“…e subito gli parlarono di lei.”

Nel Vangelo di oggi (Mc 1,29-39), questo versetto mi ha colpito molto, lo ha sottolineato anche don Luigi Epicoco, nella sua riflessione di stamattina: subito! Don Luigi dice che questa è una delle definizioni più belle della Chiesa, quando noi cristiani vediamo qualcuno che sta male, non solo fisicamente, il nostro primo pensiero dovrebbe essere portargli subito Gesù.

Credo che questa sia un buona cosa anche per le coppie, portare Gesù al nostro coniuge perché ogni giorno possa guarirlo/la. È bello nei momenti intimi dell’adorazione eucaristica presentare il nostro coniuge a Gesù, con tutte le sue bellezze, i suoi doni, le sue fatiche e i suoi difetti, questo ci aiuta a guardarlo/la pian piano con gli stessi occhi del Salvatore. Certo, per me è un pochino più facile, dato che condividiamo la fede in famiglia, ma penso alle tante donne soprattutto, che versano lacrime amare per i loro mariti che non credono nella salvezza di Gesù… quanta sofferenza può generare una divisione come questa?

Inoltre don Luigi pone l’accento sul fatto che il grosso del lavoro, nella guarigione della suocera di Simone, lo fa Gesù, egli fa tutto il necessario per la nostra salvezza se solo siamo accostati a Lui, poi questa immensa grazia genera una risposta, infatti ella si mette poi a servirli. Tante volte pensiamo di dovere/potere fare da soli, ma almeno per me, è stata la volta in cui ho fatto più danni. Invece con la sua Grazia è tutto diverso! Ci sentiamo sollevati da una responsabilità che non ci appartiene e siamo partecipi di una vittoria definitiva, che ci è già stata ottenuta da Cristo e noi siamo chiamati a dire il nostro si con la nostra vita a questa grazia.

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L’alfabeto degli sposi. La lettera L.

L come liturgia. Il matrimonio è un sacramento che si fonda su una liturgia, come ogni altro sacramento. Liturgia che trasforma dei gesti naturali ed umani in qualcosa di sacro, cioè di Dio, che appartiene a Dio. Il sacramento del matrimonio è fondato su due momenti distinti ma legati e imprescindibili. Non si può fare a meno di uno dei due. Senza non c’è sacramento, non c’è matrimonio. Serve lo scambio delle promesse che unisce i cuori dei due sposi. Momento che avviene in chiesa durante la celebrazione. Non basta, Serve l’unione dei corpi. Nell’amplesso fisico i corpi dei due sposi diventano uno, immagine di quell’unione dei cuori celebrata in chiesa. In quel momento avviene l’effusione dello Spirito Santo, non prima. In quel momento il matrimonio è sigillato per sempre e nessuno potrà più dividere ciò che Dio ha unito. Da quel momento ogni nuova unione intima tra gli sposi diviene rinnovazione e riattualizzazione del matrimonio come l’Eucarestia è rinnovazione e riattualizzazione della morte e passione di Cristo. In ogni messa Gesù non muore un’altra volta, ma in modo misterioso viene reso reale e presente nella storia quanto accaduto duemila anni fa. Così nel matrimonio. In ogni amplesso fisico non ci sposiamo un’altra volta, ma rinnoviamo il nostro sacramento nella nostra storia coniugale.

La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Antonio e Luisa

Tutta la famiglia è preghiera.

Invitati a parlare di preghiera di coppia, con mio marito, abbiamo scandagliato le radici del cuore, insieme allo Spirito Santo, e ci siamo resi conto che non avremmo mai e poi lasciato la ricetta della giusta o della bella preghiera ma che avremmo approfondito altri significati.

Il nostro desiderio era, semmai, di lasciare che gli altri leggessero in noi qualcosa di “pregabile” o meglio, lasciare il profumo di Cristo e il modo di arrivare alla Sua amicizia.

Tutta la famiglia è preghiera. Dio, pregando, ha creato la coppia.

Occorre imparare a LEGGERE LA FAMIGLIA, perché la sua storia è scritta nel progetto di Dio per l’uomo. Potremmo azzardare dicendo che è proprio Dio che vuole “metter su” famiglia con noi.

Lo vuole fare sempre, a partire dal tempo del fidanzamento, passando per il viaggio del matrimonio fino alle nozze della vita eterna. Lo vuole fare con tutti, iniziando dagli “alberi” da cui proveniamo, quelli genealogici!

Per questo abbiamo ricevuto degli imperativi necessari dal nostro Creatore:

L’uomo ABBANDONERÀ il padre la madre

Si UNIRÀ al suo coniuge

I due SARANNO una sola carne

CRESCERANNO

SI MOLTIPLICHERANNO

Anche Gesù nasce in una famiglia e tutta la scrittura è un linguaggio nuziale, ovviamente non solo il Cantico ma tutta la Bibbia parla di un matrimonio continuo.

Cosa occorre però per entrare nella preghiera del cuore di due innamorati che hanno deciso di amarsi diventando coppia?

Se pregare è incontrare l’altro è necessaria la CHIAVE per aprire il cuore altrui e se ci vuole una chiave significa che ci sono delle PORTE da dover aprire.

GV 10,9 “Io sono la porta. Chi entrerà attraverso me sarà salvo”.

Le porte che possiamo individuare sono essenzialmente 4:

-LA PORTA DELLA CHIESA

-LA PORTA DELLA CASA

-LA PORTA DELLA STANZA NUZIALE

-LA PORTA SANTA

🚪 La porta della chiesa è quella che ci permette la realizzazione del verbo dell’ABBANDONARE perché, col matrimonio avviene il passaggio dalla condizione di figlio a quella di sposo.

I genitori nel consegnare l’uno all’altra fanno un passo indietro e vanno a sedersi addirittura alle spalle dei testimoni. Ciò significa che la famiglia diventa di origine e gli Sposi sono la nuova famiglia.

🚪 La porta della casa è il luogo ove tutto comincia e che consente la realizzazione del verbo dell’UNIRE.

Ecco la chiesa Domestica, ecco dove ogni atto diviene liturgico ed ecco dove si condivideranno le dinamiche maschile e femminile con tutte le implicazioni caratteriali che susciteranno conflitti e rappacificazioni nella prospettiva della crescita e soprattutto della costruzione del famigerato NOI.

Qui bando alle maschere che, vuoi o non vuoi, saremo costretti a togliere.

🚪 La porta della stanza nuziale che realizza il verbo dell’ESSERE UNA SOLA COSA e del MOLTIPLICARE.

Qui si attua la vera intimità. L’unione coniugale. I due che sono Uno. L’apertura alla vita.

Qui si celebra il sacramento perché l’atto più liturgico sarà proprio laddove l’uomo e la donna sapranno donarsi totalmente fino a ricreare quell’essere divino creato ad immagine e somiglianza di Lui. Al centro di due coniugi c’è Cristo che si incarna nell’icona della famiglia in forma trinitaria.

🚪 La porta Santa è la meta. Nella chiesa Universale essa viene aperta ogni 25 anni ma, per una coppia, è la porta della Santità. Al momento del passaggio l’essere umano è da solo ad attraversare la sua porta ma, poi nella Gerusalemme Celeste tutto si ricongiungerà e sarà li il vero successo di un buon matrimonio. Santi insieme!

E allora…..perché pregare? Cosa è la preghiera? Perché c’è difficoltà nel pregare?

La preghiera è un TU. E se è così, TU chi sei veramente? Conosco il mio tu? Il bello è che non conosco neppure il mio io.

Dunque la preghiera è avere un TU con cui condividere la vita. Un TU per eccellenza. Un TU che c’è sempre, che mi segue e mi precede.

Un TU da farmi amico, da conoscere bene, da essergli fratello. Un TU che entra in dialogo con me.

Per arrivare al TU occorre aprire quelle porte e per poterlo fare ho bisogno delle CHIAVI ad esse relative.

Matteo 16:19 Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli».

Le chiavi sono fondamentali per aprire il cuore al perdono e alla salvezza.

Ma quali possono essere queste chiavi?

🔑 EUCARISTIA QUOTIDIANA

Conosco se frequento. Gesù Cristo è quel TU che deve diventarmi amico e fratello. Lui è il vero passe-partout di ogni porta. Il badge Universale!

A Lui chiedo ciò che vedo nel mio cuore: guarigione dai malanni dello spirito, preghiera per il coniuge in quanto sacramentalmente uniti, preghiera per ciò che mi viene suggerito.

Più lo frequento e più lo conosco il mio Gesù! Ovviamente ad esso collegato è ilSACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE, chiave essenziale per incontrare Gesù e questo lo diamo per già acquisito. Confessione ed Eucaristia vanno di pari passo.

🔑 TALAMO NUZIALE

Questa è la chiave che apre la porta della stanza degli sposi. Qui il fondamento è la preghiera perché nell’atto coniugale, quando i due divengono una sola carne, essi celebrano il sacramento per cui sono ordinati. Al centro vi è Gesù che li trasforma in quell’essere divino creato ad immagine e somiglianza del Padre Creatore. Qui essi sconfiggono Asmodeo, il demone che impedisce l’unione coniugale come accade nel libro di Tobia al capitolo 8 versetti 2-9.

Qui si compie ciò che per dono di Dio moltiplica e accresce attraverso il misterioso e straordinario dono della vita. Questa chiave è l’espressione dell’unità profonda e dell’intesa preghiera interiore.

🔑 PAROLA DI DIO

La Parola compie ciò che dice. Non è come il nostro modo di aprir bocca, è totalmente diverso ed efficace il parlare di Dio. Dio ci rivolge la parola per primo perché Lui entra in dialogo con noi e conduce la nostra storia chiedendo di collaborare. Che bello avere sempre presente la parola di Dio. Leggere, ascoltare, compiere.

🔑 PADRE SPIRITUALE

Un terzo che abbia saggio discernimento è fondamentale per se stessi e per la coppia.

Mai da soli ma con chi ti fa da specchio e ti accende le due spie del bene e del male affinché tu scelga responsabilmente ma consapevolmente ciò che conta per la tua anima.

E allora perché pregare?

Per imparare a parlare con Dio nella storia personale e familiare nel quotidiano dell’esistenza.

Il mondo è il convento della coppia e in questo due cose sono essenziali:

FERMATI e TROVA IL TEMPO, ricordando che Dio prima ha santificato il tempo e poi ha santificato lo spazio, quella tenda e quell’abitare in mezzo a noi.

Fermati e trova il tempo affinché il tempo non trovi più te quando sarai tu stesso a cercarlo!

AMEN

Cristina Epicoco Righi

Maria vera donna e vera madre.

Una delle più belle descrizioni del presepe e di Maria, che prende tra le braccia quel bambino suo figlio e suo Dio, viene dal  filosofo francese Jean Paul Sartre. E’ un testo abbastanza conosciuto. Mi piace condividerlo comunque, per ricordarlo a chi già lo conosce e donarlo a chi ancora non ha avuto occasione di leggerlo. E’ un’immagine bellissima e commovente. Bella, ma non falsa. Al contrario meravigliosa perchè risuona incredibilmente autentica nel cuore di chi come noi ha avuto la grazia di accogliere la nascita di un figlio.  Sartre scrive:

Ma siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete forse un po’ naïf. Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli ma sono rigidi: si direbbero delle marionette. Non erano certamente così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi… Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me. La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria.
E Giuseppe? Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicino a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare.

Che meraviglia Maria. Che meraviglia ogni donna che diventa madre e rinnova questa bellissima immagine nel tempo e nella storia.  Un buon proseguimento del tempo del Natale a tutti.

Antonio e Luisa

Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato?

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,
nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?
E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;
ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Oggi non sapevo cosa scrivere. Vado a Messa e ascoltando il Vangelo mi si illumina il cuore e la mente. Tante volte ho ascoltato questo passo della Parola. Mai l’avevo però letto alla luce del mio matrimonio e della mia relazione sponsale. Come? Non è forse la mia sposa la più prossima dei prossimi? Colei che Gesù mi ha donato affinchè io potessi donarmi a lei? Eppure non ci avevo mai pensato.

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dirle e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Antonio e Luisa

 

Cosa è la miseria? Dimenticare di essere figli di Re.

Oggi mi ha colpito un post di Beatrice Fazi. Beatrice Fazi per chi non la conosce è un’attrice italiana sposata e madre di quattro figli.

Il post che di seguito riporto è di alcune settimane fa quando lo scandalo sessuale nel cinema americano e poi anche nostrano era ancora caldo e d’attualità. Io l’ho letto solo ieri.

Beatrice ha scritto:

Avevo 18 anni, ero appena arrivata a Roma. Una sera, con le mie
coinquiline, siamo finite su un set all’Isola Tiberina. Loro si
vergognavano e mi mandarono a chiedere un autografo all’attore
protagonista (oggi regista e produttore affermato). Lui mi chiese il mio numero.

Mi prometteva di farmi fare una piccola parte nel suo prossimo film.

Mi ha chiamata, qualche giorno dopo. Mi ha portata a fare un giro in
macchina e ha provato a baciarmi una volta appartatosi davanti a un muro
pieno di graffiti in periferia. (Che squallido, no?)
Di fronte al mio diniego si è fatto freddo. È sceso a comprare una busta di latte fresco per il suo figlio piccolo ad un bar lì vicino e dopo mi ha scaricata alla fermata metro meno distante.  Non mi ha nemmeno riaccompagnata a casa.

Non mi ha mai fatto fare manco la comparsa nei suoi numerosi e successivi
film.

Ho pagato? Forse.  Ma che soddisfazione dirgli: “Oh! Ma che te sei messo in testa?!?
Potresti essere mio padre!”

Non per questo mi sento migliore di chi ha subito senza riuscire a
difendersi: sono accadute tante cose dopo quel fatto. E altre battaglie le
ho perse, altri lupi hanno vinto sbranando a pezzi un cuore che ancora oggi
sanguina. Però, da un certo punto in poi della mia vita, nessuno più si è sentito in
diritto di abusare di me. Da quando io stessa, finalmente, ho riconosciuto a me stessa una dignità a cui avevo rinunciato.

La dignità di una Figlia di Dio.  Io valgo il Sangue di Cristo. La Sua stessa Vita.
IO SONO LIBERA DI DIRE NO!!!!!

La prima parte del post probabilmente racconta di una storia comune a tante altre. Purtroppo una storia antica dove l’uomo di potere circuisce e ammalia la ragazzina di turno. Il finale della storia è però sorprendente, meraviglioso. Beatrice dice di no. Dice di no perchè sa di essere preziosa agli occhi di Dio. Quello che fa la differenza è quello sguardo che si è posato su di lei. Lo sguardo di Gesù che libera. Lo sguardo di Gesù è lo sguardo dell’innamorato che va oltre le povertà, i peccati e gli errori commessi e desidera ardentemente la persona amata, ognuno di noi.  Uno sguardo che commuove perchè non di rado lo si scorge proprio quando siamo a terra, non pensiamo di avere nulla di bello e di amabile, ci sentiamo sbagliati  e proprio lì accade il miracolo: alziamo finalmente gli occhi verso di Lui che non ha mai smesso di aspettarci. .Io non conosco Beatrice. Ho cercato però di comprendere il cuore dell’uomo e, grazie a Dio, ho fatto personalmente esperienza di quello sguardo. Conosco la bellezza e la forza che dona quello sguardo e l’ho rivisto in lei. Una volta che ne hai fatto esperienza nulla sarà più come prima. Non ti sentirai più un mendicante.

Non ti accontenterai più di compromessi o di relazioni che nulla hanno a che fare con l’amore e con il rispetto. Siamo re e regine e non mendicanti.

Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre.

Antonio e Luisa

Beatrice l’ho “scoperta” ascoltando questa bellissima testimonianza. Merita davvero

Scendi dall’albero! Sono qui sulla terra.

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergognamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni, ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita però qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: “sbrigati! Devo venire a casa tua.” La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, la tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te ma lo fa attraverso il tuo sposo, la tua sposa che ti ha messo al fianco.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè cercavo il senso nell’alto dei cieli, nella trascendenza. Gesù mi ha chiamato e mi ha guardato. Mi ha aiutato a capire che dovevo riscendere sulla terra, che se volevo trovarlo non dovevo cercarlo nei cieli ma nella terra, nella mia vita, nella mia carne e nelle persone con cui condividevo la mia esistenza. Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza.

Antonio e Luisa

Siamo creati per l’incorruttibilità.

Stamattina meditando le letture del giorno mi ha colpito in particolare la prima tratta dal Libro della Sapienza.

Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.

Si parla della morte fisica, ma voglio dare una lettura sponsale a questa Parola. Non penso sia forzata. E’ un’interpretazione suscitata da tutto l’insegnamento della Chiesa e per questo credo sia corretta.

Cos’è il matrimonio? Il matrimonio è sacramento di Dio. Attraverso il matrimonio Gesù compie la sua opera di redenzione nella nostra vita. Attraverso il matrimonio Dio ci salva. Spesso sentiamo parlare delle origini. Le origini dove nell’Eden Adamo ed Eva vivevano una relazione perfetta, vivevano in modo perfetto l’amore. Il matrimonio è esattamente questo. Nel matrimonio Dio, Gesù, entra nella nostra relazione e la redime, attraverso i suoi doni e la Sua Santa presenza ci rende capaci di amare come era nelle origini. Dopo il peccato originale il Signore disse ad Eva: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Sembra che il Signore punisca i nostri progenitori, ma il senso è un altro. Dio lo dice dispiaciuto. Accetta la loro scelta conoscendo le sofferenze a cui andranno incontro. Significa che l’uomo e la donna, disobbedendo a Dio, hanno perso la capacità di amare in pienezza. Il peccato è entrato nella loro relazione. Egoismo, lussuria, possesso sono tutti macigni che appesantiscono il loro è il nostro cuore. Il matrimonio sacramento lava tutto questo. Ciò non significa che il matrimonio sia una magia, che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato è sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

Una vita piena è rischiosa.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo Vangelo, appena letto, mi ha provocato subito un pensiero, un proposito da attuare e vivere nella mia quotidianità.  Quand’è che sto davvero amando la mia sposa? Quando sono amorevole, attento, presente con lei sapendo che lei me ne sarà grata e io avrò una gratificazione immediata oppure quando lei non mi ringrazierà, ma forse sarà anche fredda e distante?

Naturale che è bello scambiarsi attenzioni e tenerezza quando entrambi ne siamo capaci e pronti. Non basta! Per un matrimonio che funziona serve imparare ed educarsi a riservare un trattamento di riguardo anche quando la mia sposa è povera. Povera di amore, di desiderio di incontrarmi e di capacità di farsi dono. Quando la mia sposa è zoppa. Quando è stanca e ha bisogno di rifiatare. Incapace di sostenere la relazione e ha bisogno di aggrapparsi a me per poter camminare e procedere nel cammino. Quando la mia sposa è cieca. Non riesce più a vedere ciò che è giusto e ciò che è male. Magari mi provoca anche sofferenza e solitudine.

Difficilissimo da realizzare. Cristo ci chiede questo. L’amore di Cristo non è fatto di cuori e bacetti, ma di croce e di sacrificio. Non significa che siamo dei masochisti e desideriamo la sofferenza. Tutt’altro. Semplicemente l’amore sponsale per essere autentico e pieno ci chiede di dare tutto e sempre, senza condizioni. Questo significa dover mettere in conto anche la croce. Tanti non sono disposti a una scelta tanto radicale e per questo non sperimenteranno mai l’amore pieno, terranno sempre una riserva, una barriera con il coniuge.  Cristo non solo ci ha mostrato come amare, ma ci ha donato tutti gli strumenti naturali e soprannaturali per essere fedeli all’amore e al nostro matrimonio. Lascia però a noi l’ultima parola. Se aderire o tirarci indietro. Aderire ci apre a una vita piena, ma è rischioso, potremmo essere traditi e feriti. Tirarsi indietro è però anche peggio,  è segno di una vita vissuta con il freno tirato, con la paura di amare e di mettersi in gioco, una vita non vissuta pienamente.

Antonio e Luisa.

Pulire casa è preghiera.

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo di domenica. Oggi ho voluto lanciare una provocazione sui social. Nella mia parrocchia sono in corso le quaranta ore di adorazione. Stamattina avevo due possibilità. Una scelta. Recarmi in chiesa per adorare il Santissimo Sacramento oppure restare a casa e occuparmi di metterla in ordine, di lavare, riordinare, spolverare. Renderla dignitosa. Abbiamo avuto una settimana molto impegnativa e non c’è stato tempo per occuparci della casa. Era un porcile. Sapevo che Luisa sarebbe tornata da scuola verso le 13.30 e vedere la casa in quelle condizioni l’avrebbe scoraggiata e impegnata per gran parte del pomeriggio. Ho deciso di dedicarmi alla casa e l’ho scritto sui social che sarebbe stata la scelta che Gesù avrebbe apprezzato di più. Ho avuto per questo alcune critiche. Da queste critiche voglio partire per riflettere su una realtà non sempre riconosciuta. Noi, non siamo sacerdoti. Abbiamo un’altra vocazione. La nostra vocazione è il matrimonio. Dio si fa trovare primariamente nella nostra sposa e nel nostro sposo. Vuole essere amato così, con la mediazione di una creatura. Non fraintendetemi. Adorazione, Messa, preghiera sono tutte attività importantissime per la vita di un cristiano che sia consacrato o meno. Danno forza, sostegno, intimità e relazione con Gesù. Questi sono però tutti mezzi, strumenti che Dio ci dona per realizzare la nostra vita. La nostra vita si realizza nel matrimonio, mettiamocelo in testa. Il fine della nostra vita è realizzarci nel nostro matrimonio, rispondendo così all’amore di Dio. Detto in altre parole, alla fine saremo giudicati sull’amore, su quanto avremo amato i nostri fratelli e in particolare il nostro coniuge. Non saremo giudicati su quante Messe abbiamo seguito o su quante ore abbiamo passato davanti al Santissimo, ma su quanto abbiamo amato nostro marito, nostra moglie.

Quindi stamattina ho scelto di amare mia moglie nel servizio amorevole verso di lei. Ho spazzato, lavato, spolverato per lei. E’ una stupidata, ma è l’amore quotidiano dei coniugi. Nulla di eccezionale, ma la quotidianità vissuta per l’altro e per l’Altro.

Andrò all’adorazione, ne ho bisogno per ricaricarmi ed essere capace di continuare a donarmi, ma oggi penso di aver amato Gesù nel modo migliore, nel servizio alla mia sposa. Tanto noi sposi sappiamo che Gesù è presente nella nostra relazione in modo reale come nell’Eucarestia. In un certo senso donarsi nel matrimonio equivale a fare adorazione. In modo diverso ma sempre gradito al Signore.

San Giovanni nella prima lettera, non a caso, diceva:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

Voglio concludere con un breve passaggio del libro “Siamo nati e non moriremo mai più”, dove viene raccontata la vicenda di Chiara Corbella, giovane sposa e mamma santa (lo diventerà presto):

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Antonio e Luisa

Il mio matrimonio raffigura Cesare o Dio?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno.
Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi provoca. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione su di lui/lei. Non siamo noi peggio degli altri. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa

Rifiutare l’abito!

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,
gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì.
Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiedono a Cristo, il nostro Re di poter far parte della sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e come sposo fedele e generoso si prenda cura della nostra famiglia. Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione migliore l’ho trovata da Enzo Bianchi. Lo studioso dice: “All’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.”

Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno. Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadremo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

Antonio e Luisa

Fare va bene, ma custodendo l’amore.

Oggi la liturgia propone il Vangelo con Maria e Marta. Marta che fa e Maria che ama.

A prima vista Maria sta antipatica. Come quella poveretta di Marta si sbatte di qua e di la. Lei non solo non fa nulla, ma si prende anche le lodi del Signore. Inconcepibile.

Vorrei dare una lettura moderna in chiave sponsale. Così si può comprendere meglio cosa intenda lodare Gesù in Maria e quale sia invece il grosso pericolo in cui può incorrere Marta.

Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible. Si può chiedere aiuto agli amici, ma è sempre e comunque un delirio. Servirebbe un master in pianificazione attività familiare.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita. Luisa certe sere appoggia la testa sul cuscino e già russa.

Noi abbiamo 4 figli, lavoriamo tutti e due ma cerchiamo sempre di non sottovalutare l’importanza di curare la nostra relazione e quella con Dio.

Ed ecco che ogni momento diventa buono. Cerco di trovare piccoli spazi durante la pausa pranzo per incontrare la mia sposa, solo io e lei come due amanti che però non tradiscono l’amore ma lo custodiscono. Giorni di ferie per ritrovarci io e lei a passeggiare come due fidanzatini. Quando posso l’accompagno al lavoro per trasformare quel tragitto in auto in momenti di dialogo d’amore o di preghiera di coppia. Ogni coppia poi trova la sua strada ma vi scongiuro non sottovalutate questo aspetto. Anche Gesù nel passo del Vangelo dove va ha trovare Maria e Marta riprende Marta. Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si da da fare ma intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare.

Antonio e Luisa

Uno sguardo per dare e non per prendere

Ho finito il precedente articolo sulla fedeltà introducendo lo sguardo. Lo sguardo di una persona fedele è lo sguardo di Cristo sulla croce. Non ci avevo mai riflettuto in questi termini. Mi ha aiutato un sacerdote paolino che, venuto nella nostra parrocchia alcuni giorni fa, ha fatto una lectio divina proprio su questo tema. Lo sguardo di Gesù. Cosa possiamo capire? Partiamo da un passo del Vangelo di Giovanni.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. [26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». [27]Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Gesù vede la madre e il discepolo amato. Ma vi rendete conto? Gesù sta soffrendo come un cane, prova un dolore insopportabile. Il dolore del cuore è ancora più grande di quello del corpo. Sta morendo. E cosa fa? Guarda le persone che ha vicino. In un momento tanto difficile e drammatico ha ancora la forza per pensare agli altri, per decentrare l’attenzione da sè alle persone che ama. Noi sposi siamo chiamati ad amare così. Ne siamo consapevoli? Dobbiamo riuscire poco alla volta a decentrare il nostro sguardo. Solo così la stanchezza, l’ordinarietà della vita, gli impegni, lo stress e tutte queste “belle” cose che ci avvelenano la vita saranno disinnescate. Saremo felici di essere stanchi e di non reggerci in piedi dal sonno perchè vedremo che il nostro impegno serve a sollevare la fatica della nostra sposa e del nostro sposo. Vedremo che il nostro sonno mancato sarà ristoro per lei/lui. Mi commuovo a volte a guardare la mia sposa che cerca di fare mille cose. La scuola e la casa le risucchiano tutto. Lei ci tiene a presentare un pasto dignitoso ogni sera perchè pensa a noi prima che alla sua stanchezza. Anche io cerco, quando riesco, di accompagnarla a scuola o di andarla a prendere. Poco importa se poi resto immobilizzato nel traffico e devo recuperare il lavoro. Mi rende felice averle reso la vita più facile ed essere stato con lei da solo qualche minuto in più. Piccole cose, certo. Da queste piccole cose si costruisce però una meraviglia. Si costruisce una relazione che se affidata a Dio diventa luce.

Spesso, tante coppie, non hanno questo sguardo di Gesù. Tanti hanno lo sguardo di Adamo ed Eva.

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». [2]Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, [3]ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». [4]Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! [5]Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». [6]Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. [7]Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Che diversità!! Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile.

Qui lo sguardo è incentrato su di sè. Lo sguardo serve per prendere. Lo sguardo serve per dar sfogo alle proprie pulsioni, desideri ed egoismi. Questo è lo sguardo che porta alla disarmonia. Questo sguardo porta ad accorgersi di essere nudi e vulnerabili. Per questo dobbiamo coprirci. Non per vergogna, ma perchè ormai il rapporto è diventato un dominio sull’altro e non un dono di sè. Tutto è distrutto e tutto è perduto. Sembra così. Gesù è morto su quella croce per darci l’opportunità di cambiare le cose. Attraverso la sua redenzione e il sacramento del matrimonio possiamo imparare a guardare come Gesù. Possiamo trasformare il nostro sguardo che prende nel suo sguardo che dà. Costa fatica, lavoro, cadute, ma se riusciamo il matrimonio diventerà una realtà meravigliosa e grande, esattamente quello che Dio vuole per noi.

Antonio e Luisa

L’anello nuziale: dolce giogo

La Parola di oggi afferma:

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Per riflettere su queste bellissime parole ripropongo un mio articolo di alcuni mesi fa.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Antonio e Luisa

Abbandonarsi come un bambino

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
Parola del Signore. 

Essere come bambini. Cosa significa? L’ho scoperto attraverso il nostro Francesco, il più piccolo dei nostri figli. E’ successo tutto nell’estate di due anni fa. Francesco aveva 6 anni. Eravamo al mare e si è fatto male. Fortunatamente nulla di grave. Abbiamo chiamato la croce rossa perchè non sapevamo dove portarlo e temevamo avesse qualcosa di rotto. Per farla breve è stato portato in un vicino pronto soccorso, non lontano da dove soggiornavamo. E’ stato curato e dimesso. Era sera tardi, in quel luogo periferico non c’erano persone, io ero a casa con gli altri figli e Luisa si è trovata sperduta, senza riuscire ad orientarsi per tornare a casa. Io cercavo, attraverso il telefono, di aiutarla a trovare un punto conosciuto, ma niente, non riusciva. Era abbastanza nel panico. Poi finalmente ha trovato la strada ed è arrivata a casa. Prima di dormire, mi ha guardato, e mi ha detto piangendo: “Ho capito cosa significa tornare come bambini”. Quello che caratterizza i bambini non è l’innocenza, la cosa più importante è l’abbandono. Francesco è sempre stato tranquillissimo. Io ero nel panico, lui no. A lui bastava tenere stretta la mia mano e si sentiva sicuro e protetto. Non temeva nulla perché si fidava di me. Era completamente abbandonato a me. Questo ci chiede Gesù. Ci chiede di fidarci come Francesco ha saputo fare con la sua mamma. Ben più sicura e forte è la sua mano. Anche quando siamo nella confusione e nella nebbia se continuiamo a stringere con forza la sua mano e ci abbandoniamo a lui non ci perderemo mai, ci saprà condurre a casa, alla sua casa dove c’è un Padre ad attenderci per un abbraccio eterno.

Antonio e Luisa

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Pietre vive.

Una curiosità. Leggevo qualche giorno fa un articolo di don Fabio Bartoli. Spiegava la differenza tra essere mattone o pietra in prospettiva teologica. Voglio riprendere quella riflessione e farla mia in chiave sponsale. Il tempio di Dio, il tempio di Salomone non è stato costruito con mattoni, ma con pietre vive, dagli spigoli non smussati, pietre scelte in modo molto accurato, scelte in modo che possano sostenere la costruzione. Non mattoni. Perchè questo? Non lo so. Sicuramente i mattoni erano largamente conosciuti ed usati. Ricordo che molto tempo prima gli stessi ebrei erano schiavi che in Egitto erano usati anche per produrre mattoni. C’è un grande significato nascosto, un insegnamento di Dio in questa decisione di usare pietre vive. I mattoni sono tutti uguali, non c’è differenza. Sono pressoché interscambiabili l’uno con l’altro e non riconoscibili. Dio non costruisce così la sua casa. Dio ama le differenze, perché le differenze sono sfida e modo per crescere e perfezionarsi. Nella differenza ci completiamo, nella differenza ci meravigliamo, nella differenza ci scontriamo, nella differenza impariamo, nella differenza ci riconosciamo unici. Nella differenza riconosciamo l’altro come un mistero attraente e da rispettare. Nella differenza scopriamo la grandezza di Dio capace di mostrarsi in una moltitudine di storie e di espressioni. Un’esplosione di colori e di luce. Noi siamo quelle pietre vive. Dio non vuole smussare quegli angoli che ci rendono diversi perchè perderemmo la nostra unicità. Dio vuole costruire con ciò che siamo la sua casa. Il nostro matrimonio è la sua casa. Che bello che proprio perchè sono fatto così, con quegli angoli e quelle asprezze sono perfettamente aderente alla mia sposa, anche lei pietra viva e unica. Una bellezza indicibile che viene dalla differenza. Siamo maschio e femmina, diversi nel corpo, nella sensibilità, nel pensare, nell’atteggiamento e in tutto perchè il nostro essere sessuati investe tutto il nostro essere persone, spiriti incarnati. L’importanza della differenza, di essere pietre vive l’abbiamo scritta nel corpo. Dio ha voluto che solo due diversità potessero essere feconde. Dio non ama i mattoni. Dio ci vuole pietre vive e Gesù diventa pietra d’angolo, la pietra più importante per sostenere tutto. La pietra d’angolo è quella che salda due pareti diverse. Ecco noi siamo questo. Due diverse prospettive che sono saldate dallo Spirito Santo. Mentre scrivo queste cose mi commuovo. Penso alla mia sposa, alla bellezza inscritta nella sua femminilità. Nel suo essere donna riconosco una meraviglia, una ricchezza che riempie il mio sguardo e il mio cuore. Riconosco in lei un mondo che non mi appartiene, un mondo di una bellezza incredibile, affascinante e attraente. Attraverso il suo essere donna mi riconosco uomo e solo così il nostro incontro può essere fecondo di vita e di amore.

Voglio finire con un commento sui fatti di questi ultimi giorni. Riguardo agli attacchi veri o presunti al Santo Padre. Guardiamo agli sposi pietre vive. Così deve essere la Chiesa di Gesù. Non deve essere costruita con mattoni tutti uguali. Non deve essere fatta di persone che pensano e agiscono tutte allo stesso modo. Ci sono sensibilità, pensieri, modalità e pastoralità diverse, anche opposte. E’ giusto così. la Chiesa di Gesù deve essere fatta di pietre vive. Guardiamo alla coppia di sposi a stiamo tranquilli. Da quella diversità può nascere una nuova e meravigliosa creazione di Dio, che nasce dalla volontà degli uomini e dalla Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

La giustizia di Dio

Le vie del Signore sono diverse dalle mie. I pensieri del Signore e i suoi disegni sovrastano la mia spiegazione degli eventi e dei fatti della mia vita. La mia storia di salvezza è nata su un’esperienza in cui, ciò che nella mia vita era disgrazia e sofferenza, si è trasformato in un’OCCASIONE. L’occasione per me di sentirmi voluta bene, sentirmi amata, sentire che quel dolore a cui non c’era spiegazione e che sembrava una condanna, in realtà era per me una benedizione. L’occasione di diventare una donna vera, adulta, pacificata e capace di amare. 

Nel mio matrimonio ci sono stati momenti veramente lunghi in cui le crisi di coppia vissute sembravano una disgrazia! Che avevo fatto di male per meritarmi un marito così egoista ed egocentrico?! Ma non avevo già sofferto abbastanza nella mia vita?! Perché anche queste rogne?!  Quell’8 dicembre hanno preso tutti una cantonata. me compresa! Nei primi anni del mio matrimonio ho covato tanta rabbia e un forte desiderio di vendetta: che anche lui soffrisse quello che pativo io! Questo odio camminava parallelamente al desiderio di scoprire il disegno di Dio per me, per noi come coppia, un ricamo di cui vedevo solo il rovescio e che avrei voluto tanto buttare via. Ho scelto di non gettare via nulla e di stare. Stare ad aspettare. E ho aspettato parecchio. Almeno 8 anni. Sono tantissimi 8 anni. 

Tuttavia desideravo che Dio mi facesse giustizia e pensavo che Roberto dovesse essere punito per quello che faceva. E anche quando fosse cambiato, avrebbe dovuto pagare per i suoi errori. C’era di fondo dentro di me l’idea che mentre lui si permetteva di pensare solo alle sue esigenze, io invece soffrivo subendo tutto ciò. Lui non mi mostrava la sofferenza che viveva dentro, e io non volevo vederla o accoglierla. Il peccato non è spassoso e ha il suo grosso prezzo esistenziale. Mio marito ha pagato il suo e io ho pagato il mio. Nella crisi e nel nostro peccato, quello che ci accomunava era la solitudine. Lui così centrato su di sè da non permettere a nessuno di volergli bene, nemmeno a Gesù. Io, chiusa nella delusione e nell’amarezza delle mie aspettative idilliache infrante, continuavo a pretendere costantemente che fosse Roberto a sanare e compensare le mie mancanze e se questo non avveniva, e credetemi che non avveniva per niente, rimanevo a bocca asciutta e non mi prendevo la responsabilità della mia “fame”, quella che può essere saziata solo dall’amore di Chi ci ha creati. Vivevo il matrimonio con quel rodimento di fegato e quell’invidia, senza sapere che invece ero libera di fare ciò che volevo. Ma non me lo permettevo perché dovevo essere la “buona” della situazione. Nel cuore non avevo la grazia di comprendere che stare lontano da Dio non è divertente, ne piacevole. Il mio cuore era al buio, perché in una parte non piccola di me vivevo il matrimonio come un obbligo a sopportare ed incassare, come mi avevano insegnato le mie nonne prima di me. Il mio non era dono d’amore gratuito, ma pretesa e rinfacci continui. Eppure mi sentivo nel giusto. Giusto. Giustizia. La mia giustizia era la sete di vendetta, alimentata da una rabbia spesso velata e indiretta, come solo noi femmine sappiamo fare, mettendo il muso e creando provocazioni e tensioni continue. Spesso esplodevo, di una violenza incontrollata che era peggio della rabbia passiva. Alla fine dei giochi il mio cuore era infelice. Perché cercavo la giustizia degli uomini, non quella di Dio. Questo l’ho capito alla mia terza figlia. Quando durante la gravidanza si stavano ripetendo le stesse dinamiche di egoismo e trascuratezza di mio marito. Mi sono detta: se la mia strada non ha funzionato, forse è giunto il momento di andare dove non so, per un sentiero che non so. Ho invocato il nome del Signore e ho chiesto veramente di fare giustizia nel mio matrimonio. Di portare quella pace e fecondità che desideravo da troppo tempo. La prima intuizione del cuore frutto della preghiera è stata questa: RIPARTI DA TE. E così ho fatto, cominciando a prendermi la responsabilità del mio valore e del mio diritto di riguardo e attenzioni. Ho smesso di pretendere ed esigere, tipo esattore delle tasse, perché non volevo più far dipendere da Roberto la pace del mio cuore. Ho cambiato il modo di trattarmi, ho costruito per me quel riguardo, quella gentilezza, quell’affetto che negli anni di matrimonio avevo dimenticato. In fin dei conti Roberto mi trattava come io mi trattavo. Seconda intuizione: SE NON TI SENTI AMATA NON PUOI DARE NESSUN AMORE. Così sono andata a dissetarmi alla fronte più preziosa e inesauribile che c’è, la mia RELAZIONE CON DIO. Perché è in questo spazio che riscopro chi sono, quanto sono voluta bene e desiderata, sempre e comunque. Ho scoperto che se mi sento profondamente amata e voluta bene, se sono consapevole di quanto sono unica e preziosa, non c’è fuoco che non posso attraversare! E mentre sono cambiata io e cambiato anche mio marito. Ma la vera giustizia di Dio per me non è stato il cambiamento di Roberto, per cui ringrazio Dio ogni giorno, ma la LIBERTA’ per il mio cuore, la cui pace non dipendeva più da un altro, da fatti esterni, ma era legata unicamente alla mia meravigliosa condizione di Figlia di Dio Amata da un Padre che non mi abbandona mai. La mia giustizia non è quella di Dio. Quella di Dio va molto oltre la legge del contrappasso. Perché il mio Dio è un Dio che va continuamente in cerca dei suoi figli e quando li trova e li incontra nel suo Amore, la Grazia è per quel figlio se il figlio la accoglie. La salvezza dell’amore e del perdono, è generosa e porta frutto di gioia, pace e amore. Avessi cercato questi frutti per me prima, piuttosto che giudicare chi avevo accanto! L’invidia e l’ira non mi permettevano di vedere a quale vita nuova ero chiamata. La giustizia di Dio è l’Amore sovrabbondante e fuori misura. Prenditi per te questo amore oggi e vedrai il tuo cuore rifiorire, le emozioni, i pensieri e le azioni cambiare.

Claudia Viola

La preghiera della coppia

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si perché Gesù vuole essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. Ringraziarlo e rendere grazia per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci a messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

Il matrimonio. Una scelta da pazzi o da cristiani.

Quindici anni che siamo sposati, che Dio ha benedetto la nostra unione, che lo Spirito Santo ci ha legato così stretti da essere uno ai nostri occhi e agli occhi di Dio. Il matrimonio è assurdo, sposarsi è cosa da matti. Perché dovremmo legarci per la vita a una persona. Una persona che poi si scopre non essere perfetta ma al contrario limitata e fragile. D’altronde padre Maurizio Botta lo dice sempre: “Gesù o era Dio o era matto scatenato, un pazzo da camicia di forza”. Così siamo noi cristiani. Scegliere un amore che ti impegna per sempre e in modo così esigente ed esclusivo è da matti. E’ da matti o da persone che hanno incontrato il Cristo. Che hanno fatto un’esperienza che le ha cambiate nel profondo. Persone che hanno posto fiducia in una promessa. Una promessa inchiodata sulla croce. Una promessa di un Dio che non solo si è fatto uccidere per noi, ma che ci ha giustificato e perdonato per la sofferenza che abbiamo causato.

Sposarsi è quindi soprattutto un atto di fiducia. Sta a noi scegliere in chi riporre questa fiducia. Possiamo riporre la nostra fiducia nella persona amata che diventa il nostro tutto oppure in Gesù Cristo che entrando nel nostro amore limitato e fragile lo trasforma e lo trasfigura.

Ho capito che riporre la fiducia in una persona, per quanto possa essere ben motivata, è perdente in partenza. Quella persona non sarà mai all’altezza di riempire il mio vuoto, il mio bisogno d’amore più profondo.

Riporre la fiducia in Cristo cambia prospettiva. Gesù ci consentirà di amare la nostra sposa e il nostro sposo, non nonostante i suoi difetti, la sua fragilità, la sua malattia, il suo abbandono, ma  nella sua fragilità, malattia, abbandono, perché la forza verrà da Lui.

La fragilità dell’altro non sarà più un limite all’amore, ma sarà un’opportunità di amare e di perfezionare la nostra relazione.

Questa verità non si impara nei corsi o nei libri ma è una realtà che si vive ogni giorno di matrimonio. Questa è la via giusta, questa è l’unica via.

Io non credevo a tutto questo che ho scritto. Mi sono sposato perchè Luisa riempiva quel desiderio profondo di completarmi e di essere amato. Poi la vita ti mette alla prova. E’ arrivato subito il primo figlio e 18 mesi dopo il secondo. Mi sono sentito completamente progioniero in una vita che mi è cascata addosso troppo in fretta. Dormire poco e male, lavorare, impegni, pannolini, pianti e urla. Insomma un vero incubo. Ho iniziato ad essere nervoso, scostante e spesso gelido con Luisa e anche con i bambini. Mi sono gettato nello sport. Calcio, corsa, tennis, avevo sempre un motivo per stare fuori da quell’inferno. Luisa non mi ha mai nascosto il suo malessere per questo mio comportamento. Non mi ha mai però giudicato o trattato male. Al contrario mi ha amato ancora di più. Perchè il suo nutrimento veniva da Cristo e dal suo intimo rapporto con Lui. Prendeva da Cristo e cercava di restituire amando me. Questo è il senso del matrimonio. Dopo pochi mesi la sua apparente debolezza mi ha conquistato. Ho capito la sua grande forza e la verità che albergava in lei e nel suo modo di agire. Mi sono arreso all’amore e ho cominciato a lasciare che l’amore mi trasformasse. Ho iniziato un cammino meraviglio che continua tutt’ora. Davvero Dio è grande.

Antonio e Luisa

Un dolce giogo!

Il vangelo di oggi termina con questa frase di Gesù:

Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovetedire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio.

Oggi termino la riflessione sulla Parola di qualche giorno fa. Dopo aver declinato alcune mie esperienze e convinzioni sullo sguardo e sul desiderio, ora prendo in considerazione un altro passaggio, secondo me, molto interessante. Gesù dice:

Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio;
ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Me lo sono sempre chiesto. Perchè c’è un prima e un dopo Gesù? Perchè la legge permetteva di ripudiare la propria moglie? Non era sbagliato prima di Gesù? Perchè Gesù ha cambiato una legge radicata nella società e nella cultura del suo popolo?

E’ sempre stato sbagliato ripudiare la propria moglie, ma Dio non chiede mai più di quello che il suo popolo possa sopportare e comprendere, almeno in parte. Conduce alla verità con pazienza e attende che i tempi siano maturi. L’atto di ripudio è una pratica che serviva alla donna, la parte più debole, che non contava nulla, che non aveva nessun tipo di considerazione nella società del tempo. Una donna cacciata di casa era destinata a una vita di miseria, di disprezzo e isolamento sociale. Era condannata a una vita da mendicante se non da prostituta. L’atto di ripudio era una pratica formale e un atto legale che liberava la donna, le permetteva di presentarsi in società come donna libera. Grazie all’atto di ripudio poteva sperare di trovare un nuovo marito, e rifarsi così una vita dignitosa. Quello che sembrava essere un arrendersi da parte di Dio alla meschinità e cattiveria dell’uomo era in realtà un modo per educare per condurre l’uomo alla pienezza delle origini. Un po’ come la legge del taglione. Dio non considerava buona la vendetta ma comprendeva che il suo popolo non avrebbe capito il perdono. Per questo chiese almeno che la vendetta fosse proporzionale all’offesa. Non fare all’altro più di quanto subito. Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza, il perdono misericordioso. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva che viene dalla sua passione, morte e resurrezione, ci dice: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche  la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi possiamo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portara a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Antonio e Luisa

Amarsi per mostrare Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».

Il vangelo di lunedì dovremmo fissarlo nella nostra testa come mappa, bussola e orizzonte per la nostra vita insieme, per il nostro amore sponsale. In quattro righe c’è tutta la nostra vocazione all’amore, la nostra via per la felicità e la pienezza in questo mondo, nonchè,  la via per incontrare Cristo nella vita eterna.

«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non è una persona che si vendica o che fa ripicche e dispetti come i bambini, e come tante volte facciamo anche noi adulti. Gesù non è questo genere di persona. Cosa significa quella frase allora? Semplicemente che i comandamenti di Dio sono un libretto d’istruzioni per imparare ad amarLo, e imparare quindi, ad amare il  fratello che ci è accanto. Solo se amerò mia moglie, mio marito, i miei figli più di quanto ami me stesso sarò capace di aprirmi all’amore di Dio. Il nostro amare Dio è infatti rispondere a un amore gratuito, incondizionato e che ha già trovato compimento nella passione, morte e resurrezione di Gesù. Non solo, Giuda (quello buono) pone una domanda decisiva a Gesù. Chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 

Gesù è incredibile nella sua risposta. Afferma che ha bisogno di noi per manifestarsi al mondo. Si è mostrato a noi, ci ha fatto assaporare il  balsamo del suo amore e del suo perdono, attraverso le persone che abbiamo incontrato, perchè a nostra volta potessimo diventare suo strumento di Grazia, di amore e di perdono. Il circolo dell’amore. Che bello quando le famiglie con tutte le loro difficoltà, miserie, urla, nervosismi, stress, cose da fare e impegni da mantenere riescono ad essere strumento nelle mani di Dio. Noi che nella nostra famiglia a volte, anzi spesso, ci sentiamo in debito di ossigeno e di misericordia e ci sembra di essere pazzi che conducono una vita da pazzi, anche noi, a volte probabilmente siamo quello strumento nelle mani di Dio,  e la prova ce l’ha data la nostra bambina. Ha fatto un disegno dove doveva rappresentare il paradiso e ha disegnato una famiglia che si teneva per mano. Si perchè, ci ha poi detto, il paradiso è come una famiglia unita che si vuole bene e dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Non serve tanta teologia per spiegare il paradiso, a volte, basta il disegno di un bimbo.

Antonio e Luisa

In cammino con Gesù

Navigando su facebook e leggendo i post delle pagine e delle persone che mi piacciono, ho trovato questa lettera di Papa Paolo VI. Molto bella. La ripropongo

 

Non ci pare forse che il dubbio dei due discepoli sia stato talvolta anche nostro?
Non ci pare forse che la nostra fede sia stata talvolta troppo scarsa e debole, e materiale, come quella di quegli uomini sfiduciati ?
Quei discepoli di Emmaus siamo noi!
Ma solo che anche noi abbiamo orecchi per ascoltare, e cuore per seguire la Parola di Cristo, ecco che Egli viene con noi, si accompagna a noi, si fa nostro amico, nostro sodale lungo la strada, nostro commensale alla tavola della carità fraterna e alla comunione eucaristica; solo che abbiamo una scintilla d’amore, gli occhi si aprono per riconoscere la sua presenza, e il cuore si accende.
«Questo fuoco – dice S. Ambrogio, commentando le parole dei discepoli di Emmaus – questo fuoco illumina l’intimo recesso del cuore». Fratelli! la fede e l’amore vi facciano riconoscere e seguire Cristo, sempre.
Cristo ci accompagna per la via della vita: ma quale miglior pensiero possiamo lasciare a voi, diletti sposi, quasi come provvista e nutrimento e sostegno nel lungo viaggio, che state per cominciare insieme? A voi, a tutte le giovani coppie,
a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore,
elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell’amore reciproco di Cristo e della Chiesa noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi!
Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all’altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell’amore che è forte come la morte, che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato; vicino a voi per aiutarvi a vincere i pericoli non irreali dell’egoismo, che si annidano nelle pieghe riposte dell’anima per conseguenza della colpa originale, ma che pur sono stati vinti dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo; vicino a voi per farvi sentire la vostra dignità di collaboratori di Dio Creatore, nel trasmettere il dono inestimabile della vita, e di Dio Provvidente, nel rappresentarlo al vivo davanti ai vostri figli nelle tenerezze, nelle cure, nelle sollecitudini che saprete ad essi dedicare con quegli slanci di eroismo che ben conoscono i cuori dei padri e delle madri.
Sì, fratelli, sì; davvero «questo sacramento è grande: lo dico di Cristo e della Chiesa».L’ha ben sottolineato ancora il Concilio Vaticano II: «Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani mediante il sacramento del matrimonio; inoltre rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione . . . e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre». Così, fratelli, così: sia questo il vostro programma, sia questa la vostra ambizione: con Gesù in cammino con voi per le vie faticose e imprevedibili della vita; con Gesù seduto alla tavola del vostro pane quotidiano duramente ma serenamente guadagnato, possiate fare della vostra esistenza a due una luce, una missione, una benedizione.

Paolo VI

Segniamoci del sangue di Cristo.

Stamattina mi sono alzato presto. Ho accompagnato mio figlio in chiesa verso le 7. Il parroco ha organizzato una veglia in questa notte drammatica in cui si consuma la prima parte della passione di Gesù. La chiesa è nella semioscurità, ci sono alcuni ragazzi e qualche genitore. C’è l’atmosfera giusta per immergersi in Gesù, per fare un salto nel tempo e trovarsi nella Gerusalemme di duemila anni fa. Il don fa partire un video e sul telo bianco scorrono le immagini della passione di Gibson. Immagini tagliate e montate ad arte e accompagnate dalla musica giusta. Non mi capita spesso, ma sentivo le lacrime agli occhi, che per pudore ho trattenuto. Le parole di Gesù, l’odio della sua gente, il sangue che ricopriva il suo corpo martoriato dalla fustigazione. Ma ancor di più la sua solitudine, l’abbandono da parte di tutti o quasi. Solo la madre, poche donne e il discepolo amato sotto la sua croce. Quel sangue versato per noi, per tutti noi, per dirci che ci ama e ci desidera come nessun altro. Ho pensato a tante cose e mi sono sentito profondamente indegno del suo sacrificio. Il suo sacrificio capace di salvarci dalla morte e di rendere nuova ogni cosa. Capace di andare oltre le nostre miserie, fallimenti, fragilità ed errori. Capace di prendere sulle spalle, insieme alla croce anche il peso della nostra incapacità di amare e trasformare il nostro matrimonio. Gesù che quel giovedì stava ricordando con i suoi apostoli la pasqua ebraica (Pèsach) . Stava ricordando la liberazione del suo popolo dall’Egitto oppressore. Il nostro matrimonio, se noi lo desideriamo, attraverso quel sangue versato, può risorgere dalla morte del peccato. Il nostro matrimonio è come la porta delle dimore di quegli ebrei schiavi in Egitto. Dio ci chiede di segnare la porta del nostro cuore e  della nostra relazione con il sangue dell’agnello sacrificato. Solo cosi la morte del peccato non ci toccherà e passerà oltre. Non basta però il sacrificio di Gesù per noi, ma è necessario il nostro riconoscerci bisognosi e desiderosi di segnarci del suo sangue, serve che ci professiamo cristiani non solo con le parole ma portando il segno del suo sacrificio aderendo ai suoi insegnamenti e aprendo il nostro cuore alla sua Grazia che salva.

Come in modo significativo predicava un vescovo del IV secolo:

Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione

Antonio e Luisa

Inginocchiarsi per ricominciare!

Gesù che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo,  in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere,  possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

Il profumo di Cristo e il cibo che non perisce

L’olfatto: davanti a Dio siamo il profumo di Cristo

“Siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo” (2 Cor 2,15).

“La mia preghiera sia incenso che sale fino a te” (Sl 141,2)

Il Cantico dei Cantici è tutto un insieme di profumi e di effluvi. La ragazza innamorata dice: “Io sono un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli” (Ct 2,1) e poi: “Ora che il mio re è qui nel suo giardino, il mio profumo di nardo si spande tutt’intorno. Amore mio, sei come un sacchetto di mirra, di notte riposi fra i miei seni. Amore mio, sei come un mazzo di fiori cresciuti nelle vigne di Engaddi” (Ct 1,12-14).

L’olfatto è un senso particolarissimo perché va oltre gli altri sensi. Non tocca, ma è toccato; non sente e non gusta, ma avverte e fa proprio, non vede ma riconosce perfettamente inspirandone tutta l’essenza. L’olfatto si inserisce pienamente nella relazione tra individui. Sappiamo distinguere benissimo il profumo di chi ci sta accanto, non per la marca dell’acqua di colonia, ma per quella conoscenza nel tempo. Fa parte del respiro della vita e, come avvertiamo il profumo sappiamo conoscere anche la puzza. C’è una bella differenza tra il nardo e lo zolfo. Ecco perché è bene avere cura di se stessi, compresa l’anima ovviamente!

il profumo di cristo e il cibo che non perisce

Il profumo fa scendere nell’intimità perché ciò che di per sé è impersonale diventa personalissimo, persino nel modo di pregare oltre che di amare l’altro. È così che ci distingueremo, dal profumo che emaniamo. E se dovessimo scorgere anche “l’afrore” di noi stessi, non rinunciamo mai a cercare un profumo migliore, quello che sale e che ci trasforma. Lo zolfo dei nostri peccati possiamo, se vogliamo, trasformarlo nel profumo più inebriante che ci sia!

Il gusto: il cibo che dura per la vita eterna

“Gustate e vedete come è buono il Signore” (Sl 34,9)

Come ogni senso, tra i cinque, c’è uso e uso e, quando Eva “vide che l’albero era buono come cibo” (Gn 3,6) agì in nome di una “disubbidienza”. Pietro però incoraggia: “Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza, come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono” (1Pt 2,1-3).

Il gusto è un senso importantissimo, soprattutto nel matrimonio, perché il nutrimento ė necessario affinché una coppia possa sopravvivere.

Così come il cibo materiale sostiene il corpo, sarà necessario un altro cibo per sostenere le due volontà maschile e femminile, così diverse ma così profondamente necessarie per l’unità!

il profumo di cristo e il cibo che non perisce

Ci vuole il cibo giusto per affinare il gusto e la grandezza del matrimonio sacramento consisterà in un cibo «che non perisce, ma… che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27). Il cibo eucaristico! Il cibo che non perisce è Gesù stesso; e anche la sua Parola che è un tutt’uno con Gesù.

Quanti bocconi amari la vita ci presenterà, anche come coppia, nelle delusioni, nella povertà personale che sa amare solo fino a un certo punto.

Il gusto ci permetterà di rendere dolce ciò che è amaro perché quel cibo ha uno specialissimo sapore: la salvezza!

Alla ricerca del Vero Bene

Ecco cara coppia, queste sono le cinque strade del tuo matrimonio sacramento.

Scegli quella più adatta per cominciare a risorgere, se hai bisogno di rinascere o per continuare il tuo meraviglioso cammino.

Noi, proprio quando la nostra storia stava naufragando, ricominciammo dalla strada di un senso, quello del gusto, dell’Eucaristia; e da lì ripartimmo perché, più ne mangiavamo e più i cuori si riempivano di ascolto, sguardi, carezze e profumo che si spandeva tra di noi e verso quelli che avevamo intorno. Un senso tira l’altro nell’armonia del bene, del Vero Bene.

Amare è decisione.

E tu, da quale senso vuoi ricominciare?

Cristina

Articoli precedenti

Il tocco di Dio e l’arte di ascoltare

La vista nel matrimonio cristiano

 

Questo articolo è stato scritto per il blog di Annalisa Colzi http://www.annalisacolzi.it/il-profumo-di-cristo/

Abbiamo bisogno di contemplare il nostro amore trasfigurato.

 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».

La trasfigurazione di Gesù non è solo qualcosa che è accaduto duemila anni fa, e che ha riguardato tre apostoli. Qualcosa di cui veniamo a conoscenza attraverso il Vangelo, ma che in realtà non ci riguarda, non ci tocca da vicino. Il Vangelo solo se ci racconta qualcosa della nostra vita e della nostra storia può essere Parola che converte. Ricordiamo sempre che Gesù è presente nella nostra relazione sponsale. Ricordiamo che noi siamo sacramento perenne e che attraverso il nostro amore Dio vuole dire qualcosa al mondo, vuole mostrare qualcosa di Lui. Certo come la luna non può spiegare il sole, ma può solo riflettere la sua luce e farci capire qualcosa di più, così possono gli sposi. Gli sposi sono esattamente questo, più si lasciano riempire da Dio e più potranno riflettere e mostrare Dio attraverso il loro amore sponsale. Tuta la loro vita può essere riflesso di Dio. Lo è nella quotidianità di ogni giorno, nel lavoro, nell’impegno e negli impegni quotidiani, nelle mille attività. Lo è nello stress, nella gioia, nella tenerezza, nella stanchezza e nella confusione di ogni giorno. Tutto se offerto può essere sacro, ma nel contempo rischia di farci perdere di vista l’essenza del nostro amore che non è semplicemente fare, fare e fare ma di essere dono  per l’altro/a attraverso quel fare. Altrimenti tutto rischia di essere troppo pesante e ciò che doveva liberarci ci imprigiona. Nutrire il rapporto, come visto in tante altre riflessioni che ho fatto, è determinante, ma col tempo abbiamo compreso come almeno una volta all’anno abbiamo bisogno di fermarci e salire sul monte Tabor, esattamente come Pietro, Giacomo e Giovanni. Loro avevano Gesù sempre accanto, nella vita di ogni giorno ma quella esperienza li ha meravigliati e hanno percepito qualcosa di straordinario che non erano stati in grado di comprendere prima. Gesù era sempre lo stesso ma lì, sul monte, si è mostrato in tutta la sua magnificenza e luce. Stessa cosa per il nostro matrimonio. In estate partiamo e saliamo una settimana sul monte Gaver, che è il nostro Tabor. Lì riusciamo attraverso delle persone straordinarie a metterci in ascolto e attraverso la riflessione e il silenzio alla presenza di Gesù e dell’uno con l’altra,  incominciamo a intravedere di nuovo  con chiarezza, ciò che si era un poco perso, e come la nostra vita insieme sia qualcosa di meraviglioso, di come l’amore vicendevole e verso Gesù possa riempire il cuore e come attraverso tutta quella vita frenetica, rumorosa e caotica che contraddistingue la nostra ordinarietà, passino fiumi di Grazia. Riflettiamo sul nostro amore, sulla sua sacralità e grandezza, e come tutto questo sia molto più di quello che io e Luisa, nella nostra povertà che ci costituisce, non saremmo mai stati capaci di costruire da soli. L’architetto e soltanto Lui, Gesù. Come nella trasfigurazione facciamo esperienza di Gesù che si mostra con Elia e Mosè. Elia, che rappresenta la profezia e Mosè che rappresenta la legge. Perchè non potremmo mai comprendere la grandezza di Gesù e la sua bellezza divina presente nella nostra relazione senza la forza della profezia delle famiglie che vivono il loro sacramento come reale presenza di Cristo nel mondo e che mostrando questo sono autentici profeti per noi, e senza la legge che ci indica la strada per non perderci e restare sempre uniti a Gesù che è nostra forza e nostra sorgente di vita e di amore.

Se vi interressa provare questo tipo di esperienza vi aspettiamo questa estate al Gaver (Bs).Noi parteciperemo a quello di approfondimento. Per adesso abbiamo solo le date ma cominciate a pensarci. Non tornerete a casa a mani vuote.

23-29 luglio Corso famiglie di approfondimento (fraternità Tenda di Dio,p. Francesco Bocchi)

13-19 agosto corso base famiglie (don Gigi Gaia)

Per informazioni https://www.evangelizzazione.org/

Antonio e Luisa.

Famiglia ritrova la tua ricchezza!

Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d’amore che il Verbo di Dio fa all’umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell’umanità dell’uomo e della donna, fin dalla loro creazione (cfr. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce.

Questo è un passaggio di Familiaris Consortio, in particolare il punto 13. Mi piace leggere e approfondire questo documento della Chiesa. In Familiaris Consortio, come in uno splendido dipinto, San Giovanni Paolo II rappresenta mirabilmente la bellezza e grandezza del sacramento del matrimonio. Tutto il documento è interessante ma vi sono alcuni pensieri che sono di un fascino meraviglioso.  In queste 10 righe che ho deciso di condividere c’è racchiusa la sostanza del matrimonio. C’è la conferma che il matrimonio è così grande ma anche così sconosciuto. Quanti leggendo queste righe ne capiscano il senso? Quanti hanno davvero letto questo documento e queste righe? Penso molto pochi. Giovanni Paolo II non nega che il matrimonio sia in crisi, che la persona umana come tale sia smarrita. Nel suo tempo e ancor di più nel nostro. Divisioni, egoismo, incapacità, corruzione del corpo e dello spirito sono un carico pesante ma che appare sempre più normale e quasi naturale. I matrimoni felici che durano sono una realtà per pochi, per quei pochi che sono fortunati e riescono a trovare un’alchimia che permette loro di mantenere in equilibrio la loro relazione. Giovanni Paolo II dice, anzi scrive, perchè resti indelebile, che non è così. Che il matrimonio è un dono di Dio immenso.  C’è proprio scritto, leggetelo e rileggetelo, che la rivelazione del matrimonio più vera e il sacrificio di Cristo per tutti noi,  per la sua Chiesa. Un amore così grande da morire per far vivere l’amato, prendere su di sè tutto il male per liberare l’amato. San Giovanni Paolo II ci dice che noi siamo fatti per amare così. Il matrimonio ci abilità ad amare così. Perchè Gesù prima con il battesimo e poi con il matrimonio ci lava dal peccato originale. Il peccato originale è come un virus informatico. Un virus che sconvolge tutto l’ordine dei dati del nostro pc. Il nostro pc non fa più ciò per cui è stato progettato e prodotto ma fa ciò che il virus gli dice. Gli crea un disordine, o meglio un nuovo ordine. Così il male agisce in noi. Gesù è il nostro antivirus che riporta l’ordine originario, rimette insieme i pezzi, i file e corregge gli errori. E così noi torniamo capaci di fare ciò per cui siamo stati creati, per amare in verità, totalità e indissolubilità. Ciò non toglie la fatica, gli errori, le cadute ma Karol ci rassicura. Non temete lo Spirito Santo se troverà in voi cuori aperti non vi farà mancare il sostegno per rialzarvi e per ricominciare.

Gli sposi cristiani sono come un ricco avaro. Hanno ricchezze in abbondanza ma vivono come straccioni. Spesso non sanno neppure di essere ricchi e si accontentano delle briciole vivendo una relazione spenta e triste. Dio non vuole questo. Dio ci ha dato tutto per essere risplendenti di Lui e della Sua Grazia.

Antonio e Luisa

Un vestito da indossare.

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

Questo breve passo della lettera di San Paolo ai Romani faceva parte della liturgia di domenica scorsa. prima di Avvento. Una parola mi è rimasta particolarmente impressa nella mente: Rivestitevi di Gesù. Gesù come abito. Gesù come corazza. Gesù come abitudine. Abitudine è una parola che deriva direttamente da abito. Solo se ci rivestiamo di Cristo, solo se Cristo diventa un modo d’agire, solo se diventa una predisposizione del nostro animo, solo se diventa uno stile di vita, solo se diventa il nostro orizzonte nelle scelte di ogni giorno, solo se diventa appunto abitudine nella nostra vita, allora può essere anche corazza che difende le nostre scelte e la nostra vita nei momenti di difficoltà, di aridità, di buio.

Essere vestiti di Cristo significa servire ed amare. Se ci impegniamo a farlo quando è facile, se diventa un’abitudine, avremo le difese per non perderci quando la vita si fa difficile e le scelte dolorose e impegnative.

Abituiamoci ad amare per saperlo fare anche quando sembra impossibile, Cristo è con noi, Cristo è il nostro abito perchè abita la nostra vita, il nostro corpo e la nostra anima.

Antonio e Luisa