Sono imperfetto e so di esserlo. Ferita che diventa feritoia per la Grazia.

I social sono ingannevoli. E’ facile trasmettere un’immagine di se stessi che non corrisponde a verità. E’ facile passare per un uomo che non esiste.   Cerco di non farlo, ma a volte il messaggio passa comunque. Per questo cerco di scrivere anche pensieri non filtrati. Attraverso quei pensieri si manifesta la parte di me più immatura e più tamarra. Rivendico il diritto di mostrarmi per quello che sono. Un uomo in cammino che sbaglia, che esprime pensieri non sempre cristianamente perfetti. Un uomo che si arrabbia, e che a volte è anche intollerante e facilmente irritabile e irritante. Ho le mie contraddizioni come tutti. Mia moglie, la persona che mi conosce più di tutti, può confermarlo.   Spesso starmi accanto non è stato facile per lei. Il matrimonio è bellissimo per questo. Pensateci bene. E’ commovente.  Una donna, che io vedo meravigliosa (ma vale anche l’inverso), ha deciso in libertà di donarsi completamente a me. Si è data totalmente. Si è data tutta e, cosa ancora più sconvolgente, ha accolto tutto di me, anche quella parte di cui mi vergogno e con cui fatico a convivere. Ha deciso di abbracciarmi nelle mie doti e nel mio positivo, ma ha deciso di fare suoi anche i miei difetti, le mie tenebre e le mie contraddizioni. Si è presa tutto. Ai nostri giorni c’è una grande povertà. Ci si spoglia, ci si mostra nudi e  si fa sesso con persone che neanche si conoscono bene, molte giovani (e anche meno giovani) persone hanno perso completamente il pudore e  si svendono allegramente. Questo porta però a una grande miseria. Porta all’incapacità di mostrare la propria anima. Di mostrarsi per quello che sono senza maschere e filtri. Incapacità dovuta alle tante ferite che fanno sanguinare il loro cuore e  alla loro paura di trovarsi indifese e vulnerabili. Troppe volte mostrare il fianco le ha portate a soffrire e a sentirsi profondamente deluse.  Il matrimonio quando vissuto autenticamente  libera da tutto questo.Nella mia sposa ho la certezza di trovare lo sguardo di Cristo. Di chi non giudica, ma che al contrario compatisce e perdona. Una persona che vuole sostenermi e che vede oltre qualsiasi errore io possa aver fatto. Vede in potenza chi posso diventare con l’amore dato e ricevuto. Così la ferita diventa feritoia. Il balsamo del perdono ricevuto penetra nella ferita che brucia  e arriva dritto al cuore. Diventa energia positiva che mi dà forza, determinazione e desiderio di rispondere a quel perdono con l’impegno di cambiare. Questo è possibile quando Gesù abita la relazione.    Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci vuole perfetti, sa che peccheremo ancora, e che non saremo mai degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita  e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa  imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare  in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto  in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che  ci dona l’uno all’altra.

Antonio e Luisa

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Due anelli di una stessa catena.

Giovanni Paolo II è stato sempre affascinato dal matrimonio. Fin da sacerdote prima, e da vescovo nella sua Cracovia dopo, ci ha lasciato delle riflessioni molto interessanti su questa relazione umana tanto importante ed unica da essere messa alla base di un sacramento della Chiesa. In una di queste occasioni, durante degli esercizi spirituali preparati per i fidanzati di Cracovia, disse una frase che mi ha colpito profondamente. Un’immagine chiara.

Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra.

Catena che li unisce anche a Cristo stesso, che è parte dell’invisibile vincolo. Gesù è colui che tiene la catena e la rende resistente, forte e salda. Gesù non permette che gli anelli che la compongono si possano deformare e rompere nella tempesta della vita. Detto così sembra una prigionia. Sembra non ci sia nulla di bello e di buono in tutto questo. Sembra che noi sposati siamo incastrati in una relazione che può diventare opprimente. Una relazione che non possiamo rompere, anche quando risulta difficile e infelice. Non è così. Non siamo legati alla catena. Possiamo sfilarci quell’anello quando vogliamo. Possiamo andarcene. La forza di Cristo tiene salda la catena non noi. Gesù ci lascia liberi. Se sfiliamo quell’anello per rinnegare la promessa dobbiamo però aver chiaro che non ci allontaniamo solo dalla persona che abbiamo sposato, ma lasciamo anche Cristo con lei che, a differenza nostra, resta fedele e resta parte di quella relazione. Cristo resta lì con la persona abbandonata attendendo con lei che chi se ne è andato possa tornare e infilare di nuovo quell’anello al dito. Esattamente come il padre misericordioso. A volte il matrimonio implica di lasciar andare l’altro e di restare lì sulla porta ad aspettarlo, senza la sicurezza che torni. Quella catena non è per me opprimente. Al contrario è una corda di sicurezza. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende la prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Per terminare vi lascio una curiosità. Esiste un rito antico matrimoniale dove gli sposi sono davvero legati l’uno all’altra con una catena. Si tratta del rito tradizionale sardo dove lo sposo esce con una catena al dito che all’altra estremità cinge la vita della sposa, ad immagine proprio dell’indissolubiltà dell’unione appena celebrata.

Con la fatica delle mie braccia

Tornando dal mare, percorrendo una stradina stretta, avevo dinanzi un signore in sedia a rotelle che, come me, stava tornando nella propria casa per il pranzo domenicale.
Mentre camminavo dietro a lui tanti pensieri hanno affollato la mia mente, anzi, direi, la mia vita, perché, quando ti impatti con le difficoltà altrui, soprattutto così evidenti, non puoi non riflettere.
Un uomo, un marito, un padre di famiglia e una fatica immensa, soprattutto quando la strada andava leggermente in salita.
Sono anni che quest’uomo “guida” la sua carrozzella e, di certo, è ben esperto perché, per tutte le cose, facili o difficili, ci si allena e ci si abitua persino.
Infatti mentre stavo dietro in tanti nano-secondi mi sono chiesta cosa avrei potuto fare per lui.
Aiutarlo mi avrebbe detto di no perché è stra-abituato e ogni giorno lo fa autonomamente.
Sorpassarlo mi dispiaceva perché mi sarei sentita indifferente nel metterlo alle mie spalle e poi, nei tratti in cui la strada discendeva, lui acquistava velocità, dunque avrei dovuto correre per mettermi davanti. Incredibile, io posso correre, almeno per adesso, mentre lui no, non può .
Affiancarlo non avevo spazio, data la strettezza della strada.

Rallentare il passo

Quello sì, quello è ciò che ho fatto e proprio in questa moderata andatura ho potuto pensare ed osservare la fatica di quelle braccia.
È li che quest’uomo concentra ogni sua azione, in quelle braccia, più muscolose di tutto il suo corpo ed è in quelle braccia che risiede la possibilità di muoversi.
Le osservavo dalla mia postazione retrospettiva e notavo come e con quanta forza quelle braccia andavano avanti per muovere le ruote della carrozzella.
Era caldo in quella stradina alle 13,15, sotto il sole cocente dove spesso, tutti noi, trasciniamo l’andatura quasi irriverenti verso il cielo : è caldo, è fatica è sudore.
Quell’uomo silenziosamente faticava con quelle sue braccia tanto che ad un certo punto avrei potuto io urlare al posto suo a gran voce : bastaaaaa, è fatica, non ce la faccio più!
Chissà quante volte lui stesso avrebbe voluto farlo, gridando, e forse è accaduto.
L’avrei gridato per Lui tanta era per me l’ansia di vederlo così faticare.
Solo 100 metri di stradina hanno pervaso la mia testa di tante riflessioni.
Poi ci siamo incrociati, salutati, con tanti sorrisi ci siamo condivisi la gioia di esserci, di godere persino il profumo dell’ambiente circostante. Eravamo sullo stesso piano.Eravamo liberi di poter fare o non fare, dire o non dire, anche perché, se fossimo passati in momenti diversi non ci saremmo neppure incontrati.
Alla fine della strada lui è andato a destra e io a sinistra perché, nel bivio del percorso, le nostre case erano all’opposto e così, ciascuno, ha raggiunto la propria famiglia.
Ecco fratello che mi leggi, torna indietro, all’inizio di questo scritto e guarda la tua vita nella chiamata in cui sei posto.
Se per caso fossi una moglie o un marito, pensa che il dono che hai accanto può essere quell’uomo in carrozzella, uno che fatica perché è incapace, ferito, bloccato oppure abituato, persino nelle schiavitù in cui è intrappolato.

Per sempre al suo fianco

Tu puoi stargli dietro, davanti, sorpassarlo, ignorarlo, oppure puoi anche rallentare il passo tuo per essere poi vicino al suo. Per essere al suo fianco.
Puoi sentire in te tutta la fatica sua se ti poni così dentro al suo vissuto.
Puoi sentirlo così tanto da essere voce unanime nel denunciare la sua stessa stanchezza.
Una cosa però cerca di farla.
Guarda quelle braccia, è l’unica cosa che ha e con esse porta avanti tutto il suo cammino.
Forse non riesce a fare altro ma con le sue braccia può fare grandi cose se vi aiuterete e se ad un certo punto, vi ritroverete al bivio, potrete scegliere se percorrere la stessa strada o andare uno a destra e uno a sinistra.
E così ti lascio l’ultimo abbraccio: quello della Croce.
Gesù è li, con le sue braccia aperte, per prenderti a quel bivio e riportarti al centro della stradina stretta ove il caldo, l’arsura la fatica, le salite e le discese trovano le vere braccia dell’Amore senza condizioni!
Fatti abbracciare e abbraccialo quel crocifisso affinché tu possa camminare finalmente al passo di chi un giorno guardasti negli occhi senza pensare ad altro se non innamorarti!

Cristina Righi

Ti farò mia sposa per sempre

Così dice il Signore:
Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone.
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

La prima lettura di oggi ci rimanda al deserto. Quando ci sono momenti di crisi, di lontananza e di aridità non dobbiamo ascoltare il mondo. Il mondo ci porta lontano. Spesso gli amici stessi ci consigliano strade che ci consolidano nell’idea che il nostro matrimonio è sbagliato, che dobbiamo pensare alla nostra felicità e a noi stessi prima di ogni altra cosa. Che nostro marito o nostra moglie non meritano il nostro sacrificio e la nostra fedeltà. Dio ci dice di non ascoltare tutte queste parole. Ci chiede di cercare il silenzio, il deserto. Il deserto dove fare i conti con tutte le bestie velenose che lo abitano. Con i serpenti e gli scorpioni che non sono altro che la nostra incapacità di amare. Sono il nostro egoismo, il nostro orgoglio, le nostre ferite che ci induriscono il cuore. Il deserto luogo del silenzio, luogo del nulla. Luogo dove possiamo entrare profondamente in ascolto di ciò che siamo e di Dio in noi. Abbiamo bisogno del deserto per mettere ordine. Solo attraverso il deserto, attraverso la sofferenza e il combattimento del deserto possiamo tornare alla verità, a leggere distintamente quale sia la verità di noi stessi e il progetto di Dio su di noi e sul nostro matrimonio. Non a caso la Parola prosegue: Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza.  La vigna curata e rigogliosa è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio e lo manifesta nel suo comportamento.  Israele, il popolo di Dio, siamo anche noi, lo è anche il nostro matrimonio. Ancor più forte l’immagine successiva, l’immagine della valle di Acòr. La valle di Acòr rimanda a Gerico e alle sue altissime e invalicabili mura. Dio ci dice che con lui nulla è impossibile. Anche il matrimonio più compromesso può essere salvo. Che non significa, ahimè, che non ci saranno separazioni, ma che anche nella divisione, se si confida in Dio e si rimane saldi nella fedeltà alla promessa, si troverà senso, pace e salvezza, anche nella sofferenza.

Solo passando attraverso il deserto si può vivere una vera conversione. Almeno per me è stato così. Passare da un Dio padrone che mi impone regole e leggi. Passare da un Dio che mi impone una fedeltà che a volte ho sentito come stretta, a un Dio che mi ama come uno sposo ama la sua sposa. Un Dio che non mi impone nulla, ma mi offre la sua legge, il suo desiderio di vedermi completamente uomo nella mia relazione e nella mia vita. I suo comandamenti sono parole d’amore, sono sussurri di tenerezza e di pazienza che mi insegnano ad essere ciò che davvero sono e di non essere schiavo delle mie errate valutazioni, dei miei peccati e delle mie ferite. Solo dopo aver attraversato il deserto finalmente posso capire e accogliere con gratitudine queste parole: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. 

Antonio e Luisa

Tommaso il gemello: toccare e credere

Oggi, 3 luglio, si legge il Vangelo di Giovanni, al capitolo 20, dove si parla di Tommaso, chiamato Didimo.

Mi sono soffermata a lungo su questa parola perché, per il resto, cioè il toccare e il credere, ormai tutti sappiamo cosa voglia dire in merito alla fede personale.

Invece, mi chiedo perché ogni volta che si parla di Tommaso, viene sottolineato che egli sia un gemello.

GV 11,16 dice : “Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli..Andiamo anche noi a morire con lui”

GV 14,5 : “Gli disse Tommaso, Signore non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?

Tommaso il discepolo gemello…..ma di chi?

Scendiamo nella vita, perché viviamo quel concreto quotidiano che ci mette in movimento di anima e Spirito verso l’esperienza di salvezza.

Oggi Gesù dice al Gemello Tommaso che può toccarlo, che può stendere la sua mano ma lo fa esattamente otto giorni dopo la prima apparizione. Cioè, Gesù, si rende presente laddove sente il desiderio di essere incontrato, anche se all’occasione propizia si manca all’appuntamento. Arriva dopo e giunge in pienezza perché il numero otto vuol significare proprio questo, è il giorno senza tramonto, il massimo! Possiamo dire la nostra Domenica?

Ebbene sì, Gesù si mette in mezzo, al centro della vita della Chiesa.

Tommaso, nei racconti è un discepolo un po’ incerto, è debole e fragile, del resto non meno degli altri. Nei due passi del Vangelo da un lato ha il coraggio di “andare a morire con Gesù”, dall’altro però gli chiederà “Signore dove vai?” Cioè quale strada dobbiamo percorrere?

Tutti sappiamo che Gesù gli risponderà “Io sono la via, la verità e la vita…”(GV 14,6)

Sembra strano che con piglio e fermezza voglia affiancare Gesù alla resurrezione di Lazzaro, situazione rischiosa e poi, successivamente, benché abbia visto, vacilli nel percorrere una via.

Certo, non credo sia stato facilissimo comprendere la risposta di Gesù. Noi stessi non capiamo, pur non avendo visto, che Lui è la Via, la Verità e la Vita. Magari fosse, non avremmo problemi di fede!!

Benedetta debolezza!

Come non pensare alla vita di una coppia di sposi?

Quante volte, nella debolezza umana reciproca ci sentiamo immersi nel dubbio di Tommaso.

Da un lato vorremmo morire per l’altro ma quando l’altro ci scopre la ferita latente o è lui stesso a ferirci non riusciamo più a trovare la via, la verità e la vita. Diventiamo increduli, scoraggiati e sfiduciati.

Spesso non vogliamo neppure toccare né le piaghe né tanto meno il costato.

La coppia non si confronta più ma si scontra spesso e si diventa divisi, un doppio, in negativo, appunto un atteggiamento da gemelli: uguali nell’offendersi, nel far valere le proprie ragioni, nel voler vincere secondo le umane forze.

Ma Tommaso è gemello perché somiglia a qualcuno.

È un po’ come il significato della parola Santo, cioè il somigliante, anzi, il somigliantissimo.

Di fatto l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Così piano piano, nel toccare e nel riconoscere quel Gesù “poiché mi hai veduto hai creduto”, nel sentirsi accolto, incoraggiato, amato e rafforzato per se stesso si finisce per voler essere come chi ci ama in questo modo e Tommaso è gemello innanzitutto di Gesù.

Ecco come dobbiamo intendere la parola gemello: somiglianti a Gesù!

Se tendiamo a questo, anche nel nostro matrimonio, da gemelli di Cristo noi potremo dire:

Perdonalo, perché non sa quello che fa(Lc 23,34)

Amala, come Cristo ama la Chiesa e ha dato la sua vita per lei(Ef 5,25)

E tanto altro possiamo aggiungere ad imitazione di Cristo e a somiglianza di Cristo perché ciascuno possa essere gemello di Gesù che è l’unica Via, l’unica Verità e tutta la Vita!

Possiamo decidere liberamente a chi vogliamo somigliare sapendo che siamo unici e irripetibili.

Signore fa che possa essere io il Didimo, io il tuo gemello perché, imitando te, essendo come te, tutto sarà possibile e più vedrò e più crederò e a gran voce potrò dire:

Beata me che, senza avere visto, tuttavia ho creduto!

Cristina Righi

Sei bellissimo. Devi solo scoprirlo.

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre. Matteo era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo. Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo guarda dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama. Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può è deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Siate amabili. Seconda parte. (32 articolo)

Abbiamo scritto nel precedente articolo quanto sia importante rendersi amabile per l’altro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro. La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividerne la gioia, oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro? Guardate che non sono cose di poco conto. Se siamo capaci di essere amabili saremo anche belli per l’altro, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate dall’altro e affascinanti per l’altro. In caso contrario cosa saremo? Antipatici. Persone con cui si fa fatica a stare. Come vogliamo costruire la nostra relazione? Vogliamo fondarla sulla gioia o sulla difficoltà? Vogliamo essere amabili o antipatici l’uno all’altro? L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità è amore verità tra cuore e corpo. L’amabilità è divenire ciò che si è, divenire persone capaci di amare. Significa dar corpo al progetto che Dio ha sulla persona umana. L’amabilità è perfezionamento e impegno nell’arte di amare. E’ mettere a buon frutto i talenti che Dio ci ha affidato. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma nel contempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sè. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio perchè continuiamo a metterli in atto? E’ nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono perchè continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita perchè continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi  capaci di correggersi per amore. Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. E’ importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare l’uno di ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Ogni coppia trovi la sua attività preferita.. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di  scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altro.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza perchè Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera comune, dove esercitandoci a pregare insieme cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altro. E’ bello pregare con te. E’ bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Termino con due passaggi di Gaudium et Spes che ci fanno capire a cosa siamo chiamati e come l’amabilità sia decisiva e fondamentale in una relazione sponsale autenticamente cristiana ed umana:

E così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale « non sono più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.

(…) Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale.

Siate amabili l’uno all’altra e tutto sarà più bello.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore  Sono malata d’amore Siate amabili

Papa Francesco al Forum. La santità che perdona tutto.

Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza: saper aspettare. Aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi – crisi forti, crisi brutte – dove forse arrivano anche tempi di infedeltà. Quando non si può risolvere il problema in quel momento, ci vuole quella pazienza dell’amore che aspetta, che aspetta. Tante donne – perché questo è più della donna che dell’uomo, ma anche l’uomo a volte lo fa – tante donne nel silenzio hanno aspettato guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. E questa è santità. La santità che perdona tutto, perché ama. Pazienza. Molta pazienza, l’uno dell’altro. Se uno è nervoso e grida, non rispondere con un altro grido… Stare zitti, lasciar passare la tempesta, e poi, al momento opportuno, parlarne.

Voglio soffermarmi su una frase in particolare:  La santità che perdona tutto, perché ama. Perdonare tutto? Quanti di voi sono d’accordo con questa frase? Immagino pochi. Queste parole di Papa Francesco non  si accordano molto bene al sentire comune dei nostri tempi. Il sacrificio, il perdono e la pazienza non sono più di moda. Il matrimonio cristiano non è più compreso nel suo significato profondo. Non è più accolto come vocazione, come sacramento di salvezza. Il matrimonio è concepito solo come relazione che conduce al benessere personale. Quando non c’è più benessere non ha più senso stare insieme. Questo è il pensiero di tutti o quasi. Il Papa dice altro. Ci chiede di comportarci da perdenti e, concedetemi il termine, da sfigati.  Si, perchè chi perdona un tradimento e si volta dall’altra parte è un perdente. E’ un debole che si lascia ferire e maltrattare dal coniuge forte. Gesù ribalta la prospettiva. Il debole è chi tradisce. Chi perdona è forte. Perchè l’amore è forte come la morte. Gesù è salito su quella croce e si è fatto uccidere come agnello al macello. Gesù ha perdonato chi lo ha tradito. Ha perdonato chi ha ricevuto tutto il suo amore e lo ha ripagato con sputi ed ingiurie. Allora se non crediamo che sia giusto perdonare il coniuge che ci  tradisce dobbiamo avere il coraggio di dire che Gesù è un povero sfigato. Invece no. Sappiamo che non è così. Gesù è Dio. Perdonare è da Dio ed è opera di Dio. E’ una pazzia lo so. Padre Botta dice con un’espressione molto chiara: Gesù o è un pazzo o è Dio. Essere cristiani è una pazzia per il nostro mondo senza Dio. Sempre padre Botta spiega benissimo cosa significa sposarsi e il suo discorso si riallaccia benissimo alle parole del Papa. Matrimonio è santità quando:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Santità è amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Significa perdonare sempre. Significa che se lui/lei si allontana devo amarlo/la ancora di più per riattirarlo a me con la forza della verità e dell’amore.

Antonio e Luisa

Papa Francesco al Forum. L’amore è come fare la pasta.

L’amore è come fare la pasta: tutti i giorni. L’amore nel matrimonio è una sfida, per l’uomo e per la donna. Qual è la più grande sfida dell’uomo? Fare più donna sua moglie. Più donna. Che cresca come donna. E qual è la sfida della donna? Fare più uomo suo marito. E così vanno avanti tutti e due. Vanno avanti.

 

Il Papa prosegue il discorso con un esempio da prete di altri tempi.  Sembra parlare alle massaie. Molto diverso da Papa Benedetto e da Giovanni Paolo II. Usa parole diverse, ma altrettanto profonde e forse, in questi tempi così difficili, anche più comprensibili a tutte le persone, anche le meno avvezze a discorsi teologici. Parla a tutti gli sposi. Perchè dice che l’amore è come fare la pasta? Posso dare una mia personale interpretazione. La pasta si fa tutti i giorni. Fare la pasta è una delle attività più ordinarie che possiamo fare nella nostra vita di coppia. Attività ordinaria che nutre e riunisce intorno alla tavola tutta la famiglia. Un nutrimento che, quindi, nasce dall’ordinarietà della vita comune. L’amore è ordinarietà e servizio. Se non comprendiamo questo e non lo viviamo appieno rischiamo davvero di saltare. L’ordinarietà è la prova più importante per il matrimonio. La vita familiare è una serie infinita di impegni: la scuola, il lavoro, i figli, le faccende di casa e tanti altri. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, che è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che si riempie di un senso e una dignità nuova. Gesù fa nuove tutte le cose anche quella più ordinaria. Ogni attività è via per fare esperienza di Dio, perchè diventa gesto d’amore per l’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario, in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni forti nello straordinario, magari in qualche relazione extraconiugale, ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e a lasciare spazio alla disperazione, se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. Noi ci accontentiamo di molto meno. Ci basta un caffè. Quando riesco a liberarmi dal lavoro e riesco ad accompagnarla a scuola la mattina ci fermiamo in un bar vicino. Per noi quei 20/30 minuti sono minuti di paradiso, di intima unione e complicità, dove possiamo guardarci, parlarci, sorriderci. Un momento bellissimo che vale più di ogni vacanza ai Caraibi.

Antonio e Luisa.

Articoli precedenti 1) Guardarsi negli occhi    2) Chi di voi ha avuto più pazienza 3) Non fate la guerra fredda

Quando il matrimonio perde sangue

Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia
e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando,
udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti:
«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita».
E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?».
I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?».
Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo.
E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.
Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».

Il Vangelo di questa domenica è da leggere con il cuore aperto. Che donna questa emorroissa! Dodici anni di continue perdite di sangue. Dodici anni e lei è restata con tanta determinazione in vita. Quella condizione avrebbe potuto ucciderla. Lei non ha mollato di un millimetro. Non ha mai perso la speranza di trovare una cura. Ha dovuto sopportare il dolore fisico e il dolore causato dall’emarginazione sociale. Era considerata impura e indegna. Prima di proseguire concedetemi un piccola riflessione sulla donna. Come avete potuto comprendere ho un’ammirazione smisurata per la donna.   La donna ha una caratteristica tra le tante che Dio le ha donato. Ha le mestruazioni e perde sangue.  Spesso la vive come una condanna, ma ha un senso molto profondo che va oltre il mero dato biologico.  Ci sono alcuni giorni al mese che perde sangue e soffre. Alcune di più altre di meno. Il sangue è segno di vita. Gli ebrei non possono mangiare carne al sangue perchè il sangue indica l’inizio della vita (Levitico 19, 26). La donna per sua natura è predisposta a offrire la vita. Lo dice tutto il suo corpo. La vita si genera in lei. Custodisce la vita nascente per nove mesi. Si sacrifica completamente per i figli. L’uomo è diverso. Parlo per me, ma credo di parlare a nome anche di tanti altri. L’uomo ha bisogno di sperimentare l’amore di una donna che si dona completamente a lui. L’uomo non è naturalmente portato a farlo. E’ pronto a grandi cose, ma solo dopo aver sperimentato la bellezza dell’amore. Non si fida subito. E’ più geloso della sua libertà, dei suoi spazi e delle sue cose. E’ anche più egoista.  Riserva sempre qualcosa per se stesso. Non a caso è più restio a sposarsi. Matrimonio che presuppone il dono totale. Quando però sperimenta questo amore autentico della donna, quando si sente amato in questo modo incondizionato e immeritato, matura il desiderio e la volontà di ricambiare quell’amore così bello e pieno. Tutto parte però dalla donna. Esistono eccezioni, ne conosco alcune, ma solitamente funziona così. Non voglio divagare troppo. Torniamo all’emorroissa. Quanti spunti il Vangelo di oggi. L’emorroissa sono tante coppie di sposi. Tante coppie che stanno perdendo la vita. La relazione sta morendo. Relazione abitata dalla sofferenza, dal peccato, dalla incapacità di farsi dono o di accettare il dono. Relazioni che non danno gioia, ma che sono difficili. Tutti intorno magari vi dicono di mollare. Vi dicono che non ne vale la pena. Avete provato in tanti modi, tanti medici e tante soluzioni, ma niente. Non ne venite fuori. Cosa può fare la differenza in questi casi? L’emorroissa si è salvata per due motivi. Per la sua determinazione e per la sua fede. Solo questo può salvare un matrimonio che sembra morto, che da tanti anni continua a sanguinare. Bisogna trovare la forza di perseverare. Forza che viene dalla convinzione che da quella relazione dipende la mia santità e la mia salvezza. Abbandonare significa smettere di lottare per l’unica cosa che conta: l’amore. L’unica cosa che ci porteremo come ricchezza nella vita eterna. Questa lotta non sarebbe però possibile senza la speranza di poter vincere. Speranza che può nascere solo dalla fede. Fede in una persona, in Gesù. Fede nell’amore di Gesù che lui stesso ci ha donato e che mai smetterà di donarci. Fede che ci permette di sentirci deboli, impotenti e fragili e nel contempo sicuri di poter contare su una forza dirompente che non viene da noi. Questo ci salverà. Mi piace terminare con un cenno sul tocco. Ciò che dona forza all’emorroissa è poter toccare il mantello di Gesù. Significa fare concreta esperienza dell’amore. Gesù, proprio grazie al matrimonio, ci può amare concretamente nel nostro sposo e nella nostra sposa.  Abbiamo bisogno di toccare l’amore. C’è bisogno del contatto. Cosa c’è di più bello di un abbraccio tra due sposi. Io lo cerco spesso con Luisa. Ne ho bisogno. Sento davvero l’energia dell’amore che passa attraverso quel gesto. Nel Vangelo si parla di potenza. E’ davvero così. Nell’abbraccio c’è uno scambio di potenza tra gli sposi. E’ come se si caricassero a vicenda. Fossero uno il caricabatterie dell’altro. Ricordiamoci di ricaricare il cuore della persona che amiamo. Ne ha bisogno e ne ha diritto. Glielo abbiamo promesso. L’amore passa anche attraverso questo scambio di energia positiva o, per chi come noi crede, di Spirito Santo.

Antonio e Luisa.

Sposi sacerdoti. Siate amabili. (31 articolo)

Sono passati ormai più di dieci giorni dal mio ultimo articolo sul Cantico. E’ ora di riprendere. Non voglio lasciare queste riflessioni, che mi riempiono il cuore di bellezza, proprio ora che stiamo per entrare nella parte più entusiasmante. Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che traspare da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita. Dialogo, abbiamo visto, verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro/a,  tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Della amabilità. Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che evidenziano in modo chiaro l’amabilità dell’uno per l’altro: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Queste sono solo alcune tra le tante. Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principe degli sposi. L’amabilità non è meno importante. E’ il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata. Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare ed esprimere l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro/a. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro/a? Quanto percepiamo che l’altro/a ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo (sposa). Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io divento sempre più bella/o per lui o per lei.

Badate bene non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro. Significa arrendersi all’amore. Scegliere per amore di cambiare se stessi. Non è la stessa cosa. Io sono libero e l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da 16 anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia che sento per il dono di se stessa che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare quelle parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Questo non è una forzatura di una persona che vuole cambiarmi per costrizione. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità. Molto diverso.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare l’altro/a. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro/a sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che, ognuno di noi, si porta dentro.

Antonio e Luisa

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Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore  Sono malata d’amore

Papa Francesco al Forum. Non fate la guerra fredda.

E poi, ai giovani sposi che mi dicono: “Noi siamo sposati da un mese, due mesi…”, la domanda che faccio è: “Avete litigato?” Di solito dicono: “Sì”. “Ah va bene, questo è importante. Ma è anche importante non finire la giornata senza fare la pace”. Per favore, insegnate questo: è normale che si litighi, perché siamo persone libere, e c’è qualche problema, e dobbiamo chiarirlo. Ma non finire la giornata senza fare la pace. Perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è molto pericolosa.

Altro concetto fondamentale. Non fatevi la guerra fredda. Il Papa ha espresso con la sua caratteristica dialettica creativa un’immagine chiarissima. Litigare è normale, capita a tutti, soprattutto alle coppie di sposi novelli. Devono trovare il loro equilibrio ed è normale scontrarsi. Litigate, ma non dormiteci sopra. La rabbia, il risentimento tende a sedimentare. Come il cemento si indurisce. Poi diventa più difficile ritrovare l’intesa, la pace e l’unità. Papa Francesco lo ha ricordato in diverse occasioni. Papa Francesco ha più volte detto che possiamo litigare più o meno veementemente (lui parla di piatti che volano), ma non dobbiamo mai, e ripeto mai, far passare la notte sui nostri litigi. Quanta saggezza in queste parole. Appena sposato ero uno molto permaloso. La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti e acide. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io, il re, ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Ce n’è da meditare per tutti. La strada è una sola. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti 1) Guardarsi negli occhi    2) Chi di voi ha avuto più pazienza

Perle ai porci e matrimonio.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.

Gesù, in questo Vangelo, è molto duro. Sembra aver perso la proverbiale mitezza e misericordia verso le persone. In realtà non è così. Gesù sta mettendo in guardia. Paragona le persone che vivono nel peccato e non intendono accogliere la legge di Dio a dei maiali. Non è un’offesa gratuita. C’è un significato profondo. Il maiale  ha certe caratteristiche che richiamano l’egoismo, il comportamento lascivo, la caparbietà e la crudeltà. Uno dei motivi per i quali la carne di maiale è bandita tra gli ebrei deriva da un motivo che in apparenza sembra alquanto bizzarro: non sono ruminanti. Strano vero. Seguite il discorso. Non ruminano, ma al contrario sono voraci e inghiottono tutto ciò che trovano. Questo simboleggia chi non riflette ed è schiavo delle sue pulsioni, dei suoi desideri, emozioni,sensazioni e passioni. Chi non riesce a contenersi e trattenersi. Chi è iracondo e chi  si lascia condurre, si abbuffa di ogni cosa per provare piacere senza pensare alle conseguenze. Schiavi della gola, del sesso e delle emozioni, anche le più dannose. Mangiare il maiale per il popolo ebraico significava alimentare queste passioni malefiche che ci rendono incapaci di controllare il nostro corpo e le nostre azioni, come animali per l’appunto. Chi vive da maiale, ci dice Gesù, non riesce ad apprezzare la perla preziosa. Perla preziosa che richiede sacrificio e costanza, fede e pazienza. La perla preziosa non dà immediato piacere. Può costare a volte sofferenza e pena. Infatti il Vangelo del giorno prosegue:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti. 
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” 

A volte alcuni uomini e alcune donne sono chiamati al martirio. Hanno sposato una persona che vive come un maiale (non voglio essere offensivo, anche io lo ero in parte), schiavo delle pulsioni e della carne. Persone incapaci ed immature. Persone che, oggettivamente, fanno del male a loro stesse e alla persona che hanno sposato.   In questi casi non serve mostrare la perla preziosa, la Parola. Non verrebbe apprezzata e, al contrario, alimenterebbe la rabbia e il risentimento. Saremmo calpestati e sbranati. Non capita questo a tante persone fedeli che vengono ripetutamente tradite e umiliate dal coniuge?

Gesù ci chiede di amare. Sempre e comunque. In un modo semplice, ma difficilissimo: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non ci chiede di non fare il male. Ci chiede di fare il bene e non pone condizioni. Vostro marito vi tradisce? Siate ancora più accoglienti. Vostra moglie è fredda e distaccata? Siate teneri e gentili. Vostro marito è prepotente? Siate umili. Fermi nell’affermare la verità, senza mai scendere a compromessi che vadano contro la volontà di Dio, ma persone sempre aperte e accoglienti verso l’altro. Pronte a perdonare e a cancellare il male subito. Rispondere con un sorriso e con una carezza. Mi rendo conto che è qualcosa di molto difficile, a volte umanamente impossibile. Ricordiamo che siamo sposi in Cristo. Ricordiamo che la croce non la portiamo da soli e chiediamo la grazia di vivere la Grazia  (cit. Chiara Corbella).

La porta è stretta, è una via scomoda, e a volte la salita è impervia, ma chi persevera raggiungerà altezze sconosciute a tanti. La posta in gioco non è solo il matrimonio, ma la vita eterna.

Antonio e Luisa

 

Papa Francesco al Forum. Chi di voi ha avuto più pazienza? (2 articolo)

Poi, un’altra cosa che domando ai coniugi, che fanno cinquanta o sessant’anni: “Chi di voi ha avuto più pazienza?” È matematico, la risposta è: “Tutt’e due”. E’ bello! Questo indica una vita insieme, una vita a due. Quella pazienza di sopportarsi a vicenda.

Sono tutti temi che ho già affrontato. E’ bello constatare come io sia in piena sintonia con il Papa. Quelli che lui cita come punti importanti li ho presi più volte anche io come spunto per una riflessione utile alla coppia.

Per capire cosa il Papa intenda per pazienza possiamo attingere al bellissimo quarto capitolo di Amoris Laetitia. Al punto 93 scrive:

 Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.

Il Papa pone l’atteggiamento di benevolenza in stretta attinenza con la pazienza. L’amore è paziente. La pazienza sembra quasi qualcosa di passivo, da sopportare, invece il Papa non si limita ad affermare che l’amore accetta, sopporta e perdona in modo passivo, ma prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene. La benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o con il suo gesto. La benevolenza ci aiuta a continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore. Anzi, Dio è straordinario. Dio ama ancora di più proprio quelle persone che lo rinnegano e si comportano indegnamente verso di lui e verso i fratelli. Li ama di più per riattirarli a sè, esattamente come un magnete. Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio sa quanto è potente e quanto ti “cattura”. Così dobbiamo fare noi. Non possiamo obbligare nessuno ad amarci, neanche chi ha promesso solennemente di farlo, ma possiamo amarlo nonostante tutto, amarlo più di prima. Questa è la modalità di Gesù e questa deve diventare la nostra modalità nel sacramento del matrimonio. Ecco che quelle persone che nella coppia riusciranno a mettere in pratica questa modalità di pazienza, potranno arrivare a sessant’anni di matrimonio amandosi ancora di più. Avranno vissuto momenti di pura grazia, di misericordia immeritata e di perdono. Avranno sperimentato l’amore gratuito dell’altro. Un amore che unisce tantissimo e riempie di gratitudine il cuore. Sono diventate persone migliori. Questa è la pazienza cara al Papa.

Antonio e Luisa

Il nemico lo abbiamo in casa

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Credo che con queste parole Gesù non ci lasci via d’uscita. Questo Vangelo è difficile ed indigesto. I nemici non sono sempre lontani da noi, Spesso li abbiamo in casa. Nella coppia non si va sempre d’accordo. Ci sono momenti difficili. Ci sono litigi, incomprensioni, freddezze, musi, silenzi carichi di tensione. Si può arrivare al tradimento e a ferire profondamente l’altro/a. Quando l’altro/a ci fa del male, volontariamente o anche solo per superficialità, diventa un nemico nel nostro cuore. Con il tempo si rischia davvero di saltare. Non ci sono spesso grandi battaglie come causa di separazioni e divorzi. Ci sono piccole imboscate, piccole contese. Piccole incomprensioni che con il tempo uccidono sempre di più. A volte si smette anche di litigare. L’altro/a diventa indifferente e invisibile. Lo cancelliamo dal nostro cuore tanto è nemico. Don Antonello Iapicca ha scritto qualcosa che mi ha colpito molto. E’ vero quello che dice. Scrive:

 Certo, hai provato ad amarlo, ma in realtà cercavi di raggiungere l’obiettivo del demonio, cioè conquistare e possedere l’altro, perché la felicità che cercavi era diventare come il dio che ti aveva dipinto lui. Un dio che fa ciò che vuole, riverito, compreso, adorato. E quando i tuoi limiti si sono scontrati con la differenza e i peccati dell’altro hai sperimentato la morte, ti sei impaurito chiudendoti in un cerchio nel quale vorresti difenderti, ma che invece ti avvolge come una prigione. L’obiettivo che ti aveva fissato il demonio era falso; inducendoti a ribellarti e a farti nemico di Dio ha trasformato ogni persona in un tuo nemico. E li hai uccisi per riprenderti la vita che ti hanno tolto, anche stamattina, giudicando tua moglie per esempio.

Questo è il mondo. Questo è il modo dei pagani di vivere l’amore. Pagani che magari si sono anche sposati in chiesa. Una cerimonia non ci rende cristiani. Questo è l’inganno in cui tanti credono e cadono. Cosa differenzia un matrimonio sacramento vissuto alla luce di Cristo da qualsiasi altra unione? Il cristiano sa che il peccato può essere trasformato in amore. Il peccato che allontana, che divide, che crea distanze, ferite e tradimenti può essere un modo privilegiato di vivere l’amore. Possiamo, grazie a Dio e allo Spirito Santo effuso in noi, vivere un amore gratuito e incondizionato. Quell’amore che travolge tutto e può davvero frantumare le resistenze dell’altro. Mi spiego meglio. Io non sono stato un marito facile per la mia sposa. Avevo tanti pregiudizi, tante ferite e peccati che mi avvelenavano il cuore. Non mi comportavo sempre bene con lei, non ero spesso amorevole, ma scontroso e acido. Alla fine ha vinto lei. Mi ha fatto sentire profondamente amato tutte le volte che mi ha mostrato un sorriso, mi ha donato una carezza, mi ha sempre accolto anche nei momenti in cui non meritavo nulla. Questo mi ha cambiato. Mi ha aiutato a capire che lei era nella verità e che in quel momento io stavo sbagliando. Noi sposi cristiani siamo chiamati a questo. Io amo Luisa e lei ama me. Ci siamo scelti per quello che siamo. Ci siamo scelti con tutte le nostre debolezze, le nostre incoerenze e i nostri spigoli. L’amore sponsale va oltre tutto questo. Ogni volta che riusciamo ad amarci profondamente è un’esperienza meravigliosa di unità e di fraternità. Ogni volta che non riusciamo è bellissimo comunque, perchè sperimentiamo la grandezza del perdono e dell’amore incondizionato dell’altro. Ci sentiamo amati per ciò che siamo e non solo per quello che facciamo e che diamo. Credo che questa sia la differenza grande tra un matrimonio autentico e qualsiasi altra unione. Nel matrimonio si acquisisce il modo di amare di Dio. Per Grazia e per dono, non per merito. Il matrimonio diventa una piccola e imperfetta Trinità. Piccola e imperfetta, ma pur sempre una scintilla che mostra il fuoco dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Papa Francesco al Forum. Guardarsi negli occhi. (1 articolo)

Papa Francesco il 16 giugno  ha ricevuto in udienza una delegazione del Forum delle Famiglie. Ne è nato uno scambio molto bello e soprattutto interessante. Papa Francesco, provocato dalla passione del presidente del Forum Gigi De Palo, riposto il discorso formale che aveva pronto, ha risposto a braccio, guidato da quanto lo Spirito gli suggeriva. La risposta del Papa è una meraviglia da leggere e rileggere. Sento il desiderio di rileggerla con voi, approfondendo i punti più significativi.

Lui (Gigi De Palo ndr)  ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano… Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.

Papa Francesco si commuove pensando all’amore sponsale, quello autentico. Un amore che non cessa. Un amore che con il tempo cresce. L’amore non può essere un concetto fermo e statico. L’amore se non cresce muore. E’ come una pianta che va curata e nutrita giorno dopo giorno. L’amore si nutre di tenerezza. L’amore ha bisogno della tenerezza per non morire nel cuore degli sposi. Tenerezza che si concretizza nei gesti del corpo, nella cura e nelle attenzioni. Tenerezza che è anche sguardo. Il papa si sofferma sullo sguardo. Dimostra di essere attento a ciò che è davvero importante. Sa leggere bene il linguaggio non verbale degli sposi. Da come due sposi si guardano si può capire molto. Tanti sposi non si guardano più. La loro vita prosegue su binari paralleli e non si guardano più. Che tristezza. Due sposi che non si guardano più stanno gettando la loro bellezza e la loro ricchezza.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza, ma della assenza, tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno a cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi sappia prendere e coinvolgere. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla, se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora.  Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Sono malata d’amore. (30 articolo)

Sostenetemi con focacce d’uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d’amore.
[6]La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
[7]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l’amata,
finché essa non lo voglia.

Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento, mi azzardo a dire, di estasi. Sono, probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sè, un momento di stordimento. Non capisce più chi è. Chiede di aver qualcosa da mangiare perchè si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e mele. Due immagini che rimandano all’amore stesso. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbandonano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore di lui. In questo abbraccio silenzioso, senza aggiungere altro, possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve dei campi: non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finché essa non lo voglia. Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gazzelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare a quello erotico. Per tutte la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiuro, non svegliatela. Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta e sensibile scaturita dal nostro amore che si è fatto carne. Queste 9 righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che di più bello possono sperimentare due sposi nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di assimilare quel piacere appena vissuto. Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti che vuole significare un’unità appena sperimentata che sta riempiendo il cuore di gioia, di bellezza, di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno? La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che è un qualcosa voluto da Dio per noi, il modo che Dio ha scelto affinchè noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

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Le parole di Chiara

Oggi voglio proporre un articolo su Chiara Corbella. Non il solito articolo. La storia, ormai, è conosciuta da tutti o quasi. Voglio soffermarmi su due parole chiave. Due  parole che mi permetteranno di raccontare quello che di Chiara e della sua storia mi ha toccato di più.

Piccoli Passi Possibili

La regola delle tre p. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Non si può credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrive: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù.

Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili.

Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Enrico scrive: Non si nasce santi. Ci si diventa se fai le tue scelte, i tuoi piccoli passi.

Questo credo sia il primo grande insegnamento di Chiara.

 

Davide

Chiara ha elaborato una breve, ma intensa riflessione. Sicuramente frutto di tutto quella tempesta che aveva nel cuore. Chiara la scrisse nel 2010 riflettendo su Davide, il suo secondogenito, salito al cielo, come la primogenita Maria Grazia Letizia, dopo pochi minuti di vita:

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

Parole che ti entrano dentro e colpiscono duro. Tutti abbiamo dei Golia. Tutti siamo come i cambiavalute del Tempio.  Essere cambiavalute significa dare un prezzo alla nostra fede. Quanti lo fanno?

Vado a Messa però tu Dio mi devi dare quel lavoro, prego però tu Dio mi devi alleggerire da questo peso. Dio ti voglio bene finchè mi servi. Finchè fai quello che io voglio. Finchè, come un amuleto, mi preservi da dolore, dalla malattia e dalla sofferenza. Questa è la mentalità che abita la nostra vita. Un dio sottomesso alla nostra volontà. Un dio di cui ci serviamo per disinnescare le paure della nostra fragile esistenza.

Non funziona così. Chi davvero ha incontrato Cristo ha un altro tipo di atteggiamento. Ha una fede autentica. Chi ha incontrato Cristo si abbandona alla Sua volontà, perchè è sicuro di essere amato. Affronta la prova, non nel risentimento verso Dio, ma nell’abbandono fiducioso e nell’offerta. La sofferenza resta, Gesù non è sceso dalla croce, ma ha tutto un altro significato e valore.

Quando scrivo questi pensieri ho una stretta al cuore. Li accetto con la testa, ma c’è il mio cuore che continua a dirmi che non ce la farò mai. Che non è per me. Che nel mio intimo desidero che Dio mi tolga ogni sofferenza e ogni pena. Non è possibile. Non  è possibile perchè la morte, la malattia, la sofferenza abitano la vita di tutti e prima o poi ci si deve fare i conti. Non è possibile perchè il nostro Dio non è così, non ci evita la prova, ma ci accompagna e ci sostiene in essa. Chiara e lì per dirmi che ce la posso fare. Per questo le voglio bene. Perchè la sua testimonianza è preziosa e colma di speranza.

Chiara mi ha insegnato queste due piccole, ma immense verità. Costruisci il tuo rapporto con Gesù e conoscilo per quello che è. Cancella l’immagine che te ne sei fatto e abbandonati al Gesù vero, quello che hai imparato a conoscere e ad amare nell’incontro, nella preghiera e nella vita di ogni giorno. Solo così potrai accogliere e donare tutto, in ogni situazione,  perchè c’è un amore eterno che ti dà forza, speranza e senso.

Grazie Chiara. Prega per noi.

Antonio e Luisa

Dare compimento alla Legge.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Questo Vangelo credo possa insegnarci tanto. Perchè Gesù dice che non è venuto ad abolire la legge? Non vuole cambiare nulla della legge, ma al contrario vuole portarla a compimento. Gesù non solo non vuole. Gesù non può cambiare nulla della legge. La legge non è altro che un libretto d’istruzioni che Dio ci ha donato. Un libretto per svelare in profondità quelle che sono le esigenze del nostro cuore. La legge ci rende pienamente umani. E’ Gesù è pienamente uomo. Per questo non può cambiare nulla. Rispettare la legge significa vivere pienamente da uomini. Gesù è venuto a perfezionare la Legge, a portarla compimento. Non è venuto a cancellare il Decalogo, che resta completamente valido, ma a renderlo concretamente vivo nel cuore dell’uomo. E’ venuto a trasformare semplici norme da rispettare,  in apertura e conversione del cuore. Non ha senso seguire i comandamenti, se non come volontà di amare di più e più perfettamente Dio e i fratelli.  Come sappiamo i primi tre comandamenti descrivono il rapporto verticale, con Dio. Dal quarto al decimo si spostano su un piano orizzontale, sul rapporto tra uomini, con il prossimo. I comandamenti sono tutti importanti e non rispettarne uno indica un’ipocrisia di fondo, una incapacità di amare in pienezza.Uccidere, rubare, dire falsa testimonianza sono tutti comportamenti universalmente condannati. Non è un vero uomo chi commette certi gesti e certi delitti. C’è un comandamento che sembra, invece, passato di moda: il sesto.

Il sesto comandamento è spesso sottovalutato e ritenuto meno importante di altri. Come se la sessualità disordinata non fosse un peccato grave, non fosse una mancanza grave di rispetto verso l’altro e verso noi stessi. Non fosse una mancanza di amore.  Sento tanti sacerdoti condannare l’omicidio, le guerre, i furti, la truffa, le estorsioni e tutte queste manifestazioni del male. Giustissimo, ma non vedo altrettanta veemenza contro l’adulterio, i rapporti prematrimoniali, la masturbazione,  la contraccezione e i rapporti omosessuali. Il sesto comandamento è cancellato di fatto. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Un sacerdote, a cui voglio bene, ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: Se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: I fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso, al contrario, che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento, non a caso, è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi gli ha dedicato parte della vita? Non uccide forse la persona a cui aveva invece promesso amore, rispetto e cura.  Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo.

Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato/a senza essersi impegnato definitivamente e  totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro/a. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro/a come oggetto. Anche se sinceramente si crede di amare l’altro in quel modo. Spesso, però, la sincerità non equivale alla verità.

Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo, in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento, non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro/a.

Se crolla il sesto comandamento crolla tutto. La nostra società ipersessualizzata ne è la conferma. Sesso libero e facile, senza troppi pensieri, ma che rende le persone sempre meno capaci di scelte definitive e di fedeltà.  Bisogna recuperare la capacità di rendere giustizia alla verità e saper testimoniare che la sessualità è qualcosa di meraviglioso, ma che va vissuta in un contesto di amore autentico, nel dono totale del matrimonio tra un uomo e una donna. Al di fuori della sponsalità è un gesto falso che esprime la nostra incapacità di amare e il nostro egoismo che usa per interesse. Non è dono, ma violenza, sempre, anche quando si tinge di un sentimento d’amore che non può però essere autentico. Questa è una mentalità che poi si manifesterà in ogni ambito relazionale: lavorativo, affettivo, familiare etc. Rispettare il sesto comandamento significa educarsi al rispetto e alla valorizzazione dell’altro/a. Significa essere responsabile delle proprie promesse e delle proprie azioni.  Non è figlio di un dio minore, ma vera esigenza che Dio ci chiede per amare veramente come Lui ama e come Gesù ci ha mostrato nella Sua vita terrena.

Antonio e Luisa

Luce del mondo.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Guardare con invidia a quello che manca senza saper apprezzare i propri punti di forza. Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce. Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo. Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che invidiate magari la casa sempre in ordine di chi non ne ha. Siete luce. Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che voi che restate fedeli alla promessa siete una luce abbagliante in questo mondo di tenebra. Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

Ha scelto sempre Lui prima di me. Per fortuna!

Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».
Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!
Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Questo Vangelo mi ha sempre lasciato un po’ perplesso. Perchè Gesù dice questo?

C’è una verità di fondo che mi è risultata chiara solo dopo il mio matrimonio. Non c’è amore autentico se non in chi ama secondo Dio. Che ne sia consapevole o meno. Che sia cristiano o meno. La verità dell’amore l’abbiamo scritta in noi perchè ci costituisce come persone. Siamo fatti per amare così. Gesù supera i legami umani. Va oltre e afferma che io riconosco davvero mio padre, mia madre, i miei fratelli e, adesso, anche la mia sposa e i miei figli, se li amo nella verità. Non basta il legame di sangue o coniugale. Non basta, se non mi relaziono a loro con il rispetto, l’amore, l’accoglienza, la pazienza, la misericordia e la verità che Dio ci insegna attraverso la Parola e la sua legge. Se non metto Dio prima di ogni altra cosa. Ho compreso tutto questo grazie a Luisa.  La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Mi avrebbe lasciato senza pensarci se l’avessi messa davanti ad una scelta tra me e Lui. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè, in definitiva, non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei ha sempre messo la volontà di Cristo davanti alla mia e questo mi ha salvato. Mi ha costretto a pormi delle domande. Mi ha costretto a comprendere che la bellezza di quella ragazza andava oltre l’aspetto fisico, ma era trasfigurata dal suo tenace abbandono a Gesù, che era davvero Signore e Salvatore per lei. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era mai stato capace di fare. Lei nella sua fragilità e debolezza di donna ferita, ma forte come solo chi  fonda la vita sulla roccia di Cristo, mi ha penetrato con la spada e mi ha aperto la ferita del cuore liberandolo da tutto il pus del peccato che lo ammorbava. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

Grazie alla mia sposa che non ha mai amato me più di Gesù.

Un consiglio che mi sento di dare a tutti. So per certo da medici e psicologi amici che sono sempre più le spose (ma anche gli sposi) che si lamentano delle richieste dei coniugi. Sesso anale, pornografia, scambio di coppie, sex toys e tante altre depravazioni. Abbiate il coraggio di dire no a queste cose. Per il bene vostro e del vostro coniuge. La sessualità autentica è dono, incontro d’amore, dove l’abbraccio intimo è già cosa che più bella non si può sperimentare. Tutto il resto è solo frutto dell’egoismo e della concupiscenza. Tutto il resto serve solo a rendere la persona da amare una cosa da usare, un pezzo di carne.

Antonio e Luisa

Sangue e acqua. Vita e Spirito Santo.

Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui.
Venuti però da Gesù e vedendo che era gia morto, non gli spezzarono le gambe,
ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Oggi ricorre la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. La liturgia ci presenta quindi questo passo del Vangelo. Sangue e acqua. Vita e Spirito Santo. Noi gli abbiamo saputo dare solo aceto. Vino avariato.  Amore avariato. Egoismo e chiusura. Sulla croce Gesù ha compiuto un nuovo miracolo. Un nuovo miracolo di Cana. Anche sulla croce si stava celebrando un matrimonio. Si stava celebrando l’alleanza nuziale tra Dio e l’uomo. Questa volta non ha fatto riempire le giare di acqua. Non c’era neanche quella. Non c’era neanche il nostro poco amore umano. C’era l’aceto. L’acqua non è cattiva come l’aceto. In questo caso non c’è un amore da perfezionare come a Cana. C’è un amore guastato da salvare. Lì, su quella croce, Gesù si prende il nostro matrimonio malato. Prende le nostre miserie, le nostre ripicche, i nostri litigi, il nostro egoismo, i nostri piccoli e grandi tradimenti, le nostre urla e i nostri giudizi spietati. Prende tutto e ci salva. Beve il nostro aceto. Lo fa suo.  A quelle coppie che hanno la determinazione, la volontà o, anche solo, la capacità di riconoscersi bisognose e di non bastarsi, restituisce sangue e acqua. Dal suo Sacratissimo Cuore scaturisce sangue e acqua. Scaturisce il sangue. Sangue che è vita. La vera vita. Scaturisce la capacità di rialzarsi e di rimettersi in cammino. Scaturisce la volontà e l’impegno di crescere come persone e come sposi. Scaturisce la voglia di cambiare quella relazione e di cambiare noi stessi. Gesù sa che non basta il sangue e ci dona anche l’acqua.  L’acqua che è segno dello Spirito Santo. Ci dona il suo sostegno e la sua forza. Ci dona il suo amore perchè diventi il nostro amore. Ci dona la capacita di perdonarci, di guardarci con gli occhi di Dio, di avere misericordia l’uno per le miserie dell’altro. In Lui  tutto cambia. Affidando tutto a Gesù non diminuiranno probabilmente i problemi. Lui in croce ci è andato. Cambierà, però,  la nostra relazione. Non sarà più aceto avariato, ma vita, amore e Spirito. Misericordia e accoglienza. Sarà finalmente un matrimonio pieno e felice anche nelle difficoltà.

Importante sottolineare come in entrambe le situazioni, a Cana e sotto la croce,  fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Il primo di tutti i comandamenti

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;
amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi».
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui;
amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo Vangelo, molto conosciuto e approfondito in molteplici prospettive, mi permette di focalizzare l’attenzione sulla parte conclusiva. Spesso ignorata.  Vorrei soffermarmi non tanto su quello che dice Gesù, ma su quanto afferma lo scriba: amarlo (Dio) con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici.

Mi soffermo su queste parole per un motivo ben preciso. Per noi sposi non c’è differenza tra amare il prossimo e elevare olocausti e sacrifici. Per noi è la stessa identica cosa. Nel matrimonio esiste un prossimo più prossimo degli altri. Nel matrimonio veniamo consacrati affinché Dio possa prendere il nostro amore umano di persone misere ed imperfette e farne molto di più. Farne cosa sua, farlo a sua immagine. Veniamo abilitati ad essere immagine e manifestazione del suo amore. Siamo epifania dell’amore. Sempre che il nostro cuore sia aperto alla Sua Grazia. Questo cosa comporta? Che ogni nostro gesto d’amore diventa sacro. Ogni gesto d’amore che io e Luisa ci doniamo e ci scambiamo diventa sacrificio elevato a Dio. Ogni gesto d’amore attinge a quella sorgente inesauribile che è l’amore stesso di Dio per noi e per la nostra relazione. Dio ci ha voluto insieme e ama profondamente ciò che siamo. Ama profondamente il noi che si è generato nel sacramento nuziale. Ed ecco che il primo di tutti i comandamenti diventa le fondamenta di ogni matrimonio. Fondamenta e orizzonte di ogni matrimonio. Ogni volta che pulisco casa, che faccio la spesa, che abbraccio la mia sposa, che la ascolto, che la perdono, la curo e la guardo con amore. Ogni volta che mi alzo a prendere l’acqua o raccolgo ciò che le è caduto sto compiendo un sacrificio gradito a Dio. Ogni volta che amo la mia sposa nell’incontro intimo sto elevando un sacrificio a Dio. Sacrificio ed olocausto perché comporta il dono totale di me in anima e corpo. Sto, cioè,  perfezionando e vivendo ciò che non è più solo mio, che non mi appartiene più, ma è diventato suo. Il mio amore per la mia sposa. Ed è così che amando la mia sposa sto amando Dio e amando Dio sarò capace di amare di più anche la mia sposa. Un comandamento a forma di croce. Uno sguardo verticale verso Dio, uno sguardo orizzontale verso il prossimo, e un punto di incontro che contiene tutto: l’amore per la mia sposa.

Antonio e Luisa

Un istante che sia eterno

In quel tempo, vennero a Gesù dei sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogarono dicendo:
«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello.
C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza;
allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente,
e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.
Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l’hanno avuta come moglie».
Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?
Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.
A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe?
Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».

Questo Vangelo mi mette in crisi. Come tutte le crisi è un’opportunità per andare più a fondo. Per entrare in profondità della mia vocazione matrimoniale. Ho un desiderio dentro di me, desiderio costitutivo di ogni essere umano. Il desiderio del per sempre. Di vivere per sempre. Di amare per sempre. La morte è uno scandalo. Non siamo fatti per morire. Siamo fatti da Colui che è vita, amore, pienezza. Siamo fatti a sua immagine. Anche nel matrimonio sento questa chiamata al per sempre. Leggere queste parole di Gesù mi provoca disagio. Vorrei che la mia relazione con Luisa riuscisse ad andare oltre questa vita, avesse un orizzonte eterno. Gesù ci dice che non è così. Saremo come gli angeli. Gli angeli che sono puri spiriti. Cosa significa questo? Che avremo un corpo. Su questo non c’è dubbio. Non sarà più necessario, però, un matrimonio. Non sarà più necessaria una mediazione tra me e Gesù. Lo potrò amare direttamente. Questa riflessione ci permette di comprendere ancora di più quanto sia importante, invece, il nostro sposo e la nostra sposa in questa vita. In questa vita possiamo vivere e sperimentare momenti di eternità e di paradiso attraverso la persona che abbiamo al nostro fianco. Quando due sposi si amano in modo autentico e si manifestano in modo sensibile questo amore stanno facendo esperienza vera dell’amore di Dio. Quando io abbraccio la mia sposa è l’abbraccio di Gesù per lei. Quando io bacio e carezzo la mia sposa è il bacio e la carezza di Gesù per lei. Quando io l’accolgo si sente accolta da Gesù. Così in tutto. Non perchè io sia come Gesù, sia chiaro. Non ho questa superbia. Non mi sento un superuomo. Sono sicuro di questo perchè sto scoprendo sempre più cosa sia il matrimonio, e quali realtà naturali e soprannaturali comporti. Certo, in modo molto limitato, per quanto un uomo possa comprendere la grandezza di Dio, ma già resto a bocca aperta così. Nella nostra relazione c’è la presenza reale di Gesù che si manifesta all’uno attraverso l’altra, e viceversa. Bellissimo. Ecco perchè l’amplesso fisico tra due sposi è santo.  Perchè è il momento più alto e più bello con il quale gli sposi possono fare esperienza sensibile, non astratta, della gioia e della pienezza, nel dono totale del corpo. La Chiesa ha sempre compreso la potenza di questo gesto, ma solo ora, dopo un cammino di secoli sta arrivando a comprenderne anche la santità e il significato profondo. Chi ne ha fatto esperienza davvero lo sa. Gli sposi che lo hanno vissuto autenticamente hanno fatto un’esperienza di cielo. Hanno provato per qualche istante quella pienezza che ci sarà solo nei cieli. Un assaggio di cielo.  Per qualche istante non hanno avuto altro desiderio che quel momento non finisse mai, perchè erano immersi nell’amore. Questo è il paradiso. Un istante che sia eterno. Tornando alla Parola come posso concludere? Sicuramente non esisterà più lo stesso rapporto tra la mia sposa e me. Non avremo più bisogno di amarci come ci amiamo qui, nel modo che abbiamo ora. Saremo immersi nell’abbraccio di Cristo. Ho però una sicurezza! Luisa continuerà ad essere una persona speciale per me. Il cammino che abbiamo affrontato insieme e l’amore che ci siamo dati non sarà cancellato e vederla nella gioia con Cristo mi darà ancora più felicità e bellezza.

Antonio e Luisa

La mia moneta chi raffigura?

In quel tempo, i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono a Gesù alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso.
E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E’ lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda».
Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare».
Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui.

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa, ma la mia relazione la tengo stretta. Appartiene a me. So io cosa devo fare e, soprattutto, come si deve comportare la mia sposa. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Il matrimonio sarà a mia immagine oppure, semplicemente, non sarà più, lo scioglierò.  Quindi ogni situazione sarà valutata, pesata, giudicata in base ai miei parametri e al mio egocentrismo.  Il mio matrimonio sarà valutato in base a quello che mi darà. Certamente capite bene che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono.  Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è fatto di pietre vive

Non avete forse letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo;
dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri»?

La famosa testata d’angola, pietra d’angolo. Una curiosità. Perchè pietra e non mattone. Non usavano i mattoni? Eppure in Egitto gli ebrei erano schiavi adibiti alla costruzione di mattoni. Leggevo qualche mese fa un articolo di don Fabio Bartoli. Spiegava la differenza tra essere mattone o pietra in prospettiva teologica. Voglio riprendere quella riflessione e farla mia in chiave sponsale. Il tempio di Dio, il tempio di Salomone non è stato costruito con mattoni, ma con pietre vive, dagli spigoli non smussati, pietre scelte in modo molto accurato, scelte in modo che potessero sostenere la costruzione. Non mattoni. Perchè questo? Non lo so. Sicuramente i mattoni erano largamente conosciuti ed usati. Ricordo che molto tempo prima gli stessi ebrei erano schiavi che in Egitto erano usati anche per produrre mattoni. C’è un grande significato nascosto, un insegnamento di Dio, in questa decisione di usare pietre vive. I mattoni sono tutti uguali, non c’è differenza. Sono pressoché interscambiabili l’uno con l’altro e non riconoscibili. Dio non costruisce così la sua casa. Dio ama le differenze, perché le differenze sono sfida e modo per crescere e perfezionarsi. Nella differenza ci completiamo, nella differenza ci meravigliamo, nella differenza ci scontriamo, nella differenza impariamo, nella differenza ci riconosciamo unici. Nella differenza riconosciamo l’altro come un mistero attraente e da rispettare. Nella differenza scopriamo la grandezza di Dio capace di mostrarsi in una moltitudine di storie e di espressioni. Un’esplosione di colori e di luce. Noi siamo quelle pietre vive. Dio non vuole smussare quegli angoli che ci rendono diversi perchè perderemmo la nostra unicità. Dio vuole costruire con ciò che siamo la sua casa. Il nostro matrimonio è la sua casa. Anche la nostra piccola chiesa domestica è costruita con pietre vive. E’ costruita con Antonio, con la sua mascolinità, con la sua storia, il suo carattere, i suoi difetti e i suoi pregi. Ed è costruita con Luisa. Luisa completamente diversa da Antonio. Luisa che esprime la sua femminilità e la sua identità in tanti modi così diversi da Antonio. Ogni tanto vorrei che ragionasse e si comportasse in modo un po’ più simile al mio e più comprensibile. Poi, però, penso che mi ha affascinato e conquistato proprio perchè così diversa da me.  Che bello che, proprio perchè sono fatto così, con quegli angoli e quelle asprezze, sono perfettamente aderente alla mia sposa, anche lei pietra viva e unica. Una bellezza indicibile che viene dalla differenza. Siamo maschio e femmina, diversi nel corpo, nella sensibilità, nel pensare, nell’atteggiamento e in tutto, perchè il nostro essere sessuati investe tutto il nostro essere persone, spiriti incarnati. L’importanza della differenza, di essere pietre vive l’abbiamo scritta nel corpo. Dio ha voluto che solo due diversità potessero essere feconde. Dio non ama i mattoni. Dio ci vuole pietre vive e Gesù diventa pietra d’angolo, la pietra più importante per sostenere tutto. La pietra d’angolo è quella che salda due pareti diverse. Ecco noi siamo questo. Due diverse prospettive che sono saldate dallo Spirito Santo. Mentre scrivo queste cose mi commuovo. Penso alla mia sposa, alla bellezza inscritta nella sua femminilità. Nel suo essere donna riconosco una meraviglia, una ricchezza che riempie il mio sguardo e il mio cuore. Riconosco in lei un mondo che non mi appartiene, un mondo di una bellezza incredibile, affascinante e attraente. Attraverso il suo essere donna mi riconosco uomo e solo così il nostro incontro può essere fecondo di vita e di amore. Il più bel complimento che io possa fare alla mia sposa non è dire: mi ha reso simile a te. Sarebbe di una tristezza incredibile. Il più bel complimento che io possa farle è: Attraverso di te, attraverso la tua femminilità, il tuo amore, la tua persona sono diventato completamente uomo. Mi sento di essere ciò che sono e che sono stato creato per essere. Attraverso di te ho scoperto la libertà di scegliere e di vivere la vita che Dio ha pensato per me.

Naturalmente vale la stessa cosa per la mia sposa. Capite ora perchè Dio ama che la sua casa sia costruita con pietre vive e non con anonimi mattoni.

Antonio e Luisa

Corpus Domini. Un anniversario di nozze.

Oggi è la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Arriva subito dopo quella in cui si ricorda la Trinità. Domenica scorsa abbiamo ricordato Dio amore, Dio tre persone, ma un’unica sostanza, un unico amore. Dio come relazione intima e perfetta tra tre persone. Dio che non potrebbe essere che così. Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Dopo aver approfondito tutto questo, oggi ricordiamo che una di quelle Persone si è incarnata, che Dio si è fatto uomo. Non solo 2000 anni fa, ma si rende presente anche oggi in ogni consacrazione. Nell’ostia e nel vino consacrati c’è la reale presenza di Cristo. Cristo che si fa carne. Cristo ci ha amato così tanto da scegliere questa modalità particolare per rendersi presente. Gesù desidera così tanto essere uno con noi che ha scelto di farsi mangiare. Fedeli di altre religioni non comprendono tutto questo. Ci deridono e forse ci biasimano. Per loro è inconcepibile un Dio così, che si fa piccolo, che si fa carne, che muore per noi e che addirittura si lascia mangiare. Noi abbiamo la grazia di averlo incontrato. Crediamo che tutto questo sia possibile perchè ci siamo sentiti amati e desiderati da Lui. Abbiamo incontrato un Dio che non ci ha imposto la sua signoria. Gesù è mio Signore perchè desidero con tutto il cuore che lo sia. Mi ha conquistato con il suo amore. Mi ha conquistato dando tutto per me. Mi ha conquistato quando non ha mai smesso di aspettarmi, anche quando io rivolgevo lo sguardo ad altro. Lui è il mio Signore perchè gli ho donato il mio cuore dopo che lui mi ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio. Gesù stava celebrando un matrimonio in quell’ultima cena. Stava sposando la sua Chiesa nascente.  Matrimonio che si è concluso sulla croce. Matrimonio che ci consentirà di risorgere. Stava sposando ogni persona battezzata.Anche me e anche voi che leggete. Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo. Così dobbiamo essere noi. Amare l’altro/a fino a farci mangiare da lui o da lei. Farci mangiare nel senso che noi abiteremo in lui/lei, saremo parte di lui/lei. Le sue preoccupazioni saranno le nostre preoccupazioni. La sua gioia sarà la nostra gioia. Il suo dolore sarà il nostro. La sua vita sarà anche la nostra. Saremo una carne sola e un cuore solo. Non ci dicono questo? Beato quello sposo (quella sposa) che riesce a vivere questo amore, con questa attenzione, questa dedizione e questa cura verso l’altro. Chi riesce è una persona che ha capito cosa davvero conta nella vita, ha capito cosa sia il matrimonio e si sta preparando al meglio ad incontrare quel Gesù che non desidera altro che accoglierlo in un abbraccio nuziale che durerà per sempre. Matrimonio ed Eucarestia sono due realtà imprescindibili una dall’altra. Almeno per noi cattolici. Sono sacramenti dell’alleanza. Attingendo all’Eucarestia, all’alleanza d’amore tra Gesù e noi, possiamo trovare forza, vita e amore per realizzare al meglio la nostra relazione sponsale. Guardando a come noi sposi ci amiamo (o dovremmo amarci), all’alleanza nuziale  tra un uomo e una donna, il mondo può capire qualcosa di più del mistero dell’Eucarestia. La festa del Corpus Domini è, in fin dei conti, un anniversario di nozze.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Il suo vessillo su di me è amore. (29 articolo)

Io sono un narciso di Saron,
un giglio delle valli.
[2]Come un giglio fra i rovi,
così la mia amata tra le fanciulle.
[3]Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.
[4]Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.

Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo. Quasi un modo sopra le righe. In realtà non è così. E’ consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Non a caso Salomone risponde. Risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così la mia amata tra le fanciulle. Vedete! Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu che sei giglio, che sei un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa da grandi poeti successivamente. Mi viene subito in mente una strofa del Petrarca. Parole tratte da Chiare, fresche e dolci acque. Il Petrarca scrive:

Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono secoli dopo e in una cultura completamente diversa la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna; donna: dal latino domina, “signora”, e quindi con la facoltà di comandare il cuore del poeta e di rappresentare, ai suoi occhi, l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile.

Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore è sempre lo stesso, naturalmente quello autentico,  in qualsiasi epoca e civiltà, perchè la stessa è la natura del cuore dell’uomo.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra:

Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta non solo per il colore dei suoi frutti, ma anche per la fragranza e il sapore degli stessi. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la sulamita continua:

Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.

Questi versi esprimono il desiderio di lei di fare suo l’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona. Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo:

Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.

Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che nel vivere questo gesto d’amore, vivendo la nostra intimità, noi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono. C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana e alla Grazia di Dio che trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perchè vinta dall’amore, dal tuo amore per me.

Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Potete farlo se entrambi vi impegnate per questo.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. Di cipresso il nostro soffitto. (28 articolo)

Come sei bello, amato mio, meraviglioso sei!
Erba verde è il nostro letto,
di cedro sono le travi della nostra casa,
di cipresso il nostro soffitto.

La sposa risponde all’amato. Come sei bello, amato mio, meraviglioso sei! C’è chiaramente un richiamo al salmo 44: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo. Salmo che certamente era conosciuto dalle persone del tempo. La parte più interessante è però quella successiva. Erba verde è il nostro letto, di cedro sono le travi della nostra casa,
di cipresso il nostro soffitto. Sicuramente una descrizione molto particolare e che a noi uomini del nostro tempo sfugge completamente. Non ci dice nulla di particolare. C’è, invece, un significato molto importante. La caratteristica più evidente di questi versi è un improvviso cambio di scena. Torna prepotentemente la natura.  E’ un’immagine meravigliosa. Veramente ci viene riproposto il paradiso terrestre. I due sposi godono di questo. Non solo del loro amore reciproco, ma anche di tutta la bellezza del creato. E’ un canto rivolto a Dio stesso, alla sua creazione. C’è un significato ancora più nascosto. Il cedro e il cipresso sono menzionati per un motivo preciso. Rappresentano un simbolismo biblico molto forte. Il Tempio era costruito proprio con legno di cipresso e di cedro. In particolare lo era la parte che introduceva al Santo dei Santi. Qui c’è un parallelismo meraviglioso, così bello è grande da farci piangere di gioia. Santo dei Santi sta a Cantico dei Cantici. Significato fin troppo chiara. Dove c’è l’amore autentico tra gli sposi, lì c’è la presenza del Signore. Dove due sposi si amano davvero, lì c’è la presenza del Signore.

Scopriamo, quindi, che esiste un altro tabernacolo,  dove è presente realmente Dio, luogo concreto ma non visibile,  che va custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è chiamato da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. L’amore tra gli sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La loro relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutta la loro volontà e il loro impegno per renderlo luogo degno, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Antonio e Luisa

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Un grande matrimonio è fatto di servizio

Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il matrimonio è il sacramento del dono e del servizio. Solo mettendo in pratica questo semplice, ma difficile da realizzare, comando di Gesù, possiamo vivere il matrimonio per quello che è. Non per quello che molti credono. Molti, infatti, pensano al matrimonio come una relazione dove l’altro/a deve darsi da fare per renderli felici. Perchè mi sposo? Alla fine il discorso si riduce a questa semplice domanda. Una domanda che può davvero farci capire molto. Una domanda che ci dobbiamo fare.

Racconto un aneddoto per spiegarmi meglio. Un sacerdote, missionario in Brasile, venne da noi in parrocchia per una breve testimonianza. Ci raccontò, molto divertito, di un episodio che lo vide protagonista durante la celebrazione di un matrimonio. Era tutto pronto. Gli sposi erano sotto l’altare e lui fece la fatidica domanda alla sposa, a bruciapelo: “Perchè lo sposi?”.

La donna, un po’ imbarazzata e sorpresa, rispose: “Per essere felice”.  Lui si adombrò e fece la finta di cacciare tutti: “Non vi sposo perché non voglio essere parte del vostro divorzio”. Gli sposi rimasero senza parole. Allora lui diede la spiegazione che voleva arrivasse ai due giovani: “Non devi sposarlo con l’illusione che lui possa renderti felice. Vale anche per te caro sposo. Non sarà mai all’altezza delle tue aspettative. Non puoi pretendere che lui ti possa dare una pienezza che non gli appartiene. E’ una persona limitata e imperfetta come lo sei tu. Non lo vedi? E’ un peccatore come te. La forza che vi spinge al matrimonio deve essere un’altra. Dovreste avere il desiderio, che nasce nel cuore e prende vita nella scelta che farete ogni giorno della vostra vita insieme, di donarvi totalmente l’uno all’altra per rendere l’altro/a felice. State tranquilli che se avete questa consapevolezza dove non arriverete voi arriverà la Grazia di Dio”.

Cosa ci insegna questa breve testimonianza? Che spesso sbagliamo il punto su cui focalizzare la nostra attenzione. Siamo sempre pronti a riscontrare ogni mancanza del nostro sposo (o sposa), sempre pronti a sentirci offesi da un atteggiamento poco accogliente, sempre pronti a sentirci poco curati e ascoltati. Ci sentiamo spesso incompresi, trascurati, dati per scontato. In realtà, se ci pensiamo bene, l’altro non sarà mai perfetto (o perfetta, vale per entrambi). Sbagliamo atteggiamento. Dovremmo invece chiederci altro. Come posso aiutarlo/a? Cosa posso fare per farlo felice? Cosa gli piace? Posso cambiare qualcosa nella mia relazione con lui/lei per rendermi più amabile?

Cambia tutta la prospettiva e cambia la relazione. Solo così diventa un vero matrimonio, una vocazione all’amore e non solo due povertà che cercano di prendere qualcosa dall’altro come mendicanti.

Vi suggerisco un’abitudine da prendere. Fa tanto bene alla coppia. Alla sera, prima di addormentarsi, abbracciarsi e nell’intimità del talamo chiedersi scusa vicendevolmente. Su quello che potevamo fare e non abbiamo fatto.

Antonio e Luisa