Aquila e Priscilla. Per amore. Solo per amore.

Aquila e Priscilla sono una coppia di sposi. Prima di tutto sono una coppia di sposi. Aquila e Priscilla sono due personaggi citati molte volte negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di Paolo. Sono infatti molto vicini proprio all’apostolo Paolo. Sono molto amati e stimati dallo stesso apostolo che ha sempre parole di riconoscenza verso di loro.

Perchè sono così importanti? Sono, credo di poter dire, qualcosa di unico nella Bibbia, almeno nel Nuovo Testamento. Non esiste Aquila senza Priscilla e non esiste Priscilla senza Aquila. Sono sempre citati insieme, come fossero un’unica persona. In realtà sono davvero un cuore solo . Due persone distinte, certo, ma che sono così unite nell’amore verso Gesù che sembrano amarLo con un solo cuore.

Questo è un po’ il significato e anche il frutto del matrimonio. L’amore diventa come fuoco che fonde il cuore dell’uno e dell’altra e all’unisono, i due cuori, amano Cristo e i fratelli.

Ciò che rende la testimonianza di Aquila e Priscilla tanto bella non è tanto il fare, il mettersi a disposizione e l’aprire la loro casa a Paolo e ai cristiani di Efeso, trasformandola in una vera chiesa. Una delle prime chiese. Ciò che rende la loro testimonianza verace e bella è proprio il fatto che, prima che mettessero a disposizione la loro abitazione come chiesa, loro stessi divennero Chiesa. Loro stessi nella loro relazione riuscirono a riprodurre, in piccolo naturalmente, l’amore di Gesù per ognuno di noi.

La loro relazione sponsale traboccava così tanto di amore che divenne generativa. Non riuscivano a contenere solo per loro quell’amore tanto grande che sperimentavano nel dono reciproco e nella presenza di Gesù tra loro, ma sentirono forte la necessità di fare uscire tutto l’amore e tutto il bene. Sentirono il bisogno di aprire la loro casa e di mettersi al servizio dei fratelli. Il loro prima che un servizio è stato un soddisfare un desiderio del cuore. Non un dovere ma un onore.

Ne conosco tantissime di coppie che, come Aquila e Priscilla, si mettono al servizio dei fratelli per amore. Solo per amore. Si chiamano Cristina e Giorgio, Pietro e Filomena, Claudia e Roberto, solo per citare i nostri amici del blog, ma ci sono tantissimi altri.

Credo che nella grande Chiesa di Cristo non possano mancare la testimonianza di coppie feconde e credo che ognuno di noi, sposi cristiani, se davvero vive un matrimonio autentico, senta nel profondo il desiderio di restituire qualcosa della bellezza e della gratuità che ogni giorno riceve attraverso l’amore del coniuge e di Dio.

L’amore è sempre fecondo ed è salvezza per noi e per gli altri.

Antonio e Luisa

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Dove guardi? Non sono in Cielo ma nella persona che hai accanto.

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si perché Gesù vuole essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. Ringraziarlo e rendere grazia per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui/lei e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli. D’altronde Giovanni nella sua prima lettera ha scritto: Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Il nostro coniuge è lì proprio per dare carne e un volto all’amore. Approfittiamone!

Antonio e Luisa

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Ti voglio benedire ogni giorno

Ieri, durante l’omelia, il nostro parroco ci ha fatto riflettere sul nostro matrimonio partendo da una prospettiva molto interessante. È partito dalle parole del Salmo, che naturalmente sono rivolte a Dio, però possono calzare anche per il nostro sposo o la nostra sposa. Quando un matrimonio è vissuto con Gesù presente, quando c’è desiderio di donarsi all’altro/a, quando c’è quella comunione che fa di noi sposi anche fratelli e sorelle nella fede, lì è davvero possibile fare esperienza di Gesù nell’altro/a. Sentirsi amati da Gesù attraverso l’altro/a e accogliere Gesù accogliendo l’altro/a. Il Salmo in questione recita:

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome, Signore, in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.

Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Non è forse vero che io desidero benedire Luisa ogni mattina che la trovo accanto a me? Benedico lei e benedico Gesù per avermela donata. Grande è il nostro matrimonio. Grande perchè mi permette di fare un’esperienza d’amore incondizionato e gratuito che è meravigliosa. Una bellezza che può venire solo da Dio. Una bellezza che non si può misurare. Nulla su questa terra può valere di più.

Paziente è la mia sposa, sempre pronta a sopportare i miei errori. Non mi giudica e comprende le mie difficoltà e fragilità. Misericordiosa la mia sposa che tutto mi perdona. Perdona davvero. Rigenerante è la sua tenerezza, che mi permette di capire un po’ di più l’amore con il quale Dio mi ama.

Sono sicuro che quanto ho scritto non sia un’esperienza solo nostra. Credo che tanti sposi potrebbero tetimoniare lo stesso amore. Non significa che siamo perfetti. Gli errori ci sono e sono anche tanti, ma ciò che rimane, ciò che è più forte, non è l’errore ma è l’amore. Sempre pronti a ricominciare, sempre pronti a chiedere e a dare perdono. Sempre pronti a meravigliarsi della bellezza del matrimonio e di come due persone tanto imperfette possano volersi bene in questo modo, con lo stile di Gesù.

Antonio e Luisa

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La vigna della vocazione

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno.
Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo:
Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te.
Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».

Matteo 20, 1-16

Una Parola che pone in evidenza ciò che abbiamo nel cuore. La vigna naturalmente è il Regno di Dio, ma per noi sposi può essere anche immagine del nostro matrimonio. L’immagine della nostra vocazione. L’immagine del nostro posto nel mondo e di come vivere in pienezza la nostra vita. Quanti ne sento parlare, con un’invidia malcelata, dell’amico single che ha mille storie, che si diverte e che si porta a letto innumerevoli donne. Lui si che si gode la vita! Viene il dubbio che quegli amici, che invece hanno una famiglia, dei figli, una vita più o meno ordinaria, non capiscano quanto in realtà siano ricchi in confronto agli amici che in fin dei conti non stanno costruendo nulla di concreto e sono soli.

C’è un passaggio del Vangelo che mette in evidenza tutto questo: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.

Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

E ora una parola per coloro che vorrebbero sposarsi, costruire una relazione d’amore bella e piena. Magari sono lì anche loro ad attendere che il padrona della vigna li veda e li scelga. Mi rendo conto che è una situazione dolorosa. Luisa ha atteso anche lei molto prima di incontrarmi. Vi voglio dare solo un consiglio. Non aspettate lì fermi/e che il padrone si accorga di voi. Incominciate a cercarlo voi! Come? Conoscendolo nella Chiesa e donandovi ai fratelli nel modo che più vi piace. Parrocchia, oratorio, volontariato, assistenza. Ci sono molti modi per amare. Solo così inizierete davvero ad amare anche voi stessi/e. Amarsi è indispensabile per lasciarsi amare da un’altra persona e anche da Dio.

Se rileggete il testo, Dio esce a varie ore della giornata. Non sono ore messe lì a caso. Il padrone della vigna esce alle sei del mattino quindi all’ora prima, poi oll’ora terza, ancora all’ora sesta e all’ora nona. Esce in tutti i momenti in cui viene reso culto a Dio. Le ore della preghiera. Come a voler simboleggiare due verità. La preghiera ci apre ad accogliere la nostra vocazione e, ancor più bello, Dio rende culto a noi. Vuole farci pienamente noi. E ciò avviene nell’amore, nel vivere la nostra vocazione. Attenzione però! Dio esce anche alle cinque del pomeriggio. Un’ora calda, verso la fine della giornata. Dove ormai nessuno si aspetta più nulla. Non è un orario di preghiera. Eppure lui esce e chiama chi ormai ha perso le speranze.

Carissimi non smettiamo di credere in Dio e all’amore. Se abbiamo ricevuto la chiamata rallegriamocene e diamo tutto il nostro impegno. Se non l’abbiamo ricevuta prepariamoci perchè Dio è lì che aspetta il momento giusto per farci suoi e donarci la gioia e la pienezza della vita.

Antonio e Luisa

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Siamo uno spettacolo!

Vi ripropongo un articolo di circa 4 anni fa. Mi è capitato di trovarlo mentre navigavo per il blog e mi è sembrato interessante.

Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te.

Questo è l’inizio di una delle canzoni di Jovanotti. Una frase forte, diretta che si imprime nella testa. Mi ha colpito perchè è vera. Vale per noi, e vale per tutte le coppie che hanno sperimentato la forza del matrimonio, che hanno sperimentato la Grazia nel matrimonio, che hanno sperimentato la presenza di Dio in loro e con loro. Mi guardo indietro e cosa vedo? Un ragazzo di poco più di vent’anni, fragile e impaurito dalla vita e dal futuro. Ripercorro velocemente tutti i 14 anni del mio matrimonio, tutti gli avvenimeti belli, tutti i momenti  difficili e di sofferenza. Mi guardo indietro e mi accorgo che Dio ha fatto davvero cose grandi.

Il matrimonio mi spaventava. Un amore così radicale che ti chiede tutto. Un amore che non lascia vie d’uscita, che ti impegna per la vita. Se ci pensate bene il matrimonio è una promessa che fa paura. Ci si sente inadeguati a rispondere ad un amore così. Io che non mi sentivo capace di gestire la mia vita dovevo promettere di dedicarmi totalmente ad una donna e ai figli che Dio ci avrebbe donato.  Difficile. Poi arrivano le prove e la tentazione, che ti continua a insinuare il dubbio di essere inadeguato, torna ancora più forte.

E’ facile amare quando tutto va per il meglio, quando c’è gioia, passione e intimità. Non serve Dio, non serve il matrimonio. Basta la nostra miseria, i sentimenti ti trascinano senza sforzo e senza sacrificio. Basta la pancia non serve la testa. Quando tutto si fa difficile non è più così. La nostra miseria non basta più e rischi davvero di lasciarti andare e di mollare. E’ molto facile sentirsi intrappolati in una situazione troppo grande e difficile. In quei momenti passa la passione, l’intimità e ci si sente soli anche se cìè pieno di gente che gira per casa. Da questa crisi passano tanti, forse tutti, io ci sono passato. Quello che mi ha dato la forza di perseverare è stata la sicurezza che quella fosse l’unica strada possibile per essere felice, che Dio non mi avrebbe abbandonato mai e che  al fianco avevo una donna straordinaria. Questa certezza, anche nel momento più buio, non mi ha fatto mollare e mi ha dato le motivazioni per tirare fuori forze e risorse che non pensavo di avere.

E’ proprio vero che nel matrimonio uno più uno non fa due ma fa tre. C’è una nuova creazione, dove sono ancora io ma in realtà sono molto di più perchè mia moglie e Gesù sono li con me in un intreccio d’amore e di grazia. Loro abitano il mio cuore, sempre, e io avverto questa loro presenza e ciò mi rende molto più forte di ciò che ero prima. Se ci abbandoniamo a Lui, se perseveriamo nelle difficoltà, se chiediamo la Grazia nel nostro matrimonio tutto sarà possibile e guardandoci alle spalle, guardando la nostra vita non potremo che meravigliarci di ciò che abbiamo saputo affrontare e sopportare. Ogni coppia che ha sperimentato tutto questo può a ragione dire “Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi”!

Antonio e Luisa

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Davvero non c’è differenza tra convivenza e matrimonio?

Succede spesso di ascoltare giovani e meno giovani che affermano che sposarsi è solo un contratto e che ciò che conta è solo l’amore. Che il matrimonio è qualcosa di vecchio. Che oggi basta la convivenza. Quando ascolto questo tipo di discorsi mi intristisco. Quelle persone stanno rinunciando a uno dei doni più grandi che Dio vuole fare loro. Certo è possibile grazie al Battesimo e va nutrito con l’Eucarestia, ma ha una dignità e una grandezza forse sconosciute ancora a tanti.

Nella convivenza non c’è amore gratuito e incondizionato. Di che se ne dica, la convivenza è, nel suo significato costitutivo, precaria. Stiamo insieme finchè stiamo bene. Non c’è nessuna promessa solenne. Come faccio a sentirmi davvero amato con questi presupposti? Io non riuscirei. Mi sentirei sempre sotto esame. Non è questo però il punto che voglio analizzare oggi. Superiamo la relazione umana e entriamo nella trascendenza del sacramento del matrimonio.

Cosa ci regala Dio il giorno delle nozze? Quando abbiamo con la volontà proclamato la nostra promessa e l’abbiamo confermata con il corpo nel primo rapporto fisico, lo Spirito Santo scende su di noi e riempie il nostro cuore di doni. Ma quali sono esattamente?

Il primo dono è il legame coniugale cristianoNon siamo più due ma una carne e un cuore soloQuesta unità d’amore rende noi sposi sacramento vivente e perenne. Nel nostro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi ameremo Dio non più individualmente, ma insieme. Saremo mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restiamo due persone con la propria individualità. Prendo le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: “O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà”. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi.  Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. 

Il secondo dono è la Grazia santificante. Cosa è? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione accademica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. 

Il terzo dono è la Grazia sacramentale. E’ una cambiale in bianco che Gesù ci firma. Non è che la promessa di Cristo di aiutarci, attraverso lo Spirito Santo,  a superare qualsiasi dolore, difficoltà, divisione, rancore, stanchezza o qualsiasi altra situazione noi incontriamo nella nostra vita matrimoniale, per perseverare e perfezionare il nostro amore di sposi ed essere sempre più testimoni e profeti del nostro amore.

Allora perchè se abbiamo tutta questa ricchezza sembriamo così poveri e tanti sposi alla fine si separano e falliscono? Perchè la Grazia di Dio non ci salva da noi stessi e dai nostri errori? La Grazia non è una magia. Lo Spirito Santo per poter entrare in noi e cambiare le nostre debolezze e fragilità ha bisogno di noi. Lo Spirito Santo ha bisogno che  noi apriamo il nostro cuore alla Sua azione. Dobbiamo volere che Gesù abiti in noi e nella nostra unione. Il sacramento del matrimonio non ci assicura nulla senza il nostro impegno. Il sacramento del matrimonio è come una fonte di acqua pura che disseta ma se noi abbiamo un bicchiere bucato non riusciremo nè a bere nè a dissetarci. Questo è il nostro cuore, che se reso bucato dal peccato e dal nostro egoismo, non riuscirà a riempirsi di Dio. Diventa così tutto un’illusione e se le cose non vanno ce la prendiamo con Dio che non ci ha preservato dal fallimento.  

Siamo ricchi! Prendiamone coscienza e impegniamoci a fondo per dare frutto a tutta questa Grazia che ci pervade.

Antonio e Luisa

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L’amore degli sposi chiede tutto o non è vero

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. (MT 22,37)

Questo versetto del Vangelo è per noi. Dovrebbe essere di riferimento a tutti gli sposi. Voi obietterete che questo comando riguarda la nostra relazione con Dio. E’ vero! E’ altrettanto vero che Dio chiede agli sposi di essere amato nella creatura che ci ha posto accanto.

Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare l’amore degli sposi che è vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. Non perchè sia una imposizione. Dobbiamo amarci così perchè Dio lo vuole o la Chiesa ce lo impone. Nulla di tutto questo. Il desiderio di questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Ho un’amica che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completa. Cosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

C’è una canzone degli anni ’80 che esprime benissimo tutto questo. Si tratta di This is the time di Billy Joel. In un verso possiamo ascoltare You’ve given me the best of you And now I need the rest of you. Mi hai dato il meglio di te, ma adesso voglio il resto di te. Voglio tutto perchè solo così posso sperimentare l’amore autentico e pieno, quello che tutti desideriamo nel profondo di noi e che è un anticipo di quello di Dio. Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Ci leghiamo per essere liberi di amare

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.
In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

Matteo 18, 15-20

Da oggi fra Andrea torna ad aiutarci a comprendere la Parola di Dio. Oggi ci soffermiamo su un passaggio particolarmente interessante per noi sposi. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. Fra Andrea ci offre una lettura che francamente io non avevo mai preso in considerazione. Lui parte dal testo greco originale dove la parola tradotta con legherete ha un significato un po’ diverso. Si tratta della parola deomai che significa mancare, desiderare, volere, domandare, pregare. Insomma si apre una pista davvero interessante. Gesù mette nelle nostre mani il potere dell’eternità. Della nostra eternità e anche di chi ci sta accanto.

Tutto ciò che accade sulla terra avrà una sua continuità nei Cieli. Ci giochiamo la vita eterna qui sulla terra. Ci giochiamo la nostra salvezza e anche quella del nostro coniuge.

Cosa è il matrimonio se non un percorso verso una sempre più profonda amicizia con Dio? Amando sempre più profondamente il nostro coniuge ci prepariamo ad amare sempre meglio Gesù. Ci stiamo preparando alla vita eterna. Non è meraviglioso? Il matrimonio diventa per me e per la mia sposa una vera palestra. Dove non si costruiscono i muscoli e non si combatte il grasso in eccesso. E’ una palestra dell’anima dove si costruisce un amore sempre più vero e dove si distrugge l’egoismo che ci avvelena il cuore.

Così gli sposi insieme possono imparare a desiderare il bene dell’altro/a prima del proprio, possono sentire la mancanza di ciò che davvero conta che è la relazione d’amore tra loro, possono volere con tutto il cuore la salvezza per sè e per l’amato/a. Possono imparare a pregare davvero in comunione perchè non basta essere in due a pregare. Ciò che fa la differenza è la comunione tra le persone che diventa Amore di Dio.

Insomma il matrimonio ci insegna ad amare davvero e questo è ciò che nessuno potrà toglierci mai, soprattutto nell’eternità di Dio.

Antonio e Luisa

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Non posso buttare un dono tanto grande

Di seguito una testimonianza a mio parere meravigliosa. Meravigliosa anche se colma di sofferenza. Alessandra è una donna che ha deciso di amare davvero. Ha deciso di continuare ad affidarsi a Gesù e al dono del matrimonio che ha ricevuto. Anche se suo marito ha un’altra vita e un’altra donna. Io non so se il suo matrimonio fosse nullo. Sarebbe stato molto difficile appurarlo, visto i tanti anni di matrimonio già alle spalle e la presenza dei figli. La sua resta comunque una scelta di sacrificio e d’amore che non può non essere luce per tutti.

Buongiorno Antonio, ti seguo sempre con piacere e condivido molti dei tuoi post con qualcuno della mia parrocchia. Non so se ti ricordi di me, un giorno ti ho scritto che sentivo fortemente il peso del mio matrimonio fallito e che avrei voluto strapparmi di dosso questo matrimonio. Sai, ho intrapreso la strada per verificare la nullità del mio matrimonio, ho parlato con un sacerdote e con un avvocato, ma nel frattempo, parlavo soprattutto con Dio. Arrivò il giorno in cui l’avvocato mi fece sapere che era tutto pronto per iniziare l’iter di nullità matrimoniale. L’indomani mi disse che avrebbe presentato i documenti al tribunale. Lì, ebbi un ripensamento. Le dissi di aspettare ancora qualche giorno, non ero più sicura.

Ebbene, la domenica successiva, mentre eravamo in parrocchia a fare le prove del coro, fra una messa e l’altra, entrò in chiesa una coppia di sposi. Nella messa successiva avrebbero festeggiato il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Ci chiesero di cantare per loro. Vuoi sapere cosa è successo? Il sacerdote durante l’omelia parlò loro del “dono” del matrimonio ricevuto dal Signore e che loro di questo dono, insieme a Dio, ne avevano fatto cose grandi.

Ecco, io ho sentito forte dentro di me la parola “dono”. Il Signore mi aveva accontentata donandomi il matrimonio, la famiglia, i figli e tanto altro ancora. Ed io cosa volevo fare? Volevo far finta che mai nulla fosse accaduto? Mi venne in mente un piccolo pensiero parallelo: sarebbe stato come se io avessi fatto un regalo prezioso a mio figlio e lui lo avesse buttato! Io mi sarei dispiaciuta molto!

Ebbene, non ho mai più telefonato all’avvocato, i miei documenti non sono mai stati presentati, mio marito continua a vivere la sua vita, io continuo a pregare il Signore che riempia con il Suo Amore questo vuoto che sento. Parliamoci chiaro, il vuoto c’è, l’amore è necessario per vivere, forse non sono pronta a “sentire” l’Amore del Signore (quell’Amore che tutto avvolge), per fortuna ci sono i miei figli, ma loro andranno via ed io mi farò “grande”.

Chissà se mai sarò “amata” su questa terra, di un amore vero e completo! Ma sai, sono felice di aver preso questa “croce” e avere la consapevolezza che non è poi così pesante, se non in alcuni momenti. So che c’è un motivo per tutto questo perché “tutto concorre al bene di coloro che amano il Signore” (San Paolo – Romani) , ma spero sempre in un miracolo.

Antonio e Luisa

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Chiediamo a Gesù di fare la Sua parte!

Alcuni giorni fa stavo facendo due chiacchiere con un’amica. Quest’amica aveva alcuni problemi con il marito già da un po’ di tempo. Io ero lì, pronto ad ascoltare e a dare i miei consigli. Questa volta però è stata lei a darmi una lezione che mi ha colpito. Mi ha colpito proprio per la verità che ho percepito nelle parole di questa persona.

Certo, se ci sono problemi ci sono anche delle cause da ricercare e risolvere nella relazione. Su questo non c’è dubbio. Però spesso c’è anche un altro aspetto, un’altra dimensione, che tendiamo a dimenticare. Don Fabio Rosini scrive che la psicologia ti può aiutare a trovare il tuo equilibrio ma la felicità e la gioia sono di competenza di altro. Noi diremmo di un altro. Sono frutti dell’incontro con Gesù.

Torniamo a noi. Questa amica non riusciva a provare più quell’attrazione e quella passione che le davano la gioia di amare suo marito. Non si è mai arresa. Ha cercato in tutti i modi di recuperare quanto perso confrontandosi con suo marito e cercando di porre rimedio ad alcuni atteggiamenti e dinamiche di coppia. Ha fatto anche un’altra cosa. Mi ha davvero edificato ascoltarla.

Si è messa davanti al crocifisso, perseverando giorno dopo giorno, e ha “urlato” a Gesù tutta la sua sofferenza. Si è ricordata che Gesù si è fatto carico del suo matrimonio. Ha testualmente detto a Gesù nella preghiera: Tu mi hai messo accanto quest’uomo, tu me lo hai donato nel matrimonio. Ora tocca a te fare qualcosa perchè io possa ritrovare tutta la gioia che ho perso. Io ti prometto di donarmi completamente a te al mio sposo, ma il resto devi farlo tu, io da sola non riesco.

Oggi ho visto il miracolo. Questa persona sembra di nuovo innamorata di suo marito. Hanno ricostruito insieme, si sono impegnati a fondo entrambi, hanno riempito le giare e Gesù ha fatto il resto. Ha trasformato l’acqua nel vino buono. La loro relazione è risorta.

Ricordiamoci di questa grande risorsa che è la preghiera e la grazia del sacramento delle nozze. Gesù non aspetta altro che un nostro cenno per riempire il nostro cuore del Suo amore

Antonio e Luisa

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Il tatuaggio degli sposi

In questi anni vanno sempre più di moda i tatuaggi. Tatuaggi d’appertutto. Tatuaggi anche sul collo o sul viso. E’ diventato davvero qualcosa di popolare. Lo sapete, cari sposi, che anche noi siamo tatuati? Non sul corpo! Alcuni di voi probabilmente lo sono anche sul corpo, ma voglio parlare di un altro tipo di tatuaggio. Uno che abbiamo tutti. Giovani sposi o vecchi sposi. Non fa differenza.

E’ un tatuaggio che è impresso direttamente sul nostro cuore. E’ un tatuaggio che indica un’appartenenza. Ne troviamo traccia nel Cantico dei Cantici. Verso la fine, al capitolo 8:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore

Ct 8, 6

E’ una frase che probabilmente dice molto più di quello che la maggior parte delle persone comprende ad una lettura veloce e non meditata. Invece è importante meditarla bene perchè questo versetto è davvero il cuore di ogni matrimonio cristiano.

Il sigillo è un’immagine molto forte. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” (sigillo in greco) era il segno che il padrone faceva sugli animali, per cui quel segno indicava che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. Il termine è stato poi ripreso in ambito militare. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento (divisa, bandiera, stelletta..) intorno al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava unità e solidarietà.

Mettimi come sigillo sul cuore significa ti appartengo. Sono tua/o e tu sei mio/a. Non possiamo essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne. Ricordate San Paolo quando afferma Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me? Qui è la stessa cosa, ma letta in chiave sponsale. Non sono più io che vivo, ma sei tu, amato mio sposo, amata mia sposa, che vivi in me e io vivo in te. Questa è la nostra vocazione. Siamo chiamati a farci così: prossimi all’altro/a e capaci di decentrare le nostre attenzioni tanto da vivere per la gioia e per il bene dell’altro/a. Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Tutta la persona è partecipe di questa appartenenza. Nel corpo e nella sua parte più profonda ed interiore. Nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. In tutto ciò che mi caratterizza come persona c’è il tuo sigillo. Metti il mio dentro tutto ciò che tu sei. Questo è l’amore sponsale autentico. Un amore che desidera tutto dell’altro/a e dà tutto all’altro/a. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico perchè solo così può essere meraviglioso e pieno. Un amore esigente, ma proprio per questo vero.

Antonio e Luisa

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Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 2 parte

Lc 10,30 Gesù allora rispose e disse: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni
Veniamo ora all’uomo malcapitato che scende da Gerusalemme a Gerico. Quale senso si trova dentro questa direzione e cosa possiamo trovare in essa come rivelatrice di un’interiorità in balia del dissenno. Il tale si dirige a Gerico, troppo spesso vista semplicemente come la città icona del peccato e dunque di primo impatto potremmo affermare che l’uomo cade in balia dei perdoni a causa del suo peccato. Spesso nella Scrittura lectio facilior-la cosa più facile. non è la via più giusta da imboccare rispetto alla lectio-difficilior-la cosa più difficile.
Partiamo dal nome della città di Gerico che proviene dalla radice yrḥ che significa luna o mese. Non la stessa parola ma un concetto analogo viene usato in Es 12,2 quando viene Dio inizia ad istruire Israele su come avverrà la propria liberazione e come dovranno celebrarla. Altro particolare che possiamo notare, attingendo alla tradizione rabbinica, la radice yrḥ e la radice yrh-indicare-insegnare da cui poi viene la parola Torah, sono molto simili e anche facilmente associabili da un punto di vista fonetico. Al netto di tali dettagli capiamo che Gerico non è la città del peccato ma di una legge che è veramente se stessa perché conduce, accompagna e libera. Quando però abbiamo lo spirito abbattuto è facile equivocare la più bella e santa delle cose, come aver bisogno di amore, e cercarlo nel suo surrogato. Gerico è anche la prima città della conquista, dove una prostituta salvò gli esploratori del popolo e ne favori la presa. Una prostituta salva il popolo, dunque Gerico può apparire il luogo dove puoi essere trattato bene, senza supponenza dove vige il mal comune mezzo gaudio, poiché se siamo tra peccatori almeno nessuno ti giudica, se siamo tutti dei falliti almeno non c’è nessuno che ti tratta come tale. Quest’atteggiamento e di chi ormai non ha più voglia di lottare per difendere la sua dignità, di chi non ha più il coraggio di chiedere perdono, di chi ormai ha deciso di credere agli insulti e quindi fermo di andarsene, dove pensa possa essere peccatore tra peccatori per sentirsi un po’ amato.

Quando la vita di relazione diventa una legge che schiaccia, invece di accompagnare e liberare, chi vive la relazione può cadere nell’errore di credere nel giudizio posto su di lui e vedere nel peccato una via di fuga, una chiusa dietro la quale proteggersi.
33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione[…] 35estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
Questo gesto del Samaritano sembra qualcosa di scontato se guardiamo il suo agire precedente, appare come qualcosa che suona normale per la nostra odierna modernità abituata a pagare l’albergazione, ma se ci caliamo nel contesto di chi scrive e racconta questi versetti sono a dir poco innovativi e gestanti in se stessi la strada e la direzione che il Samaritano traccia per chiunque ha scelto di amare: tutti i personaggi di questa parabola seguono un strada, il Samaritano ne traccia una nuova!

Nella società antica l’accoglienza era qualcosa di sacro, ospitare il forestiero era come dare ospitalità a Dio, tanto che nella scrittura troviamo lo stesso Abramo contrapporsi agli uomini di Sodoma poi che è l’uno accolse l’angelo del Signore cf. Gn 18, mentre gli altri non accolsero il Signore ospite di Lot cf Gn 19: il peccato di Sodoma era anche la mancanza di accoglienza.
Se questa sacralità riempie la realtà dell’accoglienza possiamo immaginare quanto fosse dissacrante pagare per essere ospitati. Un ulteriore conferma sulla situazione di pagamento ci viene dalla parola usata da Luca per indicare l’albergo e cioè pandocheion, il quale si differenziava dal katalumata-alberghi non commerciali.
Tale particolare ci apre ad una realtà intrinseca del cuore misericordioso, egli paga ciò che sarebbe dovuto, rompe gli schemi disinteressandosi se la cultura o il pensiero dominante rilevi il suo gesto come uno scendere a patti con ciò che è inteso come sacrilego. La persona magnanime rischia per cambiare le cose, poiché è bello pensare che la promessa di ritornare per poi estinguere il debito possa aver incontrato un cambiamento nell’albergatore facendolo diventare uomo di accoglienza gratuita.
Spesso nelle nostre scelte generate e generanti misericordia possiamo trovarci davanti alla necessità di dire al “si è sempre fatto cosi” stai sbagliando, o mettersi contro a chi crede ciecamente di essere nel giusto, non ponendosi più il problema del giusto o sbagliato, ma vivendo nella verità di chi ritiene la persona il fine e il sommo bene. Essere misericordiosi in famiglia e nella coppia significa fare scelte incomprensibili, magare da parte della tua famiglia di origine, e porre chi ami sempre al centro del tuo cammino: “ne ebbe compassione” v.33, splachizomai e cioè ne fu toccato fino alle viscere. Ma dopo ciò arriviamo da dove avevamo cominciato: “Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: la “sliding door” un porta scorrevole che si apre piuttosto che chiudersi può cambiare la vita”.
Bhe la vita di chi crede in Gesù di Nazareth non è mai una “sliding door” non un caso che cambia la vita ma una scelta: amare e lasciarsi amare da chi vuole tracciare una via nuova che rende nuove tutte le cose! Cf Ap 21,5

Fra Andrea Valori

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Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 1 parte

Non far decidere ad una “sliding doors” ma a chi “sceglie” facendo nuove tutte le cose!
Non si può dire certo che la nostra vita non sia condizionata dagli eventi, e che questi non la determino in modo così profondo attraverso gli incontri che facciamo. Possiamo incontrare la persona giusta al momento giusto e trovarne giovamento, fare la scelta sbagliata nel momento sbagliato e portarcene dietro il peso per anni. Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: “sliding doors” un porte scorrevoli che si aprono piuttosto che chiudersi cambiando la vita e il corso della propria storia.
Ecco la misericordia non è una “sliding door”, la misericordia è una porta sempre aperta, con qualcuno che ne custodisce la breccia e ha deciso che, nonostante tutto, quel passaggio sicuro tra i confini della nostra debolezza e le frontiere del nostro dolore, non dovrà mai chiudersi.
Lc 10 29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”
E’ bello che vedere che non tutte le domande evangeliche sono domande legittime, domande che purtroppo sono gravide di una falsa giustificazione, ma che sono giustificate dalla difficoltà dell’esperienza del prossimo. Realtà così complessa, quella del prossimo, già testimoniata in modo quasi cinico dalla Scrittura, che nella sua lingua d’origine documenta la parola prossimo con le stesse radicali del termine “male” r’ e inoltre, la parola fratello con le stesse lettere dell’interiezione di dolore “ahime” aḥ. Il prossimo molte volte è il nostro fallimento, un fallimento che ci porta a scendere da Gerusalemme a Gerico, compiendo un tragitto molto più breve di 30 km, curvando il collo con un viso rabbuiato che cerca consolazione dove può trovare solo rapina: la delusione viene rapinata dalla tristezza e la tristezza ti lascia mezzo morto.
Ora la domanda è: chi passerà accanto a te per salvarti, e tu lascerai che qualcuno possa farlo? La sfida che il buon Samaritano, di Colui che è stato chiamato sprezzantemente samaritano, il Signore Gesù, è soccorrere chi è stato colpito dalla persona amata e dare il coraggio della riconciliazione. Uno dei passaggi più liberanti e consacranti nella coppia sta proprio nel lasciarsi risanare da chi ti ha ferito, ricongiungere lo strappo non con un panno grezzo ma tessendo un vestito tutto nuovo: questo è perdonare, questo è chiedere perdono, tutto ciò è lasciarsi perdonare e dire: non voglio farlo più, aiutami! Gesù Samaritano apre gli occhi su una realtà fondamentale: essere capaci di distinguere e capire chi è il proprio nemico. Contestualizzando il brano del vangelo, nel paesaggio che lo racchiude, non è difficile immaginare che l’attenzione piuttosto che rivolgersi ai briganti, è da prestare al luogo dove questi era quasi certo che fossero per tendere l’agguato. Il deserto di Giuda infatti, più volte citato nella scritture e nei salmi, è percorso da un’unica strada che congiunge Gerico e Gerusalemme, e tale via s’infittisce in una coltre di pendii scoscesi e vicoli ciechi dove è ignaro ciò che si possa trovare, oltrepassato il limite delle curve strette che li delimitano. Il Deserto di Giuda è ricco di una fascino contrastante poiché puoi ammirarne la bellezza dalle sommità delle sue alture, così come si ammira un gregge che si muove disomogeneo nella sua spontaneità, ma può risultare spietato quando lo percorri nei suoi sentieri sempre come un gregge che spostandosi calpesta tutto ciò che ha a tiro.

Sal 113,6 Perché voi monti saltellate come arieti e voi colline come agnelli di un gregge?
Una zona di questo deserto, situata sempre tra le due città è chiamata ma’aleh addummim ossia le alture insanguinate. Ciò significate che tutti i personaggi di questa parabola del vangelo sapevano che era rischioso percorrere quella strada, lo fanno per motivi diversi ma una cosa è certa: si stavano spostando da una città ad un’altra affrontando un rischio. Al netto di questo forse dobbiamo cercare di capire non tanto perché i briganti hanno attaccato l’uomo, non tanto perché il levita e il sacerdote non si fermano, o perché quell’uomo volesse passare di li. La cosa interessante su cui interrogarsi è il perché avessero lasciato una città per recarsi altrove. Il vero brigante è chi ti ha fatto prendere una strada pericolosa.
Del levita e del sacerdote conosciamo il percorso ma non la direzione, questo ci concede di cogliere alcuni elementi del loro atteggiamento. Entrambi si stavano muovendo nel loro territorio, tanto che la loro meta non è chiara, tutto era loro, tutto era scontato, erano estremamente sicuri.
L’abbondanza di sicurezza li conduce però lontano dalla loro ragione di vita: stare nel Tempio del Signore.
La città di Gerusalemme e il Tempio, il palazzo del re e la sua rocca forte sono stati sempre accumunati dal descrivere un’unica realtà teologica e cioè il rifugio nella forza e nel baluardo che Dio è cf Sal 46,2—Sal 48,4. Il levita e il sacerdote sembrano aver ormai frainteso la sostanza fondante delle costruzioni simbolo della Città Santa, quindi esse non sono più rifugio per il perseguitato ma diventano lustro aristocratico, vezzo nobiliare, non è più Dio che santifica il Tempio, ma è il Tempio che obbliga Dio a stare lì e perciò tutto orbita verso il Tempio, tutto orbita verso di me. Questo processo è l’antitesi di un cuore misericordioso, poiché espressione di una persona che non è più vera ma costruita. Tale persona all’interno delle relazioni, ha sempre il sorriso stampato sulle labbra e non capisce perché gli altri non ce l’abbiano, questo individuo si presenta come il paradigma di ogni situazione dove ognuno deve comportarsi secondo suoi canoni e capacità, detto personaggio è un instancabile motivatore che non si capacità perché chi è accanto a lui arranchi non sia contento o faccia fatica. Un tale tempra d’umano è simile a chi predica che va tutto bene quando è la sua cecità la causa della sofferenza della coppia, della famiglia o della comunità, è colui che risponde a chi gli dice : “sto male non ce la faccio, le cose non vanno bene” con un “non è vero che stai male, perché io sto bene, va tutto benissimo e poi io sto gestendo al meglio”!
Non è più Dio che santifica il tempio, ma è il Tempio che rende Dio glorioso, non è più la persona che amo la ragione della mia vita, ma è la persona che amo a doversi sentire onorata di far parte della mia vita così perfetta e gratificante, ma così tanto triste da essere straordinariamente sola, invece che lenta faticosa proprio perché piena di amore unico e particolare che non recalcitra nel correre un rischio: sporcarsi le mani con chi è mezzo morto!

(Continua)

Fra Andrea Valori

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L’amore ci fa re e regina

L’amore nasce dalla Signoria, Signoria di Cristo in noi che incontra la nostra volontà. Volontà che si fa dono nell’incontro con un’alterità  diversa da noi, ma a noi complementare.

L’amore fa di noi poveri mendicanti e schiavi, dei Re e delle Regine. L’amore è un Re che non domina ma si fa servo.

L’amore è come un animale che non si lascia addomesticare da noi ma vuole la nostra resa per lasciarsi prendere.

L’amore nasce nel cuore ma cresce e matura nella mente dell’uomo. L’amore non prende forma nella morbidezza di un cuore ma nell’asprezza di una croce.

L’amore è incontro e scontro insieme. L’amore è fiducia in qualcosa che non si comprende ma che sai che ti salverà. L’amore è retrocedere da solo per andare avanti insieme. L’amore è aspettare senza forzare.

L’amore è farsi parte di un tutto. L’amore non esiste se non nella concretezza della carne. L’amore è la tenerezza di un abbraccio ad occhi chiusi perché a parlare sia solo l’incontro dei corpi assaggio dell’abbraccio eterno con Cristo.

L’amore è un albero che va nutrito e curato per dare frutto e non seccare.

L’amore è forte come è più della morte  perché davanti a lui la morte arretra ed è sconfitta.

Grazie perché, attraverso le mie e le tue fragilità, impariamo ad amare ogni giorno della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

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Chi dite che io sia?

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Matteo 16, 13-20

Oggi farò una riflessione un po’ creativa. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Quindi se Gesù è amore possiamo trasporre quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa sul matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Cosa pensa quindi la gente del sacramento del matrimonio? Cosa pensano in particolare i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Si promette il per sempre, ma non ci si crede fino in fondo. E’ un per sempre condizionato. Se l’altro/a non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore mi sento liberato/a dalla mia promessa. E’ una questione di giustizia. Ciò è quello che credono molti cristiani.

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere nel nostro matrimonio la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo.

Ecco solo aderendo all’amore di Gesù nel nostro matrimonio. Solo quindi vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo imparando ad amare in questo modo il nostro coniuge, anche quando non se lo merita e il nostro amore sembra sprecato ingiustamente, possiamo trovare nella nostra vita quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Accogliersi per crescere nell’amore

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Elogio del matrimonio

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. Mi richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei. Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Dieci parole per un matrimonio felice (2 parte)

Di seguito le ultime 5 indicazioni che Marchesini ci offre e che ci servono per completare il decalogo iniziato con l’articolo di ieri (clicca qui)

      6.  Fa’ qualcosa per rendere più piacevole la vostra casa. Il talamo nuziale è il sacer della coppia. Sacer è quel luogo recintato dove nell’antichità precristiana si entrava in relazione con il divino. Non a caso la persona preposta ad essere mediatore e ad offrire sacrifici ed olocausti era il sacerdote. Termine che ancora oggi usiamo. Il talamo è questo recinto sacro della coppia dove si manifesta in modo più visibile e percepibile il noi, la relazione abitata da Dio. Si può estendere questo recinto a tutta la casa. La casa è quindi luogo sacro della famiglia. Non solo della coppia. E’ il luogo dove la famiglia si ritrova attorno alla tavola. Il luogo dove si custodiscono i ricordi belli e brutti. Il luogo dove c’è dialogo e relazione. Luogo di preghiera. Luogo anche di contrasti e di litigi, ma sempre nella certezza di essere amati. Luogo di condivisione e di libertà di mostrarsi per quello che si è senza dover dimostrare nulla. Per questo è importante curare la nostra casa. Significa considerare prezioso tutto ciò che rappresenta, Significa considerare preziosa la nostra famiglia e la nostra relazione.

     7.  Non devi difenderti dal tuo coniuge: è il tuo migliore alleato, non un nemico.  Altro punto delicatissimo. Quante volte abbiamo paura del giudizio del nostro coniuge? Quante volte siamo i primi a giudicare? Il matrimonio deve essere luogo di sostegno e non di condanna. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare.  Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce.  Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.

  8.   Se vuoi qualcosa devi dirlo, altrimenti non c’è modo per gli altri di saperlo.  Questo punto riguarda in particolar modo le fanciulle. Uomo e donna sono diversi tra loro. Lo sono più di quello che voi possiate pensare. L’uomo, nella maggior parte dei casi, non desidera altro che rendere felice la propria sposa. Spesso non serve neanche molto. Basta la parola giusta, basta anche il silenzio a volte. Deve però sapere il vostro pensiero, le vostre sensazioni e il vostro stato emotivo. Non pretendete che capisca da solo. Non pretendete da lui più di quello che può darvi, resterete insoddisfatte voi e frustrato lui che non capirà nulla. E anche quando non avesse tutta questo desiderio di accontentarvi non potrà dire di non aver capito. Sta a voi essere chiare.

   9. Occuparsi di sè non è egoismo: è un modo per fare agli altri un regalo più bello. Non chiudiamoci in famiglia. Non rinchiudiamoci in famiglia. La famiglia non è una prigione. Se abbiamo interessi che coltiviamo non smettiamo di farlo. Sempre con moderazione e senza sacrificare la nostra relazione sponsale, ma non annulliamoci. E’ importante che comprendiamo questo per noi e per il nostro coniuge. Se io esco di casa per giocare a calcetto con i miei amici e poi torno in famiglia contento, sfogato e rilassato riuscirò ad essere anche un padre e un marito migliori . Se la mia sposa ama andare con le amiche al cinema ogni tanto perchè riesce così a staccare e a rilassarsi ben venga. So che quando tornerà sarà più disponibile e aperta anche nei miei confronti. Sta a noi trovare il giusto equilibrio affinchè il nostro primo pensiero sia per la famiglia, ma che non diventi l’unico pensiero cancellando tutto il resto.

  10. Tra marito/moglie e suocera non mettere il dito.  Spesso esistono tensioni nella coppia causate dal rapporto non sempre indipendente tra il coniuge e la sua famiglia di origine. Quando ci sposiamo dobbiamo  essere ben consapevoli che se il nostro coniuge ad esempio è un mammone, non smetterà di esserlo improvvisamente per grazia divina una volta sposati. Ci stiamo prendendo un grosso rischio. Dobbiamo esserne consapevoli. Se decidiamo di correrlo non possiamo poi pretendere nulla da lui/lei. Se siamo fortunati e riusciamo a mettere centinaia di chilometri tra noi e la sua famiglia non ci sono grossi problemi. Nel caso invece abbiamo i suoceri vicino la scelta più sbagliata che possiamo compiere è ricattare e mettere di fronte ad una scelta (tardiva) il nostro sposo o la nostra sposa. Non possiamo metterci in mezzo cercando di dividerli. Dobbiamo al contrario lasciare piena libertà all’altro/a facendo di tutto per attirarlo/a a noi. Quando si inizia una guerra con la famiglia di origine di solito non ci sono mai vincitori, ma solo morti e feriti.

Antonio e Luisa

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Dieci parole per un matrimonio felice

Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta cristiano, voce di Radio Maria e autore di diversi libri, ci offre nel suo saggio E vissero felici e contenti diversi spunti interessanti tra cui il decalogo per un matrimonio felice. Mi è piaciuto molto. Una lista senza velleità di essere scientifica, ma al tempo stesso molto utile per riflettere sul nostro matrimonio e su alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare la relazione.  Di seguito riporto i dieci punti aggiungendo un mio breve commento.

  1. Non cercare la tua soddisfazione, ma quella del coniuge. Per questo ti sei sposato. E’ importante avere sempre presente questa verità. Lui/lei non potrà mai renderti completamente felice. Non puoi controllare le sue scelte, il suo comportamento e il suo agire. Ciò che puoi fare e di cui hai il pieno controllo è impegnarti a fondo per renderlo/a felice. Questo hai promesso nel matrimonio. Senza mettere sulla bilancia quanto e cosa ti offre l’altro/a. Il tuo amore deve essere incondizionato. Solo questo ti può far vivere in pienezza il tuo matrimonio che prima di tutto è una vocazione cioè la tua risposta all’amore di Dio che Lui ti ha già dato.
  2. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, una decisione, una promessa. Non vale dire non sento più nulla. Non lo/la amo più. L’amore non è sentire. L’amore, come abbiamo visto al primo punto, è volere il bene dell’altro/a. Volerlo e darsi da fare per offrirglielo. Il matrimonio è soggetto, essendo una relazione non a termine e quindi lunga, a sbalzi nei nostri sentimenti, a momenti di sentimenti forti e altri di aridità. Ci saranno momenti in cui non saremo sostenuti dalla passione d’amore. Non importa possiamo e dobbiamo amare comunque.
  3. Il tuo coniuge è diverso da te: ricordatelo. Spesso siamo portati a dare al nostro coniuge quello che piace a noi. Spesso non comprendiamo che parole o atteggiamenti che per noi sono normali e non negativi possano invece dare fastidio al nostro coniuge. Non è lui/lei ad essere esagerato. E’ soltanto diverso/a da noi. Amare significa preoccuparsi della sensibilità dell’altro/a e amarlo/a nel modo che a lui/lei piace. Non serve amare una persona in un modo che non le trasmette amore. E’ nostro impegno di sposi conoscere qual’è il modo migliore per dare il nostro amore.
  4. La differenza tra marito e moglie è una ricchezza, non una disgrazia. Uomo e donna sono diversi. Non lamentiamoci per questo, ma al contrario contempliamo la bellezza dell’altro/a che ci attrae proprio perchè è qualcosa che non ci appartiene, ma che ci appare un mistero meraviglioso. Nel maschile e femminile che si uniscono c’è una ricchezza tale da essere l’immagine terrena più vicina alla famiglia trinitaria di Dio. Ricordiamocelo e ringraziamo Dio per averci donato una creatura tanto diversa da noi e per questo incantevole e affascinante.
  5. Il tuo matrimonio dipende anche da te: stai facendo tutto il possibile? Siamo inclini a notare le mancanze dell’altro/a molto più facilmente rispetto alle nostre. Spesso non serve continuare a lamentarsi per ciò che non fa l’altro. Cosa posso fare io per migliorare la situazione? E non tiratemi fuori che fate già molto più di lui/lei. La relazione sponsale non è luogo per fare i sindacalisti. Ricordate che vincete o perdete insieme.

Con il prossimo articolo i successivi 5 punti.

Antonio e Luisa

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Per tutti ma non per tutti!

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Matteo 15, 21-28

Questo Vangelo ci lascia un po’ straniti. Gesù considera degni del suo interesse solo gli israeliti? Per comprendere l’atteggiamento di Gesù è importante contestualizzare. Nei versetti precedenti del capitolo, Gesù deve constatare per l’ennesima volta il cuore chiuso dei farisei e dei dottori della legge. Gente che dovrebbe essere la più vicina a Dio e che invece basa la propria religiosità su precetti e regole che restano vuote se non riempite con l’amore. Così l’osservare quei precetti non serve loro per avvicinarsi a Dio, ma solo per montare in orgoglio e superbia e per sentirsi migliori degli altri.

La Cananea era invece una straniera, per giunta donna. Una persona che agli occhi degli ebrei non godeva di nessuna considerazione. Eppure Gesù l’ascolta. Certo non subito. Mette alla prova il suo cuore e le sue intenzioni. L’ascolta e ne rimane affascinato. Questa mamma, sofferente per la sofferenza della figlia, si prostra davanti a Lui. L’atteggiamento di chi è consapevole di non essere nessuno e di essere davanti al Signore, anche se quella donna non lo conosceva.

Ecco l’insegnamento di questo Vangelo. Noi sposi crediamo che, in virtù della nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa Lui non potrà fare nulla.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che in modo consapevole o inconsapevole lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. Non lo sapevate? Questa volta, a differenza della prima, le ceste che avanzano non sono 12 ma 7. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto. Dodici indica il numero delle Tribù d’Israele mentre 7 indica la completezza. Dalle dodici Tribù di Israele si passa al tutto, a tutti gli uomini della Terra.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Amare come Maria

Oggi si festeggia l’Assunzione di Maria al Cielo. La sconfitta di Satana. Dio, attraverso questa meravigliosa creatura che è Maria, mostra ciò a cui tutti siamo destinati. Per questo Satana la teme tanto. Maria preservata dal peccato ma vera donna. Una donna che trae forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat questo concetto è espresso molto bene. Noi traduciamo perchè ha guardato l’umiltà della sua serva. Il testo originale greco è molto più esplicito. La traduzione più fedele sarebbe tu hai guardato la bassezza della tua serva. Maria prima di raggiungere le altezze del Cielo è stata capace di abbassarsi fino a terra. E’ stata capace di prostrarsi davanti a Dio consapevole di non essere nulla.

Consapevole di non meritare l’amore così appassionato e profondo del Suo Dio, tanto da essere da Lui scelta per diventare Sua madre. Incredibile. Quanto può insegnare anche a noi Maria. Io provo un amore fortissimo verso la Madonna proprio perchè è così. Maria è rimasta sempre umile, spesso nel nascondimento e nel silenzio. Maria è stata dileggiata, insultata, sono state dette di lei le peggiori cattiverie e trattata come una poco di buono. E Giuseppe, che l’ha accolta, ha fatto la figura del cretino davanti alla sua gente.

Quanto può insegnare anche a noi Maria. Spesso non siamo capaci di umiltà perchè cresciuti con una educazione che ci insegna a non farci mettere i piedi in testa. Sappiamo che passare per deboli e persone senza palle è una reputazione tra le peggiori che possiamo avere. Eppure il coraggio sta proprio, come Maria, nell’abbandonarsi all’amore.

Abbandonarsi all’amore significa abbracciare la giustizia di Dio che non è la nostra. Concretamente possiamo essere come Maria in tante circostanze. Alcune molto gravi altre più comuni e veniali. Significa perdonare il nostro coniuge se ci tradisce riaccogliendolo. Significa essere capaci di fare il primo passo quando litighiamo. Significa farlo anche quando pensiamo di avere ragione ed è stato/a lui/lei a cominciare. Significa essere capaci di donarci anche quando l’altro/a è in una giornata no. Essere teneri/e e sorridenti anche quando lui/lei ci tratta con freddezza o durezza.

Tutto il mondo, nei casi che ho elencato, vi dice di essere forti, di mettere i vostri diritti e la vostra ragione in cima a tutto e di dare a lui/lei ciò che si merita. Maria ci dice altro. Maria ci dice che la giustizia è amare senza limite e abbandonarsi a Dio, che è l’unico capace di poterci accogliere nella vita eterna e che ci può dare la felicità già su questa terra. Ci può dare la pace.

Perchè la nostra forza non viene da come l’altro/a ci tratta, ma viene direttamente da Dio. Questa consapevolezza di essere preziosi e bellissimi agli occhi di Dio può avvenire solo in un modo: come ha fatto Maria, prostrandoci davanti a Lui e dicendo hai visto la bassezza del tuo servo.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è un amore trasfigurato!

Nei nostri articoli abbiamo più volte ricordato come la Chiesa affermi che matrimonio ed Eucarestia hanno molto in comune. Entrambi questi sacramenti producono come frutto la reale presenza di Gesù. In modo permanente e perenne. Fino a quando il pane e il vino non vengono consumati e fino a quando gli sposi sono in vita. C’è però una differenza che ho sempre trovato difficile spiegare. Ho letto pochi giorni fa una riflessione che mi ha davvero illuminato. Una riflessione di padre Mauri. Padre Mauri è uno dei precursori della moderna spiritualità matrimoniale, che poi è stata approfondita e acquisita dalla Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II e la bellissima Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. Padre Mauri affermò in una sua catechesi:

Il matrimonio è l’incarnazione sacramentale di un Mistero, il mistero delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa, una fede illuminata crede che la celebrazione produce una mistica trasigurazione degli sposi.

Capite la differenza? Gli sposi, in virtù della reale presenza di Gesù in loro, nella loro relazione, vengono trasfigurati. Il pane e il vino, attraverso la transustanziazione, non sono più pane e vino ma mutano sostanzialmente nel sangue e nel corpo di Gesù. Noi sposi no. Io resto Antonio, Luisa resta Luisa, ma il sacramento del matrimonio ci trasfigura. Certo serve l’apertura del nostro cuore.

E’ un concetto incredibile. Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio.

Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano.

Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio. Quante famiglie riescono a sostenere sofferenze e lutti che potrebbero annientare chiunque. E che amore trasfigurato riescono a mostrare quelle che nonostante la sofferenza ne vengono fuori più forti e unite di prima.

Quanti sposi vengono abbandonati dal coniuge. Eppure riescono a non odiarlo e anzi a pregare e offrire la loro sofferenza per la salvezza di chi li ha abbandonati.

Quanti sposi non riescono ad avere dei bambini eppure riescono a rendere il loro matrimonio fecondo donando tutto il loro amore a chi ne ha bisogno in mille modi diversi. Non è forse un amore trasfigurato?

Ecco cari sposi ora guardatevi e ammirate l’uno nell’altra la bellezza di una vita donata e che diventa via di salvezza per voi e per il mondo intero. Cari sposi guardatevi e ammirate la bellezza di Dio nel vostro amore.

Antonio e Luisa

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La fede sconfigge la paura!

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava gia qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario.
Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.
I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E’ un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».

Matteo 14, 22-33

Il Vangelo di questa domenica mi tocca molto. Evidenzia qualcosa che ci costituisce: la paura. Pietro ha paura. Anche gli altri discepoli hanno paura. Eppure conoscevano bene Gesù, credevano di avere fede. Conoscevano il lago e sapevano navigare. Molti di loro erano pescatori. La paura non riguarda solo ciò che non conosciamo. Spesso è paura di perdere proprio ciò che abbiamo e crediamo di conoscere. Quanto è vero.

Mi sovviene un altro episodio biblico dove si deve attraversare il mare. Si tratta della fuga dall’Egitto del popolo d’Israele. Anche lì, dopo che Dio ha aperto le acque, il popolo è incerto, ha paura. Ha paura non tanto del rischio di attraversare le acque (si anche di quello), ma credo ancor di più di perdere ciò che ha. Si, era schiavo in terra straniera, ma aveva di che mangiare e dove dormire. Ora lo attendeva la libertà, ma anche l’incertezza e il deserto.

Come non pensare poi a Giobbe e alla sua traversata del mare in tempesta. E’ la stessa cosa dell’Esodo. L’Esodo che ognuno di noi vive nella sua personale storia di salvezza. Giobbe ha perso tutto. Si è fidato di Dio, e nel deserto della Sua vita lo ha davvero incontrato, come mai gli era successo prima. Ha mantenuto la fede, ma quella vera. Non una fede che sembra più superstizione. Una fede che ci serve per esorcizzare il male, la sofferenza, le malattie e i lutti che purtroppo fanno parte della vita e non possiamo evitare. E’ solo un’illusione ripararsi in questo tipo di fede per paura di ciò che ci può accadere.

La fede quella vera è di chi decide di fidarsi anche quando si trova nel deserto, quando pur non vedendo vie d’uscita, pur nella sofferenza, pur nella difficoltà riesce ad affidarsi a Gesù e lì lo trova davvero. Lo trova più profondamente e in modo più vero di come mai lo abbia incontrato prima.

Voglio dedicare questo articolo a Michele. Lui è riuscito a fare la sua traversata. Si è sposato con Giorgia. Hanno avuto un bambino, Leo. Erano giovani, lui è ancora molto giovane. Lei si è ammalata, di una malattia devastante. Eppure non hanno perso la fede. Hanno incominciato il loro Esodo, hanno attraversato il deserto. Ora lei è nelle braccia di Gesù mentre Michele è un uomo luminoso. Uno che non ha paura perchè come Giobbe ha trovato Gesù nel deserto. Ha trovato chi è più importante di ciò che può perdere. Lunico che può dare senso, pace e un orizzonte eterno.

Quindi caro Michele ti ringrazio. Ci hai mostrato che possiamo perdere tutto, ma possiamo essere comunque persone libere e nella pace perchè ciò che davvero conta, Gesù, possiamo trovarlo proprio quando pensiamo di aver perso tutto il resto.

Antonio e Luisa

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La Dracma ritrovata (2 parte)

Se vuoi leggere la prima parte clicca qui

Perché tale determinazione?
Ne aveva nove, potevano bastare, magari col tempo ne avrebbe guadagnata un’altra!?
Il libro del Deuteronomio ci apre al significato di questo gesto e di questa determinazione: le dramme da offrire per il sostentamento del Tempio erano due e, quindi, nelle cinque coppie qualcosa sarebbe venuto a mancare. Avrebbe dovuto portare in natura il valore di quella dramma, un peso da sopportare nel viaggio.

La donna, inoltre, sapeva che quella dramma e la ricerca di essa significavano onorare Dio con il Suo stesso modo di amare, poiché Egli aveva scelto quel luogo e quella dramma per amarla, facendosi onorare, facendosi amare da lei! E’ quella moneta la protagonista del brano e la donna lo comprende. La donna è immagine di un amore sponsale e apostolico che annuncia la verità: ognuno di noi è importante, unico e non può essere perso, ognuno di noi può rendere più leggero il cammino quando condivide scambievolmente il suo peso con gli altri. Ognuno di noi è il luogo che Dio ha scelto per essere amato in modo unico e dignitoso, poiché Dio dona la dignità di fare qualcosa per Lui, sempre e nonostante tutto!

Altro richiamo del vangelo è la ulteriore necessità del regno di essere regno di Dio in famiglia. Il monito di Gesù ci fa comprendere la responsabilità di essere e far sentire importanti.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture.

Mt 10, 7-9

Qui sembra esserci uno di quei tanti apparenti equivoci presenti nel vangelo: la donna che cerca il denaro è elogiata da Gesù, ma poi lo stesso Gesù dice di non portare né oro, né argento. Perché?

Al tempo di Gesù c’era una gerarchia nell’alveo delle monete, a seconda dei materiali con cui queste venivano prodotte. C’era il denaro d’argento, il denaro d’oro che equivaleva a venticinque denari d’argento. La disposizione precisa del Signore su cosa non portare, né oro, né argento, unita al fatto che esistevano monete romane di minor valore, fatte di rame e bronzo, come l’asse e il sesterzio, oltre una moneta di rame ebraica come il lepton, ci fa capire che la direttiva di Gesù è relativa non tanto al non portare soldi o al munirsi di mezzi quanto al portare con sé tutto ciò che ha
meno valore: l’apostolicità magnanime sa partire sempre dal minimo, dall’unità di misura più bassa dell’amore, la delicatezza sottile della benevolenza, lepton significa proprio sottile. Facendo un rapido calcolo secondo le stime dell’epoca il lepton valeva mezzo quadrante, perciò centoventotto lepton erano il valore di una dracma.

Ecco perché quella donna si dà tanto da fare, ecco perché Gesù ne parla come se stesse raccontando se stesso. Egli non vede mai solo una persona, ma la sua intensa complessità fatta di emozioni, desideri, speranze, dolori, gioie, ferite, peccati, perdoni e benedizioni. Gesù non si dà per vinto finché non riesce a toccare gli angoli più remoti del nostro cuore e a farli sentire amati e impone ad ogni apostolo di non lasciarsi attrarre dalla ricchezza dell’apparenza, ma di guardare la complessità sottile del cuore.

Ogni famiglia è Regno di Dio in uscita, quando vede in ciascuno non un singolo ma un insieme di ricchezze, quando anche chi ha perso se stesso sa che sarà cercato e ritrovato, quando si ha il coraggio di andare da chi ha perso tutto, forse anche la dignità del proprio amore, del proprio essere padre o madre, moglie o marito come un bimbo che gli dona un soldo che vale più di ogni cosa, vale un “Grazie …Dio ti benedica” per fargli varcare le soglie delle tenebre ed entrare negli atri della speranza: continuare a cercare e farsi amare con la nobiltà e la maestà dei figli di Dio!

Fra Andrea Valori

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La Dracma ritrovata (1 parte)

Varcare il limite delle tenebre, una dignità che può amare sempre e nonostante tutto!


Le luci e i colori della festa ornavano il Natale di quell’anno tanto lontano quanto vicino nel ricordo che faceva capolino nella memoria. Il freddo, per un bimbo ben vestito e curato, era più piacevole che rigido e la meraviglia di quella visione, che incontravo per la prima volta, riempiva a mani piene il mio stupore, la mia gioia nel vedere qualcosa che agli occhi di un bimbo doveva sembrare molto più che stupendo o magnificente: era infatti incredibile. Piazza San Pietro, vestita a festa, con gli ornamenti dell’albero e del presepe, con le decorazioni e le luminarie che avvolgevano la via che ad essa conduce, il tutto insieme al mio babbo e alla mia mamma sembrava traboccare di felicità, perché respiravo la bellezza di essere protetto, di essere voluto, di essere amato, perché quel momento era stato pensato per me.

Eppure spesso, accanto al chiarore del bello che risplende, il dolore del buio guarda attonito e spera che ci sia qualcuno che varchi il confine tra buio e luce per rendere luminose anche le tenebre. Molto spesso siamo capaci di varcare quel limite, anche se non ce ne accorgiamo, e questo, nella innocenza di allora, accadde anche a me! Mentre estasiato osservavo la grandezza di quegli edifici, che avevano attraversato i secoli per farmi dono della loro bellezza, il mio sguardo andò verso una zona d’ombra sotto il porticato, lì dove un uomo rovistava tra le sue cose. Non so cosa cercasse, ma, pur nella mia infantile età, capivo che era un povero, un senza tetto, qualcuno che era veramente un “bisognoso” e che era solo, che stava cercando qualcosa che sembrava avesse perso.

Tutto d’un tratto cessò la sua ricerca, si sedette per terra e, quasi a tradire un gesto di preghiera e di scoraggiamento, portò le mani giunte verso il volto e poi verso le ginocchia. Lasciò cadere il collo su se stesso, sensibile segno del senso di sconfitta, come aspettando il colpo di grazia, poiché non aveva trovato ciò che cercava. Non so perché, ma in quel momento chiesi alla mia mamma qualche spicciolo. Dopo essersi accertata sulle mie intenzioni, lei mi incoraggiò ad andare, vincendo il timore che un bimbo può avere verso una situazione così nuova per lui. Andai incontro a quell’uomo, non dissi nulla: gli sorrisi, stesi la mano e misi quegli spiccioli nella sua. Mi sorrise con una forza che non avevo mai visto, penetrante, nobile, dignitosa e mi disse: “ Grazie …. Dio ti benedica”.

A distanza di quasi trent’anni quelle parole mi risuonano ancora, perché fu una delle benedizioni più belle che abbia ricevuto, che generò in me un sentimento di bene che la meraviglia di prima non poteva in nessun modo eguagliare. Non conoscevo quel povero, ma sicuramente era tutt’altro che povero. Avevo fatto un piccolo gesto, ma certamente le sue parole di benedizione e di ringraziamento erano ridondanti di regalità. In quel momento il mio regno di bambino incontrò un Re, un uomo che cercava ciò che aveva perduto, che soffriva per tutto ciò che aveva avuto e perso, un uomo che sapeva donare molto di più di quanto poteva ricevere: mi donò una benedizione da cui, ancora oggi, mi sento protetto e confortato nel suo indelebile ricordo. Non io diedi qualcosa a lui, ma lui diede tutto a me: mi diede la regalità di chi cerca e sa gioire quando trova, perché il regno di Dio è proprio questo…

“quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

Luca 15, 9-10

Ringrazio questo amico per aver condiviso la sua esperienza di Dio fatta molti anni fa e, rispettandone l’anonimato, ne traggo spunto per capire il valore, il prezzo e il costo di una casa misericordiosa e magnanime. Qual è il prezzo della dramma, il suo valore che vedremo contraddistinguere la missionarietà di ogni coppia, di ogni famiglia e di ogni uomo?

La dramma era una moneta di conio greco, probabilmente della zecca stabilita da Alessandro Magno ad Acco, nel nord della Palestina ed aveva l’equivalente valore di un denaro. E’ interessante considerare come la didramma, cioè due dramme, era l’equivalente del mezzo siclo, la cifra con cui veniva pagata la tassa del Tempio. Il libro del Deuteronomio, dando le norme relative al contributo per il Tempio, sottolinea il fatto che, se la distanza tra l’abitazione e il Tempio fosse stata troppa, la decima avrebbe dovuto essere convertita in denaro, per non portare un peso troppo grande durante il viaggio. Ribadisce inoltre, di andare verso il posto che Dio ha scelto! (Cf. Dt 14,24-25).

La donna del vangelo perde una dramma e, pur avendone altre nove, rivoluziona tutta la casa, spazza a fondo, dopo aver acceso una lampada. Entrando nel testo la donna assume l’atteggiamento di chi è determinato a perseguire un fine e non smetterà finché questo non sia portato a compimento. Perché tale determinazione?

Fra Andrea Valori

Continua….

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Senza per sempre non c’è matrimonio

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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La Sua Grazia ci sazia

In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.
Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».
Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare».
Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qua».
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.
Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Matteo 14, 13-21

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù. Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Il sesso nel matrimonio è più vero.

Giovanni Paolo II nella sua bellissima teologia del corpo ha evidenziato qualcosa di fondamentale. Non mi viene in mente un passaggio dove lo esprima chiaramente, ma è una dinamica che si percepisce in tante sue riflessioni. Il matrimonio è il sacramento del corpo. Non è però solo questo. E’ il sacramento della redenzione del corpo. C’è una differenza etica, sostanziale. Cercherò di spiegarmi meglio.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro/a una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è uno degli ambiti dove più di tutti possono manifestarsi l’egoismo e l’istinto di possedere ed usare l’altro a nostro piacimento. Chi ha il cuore chiuso è ripiegato su di sè, è incapace di donarsi e incontrarsi davvero con l’amato/a. Certo, spesso infiocchetta il tutto di finta tenerezza e romanticismo. Ma è qualcosa di falso. Spesso non è neanche consapevole della falsità del suo amore.

Giovanni Paolo ci dice che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione anche in questo ambito. L’eros, incanalato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad uccidere l’egoismo che ci attanaglia il cuore. Piano piano il nostro sguardo dovrebbe decentrarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro/a e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perchè sovente non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e renderci sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

Antonio e Luisa

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E’ giusto che lei provi un senso di colpa?

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e ha provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto.

Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa, che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento, dovrebbe fare una bella confessione per sentirsi rigenerata e preziosa agli occhi di Dio, e poi dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Piccolo resto.. Non avere paura!

«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

In tempi di CORONAVIRUS mi piace partire da questa parola. La modalità con cui Dio opera nelle vite e nel mondo parte sempre da piccole cose. Questa parola, ad esempio, fa riferimento ad un minuscolo granellino di senapa capace addirittura di sradicare un gelso dalle proprie radici terrene e trapiantarlo nei fondali del mare.

Questo granellino potrebbe essere la nostra fede, semmai credessimo e ci sforzassimo di tendere a ciò. Del resto il Signore non ci sta chiedendo di avere fede come la montagna dell’Everest ma esattamente il contrario, Lui parte sempre dal piccolo, Lui non ci chiede mai ciò che non potremmo dare, Lui vorrebbe solo un piccolo granellino di senapa.

E noi fatichiamo a darglielo perché spesso non sappiamo neppure dove trovarlo. Se anche lo trovassimo forse non sapremmo riconoscerlo. Come questo minuscolo virus che nessuno ancora sa da dove sia partito, come sia partito e soprattutto…..perché è partito? Non bastava tutto ciò di “male” che già abbiamo?

Diverso tempo fa ho ascoltato una persona che, ad un certo punto della sua veneranda età, è stata colpita da una malattia. Avendo avuto la “disgrazia” di incappare nella sottoscritta ho offerto a lei l’unica arma che conosco per sconfiggere il male: GESÙ CRISTO! Questa persona non ha mai voluto fare esperienza di Dio nella sua esistenza, anzi lo ha sempre contrastato, sebbene non lo conosca, come colui da cui prendere le debite distanze. Solo che l’essere umano, nel momento in cui sta per affogare, si rivolgerebbe a chiunque purché possa trovar il minimo respiro e così, in extremis, non avendo risposta alcuna da altri “oracoli” già consultati, mi chiese aiuto sfogando la sua disperazione.

Le dissi ovviamente che avremmo potuto fare tante cose a patto di cominciare una relazione personale col nostro più grande AMICO che non aspettava altro di poter intessere questa “amicizia” e proposi, intanto, una profonda confessione e una preghiera di guarigione sulla malattia in questione. Questo sarebbe stato soltanto l’inizio di un rapporto amicale, così come quando due persone qualsivoglia desiderano conoscersi. Poi doveva iniziare tutto ciò che comporta l’affidarsi.

Chi mi ha già sentito parlare sa, che dico sempre, che Gesù Cristo, appunto come un amico, più lo frequenti e più lo conosci e più lo conosci e più potrà entrare nel tuo cuore e operare in te ciò che di più profondo possa realizzarsi, soprattutto la cosa più importante: LA TUA SALVEZZA, PER SEMPRE!

Dopo la preghiera di guarigione occorreva tutto il resto e soprattutto entrare in amicizia con Gesù, nutrirsi di LUI e confidare che, facendo sempre la sua volontà, potesse comunque iniziare una relazione d’aiuto. Una qualsivoglia preghiera di guarigione e poi niente più è come un atto magico qualunque. Dio non può salvarti senza di te, ci insegna il grande S.AGOSTINO!

Ma la bellezza di Dio è la libertà con cui ci tratta e mai ci obbligherebbe a seguirlo per forza. Così, dopo un po’ di tempo, quando la malattia non è passata, quella persona se l’è presa di più con il Padre Eterno, inquietandosi di non essere stato ancora guarito…. Eppure ciò che ci viene chiesto è semplicemente un granellino di senapa.

Ecco cosa può fare un minuscolissimo prodotto della natura che Dio ha fatto per noi ma spesso ne rimaniamo insensibili e vorremmo che tutto fosse affidato ad altri e basta. Un minuscolo virus è stato capace di annientarci in tutti i sensi, ma un minuscolo granellino di senape avrebbe il potere di agire ed ascoltare ogni singola richiesta e potrebbe regalarci la cosa più importante: LA FEDE!

In nome della paura obbediamo ai comandi, anche per evitare le relative contravvenzioni, ma in nome della fiducia non siamo interessati a seguire l’Uomo di Galilea. Se Dio chiedesse a ciascuno di noi di abbandonare il rapporto con il peccato per liberare tutto il mondo lo faremmo? Eppure in tempo di coronavirus è aumentato, ad esempio l’uso degli strumenti pornografici, i siti, gli adulteri, lo spaccio di sostanze stupefacenti….lo stiamo sentendo da tutti i telegiornali. Tra l’altro i Tg trasmettono ciò che vogliono….pensate a quante altre cose nascoste nelle tenebre che non abbiamo saputo.

Vorrebbero persino cambiare il progetto originario voluto dal CREATORE perché, in realtà, l’odio è per LUI. Ciò che disturba è esattamente il progetto generativo della VITA. Se Dio ha voluto sin dall’inizio che due differentissime persone, l’uomo e la donna, diventassero una sola carne e per suo dono fossero capaci di generare vite su vite….chi sei tu creatura che vuoi tanto tenacemente opporti a questo meraviglioso progetto? Da chi sei ingannato per contrastare l’AMORE ONNIPOTENTE? Perché vuoi sostituire tutto con il tuo “laboratorio”?

Tutti hanno (giustamente) paura di morire di Covid-19. Non tutti però si indignano di tutto l’altro male di cui l’uomo si sta facendo portatore.

Tutti indossano mascherine, spesso anche quando non dovrebbero. Non tutti indossano le armi della fede per convertire il proprio cuore.

Tutti mangiano ( o quasi). Pochi digiunano (per offerta di salvezza).

Tutti rispondono in modo ideologico Pochi danno la loro vita per il bene dell’umanità.

Tutti… Pochi….

E rimarrà quel piccolo resto che, trovando un minuscolo granellino di senapa, lo agguanterà, lo guarderà e urlerà al gelso del peccato del mondo «Spostatiiiii»!

Aumenta la nostra fede Signore Gesù e liberaci dal peccato che ci opprime, ci annienta, opacizza le coscienze e si ripercuote sui più deboli!

Piccolo resto non avere paura, Dio è con te e ti offre il suo prezioso GRANELLINO DI SENAPA!

Cristina.

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