ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO! La gioia dell’amore

Continuiamo oggi in questo Monday in love, a parlare di anniversario, ripartendo da dove vi avevamo lasciato lunedì scorso, ovvero dal dire Grazie! (clicca qui se vuoi rileggere il precedente articolo) Dall’imparare a ringraziare per quanto abbiamo vissuto, e andando poi a svelarvi l’originale del nostro 2-3 giugno. Come avremo passato l’anniversario? In una Spa? In un rifugio di montagna isolato? In una grande Città ricca di fascino, bellezza e amore? … buona lettura

Nel nostro ringraziamento, un piccolo spazio lo tagliamo per la realtà che ci ha reso ciò che siamo. Realtà che è la Chiesa stessa, e che si manifesta attraverso i documenti conciliari, le encicliche, tradotte e spiegate a noi da sacerdoti, sposi e famiglie che fanno parte di un progetto volto proprio ad aiutare ogni coppia di fidanzati e sposi a scoprire la grazia del Sacramento del matrimonio. Il matrimonio è un Mistero Grande che non si può vivere da soli, chiusi nella nostra casa ma ci chiede di metterci in cammino con la Chiesa, con altre famiglie, con altri sposi e in complementarietà con i sacerdoti, e con tutti i religiosi che incontriamo nel nostro percorso di crescita, nel nostro essere famiglia, nel nostro avvicinarci a Gesù sposo.

Noi abbiamo deciso di passare il nostro anniversario di matrimonio nella casa madre di Mistero Grande, realtà al servizio della Chiesa intera, che propone dei corsi per giovani coppie, per fidanzati. Realtà che non nasce con l’intento di creare un’appartenenza, ma semplicemente mette a disposizione di tutti degli strumenti che aiutano, e ci hanno aiutato, ad essere famiglia con tutti i nostri limiti ed errori di cui a loro non attribuiamo colpa. Eheh. Perché questa scelta?

Perché quando abbiamo pensato a come e con chi passare il nostro anniversario di nozze, ci è venuto in mente che quel giorno ci siamo sposati con Gesù in Chiesa. Senza di Lui quel matrimonio sarebbe stato un accordo politico, una cerimonia civile o che altro ma non il nostro matrimonio. Ben vengano gli anniversari festeggiati in città d’arte, in Resort o spa di lusso, noi non sapendo con quale hotel vivere l’anniversario, non sapendo a quale località regalare la possibilità di ospitarci nel giorno del nostro far memoria del Sì all’amore abbiamo scelto una Chiesa, abbiamo scelto Gesù.

Abbiamo pensato, in un tocco di pazzia o inventiva d’amore che sarebbe stato bello poter passare a celebrare il rinnovo delle promesse nuziali presso la casa madre del…presso la casa madre del progetto Mistero Grande. Realtà che da quando abbiamo scelto di sposarci ci ha aiutato ad essere quel che siamo: famiglia – sposi! Realtà che con corsi, seminari, convegni, ascolto di catechesi, ci ha aiutato a rimanere saldi, uniti. Ci ha aiutato ad essere famiglia non a fare la famiglia. Realtà che non ci ha chiesto nulla in cambio e tutt’ora non ce ne chiede, perché a far crescere belle famiglie chi ci guadagna è la Chiesa stessa.

Realtà che mette poco di suo e tanto dei documenti che scrive la chiesa, riletti e spezzati per le coppie: dall’enciclica Amoris Laetitia, alla gaudium te spes, ai vangeli, etc. Realtà che aiuta ogni coppia ad essere parte di un unico corpo, anche se in quella Chiesa di paese, non ci sono altre coppie giovani, o ci si sente soli, o ci si sente non accolti. Percorsi anche online o che si fanno comodamente in casa con i quali si può mantenere viva la grazia sacramentale e imparare cosa si cela dietro il Mistero Grande del matrimonio cristiano.

Un grazie quindi al dono che ci ha fatto il Signore nelle sue Dioincidenze di trovare 2 splendidi sacerdoti che hanno potuto passare con noi del tempo il giorno del nostro anniversario, celebrando l’eucarestia, rinnovando le promesse matrimoniali, spezzando per noi la parola e vivendo del tempo in semplice ma necessaria, vitale complementarietà. Perché passare con Lui il giorno dell’anniversario?

Perché è Lui che ci ha costituito. Ogni coppia dovrebbe rileggere il suo stare insieme e farne memoria, come occasione per ringraziare del dono ricevuto. L’uomo, o la donna che ci stanno accanto non son frutto di conquiste, di caparbietà o di ingegno. Con l’ingegno si fa altro nella vita ma non si porta avanti per anni un matrimonio. L’altro è un dono che ci è dato per vivere l’amore e lasciarci amare, per generare la vita e l’amore.

Se uno ti regala una casa, una macchina, cosa fai? non lo ringrazi? Non lo andresti a trovare nel giorno dell’anniversario per vedere se magari ti regala qualcos’altro? Per questo ci è sembrato giusto passarlo con Lui. Perché è Lui che ci ha confermato con la grazia del Sacramento del Matrimonio, intrecciando la sua vita con le nostre. Mischiandoci e donandoci quell’unicità, quell’ indissolubilità, quella bellezza, quell’amore, quella forza che ci abita e ci fa camminare ogni giorno mano nella mano.

Le caratteristiche del matrimonio forse non sono proprio umane: chi sa promettere amore per sempre? Esclusivo? Fedele? Nelle difficoltà?.. nella nostra perfezione di esseri umani, siamo tutti imperfetti, abitati dai nostri limiti, dalle nostre ferite. Come possiamo pensare di essere totalmente fedeli all’altro, e che l’altro lo sia altrettanto con noi? forse se la si legge dal basso verso l’alto può sembrare facile, l’indissolubilità, la fedeltà, il perdono reciproco.. ma chiedete alle coppie sposate da tanti anni, se ogni tanto non si è faticato. Se quello stare insieme è capacità umana o c’è di più. Senza quel collante che è Gesù, non riusciremmo ad essere quel che siamo. Gesù è l’unico collante che non ti lascia mai.

Perché è Lui l’unica presenza certa che riconferma ogni giorno il nostro amore. Che vuole festeggiare con ogni coppia il proprio anniversario, la propria voglia di amare. Chi altro farà festa per il vostro anniversario? Forse i genitori, forse i familiari stretti che si ricordano la data, o che sanno che lo festeggerai. Forse i figli che sanno di essere frutto di quell’amore per sempre. Il numero si è già è ridotto; eravate in tanti il giorno del sì a far festa, a ballare, a pranzare, ma non tutti oggi si ricordano della vostra data. Più passano gli anni, più la memoria toglierà invitati a quel giorno. Ed è giusto, è normale, perché è il vostro, è il nostro giorno di amore, di Anna e di Ste e di Gesù. Non della nonna, dell’amico, del testimone; ognuno avrà la sua strada di amore da percorrere. Gesù invece non ci lascerà mai, anche durante un lockdown lui è presenza certa. Primo tifoso di ogni storia di amore!

Perché Lui è l’unico maestro d’amore, e se vogliamo continuare a camminare su questa via, lo possiamo fare solo stando in cordata con Lui. Perché poi in amore, e nessuno lo può negare, non si è mai arrivati! Abbiamo bisogno di continui corsi di aggiornamento sul lavoro… e sull’amore no? Lui è il maestro a cui rivolgerci. Lui è lo sposo della Chiesa Sposa, Lui insegnante di misericordia, Lui che si inginocchia a lavarci i piedi, che li bacia, li asciuga. Lui che entra in casa nostra. Lui che ci chiama Amici, Fratelli. Lui che ci bene-dice. Lui Re fatto uomo, fatto bambino. Lui parola fatta carne. Lui amore fatto carne. Stupendo!

Che bello aver scelto di passare con Lui il giorno del nostro anniversario, aver partecipato all’eucarestia. Quel giorno, venerdì 3 giugno, la Liturgia ci ha fatto leggere il Vangelo dell’amore, quando Gesù sul lago di Tiberiade dialoga con Pietro, il quale non capisce e sembra non comprendere perché quella domanda ripetuta tre volte; quasi a voler rassicurare, confermare quanto rispondeva. Che bello aver ascoltato quella lettura, spezzata in chiave sponsale. Gesù chiede a Pietro: “mi ami tu Pietro”? .. “ Si ti voglio bene” e anche noi, ci siamo ridetti il nostro TI AMO, ci siamo ripromessi lo stesso amore. Che bello che in quel dialogo di Vangelo, Gesù Amore, ci viene incontro, va in contro a Pietro. Scende quegli scalini sulla riva del mar di Galilea per arrivare ad amare allo stesso livello di come riesce ad amare Pietro. Che bello che proprio quel giorno ci ha voluto dire “mi ami più di costoro?” Più del tuo coniuge? Ecco così vuole che ci amiamo…amandolo perché da Lui possiamo amare nostro marito, nostra moglie.

Ecco questa è la bellezza di passare l’anniversario con Gesù, farci amare da Lui. Farci amare dall’Amore. Provare ad amare nel nostro piccolo l’Amore.

Grazie!

L’augurio nostro è che tutti possano vivere la propria vocazione sentendosi amati, celebrare il proprio anniversario lasciandosi amare dall’amore! Vivere il proprio matrimonio riuscendo a benedirlo con l’aiuto di Gesù e imparando da Lui ad amare!

Compito di quest’oggi? Mettersi nelle Sue mani.. mettersi in ascolto del Maestro grande dell’Amore che è Gesù!

Buona lunedì

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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La castità non toglie ma dà (2 parte)

Riprendiamo la nostra riflessione da dove l’abbiamo interrotta ieri (clicca per leggere la prima parte)

Antonio e Luisa: cosa abbiamo imparato da questa nostra esperienza? Uomo e donna sono diversi. La castità dipende soprattutto dalle donne. Non sempre è così ci sono certamente delle eccezioni. Spesso è così. Costitutivamente gli uomini sono portati a pensare spesso al sesso. Hanno in testa solo quella cosa lì? Certamente no ma ci pensano molto più delle donne. Lo dice la scienza. L’uomo dal momento della pubertà cresce nel desiderio sessuale di 20 volte, la donna solo di due. L’uomo pensa al sesso in media 19 volte al giorno. La donna molte di meno. Questo secondo una recente ricerca americana. E questo è normale. Questa evidente differenza sessuale tra uomo e donna ci dice due realtà:

  • La vera prova d’amore non è quando l’uomo chiede di fare sesso, ma è esattamente l’opposto. E’ quella che la donna può chiedere al suo amato. Una donna è molto affascinata e si sente amata e rispettata quando il suo uomo è capace di controllare la parte più istintiva che c’è in lui. Desidera ardentemente l’incontro fisico, ma è capace di dire con le parole e con l’atteggiamento: ti voglio così bene che sono disposto ad aspettare perché tu lo desideri. Se capisse poi che vivere quel gesto prima del matrimonio sarebbe una menzogna, sarebbe il top. Ma ci può arrivare per gradi. Per Antonio, come abbiamo raccontato ieri, è stato così. L’ha compreso dopo.
  • La castità dipende soprattutto dalla donna. E’ la donna che deve contenere l’uomo. Lo dice come siamo fatti. Venti volte contro due; ricordate? Molte donne hanno paura di non essere accettate se dicono di no. Credono che in fin dei conti vada bene così, vi ripetiamo che non vogliamo giudicare chi fa scelte diverse, ma raccontiamo la nostra testimonianza, di come Luisa mi ha conquistato. Dicendomi di no mi ha fatto comprendere il suo valore e gliene sono grato La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla, ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse una frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato.

Quindi nel fidanzamento casto non c’è contatto fisico? Cosa è giusto fare nel fidanzamento? Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare quindi il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza, il fidanzamento, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

Anniversario di matrimonio!

3/06/2017-3/06/2022…5 anni da quella promessa di Bene.. 4 doni grandi di cui due pronti per il Cielo, un Amore il nostro che si nutre di Lui. Una complementarietà che ci ha permesso di rivivere le nostre promesse e di offrire di nuovo oggi le nostre vite a quel Padre che ci ha voluto l’uno per l’altro. Per tutto questo e tanto ancora diciamo GRAZIE!!!

Da questo semplice pensiero di auguri, partiamo quest’oggi per darvi la lettura di cosa per noi vuol dire anniversario. Tu come lo hai passato il tuo anniversario? Lo festeggi ancora? È occasione di memoria bella di un giorno speciale? È occasione per rinnovare quella benedizione che hai ricevuto, di rinnovare quella scelta di vita nell’amore che hai fatto?

L’anniversario crediamo in primis che sia un’occasione speciale di crescita, è il far memoria della bellezza vissuta in un giorno passato ed il rinnovarsi nell’amore, rifacendo la stessa scelta libera di amore fatta allora, guardando ai passi fatti e a quelli che ancora sono da fare.

Vi doniamo allora queste righe, in cu abbiamo riletto il nostro anniversario che ad inizio mese abbiamo vissuto in un modo nuovo, speciale… buona lettura.

5 anni, il tempo passa, il corpo inizia a registrare la vita che scorre. Le fatiche e responsabilità che crescono, l’essere sposi che non basta più, si diventa padre, si diventa madre, si diventa adulti nel prendersi responsabilmente cura dell’altro, nell’accorgersi come il vivere familiare ci trasforma.

5 anni, di litigi che son rimasti sempre quelli, di conoscenza reciproca che non basta mai, perché l’altro non è un oggetto di cui ne conosci la forma o il colore, ma è una persona che vive e cambia, e così la bellezza dell’imparare a conoscerti ogni giorno, sempre di più, dell’imparare insieme a conoscere quel vulcano di nostro figlio che come noi cambia ogni giorno.

5 anni, un piccolo traguardo che non ci dice che siamo arrivati, ma che ci permette di guardare al passato con il cuore grato, perché ogni giorno lo rivivremmo in ugual misura, e a pensare oggi a qualcosa del passato che cambieremmo, la risposta sarebbe: l’amore donato. Ma per questo c’è il presente, c’è il guardare avanti, volendo amare di più.

La vita ci è data per amare, e per lasciarci amare, e questo è ciò che possiamo impegnarci a fare, di tutto il resto non ne rimarrà traccia, dell’amore donato e dell’amore ricevuto sì.

L’amore è ciò che della vita resta infinito, per generazioni. Il nostro corpo scomparirà. Gli anniversari servono per accorgerci con gioia che siamo finiti ma viviamo la bellezza infinita dell’amore. Gli anniversari servono per dire Grazie! E allora… L’anniversario cos’è allora?

Un giorno per dire GRAZIE, grazie per il dono del mio sposo, della mia sposa, grazie per il dono della vita, grazie per il dono dei figli, grazie per gli amici tanti, per le coppie di sposi, di fidanzati che camminano con noi, o che hanno fatto un tratto di strada insieme a noi.

Grazie a tutti gli invitati di quel giorno, che hanno reso il nostro matrimonio una festa, grazie a chi si è donato per noi, a chi ha cantato, a chi ha cucinato, a chi ha gioito, ballato, animato, amato con noi l’amore. Viene voglia di ritaggarvi tutti, per dire ad ognuno il nostro grazie, ma si sa i social son limitati e non si può taggare più di un certo numero di persone, l’amore invece è infinito nel numero di posti a tavola, di invitati, di abbracci calorosi di gesti di amore.

Grazie ai parenti che son con noi per legame, che ci hanno insegnato il valore della famiglia, dove fin da piccoli siamo cresciuti.

Grazie ai sacerdoti, alle suore, ai religiosi, a chi ci ha aiutato a conoscere di più l’amore, a chi senza saperlo è stato seminatore, gettando semi di bene su di noi, gettando benedizioni e amore gratuito.

Grazie a chi prega e ha pregato per noi, perché è invisibile ma necessaria la preghiera, come quel sale che gettato nell’acqua della pasta non vedi, ma dona gusto.

Grazie alle nostre famiglie che ci aiutano ad essere ciò che siamo.

Grazie alla Chiesa tutta, e non guardiamo solo a quella parrocchia, o a quella chiesetta, a quel sacerdote, ma alla Chiesa Sposa senza la quale vivere il matrimonio sarebbe più difficile.

Grazie a chi ci guarda da lassù e ci protegge, e ci aiuta a guardare alla nostra vita finita come ad un passaggio sulla via dell’amore da percorrere vivendo, non vivacchiando.

Grazie alla parola di Dio che lavora in noi, che ci plasma e ci dona forma e forza, che ogni giorno ci dice: “io sono con voi” e “non abbiate paura”.

Grazie a mamma Maria, al santo Giuseppe e all’amico Gesù che si son trovati con degli scappati di casa come noi a rivivere il mistero della famiglia.

Grazie alle figure dei santi che sono entrati in casa nostra, per portarci un esempio, un insegnamento, una parola che ci aiuta a camminare più in alto.

Sicuramente abbiamo dimenticato qualcosa o qualcuno in questo nostro salmo di ringraziamento, e quindi ci scusiamo con chi non abbiamo ringraziato, con chi soprattutto non siamo più riusciti ad incontrare, a vedere, in questi anni. Chi abbiamo perso di vista, non per volere, ma che portiamo con benedizione nel cuore.

Che bello fermarsi il giorno dell’anniversario e rivivere quel giorno con l’aiuto di foto, dei filmini, delle dediche o messaggi conservati. Che bello ripensare alla gioia di quel giorno, che bello ricordare i momenti di amore e quelli di fatica da cui siamo passati in questi 5 anni.

Far memoria con gratitudine, così si può camminare in avanti.

E allora a lunedì prossimo, quando insieme a voi, proveremo a raccontare di più del nostro anniversario di matrimonio. … to be continued

Vogliamo provare a lasciarvi un compito, perché queste righe non rimangano solo lette, ma diventino concrete, e quindi vi chiediamo di prendervi del tempo, perché l’amore ne ha bisogno, fermati e prova anche a te a rispondere a queste domande.

Cosa cambieresti del tuo vissuto, celebrando il tuo anniversario?

Per cosa dici grazie? A chi dici grazie? Quale pagine scriveresti sul tuo diario di questi anni di bellezza di amore trapassato sicuramente anche dalla fatica, ma che profuma di resurrezione?

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Cosa dà senso alla vita? Vocazione, preghiera e carità.

Può succedere anche a noi, per stanchezza, delusione, magari per pigrizia, di scordarci del Signore e di trascurare le grandi scelte che abbiamo fatto, per accontentarci di qualcos’altro. Ad esempio, non si dedica tempo a parlarsi in famiglia, preferendo i passatempi personali; si dimentica la preghiera, lasciandosi prendere dai propri bisogni; si trascura la carità, con la scusa delle urgenze quotidiane. Ma, così facendo, ci si ritrova delusi: era proprio la delusione che aveva Pietro, con le reti vuote, come lui. È una strada che ti porta indietro e non ti soddisfa.

Oggi vorrei soffermarmi su queste parole del papa. Parole pronunciate durante l’ultimo Regina Caeli. Sono delle parole verissime. Sono delle parole che dovrebbero scuoterci un po’ dalle nostre stanchezze, dal nostro sederci ed accontentarci perchè il matrimonio lo mettiamo sempre in fondo a tutti gli impegni che abbiamo nella nostra vita. La fatica non ci piace ma è nella fatica, fatica che è dono di noi, che troviamo il senso di tutto, è nella fatica che troviamo Dio.

Se leggete bene il papa ci ha fornito le 3 dimensioni sulle quali fondare la nostra vita. Vogliamo le reti piene durante la nostra pesca? Vogliamo una vita che abbia un senso? Gesù non ci chiede di cambiare la nostra vita, la nostra ordinarietà e il nostro lavoro. Gesù ci chiede di metterci Lui in quella nostra ordinarietà e nel nostro lavoro. Di fare posto a Lui! In che modo?

Non si dedica tempo a parlarsi in famiglia. Con questa frase il papa ci vuole dire che la nostra famiglia va custodita e la nostra relazione sponsale ha bisogno di essere nutrita. Spesso non dedichiamo il tempo che dovremmo alla nostra vocazione. Non dedichiamo tempo al nostro matrimonio che dovrebbe essere in cima ai nostri impegni, perchè è la nostra scelta più importante, quella dove abbiamo deciso di metterci in gioco completamente. Il matrimonio è il luogo dove ci giochiamo davvero fino in fondo la nostra vita e la nostra santità, e dove possiamo, più che in ogni altra relazione, fare esperienza di Dio. Invece lo diamo sovente per scontato. Abbiamo sempre qualcosa di più importante ed urgente da fare e finalmente, quando troviamo un attimo di pace, non abbiamo voglia di impegnarci nel dialogo, nel servizio, nella tenerezza. Invece non capiamo che quello che sembra un impegno è l’unico modo per vivere un matrimonio che sia bello e che ci dia pace.

Si dimentica la preghiera. Vale lo stesso discorso fatto per il matrimonio. La preghiera è un dialogo tra amanti. A tante persone la preghiera costa fatica. Anche a me costa fatica, lo ammetto. Eppure fa la differenza tra una vita feconda e una che si perde nello scoraggiamento e nell’accontentarsi. Quando i miei figli non hanno voglia di andare a Messa o di pregare mia moglie ripete sempre la stessa cosa: non serve aver voglia ma comprendere che vi fa bene. E’ così! Pregare per me è faticoso ma lo faccio perchè ho sperimentato come sentire la presenza di Gesù nella mia vita faccia la differenza. La preghiera me lo rende familiare, intimo, vicino. Non pregare crea aridità e distanza e poi tutto è più difficile e diventa più facile scoraggiarsi e sentirsi poveri e soli.

Si trascura la carità. La carità è la cartina al tornasole della nostra capacità di farci cireneo, di alzare lo sguardo per farci carico delle povertà e delle cadute del fratello. Povertà materiali ma non solo. Chi ha carità non è quello che dà un euro al povero per strada senza guardarlo neanche in faccia. Chi ha carità è quella persona che è capace di sentire le sofferenze del prossimo in sè. Sentirsi uno con l’altro per mezzo di quella sofferenza. Non è innata la carità. Si impara. Si impara in famiglia e si impara nella nostra relazione con Gesù. Facendo esperienza della carità di Cristo per noi saremo poi capaci di offrirla a chi abbiamo vicino. Per questo la carità non è fare qualcosa ma diventare qualcuno. Diventare quell’uomo o quella donna che siamo e che dobbiamo imparare a sviluppare durante la nostra vita. Il matrimonio è scuola di carità.

Sta a noi scegliere come impostare la nostra vita. Con o senza Gesù. Pietro era tornato all’ordinario, era tornato a pescare nel lago di Tiberiade. L’ordinario era lo stesso. Ciò che ha fatto la differenza non è stato il luogo ma il come. Con Gesù la vita trova senso e diventa feconda. Senza è un tirare a campare. Cosa vogliamo per noi?

Antonio e Luisa

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Il rapporto intimo tra bellezza e monotonia

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Mostriamo le nostre ferite senza paura

Vorrei oggi tornare sul Vangelo di ieri, domenica in Albis e domenica della Divina Misericordia. Come avete ascoltato durante la Messa, è stato proclamato il Vangelo dove Gesù appare due volte agli apostoli nel Cenacolo. La prima volta senza la presenza di Tommaso e la succesiva dove c’è anche l’incredulo apostolo. Ieri padre Luca ha già proposto una bellissima riflessione e non voglio ripetere gli stessi concetti molto belli.

Quello che mi preme è invece riprendere un breve passaggio del Vangelo per evidenziare un atteggiamento del Risorto che potrebbe passare inosservato. Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Collocate questa immagine nel vostro matrimonio. Quegli apostoli nel Cenacolo erano gli stessi che avevano abbandonato il Cristo, erano scappati nascondendosi. Pietro lo aveva addirittura rinnegato dopo che poche ore prima aveva promesso di rimanergli accanto in ogni situazione. Gesù entra e rompe il ghiaccio con pace a voi, un modo per riaffermare quel rapporto d’amore e d’amicizia che almeno dalla parte del Cristo non era mai venuto meno. Ricostruite nella vostra mente la scena. Gesù dice queste parole non nascondendo le ferite della passione e della crocifissione, ma al contrario le mostra. Ferite trasfigurate dalla Resurrezione ma che hanno lasciato, sul corpo glorioso di Gesù, segni evidenti.

Questo atteggiamento del Cristo può insegnare davvero tanto a noi sposi. Anche noi siamo pieni di ferite. Alcune aperte e sanguinanti, altre chiuse ma non ancora guarite del tutto, altre che hanno lasciato cicatrici. Le relazioni con le persone sono per noi vitali, nel senso che ci rendono vivi e non possiamo farne a meno, ma sono anche pericolose. Quante ferite abbiamo ricevuto proprio dalle persone che più abbiamo amato. I nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, ed ora anche nostro marito o nostra moglie. Spesso non veniamo feriti per deliberata cattiveria. Semplicemente la relazione implica l’aprirsi a persone che come noi sono abitate dalla contraddizione della caduta, persone abitate dal peccato ed incapaci di amare in modo perfetto e infallibile. Succede che i nostri genitori possano farci del male con il loro comportamento. Non lo fanno perchè non amano i figli. Non sanno amarli come Dio li ama, e mettono ciò che sono e ciò che possono dare in quella relazione d’amore. Anche io chissà quanti errori ho fatto e ancora farò con i miei figli. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future.

Tutta questa premessa per dire solo una cosa. Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostratevi completamente perchè quella pace che voi offrite non cancella tutte le sofferenze che avete passato, non sana le vostre ferite che continuano a sanguinare. Nascondere le ferite significa solo rimandare il problema e poi con il tempo esplodere con l’altro o implodere in sè stessi. Invece mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione, la guarigione del male passato della famiglia di origine e del male presente della nostra relazione sponsale.

Antonio e Luisa

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“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.

Colomba di pace!

Amare sì ma che cosa vuol dire? Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace perché?

È oramai tempo di bilanci, i contabili, i commercialisti stanno per approcciarsi a chiudere quelli dell’anno passato. Per chi fa la dichiarazione del 730 è tempo di preparare i documenti, gli scontrini, le spese sostenute.

Per un cristiano il tempo del bilancio arriva con l’avvicinarsi della Pasqua. Con il termine della quaresima, tempo di preparazione, tempo di redenzione, tempo di misericordia. Tempo di prova, di assenza di quel canto di gioia che tra non molto verrà gridato nelle chiese. Tempo di silenzio che verrà interrotto dal suono delle campane, dei campanelli, della gioia.

Sta arrivando un’altra Pasqua, sta finendo la quaresima 2022, te ne sei accorto? Forse la pandemia prima, la guerra poi, i rincari di gas e luce hanno tolto l’attenzione al tempo speciale che erano e sono ancora questi giorni. Nessuno ne parla, se non il prete in chiesa la domenica, come puoi ricordarti che si è in quaresima? Come puoi ricordarti dei buoni prepositi che un mese fa ti eri preso?

Eppure eccola lì, segnata sul calendario con un giorno in più di festa. Eppure eccola lì attesa da tanti per staccare dal lavoro. Eppure eccola lì con la scuola che chiude e ci obbliga ad incastrare i bambini tra un nonno e una babysitter.

Pasqua è giorno di pace, Pasqua è simboleggiata dalla colomba, e dal ramo di ulivo. Colomba che vola e colomba anche in tavola che non manca in ogni casa. Quale lavoro hai fatto in questa quaresima per la pace?

La tua famiglia è in pace, o rimane quel muro oltre il quale nascondersi da quel parente, dal quale ci si sporge ogni tanto per sparare colpi di cattiveria?

Siamo partiti in questo mini ciclo di guerra e pace alcuni lunedì fa, dal creare un parallelo, con quanto sta avvenendo nel conflitto Russo Ucraino e quanto avviene in casa nostra tra moglie e marito. Abbiamo visto che ciò che sta avvenendo tra due potenze internazionali, lo viviamo anche nelle nostre case, la pace è qualcosa che creiamo fin da piccoli, che impariamo a costruire fin da dentro i legami più stretti familiari. La pace la si costruisce tra fratelli, tra padri e figli, tra coniugi. È da lì che nasce la nostra missione di pace, la nostra educazione alla pace. Ci aspettiamo tutti la pace, perché la guerra ci fa paura, ma siamo davvero costruttori di pace o siamo spesso tentati dalla divisione?

Lunedì 21 marzo sottolineavamo che spesso parliamo linguaggi differenti fra moglie e marito, e che esistono delle differenze che ci portano a non percepire l’errore che ha causato il conflitto allo stesso modo. Ognuno ha una sua tara sulla bilancia degli sbagli, ognuno ha un suo linguaggio del perdono e dell’amore. Abbiamo poi evidenziamo come bisogna imparare a scendere dai nostri pilastri di orgoglio, e imparare a chiedere scusa, mostrandoci umili ed imparando ad accettare e accogliere i nostri limiti, che non ci rendono onniscienti. Il nostro maestro, è l’unico che sta in alto sul suo vessillo che è la croce; è da lì che impariamo ad amare, a perdonare e guardando a Lui a lasciarci perdonare. Spesso non ci lasciamo perdonare, non lasciamo che la grazia del perdono ci possa raggiungere.

Lunedì 27 marzo abbiamo poi parlato della confessione, ricordandoci che non confesso il male che ho compiuto ma la mia NON risposta all’amore ricevuto. Confessarsi è sentirsi amati, è lasciarsi amare, è accorgerci che c’è qualcuno che ha dato la vita per noi. Entro in confessionale come entrassi nel tunnel dell’autolavaggio dell’amore, come se facessi il pieno di energia d’amore, per chi gioca ancora ai videogame. La sfida bella è tornare a casa e spenderlo quel barattolo di amore che abbiamo appena guadagnato, spenderlo perché spendendolo non finirà ma si auto-produrrà. L’amore lo perdo solo se lo trattengo lasciando che nel mio possesso trovi spazio il peccato, l’orgoglio, il potere. Quando una coppia non sta tanto dialogando, fatica a capirsi, ad amarsi bisogna andare nel confessionale, a ricaricarci d’amore.

Ripartiamo da qui oggi, per concludere il nostro ciclo di guerra e pace, volendo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, è arrivato il momento di riconciliarci. Il momento di accorgerci che la colomba che ha invaso le corsie del supermercato, che è già pronta a casa per essere tagliata, deve spingerci a fare di più verso la pace, verso l’amore.

Ci torna alla mente una frase che riguarda San Francesco e il lupo di Gubbio “non esistono lupi cattivi, ma soltanto lupi non amati.”

Il primo errore che compiamo quando qualcuno sbaglia, è etichettarlo e metterlo alla gogna per quanto ha fatto! Chiamarlo Lupo cattivo. Di fronte ad uno sbaglio fatichiamo a comprendere come si è generato quell’errore, e soprattutto non andiamo più a visualizzare l’altro per il bene che è!

L’errore ha sempre con sé una causa che lo ha generato. Spesso le tante cose da fare quotidiane che una moglie o un marito vivono, i pensieri, gli imprevisti sono causa di errori che in una situazione normale non si sarebbero verificati. Di fronte a questo riaffermiamo che lui non è il suo errore.

La causa dell’errore spesso è la non fiducia, il non amore. Di fronte agli sbagli dell’altro bisogna riuscire ad amarlo di più, non ad incolparlo di più. Spesso è un non amore che genera l’errore nell’altro, una non fiducia, una non tranquillità psicoaffettiva. Da questo punto di vista riaffermiamo che non esistono lupi cattivi, ma solo lupi non amati.

L’errore spesso nasconde il bene. Se tu disegni un puntino nero su un foglio tutto bianco, dove il puntino nero è l’errore e il bianco i gesti di bene, quando guarderai il foglio vedrai il puntino nero e non tutto il bene che lo circonda. Questo succede quando tuo marito arriva tardi la sera e prima ancora di sapere il bene che si cela dietro al ritardo lo si colpevolizza. Oppure succede quando tua moglie sbaglia quella semplice azione, quel gesto, ma non sai le altre 142 azioni giuste che ha fatto per te e per i figli durante tutta la giornata.

Se vogliamo uscire dal conflitto, non dobbiamo giudicare l’altro come fosse l’errore, dobbiamo amare di più l’altro, e dobbiamo cambiare la nostra prospettiva cercando di vedere il foglio bianco sul quale è disegnato il pallino nero.

Dobbiamo avere uno sguardo diverso, che sa vedere il bene. Ti accorgi mai di cosa fa l’altro per te ogni giorno? I gesti piccoli passano sempre nell’indifferenza quotidiana soprattutto con il passare degli anni, ma hanno un valore enorme. Sono loro che dipingono il bianco del nostro foglio. Tanti puntini piccoli bianchi fanno una pagina bianca! Non serve una grande azione per amare, ma fare piccoli passi possibili.

Cos’è la Pasqua se non la vittoria della vita sulla morte. La rinascita della gioia, della felicità, dell’amore! La vittoria del bianco sul nero. Ribaltiamo la prospettiva, possiamo vedere gli spazi bianchi del foglio e da lì far entrare la luce, la salvezza, e sbiancare tutto o possiamo vedere gli spazi di colore scuro, di azioni sbagliate e rimanere piegati su quelli, colpevolizzandoci, colpevolizzando. Non vivendo la misericordia di Dio, non camminando verso la croce ma incontro all’albero di fichi come ha fatto Giuda.

Scrive Papa Francesco nella lettera Patris corde: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi.” Il maligno evidenzierà sempre il nostro male, e farà così accrescere sempre i nostri conflitti.

Quella lavatrice per il nostro foglio, che è il confessionale, a nulla serve se non sono in grado di tornare a casa e vedere il bello di mia moglie e amarla di più! Parte da qua la pace, dal vedere e vivere l’amore! Quella guerra che vedi in televisione che vuoi vedere finire, nasce dai gesti di non amore che da sempre viviamo. Devo trasformare il mio sguardo e il mio cuore uscendo dal confessionale, perché sia testimone di luce, di amore, di bellezza, di bianco.

Noi ci siamo attributi il nomignolo “cercatori di bellezza” perché anche nella fatica vogliamo imparare a vedere la bellezza della vita che nasce, non possiamo mai dimenticarlo. Il Signore è luce nella nostra vita a volte buia. Provate ad accendere un solo fiammifero in una stanza buia, tutto potrà essere visto, le forme acquisteranno il loro spazio. Non serve un faro potente, basta un fiammifero, per accorgerci di quanto sta attorno a noi. Sta a noi poi non far spegnere quel fiammifero che è Gesù ed alimentarlo, e lasciare che ci guidi, perché possiamo aprire poi le finestre della luce nella nostra stanza del cuore.

Se rimarrà del grigio sul nostro foglio, non sarà un male, tu guarda sempre alla luce, al bene, al bello, quel puntino nero sarà lo stesso importante quale strumento di memoria e di attenzione. Il peccato, l’errore, il litigio è ciò che ci fa tornare limitati, normali, umili, carnali peccatori. È salvifico il peccato, sennò peccheremmo di creder di esser come Dio. Dobbiamo tendere a Dio e non voler essere Dio.

Scrive San Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Cor 12,7-9).

Avere un pallino nero sul foglio bianco ci permette di stare attenti sempre! Di sforzarci ad amare di più perché quel pallino non cresca, ma ci aiuti a tendere alla santità. Vi salutiamo, augurandovi di poter camminare questi ultimi giorni di quaresima, guardando al bello, alla bellezza che è strumento che ci può salvare dal vedere il peccato nell’altro. Che ci può aiutare ad entrare nel confessionale pentiti dell’amore non amato (vedi articolo precedente), che ci può aiutare a guardare alla bellezza che è l’altro anche se è diverso in tutto da me (abbiamo linguaggi diversi. Bellissimo!), che ci può aiutare a non iniziare una guerra, un litigio perché di fronte alla bellezza non si può guerreggiare, ma solo lasciarsi amare, e ringraziare.

Un caro saluto a tutti, un abbraccio

Buon ultimo giro verso la Pasqua, verso l’Amore!

Vinca la vita, l’amore, la pace in ogni famiglia

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Perdono e confessione, quegli sconosciuti!

Litigare sì è importante ma far pace è ancor più importante! Saper perdonare e lasciarsi perdonare ed amare dev’essere il pilastro della nostra esistenza.

Terzo appuntamento dei lunedì di guerra e pace. Dopo aver fatto la guerra, aver “capito dalla televisione” come si esce dal conflitto, aver compreso che abbiamo e parliamo linguaggi di amore e perdono differenti, è arrivato il momento di riconciliarci. Oggi vogliamo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, soffermandoci sulla confessione, importantissima in questo tempo liturgico quale è la quaresima, volendo così concludere il nostro trittico di guerra e pace con la riconciliazione tra marito e moglie. Tra sposi.

La confessione non è un raccontare qualcosa che si è sbagliato e sentirsi così assolti. Come fosse un pagare le tasse: tu le paghi, l’altro incassa e siamo contenti. Non è uno scaricare pacchi puzzolenti che abbiamo sulle spalle. La confessione è dialogare con un altro e riconoscere che si è compiuta un’azione, un gesto, si è detto una parola contraria a quel che è l’amore di Dio. La confessione è un riconoscere lo sbaglio che si è fatto e porlo nelle mani di qualcun’altro affinché lo trasformi con il suo amore. O ancora meglio potremmo dire che è riconoscere l’amore che il Padre mi dona nonostante il mio errore.

Proviamo a fare un esempio: ho rubato una caramella alla nonna. Primo passo per accostarsi alla confessione è riconoscere che ho fatto un gesto che non andava fatto, sbagliato. Secondo passo vado a confessare l’errore che ho compiuto. Non vado a “pagare la tassa”, ma confesso il mio peccato al sacerdote che mi assolverà spiritualmente dall’errore. Che vuol dire? In primis se confesso l’errore ad un altro vuol dire che sto ammettendo a me stesso e ad un altro che ho sbagliato, e il ripetersi di questa azione genera nella coscienza umana una risposta che aiuta a non peccare più, se si avverte veramente un senso di colpa per quanto si è fatto. Se uno è ripetitivo nell’errore è come se continuasse a sbattere contro il muro, dopo un po’ dovrebbe smetterla se vive un vero dolore, un vero senso di colpa, e se è anche aiutato da un altro a non andare più contro quel muro. Un altro che non è solo un sacerdote, una persona qualunque o un professionista della psiche, ma è un sacerdote che agisce in Persona Cristi e mi assolve, ovvero cosa mi dice: va non peccare più IL TUO PECCATO LO SCONTO IO Per TE. Cristo ci ama così, dicendoti ti amo, prendendosi i nostri peccati. Accogliendo su di sé il male dell’uomo. Questo è straordinario e cambia, trasforma, cura.

Quale vigile o poliziotto o forza dell’ordine se il ladro gli confessa il furto, risponde, vai pure sconto io la pena per te? È l’amore che riceviamo che ci trasforma! È il pentimento che ci spinge a confessarti, il dolore che provi nell’aver compiuto quell’azione che ti porta nel confessionale, ma è l’amore che trovi dentro che ti rilancia a non peccare più. È sapere che qualcuno ti sta amando nonostante il tuo gesto. È imparare a non rubare più la caramella alla nonna, perché Gesù mi ama, e ferisco lui rubandola non me stesso o non solo la nonna. È sentirsi amati che non ti fa peccare. È sentirsi amati che ti fa vivere il pentimento se sbagli. Di fronte a qualcuno che mi ama così, come posso io fare questa cosa? La confessione allora è una rinascita, un purificarsi perché ci si riaccosta ad un Padre più grande che ci ama! Che bello!

Gli amici frati ci hanno sempre insegnato a dire 3 motivi per cui ringraziamo prima di confessarci. A dichiarare del bene che riceviamo per cui ci sentiamo amati e per cui quindi ci troviamo pentiti per quanto fatto e da cui ripartire da assolti. La confessione ci deve rilanciare nell’amore. Se la sorgente del perdono è l’amore infinito, nel confessionale dovremmo domandarci: come ho risposto all’Amore di Dio? All’amore di mia moglie? All’amore di chi mi sta accanto, del prossimo incontrato per strada, al lavoro.. come ho risposto all’amore che ho ricevuto? Nella confessione mi devo misurare su quale amore ho ricevuto. Mi sto rendendo conto di quanto amore Dio mi sta donando?

Proviamo a spiegarla in altro modo, a guardarla da un’altra prospettiva. Cos’è il peccato? Il peccato è il non-amore. È l’amore non riconosciuto. Quando non mi accorgo che mia moglie mi sta amando, che ha fatto quella cosa per me, che ha cucinato per me. Quando non vedo gli sforzi, i sacrifici di mio marito per me. Lì si inserisce il peccato. Non sono quindi le cose fatte o non fatte ad essere peccato, ma il non-amore, o il poco amore. Il peccato è la risposta che NON abbiamo dato all’amore. Non è il litigio con mia moglie ad essere peccato, ben vengano quei sani litigi che ci fanno crescere e scoprire vulnerabili e umili, per quello che siamo davvero, ma il non averla amata per quanto lei mi ha amato, da cui è scaturito un mio non-amore che ha generato il litigio. Il litigio è sano se mi fa vedere l’amore che non ho dato e l’amore che ho ricevuto, se mi mostra l’altro per come ama e io per come non ho amato. È diverso! È bellissimo questo cambio di prospettiva! Se noi riconosciamo che l’altro ci ama e ha fatto quelle cose per noi, per amore, con amore, nell’amore, noi rincorreremo l’amore verso l’altro cercando di amare di più. Confessando non il peccato, non lo sbaglio fine a sè stesso. Ma il non amore, volendo quindi gareggiare nell’amore (Rm 12,10) questo accorgersi che l’altro mi ama, con le sue forze, con ciò che ha, mi fa vedere la mia mancanza come un voler correre ad amare di più, un voler dare una risposta d’amore, all’amore ricevuto.

Nella confessione, non confesso il mio peccato verso la moglie, e siamo apposto, e mi son tolto un peso. Ma riconosco il suo amore e allora provo ad uscire dal confessionale rilanciandomi-rilanciato. Portiamo nel confessionale la concretezza delle nostre mancanze di amore. E portiamo fuori dal confessionale il nostro riconoscere il non-amore rilanciato. Perché fuori? Perché l’amore lo rincorriamo con gesti concreti. La nostra confessione di non avere amato non è da fare solo davanti a Gesù, ma da far vivere nelle mura domestiche dove viviamo, dove viene vissuto l’amore sponsale. È fuori che lo rincorro, lo vivo. Dentro, di fronte al Padre chiedo la misericordia, la forza, di un amore più grande, ma fuori la metto in gioco! Chiedere la misericordia nella confessione è quindi riconoscerci amati. Riconoscere l’amore per confessare il peccato. È solo la contemplazione dell’amore concreto, infinito, dell’Eucarestia che fa scoprire la grandezza dell’amore che il Signore ci offre con il sacramento del perdono. Se non riconosciamo l’amore datoci dall’altro, il nostro chiedere perdono può diventare un semplice modo educato per chiedere scusa. Bello, segno di educazione, di riconoscere l’errore, ma non segno dell’amore che mi rilancia ad amare. La sorgente del perdono è sempre l’amore ricevuto e accolto da Gesù. Dire “Grazie”, riconoscere l’amore infinito di Dio, i suoi doni, il dono della vita, il dono della famiglia, dello sposo, dei figli, ci fa iniziare a parlare a Lui, non elencando quanto si è fatto, ma come non si è risposto all’infinita sua bontà, e all’uso che abbiamo fatto dei suoi doni. Quel sentirci peccatori in debito verso l’Amore vero ricevuto, ci fa vivere la confessione con sincero pentimento, ed il sacerdote con il suo abbraccio benedicente ci rilancia nella corsa all’amore.

Che bello che senza volerlo abbiamo iniziato 2 lunedì fa questo ciclo di incontri su guerra e pace, perdono e confessione e giusto venerdì anche il papà Francy ci ha guidato ad una penitenziale spiegando il valore della confessione, e anche la sacra scrittura nel tempo di quaresima ci guida al pentimento. Lo Spirito soffia verso la Pasqua.

Questo è il momento allora per lasciarci amare, per accorgerci di quanto amore ci circonda. Come rispondiamo a questo amore? Che direzione ha preso la nostra vita?

Vi salutiamo con le parole di Geremia, dandovi appuntamento a lunedì prossimo per concludere questo ciclo. “Peccatore, ti ho amato di amore eterno, per questo ho pietà e misericordia”.

Buona quaresima, buona confessione!

A presto

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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5 linguaggi del perdono

Riprendiamo da dove vi avevamo lasciato lunedì scorso a parlare di guerra in famiglia. Per parlare di altri aspetti che ci aiutano ad uscire dalla guerra con il nostro marito, con la nostra moglie ma anche con il prossimo.

Il primo aspetto, che vogliamo oggi considerare, è la richiesta di perdono-chiedere scusa. Per smorzare un conflitto è normale che occorra il perdono, che occorra saper chiedere scusa, soprattutto in un ambiente familiare, in un ambiante che si frequenta abitualmente, con persone che si conoscono molto bene. Il nostro problema è che più cerchiamo di chiarire, di spiegarci, di scusarci, di dialogare sull’accaduto è più buttiamo benzina sul fuoco! Forse anche a voi capita così.

Questo accade perché ci sono delle differenze fra il mondo maschile ed il mondo femminile, come sapete, e citiamo anche questa volta un Libro da leggere “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere” (di John Gray), ci sono delle differenze fra marito e moglie, nei vostri modi di essere, nelle differenze caratteriali, nei diversi linguaggi di amore, e anche nei diversi linguaggi di perdono che abbiamo. Vi facciamo due esempi: il linguaggio di amore di Ste è racchiuso nei piccoli gesti, nelle attenzioni, e quindi si sente amato quando Anna gli fa trovare un dolce pronto, una torta o la casa ordinata. Per Anna il linguaggio di amore principale è passare del tempo speciale insieme.

Abbiamo due linguaggi di amore differenti, ma abbiamo due linguaggi anche di perdono differenti. Ognuno ad un errore può rispondere a suo modo, e l’altro può percepire in modo diverso sia la gravità dell’errore che il modo di chiedere scusa. Facciamo un esempio molto semplice: tu sei fermo allo stop in auto e tua moglie arriva da dietro e ti tampona. Scendete dalla macchina e lei ti dice:

A. scusa, non l’ho fatto apposta.

B. scusa, sono mortificata. So di aver sbagliato. Ti chiedo perdono.

C. scusa, è tutta colpa mia.

D. scusa, ho sbagliato. Ma non ti preoccupare ci penso io con le auto e il carrozziere.

Forse ce ne sarebbero altre di risposte, quello che è certo è che non tutte sortiscono lo stesso effetto su chi ha subito il torto. Anna usa spesso con me la risposta A, per lei c’è stato il tamponamento, è dispiaciuta e mi ha chiesto scusa nel suo linguaggio. Ste ad una simile richiesta di scuse “Non l’ho fatto apposta!” si arrabbia ancor più, perché gli risponde: “Ci credo che non l’hai fatto apposta! Chi tampona la gente per volontà?” Il linguaggio del perdono di Ste è la risposta D.

Capite che esistono dei linguaggi diversi di chiedere scusa, e seppur uno ce la metta tutta per scusarsi e per attenuare un conflitto, a volte usa delle parole che lo accendono. Che bellezza queste nostre differenze! Che bellezza questi linguaggi diversi di dirsi l’amore! Tutto questo ci spinge ogni giorno a conoscere di più dell’altro, dell’uomo o della donna che a cui anni fa ho giurato amore e fedeltà.

L’amore è ricerca continua dell’amore. L’amore non si dirà mai arrivato, né sull’altare, né da innamorati, né dopo 50 anni di matrimonio.

Un’altra differenza che sta alla base del chiedere scusa è legata al peso che si dà ad un errore. Quello che per te può essere uno sbaglio da tragedia greca, per me è una mancanza di poco conto, che non ha conseguenze, o che è facilmente risolvibile. Avendo gli errori pesi diversi sulla mia bilancia e sulla tua rispondiamo con scuse di pari peso, non tenendo conto della tara dell’altro.

Solo conoscendo il linguaggio del perdono dell’altro possiamo riuscire a gestire diversamente il conflitto migliorando il rapporto interpersonale con l’altro, accettando le scuse e donandogli il nostro perdono. La persona umana ha insita in sè una sorprendente capacità di perdonare, di voler porre rimedio agli sbagli compiuti.

Qualcosa dentro di noi vuole sempre la riconciliazione. L’uomo quando subisce un torto chiede giustizia e riconciliazione. Ma se la giustizia porta un senso di soddisfazione, la riconciliazione va oltre, costruisce legami, aiuta a crescere, riappacifica il cuore. Gesù ci insegna spesso nelle pagine di Vangelo “misericordia io voglio non sacrificio” Mt 9,13. Cosa vuoi tu da chi ti ha ferito?

All’interno dell’ambito familiare i conflitti nascono perché non siamo stati abituati a chiedere scusa e a perdonare. L’orgoglio ci rende ciechi e non ci fa riconoscere lo sbaglio, e non ci fa inginocchiare ai piedi dell’altro per amarlo e per perdonarlo tutto! Per cancellare il peccato e, lavandogli i piedi, rigenerarlo nell’amore.

Per poter amare così, fino in fondo, dobbiamo guardare ancora a Lui, Maestro di vita. A colui che si è inginocchiato a lavare i piedi a chi lo ha tradito, a chi lo ha rinnegato, a chi è scappato nel momento del bisogno. Tu sapresti lavare i piedi al tuo sposo dopo uno di questi eventi? La quaresima arriva al suo apice nel Triduo Pasquale, che si apre con l’ultima cena e la lavanda dei piedi. Lì ti aspetta tua moglie, lì devi aspettare tuo marito per dirgli “Ti Amo”, “Amo tutto di te” anche se ci sono stati quell’errore, quello sbaglio, quella guerra, quei torti casalinghi.

Il perdono è dono d’amore che noi facciamo agli altri, ma che possiamo fare ad un altro solo se ci lasciamo perdonare da Dio. Solo chi si lascia perdonare sa perdonare fino in fondo. Se pensi di non sbagliare mai come puoi accogliere l’errore dell’altro? Se non ti lasci amare come puoi amare? Se non riconosci che la tua vita è un dono, la bellezza che ti circonda ti è donata, la pace è un dono, come puoi per-donare gli altri?

Il perdono è un dono che facciamo ad un altro, ma che facciamo in primis anche a noi che abbiamo ricevuto il torto. Perdonando l’altro facciamo pace con il nostro cuore. Spesso si resta nervosi, non si dorme la notte, ci si rode il fegato, si distrugge il corpo, si va a far yoga, e a trovare mille distrazioni e hobby per non voler guardare in faccia il peccato e perdonarlo. Per non voler guardare in faccia il fratello che ci ha fatto il male e non voler riconciliarci con lui. La sofferenza del non perdono, l’ira, la cattiveria ha effetti negativi anche sul nostro corpo. Perdonare è fare del bene a noi, al nostro cuore, al nostro corpo!

Non andate a letto se prima non vi siete chiariti, se non avete fatto pace, se non avete chiesto scusa! Edificate il vostro corpo, il vostro cuore, non distruggetelo con la rabbia accumulata. Una bellissima immagine ci viene suggerita da un libro che vi invitiamo ad appuntarvi, “I cinque linguaggi del perdono” di Gary Champan: una sincera richiesta di scusa mitiga anche i sensi di colpa. Immaginate che la vostra coscienza sia un recipiente da venti litri assicurato sulla vostra schiena. Tutte le volte in cui commettere un torto ai danni di un’altra persona, è come se versaste quattro litri di liquidi nella vostra coscienza. Dopo tre o tratto torti, la vostra coscienza di riempirebbe e voi avvertite il peso. Una coscienza oberata lascia l’individuo pieno di sensi di colpa e vergogna. L’unico modo per svuotare in modo efficace la coscienza consiste nel chiedere perdono a Dio e alla persona che avete offeso.

Perdono, ecco allora l’altra parola che ci viene suggerita nel nostro viaggio tra guerra e pace. Ci torneremo lunedì prossimo, donandovi uno spunto per la confessione. Concludiamo con un’ultima riflessione, come lunedì scorso, sottolineando che il perdono è una grazia che riceviamo gratuita ed infinita da Dio ma SE LO VOGLIAMO. E così lo doniamo all’altro se lo vogliamo. Il perdono se agisce senza la volontà dell’altro di riceverlo, non è riconciliante. il perdono di Dio è incondizionato e arriva sempre, ma l’altro devo riconoscersi pentito per farsi raggiungere.

Gesù sa di cosa abbiamo bisogno, sennò non sarebbe Dio, ma di fronte al bisogno umano domanda: cosa vuoi che io faccia per te? Non vedi che è cieco? Non vedi che Lazzaro è morto? Non vedi che è posseduto dal male? Gesù ci invita a fare un passo verso di Lui, a riconoscerlo. Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno, gli dice il ladrone sulla croce. Davvero costui era il figlio di Dio, dice il centurione. È da una nostra professione di fede che agisce la sua grazia.

Giuda non ha accettato il perdono, non ha riconosciuto che era Dio, non si è fatto abitare da quella grazia e, rispetto a Pietro e ai dodici, sappiamo che fine ha fatto. L’unico che non si è fatto abitare dal bene, l’unico rimasto schiavo del male, della guerra, del non perdono, del non chiedere scusa, l’unico ad essere morto quando la vita ha vinto.

Ci fermiamo. Torneremo lunedì prossimo a parlare di perdono e confessione.

Buona giornata

Non dimenticatevi questa sera di Scoprire quale linguaggio del perdono abita nel vostro sposo!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Guerra o pace.. a noi la scelta!

Un litigio è dare spazio al diavolo consentendogli di sgretolarci, distruggerci da dentro.

Non so se vi capita mai di litigare. Noi, come vedete dalle nostre foto sui social, non litighiamo mai. Siamo la famiglia del Mulino Bianco. Noo!! Saremmo dei bugiardi. Innanzitutto, non esiste quella famiglia e poi vi confessiamo, citando un bel libro, che i piatti volano anche a casa nostra (Il libro è: …E poi volarono i piatti. Come dal litigio può rinascere l’amore di Claudia e Roberto Reis).

A volte capita di litigare in un giorno bello, in un giorno di festa, e di fatto sembra che proprio quel giorno che attendevi, o che forse avevi sognato carico di pace, di bellezza, venga neanche a farlo apposta rovinato. A volte capita di litigare aprendo la porta di casa la sera al ritorno dal lavoro. Quello che doveva essere un ingresso normale in casa, dopo che non vedi il tuo amato dalla sera del giorno prima, si trasforma in un: “è meglio che stavo al lavoro”.

L’atmosfera calma, perfetta, la voglia di amore, la vita di pace che volevi vivere, rotta sul nascere magari per un piccolo evento, gesto, risposta, incomprensione che genera una serie di eventi concatenati che crescono e crescono, e crescono a tal punto che anche alla radio dopo due minuti senti annunciare: edizione straordinaria, è scoppiata la terza guerra mondiale nella famiglia dei “Cercatori di bellezza”. (Questo articolo l’avevamo iniziato il 21/01/2021, e questa che voleva essere una battuta delle nostre, oggi è una triste frase che lasciamo).

Il nostro duello può iniziare per diversi motivi: il possesso, l’orgoglio, la frustrazione per qualcosa, il sentirsi in colpa che può farti agire in modo sbagliato, il tono che si usa nel parlare, le differenze maschili e femminili, i caratteri diversi spesso opposti, lo stress o gli eventi esterni al noi di coppia che influiscono al suo interno e non da ultimo il come si è chiesto scusa. Sì, perché non c’è un modo per scusarsi, non c’è solo un linguaggio per chiedere scusa. Ma questo lo vedremo lunedì prossimo in un bellissimo articolo. ….(stay tuned!!)

In questo primo lunedì di “guerra e pace” vorremmo creare un’analogia tra televisione e vita familiare, sottolineare come i litigi avvengono anche nelle nostre famiglie, non solo fra Stati. Anche in casa nostra ci sono delle guerre, piccole o grandi, passeggere o durature.

Permetteteci allora un paragone molto semplicistico a quanto succede nel mondo. Non vogliamo ora dare una lettura psicologica di quanto sta succedendo, non siamo degli storici, non siamo politici e neppure sociologhi da salotti televisivi. Vorremmo solo mostrarvi che se spegnete la televisione, che in questo momento ci informa sulla guerra in Ucraina, lo schermo nero fungerà da specchio, e potremmo trovare riflessi i nostri volti di marito e di moglie.

Forse anche nelle nostre case viviamo o abbiamo vissuto un conflitto.

Forse anche noi per anni abbiamo portato avanti una situazione che non ci piaceva, magari anche a te moglie fa innervosire quando tuo marito non abbassa la tavoletta del water quando ha finito o non alza la ciambella prima di usarlo. Forse invece a te marito dà fastidio quel modo di fare di tua moglie. Magari ti arrabbi quando rientri a casa e dopo una giornataccia, ci sono i bambini ancora da sistemare, la cena non pronta, togli le scarpe e metti il piede su un lego fuori posto. Per chi ha i figli più grandi, in età adolescenziale, quando la porta di casa sembra quella di un saloon dove non fai in tempo ad entrare che già sei invitato ad uscire per un duello tra pistoleri.

Magari anche per voi una camicia non stirata è la goccia che fa traboccare il vaso e scoppia la guerra che fa ribaltare una giara delle nozze di Cana, e sai quante cattiverie vengono fuori e quanti stracci occorrono per asciugare.

Insomma, avete capito, provate a mettere i vostri esempi di litigio fra le nostre frasi sopra riportate e fate memoria di cosa era successo. Tu non litighi mai? Tu che invochi la pace, sei in pace con tutti? Quale giara stai riempiendo contro il tuo sposo? Quale evento fatichi a dimenticare e sei subito pronto a rinfacciare? ..

Come si esce da un conflitto? Riaccendete la tv, che per una volta ci mostra del buono.

Tanti sono i punti per uscirne

(1) in primis con il DIALOGO, sedersi al tavolo e con calma, parlare, raccontarsi che non vuol dire rinfacciarsi. Imparare a conoscere tua moglie, tuo marito, quali solo le sue preoccupazione, i suoi stati d’animo, quali sono i suoi desideri e cosa lo fa scattare, innervosire. Spesso con il passare degli anni di convivenza, di matrimonio trasformiamo il nostro vivere insieme in un’associazione di vita comune, perché tra il lavoro, gli hobby, i bambini e le cose da fare il dialogo con l’amato scompare, o viene sostituito solo da comunicazioni di vita comune: c’è da togliere i vestiti dall’asciugatrice, vado io a fare la spesa, accompagno io X a calcio o a danza. Ma quando ti sei fermato l’ultima volta a guardare negli occhi il tuo sposo? Quando ti sei fermata a dialogare con lui dei suoi stati d’animo? Provate a fermarvi questa sera, e guardatevi negli occhi per 30 secondi osservando solo il colore del suo iride. Da innamorati lo facevate, ora?

(2) Un secondo aspetto, quando non si riesce ad uscire con le proprie forze, quando non si riesce a sedersi al tavolo a chiacchierare è CHIEDERE AIUTO. Cercare quella figura che in termine bellico si chiama mediatore, può essere uno counselor, uno psicologo, un mediatore familiare, un religioso che vi aiuta a rileggere quanto è successo.

(3) Terzo aspetto sono le fonti di bene. Quando tu sei stanco qual è la tua fonte di bene? Una SPA, un massaggio, magari anche solo una sana dormita di qualche ora in più. Quando tu sei in conflitto con tua moglie, tuo marito, quali sono le FONTI DI BENE? Ce ne sono tante: possono essere degli amici che ti mostrano il bello della vostra coppia, il buono di tuo marito, di tua moglie. Sono amici che hanno parole di benedizione e guarigione. Amici che ti mostrano il volto bello dell’altro aiutandoti a fare memoria del passato. Sono dei percorsi per sposi, che ti lavorano dal di dentro. Possono essere dei libri che indicano la strada dell’amore, dei testi, magari questi articoli del blog.

E poi la parola di Dio che ogni giorno ci è data perché operi in noi. Martedì scorso si leggeva Isaia 55: “così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:non ritornerà a me senza effetto,senza aver operato ciò che desideroe senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. La parola di Dio è sempre forza per la nostra vita, per la nostra storia di amore, è incoraggiamento al bene, è aiuto nel bisogno, è medicina che cura, ristora, è sale che cambia le ferite, è lama che taglia il male.

(4) La tua volontà! Non puoi uscire da un conflitto se non vuoi uscire dal conflitto. (Scusate il giro di parole). In molti ti possono venire a parlare, amici dall’America o dalla Francia, arabi, cinesi ed israeliani, ma se non sei tu che vuoi deporre le armi e lasciarti amare il conflitto non si fermerà.

5) Ricorda che anche se hai sbagliato: tu non sei il tuo errore, lui non è il suo errore. Siamo fatti di carne e il male opera sempre e ci fa sbagliare, litigare, semina zizzania, cerca di creare divisione, ma tuo marito, tua moglie non è il suo male, non è il male che ha compiuto. Separa ciò che lui è, da ciò che lui ha fatto. Riparti dal perdono e dall’amore verso la persona, non verso il male commesso. Gesù non si è mai fermato al giudizio sul male commesso, ma ha guardato nel cuore di chi aveva davanti, ha guardato nei suoi occhi, ha amato di più al punto di curare con la forza dell’amore le ferite interiori da dove è uscito il peccato. Solo con l’amore curiamo e vinciamo il male.

Il Santo padre nell’angelus di domenica 6 marzo diceva:Fratelli e sorelle, mai entrare in dialogo con il diavolo: è più astuto di noi. Mai! Essere aggrappati alla Parola di Dio come Gesù e al massimo rispondere sempre con la Parola di Dio. E per questa strada non sbaglieremo.”

Ci sono ancora altri aspetti su cui vorremmo soffermarci, tra cui il perdono, la confessione, la grazia sacramentale. Torneremo nei prossimi lunedì, con altri spunti da guerra e pace.

Concludiamo facendovi ancora specchiare nella televisione, dove potrete vedere che tutto il mondo non vuole la guerra, non vuole conflitti, non vuole distruzione, chiusure. Non vuole costruire muri tra nessuno stato al mondo: quindi perché non credere che anche in famiglia si possa desiderare questa pace?

La famiglia è la prima forma di comunità cristiana benedetta dal Signore fin dalla creazione del mondo, più vecchia di ogni altro organismo sovranazionale: Nato, Onu, comunità europea. È il luogo in cui un uomo e una donna, due entità lontane, diverse, opposte si attraggono lasciando il loro mondo, i loro affetti, le loro famiglie e si uniscono in cammino, in un modo indissolubile per diventare segno tangibile di amore, per essere portatori di pace nel mondo.

Il mondo tifa per te famiglia! Il mondo tifa per la pace in famiglia! Tu che tifi per la pace tra Russia e Ucraina, tifi per la tua pace? Stai costruendo pace nella tua famiglia? Come stai portando la pace nella tua famiglia?

A lunedì prossimo, quando parleremo dei linguaggi del perdono. 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Un metodo naturale per fare l’amore.

Si può fare l’amore se non si vuole cercare un figlio? Come vivere quel rapporto d’amore perché sia libero e naturale?  Oppure, e se quel figlio non arriva? Se quel dono d’amore che cercate da tempo non ha trovato risposta, come vivere quei rapporti? Chi ci può aiutare? A chi chiedere?

Oggi per svegliarci in questo ultimo lunedì di febbraio, iniziamo con delle domande toste, che forse non son domande da colazione, ma che ci permettono di fare luce su un ultimo aspetto del fare l’amore che sono i metodi naturali. Cosa sono? Sai usarli? Come si imparano? Fai da te?

In primis ci teniamo a sottolineare che i metodi naturali non si imparano con il “fai da te”. Ad amare, si impara dagli esempi che abbiamo davanti fin da bambini. Si impara da mamma e papà la bellezza di un abbraccio, di un bacio, di un sorriso; è dall’amore che ricevo che imparo ad amare. Il più grande insegnante dell’amore è Colui che è Amore, Colui che ci ha saputo amare domando la vita sulla croce, per-donandoci, facendoci cioè dono della salvezza eterna, del suo amore, della sua vita. Così come quindi si impara a guidare la macchina facendo scuola guida, si studia per svolgere una professione, per amare dobbiamo guardare al Maestro dell’amore, mettendoci in ascolto della parola di Dio e in preghiera. Gli stessi metodi naturali quindi si possono imparare in un fai da te? No. Anche se tu avessi due lauree, se tu sapessi leggere tabelle e grafici, se fossi anche il primo chimico o fisico italiano, i metodi naturali non son per il fai da te.

Oggi più che mai, in una società che non insegna l’amore, che non insegna la fedeltà, che non edifica maschi e femmine, che sviluppa una vita provvisoria, che distrugge la sessualità chiamandola piacere non amore, abbiamo bisogno di essere guidati all’amore e a come vivere la nostra relazione sessuale all’interno di una relazione d’amore. Abbiamo bisogno di capire che non ci siamo fatti da soli, e che non è mai un male chiedere.

I metodi naturali non sono una semplice applicazione scientifica e strumentale che va ad analizzare la fertilità, se il corpo dell’uomo e della donna sono idonei alla vita, ma abbracciano aspetti umanistici, pedagogici, psicologici, e religiosi, che si appoggiano certamente a criteri scientifici ma poi li travalicano.

I metodi naturali ci insegnano quindi che ci si può affidare a qualcuno per essere aiutati a vivere una sessualità, una relazione d’amore responsabile ma totalizzante. Ci insegnano che ci si può affidare a qualcuno per essere aiutati nell’attesa del dono della vita. Quante coppie che non riescono ad avere figli, quanti giovani sposi che ricercano una gravidanza ma sono lasciati soli, ed incoraggiati solo da esami che non insegnano l’amore di coppia, amore che è alla base della generatività.

I metodi naturali ci insegnano che l’amore non è un fai da te, ma una conoscenza di sè e dell’altro! Non è solo un uomo ad infilarsi un preservativo o la donna a prendere una pillola. I metodi naturali ci insegnano a conoscerci l’un l’altro, a conoscere il corpo della donna, ma anche quello dell’uomo. I tempi di attesa, di fertilità, di infertilità di una donna.

I metodi naturali ci indicano una strada green del fare l’amore! In un mondo dove ci piace la frutta bio, perché è più buona, e Il mangiar sano, dove ci piacciono le aree verdi, la natura, dove si cerca di non inquinare, di trasformare sempre più il nostro vivere in modo ecologicamente sostenibile, viviamo la contraddizione dei rapporti sessuali artificiali! Ci piace andare in palestra, fare Yoga, attività all’aria aperta, e non ci piacciono le restrizioni come la mascherina da indossare all’aperto o al chiuso, non ci piacciono i limiti imposti alla nostra vita serena che vivevamo fino a 2 anni fa, ma forse non ti sei accorto che il tuo rapporto d’amore indossa la mascherina, che limita la tua vita e la vita dell’altro.

Se le persone fossero dei genitali, scusate l’esempio, capiremmo che le protezioni da covid le usiamo da sempre: se usi il preservativo: è come se indossassi la mascherina ogni volta che vuoi salutare ed abbracciare un tuo parente, ogni volta che vuoi baciare tua moglie indossi la mascherina, oppure se usi la pillola, e sei un genitale, il covid sempre insegna, che esci da quella casa e ti butti addosso tanto di quel gel disinfettante, lavi le scarpe e vestiti per non portare nulla di quel luogo. Ma questo è l’amore naturale che tu vuoi vivere? Questa società è quella che ti piace vivere?

In un mondo dove iniziamo a festeggiavano la fine delle restrizioni, quando festeggerai in camera tua l’inizio dell’amore (senza limitazioni)?

I metodi naturali sono uno strumento che ci permette di conoscere la ciclicità del corpo della donna. Ci permette di imparare a vivere il tempo dell’attesa, il tempo fertile, il tempo del riposo. Tempi che vive anche la natura, che forse fin da bambino conosci. Sai benissimo che d’inverno c’è il freddo e non si semina l’orto e non crescono i fiori, o non si va al mare, d’estate invece… in primavera.. Di sera si va a nanna, la mattina sorge il sole e ci si alza per vivere la giornata. Se ti vuoi alzare alle 3 di notte e andare a fare una nuotata, nonostante la società attuale stia cercando di rendere tutti i servizi h24, forse ti sarà ancora difficile farlo e infatti sai attendere fino alla mattina. Lo stesso vale con il corpo della donna, puoi attendere i giorni non fertili per fare l’amore. E puoi conoscere di più del tempo vostro d’amore.

Sai gli orari del supermercato, quelli della farmacia, ma non sai quanto dura il ciclo di tua moglie. Non sai magari che il corpo della donna è fertile solo 16 ore in un mese, e gli spermatozoi muoiono dopo 72 ore. O sai che in ogni eiaculazione escono tra i 30 milioni a 1 miliardo di spermatozoi. Ma come canta Gianni Morandi: uno su mille ce la fa!  

I metodi naturali sono sicuri al 100%? No! Ma forse non saprai che neanche il preservativo ti dà una sicurezza di non rimanere in gravidanza al 100% e neanche al pillola. Ti riportiamo alcuni dati parziali: secondo l’indice di Pearl la percentuale di gravidanze indesiderate con l’utilizzo dei metodi sintotermici è 0,4 con l’uso del preservativo è pari a 5 con l’uso del diaframma 6.

Sta a te, basarti su una incertezza data da uno strumento artificiale o basarti su una certezza data da una tua conoscenza, un’attesa, un’attenzione. Cosa scegli? 

I metodi naturali sono la strada per vivere un amore vero, pieno e totalizzante. Un Amore vero è quello capace di donarsi tutto, con gratuità e senza paletti. Gli unici limiti sono quelli che caratterizzano il tuo essere uomo/donna, originati dal peccato, ma che l’Amore dell’altro è capace di accogliere. In tutto questo il corpo fa da collante. Il tuo corpo dice ciò che sei, ed esprime ogni singola tua volontà di donare e accogliere al tempo stesso. Se non sei capace di questo, puoi dire di volere davvero il Bene per l’altro?

Amare vuol dire ricercare il bene per l’altro, e il corpo è quella parte di noi che ci permette di vivere questo gesto gratuito. Ci permette quel gesto di dono totale che rimane Sacro anche quando non c’è spazio per un terzo. Smettere di fare l’amore per paura, non è ricercare il bene per l’altro, vuol dire solo vivere l’amore per metà. I metodi naturali ti permettono allora di non vivere per meno di un Amore totale.

La mentalità odierna ci spinge a pensare sempre più che il Tu sia un bisogno per l’Io, e che Tu insieme al tuo corpo sei lo strumento per soddisfare i miei bisogni. I metodi naturali ti insegnano invece il contrario. Ciò che tu doni con il tuo corpo, è sacramentalmente accolto dall’altro, che ne comprende e accoglie le sue bellezze, le sue funzioni, i suoi tempi, le sue capacità e anche i suoi limiti.

I metodi naturali insegnano ad accogliere i limiti dell’uomo e della donna. Di fronte ad una fatica nel ricercare una gravidanza, spesso ci si convince che “no, non è possibile.. faremo di tutto pur di averlo”.. e così si arriva a pensare che l’uomo può tutto e non accetta la sua vulnerabilità.

Ci fermiamo qua, potremmo dire ancora tanto, non è un tema piccolo, e come dicevamo non vogliamo fare un tutorial online dei metodi naturali, inciteremmo il fai da te.

Concludiamo informandoti che esistono delle figure che sono insegnanti di metodi naturali, operatori di BIOfertilità e vorremmo lasciarti alcune domande: come vivo la mia sessualità? Come amo il dono che il Signore mi ha posto accanto? Come faccio l’amore? Sono aperto alla vita? I miei genitali sono in assetto da covid da quanti anni? Oppure, perché non affidarci a qualcuno se quella gravidanza non arriva? Perché non chiedere aiuto? Perché non voler conoscere di più del funzionamento del nostro corpo?

Se vuoi approfondire il tema vi lasciamo la nostra mail: annastecolzani@gmail.com

Contattateci senza vergogna e timore.

 A presto.

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Fare l’amore? … O solo piacere?

Fare l’amore! Solo piacere o rimanere aperti alla vita? Possesso o libertà?

Piacere mio, piacere tuo, o piacere nostro?

Oggi vogliamo unire gli spunti degli articoli dei lunedì precedenti, (potrete ricercare sulla nostra pagina facebook o sul blog di matrimonio Cristiano) quando abbiamo parlato del custodire la vita sempre, e della bellezza del gesto d’amore, della vita che si genera sempre tra la coppia, del dono che è l’altro per me, dell’eternità in cui bisogna vivere un atto di amore.

Oggi proviamo ad intrecciare amore, vita e piacere..

Vi diamo in primis dei dati, i nati in Italia nel 2021 sono stati circa 400.000, in continuo calo.

Sapendo come si fa a procreare tra un uomo ed una donna, riaffermando che i figli sono un dono del Signore, vorremmo dapprima domandarci da cosa dipende questo riduzione della natalità e se ciò ha un nesso con il fare l’amore, con l’amarci, con il nostro vivere la sessualità e il piacere di coppia.

Proviamo a trovare delle ragioni:

  • Forse non si fa più l’amore? O Si fa poco l’amore? L’evoluzione dei media, del digitale, della tecnologia ha portato ad avere un’offerta televisiva più che allargata. Ma può essere che Netflix, Prime, Sky, Dazn, Disney e i cellulari ci abbiano rubato l’amore?
  • Forse i tempi sono peggiorati e sia economicamente che lavorativamente, viviamo una fatica maggiore delle spese familiari, ed è giusto che ognuno faccia scelte responsabili. Bisognerebbe a volte valutare se non scegliamo un benessere a cinque stelle a una nuova vita.
  • Forse la paura per il futuro, l’incertezza per il domani, il surriscaldamento globale, il sovraffollamento terrestre, le politiche antidemografiche statali ci spingono a non scegliere la vita. Una vita che nasce è sempre speranza sul domani! (Vedi il nostro post del 24 gennaio)
  • Forse siamo talmente tutti capaci di seguire i metodi naturali (di cui parleremo lunedì prossimo..) che l’amore lo facciamo 20 giorni su 30 ogni mese senza concepire nuova vita.
  • Forse l’amore è sempre in modalità contraccettiva, che sia pillola o preservativo o altro, scegliete voi quello che vi piace di più. Il risultato è che forse, si fa l’amore sempre attenti, protetti, sicuri, con il freno a mano tirato.
  • Forse stiamo perdendo quel senso naturale di attrazione che ci spinge a fare l’amore, assuefatti dai cellulari, dall’iperconnessione, o stancati da una società che aumenta lo stress, la fatica, che ci chiede sempre di più, non lasciando spazio all’amore.
  • Forse son altri i motivi che ci fanno fare o no l’amore, quel gesto attrattivo, istintivo e procreativo, e al suo interno di scegliere se restare aperti o no alla vita.

I due aspetti, amare e procreare, non son separati, all’interno del gesto d’amore sappiamo che nasce la vita. Non possiamo scindere le due cose o se lo facciamo non si chiamerebbe amore, forse lo si chiamerebbe solo sesso, che è una ricerca del piacere che utilizza il corpo ma non è amore! Allora se il mio fare l’amore ruota intorno ad un godimento, potrei scegliere di ricercare il piacere mangiando il mio piatto preferito o bevendo una bottiglia di vino.

Certe cose sono collegate, io vado a giocare a calcetto per fare anche goal, se tutti giocassimo solo per passarci il pallone non la chiameremmo partita. Non si può fare sempre goal ma sappiamo che giocando si fa quello.

Guido la macchina perché devo andare in un posto, cucino per poi mangiare. Faccio l’amore per generare vita. Invece la differenza sta qua, nel fatto che l’amore lo facciamo castrato, solo per il nostro piacere!

Perché allora amiamo senza essere aperti alla vita? Come si può amare, fare l’amore restando aperti alla vita? Che non vuol dire rischiare di avere un figlio all’anno! Si può essere aperti alla vita, senza rimanere in gravidanza, vivendo una responsabilità familiare.

Amare nel suo senso completo, e fare l’amore, non è rincorrere solo un piacere.

Non si sta con una persona perché è bello avere qualcuno accanto, e non ci si può sposare solo per indossare l’abito bianco una volta nella vita. Amare presuppone una scelta che include gioia, piacere, felicità, ma anche sacrificio, passione, fatica, rinuncia. Amare è accogliere tutto dell’altro, è donarsi interamente ad un altro non solo quando posso o voglio o mi fa piacere, è voler il bene dell’altro prima del mio.

Amare, e quindi anche unirsi nel fare l’amore, non è un più allora un gesto finalizzato al piacere, che viene messo e incastrato nella nostra settimana perché bello. Ma assume un significato più grande, più totale, più completo!

L’amare e il fare l’amore non è un piacere del lunedì sera perché non ci sono le coppe, o del sabato sera perché domani non si lavora, e il resto della settimana lascio che gli altri miei hobby, piaceri, interessi, idoli abbiamo la meglio sull’amore. Amare non è dirsi ti amo, ma al martedì ho piscina, mercoledì calcetto, giovedì bowling, venerdì birra con amici, perché così è fare dell’amore un abbonamento del lunedì o del sabato sera, è ridurlo ad un piacere consumistico come sono gli altri interessi personali che ho, che hai.

Amare è guardare all’altro prima dei miei interessi, del mio piacere, è volere il meglio per l’altro prima del mio.

Quando si ha un figlio i suoi bisogni, le attenzioni, le cure prevarranno in forza dell’amore sui miei, sulle ore di sonno, sul tempo libero del week end, sul tempo post lavorativo, sennò come posso amare mio figlio?

Il proprio coniuge, lo si deve amare con un amore più grande del figlio, perché il primo figlio della coppia è la coppia stessa, perché più grande dev’essere sempre l’amore verso mio marito e verso mia moglie; questo vuol dire che se un bambino chiede 100 del mio tempo, al mio coniuge devo donare 200 anche se non me lo chiede perché da persona adulta, autonoma non ha il necessario bisogno di papà o di mamma.

Se scelgo i miei hobby, il mio piacere, perché son ricurvo su me sesso volendo soddisfare il mio benessere e non quello dell’altro, che amore vivo?

Guardiamo a figure che hanno amato e che non sono diventati biologicamente padri o madri; prendiamo Santa Madre Teresa o San Giovanni Paolo II, chiediamo a loro se sceglievano il loro piacere personale o se sceglievano di donare vita, di spendersi per amore.

Ora ritorniamo al nostro fare l’amore, amare.. e generare vita.

Fare l’amore genera sempre vita, mi apre sempre all’altro, alla comunità, agli amici, o ad un figlio. Fare l’amore è amare in modo totale che genera una forza che spinge ad uscire da se stessi e dalla coppia.

Un figlio che nasce, sia in modo spirituale o carnale, chiede tantissimo tempo, cura, attenzioni, impegno, sacrificio alla coppia, dona gioia, piacere, bellezza, vita. Son le caratteristiche che dicevamo prima dell’amore. Ciò che non toglie è l’amare quindi e il fare l’amore, che si ravviva, cambia, muta, cresce nella coppia ma non viene meno.

Se scelgo di amare ma metto i “se” davanti, per paura di non riuscire ad uscire il sabato sera con gli amici, o di togliere o diminuire i miei hobby, i miei piaceri per far spazio all’altro, non sto amando nè il mio coniuge, nè la vita.

Credere di amare, ma solo quando ho tempo e piacere, è un amore a chiamata.

Amare è sempre, per sempre e totale. E non toglierà mai nulla di ciò che è mio, ma ce lo ridonerà nella libertà dell’amore che l’altro ci donerà, e quindi amplificato, più bello, ripulito da quello che può essere un solo piacere personale.

Vi salutiamo lasciandovi con una domanda: quando fai l’amore cerchi solo un piacere, o vivi l’amore e resti aperto alla vita?

A lunedì prossimo quando parleremo dei metodi naturali.

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Facciamo l’amore! .. buon San Valentino

Facciamo l’amore ..

Lo scorso lunedì abbiamo iniziato a scrivere circa l’accoglienza al dono della vita, al prendersi cura della vita. Oggi vogliamo andare un po’ di più sotto le coperte, domandarvi quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore? Hai mai parlato con lei di cosa le piace di quei gesti? Hai mai parlato con lui di quanti figli vorreste?

Fare l’amore vuol dire aprirsi alla vita. Dietro ad un gesto bello troviamo una conseguenza gigante, altrettanto bella, ma che ti cambia la vita. Fare l’amore non include solo tutto ciò che potremmo chiamare Eros, un’attrazione che porta a dei gesti che anche in natura gli animali compiono e da cui se ne trae piacere, ma include quella parte grande che possiamo chiamare tenerezza che deve abitare l’amore della coppia. Quella parte che spesso è più femminile, ma che deve invece appartenere ad entrambi. Fare l’amore è un’azione che non è finalizzata al piacere di coppia, o personale, ma a generare vita, a generare amore.

Molte coppie in certi periodi si trovano a vivere una sessualità che lascia poco spazio all’amore e tanto al solo piacere personale. In questo modo si rischia nel lungo periodo di svilire, sprecare, abbassare la bellezza che racchiude, si rischia di trovare solo noia, routine, che trasforma il gesto più bello dell’amore coniugale in una fatica, in qualcosa di difficile, di doloroso. Questi son campanelli di allarme che ci devono far interrogare su come viviamo la nostra intimità, ci devono spingere a dialogare, a domandarci cosa provi tu, capendo dove si è creata quella routine o quella ferita non detta. Imparando dal dialogo ad educarci vicendevolmente ad un amore sempre più bello.

Fare l’amore è un gesto bellissimo! Che la Chiesa dice di fare! Che Dio ha messo nelle mani dell’uomo fin dalla sua creazione. È l’unione dei corpi, il compimento del dono totale d’amore, l’uno e l’altro che si donano totalmente, che si mostrano nudi, senza vergogna, senza paura, ma in totale tranquillità, affidamento, apertura all’altro. In un habitat di gesti di tenerezza, in un habitat di fedeltà, di libertà, e in uno spazio temporale che non ha fine e non ha inizio. Fare l’amore per una coppia di sposi è sancire con il corpo quello che si è promesso con la voce, con un anello, con una cerimonia, è vivere il dono che è l’altro, che Qualcun’altro ha pensato per te, senza possesso, senza pretesa, con cura, attenzione, preziosità.

Fare l’amore è un gesto che genera vita sempre! Non solo quando si concepisce un figlio, ma ogni volta genera vita, perché una coppia che si ama, non riesce a trattenere quella gioia solo per lei, ma la esterna anche agli altri, aprendosi all’accoglienza e all’amore del prossimo. Come dicevamo, il primo figlio della coppia è la coppia stessa, e allora fare l’amore è generare vita nella coppia, alla coppia!

Fare l’amore, è un’azione che non si conclude in quel tempo specifico, non è guardare un film alla tv: spenta la tv finito l’amore. Il corpo dell’altro non è un interruttore della luce: accendi la luce facciamo l’amore. Fare l’amore è un’azione attiva che coinvolge tutta la mia persona, la mia giornata, la mia vita e la tua vita, la giornata dell’altro con tutti i suoi pensieri, con quello che ha vissuto, che deve fare, che prova. È da preparare allora l’amore, è da cercare, è da costruire. Da fidanzato facevi di tutto per lei, per stupirla, per conquistarla, per amarla.. la portavi a cena fuori, la portavi al cinema o a ballare, gli facevi regali, gli compravi un mazzo di fiori, sceglievi di portarla in posti unici a vedere il sole sorgere o tramontare. Lei si preparava tutta bella, truccata, vestita elegante, e facilmente si lasciava stupire da te. In tutti questi gesti di cura e attenzione, preparavi il terreno per un amore più grande, per imparare ad amarvi di più! Ora prepari il tuo terreno? Non si può andare in palestra se non prepari con cura la borsa e curi la tua alimentazione, non puoi mangiare una torta se non hai gli ingredienti, se non la prepari se non ci perdi del tempo.

Prepara l’amore! Ogni mattina..

Oggi ci fermiamo qua, di spunti per questa sera ce ne sono: Buon San Valentino!

To Be continued – Lunedì prossimo parleremo di amore-vita-piacere

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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C’è un regalo per te: una vita!

Ieri era la 44^ giornata mondiale per la vita. 

Nel 2021 ci sono stati 42.600.000 casi di aborto (42 milioni e 600 mila casi di aborto), vi diamo altri numeri: la popolazione italiana si aggira intorno ai 60 milioni, lo stadio San Siro capienza piena sugli 80 mila. 

La giornata per la vita non può che farci evidenziare tutte quelle vite indifese, che prive di diritto, sono state uccise dal peccato dell’uomo. 

Quanti aborti volontari vengono perpetrati ogni anno, ogni mese, ogni giorno, nel mondo. Quante vite innocenti vengono fatte tacere, perché scomode. Questa giornata è anche per loro e per ricordarci che ciascuno di noi, al contrario di quanto il mondo ti faccia credere, è prezioso, unico e vale! Nessuno, può arrecarsi il diritto di decidere se tu devi vivere o morire.

Scusateci per questo incipit un po’ forte, forse anche un po’ scomodo, ora proveremo a ricondurci nella bellezza partendo dal titolo che è stato dato alla giornata di ieri: CUSTODIRE OGNI VITA 

“Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” Gen 2,15

Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione.” (dal messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la 44° giornata nazionale per la vita)

Un messaggio più bello e chiaro di questo non potrebbe esserci: un dono ci viene fatto, e noi abbiamo il solo e più nobile compito di farlo crescere e custodirlo! Niente di più! Per fare questo ci vuole il coraggio della scelta! Il coraggio di accogliere un dono che ti viene fatto e custodirlo, un coraggio che può arrivare dalla consapevolezza che chi ti fa il dono lo ha pensato per te. Non per qualcun altro, ma per te; perché sa che tu puoi portarlo, curarlo e custodirlo nonostante le tue vicissitudini, le tue fatiche, i tuoi inciampi. Tu rimani e resterai per il Donatore talmente prezioso ai suoi occhi, che non può non pensare per te a qualcosa di grande, di meraviglioso per la tua stessa vita.

Da genitori quali siamo, per Grazia, e ancor più da Sposi, comprendiamo quanto coraggio ci voglia per accogliere un dono grande come quello di un figlio. 

Abbiamo bisogno di coraggio perché di fronte ad un bambino, piccolo indifeso, di fronte ad una vita nuova, che stravolge tutta la nostra vita, i tempi, la casa, lo spazio, di fronte a chi non conosciamo abbiamo una paura gigante. Avremmo allora bisogno di un angelo accanto che ci ripeta in continuazione: non avere paura! Hai trovato grazia presso Dio! È un dono quello che ricevi. Non temere! 

È questo che vogliamo oggi dire noi a te, a tutti perché tutti siamo responsabili del custodire la vita dell’altro. Non avere paura di accogliere una vita qualunque essa sia, e in qualunque modo si formi. 

Non avere paura di accogliere una vita anche solo per poche settimane, e poi inaspettatamente doverla lasciare andare e restituire al Donatore. 

Non avere paura di accogliere anche quando ti viene chiesto di custodire quel figlio, pur sapendo che non è compatibile con la vita e che dopo averlo accompagnato a nascere in questo mondo, devi accompagnarlo a rinascere in Cielo. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando quel figlio che tanto hai desiderato e sognato secondo i tuoi giusti criteri, non è come lo avevi pensato tu, ma si presenta al mondo con una preziosa disarmonia. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando non l’avevi programmata o quando questa vita che cresce nel tuo grembo non è frutto di una relazione d’amore. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando nasce da un atto d’amore che si basa sul puro piacere e non guarda oltre. 

Non avere paura di rimanere accogliente alla vita anche di fronte alla fatica di avere figli, alla fatica che coinvolge tantissime coppie oggi, che vorrebbero diventare padri e madri ma ogni giorno che passa vedono allontanarsi questo desiderio, pensando così che sia un desiderio sempre più irrealizzabile e magari arrivando a pensare che non è più da desiderare perché non è per loro. A queste coppie diciamo che non sono sole! Che si può continuare a desiderare qualcosa di bello e alto e che si può insieme al sostegno di altri, realizzare questo sogno di apertura e accoglienza. Non dimenticando però che ciò che desideriamo ci viene donato.

Non avere paura se per ragioni biologiche, non puoi avere figli. Il primo figlio della coppia è la coppia stessa! Non basta poter generare nella carne per essere padri e madri generativi. È importante che si curi in primis sempre il “figlio coppia”, che si curi la nostra capacità di generare vita nell’accogliere l’altro, nell’amarci noi e il prossimo che ci è dato. Quante famiglie hanno fatto della loro storia un capolavoro non generando nella carne, ma divenendo strumenti di amore in mano a Dio! Quanti più figli hanno avuto! 

Non avere paura! 

Custodire la vita è sentirsi amati, affiancati da un angelo che ogni giorno ci dice. “Non avere paura! Tu sei prezioso, agli occhi di tuo Padre che ti ha dato in dono un frutto dell’amore”. Accogliere la vita è accogliere l’amore! Dobbiamo imparare a lasciarci amare da un Padre che ci ama e ci mette in un giardino perché lo custodiamo, che ci fa dono della vita di un altro, e dobbiamo imparare ad amare quel Padre con riconoscenza e gratitudine infinita. 

Ogni vita è pensata perché tu possa accompagnarla nel sentiero della vita; pensata unica, irripetibile e preziosa agli occhi di chi ancora prima di te, l’ha pensata, desiderata e generata.

Non temere di custodirla!

La giornata in difesa della vita, ci aiuti ad essere un poco più angeli custodi, che si fanno prossimi verso il collega, l’amico, il parente, il fratello o la sorella. 

Ci aiuti ad essere un poco più testimoni della bellezza della vita e dell’amore. Coraggio non avere paura! 

To Be continued 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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E’ bello che tu ci sia!

Come si dimostra il nostro amore? Come può l’altro capire che ci è caro e che gli vogliamo bene? C’è un modo molto semplice anche se non sempre facile da concretizzare nella nostra relazione: far capire alla persona amata, a nostro marito o a nostra moglie, che siamo felici che ci sia. Che la sua presenza è per noi importante, che la sua presenza è per noi ricchezza e bellezza. Che è importante che ci sia proprio lui/lei e non un’altra persona.

Per ogni persona è importante sentirsi amata. Certamente lo siamo tutti da Dio ed è fondamentale riscoprire questo amore che Dio nutre per ognuno di noi. E’ bello però farne anche esperienza nella concretezza della nostra vita, non solo nella dimensione verticale verso il Cielo, ma anche in quella orizzontale nella carne e nel mondo. Chi meglio di nostro marito o di nostra moglie può essere quello sguardo amante che ci fa sentire preziosi? Il matrimonio è anche questo: dire con le nostre parole, ma ancor di più con il nostro atteggiamento, con le nostre azioni, con il nostro sguardo, che siamo felici che l’altro sia accanto a noi, che la sua presenza è importante.

Fino ad ora non credo di aver scritto nulla di strano. E’ normale che una coppia di sposi viva la relazione in questo modo. Due persone non si sarebbero sposate se non fossero state contente di stare uno con l’altra. In relatà non è sempre così. Il matrimonio, ora dopo quasi vent’anni di esperienza posso dirlo, non è una linea retta che sale sempre più, non è solo crescita. Ci sono momenti di stanchezza, ci sono scontri e a volte distanza, c’è bisogno spesso di perdonarsi. Non sempre siamo al top, non sempre ci comportiamo come l’altro meriterebbe e come abbiamo promesso il giorno delle nozze. Non sempre siamo capaci di onorare e di amare l’altro. Commettiamo spesso errori e peccati l’uno con l’altra. Non sempre quindi è facile mostrare quanto siamo felici che l’altra persona ci sia. Soprattutto quando si comporta da egoista, da orgogliosa, in modo infantile e testardo. Dite che non succede? A me succede spesso di esserlo. In quei momenti sento più di altre volte l’amore della mia sposa. Lei, anche in quei momenti, mi fa capire come sia felice che io ci sia anche se forse vorrebbe darmi una bastonata in testa.

Questa consapevolezza che lei riesce sempre ad offrirmi è qualcosa di meraviglioso capace di sanare le ferite, capace di darmi il desiderio di chiederle scusa, capace di abbassare tutte le mie difese e desiderare solo di abbracciarla. Il matrimonio è bello e pericoloso. Pericoloso perchè espone ad accogliere completamente l’altro e quindi a restarne feriti se l’altro se ne approfitta, ma è soprattutto bellissimo perchè, quando entrambi comprendiamo la grandezza di una relazione costruita su queste basi e con queste dinamiche, possiamo davvero amarci da Dio, non perchè noi siamo particolarmente bravi o dotati, ma perchè nelle nostre mancanze possiamo fare esperienza di quanto siamo amati. L’amore del nostro coniuge diventa immagine dell’Amore di Dio. Sara più facile sentirci amati anche da Dio. Come quando Pietro, dopo averlo rinnegato per ben tre volte, ha incontrato lo sguardo di Gesù. In quello sguardo Gesù non gli ha contestato il suo tradimento ma gli ha confermato il Suo amore. Che bello quando anche noi sposi siamo capaci di questo amore. Allora diciamocelo. Non è qualcosa di scontato e di sottinteso. Va detto anche quando litighiamo, magari tra i piatti che volano: che bello che ci sei! Accetto i tuoi difetti perchè con essi accolgo anche te che sei una meraviglia! Adesso possiamo continuare pure a litigare ma con uno sguardo diverso.

Antonio e Luisa

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Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Siamo giunti al termine di questa serie di articoli riguardanti la Lettera di Papa Francesco agli sposi. Vi lascio come al solito il link a tutte le riflessioni già pubblicate.

Arriviamo ora all’ultimo paragrafo della lettera del Papa. Ho trovato anche in questo passaggio un punto molto importante che vorrei approfondire con voi.

San Giuseppe ispiri in tutte le famiglie il coraggio creativo, tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e la Madonna accompagni nella vostra vita coniugale la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo. Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!

Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

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Famiglia vuol dire speranza! 

Famiglia è sinonimo di speranza, è sinonimo di vita nascente, è bellezza, è testimonianza del volto di amore concreto del Padre, è amore vivente, è esperienza di futuro, è investimento coraggioso sul quale ci giochiamo tutto noi stessi. Sì perché “dove nasce un bambino, nasce la speranza”, diceva la voce di un presepe molto bello che abbiamo visitato nel tempo di Natale in una parrocchia vicino a casa. Dove nasce un bambino, nasce il futuro, nasce la vita, germoglia l’infinito. Che bello! 

Viaggiando in questi fine settimana fuori dalla nostra parrocchia ci siamo accorti di quale ruolo grande abbiamo come famiglie, di quale progetto grande ci aspetta dal giorno del nostro matrimonio. Un mistero grande tutto da scoprire, missione che la famiglia è chiamata a vivere, che trova il suo fulcro nell’amore che deve crescere e moltiplicarsi. La famiglia deve scoprirsi fabbrica di amore sempre in produzione. 

Dove c’è una famiglia, c’è un amore che può generare vita, sia essa di carne o spirituale. E al giorno d’oggi abbiamo terribilmente bisogno di questo ruolo che hanno due sposi: di chi ci dona la vita che nasce, e di chi ci fa nascere nella vita all’amore. 

Forse non ce ne rendiamo conto, abituati a stare nel nostro mondo fatto di altre famiglie, fatto di asili dove ci sono altri figli, di scuole dove ci sono altri ragazzi, fatto di amicizie, di posti affollati, di code, di parcheggi pieni e centri commerciali sempre più grandi, rischiamo di perdere la visione della nostra unicità, bellezza, importanza. Rischiamo di vivere come uno fra tanti. Ascoltiamo i dati istat relativi alle nascite e ai matrimoni come qualcosa che non ci riguarda, perché attorno a noi c’è ancora vita e amore che nasce. 

Viviamo la nostra vita di famiglie nella nebbia della collettività, dove crediamo di non essere visti. Viviamo la nostra vita di famiglia nel quartiere ristretto delle solite relazioni familiari, lavorative, parrocchiali, hobbistiche o sportive, pensando che quanto succede poco più in là non sia per me. 

Spingiamo più in là il nostro sguardo, fermiamoci pochi secondi, usciamo da quel circolo scolastico o parrocchiale, spingiamo via la nebbia che ci nasconde in mezzo a tanti. La famiglia, ogni famiglia, la tua famiglia, la mia è unica ed indispensabile, benedetta, ed ha un ruolo grande, gigante nel mondo: quello di portare speranza, quello di generare vita, quello di rendere visibile l’amore! L’amore di Gesù.

Facciamo un esempio: prendiamo una piazza, tante persone, dei giovani, delle famiglie, dei bambini, degli anziani, e delle forze dell’ordine in divisa. Questi ultimi potrebbero sembrare ai nostri occhi gli unici che nella folla si distinguono, che hanno un ruolo nella piazza: garantire la sicurezza. Non sono i soli! Una famiglia in quella piazza ha una divisa speciale: quella dell’amore, e dobbiamo mostrarlo! Non facendo gesti gloriosi, non indossando costumi da super eroi, ma curando il nostro stesso amore di sposi, il nostro essere genitori. Vivendo nell’amore, amandoci, amando i nostri figli e amando il prossimo. Chi ci osserva nella vita quotidiana non può vedere solo come nella folla in piazza, una persona, una mamma, una moglie, un’amica qualunque e lo stesso per il.. genitore 2 ma deve riuscire a vedere il nostro amore, devo vedere il nostro essere Cristiani, e ancor più, facilitati nei gesti che ci è dato di compiere, vedere nella coppia di sposi, una famiglia che testimonia il volto d’amore di Gesù, semplicemente vivendo. 

Dobbiamo imparare ad amarci di più, ad amare di più, a scoprire la grazia ricevuta il giorno delle nozze, il Mistero Grande del matrimonio, la nostra missione di sposi, per poter essere segno concreto di amore che attrae, che dona bellezza, che dona speranza, che dona vita. Che bello poter scegliere il vestito della famiglia vivendo l’amore! 

Vedere una coppia è vedere l’amore! Vedere una coppia è vedere il volto di Dio amore. Vedere una coppia che passeggia mano nella mano, che si aiuta, che si stringe in un abbraccio, è vedere l’amore! Essere una famiglia per mostrare e raccontarci non solo le difficoltà, le notti in bianco, le fatiche, ma la bellezza di avere un figlio, dei piccoli nuovi passi che compie, della sua crescita, delle sue scelte, è vedere la vita e l’amore! Vedere una famiglia con dei figli è vedere il futuro, la vita, è vedere una start up bellissima che profuma d’infinito! Un figlio è il titolo azionario più ad alto rischio ma allo stesso tempo con più certezza, sicurezza di futuro. Chiedetelo ad un nonno se non investirebbe sul suo nipote che ancora non sa neanche parlare. 

È difficile quello che diciamo? È presuntuoso forse?  Qualcuno potrebbe dirci che spesso litiga con il marito, con la moglie. Che non siete una così brava coppia cristiana e neanche una famiglia DOC o una famiglia sempre felice. Qualcuno che non ha i mezzi e modi, le conoscenze, le capacità. È vero! Avete ragione! Ma sappiate che anche noi ci sentiamo poveri, ultimi, peccatori, vediamo il nostro matrimonio a volte in bilico, ci sentiamo genitori non all’altezza e spesso incapaci. Le fatiche tue sono anche le nostre e di tante altre famiglie. Non è un certificato di qualità che ti rende famiglia, ma la disponibilità ad amare e lasciarsi amare. È la voglia di mettersi in cammino come i Magi e di ascoltare come i pastori, due figure che di famiglia non ne sapevano quasi nulla, ma che sono stati tra i primi ad andare, adorare, ringraziare e testimoniare l’amore! 

Là dove è grande il peccato più grande è la grazia! (Rm 5,20 – 1 Tm 1,12 -14)

Quando sono debole è allora che sono forte perché Tu sei la mia forza. (2 Cor 12,10)

Il nostro Signore è il re dei deboli, degli ultimi, dei peccatori. Non dimenticarlo.

Concludiamo con un ultimo pensiero, perché oggi ci siamo fatti prendere la mano e ti abbiamo rubato già troppo tempo di lettura. 

I Cristiani in Medio Oriente hanno trovato nella “stella” un’immagine della vocazione cristiana. I Cristiani stessi, e ancora più le famiglie devono essere un simbolo come la stella, che conduce tutti i popoli verso Cristo. I Magi, come ha affermato Benedetto XVI, erano: “uomini dal cuore inquieto. Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale. Erano ricercatori di Dio”. Questa sana inquietudine nasce dal desiderio. Ecco il loro segreto interiore: saper desiderare. 

Allora buona ricerca, lasciate che il vostro cuore sia inquieto di cercare la stella, fatevi poi trasformare per essere voi bellezza che attrae e volto d’amore! Famiglia sorgente di vita e speranza! 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Perchè gli sposi sono due ma anche uno?

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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C’è bisogno di una nuova creatività. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al terzo appuntamento con la bellissima lettera che papa Francesco ha dedicato agli sposi in questo anno di approfondimento di Amoris Laetitia. In questa riflessione andrò ad esaminare le parti della lettera in cui il Papa si rivolge agli sposi come evangelizzatori. Il Papa sembra affidare una vera e propria missione agli sposi, ai due insieme, che non sono più laici singoli ma sono una realtà diversa da tutte le altre. Sono sposi cristiani. Ecco le parole di papa Francesco:

Pertanto, vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché «la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche». Ricordatevi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Enc. Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. C’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio.

Leggendo queste parole mi sovviene un concetto espresso molto bene da don Renzo Bonetti. Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Don Renzo insiste in particolare su una sua convinzione, essendo in questo, a mio avviso, profeta: insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Lo stesso concetto che ha espresso il Papa nella lettera. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani.

Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia, un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello.

Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Antonio e Luisa

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Inscatolando il Natale!

WOW! Annuncio della Pasqua! .. Con questo monitor di bellezza guardiamo all’oggi, lasciamo l’Epifania, smontiamo tutto, il presepe, gli addobbi, l’albero. L’Epifania -dice il detto- tutte le feste porta via. Per tradizione si smonta tutto dopo la venuta dei Magi, le luci, le palline, le statuine tornano strette strette in cantina, rinchiuse in uno scatolone. Cosa resta del Natale? Cosa resta dell’atmosfera natalizia, dell’amore che caratterizza quei giorni, dei gesti gratuiti, dei doni, dei pranzi con la famiglia riunita?

RESTA TUTTO! A noi piace vedere che non si archiviano le statuine, ma si prosegue nel cammino come fanno i Magi carichi di una bellezza incontrata!

La Sacra Famiglia si è fatta presenza simbolica nel presepe casalingo per circa 20 giorni perché imparassimo da loro come essere famiglia! Il presepe voleva essere in questo tempo, scuola di famiglia in casa nostra. Scuola di amore! Scuola di genitorialità, scuola di fede nelle difficoltà, scuola di semplicità e povertà, di letizie e perdono. Scuola di incontro, di relazione, di tenerezza, di obbedienza.

Ora la famiglia di pietra torna nello scatolone, ma in casa resta la famiglia di carne, fatta da noi. Resta la famiglia sulla quale il presepe ha guardato e si è specchiato per tutti questi giorni. Non eri tu che in questo tempo di Natale e di Avvento dovevi guardare a loro, ma loro che, fatti entrare in casa tua, hanno guardato a te! Ospiti di casa tua, nel loro essere Santi e Maestri d’amore, venuti tra le mura domestiche per dirti di non avere paura, per vivere la bellezza della mia/tua famiglia alla presenza della loro Santa Famiglia!

Ci piace pensare che loro tornano nello scatolone, lasciando il testimone a noi. Dicendoci: continua tu ora! Continua a vivere con lo stesso amore!

Fermati oggi, ancora una volta davanti al presepe! E guardaci, e accorgiti che non hai messo in sala delle statuine sotto una capanna, ma uno specchio che mostra la bellezza del tuo essere amore!

Ora hai capito che non ti serve un albero, delle luci, degli addobbi per correre e gareggiare nell’amore!

Ora hai capito che le tue difficoltà le abbiamo avute anche noi, ma ci hai trovato riuniti nel presepe come ci hai messo il primo giorno!

La Chiesa ieri non archiviava nulla del Natale, ma rilanciava a qualcosa di più grande: la Pasqua!

Quando pensi di essere arrivato, come i Magi, quando credi sia finito tutto, quando termini le feste: rullo di tamburi, squillino le trombe, fuochi d’artificio: “..permettendo la misericordia di Dio .. il giorno 17 del mese di aprile celebreremo con gioia la Pasqua del Signore! “

Che gioia! Che bellezza! Che emozione!

Non sei arrivato! Hai forse superato un livello, raggiunto una tappa,… ora più su, più avanti! Verso la Pasqua.. Wow!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Testimoni dell’amore. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Riprendiamo la meravigliosa Lettera agli Sposi di Papa Francesco. Se volete leggere il primo articolo dedicato cliccate qui.

In un altro passaggio molto interessante Papa Francesco affronta il tema educativo. I genitori come primi educatori dei figli.

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. «Quanto è importante, per i giovani, vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi, che testimoniano con la loro vita concreta che l’amore per sempre è possibile!»

Papa Francesco ci mette con le spalle al muro. I nostri figli hanno bisogno di testimoni. Non hanno bisogno di predicatori che dicono loro ciò che è giusto o sbagliato. Certo noi genitori siamo chiamati a dare delle regole e ad aiutare i nostri figli a comprendere ciò che è bene e ciò che è male. Questo però non basta. Dobbiamo essere, almeno cercare di essere, testimoni credibili di ciò che proponiamo loro. Il Papa ci indica anche la strada. E’ importante dare testimonianza di un amore forte ed affidabile. Non riguarda solo l’amore che rivolgiamo ai nostri figli. Riguarda, prima di ogni altra cosa, l’amore che i nostri figli hanno bisogno di vedere tra di noi. I nostri figli sono frutto del nostro amore di sposi e per loro non c’è nulla di più bello e forte che essere consapevoli che sono frutto di qualcosa di bellissimo che è proprio l’unione di papà e mamma. Non significa che non ci vedranno mai in crisi o in momenti di difficoltà e di sconforto. Significa che vedranno papà e mamma capaci di perdonarsi sempre, capaci di un bacio e di un abbraccio, capaci di aiutarsi ed ascoltarsi. Capaci di volersi bene, nonostante i limiti che hanno e in ogni situazione della vita. Capaci non perchè sono perfetti e non sbagliano mai, ma capaci perchè sanno chiedere scusa e ricominciare. L’amore che vedranno tra il papà e la mamma sarà il primo esempio che custodiranno nel cuore e che influenzerà poi il loro modo di approcciarsi all’amore e alle relazioni affettive.

La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Per noi genitori cristiani la Messa dovrebbe essere un momento fondamentale. E’ quel momento in cui riconsegniamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine della loro vita non siamo noi, che la loro felicità non dipende soltanto da quanto sapremo dargli, dalla formazione scolastica, dalle attività sportive, culturali o musicali. Tutte belle cose che possono servire a fruttificare i loro talenti umani e spirituali, ma che non possono bastare. E’ necessario che comprendano che tutto ciò che fanno può acquistare il giusto valore e il giusto senso se letto alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro il desiderio di incontrare l’amore di Dio potremo dire di essere riusciti a dare ai nostri figli gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutino perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata, ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda ad un orizzonte eterno e a un amore infinito. Credo che con le sue parole il Papa volesse esprimere proprio questo desiderio che ogni genitore cristiano dovrebbe custodire nel cuore.

Con il prossimo articolo proseguiremo insieme nella lettura di quanto il Papa ha voluto consegnarci attraverso la sua lettera. Nel frattempo spero che anche questa breve riflessione possa esservi utile.

Antonio e Luisa

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Matrimonio da preparare e vivere con le tre F!

Un matrimonio fin dal suo inizio va preparato. Non negli addobbi e nei servizi offerti in quel giorno, ma serve prepararlo dal dì dentro, dal cuore! E in questa preparazione ci vuole l’impegno di entrambi, la libera volontà di entrambi ad andare in quella direzione, nonostante le proprie differenze caratteriali, capacità, carismi e tempi che non sono uguali. Entrambi, lui e lei, devono camminare nella stessa direzione. Un matrimonio fin dal suo inizio deve dirsi Felice, Fecondo, Fedele.. ed è il frutto dell’impegno generoso, della ricerca, della preparazione che ambedue gli sposi devono metterci. Nulla può essere lasciato in balìa della superficialità, dell’improvvisazione. Da una scelta matrimoniale dipende tutta la vita di una persona, dipende tutta la tua vita, e la sua! 

La vocazione matrimoniale non si improvvisa, ma come per le altre vocazioni ci si prepara! Come un calciatore si allena tutti i giorni e con fatica per riuscire, così per svolgere un lavoro si studia tanti anni e si apprende il mestiere prima di svolgerlo, così un giovane che pensa al Sacerdozio non viene ordinato subito dopo la sua scelta, ma entra in seminario, si prepara. Così è per il matrimonio! Un matrimonio è da allenare, è da preparare, è da rinnovare continuamente.. per non fallire nel futuro, devi prepararti ora!! 

Devi cercare la bellezza del matrimonio, il significato della grazia sacramentale, il Mistero Grande dell’amore sponsale! Nessuno diventa calciatore se non guarda mai una partita di calcio, non puoi imparare a cucinare se non conosci gli ingredienti. Dove attingi per alimentare il tuo matrimonio? A chi guardi? Cosa leggi? Con chi parli? Un tempo c’erano i genitori o i nonni testimoni dell’amore fedele. Oggi a chi guardi? 

Sposarsi in Chiesa significa accettare l’impegno di continuare senza sosta a ricercare l’unione fra noi due. L’unione matrimoniale va continuamente, incessantemente riedificata e costruita. Lasciando sempre spazio alla creatività dell’amore. Sposarsi è firmare un contratto con l’amore senza scadenza, dove se ti impegni continuerai a giocare, ad essere in prima linea, perché l’amore non sfiorisce ma matura e dona frutto! 

Essendo stati battezzati in Cristo, e ancor più in forza della grazia che ci vien data con il sacramento delle nozze, si è chiamati a diventare partecipi e testimoni viventi dell’amore di Dio, verso gli altri, verso le altre coppie che cercano “coppie guida” a cui guardare, a cui ispirarsi. Un compito enorme che ci vien dato ma che mettiamo in atto, non per forza compiendo grandi opere in parrocchia, ma nel nostro semplice vivere l’amore sponsale di tutti i giorni, nel luogo dove dimori. Vivi il tuo matrimonio, la tua famiglia scoprendo, ricercando, allenando e vivendo l’amore sponsale. 

Quali possono essere gli esercizi per un buon allenamento pre-matrimoniale? 

Ritorniamo oggi su 3 ingredienti: FELICITA’, FECONDITA’, FEDELTA’

FELICITA’: L’uomo vive per essere felice. Ricerca la felicità costantemente, e in qualsiasi modo. Di solito si cerca la felicità, o forse meglio dire benessere, in quelle cose o relazioni che ti soddisfano subito, e che in qualche misura ti fanno godere in quell’istante. Ma poi come un fiammifero, fanno presto a consumarsi, lasciandoti l’amaro in bocca. La vera felicità si conquista passo dopo passo, imparando ad amare e lasciarsi amare. A dire bene dell’altro, accogliendo tutto di lui/lei anche le parti più deboli o diverse dalle tue. Essere Felici vuol dire lasciare libero l’altro di saperti amare come può, con quello che ha e scoprire che c’è un Bene per te, che non trovi nelle cose di questo mondo ma risiede nel cuore di Dio. Essere felici è riconoscere che chi hai accanto non te lo sei trovato da te, ma ti è stato donato. E come tutti i donatori che si rispettino, con quel pacco regalo, ti sta dicendo tutto il Suo Amore per te. Ti vuole felice! Perché ti AMA! 

FECONDITA’: Una relazione felice è in sé feconda, perché porta vita, unisce un ragazzo e una ragazza, con le proprie sfere sociali che vivono, i primi amici, le proprie famiglie, i propri interessi, allargando quello che era lo sguardo di uno, a due persone. Una relazione è feconda perché i due non vivono chiusi in sé stessi, ma restano aperti agli altri, perché l’uno è spinta e trampolino per l’altro. In una relazione feconda, l’altro è colui che cercando il mio bene, mi aiuta a crescere come persona, a crescere nell’amore e a vedere la bellezza che abita attorno a noi.  

Il matrimonio è anch’esso, in sè fecondo fin dal suo inizio. Perché non è un atto privato, ma che coinvolge la comunità. È fecondo perché porta quella gioia, quella felicità fin dall’annuncio sponsale, è fecondo perché dona vita, è annuncio di vita bella, piena: “ci sposiamo” = la vita ha vinto, l’amore ha vinto. È bellezza che contagia! È emozione che raggiunge. Il matrimonio è fecondo perché unisce due famiglie, quella dello sposo con quella della sposa. È fecondo perché lasciando tuo padre e tua madre, diventi una nuova pianta che non sta più nel vaso di famiglia. È come quando separi un germoglio dal vaso iniziale. 

È fecondo dal giorno dopo le nozze, perché i due sposi si son promessi un amore eterno che non finirà, un amore che guarda alla vita! Non è un amore con scadenza, come la vita dei figli non ha scadenza, non facciamo un figlio per 10 o 20 anni, così come non ci amiamo per soli 10 anni, o finché c’è amore. Ma in eterno ci amiamo, ci promettiamo davanti alla Chiesa e alla comunità di amarci per sempre, così come in eterno doniamo la vita. E se due sposi non possono aver figli? (Ci torniamo in un altro articolo! Qui spendiamo solo un esempio) Un matrimonio è fecondo in ugual misura! La fecondità non è la quantità di figli! Ma l’amore che si genera. Facciamo un esempio orto-botanico. Ci son piante che fanno fiori, e altre frutti, piante che devi trapiantare, dividere, perché crescono e germogliano. Ma ci son piante che non fanno fiori, non fanno frutti, son difficilissime da separare o far germogliare eppure fanno ciò che è più importante, vitale e  fecondo per me, per te: danno ossigeno! Cos’è più vitale? Un fiore o l’ossigeno? Un Pino non fiorisce ma è l’albero che rende fecondo il Natale! Anche voi siete fecondi! 

FEDELTA’: Una relazione è fedele non solo quando non si compie il tradimento più grande e concreto! Ma la fedeltà riguarda ogni piccolo gesto quotidiano con cui dici no a tua moglie, dici no a tuo marito per guardare ad altro! Una relazione è infedele, quando il lavoro ruba lo spazio dell’amore con la tua sposa, o quando gli hobby rubano lo spazio dell’amore con il tuo sposo. Ciò che toglie vita a voi due, è un piccolo atto di infedeltà! Prendiamo questa volta come esempio, una suora di clausura che ha sposato il Signore, e sua fedeltà è la preghiera quotidiana, più volte al giorno. Se dovesse venire a mancare ad uno di questi appuntamenti, perché magari viene trattenuta in cucina e non prega più il vespro, peccherà di infedeltà. 

La fedeltà è un cammino che necessità di regole, ben precise, ferree, senza scappatoie. Appuntamenti a cui non dobbiamo mancare come le Liturgia delle ore per un religioso. Regole che non vogliono essere paletti per non fare il male, ma che ci richiamano ripetutamente al bene, all’amore fedele. Momenti di fedeltà che ci insegnano ad attendere l’amato, e ci preparano ad un incontro bello.

La fedeltà è un cammino che bisogna iniziare a vivere fin dal tempo del fidanzamento, allenando lo sguardo all’amato. E’ infedeltà guardare le altre donne, mogli, spose con desiderio. L’occhio è la nostra porta di ingresso, se pecchiamo con gli occhi, avremo già peccato con il cuore! Grande è un peccato di cuore tanto quanto o forse più di un peccato carnale! La fedeltà è da preparare, non si può arrivare impreparati al giorno delle nozze. Il fidanzamento è un esercitarsi a vedere la tua futura sposa, a donargli tempo, occhi, gesti, attenzioni, desideri.

Da sposi, deve perdurare questo esercizio, questa attenzione, senza lasciare che altri idoli rubino del posto nel cuore. Quando per non amare lui/lei, crei impegni, situazioni, scuse che tolgono gesti d’amore per lui, vivi l’infedeltà. In questa infedeltà possono rientrare i figli, quando tolgono tutto lo spazio fra mamma e papà o la famiglia di origine che rimane presenza pesante fra i due sposi. Il primo amore degli sposi resta il coniuge!

Buona preparazione, buon allenamento al matrimonio! 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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La crescita in coppia

Parlare di crescita in questo periodo non è molto “politically correct”. Si sono già scatenati i meme sui Social in cui si spara a zero su kili, taglie, centimetri, calorie, bilance…

Oggi è la festa della Sacra Famiglia, proprio ieri l’abbiamo contemplata nella grotta di Betlemme e oggi la Chiesa di nuovo ce la mette davanti come il modello a cui tutte le famiglie possono guardare per crescere nell’amore.

Se guardiamo alla vicenda che ci narra Luca dal punto di vista della genitorialità forse notiamo una certa svista in questi giovani coniugi. Non si sono accorti che il loro Figlio si era perso… Certo! Si fidavano tantissimo di Lui, non per nulla la celebrazione del Bar mitzwah, che Gesù ha appena realizzato, significava proprio l’entrata nell’età matura e responsabile. Si comprende bene quindi l’indulgenza con cui lo trattano. Eppure, quale mamma che legge non ammetterebbe che forse avrebbero dovuto avere un occhio in più affinché non restasse indietro? Peut être.

Di sicuro non è stata invano la svista: il Signore ha voluto usare questo contrattempo affinché Gesù desse testimonianza di sé ai Dottori della Legge del Sinedrio e facesse capire Chi era veramente suo Padre.

Il brano, infine, si chiude con quella frase ben nota: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia”.

Tutto ciò, cari sposi, per dirvi come Maria e Giuseppe non erano genitori perfetti. Maria era senza dubbio Immacolata, senza peccato, ma la perfezione non collima con la santità, sono due cose ben diverse. Eppure, con il loro aiuto e la loro mediazione, Gesù è cresciuto come uomo, è stato educato grazie al loro esempio. Se Gesù è cresciuto, è perché loro due per primi lo hanno fatto!

In questa festa, chiediamo quanto stiamo crescendo come coppia in “sapienza, età e grazia”. Quanto la grazia del sacramento prende possesso del nostro amore? Quanto la fede, la speranza e la carità sono presenti tra noi due? Siamo fermi o siamo in cammino?

Non è per scoraggiarsi ma solo per capire che la vita di coppia è chiamata a crescere, che “il Gesù” che abita in voi vuole crescere con voi, passo dopo passo, nel corso degli anni. Perciò cari sposi, coraggio, continuate il cammino con determinazione e fiducia, verso la pienezza del vostro amore.

ANTONIO E LUISA

C’era un programma televisivo che detestavo: SOS tata. Educatrici professioniste che entravano in famiglie alla deriva, dove i genitori erano incapaci ad educare e gestire i figli, e quelle, con poche regole, sistemavano la situazione in pochi giorni. Detestavo quel programma perchè mi immedesimavo con quei genitori. Luisa ed io abbiamo sempre pensato di essere genitori imperfetti. Lo pensavamo prima e anche oggi che viviamo con 4 ragazzi adolescenti. Non è per nulla semplice avere a che fare con loro. Sicuramente commettiamo moltissimi errori. Come dice padre Luca non ci è chiesta però la perfezione. I nostri figli hanno certamente bisogno di regole e di trovare una guida in noi genitori. Credo che la necessità più importante per loro sia però un’altra.

I nostri figli hanno bisogno di due cose: vedere il papà e la mamma che si vogliono bene e vedere il papà e la mamma che insieme vogliono bene a Gesù. Cerchiamo di crescere in queste due relazioni e saremo sicuramente anche genitori migliori. Sembrerà riduttivo ma vi assicuro che questo è l’essenziale. Tutto il resto sarà più facile se sapremo dare questi due insegnamenti ai nostri figli.

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Amore che dura nel tempo!

Fin dal tempo del fidanzamento creiamo e viviamo il “noi di coppia”. Dopo un tempo di conoscenza, di reciproco scambio di informazioni iniziali, inizia la bellezza del vivere in coppia che si genera dal fare insieme: il fare noi, andare noi, provare noi, organizzare noi, si sogna anche il noi di domani, si progetta il noi, ci si proietta ad un futuro che magari non si tocca ancora. E così succede quando si va a vivere insieme, quando si sceglie la casa per noi, la cucina per noi, i mobili per noi, il conto in comune per noi.

Poi spesso quando non c’è più da fare per noi, perché si è già fatto molto, o dopo un periodo di tempo medio lungo in cui tutto è stato vissuto per noi, c’è il rischio di tornare all’io. Di non leggere più la bellezza in quel noi, di trovare in ogni minimo avvenimento della vita una scusa o un problema che mina quel noi di coppia. Piano piano il noi perde bellezza, per lasciare spazio agli hobby e ai piaceri personali, agli interessi che coltivo “io” e non più “noi”. Come se l’altro non ci soddisfacesse più, come se l’altro avesse tradito le nostre attese.

Questo succede perché per nostra natura cerchiamo qualcuno che ci renda felici, siamo sempre alla ricerca della felicità; ma spesso tendiamo a trasformare questo sano e duraturo desiderio in un qualcosa di istantaneo, che dura il tempo che ci soddisfa e poi basta. Quando questo desiderio di felicità lo troviamo in una persona, ci aggrappiamo a lei e quando non ci piace più la gettiamo via, come fosse un utensile Ikea, come fossimo bambini insoddisfatti e stanchi dei propri giocattoli. Come se la felicità fosse un fiammifero che quando non brucia più va gettato.

L’amore è un’altra cosa. La felicità è un’altra cosa.

L’amore maturo in ogni ambito della vita non è mai usa e getta. L’amore è quanto tu ti apri e fai spazio all’altro, è quanto tu ti doni all’altro, è quanto tu ti mostri per quel che sei a quell’altro che costituisce il noi. L’amore non nasce da quanto si riceve, da ciò che mi restituisce. Dalla felicità che l’altro mi dona, dal fuoco o dalla luce che mi offre il fiammifero. Quello è un amore immaturo che è destinato a finire!

È l’amore del bambino che prende il latte dalla mamma, la mamma è tutto per lui! Fonte di felicità, di cibo, di sicurezza di amore. Chi non vorrebbe avere una fidanzata o una moglie, che dona amore quanto una mamma per il suo bambino. Chi non vorrebbe essere quel neonato? Il bambino nella sua natura prende ma non dona. Non scambia. È un amore unidirezionale che ci dona piacere, ma è un piacere sterile.

Amore non è sinonimo di prendere.

Amore è cercare di far star bene l’altro senza aspettarsi nulla in cambio! Amore è donarsi all’altro in veri gesti di carità-amore senza pretendere la propria felicità, senza stare con l’altro perché mi rende felice. Solo così ci si trova ad un livello di gioia infinita più alto, più grande! È l’amore maturo di chi scambia, di chi si lascia amare da gesti gratuiti e ama a sua volta con gesti gratuiti. Un amore che bisogna continuamente ricercare! Perché dopo alcuni anni di vita insieme, di matrimonio, il rischio è quello di sedersi, di perdere quel noi di coppia che ci appiccicava, di ricercare ognuno i suoi spazi, di ricercare dei nuovi piaceri, perché quella minestra che fa mia moglie non è più buona come i primi anni. È in quel momento che dobbiamo ricordarci che la minestra non è la tetta del neonato: prendere se mi fa star bene, prendere senza amare, ma (la minestra) era buona perché io compivo dei gesti d’amore gratuito che rendevano buono anche quel poco che lei mi donava, fosse stato anche un pezzo di pane e un bicchiere di vino, .. perché era l’amore a dare gusto!

I nonni mi hanno insegnato questa frase: “de nuel l’è tuccscoss bell”, che significa che da novelli sposi, o fidanzati, quando la relazione è nuova tutto è bello! All’inizio portarla a mangiare un semplice gelato è volare 3 metri sopra il cielo, dopo se non la porti in vacanza ai Caraibi non voli? ..

Ciò che era bello era che quel gelato lo andavi a mangiare con lei, facendo spazio al noi, rinunciando a un poco di tempo per te. Ora il lavoro, gli hobby, gli impegni dei bimbi o la routine di coppia ti fa rinunciare a quel noi. Ricerchi la gioia, ricerchi l’amore non donando ma prendendolo.

Sia l’avvicinarsi al Natale un rincorrersi di attenzioni di amore gratuito, di gesti fatti per l’altro senza che lei o lui domandi, senza metterli a conta, sulla lista delle cose fatte per lei/per lui, senza aspettarci nulla in cambio, ma come fossimo operatori di carità non stipendiati. La carità che è l’amore come lo scrive San Paolo, ci porterà, ci preparerà ad un Natale diverso! Nascita di amore nuovo! Rinascita di un amore innamorato come da novelli sposi!

Inno alla carità Prima corinzi 13, 4-8; 11  

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. …Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

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Maria, una sposa innamorata

E “Natale è la festa dell’umiltà di Dio”. Per celebrarla in spirito e verità dobbiamo farci piccoli, come ci si deve abbassare per entrare per la porta angusta che immette nella basilica della Natività a Betlemme.

Per capire tutto questo, oggi abbiamo davanti a noi la grande protagonista del Vangelo che è giustamente Maria. A Lei il posto di onore nell’ultima domenica prima di Natale, e assieme a Lei anche sua cugina Elisabetta.

Vorrei fare due sottolineature del testo: la prontezza e l’umiltà. Due sfumature dell’amore genuino.

Per quanto riguarda la prima parola, diamo un’occhiata all’avverbio “in fretta” (v. 39). Una traduzione italiana alla lettera dell’espressione latina “cum festinatione” sarebbe “con velocità, rapidità, prontezza”.

Perché facciamo certe cose “rapidamente”, cioè senza indugio, ed altre o non le facciamo proprio o ci mettiamo un sacco di tempo? Il motivo più potente è di certo l’amore o l’affetto. Quando ami davvero qualcuno, fai le cose “rapidamente”, senza lasciarti dominare dalla pigrizia. Invece, un amore o un affetto “tiepido” invoca qualsiasi pretesto per ritardare tutto ciò che richiede uno sforzo. Pensate a quanto ci mettevate da fidanzati a prepararvi per uscire o per organizzare un fine settimana assieme.

Maria, da sposa innamorata qual era, aveva un cuore pronto ad amare e sollecito nel dimostrarlo nei dettagli.

E poi l’umiltà. Mi sorprende e commuove che Maria abbia fatto circa 150 km di sua pura iniziativa per stare con Elisabetta. Pensate alle strade polverose dell’epoca, una donna incinta, seppur ai primi mesi, in asino e a piedi, tra discese e salite. E per quale motivo? Ci sono due scuole di pensiero: per vedere il segno della gravidanza di sua cugina, che avrebbe avvalorato e comprovato il messaggio dell’angelo e per assistere Elisabetta nella fase finale della sua gravidanza, due modi distinti di interpretare questo viaggio così inaspettato ma nel fondo che hanno nell’umiltà il denominatore comune.

Lei, Maria, l’umile e semplice giovane di Nazaret, sentendo in sé la Presenza del mistero di Dio fatto carne, sente subito il bisogno di comunicarlo ad un’altra donna semplice e umile che si sente felice per la sua maternità e perciò “va in fretta” a dirlo a Elisabetta. Questo è il grande mistero dell’Incarnazione che continua a manifestarsi ai semplici e agli umili di cuore che si sentono graziati da questa visita del Signore che Egli compie nel corso dei secoli.

Dal Vangelo di oggi emergono due atteggiamenti di Maria che sono anche profondamente nuziali, sono modi autentici di amare.

Cari sposi, vi affido a Lei anche oggi, perché il vostro amore cresca e divenga sempre più vero.

ANTONIO E LUISA

Sempre belle e interessanti le parole di padre Luca e meraviglioso l’esempio di Maria. Maria può davvero insegnare tanto a noi sposi. Non solo alle spose ma anche a noi mariti. Maria e Giuseppe, un uomo e una donna, ordinari e straordinari nel contempo. Ciò che li rende straordinari non è il DNA diverso, geneticamente sono come noi. Sono figli di Adamo come lo siamo noi. Non sono come Gesù che ha nella Sua umanità anche la Sua divinità. Ciò che li rende speciali è il loro abbandono a Dio e la loro capacità di amare e amarsi nel dono reciproco. Cosa a cui possiamo tendere anche noi. Certo noi non siamo preservati dal peccato come Maria, ma abbiamo il sacramento del matrimonio che ha una forza salvifica e redentiva speciale e specifica.

Quindi CARI SPOSI, in questi ultimi giorni di Avvento riscopriamo la bellezza di un amore pronto e umile. Impegniamoci ad amare l’altro per primi senza attenderci qualcosa dal nostro coniuge. Cerchiamo di mettere tutto noi stessi per donarci in gesti di servizio e di tenerezza. Cerchiamo di fare l’amore bene perchè quel gesto diventi nutrimento per tutta la relazione. La Messa di Natale è meravigliosa ma lo è altrettanto riattualizzare il nostro sacramento nell’amplesso fisico. Che senso avrebbe andare a Messa se poi non siamo capaci di offrirci totalmente all’altro?

E poi cerchiamo l’umiltà del cuore. Cerchiamo di abbassarci quando l’altro magari non è perfetto e non è così amorevole come vorremmo. Cerchiamo di abbassarci per risalire insieme. Questa è la vera umiltà degli sposi.

Donarsi per primi e sempre senza aspettare che sia l’altro a fare la prima mossa!

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La famiglia sempre sotto i Suoi occhi

Cari amici,

stavolta in questo articolo più che mai c’è tutto il mio cuore! Vorrei parlarvi, anche se ahimè brevemente, dell’apparizione di Maria in Messico, nel 1531. La Madonna in quell’occasione è stata chiamata “di Guadalupe” e rappresenta una delle Sue più importanti manifestazioni in tutta la storia e la sua festa è proprio il 12 dicembre.

La Corona spagnola, agli inizi del 1500, era in piena espansione in America e nel 1517 il capitano Hernan Cortes riuscì abilmente a spodestare l’imperatore degli Aztechi, Montezuma, e a diventare capo di tutta quella grande nazione.

Il drastico cambio di regime e tutto il seguito di cambiamenti non fu assolutamente facile da assimilare per la popolazione. Quando poi arrivarono, di lì a pochissimo, i primi missionari francescani e domenicani e proposero il Vangelo, la reticenza fu davvero grande: ben poche le conversioni e una generale diffidenza incombeva sui conquistadores spagnoli.

Finché entrò in azione Maria…

Tra il 9 e il 12 dicembre del 1531 Lei apparve a un indigeno, Juan Diego Cuauhtlatoatzin, convertitosi da qualche anno. Il messaggio, splendido e semplice nella forma, consistette nel chiedere al vescovo, Mons. Juan de Zumarraga, l’erezione in quello stesso luogo dell’apparizione, di una chiesa in Suo onore. Lascio a voi di conoscere meglio il resto della storia, grazie a questo piccolo libro che la spiega assai bene

Io vorrei piuttosto raccontarvi di come qualche decennio fa, un ingegnere peruviano, il dottor José Aste Tönsmann, attratto dalla complessità dell’immagine e dalla sua storia, volle studiare per la prima volta con microscopi di precisione vari punti della tilma.

Una delle scoperte maggiori è stata proprio negli occhi della Madonna. Ingrandendo varie centinaia di volte le pupille di Maria, ha scoperto un fatto sorprendente: sono state evidenziate ben 13 persone distinte. A prova della fondatezza della scoperta, sta il fatto che le cornee sono piccole, l’occhio sinistro è di 8 millimetri e di 7 quello destro, estremamente complessa sarebbe stata la pittura al suo interno di figure ancora più minuscole.

In pratica, negli occhi di Maria è rimasta impressa la scena delle rose e tutte le persone presenti al momento, dal vescovo a Juan Diego.

Ma, e qui viene il motivo del mio articolo, al centro di entrambi gli occhi c’è una famiglia del posto. Di per sé non sembra logico: non c’era una famiglia intera al momento del miracolo, avvenuto nel palazzo del vescovo. Come mai allora? La famiglia è composta da ben 7 persone: una madre con un figlio piccolo sulla schiena, com’era consuetudine nelle popolazioni indigene, il padre, altri due figli (figlio e figlia), il nonno e la nonna. Il dottor Aste assicura che questa scena, essendo al centro dello sguardo della Vergine, è la più importante. Anche la posizione di ciascuna figura ha un valore simbolico circa il ruolo e il valore di ciascuno di loro.

Difatti, la madre è il centro, è l’asse della famiglia poiché tutte le persone hanno bisogno di una madre che dia protezione e affetto; poi il padre dà sostegno alla madre e unità alla famiglia: quando il padre si avvicina alla madre i figli si uniscono; il bambino, portato dalla madre sulla schiena, esalta il bisogno di proteggere la vita dei piccoli; infine sono presenti anche i nonni, segno della memoria che preserva il patrimonio di valori familiare sia ai genitori che ai nipoti.

Qualcuno potrebbe adesso dire: “che bello! Comunque si sa che la Madonna ha avuto questo genere di approccio in altre apparizioni”. In realtà in questa apparizione ci sono due aspetti che la rendono unica e straordinaria, e adesso concludo con un bel dulcis in fundo.

Il primo: Guadalupe rappresenta l’unica apparizione in cui la Madonna ha lasciato un proprio ritratto. In tutte le altre apparizioni approvate dalla Chiesa, si è cercato faticosamente di risalire ai tratti del volto di Maria grazie alle indicazioni di chi L’ha vista. Ma stavolta la Madonna ha lasciato il Suo aspetto preciso di come si è mostrata a Juan Diego.

E in secondo luogo, ciò che vediamo sulla tilma non è una pittura né un disegno. Da decenni si sta studiando come possa essere rimasta impressa sul tessuto. Per questo motivo, è proprio la Madonna di Guadalupe l’immagine mariana presente nella Cappella della Sacra Sindone, nel duomo di Torino. Come a voler dire che la tilma non è opera umana, allo stesso modo della Sindone.

È tanto bello scoprire tutte queste verità e soprattutto come ogni famiglia sia perennemente sotto lo sguardo di Maria, al centro della sua attenzione. Vi auguro di cuore di toccare con mano questo sguardo materno nella vostra vita!

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Fate elemosina tra voi?

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata mondiale dei poveri ad Assisi. Per l’occasione anche papa Francesco, sempre attento a questa tematica, si è recato ad Assisi. Mi vorrei soffermare su un passaggio del suo discorso pronunciato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Un discorso non rivolto certamente agli sposi, ma che si può leggere anche in chiave sponsale. Il papa ha affermato:

Dicevo che siamo venuti per incontrarci: questa è la prima cosa, cioè andare uno verso l’altro con il cuore aperto e la mano tesa. Sappiamo che ognuno di noi ha bisogno dell’altro, e che anche la debolezza, se vissuta insieme, può diventare una forza che migliora il mondo.

Questa riflessione del Papa mi piace moltissimo. Non esiste solo la povertà materiale. Esistono tantissime povertà anche spirituali, umane e caratteriali. Quante volte il nostro coniuge è povero nel suo modo di relazionarsi con noi. Quante volte sbaglia. Quante volte cerca di succhiare la nostra ricchezza per riempire i suoi vuoti. Esattamente come siamo poveri noi. Allora cosa fare? Nelle parole del Papa c’è un insegnamento grandissimo.

Spesso noi, quando incrociamo un povero, facciamo dell’elemosina. L’elemosina sia chiaro è una cosa buona e giusta. Nasconde però un’insidia. Chi fa l’elemosina mantiene una certa distanza da chi la riceve. Chi fa l’elemosina si pone in una posizione di superiorità rispetto a chi la riceve. Chi riceve l’elemosina può sentirsi umiliato da come la riceve. A volte si fa l’elemosina per sentirsi a posto con la coscienza e per avere una gratificazione personale più che per aiutare l’altro che viene percepito come qualcuno inopportuno, perchè ci mette di fronte ad una situazione che ci provoca qualche imbarazzo. Pensate ai vari poveri che incontrate lungo la strada. Almeno io, lo ammetto, non sempre sono felice di incontrarli e non sempre sono ben disposto. A volte faccio fatica a sopportare la loro insistenza.

Questo atteggiamento non è cristiano. Fare l’elemosina in questo modo può essere di aiuto a chi è nel bisogno ma non fa bene spiritualmente a chi la fa. Il Papa chiede un cambio di prospettiva. Ci chiede d passare dal fare un’elemosina al condividere la nostra ricchezza con l’altro. E qui arriviamo a noi cari sposi. In una coppia solitamente c’è uno dei due più avanti nel cammino di fede, più perseverante, più forte spiritualmente. Questo può creare pericolosi squilibri nella relazione. La fragilità dell’altro può essere sopportata come un’elemosina piuttosto che essere accolta come un’occasione per condividere ciò che noi siamo e che possiamo dare per sostenere.

Se verrà accolta come un’elemosina il nostro perdono e la nostra accoglienza sapranno di falso. Ci sentiremo superiori di fronte alla debolezza dell’altro e ci sentiremo bravi a differenza dell’altro. Ci porremo di fronte alla sua debolezza come una persona che la tollera. Che quindi tollera l’altro. Le parole saranno fredde, scostanti e di rimbrotto. L’altro si sentirà umiliato e non accolto. Nonostante a parole staremo perdonando, il nostro sguardo dirà altro.

Se verrà invece accolta come una condivisione cambierà tutto. La sua debolezza diventerà nostro impegno. La sua difficoltà troverà posto nel nostro cuore. L’altro si sentirà forte della nostra forza. Rinvigorito dal nostro perdono e curato dal nostro sguardo. Non ci sarà umiliazione, ma desiderio di restituire quell’amore gratuito appena ricevuto. Desiderio di essere riconoscente verso il perdono immeritato ricevuto.

Sappiate accogliere quindi le vostre povertà reciproche come ha affermato il Papa e come ci ha insegnato madre Teresa:

Signore, quando ho fame,
dammi qualcuno
che ha bisogno di cibo;
quando ho sete,
mandami qualcuno
che ha bisogno di una bevanda;
quando ho freddo,
mandami qualcuno da scaldare;
quando ho un dispiacere,
offrimi qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante,
fammi condividere la croce di un altro;
quando sono povero,
guidami da qualcuno nel bisogno;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno
che io possa aiutare per qualche momento;
quando sono umiliato,
fa che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno
della compressione degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me,
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso,
attira la mia attenzione su un’altra persona.

Antonio e Luisa

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Il sacramento del matrimonio. Dialogo tra chi lo studia e chi lo vive. (2 parte)

Riprendiamo la sintesi della diretta con don Manuel Belli. Per chi avesse perso la prima parte e volesse leggerla lascio il link.

C’è differenza tra l’essere sposato sacramentalmente e l’essere solo convivente o sposato civilmente? Se no, a cosa serve un sacramento? Se si, perchè solo noi cristiani possiamo avere questa ricchezza e perchè tanti matrimoni falliscono comunque?

Sono temi complessi da affrontare in poco tempo. Partiamo col dire che non è la stessa cosa scegliere di sposarsi sacramentalmente o fare scelte diverse. Il matrimonio è qualcosa che precede il sacramento. Cosa aggiunge quindi la grazia? Sicuramente non è un’assicurazione divina che il matrimonio non fallirà. Dio ti dà tutti i doni necessari ma ricordiamo che Gesù ci ha amato fino alla croce. La grazia non è magia. Il matrimonio è partecipare al mistero dell’amore di Cristo, ma l’amore di Cristo non è costato poco. Il sacramento permette di rappresentare nella propria esistenza la stessa qualità dell’amore di Cristo, ma questo esige tanto da parte degli sposi; serve davvero una conformazione della vostra libertà personale alla missione che vi è stata affidata. Serve davvero, come ho già detto prima, una vita per capirlo e viverlo sempre di più. Noi veniamo da una società dove era scontato credere. Il matrimonio era semplicemente qualcosa che andava fatto. Oggi non è più così! Per questo credo che nel cammino di preparazione al matrimonio debba esserci una ripresa di coscienza della propria vita di fede. Senza la passione per la croce di Gesù e per il Vangelo credo sia difficile per due sposi riuscire nella missione che il sacramento affida loro. Don Andrea Bozzolo, un docente che si è occupato molto del matrimonio, dice proprio questo. La Chiesa ha insistito tanto sull’efficacia del matrimonio nella misura in cui è esplicito il consenso. Ora c’è una nuova necessità da verificare ed esplicitare: la necessità della fede. In che misura il consenso di chi si sposa è espressione della sua fede.

Già Benedetto XVI esprimeva il suo dubbio sulla validità del sacramento in mancanza di una fede matura e consapevole.

Si, perchè adesso ci si rende conto che non è più scontato avere la fede, anche per chi si sposa in Chiesa. Sposarsi in Chiesa cosa comporta poi nella mia vita di sposo se non ho la consapevolezza e il desiderio di conformarmi alla qualità dell’amore di Gesù sulla croce? Il sacramento diventa qualcosa sullo sfondo, qualcosa di insignificante nella vita e nelle scelte di tutti i giorni. D’altronde il matrimonio c’era anche prima di Gesù. Quando Gesù ha istituito il sacramento del matrimonio? Il matrimonio non è stato “inventato” da Cristo, esiste fin dalla creazione. Si parla infatti di sacramento naturale. Gesù perfeziona quello che da sempre è nella storia e permette di realizzarlo in pienezza. Dio imprime in un uomo e una donna che si amano, che si promettono alleanza e che sono aperti alla generatività, il suo sigillo, da sempre. In ogni relazione dove ci sono tutti e tre questi ingredienti c’è già un segno di Dio. Segno che Gesù, attraverso il sacramento, perfeziona e rende pieno.

Torniamo a Gesù quando parla del matrimonio. Gesù dice che fin dalle origini era prevista quella relazione che tu spieghi bene ma che per la durezza del cuore degli uomini non era stata sempre possibile concretizzare tanto che nella Legge era previsto il ripudio. Quindi è sempre un problema di apertura del cuore alla grazia. Gesù ci dà la possibilità di tornare con la forza redentrice del sacramento all’amore delle origini.

Quella pagina è meravigliosa. Gesù ha la “pretesa” di dire una parola sulla Creazione. Con autorità dice cosa sta all’inizio. Prende la stessa autorevolezza del Creatore e racconta come era all’origine. All’origine c’è una fedeltà eterna con cui Dio imprime il Suo sigillo sulla relazione uomo-donna nella Creazione. Quindi ogni volta che un uomo e una donna si amano in questo modo sulla terra stanno dicendo qualcosa dell’amore di Dio. E’ importante che gli sposi ne siano coscienti. Non sono senza peccato ed è importante prendere coscienza della salvezza che ha operato Gesù nella loro vita e nel sacramento per mostrare quell’amore. Solo così due sposi possono sentirsi all’altezza di quel compito. Per questo insisto nel dire che senza fede anche il matrimonio diventa troppo esigente, diventa difficile se non impossibile vivere questo tipo di amore in pienezza. Non può esserci una “manutenzione” del matrimonio senza una “manutenzione” della fede.

Quanto è importante vivere il matrimonio all’interno di una comunità che si nutre dello stesso pane spezzato?

E’ fondamentale. C’è un legame fortissimo tra l’Eucarestia e tutti gli altri sacramenti. Eucarestia e matrimonio si parlano a vicenda. Entrambi esprimono tutto quello che c’è dentro nella grazia di Cristo. Un uomo e una donna che si amano nella forma dell’amore di Cristo Crocifisso stanno mostrando l’amore di Dio e nell’Eucarestia c’è dentro tutto quello che c’è da comprendere di Gesù. In entrambi i sacramenti c’è dentro il DNA della rivelazione cristiana ma si devono parlare. Due sposi che vivono l’Eucarestia stanno andando alla sorgente. Si stanno alimentando di ciò che poi sono chiamati ad esprimere nella loro vita coniugale.

Ultima domanda ma credo la più interessante. Io ho scritto nel mio libro di prossima pubblicazione, “Sposi profeti dell’amore” edito da Tau Editrice, che quando io faccio l’amore con mia moglie posso capire cosa sia l’Eucarestia e quando guardo l’Eucarestia posso capire qualcosa della grandezza e della sacralità dell’amplesso tra gli sposi. Cosa ne pensi?

Vuoi crearmi problemi insomma! Su questo argomento ho scritto un articolo che ha creato un po’ di fraintendimenti. Associavo l’eros all’Eucarestia. Mi dai occasione di spiegarmi. L’eros è una forma dell’amore. In greco ci sono due parole per esprimere l’amore: eros e agape. L’agape è l’amore oblativo di dono mentre l’eros è l’amore che suppone un corpo, l’aspetto pulsionale e l’aspetto del desiderio. L’agape è più attivo (io che dono) mentre l’eros è più passivo (io ho bisogno di). Servono entrambi. Eros senza agape può diventare addirittura violenza, mentre l’agape senza eros è irrealistico. Noi non amiamo sulle nuvole. Amiamo con un corpo, con dei desideri e delle passioni, amiamo nella carne. L’amore che Gesù ha avuto per le persone e per il Padre è agape certamente, ma Benedetto XVI, in Sacramentum Caritatis, dice che è anche eros. Nel senso che Gesù ha completamente trasfigurato il Suo corpo in un dono d’amore. La passione ci dice che Gesù ha sentito, ha patito e ha scritto addirittura sulla sua carne, l’amore che ha avuto e donato. Questo intendo per eros che si trasforma in agape. Gesù ha completamente trasfigurato il Suo corpo in un dono d’amore. Così per gli sposi. Cosa è l’aspetto erotico nella vita di una coppia. E’ la concretezza dell’amore e del dono reciproco. In una coppia di sposi è importante che ci sia l’amore oblativo ma anche l’eros e il desiderio. L’agape si fa eros e l’eros si fa agape. Dove troviamo la sintesi perfetta di questa dinamica sponsale? Nell’Eucarestia. Due persone che si sono promesse alleanza e che sono aperte alla vita e che vivono la propria unione carnale, a me sembra abbiano dentro una particella di Dio. D’altra parte vale il contrario: quando io sposo vivo l’Eucarestia ho il DNA per comprendere che desidero mia moglie e che con lei voglio costruire una storia. Spero di essermi spiegato.

Grazie don Manuel. Una chiacchierata molto interessante che cercheremo di replicare. Alla prossima.

Antonio e Luisa

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Preghiera, quel tempo che non ho 

Quando è stata l’ultima volta che hai pregato insieme a tuo marito? A tua moglie? 

Quando è stata l’ultima volta che hai pregato insieme alla tua famiglia? Ai tuoi figli? 

Tante coppie denunciano la difficoltà di pregare insieme. Spesso è una forma di pudore che si manifesta all’interno della vita coniugale, nonostante il fatto che i due siano abituati alla preghiera, ma.. individuale. Non ci viene di dire al nostro compagno: “preghiamo insieme?” E se lo si dice e lo si fa, spesso si recitano due preghiere in cinque minuti che magari non danno gusto. Se una cosa non dona gusto, non è bella. Come fai allora a dire “wow che bello! Grazie! Preghiamo anche domani!” 

Come dargli gusto allora? 

Come mantenere l’impegno-gioia di pregare insieme? 

La preghiera dev’essere un appuntamento per vivere un tempo di pace, di grazia, di ristoro, di affidamento, di lode, di benedizione e coraggio. 

La preghiera scaturisce dalla fiducia in Dio e non è un’azione passiva ma attiva, perché capace di trasformare le situazioni di ogni giorno, rinnovandone il significato. 

La preghiera rinfranca la nostra Fede. 

Anche noi, Anna e Ste, abbiamo fatto fatica e ancora oggi fatichiamo ad avere un appuntamento costante, giornaliero di preghiera. Se calcoliamo che col coniuge si passano sotto lo stesso tetto (smartworking a parte..) meno di 12 ore di cui tra le 6 e le 8-9 a dormire e nelle altre 3 c’è magari un pasto, e tutte le cinquanta, cento cose che devi fare in casa, o che ti piace fare in casa o fuori : dal tempo di gioco coi figli, al lavare i piatti, al cane da portar fuori, a quel film che non ti vuoi perdere, al calcio in televisione che oramai è h24, al corso di nuoto, all’ora di yoga.. etc .

Il risultato che si ottiene è che la difficoltà del non pregare insieme, risiede in quel “non avere tempo”. Come non darvi ragione! 

Eppure: cristiani sì, ma senza tempo-preghiera a Dio. È un po’ come dirsi studenti e non andare a scuola. 

Il tempo per la preghiera si deve sempre trovare! 

Il tempo è di Dio e a Lui va restituito, non come privazione di qualcosa ma come riscoperta della priorità dei valori che ridanno qualità alla vita, per intessere rapporti di umanità nuova perché rinnovata in Cristo. 

È sulla base di questo che si può scegliere che “stile di vita” avere, è sulla base di questo che la televisione, l’uso dei social network, gli hobby e tanto altro non diventeranno prioritari o addirittura essenziali alla nostra vita. 

Ricordi quando da fidanzato il tempo per “andare a morosa” (come si dice dalle nostre parti..) lo trovavi? Eppure lavoravi anche allora, forse avevi anche più hobby, certo non avevi le responsabilità e i compiti casalinghi che gravano sui genitori, eppure il tempo c’era. Correvi da lei, da lui anche per poco tempo la sera, o gli donavi il tempo di un telefonata, di una videochiamata che era bella, dava gusto. Ti salutavi dandoti un nuovo appuntamento: “E allora vediamoci anche domani”.

Quel tempo per l’amato, si trovava ed era bello. Perché non si può trovare quel tempo con l’Amore? 

Mancanza di gusto? 

Mancanza di innamoramento con Dio? 

Non abbiamo ricette precise da darvi, per pregare insieme, ognuno da innamorato deve trovare il modo di “andare a morosa” con Dio. 

Chi pregando prima dei pasti con tutta la famiglia. 

Chi con un Pater, Ave, Gloria. 

Chi fermandosi davanti ad una candela, dialogando e pregando con il coniuge. 

Chi recitando un rosario, chi solo una decina. (Siamo nel mese di ottobre.. approfittane.. -vedi articolo di padre Luca Frontali, link in fondo al nostro).

Chi seguendo la liturgia delle ore che la Chiesa ci dona, pregando magari il vespro o la compieta insieme. 

Come vedete tanti sono i modi di pregare, l’importante è trovare quel gusto che ti fa dire: “che bello! Grazie! E allora vediamoci ancora domani”.

L’importante è riscoprire quell’innamoramento con l’Amore che non può mancare nella nostra vita di coppia. 

L’importante è dare tempo alla nostra giornata, perché la mondanità e le leggi del mondo non schiaccino il nostro amore per Dio! 

Noi non siamo del mondo, ma siamo di Dio! 

Pensa se lavoro, hobby, impegni ti avessero fatto perdere la ragazza/o tanto anni fa, ora tua moglie/marito.. cosa avresti fatto? 

Non perdere oggi il tempo per Dio Amore, guardalo come un fidanzato/a, datti una regola di vita, una regola giornaliera, scandendo il tempo e mettendo ordine nelle cose che fai e che possiedi. (tempo televisione, tempo cellulare, tempo hobby). 

Sprechiamo un sacco di tempo, togliendolo a chi ci dona il tempo e la vita! 

La famiglia che prega resta unità. (Papa Francesco) Vorremo tendere una mano, tenderci una mano anche a noi stessi, che spesso non troviamo il tempo con Dio. E lo facciamo così, proponendovi di trovarci da questo lunedì sera 10/10 su Instagram per recitare insieme alle 21.30 il Rosario Mariano, domani martedì 11/10 alle 21.30 la preghiera della sera della Chiesa la compieta, mercoledì 12/10 la coroncina della famiglia, giovedì 13/10 il il Rosario della famiglia, venerdì 14/10 il vespro. Un modo per farci assaporare alcuni dei modi per pregare e “morosare” l’Amore. Lasciando che ognuno cerchi il modo più gustoso e bello per pregare con il proprio sposo/a, famiglia, stando con Lui.

Vi aspettiamo! Stay in Prayer!

Link articolo padre Luca https://matrimoniocristiano.org/2021/10/02/ottobre-mese-del-rosario-ottima-preghiera-di-coppia/


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