Lei è la mia promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa.

E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

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Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore. (2 parte)

Proseguiamo con l’intervista a don Andrea Mardegan che continua a raccontarci qualcosa del suo libro e, attraverso di questo, della Santa Famiglia. (qui la prima parte)

Avrei desiderato sicurezza e silenzio di preghiera. Invece ci furono freddo e preoccupazione. Ma il mio Signore ci donò pazienza nell’ansietà, silenzio nella confusione e l’amore tra noi due e per il bambino in mezzo all’indifferenza della gente. Altro tema fondamentale che si può leggere nelle parole di Maria. Maria capisce che la Grazia di Dio non è una magia che cambia ciò che ci circonda, ma è una forza che cambia il nostro cuore. Le difficoltà restano ma Dio dà la forza per affrontarle. Un suo commento su questa riflessione.

Grazie anche per questa domanda, molto profonda. Immergendomi nella storia d’amore di Maria e di Giuseppe, come ce la presenta il Vangelo e la tradizione della pietà popolare, che mi hanno offerto la cornice degli avvenimenti nei quali ho tentato di immaginarmi stati d’animo, sentimenti, reazioni interiori, dialoghi, gioie e dolori, fatiche e speranze di Giuseppe e di Maria, mi sono accorto, con maggiore ampiezza e consapevolezza, delle notevoli difficoltà che hanno dovuto affrontare. Non solo quelle esterne che conosciamo dai Vangeli, anche se ammorbidite dallo stile essenziale e discreto delle fonti che risalgono come origine evidentemente a Maria e a Giuseppe, e degli evangelisti, ma soprattutto quelle interiori, il disagio di non poter dire la loro condizione, il timore di un futuro incerto e minaccioso e quelle non raccontate o solo accennate: le maldicenze che non li risparmiarono di certo, la povertà, e altro ancora. La provvidenza di Dio non ha risparmiato loro difficoltà e sofferenze. Tutto ha avuto comunque un risvolto di custodia e di difesa del figlio di Dio e di sua madre, e del loro mistero. Da loro possiamo imparare e soprattutto da loro possiamo ricevere conforto e aiuto nelle vicende della storia e in quelle personali quando non coincidono con i nostri desideri o i nostri sogni: l’aiuto dell’intercessione per la Grazia di cui tutti abbiamo immenso bisogno per vivere da figli di Dio le circostanze della nostra vita, in particolare le vicende del matrimonio e della famiglia.

Lo osservai teneramente e gli chiesi: “Che fai?” Giuseppe si voltò verso di me e mi guardò con un amore infinito. Mi rispose: “Niente, guardavo le stelle del mattino e pensavo a te”. E sorridendomi mi invitava a volgere lo sguardo a quella luce solitaria e meravigliosa nel cielo, dove l’oscurità stava per lasciare spazio all’aurora. Ci abbracciammo. Sentimmo fortissima la presenza dello Spirito Santo. Questo affresco mi ha trasmesso un grande senso di tenerezza. Giuseppe e Maria sono vergini ma questo non significa che tra loro non ci fossero manifestazioni di affetto e tenerezza. Quanto è importante riscoprire questo aspetto della coppia santa? Questa dimensione affettiva può farli sentire più vicini agli sposi cristiani? La tenerezza è un vero linguaggio dell’amore degli sposi? La mancanza di tenerezza indica una povertà anche spirituale?

Nella nostra fede sappiamo e custodiamo le verità del matrimonio verginale di Giuseppe e di Maria, e l’attenzione nel difendere questa verità, difficile da spiegare, può dare ragione della reticenza a immaginarsi e a parlare dell’unione spirituale e anche della vicinanza di tenerezza della madre di Dio e del suo sposo. Ma penso che possa essere molto utile, soprattutto in questo nostro tempo, immaginarsi la profonda unione degli sposi Maria e Giuseppe pur senza mettere in dubbio quella verità della fede. L’intimità che scaturisce dalla vicinanza, dal dialogo, e dai gesti di tenerezza di coloro che il vangelo di san Luca chiama “i genitori” di Gesù, perché così erano ritenuti e di fatto come tali vivevano il loro compito educativo, può aiutare gli sposi di oggi, e i fidanzati che si preparano al matrimonio. Siamo forse stati abituati dalla liturgia che festeggia prevalentemente Maria e Giuseppe in modo separato, così come in tante immagini sacre e dalla devozione popolare,  a rivolgerci all’uno o all’altra, singolarmente. Anche i libri di spiritualità o i documenti del Magistero sono su Maria o su Giuseppe, e limitano abitualmente a pochi cenni la presenza dello sposo Giuseppe o della sposa Maria nella vita dell’altro.  Il matrimonio verginale di Maria e di Giuseppe è evidente che sia stato accompagnato da grandi doni di Dio, grazie ai quali si può pensare che abbiano vissuto vissuto la tenerezza come espressione molto umana e tanto necessaria dell’amore reciproco e del suo svilupparsi. La tenerezza è dimensione che negli ultimi decenni è diventata oggetto di studio non solo delle scienze umane ma anche della teologia e della pastorale. Penso ai libri di Carlo Rocchetta e di altri autori. Papa Francesco la cita spesso come virtù che manifesta la carità, anche in Amoris Laetitia, e la attribuisce a san Giuseppe fin dall’omelia del 19 marzo 2013, giorno in cui ha iniziato ufficialmente il suo Pontificato. Scoprire che la coppia santa, Giuseppe e Maria, si è scambiata gesti di tenerezza, la fa uscire da un’aura di spiritualismo disincarnato in cui la devozione può averli collocati, e che non si spiega, anzi appare proprio in contrasto, con il loro stare insieme ed essere sposati proprio per dare accoglienza, calore, affetto e famiglia all’Amore di Dio che si è incarnato nel grembo di Maria, ed è stato accolto dalle braccia di Giuseppe. Penso che vedere la tenerezza con cui Giuseppe e Maria si trattavano può aiutare molto gli sposi cristiani a sentirli più vicini a sé, e a coltivare questo linguaggio tra loro, che può tanto contribuire a rafforzare l’amore manifestandolo nella tangibilità dei gesti che arricchiscono l’anima e rendono amabile il cammino della vita. La tenerezza richiama le prime esperienza di vita: il grembo materno e il seno che ci ha allattati. Si esprime e si manifesta in mille modi, nella cura dell’arredamento di una casa come di un ufficio o una città, nella musica, nei colori, nel tono e nel contenuto delle parole, in uno sguardo e in un sorriso, nei profumi. Attraverso il senso del tatto però ha forse il suo luogo principale di espressione. Mi colpì, leggendo il saggio, ormai classico, “La temperanza” del filosofo tedesco Joseph Pieper, come metteva in evidenza che il senso del tatto, secondo san Tommaso, e anche Aristotele, abbia un ruolo di eccezionale importanza e di fondamento degli altri sensi esterni, e che l’essere umano, nel mondo animale, sia la creatura dotato del senso del tatto più raffinato ed elevato, e anche che la bontà del senso del tatto è collegata alla profondità dell’intelligenza e della sensibilità di una persona. D’altra parte se riflettiamo sul fatto che la persona umana sia spirito incarnato, tutt’uno anima e corpo, comprendiamo che l’amore abbia bisogno di manifestarsi corporalmente attraverso la tenerezza, e che l’amore spirituale venga accresciuto e alimentato dalla sua espressione e comunicazione, anche attraverso la tenerezza dei gesti, delle parole, dei suoni, dei sapori, dei colori e dei profumi.

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Amatevi con tutto ciò che siete!

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Matteo 22, 34-40

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importante per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo di oggi dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Perchè un sacramento se il matrimonio esiste da sempre?

Perchè istituire il sacramento del matrimonio, se il matrimonio esiste da sempre? Il matrimonio esiste da sempre ma è stato riportato al suo significato originario da Gesù che lo ha reso indissolubile. E’ stato rinnovato e ricondotto alla verità. Per questo motivo il matrimonio indissolubile è un sacramento della Chiesa. Cerco di spiegarmi meglio. I sacramenti nascono con Gesù. Non esistevano prima della venuta di Cristo. Cosa sono? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù.

E’ vero che il matrimonio esisteva anche prima, ma non era indissolubile. Anche gli ebrei contemporanei di Gesù avevano la possibilità di ripudiare la moglie. Eppure la Chiesa afferma che il matrimonio indissolubile non è solo una legge da rispettare e magari subire, ma è la risposta a qualcosa che ci costituisce. E’ la risposta ad un desiderio che abbiamo nel cuore. Il matrimonio nasce con l’uomo. E’ raccontato già nella Genesi. Qualcosa quindi che anticipa la venuta di Cristo di millenni. Esiste da sempre. E’ proprio inscritto nel nostro essere sessuati maschio e femmina e nel nostro essere creature sociali e bisognose di relazione. Si potrebbe azzardare che Dio ci ha voluti così, diversi e complementari, proprio per farci sposare. Perchè la differenza diventasse alleanza e comunione. Potessimo sperimentare un amore così profondo e totale da essere una scintilla di quello divino.

Perchè allora istituire il sacramento del matrimonio? Non bastava il matrimonio come si era concepito fino ad allora? Evidentemente no. La risposta arriva da Gesù stesso.

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio»

Matteo 19, 3-9

Gesù non si è messo a dibattere con i farisei sul piano della legge. La legge del tempo consentiva il ripudio. I farisei avevano ragione. Gesù cambia prospettiva ed orizzonte. Gesù dice ai farisei di ascoltare il loro cuore e di leggervi la nostalgia, di amare ed essere amati per sempre, che lo abita. Lo ha detto ai fasrisei e lo dice anche oggi ad ognuno di noi. Si, la legge ci consente di divorziare e di cercare un’altra strada, però sappiamo che il nostro cuore desidera un amore radicale. Desidera essere capace di amare e di essere amato senza condizioni e senza limiti, neanche di tempo. Possiamo essere felici solo se saremo capaci di amare dando tutto di noi stessi.

Gesù conosce l’uomo, conosce la fragilità e la caducità che ci contraddistingue. Conosce quanto possa essere difficile per noi amare la persona che sposiamo per sempre. Per questo ci ha fatto un dono. Ci ha donato il sacramento del matrimonio. Durante la sua passione e morte si è offerto al Padre per noi. La Sua offerta ci ha reso capaci di vivere un amore sponsale che ci riporta all’armonia delle origini. Certo, serve la nostra volontà, la nostra fatica e il nostro sacrificio, ma ora sappiamo che amare per sempre ci è possibile.

Solo così possiamo comprendere la grandezza del nostro sacramento. Abbiamo già detto che per essere felici desideriamo amare ed essere amati totalmente, senza condizioni, senza limiti, senza merito. Non ne siamo però capaci. Gesù ci rende capaci e quindi ci permette di sperimentare un amore divino già su questa terra, grazie proprio al sacramento del matrimonio. Ecco a cosa serve il sacramento del matrimonio. Non ci viene chiesto di dare più di quello che possiamo dare, ma ci viene altresì chiesto di non risparmiarci. Se daremo tutto il resto lo farà Gesù e la Sua grazia.

Antonio e Luisa

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Mi raccontate la fatica, io vedo la vostra forza

Oggi voglio dedicare questo articolo alle tante persone che mi contattano. Credo di ricevere almeno una mail o un messaggio privato ogni giorno. Spesso sono richieste di aiuto. Mi rendo conto che Luisa ed io siamo diventati familiari per tanti di voi. Sentite il desiderio di aprirvi anche solo per raccontare la vostra fatica e il vostro dolore.

Io rimango spesso spiazzato, mi sento davvero piccolo innanzi a tanta forza che leggo dalle vostre storie e dalla fede che traspare limpida dalle vostre parole. Dite che fate fatica. Dite che sentite di sentirvi deboli e incapaci di trovare una soluzione. Mi raccontate della vostra vita. Delle vostre vite. Ogni famiglia è davvero un piccolo diamante. Nessuna è uguale ad un’altra. Ogni famiglia è unica e ogni coppia è qualcosa di irripetibile, è come una tessera di un puzzle che insieme a tutte le altre può mostrare chi è Dio e come Dio ama.

Ho letto storie di famiglie alle prese con la disabilità, con il lutto, con la malattia, con l’infertilità, con il tradimento. Altre che non sono più capaci di fare l’amore. Ho davvero sentito il dolore e la fatica di tutte queste persone. Eppure proprio nella loro fragilità ho sperimentato la loro grande forza. Gente che non si arrende. Che non si arrende davanti a nulla. Gente che proprio nella sua debolezza ha scoperto la forza della fede.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

2 Corinzi 12, 9-10

Dobbiamo uscire da questa mentalità, che un po’ ci influenza, dove la famiglia baciata dalla Grazia di Dio è quella che non ha pecche e dove tutto sembra essere perfetto. Ogni famiglia, ogni coppia, ogni persona, se guardata non da un occhio esterno ma dall’interno ha delle pecche, ha delle imperfezioni, ha delle difficoltà e delle fragilità. La famiglia baciata dalla Grazia è quella che riesce a trasformare quelle imperfezioni in occasioni d’amore.

Dio non ci ha creato perfetti, almeno per come noi intendiamo la perfezione, non ci ha creato immortali, dobbiamo affrontare la morte anche se non sarà la fine, e non ci ha creato immuni da sofferenza ed errori. Ci ha creato liberi e nella libertà capaci di amare. Ecco, quando riusciamo ad essere liberi e nel contempo a farci dono al nostro sposo o alla nostra sposa, ai nostri figli e a tutte le persone a cui apriamo la porta di casa, ecco che lì alberga la Grazia, lì c’è la presenza di Dio, lì c’è una famiglia perfetta, perchè nella sua imperfezione riesce a testimoniare Dio stesso, amando e perdonando come Dio fa con ognuno di noi.

Grazie! Io non ho che qualche parola di conforto per voi. Voi invece mi donate molto di più. Mi donate la vostra forza che nasce proprio dalla vostra fatica.

Come disse Nick Vujcic, attore e motivatore cristiano a cui mancano braccia e gambe (nella foto in copertina con la famiglia) , quando ci manca qualcosa abbiamo due possibilità: scegliere di essere arrabbiati con Dio per quello che ci manca o essere grati per ciò che abbiamo. Scegliamo sempre la seconda possibilità, scegliamo la gratitudine.

Antonio e Luisa

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La vigna della vocazione

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno.
Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo:
Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te.
Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».

Matteo 20, 1-16

Una Parola che pone in evidenza ciò che abbiamo nel cuore. La vigna naturalmente è il Regno di Dio, ma per noi sposi può essere anche immagine del nostro matrimonio. L’immagine della nostra vocazione. L’immagine del nostro posto nel mondo e di come vivere in pienezza la nostra vita. Quanti ne sento parlare, con un’invidia malcelata, dell’amico single che ha mille storie, che si diverte e che si porta a letto innumerevoli donne. Lui si che si gode la vita! Viene il dubbio che quegli amici, che invece hanno una famiglia, dei figli, una vita più o meno ordinaria, non capiscano quanto in realtà siano ricchi in confronto agli amici che in fin dei conti non stanno costruendo nulla di concreto e sono soli.

C’è un passaggio del Vangelo che mette in evidenza tutto questo: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.

Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

E ora una parola per coloro che vorrebbero sposarsi, costruire una relazione d’amore bella e piena. Magari sono lì anche loro ad attendere che il padrona della vigna li veda e li scelga. Mi rendo conto che è una situazione dolorosa. Luisa ha atteso anche lei molto prima di incontrarmi. Vi voglio dare solo un consiglio. Non aspettate lì fermi/e che il padrone si accorga di voi. Incominciate a cercarlo voi! Come? Conoscendolo nella Chiesa e donandovi ai fratelli nel modo che più vi piace. Parrocchia, oratorio, volontariato, assistenza. Ci sono molti modi per amare. Solo così inizierete davvero ad amare anche voi stessi/e. Amarsi è indispensabile per lasciarsi amare da un’altra persona e anche da Dio.

Se rileggete il testo, Dio esce a varie ore della giornata. Non sono ore messe lì a caso. Il padrone della vigna esce alle sei del mattino quindi all’ora prima, poi oll’ora terza, ancora all’ora sesta e all’ora nona. Esce in tutti i momenti in cui viene reso culto a Dio. Le ore della preghiera. Come a voler simboleggiare due verità. La preghiera ci apre ad accogliere la nostra vocazione e, ancor più bello, Dio rende culto a noi. Vuole farci pienamente noi. E ciò avviene nell’amore, nel vivere la nostra vocazione. Attenzione però! Dio esce anche alle cinque del pomeriggio. Un’ora calda, verso la fine della giornata. Dove ormai nessuno si aspetta più nulla. Non è un orario di preghiera. Eppure lui esce e chiama chi ormai ha perso le speranze.

Carissimi non smettiamo di credere in Dio e all’amore. Se abbiamo ricevuto la chiamata rallegriamocene e diamo tutto il nostro impegno. Se non l’abbiamo ricevuta prepariamoci perchè Dio è lì che aspetta il momento giusto per farci suoi e donarci la gioia e la pienezza della vita.

Antonio e Luisa

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Siamo uno spettacolo!

Vi ripropongo un articolo di circa 4 anni fa. Mi è capitato di trovarlo mentre navigavo per il blog e mi è sembrato interessante.

Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te.

Questo è l’inizio di una delle canzoni di Jovanotti. Una frase forte, diretta che si imprime nella testa. Mi ha colpito perchè è vera. Vale per noi, e vale per tutte le coppie che hanno sperimentato la forza del matrimonio, che hanno sperimentato la Grazia nel matrimonio, che hanno sperimentato la presenza di Dio in loro e con loro. Mi guardo indietro e cosa vedo? Un ragazzo di poco più di vent’anni, fragile e impaurito dalla vita e dal futuro. Ripercorro velocemente tutti i 14 anni del mio matrimonio, tutti gli avvenimeti belli, tutti i momenti  difficili e di sofferenza. Mi guardo indietro e mi accorgo che Dio ha fatto davvero cose grandi.

Il matrimonio mi spaventava. Un amore così radicale che ti chiede tutto. Un amore che non lascia vie d’uscita, che ti impegna per la vita. Se ci pensate bene il matrimonio è una promessa che fa paura. Ci si sente inadeguati a rispondere ad un amore così. Io che non mi sentivo capace di gestire la mia vita dovevo promettere di dedicarmi totalmente ad una donna e ai figli che Dio ci avrebbe donato.  Difficile. Poi arrivano le prove e la tentazione, che ti continua a insinuare il dubbio di essere inadeguato, torna ancora più forte.

E’ facile amare quando tutto va per il meglio, quando c’è gioia, passione e intimità. Non serve Dio, non serve il matrimonio. Basta la nostra miseria, i sentimenti ti trascinano senza sforzo e senza sacrificio. Basta la pancia non serve la testa. Quando tutto si fa difficile non è più così. La nostra miseria non basta più e rischi davvero di lasciarti andare e di mollare. E’ molto facile sentirsi intrappolati in una situazione troppo grande e difficile. In quei momenti passa la passione, l’intimità e ci si sente soli anche se cìè pieno di gente che gira per casa. Da questa crisi passano tanti, forse tutti, io ci sono passato. Quello che mi ha dato la forza di perseverare è stata la sicurezza che quella fosse l’unica strada possibile per essere felice, che Dio non mi avrebbe abbandonato mai e che  al fianco avevo una donna straordinaria. Questa certezza, anche nel momento più buio, non mi ha fatto mollare e mi ha dato le motivazioni per tirare fuori forze e risorse che non pensavo di avere.

E’ proprio vero che nel matrimonio uno più uno non fa due ma fa tre. C’è una nuova creazione, dove sono ancora io ma in realtà sono molto di più perchè mia moglie e Gesù sono li con me in un intreccio d’amore e di grazia. Loro abitano il mio cuore, sempre, e io avverto questa loro presenza e ciò mi rende molto più forte di ciò che ero prima. Se ci abbandoniamo a Lui, se perseveriamo nelle difficoltà, se chiediamo la Grazia nel nostro matrimonio tutto sarà possibile e guardandoci alle spalle, guardando la nostra vita non potremo che meravigliarci di ciò che abbiamo saputo affrontare e sopportare. Ogni coppia che ha sperimentato tutto questo può a ragione dire “Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi”!

Antonio e Luisa

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Chi è Gesù per noi?

Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai».
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?
Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

Matteo 16, 21-27

Qui casca l’asino! Pietro pensa e dice esattamente quello che diremmo tutti noi (dai quasi tutti). Pietro pensa che Gesù, essendo figlio di Dio, sarà sicuramente protetto da ogni male e da ogni dolore. Pietro pensa così di manifestare la sua grande fede in Gesù. Gesù lo stronca immediatamente. Non lo stronca perchè vuole ferirlo ma per metterlo in guardia. Perchè vuole bene a Pietro e sa che dietro quei pensieri si nasconde un grande pericolo. Pietro potrebbe credere di essere lui stesso al riparo da ogni male in quanto discepolo di Gesù, per la sua fede. E succederà proprio così. Lo dimostra il comportamento di Pietro che poco tempo dopo rinnegherà per ben tre volte Gesù.

Pietro siamo noi. Anche noi ci siamo sposati con un’idea che ci frullava nella testa. Con l’idea che la nostra fede e il sacramento del matrimonio ci avrebbero protetto da ogni male. Che il nostro matrimonio ci avrebbe donato sempre gioia e pace. Invece non è così.

Gesù è categorico. Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Gesù non ci promette nulla di tutto questo. Anzi ci ricorda che la croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Antonio e Luisa

Chi dite che io sia?

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Matteo 16, 13-20

Oggi farò una riflessione un po’ creativa. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Quindi se Gesù è amore possiamo trasporre quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa sul matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Cosa pensa quindi la gente del sacramento del matrimonio? Cosa pensano in particolare i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Si promette il per sempre, ma non ci si crede fino in fondo. E’ un per sempre condizionato. Se l’altro/a non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore mi sento liberato/a dalla mia promessa. E’ una questione di giustizia. Ciò è quello che credono molti cristiani.

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere nel nostro matrimonio la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo.

Ecco solo aderendo all’amore di Gesù nel nostro matrimonio. Solo quindi vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo imparando ad amare in questo modo il nostro coniuge, anche quando non se lo merita e il nostro amore sembra sprecato ingiustamente, possiamo trovare nella nostra vita quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Per tutti ma non per tutti!

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Matteo 15, 21-28

Questo Vangelo ci lascia un po’ straniti. Gesù considera degni del suo interesse solo gli israeliti? Per comprendere l’atteggiamento di Gesù è importante contestualizzare. Nei versetti precedenti del capitolo, Gesù deve constatare per l’ennesima volta il cuore chiuso dei farisei e dei dottori della legge. Gente che dovrebbe essere la più vicina a Dio e che invece basa la propria religiosità su precetti e regole che restano vuote se non riempite con l’amore. Così l’osservare quei precetti non serve loro per avvicinarsi a Dio, ma solo per montare in orgoglio e superbia e per sentirsi migliori degli altri.

La Cananea era invece una straniera, per giunta donna. Una persona che agli occhi degli ebrei non godeva di nessuna considerazione. Eppure Gesù l’ascolta. Certo non subito. Mette alla prova il suo cuore e le sue intenzioni. L’ascolta e ne rimane affascinato. Questa mamma, sofferente per la sofferenza della figlia, si prostra davanti a Lui. L’atteggiamento di chi è consapevole di non essere nessuno e di essere davanti al Signore, anche se quella donna non lo conosceva.

Ecco l’insegnamento di questo Vangelo. Noi sposi crediamo che, in virtù della nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa Lui non potrà fare nulla.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che in modo consapevole o inconsapevole lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. Non lo sapevate? Questa volta, a differenza della prima, le ceste che avanzano non sono 12 ma 7. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto. Dodici indica il numero delle Tribù d’Israele mentre 7 indica la completezza. Dalle dodici Tribù di Israele si passa al tutto, a tutti gli uomini della Terra.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Gesù a Betania: difendere la coscienza dell’amato/a (2 parte)

Cominciamo da come entra Marta nel binomio dialogico Maria-Gesù: “Allora si fece avanti” v.40. L’espressione che racconta l’intervento di Marta è articolata attraverso il verbo epistasa al participio aoristo, il quale indica una priorità dell’azione di Marta sulla scena, in cui si pone come predominante. Questa predominanza assume i toni dell’imponenza, epistasa significa letteralmente imporre.

Marta si impone sulla coscienza di Maria e sul suo intimo dialogo col Signore, autoconsegnandosi una potestà che nessuno, se non Dio stesso, può avere. L’imporsi di Marta sfocia, poi, nel suo rivolgersi a Gesù con un vocativo kyrie o Signore! Marta si rivolge verso Gesù con una certa solennità: Signore[1], ma Chi nella Scrittura chiama e dona una vocazione è Dio e non l’uomo.

Marta si sta mettendo al posto di Dio, quasi decidendo come Gesù, il Signore, debba essere nei confronti di Maria, come Maria debba essere nei confronti di Gesù; cerca di gestire il sacro che c’è tra l’uomo e Dio, inscatolandolo nella paura di non riuscire a far tutto e di non poter controllare la situazione. Spesso nella coppia questo abuso di potere relazionale si materializza nella dinamica del ricatto e ancor peggio nel ricatto psicologico: “Non t’importa nulla-non ti importa nulla di me!”.

Questa espressione succitata è il rimporvero che Marta fa a Gesù, nel greco si usa verbo melo cioè darsi pensiero, legato dall’accadico malaku che significa “prendere una decisione”.

Colei che a Betania era la padrona di casa, decide a posto di colei che cerca un intimità col Signore, Marta pecca di misericordia perché è convinta di sapere qual è la cosa giusta, non capisce che uno dei più grandi atti d’amore è consentire a chi ami di scegliere, fare delle scelte che forse non condividi, ma rimanere un porto sicuro per chi ami, senza condizionamenti da il vangelo ci mette in guardia  “Dille dunque che mi aiuti”.

In Marta emerge un altro condizionamento presente a Betania nel ministero protettivo verso la coscienza: la paura.

 E’ palese la paura di lasciare libertà di scegliere, la quale presuppone la paura di lasciare libertà di sbagliare, ma che è principio di ogni cammino di coscienza[2] anche e soprattutto all’interno della vita del singolo all’interno della coppia. Marta, nella sua paura, non solo vuole avere tutto sotto controllo, ma ha bisogno di decidere su cosa e su come Maria sta facendo. Questo è grave, soprattutto, perché in quel momento l’oggetto in questione non è un pasto da cucinare, ma è il rapporto dialogante tra la coscienza redimente di Cristo e la coscienza bisognosa di amore particolare di Maria. 

L’aggressione-invasione che Marta opera sta nel voler controllare il rapporto tra Gesù e Maria e tutto ciò che ne è intimamente connesso. Questo abuso può avvenire per tutti coloro che esercitano che prima di esercitare un autorevolezza data dall’amore, impostano un autorità data da diritti che non hanno. Spesso il tarlo della coppia è la mancanza di dialogo, la difficoltà di affrontare questioni spinose che riguardano, il rapporto, la sessualità o l’educazione, si crede che l’altro debba aprirsi a tutti i costi e che il non riuscire a manifestare i propri pensieri sia una colpa. Nulla di più sbagliato, poiché l’apertura d’animo e di coscienza dei propri dubbi, difficoltà, rancori e desideri, sono da considerare doni da accogliere con umiltà e non pagamenti da strappare con supponente e arrogante presunzione.

Altra aggressione invasiva che notiamo a Betania è introdotta dall’evangelista, descrivendo le parole di Marta verso il Maestro: “Dille dunque che mi aiuti”.    Marta interviene verso Gesù e Maria proprio mentre i due stanno parlando e cerca di interrompere quell’azione, ordinando a Gesù di dare inizio ad altra. Appare quasi che l’aiuto richiesto sia un pretesto al fine di interrompere quel colloquio tra Maria e Gesù, che è Maestro e Parola allo stesso tempo. Il dialogo a tre si sviluppa attraverso un intervento indiretto da parte di Marta, verso Maria che la sorella però ascolta rimanendo in silenzio immobile.

Potremmo dirci: “Ma perche non l’ha presa da parte chiedendole semplicemente una mano?”. Tale modalità, un po’ grossolana, quando viene usata nelle relazioni intime, crea nella coscienza, il terrore dell’ aut aut “se fai questo vai bene, se non fai questo non vai bene”, facendo leva sul senso di colpa e sullo scrupolo di avere un rapporto con Dio diverso da come l’altro vorrebbe.

Marta non sembra saper aspettare i tempi di Dio, ma nonostante ciò Maria non risponde, né si “sottomette”: si difende, non lasciando entrare la sorella nella sua relazione con il Signore. Il delirio decisionale e controllante di Marta sfocia nel dover decidere con chi la coscienza della sorella debba interfacciarsi, nel controllare di cosa si parli e con chi: “tu non devi parlare con lei, lei non deve parlare con te!” Gesù difende la libertà e la coscienza di Maria, compiendo un atto di misericordia verso Marta impedendole di compiere il più efferato dei crimini: ferire la coscienza.

Ogni sposo e sposa ha insito nella sua vocazione carismatica il dono di poter difendere la coscienza di chi ama a volte proteggendola proprio dalla persona stessa, invischiata purtroppo nel facile inganno di credere di non saper amare abbastanza e sentire per questo il senso di colpa che puo essere lenito da un semplice sguardo che ti ascolta.


[1] Cf. M. Crimella, Con me in Paradiso, p. 41.

[2] Cf. Amoris Letitia 305.

Fra Andrea

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Torniamo alle origini del nostro matrimonio!

I sacramenti sono uno strumento dirompente che abbiamo a disposizione e, in molti casi, ne facciamo scarso uso. Perchè questo? Perchè in fondo non ci crediamo tanto. Mi ci metto anche io che faccio una gran fatica ad entrare nella realtà trascendente dei sacramenti. Eppure, se ci pensiamo un attimo, essi sono davvero un dono immenso che Gesù ci ha dato. Traggono forza da Lui direttamente, dal Suo sacrificio sulla croce, dove ha pagato per tutti. Ha pagato per salvarci. Cosa significa salvarci? Significa ridonarci lo sguardo delle origini. In tutta la nostra vita. Lo sguardo di chi era in armonia con Dio Padre e con i fratelli. Ecco, Gesù è morto in croce per restituirci quello sguardo.

Questo è vero in ogni ambito della nostra vita. Lo è ancor di più nel matrimonio, perchè la relazione sponsale stessa è sacramento perenne dove Gesù è presente in modo reale e misterioso, in modo simile all’Eucarestia. Due sposi hanno questa grande possibilità di tornare ad avere l’uno per l’altra lo sguardo di Dio.

Ecco che quando ci sono problemi in famiglia o nella coppia spesso non torniamo alla fonte del nostro amore redento, che sono appunto i sacramenti. Spesso ci sentiamo soli nella nostra sofferenza. Quando c’è qualche problema più grave ricorriamo a psicologi o psicoterapeuti. Che va benissimo. E’ importante capire la causa psicologica delle nostre fragilità per poterle conoscere, limitare e curare. Ma non basta.

Come prima cosa dovremmo tornare alle origini della nostra relazione, che sono proprio i sacramenti. Accostarci all’Eucarestia per essere uno con Gesù, riconciliarci con Lui attraverso la confessione e quando possibile fare l’amore tra noi sposi, perchè quello è il nostro rito sacramentale specifico del matrimonio. Sono tutti modi per ritrovare quello sguardo delle origini indispensabile per vedere l’altro/a con lo stesso sguardo di Gesù, che nonostante il male subito ha continuato ad amare i suoi carnefici chiedendo a Dio di perdonarli. Fino all’ultimo.

Certo a volte sembra non servire. Ho in mente tanti amici che nonostante questo si sono separati. Un caro saluto a Giuseppe, Francesco, Ettore, Anna. Eppure ha funzionato anche per loro. Sì, perchè, attraverso i sacramenti, hanno riacquistato quello sguardo che ha permesso loro di trovare la pace nella sofferenza dell’abbandono (che c’è e resta) e sono riusciti ad amare nonostante tutto il loro coniuge che li ha abbandonati, offrendo la loro sofferenza per lui/lei. Non è un miracolo questo?

Antonio e Luisa

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (2 parte)


Intanto, da dietro, una donna si accostò a Gesù e toccò l’orlo del suo mantello. Da dodici anni questa donna perdeva sangue; ma aveva pensato: ‘Se riesco anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita’.

Matteo 9, 20-21

Di che mantello di tratta, e di che lembo si tratta? Di norma il pio israelita, così come Gesù era, indossava gli abiti della preghiera, abiti rituali che avevano il compito di far presente al credente il bisogno di segni che lo preparassero all’incontro con Dio. Già in Nm 15 vi sono dettagliate descrizioni su come il tallit, il mantello rituale, dovesse essere fabbricato.

Soffermiamoci su due aspetti che riguardano il passo evangelico. Ognuno di questi mantelli aveva delle frange, quelle frange di cui si beavano i farisei nella loro purità e che anche Gesù portava con eleganza del tutto diversa. Durante la preghiera l’israelita era solito rivestirsi di questo mantello e impugnare le frange della parte superiore del tallit con la mano sinistra. Questo gesto rievocava il nome innominabile di Dio JHWH, poiché, secondo la scuola rabbinica di Shammai, le due frange avevano sedici fili e dieci nodi e questo equivaleva al valore numerico proprio del nome di Dio.

La donna tocca l’orlo del mantello, il titz, cioè le frange; Gesù sente uscire da Lui una forza, sente che qualcuno ha chiamato in causa un nome che non ha bisogno di essere nominato per essere vero, vivo ed efficace. Gesù dice: “Chi mi ha toccato, chi mi ha trafitto: chi ha pregato!?” Pregare, infatti, significa gridare il nome di Dio, non recitare formule o orazioni, ma stringere in mano ciò che si ha di Lui, cioè che rimane della propria vita, il proprio dolore, la propria gioia, le proprie lacrime non ancora sconfitte dalla rassegnazione; pregare è scegliere di provare il Tutto per Tutto, affidando la propria vita ad un Altro, dichiarandolo Signore della propria vita.

Questo ulteriore aspetto del vangelo illumina il concetto di sponsalità, troppe volte confuso o incastrato in quello della maritalità. Secondo alcune scuole rabbiniche il precetto delle frange di Dt 22 è seguito dal precetto del prendere moglie, per tale motivo il tallit è stato codificato anche come abito nuziale dello sposo. Analizzando il passo dell’emorroissa nulla riporta ad una maritalità tra Gesù e la donna, così come non può esserci tra Gesù e nessuna donna, nonostante ciò che qualche romanzata e bislacca ipotesi può avanzare. Salta, però, all’occhio che le frange e il mantello sembrano essere il punto di contatto, il veicolo con cui si instaura un rapporto tra Gesù e la donna e si fonda una relazione nuova tra la donna e se stessa. In quel momento la donna riconosce Gesù come sposo della sua umanità ferita, sposo della sua fede agli sgoccioli, suo sposo perché suo Signore e suo Tutto: la sua verità, Colui che con la Sua vita le dice: “Tu sei salvata!”

Ecco il gene della sponsalità: essere signore donando a chi si ha accanto la signoria di essere salvato e amato.


Ba’al in ebraico è usato per esprimere il significato di padrone, sposo, signore. Da notare che JHWH viene letto Adonai che ha il medesimo significato di Signore attribuito a Dio e non più ad un idolo. Gesù dona signoria alla donna, lo si desume da ciò che l’emorroissa dice dopo essere diventata colei che è la Salvata: “venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità”(Mc 5,33).
Il vangelo siriaco usa la parola šərārā-verità, che esprime anche il concetto di sanità e fermezza. Questa donna è investita della Signoria sponsale di Cristo, ormai è solida nella verità di se stessa, è sana nel parlare di ciò che è, nel suo relazionarsi, dice bene di sé! E’ sposa dell’amore!

Ogni uomo e ogni donna, ogni marito e ogni moglie che vivono una crisi del loro rapporto possono ritrovare il proprio elemento sponsale che genera in loro e tra di loro la Signoria di Cristo, rendendoli “signore” e “signora” l’uno dell’altra, senza paura, ma con il coraggio di aver bisogno di Dio e di chi si ha accanto.

Ecco l’abito della preghiera: attingere alla forza della misericordia per avere il coraggio di stringere tra le mani ciò che si ama, gridare il nome che riconosce la nostra voce e chiedere, nel nostro bisogno, che avvenga secondo lo sguardo amorevole di chi ci guarda. Gesù sposo e Signore!

Fra Andrea

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Non per scartare ma per includere!

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Matteo 10, 37-39

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

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Noi valiamo il sangue di Cristo.

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

Matteo 10, 27-32

Il Vangelo di questa domenica è bellissimo. Indigesto, perchè Gesù ci indica una via che non vorremmo percorrere, ma colmo di speranza, perchè Gesù ci dimostra una volta di più che ci ama e ci desidera immensamente, con tutto se stesso, tanto da dare tutto di sè per la nostra salvezza.

Gesù ci avverte. Abbiate paura non di coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma di ciò che può uccidere il vostro spirito e il vostro corpo. Cosa significa questo avvertimento? Semplicemente che ci possono essere persone che ci uccidono con le loro parole, con i loro gesti, con i loro atteggiamenti. Anche il nostro coniuge lo può fare. Quante volte noi sposi ci feriamo l’un l’altra. Quante volte le nostre parole diventano lame che penetrano la carne della persona che abbiamo promesso di amare e onorare ogni giorno della nostra vita. Quanta indifferenza, quanto orgoglio, quanta superbia, quanto egoismo.

Gesù ci sta dicendo che è vero che nostro marito o nostra moglie possono ucciderci nel corpo, ma l’importante non è questo. Noi lo sappiamo che l’altro/a è imperfetto, ha limiti e parti spigolose, lo sappiamo che può farci del male e sappiamo che lo farà. Lo ha già fatto tante volte. Non esiste la coppia perfetta dove non si sbaglia mai e ci si ama in modo completo e impeccabile. Sappiamo bene che la coppia perfetta non è quella che non sbaglia, ma quella che è capace di trasformare ogni errore in occasione di perdono e di resurrezione.

Gesù ci sta dicendo che non è pericoloso il male che ci possiamo fare l’un l’altra, ma il male subito diventa pericoloso quando penetra in profondità e il dolore, come un veleno, ci uccide dentro. E’ pericoloso quando lasciamo che il dolore ci cambi, non ci permetta più di essere noi stessi, di vivere in pienezza la nostra vita. Lasciamo che il dolore ci impedisca, insomma, di camminare verso una vita che sia sempre più autentica. Tantissime persone non riescono ad uscire da quel dolore che le uccide dentro.

Come fare? Gesù ci dà anche la soluzione. Nessuno potrà ucciderci nello spirito se il nostro spirito appartiene a Gesù. Se ci siamo sentiti guardati e amati da Gesù nessuno potrà mai farci sentire fuori posto o sbagliati, nessuno potrà distruggere la nostra autostima e consapevolezza di quanto valiamo. Nessuno, neanche nostro marito, neanche nostra moglie. Per questo è importante sposarsi non come mendicanti che cercano amore e considerazione, ma come re o regina che desiderano condividere e restituire l’amore che Dio ha per loro. Come re o regine che sanno di valere il sangue di Cristo.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Preghiera semplice degli sposi (prima parte)

C’è una preghiera che mi piace tantissimo. Un po’ perchè scritta da San Francesco (in realtà sembra solo attribuita erroneamente al santo. Trattasi in realtà di una preghiera scritta nel ‘900), un po’ perchè si chiama semplice, un po’ perchè è proprio bella. Tocca i punti giusti. Offre la prospettiva autentica dell’amore che non è altro che prendersi cura dell’altro cambiando se stessi. E’ la legge universale dell’amore tanto che è citata anche da un uomo che cristiano non è: Se vuoi cambiare il mondocomincia con il migliorare te stesso” (Gandhi).

E’ bello cercare di incarnare la preghiera semplice di San Francesco anche nella coppia di sposi, tra me e la mia sposa,  tra voi che leggete. Analizziamo la preghiera insieme e approfondiamo la bellezza del suo testo

Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Posso essere felice non cercando il mio benessere facendo di mio marito o di mia moglie lo strumento che deve rendermi felice. No! Signore fa di me la persona che attraverso il dono di sè può aiutare l’altro/a a sentirsi amato/a e a realizzare il Tuo progetto su di lui/lei

Dove è odio, fa ch’io porti amore. L’odio fortunatamente non c’è tra noi. C’è però incomprensione. Quante volte non ci capiamo, quante volte, anche involontariamente ci facciamo del male. Dacci signore la sensibilità per comprendere il cuore della mia sposa, del mio sposo, affinchè l’incomprensione non ci allontani ma sia occasione per imparare, proprio dai nostri errori, a conoscerci meglio per amarci sempre meglio.

Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Succede di essere feriti. Signore fa che le nostre ferite non siano motivo di rabbia e di rancore. Aiutaci a sanarle alla luce del Tuo Amore e a consentire che attraverso il male ricevuto noi possiamo restituire il bene più grande: aiutaci ad amarci con il Tuo amore misericordioso e incondizionato.

Dove è discordia, ch’io porti la fede. Quante volte anteponiamo le nostre ragioni all’amore. Signore aiutaci a comprendere che aver ragione non serve se poi ciò porta disordine e distrugge la pace tra noi. Aiutaci a guardare a Te, al Tuo amore, e aiutaci ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio rispetto alle nostre limitate ragioni.

Dove è l’errore, ch’io porti la Verità. Signore Gesù sbagliamo tante volte. Aiutaci a comprendere quali sono i nostri errori dell’uno verso l’altra. Aiutaci anche a farci strumento l’uno per l’altra. Che ognuno sia per l’altro/a uno sguardo che lo aiuti a correggere i suoi errori. Uno sguardo che sia sempre di misericordia, mai giudicante.

Antonio e Luisa

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Finalmente lo riconoscono

In quel tempo, gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Matteo 28, 16-20

Finalmente lo riconoscono. Finalmente i discepoli, le persone che sono state più vicine a Lui, lo riconoscono per chi davvero è. Riconoscono Gesù, il loro Salvatore. Non tutti subito. C’è ancora chi dubita. Gesù ha sempre una grande pazienza e rispetto per ogni persona, e non forza nessuno a riconoscerlo. Però quando questo avviene ne è profondamente felice. Tutte le persone desiderano essere riconoscioute per quello che sono. Essere riconosciute ed amate per quello che sono.

Per questo il matrimonio è la risposta più completa ed autentica al desiderio del nostro cuore di essere riconosciuti ed amati per quello che siamo e non per quello che facciamo. Senza doverci sempre meritare l’amore dell’altro. Senza doverci nascondere dietro maschere per paura di essere giudicati ed emarginati. Senza dover essere sempre all’altezza della situazione. Liberi di mostrare le nostre fragilità.

Che bello quando il tuo sposo ti chiede quello che tu desideri che ti sia chiesto, che bello quando la tua sposa ti chiede di perfezionare e manifestare i tuoi talenti, e lei ne è affascinata e rassicurata. Questo è dono di Dio. Dono del sacramento del matrimonio. Essere riconosciuti per quelli che si è.

C’è un’altra riflessione molto importante. Decisiva per noi sposi. Gesù se ne va. Lascia i suoi amici. Li lascia affinchè loro possano percorrere la loro strada. Non diventino dipendenti da Lui. Devono lasciare Gesù uomo per ritrovarlo in Dio. Gesù dice che il suo Spirito non ci lascerà mai. Dobbiamo però incontrarlo nella libertà di essere noi stessi, non nella paura di perdere qualcuno o qualcosa. Quanto questo è importante, anche nel nostro matrimonio. Infatti la paura di perdere l’altra persona spesso ci porta ad annullarci. Spesso ci porta ad essere dipendenti da lui o da lei. E allora smettiamo di cercare Dio, l’unico in grado di vederci belli/e sempre, e mendichiamo amore da una creatura che come noi è imperfetta e non potrà mai amarci con la pienezza e la libertà che desideriamo.

E’ un cammino da percorrere insieme, sposo e sposa, con la consapevolezza che l’altro/a non potrà mai amarci in modo infinito e perfetto come vorremmo, ma anche con la certezza che, con il passare del tempo, l’impegno costante e la Grazia del sacramento, ci potremo sempre più avvicinare al modo di amare di Dio e a sentirci amati dall’altro come Dio ci ama.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

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Lo Spirito ci insegna a pregare

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osservate i miei omandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.

Contestualizziamo il momento in cui Gesù afferma queste cose. E’ un momento molto importante. Siamo nel capitolo 14 di Giovanni. C’è appena stata l’ultima cena. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. C’è un’atmosfera molto intima.

Un momento di commiato. Gesù si prepara ad affrontare la sua Passione. Mi immagino Gesù guardare uno ad uno i suoi amici, posare su di loro il Suo sguardo carico di amore e forse anche un po’ malinconico. Questi sono i momenti in cui una persona apre il suo cuore e probabilmente anche Gesù, che è vero uomo, lo ha fatto. Ha aperto il cuore, ha parlato al cuore dei suoi discepoli, le persone che più di tutte, dopo sua madre, sono state a Lui vicino. In quel momento molto intimo, appena dopo aver mostrato la Sua regalità in modo concreto lavando i piedi ai suoi amici, ha confidato  cosa significa essere re. Gesù sta dicendo che per essere umili bisogna essere e sentirsi re.

La regalità, quella vera, ti conduce al servizio e non ad usare le persone che hai vicino. Fra Andrea evidenzia una tentazione che forse ha sfiorato Gesù in quei momenti. Sta lasciando i suoi amici, la Sua missione terrena sta volgendo al termine, e teme nel cuore di non aver fatto abbastanza per loro. Poi però si risponde da solo. Non li lascia soli. Lascia il Suo Spirito. Lo Spirito Santo. E lo chiama il Paraclito. Dal verbo greco parakaleo che significa chiamare, insistere, esortare, supplicare, consolare o essere consolato, incoraggiare. Tutte azioni che lo Spirito Santo esercita in noi, o meglio in un cuore aperto ad accoglierlo.

Ecco lo Spirito vi insegnerà a pregare. Insegnare non nel senso di trasmettere concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo. Veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore. Ad accettare le scelte che le persone che amiamo, siano esse figli, marito, moglie, decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù, i comandamenti della Sua sposa la Chiesa, non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imarare a pregare con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  nella nostra vita di ogni giorno.

Posiamo dire si alla vita, posiamo dire si a una sessualità casta senza contraccettivi. Possiamo dire si alla fedeltà anche quando costa fatica. Possiamo dire si mettendoci al servizio dell’amore, servendo nostro marito nostra moglie.

Sembrano tutte costrizioni ma in realtà più impariamo ad amarci con questo stile e più troveremo nel dono reciproco la gioia e la pienezza di vita.

Antonio e Luisa

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Non sono un brigante ma lo sposo di mia moglie.

Da questa domenica non saremo più solo Luisa ed io a scrivere il commento al Vangelo, ma beneficeremo dell’aiuto e della preparazione di fra Andrea Valori. Un commento scritto a sei mani, arricchito dal diverso stato di vita e vocazione che ognuno di noi ha scelto e vive. Oggi la liturgia ci propone il Vangelo del Buon Pastore. Fra Andrea ci invita a riflettere su diversi aspetti. Noi ci focalizziamo solo su uno di questi diversi punti. Sulla porta. Gesù è la porta. Cosa vuol dire? Leggiamo il passo del Vangelo di Giovanni:

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Chi sono i falsi pastori, i briganti, i lestofanti? Non sono solo, come verrebbe naturale pensare, persone al di fuori della coppia. Non è detto. Il ladro potrebbe essere anche parte della coppia. Cosa ruba il ladro? Cosa può rubarci il nostro coniuge quando si comporta da ladro e non entra dalla porta di Gesù, ma si arrampica ed entra così nel recinto della nostra vita? Ci ruba il coraggio di essere noi stessi. Magari sono io che rubo alla mia sposa il coraggio di diventare pienamente la donna che può diventare, di credere nella meraviglia che è e magari ne faccio cosa mia. Io sono convinto di questo. Se non avessi incontrato Gesù, quindi se non fossi entrato nella vita di mia moglie attraverso la porta che Lui mi ha mostrato, non sarei stato capace di amarla. Avrei cercato di farla mia, avrei cercato di farla diventare ad immagine e somiglianza di come io volevo che fosse. Perchè quando non riconosciamo che abbiamo in noi l’immagine del Creatore, non la riconosciamo neanche nella persona che abbiamo sposato e cerchiamo di trasformarla come noi vogliamo. Invece passare per la porta del Buon Pastore significa riconoscerci figli. Significa che riconosco nella mia sposa una figlia di Dio e il mio compito non è di farla diventare come io voglio, ma come Lui desidera che sua figlia diventi. Che diventi pienamente donna. Con il mio sguardo, con la mia voce e con il mio amore posso aiutarla ad amare ciò che è. Non è meraviglioso? La cosa bella è, che se mi abbandono all’amore e non al possesso, lei diventa veramente bellissima, molto più di quanto avrei potuto sperare. Quindi cari sposi non entrate come ladri nella vita l’uno dell’altra, ma entrate dalla porta di Gesù e Lui, attraverso quella porta vi mostrerà un orizzonte eterno. Vedrete nella vostra sposa e nel vostro sposo quella meraviglia che può venire solo da una persona realizzata nella volontà di Dio.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Di seguito il commento al Vangelo di fra Andrea da cui abbiamo preso spunto

Un volto da guardare

Potrà una mascherina toglierci lo sguardo?
In questi tempi, cosiddetti di “coronavirus” ci si incontra molto poco, personalmente e, quando uno sparuto gruppo distanziato, da quel metro più o meno calcolato, cammina nelle strade o nei negozi alimentari, farmacie, tabaccai e poco altro, siamo tutti mascherine senza volto.
Mi è capitato di sentirmi dire: “ciao, mi riconosci”?
Ho dovuto rispondere di no, e abbiamo, per un nano secondo, spostato di un poco quella mascherina per riconoscere la nostra identità.

Ma in tutto questo c’è una cosa che non potrà esserci tolta: lo sguardo!
Lo sguardo ė per tutti e non necessariamente dei “vedenti” perché si guarda soprattutto con il cuore.
Così, almeno per me, quando esco a far la spesa, incrocio gli occhi di tutti e ci si guarda con notevole espressività in un silenzio totale. Quello sguardo riscalda il clima congelato che ci contorna in questi giorni, quegli occhi che si incrociano rendono amici coloro che non si conoscono e, con i presidi protettivi degli ultimi giorni, compresi i guanti, spesso ci si distrae anche sul da farsi. Un giorno sbagliai a ritirare il resto ma ero così attenta a non farmi scivolare nulla dalle mani che non me ne accorsi subito. Certo, riuscire di nuovo, tutta “mascherata” con l’eventuale certificazione, solo per riprendere il resto giusto….però tutto si fa, ovvio!

La mascherina, tra l’altro, appena la indossi e non sei abituato, almeno per me, ti toglie il fiato, insomma non è comodo averla in faccia.
E allora cominci ad usare gli occhi su te stesso e cominci a capire che ogni evento nella vita ti serve, eccome se ti serve.
Nell’accompagnamento spirituale alle persone, che adesso faccio prevalentemente al telefono, con gli occhi del cuore, ho sempre annunciato che ogni prova che siamo chiamati a sostenere ci è utile e avremmo dovuto chiedere al Signore: “A COSA MI SERVE?”
Dio ha sempre avuto cura della nostra capacità di sostenerla perché Lui conosce bene chi siamo, che spalle abbiamo per caricarci una croce e quanto siamo fragili, creature sue.
Così, il nostro amato Padre, sapendo ciò che è bene per i suoi stra amati figli, educa il nostro cammino a seconda della meta più giusta da raggiungere.

Ad esempio c’erano uomini che, desiderando ardentemente la santità, preferivano il martirio piuttosto che una vita liscia. Ricordiamo S. Ignazio di Antiochia? Accettò con gioia il diventare “frumento di Dio” tra le fauci dei leoni chiedendo di non essere liberato dalle catene. La forza della fede lo salvò nell’anima!
Questo per dire che ciascun uomo ha la sua storia e una modalità diversa di viverla.
Ora invece cosa sta accadendo? Sembra quasi che tutto il mondo sia stato sottoposto alla stessa medesima prova, nessuno escluso. Tutti, non esiste un angolo della terra esente, sono stati catapultati nelle “fauci” del coronavirus che ha travolto senza possibilità di replica la totalità.

Senza ovviamente togliere lo stato personale di ciascuno. Ad esempio seguo tante coppie in procinto di lasciarsi per la loro personale infelicità, per gli adulteri in corso, per la non desiderata intenzione di far convivere l’incompatibilità di carattere ( che deve esserci proprio perché siamo differenti) e tante altre situazioni di crisi, di malattie, di problemi economici. Avrei dovuto incontrarle prima dell’hastag stai a casa.
Dunque, la prova mondiale del virus si aggiunge alla prova personale del singolo.
E ora, come fai e soprattutto cosa fai?
Dove poni i tuoi occhi?
Io per esempio ho riflettuto, soprattutto guardando quelle bare, anzi peggio, guardando quelle assurde urne contenenti le ceneri di un corpo che non ha potuto ricevere neppure l’ultimo saluto Sacramento: il Viatico……terribile!
Poi mi sono detta, in questo mondo ove ora tutto è bloccato:
chissà quanti ragazzi sarebbero potuti morire guidando un motorino, un incidente in macchina uscendo da quelle discoteche dispensatrici di alcool e sostanze. Questi Signore li hai salvati.
Quante morti in quelle povere creature, donne costrette alla prostituzione, vendute come schiave, sulla strada a soddisfare il peccato mortale di una sessualità mercificata. Queste Signore le hai salvate.
Quanto strazio nello smercio di droghe nei vicoli nascosti dei centri storici o delle periferie, quante giovani anime sarebbero potute morire a causa delle sostanze. Questi Signore li hai salvati.
Quante vittime nel peccato mortale dell’adulterio dove mettiamo le mani sui matrimoni degli altri e sui figli degli altri solo perché scegliamo il divisore piuttosto che la comunione coniugale. Questi Signore li hai preservati.
Quante morti in quelle bambine sfruttate dal turismo sessuale di una bramosia accecata di piacere. Queste Signore le hai salvate.

Potrei continuare all’infinito nella misura di tutti i nostri peccati, perché, diciamocelo e siamo onesti: io sono responsabile del peccato del mondo.
Quando la nostra coppia era nella tenebra, i nostri peccati gravi facevano male al mondo.
Poi è arrivato il Signore e ci ha detto : Cara coppia chi ti condanna? Io no, ma ora vai e d’ora in poi non peccare più!!!!
Il mondo saprà leggerlo così?
#ce la faremo siamo soliti dire ma con chi?
Con la corona dei peccati o con la corona del RE DEI RE?
Per aiutarci a vivere così il Signore ci ha dato i SACRAMENTI, che sono LUI STESSO, le armi della fede con cui combattere il maligno.
Adesso non ci sono, siamo al tempo del digiuno e sai perché sta succedendo questo?
Perché tu, fratello o sorella che mi leggi, possa desiderare ardentemente il tuo Signore e possa piangere lacrime di dolore al doverci rinunciare perché, davvero, la sua assenza è pari alla mancanza del respiro.
La terapia spirituale che ho sempre consegnato nell’accompagnare i cuori feriti è sempre stata quella dell’eucaristia e quanta fatica nel vederla assunta poco questa medicina.
E ora che non c’è ti manca?
Spesso ci siamo accontentati e forse anche un poco addormentati soprattutto sui nostri peccati.
Svegliati tu che dormivi e indossa quella mascherina guardando soprattutto chi hai scelto per chiamata, fissando bene gli occhi perché a breve tu possa ritrovare un volto, anzi il VOLTO.
Quello del DIO VERO!
Allora si che ce la faremo e il mondo potrà essere diverso se IO lascerò il posto solo a DIO.

Cristina Righi

Articolo originale pubblicato sul sito di Annalisa Colzi

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Il nostro matrimonio è lavato nella piscina di Siloe

Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

Il Vangelo di questa domenica è molto lungo e pieno di significato, immagini e spunti. Come al solito Giovanni è quello più carico di significati che vanno oltre la semplice lettura di un avvenimento. Per questo mi limito a commentare poche righe. Il cieco sono io. Il cieco sei tu. Ero cieco prima di incontrare Gesù nella mia vita. Lo ero nonostante una religiosità basata su quanto ho imparato in famiglia e nel catechismo. Una religiosità fatta di riti e di nozioni che non capivo e che non accoglievo di conseguenza. Invece poi è arrivato Gesù nella mia vita. L’ho incontrato proprio quando chiedevo le elemosina, quando la mia cecità non mi permetteva di vedere il senso della mia vita. Ecco proprio la mia miseria mi ha permesso di riconoscerlo. E lui fa qualcosa di grande. I Padri della Chiesa leggono nel gesto di Gesù di sputare a terra, di fare del fango e di spalmarlo sugli occhi del cieco, leggono una nuova creazione. Gesù che è Dio e ci ha creato una prima volta completa l’opera. Non perchè prima avesse fatto qualcosa di imperfetto, ma perchè per portarci alla pienezza della nostra umanità serve il nostro abbandono a Lui. Sant’Agostino poi legge nell’immersione nella piscina di Siloe il battesimo. Quel sacramento che ci dona la fede e ci permette di vedere ciò che prima non potevamo vedere, l’amore di Gesù per noi. Ecco credo che il matrimonio segua questa dinamica. Almeno per me è stato così. Il mio sì a Luisa, seguito da tanti sì alla proposta della Chiesa su come vivere il mio matrimonio, è stato come quel fango che Gesù ha spalmato. Avevo tanti dubbi ma ho detto sempre sì e non sono mai stato deluso. Ho detto sì all’apertura alla vita, ho detto sì ai metodi naturali rifiutando la contraccezione, ho detto sì alla fedeltà e al donarmi come meglio ho potuto alla mia sposa e pian piano ho cominciato a vedere meglio. Ho visto la bellezza di una relazione piena e la luce mi ha illuminato. Ora non tornerei indietro. Non perchè io sia santo ma perchè ho visto la ricchezza che il matrimonio può dare se io e la mia sposa decidiamo di viverlo in un determinato modo, facendo spazio a Gesù. Tutto diventa meraviglia e tutto acquista un senso. Anche la fatica diventa poca cosa in confronto a quanto ottengo in cambio.

Antonio e Luisa

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Piccole Resurrezioni Quotidiane

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Siamo in Quaresima, ed oggi è anche Venerdì. In Italia impazza il CoronaVirus e noi siamo qui a trastullarci pensando alla Resurrezione.

Già…ma è davvero così? Parlare di Resurrezione in questo momento equivale a parlare di “aria fritta” o è parlare di qualcosa di profondamente vero?

A voi le considerazioni…intanto oggi siamo qui e riflettiamo sulle

“Piccole Resurrezioni Quotidiane”.

Quando parliamo o semplicemente pensiamo alla Resurrezione pensiamo alla Pasqua o alla Domenica, giorno in cui celebriamo la Resurrezione del Signore Gesù Cristo.

La “Resurrezione”, spesso, la leghiamo all’idea della morte del nostro corpo; quindi ad una realtà che sarà un giorno chissà quando. “Resurrezione” ci fa pensare più alla vita eterna più che alla nostra vita di tutti i giorni.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove nelle piccole ombre del quotidiano più che nelle luci della gloria…più tra le ferite e i sanguinamenti che tra le guarigioni, più nelle piccole morti che nella vita.

Ma quello del “Risorgere” deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi.

Quindi ci vogliono le “resurrezioni”…piccole resurrezioni quotidiane.

Voi direte ora: “Si, bravi, ma come si fa?”.

Certo, non possiamo risorgere solo perché lo vogliamo…nelle nostre mani non c’è la possibilità di guarirci, di distruggere la morte. Dunque?

Dunque c’è bisogno dell’intervento di Colui che ha saputo trovare la via d’uscita anche dal sepolcro, di Colui che le tenebre più profonde non hanno potuto avvolgere.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che si è fatto bucare le mani per donare ancora di più, si è fatto inchiodare i piedi per camminare ancora di più verso il prossimo, si è fatto trafiggere il cuore per poter amare di più.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che è Il Risorto.

Lui ti insegnerà a risorgere quando tuo marito ti sotterrerà con una battutina innocua ma che a te sfracella il cuore;

Lui ti insegnerà a risorgere quando tua moglie farà di te una polpetta quando guardando un film farà il paragone tra il tuo fisico con quello delle star di Hollywood; 

Lui ti insegnerà a risorgere quando tra le mura domestiche ci sarà più odio che amore;

 Lui ti insegnerà a risorgere quando ti sentirai tradito dalla persona più cara per te;

Lui ti insegnerà a trovare la strada per uscire vivo dagli incidenti mortali delle tue relazioni umane di ogni giorno.

Qual è la strada?

La strada che Gesù ti indica è quella del suo Cuore.

Va’ da Gesù, torna da Gesù.

Il Suo Preziosissimo Sangue ti laverà quando andrai a confessare le tue miserie, il Suo Sacratissimo Corpo ti darà vigore nuovo quando sfinito ti accosterai all’Eucarestia.

E se non puoi ricevere l’Eucarestia e non puoi ricevere l’assoluzione?

Nessuno ti impedisce di fermarti a meditare la Parola di Dio, nessuno ti impedisce di fare adorazione eucaristica, nessuno ti impedisce di pregare col cuore!!!

Gesù è lì. Ti aspetta con le braccia spalancate e ti soffia nel cuore il Suo Santo Spirito e non avrai più sete e non avrai più fame e le tue ferite serviranno a far passare più luce nella tua famiglia e nel mondo in cui viviamo.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia su Cristo.

E se la tua famiglia è distrutta e siete separati?

Non disperare!!! C’è un percorso di fede anche per te! Gesù non abbandona nessuno e – anche se molti non lo sanno – anche la Chiesa è casa tua!!!

Va’ da Cristo! E’ Lui che può rimetterti in piedi, può ridarti vita…può farti risorgere già qui ed ora.

Frequentando Cristo, stando vicino a Lui…imparerai a vivere di “piccole resurrezioni quotidiane”.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Il Vangelo di questa domenica presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (in alcune traduzioni Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Mi basta guardare la gioia della mia sposa

Oggi vi lascio un pensiero secondo me importante. Un pensiero da meditare e interiorizzare. Prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate. Diceva loro qualcosa di molto interessante, che riguarda anche noi sposati. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona».
Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni,
allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole mi hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Buon cammino a tutti e siate immagine di gioia e pace l’uno per l’altra. Soprattutto quando l’altro/a ne ha bisogno.

Antonio e Luisa

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Chiedimi se sono felice

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

Così, a bruciapelo. Una domanda apparentemente innocua.

“Pietro e Filomena, voi siete felici?”.

La settimana scorsa eravamo in Sicilia con trenta coppie di sposi. Abbiamo avuto l’onore di guidare il ritiro spirituale della Parrocchia “Natività del Signore” di Catania.

Il tema che abbiamo proposto alle coppie partecipanti è stato quello del Perdono in Famiglia. Un tema tanto delicato quanto spinoso.

Tutti sappiamo quanto i piccoli rancori abbiano il potere di sgretolare pian piano le relazioni matrimoniali. Pietruzze nelle scarpe che fanno inciampare gli sposi.

E’ stato un percorso in cui tutti i presenti si sono lasciati mettere in discussione…per aprire nuovi spiragli di comprensione, di accoglienza, di Perdono da chiedere e da ricevere.

Ed è così che una coppia può risollevarsi.

Dopo aver proposto una nostra catechesi sul tema, c’è stato il giro di domande.

Ad un certo punto una persona tra i presenti ci chiede: “Voi siete felici?”

Come dicevamo questa è una domanda che mette sempre un po’ in crisi. Già.

Sono felice?

Partono i pensieri e i ricordi. La memoria dei miei fallimenti offusca quella dei miei successi.

La freddezza della ragione, poi, animata dai rancori sta li a spaccare il capello e a mettere sulla bilancia tutti quegli errori del nostro sposo o della nostra sposa e mi suggeriscono tanti buoni motivi per cui non dovrei essere felice.

Sono felice?

Valuto nel giro di pochi istanti tutte quelle cose che non vanno nella mia esistenza e di tutto il male che ho fatto qua e la…forse non sono in diritto di essere felice.

Sono felice?

Guardo negli occhi alcune persone presenti e mi dico: forse se dico di essere felice alcuni se ne sentiranno feriti poiché dicono di non esserlo.

Sono felice?

…nel giro di pochi attimi rispondo “si”.

“Si, sono felice.” La voce mi esce quasi strozzata dall’emozione, dalla paura, dal timore, dall’avere paura io stesso di star dicendo una menzogna.

Sono felice?

Si…nonostante i miei giudizi negativi su me stesso, sulla mia sposa, su tutto il mondo che va a rotoli io dico e riconosco di essere felice.

Si. Sono felice.

Sono felice non perché le cose mi vadano benissimo; non perché il mio coniuge sia un santo o tanto meno perché io sia un santo; non sono felice perché i miei desideri sono tutti appagati…

Sono felice perché in fondo al mio cuore so che sto facendo l’unica cosa che renda felice una persona: donarsi.

Sto cercando di donare la mia vita a Dio attraverso il mio matrimonio con tutti i suoi fallimenti, con tutte le mie fatiche e i miei peccati: io sono qui.

Come su di una barca sto in mezzo alle tempeste di tutti i giorni e mi tengo legato all’albero Maestro…mi tengo legato a Cristo e come Ulisse in mezzo alle sirene non mi butterò in mare non perchè sono forte io, ma perché è forte Colui a cui io voglio stare legato.

Grazie alla Forza di Cristo sono qui. E sono felice. Sono felice di essere qui a donare la mia vita anche a chi mi ferisce perché Cristo ha fatto lo stesso.

Ora giriamo a te la domanda: sei felice?

Buona riflessione.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Perchè l’Angelo appare più volte a Giuseppe?

In questo tempo di Natale ho riflettuto sul modo con cui Dio ha deciso di comunicare con Maria e Giuseppe. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo Angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’Angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè? Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’Angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con lui Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia.  Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e vetusti, ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, magari citando Efesini 5 o chissà quale verità antropologica. Mi limiterò a raccontare la mia esperienza. Mia moglie mi ha donato la sua sottomissione. Che brutta parola, vero? Cosa intendo con questo? Con il matrimonio si è messa nelle mie mani, si è affidata completamente, spontaneamente e gratuitamente, senza nulla chiedere in cambio. Questo suo dono mi ha commosso profondamente. Non solo, questo suo dono mi ha reso più responsabile e consapevole, mi ha fatto comprendere il mio valore. Lei, che consideravo troppo per me, lei che consideravo meglio di ciò che ero io, si abbassava per innalzarmi. Non so se mi spiego. Non è una questione di gerarchia. Le decisioni le prendiamo sempre insieme e a volte non mancano i punti di contrasto. E’ piuttosto un atteggiamento, una realtà che comprendi nel profondo di te stesso. E’ la consapevolezza che, qualsiasi cosa accada, lei non ti abbandonerà mai, ma continuerà a credere in te e a fidarsi di te. Questo fa parte dell’amore sponsale, questo fa parte del dono totale del matrimonio. E io, seppur misero e inadeguato molte volte, non posso che dare il meglio che posso, perchè questa sua fiducia non venga disattesa. 

C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge.  Anzi, dirò di più: attraverso il nostro amato/la nostra amata, Dio trova un modo privilegiato per parlarci. Nel matrimonio Dio vuole essere amato attraverso la mediazione del coniuge. Posso amare Dio amando il mio coniuge e posso fare esperienza dell’amore di Dio attraverso l’altro/a. Dio ci ama e ci parla attraverso l’amato/a. Io l’ho sperimentato innumerevoli volte. Quando ho dovuto prendere qualche decisione personale importante, parlarne con la mia sposa mi ha aiutato tantissimo. Davvero Dio mi ha parlato attraverso di lei. Ho trovato strade a cui non avrei mai pensato. Non solo, Dio mi mostra anche ciò che devo migliorare di me. Me lo fa capire attraverso Luisa. Certo bisogna avere l’umiltà di aprire il cuore e di mettersi in ascolto. Bisogna avere l’umiltà di mettersi in discussione e accogliere qualche critica, qualche appunto e qualche prospettiva diversa. Fortunatamente la mia sposa è sempre stata spietata in questo. Ha sempre messo in evidenza i miei errori. E’ stata però molto delicata. Lo ha sempre fatto con un amore tale che ho compreso quanto lei dicesse quelle parole per amore e non per altri motivi. Ho compreso quanto davvero mi stesse amando anche in quel momento.

Anche in questo caso la Sacra Famiglia ci può insegnare molto. Basta fermarsi un attimo a contemplarla. Approfittiamone in questo tempo di Natale che è tempo benedetto se usato bene.

Antonio e Luisa

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Credo

..di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”..

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Qualche anno fa ho avuto la possibilità di seguire un corso di catechesi sul “Credo”, e alla fine ci hanno proposto di provare a riscrivere il Credo secondo quanto avevamo compreso.

Ovviamente (lo dico per i più puritani, ndr) è una specie di poesia personale ed il Credo della nostra Chiesa resta lo stesso.

Sperando vi piaccia, vi auguro buona lettura e buona riflessione.

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Credo.

Io Credo in Dio Padre Buono e Misericordioso,

Onnipotente nell’Amore,

Creatore dell’universo e dei suoi piccoli e grandi abitanti:

dinosauri, foglie, colori, bambini e onde del mare.

Credo in Suo Figlio Gesù Cristo

Vero Uomo geniale, alto all’incirca quanto me,

Vero Dio impotente agli occhi di molte creature;

chiamò <<mamma!>> una giovane Vergine di nome Maria e crebbe in saggezza con l’aiuto di Giuseppe il Falegname.

Divenuto grande e bello, d’animo e d’aspetto,

svegliava i morti, banchettava con gli assassini, insegnava ai semplici e ai dotti la Via dell’Amore.

Insultato, denudato e messo in croce morì emettendo un “alto grido” così forte e così innocente che sconvolse i sogni di un soldato lì presente.

Dopo morto fu sepolto dai suoi amici.

Poco dopo fu risuscitato da una Lacrima di Spirito d’Acqua e di Fuoco caduta dagli occhi di Dio Padre.

Appena in piedi, Gioioso e Affamato

Tornò dai suoi compagni che tanto con Lui avevano viaggiato

e dopo aver mangiato un po’ di pesce

tornò al Padre nel profondo del mio Cuore

e con Noi sarà “fino alla fine del mondo”.

Credo nello Spirito Santo che sa fare solo tre cose: amare, amare e ancora amare.

Credo la Chiesa, assemblea divisa di peccatori perché composta da uomini

ma una e santa perché amata da Dio che è Uno ed è Santo.

Professo un solo Battesimo che rende Figli Liberi e Gioiosi.

Aspetto di rivedere con i miei occhi tutti quelli con cui ho condiviso questa Vita

 e che semplicemente mi hanno preceduto…nella Casa che verrà.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci

Una delle più belle descrizioni di Maria che prende tra le braccia quel bambino suo figlio e suo Dio, viene dal  filosofo francese Jean Paul Sartre. E’ un testo abbastanza conosciuto. Mi piace condividerlo per ricordarlo a chi già lo conosce e donarlo a chi ancora non ha avuto occasione di leggerlo. E’ un’immagine bellissima e commovente. Come? – direte voi. Sartre non era un filosofo ateo, uno dei paladini del pensiero laico?  Si, probabilmente lo è stato. Sartre è famoso per il suo concetto di esistenzialismo ateo: con la negazione di Dio l’uomo ha un suo progetto, liberamente scelto, secondo valori che non hanno alcun fondamento metafisico.

Sartre era anche una persona di grande spessore umano. Pensate che la descrizione di Maria che vi riporto è tratta da un suo racconto, dal racconto di un ateo. Bariona è stato scritto dal filosofo nel periodo di Natale del 1944. Lo fece come dono verso i suoi compagni di prigionia nel lager di Trier in Germania. In quel campo Sartre entrò in contatto con alcuni sacerdoti e con essi intraprese diverse conversazioni sulle verità profonde dell’uomo e su Dio. Certo lui da un punto di vista ateo e non credente, ma con un certo rispetto verso il mistero e la trascendenza. Forse il racconto che di seguito ho riportato nasce proprio da questi dialoghi e confronti. Una descrizione meravigliosa che nasconde un cuore aperto al mistero e alla bellezza. Tanto che l’intellettuale arriva vicino alla conversione. Nel 1980, poco tempo prima di morire, intervistato da un amico comunista Pierre Victor, confermò personalmente la sua conversione, destando grande scandalo tra amici e intellettuali. Sembrava infatti una ritrattazione di tutta la sua idea filosofica. Disse: Non sento di essere il prodotto del caso, un granello di polvere nell’universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato. In breve, un essere che solo un Creatore potrebbe mettere qui. E questa idea di una mano creatrice si riferisce a Dio.

Una persona in ricerca che alla fine ha trovato . Una persona che durante la sofferenza della prigionia nella Germania nazista seppe scrivere:

Ma siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete forse un po’ naïf. Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli ma sono rigidi: si direbbero delle marionette. Non erano certamente così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi… Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me. La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria.

Che meraviglia Maria. Maria è la Theotokos. E’ colei che ha portato in grembo Dio, la madre di Dio. Un buon proseguimento del tempo del Natale a tutti.

Antonio e Luisa

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