Fare l’amore quel tabù intimo segreto della coppia

Viviamo per amore, nasciamo da un gesto d’amore, siamo fatti per amare. 

Ma guai a pensare di parlare di amore. 

Ma guai a pensare di parlare circa come tu coppia vivi la tua sessualità. 

È un segreto personale, da camera nuziale chiusa a chiave, in cui il mio io, le mie conoscenze, si incontrano con le sue. E forse in un dialogo, cerchiamo un dono reciproco dei corpi. 

Sicuramente c’è una sfera intima in cui è giusto che la coppia custodisca il suo amore. 

Ma ci siamo accorti, dopo qualche anno di fidanzamento e altrettanti di matrimonio, come si rischia di cadere in un tabù misterioso che non aiuta la crescita della coppia, che anzi può far nascere delle fatiche, perché chiusi in noi stessi ci impoveriamo. È solo aprendoci che riusciamo ad affrontare il cammino della vita, insieme ad altri fratelli, insieme alla madre Chiesa. 

A volte si rischia, per esempio, di portare da soli la fatica di un figlio che non arriva, che rischia di trasformare il gesto d’amore più bello in una pretesa. In un amare per avere, in un’ansia da prestazione. In un fare l’amore anche se non ne ho voglia, solo perché desidero un figlio. 

Oppure si rischia di vivere la fatica di non desiderare altri figli in quel momento, ma con il desiderio di vivere comunque l’unione con il mio compagno. Come fare? Cosa usare? 

Questi pensieri crediamo che tutti li facciano o li abbiano fatti, se si cerca di vivere una relazione d’amore totale, sia che noi siamo fidanzati, conviventi o sposati da 1 a 5 a 10 anni di matrimonio. 

Son argomenti che toccano tutti, forse anche i single che già pensano a come vivere la sfera sessuale quando saranno in coppia. 

Riguardano tutti, ma nessuno ne parla. 

Proviamo ad analizzare le nostre fonti di informazione:

I mass media: hanno una visione/comunicazione dell’amore da “isola dei famosi” o da “uomini e donne”,  ma di come vivere l’amore in una relazione sana d’amore sponsale?  ..scartati.

Il web: lo possiamo identificare come lo strumento dove riceviamo un’educazione sessuale hot. Strumento che amplifica le fantasie sessuali strumentalizzando il corpo altrui. Scartiamo anche quello. 

La Chiesa: ecco forse la Chiesa potrebbe aiutarci a vivere la sessualità, ma in realtà si fatica nell’ambito ecclesiale ad affiancare le coppie in questa tematica. .. da rivedere. 

La scuola: offre un’infarinatura sulla sessualità in età adolescenziale. .. da rivedere. 

E allora? Non ne parla quasi nessuno. 

Eppure interessa tutti, tutti forse avrebbero bisogno di parlarne. 

Forse ne parla qualche pagina social bella, qualche influencer dell’amore che esce allo scoperto e apre uno spiraglio nel tabù del sesso, dell’amore. 

Fra di noi, fra te e tua moglie, fra di noi coppie di amici, coppie di sposi se ne parla?

O siamo tutti già maestri, pertanto non serve aprire l’argomento? Non serve parlarne con nessuno. 

O quello che succede in camera mia, è affar mio? E non ne parlo con nessuno.

O forse nessuno fa più l’amore? Quindi sarebbe un tema superato.

O forse si ha talmente tanta paura e vergogna da non approfondire la conoscenza. 

Ma di cosa precisamente diciamo che non se ne parla? .. non di come si fa l’amore, ma di come vivere un amore bello, fecondo responsabile. 

Per esempio non si parla di metodi naturali. Non si parla della teologia del nostro corpo. Non si parla del ciclo della donna, che è la prima conoscenza basilare che ci aiuta a conoscere tutto della vita: ci insegna l’attesa, ci insegna il cambiamento, ci insegna la bellezza e la complessità del corpo femminile, ci insegna come siamo creati ad immagine di Dio. 

Ci insegna che il corpo ci è dato per amare! 

Dio ci ha dato il corpo per amare! 

Il fare l’amore è il gesto più alto del dono sponsale, dell’unione tra un uomo e una donna, è il gesto più alto che rivela come uno sposo ama la sua sposa, è il gesto che nella coppia rivela il volto di Dio! Rivela l’amare, rvela il donare la vita all’altro. 

È un gesto bellissimo! È un gesto che ci dona un piacere enorme! È un gesto che genera vita! È un gesto che ci rende creatori! È un gesto che ha risvolti enormi per il mondo. Nostro figlio, tuo figlio, sono nati da quel gesto d’amore, la vita va avanti grazie a quello.

Capite che la Chiesa stessa non è contro l’amore, contro il fare l’amore! 

La difficoltà è riconoscere, sapere come amare bene! Come fare bene l’amore. 

Per la responsabilità di non avere altri mini vulcani scatenati per casa, cediamo alla logica di non farlo più o di farlo male. 

Oppure alll’opposto, credere che basta farlo per avere un bambino. Mi sposo, faccio l’amore e ho un bimbo. No! 

Forse per qualcuno è così. 

Ma spesso, molto spesso, nella società attuale si fatica a concepire perché non si conoscono i tempi del corpo della donna, le fasi fertili e non.  

Nel mese di maggio abbiamo avuto l’occasione di partecipare a delle serate formative sui metodi naturali, e vorremmo dirvi quanta bellezza c’è, quanta guida sana a poter vivere l’amore sapendo quando poter generare vita -con la grazia di Cristo. E quando posso vivere il dono totale di amore con il mio sposo, con la mia sposa, sapendo di amarlo, sapendo di donarmi a lei, a lui, in modo totale e responsabile.

La responsabilità del non fare l’amore non è per noi cristiani. 

La responsabilità creata con strumenti anticoncezionali non permette di vivere un amore totale, maschera, strumentalizza, limita, ostacola il fare l’amore. 

In un mondo dove si cerca sempre più il rispetto per la natura, dove spopola il diventare vegani, o il mangiar sano, dove facciamo campagne per la raccolta differenziata, dove usiamo sempre meno plastica, dove produciamo auto ecologiche, che uso facciamo del nostro corpo? 

Viviamo dei rapporti sessuali con strumenti artificiali e non naturali. 

In un modo dove si fanno giornate e ci si spende a favore del femminismo, per una parità di genere uomo e donna, le donne cercano di non avere più il ciclo, perché è faticoso, è una rottura, è un limite. Donne che non vogliono esser donna. 

Ogni volta che arriva il ciclo nella donna è un miracolo che si compie. Ogni volta che avviene un ciclo nella donna, è il corpo umano femminile che piange un ovulo non fecondato, una vita non data. Per quello quel cambiamento di umore. 

Va bene. Potremmo continuare e continuare.. già qualcuno ha scritto libri bellissimi.. torneremo in argomento magari più in là. 

Quello che vorremmo farvi arrivare è di rendere il vostro gesto d’amore occasione di dialogo, di crescita, di scambio. 

Cercate un buon maestro di metodi naturali. Parlate con altre coppie su questi argomenti. 

Scriveteci per confronti, per raccontarci come la vivete il vostro amore, ci farebbe piacere leggere le vostre storie, dialogare con voi. 

A presto 

Anna Lisa e Stefano – Cercatori di bellezza


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LA TORAH…UNA LEGGE CHE TI TOCCA IL CUORE!

Dio parlò tutte queste parole dicendo! Es20, 1

Questa traduzione letterale del versetto introduttivo alle 10 Parole, rilascia subito la forza di quanto si vuole esprimere. Dio non dice qualcosa, Dio grida che ha solo un modo di parlare, il suo modo è QUESTO! Parlarti di sé con le tue parole, cioè la TORAH!

La legge che la tradizione ebraica conosce come TORAH, dischiude in sé il dissolversi di ogni equivoco, poiché tale parola viene da una derivazione del verbo Y’ARAH che significa “centrare il bersaglio”. L’intima accezione sponsale della TORAH si scopre nella grande cura che Dio ha per il particolare. Una persona che custodisce la legge, non ha la saccente presunzione di azzeccarle tutte, ma è colui che prende su di sé la fatica di toccare il cuore dell’altro che ha accanto, magari ammettendo di aver paura o di non riuscire ad essere come vorrebbe.

Toccare il cuore dell’altro è un atto nobile che non si inventa o viene per caso, ma nasce da una preghiera coraggiosa che sa piangere, supplicare, stringere i denti e ringraziare quando tutto ti dice di mettere la parola fine. La Torah tocca il cuore di ogni uomo che prega entrando nel Tempio che è il cuore della persona che ama con le parole del Salmo 117:

Io ho amato poiché il Signore ha voluto ascoltare la mia supplica, ha piantato per me il suo orecchio nel giorno in cui io lo invocherò.

Il Signore contempla le nostre suppliche, e pianta il suo orecchio come si pianta una tenda, come venne piantata la tenda dell’Alleanza e del Convegno. Il Signore conficca il suo ascolto nel terreno duro del nostro non sentirsi capiti, per sostenere una dimora che possa fare da atrio ad un incontro tra due debolezze che non hanno altra forza se non ascoltarsi, e cioè toccarsi il cuore!

 È una benedizione per un uomo avere una donna da cui farsi toccare il cuore attraverso l’arte del sostegno e della fiducia.

È una benedizione per una donna aver un uomo che sia quel picchetto, quel tirante grazie al quale la sua bellezza possa dispiegarsi interamente, poiché semplicemente accolta e preceduta in ogni bisogno.

La TORAH non è solo centrare un bersaglio ma ancor prima il verbo Y’ARAH significa condurre\guidare.

La coppia è una TORAH poiché diventa pienamente sé stessa quando non si fonda su un aut aut selettivo, ma quando la gradualità del condurre assume l’errore, la debolezza e la fragilità come norma del vivere e dell’amare. Non si è veramente veloci finche le tue gambe non si sono rialzate dopo una caduta, non si è veramente fedeli finche non hai fatto della misericordia il tuo unico vanto, non si è veramente forti finche non si è incappati nella nostra debolezza.

L’incontro con ciò che non vorremmo mai incrociare nella nostra vita sembra un imprevisto difficilmente esorcizzabile dalla vita di ogni coppia. Anche il vangelo sembra documentare un tale sgradito compagno di viaggio qual è l’imprevisto. A Cana di Galilea quella giovane coppia non aveva di certo organizzato tutto affinchè alla fine il vino mancasse, e pure è mancato. Anche nell’imprevisto Gesù pianta il picchetto del suo ascolto seguendo l’invito della Madre. Alcuni dicono che nel contesto del vangelo, Gesù sia il vero sposo, e sicuramente lo è. Ma se Gesù assume il ruolo dello sposo, gli sposi del vangelo da chi sono significati? È bello pensare che quegli sposi siano simboleggiati dai servitori che avevano attinto l’acqua, i quali avevano ascoltato la Parola di Gesù, e che vengono così descritti da Giovanni:

                                ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua Gv 2, 9

Si! Quei servi possono diventare icona di ogni coppia che ascolta la Parola del Signore e che sanno, l’uno per l’altra, vedere il miracolo che l’altro\a non riesce a vedere. Quella sposa e quello sposo che davanti ad un pianto disperato per un figlio che sta male, per un fallimento lavorativo, per una rabbia e ferita del passato, sa vedere in chi soffre il miracolo di cui egli stesso si è innamorato e annunciargli ciò che non riesce a vedere: che lui vale molto di più!

Questo è attingere l’acqua, sapere di aver visto un miracolo, questo è toccare il cuore….questa è la Torah! La Parola con cui l’Amore ha deciso di parlare!

Fra Andrea Valori

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Ardere d’amore senza bruciarsi!

Che bello il versetto che troviamo nella lettura di mercoledì scorso: 

Es 3,2-3…Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». …

La curiosità di Mosè che si avvicina, perché non crede ai suoi occhi, perché ha davanti a se uno spettacolo unico. Un roveto, un cespuglio in fiamme 🔥 che non brucia, che arde sì ma che rimane intatto nella sua forma. 

Ci ha sempre colpito questo passo biblico, perché per noi quel roveto rappresenta una storia d’amore, ha rappresentato il fidanzamento. Rappresenta l’amare l’altro. 

In che senso? 

L’amore che tu nutri per una ragazza da fidanzato, l’amore che nutri per tuo marito da sposa, l’amore che puoi nutrire anche per i figli, è un amore che deve ardere, che deve essere fuoco 🔥, fiamma viva che incendia il cuore. Il cardinale Delpini, in una predica di qualche anno fa parlava di giovani con il fuoco dentro, una bellissima predica musicata dal coro Elikya. 

Ecco questo fuoco 🔥 dentro che dobbiamo avere in una relazione d’amore, se lo guardiamo con lo sguardo esterno di Mosè è un fuoco che arde, ma non consuma. 

Nella vita pratica, forse direte, che in verità ci si consuma eccome ad amare. Con i figli ci si rende conto di quanto ci si consuma a far notti in bianco, a rincorrerli anche quando si è stanchi, il corpo purtroppo inizia spesso anche a mandarci segnali di logoramento intenso: vedi i capelli bianchi, le occhiaie, i chili persi.

Eppure: è guardandoci dall’esterno del nostro rovo d’amore che possiamo constatare che non ci stiamo consumando ma stiamo rivelando il volto di Dio, stiamo rivelando l’amore, stiamo dando luce, e vivendo un miracolo che spinge Mosè ad avvicinarsi per vedere questo grande spettacolo, che è l’amore! 

L’amore non consuma ma dona vita, dona forza. 

Sapete bene che è così anche nella vita pratica, quando il sorriso di quel bimbo che ti tien sveglio la notte è un integratore di massima potenza, che la mattina ti trasforma in super papà o wonder mamma. 

Sapete bene che un gesto d’amore del vostro sposo è un’iniezione d’energia che parte dal cuore e dona forza al corpo. 

Sapete bene che un messaggio della fidanzata che ti invita ad uscire è urlo di gioia che risana ogni fatica. 

Ecco allora la bellezza dell’amore: ardere senza consumarsi ma donando la vita, diventando quel grande spettacolo di bellezza per Mosè. Diventando presenza dell’amore di Dio, volto dell’amore di Dio! 

Che bello pensare che ad attirare l’attenzione di Mosè ci poteva essere una coppia di sposi che ardeva ma non si consumava. Bellissimo! 

Quel fuoco è per noi simbolo dell’amore, dell’amore che non brucia che non soffoca, che non stringe a se, ma che ti insegna ad amare in modo libero e liberante, che non trattiene per se, con il rischio di bruciare la relazione. Fuoco che ti fa mettere in luce le parti più belle di te e dell’altro, che ti fa dire “quella persona mi ha reso più uomo/donna” ma non posso possederla. Fuoco che tiene alta la tensione del cuore, l’amore che tende all’altro, che tiene scaldato il cuore, non lasciando che l’amore si spenga, si raffreddi. Che bello che Dio abbia scelto l’immagine di un roveto che arde ma non brucia per attirare l’attenzione del condottiero Mosè! 

Molto spesso ci sentiamo stanchi, bruciati, cenere fredda, (con cui non ci fai neanche una grigliata).. forse dovremmo allora guardar da fuori il nostro amore a chi lo diamo, come lo diamo o addirittura se è amore. Dobbiamo stare attenti a non farci consumare dalla società e dai suoi ritmi, dal lavoro, da tutto ciò che non è bene ma ci toglie vita. 

Dobbiamo stare attenti a non vivere relazioni che son come un fuoco di paglia, senza struttura, che si bruciano in fretta. 

L’estate è tempo di vacanza, è tempo di riposo. 

Sia tempo per guardare alla nostra storia da fuori con gli occhi di Mosè, e riconoscere la bellezza! Riconoscere che l’amore non consuma, ma arde! Alimentiamo allora il nostro fuoco, il nostro roveto di coppia. Perché possiamo ardere di bellezza, luce fiamma viva d’amore. 

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Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa

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Ri-conoscersi una meraviglia

Oggi vorremmo tornare sulle parole che il Papa ha rivolto ai fedeli durante l’Angelus di domenica scorsa. I Versetti del Vangelo erano quelli di Mc 6,1-6. Gesù non veniva riconosciuto dagli abitanti del suo stesso paese. Il Vangelo non cita il nome della località in cui si trova Gesù a predicare ma è ovvio che si tratti di Nazareth. All’epoca un villaggio di poche centinaia di abitanti dove tutti si conoscevano, pensavano di conoscersi. Prendendo spunto da questo episodio evangelico il Papa afferma:

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

Noi abbiamo trovato la riflessione di Papa Francesco bellissima e soprattutto molto interessante per noi sposi. In particolare la diversità che il pontefice evidenzia tra il significato di conoscere e quello di riconoscere. Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Voi cosa fate? Credete ormai di conoscervi oppure cercate di riconoscervi ogni giorno? Pensateci: ne va del vostro matrimonio e della vostra gioia.

Antonio e Luisa

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E’ bello sposarsi ma ancor più bello è vivere sponsalmente con Gesù

Ci succede spesso di ricevere messaggi o di confrontarci con alcune persone single. Magari persone che hanno già un’età matura. Quando queste persone ci aprono il cuore e mettono a nudo le loro emozioni, spesso traspare tanta sofferenza, scoraggiamento e senso di abbandono. Perchè Dio mi tratta come una mezza persona? Perchè non posso avere anche io la gioia e l’esperienza di una relazione affettiva profonda come il matrimonio? Perchè Dio ce l’ha con me? Queste sono più o meno i messaggi che ci vengono lanciati.

E’ vero, noi non possiamo comprendere fino in fondo la sofferenza di questi fratelli e sorelle. Noi per loro siamo i fortunati. Meglio dire i “graziati”, in un contesto cristiano come il nostro. Abbiamo cioè avuto la grazia di trovarci e di sceglierci.

Ci sentiamo però di fare alcune considerazioni che sono valide per ogni persona, qualunque sia il suo stato di vita. Valgono per noi sposati, ma valgono anche per i sacerdoti e religiosi, per i single, per i vedovi, per i separati, per coloro che hanno un orientamento omosessuale ecc. ecc.

La nostra vita diventa piena quando scorre nella SPONSALITA’. Siamo tutte creature aperte alla sponsalità e possiamo viverla qualsiasi sia la nostra condiizione. Sponsalità con Gesù. Cosa significa? Significa sentirci amati da Dio. Certamente amati come da un Padre. Non basta però. Amati anche come uno sposo ama la sua sposa. C’è una differenza grandissima tra il sentirsi soltanto figli (che è già tantissimo) di un Padre tenero e misericordioso e il sentirsi un noi con Gesù. Significa fare esperienza di intimità con Dio. La stessa intimità che c’è nella Trinità. Un amore ancora più bello e completo. Un amore dove noi, non solo siamo gli amati, ma rispondiamo all’amore dello Sposo su un piano di parità, come la Sulamita del Cantico dei Cantici. Gesù arde di desiderio per ognuno di noi. Aspetta trepidante la nostra risposta al Suo amore. Vivere la nostra sponsalità può essere davvero liberante. Significa fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in due: è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo.

Comprendete come tutta la nostra vita sia abitata dalla sponsalità con Dio? Ciò che ci può rendere felici non è quindi trovare una persona con cui condividere vita e letto. No! Chi ripone tutte le proprie aspettative solo su questo aspetto affettivo-relazionale poi, spesso, resta deluso. Perchè l’altro non sarà mai in grado di riempire il nostro cuore fino in fondo e di dare soddisfazione al nostro desiderio di infinito. Ci si sposa per donare il nostro amore e non per pretendere che l’altro si faccia carico della nostra povertà.

Tu che sei sposo o sposa. Leggi il tuo amore alla luce della sponsalità con Gesù e il tuo matrimonio sarà libero. Sarai libero di amare l’altro senza aspettarti nulla in cambio ma solo con il desiderio di rispondere all’amore di Gesù. Sarai libero di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa e che ti dà. Un amore misericordioso e incondizionato. Sarai così capace di liberare l’altro dal compito impossibile di donarti una gioia piena ed infinità e di dare senso alla tua vita. Solo Dio può dartii questo. Il matriimonio non salva e può essere un inferno quando si carica di tutte le aspettative di felicità e di senso. La gioia più grande viene proprio dalla consapevolezza di star dando tutto, senza riserve, non da quello che riceviamo. Io Antonio ci ho messo anni per capirlo e ho rischiato davvero di rovinare tutto con Luisa.

Tu che sei single. Apri il cuore. Decentra le tue attenzioni da ciò che ti manca a ciò che sei. Trasforma il tuo desiderio di essere amato in dono di te. Ogni gesto che tu fai può essere sponsale. Ogni volta che ti accorgi del bisogno del fratello, ogni volta che sei pronto ad ascoltare e consolare. Ogni volta che ci sei con la tua presenza. Non sentirti una mezza persona. Se sei capace di donarti agli altri e di avere sempre uno sguardo amorevole, sei già una persona piena, sei una persona già pienamente realizzata. Cambia tutto! Chi è capace di vivere in questo modo non ha bisogno di un’altra persona per avere la pace del cuore. Chi non si piange addosso ma apre il cuore all’amore dello Sposo si riveste dell’abito nuziale ed è una persona con grande fascino per chi lo incontra. Luisa ha passato anni a sentirsi meno degli altri e poco desiderabile. Poi, quando si è aperta a Dio, è cambiato tutto. Io ho visto la sua bellezza perchè lei per prima la vedeva.

Tu che sei sacerdote o religioso. Gesù ti chiede di mostrare al mondo la tua sponsalità con Lui. La sponsalità con Gesù ti permette di farti pane spezzato con ogni fratello e con ogni sorella tu incontri lungo la strada. Probabilmente hai nel cuore quel passo del Vangelo che dice: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Riesci a vedere in ogni persona, anche la più povera e la più misera l’immagine dello Sposo che tanto ti ama e tanto ti ha amato. Non hai bisogno di una donna o di un uomo accanto perchè Gesù ti basta.

Tu che sei persona con orientamento omosessuale. Vivere la sponsalità con Gesù ti permette di sentirti profondamente amato dallo Sposo. Ti fa sentire una persona capace di amare e di essere amata. Una persona capace di vivere quel desiderio d’amore che fa parte dell’umanità di ogni persona nel modo giusto. In modo che ogni tuo gesto sia per il bene dell’altro e non per usarlo. In modo che il corpo diventi mezzo per trasmettere amore e non per vivere una sessualtà che nulla ha a che vedere con la verità del dono d sé. Sei capace di castità e per questo di un amore e un’amicizia più veri e più grandi.

Tu che sei uno sposo abbandonato e fedele. Per il mondo sei un matto. Perchè restare fedeli ad una persona che ha fatto altre scelte e che magari vive una nuova relazione e una nuova vita? Non sei matto. Hai solo compreso come il tuo matrimonio sia prima di ogni altra cosa una risposta all’amore fedele di Dio. Gesù ha promesso con te il giorno delle nozze ed è ancora lì che come te crede in quella promessa e questo ti dona la pace della sposa che ama il proprio sposo. Incomprensibile, se non con gli occhi della fede. Ma ci sei tu che ci mostri come il matrimonio sia qualcosa che supera le nostre dinamiche umane e terrene. Un amore che profuma di autenticità proprio perchè capace di andare oltre il tradimento e il rifiuto dell’altro.

Ciò che cambia la vita non è il matrimonio e non è vivere relazioni affettive e sessuali, ma prima di ogni altra cosa è scoprire la nostra sponsalità con Gesù. Solo così saremo padroni del nostro corpo e saremo rivestiti di una ricchezza che non è di questo mondo e che non ci fa essere mendicanti d’amore. Siamo già rivestiti dell’abito nuziale, qualsiasi sia la nostra storia e il nostro stato personale di vita.

Antonio e Luisa

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Qual’è il tuo desiderio? ..famiglia

Qualche settimana fa la Parola del giorno riportava il brano del Vangelo in cui Gesù chiedeva al cieco nato cosa desiderasse per lui. “Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato».” (Mc 10,51-52)

Bellissima questa Parola: Gesù chiede a me, a te, cosa desideri?

Bellissima ma incomprensibile la domanda di Gesù. Chiedere ad un cieco: “cosa vuoi che io faccia?”..vuole vedere! ..scontato, paradossale che Gesù non lo capisca. 

Eppure non è così scontato perché con la nostra vita spesso non rispondiamo ai nostri desideri. 

Quante volte vorresti dimagrire, ma non sai resistere a gelato e caramelle. Vorresti fermarti perché sei stanco, ma non curi le ore di sonno stando sveglio ogni sera fino a tardi. Spesso viviamo in contrasto con i nostri desideri, non dandogli voce, non impegnandoci, non credendoci veramente.. Come uno che sogna di vincere al lotto ma non gioca la schedina. (Scusate l’esempio..) 

Ora mettiamo il caso che davvero arrivi il genio della lampada che ci chiede: cosa desideri? Cosa vorresti di grande per la tua vita? Tu cosa rispondi? 

Nella corsa quotidiana probabilmente gli diremmo: scusa, puoi passare dopo? Puoi darmi un attimo? Ci giustificheremmo che dobbiamo magari pensarci qualche minuto, perché un desiderio bello, il più grande non lo puoi decidere in pochi minuti. Ti ci vogliono 5 minuti per decidere cosa ordinare al ristorante, per il desiderio della vita quanto tempo ti ci vuole? 

Se ci pensi, siamo spesso impreparati di fronte alle grandi scelte della vita. 

Forse il correre quotidiano non ci da il tempo per pensare a desideri grandi, non ci permette di fermarci e guardare dentro al nostro cuore. Non stiamo parlando di comprare una macchina o quelle scarpe o quella borsa che tutti ti pubblicizzano di avere, stiamo parlando dei desideri grandi della vita. 

Quali sono i tuoi? 

Prenditi davvero allora del tempo per domandarti cosa voglio per la mia vita, per la mia famiglia, cosa desidero di grande? E poi riequilibria la tua vita, fai ordine dentro e fuori di te, perché non sono i desideri che cambiano la tua vita, non è la risposta del Genio che realizza la tua vita. 

Ma è la tua vita che si gioca sui tuoi desideri. 

In che senso? 

Puoi chiedere a Gesù una famiglia ma se continui a lavorare dalle 6 alle 21, lui ti può dare la famiglia più bella e numerosa del mondo, ma non riusciresti a viverla, ad amarla.

Inizia a vivere la vita sul tuo desiderio. 

Puoi chiedere a Gesù di donarti un ragazzo, ma se ti fissi sul tuo ideale di uomo, non ti accorgerai della persona che Gesù ha pensato per te, e che magari ti sta camminando affianco.

Inizia a vivere la vita sul tuo desiderio. 

Quello che veramente desideri ti trasforma, ti mette in cammino, in ricerca. Tu diventi il tuo desiderio. (Mimmo Armiento) 

Ora rimettiamo le cose al loro posto: 

Dio non è il genio della lampada e non ti “dà quello che chiedi ma quello in cui credi.” (Francesco Piloni) È ciò che crediamo che ci trasforma, è la fede che ci spinge a vivere il nostro desiderio. È quello in cui credi che ti fa vivere il tuo desiderio. “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. (Eb 11,1). Senza la fede il tuo desiderio non riuscirai mai a viverlo. 

Ora torniamo al nostro desiderio. 

Chiedendo sui social qualche settimana fa  di risponderci indicando quale fosse il desiderio, ci sono arrivate molte risposte di giovani, di chi è alla ricerca dell’amore e della propria vocazione, meno desideri invece delle famiglie. 

Ed è qui che ci siamo rinterrogati: 

Sei sposato?

Hai uno, due, tre figli?

Un lavoro?

Una casa?

Una splendida famiglia, e allora cosa puoi desiderare di più? 

E qui che ti aspettiamo, perché forse è vero è più facile sognare da giovani, desiderare da ragazzi, ancor più da bambini. Fermarsi a guardare le stelle. Man mano che gli anni passano, quelle stelle sembrano non interessarci più. Sembra che i sogni o li abbiamo già raggiunti o li abbiamo messi nel cassetto. Ma forse non è così. Forse a far la differenza è come si trasforma quel tuo desiderio, come devi trasformare te il tuo sogno. 

Se sognavi una moglie, una famiglia e “l’hai avuta”, forse c’è da desiderare di sapere amarla ogni giorno di più! 

Se sognavi un figlio, e “l’hai avuto”, forse c’è da desiderare di saperlo crescere e amare di più. 

Scusateci la semplicità con cui le abbiamo buttate queste frasi, più correttamente c’è da dire che tutto ciò che viviamo ci è dato in dono! E un dono che ci vien fatto è da custodire, e da accogliere come qualcosa che non è tuo ma è per te! Non come qualcosa che ti appartiene ma che ti è stato donato. Il donatore è colui che dona e può portare via. Il dono stesso deve vivere nella libertà di non poter essere trattenuto. Ogni dono che chiediamo, tutto ciò in cui crediamo e che per fede viviamo richiede la capacità di amare; capacità che dovrebbe essere alla base del nostro vivere. 

Bisogna metterci l’amore in quel desiderio per far sì che non muoia. Per far sì che quel desiderio, ciò in cui credi, ciò che chiedi non si senta arrivato, ma rilanciato al di più! 

L’amore è una ruota non una freccia, non è un qualcosa che si ferma quando fa centro, ma è un verbo di movimento che non si può per sua natura fermare. Ma che anche con il passare degli anni e delle stagioni, deve mantenere il suo moto verso l’Amore infinito, l’Amore per sempre, l’Amore che chiede di più. 

Ad una coppia di sposi il giorno delle nozze non si può augurare di amarsi sempre come “il primo giorno”, ma ogni giorno di più!

Solo se metti al primo posto l’amore puoi vivere sempre il tuo desiderio, il tuo sogno. Continuare ad amare! Tieni accesa la fiamma viva dell’Amore! Tieni fisso lo sguardo sulla parola Amore e poi…. Scegli un desiderio grande e inizia a cercare di viverlo, predisponi la tua vita a fargli spazio! Cerca un bravo maestro che ti possa guidare, una guida fondamentale! 

Non portare molto con te, porta te stesso. Domandandoti: chi sei? .. mettiti in viaggio. E domandati anche nel corso del cammino. Dove vado? 

Riconferma il tuo camminare davanti agli attacchi del mondo che ti ostacolerà o dirà di tornare indietro o ti mostrerà una scorciatoia. Più andrai avanti più il diavolo ti tenterà con luci ingannatorie, quindi fermati spesso e Verifica e chiediti: per quale strada passo?

Per ultimo custodisci il tuo desiderio perché anche l’albero nasce da un seme piccolissimo custodito sotto terra, che il “genio”, “donatore”,  saprà far crescere! 

Vegli o dorma… 

Qua l’è il tuo desiderio?

Anna Lisa e Stefano

Cercatori di bellezza


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Perchè è bello partecipare ad un matrimonio? .. da invitato

Cinque anni fa abbiamo partecipato al primo matrimonio da fidanzati, matrimonio bellissimo, location bellissima in riva al mare. Ci riaffiorano i ricordi di quel primo matrimonio da fidanzati, ci riaffiorano i ricordi degli altri matrimoni vissuti poi da sposati, del nostro matrimonio.. 

Da poco son ripresi i matrimoni, riprende la possibilità di GIOIRE DELL’AMORE, di FAR FESTA ALL’AMORE..

Ma perché è bello partecipare? 

Abbiamo provato a riflettere alla bellezza incontrata in quei giorni, a rispondere a quell’emozione che viviamo, che ci fa battere il cuore in chiesa e chiedere i fazzoletti a chi ci siede accanto. Ma perché? 

Proviamo a darvi la nostra lettura partendo dagli spunti più semplici a quelli più profondi: 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché amiamo le feste, perché amiamo la gioia, siamo fatti per la felicità non per la tristezza. 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché ci si relaziona, si passa del tempo conviviale a tavola con gli altri invitati che siano parenti o persone conosciute quel giorno, il pranzo diventa occasione di dialogo e questo è piacevole perché siamo fatti per le relazioni. 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché ci si ferma, per un giorno stacchi dal lavoro, dal quotidiano per far festa! Wow.. quando ti ricapita? (Ti capita tutte le domenica, ma non ce ne ricordiamo più, non sappiamo più gustare la domenica..). La bellezza di staccare dal quotidiano.

Ci piace partecipare perché si dona, a volte un regalo, altre volte del tempo magari aiutando gli sposi nei preparativi o nei giochi per la festa. “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.” 2Cor 9,7

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché qualcuno quel giorno si è preso cura di te, quel giorno non devi neanche decidere, pensare cosa mangiare, perché qualcuno ha già pensato bene per te. Ha scelto tutto per te anche il menù. Ci sentiamo amati come quando da bambini eravamo accuditi dalla mamma. 

Non abbiamo nulla da decidere, anche il posto al tavolo ti è assegnato! Una giornata senza scelte ma solo da vivere. È un privilegio per la mente! 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché .. e qui forse arriviamo ai motivi più belli: PERCHÈ VIVIAMO L’AMORE!

Che tu sia fidanzato, single, consacrato o sposato, quel giorno capita di vivere un’emozione grande che parte dall’attesa in chiesa degli sposi. 

Sei in chiesa per quell’amico, quel fratello, quel parente che finalmente raggiunge un check point bellissimo per la sua vita! sei lì per vedere che l’amore vince! Ancora una volta l’amore vince! 

Attendere quegli sposi in chiesa è come fermarsi e attendere davanti ad un vaso che il fiore sbocci. In quell’attesa vedi la trasformazione della vita, vedi il mistero grande dell’amore. 

L’emozione continua subito dopo quando vedi lei, quando vedi il vestito della sposa che entra in chiesa con musica solenne. Quel vestito segretamente scelto, quella musica che accompagna i suoi passi è emozionante! È emozione che nasce dal vedere un qualcosa di bellissimo e voler dire: “anche io”. 

Quel vestito bianco, è quello che ci è stato dato il giorno del battesimo! Quel vestito bellissimo lo hai indosso anche tu, ricordatelo! La marcia nuziale allora suona ogni mattina anche per me, per te!

La mente vedendo quegli sposi ti dice, anche io vorrei essere lei/lui, anche io vorrei vivere un amore così grande. bello! Poter gioire di un uomo che decide di promettermi amore fedele sempre! Poter dire “wow” al vedere una donna che mi viene incontro vestita come un angelo, che viene incontro per offrirsi a me, per dire Sì alla mia libera richiesta di amore. 

Che bellezza! 

L’amore per sempre, è bellezza che attrae! 

Non c’è stato di vita che non si emozioni nel vedere la grazia e bellezza di due sposi. 

Puoi essere fidanzato e lasciare che i sogni più grandi abitino il tuo cuore. Puoi desiderare in grande, di vivere anche te quell’amore!

Puoi essere sposato e quel vivere il matrimonio diventa, rivivere il tuo amore! Ritornare con la mente a quel giorno, forse pioveva, forse faceva caldissimo, ti ricordi? Ricordi il suo vestito? Com’era il suo abito? .. che fiori avevate? Ricordi quel momento in cui..? …ciò che ci fa ritornare a pensare al nostro matrimonio è l’amore che, nello sposalizio che viviamo ora, esce dai nostri cuori come profumo che inebria la stanza! Sentire il profumo dolce dell’amore che questi due sposi ora si promettono, ci fa tornare alla mente, al cuore, il nostro aroma nuziale. 

Che bellezza! 

Puoi essere single e anche te amerai quel matrimonio, perché forse anche te sogni l’amore e allora corri al pozzo a cercarlo perché il Signore non vede l’ora di colmare di gioia anche il tuo cuore. 

Puoi essere religioso ed è bellissimo vedere come, attraverso due giovani che decidono di promettersi amore e scelgono il Signore quale benedizione e grazia per la loro storia di amore, anche tu  (religioso) possa respirare lo stesso aroma delle tue nozze con Cristo, il giorno della tua consacrazione. Che bello! 

Puoi essere anche un single che spende la sua vita amando come laico, e allora in quel matrimonio puoi rivivere la nuzialità vissuta nel tuo battesimo. Anche per te Gesù si è fatto tuo sposo e anche tu che ami l’umanità come quei due sposi, testimoni in carne come si ama l’altro. 

Che bellezza! 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché ascoltiamo parole di amore, che siamo assetati di sentire, e ci arrivano dalla Parola di Dio scelta e spiegata quel giorno! Quello è il nostro più grande ristoro, che ci dona pace al cuore: il sentire pronunciare da due ragazzi, da un sacerdote, nei canti e nelle letture una parola di amore di cui spesso la nostra vita è vuota. Quello che dà gusto alla giornata non è il risotto o la tagliata ma vedere l’amore che vive! Ascoltare parole d’amore, toccare con mano che gli sposi sono testimoni dell’amore di Gesù, volto di Gesù! 

Ci piace andare ad un matrimonio perché facciamo spazio ed incontriamo Gesù. 

Ad ogni matrimonio, ad ogni festa , Gesù ci chiede di presentarci con l’abito nuziale. (Mt 22, 1-14)  Ci chiede di vivere in pienezza quel giorno di festa, partecipando con gli sposi all’Alleanza Nuziale più grande, più bella: le nozze con lo Sposo. E per farlo ci invita ad avere un cuore aperto ad accogliere quell’Amore che si fa promessa eterna. Per farlo ci invita a riconciliarci con Lui. 

Gesù è con noi ogni giorno! Ogni giorno possiamo ascoltare la sua parola, lasciarci amare ed amare. Ogni giornata possiamo viverla con gioia e in relazione con l’altro. Ogni giorno possiamo donare e compiere gesti d’amore, guardare all’amato con desiderio di amore infinito, per sempre e amore sempre più grande, (mai per qualcosa di meno!). Ogni giorno possiamo lasciare che la provvidenza agisca sulla nostra giornata, possiamo lasciare uno spazio a Gesù fermandoci nel nostro incedere lavorativo quotidiano e far sì che Lui trasformi la giornata in matrimonio! 

Sia ogni giorno, un matrimonio! 

Anna Lisa e Stefano 

Cercatori di bellezza


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Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si, perché Gesù desidera essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. E’ importante ringraziarlo, rendere grazie per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se poi non restano lettera morta, se poi lo cerchiamo qui, vicino a noi, sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è qui, in modo molto concreto e reale. Quando ci svegliamo è qui accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è qui che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per Lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nei fratelli e nelle sorelle. Per questo ci ha posto al nostro fianco un prossimo che più prossimo di così non si può: nostro marito o nostra moglie. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi, permetteteci questa piccola libertà, la preghiera del Padre nostro potrebbe essere riscritta in chiave sponsale in questo modo:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Bello recitarla insieme, guardandosi e poi terminare con un tenero abbraccio. A proposito: oggi avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Ricordate che solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

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Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Oggi proseguo con il tema che ho introdotto con l’articolo di ieri. Credo sia importante completare il discorso con questa ulteriore riflessione che avevo già proposto circa un anno fa in occasione dell’Ascensione di Gesù.

L’Ascensione ci dice non solo che siamo fatti per l’eternità. Non solo che siamo fatti per la vita eterna. Siamo fatti per essere uomini nella vita eterna. Non è la stessa cosa. E’ molto di più. Tutto ciò che siamo resterà. Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Potremo ritrovare l’umanità delle persone che abbiamo amato. Fermo restando il mistero del libero arbitrio e della dannazione, potremo incontrare di nuovo i nostri figli, i nostri genitori, tutte le persone a cui abbiamo voluto bene, e anche nostro marito o nostra moglie. Certo sarà diverso, sarà come ora non possiamo neanche immaginare, ma io ritroverò Luisa, la mia sposa.

Sarà ancora lei, Luisa, e nulla sarà cancellato in Cielo dell’amore che ci siamo donati su questa terra. Non ci sarà più matrimonio. Non serve. Il matrimonio è un sacramento che permette di amare Dio con la mediazione di una persona diversa e complementare in una relazione fedele, indissolubile, feconda ed esclusiva. Non servirà, perchè ameremo Dio direttamente, ma resterà tutto il resto.

Luisa sarà sempre Luisa, la mia migliore amica, la mia confidende, la persona che più di tutte ha abitato il mio cuore. La persona che più di tutte ho conosciuto, che più di tutte mi ha perdonato e che io ho perdonato. La persona con cui sono diventato Antonio, che mi ha aiutato a sviluppare tutta la mia umanità. Colei che ha saputo vedere la mia bellezza come nessun altro, che ha accolto tutto di me anche le parti più fragili e meno belle. Insomma sarà meraviglioso condividere con lei l’amore di Dio. Sarà per me gioia la sua gioia, che sarà piena tra le braccia dello Sposo.

Mi viene in mente l’affermazione di un’amica, che ho già più volte citato. Lei, abbandonata dal marito, continua a pregare per lui e a volergli bene. Alla mia domanda diretta sul perchè lo facesse, lei rispose: E’ dolorosa una vita senza di lui, non immagino una eternità senza di lui. Ecco è proprio così. L’ Ascensione ci dice che è così. Non credo sia solo una mia convinzione. Credo che si possa intuire da tanti piccoli indizi. L’Ascensione è uno dei più importanti e carichi di speranza. San Tommaso afferma nella sua Somma teologica:

Se parliamo della beatitudine perfetta, che ci attende nella patria, allora non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia degli amici, poiché l’uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Tuttavia la compagnia degli amici dà completezza alla beatitudine.

San Tommaso D’aquino

Credo che San Tommaso sia riuscito a spiegare qualcosa di importante. Non avremo bisogno di nessuno per amare Dio e sentirci amati in pienezza, neanche di nostra moglie o nostro marito. Dio è la perfezione e la pienezza senza bisogno di altro , ma la presenza della mia sposa, sapere che anche lei è felice tra le braccia di Dio, sarà per me motivo di una gioia ancora più grande. L’amore è tutto, ma condividere l’amore è ancora di più.

Quindi la vita eterna resta in definitiva un mistero. Non sappiamo praticamente nulla di come sarà e non abbiamo neanche le capacità di poterla comprendere ma una cosa è certa: resterà tutto l’amore. Non solo: sarà perfezionato e potenziato dalla luce di Cristo

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 3 – Il mio amato è mio e io sono sua.

Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. E’ l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

Amoris Laetitia punto 12

Approfondiamo proprio il capitolo due di Genesi. Dio, attraverso quei versetti, ci sta dicendo che la stessa relazione con Lui, o qualsiasi altra cosa su questa terra, non possono colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. In questa vita l’uomo ha bisogno di un aiuto. La Bibbia traduce così. Il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. E’ l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il Suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Non solo Dio pensa a un aiuto, ma questo aiuto deve essergli simile. Il termine ebraico indica qualcosa di molto più complesso. Indica una creatura che gli sia opposta, che sta davanti all’uomo e lo guarda, faccia a faccia. Non solo, qualcuno che racconta di lui. Un aiuto con cui entrare in relazione, in dialogo. Che sappia mettere in luce l’alterità, la reciprocità e la complementarietà.

Ogni persona è l’altro. Genesi ci dice come siamo fatti. Siamo esseri relazionali. Senza relazione moriamo. Questi versetti ci stanno dicendo che siamo fatti per essere amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Siamo ad immagine di Dio e anche Dio è relazione nella Trinità. Nel matrimonio viviamo in profondità e in pienezza questo desiderio di incontrare un altro che sia complementare e diverso. Un tu che ci sia diverso.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. Comunione che si manifesta nell’essere una sola carne e nel generare nuova vita che è fatta della nostra unione. I figli hanno il DNA di entrambi i genitori.

Una precisazione importante. La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito, ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Spostiamoci ora sull’ultima parte del punto di Amoris Laetitia. In Genesi troviamo scritto che Dio disse alla donna dopo la caduta: Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà. Questo passo esprime benissimo il dramma della caduta. La perdita dell’ordine naturale che impedisce all’uomo di essere capace di amare e di donarsi senza egoismo, senza voler possedere, mettendo la sua sposa prima di sè. Naturalmente vale anche il discorso inverso della donna verso l’uomo. L’egoismo travestito di amore. Il dominio travestito di amore. 

Nel matrimonio possiamo invertire questo atteggiamento. Possiamo convertirlo. Cambiare direzione. Ed è proprio il Cantico che ci dice che è così. Nel Cantico accade qualcosa di stupefacente. Si riprende esattamente lo stesso sostantivo di Genesi, come a voler evidenziare la stretta connessione tra i due passi, ma si cambia completamente prospettiva. C’è una guarigione. C’è un ritorno alle origini. C’è la capacità di sconfiggere il peccato originale. Il peccato originale che è morte. Vedremo più avanti, sempre nel Cantico, come l’Amore sia forte come la morte. Ecco! Qui accade esattamente questo. L’amore sconfigge la morte del peccato originale. Troviamo infatti scritto: il suo desiderio è verso di me. Questa volta è lui a desiderarla e non a dominarla e lei è felice perchè vuole essere tutta del suo amato. Capite che differenza. In Genesi al desiderio si risponde con il dominio. Tu ti offri e io ti prendo e ti faccio mia. Nel Cantico cambia tutto. Tu ti offri e io ti accolgo in me e ti faccio dono di ciò che sono, di tutto ciò che sono. Che bello! Noi possiamo essere questo, possiamo recuperare questo nel nostro matrimonio e renderlo davvero un luogo dove è bello stare. Possiamo grazie a Colui che con il suo amore ha sconfitto la morte. Possiamo grazie a Gesù recuperare l’ordine delle origini attraverso il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 1 – Un documento frutto di un cammino.

Questo è il primo articolo di una serie che Luisa ed io abbiamo deciso di pubblicare su Amoris Laetitia. Scelta suffragata da uno specifico sondaggio che abbiamo proposto attraverso i nostri canali social e che ci è sembrato confermare un interesse di fondo verso questo documento. Un documento conosciuto solo per alcuni aspetti problematici e divisivi, ma non nella sua parte più interessante per noi sposi: la relazione. E’ un documento così poco conosciuto che Papa Francesco ha ritenuto necessario indire un anno intero di studio sulle riflessioni raccolte in questa esortazione. Anche noi, senza pretese di avere particolari competenze se non la semplicità della coppia che cerca di far tesoro dei consigli che il Papa propone, cercheremo di portare il nostro piccolo contributo.

Prima di addentrarci negli argomenti e nei vari punti dell’Amoris Laetitia, è importante comprendere come il papa è arrivato a scriverla. Oggi intendiamo raccontare come nasce e cosa è Amoris Laetitia. Amoris Laetitia è tecnicamente una esortazione apostolica post sinodale. Significa che Amoris Laetitia nasce al termine di un sinodo sulla famiglia. Anzi dopo due sinodi sulla famiglia.

E’ fondamentale quindi, per capirci qualcosa, fare una cronostoria delle tappe che hanno portato alla pubblicazione del documento il 19 marzo del 2016. Tutto inizia nel 2013 quando il papa spiazza un po’ tutti indicendo un sinodo sulla famiglia. La famiglia è sempre stato un tema difficile e nella nostra Chiesa contemporanea lo è ancor di più. Perchè allora il papa ha scelto un tema tanto divisivo e difficile? Il papa ha sicuramente notato un disallineamento tra il magistero e il sentire di tanti cristiani. E’ innegabile, e sotto gli occhi di tutti, che l’insegnamento della Chiesa non passa più. Le persone si sposano sempre di meno e hanno una vita sessuale totalmente distante dalla morale cattolica. Esiste uno scisma di fatto tra quanto la Chiesa propone e quanto la gente poi vive effettivamente nelle proprie relazioni affettive. Anche tra i cristiani praticanti.

Il Papa ha compreso che non serve più calare dall’alto una morale e delle regole che la maggior parte delle persone non riesce più a comprendere. Serve una nuova evangelizzazione che da un lato riesca a far sentire accolta ogni persona e dall’altro riesca a far comprendere come la proposta cristiana sia la più bella e la più piena. Senza nascondere tutta la fatica di una relazione profonda e radicale come quella matrimoniale. Parlare di peccato non convince più quasi nessuno ed è una modalità che non funziona più. Ciò che può attrarre l’uomo del nostro tempo è la bellezza di una scelta rispetto ad un’altra. E’ importante parlare alla nostalgia che ogni persona ha nel cuore di sperimentare un amore autentico e non invece far leva sull’obbligo di rispettare scelte morali e regole incomprensibili. Una scelta fatta non per paura ma perchè è la più affascinante. Esattamente come per la fede. Scegliamo Gesù non perchè abbiamo paura dell’inferno ma perchè Gesù è il migliore di tutti ed è bellissimo stare con Lui.

Attenzione. Nessuno mette in dubbio che esista una verità e una morale. Nessuno mette in dubbio il matrimonio indissolubile e fedele tra un uomo e una donna. Il papa semplicemente prende atto di una situazione. Si rende conto che una dottrina non più accolta e sentita parte concreta della vita delle persone diventa qualcosa di lontano e di astratto che serve a poco. Insomma c’è un problema e il papa ha deciso di affrontarlo.

E’ stata proprio questa preoccupazione che ha motivato il Papa. Non esiste quindi una volontà di modificare la dottrina e il magistero, ma esiste il desiderio di avvicinare le persone e di rendere l’insegnamento della Chiesa qualcosa che l’uomo di oggi può accogliere e sentire parte della propria vita, qualsiasi sia il suo stato: single, sposato, vedovo, separato e anche risposato. Non significa dire che tutto vada bene, ma significa dire ad ogni persona che Dio continua ad amarla e che ognuno di noi può intraprendere un cammino di perfezionamento e di avvicinamento a Gesù, qualsiasi sia il suo stato di vita.

Sono stati quindi indetti due sinodi. Uno nel 2014, sotto la forma di sinodo straordinario dal tema Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, e uno nel 2015, sotto la forma ordinaria dal tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Al termine di questi due sinodi il papa ha recipito le conclusioni dei padri sinodali, giunte al termine di una discussione libera e franca, e le ha fatte proprie sintezzandole ed ordinandole in un documento riassuntivo, che è proprio l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

In sintesi che documento è? E’ un insieme molto corposo di numeri ordinati e suddivisi per grandi temi, dove il papa affronta il matrimonio e più in generale la morale cristiana inerente la sessualità e le relazioni. L’esortazione si suddivide in capitoli, i quali affrontano argomenti diversi e non obbligatoriamente legati tra loro. Ogni capitolo è come un piccolo libro indipendente. Nei prossimi articoli cercheremo di approfondire quei numeri e quei capitoli che secondo noi sono particolarmente belli, interessanti e significativi.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio che funziona è fatto di preghiera ed elemosina

Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo.
Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”.
Pietro prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone,
ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso.
E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo

Atti degli apostoli

Oggi ho deciso di prendere spunto dalla prima lettura di ieri. La Parola racconta di Cornelio, un romano, un centurione romano. Faceva parte degli oppressori e usava la spada con gli ebrei. Non era, possiamo dirlo con certezza, il prototipo della persona che poteva essere, secondo il pensiero degli apostoli, toccata dallo Spirito Santo.

Eppure viene toccato. Lui e tutte le persone che erano con lui. La sua famiglia. Perchè? Perchè temeva il Signore e praticava la giustizia. Concretamente significa, lo troviamo scritto pochi versetti prima,  faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio.

Ecco! Questo è quello che anche noi possiamo cercare di fare nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Preghiere ed elemosina. Detto in altri termini molto più chiari: avere una relazione personale con Gesù e avere uno sguardo che sappia rivolgersi ai bisogni di chi ci sta accanto.

Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Siamo per Lui ciò che c’è di più prezioso. Ognuno di noi è il più prezioso per Lui. Sarebbe morto in croce anche solo per me, anche solo per Luisa, anche solo per te che stai leggendo.

Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno. Che soprattutto nostro marito o nostra moglie ci deve dare. Così non siamo liberi di amare ma siamo in continua ricerca di rassicurazioni e attenzioni dall’altro. E quando, per qualsiasi motivo, vengono a mancare, crolla tutto. Perchè siamo troppo poveri, senza Gesù, per donare senza prendere nulla.

E poi fare elemosina. Non dobbiamo leggere questo atteggiamento come qualcosa di solo materiale. L’elemosina è la capacità di avere sempre lo sguardo verso l’altro, l’elemosina è empatia e comprensione. Possiamo farci elemosina tra noi sposi ogni giorno. Siamo deboli, siamo pieni di contraddizioni. Ci sono momenti del matrimonio che ci sentiamo particolarmente poveri. Momenti dove abbiamo molto poco da dare. Siamo scoraggiati, non siamo amabili. Ci sentiamo inadeguati. Ecco quello è il momento in cui abbiamo più bisogno delle attenzioni dell’altro. Delle elemosina dell’altro. Sentirci amati quando sappiamo di essere poveri e di non meritarlo. La dinamica di coppia è così. A volte sarò io a dare a mia moglie e a volte sarà lei a dare a me.

Un matrimonio che funziona si fonda su questi due atteggiamenti fondamentali. Non sono i sentimenti e le emozioni a far durare un matrimonio ma la preghiera verso Dio e l’elemosina che a vicenda ci doniamo. Come scritto nel Vangelo: amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 

Antonio e Luisa

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Restiamo sposi

PADRE LUCA

Una volta mi sono trovato a celebrare un matrimonio di due “pischelli”, come si dice a Roma. Lui 20 e lei 19. Ho esordito così: “quale coppia è più bella secondo voi: una di quelle uscite da «Matrimonio a prima vista» oppure i nonnini che sono giunti alle nozze di diamante?”. I due si sono guardati, poi si sono girati verso l’assemblea e infine la sposa timidamente rispose: “beh, direi quelli più anziani”. E mi venne da ridere.

Nella mia comunità, i miei confratelli mi prendono in giro perché quando guardiamo assieme un film sono quello che commenta: “questo attore è sposato con tizia… la protagonista nella vita reale ha avuto due figli… questo qua ha fatto tale ruolo in quell’altro film” e vengo immediatamente e coralmente zittito. In effetti mi incuriosisce vedere il cast dei film che guardiamo e ciò che noto è che negli studios di Hollywood ci si toglie in fretta l’anello. Vale sia per i più divi come per quelli meno famosi: quasi tutti hanno vite matrimoniali molto brevi. La durata è davvero di qualche anno (se va bene). Ma nemmeno noi del Bel Paese ci salviamo… nel 2014 l’Istat diceva che ci si separa in media dopo 16 anni ma per l’ultimo censimento di fine 2019 addirittura i matrimoni in chiesa sono stati superati per la prima volta nella storia da quelli civili. “Matrimonio finché mi pare” batte “matrimonio per sempre” 1 a 0.

A proposito di matrimonio, nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi amici: “rimanete”. Ma che bello! È una frase proprio da persone che si vogliono bene. Gesù prova davvero tanto affetto per gli apostoli, ben sapendo che lo avrebbero tradito. Sta chiedendo a loro: “restate con me, non staccatevi, restiamo sempre amici, vogliamoci sempre bene…”.

È proprio dell’amore il rimanere, il restare! Non so voi, ma io non mai visto scritto su un muro o sul marciapiede: “Ti amerò per altri 10 anni” oppure “voglio stare con te fino al 2029”. Al contrario, ho sempre letto frasi che parlano di eternità, di infinito, di sconfinatezza… perché questo è l’amore. “Lo strinsi fortemente e non lo lascerò” (Ct 3, 4) dice l’amata all’amato nel Cantico dei Cantici.

Tutti partono bene nel matrimonio, la sensibilità è alle stelle, non si vede l’ora di stare semplicemente assieme senza dover fare chissà cosa, qualsiasi discorso va bene. Ma poi passa il tempo… i figli, il lavoro, le preoccupazioni, i soldi, lo stress della vita…  si sa, fanno ridimensionare le aspettative.

Cosa è più facile dire: ti amo (adesso), oppure ti ho amato finora? L’amore vero è quello perseverante, che sa rimanere, sa durare nel tempo.

Il regista Mike Nichols del celebre film “Il laureato”, con Dustin Hoffman come protagonista, non volle farne il seguito proprio perché sarebbe risultato estremamente noioso far vedere la vita di una coppia stabile. Se la rottura di un legame può sembrare originale, lo stare sempre insieme invece è insipido. Eppure, non c’è niente di più faticoso ma anche appassionante del vivere la quotidianità dell’amore non certamente in modo superficiale e passivo. Questo non lo vuole nessuno. Ma una vita di coppia gioiosa e felice per 30,40,50 è davvero, umanamente parlando, un’impresa notevole e degna di stima e ammirazione!

Torniamo al vangelo. Mi piace dare questa lettura al testo di oggi. Prova ad immaginare che ci siete voi due nell’Ultima Cena con Lui. E Lui vi dice: “cari sposi, rimanete nel mio amore! Io già sono rimasto in voi dal momento della celebrazione, ora chiedo a voi di restare con me”. Non è meraviglioso?

C’è una specie di reciprocità tra noi e Gesù. In più di una occasione sono stati i discepoli a chiedere di restare con Gesù. Pensa ad Emmaus e sul Tabor “facciamo tre tende” (Mt 17, 4). Ma adesso è Lui che chiede di restare con noi. Ci vuole proprio bene Gesù! E questo vale in modo speciale per gli sposi.

Infatti, “Il dono di Gesù Cristo (nel matrimonio) non si esaurisce nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 56). Ecco qui un bellissimo collegamento al Vangelo di oggi con il sacramento del matrimonio.

Cari sposi, Gesù è davvero tanto contento di essere rimasto con voi per tutti gli anni del vostro matrimonio, tanti o pochi che siano. Non importa se il vostro amore non è perfetto o non è così “mozzafiato” come agli inizi. L’importante è essere consapevoli che Lui è con voi per continuare a soffiare sulle braci del cuore e a ravvivare la donazione quotidiana. Restate con Lui perché Lui è sempre stato con voi.

ANTONIO E LUISA

Noi festeggiamo tra poco più di un mese i nostri diciannove anni di matrimonio. Siamo durati quindi oltre la media. Abbiamo scollinato i fatidici 16 anni che secondo la ricerca menzionata da padre Luca è il momento della separazione. A parte gli scherzi è bellissimo sapere e avere fiducia che l’altro ci sarà sempre per noi.

In questi anni ce lo siamo dimostrato diverse volte. Ogni crisi è stata un’occasione per rilanciare e per metterci qualcosa in più: in amore, in determinazione, in capacità di sacrificio e, soprattutto, in fede. Quando le cose sembravano mettersi male ci siamo fidati ed affidati e non siamo mai rimasti delusi.

Come diceva un sacerdote che abbiamo ascoltato un po’ di tempo fa: se arriverete a dirvi che non vi amate più significa che non vi siete mai amati. C’era sentimento, passione, magari grandi emozioni, ma alla prova dei fatti, quando c’era bisogno di metterci soprattutto volontà e sacrificio vi siete tirati indietro.

Come ha concluso padre Luca: Restiamo con Lui perché Lui è sempre stato con noi.

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Io guardo Lui, e Lui guarda me!

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi meravigliosa. Una catechesi sulla preghiera contemplativa. Cosa significa contemplare? Perchè essere capaci di contemplare è così importante per noi sposi.

Il Papa si riferisce nella sua catechesi in particolare alla preghiera contemplativa, alla nostra relazione personale con Gesù. Per noi sposi c’è però una seconda dimensione. Una seconda lettura che non esclude la prima ma la integra e le dona ancora più ricchezza è significato.

La preghiera contemplativa è quella che, usando le parole del Papa, “Io guardo Lui, e Lui guarda me!”. È così: nella contemplazione amorosa, tipica della preghiera più intima, non servono tante parole: basta uno sguardo, basta essere convinti che la nostra vita è circondata da un amore grande e fedele da cui nulla ci potrà mai separare.

Nella preghiera contemplativa c’è una relazione chiaramente sponsale. Nella preghiera contemplativa ci riconosciamo amati da Gesù. Guardati e amati. Guardati nella nostra miseria, nelle nostre fatiche, nelle nostre contraddizioni e amati. Gesù ci vede bellissimi e ci desidera ardentemente. Questo sguardo di Gesù ci permette di aprire il cuore e di essere capaci di osservare tutto ciò che è attorno a noi con degli occhi diversi, ci permette di avere uno sguardo contemplativo. Cosa significa? Ce lo spiega ancora il Papa: Essere contemplativi non dipende dagli occhi, ma dal cuore.

Vivere una relazione con Gesù ci permette di guardare con occhi diversi il mondo che ci circonda. Dice ancora il Papa: Si può contemplare guardando il sole che sorge al mattino, o gli alberi che si rivestono di verde a primavera; si può contemplare ascoltando una musica o il canto degli uccelli, leggendo un libro, davanti a un’opera d’arte o a quel capolavoro che è il volto umano… 

Capite dove voglio arrivare? Possiamo riuscire a guardare nostro marito o nostra moglie con gli occhi del cuore, con uno sguardo contemplativo, e tutto cambia. Non vedremo più solo un corpo, un corpo che magari, con gli anni che passano, appassisce e si sforma. Vedremo non con gli occhi ma con il cuore. E quel corpo diventerà parte concreta di una bellezza profonda fatta di una vita d’amore che noi sposi ci siamo scambiati in una vita insieme. Saremo capaci di guardare il corpo dell’altro e vederlo trasfigurato dall’amore, trasfigurato dalla bellezza di una persona che si è donata a noi totalmente, senza riserve o condizioni, di una persona che è stata capace di tenerezza, di perdonarci, di prendersi cura di noi, di starci sempre accanto.

E’ così che quel corpo anche dopo anni di matrimonio appare ancora bellissimo. Perchè siamo capaci di contenplarlo e di guardarlo con gli occhi del cuore. Questo è il segreto del matrimonio. Il segreto di una bellezza che non sfiorisce e che profuma di Cielo. Un vescovo parlando alle coppie disse che lo Spirito Santo è il cosmetico più efficace. Lo è davvero. Una persona che ama è sempre bellissima per chi è amato.

Come dice il Papa la contemplazione è Io guardo Lui, e Lui guarda me! Nel matrimonio questo dualità si allarga e si trasforma in trinità (l’amore di Dio non è mai per due ma sempre per tre) Io guardo Lui, e Lui guarda me! Questo mi permette di guardare la mia sposa con il Suo sguardo.

Termino con la chiusa della catechesi:

C’è un’unica grande chiamata nel Vangelo, ed è quella a seguire Gesù sulla via dell’amore. Questo è l’apice, è il centro di tutto. In questo senso, carità e contemplazione sono sinonimi, dicono la medesima cosa. San Giovanni della Croce sosteneva che un piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme. Ciò che nasce dalla preghiera e non dalla presunzione del nostro io, ciò che viene purificato dall’umiltà, anche se è un atto di amore appartato e silenzioso, è il più grande miracolo che un cristiano possa realizzare. E questa è la strada della preghiera di contemplazione: io Lo guardo, Lui mi guarda! Questo atto di amore nel dialogo silenzioso con Gesù fa tanto bene alla Chiesa.

Fa tanto bene alla Chiesa e al matrimonio aggiungo io.

Antonio e Luisa

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Che fatica litigare!

Abbiamo già trattato diverse volte il conflitto nella coppia. Oggi vorrei soffermarmi non sulla parte più esteriore del conflitto. Non in quello che possiamo fare o dire l’uno verso l’altro. Non parlo di piatti tirati, di urla o di semplice discussione. No, nulla di tutto questo. Oggi vorrei evidenziare la parte più interiore del conflitto, quella che non si vede ma che agisce dentro di noi.

Quando litighiamo non è mai un momento bello. Litigare e entrare in conlitto, diciamocelo pure, è faticoso. Genera sentimenti negativi e accresce malessere e nervosismo. Nessuno ha desiderio di entrare in conflitto. Vorremmo tutti che la nostra relazione fosse sempre animata dalla concordia e dalla pace. Sappiamo bene che non è possibile. Sappiamo che siamo diversi e che quando due sensibilità e due prospettive magari opposte si incontrano è inevitabile entrare in conflitto e scontrarsi. Fa parte della relazione e del matimonio.

Non ci piace comunque e quindi il conflitto ci tocca interiormente. E’ qualcosa che di solito ci induce a riflettere e a cercare di capire come evitare che in futuro si ripeta.

Il conflitto può innescare alcune reazioni psicologiche. Possiamo decidere di rinunciare al nostro punto di vista. Una rinuncia comunque non “sana” e indolore. Cominciamo ad accumulare frustrazione e una sensazione di non essere liberi di gestire determinate situazioni come vorremmo. Insomma non è il massimo della condizione. Alla lunga interromperemo ogni dialogo e divverremo sempre più indifferenti a quanto ci viene detto dall’altro.

Oppure possiamo annullarci e fare nostra l’idea che ciò che conta è avere come fine della nostra vita quello di avere lo stesso modo di vedere e di pensare del nostro coniuge. Convinti che questo porterà pace, serenità e renderà la nostra coppia magnifica. Che bello pensare le stesse cose e avere le stesse idee. Sembra davvero il massimo. Peccato che non sono le idee della coppia ma quelle del nostro coniuge. Anche questo alla lunga ci porta in una condizione di dipendenza affettiva. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa pur di non turbare l’equilibrio della nostra relazione.

Allora? Qual è il modo corretto? Vivere il conflitto come un’opportunità. Un’opportunità di comprendere come poter calibrare e perfezionare la nostra relazione sempre di più. Che non significa accogliere una delle due possibilità che ho descritto sopra. No, per nulla. Significa tornare alla nostra scelta originaria di sposarci. Sposandomi mi sono assunto l’onere e l’onore di rinunciare a parte della mià libertà di decidere e di fare come mi pare per condividere scelte e atteggiamenti con la mia sposa o con il mio sposo.

Questo significa che saremo capaci di spostare lo sguardo da quelle che sono le nostre esigenze e punti di vista a quelli dell’amata/o. Davvero esercitarsi giorno dopo giorno a spostare lo sguardo può aiutarci ad affrontare il conflitto in modo diverso. Se ognuno di noi sposta lo sguardo sull’altro sarà capace di coglierne le fatiche, le difficoltà, i pensieri e le dinamiche che lo portano a comportarsi in un deteterminato modo diverso dal nostro. Questo è l’inizio per instaurare un dialogo costruttivo che può portare a propendere per l’idea di uno dell’altro o addirittura una terza via che è frutto del noi, di una coppia capace di mettersi in ascolto reciproco e per questo una coppia vincente.

Antonio e Luisa

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L’amore va educato e preparato.

Abbiamo già raccontato in altri articoli che la castità prematrimoniale dipende (non è sempre così ma lo è in grandissima maggioranza) dalla donna.

Non vogliamo dare delle responsabilità eccessive solo ad una delle due parti. Non vogliamo giustificare l’uomo. Vogliamo cercare di mettere in evidenza come uomo e donna siano diversi. Sono diversi anche nel modo in cui si approcciano ad una relazione.

Siamo davvero diversi. Non sono solo stereotipi o luoghi comuni. Non è solo una convenzione culturale che spinge l’uomo ad essere cacciatore. Si forse un po’ c’è anche quello, ma non è solo quello. E’ qualcosa di molto più profondo. Si sente spesso dire che l’uomo pensa solo al sesso. In realtà non è così. Un uomo quando inizia una relazione con una donna non pensa solo al sesso. Pensa all’amore. Desidera, che ne sia consapevole o meno, sperimentare l’amore dato e ricevuto. L’uomo desidera l’amore quanto la donna. Il problema, se di problema si tratta, è che per l’uomo questo passa immediatamente dal sesso. L’uomo sente il bisogno di passare dal sesso per aprire poi il cuore all’emotività e all’amore.

La donna no! La donna sente il bisogno inverso. Sente il desiderio di essere appagata emotivamente per poi sentirsi pronta per aprirsi alla sessualità con il partner. Arriviamo ora ad una coppia di fidanzati cristiani che desidera vivere un fidanzamento nella verità, e nell’attesa di donarsi nel corpo solo quando si saranno donati nel cuore con la promessa matrimoniale.

La dinamica è chiara. Tanto più il fidanzato si sentirà attratto e innamorato e tanto più vorrà fare esperienza d’amore con lei, e per lui esperienza d’amore significa esperienza sessuale. Per cui una prima considerazione importante. Care fidanzate non considerate il vostro lui come rozzo e superficiale se ha questo tipo di impulsi e se prova a concretizzarli. Per lui cercare un rapporto sessuale è sinceramente il suo modo di amare. Sinceramente ma non nella verità.

Perchè allora non accontentarlo? Sappiamo bene che la sincerità delle intenzioni non significa sempre verità dei gesti poi compiuti. C’è un esempio che mi pare molto calzante. I nostri figli credono sinceramente di non poter fare a meno di quello smartphone o di avere Fifa 21 (videogioco di calcio) non appena viene messo in commercio. Ne sentono sinceramente il bisogno. Ma è vero? Non è forse meglio farli attendere un po’ di tempo per far capire loro che i veri bisogni sono altri e che possono benissimo vivere senza Fifa 21? Non è forse vero che, se devono sudarsi l’agognato oggetto del desiderio e attendere un po’, lo apprezzano poi molto di più?

Abbiamo semplificato molto, ma le dinamiche non sono tanto diverse. L’uomo sente fortissimo questo desiderio di intimità fisica. Diventa quindi fondamentale che la fidanzata sappia dire di no. Alcune donne potrebbero obiettare che anche loro ne hanno desiderio. Certo è vero. E’ diverso però. Il primo desiderio per la donna non è il sesso ma sentirsi al centro dell’amore e delle attenzioni dell’amato. Il desiderio sessuale nasce da questo. Per l’uomo invece tutto parte dal desiderio sessuale. Quindi per lui è molto più difficile attendere. Non basta quindi che la donna sappia dire di no. L’uomo potrebbe sentirsi non amato. L’incontro sessuale per l’uomo ha anche un grande valore psicologico. Serve a farlo sentire apprezzato e degno di fiducia. Per lui questo è importantissimo. L’uomo pensa: se lei fa sesso con me significa che sono importante per lei. Quindi se non fa sesso con me significa che non le piaccio abbastanza.

Una situazione quindi non positiva. Una situazione che potrebbe frustrarlo, scoraggiarlo e allontanarlo. Come fare quindi? Care fidanzate amatelo teneramente. Ci sono tanti modi per far sentire la vostra vicinanza e il vostro desiderio per lui. Castità non significa aridità e anaffettività. Tutt’altro. La castità è preparazione del terreno. La relazione è al centro sempre e il dono di sè può avvenire in tanti modi diversi senza arrivare al sesso. Fatelo sentire importante per voi in tanti altri modi. Al centro delle vostre attenzioni. Questo, piano piano, dovrebbe spingerlo ad aprirsi a parlare altri linguaggi dell’amore non finalizzati al solo sesso. Capite come il tutto diventa così più vero e più ricco? Come anche il desiderio sessuale non viene frustrato ma custodito, accresciuto e perfezionato? Come si possa davvero cominciare a considerare l’incontro sessuale come il più meraviglioso e grande dei gesti con cui gli sposi possono farsi dono vicendevole e non come un semplice modo di provare piacere ed emozioni forti?

Il fidanzamento diventa così una vera educazione reciproca all’amore. Non solo ci si conosce meglio e si riescono ad affrontare diverse situazioni di conflitto, che con il sesso potrebbero essere anestetizzate e messe in secondo piano (poi tranquilli che nel matrimonio saltano fuori), ma si impara a vivere l’amore in tutte le sue manifestazioni. Per l’uomo diventano belli e appaganti anche gesti che non siano l’amplesso fisico e per questo si impegnerà a parlare il linguaggio della tenerezza sempre. Per lei invece sarà più comprensibile il mondo maschile, che non è fatto di animali assetati di sesso, ma di persone costituite in modo diverso che cercano di amare ed essere amate esattamente come lo cerca lei. Per questo sarà anche più empatica e comprensiva a concedersi quando non ne avrà tutto il desiderio, ma comprenderà che per lui può essere il modo giusto per sentire l’amore della sposa e ricaricarsi emotivamente e psicologicamente.

Quando ci si conosce e si cerca di far funzionare le cose diventa tutto più semplice e più bello. Il fidanzamento è servito ad educare i due sposi a spostare lo sguardo dai propri bisogni al bene dell’altro e di tutta la relazione. A volte sarà lui che farà un passo in più verso la sensibilità femminile altre volte sarà lei a farlo. Questo è il gioco meraviglioso di due persone che cercano di rendere la vita dell’altro più bella e piena. Tutto questo diventa evidente in un matrimonio maturo. Non diciamo certo che due sposi possano vivere di rendita, perchè la relazione va nutrita ogni giorno, ma possono trarre tanta forza e bellezza proprio dal modo in cui si sono educati nel fidanzamento. Un’educazione che si può poi recuperare anche nel matrimonio, ma dove sarà tutto più difficile.

Antonio e Luisa

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Occhio a quel prete, potrebbe essere bello!

Domenica prossima, domenica 25 aprile è una giornata speciale! È la giornata per le vocazioni. Ma questo articolo è per te famiglia! 

Cosa ha da centrare una famiglia con la giornata per le vocazioni? .. la solita richiesta di preghiera per le vocazioni che da sempre ci viene proposta? 

No, Noi vorremmo portarti più in là, oltre. Perché una famiglia non ha solo la preghiera da portare nella sua opera evangelizzatrice per la Chiesa nella giornata per le vocazioni. 

Nei giorni pasquali ci siamo accorti che c’è qualcosa di bellissimo che sta vicino a noi, che è complementare alla nostra bellezza di famiglia, che è immagine di Gesù: il sacerdote! 

Il sacerdote? Nooo! Come il prete? Bello il prete? Ma Il prete quello anziano, quello stanco, quello brontolone, quello che fa quella predica lunga, quello con cui fai fatica a .., quello che non ha voluto… Etc.??? 

Sì! Quel prete! Quel sacerdote!

Ma proviamo ad essere più chiari ad aprire di più le braccia perché sennò le sorelle monache chi le sente! Più che il prete, è proprio la bellezza della vocazione all’ordine, al sacerdozio che racchiude in sè una bellezza che dobbiamo saper cogliere come famiglia! Che dobbiamo amare e testimoniare! Certo forse non è semplice da vedersi, purtroppo è da tanti anni che non la vediamo quella bellezza, e quindi stanno rimanendo le vecchie guardie, a volte anziane, a volte piene di incarichi, oppure a volte troppi giovani e inesperte per parrocchie grandi. 

Nessuno di noi può negare quanto sia importante, bello, di primaria importanza aver un sacerdote che spezza il pane per noi, che trasforma quotidianamente il corpo e il vino in corpo e sangue di Cristo, che ci assolve dai peccati, che amministra i sacramenti, che ci dona parole vive di salvezza, che ha “l’incarico”, di gridare dall’altare nella veglia delle veglie: “Cristo Signore è risorto”, vinta è la morte! 

Guardatelo sotto questa prospettiva di bellezza, il consacrato è colui che per primo annuncia la Pasqua

Lui lo vive nella sua vocazione, nel suo amare Cristo sposo, ci dona parole di speranza vere. In questo tempo particolare che stiamo vivendo la Chiesa con i consacrati ha sempre parlato di speranza, ha sempre predicato Cristo vincitore e Salvatore. Quella vocazione che magari critichiamo, che magari non è come ce l’aspettiamo, che non ci dice quel che vorremo sentirci dire, è testimonianza di vita! I nostri fratelli e sorelle ordinati non appendono lenzuoli alle finestre con la scritta “andrà tutto bene”, predicano per vocazione la speranza, l’accoglienza, l’amore, la vita. Anche là dove c’è la morte, proprio là dove Cristo muore, proprio là in ogni nostra morte, fatica, difficoltà, funerale, il religioso ci raggiunge con parole di speranza, con parole che ci ridonano vita! Wow che bellezza! 

L’ordine è una vocazione che testimonia un amore bellissimo, eppure le vocazioni calano, da anni. Eppure in pochi giovani si affacciano alle porte dei conventi o dei seminari. 

Forse ci spaventa l’ordine, forse anche a noi famiglie viene chiesto di pregare per una vocazione che un po’ spaventa, che ci fa paura. Vocazione non per me, non per chi mi sta vicino. Guai ad avvicinarci a conoscere di più l’Amore, guai ad avvicinarci di più a conoscere la vita di un religioso. 

La Chiesa ci chiede spesso di pregare per le vocazioni. Noi perdonateci, ma vorremmo andare oltre: voi sposi, avete mai detto che bello fare il prete ai vostri figli? agli amici? Avete mai guardato con occhi di bellezza a quella vocazione? Non solo al fraticello di quel paese dove scorrono latte e miele perché vai in vacanza una volta l’anno e là è tutto sempre più bello. 

La vocazione del sacerdote è la vocazione all’amore grande. Se la vocazione di noi famiglie, di noi sposi, è la vocazione che testimonia concretamente nei gesti l’amore di Dio, fatto uomo e donna, comunità, chiesa piccola, chiesa domestica; la vocazione religiosa è colei che ci guida, ci aiuta a conoscere lo Sposo della Chiesa. Molte coppie hanno imparato ad amare da preti, frati e Suore, molti giovani frequentano corsi sull’amore dove ad insegnare l’amore ci sono dei consacrati. Te credo! Se Gesù è amore, e loro si consacrano all’amore grande di Gesù, qualcosa ne sapranno. O no? Eppure ci fa paura, sogniamo tutti l’amore per sempre, ma con un uomo, non con l’Amore con la A maiuscola. Quell’amore che tu sogni è lo stesso, la strada per raggiungerlo è una sola, sia che scegli la consacrazione sia che scegli il matrimonio. I conventi sono le scuole dove si impara l’amore di Gesù. Perché si studia la Parola, si prega, si vive in totale dono per la comunità, si impara il servizio, l’ascolto, si impara a fare spazio all’Amato nel cuore. La famiglia nella sua casa, è scuola di amore fatto carne, parola carne, amore fatto di gesti concreti, amore che si dona tutto, amore che genera vita. Due sposi donano i loro corpi in un gesto di amore totale, il sacerdote spezza quel pane e vino per la comunità, fondamento anche per quell’uomo e donna. 

Capite la bellezza, l’amore che si cela dietro ad entrambe le vocazioni? Vocazione al matrimonio o all’ordine. 

Quanto noi famiglie guardiamo e parliamo dell’altra vocazione raccontandone bellezza? Forse troppo poco diciamo della bellezza dei preti. E quanto forse il sacerdote racconta la bellezza del matrimonio? 

A spiegare la giornata vocazionale, ci vorrebbero non solo consacrati che dicono che è bella la loro “professione”.. (ognuno parla in genere bene della sua). Ma sposi che inneggiano all’altra vocazione, genitori di consacrati che testimoniano come il figlio si sia realizzato nell’amore, uscendo di casa per andare a conoscere Gesù l’amore vero. E viceversa, a spiegare il matrimonio e a risollevarlo dalla crisi di cui parlano i media, ci vogliono cartelli di bellezza negli oratori, coppie chiamate ad essere lampade per la comunità, non a prestare servizi come singoli alle realtà parrocchiali. 

Sarebbe bello che la giornata per le vocazioni sia celebrazione della bellezza del matrimonio, quanto dell’ordinazione sacerdotale. 

In questa domenica vorremmo sconvolgere la vostra prospettiva, chiedendovi di non affidarvi solo alla preghiera, che da se’ può valer già tutto, ma di riconoscere che anche quella vocazione è una via bella per i nostri figli. Riconoscere che è una strada che ci realizza nell’amore! Perché si impara a vivere l’amore! 

Non si può da sposi amare solo la vocazione all’amore matrimoniale, bisogna riuscire ad amarle entrambe e testimoniar la bellezza vicendevolmente. 

Non c’è solo da pregare per le vocazioni, ma da dire bene, dire il bello. 

Che bello vedere un giovane che ha sentito la chiamata di avvicinarsi di più a conoscere l’Amore, che non è rimasto fermo al bar ad attendere che entrasse dalla porta, ma gli è corso incontro. 

Abbiamo tanti amici poi che nel cammino di discernimento in postulato hanno riconosciuto che erano fatti per un amore più esclusivo e hanno fatto un passo indietro, son tornati a casa. Ma son tornati a casa, capaci di amare! 

Domenica non preghiamo solo perché qualcuno bussi al seminario, ma accogliamo la bellezza di quel consacrato, dono per noi, e testimoniamo la sua vocazione all’amore. 


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Credete che questa bellezza è anche per voi.

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Vorrei tornare sul Vangelo di domenica scorsa. Perchè? Perchè mi ha fatto pensare moltissimo. E’ arrivato solo due giorni dopo che abbiamo proposto alcune riflessioni su Amoris Laetitia ad un gruppo di Bologna che ci aveva contattato. Un incontro che non è è andato proprio benissimo. Per alcuni di loro abbiamo mostrato poca sensibilità mostrando la bellezza del matrimonio. Secondo queste persone è necessario avere pudore nel presentare la bellezza, perché anche la bellezza può far male a chi fa fatica, a chi non ha un matrimonio meraviglioso. Insomma anche la bellezza può essere percepita come una clava che picchia e non come balsamo di speranza.

La risposta ce l’ha data Il Vangelo. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano. Ciò che impediva agli apostoli di credere era solo una cosa: era troppo bello per essere vero!

Così è anche per noi oggi. Non riusciamo a credere che il matrimonio, abitato da Gesù e sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere davvero così bello come la Chiesa ci propone. E’ troppo bello credere che esista un amore che sia proprio così radicale, che sia indissolubile, che sia fedele, che sia gratuito e incondizionato. Non è possibile! Perchè proprio io dovrei farcela? Qualcuno potrebbe pensare che Antonio e Luisa riescono, perchè sono bravi loro, perchè sono stati fortunati a incontrarsi, perchè c’è stata “la giusta congiunzione astrale“. Qualcuno potrebbe pensare che non può essere così per tutti. Qualcuno potrebbe dubitare che Antonio e Luisa davvero vivano quello che raccontano.

Amoris Laetitia è una lettera colma di bellezza e di speranza. Noi vogliamo dirlo senza falso pudore e senza vergogna: il matrimonio è meraviglioso. La notizia è che non siamo perfetti. La notizia è che non solo non siamo perfetti, ma che siamo partiti peggio di tantissimi altri.

Luisa era piena di blocchi e di ferite e per questo non riusciva ad aprirsi affettivamente. Io, Antonio, mi nutrivo quasi quotidianamente di pornografia, e non vedevo l’ora di realizzare su Luisa tutte le mie fantasie. Eravamo questi. Due poveretti che da soli avrebbero combinato ben poco e che hanno avuto la grazia (immensa e immeritata, come tutte le grazie) di incontrare Gesù grazie a un uomo di Dio, il cappuccino Padre Raimondo Bardelli (1937 – 2008), il quale ha preso molto sul serio le catechesi di San Giovanni Paolo II sulla Teologia del corpo e le ha diffuse, portando speranza a noi giovani, feriti e disillusi.

Non dobbiamo aver paura di dire che il matrimonio è per tutti. Il matrimonio è una meraviglia possibile a tutti. Non è solo per una élite di persone. Solo per quelli bravi. No, è proprio per tutti. Affidatevi a Gesù, non abbiate paura. Credete che questa bellezza è anche per voi. Non smettete di crederci e impegnatevi a fondo per farla andare bene. Molte volte le relazioni muoiono e i matrimoni saltano proprio perchè non si crede più che possa essere possibile vivere una relazione bella. Si comincia a pensare di aver sposato la persona sbagliata. Non si lotta fino in fondo. Si molla, perché non ci si crede più.

Non voglio sottovalutare le situazioni e le sofferenze che spesso abitano le relazioni matrimoniali. So benissimo che le situazioni possono essere anche molto pesanti, a volte insostenibili. In alcuni casi, la separazione non solo è necessaria ma anche consigliata dalla Chiesa. Vi dico solo di NON smettere di credere che voi siete una meraviglia e che anche il vostro matrimonio può esserlo. Gesù è morto e risorto per salvare e redimere non solo noi poveri peccatori, ma anche il nostro matrimonio. Crediamoci! Lui ci crede! Non significa che non ci saranno fatiche, problemi, incomprensioni, nervosismi e tutte queste povertà che ci abitano, ma vuol dire che il male che possiamo farci non sarà mai superiore al bene, alla grazia e alla volontà di perdonarci e ricominciare. Ce la possiamo fare e ogni volta che superiamo crisi e difficoltà tutto sarà ancora più bello.

Concludo con le parole di Papa Francesco che sono per noi impulso e incoraggiamento:

Rendo grazie a Dio perché molte famiglie, che sono ben lontane dal considerarsi perfette, vivono nell’amore, realizzano la propria vocazione e vanno avanti anche se cadono tante volte lungo il cammino. A partire dalle riflessioni sinodali non rimane uno stereotipo della famiglia ideale, bensì un interpellante mosaico formato da tante realtà diverse, piene di gioie, drammi e sogni. Le realtà che ci preoccupano sono sfide. Non cadiamo nella trappola di esaurirci in lamenti autodifensivi, invece di suscitare una creatività missionaria.

Amoris Laetitia 57

Antonio e Luisa

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Sappiamo solo prendere

Quanti di noi hanno paura! Paura di tante cose. Paura di non trovare la felicità. Paura di perderla quando credi di averla trovata. La paura è la più grande malattia del nostro tempo. Cerchiamo di esorcizzarla, di nasconderla, di cancellarla, di mascherarla. Abbiamo così tanta paura perchè non crediamo più in Dio. Non ci crediamo fino in fondo. Non crediamo che sia così innamorato di ognuno di noi. Non crediamo che ci abbia voluto, desiderato, plasmato. Non crediamo a quello che dice il Salmo:

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.  Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non crediamo che abbia preparato per noi qualcosa di meraviglioso e di eterno. Per tanti è così. Per quasi tutti è così. Almeno per noi cristiani d’occidente. Come ebbe a dire il cardinal Biffi con una battuta illuminante: siamo sazi e disperati. E allora? Allora viviamo alla giornata. Viviamo per nutrirci di ogni sensazione forte. Ci nutriamo di ciò che prendiamo. Sappiamo solo prendere. Prendiamo il corpo di una donna come  l’ultimo modello di smartphone. Usiamo la vita delle persone con la stessa disinvoltura di un oggetto che ci appartiene.  Tutto è centrato su di noi e su quel vuoto che non si riempie mai. Il vuoto della paura di vivere e della pesantezza di una vita così, senza senso e senza speranza di infinito. Non ci doniamo mai completamente perchè possediamo così poco che non vogliamo perderlo. Così anche quando diamo qualcosa di noi non è mai gratuito. Vogliamo qualcosa in cambio. Qualcosa, possibilmente, di più grande. Qualcosa che ci porti un guadagno. Qualcosa che ci illude di poterci arricchire. Così anche quando ci doniamo in realtà stiamo prendendo. Così è nelle relazioni affettive. Anche in tanti matrimoni sacramento. Quella relazione vale finchè c’è qualcosa da prendere. Vale finchè, come in una partita doppia, l’avere è maggiore del dare. Finché c’è un utile. Così tante relazioni affettive d’amore diventano un mero contratto commerciale. Perchè di commercio si tratta. Commercio di sentimenti e di bisogni. Questa è la povertà delle nostre relazioni, dei nostri matrimoni. Finchè c’è un equilibrio tra quanto diamo e riceviamo la relazione regge. Quando l’equilibrio salta e una delle due parti non trova più utile proseguire tutto salta.

C’è un film che esprime splendidamente questo modo di vivere le relazioni. Si tratta di God’s not dead. Lei è una blogger di successo. Ha una vita piacevole e gratificante. Ha anche un fidanzato con cui vive un rapporto che sembra invidiabile. Scopre di essere malata di cancro. Questo dialogo è tratto dalla scena in cui lei informa lui della malattia appena scoperta e lui l’ha appena lasciata per questo.

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Per tanti, ma non per tutti, è così. Poi, come in un miracolo, incontri una persona diversa. Una persona che è capace di amarti senza fare paragoni, senza badare se dà più di quello che prende. Che ti ama così per quello che sei. Quando fai esperienza di questo amore autentico si accende la luce. Finalmente trovi la forza di credere perchè scopri che Dio esiste attraverso quell’amore gratuito che sa di infinito concretizzato e realizzato attraverso una creatura finita. Allora quella creatura ti sembra la più bella di tutte. Perchè l’amore parte dal cuore, ma si irradia nel corpo . Il suo corpo è trasfigurato dall’amore. L’amore che è Dio. Dio che è bellezza assoluta. E’ come avere uno sguardo photoshoppato. Così ebbe a definirlo, in modo molto chiaro e decisamente azzeccato, Papa Francesco. Riesci a fare esperienza di Dio attraverso quella creatura pur sapendo che non è lei il tuo Dio.  Questo è il matrimonio. Questo è il frutto di una mia riflessione, solitaria, davanti al Santissimo. Una riflessione che mi ha fatto sentire inadeguato, fragile, insicuro, pieno di difetti. Tutto questo e tanto altro. Proprio per tutto questo mi ha fatto sentire profondamente amato dalla mia sposa e, cosa ancor più bella, da Dio attraverso di lei.

Antonio e Luisa

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Oggi… baciatevi!

Il modo più comune per esprimere l’amore, armonia tra corpo e anima

Si festeggia oggi la Giornata Internazionale del bacio. Scopriamo qualcosa di più su questo gesto tanto semplice quanto denso di significati.

Ben 46 ore, 24 minuti, 9 secondi! È la durata del bacio record che ha fatto diventare il 13 aprile l’International Kissing Date. Record rapidamente battuto da un bacio thailandese di 58 ore, avvenuto il 6 luglio per cui… ora si festeggia in entrambe le date. Mai sazi di baci insomma. Del resto il bacio più o meno in tutto il mondo è il modo più comune per dimostrare l’amore.

Diversi tipi di bacio

Ci sono diversi tipi di bacio: con un bacetto la mamma coccola il suo bambino, si baciano parenti e amici sulla guancia, c’è il baciamano…
Pur con alcune interessanti variazioni culturali, protendere le labbra e avvicinarle a qualcuno dimostra affetto, amicizia, stima, in alcuni casi alleanza.
Ma non sono certo questi i baci a cui si riferisce la festa.
Nella relazione di coppia il bacio fa un salto di qualità e diventa un’esperienza molto intima, coinvolgente, intrigante.
Nonostante l’abuso di baci profondi nel cinema, nella cultura di massa, le foto esibizioniste nei social, il bacio pare non essere facilmente banalizzabile.
L’esperienza corporea e relazionale che comporta, lo rende unico e difficilmente riferibile.
«Come si fa a baciare?» è una delle domande più ansiogene della preadolescenza. E per quanto l’amico o l’amica di turno possa dare delle indicazioni di massima, addirittura suggerire delle “tecniche”, si può vivere solo in presa diretta.

Bacio: corpo o anima?

Perché il bacio, che è contemporaneamente esperienza corporea, relazionale, affettiva, emotiva, eccede i tentativi di catalogarlo.
Il bacio può portare all’eccitazione sessuale ma anche alla pace rassicurante della relazione, può essere dolce o passionale, piacevole o fastidioso, e non sempre i partner coinvolti nel condividono l’univocità.

Il significato del bacio

Per capire il motivo per cui il bacio assume un significato così intenso e profondo occorre scomodare la psicoanalisi. Come riporta Galimberti nel celebre Dizionario – alla voce Bacio – già Freud l’aveva intimamente collegato al piacere funzionale della nutrizione, Giacchetti ha definito la suzione nell’allattamento “il bacio più puro che esista” e, sulla stessa scia, si è espresso Carotenuto: «La bocca, che è per l’uomo il primo modo di conoscere il mondo circostante, la prima modalità di prendere e ricevere amore e vita, diventa in seguito un aspetto rivelatore di profondissimo sentimento».
Le prime esperienze orali sarebbero quindi la matrice inconscia del bacio, ma con un’interessante inversione: mentre nel bambino la suzione “scarica” la tensione, provvedendo affetto e cibo, nell’adulto il bacio “carica” della tensione necessaria a favorire l’avvicinamento, fino all’incontro sessuale.
Il bacio quindi non è solo corpo, e nemmeno solo psiche, ma è un’esperienza di allineamento della dimensione psichica e somatica.
A questo proposito sono molto stimolanti le riflessioni di Lowen: «Le parti del corpo dove il sangue affluisce molto vicino alla superficie sono quelle dove avviene il contatto più intimo… Il colore rosso delle labbra riflette la grande quantità di sangue, che si trova proprio sotto lo strato sottile della mucosa. Quando in un bacio si incontrano le labbra, il sangue di ciascuna persona è separato soltanto da una membrana sottile, per cui si determina un alto livello di eccitazione. In realtà, tutta la bocca, compresa la lingua, si può considerare una zona erogena, dal momento che l’intera zona è molto vascolarizzata».

Questione di cuore

Ecco spiegato anche il batticuore dei baci più emozionanti. Quando un uomo e una donna si scambiano amore, anche il cuore danza per portare il sangue, veicolo di vita che scorre e di eros, là dove può essere più vicino allo scorrere della vita dell’altro.
Il cuore della persona che ama si espande e coinvolge tutti i sensi, allo stesso modo in cui il cuore della persona triste, risentita, intimorita, diventa duro, un peso nel petto, e inibisce la circolazione.
Il rapporto tra il cuore e l’amore è quindi concreto, un fenomeno fisico.

Il bacio sincero

Il bacio è un momento di incontro, tanto più profondo quando il corpo, le emozioni, le sensazioni e i sentimenti sono allineati.

Occorre riconciliarsi, fare pace, per potersi baciare bene.
Oppure ci si può baciare per riconciliarsi e fare pace.

Nel dubbio, oggi, baciatevi!

 Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, migliore del vino è il tuo amore.
Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,
aroma che si spande è il tuo nome:
per questo le ragazze di te si innamorano.

Cantico dei Cantici

Marco Scarmagnani

Articolo originale su Semprenews.it

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Tommaso non crede che si possa risorgere dal male.

Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva quindi nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere? Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che è dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere.

L’incredulità di Tommaso non è quindi sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Gesù ci ha salvato tutti non perchè ha sofferto o perchè è morto ma perchè in quello che gli è capitato si è donato completamente con un amore incondizionato e gratuito. Ha pagato per noi. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.

Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Ho una seconda riflessione. Dopo l’arresto e la morte di Gesù gli uomini sono impauriti. Pietro rinnega, gli altri si nascondono. Si chiudono nel cenacolo pieni di paura. Troviamo solo Giovanni che resta sotto la croce. A restare sotto la croce, senza esitazione, sono invece le donne. Chi si reca al sepolcro mentre gli apostoli sono nascosti sono sempre le donne. Solo dopo, alla notizia della tomba vuota, Giovanni e Pietro corrono a vedere. La donna ha una forza e una fede che l’uomo spesso fatica a raggiungere. Quando la vita diventa difficile dietro un uomo che non molla c’è spesso una donna che lo sostiene. Non c’è nulla che mi dà più forza della consapevolezza di avere al mio fianco la mia sposa. La fede di mia moglie è per me forza, la fiducia della mia sposa è per me sostegno. L’abbandono a Cristo in ogni situazione è per me esempio e fonte di meraviglia e stupore. Sono grato a Dio per la mia sposa. Mi lascia senza parole pensare che una creatura come lei, più forte di me, perchè chi ha più fede ha anche più forza, si consegni e si affidi alla mia cura. Questo suo dono fiducioso mi dà una carica grandissima per tirare fuori il massimo e per cercare di essere degno del suo dono.

Antonio e Luisa

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La bellezza di Tiziana Mercurio, un’innamorata della purezza

La purezza è una virtù da custodire e desiderare, ma prima di tutto da riscoprire. Perciò, invece di sprecare tante parole, voglio farvi respirare il profumo che ha una vita vissuta nella purezza, vi voglio parlare della bellezza di Tiziana, perché è la bellezza che attira.

È la testimonianza di vita di Tiziana Mercurio, una giovane ragazza di Benevento salita al Cielo nel 2006 a 26 anni e che mi affascina perché mi incoraggia a credere ancora nella purezza, a vederla come una realtà sempre attuale per tutte quelle coppie che vogliono amarsi donandosi all’altro.

«Tiziana aveva un’ambizione eroica: nel giorno del suo matrimonio, come giglio profumato, voleva presentarsi all’altare vergine» (Fra Alessandro di Madonna Povertà, Una santa della porta accanto. Tiziana. L’offerta di una giovane, p. 28).

Sembra una scelta folle, impossibile nel mondo di oggi, eppure era la scelta di una ragazza che credeva ancora nell’Amore.

Nel XXI secolo la purezza è passata ormai di moda? Ci possiamo ancora incantare davanti alla bellezza di un cuore puro?

La sfida di oggi è essere attraenti nella purezza. Cerchiamo di essere attraenti sognando che la persona con cui uniremo il nostro corpo voglia prima di tutto stare con noi con il solo scopo di amarci.

Tiziana era una ragazza bellissima e attraente, ma ce ne sono tante bellissime, perché lei attrae così tanto? È la luce del suo volto che attrae, una luce particolare, una bellezza che riflette l’amore di Dio. Rifletteva della Sua luce.

Tiziana si è fatta prendere per mano dalla Madonna e ha scoperto il segreto della bellezza di Maria, bella perché pura, bella perché abitata da Dio. E allora volle consacrarsi a Maria per chiedere a Lei di custodirla con la sua tenerezza materna.

Oggi abbiamo la sensazione che le ragazze che vanno in chiesa e credono ancora nel valore della verginità siano bigotte e con i baffi, così ce le immaginiamo. Tiziana mi affascina tanto perché dimostra alle donne di oggi che desiderare la purezza non significa non curarsi o non farsi belle, anzi la purezza ti rende luminosa, la purezza è bellezza! Un cuore puro dona uno sguardo che sa amare, un sorriso dolce e attraente.

Tiziana era tutto questo: era «elegante, bella, sempre ordinata, profumata, capace di far emergere il bello da se stessa» (p. 9). Era una rosa diventata giglio nel tempo con il miracolo della purezza. «La rosa era diventata uno splendido giglio bianco nelle mani di Maria» (p. 79).

La purezza ci rende giovani vivi e luminosi. Vero, ma è difficile dire questo quando la malattia si affaccia nella giovane vita di una ragazza di 17 anni che viene colpita dal tremendo morbo di Hodgkin. La malattia «fece presto cadere alla bellissima rosa tutti i suoi petali… Tiziana risentì molto della perdita dei capelli, sentendosi ferita nella sua femminilità» (p. 18).

È questa purezza e questo Amore che la resero bella pure quando era consumata dal dolore, talmente magra che si vedevano le ossa. Una bellezza che andava al di là della sua fragile carne. La sua non era solo una bellezza effimera che se ne va come tutte le cose del mondo, il suo sorriso non veniva appassito dalla malattia e dalle lacrime, perché lei era un’innamorata della purezza e si lasciava amare da Dio. Di più, lei era un’amante della vita e non appassiva insieme al suo corpo perché amava ancora di più un’altra vita: la vita eterna, il Paradiso.

Tiziana amava parlare del Paradiso. Viveva la fede in modo puro e semplice. Il suo Amore folle per Dio la portò a offrirsi per le anime del purgatorio e per la Famiglia Mariana Le Cinque Pietre, la comunità religiosa del suo amato cugino fra Alessandro. Solo chi ha la purezza nel cuore sa fare pazzie per Dio, follie d’amore per Dio.

Pur vivendo atroci patimenti e pianti, non voleva rattristare gli altri. Sorridere era la sua missione e il suo era un sorriso sincero, un sorriso che disarmava il demonio.

Quegli anni di lungo calvario furono intervallati da periodi in cui Tiziana era riuscita ad abbattere la malattia e poteva così godersi la sua giovane età, fra innamoramenti, ferite, delusioni e grandi sogni. Dovette fare i conti anche con quella categoria dei giovani che considerano il corpo dell’altro come oggetto del piacere e non come casa amata di Dio. Tiziana era stata corteggiata da un uomo col quale si fidanzò. Presto però si rese conto che quel giovane era convinto di smorzare il suo desiderio di rimanere vergine. «Anche se le costava molto, sapeva che per conservare intatto lo scrigno della verginità, presto, molto presto, avrebbe dovuto lasciarlo. Ci teneva a M., ma molto di più teneva alla sua purezza e non appena egli tentò di strapparla dal suo giardino, la bellissima rosa si difese con tutte le spine che aveva» (p. 59).

Questa testimonianza ci invita a non arrenderci finché non troveremo quell’uomo o quella donna che sappia darci il suo cuore puro, o che almeno ci rispetti. Non è per niente facile una scelta del genere perché è terribilmente dolorosa, ma la realtà è che succede a non poche persone di dover rinunciare a una relazione per proteggere la propria integrità. È un coraggio da ammirare e imitare. Se la fidanzata o il fidanzato ci mette davanti a un bivio e ci dice: “O sesso o ciao”, è meglio perdere quella persona che perdere se stessi. Può amarci chi ci chiede di rinunciare all’Amore?

Sembra una contraddizione ma è proprio così: scegliendo la purezza urliamo al mondo quanto è bello fare l’Amore. La purezza ci libera e permette all’Amore di esprimersi nella sua forma più autentica, quella del dono. La purezza esalta la sessualità come un bene prezioso.

In un libro scritto su Tiziana, suo cugino fra Alessandro di Madonna Povertà racconta come lei e il fidanzato volessero vivere il loro rapporto. «Tiziana si fidanzò con Alessandro, un giovane del gruppo, a mio parere eccezionale, con cui ha percorso un bellissimo cammino di preghiera. Ogni giorno i due fidanzatini sostavano in preghiera per chiedere a Dio una speciale vigilanza sulla loro unione. […] Un giorno in confidenza mi disse: “Passiamo molto tempo da soli io ed Ale, e visto il grande bene che ci vogliamo, delle volte entriamo in lotta contro i nostri sensi, ed è lì che ci precipitiamo in chiesa per rifugiarci in Dio. È dura, ma voglio rimanere vergine, ci tengo troppo”» (p. 28).

L’attrazione fisica è un dono di Dio, come coppia di fidanzati non vediamo l’ora di fare l’Amore, altrimenti saremmo come fratello e sorella, o come due amici, niente di più. Abbracciamoci, riempiamoci di tenerezza e di baci, ma impariamo a fermarci e a pregare insieme chiedendo a Dio di saperci amare senza pretendere subito altro.

Tiziana sognava di sposarsi e di avere tanti figli, di avere una famiglia e con essa servire il Signore. La testimonianza di Tiziana incoraggia i giovani a credere nell’Amore. Guardando alla sua vita, noi fidanzati scopriamo il valore della purezza e dell’affidarci a Dio per non accontentarci di un amore ferito, gli sposi riscoprono che anche chi risponde alla vocazione matrimoniale ha come mèta il Paradiso. L’uomo e la donna uniti nel Matrimonio gustano la presenza di Dio, il diavolo li detesta tanto proprio perché sono l’immagine di Dio. Tiziana mostra agli sposi che delle vite abitate da Gesù riescono a gioire anche nei momenti di prova e sofferenza, è Gesù che trasforma il dolore in Amore.

Questa è “la santità della porta accanto” di cui parla Papa Francesco, la santità di «quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Gaudete et exsultate, n. 7). La purezza bussa alla porta di ogni cuore, siamo sempre in tempo a viverla: nessuna caduta può renderci schiavi del nostro passato, qualunque esso sia. Non è mai troppo tardi per desiderare la purezza. Come puoi rinunciare a questa bellezza?

Filippo Betti

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Per conoscere meglio Tiziana, clicca qui per acquistare il libro “Una santa della porta accanto. Tiziana. L’offerta di una giovane” di fra Alessandro di Madonna Povertà.

Clicca qui per vedere su YouTube il video sulla vita di Tiziana.

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Quando l’intimità guarisce le ferite

C’è una testimonianza che abbiamo raccolto e pubblicato sul nostro blog che racconta benissimo come il matrimonio possa essere un luogo di guarigione. Guarigione della persona, di tutta la persona. Del suo corpo, della sua psiche e del suo spirito. Una guarigione che avviene attraverso il sacerdozio e che apre alla profezia. Una coppia che vivendo bene l’intimità si è trasfigurata ed ora è pronta a farsi prossima partendo in missione in Brasile. Di seguito la testimonianza di Maria e Silvio.

La sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione? Collegandomi con l’argomento del blog matrimonio cristiano sulla sessualità nel matrimonio, volevo condividere con voi la mia storia che, nelle mani di Dio, è stata trasformata, proprio grazie al sacramento del matrimonio.

Sono cresciuta in una famiglia cristiana caratterizzata da un grande senso del pudore e della riservatezza in ambito sessuale, tant’è che cambiavamo canale anche solo per un bacio trasmesso in TV. I miei genitori mi hanno insegnato la bellezza della preghiera, l’importanza della castità prematrimoniale e del rispetto per il mio corpo. Avevo compreso l’importanza di aspettare la persona giusta, lasciando la mia intimità tutta e solo per il mio sposo.

Quando avevo 14 anni nacque mia sorella Chiara. Poco tenmpo dopo, quando Chiara era ancora molto piccola, si scopri che era affetta da una trombosi al rene e i dottori ci dissero che sarebbe morta. Quel giorno andai in chiesa e, davanti alla Madonna, le affidai la mia vita in cambio della vita di mia sorella. Fu così che Chiara, dopo un mese in terapia intensiva, uscì dall’ospedale Sant’Anna guarita. Dopo tante lacrime e preghiere dei miei genitori. I dottori e le infermiere erano scioccati per il miracolo avvenuto. Passò del tempo e per me tutto fu diverso. Non riuscivo a vivere come le altre adolescenti. Ogni argomento mi sembrava così stupido in confronto a quello che avevamo passato in famiglia. Iniziai le superiori. Una sera d’estate io e una mia amica andammo a salutare degli amici. (Entrambe eravamo prese da due ragazzi belli come il sole). Tra una chiacchiera e l’altra la mia amica si allontanò con Giovanni e io rimasi con Filippo (I nomi sono di fantasia).

Filippo, con la scusa di farmi vedere il suo paese,mi invitò a fare un giro in macchina. Mi accorsi troppo tardi che la strada era ben lontana dal centro. Lontana dalla mia amica. Lontana dai miei genitori. La strada divenne sterrata. Si trasformò in un bosco. Finì in una strada chiusa sotto un cavalcavia. Quella sera Filippo fece tutto quello che un uomo può fare su una ragazza. Peccato che io avevo 15 anni e non volevo arrivare a fare quelle cose. Avevo appena scoperto il primo bacio. Lui era un po’ più grande di me. Molto più alto. Molto più forte. Quel luogo era casa sua. Non ebbi la forza né di urlare né di scappare. Avevo paura. Paura di ciò che i miei avrebbero pensato di me. Pensai a mio padre che qualche giorno prima mi aveva fatto ballare una canzone dei Pink Floyd con il rumore della pioggia. Provai vergogna perché avevo permesso a quel ragazzo di toccarmi. Vergogna perché ero salita su quella macchina. Vergogna perché non ero scappata.

Da quel momento è come se Filippo mi avesse strappato l’anima, come se avesse strappato tutto quello che di bello c’era in me. Quello che era successo era come un tatuaggio sul viso che bruciava su tutto il corpo. Odiavo la mia codardia. Odiavo il mio corpo e odiavo la vita. Entrai in un grande buco. Cercai di farla finita e quando lo stavo per fare sentii una voce: “E SE NON FOSSE PER SEMPRE COSÌ?” Ebbi una visione. Vidi una capanna e un ragazzo che mi sorrideva con un amore immenso che mi diceva: “Un altro giorno comincia”. Aprii la tenda e vidi molti bambini e famiglie tutte insieme. FELICI. Finì la “visione” e io piansi tanto.

Perché ve lo racconto? Perché il Signore ha trasformato questo cumulo di macerie in una casa colorata. Passai 5 anni senza dire nulla a nessuno, finché un sacerdote (che aiutava povere ragazze di strada ad avere un lavoro dignitoso) nella confessione capì cosa stavo vivendo e mi disse: “Ma cara, cosa potevi fare? Avevi 15 anni, avevi paura, quel ragazzo non doveva nemmeno cominciare senza il tuo consenso. Sei una ragazza STUPRATA.

Lo disse ad alta voce. E divenne REALE. Provai un grande sollievo. Da quel momento passavo dalla chiusura, al voler usare i ragazzi prima che loro usassero me. Vivevo il sesso come arma. Vivevo la mia femminilità come arma. E in tutto quel gran caos l’unico pensiero era quella capanna, quel ragazzo, quelle famiglie. Dopo tanto cammino, fatto di alti e bassi, cadute, salite, discese, amori infranti, progetti allontanati, e anche la separazione dei miei genitori, non riuscivo ad accontentarmi. Non mi bastava una vita uguale alle altre. Non mi bastava lo stipendio le bollette, la carriera. Non mi bastava il ragazzo simpatico, il ragazzo buono, il ragazzo di chiesa. Cercavo quel ragazzo, quello della capanna. Un ragazzo che, come me, voleva vivere della provvidenza, nel donarsi, nella missione, nella famiglia aperta. Mi nascondevo, nelle vicende del Signore degli Anelli dove l’amicizia era sincera, l’amore era puro e si lasciavano tutti i confort per distruggere il nemico e rendere migliore la terra.

Quando incontrai Silvio faccia a faccia nella fila al confessionale della Festa della Vita, era una domenica. Parlare con lui fu naturale come bere dell’acqua. Poi non lo vidi per un mese. Era però rimasto nel mio cuore. Ed ebbi molta paura. Avevo 28 anni. Era lui il ragazzo della capanna. Era lui che aspettava la sua sposa nella castità, che voleva la missione, la famiglia aperta. Avevo paura di non essere all’altezza. Paura di ferirlo. Paura di me stessa. Avevo paura che avrei trasmesso anche a lui quel senso di schifo che mi sentivo addosso, come un virus. Avevo paura che dopo il matrimonio non sarei mai stata capace di donarmi completamente. Conoscevo la sua “fama” di grande ragazzo lavoratore, di sincero amico, sapevo che era stato in missione, che aveva passato metà della sua vita in Comunità Cenacolo per scelta di vita.

Negli anni avevo seguito il suo percorso tramite i passaparola, ma mai avrei pensato che il mio ragazzo della capanna fosse proprio lui. Cercai in ogni modo di allontanarlo, spaventandolo con le mie storie, con il mio passato, cercando di essere fredda, distaccata. Volgare. Nulla. Lui era lì. Aveva capito il mio gioco. Ed io ero senza più riserve davanti a lui che mi amava così come ero. A Medjugorje ebbi la risposta dalla Mamma che più mi conosce. “Questa è la strada, Percorrila.” Dissi il mio “Eccomi” e fu solo una grande gioia e una grande pace. Il giorno delle nostre nozze fu il giorno più bello della nostra vita. Come tutti i giorni a seguire.

Nel Sacramento del Matrimonio il Signore ha guarito ogni ferita inferta quella brutta sera di 14 anni prima, e anche tutte quelle che io stessa mi ero inferta da sola negli anni successivi per punirmi. Ogni volta che mio marito ed io entriamo in paradiso, vivendo la nostra intimità in modo pieno, tenero, nel dono reciproco, è come un balsamo che chiude sempre più quegli squarci. Il Signore è stato crocifisso, ed io con lui. Nella sua Risurrezione i buchi dei chiodi sono rimasti ma non c’è più sangue ma Luce, Vita, Perdono, Grazia, Salvezza come nelle mie ferite. Lui passa attraverso mio marito ed io guarisco, mi salvo, trovo pace. Spero davvero che ogni coppia di sposi capisca il dono che hanno nelle mani e nella loro relazione. Nella loro intimità. Che grande vocazione! Che grande avventura! Questa vita va celebrata. Una Chiesa che si muove, una Chiesa che crea vita. E voi giovani abbiate il coraggio di non accontentarvi, ma seguite quella voce. C’è solo questa vita per trasmettere, a chiunque ci conosca, che in Lui tutto è possibile se lo lasciamo agire su di noi. È già un piccolo anticipo di Paradiso. Vi saluto di grande cuore. Mio marito ed io siamo prossimi alla partenza per la tanto sudata Missione in Brasile e la nostra amata capanna tra i bambini. Pregate per noi. Noi pregheremo per voi.

Maria e Silvio

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Cosa resta della Pasqua il lunedì?

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.  
Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno».
Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto.
Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo:
«Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo.
E se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia».
Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.

Il lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. E’ passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. E’ passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. E’ come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

E’ una domanda che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. E’ una domanda decisiva. Perchè, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima.

La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perchè questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non cerchiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perchè la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha pernesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrela.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

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Rilanciàti, confessandoti nell’amore!

In questo tempo di quaresima la Parola del giorno ci ha accompagnato con dei brani legati al perdono (la donna adultera, la parabola del servo spietato, il perdono delle offese). Ma cos’è questo perdono? Come si vive il perdono in coppia? E visto l’avvicinarci alla Pasqua e l’invito della Chiesa a confessarci: cosa ne facciamo della confessione? Come la viviamo? Cos’è questo grande sacramento, questo per-dono che riceviamo? 

Ricordiamo che in una penitenziale ad Assisi tanti anni fa, ci spiegarono di iniziare la confessione dicendo al confessore, tre motivi per cui ringraziare Dio e dopo iniziare con l’elenco infinito di marachelle combinate negli ultimi 150 anni dall’ultima confessione. 

Perché quei tre grazie? ..seguiteci:

Spesso la confessione, è un elenco, una lista della spesa, o un vomito di quanto si è fatto di sbagliato, un racconto di ciò che si vive male, di come vanno le cose in famiglia, al lavoro, coi figli o soprattutto con il coniuge. Modalità che svuota, che ci fa uscire più leggeri dal confessionale. Ma non basta! La confessione ci deve rilanciare nell’amore. La confessione che scarica i sassi, non è una sorgente di vita, ma è mettere quiete nella coscienza. 

Se la sorgente del perdono è l’amore infinito, nel confessionale dovremmo domandarci: come ho risposto all’Amore di Dio? All’amore di mia moglie? All’amore di chi mi sta accanto, del prossimo incontrato per strada, al lavoro.. come ho risposto all’amore che ho ricevuto? 

Nella confessione mi devo misurare su quale amore ho ricevuto. Mi sto rendendo conto di quanto amore Dio mi sta donando?

Proviamo a spiegarla in altro modo, a guardarla da un’altra prospettiva. Cos’è il peccato? Il peccato è il non-amore. È l’amore non riconosciuto. Quando non mi accorgo che mia moglie mi sta amando, che ha fatto quella cosa per me, che ha cucinato per me. Quando non vedo gli sforzi, i sacrifici di mio marito per me. Lì si inserisce il peccato. Non sono quindi le cose fatte o non fatte ad essere peccato, ma il non-amore, o il poco amore. Il peccato è la risposta che NON abbiamo dato all’amore. Non è il litigio con mia moglie ad essere peccato, ma il non averla amata per quanto lei mi ha amato, da cui è scaturito un mio non-amore che ha generato il litigio. 

È diverso! È bellissimo questo cambio di prospettiva! 

Se noi riconosciamo che l’altro ci ama e ha fatto quelle cose per noi, per amore, con amore, nell’amore, noi rincorreremo l’amore verso l’altro cercando di amare di più. Confessando non il peccato, non lo sbaglio fine a sè stesso. La confessione allora non sarebbe uno sganciare acqua nel confessionale come dei canader su un incendio, ma sarebbe un confessare che non siamo riusciti ad amare l’altro rispetto a quanto lui ci ha amato. Questo gareggiare nell’amore, (Rm 12,10) questo accorgersi che l’altro mi ama, con le sue forze, con ciò che ha, mi fa vedere la mia mancanza come un voler correre ad amare di più, un voler dare una risposta d’amore, all’amore ricevuto. 

Attenzione a non misurare o pesare l’amore ricevuto, riconosciamo solo che c’è, e basta! Ci è già difficile spesso, solo riconoscerlo! Riconoscere di essere amati e lasciarci amare.

Proviamo ad essere più chiari. Se uno ti paga oggi il caffè, domani vorrai ricambiare. Se uno ti paga una cena, vorrai ricambiare. Se ti accorgi che tua moglie compie quei gesti d’amore, vorrai ricambiare con altri gesti d’amore. 

Non confesso il mio peccato verso la moglie, e siamo apposto, e mi son tolto un peso. Ma riconosco il suo amore e allora provo ad uscire dal confessionale rilanciandomi-rilanciato. 

Portiamo nel confessionale la concretezza delle nostre mancanze di amore. E portiamo fuori dal confessionale il nostro riconoscere il non-amore rilanciato. Perché fuori? Perché l’amore lo rincorriamo con gesti concreti. La nostra confessione di non avere amato non è da fare solo davanti a Gesù, ma da far vivere nelle mura domestiche dove viviamo, dove viene vissuto l’amore sponsale. È fuori che lo rincorro, lo vivo. Dentro, di fronte al Padre chiedo la misericordia, la forza, di un amore più grande, ma fuori la metto in gioco!

Chiedere la misericordia nella confessione è quindi riconoscerci amati. Riconoscere l’amore per confessare il peccato. È solo la contemplazione dell’amore concreto, infinito, dell’eucarestia che fa scoprire la grandezza dell’amore che il Signore ci offre con il sacramento del perdono. Per capire la grandezza del perdono devo rifarmi ancora a quel corpo dato per amore: solo quello mi fa capire perché Gesù vuole arrivare a darmi anche l’abbraccio misericordioso.

Se non riconosciamo l’amore datoci dall’altro, il nostro chiedere perdono può diventare un semplice modo educato per chiedere scusa. Bello, segno di educazione, di riconoscere l’errore, ma non segno dell’amore che mi rilancia ad amare. 

La sorgente del perdono è sempre l’amore ricevuto e accolto da Gesù. 

Potremmo concludere qua. Ma torniamo con voi a dar senso e spiegazione a quei “tre grazie” con cui ci hanno insegnato ad iniziare la confessione. Ora vi è più facile capire il loro significato. Quanto possono agire in noi, nel nostro porci davanti a Dio nel confessare il nostro peccato. Dire “Grazie”, riconoscere l’amore infinito di Dio, i suoi doni, il dono della vita, il dono della famiglia, dello sposo, dei figli, ci fa iniziare a parlare a Lui, non elencando quanto si è fatto, ma come non si è risposto all’infinita sua bontà, e all’uso che abbiamo fatto dei suoi doni. Quel sentirci peccatori in debito verso l’Amore vero ricevuto, ci fa vivere la confessione con sincero pentimento, ed il sacerdote con il suo abbraccio benedicente ci rilancia nella corsa all’amore.

Chiudiamo con queste parole del profeta Geremia: “Peccatore, ti ho amato di amore eterno, per questo ho pietà e misericordia”.

Buona confessione!


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Gli sposi casti non sanno amare?

Il nostro articolo di qualche giorno fa ha fatto scoppiare un dibattito molto acceso. Centinaia di condivisioni e tantissimi commenti favorevoli o contrari. Alla fine tutta la questione si può sintetizzare in una domanda: la sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione?

Sembra strano ma c’è ancora gente che, forse per dei problemi non superati con il proprio corpo o per un’educazione bigotta, vede nell’amore carnale qualcosa di poco santo. Qualcosa che abbassa lo spirito ad istinto e che poco ha a che vedere con un’anima che cerca l’elevazione spirituale. Una premessa prima di continuare è doverosa: ci rivolgiamo agli sposi. Per i fidanzati o comunque per chi è single la castità va totalmente vissuta in altro modo. Il rapporto intimo è un gesto d’amore solo degli sposi.

Chi ha questo tipo di idea puritana e sbagliata della sessualità corre il concreto rischio di imprigionarsi nell’incapacità di aprirsi al dono di sè nel matrimonio. Non è capace di amare una moglie o un marito. Spesso infatti nasconde dietro una facciata di purezza e integrità grosse ferite e chiusure relazionali. In particolare:

Sottovaluta l’attrazione fisica. L’attrazione fisica è un pilone fondamentale del matrimonio esattamente come lo è l’armonia dei caratteri.

Svaluta l’intimità sessuale nel matrimonio. Sovente ritiene l’intimità qualcosa da tollerare per la procreazione. La ritiene materializzante e crede impedisca il progresso spirituale. Guarda al piacere sessuale come qualcosa di poco spirituale per non dire animalesco.

Confonde la castità con l’astinenza. Crede che non avere rapporti, o averne il meno possibile, sia una scelta più santa e sia più casta. La castità coniugale è invece tutt’altro. Consiste infatti nel vivere nel miglior modo, e soprattutto nella verità tra cuore e corpo, la vita affettiva e sessuale nel matrimonio.

Non valorizza il rapporto sessuale come gesto che realizza il sacramento del matrimonio. Il primo rapporto fisico dopo lo scambio delle promesse sigilla il sacramento del matrimonio. Tutti i successivi sono una riattualizzazione di quel primo e quindi del sacramento. I rapporti intimi degli sposi rendono di nuovo attuale la loro promessa matrimoniale con rinnovati doni dello Spirito Santo.

Svaluta le doti del corpo quali dolcezza, tenerezza e sentimento. La tenerezza è il linguaggio privilegiato degli sposi per manifestare amore. Queste persone sono solitamente incapaci di parlare questa lingua, anche nel rapporto fisico. Pensano ai preliminari come qualcosa di sporco e di cui si può fare a meno. Vivono quindi anche quei pochi rapporti che si concedono senza la giusta preparazione del cuore oltre che, naturalmente, del corpo.

Questo, capirete bene, non è il concetto cristiano di sessualità e di relazione affettiva sponsale. Il concetto corretto è quello biblico. Cioè? L’amore è una realtà che scaturisce dall’io profondo della persona, che si riversa nel cuore e che si manifesta nel corpo e con il corpo. Tutta la persona in anima, cuore e corpo partecipa all’amore.

In questa visione biblica e cristiana, l’intimità degli sposi, con tutta la comunione e il piacere che ne conseguono, riveste un’importanza grandissima: permette loro di sperimentare la fusione dei cuori attraverso il corpo. Cercare di perfezionare questo gesto non solo non è sbagliato o sporco, ma è la strada degli sposi verso la loro santità.

 Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.  (Catechismo della Chiesa Cattolica 2362)

Quindi concludendo ci sentiamo di affermare che l’intimità fisica è qualcosa di bellissimo, voluto da Dio stesso per trasmettere amore e generare vita, che gli sposi devono cercare di vivere al meglio delle loro possibilità Senza falsi moralismi. E’ un dono di Dio. Un talento da far fruttare. La modalità concreta più importante per fare esperienza della comunione dei cuori.

Dio non ci chiede di rinunciare a questo incontro, alla comunione e al piacere. Dio ci chiede di preparare al meglio il nostro cuore. Ciò che può essere sporco non è infatti il gesto, ma il cuore con cui ci accostiamo a viverlo. Ciò che può rovinare questo gesto è il peccato. E’ la lussuria e l’egoismo. Rendere cioè l’altro una cosa da usare e non una persona da amare. San Giovanni Paolo II chiama questo atteggiamento adulterio del cuore. L’intimità può essere il più santo dei gesti come la più sporca delle bugie. Dipende da come noi prepariamo il cuore.

Antonio e Luisa

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Cari sposi: volete riavvicinarvi a Dio? Fate l’amore.

Aleteia ha pubblicato un articolo di Giovanni Marcotullio. Un articolo che permette una riflessione molto interessante prendendo spunto incrociando diverse fonti. Ciò che emerge è molto interessante. Questi mesi di lockdown, più o meno stretto dovuto all’emergenza pandemia, hanno causato un significativo calo della partecipazione dei fedeli alla Santa Messa e nel contempo una significativa riduzione dei rapporti intimi tra le coppie italiane.

Non vi sto a ripetere quanto il bravo Giovanni scrive. Vi lascio il link al suo articolo. Voglio riprendere questa ipotetica correlazione tra relazione sponsale e fede per fare alcune personali riflessioni e lanciare alcune provocazioni che spero possano essere utili. Il calo della partecipazione alle funzioni religiose credo sia evidente a tutti. Nella nostra parrocchia, nonostante la capienza limitata dalle regole anticovid, non c’è mai il pienone come succedeva prima della pandemia. Per quanto riguarda invece la sessualità degli italiani ci viene in aiuto uina ricerca pubblicata su ipsico.it. Dai dati di questa ricerca si evidenzia come l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena.

Perchè dovrebbere esistere una correlazione tra questi due ambiti che sembrano in realtà molto lontani tra loro?

Intimità e fede sono due facce dello stesso amore.

L’amore è relazione. La relazione tra sposi diventa intimità fisica. Noi sposi abbiamo una relazione sponsale oltre che tra noi anche con Gesù. Il matrimonio è modo per vivere la nostra personale sponsalità con Cristo. La nostra fede è accoglienza dell’amore di Dio e la nostra sessualità nel matrimonio è la risposta a quell’amore. Capite che è tutto un circolo? La salute della nostra fede può influire positivamente o negativamente sulla nostra relazione affettiva e viceversa. Più vivremo intensamente la nostra relazione con Cristo e più avremo desiderio di donarci alla nostra sposa o al nostro sposo. Più invece ci allontaneremo da una frequentazione della Messa e della preghiera e più saremo poveri anche nella capacità di desiderare un incontro tra noi. L’amore di coppia ci permette di fare esperienza concreta dell’amore di Dio e l’amore per Dio nutre la nostra relazione di coppia.  Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

L’intimità si costruisce nutrendola giorno dopo giorno.

Giorgio scriveva in un articolo di qualche giorno fa che molto spesso frequentiamo la Messa senza un’adeguata preparazione. Non possiamo credere che tralasciando la relazione con Gesù tutta la settimana, o dedicando pochissimo tempo alla preghiera, poi la domenica in quell’unica ora che offriamo al nostro spirito di fare esperienza di Dio possiamo recuperare chissà che cosa. Andiamo a Messa quasi per abitudine per timbrare un cartellino. Si, magari sentiamo anche dei blandi benefici. Usciamo più leggeri e con un po’ di pace nel cuore ma presto veniamo riassorbiti dalla quotidianità del mondo. Vale la stessa cosa per la nostra intimità di sposi. Non possiamo pensare di non dedicarci attenzioni, dialogo, gesti di tenerezza per tutta la settimana o per alcuni giorni e poi pensare di aver voglia di fare l’amore. Non funziona così. E se alcuni, di solito uomini, hanno comunque desiderio, non è per cercare una comunione con la propria sposa ma per appagare una pulsione fisica e null’altro. Capite bene che non è solo per paura o per qualche malessere psicofisico che è saltato tutto. Il lockdown ha portato in superficie una disaffezione nascosta e progressiva verso Gesù e verso la relazione con l’altro/a. Un malessere che era già latente e aspettava solo di venire fuori e di manifestarsi.

Cosa possiamo fare?

Vi siete riconosciuti in questa dinamica? State scivolando verso un’apatia verso l’altro/a e verso Dio? Non subite passivamente! L’amore è prima di tutto una scelta. Una scelta che va rinnovata ogni giorno. Ricominciate a prendervi cura a vicenda. Piccoli gesti di tenerezza, piccoli riguardi, sorrisi, carezze. Non serve chissà cosa. Fateli e basta. Anche se non ne avete voglia. Sono per amore anche così. Ricominciate a trovare dei momenti di preghiera. Bastano pochi minuti ogni giorno. Leggete il Vangelo del giorno e meditatelo. Recitate il rosario o le lodi. Vedete voi cosa fare. Anche se non ne avete voglia. Anche se vi distraete di continuo. All’inizio non sarà facile. Servirà però per recuperare una relazione. Per riavvicinarvi a Dio e all’altro/a. Vedrete che andrà sempre meglio. L’amore non è spontaneismo, ma qualcosa da coltivare e su cui spendere le nostre migliori energie.  Ogni tipo di amore: quello per Dio e quello per la persona che avete accanto.

Antonio e Luisa

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La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rendere visibile Dio

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. Ri-consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati.

Quando? L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento. Un modo per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Per riempirci di Lui. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa.

Il modo di incontrare Gesù è sempre lo stesso anche da sposati: preghiera, eucarestia e sacramenti. Da quel momento però tutto è cambiato. Io sono diventato mezzo privilegiato per dare un corpo, uno sguardo, una parola a Dio per Luisa. Do concretezza all’amore di Dio per lei. Con tutti i miei limiti ma con la grazia di Dio che mi sostiene. Ci devo e ci posso però provare. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così.

Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine. La nostra santità passa sopratutto da come sapremo farci strumento di Dio l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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