ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO! La gioia dell’amore

Continuiamo oggi in questo Monday in love, a parlare di anniversario, ripartendo da dove vi avevamo lasciato lunedì scorso, ovvero dal dire Grazie! (clicca qui se vuoi rileggere il precedente articolo) Dall’imparare a ringraziare per quanto abbiamo vissuto, e andando poi a svelarvi l’originale del nostro 2-3 giugno. Come avremo passato l’anniversario? In una Spa? In un rifugio di montagna isolato? In una grande Città ricca di fascino, bellezza e amore? … buona lettura

Nel nostro ringraziamento, un piccolo spazio lo tagliamo per la realtà che ci ha reso ciò che siamo. Realtà che è la Chiesa stessa, e che si manifesta attraverso i documenti conciliari, le encicliche, tradotte e spiegate a noi da sacerdoti, sposi e famiglie che fanno parte di un progetto volto proprio ad aiutare ogni coppia di fidanzati e sposi a scoprire la grazia del Sacramento del matrimonio. Il matrimonio è un Mistero Grande che non si può vivere da soli, chiusi nella nostra casa ma ci chiede di metterci in cammino con la Chiesa, con altre famiglie, con altri sposi e in complementarietà con i sacerdoti, e con tutti i religiosi che incontriamo nel nostro percorso di crescita, nel nostro essere famiglia, nel nostro avvicinarci a Gesù sposo.

Noi abbiamo deciso di passare il nostro anniversario di matrimonio nella casa madre di Mistero Grande, realtà al servizio della Chiesa intera, che propone dei corsi per giovani coppie, per fidanzati. Realtà che non nasce con l’intento di creare un’appartenenza, ma semplicemente mette a disposizione di tutti degli strumenti che aiutano, e ci hanno aiutato, ad essere famiglia con tutti i nostri limiti ed errori di cui a loro non attribuiamo colpa. Eheh. Perché questa scelta?

Perché quando abbiamo pensato a come e con chi passare il nostro anniversario di nozze, ci è venuto in mente che quel giorno ci siamo sposati con Gesù in Chiesa. Senza di Lui quel matrimonio sarebbe stato un accordo politico, una cerimonia civile o che altro ma non il nostro matrimonio. Ben vengano gli anniversari festeggiati in città d’arte, in Resort o spa di lusso, noi non sapendo con quale hotel vivere l’anniversario, non sapendo a quale località regalare la possibilità di ospitarci nel giorno del nostro far memoria del Sì all’amore abbiamo scelto una Chiesa, abbiamo scelto Gesù.

Abbiamo pensato, in un tocco di pazzia o inventiva d’amore che sarebbe stato bello poter passare a celebrare il rinnovo delle promesse nuziali presso la casa madre del…presso la casa madre del progetto Mistero Grande. Realtà che da quando abbiamo scelto di sposarci ci ha aiutato ad essere quel che siamo: famiglia – sposi! Realtà che con corsi, seminari, convegni, ascolto di catechesi, ci ha aiutato a rimanere saldi, uniti. Ci ha aiutato ad essere famiglia non a fare la famiglia. Realtà che non ci ha chiesto nulla in cambio e tutt’ora non ce ne chiede, perché a far crescere belle famiglie chi ci guadagna è la Chiesa stessa.

Realtà che mette poco di suo e tanto dei documenti che scrive la chiesa, riletti e spezzati per le coppie: dall’enciclica Amoris Laetitia, alla gaudium te spes, ai vangeli, etc. Realtà che aiuta ogni coppia ad essere parte di un unico corpo, anche se in quella Chiesa di paese, non ci sono altre coppie giovani, o ci si sente soli, o ci si sente non accolti. Percorsi anche online o che si fanno comodamente in casa con i quali si può mantenere viva la grazia sacramentale e imparare cosa si cela dietro il Mistero Grande del matrimonio cristiano.

Un grazie quindi al dono che ci ha fatto il Signore nelle sue Dioincidenze di trovare 2 splendidi sacerdoti che hanno potuto passare con noi del tempo il giorno del nostro anniversario, celebrando l’eucarestia, rinnovando le promesse matrimoniali, spezzando per noi la parola e vivendo del tempo in semplice ma necessaria, vitale complementarietà. Perché passare con Lui il giorno dell’anniversario?

Perché è Lui che ci ha costituito. Ogni coppia dovrebbe rileggere il suo stare insieme e farne memoria, come occasione per ringraziare del dono ricevuto. L’uomo, o la donna che ci stanno accanto non son frutto di conquiste, di caparbietà o di ingegno. Con l’ingegno si fa altro nella vita ma non si porta avanti per anni un matrimonio. L’altro è un dono che ci è dato per vivere l’amore e lasciarci amare, per generare la vita e l’amore.

Se uno ti regala una casa, una macchina, cosa fai? non lo ringrazi? Non lo andresti a trovare nel giorno dell’anniversario per vedere se magari ti regala qualcos’altro? Per questo ci è sembrato giusto passarlo con Lui. Perché è Lui che ci ha confermato con la grazia del Sacramento del Matrimonio, intrecciando la sua vita con le nostre. Mischiandoci e donandoci quell’unicità, quell’ indissolubilità, quella bellezza, quell’amore, quella forza che ci abita e ci fa camminare ogni giorno mano nella mano.

Le caratteristiche del matrimonio forse non sono proprio umane: chi sa promettere amore per sempre? Esclusivo? Fedele? Nelle difficoltà?.. nella nostra perfezione di esseri umani, siamo tutti imperfetti, abitati dai nostri limiti, dalle nostre ferite. Come possiamo pensare di essere totalmente fedeli all’altro, e che l’altro lo sia altrettanto con noi? forse se la si legge dal basso verso l’alto può sembrare facile, l’indissolubilità, la fedeltà, il perdono reciproco.. ma chiedete alle coppie sposate da tanti anni, se ogni tanto non si è faticato. Se quello stare insieme è capacità umana o c’è di più. Senza quel collante che è Gesù, non riusciremmo ad essere quel che siamo. Gesù è l’unico collante che non ti lascia mai.

Perché è Lui l’unica presenza certa che riconferma ogni giorno il nostro amore. Che vuole festeggiare con ogni coppia il proprio anniversario, la propria voglia di amare. Chi altro farà festa per il vostro anniversario? Forse i genitori, forse i familiari stretti che si ricordano la data, o che sanno che lo festeggerai. Forse i figli che sanno di essere frutto di quell’amore per sempre. Il numero si è già è ridotto; eravate in tanti il giorno del sì a far festa, a ballare, a pranzare, ma non tutti oggi si ricordano della vostra data. Più passano gli anni, più la memoria toglierà invitati a quel giorno. Ed è giusto, è normale, perché è il vostro, è il nostro giorno di amore, di Anna e di Ste e di Gesù. Non della nonna, dell’amico, del testimone; ognuno avrà la sua strada di amore da percorrere. Gesù invece non ci lascerà mai, anche durante un lockdown lui è presenza certa. Primo tifoso di ogni storia di amore!

Perché Lui è l’unico maestro d’amore, e se vogliamo continuare a camminare su questa via, lo possiamo fare solo stando in cordata con Lui. Perché poi in amore, e nessuno lo può negare, non si è mai arrivati! Abbiamo bisogno di continui corsi di aggiornamento sul lavoro… e sull’amore no? Lui è il maestro a cui rivolgerci. Lui è lo sposo della Chiesa Sposa, Lui insegnante di misericordia, Lui che si inginocchia a lavarci i piedi, che li bacia, li asciuga. Lui che entra in casa nostra. Lui che ci chiama Amici, Fratelli. Lui che ci bene-dice. Lui Re fatto uomo, fatto bambino. Lui parola fatta carne. Lui amore fatto carne. Stupendo!

Che bello aver scelto di passare con Lui il giorno del nostro anniversario, aver partecipato all’eucarestia. Quel giorno, venerdì 3 giugno, la Liturgia ci ha fatto leggere il Vangelo dell’amore, quando Gesù sul lago di Tiberiade dialoga con Pietro, il quale non capisce e sembra non comprendere perché quella domanda ripetuta tre volte; quasi a voler rassicurare, confermare quanto rispondeva. Che bello aver ascoltato quella lettura, spezzata in chiave sponsale. Gesù chiede a Pietro: “mi ami tu Pietro”? .. “ Si ti voglio bene” e anche noi, ci siamo ridetti il nostro TI AMO, ci siamo ripromessi lo stesso amore. Che bello che in quel dialogo di Vangelo, Gesù Amore, ci viene incontro, va in contro a Pietro. Scende quegli scalini sulla riva del mar di Galilea per arrivare ad amare allo stesso livello di come riesce ad amare Pietro. Che bello che proprio quel giorno ci ha voluto dire “mi ami più di costoro?” Più del tuo coniuge? Ecco così vuole che ci amiamo…amandolo perché da Lui possiamo amare nostro marito, nostra moglie.

Ecco questa è la bellezza di passare l’anniversario con Gesù, farci amare da Lui. Farci amare dall’Amore. Provare ad amare nel nostro piccolo l’Amore.

Grazie!

L’augurio nostro è che tutti possano vivere la propria vocazione sentendosi amati, celebrare il proprio anniversario lasciandosi amare dall’amore! Vivere il proprio matrimonio riuscendo a benedirlo con l’aiuto di Gesù e imparando da Lui ad amare!

Compito di quest’oggi? Mettersi nelle Sue mani.. mettersi in ascolto del Maestro grande dell’Amore che è Gesù!

Buona lunedì

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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La castità non toglie ma dà (2 parte)

Riprendiamo la nostra riflessione da dove l’abbiamo interrotta ieri (clicca per leggere la prima parte)

Antonio e Luisa: cosa abbiamo imparato da questa nostra esperienza? Uomo e donna sono diversi. La castità dipende soprattutto dalle donne. Non sempre è così ci sono certamente delle eccezioni. Spesso è così. Costitutivamente gli uomini sono portati a pensare spesso al sesso. Hanno in testa solo quella cosa lì? Certamente no ma ci pensano molto più delle donne. Lo dice la scienza. L’uomo dal momento della pubertà cresce nel desiderio sessuale di 20 volte, la donna solo di due. L’uomo pensa al sesso in media 19 volte al giorno. La donna molte di meno. Questo secondo una recente ricerca americana. E questo è normale. Questa evidente differenza sessuale tra uomo e donna ci dice due realtà:

  • La vera prova d’amore non è quando l’uomo chiede di fare sesso, ma è esattamente l’opposto. E’ quella che la donna può chiedere al suo amato. Una donna è molto affascinata e si sente amata e rispettata quando il suo uomo è capace di controllare la parte più istintiva che c’è in lui. Desidera ardentemente l’incontro fisico, ma è capace di dire con le parole e con l’atteggiamento: ti voglio così bene che sono disposto ad aspettare perché tu lo desideri. Se capisse poi che vivere quel gesto prima del matrimonio sarebbe una menzogna, sarebbe il top. Ma ci può arrivare per gradi. Per Antonio, come abbiamo raccontato ieri, è stato così. L’ha compreso dopo.
  • La castità dipende soprattutto dalla donna. E’ la donna che deve contenere l’uomo. Lo dice come siamo fatti. Venti volte contro due; ricordate? Molte donne hanno paura di non essere accettate se dicono di no. Credono che in fin dei conti vada bene così, vi ripetiamo che non vogliamo giudicare chi fa scelte diverse, ma raccontiamo la nostra testimonianza, di come Luisa mi ha conquistato. Dicendomi di no mi ha fatto comprendere il suo valore e gliene sono grato La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla, ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse una frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato.

Quindi nel fidanzamento casto non c’è contatto fisico? Cosa è giusto fare nel fidanzamento? Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare quindi il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza, il fidanzamento, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

La castità non toglie ma dà (1 parte)

Dopo tutto lo scalpore suscitato dalla proposta alla castità contenuta nel documento redatto a cura del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita dal titolo Itinerari Catecumenali per la vita matrimoniale, abbiamo pensato di testimoniare anche noi la bellezza e l’importanza della castità.

Antonio: avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Da pochi giorni stavo con Luisa. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla, ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimento grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose, ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo capriccio e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva, ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irritazione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no.  Non perchè fosse meglio delle altre. Lei si sentiva amata. Amata da Dio. Questa è la differenza. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità.

Luisa: Prima di sposarmi, un’amica mi chiese: Come fai a sposare un uomo che non conosci sessualmente? E se non andasse bene per te? E se non ti piacesse come fa l’amore? E se ci fossero brutte sorprese? Questa obiezione alla castità prematrimoniale sembra ragionevole. In realtà, si basa su un presupposto sbagliato. Il presupposto sbagliato è questo: ogni individuo avrebbe determinate caratteristiche immutabili anche per quanto riguarda il comportamento sessuale. Invece, il rapporto sessuale è il frutto, appunto, di un rapporto, di una relazione; si procede insieme, s’impara insieme, ci si mette in ascolto dell’altro/a, si rispetta la sensibilità dell’altro/a, ci si accoglie e ci si dona. Mi ricordo di un film di successo “Il favoloso mondo di Amélie”, una commedia romantica. Attenzione ai film romantici: fanno un sacco di danni! Insomma, Amélie ha alcuni rapporti sessuali con uomini diversi e non prova alcun piacere. Finalmente arriva l’uomo giusto e, come d’incanto, anche il rapporto fisico è perfetto. Non è così! Anche con l’uomo giusto, quello che si sposa, quello con cui si passa tutta la vita, s’intraprende un cammino, non va sempre tutto bene. La cosa bella è che il matrimonio è indissolubile: si può provare, sbagliare, migliorare, regredire, progredire, nella certezza che quell’uomo resterà per sempre. Purtroppo per le ragazze di oggi, i ragazzi, chi più chi meno (anche indirettamente) sono andati a scuola di pornografia e (quasi) tutti, ragazzi e ragazze, sono convinti che l’amore si debba fare più o meno come nei video pornografici. Quindi, anche le ragazze si adeguano, pensando che non ci sia altro da fare se non consumare rapporti veloci e violenti senza dolcezza, tenerezza e sentimento. Dolcezza, tenerezza e sentimento si sprecano invece nei nomignoli, nei regalini, nelle frasi tratte dai Baci Perugina. Al contrario, la castità prematrimoniale è proprio diventare esperti di dolcezza, tenerezza e sentimento, tramite sguardi, baci e carezze. Sono le ragazze che devono insistere su baci e carezze dal collo in su. Il ragazzo se ne andrà? Siete proprio sicure? Se ne andrà il ragazzo sbagliato, ma quello giusto no.

Domani proseguiremo con questo discorso e racconteremo i frutti meravigliosi che abbiamo maturato con la scelta di vivere castamente il fidanzamento. Frutti venuti molto utili poi nel matrimonio.

Antonio e Luisa

Anniversario di matrimonio!

3/06/2017-3/06/2022…5 anni da quella promessa di Bene.. 4 doni grandi di cui due pronti per il Cielo, un Amore il nostro che si nutre di Lui. Una complementarietà che ci ha permesso di rivivere le nostre promesse e di offrire di nuovo oggi le nostre vite a quel Padre che ci ha voluto l’uno per l’altro. Per tutto questo e tanto ancora diciamo GRAZIE!!!

Da questo semplice pensiero di auguri, partiamo quest’oggi per darvi la lettura di cosa per noi vuol dire anniversario. Tu come lo hai passato il tuo anniversario? Lo festeggi ancora? È occasione di memoria bella di un giorno speciale? È occasione per rinnovare quella benedizione che hai ricevuto, di rinnovare quella scelta di vita nell’amore che hai fatto?

L’anniversario crediamo in primis che sia un’occasione speciale di crescita, è il far memoria della bellezza vissuta in un giorno passato ed il rinnovarsi nell’amore, rifacendo la stessa scelta libera di amore fatta allora, guardando ai passi fatti e a quelli che ancora sono da fare.

Vi doniamo allora queste righe, in cu abbiamo riletto il nostro anniversario che ad inizio mese abbiamo vissuto in un modo nuovo, speciale… buona lettura.

5 anni, il tempo passa, il corpo inizia a registrare la vita che scorre. Le fatiche e responsabilità che crescono, l’essere sposi che non basta più, si diventa padre, si diventa madre, si diventa adulti nel prendersi responsabilmente cura dell’altro, nell’accorgersi come il vivere familiare ci trasforma.

5 anni, di litigi che son rimasti sempre quelli, di conoscenza reciproca che non basta mai, perché l’altro non è un oggetto di cui ne conosci la forma o il colore, ma è una persona che vive e cambia, e così la bellezza dell’imparare a conoscerti ogni giorno, sempre di più, dell’imparare insieme a conoscere quel vulcano di nostro figlio che come noi cambia ogni giorno.

5 anni, un piccolo traguardo che non ci dice che siamo arrivati, ma che ci permette di guardare al passato con il cuore grato, perché ogni giorno lo rivivremmo in ugual misura, e a pensare oggi a qualcosa del passato che cambieremmo, la risposta sarebbe: l’amore donato. Ma per questo c’è il presente, c’è il guardare avanti, volendo amare di più.

La vita ci è data per amare, e per lasciarci amare, e questo è ciò che possiamo impegnarci a fare, di tutto il resto non ne rimarrà traccia, dell’amore donato e dell’amore ricevuto sì.

L’amore è ciò che della vita resta infinito, per generazioni. Il nostro corpo scomparirà. Gli anniversari servono per accorgerci con gioia che siamo finiti ma viviamo la bellezza infinita dell’amore. Gli anniversari servono per dire Grazie! E allora… L’anniversario cos’è allora?

Un giorno per dire GRAZIE, grazie per il dono del mio sposo, della mia sposa, grazie per il dono della vita, grazie per il dono dei figli, grazie per gli amici tanti, per le coppie di sposi, di fidanzati che camminano con noi, o che hanno fatto un tratto di strada insieme a noi.

Grazie a tutti gli invitati di quel giorno, che hanno reso il nostro matrimonio una festa, grazie a chi si è donato per noi, a chi ha cantato, a chi ha cucinato, a chi ha gioito, ballato, animato, amato con noi l’amore. Viene voglia di ritaggarvi tutti, per dire ad ognuno il nostro grazie, ma si sa i social son limitati e non si può taggare più di un certo numero di persone, l’amore invece è infinito nel numero di posti a tavola, di invitati, di abbracci calorosi di gesti di amore.

Grazie ai parenti che son con noi per legame, che ci hanno insegnato il valore della famiglia, dove fin da piccoli siamo cresciuti.

Grazie ai sacerdoti, alle suore, ai religiosi, a chi ci ha aiutato a conoscere di più l’amore, a chi senza saperlo è stato seminatore, gettando semi di bene su di noi, gettando benedizioni e amore gratuito.

Grazie a chi prega e ha pregato per noi, perché è invisibile ma necessaria la preghiera, come quel sale che gettato nell’acqua della pasta non vedi, ma dona gusto.

Grazie alle nostre famiglie che ci aiutano ad essere ciò che siamo.

Grazie alla Chiesa tutta, e non guardiamo solo a quella parrocchia, o a quella chiesetta, a quel sacerdote, ma alla Chiesa Sposa senza la quale vivere il matrimonio sarebbe più difficile.

Grazie a chi ci guarda da lassù e ci protegge, e ci aiuta a guardare alla nostra vita finita come ad un passaggio sulla via dell’amore da percorrere vivendo, non vivacchiando.

Grazie alla parola di Dio che lavora in noi, che ci plasma e ci dona forma e forza, che ogni giorno ci dice: “io sono con voi” e “non abbiate paura”.

Grazie a mamma Maria, al santo Giuseppe e all’amico Gesù che si son trovati con degli scappati di casa come noi a rivivere il mistero della famiglia.

Grazie alle figure dei santi che sono entrati in casa nostra, per portarci un esempio, un insegnamento, una parola che ci aiuta a camminare più in alto.

Sicuramente abbiamo dimenticato qualcosa o qualcuno in questo nostro salmo di ringraziamento, e quindi ci scusiamo con chi non abbiamo ringraziato, con chi soprattutto non siamo più riusciti ad incontrare, a vedere, in questi anni. Chi abbiamo perso di vista, non per volere, ma che portiamo con benedizione nel cuore.

Che bello fermarsi il giorno dell’anniversario e rivivere quel giorno con l’aiuto di foto, dei filmini, delle dediche o messaggi conservati. Che bello ripensare alla gioia di quel giorno, che bello ricordare i momenti di amore e quelli di fatica da cui siamo passati in questi 5 anni.

Far memoria con gratitudine, così si può camminare in avanti.

E allora a lunedì prossimo, quando insieme a voi, proveremo a raccontare di più del nostro anniversario di matrimonio. … to be continued

Vogliamo provare a lasciarvi un compito, perché queste righe non rimangano solo lette, ma diventino concrete, e quindi vi chiediamo di prendervi del tempo, perché l’amore ne ha bisogno, fermati e prova anche a te a rispondere a queste domande.

Cosa cambieresti del tuo vissuto, celebrando il tuo anniversario?

Per cosa dici grazie? A chi dici grazie? Quale pagine scriveresti sul tuo diario di questi anni di bellezza di amore trapassato sicuramente anche dalla fatica, ma che profuma di resurrezione?

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Siamo più ricchi del re Davide

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei. (RE 1 1,1-4)

Re Davide durante la sua vita ha avuto tantissime donne. Regine, concubine o semplici fanciulle hanno riempito il suo harem. Hanno generato per lui tantissimi figli. Re Davide però non si è curato del suo rapporto affettivo, delle sue relazioni. Lui era il re, era forte, potente, era l’unto di Dio. Aveva sconfitto i Filistei, ottenuto moltissime vittorie e tanta gloria. Eppure arriva il momento in cui Davide si sente solo. Tutto ciò che ha fatto in passato o che ha avuto nella vita non riempie il suo cuore e non scalda il suo corpo. Il calore è vita. Il freddo è della morte come freddi sono i cadaveri. Re Davide ha freddo, si sente debole, le sue forze iniziano a lasciarlo. Sente che gli manca qualcosa. Non riesce a sentirsi vivo. Non è un freddo dovuto alla temperatura troppo rigida. Hanno provato a coprirlo con coperte pesanti. Il freddo resta.

E’ un freddo dovuto alla mancanza di una relazione autentica e piena. Ora che non è più l’uomo forte e temuto di un tempo sente il peso di tutta la sua solitudine, nonostante abbia tanti servitori e dignitari che animano il palazzo. Manca una relazione esclusiva. Manca una persona che mostri il suo amore e la sua dedizione in modo incondizionato, semplicemente perchè è lui. Perchè è Davide, un vecchio. Una sposa che si prenda cura, che lo faccia sentire il più importante. Lui che si sente debole e fragile.

Arriva quindi Abisag. Abisag è la bellezza assoluta. Una bellezza autentica, non solo nei lineamenti. Abisag è bella perchè ama. Ama nel dono di sè, nell’accoglienza, nell’amabilità e nel servizio. Viene da Sunem, è una Sunnamita. Alcuni vedono in lei la Sullamita del Cantico dei Cantici.

Sicuramente lo è per come incarna l’amore esclusivo per il suo sposo. L’amore del Cantico non è solo eros ma è un’esperienza di Dio in una relazione umana. Non so voi. Senza bisogno di arrivare ad essere anziani. Anche io che sono nella maturità della vita, che ho 46 anni e le forze ancora non mi mancano, ogni tanto, quando mi sento sopraffatto dal peso degli impegni e delle preoccupazioni che la vita mi riserva, sento l’amorevole cura della mia sposa come un calore che rigenera e un balsamo che lenisce. Lei diventa vita per me. Sapere che lei c’è e che mi sostiene senza che io debba dimostrare nulla è meraviglioso. Basta poco, basta la sua voce, le sue carezze, la sua dolcezza e il freddo passa.

Credo che tutti possiamo riconoscerci in Davide. Forse non quando è il re forte e invincibile, certamente quando mostra le sue debolezze e le sue fragilità nella vecchiaia. Ecco in quei casi l’amore tenero e sincero che noi sposi ci scambiamo l’un l’altra diventa uno dei doni più belli e più cari con il quale facciamo davvero esperienza di Dio e non possiamo che esserne grati e meravigliati. Custodite il vostro amore. E’ qualcosa di grande, qualcosa che anche un re come Davide ha dovuto elemosinare.

Antonio e Luisa

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Cosa dà senso alla vita? Vocazione, preghiera e carità.

Può succedere anche a noi, per stanchezza, delusione, magari per pigrizia, di scordarci del Signore e di trascurare le grandi scelte che abbiamo fatto, per accontentarci di qualcos’altro. Ad esempio, non si dedica tempo a parlarsi in famiglia, preferendo i passatempi personali; si dimentica la preghiera, lasciandosi prendere dai propri bisogni; si trascura la carità, con la scusa delle urgenze quotidiane. Ma, così facendo, ci si ritrova delusi: era proprio la delusione che aveva Pietro, con le reti vuote, come lui. È una strada che ti porta indietro e non ti soddisfa.

Oggi vorrei soffermarmi su queste parole del papa. Parole pronunciate durante l’ultimo Regina Caeli. Sono delle parole verissime. Sono delle parole che dovrebbero scuoterci un po’ dalle nostre stanchezze, dal nostro sederci ed accontentarci perchè il matrimonio lo mettiamo sempre in fondo a tutti gli impegni che abbiamo nella nostra vita. La fatica non ci piace ma è nella fatica, fatica che è dono di noi, che troviamo il senso di tutto, è nella fatica che troviamo Dio.

Se leggete bene il papa ci ha fornito le 3 dimensioni sulle quali fondare la nostra vita. Vogliamo le reti piene durante la nostra pesca? Vogliamo una vita che abbia un senso? Gesù non ci chiede di cambiare la nostra vita, la nostra ordinarietà e il nostro lavoro. Gesù ci chiede di metterci Lui in quella nostra ordinarietà e nel nostro lavoro. Di fare posto a Lui! In che modo?

Non si dedica tempo a parlarsi in famiglia. Con questa frase il papa ci vuole dire che la nostra famiglia va custodita e la nostra relazione sponsale ha bisogno di essere nutrita. Spesso non dedichiamo il tempo che dovremmo alla nostra vocazione. Non dedichiamo tempo al nostro matrimonio che dovrebbe essere in cima ai nostri impegni, perchè è la nostra scelta più importante, quella dove abbiamo deciso di metterci in gioco completamente. Il matrimonio è il luogo dove ci giochiamo davvero fino in fondo la nostra vita e la nostra santità, e dove possiamo, più che in ogni altra relazione, fare esperienza di Dio. Invece lo diamo sovente per scontato. Abbiamo sempre qualcosa di più importante ed urgente da fare e finalmente, quando troviamo un attimo di pace, non abbiamo voglia di impegnarci nel dialogo, nel servizio, nella tenerezza. Invece non capiamo che quello che sembra un impegno è l’unico modo per vivere un matrimonio che sia bello e che ci dia pace.

Si dimentica la preghiera. Vale lo stesso discorso fatto per il matrimonio. La preghiera è un dialogo tra amanti. A tante persone la preghiera costa fatica. Anche a me costa fatica, lo ammetto. Eppure fa la differenza tra una vita feconda e una che si perde nello scoraggiamento e nell’accontentarsi. Quando i miei figli non hanno voglia di andare a Messa o di pregare mia moglie ripete sempre la stessa cosa: non serve aver voglia ma comprendere che vi fa bene. E’ così! Pregare per me è faticoso ma lo faccio perchè ho sperimentato come sentire la presenza di Gesù nella mia vita faccia la differenza. La preghiera me lo rende familiare, intimo, vicino. Non pregare crea aridità e distanza e poi tutto è più difficile e diventa più facile scoraggiarsi e sentirsi poveri e soli.

Si trascura la carità. La carità è la cartina al tornasole della nostra capacità di farci cireneo, di alzare lo sguardo per farci carico delle povertà e delle cadute del fratello. Povertà materiali ma non solo. Chi ha carità non è quello che dà un euro al povero per strada senza guardarlo neanche in faccia. Chi ha carità è quella persona che è capace di sentire le sofferenze del prossimo in sè. Sentirsi uno con l’altro per mezzo di quella sofferenza. Non è innata la carità. Si impara. Si impara in famiglia e si impara nella nostra relazione con Gesù. Facendo esperienza della carità di Cristo per noi saremo poi capaci di offrirla a chi abbiamo vicino. Per questo la carità non è fare qualcosa ma diventare qualcuno. Diventare quell’uomo o quella donna che siamo e che dobbiamo imparare a sviluppare durante la nostra vita. Il matrimonio è scuola di carità.

Sta a noi scegliere come impostare la nostra vita. Con o senza Gesù. Pietro era tornato all’ordinario, era tornato a pescare nel lago di Tiberiade. L’ordinario era lo stesso. Ciò che ha fatto la differenza non è stato il luogo ma il come. Con Gesù la vita trova senso e diventa feconda. Senza è un tirare a campare. Cosa vogliamo per noi?

Antonio e Luisa

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Il rapporto intimo tra bellezza e monotonia

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Mostriamo le nostre ferite senza paura

Vorrei oggi tornare sul Vangelo di ieri, domenica in Albis e domenica della Divina Misericordia. Come avete ascoltato durante la Messa, è stato proclamato il Vangelo dove Gesù appare due volte agli apostoli nel Cenacolo. La prima volta senza la presenza di Tommaso e la succesiva dove c’è anche l’incredulo apostolo. Ieri padre Luca ha già proposto una bellissima riflessione e non voglio ripetere gli stessi concetti molto belli.

Quello che mi preme è invece riprendere un breve passaggio del Vangelo per evidenziare un atteggiamento del Risorto che potrebbe passare inosservato. Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Collocate questa immagine nel vostro matrimonio. Quegli apostoli nel Cenacolo erano gli stessi che avevano abbandonato il Cristo, erano scappati nascondendosi. Pietro lo aveva addirittura rinnegato dopo che poche ore prima aveva promesso di rimanergli accanto in ogni situazione. Gesù entra e rompe il ghiaccio con pace a voi, un modo per riaffermare quel rapporto d’amore e d’amicizia che almeno dalla parte del Cristo non era mai venuto meno. Ricostruite nella vostra mente la scena. Gesù dice queste parole non nascondendo le ferite della passione e della crocifissione, ma al contrario le mostra. Ferite trasfigurate dalla Resurrezione ma che hanno lasciato, sul corpo glorioso di Gesù, segni evidenti.

Questo atteggiamento del Cristo può insegnare davvero tanto a noi sposi. Anche noi siamo pieni di ferite. Alcune aperte e sanguinanti, altre chiuse ma non ancora guarite del tutto, altre che hanno lasciato cicatrici. Le relazioni con le persone sono per noi vitali, nel senso che ci rendono vivi e non possiamo farne a meno, ma sono anche pericolose. Quante ferite abbiamo ricevuto proprio dalle persone che più abbiamo amato. I nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, ed ora anche nostro marito o nostra moglie. Spesso non veniamo feriti per deliberata cattiveria. Semplicemente la relazione implica l’aprirsi a persone che come noi sono abitate dalla contraddizione della caduta, persone abitate dal peccato ed incapaci di amare in modo perfetto e infallibile. Succede che i nostri genitori possano farci del male con il loro comportamento. Non lo fanno perchè non amano i figli. Non sanno amarli come Dio li ama, e mettono ciò che sono e ciò che possono dare in quella relazione d’amore. Anche io chissà quanti errori ho fatto e ancora farò con i miei figli. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future.

Tutta questa premessa per dire solo una cosa. Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostratevi completamente perchè quella pace che voi offrite non cancella tutte le sofferenze che avete passato, non sana le vostre ferite che continuano a sanguinare. Nascondere le ferite significa solo rimandare il problema e poi con il tempo esplodere con l’altro o implodere in sè stessi. Invece mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione, la guarigione del male passato della famiglia di origine e del male presente della nostra relazione sponsale.

Antonio e Luisa

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Sposi, apostoli della Misericordia divina

Cari sposi,

stiamo vivendo un tempo meraviglioso per la nostra fede. Infatti, il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte può anche essere il nostro. È davvero entusiasmante vedere come Gesù, una volta risorto, porti a compimento la sua missione con tre doni speciali, prima di lasciare spazio allo Spirito Santo.

In questo brano Gesù ci fa un primo invio del dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono anzitutto la pace (“Pace a voi”), poi il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e infine la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). Vorrei ora concentrarmi sui primi due.

Come scriveva P. Raymond Brown (1928-1998), nel suo “Commento al Vangelo spirituale”, quando Gesù dice «pace a voi» non sta usando solo una forma di buona educazione ma sta facendo un dono, un regalo agli apostoli. Cioè il Risorto porta la sua pace. Non qualsiasi “pace” ma quella, come scrive Paolo, che Egli ha posto tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), quella che ha instaurato abbattendo ogni inimicizia (cfr. Ef 2, 14).

Come fa a fare questo? Appunto, Gesù dona la pace grazie all’invio dello Spirito. Vari esegeti parlano addirittura della “Pentecoste giovannea”, difatti Gesù “alitò” sui discepoli e il verbo usato è emphysao, che significa “insufflare, alitare”. È impiegato anteriormente per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna quando Dio immette in loro “un alito di vita” (Gen 2, 7). Impressionante! Senza la pace, non abbiamo vita, non possiamo vivere, in modo particolare tra uomo e donna…

Poi Gesù, in forza dello Spirito, concede ai discepoli di essere portatori di perdono. Prima di tutto tra di loro. Quanto avevano da perdonarsi a vicenda! Non avevano dimostrato infatti una grande lealtà al Maestro e nemmeno tra di loro. E poi, con quel dono, avrebbero potuto essere un segno di riconciliazione per altre persone. Lo vedremo poi, di lì a poco, quando Pietro, il giorno di Pentecoste, annuncia a tutti il perdono dei peccati (cfr. At 3, 19). Vedo chiaramente in tutto ciò un forte rimando a voi sposi, alla vostra vita, alla vostra missione. Se penso a vari passaggi del rito matrimoniale, in particolare la Quarta formula della benedizione nuziale vi trovo un forte legame a questo Vangelo. Dice infatti il rito: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”.

Ecco, voi sposi, dal giorno del Matrimonio, avete ricevuto una piccola Pentecoste su voi due, proprio come oggi la vediamo nel Cenacolo. E quello Spirito vi è stato donato perché sia fermento e lievito di perdono e misericordia reciproca. Non vi basta solo di fissare gli equilibri nella vostra relazione, non è sufficiente marcare i limiti della sopportazione. Gesù vuole che, con lo Spirito, i vostri cuori si dilatino a tal punto da essere apostoli della Misericordia divina, da brillare di luce per la qualità del vostro amore e del vostro perdono. In parole povere, Gesù vuole che voliate alto nel donarvi vicendevolmente la pace. Quanto ne ha bisogno il mondo di oggi!

Chiedete perciò ogni giorno una rinnovata Pentecoste su di voi, allenatevi spesso nell’invocare e “usare” lo Spirito perché i vostri cuori e le vostre menti siano sempre più generosi e magnanini nell’amarvi.

ANTONIO E LUISA

Alcuni di voi penseranno che padre Luca abbia esagerato. Come è possibile che noi sposi possiamo essere capaci di tanto. Essere capaci non solo di volerci bene e di curare la nostra relazione come, bene o male, succede a tutte le coppie che stanno insieme e che funzionano anche senza bisogno di un sacramento. Siamo capaci soprattutto di misericordia come quella di Gesù sulla croce. Il sacramento brilla non tanto quando tutto fila liscio. In quel caso basta il nostro povero amore di uomini e donne. Il sacramento rende una relazione profetica proprio quando le cose vanno male. Nel mio piccolo posso confermare di aver fatto esperienza dell’amore di Dio nella mia sposa. L’ho già raccontato tante volte. Quell’amore donato e immeritato mi ha toccato profondamente. Cari sposi non smettete mai di affidarvi a Dio e alla Sua misericordia per essere poi voi capaci di fare altrettanto. Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostro marito o nostra moglie.

Antonio e Luisa

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Come l’argilla è nelle mani del vasaio

Cosa significa farsi santi nel matrimonio? Ci deve pure essere una strada accessibile a tutti se abbiamo scelto questa vocazione. Oppure, come credono molti, il matrimonio è per pochi visto che circa metà dei matrimoni salta? Bisogna avere doti e talenti fuori dal comune? La risposta mi è arrivata da don Fabio Rosini. Don Fabio è davvero una persona straordinaria. Riesce come pochi a raccontare come siamo fatti e a cosa anela il nostro cuore.

Don Fabio ha detto qualcosa che sembra ovvio, e magari per voi che leggete lo è, ma per me è stata una rivelazione. Non mi si è mai mostrato così chiaramente il senso del matrimonio. La santità non dipende da qualcosa che dobbiamo fare noi, non siamo noi a dover essere bravi. La santità ci vede in un certo senso come parte passiva. Cosa intendo dire? Detto così sembra la furbata di quello che non vuole impegnarsi. No, il nostro personale impegno resta. Quello che don Fabio dice è che la nostra santità è opera di Dio. E’ Lui quello che vuole compiere meraviglie in noi e con noi. Noi dobbiamo semplicemente essere docili alla Sua azione.

Questo ci libera dal sentirci inadeguati. Ci libera dal dire che noi non ce la faremo mai, che non siamo abbastanza bravi, determinati, capaci. Non serve esserlo. Per sposarci non ci è chiesto di essere super in niente. Ci è chiesto semplicemente di fidarci, di affidarci e di abbandonarci. La santità nel matrimonio dipende dal nostro abbandono a Dio. Dio che attraverso il sacramento del matrimonio ci plasma e ci rende sempre più uomoni e donne pienamente realizzati nel progetto che Lui ha pensato per noi e con noi.

Concretamente il matrimonio ci mette di fronte a tante situazioni belle e brutte. Abbiamo affrontato momenti di gioia e di amore dato e ricevuto dove abbiamo sperimentato la comunione e il piacere della relazione. Abbiamo affrontato anche periodi e momenti caratterizzati dalla difficoltà, dalla sofferenza e magari ci siamo feriti l’un l’altro con il nostro atteggiamento, le nostre parole e le nostre azioni. Questi sono tutti momenti di crisi. Crisi è un termine che deriva dal latino e dal greco e che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una decisione: possiamo scegliere di abbandonarci alla grazia e cercare nella relazione con Dio la forza per scegliere il bene e il perdono, oppure possiamo scegliere di dare spazio al nostro io con tutte le rivendicazioni che ne conseguono. Rivendicazioni che poi si trasformano in quella che noi chiamiamo giustizia ma si tratta di vendetta.

Il matrimonio è una continua scelta. Più sapremo abbandonarci a Dio e più saremo capaci di decentrare lo sguardo, di farci dono, di perdonare, di ricominciare, di crescere, di vedere il bello. Insomma di avere lo sguardo di Dio, lo sguardo capace di salvare. Un perdono dato gratuitamente senza che l’altro abbia fatto nulla per meritarlo tante volte salva noi stessi e l’altra persona. Apre il nostro cuore all’amore gratuito e il suo cuore all’amore riconoscente. Ci apre a Dio.

Quando siamo capaci di questo non siamo noi che siamo bravi e che abbiamo chissà quale merito. Si un merito l’abbiamo ed è quello di esserci fidati ed avere offerto la nostra vita a Gesù. Il resto lo può fare solo Lui. E’ Lui che può prendere il nostro poco e farne tanto. E’ sempre Lui che può prendere la relazione di due poveretti che hanno davvero poco da offrire e farne un’opera bellissima. Un’immagine che può rendere l’idea la troviamo in Geremia: Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele. Noi siamo quel vaso ed è Dio che nel matrimonio, se lo permettiamo, ci plasma e ci rende un’opera d’arte, ci fa santi. La santità degli sposi è questa. Non cerchiamo scuse dicendo che non siamo abbastanza, se lo vogliamo noi possiamo essere quello sguardo di Dio per la persona che abbiamo accanto, per i nostri figli e per il mondo intero.

Permettetemi un’ultima riflessione che credo importante. Il matrimonio riuscito non è sempre quello dove i due sposi si amano fino alla fine dei loro giorni terreni. Certo, desideriamo tutti un matrimonio così, ma un matrimonio riuscito è anche quello della persona che è stata abbandonata, e in quel dolore ha scelto di restare fedele, e in quella fedeltà si è lasciata plasmare e amare dal vasaio, da Dio. Io ne conosco di persone così e sono davvero delle persone meravigliose plasmate dall’intreccio tra il dolore e l’amore.

Antonio e Luisa

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Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus che era raccontato nel Vangelo di ieri. Cosa sappiamo di queste persone? In realtà molto poco. Erano originari di Emmaus e ci stavano tornando. Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle Maria presenti sotto la croce (Maria di Cleofa o Cleopa). In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia, ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto da poco. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Non ci potevano credere. Eppure avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze. Una nuova fortissima delusione per loro. Era tutto finito. Tornavano alla vita di prima che avevano lasciato per seguire Gesù. Una vita che non dava loro il senso e la pienezza che aveva invece sperimentato con il Cristo.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione, ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non riescono più a scorgere quella meraviglia che sono come persone e anche come coppia di sposi. Non scorgono più la meraviglia dell’essere un noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi, ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù, e i due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

Cosa sono gli atti impuri nel matrimonio? Accontentarsi delle briciole

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che mi è arrivata direttamente sul blog. Una domanda che si fanno in tanti e a cui spesso viene data una risposta superficiale o dogmatica. La domanda arrivata è stata: chiedo scusa volevo sapere quali sono i peccati impuri nel matrimonio? Cerco di interpretare la richiesta e la riscrivo con: quando un atto è impuro e quindi contrario all’amore e quando invece è un vero gesto di amore?

La questione si potrebbe affrontare facendo un elenco di pratiche moralmente buone e altre che non lo sono. Sarebbe però un modo troppo semplice e superficiale di affrontare la questione. Un tempo si faceva così. Sono convinto che un elenco possa magari dare un’idea generale ma poi non basta, è importante comprendere il senso dell’atto coniugale, la sua pienezza, i suoi frutti. Guardando alla grandezza del sesso e la sua finalità ultima allora si hanno le coordinate perchè ognuno possa fare la propria scelta consapevole e motivata. Il peccato che mi interessa mettere in evidenza non è tanto quello religioso (che pure c’è ma non sono io a doverlo giudicare), ma quello umano e relazionale : è un peccato che gli sposi sprechino l’occasione di un’esperienza meravigliosa che è la sessualità nel matrimonio impoverendo tutto con gesti appunto impuri. Atti dove non c’è trasparenza, dove non c’è verità tra quanto il corpo esprime e quanto abbiamo nel cuore.

Non è solo un elenco ma una vera scelta di vita. Io non sono il vostro confessore che può dirvi questo sì e questo no. Quello che mi sento di poter condividere è altro. Mi sento di parlare come uno sposo tra gli sposi che cerca di trovare la strada più bella e appagante anche in questo ambito. Qui si tratta di andare al cuore della sessualità. Noi siamo uomini e donne dotati di un corpo sessuato e che manifestano l’amore attraverso di esso. Uomini e donne differenti e complementari anche nel corpo. Uomini e donne sessuati proprio perchè l’incontro fisico di queste due alterità potesse essere nel contempo unitivo e procreativo. Dio ha scelto questo modo non solo per permettere la procreazione ma anche perchè potessimo fare esperienza di Trinità. Dio che è costituito da tre Persone che sono così unite tra loro da essere uno. Tre e una nel contempo. Cosa che noi sposi possiamo sperimentare e replicare proprio nel corpo attraverso l’amplesso. Siamo due ma uno nello stesso tempo. Lo sposo si sente nella sposa e la sposa nello sposo. Non solo nel corpo ma anche nei cuori. Quindi cosa si può fare? Come possiamo rendere concreto il nostro amore nel corpo? Con quali gesti? L’abbiamo detto, sono atti puri quelli che permettono tutta questa bellezza. Per questo serve l’apertura alla vita (seme depositato in vagina) e la comunione delle due persone attraverso il corpo. Apertura alla vita non significa ricercare un figlio ad ogni rapporto. Lo spiego meglio in questo articolo.

La sessualità non è genitalità. Ogni volta che ricerchiamo un rapporto intimo è importante partecipi tutta la persona. Non esiste il rapporto intimo puro dove al centro di tutto ci sono solo i genitali maschili o femminili. L’incontro intimo è partecipazione di tutta la persona, il coinvolgimento di tutto, corpo, sguardo, cuore. Insomma non ci può essere rapporto bello dove tutto si concentra solo sui genitali. Perchè? Manca di sicuro la comunione e spesso anche l’apertura alla vita. Capite come ogni gesto vada letto in questa consapevolezza di cosa sia l’amore erotico?

Ogni gesto va letto alla luce di questo significato umano e cristiano che viene dato al corpo e all’amore. Ogni volta quindi che vogliamo comprendere se un determinato modo di vivere la sessualità sia buono e bello oppure sia dettato da egoismo e dall’impulso di usare l’altro dobbiamo confrontarlo con queste due caratteristiche entrambe necessarie. Ora avete gli strumenti per comprendere se un determinato atto sia puro oppure non lo sia.

Il Cantico dei Cantici esalta i preliminari. Il nostro padre spirituale ci raccontava come alcuni sposi andassero da lui a confessare di essersi abbandonati al piacere dei preliminari. Lui rispondeva sempre che il peccato da confessare sarebbe stato quello di non averli fatti. Non c’è nulla di male nell’assaporare e fare esperienza del corpo dell’altro durante la preparazione dell’amplesso. Non esistono parti del corpo meno degne di altre. Tutto il corpo dell’altro è bellezza. L’amore ci chiede solo che siano gesti che non urtino la sensibilità e la dignità dell’altro, che ci si guardi (come potrebbe esserci comunione altrimenti) e che siano tutti gesti preparatori all’amplesso dove avverrà poi il rapporto completo. Il resto è tutto lasciato al desiderio e alla fantasia dei due sposi che anzi sono chiamati a perfezionare questo momento nel tempo. E’ un vero talento da perfezionare per entrare sempre più in comunione e godere del piacere che ne deriva. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Se volete approfondire Luisa ed io abbiamo scritto il libro Sposi sacerdoti dell’amore. Il Cantico dei Cantici letto da due sposi per gli sposi dove approfondiamo proprio la bellezza della contemplazione reciproca e la bellezza di un amore erotico vissuto in questo modo. E’ amare da Dio perchè è quello che Lui ha voluto per noi facendoci così con un corpo e sessuati.

Alla luce di quanto ho scritto fino ad ora si può comprendere come non sia adeguato fare un semplice elenco. Lo stesso atto può essere gesto d’amore o modo per usare l’altro. Faccio un esempio. La stimolazione orale dei genitali. Quando è offerta all’altro durante i preliminari, sempre sia gradita ad entrambi e non forzata, non è moralmente sbagliata. Il Cantico dei Cantici ci aiuta proprio a comprendere come tutto il corpo dell’amato/a sia bello e degno. Non c’è nulla di male in questo gesto, ma in un contesto di preparazione poi alla comunione completa dell’amplesso. Diventa gesto moralmente sbagliato quando vissuto fine a se stesso (dove è la comunione? dove è l’apertura alla vita?)

Anche l’amplesso vissuto in modo completo tra due sposi può invece essere un atto impuro. Come è possibile? San Giovanni Paolo II parla di adulterio del cuore. Quando viviamo l’amplesso per realizzare fantasie pornografiche e usiamo l’altro per il mero piacere fisico senza cercare la comunione stiamo compiendo un atto impuro anche se è un gesto sacro e sacramentale.

Quindi per concludere lasciatemi dire che non è importante fare un elenco ma è importante preparare il cuore e accostarsi sessualmente a nostro marito e a nostra moglie con purezza cioè con il desiderio di vivere un momento di vera comunione, di dono reciproco e di amore autentico. Questo non perchè ce lo dice la Chiesa ma perchè possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa. Scegliamo questa modalità perchè è più bella e perchè non vogliamo accontentarci di un semplice orgasmo.

Per approfondire vi consiglio questi testi:

  1. L’ecologia dell’amore
  2. Sposi sacerdoti dell’amore
  3. L’amore sponsale (a breve sarà pubblicata nuova edizione)
  4. La mistica dell’intimità nuziale

Antonio e Luisa

“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.

I sacerdoti e i religiosi sono un dono per tutta la Chiesa

Siamo sposi e nel nostro blog raccontiamo la bellezza del sacramento del matrimonio e le fatiche e le gioie di questa relazione tanto bella e impegnativa. Siamo però consapevoli della bellezza e dell’importanza anche della vocazione sacerdotale e religiosa e siamo grati a Dio per averci messo accanto sacerdoti e religiosi che sono stati fondamentali per la nostra crescita umana e spirituale. A tutti loro va il nostro grazie. Ora due brevi riflessioni dedicate a loro.

Livia Carendente

Ne ho conosciuti tanti, diversi per indole, per carismi, per caratteri e caratteristiche. A loro, a ciascuno di loro, devo la mia storia di conversione (non terminata, ovviamente). I sacerdoti sono un dono prezioso; una sorgente da cui attingere, senza orari, stagioni, condizioni particolari. Sempre lì, a disposizione di chi necessita, nella loro infinita umanità. Dunque sono più o meno simpatici anche loro, più o meno frettolosi anche loro, più o meno sorridenti anche loro. Ma ci sono. E già il loro esserci è grazia.

Forse non ci soffermiamo abbastanza sulla scelta di chi decide di offrire il proprio si, la propria vita, affinchè a me ed a te non manchi: sostegno nelle ore buie, conciliazione quando siamo nel peccato, ristoro se difettiamo del necessario, benedizione nella fragilità e soprattutto Eucarestia. Cosa diventeremmo se non ci fossero i sacerdoti? Io, personalmente, sarei nulla. E se mancassero quelli che (poveretti) mi aiutano, costantemente, nel mio tentativo di cammino spirituale, non riuscirei neppure a distinguere le mele dalle pere, per intenderci.

Ricordo bene il giorno in cui ho incontrato il prete che mi avrebbe cambiato la vita. Le sue parole, lo sguardo d’amore, la conoscenza del Signore, mi riempirono talmente tanto il cuore da farmi scoppiare in un pianto di inadeguatezza. Piccola, mi sentivo piccola e indegna, dinanzi ad un amore così pieno, gratuito, rassicurante. Fu un incontro straordinario che aprì nel mio cuore, abituato a vivere come un monolocale, una serie di stanze gigantesche, riuscendo a trasformarlo in un castello accogliente che poteva finalmente ospitare tutti coloro che si trovassero di passaggio.

E’ stato un (altro) sacerdote a farmi scoprire che si può amare in taglie forti, e si può allargare le braccia a chiunque, senza distinzioni di alcun tipo, sgretolando tutte le etichette del mio bon ton arido e impolverato. E’ stato un (altro) sacerdote ad accogliermi quando ero distrutta dal dolore, incompreso dai più, ricordandomi dell’Amore che sana. E’ stato un (altro) sacerdote ad insegnarmi il senso della misericordia (che ancora non esercito in modo autentico) quando ho subito delle ingiustizie, arrestando la sete di vendetta ed educandomi a pregare per i miei nemici. E’ stato un (altro) sacerdote ad accompagnarmi nelle scelte difficili, quelle controcorrente; quelle che il mondo giudica illogiche, sconvenienti, disarmanti e che mi hanno fatto sentire così sola, un po’ folle, giudicata anche, ma che nel tempo – quello della preghiera-  e nello spazio, – quello che il Signore estende ad ogni invocazione- mi hanno permesso invece di incontrare così da vicino il mio Signore. I sacerdoti sono ponti, scorciatoie, tramiti, salvagenti; sono la strada verso quell’infinito a cui tutti tendiamo, più o meno consapevolmente.

Antonio e Luisa

I sacerdoti non si bastano, come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione, ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro. Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai consacrati come essi possono amare Cristo e come
Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità. Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il Signore ci ha dato doni diversi, affinché ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. C’è un aneddoto riguardante San Giovanni Paolo II che evidenzia molto bene la relazione tra questi due sacramenti. Il card. Ersilio Tonini ha raccontato durante un’intervista al sito Pontifex:

So per certo che la pianeta con la quale Karol Wojtyla celebrò la sua prima Messa a Cracovia, nella cripta di San Leonardo, al Wawel, venne confezionata con i merletti e la stoffa dell’abito da sposa di sua madre. Quando mostrai privatamente al Papa il documento e la prova di quanto oggi affermo, lui, che forse non lo sapeva o lo taceva, si commosse profondamente. In quell’abito si nascondevano due sacramenti: il matrimonio e l’ordinazione sacerdotale. (Questa riflessione è tratta dal nostro libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice)

Siete nel dolore? Sentitevi figli amati!

Questo venerdì santo ci costringe a fare i conti con il dolore. Mi è piaciuta molto una riflessione di don Fabio Rosini. Parlando proprio della Passione di Gesù ha messo in evidenza qualcosa di importante. Gesù non è l’uomo che ha subito il supplizio peggiore. Ci sono stati condannarti che sono stati torturati ed hanno avuto una morte molto più lenta e dolorosa di Gesù. Cosa rende la sofferenza di Gesù così importante e diversa? E’ diversa per come è stata affrontata. Gesù ha affrontato tutto come un Figlio che si sente amato dal Padre. Un figlio amato. Tutto quello che ha sopportato lo ha fatto sostenuto dal Padre, dall’Amore che li lega in modo così perfetto e pieno. Tanto da renderli uno. Un Dio che è Trino e uno nello stesso tempo. Gesù si è preparato. Il Getsemani non è stato un momento inutile tra l’ultima cena e l’arresto. Il Getsemani è stato un momento fondamentale per Gesù, lo ha preparato ad affrontare tutto quello che è venuto dopo, lo ha aiutato a sopportare il tradimento dei suoi, cosa ancor più dolorosa della morte in croce e della fustigazione.

Il Venerdì Santo non ci deve spaventare. Ci deve aiutare a riflettere e a fare ordine nella nostra vita. Il dolore fa parte della vita. Vorremmo tutti farne a meno ed evitarlo ma non è possibile. Prima o poi ci toccherà affrontare situazioni dolorose. Allora Dio non ci ama? Se Dio permette che noi attraversiamo lutti, malattie, divisioni e litigi vuol dire che il nostro matrimonio è sbagliato e che che siamo da soli a lottare contro tutto e tutti? La nostra fede è tutta un’illusione? Il Venerdì Santo ci mette di fronte proprio a questa domanda! La resurrezione avviene solo dopo aver affrontato e superato questa prova.

In realtà, se crediamo al matrimonio perfetto, siamo completamente fuori strada. Dio non è il genio della lampada. Non basta strofinare la lampada con un rosario, con una devozione, con una Messa o con un pellegrinaggio per evitare ogni male e ogni sofferenza. Dio non è un mago o un prestigiatore. Dio è un Padre che ci accompagna passo dopo passo in ogni frangente della vita. Ci accompagna soprattutto in quelli più dolorosi dove non crediamo di potercela fare. Dio non ha evitato il supplizio a Gesù, ma Gesù attraverso il Suo abbandono al Padre ha reso quella morte feconda per Lui e per tutto il mondo. Ci ha salvati non perchè è morto ma per come è morto.

Questo è il segreto della nostra vita e del nostro matrimonio. Non potremo mai evitare il dolore, ma potremo affrontarlo da figli, ma per riuscirci dobbiamo prepararci. Come? In una relazione di preghiera e di intimità con Dio. PVa preparato con i sacramenti, va preparato con l’adorazione. Va preparato insomma nutrendo il nostro amore verso Dio e facendo esperienza del Suo per noi. Per sentirci figli amati dobbiamo conoscere il Padre e lasciarci amare da Lui.

Mi viene in mente un esempio luminoso dei nostri tempi. Chiara Corbella una giovane moglie e mamma morta prematuramente. Lei è passata attraverso il venerdì santo. Lei ha affrontato, con il marito Enrico, tanto dolore e ne è uscita fuori alla grande. E’ morta, ma è morta tra le braccia di Gesù. Dio non le ha tolto le prove. Gliene ha date molto più che a tanti altri. Eppure pregava, aveva una vita di fede, credeva moltissimo. Dio forse non l’amava? Molti hanno questa idea in fondo al cuore: se soffro Dio non mi ama. Invece Chiara mi piace tantissimo, proprio per quello che mi ha trasmesso con la sua testimonianza nelle prove. La sua vita è stata uno schiaffone in faccia che mi ha svegliato. Chiara non era una donna super, un’eroina dei fumetti. A detta di chi l’ha conosciuta era una giovane donna con le sue fragilità e paure. Ciò che l’ha resa straordinaria è come ha saputo trovare la forza che le mancava in Dio. E questo non si può improvvisare. Lo ha costruito giorno dopo giorno nella sua vita e nel suo matrimonio.

Chiara ha avuto la grazia, perchè per lei ed Enrico è stata una grazia, di concepire due bambini prima della nascita di Francesco. Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni sono morti subito dopo il parto per gravi patologie e malformazioni. Quanta sofferenza ha dovuto già sopportare prima della sua malattia che l’ha portata alla morte, eppure ne ha colto il senso e l’ha affrontata da figlia amata. Vi lascio come spunto di riflessione quanto chiara ha scritto in riferimento al figlio Davide Giovanni. Sono parole che squarciano un velo sulla nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una vera relazione d’amore. Chiara ci dice con questa riflessione in modo limpido cosa è l’amore e chi è Dio.

Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro, di abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia; ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che ave- vamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, ma non con le nostre logiche limitate perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri (ha abbattuto l’ idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù). Davide così piccolo si è scagliato con forza contro i nostri idoli e ha gridato con forza in faccia a chi non voleva vedere, ha costretto tanti a correre ai ripari per non riconoscere di essere stati sconfitti. Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto, grazie a Davide; nessuno è riuscito a convincermi che quello che ci stava capitando era una disgrazia, che derivava, dal fatto che ci eravamo allontanati da Dio forse anche solo inconsciamente. Ringrazio Dio perché il mio Golia è finalmente morto e i miei occhi sono liberi di guardare oltre e seguire Dio senza aver paura di essere quella che sono.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Fa parte della vita. Chi riesce ad affrontare da figlio il Venerdì Santo poi però può risorgere. Può risorgere la vita e può risorgere anche un matrimonio che sembrava finito perchè il venerdì santo ci può aiutare a capire, come diceva sempre Chiara, che nulla ci appartiene ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Cominciò a lavare i piedi dell’amato/a

Dopo aver contemplato ieri la nostra storia matrimoniale in riferimento al tradimento di giuda, tradimento avvenuto nel cuore e manifestato attraverso il corpo con un bacio, eccoci al giovedì Santo. Siamo all’inizio del Triduo Pasquale. Questa giornata è associata ad un gesto in particolare. Un gesto ripreso dallo stesso Vangelo: si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Oggi si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Ce lo ricorda la liturgia che nelle nostre chiese vede il parroco (di solito) inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente.

Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita.

Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento.

Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico.

Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Giuda e il suo bacio. Un tradimento sponsale.

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù.

E’ importante perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Si è ad una cena insieme, già stare a tavola insieme ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere ed accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Colomba di pace!

Amare sì ma che cosa vuol dire? Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace perché?

È oramai tempo di bilanci, i contabili, i commercialisti stanno per approcciarsi a chiudere quelli dell’anno passato. Per chi fa la dichiarazione del 730 è tempo di preparare i documenti, gli scontrini, le spese sostenute.

Per un cristiano il tempo del bilancio arriva con l’avvicinarsi della Pasqua. Con il termine della quaresima, tempo di preparazione, tempo di redenzione, tempo di misericordia. Tempo di prova, di assenza di quel canto di gioia che tra non molto verrà gridato nelle chiese. Tempo di silenzio che verrà interrotto dal suono delle campane, dei campanelli, della gioia.

Sta arrivando un’altra Pasqua, sta finendo la quaresima 2022, te ne sei accorto? Forse la pandemia prima, la guerra poi, i rincari di gas e luce hanno tolto l’attenzione al tempo speciale che erano e sono ancora questi giorni. Nessuno ne parla, se non il prete in chiesa la domenica, come puoi ricordarti che si è in quaresima? Come puoi ricordarti dei buoni prepositi che un mese fa ti eri preso?

Eppure eccola lì, segnata sul calendario con un giorno in più di festa. Eppure eccola lì attesa da tanti per staccare dal lavoro. Eppure eccola lì con la scuola che chiude e ci obbliga ad incastrare i bambini tra un nonno e una babysitter.

Pasqua è giorno di pace, Pasqua è simboleggiata dalla colomba, e dal ramo di ulivo. Colomba che vola e colomba anche in tavola che non manca in ogni casa. Quale lavoro hai fatto in questa quaresima per la pace?

La tua famiglia è in pace, o rimane quel muro oltre il quale nascondersi da quel parente, dal quale ci si sporge ogni tanto per sparare colpi di cattiveria?

Siamo partiti in questo mini ciclo di guerra e pace alcuni lunedì fa, dal creare un parallelo, con quanto sta avvenendo nel conflitto Russo Ucraino e quanto avviene in casa nostra tra moglie e marito. Abbiamo visto che ciò che sta avvenendo tra due potenze internazionali, lo viviamo anche nelle nostre case, la pace è qualcosa che creiamo fin da piccoli, che impariamo a costruire fin da dentro i legami più stretti familiari. La pace la si costruisce tra fratelli, tra padri e figli, tra coniugi. È da lì che nasce la nostra missione di pace, la nostra educazione alla pace. Ci aspettiamo tutti la pace, perché la guerra ci fa paura, ma siamo davvero costruttori di pace o siamo spesso tentati dalla divisione?

Lunedì 21 marzo sottolineavamo che spesso parliamo linguaggi differenti fra moglie e marito, e che esistono delle differenze che ci portano a non percepire l’errore che ha causato il conflitto allo stesso modo. Ognuno ha una sua tara sulla bilancia degli sbagli, ognuno ha un suo linguaggio del perdono e dell’amore. Abbiamo poi evidenziamo come bisogna imparare a scendere dai nostri pilastri di orgoglio, e imparare a chiedere scusa, mostrandoci umili ed imparando ad accettare e accogliere i nostri limiti, che non ci rendono onniscienti. Il nostro maestro, è l’unico che sta in alto sul suo vessillo che è la croce; è da lì che impariamo ad amare, a perdonare e guardando a Lui a lasciarci perdonare. Spesso non ci lasciamo perdonare, non lasciamo che la grazia del perdono ci possa raggiungere.

Lunedì 27 marzo abbiamo poi parlato della confessione, ricordandoci che non confesso il male che ho compiuto ma la mia NON risposta all’amore ricevuto. Confessarsi è sentirsi amati, è lasciarsi amare, è accorgerci che c’è qualcuno che ha dato la vita per noi. Entro in confessionale come entrassi nel tunnel dell’autolavaggio dell’amore, come se facessi il pieno di energia d’amore, per chi gioca ancora ai videogame. La sfida bella è tornare a casa e spenderlo quel barattolo di amore che abbiamo appena guadagnato, spenderlo perché spendendolo non finirà ma si auto-produrrà. L’amore lo perdo solo se lo trattengo lasciando che nel mio possesso trovi spazio il peccato, l’orgoglio, il potere. Quando una coppia non sta tanto dialogando, fatica a capirsi, ad amarsi bisogna andare nel confessionale, a ricaricarci d’amore.

Ripartiamo da qui oggi, per concludere il nostro ciclo di guerra e pace, volendo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, è arrivato il momento di riconciliarci. Il momento di accorgerci che la colomba che ha invaso le corsie del supermercato, che è già pronta a casa per essere tagliata, deve spingerci a fare di più verso la pace, verso l’amore.

Ci torna alla mente una frase che riguarda San Francesco e il lupo di Gubbio “non esistono lupi cattivi, ma soltanto lupi non amati.”

Il primo errore che compiamo quando qualcuno sbaglia, è etichettarlo e metterlo alla gogna per quanto ha fatto! Chiamarlo Lupo cattivo. Di fronte ad uno sbaglio fatichiamo a comprendere come si è generato quell’errore, e soprattutto non andiamo più a visualizzare l’altro per il bene che è!

L’errore ha sempre con sé una causa che lo ha generato. Spesso le tante cose da fare quotidiane che una moglie o un marito vivono, i pensieri, gli imprevisti sono causa di errori che in una situazione normale non si sarebbero verificati. Di fronte a questo riaffermiamo che lui non è il suo errore.

La causa dell’errore spesso è la non fiducia, il non amore. Di fronte agli sbagli dell’altro bisogna riuscire ad amarlo di più, non ad incolparlo di più. Spesso è un non amore che genera l’errore nell’altro, una non fiducia, una non tranquillità psicoaffettiva. Da questo punto di vista riaffermiamo che non esistono lupi cattivi, ma solo lupi non amati.

L’errore spesso nasconde il bene. Se tu disegni un puntino nero su un foglio tutto bianco, dove il puntino nero è l’errore e il bianco i gesti di bene, quando guarderai il foglio vedrai il puntino nero e non tutto il bene che lo circonda. Questo succede quando tuo marito arriva tardi la sera e prima ancora di sapere il bene che si cela dietro al ritardo lo si colpevolizza. Oppure succede quando tua moglie sbaglia quella semplice azione, quel gesto, ma non sai le altre 142 azioni giuste che ha fatto per te e per i figli durante tutta la giornata.

Se vogliamo uscire dal conflitto, non dobbiamo giudicare l’altro come fosse l’errore, dobbiamo amare di più l’altro, e dobbiamo cambiare la nostra prospettiva cercando di vedere il foglio bianco sul quale è disegnato il pallino nero.

Dobbiamo avere uno sguardo diverso, che sa vedere il bene. Ti accorgi mai di cosa fa l’altro per te ogni giorno? I gesti piccoli passano sempre nell’indifferenza quotidiana soprattutto con il passare degli anni, ma hanno un valore enorme. Sono loro che dipingono il bianco del nostro foglio. Tanti puntini piccoli bianchi fanno una pagina bianca! Non serve una grande azione per amare, ma fare piccoli passi possibili.

Cos’è la Pasqua se non la vittoria della vita sulla morte. La rinascita della gioia, della felicità, dell’amore! La vittoria del bianco sul nero. Ribaltiamo la prospettiva, possiamo vedere gli spazi bianchi del foglio e da lì far entrare la luce, la salvezza, e sbiancare tutto o possiamo vedere gli spazi di colore scuro, di azioni sbagliate e rimanere piegati su quelli, colpevolizzandoci, colpevolizzando. Non vivendo la misericordia di Dio, non camminando verso la croce ma incontro all’albero di fichi come ha fatto Giuda.

Scrive Papa Francesco nella lettera Patris corde: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi.” Il maligno evidenzierà sempre il nostro male, e farà così accrescere sempre i nostri conflitti.

Quella lavatrice per il nostro foglio, che è il confessionale, a nulla serve se non sono in grado di tornare a casa e vedere il bello di mia moglie e amarla di più! Parte da qua la pace, dal vedere e vivere l’amore! Quella guerra che vedi in televisione che vuoi vedere finire, nasce dai gesti di non amore che da sempre viviamo. Devo trasformare il mio sguardo e il mio cuore uscendo dal confessionale, perché sia testimone di luce, di amore, di bellezza, di bianco.

Noi ci siamo attributi il nomignolo “cercatori di bellezza” perché anche nella fatica vogliamo imparare a vedere la bellezza della vita che nasce, non possiamo mai dimenticarlo. Il Signore è luce nella nostra vita a volte buia. Provate ad accendere un solo fiammifero in una stanza buia, tutto potrà essere visto, le forme acquisteranno il loro spazio. Non serve un faro potente, basta un fiammifero, per accorgerci di quanto sta attorno a noi. Sta a noi poi non far spegnere quel fiammifero che è Gesù ed alimentarlo, e lasciare che ci guidi, perché possiamo aprire poi le finestre della luce nella nostra stanza del cuore.

Se rimarrà del grigio sul nostro foglio, non sarà un male, tu guarda sempre alla luce, al bene, al bello, quel puntino nero sarà lo stesso importante quale strumento di memoria e di attenzione. Il peccato, l’errore, il litigio è ciò che ci fa tornare limitati, normali, umili, carnali peccatori. È salvifico il peccato, sennò peccheremmo di creder di esser come Dio. Dobbiamo tendere a Dio e non voler essere Dio.

Scrive San Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Cor 12,7-9).

Avere un pallino nero sul foglio bianco ci permette di stare attenti sempre! Di sforzarci ad amare di più perché quel pallino non cresca, ma ci aiuti a tendere alla santità. Vi salutiamo, augurandovi di poter camminare questi ultimi giorni di quaresima, guardando al bello, alla bellezza che è strumento che ci può salvare dal vedere il peccato nell’altro. Che ci può aiutare ad entrare nel confessionale pentiti dell’amore non amato (vedi articolo precedente), che ci può aiutare a guardare alla bellezza che è l’altro anche se è diverso in tutto da me (abbiamo linguaggi diversi. Bellissimo!), che ci può aiutare a non iniziare una guerra, un litigio perché di fronte alla bellezza non si può guerreggiare, ma solo lasciarsi amare, e ringraziare.

Un caro saluto a tutti, un abbraccio

Buon ultimo giro verso la Pasqua, verso l’Amore!

Vinca la vita, l’amore, la pace in ogni famiglia

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Perdono e confessione, quegli sconosciuti!

Litigare sì è importante ma far pace è ancor più importante! Saper perdonare e lasciarsi perdonare ed amare dev’essere il pilastro della nostra esistenza.

Terzo appuntamento dei lunedì di guerra e pace. Dopo aver fatto la guerra, aver “capito dalla televisione” come si esce dal conflitto, aver compreso che abbiamo e parliamo linguaggi di amore e perdono differenti, è arrivato il momento di riconciliarci. Oggi vogliamo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, soffermandoci sulla confessione, importantissima in questo tempo liturgico quale è la quaresima, volendo così concludere il nostro trittico di guerra e pace con la riconciliazione tra marito e moglie. Tra sposi.

La confessione non è un raccontare qualcosa che si è sbagliato e sentirsi così assolti. Come fosse un pagare le tasse: tu le paghi, l’altro incassa e siamo contenti. Non è uno scaricare pacchi puzzolenti che abbiamo sulle spalle. La confessione è dialogare con un altro e riconoscere che si è compiuta un’azione, un gesto, si è detto una parola contraria a quel che è l’amore di Dio. La confessione è un riconoscere lo sbaglio che si è fatto e porlo nelle mani di qualcun’altro affinché lo trasformi con il suo amore. O ancora meglio potremmo dire che è riconoscere l’amore che il Padre mi dona nonostante il mio errore.

Proviamo a fare un esempio: ho rubato una caramella alla nonna. Primo passo per accostarsi alla confessione è riconoscere che ho fatto un gesto che non andava fatto, sbagliato. Secondo passo vado a confessare l’errore che ho compiuto. Non vado a “pagare la tassa”, ma confesso il mio peccato al sacerdote che mi assolverà spiritualmente dall’errore. Che vuol dire? In primis se confesso l’errore ad un altro vuol dire che sto ammettendo a me stesso e ad un altro che ho sbagliato, e il ripetersi di questa azione genera nella coscienza umana una risposta che aiuta a non peccare più, se si avverte veramente un senso di colpa per quanto si è fatto. Se uno è ripetitivo nell’errore è come se continuasse a sbattere contro il muro, dopo un po’ dovrebbe smetterla se vive un vero dolore, un vero senso di colpa, e se è anche aiutato da un altro a non andare più contro quel muro. Un altro che non è solo un sacerdote, una persona qualunque o un professionista della psiche, ma è un sacerdote che agisce in Persona Cristi e mi assolve, ovvero cosa mi dice: va non peccare più IL TUO PECCATO LO SCONTO IO Per TE. Cristo ci ama così, dicendoti ti amo, prendendosi i nostri peccati. Accogliendo su di sé il male dell’uomo. Questo è straordinario e cambia, trasforma, cura.

Quale vigile o poliziotto o forza dell’ordine se il ladro gli confessa il furto, risponde, vai pure sconto io la pena per te? È l’amore che riceviamo che ci trasforma! È il pentimento che ci spinge a confessarti, il dolore che provi nell’aver compiuto quell’azione che ti porta nel confessionale, ma è l’amore che trovi dentro che ti rilancia a non peccare più. È sapere che qualcuno ti sta amando nonostante il tuo gesto. È imparare a non rubare più la caramella alla nonna, perché Gesù mi ama, e ferisco lui rubandola non me stesso o non solo la nonna. È sentirsi amati che non ti fa peccare. È sentirsi amati che ti fa vivere il pentimento se sbagli. Di fronte a qualcuno che mi ama così, come posso io fare questa cosa? La confessione allora è una rinascita, un purificarsi perché ci si riaccosta ad un Padre più grande che ci ama! Che bello!

Gli amici frati ci hanno sempre insegnato a dire 3 motivi per cui ringraziamo prima di confessarci. A dichiarare del bene che riceviamo per cui ci sentiamo amati e per cui quindi ci troviamo pentiti per quanto fatto e da cui ripartire da assolti. La confessione ci deve rilanciare nell’amore. Se la sorgente del perdono è l’amore infinito, nel confessionale dovremmo domandarci: come ho risposto all’Amore di Dio? All’amore di mia moglie? All’amore di chi mi sta accanto, del prossimo incontrato per strada, al lavoro.. come ho risposto all’amore che ho ricevuto? Nella confessione mi devo misurare su quale amore ho ricevuto. Mi sto rendendo conto di quanto amore Dio mi sta donando?

Proviamo a spiegarla in altro modo, a guardarla da un’altra prospettiva. Cos’è il peccato? Il peccato è il non-amore. È l’amore non riconosciuto. Quando non mi accorgo che mia moglie mi sta amando, che ha fatto quella cosa per me, che ha cucinato per me. Quando non vedo gli sforzi, i sacrifici di mio marito per me. Lì si inserisce il peccato. Non sono quindi le cose fatte o non fatte ad essere peccato, ma il non-amore, o il poco amore. Il peccato è la risposta che NON abbiamo dato all’amore. Non è il litigio con mia moglie ad essere peccato, ben vengano quei sani litigi che ci fanno crescere e scoprire vulnerabili e umili, per quello che siamo davvero, ma il non averla amata per quanto lei mi ha amato, da cui è scaturito un mio non-amore che ha generato il litigio. Il litigio è sano se mi fa vedere l’amore che non ho dato e l’amore che ho ricevuto, se mi mostra l’altro per come ama e io per come non ho amato. È diverso! È bellissimo questo cambio di prospettiva! Se noi riconosciamo che l’altro ci ama e ha fatto quelle cose per noi, per amore, con amore, nell’amore, noi rincorreremo l’amore verso l’altro cercando di amare di più. Confessando non il peccato, non lo sbaglio fine a sè stesso. Ma il non amore, volendo quindi gareggiare nell’amore (Rm 12,10) questo accorgersi che l’altro mi ama, con le sue forze, con ciò che ha, mi fa vedere la mia mancanza come un voler correre ad amare di più, un voler dare una risposta d’amore, all’amore ricevuto.

Nella confessione, non confesso il mio peccato verso la moglie, e siamo apposto, e mi son tolto un peso. Ma riconosco il suo amore e allora provo ad uscire dal confessionale rilanciandomi-rilanciato. Portiamo nel confessionale la concretezza delle nostre mancanze di amore. E portiamo fuori dal confessionale il nostro riconoscere il non-amore rilanciato. Perché fuori? Perché l’amore lo rincorriamo con gesti concreti. La nostra confessione di non avere amato non è da fare solo davanti a Gesù, ma da far vivere nelle mura domestiche dove viviamo, dove viene vissuto l’amore sponsale. È fuori che lo rincorro, lo vivo. Dentro, di fronte al Padre chiedo la misericordia, la forza, di un amore più grande, ma fuori la metto in gioco! Chiedere la misericordia nella confessione è quindi riconoscerci amati. Riconoscere l’amore per confessare il peccato. È solo la contemplazione dell’amore concreto, infinito, dell’Eucarestia che fa scoprire la grandezza dell’amore che il Signore ci offre con il sacramento del perdono. Se non riconosciamo l’amore datoci dall’altro, il nostro chiedere perdono può diventare un semplice modo educato per chiedere scusa. Bello, segno di educazione, di riconoscere l’errore, ma non segno dell’amore che mi rilancia ad amare. La sorgente del perdono è sempre l’amore ricevuto e accolto da Gesù. Dire “Grazie”, riconoscere l’amore infinito di Dio, i suoi doni, il dono della vita, il dono della famiglia, dello sposo, dei figli, ci fa iniziare a parlare a Lui, non elencando quanto si è fatto, ma come non si è risposto all’infinita sua bontà, e all’uso che abbiamo fatto dei suoi doni. Quel sentirci peccatori in debito verso l’Amore vero ricevuto, ci fa vivere la confessione con sincero pentimento, ed il sacerdote con il suo abbraccio benedicente ci rilancia nella corsa all’amore.

Che bello che senza volerlo abbiamo iniziato 2 lunedì fa questo ciclo di incontri su guerra e pace, perdono e confessione e giusto venerdì anche il papà Francy ci ha guidato ad una penitenziale spiegando il valore della confessione, e anche la sacra scrittura nel tempo di quaresima ci guida al pentimento. Lo Spirito soffia verso la Pasqua.

Questo è il momento allora per lasciarci amare, per accorgerci di quanto amore ci circonda. Come rispondiamo a questo amore? Che direzione ha preso la nostra vita?

Vi salutiamo con le parole di Geremia, dandovi appuntamento a lunedì prossimo per concludere questo ciclo. “Peccatore, ti ho amato di amore eterno, per questo ho pietà e misericordia”.

Buona quaresima, buona confessione!

A presto

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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5 linguaggi del perdono

Riprendiamo da dove vi avevamo lasciato lunedì scorso a parlare di guerra in famiglia. Per parlare di altri aspetti che ci aiutano ad uscire dalla guerra con il nostro marito, con la nostra moglie ma anche con il prossimo.

Il primo aspetto, che vogliamo oggi considerare, è la richiesta di perdono-chiedere scusa. Per smorzare un conflitto è normale che occorra il perdono, che occorra saper chiedere scusa, soprattutto in un ambiente familiare, in un ambiante che si frequenta abitualmente, con persone che si conoscono molto bene. Il nostro problema è che più cerchiamo di chiarire, di spiegarci, di scusarci, di dialogare sull’accaduto è più buttiamo benzina sul fuoco! Forse anche a voi capita così.

Questo accade perché ci sono delle differenze fra il mondo maschile ed il mondo femminile, come sapete, e citiamo anche questa volta un Libro da leggere “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere” (di John Gray), ci sono delle differenze fra marito e moglie, nei vostri modi di essere, nelle differenze caratteriali, nei diversi linguaggi di amore, e anche nei diversi linguaggi di perdono che abbiamo. Vi facciamo due esempi: il linguaggio di amore di Ste è racchiuso nei piccoli gesti, nelle attenzioni, e quindi si sente amato quando Anna gli fa trovare un dolce pronto, una torta o la casa ordinata. Per Anna il linguaggio di amore principale è passare del tempo speciale insieme.

Abbiamo due linguaggi di amore differenti, ma abbiamo due linguaggi anche di perdono differenti. Ognuno ad un errore può rispondere a suo modo, e l’altro può percepire in modo diverso sia la gravità dell’errore che il modo di chiedere scusa. Facciamo un esempio molto semplice: tu sei fermo allo stop in auto e tua moglie arriva da dietro e ti tampona. Scendete dalla macchina e lei ti dice:

A. scusa, non l’ho fatto apposta.

B. scusa, sono mortificata. So di aver sbagliato. Ti chiedo perdono.

C. scusa, è tutta colpa mia.

D. scusa, ho sbagliato. Ma non ti preoccupare ci penso io con le auto e il carrozziere.

Forse ce ne sarebbero altre di risposte, quello che è certo è che non tutte sortiscono lo stesso effetto su chi ha subito il torto. Anna usa spesso con me la risposta A, per lei c’è stato il tamponamento, è dispiaciuta e mi ha chiesto scusa nel suo linguaggio. Ste ad una simile richiesta di scuse “Non l’ho fatto apposta!” si arrabbia ancor più, perché gli risponde: “Ci credo che non l’hai fatto apposta! Chi tampona la gente per volontà?” Il linguaggio del perdono di Ste è la risposta D.

Capite che esistono dei linguaggi diversi di chiedere scusa, e seppur uno ce la metta tutta per scusarsi e per attenuare un conflitto, a volte usa delle parole che lo accendono. Che bellezza queste nostre differenze! Che bellezza questi linguaggi diversi di dirsi l’amore! Tutto questo ci spinge ogni giorno a conoscere di più dell’altro, dell’uomo o della donna che a cui anni fa ho giurato amore e fedeltà.

L’amore è ricerca continua dell’amore. L’amore non si dirà mai arrivato, né sull’altare, né da innamorati, né dopo 50 anni di matrimonio.

Un’altra differenza che sta alla base del chiedere scusa è legata al peso che si dà ad un errore. Quello che per te può essere uno sbaglio da tragedia greca, per me è una mancanza di poco conto, che non ha conseguenze, o che è facilmente risolvibile. Avendo gli errori pesi diversi sulla mia bilancia e sulla tua rispondiamo con scuse di pari peso, non tenendo conto della tara dell’altro.

Solo conoscendo il linguaggio del perdono dell’altro possiamo riuscire a gestire diversamente il conflitto migliorando il rapporto interpersonale con l’altro, accettando le scuse e donandogli il nostro perdono. La persona umana ha insita in sè una sorprendente capacità di perdonare, di voler porre rimedio agli sbagli compiuti.

Qualcosa dentro di noi vuole sempre la riconciliazione. L’uomo quando subisce un torto chiede giustizia e riconciliazione. Ma se la giustizia porta un senso di soddisfazione, la riconciliazione va oltre, costruisce legami, aiuta a crescere, riappacifica il cuore. Gesù ci insegna spesso nelle pagine di Vangelo “misericordia io voglio non sacrificio” Mt 9,13. Cosa vuoi tu da chi ti ha ferito?

All’interno dell’ambito familiare i conflitti nascono perché non siamo stati abituati a chiedere scusa e a perdonare. L’orgoglio ci rende ciechi e non ci fa riconoscere lo sbaglio, e non ci fa inginocchiare ai piedi dell’altro per amarlo e per perdonarlo tutto! Per cancellare il peccato e, lavandogli i piedi, rigenerarlo nell’amore.

Per poter amare così, fino in fondo, dobbiamo guardare ancora a Lui, Maestro di vita. A colui che si è inginocchiato a lavare i piedi a chi lo ha tradito, a chi lo ha rinnegato, a chi è scappato nel momento del bisogno. Tu sapresti lavare i piedi al tuo sposo dopo uno di questi eventi? La quaresima arriva al suo apice nel Triduo Pasquale, che si apre con l’ultima cena e la lavanda dei piedi. Lì ti aspetta tua moglie, lì devi aspettare tuo marito per dirgli “Ti Amo”, “Amo tutto di te” anche se ci sono stati quell’errore, quello sbaglio, quella guerra, quei torti casalinghi.

Il perdono è dono d’amore che noi facciamo agli altri, ma che possiamo fare ad un altro solo se ci lasciamo perdonare da Dio. Solo chi si lascia perdonare sa perdonare fino in fondo. Se pensi di non sbagliare mai come puoi accogliere l’errore dell’altro? Se non ti lasci amare come puoi amare? Se non riconosci che la tua vita è un dono, la bellezza che ti circonda ti è donata, la pace è un dono, come puoi per-donare gli altri?

Il perdono è un dono che facciamo ad un altro, ma che facciamo in primis anche a noi che abbiamo ricevuto il torto. Perdonando l’altro facciamo pace con il nostro cuore. Spesso si resta nervosi, non si dorme la notte, ci si rode il fegato, si distrugge il corpo, si va a far yoga, e a trovare mille distrazioni e hobby per non voler guardare in faccia il peccato e perdonarlo. Per non voler guardare in faccia il fratello che ci ha fatto il male e non voler riconciliarci con lui. La sofferenza del non perdono, l’ira, la cattiveria ha effetti negativi anche sul nostro corpo. Perdonare è fare del bene a noi, al nostro cuore, al nostro corpo!

Non andate a letto se prima non vi siete chiariti, se non avete fatto pace, se non avete chiesto scusa! Edificate il vostro corpo, il vostro cuore, non distruggetelo con la rabbia accumulata. Una bellissima immagine ci viene suggerita da un libro che vi invitiamo ad appuntarvi, “I cinque linguaggi del perdono” di Gary Champan: una sincera richiesta di scusa mitiga anche i sensi di colpa. Immaginate che la vostra coscienza sia un recipiente da venti litri assicurato sulla vostra schiena. Tutte le volte in cui commettere un torto ai danni di un’altra persona, è come se versaste quattro litri di liquidi nella vostra coscienza. Dopo tre o tratto torti, la vostra coscienza di riempirebbe e voi avvertite il peso. Una coscienza oberata lascia l’individuo pieno di sensi di colpa e vergogna. L’unico modo per svuotare in modo efficace la coscienza consiste nel chiedere perdono a Dio e alla persona che avete offeso.

Perdono, ecco allora l’altra parola che ci viene suggerita nel nostro viaggio tra guerra e pace. Ci torneremo lunedì prossimo, donandovi uno spunto per la confessione. Concludiamo con un’ultima riflessione, come lunedì scorso, sottolineando che il perdono è una grazia che riceviamo gratuita ed infinita da Dio ma SE LO VOGLIAMO. E così lo doniamo all’altro se lo vogliamo. Il perdono se agisce senza la volontà dell’altro di riceverlo, non è riconciliante. il perdono di Dio è incondizionato e arriva sempre, ma l’altro devo riconoscersi pentito per farsi raggiungere.

Gesù sa di cosa abbiamo bisogno, sennò non sarebbe Dio, ma di fronte al bisogno umano domanda: cosa vuoi che io faccia per te? Non vedi che è cieco? Non vedi che Lazzaro è morto? Non vedi che è posseduto dal male? Gesù ci invita a fare un passo verso di Lui, a riconoscerlo. Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno, gli dice il ladrone sulla croce. Davvero costui era il figlio di Dio, dice il centurione. È da una nostra professione di fede che agisce la sua grazia.

Giuda non ha accettato il perdono, non ha riconosciuto che era Dio, non si è fatto abitare da quella grazia e, rispetto a Pietro e ai dodici, sappiamo che fine ha fatto. L’unico che non si è fatto abitare dal bene, l’unico rimasto schiavo del male, della guerra, del non perdono, del non chiedere scusa, l’unico ad essere morto quando la vita ha vinto.

Ci fermiamo. Torneremo lunedì prossimo a parlare di perdono e confessione.

Buona giornata

Non dimenticatevi questa sera di Scoprire quale linguaggio del perdono abita nel vostro sposo!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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La castità degli sposi è meravigliosa (2 parte)

Concludiamo oggi la riflessione sulla castità con le sue ulteriori tre caratteristiche concrete. Cosa è casto nel rapporto intimo degli sposi? Cliccate qui per leggere le prime tre già pubblicate nel precedente articolo.

  1. No agli anticoncezionali. I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione. Noi abbiamo fatto esperienza di entrambi. In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Avvalersi dei metodi naturali è castità perchè l’amore matriminiale chiede di accogliere tutta la persona amata. Se non possiamo accogliere tutto di lei o di lui siamo pronti ad attendere perchè non vogliamo accontentarci di una sola parte dell’altro. Solo vivendo l’intimità accogliendo tutto dell’altro saremo casti perchè c’è aderenza tra cuore e corpo.
  2. Un incontro non carnale ma totale. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità. Davvero l’orgasmo non è che una piccolissima parte di un piacere e di una gioia molto più profondi e belli. I preliminari, l’amplesso e l’abbraccio dopo sono un’insieme di sensazioni ed emozioni per nulla superficiali ma che portano benefici per tutta la persona. Le ore e i giorni dopo aver fatto l’amore così viviamo con più forza la nostra vita, il nostro lavoro, il rapporto con i nostri figli e anche la nostra fede perchè abbiamo , attraverso il nostro corpo, nutrito tutta la nostra persona di amore vero e concreto. La castità è un piacere completo e non un semplice orgasmo.
  3. E’ un gesto sacramentale e liturgico. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso del cuore (volontà-impegno), che si esprime con la parola , e poi confermano quel consenso del cuore con il corpo, si uniscono in intimità fisica, e da quel momento il sacramento del matrimonio è avvenuto e diventa efficace. Non entriamo qui in rare eccezioni. Questa è la normalità. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che quindi noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere (cuore, volontà, anima, corpo) nell’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha fatto insorgere il nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, che è molto simile in questo, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere lo Spirito Santo. Capite ora che gesto grande e profondo sia l’unione fisica degli sposi? Di come sia importante curarla, prepararla e perfezionarla? Che doni riceviamo? Ve li elenco soltanto. Se volete approfondirli ho scritto articoli specifici e li riprendo nel libro Sposi profeti dell’amore. I doni sono: effusione dello Spirito Santo (ne ho già accennato sopra), aumento della grazia santificante (comprendiamo meglio l’amore di Dio per noi facendone esperienza attraverso il nostro coniuge e al nostro dono reciproco), aumento dell’amore naturale e generazione di vita nuova (un rapporto fisico vissuto bene nella verità è sempre fecondo e generativo. Si genera sempre amore nuovo che poi gli sposi potranno spendere tra loro, con i figli e con tutte le persone che incontreranno durante i giorni a seguire)

Concludendo posso affermare che se sto cercando nella mia vita di essere casto non è perchè me lo dice la Chiesa, perchè voglio essere più bello e santo degli altri, ma lo faccio per un sano “egoismo”. Lasciatemi questo termine che rende l’idea. Perchè iniziando a percorrere questa strada ho sperimentato come il fare l’amore così, sia molto, ma mooooolto più bello e più pieno. Per questo non tornerei indietro. Non voglio accontentarmi di meno di questo. Costa fatica ma ne vale la pena. Come dice sempre Costanza Miriano: i cattolici lo fanno meglio. Questo è il modo per vivere questo gesto anche dopo vent’anni di matrimonio come noi, come una meraviglia sempre più grande. Per non finire quindi come tante altre coppie nel deserto sessuale e, di conseguenza, relazionale.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri Influencer dell’amore – L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

La castità degli sposi è meravigliosa (1 parte)

Questo vuole essere un articolo di sintesi. Dove metto insieme tante riflessioni già fatte. Quando ci capita nei nostri interventi di parlare di castità iniziano spesso i mugugni. Castità è una parola che non piace. Evoca sinonimi quali frustrazione e castrazione. Il contrario della libertà. La castità sembra poi essere qualcosa che riguardi solo la vita di alcuni giovani cristiani, i più bigotti e complessati, gente chiusa e incapace di aprirsi alla gioia. Il cristianesimo è gioia, e cosa c’è di più bello che fare l’amore quando ci si vuole bene. Questa è l’idea che serpeggia un po’ nel pensiero della maggioranza dei cristiani, che hanno smesso da un pezzo di ascoltare la Chiesa su questi temi. Alla fine che male c’è a seguire le nostre pulsioni? Se siamo entrambi d’accordo naturalmente. Sembra un atteggiamento saggio e rispettoso ma stanno davvero così le cose? Vedendo la sofferenza che c’è nelle relazioni affettive di oggi e il numero di separazioni anche tra chi si sposa sacramentalmente in chiesa forse non è tutto oro quello che luccica. Non è forse vera libertà.

Ora senza voler tornare alla dialettica del passato dove si esagerava nell’approccio verso il sesso e la sessualità, ricordiamo però che erano altri tempi, c’è da parlarne comunque. Non certo quindi evocando l’inferno, il peccato mortale e il demonio. Non ce n’è bisogno. Spesso l’inferno ce lo creiamo da soli con le nostre mani nel matrimonio. Bisogna cambiare approccio. Voglio parlare al vostro cuore. Esattamente come hanno fatto a suo tempo con me e Luisa. Io non avrei mai ascoltato un discorso moralista. Ho invece ascoltato chi mi ha proposto una meraviglia che poteva essere anche per noi. Un modo di vivere la relazione affettiva e sessuale in modo più bello, soddisfacente e pieno. La castità alla fine è questo. Nulla di castrante, ma al contrario è il solo atteggiamento che libera la nostra persona per aprirsi completamente all’altro nella fiducia e nella verità. Non me ne sono mai pentito.

In questo articolo non voglio parlare della castità prematrimoniale, ma della nostra di sposi cristiani. Già perchè la castità non riguarda solo i fidanzati che non possono lasciarsi andare alle gioie del sesso. Riguarda anche noi sposi che magari abbiamo 4 figli e vent’anni di matrimonio alle e sulle spalle. Che bello quando crescendo negli anni di matrimonio riusciamo a crescere anche nel saperci donare attraverso il corpo. Quando c’è sempre più aderenza tra quanto abbiamo nel cuore e quanto manifestiamo ed esprimiamo con il nostro corpo. Per noi sposi la castità significa saper far bene l’amore. Che bello quando il nostro dono reciproco diventa sempre più comunione di anima e corpo.

Come vivere concretamente la castità nel nostro matrimonio? Ho pensato di elencare alcuni punti che sono, a mio parere, fondamentali per vivere nella verità le nostre espressioni corporee dell’amore e quindi anche l’amplesso fisico.

  1. Corte continua. È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Capiva benissimo quando desideravo un rapporto intimo con lei. Bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Avere cura di questa dinamica significa trasformare il piacere da semplice orgasmo a culmine di un dialogo d’amore parlato al modo degli sposi: con la tenerezza. Il piacere viene arricchito di comunione di cuore e corpo. Tutta un’altra cosa. Questa è castità perchè il desiderio nasce da una vita di dono reciproco. Cuore e corpo sono allineati!
  2. Fedeltà. Credo sia importante dirlo perchè la fedeltà è molto più che non avere rapporti con altre donne o altri uomini. Questa è la base. La fedeltà è accogliere tutto dell’altro. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse. Solo così quello che staremo dicendo con il corpo, voglio tutto di te, avrà un’aderenza con il nostro cuore. Solo così sarà casto!
  3. No alla pornografia. Che male c’è a guardare video pornografici? Il male purtroppo c’è, e non solo per chi ne diventa dipendente. Cambia il nostro sguardo sull’altro. Non siamo più capaci di vedere tutta la persona ma solo parte di essa. E’ un problema che colpisce maggiormente l’uomo ma ultimamente sono sempre più coivolte anche le donne. Parlo quindi al marito ma non è solo per lui. L’uomo non è più capace di avere rapporti teneri con la propria donna. Il marito non riesce ad avere più rapporti teneri con la propria moglie. In genere vale per tutti. Questo accade perchè la donna è vista come un oggetto per il proprio appagamento sessuale. Perché ricercare la tenerezza (è il linguaggio dell’amore ndr) quando l’unico scopo è trarre un piacere sessuale? La donna viene usata. Se avete avuto modo di vederne, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. E’ dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti. Se invece vedi in quella persona l’occasione che il Signore ti ha dato per arrivare a Lui, allora cambia tutto. Allora sì che c’è la tenerezza. Allora sì che c’è il dono. Accogli il suo dono e ti dai totalmente a lei. Allora c’è una reciprocità, non c’è soltano uno sfruttamento dell’altro per il soddisfacimento di un impulso sessuale. C’è bisogno davvero di passare dal consumare pornografia a consumare il matrimonio. da consumare nella sua accezione latina cumsumere (usare/logorare) a quella di consummare (portare a compimento). La castità non logora il rapporto ma lo porta a compimento.

Domani proseguieremo con ulteriori tre caratteristiche. Non mancate!

Antonio e Luisa

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Guerra o pace.. a noi la scelta!

Un litigio è dare spazio al diavolo consentendogli di sgretolarci, distruggerci da dentro.

Non so se vi capita mai di litigare. Noi, come vedete dalle nostre foto sui social, non litighiamo mai. Siamo la famiglia del Mulino Bianco. Noo!! Saremmo dei bugiardi. Innanzitutto, non esiste quella famiglia e poi vi confessiamo, citando un bel libro, che i piatti volano anche a casa nostra (Il libro è: …E poi volarono i piatti. Come dal litigio può rinascere l’amore di Claudia e Roberto Reis).

A volte capita di litigare in un giorno bello, in un giorno di festa, e di fatto sembra che proprio quel giorno che attendevi, o che forse avevi sognato carico di pace, di bellezza, venga neanche a farlo apposta rovinato. A volte capita di litigare aprendo la porta di casa la sera al ritorno dal lavoro. Quello che doveva essere un ingresso normale in casa, dopo che non vedi il tuo amato dalla sera del giorno prima, si trasforma in un: “è meglio che stavo al lavoro”.

L’atmosfera calma, perfetta, la voglia di amore, la vita di pace che volevi vivere, rotta sul nascere magari per un piccolo evento, gesto, risposta, incomprensione che genera una serie di eventi concatenati che crescono e crescono, e crescono a tal punto che anche alla radio dopo due minuti senti annunciare: edizione straordinaria, è scoppiata la terza guerra mondiale nella famiglia dei “Cercatori di bellezza”. (Questo articolo l’avevamo iniziato il 21/01/2021, e questa che voleva essere una battuta delle nostre, oggi è una triste frase che lasciamo).

Il nostro duello può iniziare per diversi motivi: il possesso, l’orgoglio, la frustrazione per qualcosa, il sentirsi in colpa che può farti agire in modo sbagliato, il tono che si usa nel parlare, le differenze maschili e femminili, i caratteri diversi spesso opposti, lo stress o gli eventi esterni al noi di coppia che influiscono al suo interno e non da ultimo il come si è chiesto scusa. Sì, perché non c’è un modo per scusarsi, non c’è solo un linguaggio per chiedere scusa. Ma questo lo vedremo lunedì prossimo in un bellissimo articolo. ….(stay tuned!!)

In questo primo lunedì di “guerra e pace” vorremmo creare un’analogia tra televisione e vita familiare, sottolineare come i litigi avvengono anche nelle nostre famiglie, non solo fra Stati. Anche in casa nostra ci sono delle guerre, piccole o grandi, passeggere o durature.

Permetteteci allora un paragone molto semplicistico a quanto succede nel mondo. Non vogliamo ora dare una lettura psicologica di quanto sta succedendo, non siamo degli storici, non siamo politici e neppure sociologhi da salotti televisivi. Vorremmo solo mostrarvi che se spegnete la televisione, che in questo momento ci informa sulla guerra in Ucraina, lo schermo nero fungerà da specchio, e potremmo trovare riflessi i nostri volti di marito e di moglie.

Forse anche nelle nostre case viviamo o abbiamo vissuto un conflitto.

Forse anche noi per anni abbiamo portato avanti una situazione che non ci piaceva, magari anche a te moglie fa innervosire quando tuo marito non abbassa la tavoletta del water quando ha finito o non alza la ciambella prima di usarlo. Forse invece a te marito dà fastidio quel modo di fare di tua moglie. Magari ti arrabbi quando rientri a casa e dopo una giornataccia, ci sono i bambini ancora da sistemare, la cena non pronta, togli le scarpe e metti il piede su un lego fuori posto. Per chi ha i figli più grandi, in età adolescenziale, quando la porta di casa sembra quella di un saloon dove non fai in tempo ad entrare che già sei invitato ad uscire per un duello tra pistoleri.

Magari anche per voi una camicia non stirata è la goccia che fa traboccare il vaso e scoppia la guerra che fa ribaltare una giara delle nozze di Cana, e sai quante cattiverie vengono fuori e quanti stracci occorrono per asciugare.

Insomma, avete capito, provate a mettere i vostri esempi di litigio fra le nostre frasi sopra riportate e fate memoria di cosa era successo. Tu non litighi mai? Tu che invochi la pace, sei in pace con tutti? Quale giara stai riempiendo contro il tuo sposo? Quale evento fatichi a dimenticare e sei subito pronto a rinfacciare? ..

Come si esce da un conflitto? Riaccendete la tv, che per una volta ci mostra del buono.

Tanti sono i punti per uscirne

(1) in primis con il DIALOGO, sedersi al tavolo e con calma, parlare, raccontarsi che non vuol dire rinfacciarsi. Imparare a conoscere tua moglie, tuo marito, quali solo le sue preoccupazione, i suoi stati d’animo, quali sono i suoi desideri e cosa lo fa scattare, innervosire. Spesso con il passare degli anni di convivenza, di matrimonio trasformiamo il nostro vivere insieme in un’associazione di vita comune, perché tra il lavoro, gli hobby, i bambini e le cose da fare il dialogo con l’amato scompare, o viene sostituito solo da comunicazioni di vita comune: c’è da togliere i vestiti dall’asciugatrice, vado io a fare la spesa, accompagno io X a calcio o a danza. Ma quando ti sei fermato l’ultima volta a guardare negli occhi il tuo sposo? Quando ti sei fermata a dialogare con lui dei suoi stati d’animo? Provate a fermarvi questa sera, e guardatevi negli occhi per 30 secondi osservando solo il colore del suo iride. Da innamorati lo facevate, ora?

(2) Un secondo aspetto, quando non si riesce ad uscire con le proprie forze, quando non si riesce a sedersi al tavolo a chiacchierare è CHIEDERE AIUTO. Cercare quella figura che in termine bellico si chiama mediatore, può essere uno counselor, uno psicologo, un mediatore familiare, un religioso che vi aiuta a rileggere quanto è successo.

(3) Terzo aspetto sono le fonti di bene. Quando tu sei stanco qual è la tua fonte di bene? Una SPA, un massaggio, magari anche solo una sana dormita di qualche ora in più. Quando tu sei in conflitto con tua moglie, tuo marito, quali sono le FONTI DI BENE? Ce ne sono tante: possono essere degli amici che ti mostrano il bello della vostra coppia, il buono di tuo marito, di tua moglie. Sono amici che hanno parole di benedizione e guarigione. Amici che ti mostrano il volto bello dell’altro aiutandoti a fare memoria del passato. Sono dei percorsi per sposi, che ti lavorano dal di dentro. Possono essere dei libri che indicano la strada dell’amore, dei testi, magari questi articoli del blog.

E poi la parola di Dio che ogni giorno ci è data perché operi in noi. Martedì scorso si leggeva Isaia 55: “così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:non ritornerà a me senza effetto,senza aver operato ciò che desideroe senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. La parola di Dio è sempre forza per la nostra vita, per la nostra storia di amore, è incoraggiamento al bene, è aiuto nel bisogno, è medicina che cura, ristora, è sale che cambia le ferite, è lama che taglia il male.

(4) La tua volontà! Non puoi uscire da un conflitto se non vuoi uscire dal conflitto. (Scusate il giro di parole). In molti ti possono venire a parlare, amici dall’America o dalla Francia, arabi, cinesi ed israeliani, ma se non sei tu che vuoi deporre le armi e lasciarti amare il conflitto non si fermerà.

5) Ricorda che anche se hai sbagliato: tu non sei il tuo errore, lui non è il suo errore. Siamo fatti di carne e il male opera sempre e ci fa sbagliare, litigare, semina zizzania, cerca di creare divisione, ma tuo marito, tua moglie non è il suo male, non è il male che ha compiuto. Separa ciò che lui è, da ciò che lui ha fatto. Riparti dal perdono e dall’amore verso la persona, non verso il male commesso. Gesù non si è mai fermato al giudizio sul male commesso, ma ha guardato nel cuore di chi aveva davanti, ha guardato nei suoi occhi, ha amato di più al punto di curare con la forza dell’amore le ferite interiori da dove è uscito il peccato. Solo con l’amore curiamo e vinciamo il male.

Il Santo padre nell’angelus di domenica 6 marzo diceva:Fratelli e sorelle, mai entrare in dialogo con il diavolo: è più astuto di noi. Mai! Essere aggrappati alla Parola di Dio come Gesù e al massimo rispondere sempre con la Parola di Dio. E per questa strada non sbaglieremo.”

Ci sono ancora altri aspetti su cui vorremmo soffermarci, tra cui il perdono, la confessione, la grazia sacramentale. Torneremo nei prossimi lunedì, con altri spunti da guerra e pace.

Concludiamo facendovi ancora specchiare nella televisione, dove potrete vedere che tutto il mondo non vuole la guerra, non vuole conflitti, non vuole distruzione, chiusure. Non vuole costruire muri tra nessuno stato al mondo: quindi perché non credere che anche in famiglia si possa desiderare questa pace?

La famiglia è la prima forma di comunità cristiana benedetta dal Signore fin dalla creazione del mondo, più vecchia di ogni altro organismo sovranazionale: Nato, Onu, comunità europea. È il luogo in cui un uomo e una donna, due entità lontane, diverse, opposte si attraggono lasciando il loro mondo, i loro affetti, le loro famiglie e si uniscono in cammino, in un modo indissolubile per diventare segno tangibile di amore, per essere portatori di pace nel mondo.

Il mondo tifa per te famiglia! Il mondo tifa per la pace in famiglia! Tu che tifi per la pace tra Russia e Ucraina, tifi per la tua pace? Stai costruendo pace nella tua famiglia? Come stai portando la pace nella tua famiglia?

A lunedì prossimo, quando parleremo dei linguaggi del perdono. 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Padre nostro che sei nel nostro matrimonio

Martedi scorso, l’otto marzo, la liturgia ci ha proposto un passo tratto dal Vangelo di Matteo. Un brano molto conosciuto perchè Gesù ci insegna a pregare. Ci insegna il Padre Nostro. Vorrei riproporre un mio vecchio articolo dove ho analizzato le parole di questa bellissima preghiera. Parole antiche e straconosciute ma che noi sposi è giusto che impariamo a leggere alla luce del nostro stato di vita.

Padre nostro che sei nei cieli

Sei nostro padre, a te possiamo alzare lo sguardo quando non vediamo soluzioni, quando non ci bastiamo, quando ci sentiamo piccoli e deboli e la vita ci mette di fronte a muri che sembrano invalicabili. Noi non siamo soli a batterci per il nostro amore e la nostra famiglia, tu sei con noi e ogni giorno, se solo facessimo più attenzione, potremmo scorgere la tua mano e il tuo sostegno nella nostra vita.

Sia santificato il tuo nome.

Tu hai scommesso su di noi, ci hai consacrato ad essere tuoi strumenti, attraverso noi hai voluto mostrare al mondo il tuo amore. Rendeci capaci e degni di questo compito arduo ma meraviglioso. Non farci mai mancare la tua Grazia e usaci per i tuoi disegni.

Venga il tuo regno.

Aiutaci ad essere tuoi figli, vogliamo essere tuoi, appartenere al tuo regno, al regno dell’amore. Aiutaci a liberarci dal giogo dell’egoismo e farci pane spezzato l’uno per l’altra.

Sia fatta la tua volontà.

Aiutaci a comprendere che siamo piccoli e non riusciamo a vedere oltre il nostro orizzonte che spesso è molto limitato. Aiutaci ad accettare ciò che la vita ci preserva e a farne occasione per unirci ed amarci ancora di più. Aiutaci ad abbandonarci a te, nelle tue braccia, soprattutto quando il mare in cui navighiamo è tempestoso e rischiamo di affondare.

Come in cielo così in terra

Si perchè se riusciamo a vivere questa perfetta letizia del docile abbandono a te, saremo in grado di vivere nella pace e nell’amore indipendentemente da tutto e da tutti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Dacci il nostro pane, frutto del nostro lavoro e aiutaci a trovare un lavoro se non l’abbiamo. Ma questo non basta. Abbiamo bisogno del pane per lo spirito. Ascolta questi umili sposi e colmaci della tua Grazia, del tuo amore che salva e che rimargina le nostre ferite.

Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Grazie Signore. Se siamo capaci di perdonarci e superare il male che ci facciamo, i peccati che vogliono dividerci, le fragilità che non ci permettono di donarci in pienezza, è perchè tu ci hai perdonato per primo, tu ci hai guardato con quello sguardo di meraviglia e di desiderio come nessuno ci ha mai guardato e questo è nutrimento per il cuore, è balsamo che cura. Grazie a quello sguardo siamo capaci di vedere nell’altro/a ciò che tu vedi.

Non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male.

Le tentazioni sono tante, abbiamo tante povertà, tanti punti deboli. Lussuria e invidia nello sguardo, avarizia nella tenerezza, superbia nel giudizio, gola nei piaceri, ira nei sentimenti e accidia nell’atteggiamento. Ognuno ha il suo, ma tutti abbiamo bisogno del Tuo sostegno per combattere le nostre debolezze che possono distruggere come le piccole volpi del Cantico dei Cantici il nostro matrimonio.

Amen

Antonio e Luisa

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Ti sazierà in terreni aridi

Nell’articolo di oggi ho voluto riprendere la prima lettura di sabato scorso. Credo che ci possa aiutare moltissimo e dirci tanto su come dobbiamo guardare alla nostra relazione sponsale. Mi soffermo solo su poche righe:

Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono.
(Isaia 58, 10-11)

E’ un passo della Bibbia che sembra scritto per noi sposi. Una vera missione. E’ esattamente quello che promettiamo durante la celebrazione delle nozze. Questi versetti cancellano tutto il romanticume che caratterizza le nostre relazioni. Innamoramento ed amore non sono la stessa cosa. Innamorarsi è parte della nostra sfera emotiva e sentimentale. Quando mi innamoro ho bisogno di avere accanto quella persona per poterla guardare, per poterla toccare, per poterle parlare. Basta la sua presenza per darmi piacere. Non è così? Io mi sono innamorato di Luisa. Se non mi fossi innamorato di lei non avrei neanche poi scelto di sposarla e di amarla. Però l’innamoramento non è ciò che può e deve fare la differenza poi nella vita matrimoniale.

Lo pensa anche don Fabio Rosini che in modo molto provocatorio tempo fa ebbe a dire: Mai sposarsi da innamorati. Se siete innamorati non sposatevi perché nell’innamoramento non c’è senso del reale. Solo quando avrai realizzato che accanto a te c’è un disgraziato, un bambino oppure una nevrastenica, un’isterica, solo quando i suoi difetti non saranno più buffi, ma odiosi, allora lo/la amerai davvero. 

Don Fabio ha detto una grande verità. Quando si è innamorati è bellissimo! Quando si è innamorati non si fa fatica a stare accanto a quella persona. Quando si è innamorati però non stiamo decentrando il nostro sguardo. Parliamo sempre dell’altro ma sempre in relazione a noi. Quando siamo innamorati, è brutto dirlo, non è per nulla romantico, ma l’altro diventa un mezzo. Perchè al centro ci siamo noi. Strano vero. Quando crediamo che l’altro sia il nostro tutto in realtà stiamo dicendo che l’altro è tutto quello che ci serve per saziare il nostro cuore che anela a lui/lei. Ma il centro di tutto siamo noi con le nostre emozioni. Capite che questo non è amore o meglio non siamo sicuri che sia amore.

Quando diventa amore? Quando il nostro prenderci cura, i nostri abbracci, il nostro ascolto, il nostro esserci, non dipende da quanto ci viene facile e da quanto sentiamo emotivamente l’amore. Già perchè in una vita insieme le emozioni e i sentimenti cambiano perchè noi cambiamo. Le emozioni giovanili non sono quelle dell’età matura. Senza contare che le emozioni dipendono da tantissime variabili. Dipendono da come stiamo, dai problemi e dalle preoccupazioni che ci appesantiscono, da come l’altro si comporta. Insomma se l’amore dipendesse da quanto l’altro sfama il nostro bisogno emotivo staremmo continuamente sulle montagne russe. Invece quando l’amore diventa scelta tutto cambia e impariamo a donarci al modo di Gesù e come promettiamo il giorno delle nozze.

La cosa bella è che Luisa non è sempre perfetta, non è sempre accogliente, io non sono sempre attratto allo stesso modo da lei, non sento sempre un innamoramento che mi provoca un tuffo al cuore. Eppure cerco di amarla sempre. Ancora più bello è sapere che lei fa lo stesso con me. Questo credo che sia il segreto di un matrimonio che funziona. Io scelgo di amare lei e lei sceglie di amare me anche quando attraversiamo periodi difficili ed aridi. Poi l’innamoramento torna, torna arricchito della gratitudine di quell’amore faticoso che ci siamo donati vicendevolmente senza mollare mai. Ed è così che entriamo nell’atteggiamento del vero dono e nel vero dono troviamo il pane che sfama, troviamo Colui che si è fatto pane spezzato per noi. Ed è così che i versetti del libro di Isaia trovano concretezza nella nostra vita: Se offrirai il pane all’affamato……ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi.

Antonio e Luisa

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Un metodo naturale per fare l’amore.

Si può fare l’amore se non si vuole cercare un figlio? Come vivere quel rapporto d’amore perché sia libero e naturale?  Oppure, e se quel figlio non arriva? Se quel dono d’amore che cercate da tempo non ha trovato risposta, come vivere quei rapporti? Chi ci può aiutare? A chi chiedere?

Oggi per svegliarci in questo ultimo lunedì di febbraio, iniziamo con delle domande toste, che forse non son domande da colazione, ma che ci permettono di fare luce su un ultimo aspetto del fare l’amore che sono i metodi naturali. Cosa sono? Sai usarli? Come si imparano? Fai da te?

In primis ci teniamo a sottolineare che i metodi naturali non si imparano con il “fai da te”. Ad amare, si impara dagli esempi che abbiamo davanti fin da bambini. Si impara da mamma e papà la bellezza di un abbraccio, di un bacio, di un sorriso; è dall’amore che ricevo che imparo ad amare. Il più grande insegnante dell’amore è Colui che è Amore, Colui che ci ha saputo amare domando la vita sulla croce, per-donandoci, facendoci cioè dono della salvezza eterna, del suo amore, della sua vita. Così come quindi si impara a guidare la macchina facendo scuola guida, si studia per svolgere una professione, per amare dobbiamo guardare al Maestro dell’amore, mettendoci in ascolto della parola di Dio e in preghiera. Gli stessi metodi naturali quindi si possono imparare in un fai da te? No. Anche se tu avessi due lauree, se tu sapessi leggere tabelle e grafici, se fossi anche il primo chimico o fisico italiano, i metodi naturali non son per il fai da te.

Oggi più che mai, in una società che non insegna l’amore, che non insegna la fedeltà, che non edifica maschi e femmine, che sviluppa una vita provvisoria, che distrugge la sessualità chiamandola piacere non amore, abbiamo bisogno di essere guidati all’amore e a come vivere la nostra relazione sessuale all’interno di una relazione d’amore. Abbiamo bisogno di capire che non ci siamo fatti da soli, e che non è mai un male chiedere.

I metodi naturali non sono una semplice applicazione scientifica e strumentale che va ad analizzare la fertilità, se il corpo dell’uomo e della donna sono idonei alla vita, ma abbracciano aspetti umanistici, pedagogici, psicologici, e religiosi, che si appoggiano certamente a criteri scientifici ma poi li travalicano.

I metodi naturali ci insegnano quindi che ci si può affidare a qualcuno per essere aiutati a vivere una sessualità, una relazione d’amore responsabile ma totalizzante. Ci insegnano che ci si può affidare a qualcuno per essere aiutati nell’attesa del dono della vita. Quante coppie che non riescono ad avere figli, quanti giovani sposi che ricercano una gravidanza ma sono lasciati soli, ed incoraggiati solo da esami che non insegnano l’amore di coppia, amore che è alla base della generatività.

I metodi naturali ci insegnano che l’amore non è un fai da te, ma una conoscenza di sè e dell’altro! Non è solo un uomo ad infilarsi un preservativo o la donna a prendere una pillola. I metodi naturali ci insegnano a conoscerci l’un l’altro, a conoscere il corpo della donna, ma anche quello dell’uomo. I tempi di attesa, di fertilità, di infertilità di una donna.

I metodi naturali ci indicano una strada green del fare l’amore! In un mondo dove ci piace la frutta bio, perché è più buona, e Il mangiar sano, dove ci piacciono le aree verdi, la natura, dove si cerca di non inquinare, di trasformare sempre più il nostro vivere in modo ecologicamente sostenibile, viviamo la contraddizione dei rapporti sessuali artificiali! Ci piace andare in palestra, fare Yoga, attività all’aria aperta, e non ci piacciono le restrizioni come la mascherina da indossare all’aperto o al chiuso, non ci piacciono i limiti imposti alla nostra vita serena che vivevamo fino a 2 anni fa, ma forse non ti sei accorto che il tuo rapporto d’amore indossa la mascherina, che limita la tua vita e la vita dell’altro.

Se le persone fossero dei genitali, scusate l’esempio, capiremmo che le protezioni da covid le usiamo da sempre: se usi il preservativo: è come se indossassi la mascherina ogni volta che vuoi salutare ed abbracciare un tuo parente, ogni volta che vuoi baciare tua moglie indossi la mascherina, oppure se usi la pillola, e sei un genitale, il covid sempre insegna, che esci da quella casa e ti butti addosso tanto di quel gel disinfettante, lavi le scarpe e vestiti per non portare nulla di quel luogo. Ma questo è l’amore naturale che tu vuoi vivere? Questa società è quella che ti piace vivere?

In un mondo dove iniziamo a festeggiavano la fine delle restrizioni, quando festeggerai in camera tua l’inizio dell’amore (senza limitazioni)?

I metodi naturali sono uno strumento che ci permette di conoscere la ciclicità del corpo della donna. Ci permette di imparare a vivere il tempo dell’attesa, il tempo fertile, il tempo del riposo. Tempi che vive anche la natura, che forse fin da bambino conosci. Sai benissimo che d’inverno c’è il freddo e non si semina l’orto e non crescono i fiori, o non si va al mare, d’estate invece… in primavera.. Di sera si va a nanna, la mattina sorge il sole e ci si alza per vivere la giornata. Se ti vuoi alzare alle 3 di notte e andare a fare una nuotata, nonostante la società attuale stia cercando di rendere tutti i servizi h24, forse ti sarà ancora difficile farlo e infatti sai attendere fino alla mattina. Lo stesso vale con il corpo della donna, puoi attendere i giorni non fertili per fare l’amore. E puoi conoscere di più del tempo vostro d’amore.

Sai gli orari del supermercato, quelli della farmacia, ma non sai quanto dura il ciclo di tua moglie. Non sai magari che il corpo della donna è fertile solo 16 ore in un mese, e gli spermatozoi muoiono dopo 72 ore. O sai che in ogni eiaculazione escono tra i 30 milioni a 1 miliardo di spermatozoi. Ma come canta Gianni Morandi: uno su mille ce la fa!  

I metodi naturali sono sicuri al 100%? No! Ma forse non saprai che neanche il preservativo ti dà una sicurezza di non rimanere in gravidanza al 100% e neanche al pillola. Ti riportiamo alcuni dati parziali: secondo l’indice di Pearl la percentuale di gravidanze indesiderate con l’utilizzo dei metodi sintotermici è 0,4 con l’uso del preservativo è pari a 5 con l’uso del diaframma 6.

Sta a te, basarti su una incertezza data da uno strumento artificiale o basarti su una certezza data da una tua conoscenza, un’attesa, un’attenzione. Cosa scegli? 

I metodi naturali sono la strada per vivere un amore vero, pieno e totalizzante. Un Amore vero è quello capace di donarsi tutto, con gratuità e senza paletti. Gli unici limiti sono quelli che caratterizzano il tuo essere uomo/donna, originati dal peccato, ma che l’Amore dell’altro è capace di accogliere. In tutto questo il corpo fa da collante. Il tuo corpo dice ciò che sei, ed esprime ogni singola tua volontà di donare e accogliere al tempo stesso. Se non sei capace di questo, puoi dire di volere davvero il Bene per l’altro?

Amare vuol dire ricercare il bene per l’altro, e il corpo è quella parte di noi che ci permette di vivere questo gesto gratuito. Ci permette quel gesto di dono totale che rimane Sacro anche quando non c’è spazio per un terzo. Smettere di fare l’amore per paura, non è ricercare il bene per l’altro, vuol dire solo vivere l’amore per metà. I metodi naturali ti permettono allora di non vivere per meno di un Amore totale.

La mentalità odierna ci spinge a pensare sempre più che il Tu sia un bisogno per l’Io, e che Tu insieme al tuo corpo sei lo strumento per soddisfare i miei bisogni. I metodi naturali ti insegnano invece il contrario. Ciò che tu doni con il tuo corpo, è sacramentalmente accolto dall’altro, che ne comprende e accoglie le sue bellezze, le sue funzioni, i suoi tempi, le sue capacità e anche i suoi limiti.

I metodi naturali insegnano ad accogliere i limiti dell’uomo e della donna. Di fronte ad una fatica nel ricercare una gravidanza, spesso ci si convince che “no, non è possibile.. faremo di tutto pur di averlo”.. e così si arriva a pensare che l’uomo può tutto e non accetta la sua vulnerabilità.

Ci fermiamo qua, potremmo dire ancora tanto, non è un tema piccolo, e come dicevamo non vogliamo fare un tutorial online dei metodi naturali, inciteremmo il fai da te.

Concludiamo informandoti che esistono delle figure che sono insegnanti di metodi naturali, operatori di BIOfertilità e vorremmo lasciarti alcune domande: come vivo la mia sessualità? Come amo il dono che il Signore mi ha posto accanto? Come faccio l’amore? Sono aperto alla vita? I miei genitali sono in assetto da covid da quanti anni? Oppure, perché non affidarci a qualcuno se quella gravidanza non arriva? Perché non chiedere aiuto? Perché non voler conoscere di più del funzionamento del nostro corpo?

Se vuoi approfondire il tema vi lasciamo la nostra mail: annastecolzani@gmail.com

Contattateci senza vergogna e timore.

 A presto.

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Fare l’amore? … O solo piacere?

Fare l’amore! Solo piacere o rimanere aperti alla vita? Possesso o libertà?

Piacere mio, piacere tuo, o piacere nostro?

Oggi vogliamo unire gli spunti degli articoli dei lunedì precedenti, (potrete ricercare sulla nostra pagina facebook o sul blog di matrimonio Cristiano) quando abbiamo parlato del custodire la vita sempre, e della bellezza del gesto d’amore, della vita che si genera sempre tra la coppia, del dono che è l’altro per me, dell’eternità in cui bisogna vivere un atto di amore.

Oggi proviamo ad intrecciare amore, vita e piacere..

Vi diamo in primis dei dati, i nati in Italia nel 2021 sono stati circa 400.000, in continuo calo.

Sapendo come si fa a procreare tra un uomo ed una donna, riaffermando che i figli sono un dono del Signore, vorremmo dapprima domandarci da cosa dipende questo riduzione della natalità e se ciò ha un nesso con il fare l’amore, con l’amarci, con il nostro vivere la sessualità e il piacere di coppia.

Proviamo a trovare delle ragioni:

  • Forse non si fa più l’amore? O Si fa poco l’amore? L’evoluzione dei media, del digitale, della tecnologia ha portato ad avere un’offerta televisiva più che allargata. Ma può essere che Netflix, Prime, Sky, Dazn, Disney e i cellulari ci abbiano rubato l’amore?
  • Forse i tempi sono peggiorati e sia economicamente che lavorativamente, viviamo una fatica maggiore delle spese familiari, ed è giusto che ognuno faccia scelte responsabili. Bisognerebbe a volte valutare se non scegliamo un benessere a cinque stelle a una nuova vita.
  • Forse la paura per il futuro, l’incertezza per il domani, il surriscaldamento globale, il sovraffollamento terrestre, le politiche antidemografiche statali ci spingono a non scegliere la vita. Una vita che nasce è sempre speranza sul domani! (Vedi il nostro post del 24 gennaio)
  • Forse siamo talmente tutti capaci di seguire i metodi naturali (di cui parleremo lunedì prossimo..) che l’amore lo facciamo 20 giorni su 30 ogni mese senza concepire nuova vita.
  • Forse l’amore è sempre in modalità contraccettiva, che sia pillola o preservativo o altro, scegliete voi quello che vi piace di più. Il risultato è che forse, si fa l’amore sempre attenti, protetti, sicuri, con il freno a mano tirato.
  • Forse stiamo perdendo quel senso naturale di attrazione che ci spinge a fare l’amore, assuefatti dai cellulari, dall’iperconnessione, o stancati da una società che aumenta lo stress, la fatica, che ci chiede sempre di più, non lasciando spazio all’amore.
  • Forse son altri i motivi che ci fanno fare o no l’amore, quel gesto attrattivo, istintivo e procreativo, e al suo interno di scegliere se restare aperti o no alla vita.

I due aspetti, amare e procreare, non son separati, all’interno del gesto d’amore sappiamo che nasce la vita. Non possiamo scindere le due cose o se lo facciamo non si chiamerebbe amore, forse lo si chiamerebbe solo sesso, che è una ricerca del piacere che utilizza il corpo ma non è amore! Allora se il mio fare l’amore ruota intorno ad un godimento, potrei scegliere di ricercare il piacere mangiando il mio piatto preferito o bevendo una bottiglia di vino.

Certe cose sono collegate, io vado a giocare a calcetto per fare anche goal, se tutti giocassimo solo per passarci il pallone non la chiameremmo partita. Non si può fare sempre goal ma sappiamo che giocando si fa quello.

Guido la macchina perché devo andare in un posto, cucino per poi mangiare. Faccio l’amore per generare vita. Invece la differenza sta qua, nel fatto che l’amore lo facciamo castrato, solo per il nostro piacere!

Perché allora amiamo senza essere aperti alla vita? Come si può amare, fare l’amore restando aperti alla vita? Che non vuol dire rischiare di avere un figlio all’anno! Si può essere aperti alla vita, senza rimanere in gravidanza, vivendo una responsabilità familiare.

Amare nel suo senso completo, e fare l’amore, non è rincorrere solo un piacere.

Non si sta con una persona perché è bello avere qualcuno accanto, e non ci si può sposare solo per indossare l’abito bianco una volta nella vita. Amare presuppone una scelta che include gioia, piacere, felicità, ma anche sacrificio, passione, fatica, rinuncia. Amare è accogliere tutto dell’altro, è donarsi interamente ad un altro non solo quando posso o voglio o mi fa piacere, è voler il bene dell’altro prima del mio.

Amare, e quindi anche unirsi nel fare l’amore, non è un più allora un gesto finalizzato al piacere, che viene messo e incastrato nella nostra settimana perché bello. Ma assume un significato più grande, più totale, più completo!

L’amare e il fare l’amore non è un piacere del lunedì sera perché non ci sono le coppe, o del sabato sera perché domani non si lavora, e il resto della settimana lascio che gli altri miei hobby, piaceri, interessi, idoli abbiamo la meglio sull’amore. Amare non è dirsi ti amo, ma al martedì ho piscina, mercoledì calcetto, giovedì bowling, venerdì birra con amici, perché così è fare dell’amore un abbonamento del lunedì o del sabato sera, è ridurlo ad un piacere consumistico come sono gli altri interessi personali che ho, che hai.

Amare è guardare all’altro prima dei miei interessi, del mio piacere, è volere il meglio per l’altro prima del mio.

Quando si ha un figlio i suoi bisogni, le attenzioni, le cure prevarranno in forza dell’amore sui miei, sulle ore di sonno, sul tempo libero del week end, sul tempo post lavorativo, sennò come posso amare mio figlio?

Il proprio coniuge, lo si deve amare con un amore più grande del figlio, perché il primo figlio della coppia è la coppia stessa, perché più grande dev’essere sempre l’amore verso mio marito e verso mia moglie; questo vuol dire che se un bambino chiede 100 del mio tempo, al mio coniuge devo donare 200 anche se non me lo chiede perché da persona adulta, autonoma non ha il necessario bisogno di papà o di mamma.

Se scelgo i miei hobby, il mio piacere, perché son ricurvo su me sesso volendo soddisfare il mio benessere e non quello dell’altro, che amore vivo?

Guardiamo a figure che hanno amato e che non sono diventati biologicamente padri o madri; prendiamo Santa Madre Teresa o San Giovanni Paolo II, chiediamo a loro se sceglievano il loro piacere personale o se sceglievano di donare vita, di spendersi per amore.

Ora ritorniamo al nostro fare l’amore, amare.. e generare vita.

Fare l’amore genera sempre vita, mi apre sempre all’altro, alla comunità, agli amici, o ad un figlio. Fare l’amore è amare in modo totale che genera una forza che spinge ad uscire da se stessi e dalla coppia.

Un figlio che nasce, sia in modo spirituale o carnale, chiede tantissimo tempo, cura, attenzioni, impegno, sacrificio alla coppia, dona gioia, piacere, bellezza, vita. Son le caratteristiche che dicevamo prima dell’amore. Ciò che non toglie è l’amare quindi e il fare l’amore, che si ravviva, cambia, muta, cresce nella coppia ma non viene meno.

Se scelgo di amare ma metto i “se” davanti, per paura di non riuscire ad uscire il sabato sera con gli amici, o di togliere o diminuire i miei hobby, i miei piaceri per far spazio all’altro, non sto amando nè il mio coniuge, nè la vita.

Credere di amare, ma solo quando ho tempo e piacere, è un amore a chiamata.

Amare è sempre, per sempre e totale. E non toglierà mai nulla di ciò che è mio, ma ce lo ridonerà nella libertà dell’amore che l’altro ci donerà, e quindi amplificato, più bello, ripulito da quello che può essere un solo piacere personale.

Vi salutiamo lasciandovi con una domanda: quando fai l’amore cerchi solo un piacere, o vivi l’amore e resti aperto alla vita?

A lunedì prossimo quando parleremo dei metodi naturali.

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Facciamo l’amore! .. buon San Valentino

Facciamo l’amore ..

Lo scorso lunedì abbiamo iniziato a scrivere circa l’accoglienza al dono della vita, al prendersi cura della vita. Oggi vogliamo andare un po’ di più sotto le coperte, domandarvi quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore? Hai mai parlato con lei di cosa le piace di quei gesti? Hai mai parlato con lui di quanti figli vorreste?

Fare l’amore vuol dire aprirsi alla vita. Dietro ad un gesto bello troviamo una conseguenza gigante, altrettanto bella, ma che ti cambia la vita. Fare l’amore non include solo tutto ciò che potremmo chiamare Eros, un’attrazione che porta a dei gesti che anche in natura gli animali compiono e da cui se ne trae piacere, ma include quella parte grande che possiamo chiamare tenerezza che deve abitare l’amore della coppia. Quella parte che spesso è più femminile, ma che deve invece appartenere ad entrambi. Fare l’amore è un’azione che non è finalizzata al piacere di coppia, o personale, ma a generare vita, a generare amore.

Molte coppie in certi periodi si trovano a vivere una sessualità che lascia poco spazio all’amore e tanto al solo piacere personale. In questo modo si rischia nel lungo periodo di svilire, sprecare, abbassare la bellezza che racchiude, si rischia di trovare solo noia, routine, che trasforma il gesto più bello dell’amore coniugale in una fatica, in qualcosa di difficile, di doloroso. Questi son campanelli di allarme che ci devono far interrogare su come viviamo la nostra intimità, ci devono spingere a dialogare, a domandarci cosa provi tu, capendo dove si è creata quella routine o quella ferita non detta. Imparando dal dialogo ad educarci vicendevolmente ad un amore sempre più bello.

Fare l’amore è un gesto bellissimo! Che la Chiesa dice di fare! Che Dio ha messo nelle mani dell’uomo fin dalla sua creazione. È l’unione dei corpi, il compimento del dono totale d’amore, l’uno e l’altro che si donano totalmente, che si mostrano nudi, senza vergogna, senza paura, ma in totale tranquillità, affidamento, apertura all’altro. In un habitat di gesti di tenerezza, in un habitat di fedeltà, di libertà, e in uno spazio temporale che non ha fine e non ha inizio. Fare l’amore per una coppia di sposi è sancire con il corpo quello che si è promesso con la voce, con un anello, con una cerimonia, è vivere il dono che è l’altro, che Qualcun’altro ha pensato per te, senza possesso, senza pretesa, con cura, attenzione, preziosità.

Fare l’amore è un gesto che genera vita sempre! Non solo quando si concepisce un figlio, ma ogni volta genera vita, perché una coppia che si ama, non riesce a trattenere quella gioia solo per lei, ma la esterna anche agli altri, aprendosi all’accoglienza e all’amore del prossimo. Come dicevamo, il primo figlio della coppia è la coppia stessa, e allora fare l’amore è generare vita nella coppia, alla coppia!

Fare l’amore, è un’azione che non si conclude in quel tempo specifico, non è guardare un film alla tv: spenta la tv finito l’amore. Il corpo dell’altro non è un interruttore della luce: accendi la luce facciamo l’amore. Fare l’amore è un’azione attiva che coinvolge tutta la mia persona, la mia giornata, la mia vita e la tua vita, la giornata dell’altro con tutti i suoi pensieri, con quello che ha vissuto, che deve fare, che prova. È da preparare allora l’amore, è da cercare, è da costruire. Da fidanzato facevi di tutto per lei, per stupirla, per conquistarla, per amarla.. la portavi a cena fuori, la portavi al cinema o a ballare, gli facevi regali, gli compravi un mazzo di fiori, sceglievi di portarla in posti unici a vedere il sole sorgere o tramontare. Lei si preparava tutta bella, truccata, vestita elegante, e facilmente si lasciava stupire da te. In tutti questi gesti di cura e attenzione, preparavi il terreno per un amore più grande, per imparare ad amarvi di più! Ora prepari il tuo terreno? Non si può andare in palestra se non prepari con cura la borsa e curi la tua alimentazione, non puoi mangiare una torta se non hai gli ingredienti, se non la prepari se non ci perdi del tempo.

Prepara l’amore! Ogni mattina..

Oggi ci fermiamo qua, di spunti per questa sera ce ne sono: Buon San Valentino!

To Be continued – Lunedì prossimo parleremo di amore-vita-piacere

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Ci arrabbiamo perchè siamo deboli. La rabbia nella coppia.

Oggi affrontiamo un discorso spesso poco poco preso in considerazione. Si fa fatica a tirarlo fuori nelle conversazioni con amici e parenti. Si fa fatica perchè racconta una parte di noi che vorremmo nascondere e della quale ci vergogniamo. Parliamo di rabbia. La rabbia accompagna la vita di tante persone. La rabbia è un’emozione che caratterizza più o meno tutti. Fa parte della nostra umanità ed è la nostra risposta alle difficoltà della vita, a ciò che ci provoca dolore e sofferenza. La rabbia è il nostro modo di manifestare la frustrazione. Nella coppia la rabbia è una dinamica che può portare a tanti problemi, tanta sofferenza e tanta divisione.

Cosa fare? Ci sono due diversi ambiti di intervento. Intervenire sulle cause e intervenire sulle manifestazioni con cui la tiriamo fuori.

Le cause della rabbia. Ci monta la rabbia perchè non riusciamo a soddisfare un bisogno o un desiderio. Ci monta la rabbia perchè la realtà non è come noi vorremmo. Ci monta la rabbia perchè l’altro non si comporta secondo le nostre aspettative o perchè non ci viene riconosciuto quanto vorremmo e crediamo di meritare. Insomma la rabbia è una risposta fisica ed emotiva alla frustrazione. Frustrazione dovuta ad una sofferenza. La rabbia è pertanto sintomo di debolezza. Più siamo deboli e più ci arrabbiamo. Più siamo deboli e più ci sentiamo inadeguati e impreparati ad affrontare una determinata situazione, una critica, un atteggiamento o quant’altro, e più cercheremo di mostrarci forti con l’aggressività e con la rabbia che monta dentro di noi. Cosa fare? Mettere un confine. Questo lo insegnano bene Claudia e Roberto di Amati per Amare. Mettere un confine significa custodire una parte di noi dove ci sentiamo realizzati, amati e belli nonostante ciò che può avvenire fuori di noi. Nonostante ciò che avviene nelle nostre relazioni affettive, nel nostro lavoro e nella nostra vita in genere. Più saremo capaci di crescere nella nostra autostima e nella consapevolezza che valiamo sempre e comunque, più comprenderemo che siamo amati da Dio sempre, e meno cadremo nella frustrazione e nella rabbia. Io mi sono reso conto nella mia vita di quanto tutto questo sia vero. Appena sposato ero molto aggressivo e avevo tanta rabbia dentro. Perchè ero molto debole ed insicuro. Non ho mai usato violenza verso la mia sposa e verso i figli sia chiaro, ma verso le cose si. Urla, pugni sulla porta e lancio di oggetti contro il muro mi è successo di farlo. Ero giovane. molto debole caratterialmente e poco maturo. Mi sono trovato con una moglie e due figli nel giro di poco. Chi te l’ha fatto fare? L’ho scelto io ma ero comunque impreparato e non sapevo cosa significasse la responsabilità di una famiglia. Mi sono trovato davvero in difficoltà e quindi molto arrabbiato. Avevo tutto ma mi sentivo completamente impreparato e inadeguato a vivere quella vita. La mia sposa ha avuto tanta pazienza nel sapermi aspettare. Ha visto oltre quello che sapevo e potevo dare in quel periodo. Negli anni di matrimonio sono diventato più forte e anche la rabbia ora mi colpisce molto meno di prima.

La rabbia va buttata fuori. La rabbia è un’emozione. Ciò significa che tende ad accendersi e a spegnersi nel giro di breve tempo. Rischia però, se repressa e negata, di trasformarsi in un sentimento di rancore. Il sentimento è qualcosa di molto più durevole e difficile da estirpare quando negativo. La rabbia repressa continua ad accumularsi dentro di noi e porta spesso addirittura a malattie psicosomatiche. Insomma è un veleno che piano piano uccide le nostre relazioni e anche il nostro corpo. Attenzione quindi a non trattenerla. Non è la mossa giusta!

Come buttarla fuori? Non fate l’errore di tirare fuori tutta la rabbia tra di voi. La rabbia è un’emozione quindi non è un peccato. Non colpevolizzatevi se provate rabbia. Lo diventa se lasciamo che si trasformi in ira. L’ira è la rabbia non controllata, è la rabbia che ci domina e ci conduce a compiere il male. Quando si è irati non solo si urla, ma si dicono anche parole di cui poi spesso ci si pente. Per non parlare poi di chi usa violenza fisica. Senza arrivare alle relazioni tossiche e violente, quanto male ci facciamo anche solo con le parole! Se siete arrabbiati non sfogatevi mai con vostro marito o con vostra moglie. So benissimo che la tentazione di farlo è fortissima. E’ la persona che avete più vicino e quella con la quale vi potete mostrare maggiormente per come siete. E’ però anche quella che più dovreste amare, rispettare ed onorare. Quante ferite inferte in un momento di rabbia. Poi la rabbia passa, ma le parole dette restano, pesanti come macigni. Cosa fare allora?

La rabbia va controllata e incanalata. Controllate la vostra rabbia. Non significa reprimerla. Significa accompagnarla fuori in modo che non nuoccia a voi stessi e alle persone che avete accanto. Significa trasformarla in energia. Trovate una valvola di sfogo. Io ad esempio ne ho due. Quando sento la rabbia corro, metto le scarpe da runner e vado a correre. Quando la rabbia è un po’ più forte vado in auto, faccio un breve giro ed urlo. L’urlo è liberatorio. E’ davvero buttare fuori quel veleno. So che altri hanno acquistato un sacco da boxe e lo riempiono di pugni. Trovate il vostro modo ma, mi raccomando, custodite e preservate la vostra famiglia dalla vostra rabbia. Se succede chiedete scusa. Il danno ormai è fatto, ma cercate di contenerlo per quanto possibile. Se invece subite l’ira da parte dell’altro cercate di essere pazienti e cercate di dare il giusto peso a quello che vi è stato detto in un momento di rabbia. So che le ferite restano ma date il giusto peso.

Il consiglio è quello di non vergognarvi della vostra rabbia. Fa parte di voi, di noi. Non siamo perfetti, abbiamo delle fragilità e delle debolezze che scaturiscono poi nella rabbia. La rabbia è un’emozione che ci dice che siamo vivi, quindi di per sè è anche positiva. La rabbia ci dice che ci teniamo al nostro matrimonio e alla nostra vita. Peggio è l’indifferenza. L’indifferenza è morte dell’anima o della relazione. Piuttosto imparate a gestire la vostra rabbia. Piuttosto vergognatevi quando la buttate addosso alla persona che amate ferendola e facendola stare male. Coraggio, è un cammino ma il sacramento del matrimonio ci può aiutare a crescere anche in questo nella misericordia reciproca e con la grazia di Dio.

Antonio e Luisa

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C’è un regalo per te: una vita!

Ieri era la 44^ giornata mondiale per la vita. 

Nel 2021 ci sono stati 42.600.000 casi di aborto (42 milioni e 600 mila casi di aborto), vi diamo altri numeri: la popolazione italiana si aggira intorno ai 60 milioni, lo stadio San Siro capienza piena sugli 80 mila. 

La giornata per la vita non può che farci evidenziare tutte quelle vite indifese, che prive di diritto, sono state uccise dal peccato dell’uomo. 

Quanti aborti volontari vengono perpetrati ogni anno, ogni mese, ogni giorno, nel mondo. Quante vite innocenti vengono fatte tacere, perché scomode. Questa giornata è anche per loro e per ricordarci che ciascuno di noi, al contrario di quanto il mondo ti faccia credere, è prezioso, unico e vale! Nessuno, può arrecarsi il diritto di decidere se tu devi vivere o morire.

Scusateci per questo incipit un po’ forte, forse anche un po’ scomodo, ora proveremo a ricondurci nella bellezza partendo dal titolo che è stato dato alla giornata di ieri: CUSTODIRE OGNI VITA 

“Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” Gen 2,15

Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione.” (dal messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la 44° giornata nazionale per la vita)

Un messaggio più bello e chiaro di questo non potrebbe esserci: un dono ci viene fatto, e noi abbiamo il solo e più nobile compito di farlo crescere e custodirlo! Niente di più! Per fare questo ci vuole il coraggio della scelta! Il coraggio di accogliere un dono che ti viene fatto e custodirlo, un coraggio che può arrivare dalla consapevolezza che chi ti fa il dono lo ha pensato per te. Non per qualcun altro, ma per te; perché sa che tu puoi portarlo, curarlo e custodirlo nonostante le tue vicissitudini, le tue fatiche, i tuoi inciampi. Tu rimani e resterai per il Donatore talmente prezioso ai suoi occhi, che non può non pensare per te a qualcosa di grande, di meraviglioso per la tua stessa vita.

Da genitori quali siamo, per Grazia, e ancor più da Sposi, comprendiamo quanto coraggio ci voglia per accogliere un dono grande come quello di un figlio. 

Abbiamo bisogno di coraggio perché di fronte ad un bambino, piccolo indifeso, di fronte ad una vita nuova, che stravolge tutta la nostra vita, i tempi, la casa, lo spazio, di fronte a chi non conosciamo abbiamo una paura gigante. Avremmo allora bisogno di un angelo accanto che ci ripeta in continuazione: non avere paura! Hai trovato grazia presso Dio! È un dono quello che ricevi. Non temere! 

È questo che vogliamo oggi dire noi a te, a tutti perché tutti siamo responsabili del custodire la vita dell’altro. Non avere paura di accogliere una vita qualunque essa sia, e in qualunque modo si formi. 

Non avere paura di accogliere una vita anche solo per poche settimane, e poi inaspettatamente doverla lasciare andare e restituire al Donatore. 

Non avere paura di accogliere anche quando ti viene chiesto di custodire quel figlio, pur sapendo che non è compatibile con la vita e che dopo averlo accompagnato a nascere in questo mondo, devi accompagnarlo a rinascere in Cielo. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando quel figlio che tanto hai desiderato e sognato secondo i tuoi giusti criteri, non è come lo avevi pensato tu, ma si presenta al mondo con una preziosa disarmonia. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando non l’avevi programmata o quando questa vita che cresce nel tuo grembo non è frutto di una relazione d’amore. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando nasce da un atto d’amore che si basa sul puro piacere e non guarda oltre. 

Non avere paura di rimanere accogliente alla vita anche di fronte alla fatica di avere figli, alla fatica che coinvolge tantissime coppie oggi, che vorrebbero diventare padri e madri ma ogni giorno che passa vedono allontanarsi questo desiderio, pensando così che sia un desiderio sempre più irrealizzabile e magari arrivando a pensare che non è più da desiderare perché non è per loro. A queste coppie diciamo che non sono sole! Che si può continuare a desiderare qualcosa di bello e alto e che si può insieme al sostegno di altri, realizzare questo sogno di apertura e accoglienza. Non dimenticando però che ciò che desideriamo ci viene donato.

Non avere paura se per ragioni biologiche, non puoi avere figli. Il primo figlio della coppia è la coppia stessa! Non basta poter generare nella carne per essere padri e madri generativi. È importante che si curi in primis sempre il “figlio coppia”, che si curi la nostra capacità di generare vita nell’accogliere l’altro, nell’amarci noi e il prossimo che ci è dato. Quante famiglie hanno fatto della loro storia un capolavoro non generando nella carne, ma divenendo strumenti di amore in mano a Dio! Quanti più figli hanno avuto! 

Non avere paura! 

Custodire la vita è sentirsi amati, affiancati da un angelo che ogni giorno ci dice. “Non avere paura! Tu sei prezioso, agli occhi di tuo Padre che ti ha dato in dono un frutto dell’amore”. Accogliere la vita è accogliere l’amore! Dobbiamo imparare a lasciarci amare da un Padre che ci ama e ci mette in un giardino perché lo custodiamo, che ci fa dono della vita di un altro, e dobbiamo imparare ad amare quel Padre con riconoscenza e gratitudine infinita. 

Ogni vita è pensata perché tu possa accompagnarla nel sentiero della vita; pensata unica, irripetibile e preziosa agli occhi di chi ancora prima di te, l’ha pensata, desiderata e generata.

Non temere di custodirla!

La giornata in difesa della vita, ci aiuti ad essere un poco più angeli custodi, che si fanno prossimi verso il collega, l’amico, il parente, il fratello o la sorella. 

Ci aiuti ad essere un poco più testimoni della bellezza della vita e dell’amore. Coraggio non avere paura! 

To Be continued 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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