposo. Fedele al progetto di famiglia secondo Cristo. Fedele nei pensieri e nelle azioni. Lontana da ogni tentazione, non solo legata all’erotismo. Per esempio fedele nel non trascurare per lavoro o altro le esigenze del mio sposo e della mia famiglia. Non cedere all’egoismo e alla cura esasperata di se stessi…

Antonio e Luisa.

L’intimità fisica che diventa sacramento (4 parte)

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Non posso che terminare con questi versetti del Cantico dei Cantico:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.

Antonio e Luisa

prima parte      L’intimità e la Messa

seconda parte  La parola è un volto che ci ama

terza parte       Il credo degli sposi

Sscaricate l’ebook L’ecologia dell’amore  

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L’intimità e la Messa

Oggi ho pensato di riflettere partendo da un parallelismo. La liturgia della Santa Messa come confronto con la liturgia matrimoniale. La liturgia della grande Chiesa di Cristo con la liturgia della piccola chiesa di Cristo, la chiesa domestica, in particolare la coppia.

L’intimità degli sposi è rinnovazione e riattualizzazione del sacramento del matrimonio come la Messa e l’Eucarestia lo sono del sacrificio di Cristo, della sua passione e della sua morte. Sono entrambi sacramenti perenni. Come l’Eucarestia mantiene dopo la transustanziazione la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino. Quella particola è corpo di Cristo e quel vino è sangue di Cristo. Lo saranno finché quell’ostia e quel vino non verranno consumati. Così per gli sposi. Nella loro relazione c’è la presenza reale di Cristo, non nello sposo e non nella sposa, ma nella loro relazione, nel noi che si è generato e che è divenuto luogo sacro e tabernacolo di Gesù.

Questa è  una riflessione personale che penso possa essere interessante e provocante. La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Questo primo momento si può immaginare con il primo poema del Cantico dei Cantici:

M’introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione ti amano!

Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
[6]Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.
[7]Dimmi, o amore dell’anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

Non guardare i miei difetti, che conosco e riconosco, amami per quella/o che sono. Mi introduca il re/la regina nelle sue stanze. Accoglimi e amami nella mia miseria. So che tu non mi giudicherai, ma che trovi in me una bellezza che io non riesco a scorgere se non nel tuo sguardo. Saremo un cuor solo e un’anima sola.

Continua….

Antonio e Luisa

 

 

 

 

Fare memoria dell’amore

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore.

Il Vangelo di oggi è meraviglioso, come sempre. E’ una parola che provoca in particolare noi sposi cristiani. Abbiamo avuto già altre occasioni, anche molto recenti, di fermarci sull’importanza del perdono. Su come sia importante cancellare subito il rancore dal nostro cuore sciogliendolo in un abbraccio, in una carezza o in una parola di incoraggiamento. Oggi voglio soffermarmi su un altro aspetto che non abbiamo approfondito con la giusta attenzione. Nella riflessione di qualche giorno fa ho scritto di come sia importante sperimentare il perdono di  Gesù per avere la forza e la determinazione di perdonare sempre ed amare per primi il nostro coniuge. Questo è anche il senso di questo Vangelo. Mi voglio soffermare invece su un altro aspetto. Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro/a? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato/a nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza. Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro/a in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui lui/lei non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Antonio e Luisa

Costruire sulla roccia

Oggi Gesù nel Vangelo che la liturgia ci offre risponde alla domanda che tanti si fanno. Perchè tanti matrimoni anche tra cristiani falliscono?

La risposta di Gesù è diretta e senza possibilità di fraintendimenti.

Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:
è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande».

Oggi siamo attratti dalla spiritualità della Chiesa, dall’impegno sociale a favore degli ultimi e dei deboli. Siamo attratti da alcuni sacerdoti che hanno carisma e sanno affascinare. E’ solo però un fuoco di paglia. Al primo alito di vento tutto crolla. Gesù dice in un altro passo:

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti;

Gesù non lo dice come il bambino capriccioso, ma come colui che amando per primo ci ha fornito gli strumenti per essere felici, la bussola per non perderci e il faro per non farci brancolare nel buio quando arrivano le tenebre. Gesù ci dice che ci ha amato per primi e se vogliamo rispondere al suo amore dobbiamo accogliere il suo progetto su di noi. Non vuole per lui riti vuoti, sacrifici falsi e preghiere svogliate che sanno di superstizione. Gesù vuole sacrifici veri, vuole che sappiamo rendere sacrificio la nostra vita e il nostro matrimonio. Sacrificio non inteso come soffernza, ma come offerta per rendere qualcosa di nostro suo, per rendere il nostro matrimonio sacro. Ed ecco che alla luce di questo è tutto chiaro. Ho sacrificato i rapporti prematrimoniali con la mia sposa per qualcosa di più grande. Gli ho sacrificati per rispettarla e non usarla, per discernere il mio futuro con lei senza gli annebbiamenti del sesso che possono farci sbagliare. Gli ho sacrificati per educarmi a saper aspettare e a trasformare la mia carica erotica in gesti di tenerezza che mi sono tornati tanto utili nel matrimonio. Gli ho sacrificati per farle capire che lei era così preziosa per me che avrei accettato tutto di lei solo quando le avessi promesso tutto di me. Nel matrimonio non abbiamo accettato il compromesso degli anticoncezionali se non per un periodo di circa un anno dove abbiamo ceduto per nostra debolezza ed è stato il più brutto ed arido di tutta la nostra vita di coppia. La scelta degli anticoncezionali è perdente per un motivo ben preciso. La volontà di ricercare il piacere e quindi la mentalità dell’egoismo prevale sul desiderio di unirsi con la propria sposa. Pur di usarla si vuole mutilarla di una parte importante: la sua fecondità che è fondamento del suo essere donna. Non diventa più un dono totale e un accoglimento di un dono totale, ma diventa l’ipocrisia dell’amore. Diventa l’egoismo che si veste d’amore. Con i metodi naturali non avviene questo. Il marito accettandoli dice alla propria sposa. Ti voglio tutta o niente. Sono disposto ad aspettare perchè sei bellissima nella tua interezza di donna feconda e non voglio eliminare nulla di te. Sei meravigliosa e offro la mia attesa con tutta la difficoltà che comporta a Dio per rinfraziarlo di avermi donato te o mia diletta. Potrei andare avanti per ore, ma mi fermo. Questo significa costruire sulla roccia. Così anche durante le tempeste sono sicuro di non crollare.

Antonio e Luisa

Un abbraccio

Siamo appena tornati dalla Svizzera dove abbiamo aiutato a riflettere sul matrimonio in un ritiro di spiritualità coniugale. Bellissimo! Abbiamo lodato il Signore, lo abbiamo adorato e abbiamo riflettuto sulla meraviglia che Dio vuole compiere nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Insomma siamo tornati carichi di gioia e di forza per affrontare la quotidianità della vita. Non è passato neanche un giorno e già stavo per rovinare tutto. Mi alzo presto, oggi non lavoro ho tante commissioni. Esco di buon ora. Spesa, vai a prendere i libri dei ragazzi, abbonamento, corso di nuoto. Per farla breve torno stanco e affamato. Nulla mi pesa di più che le file e le attese. Torno e trovo i bambini in pigiama, Luisa al computer a fare non so cosa e la casa in disordine. Niente acqua della pasta sul fuoco. Entro e sento il sindacalista che è in me salire e sto per dire qualcosa, qualcosa di cattivo. Ma cosa ho imparato? Quello che sono andato a raccontare sono solo parole allora? Gesù non è mai stato sindacalista. Mi chiede di amare per primo e in modo gratuito, senza aspettarmi nulla. Mi faccio forza a reprimere le mie lamentazioni e faccio un sorriso alla mia sposa. Dopotutto la conosco. So come è fatta. So che domani inizia la scuola e che quando ha tante preoccupazioni in testa non riesce a mettere ordine e si affanna senza concludere nulla. Ecco il più è fatto, ho spostato l’attenzione da me a lei. dalla mia fame e dalla mia stanchezza al suo disorientamento. Saluto, metto apposto la spesa e mi metto a cucinare. Senza dirci nulla ci siamo capiti. Lei si avvicina e mi dà un abbraccio. Grazie Gesù perchè ho fatto la tua volontà e non la mia.

Antonio e Luisa

La Grazia non è magia.

Perchè tanti divorzi e separazioni anche tra chi si sposa in Chiesa davanti a Gesù? Il Papa ci ha ricordato come tanti matrimoni siano in realtà nulli, ma è solo questo? Perchè la Grazia di Dio non ci salva da noi stessi e dai nostri errori? La Grazia non è una magia. Lo Spirito Santo per poter entrare in noi e cambiare le nostre debolezze e fragilità ha bisogno di noi. Lo Spirito Santo ha bisogno che  noi apriamo il nostro cuore alla Sua azione. Dobbiamo volere che Gesù abiti in noi e nella nostra unione. Il sacramento del matrimonio non ci assicura nulla senza il nostro impegno. Il sacramento del matrimonio è come una fonte di acqua pura che disseta ma se noi abbiamo un bicchiere bucato non riusciremo nè a bere nè a dissetarci. Questo è il nostro cuore, che se reso bucato dal peccato e dal nostro egoismo, non riuscirà a riempirsi di Dio. Diventa così tutto un’illusione e se le cose non vanno ce la prendiamo con Dio che non ci ha preservato dal fallimento.  Mi viene in mente un’affermazione di Tarcisio Mezzetti, una persona di Dio che si è spesa fino alla fine per fidanzati e sposi. Tarciso, sulla base di una ricerca statistica americana, aveva evidenziato come un matrimonio su tre finiva in divorzio (questo alcuni anni fa, oggi è ancora peggio). L’incidenza scendeva a uno su cinquanta se il matrimonio era stato celebrato in Chiesa e se la coppia partecipava regolarmente alla Santa Messa. La statistica sorprendentemente mostrava come l’incidenza crollava vertiginosamente quando la coppia oltre a essersi sposata in chiesa e partecipare alla Messa, pregava regolarmente unita. L’incidenza in questo caso scendeva a addirittura uno su millecento. Incredibile?

No non è incredibile. Semplicemente la coppia ha tenuto fede alla sua promessa matrimoniale, non escludendo Cristo dalla propria vita e dalle proprie scelte. Sempre qualche mese fa, lessi su un sito cattolico la storia di Siroki­Brijeg. Siroki­Brijeg è una città bosniaca di alcune migliaia di persone dove non si sono verificati mai divorzi. Sembra che la motivazione di questo incredibile risultato sia nella fede dei suoi abitanti e nel rito del matrimonio che la chiesa locale segue.

Quando i fidanzati vanno in chiesa per sposarsi, portano con sé un crocifisso. Il sacerdote lo benedice, e invece di dire che i fidanzati hanno trovato il partner ideale con cui condivideranno la vita dice: “Avete trovato la sua croce! È una croce da amare, da prendere su di voi. Una croce che non è da scartare, ma da custodire nel cuore”.

Quando la coppia pronuncia i voti matrimoniali, la sposa mette la mano destra sul crocifisso, e lo sposo la mano destra sopra quella di lei. Sono uniti tra sé e uniti alla croce. Il sacerdote copre le mani degli sposi con la stola, mentre loro promettono di amarsi a vicenda nella gioia e nel dolore, proclamando fedelmente i propri voti in base ai riti della Chiesa.

Poi i due baciano la croce. Se uno abbandona l’altro, abbandona Cristo sulla croce. Perde Gesù! Dopo la cerimonia, i neosposi attraversano la porta di casa per collocare il crocifisso in un posto d’onore. Diventa il punto di riferimento della loro vita, e il luogo di preghiera della famiglia. La giovane coppia crede fermamente che la famiglia nasca dalla croce.

Nei momenti di difficoltà e incomprensione, che sorgono in tutti i rapporti umani, non si ricorre non all’avvocato, al terapeuta o all’astrologo, ma alla croce. Gli sposi si inginocchiano, piangono lacrime di pentimento e aprono il proprio cuore, chiedendo la forza di perdonarsi a vicenda e implorando l’aiuto del Signore. Queste pratiche pie sono state imparate fin dall’infanzia.

Ai bambini viene infatti insegnato a baciare con reverenza il crocifisso tutti i giorni e a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa prima di andare a letto. I bambini vanno a dormire sapendo che Gesù li tiene tra le braccia e che non c’è nulla da temere. Le loro paure e le loro differenze scompaiono quando baciano Gesù sulla croce.

Termino con un insegnamento di don Dino Foglio, tra i fondatori del Rinnovamento nello Spirito in Italia e sacerdote che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e ascoltare per alcuni anni:

Con la sola volontà non si fa nulla. con la sola Grazia non si fa nulla, con la volontà e la Grazia si fa tutto.

Se il nostro matrimonio è in crisi o siamo noi ad essere in crisi, non accusiamo Dio ma cerchiamo di capire come aprire il nostro cuore alla Sua Grazia.

Antonio e Luisa

Amplesso: aumento di Grazia e di amore tra gli sposi. (17 puntata corso famiglie Gaver 2017)

Abbiamo detto come nell’amplesso fisico ci sia un aumento dell’azione dello Spirito Santo. Accade anche qualcos’altro: c’è un aumento della Grazia santificante. Sperimentiamo in ogni amplesso un amore tra di noi simile a quello di Dio. Naturalmente, perchè ciò avvenga (non finirò mai di dirlo), il rapporto deve essere ecologico, vissuto nella donazione reciproca, disinquinato da tutta la mentalità pornografica ed egoistica a cui purtroppo siamo abituati. Deve essere svolto in amicizia con Dio, in grazia di Dio. Come ci si deve confessare per prendere la Santa Eucarestia così sarebbe consigliato fare altrettanto per prepararsi alla riattualizzazione. Naturalmete se abbiamo peccati gravi che appesantiscono il nostro cuore e non permettolo allo Spirito Santo di entrare ed operare in noi. L’abbondanza della Grazia riversata nei nostri cuori dipende dall’apertura degli stessi ad accoglierla. Prepariamoci all’incontro intimo, è importante per viverlo in pienezza e sperimentare un piacere profondo che diventa un’esperienza mistica, non sempre, ma vi assicuro che succede.  Come quindi prepararsi bene? Con una vita fatta di preghiera, di carità, di fedeltà alla legge di Dio, e di corte continua. Con una vita che perfeziona l’amore verso Dio e verso il nostro sposo o lo nostra sposa. Veniamo gradualmente resi sempre più partecipi dell’amore di Dio per amarci con il suo stesso stile. Questo ci rende sempre più profeti nel mondo, concetto che riprenderemo più avanti. Guardando come noi ci amiamo si dovrà capire, percepire, spermentare qualcosa dell’amore di Dio. Dovremmo essere luce per il mondo. Mostrare l’amore di Dio che è misericordia, cioè amore fedele. Quale grande compito ci è dato. Soprattutto oggi c’è bisogno di questo tipo di profezia. In un mondo dove l’individualismo è sempre crescente, la paura per le scelte radicali è sempre più condizionante le relazioni umani e la gratuità  è spesso derisa, la santità della famiglia è determinante e illuminante.

L’amplesso provoca, sicuramente, anche un aumento dell’amore naturale tra gli sposi. Ricordiamo che il matrimonio prima di essere sacramento è una realtà naturale. Il clima di intimità, di complicità, di dolcezza, di comprensione che si crea durante l’amplesso fa crescere la nostra capacità di dialogo amoroso, la nostra unità e il notro amore.

Se l’amplesso è visssuto in modo autentico ed ecologico, l’aumento dell’amore naturale avviene anche nel caso non si sia in amicizia con Dio. Questo dovrebbe portare a una maggior apertura del cuore e a creare le condizioni per una riconciliazione con Dio.

Antonio e Luisa

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

Decima puntata Preliminari: tempo per entrare in comunione

Undicesima puntata. Un piacere che diventa, forza, vita e amore

Dodicesima Puntata Sposi ministri di un sacramento

Tredicesima puntata Il vincolo coniugale

Quattordicesima puntata Una cascata di Grazia

Quindicesima puntata La riattualizzazione del matrimonio.

Sedicesima puntata Nell’amplesso la Grazia ci trasforma.

La riattualizzazione del matrimonio. (15 puntata corso famiglie Gaver 2017)

Ora vedremo di approfondire la realtà che rende gli sposi sacramento perenne, una realtà sempre viva nella loro relazione fino alla morte di uno dei due. Il sacramento continua ad operare nella vita matrimoniale della coppia, non si esaurisce con la celebrazione del rito. Ci occuperemo in questo articolo in modo particolare della riattualizzazione del sacramento del matrimonio. Perchè parlo di riattualizzazione? Cosa è la riattualizzazione? Per farmi capire mi avvalgo di un paragone che può sembrare azzardato, ma non lo è. Ad ogni Messa, ad ogni celebrazione eucaristica, Gesù Cristo non muore un’altra volta. Gesù è morto in croce una sola volta, circa 2000 anni fa. In ogni Messa però, quel sacrificio viene rinnovato e riattualizzato nel presente, nella storia e nella geografia. Si rende presente e reale. Stessa cosa vale per il matrimonio. Ci siamo sposati una volta sola, 5, 10, 20 o  50 anni fa, non fa differenza,  ma ogni volta che ci uniamo intimamente in un rapporto ecologico riviviamo quell’offerta totale che abbiamo fatto di noi all’atro/a. Rinnoviamo e riattualizziamo il sacramento. Abbiamo visto come l’incontro sessuale tra gli sposi nel sacramento diventi parte integrante del sacramento stesso, sia una vera liturgia sacra e un gesto che provoca un’effusione di Spirito Santo. Continua ad esserlo anche negli altri rapporti successivi al primo. Ogni rapporto sessuale ecologico tra gli sposi è sorgente di nuovi doni di Dio, o meglio, rinnova e perfeziona quelli già dati. E’ attraverso i  corpi che gli sposi vivono  pienamente il loro essere sacramento. Lo ripeto perché è un concetto fondamentale: se questo gesto è vissuto nella pienezza umana e nella verità ecologica si avranno benefici grandissimi. Cercherò adesso si spiegarmi meglio. In realtà lo Spirito Santo è già in noi in quanto sacramento perenne, ma in ogni rapporto sessuale c’è un’azione che intensifica e perfezione il nostro amore umano e la presenza dello Spirito in noi che allarga il suo influsso sulla nostra umanità. Gli effetti di questa intensificazione della presenza dello Spirito Santo nel cuore degli sposi sono molteplici. Ne cito alcuni. Una più profonda unione degli sposi nel corpo, nel cuore, nei caratteri, nell’intelligenza, nella volontà. Un perfezionamento delle loro virtù. Un aumento dell’esperienza che si fa anche di Dio. Una maggior luce e una maggior chiarezza chiarezza per comprendere e vivere le finalità del  sacramento. Un aumento della castità coniugale, di cui parleremo più avanti. Ha conseguenze benefiche anche lo stesso rapporto sessuale vissuto sempre più come dono, si miglioreranno i preliminari, la sensibilità dell’uno verso l’altra, il piacere complessivo scaturente dalla profonda unione dei  corpi e dei  cuori. Su questo una piccola parentesi personale. Sono ormai 15 anni che ho rapporti frequenti con la mia sposa. Solo ora, dopo tutto questo tempo, sto cominciando davvero a comprendere la grandezza di questo gesto. Mi capita spesso di finire con gli occhi umidi per la gratitudine e per la meraviglia sperimentata nella profonda comunione appena vissuta. Cosa che non mi accadeva all’inizio. E’ un cammino da perfezionare e migliorare sempre. Si instaura un circolo virtuoso. Più l’amplesso è vissuto autenticamente bene e più il cuore si apre. Più il cuore si apre e più sarà capace di accogliere lo Spirito Santo in noi. E’ importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. L’ho già accennata e la riprenderemo. Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva Si capiva benissimo quando c’era in programma di riattualizzare il sacramento, bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata, i miei non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere qualcosa. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità.

Togliamoci quell’idea del mondo che ci fa credere che l’intimità sessuale sia bella all’inizio del rapporto e poi diventa qualcosa di sterile e abitudinario. Non è così. La bellezza dell’intimità è data dalla nostra unione e più saremo uniti e più sarà bella. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. E’ tutta un’altra cosa avere la consapevolezza di non star semplicemente facendo l’amore, ma che stiamo riattualizzando un sacramento. E’ qualcosa di grande. Grazie Dio per averci donato tutto questo, dacci la forza di perfezionarlo sempre più.

Antonio e Luisa

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

Decima puntata Preliminari: tempo per entrare in comunione

Undicesima puntata. Un piacere che diventa, forza, vita e amore

Dodicesima Puntata Sposi ministri di un sacramento

Tredicesima puntata Il vincolo coniugale

Quattordicesima puntata Una cascata di Grazia

 

Una cascata di Grazia! (14 puntata corso famiglie Gaver 2017)

Abbiamo visto il legame coniugale. Ma la generosità di Dio non si esaurisce con quel dono. Dio non è parco, quando ama lo fa senza risparmiarsi. Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Cosa è? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione accademica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Il terzo dono di nozze è la Grazia sacramentale.  A volte capita nel matrimonio che la vita colpisce duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Il quarto e ultimo dono è l’azione consacratoria dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore.  Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. perchè attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa.

Sintetizzando i doni di Dio possiamo scrivere:

  • Grazia santificante per amarci come Dio ci ama
  • Grazia sacramentale per avere tutti gli aiuti di Dio di cui abbiamo bisogno
  • Vincolo coniugale per amare Dio insieme
  • Azione consacratoria per essere profeti dell’amore di Dio

Antonio e Luisa.

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

Decima puntata Preliminari: tempo per entrare in comunione

Undicesima puntata. Un piacere che diventa, forza, vita e amore

Dodicesima Puntata Sposi ministri di un sacramento

Tredicesima puntata Il vincolo coniugale

 

 

Sposi: ministri di un sacramento! (12 puntata corso famiglie Gaver 2017)

Ora, e solo ora, dopo aver approfondito l’amore, il matrimonio naturale e l’amplesso fisico, dopo dieci puntate già pubblicate, abbiamo messo le basi per poter introdurre il sacramento del matrimonio. Partiamo da un concetto basilare, anche solo come ripasso: cosa è un sacramento? Il sacramento sono gesti, parole e azioni scelti da Cristo per trasmettere a noi uomini i doni del suo amore salvifico, redentivo e misericordioso. Sono doni che ci rendono creature nuove, che ci rendono capaci di vivere come figli di Dio. Il sacramento indica una realtà invisibile sì, ma una realtà operante. Il primo dono fondamentale di ogni sacramento è lo Spirito Santo, da cui poi scaturisce ogni dono particolare e peculiare di ogni sacramento. I gesti, le parole e le azioni che costituiscono un sacramento sono sempre compiute da Cristo attraverso persone che sono abilitate a questo scopo. Normalmente è un sacerdote,  nel matrimonio sono gli sposi stessi. Come gli sposi? Sì, sono proprio gli sposi che in virtù del sacerdozio comune (dono del battesimo) possono donarsi l’uno all’altra. Lo sposo si dona ed è Cristo che lo dona alla sposa e viceversa. Il sacerdote è solo un testimone. Gli sposi sono ministri, sono offerenti e al tempo stesso offerta. Gli sposi sono coloro che celebrano, ma anche la realtà del sacramento che, attraverso il dono, rende gli sposi stessi nuovi, trasformati e perfezionati nel loro amore, nella loro capacità di essere, di vivere, di donare e di accogliere l’amore.

Il matrimonio naturale, il patto naturale degli sposi, il dono esclusivo, totale e per sempre, realizzato in Cristo e per Cristo, diventa sacramento. Questa verità ci apre a una grandezza e a una bellezza incredibile, di cui spesso non siamo neanche consapevoli, ma nel proseguo vedremo di approfondire.

Sposarsi in Cristo modifica l’amore coniugale, non nelle sue caratteristiche naturali, che vengono al contrario consolidate e perfezionate (i 5 pilastri approfonditi nel matrimonio naturale), ma nella sua struttura esistenziale. Cosa significa? Siamo abilitati da Cristo in virtù del nostro battesimo e della consacrazione sponsale ad essere segno, immagine dell’amore di Dio, diventiamo profeti dell’amore. Siamo mezzo di salvezza, in primis l’uno per l’altra, ma anche per i nostri figli e per le persone che ci stanno vicine.

Il rito del sacramento, come già anticipato, si basa sul patto naturale, quindi è costituito da due fasi. Lo scambio del consenso: Io Antonio accolgo te Luisa e con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre……

Il patto naturale, con cui esprimiamo la volontà di essere uno e per sempre,  si arricchisce della forza di Cristo, della Grazia, dello Spirito Santo, non è più un patto tra due persone, ma tra tre. Ribadiamo e sottolineiamo che il matrimonio non è concluso e non è efficace solo con il consenso dei cuori e la dichiarazione di volontà, ma serve l’unione dei corpi che sigilla e rende efficace il sacramento. Ogni rapporto sessuale è la riattualizzazione del primo (quello che ha instaurato il matrimonio), è il tramite che ci permette di accogliere lo Spirito Santo effuso con il sacramento. Con il primo rapporto ecologicamente svolto (in vagina e senza barriere fisiche come il preservativo), l’unione dei corpi (il dono del seme della vita e l’accoglimento dello stesso) unisce indissolubilmente i cuori dei due sposi che da quel momento ameranno Dio con un cuore solo. Con il primo rapporto i cuori degli sposi saranno riempiti dei doni di nozze di Dio.

Le parole e i gesti che costituiscono il sacramento del matrimonio non sono solo quelli che si svolgono durante il rito del matrimonio in chiesa davanti al sacerdote, ai testimoni e agli invitati, ma anche quelli che si celebrano nell’intimità del talamo nuziale. Gesti sacri e che aprono alla forza di Dio in noi. Ecco perchè abbiamo dedicato ben 4 puntate alla liturgia dell’amplesso fisico, perchè di vera e propria liturgia sacra si tratta e come si può dissacrare una Messa così si può dissacrare una riattualizzazione del sacramento tra due sposi. Ecco perchè è importante prepararla bene, non rispettare l’ecologia dell’amplesso fisico significa compiere un sacrilegio a Dio.

Capite quanto si sbaglia  a vedere e vivere l’intimità sessuale come qualcosa di sporco?

Alla luce di quanto abbiamo detto fino ad ora, per mostrare che non siamo sognatori che si inventano realtà che non esistono6 e che le nostre convinzioni ed insegnamenti si reggono sulla forza e verità del magistero della Chiesa, cito il n 75 di Amoris Laetitia, dove Papa Francesco esprime sinteticamente tutto quello che abbiamo approfondito:

Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano,[70] i quali, manifestando il loro mutuo consenso ed esprimendolo nel reciproco dono corporale, ricevono un grande dono. Il loro consenso e l’unione dei corpi sono gli strumenti dell’azione divina che li rende una sola carne. Nel Battesimo è stata consacrata la loro capacità di unirsi in matrimonio come ministri del Signore per rispondere alla chiamata di Dio.

Cito Papa Francesco perchè Amoris Laetitia è l’utima riflessione di un cammino iniziato con il concilio vaticano II. Papa Francesco è il primo pontefice che scrive nero su bianco e chiaramente che l’unione dei corpi è parte del sacramento. Non qualcosa di necessario che avviene dopo, ma parte integrante e fondante del sacramento. Ci sono voluti quasi sessant’anni, ma ci siamo arrivati. Giovanni Paolo II lo ha accennato e fatto intuire, ma non lo ha mai scritto così chiaramente.

Cosa importantissima da dire è che il matrimonio sacramento perdura nel tempo, non si esaurisce mai, fino alla morte di uno dei due sposi. E’ un sacramento perenne. Gli sposi sono sacramento perenne, nel loro amore è ospitata la presenza costante di Cristo vivo e reale. Cristo non abita nello sposo, non abita nella sposa, ma abita il noi dei due. L’amore degli sposi diventa sacer.  La loro vita diventa sacramento perenne e presenza costante di Cristo nel mondo e nella storia. C’è la presenza autentica e reale di Cristo nel nostro matrimonio, lui opera in noi, con noi e attraverso di noi, per mezzo del suo Spirito. Vivere bene il nostro matrimonio significa offrire un culto gradito a Dio, significa fare un sacrificio a Dio. Vivere bene il nostro matrimonio è la prima cosa che Dio ci chiede e si aspetta da noi, tutto il resto viene dopo. Servizi, parrocchia, gruppi di preghiera e tutte queste belle attività vengono dopo. Se dedicarsi a queste attività significa trascurare il matrimonio, stiamo sbagliando completamente.

Proseguiremo la prossima  puntata con i doni che Dio abbondantemente effonde nei nostri cuori per il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

Decima puntata Preliminari: tempo per entrare in comunione

Undicesima puntata. Un piacere che diventa, forza, vita e amore

Preliminari: tempo per entrare in comunione. (10° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Come anticipato, riprendiamo i preliminari dando qualche indicazione pratica.

Devono essere gesti d’amore rispettosi della sensibilità dell’altro/a. Gesti che in ogni caso escludono il sedere (vedremo dopo perchè). Questa parte del nostro corpo è oggi molto esaltata.

Ricordiamo che i nostri gesti devono essere frutto dell’amore, esprimere amore. Devono quindi, ricordatevelo bene voi uomini, essere rispettosi della sensibilità dell’altro/a. Non possono essere dei gesti qualunque, ma devono essere i gesti più cari, più graditi all’altro/a. Cosa significa? Dobbiamo dialogare, anche su questo, approfondire la conoscenza sessuale reciproca. Conoscenza che dovrebbe già essere iniziata durante il fidanzamento, durante il quale, seppur nella castità, si possono sperimentare tutti quei gesti di tenerezza che rappresentano il linguaggio d’amore del corpo. Dobbiamo impegnarci ad imparare i gesti e le parole che piacciono al nostro coniuge, che lo fanno sentire amato e desiderato. Adesso dico una cosa che riguarda soprattutto le donne: per vivere in pienezza questo momento devono fare pace con il loro corpo. Non devono farsi rodere dai miti di bellezza e soprattutto devono lasciare allo sposo la possibilità di amare anche i loro difetti. Se non si fanno abbracciare dallo sguardo dell’amato nell’interezza del loro corpo, accettandosi e lasciandosi accettare per quello che sono, non possono abbandonarsi all’amore liberamente e in pienezza. Metteranno sempre una barriera tra loro e lo sposo. Lasciarsi abbracciare dal suo sguardo non è semplice, richiede un impegno e un lavoro su se stesse. L’uomo deve imparare il linguaggio della tenerezza per rendersi amabile alla donna e la donna sua volta deve accettare la mascolinità dello sposo e scongelarsi. A volte lei dice: “lui non mi capisce, non si accorge di tutto quello che faccio, dà tutto per scontato”; in realtà il suo cuore, nel suo profondo, non si vuole aprire totalmente a questa intimità.

Naturalmente dobbiamo evitare assolutamente i gesti che non sono graditi. Non domandiamo gesti che feriscono la sensibilità dell’altro/a. Non ci sono limiti nei preliminari, se non che bisogna evitare il sedere, l’eiaculazione deve avvenire in vagina e che non si deve urtare la sensibilità dell’altro/a.  In caso contrario, sarebbero gesti di amore o richieste dettate dal nostro egoismo? Mi riferisco in particolare al cosiddetto sesso orale (senza raggiungere il piacere!). Di per sé non c’è nulla di male, si tratta di un bacio d’amore. Se però, l’altro/a non gradisce questa pratica, non si deve chiederla. Non si devono fare ricatti morali all’altro/a, rischiate di distruggere tutta la comunione e l’autenticità del gesto. Anche il sesso anale è completamente al di fuori dell’ecologia dell’amore umano. Anche da un punto di vista meramente fisico: l’ano è strutturato non per accogliere ma per espellere. La mucosa anale non è adatta alla penetrazione. E’ più soggetta ad essere attaccata da virus e batteri e quindi è più facile contrarre malattie sessualmente trasmissibili. C’è una motivazione anche più profonda; nell’amplesso, uomo e donna si guardano, quello sguardo significa riconoscere l’altro/a come l’amato/a, significa vivere quel gesto come dono d’amore per quella persona specifica ed unica. Il sesso anale non permette questo sguardo, si nasconde il viso della sposa. Ciò significa trasformarla in un oggetto, in uno strumento per il piacere dell’uomo. Si distrugge tutto il significato più autentico del gesto e la donna si sente umiliata ed usata.Tutta la “cultura” pornografica tende ad esaltare questa parte del corpo. Stiamo attenti e lavoriamo su di noi per purificarci da questo inquinamento che non ci permette di vivere in pienezza l’atto fisico. Una donna è andata nello studio di Luisa (la ginecologa che ha presentato questo insegnamento) e si è lamentata dell’insistenza del marito per esercitare questo tipo di rapporto. Il marito, al rifiuto della moglie, le ha risposto deluso e arrabbiato che con lei non si poteva fare nulla. Quel marito, secondo voi, voleva unirsi con la moglie o con le fantasie pornografiche che aveva in testa? Voleva amarla o usarla?

Altro concetto fondamentale: uomo e donna sono diversi. Hanno tempi molto diversi per prepararsi all’amplesso. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai 20 ai 30 minuti. Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 e si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica. E’ diverso anche il modo di eccitarsi. L’uomo deve vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa. La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci. Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro deve esserci la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. I preliminari non sono tecniche eccitatorie per l’uomo (non sono sbagliate ma non devono occupare tutto il tempo o quasi), ma gesti che sfamano il bisogno di tenerezza della donna. Sono tempo per entrambi, uomo e donna per entrare in comunione. L’uomo non deve pensare a questo momento come attesa necessaria per preparare la donna, sarebbe sterile. Deve prepararsi con il cuore a donarsi e a ricevere il dono che la sposa fa di sé. I preliminari sono tenerezza. Diventano modalità di vivere l’amore. Traducendo: la tenerezza è capace di trasformarci da pezzi di legno (che non sono in grado di condurre energia) in metallo, in oro (che è tra i materiali più conducibili). Con la tenerezza, l’intimità fisica diventa colma di amore dell’uno verso l’altra e non un gesto che esprime egoismo e che fa sentire l’altro/a usato/a. La donna ha un’enorme difficoltà a passare da attività come spadellare in cucina, pulire e mettere a letto i figli, all’intimità fisica con il marito e quindi se non ristabiliamo il contatto emotivo, diventerà un obbligo da assolvere. Gli uomini invece non hanno problemi di questo tipo e ricercano subito stimolazioni sugli organi genitali. L’uomo così facendo, seguendo il suo desiderio, la sua modalità di cercare piacere, sta in realtà urtando la sensibilità della sua sposa. L’intimità fisica è trasformata in qualcosa di frettoloso e grossolano. In questo modo è impossibile vivere in pienezza e con gioia il rapporto. Presto o tardi l’insoddisfazione della donna porterà al deserto sessuale e alla frustrazione per entrambi. I preliminari sono quindi indispensabili per creare questo contatto emotivo e tenero tra gli sposi, sono un tempo da dedicarsi senza fretta, per creare la comunione e l’intesa giusta, per vivere in pienezza l’amplesso. I preliminari assumono un’autenticità ecologica quando non sono gesti isolati e vissuti solo prima del rapporto e in vista del rapporto, ma sono inseriti in un contesto di corte continua, di continui e costanti gesti amore e di tenerezza che gli sposi si donano durante tutta la giornata.

 

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Luisa ed Emanuele Bocchi)

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

L’intimità degli sposi nell’ecologia umana. (8° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Dopo aver approfondito il matrimonio naturale, le caratteristiche che esige e come si concretizza, ci soffermiamo ora sull’intimità fisica. Abbiamo detto che il primo rapporto fisico dopo il consenso del rito è necessario per sigillare e rendere valido il patto nuziale naturale.  Questo tema così delicato quanto importante è stato affidato ad Emanuele e Luisa. Luisa è medico ginecologo e si occupa anche di interventi formativi per quanto riguarda l’ambito sessuale nelle scuole. Il rapporto intimo tra gli sposi è un gesto molto importante all’interno della coppia e, se ben vissuto, può ravvivare e rinnovare la relazione e l’amore sponsale. Rinnovamento che è concretamente efficace sia nella dimensione umana, che abbiamo visto fino ad ora, sia in quella sacramentale e divina, che vedremo successivamente quando affronteremo il sacramento.  L’intimità sessuale, vissuta nella sua pienezza umana e nella verità del significato che il gesto incarna, è la più grande manifestazione dell’amore sensibile tra gli sposi. Nel contempo è occasione privilegiata per far crescere l’amore tra di loro.  Per tutti quindi, siano credenti o no, è importante comprendere l’ecologia del sesso in tutta la sua bellezza, comprenderne la sua armonia naturale e come va autenticamente esercitato. Da come viviamo bene e in modo ecologico la nostra intimità sessuale dipende buona parte della nostra felicità di sposi e di conseguenza la riuscita della nostra relazione e la pace in famiglia. Se saremo sposi felici, saremo genitori amorevoli, forti e concordi. Come sposi cristiani è bene mettere subito in chiaro che la nostra santità coniugale passa anche attraverso la nostra vita sessuale. Esercitare l’intimità coniugale non è qualcosa di sporco e peccaminoso, ma è via per la santità e modalità per prepararci insieme alle nozzze eterne con Cristo. La realizzazione sempre più perfetta del rapporto sessuale implica:

  1. una conoscenza adeguata della fisiologia e antropologia umana, in particolare delle parti coinvolte nell’atto, e del dinamismo ecologico che si deve mettere in pratica;
  2. una coscienza sempre più profonda della sua valenza sacramentale, fonte di Grazia e di effusione di Spirito Santo. Il rapporto sessuale nel matrimonio è un gesto sacro, voluto dal Creatore;
  3. un impegno costante e continuo degli sposi di crescere nell’amore reciproco, inserendo l’amplesso fisico in un contesto di tenerezza e di cura l’uno dell’altra da vivere nella quotidianità della vita insieme.

Ora ci focalizzeremo sul primo punto, il quale è importantissimo, per riacquistare o comprendere per la prima volta la  bellezza e la dignità del gesto unitivo, riscattandolo da ogni morbosità, banalizzazione o volgarità pornografica. Probabilmente molti hanno imparato quello che  sanno sull’amplesso fisico dalla pornografia che inquina e distrugge l’ecologia del gesto, privandolo della sua bellezza, del suo significato e anche del suo corretto modo di essere vissuto.

Ora andremo a compiere un’opera di disinquinamento, necessaria più che mai ai nostri giorni, dove abbondano persone che sono convinte di sapere tutto ed in realtà non sanno che falsità e bugie, generando così distorsioni, dolore e sofferenze fisiche e morali. Il primo rapporto sessuale instaura sia il matrimonio naturale sia  il matrimonio sacramento, cosicchè ogni altro amplesso diventa rinnovazione e riattualizzazione di quel primo rapporto. Come ogni sacramento ha una liturgia da seguire. Sembra strano, ma è così. Liturgia che rispecchia perfettamente la dinamica di un rapporto ecologico autentico e pieno.

Vedremo nella prossima puntata di approfondire le tre parti della liturgia dell’atto: preliminari, amplesso e assimilazione della gioia.

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Emanuele e Luisa Bocchi)

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

 

Anima e corpo: un equilibrio importante. (4° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Ripartiamo dalla fine della puntata precedente. Siamo arrivati ad affermare che cuore (spirito) e corpo hanno la stessa importanza nel vivere l’amore, nel realizzare quello che siamo e che dona senso alla nostra esistenza. Perché è così importante sottolineare che cuore e corpo hanno la stessa valenza? Spesso il concetto dell’amore è squilibrato verso il corpo o verso lo spirito, sviando così dalla vera ecologia umana che si basa su un equilibrio di queste due componenti umane. Quando sottolineiamo troppo l’aspetto del corpo (per esempio le emozioni, il sentire e il piacere sessuale), scivoliamo in una distorsione, in un inquinamento dell’amore e non viviamo bene e autenticamente l’amore. C’è naturalmente anche il rischio opposto, quello degli spiritualisti, il rischio di pensare che ciò che conta è solo la volontà e il cuore, che il corpo e le espressioni corporee quali dolcezza, tenerezza e sesso non siano importanti. Queste ultime sono persone incapaci di mostrare e trasmettere amore e anch’esse sono fuori dall’ecologia dell’amore. Se non si è capaci di abbracciare, guardare con dolcezza, accarezzare e anche vivere bene l’intimità sessuale (nel matrimonio), di che amore stiamo parlando? Il concetto d’amore autentico è quello biblico, cristiano, dove legge naturale e rivelata si accordano perfettamente. Per questo il modello d’amore biblico è ecologico o naturale. La Bibbia non è un libro spirituale, certo lo spirito non manca, ma quanta carne c’è. Un esempio per tutti è Cristo che si è fatto uomo, si è incarnato per mostrarci l’amore e parlarci di amore. Gesù non ha proclamato l’amore, ma lo ha mostrato con la carne, donando il suo corpo e il suo sangue sulla croce. Nella tradizione ebraica cuore (spirito) e corpo sono la persona, non esiste una differenza netta tra le due componenti. Questa differenza, che fa parte del nostro pensare comune, è frutto delle riflessioni dei filosofi greci , ma non è mai appartenuta a Gesù.   Sintetizzando come è definibile l’amore biblico o ecologico?

L’amore ecologico è un donarsi e un accogliersi tra due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere: Io personle, cuore e corpo.

L’amore ecologico si esprime in modo diverso a seconda del tipo di amore che stiamo vivendo (fidanzati, sposati, figli, amici, consacrati, ecc.).

Il bisogno di amare come si manifesta?

Si manifesta in due aspetti fondamentali: la socialità e la sessualità.

Sono entrambi ambiti in cui manifestiamo e viviamo l’amore. La socialità comprende tutti quei rapporti in cui non siamo legati ad una sola persona. Nelle relazioni tra genitori e figli, tra colleghi e tra amici siamo nell’ambito sociale. Anche nella socialità, naturalmente esistono vari gradi, dalla semplice conoscenza a un legame molto profondo. La socialità esprime un bisogno di amare che abbiamo fin dai primi giorni di vita nell’utero materno e fino a quando esaleremo l’ultimo respiro. Abbiamo bisogno di contatti, di persone che ci dimostrano affetto e stima e che non necessariamente sono nostro marito o nostra moglie. La socialità è come il bere e vedremo più avanti che la sessualità è invece come il mangiare, entrambe necessarie e che non si escludono, ma che al contrario si completano. Anche quando vivremo una sessualità appagante non dovremo dimenticarci di bere, di vivere la socialità. La coppia  senza socialità rischia di entrare in una condizione di aridità e di implodere. La sessualità che approfondiremo più avanti è la necessità di trovare una persona in particolare, lui e soltanto lui, lei e soltanto lei, che risponde al nostro bisogno di trovare una comunione profonda e piena che investe la totalità del corpo e dell’anima. Il marito e la moglie vivono bene la loro sessualità (intesa non solo come rapporto fisico) se vivono e si donano nel rapporto totalmente, con tutta l’anima e con tutto il corpo, senza condizioni e linee d’ombra.

Come vivere un amore così, ecologico e pieno? Impariamo ad essere sempre più dono per il nostro sposo e la nostra sposa. Combattiamo l’egoismo, l’orgoglio e le antipatie che ci impediscono di donarci. Educhiamo il corpo, perchè è lì che si annidano le insidie maggiori. Educhiamoci alla tenerezza e a mostrare l’amore. Impariamo a manifestare l’amore all’altro secondo la sua sensibilità e non la nostra (I cinque linguaggi dell’amore). Se mia moglie ama essere abbracciata e io non l’abbraccio mai perchè a me l’abbraccio non dice nulla, che amore sto manifestando? Farsi dono significa desiderare il suo bene e la sua felicità. Se l’abbraccio le fa bene, lo devo fare anche se non mi trasmette niente e anzi mi costa fatica farlo.

Antonio e Luisa (tratto dall’insegnamento di Andrea Guerriero).ù

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Sono debole per questo sono forte.

C’è una realtà che ho sempre intuito, ma non sono mai riuscito a comprendere chiaramente. Oggi, finalmente, ascoltando un’omelia di don Antonello Iapicca, sono riuscito a mettere a fuoco quella che era solo un’intuizione. Il mio matrimonio è felice perché io e la mia sposa siamo completamente inadeguati, incapaci e inadatti, e sappiamo di esserlo. Siamo gli ultimi. Dio ha sempre operato così, nella storia. Ha scelto un popolo, ma non un grande popolo, dalla cultura evoluta. Non ha scelto la raffinatezza dei babilonesi, la potenza degli egizi o la ricchezza dei fenici. Ha scelto un popolo seminomade, costituito da ladri, mercenari, pastori. Ha scelto il popolo più ignorante che ha trovato. Cosa dire, poi,  di Maria, un’adolescente o poco più, una donna in un mondo governato dagli uomini, una donna tra le più nascoste ed umili. Ha scelto il suo nulla per farne la Madre di Dio. Gesù è nato in una famiglia invisibile e ordinaria di un popolo invisibile. Gesù è nato lontano da Roma, lontano dal centro del potere, in una remota provincia calda e polverosa. Tutta la storia è piena di questi esempi. Penso a Bernadette che, nella sua ignoranza e semplicità, quando le  chiesero perchè la Madonna aveva scelto proprio lei, rispose: ” E perché ero la più povera e la più ignorante che la Santa Vergine mi ha scelta.”

Cosa voglio dire con questo? Che per riconoscere Dio nella nostra vita, dobbiamo prima riconoscerci poveri. Poveri di forza, di capacità, di scienza e di coscienza.  Non importa se abbiamo magari studiato, se siamo laureati, se abbiamo letto tanto e meditato su quanto letto. E’ importante riconoscere la nostra piccolezza comunque e sempre. Il matrimonio (sacramentum magnum) è impossibile all’uomo, se non viene sostenuto dalla Grazia di Dio. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta. Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e si crolla, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di noi, del nostro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarci. Noi non abbiamo corso questo rischio. Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Antonio e Luisa

La bellezza

Ho trovato questo articolo interessante di alcuni anni fa.

«Dio vide che era cosa buona…». Nel mondo della Bibbia e nel mondo greco «buono» e «bello» coincidono.Ma che cos’è la bellezza? È ciò che suscita un senso di piacere e di ammirazione nella persona. Per il credente, la Pasqua rivela la bellezza di Dio. La famiglia è il giardino privilegiato in cui cresce la bellezza.

La prima pagina della Bibbia sottoli­nea ripetutamente le diverse giornate della creazione con la nota frase: «Dio vide che era cosa buona».

Nel mondo ebraico come in quello greco solitamente non veniva disgiunto il concetto di bellezza da quello di bontà, anzi l’uno sembrava il completamento dell’altro. Insieme il kalòs hai agathòs (il bello e il buono) esprimevano perfezio­ne, quasi si volesse sottolineare che una realtà bella doveva essere anche buona, e che il bene doveva per forza essere bello.

Forse quella frase del racconto bibli­co potrebbe essere meglio espressa così: «Dio s’accorse che era una bella cosa». E quando si vuole evidenziare la creazio­ne dell’uomo: cosa!».

Le meraviglie del cielo, della terra e del mare, infatti, rappresentano una gran­de bellezza statica, mentre l’uomo espri­me una bellezza dinamica. Le cose sono belle per se stesse, ma non sono soggetto di emozioni, non sof­frono passioni. Invece esse stimolano la fantasia, suscitano interesse, risvegliano ammirazione nell’uomo, scuotono in­somma la sua mente e il suo cuore.

La bellezza stessa della persona non si può relegare ai soli lineamenti esterio­ri del suo corpo, ma parte dall’intimo e si esprime attraverso sguardi, sorrisi, at­teggiamenti, movenze. Possiamo dire che ogni persona può soltanto irradiare all’esterno quella bellezza che possiede dentro di sé, altrimenti è una bellezza morta, statuaria, opaca.

La nostra mentalità occidentale, abi­tuata a classificare e definire, a rinchiu­dere in tanti scomparti i vari concetti, si accorge di trovarsi davanti ad un termine troppo spesso equivocato, come avviene per la parola amore o per altre parole chiave dell’esistenza umana.

Bellezza è: bontà, semplicità, impegno, grazia, sapienza, gioia, donna, uomo…

Nelle espressioni quotidiane mesco­liamo un po’ di tutto: «Che bella perso­na!», e non ci riferiamo al suo aspetto fi­sico; «Che bel piatto!», e si intende un piatto abbondante e gustoso; «Che bella idea!», ed è qualcosa di interessante.

Bello significa tutto e nulla nello stes­so tempo.

Presso popolazioni che vivono nella povertà o nell’essenzialità il concetto di bello diventa quasi sinonimo di utile, nella società del superfluo si avvicina al concetto di dilettevole, nel mondo della cultura bello può significare estetica­mente perfetto.

Bello è semplicemente bello

Bello è quello che la persona perce­pisce come tale e suscita in lei un senso di piacere e di ammirazione.

Sicuramente bello è Dio, e Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il più bello tra i figli degli uomini, nato da donna. Bella è sua madre, Maria ripiena di grazia, bontà, semplicità, impegno, gioia, fem­minilità.

Essi hanno ispirato e impegnato gli artisti del mondo e della storia cristiana a descrivere la loro bellezza.

Bellezza è donna

Ritorniamo per qualche riflessione ancora nel mondo della Bibbia.

Rebecca, incontrata dal servo di Abra­mo, destinata a diventare sposa di Isacco era «molto bella d’aspetto, era vergi­ne…» (Gn 24,16) e oltremodo servizie­vole.

Giuditta, prima di invocare il Signore, si prostrò con la faccia a terra, si cosparse il capo di cenere e mise allo scoperto il sacco di cui, sotto, era rivestita nella sua vedovanza. Dopo aver pregato, si alzò, si tolse il sacco di cui era rivestita, si lavò, si profumò, spartì i capelli del capo e vi mise un diadema. «Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccia­letti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affa­scinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista» (Gdt 10,4).

Giuditta, moglie di Manasse, con la sua bellezza salvò Israele dalla furia di Oloferne («che si è lasciato ingannare dal mio volto» [Gdt 13,16]) e del suo esercito assiro.

Ester, per smascherare le trame di Aman contro gli Israeliti, fece digiunare tutti i Giudei di Susa per tre giorni, non dovevano né mangiare né bere, ed anche lei e le sue ancelle fecero altrettanto. Ester si tolse le vesti di lusso ed indossò abiti miseri, si cosparse il capo di cenere e umiliò molto il suo corpo. Poi, come Giuditta, dopo aver lungamente pregato il Signore, lei, la regina, osò presentarsi al re Assuero.

Quattro donne che nella loro bellezza sono viste e ricordate come determinanti per la storia del popolo di Dio e per la sua salvezza.

Bellezza è uomo

C’era un uomo della tribù di Benia­mino chiamato Kis. «Costui aveva un fi­glio chiamato Saul, alto e bello: non e c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeli­ti» (I Sam 9,2).

Davide, il ragazzine fatto chiamare dal pascolo dal profeta Samuele: «Era fulvo, con begli occhi e gentile d’aspetto» (1 Sam 16,12).

I primi re d’Israele non furono grezzi gorilla da combattimento e il terzo di lo­ro poi, Salomone, fu chiamato «il saggio per eccellenza».

La bellezza salverà il mondo?

Davvero il cammino della storia sarà corretto e salvato dalla bellezza? Quale bellezza?

Al centro della vita di ogni cristiano c’è l’avvenimento della Pasqua.

Questa grande e bella festa sta ad in­dicare una vita di continue risurrezioni, perciò diventa una vita interessante e bella nonostante i continui intoppi.

Un giardino per la bellezza

C’è un giardino privilegiato dove cre­sce la bellezza: la famiglia.

In questo luogo essa viene alimentata dall’amore dello sposo e della sposa, e dai figli che sbocciano come i germogli di una rigogliosa pianta di ulivo attorno al tavolo di cucina, come vuole il salmo 128.

I figli sono belli quando crescono in una famiglia bella.

La famiglia è bella quando coltiva l’essere più dell’apparire, il bene più del benessere, la comunione più degli squilli dei telefonini, l’attenzione ad ogni perso­na più di tante distrazioni, l’amore dona­to più di quello preteso o ricevuto.

Di certo questo tipo di famiglia non fa notizia, fa solo felici.

Utopia?

Un sogno spezzato dal risveglio in una cruda realtà? No! Tensione verso un ideale. Il Vangelo non propone mai tra­guardi corti.

Non si vuole però negare l’evidenza di tanti, troppi figli «belli» che conducono una «brutta vita» da pendolari tra un bab­bo e una mamma distanti, ingannati, spes­so attirati da una bellezza bugiarda, fatta di emozioni meschine, di egoismi bassi.

Anche questa è un’opportunità per chi crede in tante belle famiglie che pos­sono davvero salvarsi e salvare.

Valeria e Tony Piccin

Tratto da “famiglia Domani – aprile2002”

 

Grazie perchè ami Lui più di me.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopodi Lui? Perchè?  Io mi sono fatto tutte queste domande. La risposta non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei ha sempre messo la volontà di Cristo davanti alla mia e questo mi ha salvato. Mi ha costretto a pormi delle domande. Mi ha costretto a comprendere che la bellezza di quella ragazza andava oltre l’aspetto fisico, ma era trasfigurata dal suo tenace abbandono a Gesù, che era davvero Signore e Salvatore per lei. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Lei nella sua fragilità e debolezza di donna ferita, ma forte come solo chi  fonda la vita sulla roccia di Cristo, mi ha penetrato con la spada e mi ha aperto la ferita del cuore liberandolo da tutto il pus del peccato che lo ammorbava. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

Grazie alla mia sposa che non ha mai amato me più di Gesù.

Un consiglio che mi sento di dare a tutti. So per certo da medici e psicologi amici che sono sempre più le spose (ma anche gli sposi) che si lamentano delle richieste dei coniugi. Sesso anale, pornografia, scambio di coppie, sex toys e tante altre depravazioni. Abbiate il coraggio di dire no a queste cose. Per il bene vostro e del vostro coniuge. La sessualità autentica è dono, incontro d’amore, dove l’abbraccio intimo è già cosa che più bella non si può sperimentare. Tutto il resto è solo frutto dell’egoismo e della concupiscenza. Tutto il resto serve solo a rendere la persona da amare una cosa da usare, un pezzo di carne.

Antonio e Luisa

Il nostro matrimonio è terreno fertile?

«Ecco, il seminatore uscì a seminare.
E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo.
Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Chi ha orecchi intenda».

Vorrei leggere questa parabola in chiave sponsale, so benissimo che forse è una lettura un po’ forzata, ma è comunque utile per permettere una riflessione su come ci prepariamo al matrimonio.

Il seme è l’amore divino, lo Spirito Santo, la Grazia del sacramento. Il seme è quella presenza di Dio che germoglia e rende la terra feconda e fruttuosa. La terra siamo noi, la nostra relazione e il nostro cuore.

Se ci presentiamo alle nozze senza aver chiare le caratteristiche di un amore sponsale autentico, e non ci sposiamo volendo e desiderando con tutto il cuore di amarci in quel modo, saremo impermeabili al seme, all’amore di Dio. Il matrimonio sacramento si poggia sul matrimonio naturale, che a sua volta poggia su 5 pilastri. Se manca uno solo di questi pilastri, crolla tutto. L’unicità: un solo uomo e una sola donna. La poligamia non è ammessa. L’indissolubilità: non dobbiamo prevedere vie d’uscita, anche nella cattiva sorte. La fedeltà: il nostro corpo e il nostro cuore appartengono a quell’uomo o a quella donna. La socialità: ci sposiamo nella comunità, perchè siamo risorsa per la società e dobbiamo essere tutelati da essa. La fecondità: la relazione deve essere aperta alla vita.

Se ci si sposa escludendo anche una sola di queste caratteristiche, di questi pilastri, la Grazia non può entrare in noi, perchè manca l’amore autentico e totale  per accoglierla.

Celebriamo un sacramento a secco, anzi peggio, celebriamo una bella sceneggiata che non ha nessun valore,  anche se presenziata dal parroco e con la presenza di testimoni e di tante persone. Ricordo che il diritto canonico verifica, tra le altre cose,  la sussistenza di queste caratteristiche per decretare se un matrimonio sacramento sia valido oppure nullo, mai avvenuto.

Veniamo ora al terreno sassoso. Subito germogliò. Il matrimonio è valido. Gli sposi credono nei 5 pilastri e si sono sposati in Cristo. La Grazie è arrivata e ha permesso loro di sperimentare l’unione come presenza di Cristo. Ma cosa succede?

Gli sposi non hanno preparato bene il terreno. Non hanno preparato un terreno profondo, un amore profondo basato sul rispetto, sul sacrificio, sulla castità che sa aspettare e accogliere l’altro. Un amore fatto di apertura al mistero dell’alterità e non di ripiegamento su di sè che usa l’altro per provare sensazioni ed emozioni, e per soddisfare la nostra lussuria e concupiscenza. Non importa se vestiamo tutto con l’abito dell’amore, certi gesti nel fidanzamento sono oggettivamente frutto dell’egoismo ed intrinsecamente sbagliati. Se prepariamo il nostro terreno così non saremo capaci di amare autenticamente, ma solo di vivere di emozioni e di sentimenti che sembrano dare valore e senso a tutto, ma che in realtà sono un’effimera illusione. E’ un amore  destinato, come tutte le emozioni, a picchi e crolli e alla fine a spegnersi se non alimentato da qualcosa di più solido. Ed è questa la fine del germoglio piantato in un terreno così. Poche radici e il sole lo brucia.

Ultimo terreno, di cui voglio parlare, è quello con le spine. Questo è il terreno di chi si sposa in Cristo, e magari si è preparato anche bene, ma poi non comprende che il matrimonio è un sacramento non solo tra i  due sposi, ma dove Cristo ha un ruolo fondamentale. Se non si mette Cristo al centro tutto diventa difficile e in certi casi impossibile da sostenere. Il matrimonio, un rapporto che dura tutta la vita e basato su un abbandono fiducioso, intimo ed esclusivo dell’uno verso l’altra, quando arrivano le prove, quelle dure che ti buttano a terra, rischia di dissolversi in dolore, sofferenza, accuse, sensi di colpa e risentimento. Se non si ha una fede e una relazione concreta con Gesù, la coppia  entra in una spirale che la porta inesorabilmente alla separazione, se non sempre fisica, sicuramente dei cuori.

Noi su che terreno abbiamo accolto il seme? Ad ognuno la risposta. Mi fermo qui. Sul terreno che porta frutto ho già avuto modo di parlare in tanti articoli precedenti.

Antonio e Luisa

Lo sguardo di Cristo

Una delle descrizioni più affascinanti del Vangelo è sicuramente lo sguardo di Gesù. Uno sguardo puro, uno sguardo che penetra ma non giudica, uno sguardo che vede oltre le apparenze, oltre i comportamenti, oltre gli atteggiamenti e va dritto al cuore della persona, nel senso che riesce a vederne la bellezza originaria, riesce e vedere ciò che la costituisce. Gesù riesce a leggere nelle persone la nostalgia per il bene e per il bello, riesce a superare la coltre nera del peccato che avvolge l’interlocutore e vede la bellezza della creatura, del vertice della creazione, di colui che è fatto ad immagine a somiglianza di Dio, dell’Amore. Ci sono tantissimi esempi di questo sguardo nel Vangelo. Il giovane ricco che in apparenza ha tutto, è ricco, ha una famiglia ed è osservante della Legge. Ma non è felice perchè non riesce ad andare oltre e ad incontrare Dio trasformando la Legge in amore, le norme in atteggiamento del cuore. Gesù comprende la nostalgia di questo giovane, guardandolo, e gli offre la via per essere finalmente realizzato. Purtroppo il giovane non trova il coraggio di seguirlo e resta nella sua vita agiata, ma priva di un senso e di un ideale di vita che salva. Non siamo come il giovane ricco anche noi? Lo sguardo di Gesù va oltre le apparenze, come nei confronti della vedova. Gesù era seduto vicino al tesoro del Tempio e osservava i presenti lasciare le loro offerte. C’erano ricchi che cercavano l’approvazione degli uomini e per questo lasciavano grandi ricchezze, ma che non costavano gran sacrificio. Poi vide una insignificante vedova, non indosssava abiti eleganti e non aveva un portamento tronfio. Si avvicinò al tesoro e lasciò la sua misera monetina. Gesù si commosse profondamente perchè vide il cuore generoso di quella donna che donava a Dio ciò che le era necessario. Noi scorgiamo questo in chi ci sta vicino? Come non pensare a Zaccheo che grazie allo sguardo di Gesù  si convertì all’istante. L’adultera, Pietro, Giuda, la Maddalena e tanti altri. Ci sono innumerevoli esempi. Ne ho citati solo alcuni. Noi sposi siamo capaci di avere quello sguardo tra di noi?  Non posso parlare per me, non sarei obiettivo. Posso però parlare della mia esperienza con Luisa. Ho sperimentato quello sguardo. Con il tempo e  con gli anni è diventato sempre più autentico e credibile. Nei momenti in cui sono più antipatico, nervoso, dove ho peccato contro di lei in amore e  tenerezza. I momenti dove sono pigro e asociale. Arriva lei con il suo sguardo in cui mi specchio e vedo oltre ciò che sto facendo e oltre il mio comportamento. Vedo in lei ciò che sono, ciò che l’ha fatta innamorare, e che la porta a dedicarsi totalmente a me. Uno sguardo che mi permette di riprendere il controllo di me, e di smettere di fare l’immaturo e la persona poco seria. Lo sguardo di Gesù penso fosse così, che non giudicava ma ti mostrava ciò che potevi essere e ciò che eri in quel momento.

Antonio e Luisa

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Nel Vangelo di oggi Gesù afferma qualcosa che non è per nulla scontato:

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Siamo abituati in tutte le nostre relazioni, siano esse economiche, lavorative e anche affettive a dare un valore, un prezzo a ciò che facciamo, al nostro tempo, alle risorse che impieghiamo. Purtroppo questo avviene anche nel matrimonio. Quante volte i matrimoni implodono perchè le persone dichiarano di non sentire più nulla per la persona che hanno sposato?  Cosa significa? Chiaramente è una implicita constatazione che l’impegno e il legame non valgono la fatica che costano. Significa mettere sulla bilancia costi e benefici e, come farebbe qualsiasi imprenditore, decidere di tagliare ciò che è improduttivo, che non ci rende nessun utile e addirittura provoca una perdita. Vi rendete conto di quanto è misero questo modo di concepire la relazione? Significa considerare il coniuge come qualcosa da mantenere, curare e nutrire finchè serve, finchè non diventa un peso per la vita e per il nostro benessere psicofisico. D’altronde la nostra società è una società del profitto che spinge all’individualismo e all’egoismo. Come dice Papa Francesco, è caratterizzata dalla cultura dello scarto e il matrimonio non ne è esente. Nulla di più facile che entrare in questa dinamica e gettare il coniuge senza troppe remore, perchè ciò che conta siamo noi, tutto il mondo gira intorno a noi. Siamo così dentro questa cultura, che quando ci viene offerto qualcosa di gratuito siamo istintivamente portati a diffidare, a cercare di capire dove sia la “fregatura”. Non è forse così? Quando riusciamo ad uscire da questa  maledetta spirale di sofferenza? Quando incontriamo Cristo nella nostra vita. Quel Cristo che ci ama in un modo così autentico e incondizionato, tanto da commuoverci nel profondo. Solo se si fa esperienza di questo perdono saremo liberati dalla cultura dello scarto. Vedremo poco alla volta con gli occhi di Gesù e quando il nostro coniuge sarà in difficoltà, riuscirà a darci poco o magari non sarà in grado di darci nulla e avrà bisogno del nostro sostegno, non tireremo fuori il bilancino per decidere, ma ci doneremo con tutto ciò che abbiamo, perchè Cristo ci ha amato così e ora è il momento di restituire il nostro poco attraverso quell’uomo o quella donna che Dio ci ha messo al fianco e che in quel momento è il bisognoso, il povero, l’afflitto, il malato o il carcerato (schiavo del peccato) che ha bisogno di noi. Questo è l’amore gratuito vissuto, questo è l’amore che promettiamo di vivere durante il rito del matrimonio e questo è l’amore che Dio attraverso la Grazia ci permetterà di realizzare nella nostra vita e nella nostra relazione.  Io l’ho visto incarnato nei miei nonni. Mia nonna che a seguito di una malattia degenerativa ha perso progressivamente la parola, il movimento e la ragione. Gli ultimi tempi non faceva altro che emettere lamenti tutto il giorno. Mio nonno non solo non l’ha avvertita come un peso, ma l’ha curata con una tenerezza e una pazienza che mi hanno toccato profondamente il cuore. Non era da solo, Dio era con lui. Ora è morta ma quegli ultimi tempi resteranno nella mia memoria non solo come un momento di sofferenza e di dolore ma anche riempiti di un amore autentico gratuto e incondizionato. Ho chiesto a Dio di donarmi la forza, nel caso fosse necessario, di essere altrettanto forte, tenero, paziente ed amorevole perchè l’amore se non è così non è amore ma solo un reciproco scambio di interessi.

 

Antonio e Luisa

Gli sposi sono fuoco evangelizzatore

L’amore sponsale è strano. E’ un’unione così intima, forte, indissolubile e totalizzante che sembra escludere ogni altra persona. C’è un forte rischio di chiusura soprattutto quando il rapporto e gli sposi sono immaturi. In questi casi si rischia di vivere come prigionieri. Si pensa che la nostra soddisfazione personale e il senso della nostra vita dipendano solo dal nostro sposo o dalla nostra sposa e condividerlo/a con qualcuno diventa un rischio di perdere qualcosa. La gelosia ci imprigiona. L’amore muore e diventa possesso perchè non ci siamo sposati per dare amore, ma solo per ricevere qualcosa dal rapporto. In alcuni casi anche i figli sono visti come un pericolo e per questo si decide di non averne. Tutto ruota intorno a noi stessi. Quanti sposi che pensano di amarsi tantissimo perchè hanno un rapporto quasi morboso in realtà non si amano, ma si usano per colmare i loro  vuoti e soddisfare i loro bisogni. Personalmente ho corso questo rischio. Quando mi sono sposato ero ancora molto immaturo come persona e come cristiano. Invece col tempo sono maturato. Sono riuscito, grazie a tante persone che mi/ci hanno aiutato, sacerdoti ed amici a spostare il centro delle mie attenzioni da me a Luisa. Ciò è stato possibile quando ho finalmente incontrato Cristo e non ho avuto più bisogno di cercare in Luisa un senso e un sole assolutizzato e assolutizzante attorno cui girare per scaldarmi e illuminarmi il cuore. Più il nostro rapporto è diventato forte, bello, intimo e più io sento di non aver bisogno di lei, ma di volermi donare a lei. Quando esiste questo tipo di amore tra gli sposi, simile a quello di Dio nella Trinità, con tutte le dovute distanze e differenze dettate dal loro essere creature, avviene qualcosa di inaspettato. Si sente il desiderio di aprirsi all’esterno. L’amore non vuole essere rinchiuso nella nostra relazione, ma esonda al di fuori. Come Dio Trinità ha creato l’universo come un’esplosione d’amore, così noi sposi, se viviamo un amore autentico e basato sul dono, sentiamo il bisogno di aprirci, di non restare come una monade isolata, ma di vivere la nostra piccola chiesa nella grande Chiesa. Aprirsi alla vita, prima di tutto, ai figli, e poi ai fratelli nella comunità, agli amici, ai bisognosi di una parola o di un po’ di cibo. Tutto ciò diventerà non un sacrificio, ma un’esigenza del cuore.

Gli sposi sono fuoco acceso dell’amore di Dio per ogni persona, fuoco acceso dell’amore di Gesù per la Chiesa. Gli sposi lo sono sempre. Non ha senso credere di essere fuoco solo quando si va in parrocchia ad aiutare, al catechismo, nei vari gruppi o in attività di solidarietà e volontariato. La nostra fiamma è accesa sempre, ovunque siamo e qualsiasi cosa stiamo facendo. Chi si avvicina a noi deve sperimentare quella prossimità e compassione (patire con) che abbiamo imparato in famiglia e che dovrebbe essere diventata stile di vita. Così gli sposi possono essere i più grandi evangelizzatori in un mondo che tende a chiudersi. Un mondo che chiude le porte, le frontiere, i cuori ha bisogno impellente di sposi che portano il loro amore e il loro fuoco nella società e nella realtà in cui vivono. Un mondo sempre più fondato sul profitto e sull’interesse personale ha bisogno della gratuità degli sposi. Gli sposi che vivono la loro vocazione all’amore in modo pieno danno volto e consistenza alla Parola, la rendono presente e attuale nella storia e nella geografia. Questi sposi possono essere quella luce di Cristo che affascina e che ha permesso a un falegname di una remota provincia dell’Impero con un seguito di straccioni di attirare a sè miliardi di persone. Ciò è possibile però quando questo amore si nutre della relazione sponsale, della Grazia del Sacramento e dell’Eucarestia. Solo così il nostro impegno e il nostro fare è frutto dell’amore autentico, altrimenti non è vero dono, vera luce, ma diventa palliativo per trovare fuori dalla nostra vocazione ciò che non si sa costruire al suo interno.

Antonio e Luisa

Un dolce giogo!

Il vangelo di oggi termina con questa frase di Gesù:

Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovetedire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Il matrimonio non è una passeggiata.

Oggi voglio condividere un pensiero di Sara, una moglie e mamma veneta. E’ riuscita, a mio parere, a presentare ciò che è il matrimonio in modo molto concreto attraverso un immagine molto semplice: la montagna. Sara scrive:

Il matrimonio non è una passeggiata. È una camminata in montagna, di quelle che parti la mattina presto quando ancora è quasi buio… non sai bene dove vai. Non l’hai mai fatta, quella strada. Sai che sarà lunga ma sei pieno di voglia, di energie, sai che ne vale la pena. Sei curioso! Bisogna partire attrezzati bene, scarponi, zaino pronto, cibo, acqua, poncio se piove, cerotti bende acqua ossigenata, un pile se fa freddo… non sai bene dove vai. A volte sembra insulso, a volte non ce la fai più. Ti fermi respiri, riposi, hai bisogno di pregare.
Poi arrivi in un punto panoramico, ti giri, guardi indietro… ecco, la meraviglia! Oh, ecco perché ne valeva la pena! Quanta bellezza, quanto amore! Gioia piena!
E vedi qualcuno a cui vuoi bene iniziare la salita, laggiù… e ti riempi di gioia, lo chiami “Vieni, è dura la salita ma qui è bellissimo!!!”
Perché, quando guardi una donna vestita da sposa sempre il cuore palpita di gratitudine

Il matrimonio non è una passeggiata dove non c’è fatica, dove il sentimento ti trascina come una bici in discesa. Si parte con il buio,  senza sapere cosa t’aspetta solo con la fiducia nel tuo compagno/a e in Dio. Il matrimonio è una salita, che costa fatica, a volte sembrerà facile altre invece la pendenza sarà proibitiva e dovremo aiutarci a vicenda, salire in cordata se necessario. Ci saranno momenti in cui la fatica sarà avvertita più da uno, altri in cui sarà l’altro a boccheggiare e a sentire le gambe pesanti, ma se si resta uniti non ci sarà il rischio di mollare e di voler tornare indietro. Sara parla poi dell’attrezzatura. Quanta verità. Se non partiamo attrezzati bene faremo tanta fatica, e forse troppa fatica, potremmo anche non riuscire ad arrivare in cima. Oggi le coppie si preoccupano soprattutto delle sicurezze materiali, del lavoro, della casa e di tutto ciò che può rendere la vita “facile”. Non sono queste le cose più necessarie di cui dotarsi. Non che non siano importanti, sia chiaro, ma c’è qualcosa che è più determinante per la riuscita di un matrimonio. Preparare il cuore al dono di sè. Bisogna educarsi al sacrificio, all’apertura all’altro, al perdono, alla misericordia e a occuparsi e a prendersi cura dell”altro. In una parola educarsi alla castità. Certo anche chi parte senza zaino e senza acqua può arrivare in cima, ma certamente con molta più difficoltà e sofferenza.  Sara ci ricorda di pregare. Sara ci ricorda che ci sposiamo in tre e che il socio di maggioranza, quello che ci mette più ricchezza, non siamo noi ma Gesù. Pregare significa chiedere a Gesù un aumento di capitale per la nostra società, un surplus di Grazia perchè con le nostre misere risorse non riusciamo a continuare.

Infine arrivi in cima, o meglio la cima non la raggiungi mai, ma arrivi in alto. Tanto in alto che puoi voltarti e restare senza fiato. Puoi ammirare un panorama mozzafiato e puoi condividere ciò che vedi con la tua sposa o con il tuo sposo. Vedi in basso il punto da cui sei partito.  Ti meravigli di come tu, così fragile, ferito e inadeguato abbia potuto fare tanta strada ed arrivare tanto in alto, tanto da poter godere di una bellezza che ti commuove. Una passeggiata non ti sarebbe costata tanto impegno e tanto sudore, ma non ti avrebbe consentito di ammirare una bellezza tanto grande.

Antonio e Luisa

Cosa vuoi che io faccia? chiediamolo per conoscere la volontà di Dio

Conoscere la volontà di Dio

Tutti noi vogliamo conoscere la volontà di Dio, chiediamo allora; cosa vuoi che io faccia? Quando mi metto in meditazione e guardo Gesù Eucaristia, spesso mi viene da pormi questa domanda e la rivolgo al Signore: COSA VUOI CHE IO FACCIA?

Stranamente subito dopo mi sento inquietata da un’altra parola che dice:

«Voi chi dite che io sia?» Mt 16,15

Da questo capisco un aspetto importante.

È più importante il fare o l’essere?

E poi, se sbagliassi a comprendere chi è veramente Gesù?

Potrebbe essere determinante anche il mio fare.

Ma io realmente chi sono?

Questo è il dilemma anche quando si vive una normale relazione, potendo passare anche anni e non aver capito chi siamo pretendendo di conoscere invece gli altri, giudicandoli severamente.

Abbiamo presente come siamo soliti dire….«Lo conosco benissimo, non farebbe mai una cosa del genere».

Purtroppo, quando quella cosa invece la farà ne rimarremo del tutto delusi e sconcertati perché, chi credevamo di conoscere, è altresì un perfetto sconosciuto. O meglio, l’altro è capace di fare cose che non ci saremmo mai aspettati.

È molto importante l’essere, piuttosto che il fare ed è molto importante che ciascuno sia aiutato a crescere formando il proprio essere.

C’e un saggio sacerdote di nostra conoscenza che spesso ci raccomanda di non dire mai ai nostri figli «tu sei uno sciocco, tu sei un incapace, tu sei un pigro e via dicendo ». Dire invece, tu sei un ragazzo intelligente ma il tuo comportamento è così o così. Cioè non giudicare mai la persona, dando così un bollino che lo marchierà, ma guardare al suo comportamento, quello si, anche perché il comportamento si può e si deve correggere.

Ecco il motivo per cui abbiamo formato generazioni di persone fragili, in quanto giudicate sulla stima e mal incanalate invece in una strada di verità e di aiuto nella buona crescita.

Ecco perché è spesso difficile riuscire a capire chi siamo e ci buttiamo sul ciò che facciamo, pretendendo di essere sempre elogiati con occupazioni che hanno bisogno di essere estremamente gratificate.

Infatti, sovente, la prima frase che sentiamo dire quando una relazione naufraga è «dopo tutto quello che ho fatto; ho fatto il possibile ma non è servito a nulla; mi sono sacrificato una vita; ho fatto, ho fatto, ho fatto e nessuno si è mai accorto».

Se anche noi rivolgessimo la stessa domanda di Gesù agli altri:

CHI DITE CHE IO SIA?

Cioè, mi conosci davvero tu che mi sei accanto o difronte?

Cosa porto dentro? Quali maschere sono costretto ad indossare a causa di questo o quel tormento? Chi sono veramente tanto da trovarmi a tradire la fiducia del mio coniuge buttandomi tra le braccia di un’altra persona? Chi sono quando fingo un sorriso in parrocchia mentre sono inquieto con gli altri proprio a causa del “fare” servizi? Chi sono

veramente quando vorrei aprire un dialogo con una persona e quando me la trovo davanti non ho il coraggio di tirar fuori le parole giuste? Perché ho paura di tutto?

Sbrigati a scoprire chi sei davvero!

Quando fu Gesù a fare quella domanda le persone tirarono un po’ ad indovinare in base alle categorie che conoscevano.

Mt 16,13-16«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Soltanto Pietro riuscì a dire Tu sei il Cristo, tanto che lo stesso Gesù spiego che ciò avvenne in base alla rivelazione dello Spirito e non certo dal pensiero razionale, cioè dalla sua umanità.

Tornando allora un po’ all’inizio di questa riflessione è possibile fare piccole grandi cose.

La prima è guardare a Gesù: Chi sei per me Signore?

La seconda è specchiarsi in Lui: Chi sono io realmente?

La terza, dopo aver sprofondato lo sguardo nel profondo della meraviglia che siamo e dei prodigi che il Padre ha creato, ci lanceremo a chiedere:

SIGNORE COSA VUOI CHE IO FACCIA? Il Santo d’Assisi ce l’ha insegnato.
Signore, che vuoi che io faccia?”
“Francesco, va e ripara la mia Chiesa
che, come vedi, è tutta in rovina!”
Come potremo salvare la casa di Dio se prima non SIAMO come Lui vuol condurci?

Eccomi Signore manda me e scruta la profondità del mio ESSERE! Solo così capiremo come conoscere la volontà di Dio.

Cristina Righi
articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi http://www.annalisacolzi.it/conoscere-la-volonta-di-dio/