Vegliate per amore, non per paura!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso.
E’ come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,
perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».

Marco 13, 33-37

Il Vangelo di questa prima domenica di Avvento sembra quasi esprimere una minaccia da parte di Gesù. Senbra voglia spaventarci. Probabilmente non è questa l’intenzione di Gesù. L’intenzione più intima di Dio è un’altra. Non è una minaccia. Non ci chiede di stare attenti per paura, ma di vigilare per amore. Il padrone non è un padrone cattivo. Il nostro Signore è buono e ci ama. Quindi perchè non dovremmo stare svegli per amore e riconoscenza verso di Lui? Per amore non per paura.

L’Avvento apre l’anno liturgico. E’ l’inizio di qualcosa di decisivo. L’Avvento è l’inizio di qualcosa di strepitoso! La nascita di una vita. La vita per eccellenza. L’ Avvento ci obbliga a fermarci e a riflettere. Non aspettiamo ogni giorno quella vita come dovremmo e non sappiamo guardare a Gesù nella nostra vita in ogni situazione. Una dinamica in cui cadeva spesso già il popolo d’Israele. Durante l’esilio, la schiavitù in Egitto, il popolo si chiedeva il perchè di quell’abbandono da parte di Dio. Gli israeliti non riconoscevano più la presenza di Dio nella loro vita. Ed è un po’ quello che tendiamo a fare anche noi quando la nostra storia è abitata da sofferenza e quando la fatica ci diventa compagna di viaggio. Perchè Gesù, che è Dio d’amore, ci ha abbandonato?

L’ Avvento ci ricorda proprio che Gesù non ci ha abbandonato. E’ un tempo che si ripete tutti gli anni perchè ne abbiamo bisogno. L’Avvento ci permette di rovesciare la prospettiva. Proprio perchè crediamo in un Dio che è amore, qualsiasi cosa ci possa accadere non può sconvolgerci. Perchè quell’amore, quella vita che stiamo aspettando, ha deciso di essere più forte di ciò che ci sta accadendo.

L’ Avvento è questo. E’ l’inizio di un tempo di grazia che ci conduce alla nascita di un bambino. Qualcosa che accade tutti i giorni, come la nascita di un bambino, diventa storia della salvezza. Quel bambino è Dio, si è fatto come me, come te, e ci sta dicendo chiaramente: Tutto ciò che ti può accadere non è più grande di me.

Il nostro cuore diventa grande quando riesce a farsi tanto piccolo da accogliere dentro di sè la presenza di Gesù. Allora tutto cambia. Quella nascita non è più la storia della salvezza, ma diventa finalmente la storia della nostra salvezza.

Antonio e Luisa

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Apertura alla vita. Cosa significa?

Purtroppo, conosciamo le numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo, in cui è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita»

Papa Francesco

Cosa significa essere aperti alla vita? Perchè gli anticoncezionali solitamente non permettono un’apertura alla vita, mentre i metodi naturali sì? Sono tutte domande lecite. Non solo lecite, sono domande che è giusto porsi. Io e Luisa ce le siamo poste. Io ci ho messo del tempo a comprendere quale fosse la differenza. E’ importante accogliere questa differenza non come un obbligo moralistico da subire, ma come una verità che ci costituisce e che ci può aprire alla pienezza dell’amore. L’apertura alla vita ci può rendere felici! Badate bene non ho scritto il numero dei figli, ciò che conta e che fa la differenza è l’atteggiamento e il nostro abbandono a Dio. Ci sono famiglie che non riescono a concepire che hanno però una grande apertura alla vita che possono essere felici e vivere la loro fecondità in tanti altri modi.

Torniamo a Luisa e a me. Ci siamo posti la domanda del perchè i metodi naturali fossero altro rispetto agli anticoncezionali. Una risposta ce la siamo data. La nostra relazione stessa ha permesso di diradare la nebbia e di capire. Ho visto chiaramente la grande differenza. Usare gli anticoncezionali significa sostanzialmente fare da soli. Significa escludere Dio dalla nostra relazione e dalla nostra sessualità. Usare i metodi naturali, solitamente, presuppone un desiderio del cuore di non fare tutto da soli ma di rendere partecipe Dio in questo aspetto della nostra vita e del nostro matrimonio. Forse sono stato ancora poco concreto. Cercherò di spiegarmi meglio.

Gli anticoncezionali educano a una mentalità egoistica. Educano a mettere al centro i miei bisogni, le mie emozioni, le mie pulsioni. Non sto escludendo solo Dio. Piano piano escludo dal mio sguardo anche l’altra/o. Ciò che conta è il mio piacere e il mio soddisfacimento. Vale per l’uomo e per la donna. Non voglio fare differenze di genere. Con uno sguardo di questo tipo anche l’apertura alla vita ne resterà inevitabilmente compromessa. Incomincerò a chiedermi se desidero o meno avere un figlio. Vedete? Lo sguardo è su me stesso non sulla vita nascente. Quindi la fertilità della coppia diventa un problema da risolvere. E’ un problema per chi non vuole figli ed è un problema anche per chi li vuole e non riesce ad averne.

I metodi maturali invece? Perchè sono diversi? Sono diversi perchè mi educano ad aprire il mio orizzonte. Mi aiutano a spostare lo sguardo da me stesso al bene della coppia e dell’altra persona. Sono disposto ad aspettare pur di vivere in pienezza quel gesto tanto bello che è l’amplesso fisico. Le mie emozioni, le mie pulsioni e i miei bisogni sono posti in secondo piano per privilegiare l’autenticità del rapporto. Imparando ad avere questo tipo di sguardo cambierà anche il mio approccio verso l’apertura alla vita e alla procreazione responsabile. Io e Luisa non ci domanderemo più se desideriamo un bambino, come fosse uno strumento a nostro uso e consumo per sentirci felici. Ci chiederemo: siamo pronti ad accogliere una nuova vita e a donargli una casa, affetto, attenzione, amore e una vita dignitosa? Il centro non siamo più noi ma diventa lui, il bambino. La fertilità della coppia diventa così un dono da governare. Un talento che non ci appartiene ma è di Dio, come nella bellissima parabola evangelica dei talenti.

Compreso tutto questo non ho avuto più dubbi ed oggi sono contento di aver scelto per i metodi naturali. Ringrazio Dio di avermi aperto gli occhi e i frutti di questa scelta li posso assaporare ogni giorno. Dopo 18 anni di matrimonio la relazione tra me e Luisa va alla grande perchè l’apertura alla vita fa bene. Fa bene prima di tutto a noi sposi e al nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Lei è la mia promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa.

E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

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La beata Karolina sapeva di essere preziosa!

Durante l’udienza generale di mercoledì scorso (18/11/2020) il Santo Padre Francesco ha rivolto un saluto ai pellegrini di lingua polacca ricordando loro, e a tutti i cristiani del mondo, la bellezza della purezza,della castità e l’importanza del pudore:

Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Oggi in Polonia ricorre la memoria liturgica della Beata Karolina Kόzka, vergine e martire. A sedici anni subì la morte per martirio in difesa della virtù della castità. Con il suo esempio, ancora oggi indica, specialmente ai giovani, il valore della purezza, il rispetto per il corpo umano e la dignità della donna. Affidatevi alla sua intercessione, perché vi aiuti a testimoniare con coraggio le virtù cristiane e i valori evangelici. Vi benedico di cuore.

Karolina Kόzka è, potremmo dire, la Maria Goretti di Polonia. Anche lei ha preferito la morte alla violenza sessuale. Credo che figure come Karolina e Maria possano aiutarci a riflettere sull’importanza del nostro corpo. Così importante che queste due ragazze hanno dato la vita pur di non cedere a chi voleva usare violenza sessuale su di loro. Perchè avevano ben chiara la consapevolezza di essere anche il loro corpo. Avevano la consapevolezza che violare il loro corpo significava violare tutta la loro persona. Il Papa, con il suo messaggio, lo sottolinea e ricorda, ad una società che tende a sottovalutare le conseguenze della banalizzazione del corpo e della sessualità, quanto sia importante per la stessa dignità dela donna (ma vale anche per l’uomo) riappropriarsi di valori come purezza, rispetto e castità. In sintesi il Papa ci vuole dire che la giovane Karolina ha avuto la forza di opporsi a quella violenza perchè conosceva quanto lei fosse bella e preziosa. Quanto la sua dignità di donna si manifestasse anche attraverso il suo corpo e da come lei considerava il suo corpo. Non qualcosa da svendere o da usare ma una parte di lei preziosa da custodire e proteggere.

Purtroppo oggi non è così per tante ragazze e per tanti ragazzi. Il corpo è usato per avere qualcosa in cambio. Di solito per avere un po’ di considerazione. Tanti usano il proprio corpo illudendosi di non avere conseguenze e invece questo modo di agire provoca in loro delle ferite profonde che poi impedisce loro di vivere relazioni autentiche e sane. Dovremmo aiutare i nostri figli a riscoprire l’importanza del pudore e della castità.

Il pudore non è da confondere con la vergogna. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita. Un ragazzo o una ragazza che ha pudore sa quanto vale e sa quanto vale il suo corpo. Sa che il suo corpo è parte integrante della persona che è e che la sua dignità non può prescindere da come lo custodisce.

La castità esprime a sua volta la dignità della persona. Della propria persona e anche di quella con cui ci relazioniamo. Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Quindi il Papa fa bene a ricordare ogni tanto quanto la nostra dignità e la verità delle nostre relazioni d’amore passino attraverso pudore, purezza e castità. Senza non riusciremo a vivere un amore vero nella nostra vita e anche tutta il nostro amore verso Cristo ne sarà inesorabilmente compromesso. Non si tratta di moralismo ma di imparare ad amare.

Antonio e Luisa

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Gli anticoncezionali distruggono il desiderio.

Alcuni giorni fa ho pubblicato una riflessione partendo dal romanzo Il gattopardo. Mi sembra importante ritornare su quella riflessione per spiegarla meglio. Dio ha creato l’uomo e la donna. Dio ha creato il corpo dell’uomo e della donna come macchine perfette. Macchine regolate da leggi altrettanto perfette. La donna per questo non è sempre fertile. La fertilità della donna si concentra in pochi giorni, l’ovulazione dura poche ore. Tutto ciò si ripete in un ciclo che si ripete e che dura per tutta l’età fertile della donna. Non è qualcosa che riguarda solo il corpo della donna. Come sappiamo noi siamo corpo e spirito e sappiamo anche che l’uno influenza l’altro.

Questo ci dice due cose: che Dio non ha pensato, come alcuni spiritualisti sostengono, che il rapporto fisico ha senso, ed è cosa buona, solo quando si ricerca una gravidanza (altrimenti Dio avrebbe reso la donna fertile sempre) e che forse dei momenti di astinenza sono necessari. Sono necessari proprio per noi, per la coppia, per nutrire il desiderio. Sono necessari non solo per non concepire figli ma anche per nutrire il desiderio con un’attesa feconda.

Cosa voglio dire con questo? Gli anticoncezionali distruggono il desiderio. Gli anticoncezionali ci educano a soddisfare ogni nostro desiderio sessuale senza nessun vincolo se non la volontà di entrambi di consumare il rapporto. Senza dover mai attendere. Bastano pochi minuti in qualsiasi momento (tanto lei prende la pillola e lui usa il preservativo). Il desiderio non ha tempo di crescere e di alimentarsi con l’attesa perchè subito viene soddisfatto. Sembra magnifico! Il sogno di tutti. Eppure, se ci pensate bene, non è così positivo come può sembrare. Sapete perchè? Perchè cio che discrimina se avremo o no un rapporto è per l’appunto il desiderio. Che non dipende da noi. Diventa solo un istinto e una pulsione. Non siamo noi a decidere. Ciò significa che se il desiderio cala non avremo più rapporti o li avremo molto diradati nel tempo. Non è forse ciò che accade a tante coppie sposate?

Molti vivono il fidanzamento senza farsi mancare nulla, poi si sposano, arrivano i figli, le preoccupazioni, gli impegni e il desiderio piano piano sparisce portando le coppie al deserto sessuale. Ad un’astinenza senza desiderio. La libertà ha distrutto il desiderio. Dire che il desiderio è qualcosa che non controlliamo è vero solo in parte. Sicuramente c’è una parte irrazionale che non dipende da noi, ma è altrettanto vero che noi possiamo alimentare quella parte irrazionale e aiutarla a crescere e a non spegnersi. Come? Con la corte continua. Prendendoci cura l’una dell’altro con gesti di servizio, di attenzione e di tenerezza. Così il desiderio non soddisfatto per alcuni giorni ha il tempo di crescere e di diventare sempre più forte fino a quando non potrà essere soddisfatto.

Capite ora? E’ importante non distruggere gli equilibri della nostra relazione intima. Per questo i metodi naturali non sono equiparabili agli anticoncezionali. Certo i metodi naturali sono impegnativi. Sono impegnativi per la donna, che deve imparare ad ascoltare il proprio corpo, e sono impegnativi anche per l’uomo, che spesso vede andare in fumo tutti i progetti che si era messo in testa per quella serata. Deve controllare il suo desiderio. Però fanno bene alla coppia. Avere tutto subito alla lunga svaluta l’intimità sessuale. Il fatto di dover assecondare dei periodi di astinenza diventa un nutrimento importante per la coppia. Il fatto di dover attendere alcuni giorni aiuta il marito ad amare la sua sposa senza ricevere in cambio una gratificazione sessuale, fa sentire la sposa amata e accresce il desiderio. Perchè il desiderio non soddisfatto si alimenta sempre più fino a diventare piacere e comunione quando finalmente gli sposi potranno vivere il loro incontro intimo.

Periodi di astinenza sono così necessari per far accrescere il desiderio e non far morire la nostra intimità. Possiamo sintetizzare tutta questa riflessione in un’immagine molto attinente con la natura. L’astinenza durante i giorni fertili della donna è paragonabile all’aratura di un campo. Serve lasciar riposare il terreno, non coltivare nulla per un periodo, per preparare il terreno ad accogliere la nuova semina. Serve a noi sposi a prepararci a desiderare di accoglierci nuovamente. L’astinenza dovuta invece alla mancanza di desiderio è per l’appunto come un campo sfruttato male per anni e che perde la sua fertilità. Non vi si può più piantare nulla. E’ diventato un deserto. Così la relazione di tante coppie di sposi.

Antonio e Luisa

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Il Gattopardo nasconde un inno all’amore (vero)

Chi non ha mai sentito nominare il Gattopardo? Chi tra noi ha qualche anno in più credo abbia ben in mente la bellezza di Angelica, la protagonista femminile, interpretata, nella trasposizione cinematografica, da una meravigliosa e giovane Claudia Cardinale. Il gattopardo è soprattutto però il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Romanzo uscito nel 1958. Nel testo possiamo imbatterci in alcuni dialoghi che raggiungono livelli davvero alti, di grande profondità. Una profondità di pensiero figlia di una saggezza popolare, più che di una cultura da intellettuale da salotto. Voglio riprendere proprio un passaggio del romanzo perchè nasconde nelle sue pieghe una piccola perla da cogliere e meditare, da soli e in coppia. Una descrizione molto poetica di ciò che siamo e come l’amore abbia delle sue leggi che vanno oltre i nostri impulsi ed istinti.

Quando furono diventati vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore.

Queste parole sono un pugno nello stomaco verso la nostra società edonista e narcisista. Dove c’è un’idea malsana di verità e di libertà. Dove non abbiamo più freni, non siamo più capaci di controllare i nostri appetiti e non siamo più capaci di fedeltà e di sacrificio. Narcisisti e fragili. Certo non voglio generalizzare, ci sono ancora tanti uomini e tante donne che vivono l’amore cercando di donarsi sinceramente l’uno all’altra, ma non è il pensiro più comune, o comunque non è quello più rappresentativo mediaticamente. Per questo non riusciamo più ad essere felici. Perchè quando si vive tutto in questo modo bulimico poi le relazioni perdono di fascino e il desiderio finisce. Perchè avere tutto senza fatica non ci permette di dare il giusto valore alle cose. Ed è così che la contraccezione ci ha in realtà liberati si, ma liberati dal desiderio. Sono sempre di più le coppie di sposi che dopo pochi anni di matrimonio non fanno più l’amore. Quindi ci si lascia o ci si tradisce. Perchè in realtà non amiamo l’altra persona ma siamo innamorati dell’emozione che proviamo. L’altro/a, quindi, possiamo tranquillamnete cambiarlo quando non fa più al caso nostro.

Rileggete le parole dell’autore. Racconta tutto un altro modo di relazionarsi e di vedere l’altra persona. Che non è mezzo ma è fine del nostro amore. Parole che sono poesia ma soprattutto sono vere: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto. Come non pensare al fidanzamento vissuto nella castità? Il desiderio non finisce ma al contrario si continua ad alimentare proprio perchè non realizzato. Un desiderio che cresce fino al giorno delle nozze quando finalmente nel dono totale ci si può abbandonare anche all’amplesso che è immagine dei due cuori degli sposi fusi in uno. Come il loro corpo che diventa uno. La prima notte di nozze diventa così non qualcosa di già vissuto ma una novità che rappresenta l’inizio di una nuova vita e di un legame indissolubile. E poi: dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore. Che belle parole per descrivere i metodi naturali. Queste parole si sposano perfettamente anche con l’attesa feconda di chi fa la scelta dei metodi naturali. Quello stimolo, quel desiderio che diventa rinuncia perchè non possiamo accogliere completamente l’altra persona in tutta la sua fecondità e per questo siamo disposti ad attendere quando potremo farlo. Così la rinuncia diventa gesto di vero amore e l’attesa diventa nutrimento per il nostro desiderio di ritrovarci uno.

Per questo la via cristiana, quando vissuta fino in fondo, senza sconti o scorciatoie, di solito permette di conservare l’amore e il desiderio dell’uno verso l’altra. Questa è la libertà vera: saper rinunciare per un bene più grande. Saper rinunciare, perchè no, anche per un piacere più grande.

Antonio e Luisa

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Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore. (2 parte)

Proseguiamo con l’intervista a don Andrea Mardegan che continua a raccontarci qualcosa del suo libro e, attraverso di questo, della Santa Famiglia. (qui la prima parte)

Avrei desiderato sicurezza e silenzio di preghiera. Invece ci furono freddo e preoccupazione. Ma il mio Signore ci donò pazienza nell’ansietà, silenzio nella confusione e l’amore tra noi due e per il bambino in mezzo all’indifferenza della gente. Altro tema fondamentale che si può leggere nelle parole di Maria. Maria capisce che la Grazia di Dio non è una magia che cambia ciò che ci circonda, ma è una forza che cambia il nostro cuore. Le difficoltà restano ma Dio dà la forza per affrontarle. Un suo commento su questa riflessione.

Grazie anche per questa domanda, molto profonda. Immergendomi nella storia d’amore di Maria e di Giuseppe, come ce la presenta il Vangelo e la tradizione della pietà popolare, che mi hanno offerto la cornice degli avvenimenti nei quali ho tentato di immaginarmi stati d’animo, sentimenti, reazioni interiori, dialoghi, gioie e dolori, fatiche e speranze di Giuseppe e di Maria, mi sono accorto, con maggiore ampiezza e consapevolezza, delle notevoli difficoltà che hanno dovuto affrontare. Non solo quelle esterne che conosciamo dai Vangeli, anche se ammorbidite dallo stile essenziale e discreto delle fonti che risalgono come origine evidentemente a Maria e a Giuseppe, e degli evangelisti, ma soprattutto quelle interiori, il disagio di non poter dire la loro condizione, il timore di un futuro incerto e minaccioso e quelle non raccontate o solo accennate: le maldicenze che non li risparmiarono di certo, la povertà, e altro ancora. La provvidenza di Dio non ha risparmiato loro difficoltà e sofferenze. Tutto ha avuto comunque un risvolto di custodia e di difesa del figlio di Dio e di sua madre, e del loro mistero. Da loro possiamo imparare e soprattutto da loro possiamo ricevere conforto e aiuto nelle vicende della storia e in quelle personali quando non coincidono con i nostri desideri o i nostri sogni: l’aiuto dell’intercessione per la Grazia di cui tutti abbiamo immenso bisogno per vivere da figli di Dio le circostanze della nostra vita, in particolare le vicende del matrimonio e della famiglia.

Lo osservai teneramente e gli chiesi: “Che fai?” Giuseppe si voltò verso di me e mi guardò con un amore infinito. Mi rispose: “Niente, guardavo le stelle del mattino e pensavo a te”. E sorridendomi mi invitava a volgere lo sguardo a quella luce solitaria e meravigliosa nel cielo, dove l’oscurità stava per lasciare spazio all’aurora. Ci abbracciammo. Sentimmo fortissima la presenza dello Spirito Santo. Questo affresco mi ha trasmesso un grande senso di tenerezza. Giuseppe e Maria sono vergini ma questo non significa che tra loro non ci fossero manifestazioni di affetto e tenerezza. Quanto è importante riscoprire questo aspetto della coppia santa? Questa dimensione affettiva può farli sentire più vicini agli sposi cristiani? La tenerezza è un vero linguaggio dell’amore degli sposi? La mancanza di tenerezza indica una povertà anche spirituale?

Nella nostra fede sappiamo e custodiamo le verità del matrimonio verginale di Giuseppe e di Maria, e l’attenzione nel difendere questa verità, difficile da spiegare, può dare ragione della reticenza a immaginarsi e a parlare dell’unione spirituale e anche della vicinanza di tenerezza della madre di Dio e del suo sposo. Ma penso che possa essere molto utile, soprattutto in questo nostro tempo, immaginarsi la profonda unione degli sposi Maria e Giuseppe pur senza mettere in dubbio quella verità della fede. L’intimità che scaturisce dalla vicinanza, dal dialogo, e dai gesti di tenerezza di coloro che il vangelo di san Luca chiama “i genitori” di Gesù, perché così erano ritenuti e di fatto come tali vivevano il loro compito educativo, può aiutare gli sposi di oggi, e i fidanzati che si preparano al matrimonio. Siamo forse stati abituati dalla liturgia che festeggia prevalentemente Maria e Giuseppe in modo separato, così come in tante immagini sacre e dalla devozione popolare,  a rivolgerci all’uno o all’altra, singolarmente. Anche i libri di spiritualità o i documenti del Magistero sono su Maria o su Giuseppe, e limitano abitualmente a pochi cenni la presenza dello sposo Giuseppe o della sposa Maria nella vita dell’altro.  Il matrimonio verginale di Maria e di Giuseppe è evidente che sia stato accompagnato da grandi doni di Dio, grazie ai quali si può pensare che abbiano vissuto vissuto la tenerezza come espressione molto umana e tanto necessaria dell’amore reciproco e del suo svilupparsi. La tenerezza è dimensione che negli ultimi decenni è diventata oggetto di studio non solo delle scienze umane ma anche della teologia e della pastorale. Penso ai libri di Carlo Rocchetta e di altri autori. Papa Francesco la cita spesso come virtù che manifesta la carità, anche in Amoris Laetitia, e la attribuisce a san Giuseppe fin dall’omelia del 19 marzo 2013, giorno in cui ha iniziato ufficialmente il suo Pontificato. Scoprire che la coppia santa, Giuseppe e Maria, si è scambiata gesti di tenerezza, la fa uscire da un’aura di spiritualismo disincarnato in cui la devozione può averli collocati, e che non si spiega, anzi appare proprio in contrasto, con il loro stare insieme ed essere sposati proprio per dare accoglienza, calore, affetto e famiglia all’Amore di Dio che si è incarnato nel grembo di Maria, ed è stato accolto dalle braccia di Giuseppe. Penso che vedere la tenerezza con cui Giuseppe e Maria si trattavano può aiutare molto gli sposi cristiani a sentirli più vicini a sé, e a coltivare questo linguaggio tra loro, che può tanto contribuire a rafforzare l’amore manifestandolo nella tangibilità dei gesti che arricchiscono l’anima e rendono amabile il cammino della vita. La tenerezza richiama le prime esperienza di vita: il grembo materno e il seno che ci ha allattati. Si esprime e si manifesta in mille modi, nella cura dell’arredamento di una casa come di un ufficio o una città, nella musica, nei colori, nel tono e nel contenuto delle parole, in uno sguardo e in un sorriso, nei profumi. Attraverso il senso del tatto però ha forse il suo luogo principale di espressione. Mi colpì, leggendo il saggio, ormai classico, “La temperanza” del filosofo tedesco Joseph Pieper, come metteva in evidenza che il senso del tatto, secondo san Tommaso, e anche Aristotele, abbia un ruolo di eccezionale importanza e di fondamento degli altri sensi esterni, e che l’essere umano, nel mondo animale, sia la creatura dotato del senso del tatto più raffinato ed elevato, e anche che la bontà del senso del tatto è collegata alla profondità dell’intelligenza e della sensibilità di una persona. D’altra parte se riflettiamo sul fatto che la persona umana sia spirito incarnato, tutt’uno anima e corpo, comprendiamo che l’amore abbia bisogno di manifestarsi corporalmente attraverso la tenerezza, e che l’amore spirituale venga accresciuto e alimentato dalla sua espressione e comunicazione, anche attraverso la tenerezza dei gesti, delle parole, dei suoni, dei sapori, dei colori e dei profumi.

Antonio e Luisa

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Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore. (1 parte)

Oggi la prima parte di un articolo speciale. Vi parlerò del libro Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore edito da Paoline. Un libro scritto da un sacerdote, don Andrea Mardegan, che ha provato a vestire i panni di Giuseppe e a raccontare in prima persona le vicende della Santa Famiglia. Ne esce un quadro molto normale e dolce dove Maria e Giuseppe, nella loro quotidianità, vivono le ansie, le paure, le gioie di tutte le famiglie. Possiamo riconoscerci in loro e ritrovare tante dinamiche che contraddistinguono anche la nostra famiglia. Un amore tenero e vero. Ho fatto alcune domande all’autore. Ve ne riporto le risposte.

Nell’abbracciare Maria capivo che mi perdevo in lei: in qualche misura era come morire alle mie paure, alla mia preoccupazione…. Rinascevo all’amore. Questo passaggio mi ha colpito particolarmente. Giuseppe e Maria non erano due individualità. Giuseppe e Maria come tutti gli sposi traevano forza l’uno dall’altra, dal noi generato con il matrimonio. Quanto è importante cercare la santità dentro la nostra vocazione matrimoniale e non fuori da essa? Come Maria e Giuseppe possono essere per noi sposi esempio e guida in questo? Quanto è importante riscoprire Maria non solo come madre di Gesù ma anche come sposa di Giuseppe?

E’ molto importante per gli sposi sapere e riscoprire che proprio il matrimonio è la loro via ordinaria di santificazione. Questa parola potrebbe far pensare in primo luogo a un aspetto negativo, cioè all’occasione per offrire a Dio ciò che è faticoso e chiedigli aiuto per portarlo avanti, in realtà andrebbe colta soprattutto in senso positivo: il matrimonio dà la grazia per l’aiuto reciproco che i coniugi si offrono e si donano, e per il sostegno, la comprensione, la condivisione, la forza che dà affetto donato e ricevuto. A mio parere è molto importante che gli sposi cristiani abbiano oggi modelli di coppie a cui ispirarsi per vivere il loro amore reciproco con intensità e bellezza, sapendo trovare nell’altro il rifugio, la forza, le risorse per vivere accolti, accompagnati e avvolti dall’amore del coniuge, il proprio cammino. Ci sono coppie che si conoscono e che costituiscono un esempio, altre le stiamo vedendo elevate addirittura agli altari o in via di beatificazione. Spesso diciamo o sentiamo che la Sacra Famiglia è modello per le famiglie, penso che dobbiamo saper dire anche che Giuseppe e Maria, come sposi, sono modello per l’amore reciproco tra gli sposi. Maria e Giuseppe possono essere esempio e guida per gli sposi, nella conoscenza che gli sposi possono avere di loro attraverso il Vangelo e la propria vita contemplativa. Gli sposi vanno incoraggiati a sostare sulle pagine del Vangelo ed ad entrare nella casa di Nazaret, in quella di Betlemme e d’Egitto, ed ad entrare nel cuore di Maria e di Giuseppe per chiedere loro come vivevano tra sposi, come si aiutavano, come risolvevano i problemi, come dialogavano, e domandare loro qualunque cosa si desideri domandare. Con il mio libro “Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore”, Paoline 2019, (giunto nell’ottobre 2020 alla terza edizione) non intendo esaurire le possibilità di riflessione immaginativa e contemplativa sulla vita di Giuseppe e di Maria, e sul loro cuore, ma indicare una strada. Poi gli sposi, personalmente o insieme potranno proseguire nella loro conoscenza personale e nell’amicizia con Giuseppe e con Maria, e scoprire molte altre cose che li potranno aiutare. Dovranno interpellarli. E’ importante scoprire Maria come sposa di Giuseppe perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente.

Non va dimenticato, fra l’altro, che Giuseppe e Maria sono anche modello di educatori, per l’azione che hanno svolto con Gesù Bambino e adolescente.

E fu l’Amore stesso a farmi capire  che poteva vivificare qualsiasi altro amore umano nella mia vita. Così ora quell’Amore a cui mi sono donata mi ridona un amore indicibile per te, mio sposo. E un desiderio di donartelo continuamente, ogni giorno. Maria dice qualcosa di fondamentale. Per amare Giuseppe ha bisogno di Dio. Senza l’Amore sarebbe troppo povera per amare un uomo. Quale insegnamento possono trarre gli sposi di oggi dalle parole di Maria?

Un aspetto che metto in evidenza nel libro, è proprio il fatto che l’amore degli sposi non sia in contrasto con l’amore di Dio, ma piuttosto se ne alimenti. L’amore di Dio è come l’origine, l’ambito, e il fine nel quale nasce e cresce l’amore degli sposi. Penso che sia molto importante sottolineare questa consonanza e interazione tra gli amori della nostra vita. Per gli sposi è importante sapere che nell’amore di Dio possono trovare sempre le energie spirituali per far rinascere il loro amore reciproco, passando anche attraverso il perdono, la pazienza, il ricominciare. Queste dimensioni, frequenti nel rapporto tra gli sposi, non le ho citate nel mio libro nel rapporto tra Giuseppe e Maria, perché non riesco a immaginarmi contrasti o divisioni tra loro. Sono solo riuscito a mettere nel racconto qualche divergenza di programmi, che poi si sono sciolte con il dialogo e con la preghiera di Maria e le ispirazioni dello Spirito Santo. Invece è stato più facile mettere in evidenza la totale consapevolezza che la capacità di amare viene da Dio, anche nel caso di Maria. L’infinito amore di Dio che abita nel cuore di Maria ingloba nella sua potenza anche l’amore per Giuseppe. Possiamo pensare che faccia parte delle “grandi cose che ha fatto in lei l’Onnipotente”, che lei stessa cita nel Magnificat.

Antonio e Luisa

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Non lasciamo che manchi l’olio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.
Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.”

Matteo 25, 1-13

Questa parabola è sicuramente interessante e anche un po’ stravagante. Perchè dieci vergini. Come è venuto in mente a Gesù di tirar fuori un esempio tanto bizzarro? In realtà un ebreo del tempo non avrebbe trovato nulla di strano. Bisogna infatti conoscere le usanze degli ebrei di quel tempo. Ci troviamo in un contesto sponsale. La sera delle nozze lo sposo raggiunge la casa dove la sposa lo sta attendendo nella stanza nuziale. La raggiunge accompagnato in corteo dai parenti e amici maschi che illuminano l’oscurità con le fiaccole. Raggiunta la casa saranno accolti da quelle che oggi chiameremmo damigelle. Ragazze vergini della famiglia della sposa. Quindi tutti insieme, uomini e donne, raggiungono l’alcova dove i due promessi consumeranno le nozze in intimità. Così avrà inizio la festa nuziale che durerà alcuni giorni.

Cosa può insegnare questa parabola a noi sposi? Semplicemente che il matrimonio va preparato. Significa che è importante mettere da parte l’olio. Il matrimonio è una relazione che ci chiede di amare senza risparmiarci. Una relazione, come ho avuto modo di dire tante volte, sacra, che appartiene a Dio e che manifesta attraverso gli sposi l’amore di Dio. Per questo è importante mettere da parte l’olio. Per non farci trovare impreparati. Certo c’è la Grazia di Dio che ci viene in aiuto, ma serve anche il nostro impegno e la nostra volontà.

Come possiamo fare quindi noi sposi per mettere da parte l’olio in piccoli vasetti che poi ci verranno utili durante gli anni di matrimonio? Dobbiamo imparare a donarci senza chiedere nulla in cambio, dobbiamo imparare a non essere teneri solo quando siamo appagati sessualmente, ma impare ad esserlo sempre, facendo diventare l’amore tenero un vero stile di vita. Dobbiamo imparare ad affidarci a Gesù nella preghiera. Dobbiamo imparare a non affidarci solo al sentimento e alla passione ma decidere ogni giorno di donarci l’un l’altra. Imparare insomma ad essere capaci di amore gratuito e incondizionato.

Solo così quando nel nostro matrimonio ci saranno periodi di tenebra non resteremo senza olio e potremo comunque illuminare la nostra vita alla luce dello Sposo, alla luce di Gesù. Questo ci permetterà di entrare nella stanza nuziale insieme allo Sposo e di non perderci nelle tenebre.

Antonio e Luisa

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La Genesi racconta come siamo fatti.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti.

Adamo ed Eva, come sapete, ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono, non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda.

Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora? Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che, di fronte all’amore di Dio, provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone.

Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio. Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo.

Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza, ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione.

E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito.

Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Innamorati fino alla fine

Il matrimonio è per tutta la vita. Quando ci sposiamo questa è una delle certezze del matrimonio cristiano. Ci sposiamo promettendoci il per sempre. Siamo altrettanto convinti però che possiamo restare innamorati l’uno dell’altra per tutta vita? Probabilmente il giorno delle nozze gli sposi ci credono altrimenti non avrebbero la forza di pronunciare il loro si. Poi, con il tempo, le convinzioni cambiano un po’. Tante coppie scoppiano e anche tra quelle che magari per la fede, per i figli o per chissà quale motivazione restano insieme sento dire che l’innamoramento passa, che resta l’amore. Questa affermazione è vera ma va spiegata. E’ facile fraintendere. Sembra quasi che ad un certo punto sia inevitabile che i sentimenti inizino a scemare fino a scomparire lasciando spazio al dono di sè. L’amore, nella sua dimensione passionale ed erotica, scompare per lasciar posto alla donazione reciproca. Come fosse un obbligo e un peso. Se va bene resta anche l’amicizia.

E’ davvero così? Credete davvero che Dio abbia pensato per noi soltanto questo? Che Dio abbia voluto togliere dalla nostra relazione quella che è la parte più piacevole. Come se alle nozze di Cana, finito il primo vino, Gesù avesse lasciato solo acqua nelle giare. Tanto, ciò che conta è dissetarsi. Il vino e la gioiosa ebrezza che provoca, sono in fin dei conti ingredienti non fondamentali. Così il sentimento e la passione. Se ne può fare a meno, ciò che conta è il donarsi per l’altro.

In realtà non è proprio così. L’innamoramento resta, deve restare tutta la vita. Cosa cambia allora? Cambia che non è più ciò su cui noi sposi fondiamo la relazione. La relazione sarà fondata sull’amore, cioè sulla scelta libera di ognuno di noi di mettere l’altro/a e il suo bene innanzi a noi stessi. Ciò non significa però che possiamo rinunciare ad essere innamorati. Come nelle nozze di Cana non si può rinunciare al vino.

Non c’è dubbio che l’innamoramento nel tempo cambia. Io sono diverso, mia moglie è diversa rispetto a come eravamo il giorno delle nostre nozze. Il sentimento e la passione cambiano con le diverse stagioni della nostra vita. Certo l’innamoramento non è qualcosa che si può mantenere se non viene curato. E’ come una piantina delicata. Bastano pochi giorni senza l’acqua della tenerezza e senza il sole della cura reciproca e la piantina può morire. A differenza della piantina, però, la relazione matrimoniale può risorgere. Basta mettersi d’impegno e ricominciare giorno dopo giorno a nutrirla. Si, è vero che non controlliamo completamente i nostri sentimenti, esistono per tutti, anche per me, periodi di aridità dove mi sento poco attratto da mia moglie. Il segreto è perseverare, continuo a prendermi cura di lei e ad essere tenero nei suoi confronti anche se non sempre mi viene spontaneo. Come un terreno arido. Va comunque preparato affinchè torni fertile non appena il clima tornerà favorevole. L’innamoramento è così. Non lo vedi, non lo senti ma se perseveri tornerà più forte di prima.

Lo dico e lo confermo anche oggi, anche adesso che sto scrivendo. Mi basta incrociare lo sguardo della mia sposa per sentirmi profondamente innamorato di lei. L’innamoramento non finisce mai se lo vogliamo, dobbiamo però impegnarci a fondo per non farlo finire. Dipende da noi!

Antonio e Luisa

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Ci sono tanti mendicanti d’amore

Oggi, portando il cane a fare una passeggiata, mi è successo di imbattermi in una signora anziana. Era davvero trasandata. Capelli lunghi, bianchi, arruffati. Andatura incerta, sguardo basso, ciabatte ai piedi. Vestita con degli stracci. Non voglio certo giudicarla, non la conosco. Non so il motivo di quella incuria. Non è questo che ora conta. Mi sono messo a riflettere. Osservandola per qualche istante, nel suo incedere lento e sgraziato, ho pensato quanto quel quadro che avevo di fronte fosse fuorviante.

Dietro quegli stracci e quella trasandatezza c’era una donna figlia di Re. Gesù sarebbe morto anche solo per lei, per la sua salvezza. Dietro quegli stracci c’era il vertice della Creazione. Un tramonto in riva al mare, un paesaggio di montagna, la Cappella Sistina valgono immensamente  meno di lei. Almeno agli occhi di Dio. Probabilmente spesso ci dimentichiamo di questo e ci lasciamo influenzare dalle apparenze. Una vita di miseria non può cancellare il sigillo regale che abbiamo sul braccio e sul cuore. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio

Perchè vi ho raccontato questo aneddoto? Perchè io ne vedo tante di persone che vivono miseramente come quella signora, trasandate che camminano incerte verso il futuro. Magari non esteriormente, magari sono uomini e donne che hanno tanto, che si vestono con abiti firmati e che hanno un conto in banca cospicuo. Sono però miseri dentro. Si sentono miseri. Vedo tanti ragazzi che svendono se stessi in rapporti occasionali per sentirsi amati, vedo donne e uomini sposati che vivono relazioni extraconiugali perchè non sanno trovare amore nel matrimonio. Vedo sempre più persone corrotte dalla pornografia e dalla prostituzione perchè sono sole o sentono la solitudine anche se hanno gente intorno. Matrimoni che saltano, matrimoni che proprio non si celebrano perchè ormai tanti hanno paura del definitivo e cercano di vivere alla giornata in relazioni fragili. Dicono che siamo una società di narcisisti. Incapaci di spostare lo sguardo dall’io al tu per diventare noi.

Quanta povertà! Sazi e disperati diceva il card. Biffi di Bologna. La Chiesa credo abbia questa grande missione. Non intendo solo il Papa e i vescovi. Anche noi siamo Chiesa. Anche noi abbiamo questa responsabilità grande. Con la nostra finitezza e imperfezione possiamo comunque testimoniare qualcosa di fondamentale. Attraverso la nostra vita possiamo far intravedere, a chi lo desidera, una bellezza. Certo con tutti i nostri limiti ma sappiamo che Dio spesso si serve dei più semplici e deboli per mostrarsi. Non a caso non ha scelto come suo popolo gli egiziani o i babilonesi, ma uno sconosciuto piccolo popolo di pastori seminomadi.

Attraverso il nostro matrimonio, vissuto nella fedeltà e alla presenza di Gesù, possiamo aiutare chi si sente più povero di noi a svestire gli abiti del mendicante e a rivestirsi di quelli regali di figlio di Dio. Basta poco. Basta vivere bene il nostro matrimonio. Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole. Ecco le famiglie di oggi non hanno bisogno di maestri ma di testimoni. Qualcuno che sia sul loro stesso livello e possa mostrare loro che non solo ce la si può fare ma che sposarsi è bellissimo. Possiamo davvero risvegliare in chi ci è vicino la nostalgia di sperimentare l’amore vero e quindi di incontrare l’Amore stesso che è Dio. Coraggio non tiriamoci indietro. Siamo certamente inadeguati, ma Dio con gli inadeguati può fare grandi cose. Basta  affidare la nostra vita e il nostro matrimonio a Lui.

Antonio e Luisa

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Caro sposo che ancora non conosco

Attraverso questa lettera mi sento di dare un consiglio e una buona parola per tutti/e coloro che soffrono perchè non trovano la persona giusta con cui sposarsi e costruire una famiglia in Gesù. E‘ una lettera frutto della fantasia. Mette però in evidenza qualcosa di importante. E’ una ragazza che scrive al suo futuro marito. Vale naturalmente anche invertendo i ruoli

Caro sposo,

non ti conosco ancora. Dicono che possiamo amare solo chi conosciamo ed è vero. Sono certa però che tu ci sei, da qualche parte, forse ti ho già incontrato, forse non ancora. Il mio cuore aspetta di essere risvegliato da te. Dio non sbaglia. Sono sicura che al momento giusto ti incontrerò. Forse non è ancora il momento. Forse non sono ancora pronta. Forse non sei pronto tu. Non devo avere fretta, non devo fare confronti con le mie amiche che magari hanno già una persona accanto. Dio mi ama in modo unico e originale, nel modo giusto per me. Chiedo a Dio di darmi la forza e l’intelletto necessari a non accontentarmi, svendendomi a chi non vuole costruire nulla con me, ma vuole solo usarmi.

Tu non sarai perfetto. Avrai difetti. Ci saranno parti di te che non mi piaceranno e, a volte, il tuo comportamento sarà irritante. Questo però non dovrà allontanarci. Devo smetterla di credere che l’uomo ideale esista. Quello perfetto che non sbaglia mai. Esiste solo nella mia fantasia e, finchè non me lo leverò dalla testa, non riuscirò a riconoscerti perchè non ne sarò capace. Tu sei una meraviglia anche se non sei perfetto.  Non cercherò di cambiarti per farti come io ti voglio. Ti chiedo solo di donarti a me per come sei e per come puoi. Con tutto te stesso. Io farò lo stesso con te. Sono sicura che questo ci consentirà di cominciare un percorso insieme che non ti farà diventare come io ti voglio, ma come Dio ti ha pensato. Anche io sarò sempre più donna e sempre più me stessa proprio grazie a te. Perchè conoscendoti in profondità, conoscerò sempre meglio anche chi sono io.  Lo capirò nella relazione, nei momenti di comunione e anche in quelli di conflitto, perchè nella differenza scoprirò la mia unicità.

Sarà confortante quando, nei momenti difficili della vita, tu sarai al mio fianco e mi sosterrai. Sarà ancora più bello, però, quando sarò io a donarti sostegno e amore quando sarai tu ad essere più fragile e nel bisogno, perchè contribuire alla tua gioia sarà la mia gioia.

Ti sto cercando non perchè sono povera. Non sono una mendicante d’amore. Ho capito che Dio mi ha voluto da sempre e lo sguardo che Gesù ha per me mi fa sentire preziosa e amata. Ti sto cercando perchè l’amore va condiviso, non va celato e nella condivisione sentirò ancor di più la pienezza e la bellezza di una vita spesa per donarsi agli altri.

Nell’attesa di abbracciarti ti affido a Gesù. Nel frattempo non ti aspetto passivamente. Non sto con le mani in mano. Mi sto preparando per accoglierti. Prego il Signore e attingo alla forza dei sacramenti. Soprattutto non nascondo tutto l’amore che ho dentro aspettando di donarlo a te. L’amore è come il talento della parabola. Se non viene investito affinchè dia frutto ci viene tolto. Così custodire l’amore per te significa donarlo agli altri. Donarlo alla mia famiglia, donarlo ai miei amici, alle persone che incontro. Donarlo anche a quel collega di lavoro che non sopporto avendo anche solo un sorriso o una buona parola per lui. Solo così saprò amarti quando ti incontrerò e per te sarà più facile riconoscermi tra tante.

Antonio e Luisa

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Amerai

La Parola di Dio è un dono meraviglioso perché sempre aperta, sempre nuova, sempre disponibile a dire qualcosa che prima non coglievamo. La Parola si incarna nella storia e nel momento e questo la rende ricca e multiforme. La Parola di Dio oggi ha qualcosa da dirti. È una sorgente sempre pronta per te che desideri stare alla presenza di Dio e con la sua luce discernere nei momenti difficili della vita. Quante volte siamo stati davanti al vangelo di questa domenica

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.  Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.  E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Mt 22, 34-40

Sono Parole che descrivono l’Amore come punto cardine che precede e segue ogni comandamento. Possiamo amare Dio con tutti noi stessi, con le qualità e le ombre. Non serve essere pronti per amarLo, possiamo farlo adesso, così come siamo. Amare Dio sopra ogni cosa significa porre in Lui e nella relazione d’affetto con Lui le nostre radici, la nostra origine, i pensieri, i ragionamenti, i sentimenti. Significa avere Lui come base sicura da cui scegliere, partire, esplorare.

Amare non ha niente a che vedere con le farfalle nello stomaco, che pure servono per alimentare una relazione affettiva. Quante volte a messa non senti niente, quante volte in preghiera la noia prevale. Questo non è un problema, perché Dio continua ad amarci anche se stiamo alla sua presenza con quelle barriere. Anzi ci ama di più e ci garantisce la sua fedeltà. Perciò possiamo stare in relazione con Dio così come siamo, con le resistenze e le fatiche che proviamo.

Dio prende tutto di noi e spesso la nostra debolezza è il vuoto dove prendere tutto da Lui. Dall’Amore di Dio discende la possibilità di amarci e di amare chi ci è vicino. Amare vuol dire STARE in quello che l’altro porta, creando uno spazio di accoglienza e una porta sempre aperta, anche nel buio di una relazione ferita. Amare vuol dire fare memoria delle cose belle, e dire GRAZIE per quanto si è ricevuto in quella relazione, e far si che il positivo vissuto faccia da terreno fertile per seminare azioni costruttive, gesti di tregua e riconciliazione.

A volte Amare l’altro richiede lavoro personale, preghiera incessante, e tempo per far fiorire i semi di pace piantati. A volte per amare l’altro occorre lasciarlo andare, porre un tempo di distanza e di silenzio; altre volte invece la situazione ti chiede di attivarti e di agire. Fatti sempre una domanda: qual è il BENE per questa relazione? E non parlo solo di relazioni di coppia, matrimoni o fidanzamento, ma anche di relazioni familiari con fratelli, genitori, parenti o amici. E quando tutto si fa nebuloso e non sai che fare, prega per quella persona perché Dio porti pace e benedizione per te e per l’altro. Nella preghiera prevale sempre l’Amore di quel Dio che custodisce ogni cosa.

Claudia Viola

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Amatevi con tutto ciò che siete!

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Matteo 22, 34-40

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importante per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo di oggi dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Perdonare è consapevolezza di valere

Perdonare è segno di debolezza o di forza? Non è scontata la risposta. Può essere manifestazione di entrambe. Dipende da cosa intendiamo per perdono.

E’ un segno di debolezza quando il torto che abbiamo subito viene silenziato. Non esterniamo nulla o magari tiriamo fuori la questione, ma senza andare a fondo. Come quando c’è polvere in casa e non la raccogliamo. La scopiamo sotto il divano o sotto il tappeto. La polvere c’è ancora ma non si vede. La stanza è ancora sporca e malsana. Basta una finestra aperta e un po’ di vento per spargerla di nuovo. In realtà quel torto ci ha ferito profondamente e la ferita fa male. Anche perchè va a sommarsi a tanti altri che abbiamo già “perdonato”. La verità è che non abbiamo la forza di affrontare il problema con l’altro/a. Già, perchè turbare l’armonia della nostra casa? Abbiamo paura del confronto perchè può diventare conflitto. E il conflitto può portare a perdere quello che abbiamo. Ci stiamo solo illudendo. Prima o poi la polvere accumulata sarà così tanta che non riusciremo più a nasconderla ed esploderemo. Lasciando magari l’altro/a sorpreso dalla nostra reazione. Questo non è perdonare. Il perdono è qualcosa di molto diverso.

Il perdono è liberante. Il perdono non significa cancellare il torto che abbiamo subito. Il perdono vero permette però di guardare quel gesto, quelle parole, quell’atteggiamento sbagliati con la libertà di chi sa che l’altro/a non è perfetto e soprattutto che la nostra felicità e il nostro valore non dipendeno prevalentemente da lui/lei. Per questo essere cristiani aiuta tanto. Avere una relazione con Gesù ci permette di avere questo distacco dal male che l’altro/a ci può fare. Per quanto il suo gesto ci possa comunque toccare non potrà mai ferirci profondamente e mortalmente. Perchè noi siamo dei perdonati. E chi è perdonato può anche perdonare. La fragilità che diventa forza.

Chi perdona è consapevole del proprio valore e si sente figlio amato a prescindere da cosa gli altri ci possano fare o dire. Il perdono è liberante anche perchè permette di disgiungere il male da chi lo commette. Se mia moglie, se mio marito mi fa del male non per questo lei/lui è il male. Così il male non ha l’ultima parola. Si può combattere, senza per questo combattere il nostro coniuge. Quell’uomo o quella donna è ancora colui/colei che ho sposato perchè ho visto in lei/lui una meraviglia. Una persona quindi che ha pregi e difetti, capace di farmi sentire amata e che commette errori. Come fare a perdonare così? A guardare il male subito con questo sguardo? Il segreto ce lo ha svelato il Santo Padre durante un’udienza del marzo scorso.

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia!

Udienza Generale del 18 marzo 2020

Saper perdonare non significa però accettere il reiterare di certi comportamenti da parte dell’altro. Questo però è un altro discorso che ho già affrontato in passato (qui il link)

Antonio e Luisa

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Perchè un sacramento se il matrimonio esiste da sempre?

Perchè istituire il sacramento del matrimonio, se il matrimonio esiste da sempre? Il matrimonio esiste da sempre ma è stato riportato al suo significato originario da Gesù che lo ha reso indissolubile. E’ stato rinnovato e ricondotto alla verità. Per questo motivo il matrimonio indissolubile è un sacramento della Chiesa. Cerco di spiegarmi meglio. I sacramenti nascono con Gesù. Non esistevano prima della venuta di Cristo. Cosa sono? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù.

E’ vero che il matrimonio esisteva anche prima, ma non era indissolubile. Anche gli ebrei contemporanei di Gesù avevano la possibilità di ripudiare la moglie. Eppure la Chiesa afferma che il matrimonio indissolubile non è solo una legge da rispettare e magari subire, ma è la risposta a qualcosa che ci costituisce. E’ la risposta ad un desiderio che abbiamo nel cuore. Il matrimonio nasce con l’uomo. E’ raccontato già nella Genesi. Qualcosa quindi che anticipa la venuta di Cristo di millenni. Esiste da sempre. E’ proprio inscritto nel nostro essere sessuati maschio e femmina e nel nostro essere creature sociali e bisognose di relazione. Si potrebbe azzardare che Dio ci ha voluti così, diversi e complementari, proprio per farci sposare. Perchè la differenza diventasse alleanza e comunione. Potessimo sperimentare un amore così profondo e totale da essere una scintilla di quello divino.

Perchè allora istituire il sacramento del matrimonio? Non bastava il matrimonio come si era concepito fino ad allora? Evidentemente no. La risposta arriva da Gesù stesso.

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio»

Matteo 19, 3-9

Gesù non si è messo a dibattere con i farisei sul piano della legge. La legge del tempo consentiva il ripudio. I farisei avevano ragione. Gesù cambia prospettiva ed orizzonte. Gesù dice ai farisei di ascoltare il loro cuore e di leggervi la nostalgia, di amare ed essere amati per sempre, che lo abita. Lo ha detto ai fasrisei e lo dice anche oggi ad ognuno di noi. Si, la legge ci consente di divorziare e di cercare un’altra strada, però sappiamo che il nostro cuore desidera un amore radicale. Desidera essere capace di amare e di essere amato senza condizioni e senza limiti, neanche di tempo. Possiamo essere felici solo se saremo capaci di amare dando tutto di noi stessi.

Gesù conosce l’uomo, conosce la fragilità e la caducità che ci contraddistingue. Conosce quanto possa essere difficile per noi amare la persona che sposiamo per sempre. Per questo ci ha fatto un dono. Ci ha donato il sacramento del matrimonio. Durante la sua passione e morte si è offerto al Padre per noi. La Sua offerta ci ha reso capaci di vivere un amore sponsale che ci riporta all’armonia delle origini. Certo, serve la nostra volontà, la nostra fatica e il nostro sacrificio, ma ora sappiamo che amare per sempre ci è possibile.

Solo così possiamo comprendere la grandezza del nostro sacramento. Abbiamo già detto che per essere felici desideriamo amare ed essere amati totalmente, senza condizioni, senza limiti, senza merito. Non ne siamo però capaci. Gesù ci rende capaci e quindi ci permette di sperimentare un amore divino già su questa terra, grazie proprio al sacramento del matrimonio. Ecco a cosa serve il sacramento del matrimonio. Non ci viene chiesto di dare più di quello che possiamo dare, ma ci viene altresì chiesto di non risparmiarci. Se daremo tutto il resto lo farà Gesù e la Sua grazia.

Antonio e Luisa

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Noi siamo abituati a non accontentarci

In questi giorni di insicurezza, nei quali si assiste ad una crescita esponenziale dei contagi da Coronavirus, si susseguono i consigli dati dagli “esperti” per evitare il più possibile di entrare in contatto con il virus. Abbiamo scoperto che anche il sesso è diventato pericoloso. D’altronde presuppone vicinanza e contatto come nessun altra attività visto che c’è una compenetrazione dei corpi.

Ed ecco che arriva il genio. Potete trovare la notizia su diversi quotidiani. Si tratta di una sessuologa che ha stilato le regole per una sessualità sicura. No, non è il preservativo. Quello ormai è un consiglio da principianti. No nulla di tutto questo. Le regole anticovid sono quattro:

  • Igienizzarsi e igienizzare e la stanza
  • Areare i locali consentendo un ricambio di aria
  • Indossare la mascherina
  • Cercare di stare distanziati per quanto possibile

Ci sarebbe da ridere se non fosse che la dottoressa in questione è drammaticamente serie quando offre questi consigli illuminanti. Questi quattro punti hanno il merito di evidenziare quanto sia povera l’idea di incontro intimo e di sesso di tante persone e addirittura, come in questo caso, di chi è professionalmente occupato in questo ambito.

Capite cosa significa tutto questo? Il sesso viene ridotto ad un po’ di ginnastica, di solito piacevole per l’uomo, meno frequentemente piacevole per la donna. Infatti la dottoressa poi, nell’intervista video che ha rilasciato a Repubblica, ha fatto un esempio concreto di cosa intenda dire: privilegiare gli accarezzamenti, la stimolazione reciproca e il tutto, purtroppo, è necessario farlo con la mascherina.

Detto in altre parole, l’esperta consiglia la masturbazione reciproca, distanziati e con mascherina. Naturalmente niente baci. A meno che non si sia estremamente sicuri della salute propria e del partner. Il tutto diventa, di conseguenza, un mezzo per raggiungere l’orgasmo. Qualcosa di estremamente povero.

Noi sposi cristiani siamo molto fortunati. Abbiamo, o dovremmo avere, una considerazione molto più elevata e grande del sesso. Per noi è un gesto talmente bello e grande da essere addirittura sacro. Un gesto che è aperto alla vita ed è unitivo. Quindi sempre generativo. Generativo di amore, anche quando non si concepisce un bambino.

Attraverso l’incontro intimo noi facciamo un’esperienza concreta dell’unione profonda dei nostri cuori. Il rapporto diventa relazione, i corpi diventano linguaggio e il tutto diventa comunione. Cara dottoressa quello che lei ci propone è sinceramente una proposta molto misera rispetto ai nostri standard. Noi cristiani siamo abituati alla pienezza e alla bellezza. Non siamo solo alla ricerca di un po’ di piacere corporale e superficiale, ma di un piacere pieno che coinvolga sicuramente il corpo, ma che attraverso di esso possa arrivare fino nella profondità del nostro spirito. Noi siamo abituati a consumare il nostro rapporto. Non come lo intende tanta gente. Non deve essere inteso con l’etimologia cumsumere che significa appunto usare e portare a logorio, ma con l’etimologia cumsummare che vuol dire portare a compimento, condurre allo scopo. Portare alla pienezza. Quindi nella sua accezione più nobile. Noi siamo abituati a non accontentarci, cara dottoressa. E se non saremo sicuri della nostra salute, vorrà dire che aspetteremo, perchè non possiamo accontentarci di qualcosa che non sia il tutto.

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Dio o io?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Matteo 22, 15-21

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare è il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma nel matrimonio faccio da solo. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata solo da me, da quello che mi fa sentire. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà.

Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare valga la pena. Meglio cercare qualcosa di meglio. L’impegno, che una famiglia e una relazione comportano, supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. Quindi la soluzione è chiudere tutto e ricominciare. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione sull’altro/a. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Perchè quella persona che ho sposato non è che un mezzo per avere ciò che io voglio. E’ qualcuno da usare. Come una moneta che riporta l’effige di Cesare. Come le monete che venivano usate per pagare il tributo a Cesare.

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Come le monete che venivano offerte al Tempio. Quelle monete non riportavano l’effige di Cesare ma un segno che rappresentava Dio. Così il fine del mio matrimonio diventa Gesù, e la persona che ho accanto diventa preziosa. La nostra relazione, come la moneta data al tempio, diventa immagine di Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Amo davvero o sono un tappetino?

Una delle obiezioni più frequenti ai miei articoli che spesso raccontano di sacrificio e amore radicale è la seguente: L’amore non è sacrificio. L’amore non può essere in contrasto con la mia dignità di persona e con la mia autostima.

Sono d’accordo, ma solo in parte. Partiamo con il dire che la violenza e le relazioni tossiche non sono mai accettabili. Qui trattiamo storie di famiglie senza questo tipo di drammi, comunque tutte le famiglie sono fragili e con problematiche comuni. Anche quelle cosiddette normali. Come possiamo quindi non calpestare la nostra dignità e nel contempo amare l’altro come lo ama Gesù? Fino alla croce. Non è facile rispondere. La spiegazione non è tanto in ciò che facciamo o non facciamo, ma è importante comprendere perchè ci comportiamo in un determinato modo. Lo stesso atteggiamento può essere segno di dipendenza, ma può essere anche un vero atto di amore gratuito e meraviglioso. Detto in altri termini più diretti: qual è la differenza tra una donna o un uomo tappetino e invece una donna o un uomo capace di amare fino alla fine? Come si fa a comprendere se stiamo davvero amando oppure siamo dipendenti affettivamente dal nostro coniuge?

Credo che sia una questione decisiva. Noi siamo fatti per la libertà e non per la dipendenza. Siamo fatti per la comunione e non per farci come l’altro/a ci vuole, per farci cosa sua. L’amore è possibile quando la relazione è tra persone di pari dignità e valore. Spesso tante persone dipendenti camuffano questa loro fragilità chiamandola amore. Che però non è amore. L’amore è libero. E’ importante comprenderlo.

Torniamo alla domanda iniziale: perchè io decido di tollerare certi comportanti del mio coniuge? Mi pongo io in una posizione di inferiorità? E lui se ne approfitta? Se è così non va bene.

Come capirlo? Ve lo spiego con un esempio. Lo faccio al femminile, ma vale anche per gli uomini. Lui chiede a lei di andare a cena con quella coppia di amici che lei proprio non sopporta. Lui ci tiene tanto. Lei, anche se non vorrebbe, acconsente. La settimana dopo è lei che chiede al marito di accompagnarla al centro commerciale. Lui rifiuta dicendo che non ne ha voglia e che è stanco. La reazione di lei? Si arrabbia perchè lei invece aveva fatto quella cosa per lui anche se le era costata molto.

Cosa possiamo comprendere con questo esempio? Lei sta pretendendo dal marito che lui si comporti da schiavo come lo è stata lei. Che non eserciti la sua libertà di dire che non ne ha voglia. L’amore è un’altra cosa. Non fare le cose per forza. Potreste obiettare: ma lei l’ha fatto per amore, per lui. Sta amando suo marito sacrificandosi. Non è così! Se l’avesse fatto per amore non pretenderebbe di essere ricambiata allo stesso modo. L’amore è gratuito, non pesa quanto si dà e quanto si riceve. Sarebbe stata già ricompensata con la gioia che la sua scelta, che le è pesata, ha donato a suo marito.

Solo da persone libere possiamo fare una vera scelta. Scegliere di dire si e anche dire no. Perchè ciò che ci guida nella scelta non è la paura di generare conflitti e magari di perdere l’altro/a, ma è l’amore stesso, il bene. Così in situazioni più gravi dell’esempio che ho riportato, che è molto banale e comune, come possono essere i tradimenti, io da persona libera, posso nel discernimento decidere soluzioni diverse. Posso comprendere che è giusto separarsi per un po’. Che non significa metterlo/a alla porta, quella resta sempre aperta. Significa fargli/le assumere le sue responsabilità e significa mettere in evidenza come l’altro/a stia svalutando ciò che io sono.

Per noi cristiani è più semplice. Amare davvero il nostro coniuge significa farlo scendere dal piedistallo e mettere sul quel piedistallo Gesù. Ciò ci permette di essere capaci di dire no quando quello che l’altro/a ci chiede è in contrasto con la mia relazione con Gesù. Dire no può essere la soluzione migliore per me, per l’altro/a e anche per il matrimonio. Dire no a volte serve a mettere confini che servono a proteggere ciò che sono che è indispensabile per creare relazione e comunione. Dire no serve a chiedere all’altro/a di prendersi le sue responsabilità nella relazione.

Una volta che tutto ciò è chiaro posso amare fino alla fine. Anche facendo scelte di vero sacrificio per l’altro/a. Sono scelte libere e per questo scelte d’amore. Senza aver chiaro questa dinamica corro invece davvero il rischio di essere solo un tappetino e uno schiavo in una relazione di dipendenza dove non ci può essere vero amore. Corro il rischio di annientarmi o di scoppiare.

Argomento complicato e che non si può esaurire in poche righe. Spero però di avervi dato una base su cui riflettere. Ringrazio Claudia e Roberto di Amati per Amare che con le loro dirette facebook mi hanno aiutato a riflettere su questo tema tanto controverso e importante. Per approfondire cliccate e guardate il video loro insegnamento

Antonio e Luisa

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L’amore si impara facendone esperienza

Oggi vi racconto una favola. Un breve racconto per dire qualcosa sul matrimonio. E’ nato per caso. Cosa rispondere in modo semplice ai figli quando ti chiedono cosa sia la vocazione? E quando ti chiedono perchè ci si sposa? Ecco questa è la mia personale risposta.

C’era un principe di un antico regno. Un regno lontano. Questo principe era figlio di un re molto buono e saggio. Un giorno il re fece chiamare il figlio. Il giovane aveva da poco compiuto i vent’anni. Una volta soli il re si rivolse al figlio e gli chiese: Perchè, caro figlio mio, ti vedo insoddisfatto e  senza pace? Cosa tormenta il tuo cuore?

Il principe, sapendo di non poter nascondere ciò che custodiva nel cuore, rispose: Vedi Padre, tu mi hai dato tutto. Mi hai dato una famiglia. Ho amici fidati. Mi hai fatto studiare il mondo, la storia, la matematica e le leggi della fisica con i migliori insegnanti. Non mi hai mai fatto mancare nulla. Non c’è nulla che desidero che io non abbia già, eppure non ho la pace nel cuore. Non so quale sia il mio posto nel mondo e quale sia il senso della mia vita.

Il padre sorrise e accarezzando la testa del giovane gli diede un compito: Vuoi essere felice? Apri il tuo cuore ad una creatura simile a te ma diversa. Innamorati di una fanciulla e sposala. Non ho nessun altro consiglio da darti. Solo se farai quello che ti ho chiesto  ti dirò ciò che ancora non sai.

Il giovane restò confuso, ma suo padre non lo aveva mai ingannato e si mise alla ricerca della sua innamorata. Dopo un po’ tempo si innamorò davvero. Una ragazza gli rapì il cuore. Dopo un breve fidanzamento si sposarono con la benedizione dell’anziano re.  Il giorno seguente il principe si recò dal padre e voleva avere finalmente la risposta che cercava. Il re sorridendo disse: Calma figlio mio! Vuoi la risposta? Impegnati in questa tua nuova avventura nuziale. Impegnati a fondo ad essere sempre accogliente per la tua sposa. Impegnati per essere sempre pronto per servire lei e l’amore che hai promesso di donarle. Ci rivedremo tra dieci anni e ti darò la risposta che tanto desideri.

Il principe decise di seguire a fondo il consiglio del padre. A volte era semplice. Quando c’era la passione, la complicità e l’intimità tutto veniva naturale, senza fatica. Non sempre era così. A volte non era per nulla facile amare. A volte lei si comportava in modo irritante. Altre volte anche umiliante per lui. Quelle volte lui avrebbe voluto mollare tutto e andarsene. Invece decise di tenere duro e di rispondere solo con l’amore. Non lo fece per lei, ma per la promessa fatta al padre. Chiaro, a volte anche lui sbroccava, ma poi umilmente chiedeva scusa. Così per dieci anni. Tra alti e bassi. Ma più il tempo passava e più i bassi erano sempre meno e sempre meno bassi.

Al decimo anno il giovane, ormai diventato uomo e a sua volta padre,  si recò dal vecchio sovrano. Il padre lo accolse con uno sguardo divertito e furbo di chi sapeva già. Il figlio disse: Mio re non mi serve più la tua risposta. Ho capito da solo. Più facevo esperienza di matrimonio, di questa relazione così speciale, unica, totalizzante e senza fine e più capivo. Ho trovato risorse che non sapevo di avere, ho curato ferite che non credevo potessero essere guarite, ho conosciuto una parte di me che non avrei mai pensato di essere. Ho imparato che le sofferenze e le fatiche si alleggeriscono se vengono condivise. Ho sperimentato che le vittorie e le gioie sono ancora più grandi se condivise con chi si ama. Ho capito finalmente qual è il mio posto e perchè sono in questo mondo. Sai qual è la cosa più divertente e più inaspettata? Ho capito e sperimentato tutto questo quando ho smesso di occuparmi di me per spostare lo sguardo e l’attenzione su un’altra persona. Verso la mia amata sposa. Ora so che non dovevo cercare di fare qualcosa che ancora non avevo fatto, ma piuttosto cercare chi amare e darmi completamente a quella creatura. 

Il re ascoltò con interesse e con voce che tradiva tutta la sua soddisfazione rispose: Bravo figlio mio. Hai compreso il segreto della vita. Non c’è nulla per cui sei al mondo se non l’amore. Avrei potuto dirtelo subito, ma non avresti compreso. Uno dei miei servitori più grandi Papa Giovanni Paolo II diceva al mondo che l’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare. E’ esattamente questo figlio mio. L’amore è quella realtà che si può imparare solo facendone esperienza. Il matrimonio è uno dei modi più belli per farla. Ora che hai capito posso lasciarti il mio regno. Tu sei nato figlio di re, ma solo imparando ad amare nel matrimonio sei diventato degno di ereditare tutto il mio regno.

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L’abito è un dono di Dio

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiediamo a Cristo, il nostro Re, di poter far parte della Sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le Sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e, come sposo fedele e generoso, si prenda cura della nostra famiglia.

Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione ci viene da fra Andrea che ci ricorda che all’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.

Non siamo noi a doverci comprare un abito adeguato a quel contesto regale. Non abbiamo scuse! Non possiamo dire che siamo troppo poveri per amare come Dio ci ama perchè è Dio stesso a darci l’abito fatto per noi. Con la Sua Grazia. Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno.

Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadiamo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

Antonio e Luisa

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Le poche cose che contano. Seconda parte.

In questo articolo proseguiamo l’analisi e la lettura in chiave sponsale del bellissimo testo della canzone Le poche cose che contano di Simone Cristicchi. Cliccate qui per la prima parte.

E’ la fatica e la forza di chi sa perdonare. E’ la fragilità che ti rende migliore. E’ l’umiltà di chi non ha mai smesso di imparare. Perdonare è una fatica ma perdonare è anche la nostra forza. Perdonare significa essere capaci di riconoscerci noi stessi bisognosi di perdono. Solo facendo questa fatica di riconoscerci poveri e bisognosi della misericordia di Dio saremo capaci di mostrare misericordia per chi come noi ne ha bisogno e la desidera.

Di chi sacrifica tutto in nome dell’amore. La fedeltà di chi crede che non è finita. La dignità di portare avanti la vita. Non c’è nulla che è più sacro del nostro amore. Solo Dio che ne è sorgente e fine. Il verbo sacrificare evoca una fatica e una sofferenza. In realtà sacrificare significa soprattutto rendere sacro, rendere di Dio. Rendere a Dio ciò che è suo. Il nostro amore nel matrimonio diventa suo. La nostra vita diventa sua. Ed è per questo che la fedeltà può davvero andare oltre la fine di un matrimonio, di una relazione. Quanti sposi continuano ad amare nonostante siano stati abbandonati. Ecco lì in quella scelta, in quella promessa d’amore mantenuta c’è tutta la dignità di chi va fino in fondo di chi sa che non è finita. Una scelta che porterà frutto in questa vita e anche nell’eternità di Dio.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Noi siamo il senso, la ragione, il motivo, la destinazione. Noi siamo il dubbio, l’incertezza, la verità, la consapevolezza. Noi siamo tutto e siamo niente. Siamo il futuro il passato e il presente. Il senso della nostra vita non è il matrimonio. Certo. Però il senso della nostra vita possiamo scoprirlo nel matrimonio. Il senso della nostra vita è l’amore, l’amore vissuto fino in fondo. Solo l’amore crea (cit. don Fabio Rosini), solo l’amore ci offre uno sguardo e un orizzonte eterno. Solo nell’amore possiamo trovare quelle scintille di luce che squarciano il buio del non senso. Quando ci sposiamo prendiamo tutto. Accogliamo il suo passato accogliendo i suoi pregi e i suoi difetti che si sono plasmati nella sua storia. Accogliamo il suo presente donandoci completamente e accogliamo il suo futuro perchè abbiamo promesso di amarla/o fino alla fine della nostra vita senza mettere condizioni o limiti.

Siamo una goccia nell’oceano del tempo. L’intero universo in un solo frammento. Siamo una goccia nell’oceano. Don Renzo Bonetti spiega così l’amore degli sposi. Una piccola goccia esprime bene l’amore che noi siamo capaci di dare. C’è il sacramento che ci permette di tuffarci nell’oceano dell’amore di Dio. Restiamo una piccola goccia ma acquistiamo la forza e la grandezza dell’oceano intero. In noi c’è l’amore di Dio. L’infinito nella finitezza di due creature.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Antonio e Luisa

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Le poche cose che contano. Prima parte.

Simone Cristicchi ne ha combinata un’altra. Ha composto un altro capolavoro. Sto parlando della splendida canzone Le poche cose che contano. Canzone scritta per la trasmissione in onda in questi giorni su TV2000 condotta dallo stesso Simone con don Luigi Verdi.

In questo articolo ho cercato di analizzare il testo del brano e di rileggerlo in chiave sponsale. E’ una meraviglia. Si percepisce tutta la profondità di questo artista che negli ultimi anni, trascorsi accanto a don Luigi, ha trovato una maturità e una capacità di raccontare la bellezza dell’amore che sono possibili solo a chi ha incontrato Gesù. Iniziamo, buon viaggio!

Ti sei mai guardato dentro? Ti sei mai chiesto del tuo desiderio profondo? La nostalgia che si nasconde dentro te. Che cosa ti abita? Il matrimonio prima di essere un istituto giuridico e religioso è proprio la risposta alla nostalgia che si nasconde dentro il nostro cuore. Noi siamo nati con un desiderio grande nel cuore. Desideriamo amare ed essere amati. Ma veramente. In modo radicale. Desideriamo trovare qualcuno che ci sia complementare con cui entrare in comunione e sperimentare un amore radicale e totale. Un amore che sia indissolubile, fedele ed esclusivo. Tanta sofferenza del nostro tempo è dovuta proprio all’incapacità di comprendere che il cuore dell’uomo (inteso maschio e femmina) desidera radicalità nell’amore. Le relazioni affettive del nostro tempo sono sempre più fluide e precarie. Tutto questo in nome di una libertà che in realtà è un’illusione e ci rende sempre più soli ed infelici.

E’ l’infinita pazienza di ricominciare. E’ il coraggio di scegliere da che parte stare. L’amore sponsale è proprio così. E’ un continuo ricominciare. Ricominciare quando ci si fa del male perchè il male non abbia l’ultima parola, e ricominciare quando le cose vanno bene perchè l’amore matrimoniale non ti permette di vivere di rendita, ma va rinnovato ogni giorno. Va nutrito affinchè non muoia. L’amore è anche il coraggio di scegliere sempre il bene. Quando pronunciamo il nostro sì stiamo facendo una scelta. Scegliamo di rispondere con il bene al male che l’altro/a può farci.

E’ una ferita che diventa feritoia. E’ una matita spezzata che colora ancora. Nel matrimonio non si può fare finta. Le nostre ferite vengono a galla. Ed è proprio in quel momento, quando ci mostriamo nudi senza difese che le nostre fragilità diventano feritoie. Le nostre ferite diventano occasione di essere amati anche nella nostra debolezza. Per chi lo ha sperimentato è una sensazione meravigliosa. Ci si sente amati senza paura di mostrarsi completamente. Perchè chi ci sta di fronte ci guarda non per giudicare ma per accoglierci così come siamo. Paradossalmente è proprio l’amore gratuito che può darci la forza di migliorarci e cambiare alcuni aspetti di noi.

La meraviglia negli occhi quando ti fermi a guardare. La sconfinata bellezza di un piccolo fiore. Fermiamoci a contemplare l’altro/a. Contempliamo la bellezza di ciò che siamo insieme. Riscopriamo la bellezza di ammirarci. Riscopriamo quella meraviglia che ci ha fatto innamorare. Quell’uomo o quella donna che abbiamo di fronte è una meraviglia. E’ facile dimenticarlo presi da tanti impegni e da tanti pensieri. Lui/lei è una meraviglia ed è una meraviglia anche il dono di sè che mi fa quotidianamente senza chiedere nulla in cambio e senza risparmiarsi.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

(continua)

Antonio e Luisa

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L’amore non possiede.

L’amore non possiede mai. Credo che questa sia una di quelle caratteristiche dell’amore che dovremmo aver sempre presente nella nostra relazione e nel nostro matrimonio.

Non serve arrivare a casi estermi di relazioni tossiche dove c’è dipendenza di uno nei confronti dell’altro/a. No, bastano anche le nostre relazioni normali, dove si cerca di volersi bene ma c’è comunque da fare i conti con il peccato, con il nostro egoismo e con le nostre fragilità.

Quante volte io stesso ho cercato di piegare Luisa alla mia volontà. Quante volte ho cercato di trasformarla come io volevo che fosse. Credo che sia una tentazione che abbiamo forte tutti. Rendere l’altro qualcosa di nostro, qualcosa che risponde al nostro modo di pensare, alla nostra sensibilità, ai nostri desideri e bisogni.

Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Genesi 2, 23

Adamo sta dicendo esattamente che Eva è un’altra lui. Riconosce se stesso in Eva. Ma non è così. Adamo nella relazione scopre che Eva è differente da lui. Ed è attratto proprio da questa somiglianza certo, ma anche differenza. Eva ha ciò che a lui manca, e nella relazione con lei scopre davvero chi è lui. Si scopre pienamente se stesso. Lei non sarà mai completamente sua, Resterà sempre un mistero. Facciamo un passo indietro e leggiamo i versetti subito precedenti a quelli già citati:

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.  Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Genesi 2, 21-22

Bellissimo il modo in cui Dio crea la donna. L’uomo viene addormentato, Dio prende una costola e crea la donna da quella costola. Cerchiamo di comprendere alcune dinamiche. L’uomo è passivo. Non ha nessun ruolo. La donna non è creata secondo i desideri dell’uomo, ma secondo il desiderio di Dio. L’uomo non può farne cosa sua. L’uomo non conosce neanche come la donna è stata creata. Stava dormendo. Così come la donna non sa come è avvenuta la creazione dell’uomo. Perchè è importante sottolineare questo? Perchè nella mentalità ebraica conoscere a fondo come sono fatte le cose permette di dominarle. Sapere tutto di qualcosa ci permette di avere un dominio su di essa. Dio non vuole questo.

Quindi, Dio ci chiede di relazionarci profondamente con una persona che ci sia differente e complementare per accogliere il mistero dell’altro/a e non per dominarlo, Quando cerchiamo di dominare stiamo rendendo tutto più povero. Stiamo impoverendo la relazione dove non c’è più uno scambio, non c’è più un’accoglienza vicendevole. Stiamo impoverendo l’altro/a che non è più libero/a di essere se stesso/a, ma deve impersonare il nostro ideale. Stiamo impoverendo anche noi stessi perchè l’altra persona è portatrice di valori, di una storia, di una sensibilità, di atteggiamenti e modi di pensare diversi dai nostri, che possono aiutarci ad aprire i nostri orizzionti ed essere più ricchi attraverso lo sguardo dell’altro/a.

Proprio in questa dinamica fatta di conoscenza, relazione, comunione, che ci porta fuori da noi e ci obbliga a metterci in gioco, possiamo non solo amare, ma possiamo scoprire sempre più chi siamo. Come disse Papa Francesco rispondendo a una coppia di fidanzati nel 2014:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

Incontro con i fidanzati che si preparano al matrimonio, 14 febbraio 2014

Non è forse un compito meraviglioso?

Antonio e Luisa

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Recuperiamo la bellezza dell’amore


E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?
Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.»

Matteo 21, 42-45

E’ importante contestualizzare il momento. Da un po’ di settimane ci troviamo nel mezzo della disputa tra i sacerdoti, rappresentati dai sadducei e dai capi del popolo, e il rabbinismo, rappresentato tra gli altri dai farisei. I rabbini sono coloro che impegnano la loro vita nello studio e nella trasmissione della Scrittura. Gesù naturalmente veniva associato dai suoi contemporanei a questa seconda categoria. Anche se Gesù non è catalogabile. Gesù sappiamo bene è anche sacerdote. Vive il suo sacerdozio proprio nel dono di se stesso per la nostra salvezza, lo vive nella sua passione e morte in croce. Gesù dai suoi discepoli era chiamato Rabbi, maestro mio. Addentriamoci ora nella parabola di questa domenica. Gesù enuncia la parabola dei vignaioli e di quel figlio del padrone che non viene accolto dai lavoratori della vigna, ma viene ucciso da essi.

Naturalmente Gesù sta parlando di se stesso e di quelle persone, che sono esponenti proprio delle due categorie influenti in quel tempo, che inveiscono contro di lui e tramano per la sua morte. Alla fine del Vangelo Gesù cita un salmo. Esattamente il Salmo 118 dal versetto 22 al 25:

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso. Dona, Signore, la tua salvezza,
dona, Signore, la vittoria!

In questa riflessione ho deciso di concentrarmi proprio su questo salmo. Aiutato da fra Andrea che mi ha offerto spunti molto interessanti e illuminanti. C’è una contrapposizione forte tra i due attori principali. Ci sono i costruttori e c’è Dio che recupera quanto scartato dai primi per farne la sua meraviglia e la nostra salvezza. I costruttori sono naturalmente immagine dei capi del popolo. Sono coloro che fanno le leggi. Coloro che costruiscono la società secondo il loro metro e i loro valori ( o disvalori), che evidentemente non sono quelli di Dio.

Se contestualizziamo questo salmo ai nostri giorni, i costruttori possono essere anche coloro che hanno definito l’istituto matrimoniale. Lo hanno spogliato, legge dopo legge, di tutta la sua struttura fondante. Il matrimonio è diventato qualcosa di fragile e di instabile. In nome del progresso e della libertà il matrimonio è stato spogliato della sua ricchezza e fortezza. E’ stata cancellata l’indissolubilità, è stata negata l’unicità dell’unione tra un uomo e una donna, anche la fedeltà è diventata qualcosa di poco importante. Un esponente politico della maggioranza l’ha definita un retaggio di una cultura sorpassata e vecchia.

La nostra società ha gettato tutto questo. Abbiamo nel tempo dilapidato un tesoro. Noi abbiamo dentro il desiderio di vivere un amore radicale. Un amore gratuito che duri per sempre e che sia fedele. Un amore solo con quella donna o solo quell’uomo. Non è un retaggio. E’ ciò che desideriamo proprio per come siamo fatti.

Tutte queste leggi sono state introdotte per renderci più liberi e felici, debbo dire che non mi sembra sia andata così. Viviamo in una società dove è sempre più difficile essere felici e dove c’è sempre più solitudine, ansia e mancanza di senso.

Gesù ci dice di recuperare quella pietra scartata dai costruttori e di renderla nostra testata d’angolo. La nostra ricchezza più grande. Solo recuperando il desiderio di un amore che sia davvero radicale e sperimentandolo nel matrimonio, che è l’unione più profonda che ci possa essere tra un uomo e una donna, possiamo ritrovare quella stabilità e quel senso che a tanti purtroppo manca. Solo impegnandoci a fondo nel vivere il nostro matrimonio in tutta la sua pienezza e verità, nella fedeltà, nell’indissolubilità e nell’unicità saremo davvero liberi e felici. Anzi Dio ci dice di più: saremo salvi. E’ la nostra strada per la santità e la gioia.

Antonio e Luisa

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Mi raccontate la fatica, io vedo la vostra forza

Oggi voglio dedicare questo articolo alle tante persone che mi contattano. Credo di ricevere almeno una mail o un messaggio privato ogni giorno. Spesso sono richieste di aiuto. Mi rendo conto che Luisa ed io siamo diventati familiari per tanti di voi. Sentite il desiderio di aprirvi anche solo per raccontare la vostra fatica e il vostro dolore.

Io rimango spesso spiazzato, mi sento davvero piccolo innanzi a tanta forza che leggo dalle vostre storie e dalla fede che traspare limpida dalle vostre parole. Dite che fate fatica. Dite che sentite di sentirvi deboli e incapaci di trovare una soluzione. Mi raccontate della vostra vita. Delle vostre vite. Ogni famiglia è davvero un piccolo diamante. Nessuna è uguale ad un’altra. Ogni famiglia è unica e ogni coppia è qualcosa di irripetibile, è come una tessera di un puzzle che insieme a tutte le altre può mostrare chi è Dio e come Dio ama.

Ho letto storie di famiglie alle prese con la disabilità, con il lutto, con la malattia, con l’infertilità, con il tradimento. Altre che non sono più capaci di fare l’amore. Ho davvero sentito il dolore e la fatica di tutte queste persone. Eppure proprio nella loro fragilità ho sperimentato la loro grande forza. Gente che non si arrende. Che non si arrende davanti a nulla. Gente che proprio nella sua debolezza ha scoperto la forza della fede.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

2 Corinzi 12, 9-10

Dobbiamo uscire da questa mentalità, che un po’ ci influenza, dove la famiglia baciata dalla Grazia di Dio è quella che non ha pecche e dove tutto sembra essere perfetto. Ogni famiglia, ogni coppia, ogni persona, se guardata non da un occhio esterno ma dall’interno ha delle pecche, ha delle imperfezioni, ha delle difficoltà e delle fragilità. La famiglia baciata dalla Grazia è quella che riesce a trasformare quelle imperfezioni in occasioni d’amore.

Dio non ci ha creato perfetti, almeno per come noi intendiamo la perfezione, non ci ha creato immortali, dobbiamo affrontare la morte anche se non sarà la fine, e non ci ha creato immuni da sofferenza ed errori. Ci ha creato liberi e nella libertà capaci di amare. Ecco, quando riusciamo ad essere liberi e nel contempo a farci dono al nostro sposo o alla nostra sposa, ai nostri figli e a tutte le persone a cui apriamo la porta di casa, ecco che lì alberga la Grazia, lì c’è la presenza di Dio, lì c’è una famiglia perfetta, perchè nella sua imperfezione riesce a testimoniare Dio stesso, amando e perdonando come Dio fa con ognuno di noi.

Grazie! Io non ho che qualche parola di conforto per voi. Voi invece mi donate molto di più. Mi donate la vostra forza che nasce proprio dalla vostra fatica.

Come disse Nick Vujcic, attore e motivatore cristiano a cui mancano braccia e gambe (nella foto in copertina con la famiglia) , quando ci manca qualcosa abbiamo due possibilità: scegliere di essere arrabbiati con Dio per quello che ci manca o essere grati per ciò che abbiamo. Scegliamo sempre la seconda possibilità, scegliamo la gratitudine.

Antonio e Luisa

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Il vino è per la gioia non per l’ubriachezza.

In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
E’ venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».

Matteo 21, 28-32

Anche questa domenica il Vangelo ci presenta l’immagine della vigna. La vigna che è il regno di Dio, la vigna che è la nostra relazione sponsale, dove dovrebbe regnare Dio e dove ognuno di noi dovrebbe incontrare Gesù.

Fra Andrea ci offre una prospettiva originale da cui partire per riflettere su di noi e sul nostro matrimonio. La vigna produce l’uva e con l’uva si fa il vino. Il vino non è necessario per vivere, però è importante. Il Vangelo ci dice che anche ciò che non è necessario ed urgente può essere comunque importante. Il vino non è necessario ma è importante per fare una festa, per avere la gioia, per sperimentare nel nostro matrimonio la bellezza.

A me viene in mente l’eros. L’amore più carnale, erotico, passionale. L’amore che non è solo dovere ma diventa piacere. Il piacere di donarsi e di accogliersi. Il vino però detiene altre due caratteristiche che possono essere associate all’eros: è capace di allietare il nostro cuore, se consumato in modo adeguato e controllato, oppure può appesantirlo con il vizio dell’ubriachezza. Con l’eccesso e con la dipendenza.

Ecco l’Eros, pur essendo una manifestazione buona e bella dell’amore, può renderci come il figlio che non vuole andare a lavorare nella vigna (ma che poi ci va). Perchè magari siamo appesantiti dal vizio. Il vizio non è solo contravvenire ad una regola morale o ad un ordine morale, non è solo vestirsi con stracci. Il vizio è una tentazione che tocca le nostre ferite più nascoste. Il vizio è quel diavoletto che ti dice all’orecchio: tu non sei felice, non hai un posto nel mondo, sei un buono a nulla. Solo io posso renderti felice. Abbandonati a me.

Il vizio (in questo caso riguarda l’ambito sessuale, ma può valere per tanti altri comportamenti negativi) ci insinua che la nostra gioia non è nel donarci nella vigna al nostro sposo o alla nostra sposa, ma è abbandonarci al piacere fine a se stesso. Il piacere diventa così un anestetico e non una componente dell’amore e della comunione.

Può essere il piacere sessuale come può essere anche il lavoro, il successo, addirittura i follower su instagram o facebook. Il vizio va guardato negli occhi e affrontato. Riconosciuto come tale e combattutto. E’ importante fare come fa il figlio che prima, appesantito, dice di no, dice di non voler scendere nella vigna. Poi però il Vangelo ci dice che il figlio si pente e torna indietro. Il verbo utilizzato in lingua originale non significa soltanto tornare indietro, ma vuol dire tornare al punto da cui si è partiti. Risalire dove il vizio ebbe origine. Il figlio torna ad essere puro, guarito.

Il matrimonio è questo. E’ la nostra grande occasione di tornare alle origini della nostra capacità di amare. Eliminare non solo il vizio ma anche le ferite che lo hanno generato. Sta a noi, con l’aiuto di Dio, scendere nel profondo della nostra vigna, della nostra relazione e all’interno di essa riscoprirci quell’uomo e quella donna che siamo ma che forse non siamo mai stati in grado di essere.

Antonio e Luisa

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