La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Seconda parte.

Se sabato non avete letto la prima parte vi lascio il link. Riprendo ora da dove ho interrotto la precedente riflessione.

Quando riconosciamo il Creatore come origine e partecipe del nostro amore, la sessualità assume un significato che è più grande di se stessa, che la trascende e che è capace di riempire il cuore degli sposi. In questo modo, al piacere provato nell’atto coniugale fa seguito la gioia nel cuore di entrambi. Una gioia che dura nel tempo, e che li riempie. Questo perché gli sposi entrano in comunione tra loro, ma entrano anche in comunione con il Creatore, fonte inesauribile nella quale le anime cercano la gioiosa pienezza. Per noi è così! Dopo ventidue anni di matrimonio l’intimità diventa sempre più bella e piena. Non parlo di prestazione ma di comunione e nutrimento.

Solo quando viviamo la nostra sessualità così comprendiamo allora che l’atto coniugale non è un atto che riguarda solo i coniugi e che rimane unicamente in loro, ma che, vissuto nella sua verità, è un atto di abbandono a Dio. Possiamo affermare con assoluta certezza che l’amore dei coniugi non è questione di due, ma di tre: la moglie, il marito e Dio. Pertanto, poiché l’amore deve essere vissuto nell’integrazione di tutte le dimensioni, anche l’unione sessuale è, se gli sposi lo consentono, un momento di unione con il Creatore.

La meravigliosa Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II ci ha lasciato un dono enorme quando approfondiamo questo argomento. Egli spiega che nell’unione sessuale dei coniugi si sperimenta una vera “liturgia dei corpi”. In esso gli sposi esprimono fisicamente ciò che fanno anche con l’anima. Nell’atto coniugale si ascolta il linguaggio del corpo poiché esso è stato creato per essere sacramento della persona, cioè per manifestare in modo visibile – nella carne – una realtà invisibile – l’anima.

Per questo, quando i coniugi si aprono alla conoscenza di questa verità e al suo rispetto, vivono la loro intimità sessuale come un momento sacro di liturgia e di preghiera. Ciò non significa che sia noioso o monotono, ma al contrario: implica che la gioia della comunione sia vissuta nel quadro dell’eterno amore divino, che si rinnova continuamente con gioia e creatività. Gli sposi si donano nella loro totalità di corpo e anima, così come Cristo Sposo ha fatto per la sua Sposa, la Chiesa sulla croce.

Qui vediamo chiaramente che si tratta davvero di una “liturgia dell’amore”, con i suoi momenti ben definiti e la propria trascendenza. L’atto coniugale è una preghiera autentica che gli sposi elevano a Dio con tutto il loro essere, ringraziando per il dono d’amore ricevuto. È un momento sacro, in cui il letto nuziale diventa luogo di parto e di donazione. E lì sperimentiamo una piccola anteprima di ciò che ci aspetta in Paradiso.

L’atto coniugale è cammino di santità perché in esso gli sposi si trasmettono reciprocamente la Grazia. Come abbiamo più volte ricordato l’intimità fisica rinnova il sacramento del matrimonio con una nuova effusione di Spirito Santo. Nel rito del sacramento del matrimonio è la prima unione sessuale degli sposi a consumare (cum-summare portare alla sommità) il sacramento e il mezzo attraverso il quale entrambi si trasmettono reciprocamente la Grazia. I coniugi si rivolgono a Dio nel loro amore e comunicano tra loro i doni che Egli dona loro. Sempre Noriega afferma che: Il coniuge cristiano potrà trasmettere all’amato nella sessualità non solo una una presenza reciproca, ma anche il dono dello Spirito. Dio diventa protagonista anche della formazione dell’amore tra i coniugi, poiché non è estraneo a nulla di umano, compresa la sessualità, che Egli stesso ha creato.

Sappiamo che il matrimonio costituisce una vocazione, nella quale ciascuno dei coniugi aiuta l’altro a percorrere il cammino della santità. Ciò avviene attraverso i numerosi atti d’amore che hanno l’uno verso l’altro. Non sfugge a questo l’atto coniugale, che, vissuto nel rispetto dei suoi significati e della sua verità intrinseca, diventa occasione di crescita nella santità, poiché i coniugi crescono nella virtù della carità, ricercando il bene dell’altro e compiendo la volontà di Dio che cresce nell’amicizia con lui.

Antonio e Luisa

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La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Prima parte.

È diffusissima l’idea che il sesso sia del tutto estraneo alla nostra parte spirituale, alla parte di noi più nobile. come se Dio non c’entrasse nulla e come se fosse un’affare puramente umano e naturale, lontano dall’ordine soprannaturale e trascendente. Insomma quella parte di noi più istintiva che ci accumuna agli animali. Spesso anima e corpo sono considerati come opposti, pensando che il desiderio carnale non abbia nulla a che fare con la vita spirituale. Questa visione è molto comune, anche tra i credenti.

La Chiesa – lo esprime molto bene Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo – non afferma affatto che corpo e spirito siano disgiunti e su livelli diversi. La sessualità è strettamente legata alla nostra sfera spirituale e il modo in cui la viviamo può aiutarci a crescere come persone e ad avvicinarci alla santità. Attenzione la sessualità non è la genitalità, non è solo il sesso, ma una realtà molto più ampia. E’ il nostro essere maschio e femmina, individui sessuati che si mettono in relazione attraverso il corpo. La sessualità esprime la necessità di trovare un tu diverso e complementare che risponde al nostro bisogno innato di vivere una comunione profonda e piena che abbraccia tutta la persona e non solo il corpo. Il corpo esprime – cioè da un’immagine visibile – a tutta la persona fatta di tantissime componenti (corpo, anima, psiche, sensibilità, tenerezza, volontà, atteggiamento, valori, ecc). In questo articolo ci riferiamo soprattutto al matrimonio e all’importanza dell’esperienza sessuale che questa relazione fedele, indissolubile e esclusiva comporta.

La sessualità è un elemento intrinseco della persona. Non è qualcosa di aggiunto che può essere presente o meno. Non è nemmeno una dimensione. Ma è costitutivo dell’essere umano, e ne attraversa tutte le dimensioni: corpo, mente, spirito e relazione. Pertanto, poiché siamo un’unità, siamo spiriti incarnati, il modo in cui viviamo la sessualità avrà sempre un impatto sulla nostra spiritualità. E viceversa, la profondità che abbiamo nella nostra vita spirituale e di fede avrà un forte impatto sul modo in cui affrontiamo la sessualità. A questo punto parliamo di sessualità in senso ampio, sia riferendoci alla nostra esistenza nel mondo come uomo o donna, sia all’esperienza del desiderio sessuale che ogni essere umano sperimenta ad un certo punto.

Avvicinandoci alla dimensione spirituale, sappiamo che secondo la nostra particolare vocazione e il nostro stato di vita siamo chiamati da Cristo a vivere la sessualità in modo concreto e diverso per ciascuno. Questo perché Dio ci rivela che il fine della differenza sessuale è l’invito a lasciare se stessi, a donarsi all’altro in una comunione d’amore a immagine e somiglianza di Dio Trinità.

C’è una connessione importante da mettere in evidenza. Nel rapporto sessuale portiamo ciò che siamo. Riveliamo la grandezza o la povertà del nostro animo, il nostro egoismo o la nostra capacità di donarci e di mettere l’altro al centro delle nostre attenzioni. Il nostro amore o la nostra volontà di dominare e di usare. Ciò che esprimiamo nel sesso esprime ciò che abbiamo nel cuore. Esprime ciò che siamo.

Questo perché la sessualità è talmente costitutiva della persona che, qualunque cosa ne facciamo, rivelerà chi siamo. Il nostro comportamento in riferimento alla sessualità è come un vetro trasparente che ci permette di vedere cosa c’è nel nostro cuore. Attraverso di esso si manifestano le nostre luci e le nostre ombre. José Noriega – che è stato professore all’Istituto Giovanni Paolo II per tanti anni – afferma: La sessualità promette molto, ma raccoglie poco.

In una frase ha detto tutta la miseria del nostro tempo. Nell’attrazione sessuale leggiamo una promessa grande. La promessa di un piacere immenso, una felicità completa che inonda tutta la persona. Rimaniamo abbagliati dalla presenza di qualcuno che ci sembra enormemente attraente, che ci affascina, ci attrae e ci fa uscire da noi stessi. All’origine dell’innamoramento, tutta la nostra vita, nel suo insieme, è monopolizzata dal desiderio di essere non solo con l’altro, ma nell’altro.

Spesso però questa promessa viene infranta. E lo conferma la povertà di tante relazioni. Quante persone conosciamo che vivono o hanno vissuto grandi sofferenze e delusioni cocenti per relazioni sbagliate? Noi tante. In definitiva l’esperienza sessuale non soddisfa appieno. Il piacere provato non soddisfa il desiderio inesauribile che era stato risvegliato dall’altro. Né è soddisfatto dalla persona a cui ci uniamo. Cosa si nasconde, allora, dietro questo desiderio, questa attrazione tra uomo e donna che nemmeno l’ei stessa’esperienza sessuale, una volta giunta al culmine, riesce a spegnere?

Nella sessualità ci si rivela il mistero della persona, il mistero dell’Altro. Perché la differenza sessuale ci dice quanto poco bastiamo a noi stessi. Della nostra povertà, della nostra solitudine. Ma, allo stesso tempo, ci parla della pienezza e della comunione che ci viene promessa. Ci rivelano in modo inesorabile il nostro essere corpo e anche la nostra anima, che esige la trascendenza. L’incontro tra l’uomo e la donna rivela una promessa di pienezza nella comunione di entrambi. Il cuore umano cerca assetato una felicità che non può raggiungere con la sola sessualità, se non è vissuta nella ricerca di quella Presenza che è origine e fine di ogni amore umano: Dio.

Cosa possiamo quindi comprendere e concludere? Lo vedremo lunedì con il proseguo di questa riflessione.

Antonio e Luisa

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Io sono prezioso e tu sei preziosa. Solo così c’è amore.

Tanti dei problemi dell’essere umano – maschio o femmina non fa differenza – nascono dalla percezione del limite. Uomini e donne sono limitati, incompleti, fallibili. Questa è una verità che ci caratterizza tutti. Fa parte della nostra umanità. La differenza tra chi ha una visione positiva di sé e chi invece non riesce a volersi bene sta proprio lì. Il primo accetta il limite e riesce a dirsi: io vado bene così. Il secondo no. Il secondo tende ad assolutizzare il limite e per questo a non sentirsi bene con sé stesso e con gli altri.

Non a caso Gesù dice nel Vangelo di Matteo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non perché ci vuole egocentrici ma proprio perché se non ci accettiamo per come siamo, se non ci riconosciamo belli e preziosi nonostante i nostri limiti, non saremo in grado di amare liberamente gli altri. Ancor di più quando si tratta di relazioni profonde come quella matrimoniale.

Nella psicologia esistono degli schemi precisi che raccontano questa dinamica attraverso quelle che sono chiamate posizioni esistenziali. Collocando voi stessi e il vostro coniuge all’interno di questi schemi potete già farvi un’idea sulla vostra relazione.

Ci sono libertà e amore sano e autentico quando i due vivono in una relazione +/+. Cosa significa? Vado bene io e vai bene tu. Questo è uno dei fattori determinanti per la riuscita di una relazione positiva e feconda. Un matrimonio si basa certamente sulla Grazia ma anche sulla consapevolezza di essere preziosi e belli. Come fai a donarti se non ti piaci?

In questo articolo voglio però prendere in esame una delle situazioni più comuni di amore inquinato se non addirittura falso. Attenzione: non è detto che la relazione non possa sembrare funzionale e i due non possano sembrare complementari. In realtà sono due disordini relazionali che si incastrano perfettamente. E possono andare avanti tutta la vita ma sempre con sofferenza e senza una vera comunione d’amore.

Il primo dei due è un +/-. È uno che pensa: Io vado bene e tu non vai bene. Di solito una persona di questo tipo ha un comportamento autoritario e paranoide. Una persona che tende a svalutare l’altro e a supervalutare sé stesso. È una persona molto critica e giudicante. Tende a dominare l’altro. A volte questo comportamento vessatorio è mascherato di bene. Può essere manifestato anche attraverso il servizio per l’altro e per la famiglia. Un servizio però reso per svalutare l’altro. Faccio io perché tu non sei capace! Lascia perdere non lo capisci. Ci penso io! Una persona così si può anche prendere cura della famiglia e del coniuge ma facendo sentire quest’ultimo un peso e inutile. Salvo poi sentirsi oppressa per l’incapacità dell’altro e diventare, di conseguenza, intollerante e aggressiva. Diventando appunto paranoide. Da persecutrice si sente una vittima dell’incapacità del coniuge. Naturalmente non avviene per tutti con la stessa intensità e gravità. Ci sono livelli diversi. Il narcisista rientra in questa categoria.

Di solito una persona descritta come sopra si incastra perfettamente con una -/+. Io non vado bene mentre tu . Questa posizione indica una personalità sottomessa. Chi si sente così solitamente svaluta sé stesso e supervaluta l’altro. È dipendente dall’altro. Si sente spesso inadeguato alle situazioni e alle persone. Ha solitamente un ascolto compiacente. Crede che l’altro possa capire meglio e avere idee ed opinioni migliori rispetto alle proprie, idee che tende quindi a non esternare. Una persona così è portata ad avere una tendenza depressiva. A non stare bene né con sé né nella relazione.

Questa è una relazione totalmente disfunzionale. E se diventasse un matrimonio potrebbe portare tanta sofferenza. Il problema è che lo stesso insegnamento della Chiesa potrebbe giustificare una persona di tipo -/+ (sottomessa) nel perseverare in quella sopportazione e quella sottomissione non libere e quindi non vere. Attenzione! Non voglio mettere in discussione il matrimonio nella sua gratuità e indissolubilità. Vi faccio solo una domanda: Perché state nel matrimonio quando ci sono difficoltà? Se lo fate solo perché vi riconoscete nella situazione sopradescritta allora è il momento di una psicoterapia, di cambiare la vostra relazione e di trovare il modo di comprendere che andate bene così! Solo trasformandovi da -/+ a +/+ sarete capaci di scegliere nella libertà di restare. Solo in quel caso sarebbe amore gratuito e incondizionato e non una dipendenza affettiva che alla lunga può causare solo rabbia e malessere psicofisico. Che poi è quello che ci raccontano tanti sposi e spose che ci contattano.

Antonio e Luisa

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Chiara: difficilissima ma liberante

Oggi si ricorda Chiara Corbella. Sono passati dodici anni dalla sua morte, da quando – come crediamo noi cristiani – è entrata nella vita eterna. Ma perché dopo tutto questo tempo l’amore della gente per Chiara non è mai venuto meno, anzi cresce sempre di più? Perché la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede. Ecco la fede! Credo che il segreto sia tutto lì. Lei ci mostra che si può credere e che è bello credere. Cosa di cui noi forse non siamo convinti fino in fondo e trovare chi ci mostra la strada è liberante. Per questo l’amiamo! Ma andiamo un po’ più a fondo.

Credo che il segreto risieda nella sua straordinaria normalità. Non era una mistica, né una suora fondatrice di un ordine, o una benefattrice che trascorreva le giornate tra gli ultimi e i perseguitati. In sostanza, era molto distante dall’immagine convenzionale di una santa. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come molte altre, cresciuta in una normale famiglia romana, che si è fidanzata. Anche durante il fidanzamento, era esattamente come noi, piena di dubbi, ripensamenti e momenti di incertezza con Enrico, il suo futuro marito. Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a lui.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Chiara è faticosissima perchè ti mette davanti a tutto ciò che non hai voglia di guardare: lutto, malattia e dolore. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara è faticosissima ma è liberante. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. 

Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Chiara prega per tutti noi e aiutaci ad accogliere l’Amore quello che hai incontrato tu.

Antonio e Luisa

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La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?

L’immagine allegata all’articolo di oggi riproduce la locandina dell’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Loreto dal 13 al 16 agosto, sotto la guida di don Renzo Bonetti, Don Salvatore Bucolo e Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è: ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” Certamente la parola “fedeltà” è fortemente in disuso, non solo nelle relazioni uomo/donna (basta guardare quello che offre la TV), ma in tutti gli ambiti, fra amici, fra colleghi e anche verso impegni presi e promesse.

C’è il rischio, però, di considerare il concetto di fedeltà come il fine e non come un mezzo: l’obiettivo non è essere fedeli al coniuge a tutti i costi per una motivazione umana. Una persona può, ad esempio, rimanere fedele al coniuge perché ha fatto una promessa, oppure perché vuole far sentire il coniuge in colpa, o perché è sfiduciato nei confronti del sesso opposto.

Intendiamoci, essere coerenti e rispettare una promessa fatta a un’altra persona è una cosa bella e una dimostrazione di serietà, ma se fosse solo questo perché ci siamo sposati in chiesa? Se due persone non vanno più d’accordo e si separano, per quale motivo dovrebbero rimanere fedeli? Avrebbe poco senso fuori da un contesto di fede e sarebbe una motivazione certamente lodevole, ma non sufficiente per offrire la vita intera.

Cristo mi chiama a vivere ogni giorno con Lui, il senso della mia vita è primariamente la fedeltà a Gesù, da cui scaturiscono tutte le scelte, tra le quali anche la fedeltà al marito/moglie e alla Chiesa, sposa di Cristo. La fedeltà di Gesù non viene mai meno, neanche per un istante, si vede chiaramente nel Sacramento della confessione: Dio perdona sempre (ovviamente se chiediamo perdono pentiti, con la giusta apertura del cuore), nonostante ne combiniamo di tutti i colori; questo perché Dio non può rinnegare se’ stesso, perché Lui è per definizione il Dio fedele (2Tm 2,13).

Ma la fedeltà non è solo una condizione personale, perché nella nostra fede tutto è in relazione con gli altri e con Dio; pertanto, tutto il senso della Chiesa è la fedeltà a Gesù.

La Chiesa siamo noi e, come noi non siamo sempre fedeli, anche la Chiesa commette delle infedeltà: sì, perché essere fedeli, non vuol dire solo non avere rapporti intimi con altre persone diverse dal marito o dalla moglie. Magari fosse solo così! Non siamo fedeli innumerevoli volte, nella vita di tutti i giorni. Non siamo fedeli tutte le volte che viviamo a modo nostro, senza curarci di Gesù, limitando la nostra fede a quell’ora domenicale durante la Messa. Non siamo fedeli quando pensiamo di fare tutto con le nostre forze, oppure quando non viviamo nell’amore verso il prossimo ma mettendo il nostro egoismo e i nostri interessi al primo posto.

Ci proclamiamo fedeli a Gesù, a Messa facciamo l’amore con Lui (l’Eucarestia non è forse essere uno con Lui?), poi, però usciamo dalla chiesa e Lo “tradiamo” poco dopo dimenticandoci di Lui presente negli altri, oppure schierandoci a favore di aborto, eutanasia e gender. E’ inutile negarlo, siamo spesso ipocriti e rimaniamo fedeli solo a tratti, decidendo noi quando esserlo, oppure no.

Ecco che allora va bene essere fedele a mia moglie, certo, ma nel contesto di una fedeltà più ampia a Dio stesso. se ruotasse tutto intorno alla sola fedeltà coniugale sarei fedele solo a una creatura e non al Creatore. Il senso della mia scelta di separato fedele deve essere la fedeltà a Gesù. Altrimenti non regge.

Sono stato recentemente a un matrimonio e mi sono meravigliato di trovare, nella bomboniera, insieme ai confetti, un biglietto scritto a mano: La fedeltà è quel terreno per accogliere la Grazia di Dio”. Ho ringraziato gli sposi per questa sorpresa che mi ha tanto beneficato: è proprio così, quando siamo infedeli, ci allontaniamo dal nostro Sposo e, infatti, sappiamo che non siamo più in Grazia di Dio. Al contrario, quando chiediamo perdono attraverso la confessione e ci impegniamo a vivere la fedeltà, apriamo le porte del nostro cuore per accogliere lo Spirito Santo e tutti i suoi doni.

Il fatto che Dio susciti nei cuori un desiderio di fedeltà in varie persone e durante questi anni quando è così poco praticata, è probabilmente per richiamare l’attenzione sulla direzione in cui stiamo andando riguardo a questo tema. Non vedo l’ora che cominci questo Convegno, dove in particolare le catechesi di Don Salvatore Bucolo ci faranno riflettere su questo tema così complesso, ma anche centrale per la nostra vita di sposi e cristiani.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il tradimento ci fa sentire nudi

Dalla prima lettura di ieri: Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio. I limiti diventano occasione. È capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Chi ama non usa la bilancia

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre a pensare se ne valesse la pena oppure no.

In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore ma una transazione commerciale. Un dare per avere.

Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava.

Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perchè il matrimonio è così, è questo.

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza.

Lei aveva bisogno e io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

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La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. 

Ieri la liturgia proponeva un brano del Vangelo fantastico, dei versetti che noi sposi dovremmo meditare e interiorizzare.

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: . Non c’è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo passo è stato spesso abusato. Viene usato per dare un’immagine di Gesù come se fosse uno di quei pacifisti-hippie alla Peace & Love. Abusato come la parola amore, completamente svuotata di ogni significato e sostanza e riempita solo di farfalle svolazzanti nella pancia e di pulsioni e passioni da soddisfare.

Gesù, nella giusta interpretazione di questo brano, risulta essere molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile perché ci chiede di andare in profondità. Non per farci un dispetto ma perché nella pienezza della comprensione della Legge dell’Amore possiamo anche trovare la pienezza della nostra vita. Dio si è fatto uomo per questo. Per dare carne all’Amore. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.

Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella Sua vita. Pensateci! Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso. Rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza.

Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola, un libretto delle istruzioni, per non sprecare la nostra vita e per aiutarci a comprendere come rispondere a quell’Amore. 

Facciamo un esempio: è più facile non uccidere o amare il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo?

Lo stesso gioco si può applicare a tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè, ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione formale senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione verso l’amore autentico, non serve a nulla, se non a sentirci migliori di altri e giustificati. Ci rende superbi e sprezzanti verso gli altri. Come i farisei, appunto. Sepolcri imbiancati ed ipocriti.

Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma, quindi, è salva ma lo sono anche il contenuto, la sostanza e il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno non si amano ma si usano. Questi sono tutti adulteri del cuore. È un peccato perché si getta via un’occasione grande per fare un’esperienza meravigliosa di comunione e di Dio.

Antonio e Luisa

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Il Pride? Una richiesta di aiuto

Possiamo davvero liquidare tutti i cortei e le manifestazioni dell’orgoglio LGBTQ+ semplicemente come una carnevalata satanica? Ho tanti amici che credono che tutto ciò che ruota attorno al Pride sia diabolico. A me sembra troppo superficiale. Non nego certo che Satana ci sia e che cerchi di attaccare ognuno di noi proprio penetrando il nostro cuore dove siamo più vulnerabili, attraverso le nostre ferite. E il sesso c’entra moltissimo perché noi spesso sessualizziamo le nostre ferite. Diamo loro voce attraverso il nostro corpo e la nostra sessualità. Alla fine, le nostre ferite raccontano il nostro desiderio di essere amati e il sesso può illudere. Per cui la sessualizzazione delle nostre ferite non riguarda solo le persone del mondo LGBTQ+, riguarda tutti. Io in gioventù ho sessualizzato le mie ferite attraverso la pornografia, altri attraverso il sesso occasionale e compulsivo, altri attraverso la frequentazione di prostitute. Altri ancora attraverso il tradimento. E così via. Molto spesso, i problemi relativi all’orientamento e all’identità sessuale non sono altro che questo, una ferita sessualizzata. Quindi ci siamo dentro più o meno tutti. La gente del Pride non è distante da noi. Possiamo comprendere la loro sofferenza.

Questo per dire che non possiamo ridurre le richieste che gridano quei ragazzi, attraverso il Pride, semplicemente come un’opera del diavolo. Quelli sono tutti ragazzi che nella vita di tutti i giorni potrebbero essere i nostri figli, i nostri alunni (se siete insegnanti come lo è Luisa), gli amici dei vostri figli. Sono giovani del nostro tempo che hanno la necessità di urlare al mondo la propria sofferenza. Non a caso i cortei del pride sono sempre esageratamente gioiosi, colorati e festanti. Troppo per essere vero. Chiaramente quell’entusiasmo serve a quei giovani per coprire la loro sofferenza, la solitudine e l’incapacità a comprendere chi sono e perché stanno al mondo.

Dietro quella gioia c’è tanta rabbia. Si percepisce dagli slogan urlati, dai manifesti e dai cartelloni. La rabbia di una generazione tradita. La rabbia di una generazione cresciuta nel transumanesimo dove l’uomo crede di poter plasmare la propria natura grazie alle scoperte in campo scientifico e medico. Ci si illude di potersi autodeterminare. Si vive una sorta di onnipotenza. Dove ci si illude di poter modellare la propria vita e il proprio corpo per poter essere finalmente felici. Ma è solo un’illusione Tutto intorno dice a quei ragazzi: Tu non sei quello che il tuo corpo racconta in ogni tua cellula, nei tuoi organi genitali, nei tuoi ormoni ma sei quello che percepisci e vuoi essere. Non c’è una natura che ti costituisce. Una confusione enorme che distrugge questi ragazzi. Ragazzi cresciuti in una cultura fluida dove non esistono ruoli e dove papà e mamma sono raccontati come una costruzione sociale. Ragazzi cresciuti in famiglie disastrate dove i genitori si separano e si uniscono in nuove famiglie con altri figli rendendoli di fatto orfani della propria famiglia. Una sofferenza enorme che si nasconde dietro la maschera colorata e gioiosa di quei cortei.

E questi ragazzi, che compongono i cortei arcobaleno, urlano tutta la propria rabbia contro Dio e contro la Chiesa perché alla fine sono arrabbiati con Dio. Perché si sentono orfani di Dio. Avrebbero bisogno di un Dio che sappia amarli come sono, nelle loro fragilità. Un Dio che sappia accompagnarli verso la pienezza e verso la verità della loro vita. Un Dio che li guardi e dica loro che sono bellissimi anche quando fanno di tutto per non esserlo. Quel Dio c’è ma probabilmente non ci sono genitori e educatori chi sappiano indicare loro dove volgere lo sguardo per incontrarlo. Non hanno bisogno di un Dio che dica loro che va tutto bene, perché non va tutto bene. Non tutte le scelte vanno bene. Di questo hanno bisogno quei ragazzi.

Per questo quando vedo i cortei del Pride non provo indignazione, non mi sento di respingere quei ragazzi. Mi sento invece molto provocato e chiamato. Io non sono diverso da loro, io non sono meglio di loro. Io ho espresso la mia rabbia e la mia inadeguatezza in altro modo ma ero come loro.

Noi, che abbiamo trovato Cristo che ci ha accolti e guariti attraverso delle persone che ci hanno voluto bene e accompagnato, siamo chiamati a testimoniare la bellezza dell’amore vissuto nella pienezza della verità antropologica, naturale, morale e teologica. Crediamo in un Dio che è vero uomo e la morale ci guida verso la pienezza della nostra umanità, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Capire come vivere appieno la nostra vita nella condizione in cui ci troviamo non implica che qualcuno debba essere “curato”. Significa, piuttosto, cercare di comprendere e vivere appieno le nostre vite. La castità, vissuta in relazioni pure, è un cammino a cui siamo tutti chiamati: preti, suore, gay, etero, single, sposati, separati. Ognuno in base alla propria condizione. Significa non permettere alle nostre ferite di comandare la nostra vita.

E’ importante quindi raccontare questa bellezza. Attraverso testimonianze, catechesi, seminari oppure online come sto facendo io. E’ ancora più importante però vivere questa bellezza nella nostra vita per poter essere una piccola fiammella che illumini almeno un po’ il buio e la confusione in cui si trovano quei ragazzi che appaiono tanto festanti esterirmente ma che hanno nel cuore tanta sofferenza e bisogno di aiuto.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio: croce luminosa

Il Matrimonio celebrato in chiesa ha un valore diverso rispetto a quello in Comune o al semplice convivere; è qualcosa di molto più profondo e grande, due persone si dichiarano amore per tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, consapevoli che ciò è possibile solo unendosi in sodalizio con Gesù Cristo.

Si suggella un rapporto che durerà per sempre, un amore a tre consistente nell’amare Gesù e con quell’amore perfetto e trinitario amare il coniuge. Io e Barbara abbiamo risposto ad una chiamata speciale: dedicare la nostra vita a chi è in difficoltà, con la consapevolezza che senza Gesù non si può fare niente (GV 15, 5: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”).

Agli inizi della nostra relazione lavoravo in politica, seguivo vari organi istituzionali, ma quando ho sentito la chiamata ho cambiato vita. Barbara invece lavorava in un negozio di arredo casa e quando possibile faceva volontariato; ha sentito di seguirmi in questa nuova vita per gli altri ed ora da sposi, dopo aver lasciato prima io, poi lei, i nostri rispettivi lavori, viviamo di sola provvidenza.

Ma bisogna sempre tenere presente che, indipendentemente dalla nostra occupazione o vocazione, la prima chiamata che abbiamo quando ci sposiamo è al matrimonio, al dono verso il proprio coniuge, ai figli; ciò però non significa che dobbiamo chiuderci nella nostra famiglia, ma dedicarci anche con tanto impegno al nostro prossimo.

Il periodo storico che stiamo vivendo non è facile, possiamo dire senza dubbio che siamo in piena Apocalisse e le famiglie ne sono state sommerse, sono sempre più nell’occhio del ciclone; qui al sud circa il 50% di chi si sposa, si separa, a Verona, città dove vive la mia famiglia di origine, addirittura in pochissimi si sposano in chiesa e la maggior parte di queste poi si separano.

Nel matrimonio abbiamo tre grandi nemici: il nostro io, l’idea che abbiamo del matrimonio, e il demonio, in questi tempi è sempre più presente. Noi, come cristiani, nella nostra vita – e quindi anche nel matrimonio – vogliamo cercare di porre al centro il Vangelo, mettendolo in pratica; ciò significa amare in maniera incondizionata, piena e non aspettandoci nulla in cambio. Perdonando. 

Col tempo nasceranno tante prove da superare: malattie, crisi, differenze di carattere, lutti familiari, incidenti etc. La nostra misura per affrontare tutto deve essere una sola, l’amore, che può sfociare anche nel sacrificio. Il nostro riferimento vuole essere la Croce, in cui crocifiggere il nostro io. La Croce fonde le volontà di entrambi, spesso diverse e la fa scorrere in una volontà nuova, perché dalla morte di quelle due volontà nella Croce, uscirà la Volontà Divina luminosa, gloriosa: quella croce di Luce attraverso cui regnerà l’armonia, la pace, la concordia, la lealtà, l’altruismo, il rinnegamento di sé stesso per l’esaltazione dell’altro, in una sola parola l’Avvento del Regno di Dio.  

In sintesi, vogliamo cercare di rendere felice il nostro coniuge!  Dobbiamo fare noi il primo passo e diventare noi, fusi in Gesù e Maria, il cambiamento che vogliamo nell’altro, solo diventando amore donato tutto diventa nuovo!

Anche noi ogni giorno lottiamo con i nostri limiti, miserie, fragilità, tante sono state le cadute, le incomprensioni. Siamo in cammino, e cerchiamo di abbandonarci totalmente alla Divina Volontà, in modo da diventare un matrimonio di Luce e quella Luce donarla a tutti!

Altro ostacolo da non sottovalutare è il demonio che interviene nei matrimoni in maniera devastante; bisogna conoscere i suoi attacchi (lettura che consiglio – Fra Benigno: “Diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio” – Edizioni Amen), e reagire nell’unico modo possibile, indossando le armi della fede e meditando la Passione di Cristo. A tal proposito Gesù ci dice: “Il mondo si è squilibrato perché ha perduto il pensiero della mia Passione”; “Sicché, se si ricorda venti, cento, mille volte della mia Passione, tante volte di più godrà gli effetti di essa”. Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono”.1

Per meditare la Passione di Cristo e per fondersi in Gesù ho letto un prezioso libro che mi ha regalato tanto e che consiglio:” Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, di Luisa Piccarreta, Piccola Figlia della Divina Volontà.

Per proseguire in questo meraviglioso cammino di fede bisogna approcciare anche alla lettura dei Libri di Cielo, della stessa autrice. Si tratta di numerosi volumi, in cui vengono riportate nuove esagerazioni di amore di Gesù, verità rivelate all’autrice da Gesù stesso, che ci danno gli strumenti per prendere il “posto” che nella notte dei tempi Dio ha pensato per noi.

Posso dirvi che ho già avuto vari doni: una più profonda adesione alla Parola di Dio, la capacità di leggere i segni, maggiore pazienza, più collaborazione nelle faccende domestiche, il dono di leggere insieme a Barbara i Libri di Cielo; questi scritti ci danno la consapevolezza che ogni avversità è una predilezione d’amore di Cristo, per mondarci e camminare verso la fusione con Gesù e Maria.

In Missione, grazie a queste letture, ho provato gioia quando è morto Fratel Biagio, e non dolore: avevo la certezza che era in Cielo e potevo solo essere felice per lui; perdevo un amico ma trovavo la Speranza di una vita eterna. Sono convinto che le esortazioni che ricevevo da Fratel Biagio, mentre si curava dal cancro, a fidarmi solo di Dio, mi abbiano aiutato a ricevere il dono della conoscenza della Divina Volontà. Gesù ci vuole felici e di nuovo uniti a Lui per sempre, come ci pensò in principio! 

Riccardo Rossi in collaborazione con mia moglie Barbara

  1. : 2 Febbraio 1917 -Libro di Cielo volume 11,
      21 Ottobre, 1921 -Libro di Cielo volume 13. ↩︎

Un amore che salva

Il matrimonio non è come le altre relazioni. Nel matrimonio c’è il per sempre, l’indissolubilità. L’indissolubilità non è una catena ma è una carezza al cuore ferito di tanti di noi. Io sono stato salvato dal per sempre che mi ha donato Luisa. Non è vero che l’uomo deve essere forte ma lo può diventare. E il per sempre del matrimonio può aiutare tanto. Io sicuramente lo sono oggi più di ieri. Quando Luisa mi ha conosciuto ero un ragazzo di venticinque anni pieno di paure anche se in apparenza cercavo di non farle vedere. Avevo una voragine nel cuore.

Solo con la terapia ho compreso molto di più della sofferenza di quel ragazzo, da cosa era causata. All’epoca non ne ero consapevole. Sentivo solo un grande vuoto e sapevo che ciò che avevo non mi rendeva felice. Mi sentivo sempre meno degli altri. Uscivo con gli amici e mi succedeva di bere troppo o di fumare qualche spinello. Lo facevano tutti. Mi faceva sentire come gli altri. Ma non mi bastava. Mi mancava l’amore. Non il sesso. Io cercavo il sesso ma non era quello che mi mancava. Mi mancava sapere di essere importante per qualcuno. Mi mancava sapere che per qualcuno potessi essere il più importante. Non uno dei tanti. Non importante per quello che potevo fare, ma semplicemente perché c’ero, perché esistevo.

Purtroppo sono insicurezze che ho maturato fin da piccolo nella mia famiglia. Non voglio imputare nulla ai miei genitori. Loro mi hanno dato l’amore per come sono riusciti. Hanno cercato di volermi bene al meglio delle loro possibilità, ma per tante ragioni questo amore non è passato del tutto. Perché mancava il calore. Non mi facevano mancare nulla di materiale. Si sono sempre presi cura di me ma mai un abbraccio da mio padre. Non ne era capace. Mai una parola di apprezzamento ma piuttosto una critica quando sbagliavo. Avevo bisogno di carezze positive e ricevevo solo riscontri negativi perché ciò che facevo di buono era dato per scontato. Quel bambino non è sparito con il tempo, ma è rimasto dentro di me, in una persona diventata adulta.

Quando ho incontrato Luisa quel bambino continuava a credere di poter essere amato solo quando si comportava come credeva che volessero gli altri. Per questo avevo paura di perderla. Perché pensavo, come sempre, di non essere abbastanza. Luisa mi ha scelto. Non solo mi ha scelto ma ha deciso di puntare su di me. Ha scelto di scommettere tutta la sua vita su di me. E quel bambino ha finalmente fatto esperienza di un amore così grande, non meritato. Quel bambino ha pensato per la prima volta di valere qualcosa, di essere prezioso perché Luisa me lo stava dicendo con la sua scelta di impegnarsi com me per tutta la vita. Di scegliere me e di rinunciare a tutti gli altri. Mi riconosco nelle parole di Jovanotti quando in “A te” scrive: A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi. Con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te.

In questo il matrimonio mi ha salvato. Perchè la scelta di Luisa mi ha permesso di credere che anche Dio potesse volermi bene così. Potesse vedere in me una persona bella e preziosa. Di solito la relazione con Dio ci aiuta a costruire un matrimonio cristiano. Nel mio caso inizialmente è stato l’opposto. Sapere che Luisa mi ha scelto per la vita mi ha permesso di aprire il cuore anche a Dio. Prima pensavo che non fosse possibile che Dio potesse amare proprio me. Io così imperfetto e incapace. Non facevo abbastanza per meritare il Suo Amore. Luisa mi ha fatto comprendere che non serve essere bravi per essere amati. Mi sono sentito accolto senza condizioni. Per me è stata una vera liberazione e guarigione.

Vedo tanti ragazzi che mi ricordano quello che ero io. Anche i miei figli non sono immuni. Anche io probabilmente ho commesso degli errori con loro. Sto cercando di recuperare. Più ne divento consapevole e più comprendo cosa fare con loro. La cosa più importante è però fare esperienza di questo amore gratuito. L’amore non si deve meritare o non è amore.

Antonio e Luisa

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L’intimità è come vivere l’Eucarestia

Voglio condividere con tutti voi una testimonianza di una coppia di sposi. Ho chiesto loro il permesso di pubblicarla e sono felice me l’abbiano concesso. Perché dalla loro testimonianza traspare la bellezza. La bellezza di una sessualità piena e vissuta nella verità della persona umana. Siamo chiamati ad avere delle relazioni così, dove c’è tutto. C’è il cuore, lo spirito e il corpo e dove non c’è solo la fatica ma c’è tanta gioia, tanta intimità e c’è la vera comunione. Pur con tutte le difficoltà di una famiglia normale. Siamo tutti chiamati a questa bellezza. È anche per ognuno di voi che leggete. Non nello stesso modo, non siamo fotocopie, ma con la stessa intensità e la stessa pienezza. Non accontentiamoci di un compromesso al ribasso.

Ci chiamiamo…… Siamo sposati da 11 anni e abbiamo 6 figli. Abbiamo trovato il vostro blog molto interessante e volevamo condividere con voi un nostro pensiero. Sentiamo spesso questa parola “faccio/facciamo l’amore “.

Noi, piano piano, stiamo scoprendo che ogni volta che ci uniamo intimamente, non siamo noi che facciamo l’amore, ma è Dio che crea l’amore. Noi crediamo così, perché ogni volta che noi due diventiamo uno nell’ intimità, ci uniamo non semplicemente a un corpo ma a una persona che è parte della nostra storia, storia che Dio sta facendo con noi.

Per noi l’intimità coniugale è trasporre sul talamo nunziale l’Eucarestia che celebriamo in Chiesa. Per questo a noi piace andare a Messa il sabato sera, in modo che la sera stessa possiamo unirci intimamente e concretizzare, lì nel talamo nunziale, l’invito del sacerdote a fine Messa: andate ad annunziare il Vangelo con la vostra vita.

Vivere l’intimità coniugale è il primo modo per noi di uscire e andare ad annunziare il Vangelo. Usciamo non da un posto fisico per andare a un altro, ma usciamo dai nostri schemi e dal nostro egoismo per far nascere Cristo in noi e fare decrescere il nostro io. I nostri figli sono i sigilli di questa crescita di Dio e della nostra decrescita.

Tante volte ci pensiamo al fatto che mentre noi due stiamo nel mezzo di un atto coniugale dove sperimentiamo gioia, unione e carità, ci sono persone nel nostro condominio o che conosciamo che forse in quel preciso momento stanno sperimentando il peccato, la separazione e l’odio. Per questo prima dei rapporti intimi preghiamo non solo per noi ma anche per tutte le persone che soffrono. Con l’unione intima nel sacramento matrimoniale, noi siamo convinti che evangelizziamo. Come direbbe san Francesco d’Assisi: usa le parole quando è necessario e porta il Vangelo con la tua vita.

Per noi l’intimità non è una serie di regole che ci dicono cosa si può fare o no. Noi rispettiamo solo la chiamata ad essere aperti alla vita e di compiere i gesti intimi in maniera casta. Questo, tuttavia, non ci toglie il piacere. Anzi direi che i nostri rapporti intimi sono molto appaganti. Per noi l’intimità è indispensabile, anche per l’educazione dei nostri figli. Se insegnassimo ai nostri figli che è bello affidarsi al Signore e poi noi usassimo contraccettivi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che si devono perdonare, e poi noi la sera ci rigirassimo dall’altra parte del letto senza riconciliarsi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che devono condividere la loro vita con i fratelli, e poi noi non facessimo l’amore, saremmo dei falsi.

Troviamo importante i rapporti intimi dopo le litigate. Dietro le nostre litigate c’è il maligno che vuole rompere questa alleanza. Un rapporto intimo dopo un litigio, ci aiuta a rinnovare questa alleanza. Per quanto vogliamo bene ai nostri figli, il nostro matrimonio viene prima di loro. Per questo una volta al mese, lasciamo i nostri figli con i nonni e andiamo a dedicarci una notte d’ amore. Anche la nostra stanza è off limits. Nessuno viene a dormire nel nostro letto. Questo siamo noi e volevamo condividere con voi. Grazie.

 

Quinta missione degli sposi: l’annuncio di eternità

Oggi parlerò della quinta e ultima missione specifica degli sposi, Annuncio di Eternità, vedi articoli precedenti:

Introduzione – 1° missione: Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore – 2° missione: Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità – 3° missione: Paternità e Maternità: 4° missione: La Fraternità

Siamo così arrivati all’ultima missione specifica degli sposi: l’annuncio di eternità. Forse fra tutte le cinque missioni è quella meno sviluppata dalle coppie in questo periodo storico. Infatti, mi sembra che anche tra gli sposi ci sia un orizzonte temporale limitato al qui (e ora) e questo comporta che anche le decisioni siano prese di conseguenza: è indispensabile stare bene, essere felici subito a tutti i costi e, se questo vuol dire andare contro la famiglia, il coniuge e i figli, pazienza se ne faranno una ragione. Per carità, non c’è nulla di male a cercare la felicità, anzi è una cosa giusta, ma quella vera si ottiene solo se si segue Gesù e non certamente vivendo come ci dicono di fare il mondo e la società.

Non di rado mi avvicinano dei separati confidandomi che vorrebbero conoscere una persona che li facesse stare bene, delegando così la felicità ad un’altra persona, che potrà certamente aiutare ma che resta una creatura finita e fallibile. Può una creatura darti tutto quello che ti manca? Un amore infinito?

Infatti, come i sacerdoti e i religiosi annunciano che c’è una vita dopo la morte, così dovrebbero fare gli sposi, annunciare le nozze definitive: il loro matrimonio non è depositato in canonica o al comune, ma è inciso indelebilmente nella Trinità. Tutta la nostra vita dovrebbe avere questo sguardo lungimirante all’eternità. Anche il rapporto con il coniuge non è fine a sé stesso, non serve semplicemente per stare bene e accompagnarsi felici e contenti insieme al cimitero, ma per costruire una relazione intima che poi si irradia verso gli altri. Gli sposi annunciano che in Paradiso saremo chiamati a essere una carne sola con Gesù, dove ci sarà la vera pienezza.

Anche i figli non sono nostri, ma sono stati pensati prima della creazione del mondo e per questo vengono battezzati, perché tornino un giorno da dove sono venuti e abbiano così la vita eterna. In Amoris Laetitia n° 135 si legge: Un ideale celestiale dell’amore terreno dimentica che il meglio è quello che non è ancora stato raggiunto: il vino maturato nel tempo.

Avendo coscienza di questa eternità futura dove “il meglio deve ancora venire”, posso comprendere il senso del cammino che sto percorrendo e prendere le giuste decisioni: non finisce tutto con la morte, anzi avverranno le vere nozze e potrò comprendere tutto ciò che mi sfugge. Questa consapevolezza mi dà una pace incredibile, perché possono succedere tante cose, anche gravi, una malattia, un lutto, un fallimento umano (com’è infatti avvenuto), ma qualsiasi fatto non scriverà la parola fine alla mia vita; penso anche alle mie figlie, quanti errori ho commesso e commetterò ancora con loro, e magari si comporteranno diversamente da come vorrei, ma so che anche per loro la meta finale sarà il Paradiso. Tutto questo non mi scarica dalle mie responsabilità, m’invoglia a costruire la famiglia grande, e allo stesso tempo mi rende consapevole che il destino finale non è sulle mie spalle, non dipende tutto da me.

Se oggi si parla di famiglia cristiana, cosa s’intende nel linguaggio comune? In genere una famiglia che va a messa qualche volta, a Natale e a Pasqua, che battezza i figli in chiesa e li manda al catechismo. Eppure c’è un nome proprio della famiglia cristiana, Chiesa domestica; infatti, dentro questo nome ci sono tutte e cinque le missioni specifiche e cioè:

  • l’uomo e la donna visti con gli occhi di Dio,
  • la presenza di Gesù amante, non perché vanno d’accordo, ma per il Sacramento,
  • la presenza della fecondità divina, non per quanti figli ci sono o perchè i figli sono bravi: fecondità divina vuol dire comunicare amore che fa vivere, dare vita, non riceverla,
  • la presenza della fraternità, perché tutti sono fratelli in Cristo, genitori e figli,
  • annunciano la dimensione definitiva, piccola Chiesa per la grande famiglia.

Allora sposi fate in modo che le mura della vostra casa vi aiutino a costruire la Chiesa, a diffondere la Parola di Dio e a testimoniare con la vita, la bellezza del matrimonio cristiano! Sono profondamente convinto che gli sposi cristiani possano davvero, se lo vogliono, creare un mondo migliore, un assaggio di Paradiso qui, sulla terra.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Sposarsi è tutta un’altra cosa

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? È davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro a una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti apparsa sul  Wall Street Journal, le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi sono i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. È stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

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Sento di essermi sposata nuovamente

Oggi approfitto dello spazio in questo blog per presentarvi nuovamente il seminario Come Sigillo sul cuore.  Si tratta di un format ormai collaudato. L’abbiamo proposto diverse volte in tante località in giro per l’Italia. Crediamo molto in questo seminario pensato e costruito specificatamente per aiutare le coppie di sposi a riscoprire la bellezza che le costituisce e la missione a cui sono chiamate. Missione che non è fare qualcosa ma riscoprire chi siamo, Partendo da ciò che siamo, riscoprire il nostro essere maschio e femmina e riscoprire la bellezza – e la fiamma divina – che si cela nella relazione sessuata tra un uomo e una donna che scelgono di amarsi per tutta la vita. Con tutti i nostri limiti, le nostre fatiche e le nostre contraddizioni. Siamo una meraviglia. A volte presi da tante fatiche, impegni e preoccupazioni perdiamo la capacità di contemplare ciò che siamo e la ricchezza che abbiamo ricevuto.

Se Luisa e io, insieme a tutte le coppie e i sacerdoti che costituiscono le varie equipe, crediamo così tanto in questa proposta è perché noi stessi ne abbiamo sperimentato la potenza nella nostra relazione. Prendere consapevolezza è il primo passo. Se oggi ci occupiamo di scrivere di matrimonio e di accompagnare le coppie che si rivolgono a noi, è proprio grazie a quanto abbiamo compreso in un percorso cominciato proprio con un’esperienza così.  Questo corso ci ha cambiato la vita. Dopo questa esperienza abbiamo finalmente compreso cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, ci confronteremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare in loro. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da un’equipe costituita da cinque coppie e un sacerdote. Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa?

Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro. Vorrei concludere con alcune riflessioni che ci sono state regalate da chi ha già partecipato al corso. Ne abbiamo selezionate due.

Terry con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci ha detto: Attraverso il corso ho riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ho scelto e la bellezza del mio sposo. Sento di essermi sposata nuovamente durante questo corso.

Un’altra bellissima testimonianza è arrivata invece dopo un colloquio personale con una sposa: Cara Luisa ho raccontato a mio marito quanto ci siamo dette, è rimasto così felicemente sorpreso che abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi preziosi consigli. È stato meraviglioso. C’è ancora tanto da fare ma ora sappiamo come farlo. Grazie di cuore per tutto quello che fate.

Quindi cosa aspettate? Iscrivetevi. I posti sono limitati. La bellezza è attraente. È ciò che più desideriamo, tutti, nel profondo. Perché la bellezza è la caratteristica dell’amore e di Dio. Il corso è aperto a sposi di ogni età, con o senza figli, e anche ai fidanzati (saranno collocati in camere separate). 

Offerta last minute: Morlupo (Roma) dal 24 sera (stasera) al 26 maggio

Oppure Asiago (Vicenza) dal 28 al 30 giugno

Per info e iscrizioni contattaci a comesigillosulcuore@gmail.com

Liberate la vostra intimità

Il rapporto fisico nel matrimonio è un gesto che unisce, rigenera, nutre e custodisce tutta la relazione. Il rapporto fisico aiuta gli sposi a non perdersi di vista e a non diventare dei semplici soci in affari. Aiuta a mantenere la barra del timone dritta mettendo al centro la coppia e l’amore della coppia prima di tutto il resto, figli compresi. Eppure ci sono dei casi in cui l’intimità può diventare un peso e a volte far sentire violato uno dei due coniugi. È importante parlarne perché vivere il sesso in un modo che non sia autentico e libero non permette poi alla coppia di crescere, ma al contrario può diventare causa di sofferenza e allontanamento tra i coniugi. Ora approfondiremo due situazioni in cui non c’è piena libertà nel donarsi ed accogliersi attraverso il corpo.

Pretendere un rapporto anche se l’altro dice di no

A volte accade. Perché uno dei due coniugi prova a negarsi ma poi a seguito delle insistenze dell’altro cede e si concede controvoglia al rapporto. Qui è importante affrontare la situazione con onestà e dialogo aperto e franco. Perché spesso la situazione non è chiara, quel no è un ni. Vorrei ma non ho voglia. Questo riguarda soprattutto la donna. Il desiderio femminile è molto diverso da quello maschile. La spinta ormonale maschile è molto più forte e stabile nel tempo. La donna, non solo ha una carica ormonale più bassa, ma è oltretutto influenzata pesantemente dal ciclo. Il desiderio femminile va un po’ sulle montagne russe. Per poi quasi scomparire durante la menopausa.

Per questo nel matrimonio è sempre più importante considerare il desiderio responsivo. Cosa significa? Il desiderio femminile, nelle relazioni stabili, trae la maggior spinta non dagli ormoni ma dalla relazione stessa. La donna desidera un rapporto con il marito perchè si è sentita amata da lui in tanti piccoli gesti quotidiani e il desiderio dell’amato accende in lei quel desiderio che sembra mancarle inizialmente. Per questo il marito a volte può non capire. Perchè non capisce da cosa dipende quel no. Se è solo una fatica iniziale della moglie ad abbandonarsi oppure se c’è un diniego più netto dovuto ad altro. Per questo è importante non semplicemente dire di no ma esprimersi sul motivo che ci induce a rifiutare un rapporto. Ti amo tanto ma in questo momento faccio fatica ad abbandonarmi proviamo a stare un po’ vicini. Basterebbe questo per far capire al marito che forse serve un po’ di tenerezza in più. Oppure se proprio non ce la sentiamo bisogna dirlo chiaramente. Questa sera no, non mi sento proprio di farlo perchè…….. Bisogna essere chiari. Che quel ni diventi chiaramente un sì o un no anche per il marito che solitamente non è troppo sveglio a capire i messaggi non verbali della moglie. E il marito non deve sentirsi non amato se la moglie a volte dice di no o se all’inizio dell’amplesso sembra poco coinvolta. Semplicemente siamo diversi. Non c’è per forza un problema di relazione. Quello è il momento di amarla ancora di più. Perché solo così la moglie si sentirà amata gratuitamente e non solo per ciò che dà al marito.

Fare o lasciarti fare qualcosa che non vuoi e né ti piace.

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. È facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Spesso subiamo e stiamo zitti. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente. Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere, e anzi avvertendo disagio e in alcuni casi dolore, non fa che rendere un’esperienza che dovrebbe essere la più bella tra gli sposi, in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio? Quindi parlatene sempre. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. È bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e amoroso tra due persone che desiderano fare comunione, e in quella comunione darsi piacere. Un piacere che non riguarda solo il corpo ma tutta la persona. E se un gesto non piace all’altro non si deve chiedere. Obbligare qualcuno a fare qualcosa che non vuole con i ricatti morali che conosciamo tutti benissimo, serve solo a rompere la comunione e a perdere quindi il piacere più profondo.

Antonio e Luisa

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Sex Toys nel matrimonio? No grazie!

Con questo articolo intendiamo rispondere a più di una domanda che abbiamo ricevuto negli ultimi mesi da alcuni lettori del blog. In fin dei conti che male c’è? Se vengono usati tra coniugi che vogliono solo dare un po’ di novità e fantasia al rapporto perché dovrebbero essere sconsigliati?

Siamo così immersi in una idea di intimità esaltata dai media, dai film e dalle serie che iniziamo a considerare naturale ciò che non lo è. Anche perché spesso siamo abbastanza ignoranti sulla proposta cattolica (non dico cristiana perché ci sono differenze tra le varie confessioni) riguardo il sesso. Nelle prossime righe cercherò di spiegare perché è meglio non avvalersi di questi strumenti.

Non dimentichiamo il significato della nostra intimità

Quando i coniugi si uniscono in anima e corpo nell’amplesso, assumono ed esprimono la volontà di Dio nella loro vita. L’unione sessuale non è qualcosa che abbiamo inventato. È un dono che ci è dato da custodire. È un dono attraverso il quale passa anche la nostra santità. Come viviamo la nostra intimità dice tanto su tutta la relazione sponsale. Il senso della sessualità – siamo stati creati sessuati maschio e femmina – è la donazione reciproca e totale dei coniugi e l’apertura alla vita che da essa scaturisce.

Il piacere fisico non è il fine del sesso. Il fine è proprio l’unione dell’uomo e della donna in una carne sola. Attraverso questa unione scaturisce un piacere che va assaporato e goduto, Ma il fine è la comunione. È sicuramente positivo che l’intimità sia un momento anche divertente ma non può e non deve essere considerata semplicemente un gioco. Nell’incontro intimo gli sposi si donano l’intera vita. È un momento sacro, poiché lì si trasmette la Grazia. Se si è consapevoli di questo contesto di bellezza, purezza e pienezza non dovrebbe esserci spazio per pratiche che non c’entrano nulla, come, ad esempio, l’uso di giocattoli sessuali. Questi hanno l’unico scopo del piacere fisico. Mettono l’uomo e la donna in un atteggiamento che cerca solo di massimizzare il piacere corporeo, dimenticando l’obiettivo dell’atto che è la comunione.

L’eccitazione è data dalla persona amata

Bisogna tenere conto del fatto che tutti i preliminari servono per preparare il corpo e la mente degli sposi alla compenetrazione dei corpi. Non dovrebbe servire nill’altro che i corpi dei due amanti. L’eccitazione è importante che provenga escluvimente dai due sposi senza strumenti esterni. Ricorrere, ad esempio, alla pornografia, usare costumi di personaggi o fantasticare con qualcuno che non sia il proprio coniuge significa attuare un inganno. Ciò trasforma il gesto sessuale in una menzogna, poiché il desiderio di unione è alimentato da un’altra persona o da uno stimolo esterno quale può essere una fantasia derivante dalla pornografia. . Se non riusciamo ad eccitarci semplicemente attraverso il corpo e l’amore donato della persona amata c’è un grosso problema a livello personale o relazionale.

Crediamo nel nostro corpo

L’uso di giocattoli sessuali nel matrimonio può generare sentimenti di insicurezza e sfiducia nella capacità di donarsi e riceversi liberamente. È importante considerare se l’utilizzo di tali elementi esterni è veramente necessario quando l’intimità tra entrambi i coniugi potrebbe già essere completamente appagante. È altrettanto significativo considerare come tali pratiche potrebbero portare a una sovrastimolazione che potenzialmente genererebbe dipendenza e comportamenti nocivi, simili agli effetti della dipendenza dalla pornografia. L’uso di giocattoli sessuali e la visione eccessiva di pornografia potrebbero ridurre la capacità reciproca di provare attrazione e piacere all’interno della relazione coniugale, poiché l’attenzione potrebbe essere dirottata sproporzionatamente verso elementi esterni. Questo confronto con elementi esterni potrebbe influenzare la percezione del piacere, dando luogo a una dipendenza da stimoli sempre più intensi.

Essere d’accordo non basta

Un altro punto cruciale da considerare è che, affinché un atto nel contesto coniugale sia lecito o buono, il solo consenso dei coniugi non è sufficiente. Spesso si dice che nel matrimonio si può fare ciò che si vuole, se entrambe le parti sono d’accordo. Questo non è vero. Il sacramento non permette tutto, ma consente solo di vivere pienamente ciò che è autentico amore. Come abbiamo già visto, l’atto coniugale ha la propria verità che i coniugi non hanno creato, ma è stata loro data. Per viverlo pienamente, devono rispondervi con le loro azioni concrete, che costituiscono il momento dell’intimità. Pertanto, sono sempre chiamati a discernere quali azioni li aiutano a unirsi nella gioia e nella verità, e quali no. Questo discernimento deve essere fatto guardandosi negli occhi e entrambi davanti a Dio. Non dobbiamo mai dimenticare che quando ci rivolgiamo al sacramento del matrimonio, il legame non è più solo tra l’uomo e la donna, ma entra in gioco un terzo: Gesù. Tutte le decisioni importanti devono essere prese cercando la Sua Volontà. Egli è la luce che può illuminare la coscienza affinché l’intimità sia una fonte autentica di amore che riversa la Sua grazia nei cuori dei coniugi.

I sex toys, come la pornografia, non sono buoni perché vanno a spostare l’attenzione dei due coniugi dalla comunione – che è il fine principale della sessualità – al semplice piacere, piacere che non viene dalle persone coinvolte nell’atto ma da fattori esterni che possono essere oggetti o anche fantasie che allontanano dal qui e ora della relazione.

Antonio e Luisa

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“SCELGO ANCORA TE”. Ritrovarsi dopo la crisi di coppia

Scelgo ancora te”, è un libro che raccoglie alcune delle testimonianze di coppie che hanno vissuto il Programma Retrouvaille, ed è nato per raccontare che c’è sempre una speranza e che ogni storia d’amore può essere recuperata.

Ed è ciò che è successo a noi. La nostra è una storia nata nelle sale della parrocchia, quando eravamo studenti. Ci siamo sposati dopo 6 anni di fidanzamento coronando così il nostro sogno allietato dalla nascita di 3 figli meravigliosi. Col passare del tempo le differenze che ci avevano attratto erano diventate fonte di tensione e di irritazione, alimentando le incomprensioni tra noi. Le pressioni del lavoro, delle responsabilità familiari e degli impegni che entrambi avevamo mantenuto avevano portato ad una mancanza di tempo da trascorrere insieme come coppia e il dialogo tra noi era stato sostituito da brevi scambi di informazioni pratiche.

Nel nostro, come in molti matrimoni, ciò che inizia come amore e intesa può trasformarsi lentamente in distanza emotiva e disconnessione. Era venuta a mancare tra di noi l’intimità emotiva e il desiderio di lavorare insieme sui nostri obiettivi e di superare insieme le sfide quotidiane. Non abbiamo capito dove e quando sia nata la nostra crisi, ma ad un certo punto ci siamo trovati a non riconoscerci più e ciò che una volta ci legava ora sembrava molto lontano. Ci sentivamo disperatamente soli e incompresi, ognuno chiuso nel proprio dolore e nelle proprie ferite. Le aspettative che avevamo avuto di un matrimonio perfetto erano andate distrutte e la prospettiva era ormai la separazione.

Ed è stato allora che Corrado ha trovato un articolo che parlava di un programma chiamato Retrouvaille. Grazie al percorso fatto con Retrouvaille abbiamo potuto recuperare un dialogo autentico che ci ha permesso di affrontare i problemi che ci avevano portati alla crisi e perdonarci. Le testimonianze ascoltate al weekend hanno fatto rinascere in noi la speranza che fosse possibile ricostruire la nostra relazione, che non era tutto perduto e che forse ce l’avremmo fatta anche noi. Ci siamo sentiti accolti e non giudicati e a poco a poco è rinata in noi la fiducia che ci ha permesso di vedere la luce in fondo al tunnel e di “ritrovarci” come la parola Retrouvaille promette.

Al termine del percorso abbiamo insieme preso la decisione di metterci al servizio per “restituire” almeno in parte ciò che gratuitamente avevamo ricevuto in dono dal programma e tutto questo ha potuto dare un senso di grazia alla sofferenza che avevamo vissuto. Poter condividere questa esperienza con altre persone ci ha permesso di continuare il nostro processo di guarigione, e di continuare a lavorare sulla nostra relazione, cosa che continuiamo a fare anche oggi e che per la nostra coppia è vitale. Per chi come noi ha sperimentato il dramma di una forte crisi matrimoniale, la nostra testimonianza, come quella delle coppie che hanno vissuto il programma, vuole essere un segno di speranza per tutte le coppie ferite, testimoniando che ogni matrimonio può essere ricostruito e merita di essere salvato.

Paola e Corrado Galaverna e don Bernardino Giordano

(Coordinatori Retrouvaille Regione Italia)

Quarta missione degli sposi: la fraternità

Oggi parlerò della quarta missione specifica degli sposi, la Fraternità, vedi articoli precedenti per rivedere le prime tre missioni:

Introduzione 1° missione: Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore2° missione: Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità3° missione: Paternità e Maternità:

Nella forza e nella luce dello Spirito gli sposi formano tra loro una fraternità cristiana, la allargano ai figli e a quanti incontrano. In Amoris Laetitia, al n° 184: “Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva” e al n° 194: “Forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo! A partire da questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione familiare, lo stile della fraternità s’irradia come una promessa sull’intera società”.

Come dicevo in un precedente articolo, spesso non siamo consapevoli che le cellule che compongono la società sono le famiglie e ogni cellula vive per conto proprio, come se non facesse parte di un unico corpo. Gli sposi abitualmente non sanno che hanno questo potere di costruire fraternità, basta chiedere se conoscono il catechismo della chiesa cattolica al n° 1534, articolo che nomino spesso: Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri.

Quando nasce un figlio, un figlio di Dio, nasce sempre fratello di tanti. Chi è il primo dei fratelli?  Gesù Cristo è il primo dei nostri fratelli.

Perciò l’educazione cristiana dei figli è educazione alla fraternità: avere lo stesso papà, mangiare alla stessa tavola, trovarsi insieme alla nostra famiglia grande alla messa domenicale, abituarci a guardare gli altri come fratelli in Cristo, fratelli e sorelle. D’altra parte, l’unica preghiera che ci ha lasciato Gesù comincia con “Padre nostro” e non “Padre mio”, perché come facciamo ad amare Dio che non vediamo, se non siamo in grado prima di voler bene alle persone che frequentiamo? Gesù ci ha detto inoltre che ogni cosa che facciamo a qualcuno, è come se la facessimo a Lui.

La Fraternità Sposi per Sempre è giuridicamente un’associazione privata di fedeli, ma è stato deciso di chiamarla “Fraternità” per sottolineare come deve essere il rapporto tra le persone che la frequentano: tutti diversi, con storie differenti, ma chiamati e riuniti dallo stesso Padre e dallo stesso Spirito che semina nei cuori.

È vero che non è facile andare d’accordo con tutti ed essere vicino agli altri in vario modo, anche per motivi di tempo (siamo tutti costantemente pieni d’impegni e di corsa), però almeno la consapevolezza di come stanno le cose e il desiderio, cioè “vorrei, ma non riesco”, dovrebbero esserci.

Effettivamente non siamo capaci di mettere in pratica la Fraternità neanche la domenica, in chiesa, nella nostra parrocchia, durante la messa: basta guardare come scegliamo i posti a sedere ben distanti, come guardiamo gli altri, quali parole usiamo (spesso per spettegolare e dire male) o quanto stiamo in silenzio, anche quando magari sappiamo che la persona vicina di panca sta vivendo un momento difficile e avrebbe bisogno solo di una parola di conforto o di amicizia. Appena finita la messa, ognuno per i fatti suoi, neanche ci si saluta a volte, altro che fratelli e sorelle; eppure, pochi minuti prima abbiamo detto “Padre nostro”.

Inoltre, noi che andiamo alla messa domenicale, almeno con il pensiero, ci dovremmo preoccupare della stragrande maggioranza che non è venuta e che non conosce la bellezza di questo appuntamento con Gesù, perché Lui vuole salvare anche loro, così come non dovrebbe mai mancare una preghiera quotidiana per i fratelli, specialmente per quelli in situazioni particolari e per tutti quelli che si sono raccomandati a noi.

Così agli sposi è consegnato questo compito di usare il corpo per creare il Corpo di Cristo, cioè la famiglia grande: ci sono persone che solo noi possiamo abbracciare, essere loro vicine e prendercene cura. Siamo strumenti di Dio: chi può mostrare come Gesù ama, se non chi ha ricevuto il Sacramento del matrimonio e lo sperimenta quotidianamente nella relazione con l’altro? Ecco, cerchiamo di portare avanti la nostra missione sacramentale e ricordiamoci sempre che esistiamo come Sacramento prima di tutto per costruire e edificare il popolo di Dio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non è il sesso che fa l’amore

Ci è arrivata, attraverso messanger, una richiesta. Ne abbiamo già parlato tante volte ma, come dicevano i latini, repetita iuvant. Lo dirò magari in modo un po’ diverso dal solito.

Buongiorno, quando ti è possibile puoi fare un post o un video, se non c’è già, spiegando che non basta chiamare amore l’andare a letto con qualcuno e che basta il sesso per farlo diventare tale? Perché anche se dovrebbe essere un’ovvietà è evidente che non lo sia… e si comprende da tutto ciò che si legge e sente

La nostra lettrice mette in evidenza quello che sono la maggior parte delle relazioni del nostro tempo. L’amore confuso con il sesso. Che poi è vero fino a un certo punto. Nel senso che la mentalità comune sta cambiando molto velocemente e per tanti non sembra esserci più bisogno dell’amore perché basta il sesso.

È stato sdoganato il concetto di scopamicizia. Dove si mette in chiaro che non si cerca l’amore ma solo un uso reciproco per esercitare il sesso in modo piacevole e senza responsabilità o relazioni impegnative. Che poi è un’illusione perché ci si fa solo del male. Il sesso non è mai senza conseguenze che possono essere positive o negative. Una ragazza con cui abbiamo parlato si è confidata con noi e ci ha raccontato tutto il suo malessere quando si è sentita dire da un ragazzo dopo aver avuto un rapporto: ora che mi sono svuotato sto bene. Lei sapeva fin dall’inizio che l’altro non cercava altro. Ma sentirselo dire così chiaramente l’ha messa davanti a tutta la miseria in cui si trovava. Si è sentita qualcosa da usare per svuotarsi. Che è quello che è effettivamente accaduto. Siamo fatti per questo? Assolutamente no e quindi il cuore si ribella e questo ci fa stare male.

Questa situazione esprime benissimo cosa il sesso non è. Il sesso non è una piacevole ginnastica che ci permette di soddisfare le nostre pulsioni ma è molto di più e soprattutto è proprio un’altra cosa. Il sesso serve a dare un corpo a qualcosa. Il sesso è come un contenitore da riempire con ciò che abbiamo nel cuore. Quindi il sesso non è positivo o negativo ma esprime il bene o il male a seconda di cosa abbiamo nel cuore e cosa mettiamo in quel gesto. Se riempiamo quel gesto di egoismo, di pulsioni generate dalla pornografia o dalle nostre ferite, di possesso e cosifichiamo la persona con cui viviamo l’intimità, non potremo che rendere quel gesto un veleno e fare a noi e all’altro del male. Anche se magari il gesto in sè è anche piacevole. Ma cosa ci lascia? Che frutti? Quando invece quel gesto è riempito di comunione, di dono, di gratitudine e di una quotidianità fatta di una promessa che diventa Alleanza per la vita, ecco che il sesso assume il suo vero significato: esprimere amore incondizionato e fedele. Ecco che i frutti saranno buoni e ci daranno forza.

Quindi, tornando alla richiesta iniziale, non è il sesso a fare l’amore ma è l’amore a fare del sesso un gesto autentico e buono. Amore misericordioso, fedele e incondizionato che si trova solo nel matrimonio. E anche lì non sempre è un gesto di comunione ma diventa spesso un modo per usarsi, ma questo è un altro discorso che affronteremo in un altro articolo.

Antonio e Luisa

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Contemplare per accrescere l’alleanza con l’Amato tramite Maria

Eccoci arrivati alla nona lettera della parola CONTEMPLARE, a cui ci piace associare il termine ALLEANZA. Tale vocabolo deriva dal francese alleance e richiama ad un accordo, ad una coalizione fra più persone o gruppi. Secondo il dizionario delle fede il termine alleanza deriva dalla parola ebraica berith e il significato è molto ampio: significa impegno, patto, accordo, trattato, ed esprime il senso del legame che Dio stabilisce con l’intera umanità, a partire da Abramo fino al popolo d’Israele e con tutti i credenti in Gesù Cristo.

Certamente, per noi sposi cristiani l’alleanza è rappresentata dalla promessa che ci siamo scambiati il giorno del nostro matrimonio e che, il 13 maggio, nel giorno del nostro anniversario rinnoviamo: Io accolgo te come mio sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Ogni parola di questa formula ha un significato profondo e molto bello che, crediamo, debba essere conosciuto, non serve approfondirlo su molti libri ma basta l’esperienza quotidiana di ogni coppia che ha fatto questa scelta poiché “L’alleanza d’amore tra l’uomo e la donna, alleanza per la vita, non si improvvisa, non si fa da un giorno all’altro. Non c’è il matrimonio express: bisogna lavorare sull’amore, bisogna camminare. L’alleanza dell’amore dell’uomo e della donna si impara e si affina. Mi permetto di dire che è un’alleanza artigianale. Fare di due vite una vita sola, è anche quasi un miracolo, un miracolo della libertà e del cuore, affidato alla fede” (papa Francesco, udienza generale, maggio 2015)

Per noi, possiamo dire che questo continuo impegno di realizzare le promesse giorno per giorno, anno per anno, ci porta ad essere sempre più “immersi” in quell’Alleanza con l’Amato – con Cristo – e poter così vivere la consacrazione a Dio della nostra relazione nuziale. Crediamo che sia giunto il momento di riaffermare con forza che «gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo» (AL 67).

Attenzione però! Bisogna precisare che tale consacrazione è possibile solo se lo Spirito scende sullo sposo e sulla sposa, e non basta che i coniugi lo vogliano, come spiega bene don Luca Frontali: “È lo Spirito Santo a rendere i due “una sola carne”, è lo Spirito a unire la coppia, analogamente a come Egli unisce il Padre e il Figlio. Senza lo Spirito una coppia rimane sempre un aggregato di due persone, per quanto si amino e siano disposte a darsi la vita a vicenda. Solo con lo Spirito quindi la persona umana, che è sia uomo che donna, può essere veramente immagine e somiglianza del suo Creatore che è la Trinità, una Unità e Comunione al tempo stesso. Molto significative sono la parole di San Giovanni Paolo II, che nella Lettera alle famiglie Gratissimam Sane affermava: «L’amore, perché sia realmente bello, deve essere dono di Dio, innestato dallo Spirito Santo nei cuori umani e in essi continuamente alimentato. Ben consapevole di ciò, la Chiesa nel sacramento del matrimonio domanda allo Spirito Santo di visitare i cuori umani»” (La consacrazione nuziale, significato e riflessione teologica)

È per tutto questo che abbiamo affidato a Maria il nostro cammino familiare, a Lei che per prima è stata plasmata dallo Spirito Santo e che nell’icona “Nostra Signora dell’Alleanza”, rappresentando la Chiesa, abbraccia e sostiene l’ alleanza di noi sposi col Figlio.

ESERCIZIO PER ACCRESCERE L’ALLEANZA CON L’AMATO

Sia ai giovani sposi, sia a chi è sposato da tanti anni suggeriamo di soffermarsi su ogni parola del consenso matrimoniale per scoprire, sempre più ciò, che ci si è promessi davanti a Cristo e alla Chiesa. Tali parole infatti non sono disposte a caso, ma anzi il loro ordine impone che la frase successiva non abbia alcun significato e non sia “realizzabile” senza che la precedente sia stata compresa e “realizzata”: ovvero, prima delle promesse gli sposi hanno già pronunciato l’espressione “io accolgo te…” in quanto non è possibile promettere fedeltà, amore e onore senza che ci sia stata (attraverso una matura consapevolezza di sé) piena accoglienza dell’altro/a così come è.

PREGHIERA DELL’ALLEANZA NUZIALE

O Cristo,

che tenendoci per mano ci trasmetti l’ ininterrotto amore di Dio per la nostra coppia,

stai al centro della nostra alleanza nuziale.

O Spirito Santo, che sei comunione d’amore col Padre e col Figlio,

ravviva ancora la nostra alleanza nuziale.

O Dio, poni ancora la tua Shekinah nella nostra alleanza nuziale affinché,

mediate la tua Parola, il tuo Corpo e il tuo Sangue,

il nostro amore sia accresciuto.

Che la luce delle nostre due lampade sia ancora alimentata dall’olio della preghiera quotidiana

per poter essere sempre un’icona vivente della Tua Alleanza con il mondo

stando sotto la tenda del manto materno di Maria!

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Ragione e sentimento: un lavoro di squadra

Se cuore e mente non vanno d’accordo? Non a caso, già due secoli fa,  Jane Austen scrisse quel classicone che è Ragione e sentimento. Perché spesso ci innamoriamo delle persone sbagliate. Perché spesso, una volta sposati, non sappiamo scegliere ponderando cuore e mente, ma seguiamo semplicemente quello che ci dice il cuore. La dicotomia tra mente e cuore è qualcosa di cui tutti abbiamo fatto esperienza almeno una volta nella vita. Ma ecco il nocciolo della questione: non è proprio una dicotomia, può e deve diventare piuttosto un lavoro di squadra! Mente e cuore esprimono due parti fondamentali della nostra persona. A volte sembra che il cuore e la mente siano sempre immersi in un’eterna lotta e che non vadano mai d’accordo. Uno dice bianco e l’altro dice nero. E in mezzo ci siamo noi, che non sappiamo chi ascoltare. Come accade con quei semafori malfunzionanti, che lampeggiano senza indicare chiaramente cosa fare. E non sapere cosa fare può fare grandi danni.

La cosa pazzesca è che quando si tratta di relazioni interpersonali sappiamo esattamente cosa dovremmo fare; o almeno siamo consapevoli di ciò che è meglio per noi. In questi casi la mente ci lancia sempre messaggi di allarme, ma è molto difficile ignorare gli impulsi che ci manda il cuore. Senza contare che il tutto è reso ancora più complicato dalle nostre paure. Dalla paura di perdere quella persona, di non essere desiderati, di restare soli. Gestire ciò che sentiamo attraverso la nostra mente è essenziale per ottenere ciò che meritiamo e per percorrere la strada più felice anche se all’inizio può sembrare quella più difficile e carica di sofferenza. Il discernimento alla fine è questo. Non ascoltare semplicemente le passioni e i sentimenti ma ascoltare anche la nostra parte razionale chiedendo aiuto allo Spirito Santo. Che tra i suoi doni può darci la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza e la scienza

Cosa intendiamo quando parliamo di cuore e mente?

Attenzione il cuore non è un concetto astratto come può sembrare parlando di emozioni e sentimenti. E’ molto concreto e corporeo. Il cuore è l’autore della famosa “chimica”. Quelle sensazioni positive che sentiamo nel corpo. Quando il cuore si connette con l’altra persona, vengono rilasciate sostanze chimiche come la dopamina, che produce una sensazione di euforia, e l’ossitocina, che genera sentimenti di affetto. E anche i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, si riducono. Come puoi non voler stare con una persona che ti provoca tutte queste sensazioni? Anche il tuo umore cambia! Da parte sua, il pensiero, il ragionamento, l’argomentazione, la giustificazione, le idee, la creatività e la risoluzione dei problemi, tra gli altri, risiedono nella nostra mente.

Compatibilità delle menti

Essere affini mentalmente non significa pensare allo stesso modo: significa piuttosto che le suoi pensieri non sono in conflitto con i miei. Si tratta di garantire che la volontà dell’uno non costringa l’altro a rinnegare i suoi valori irrinunciabili della vita. Si tratta di riuscire a costruire con valori che si completano e non si boicottano a vicenda.

C’è una parte valoriale di noi che “non è negoziabile”. Per amore dell’altro possiamo decidere di modificare tante idee, atteggiamenti, comportamenti e sensibilità. Decidiamo in libertà senza costrizione. Si tratta di arrendersi e cambiare per amore. Ci sono parti di noi che però non possiamo cambiare per non tradire ciò che siamo. Possiamo essere differenti in tante cose e ciò non implica il fallimento della relazione. Ma se i principi non negoziabili non sono compatibili ascoltiamo la mente. Faccio un esempio. Se io non avessi accolto il desiderio di apertura alla vita di Luisa lei avrebbe fatto bene a lasciarmi prima del matrimonio. Nonostante lei fosse innamorata di me io non avrei potuto lasciarle la libertà di vivere secondo i suoi principi fondamentali e non avrebbe potuto trovare la pace e la gioia con me.

Creiamo un ibrido cuore-mente

La mente usa la logica, ma non considera ciò che senti; Il cuore ti spinge ad aprirti, ma senza controllo e può commettere errori. Come vedi, hanno bisogno di nutrirsi a vicenda. Non puoi scegliere di vivere solo secondo la mente o solo seguendo il cuore. La chimica non è sufficiente a stabilire un rapporto solido, e il solo ragionamento non può costruire senza sentimenti, altrimenti ci troveremmo di fronte a un mero contratto di convenienza.

Le emozioni generate dal cuore sono suscettibili di forti sbalzi. Possono essere altissime come scomparire. Oggi puoi credere che il cuore sia abbastanza, perché ha il potere di trainarti nelle scelte. Ma il matrimonio è per tutta la vita. E se col tempo l’emozione diminuisce fino a scomparire quasi del tutto? A volte succede. Ciò che ti rimane è solo la scelta razionale di amare. Ciò che ci fa andare avanti non sarà più un sentimento o un’emozione o una sensazione del corpo, ma un pensiero razionale. È la volontà di prendere ogni giorno la decisione di amare. Ed è quella che ti può salvare dai periodi di aridità.

Solo se si affronta il momento di deserto con la forza della volontà si potrà ricostruire e nutrire di nuovo anche il cuore senza condannarci a relazioni precarie e che alla fine non ti permettono di sperimentare la fedeltà e l’amore gratuito e senza condizioni.

Antonio e Luisa

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Cari genitori, ascoltando … lotterete

Nel precedente articolo sul sacramento del battesimo («Cari genitori, chiedendo … vi impegnate») abbiamo considerato la realtà dell’aggregazione alla Chiesa nel suo primo momento liturgico dell’accoglienza. Il battesimo è la porta d’ingresso nella comunità cristiana. Perciò, i genitori all’ingresso dell’edificio della chiesa simbolicamente sono accolti e si impegnano nel loro ministero coniugale per l’educazione all’amore.

In questo articolo ci soffermiamo sul secondo momento: la liturgia della Parola. Tale sequenza è formata dall’ascolto della Parola di Dio; dall’illustrazione del mistero sacramentale e dall’esortazione mediante l’omelia; dalla supplica a Dio mediante le preghiere dei fedeli presenti e dall’intercessione dei santi invocati per aiutare la futura rinascita spirituale; dall’orazione di esorcismo che è intimamente connessa all’unzione sul petto del candidato con l’olio dei catecumeni. Il celebrante nell’orazione umilmente chiede al Padre per il candidato la protezione nel cammino della vita e la forza proveniente dalla grazia di Cristo poiché «fra le seduzioni del mondo dovrà lottare contro lo spirito del male» (dal rito liturgico del battesimo).

Nel presente della liturgia accade la realtà compiuta da Gesù nel passato e comunicataci dal Vangelo. «Se io caccio i demoni con il dito di Dio, è segno che il Regno di Dio è giunto in mezzo a voi» (Luca 11,20). È ancora Gesù il dito di Dio che caccia dal catecumeno “i demoni” e apre così a lui la porta ad una vita nuova! L’epoca antica dei padri della chiesa considerava il mondo non cristiano posseduto dalle forze demoniache perciò il catecumeno doveva essere esorcizzato con la preghiera. Gesù avendo subìto e superato le tentazioni del demonio ha dimostrato di essere l’Unico vincitore sulle tentazioni.

Con la preghiera di esorcismo e l’unzione pre-battesimale inizia la comunione sacramentale con Colui che può sottrarci al dominio dell’avversario.

Nell’orazione di esorcismo si fa riferimento alla cancellazione del peccato originale. Questa è la prima purificazione compiuta nel battesimo. L’uomo nasce, ovviamente senza responsabilità personale, ma per la caducità della condizione naturale si trova comunque in uno stato di ingiustizia verso Dio. Il modo giusto di essere davanti a Dio è stato rifiutato dal vecchio Adamo, ma nel nuovo Adamo tutto è stato restituito alla giustizia. Nella lettera agli Efesini 4,24 san Paolo si riferisce alla giustizia che deve essere propria di ogni cristiano: «Dobbiamo rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera». È tipico dell’uomo nuovo vivere nella giustizia.

Ispirandoci al linguaggio biblico secondo giustizia significa essere nel giusto rapporto con Dio e con gli altri. Prendiamo esempio da alcuni presentatici come i giusti d’Israele: Elisabetta, Zaccaria, Giuseppe. Sono stati giusti perché hanno osservato le leggi di Dio, hanno tenuto conto dello spirito della Legge, hanno operato nella verità di Dio e del prossimo. Dio stesso però è giusto perché ristabilisce le cose sbagliate mettendole al loro posto. Perciò, la giustizia di Dio è la sua misericordia. Ristabilisce il rapporto giusto tra Dio e gli uomini, rimette a posto ciò che è stato rotto con il perdono.

La sequenza dell’unzione sul petto può esprimere quanto ci riporta san Paolo: «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14). L’unzione del petto con l’olio, per le sue proprietà, è gesto che penetra e introduce benefici; rimanda storicamente alla preparazione dei lottatori che si cospargevano di olio per tonificare i muscoli e sfuggire alla presa dell’avversario. Ispirandosi a questa prassi, i primi cristiani hanno adottato l’uso di ungere i candidati per ricevere la corazza dell’Unto a propria difesa nella lotta contro l’antico avversario, e restituire la verità dell’uomo e di Dio.

La chiesa domestica, da questo secondo momento, dovrà affiancarsi al battezzato nell’educazione alla giustizia. «Il nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli nella fede» (1Pietro 5,8). Questa lotta riguarda innanzitutto il battezzato come persona la cui libertà è stata redenta, ma non siamo soli, siamo tutti aggregati al corpo ecclesiale e alla nostra piccola chiesa domestica (famiglia). Anche i genitori sono chiamati a essere responsabili e ad aiutare il battezzato nella sua lotta contro il male. Il corpo ecclesiale – e quello presente nel focolaio familiare – potrà e dovrà allenare e affiancare il battezzato nella sua personale lotta spirituale. «La Sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2,27).

I genitori insegneranno testimoniando. Meglio ancora se alla testimonianza sapranno aggiungere la giusta parola di insegnamento. I genitori nel loro compito educativo cercheranno di aiutare il battezzato a comprendere il suo posto nel mondo e nei piani di Dio.

«Dio ci ha creati per opere buone e le ha predisposte in noi perché le pratichiamo come dono suo. Ecco, un atteggiamento importante che ci permette di difenderci da molti pensieri, sia di diffidenza, sia di paura, sia di vanità, sia di ambizione, sia di presunzione di sé. A tutti questi pensieri dobbiamo opporre continuamente la verità del piano di Dio e il nostro riconoscimento del giusto posto che in esso abbiamo: posto di colui che riceve, di colui che è creato, ma di colui che è anche graziato, riempito della multiforme grazia di Dio» (card C. M. Martini).

«Fortificati dal Signore Risorto, che ha sconfitto il principe di questo mondo, anche noi possiamo ripetere con la fede di san Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13). Noi tutti possiamo vincere, vincere tutto, ma con la forza che mi viene da Gesù» (Francesco, catechesi 25/4/2018).

Don Antonio

Gli anticoncezionali fanno male al matrimonio

Oggi mi tirerò addosso le ire e gli strali di tante di voi. Come al mio solito non mi tiro indietro e dico quello che penso, assumendomene la responsabilità. Gli anticoncezionali fanno male alla relazione, al matrimonio tutto. Certo a volte possono essere – o sembrare – il male minore ma utilizzarli non è senza conseguenze. Basta prenderne coscienza e poi scegliere liberamente ma consapevolmente. Io non ne ero consapevole fino in fondo e questo mi ha provocato diversi problemi e sofferenze nella mia relazione con Luisa.

Cercherò di spiegarmi meglio. Vi prego di leggere prima di crocefiggermi. So benissimo che ormai gli anticoncezionali sono di uso comune nelle coppie, e spesso quelle credenti non sono diverse dalle altre. E io credo che anche per questa ragione tante coppie sposate sacramentalmente diventino più povere. Perchè la Grazia del sacramento si innesta nell’amore umano degli sposi e quando la comunione dei due viene impoverita tutto ne risente, anche la parte spirituale della persona.

Secondo una ricerca di alcuni anni fa pubblicata in America Latina – si lo so che è poca roba ma non si fanno molti studi al riguardo – sembra che il tasso di divorzio tra le coppie che utilizzano metodi contraccettivi artificiali raggiunge il 39%, mentre tra le coppie che utilizzano metodi naturali aperti alla vita arriva appena al 3%.

Sicuramente questa forbice enorme sarà giustificata anche perché ormai chi si avvale di metodi naturali lo fa perché ha fede e cerca di vivere il matrimonio mettendoci dentro la propria relazione con Gesù e cercando di comprendere e accogliere gli insegnamenti della morale cattolica. Questione di coerenza con quanto si promette. C’è anche però una motivazione semplicemente umana. Lasciamo per un momento fuori dal discorso la fede e la grazia. Concentriamoci solo sulla relazione di due persone che vogliono semplicemente volersi bene e donarsi l’uno all’altra.

Dice san Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo che L’uomo e la donna con il “linguaggio del corpo” (amplesso ndr) sviluppano quel dialogo, si esprimono nella misura della verità intera della loro persona

Qual è la verità della persona e dell’amore? L’intimità è autentica e crea una vera e profonda comunione quando dice che l’unione dei due in una sola carne è capace di esprimere una comunione d’amore che può generare la vita. In altre parole, la comunione dei corpi è l’espressione esterna della comunione interna delle persone: l’amore di quell’uomo e di quella donna è così reale che è capace di creare nuova vita.

Questa è la stessa motivazione che porta papa Paolo VI ad affermare in Humanae Vitae che L’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore 

I due papi non la mettono su un piano strettamente di peccato religioso ma su un piano umano. Non si tratta di infrangere una norma ma di non vivere l’intimità in modo pienamente umano. Quando non ci si dona totalmente non può esserci amore pieno e autentico. Pesante come affermazione! Un’affermazione che comporta delle conseguenze ben definite e chiare.

Il punto è questo: il sesso è creato come un modo per condividere tutto di noi stessi fino ai livelli più profondi, più vulnerabili e più intimi. È possibile altresì vivere il sesso in modo superficiale. Ciò però comporta dividere la persona internamente, è come dire all’amato/a: amo il tuo corpo, ma non ti amo completamente, preferisco che la tua fertilità sia lasciata fuori. Questo lacera la persona internamente, separa il corpo e l’anima. Che la persona ne sia o meno consapevole. Crea una ferita.

Non possiamo continuare a fingere che i rapporti sessuali vissuti in questo modo siano semplicemente un’attività piacevole senza conseguenze. Al contrario, provocano una ferita reale e profonda nel cuore umano, anche all’interno del matrimonio. 

Io sono convinto di quello che ho scritto. Perché l’ho provato sulla mia pelle. Ho sbagliato ma ora sono quasi contento di averlo fatto. Di aver potuto sperimentare la differenza nella relazione intima con mia moglie. Durante il periodo in cui abbiamo usato gli anticoncezionali era sicuramente più facile avere un rapporto, ma era molto meno appagante e nutriente. Era arido. Tutto si esauriva con il piacere fisico. Quella comunione imperfetta e incompleta vissuta attraverso il corpo non ci univa più di tanto nella vita di tutti i giorni. Non ci sentivamo fortificati e rigenerati nel nostro amore, se non in minima parte. Tornati ai metodi naturali ho potuto fare esperienza di come fosse tutto più bello e più vero. E come quell’intimità fosse non solo piacevole durante il rapporto ma fosse capace poi di nutrire e di sostenere tutta la nostra vita e la nostra famiglia.

Antonio e Luisa

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La missione degli sposi: maternità e paternità

Oggi parlerò della terza missione specifica degli sposi, la paternità e maternità. Qui potete leggere gli articoli precedenti: IntroduzioneImmagine e somiglianza, unità e distinzioneCome Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità

Questa missione la sento particolarmente importante nella mia vita, perché io amo i bambini, mi piace stare insieme a loro, abbiamo due figlie e uno dei miei rimpianti più grandi è non averne avuti altri. Ma questa missione è rivolta solo a chi ha avuto il dono di avere figli e per chi è ancora in età fertile? Assolutamente no! Questa è missione è rivolta a tutti gli sposi, anche a quelli che non hanno potuto generarli, a quelli che hanno i figli ormai grandi, a quelli che purtroppo non li hanno più o non sono mai nati e, infine, a quelli che li hanno adottati. Anzi, a volte può succedere che, concentrandoci troppo sui figli biologici, si trascurano tutti gli altri.

Al paragrafo 184 di Amoris Laetitia si legge: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” e ancora al 324: “Sotto l’impulso dello Spirito Santo, il nucleo familiare non solo accoglie la vita generandola nel proprio seno, ma si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità.”

Per gli sposi essere padre e madre è molto più che generare fisicamente una nuova creatura, perché vuol dire prendersi cura sia di tutti gli altri figli che incontrano, sia di tutte le persone, che sono figlie di Dio.  Faccio notare che anche i sacerdoti, i religiosi, le suore e le monache sono chiamati “padri” o “madri”, per indicare che, anche nella verginità, si possono generare tantissimi figli spirituali.

Tornando al sacramento del matrimonio, esso permette di avere uno sguardo particolare che permette di vedere gli altri come tanti figli che vogliamo aiutare a crescere e che siamo chiamati a prendercene cura.

Quando vado in giro, se un ragazzo ad esempio ha un problema o un comportamento sbagliato, proseguo per la mia strada o cerco di aiutarlo come se fosse il mio? Se mi viene richiesto di fare animazione a dei bambini, li tratto con amore come se fossero i miei, con tenerezza e attenzioni? (anche perché loro si accorgono bene se quello che faccio è un dovere o un gesto d’amore). Se il figlio del mio vicino di casa (che magari sopporto poco), non va bene a scuola e ho la possibilità, lo aiuto nei compiti?

Sono catechista in parrocchia perché imparo anch’io qualcosa dai bambini e per aiutare i loro genitori a farli crescere nella fede, nell’amore e nel bene.

Sarebbe un bell’esercizio prendere un foglio di carta e scrivere l’elenco di tutte le persone di cui ci stiamo prendendo cura, anche solo con un messaggio, una telefonata o una chiacchierata ogni tanto. Se la visione di famiglia non si allarga, si può essere sterili, anche se biologicamente non lo siamo: quello che conta, infatti, non è la capacità generativa, ma avere un cuore grande che cerca di costruire la famiglia dei figli di Dio.

Questo permette anche di smettere di pensare che i figli siano nostri: sono un dono che Dio ci ha affidato per farli crescere, ma non sono nostri e pertanto dobbiamo essere coscienti che un giorno andranno via di casa e vivranno la loro vita, forse anche lontano da noi (un aquilone non è creato per stare vicino a chi tiene il filo, ma per volare lontano, in alto).

Essere bravi papà e brave mamme è in assoluto il lavoro più difficile che esista e per fortuna abbiamo i due più grandi esempi possibili, San Giuseppe e Santa Maria, oltre a tutti i santi genitori contemporanei che hanno dato la vita per i figli.

Anche i nonni, specialmente in questo periodo storico in cui spesso entrambi i genitori lavorano, svolgono un ruolo fondamentale se mettono in pratica la loro paternità e maternità con i nipoti.

Chi si sposa civilmente non riceve lo Spirito Santo che gli permette di riconoscere che i loro figli non sono solo di un papà e di una mamma, ma prima di tutto di Dio: è una differenza che si evidenzia nella loro educazione, nelle scelte da prendere e in tutti i gesti che li riguardano.

Nel mio piccolo, anche scrivendo quest’articolo, mi sento un po’ “padre”, perché chi sta leggendo, anche se non lo sa, è figlio di Dio e spero che le mie parole, non per mio merito ma in forza dello Spirito Santo ricevuto il giorno delle nozze, possano aiutare qualcuno a diventare vero padre o vera madre (ce n’è tanto bisogno!).

Allora, come ho confidato all’inizio, se da una parte è vero che rimpiango di aver avuto solo due figlie a causa della separazione, dall’altra ho compreso che, se voglio, posso essere padre molte volte e di tanti figli, anche se fisicamente non li concepisco con una donna. Questo mi dà molta speranza e gioia, permettendomi anche di superare il dispiacere di non aver potuto offrire alle figlie una famiglia unita in cui crescere. Penso anche a tanti papà che per vari motivi, (comprese leggi ingiuste), possono vedere i figli solo raramente: ricordatevi che potete essere padri tutti i giorni e che potete far scoprire a tanti altri figli che il loro vero papà è Dio Padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Solo i tralci portano frutto

Nel Vangelo di ieri c’è un’immagine ricorrente: la vite e i tralci. Gesù parla di portare frutto. Non so se ci avete mai pensato ma la vite non porta frutto. La vite è radicata al terreno e nutre i tralci ma l’uva cresce sui tralci. Gesù è la vite e noi i tralci.

La simbologia della vite è perfetta per raccontare la modalità scelta da Dio per portare frutto e per rendersi presente nel mondo. Gesù con il Suo amore nutre la nostra vita. La nutre con i sacramenti e con la Parola. Poi però non vuole essere Lui a portare frutto ma lo chiede a noi.

Per noi sposi questa dinamica è ancora più evidente. Perchè il matrimonio è così. Con il matrimonio siamo consacrati a diventare mediatori dell’amore di Dio per il mondo intero ma, in particolare, l’uno per l’altro. Il legame matrimoniale rappresenta un’opportunità unica per trasmettere e ricevere amore incondizionato, diventando un riflesso tangibile dell’amore divino sulla terra.

Sposando Luisa, promettendo davanti a Dio e agli uomini, di amarla e onorarla tutti i giorni della mia vita, ho accolto la mia strada verso la santità. Mi sono impegnato a essere le braccia di Gesù per lei per farle sentire l’abbraccio e la consolazione di Gesù. Mi sono impegnato a dare voce a Gesù per dirle quanto è amata e preziosa. Mi sono impegnato a guardarla con gli occhi di Cristo per farla sentire bella e forte.

La mia santità passa da questo mio impegno ad aiutare Luisa a diventare sempre di più e sempre meglio la donna che è. E viceversa. L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Antonio e Luisa

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Come capire se ti ama davvero

Un titolo sicuramente pretenzioso. L’altro è un mistero è comprendere cosa abbia nel cuore non è facile per nulla. Ci sono però degli atteggiamenti che possono dire tanto se reiterati nel tempo.

L’altro rispetta la tua autonomia e non cerca di controllarti o dominarti? L’amore è un sentimento profondo che si nutre della volontà e della libertà delle persone coinvolte, unisce le loro individualità nella costruzione di un legame. È importante riconoscere i segnali di un amore sano. In una relazione sane si rispetta e si apprezza l’individualità dell’altro. E’ sano costruire una relazione dove si condividono le scelte senza che uno dei due eserciti controllo o pressione sull’altro. Quando un partner diventa ossessivo, cercando di controllare ogni aspetto della vita dell’altro, limitandone la libertà e l’autonomia, non c’è amore autentico. È cruciale quindi prestare attenzione ai segnali di un rapporto sano e consapevole, in cui entrambe le persone si sentono libere di essere se stesse senza timore di giudizio o costrizione. Attenzione anche a quel partner che vi fa intendere con i suoi comportamenti e le sue parole che voi avete bisogno di lui. Che senza di lui non sapreste fare nulla di buono. Un buon marito o una buona moglie è capace di incoraggiare l’altro a titare fuori tutti i suoi talenti e condivide con l’amato/a la gioia per i suoi successi personali senza sentirsi sminuito per questo.

Il tuo partner vuole avere un progetto di vita con te? Il tuo partner vuole progettare un futuro con te? Solo così ci può essere amore. Con una persona che non ti offre una possibilità per il futuro, che vive la vita in modo fluido e senza un orizzonte a lungo termine, senza obiettivi chiari, senza aspirazione ad avere una famiglia, con la paura di un impegno maggiore, non può funzionare Senza progetto non c’è amore. Ci può essere innamoramento, passione, attrazione ma non amore. Si dice che molti uomini – ma riguarda ormai anche le donne – abbiano paura dell’impegno definitivo. Tuttavia, quando un uomo trova l’amore, è capace di “sacrificare” la sua “libertà” per la persona che ama. Questo “sacrificio” deve essere inteso come il fatto di subordinare la libertà personale in una gerarchia di valori.

Il tuo partner rispetta le tue opinioni e si prende cura dei tuoi sentimenti? Il rispetto è essenziale in una relazione sana e consente all’amore di rafforzarsi e crescere. Quando non esiste rispetto per le opinioni dell’altro, magari lo si irride e lo si ridicolizza, l’altro si sente frustrato, sminuito, a volte può prefigurarsi una vera violenza psicologica. Il messaggio che può passare è che tu non vali niente mentre io che ti prendo in giro sono ok. Ancora peggio quando questa mancanza di rispetto avviene pubblicamente, davanti ad altri. Come fa a esserci amore con questo comportamento che umilia la persona che si dice di amare? Un amore sano e bello si prende cura dei sentimenti dell’altro, cerca di compiacerlo e di avere un impatto positivo sull’altro. Chi ama cerca di controllare le proprie parole e i propri gesti affinché l’altro si senta curato e si senta stimato e prezioso.

Il tuo partner è disposto a cambiare. Esiste un criterio che i terapisti di coppia utilizzano per misurare l’impegno in una relazione. Tale criterio è la capacità di cambiare e, se necessario, scendere a compromessi in modo che la relazione venga messa al primo posto. All’inizio di una relazione tutto è meraviglioso, solitamente non ci sono grandi attriti. Tuttavia, con il passare del tempo, ogni persona mostrerà le proprie imperfezioni. Quando c’è voglia di camminare insieme, si discutono questi punti scomodi o differenze e si cerca di cambiare quegli aspetti che danno fastidio all’altro. Chi di solito non è disposto a mettersi in gioco probabilmente vuole gestire la relazione secondo le sue esigenze e la sua sensibilità. Non esiste dire: sono fatto così. Chi ama cerca per amore di cambiare se stesso, chi non ama ma usa la persona che dice di amare cerca invece di cambiare l’altro per plasmarlo a suo piacimento.

Antonio e Luisa

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Dovete starci o volete starci?

Spesso riceviamo delle telefonate o delle mail da persone che lamentano situazioni matrimoniali difficili. Raccontano di fatiche, di problemi di relazione, di incompensioni e di mancanze vere o presunte da parte del marito (di solito ci contattano le mogli)

E’ importante prestare attenzione a come ci raccontano le loro difficoltà e in particolare che parole usano. E’ vero sono sposate sacramentalmente e il matrimonio è per sempre, ma uno dei fattori che possono aiutarci a capire meglio è la descrizione verbale del problema.

Se viene usata spesso la parola DEVO c’è un campanello d’allarme. Sapete perchè? Perchè al verbo dovere possiamo solitamente associare una motivazione estrinseca a restare nella relazione. Se si afferma di “dovere restare“, in sostanza si indica che la motivazione a continuare a scommettere sul matrimonio proviene da fonti esterne. Queste possono includere la paura del castigo divino, lo stigma sociale, il giudizio altrui, aspettative esterne o semplicemente il senso del dovere. È importante comprendere che, anche se rimanere nel matrimonio può sembrare la scelta “giusta”, le motivazioni possono non esserlo. Nel lungo periodo il peso di tale senso di dovere può diventare insostenibile e alla fine portare al crollo del matrimonio, in quanto la persona non riesce più a sopportare un determinato stato delle cose.

Quando utilizziamo la parola “VOGLIO” invece che “devo”, le nostre motivazioni diventano intrinseche, provenienti dal nostro profondo. Questo indica che abbiamo scelto di perseguire una determinata via perché crediamo sia la migliore per noi. Personalmente, ho sperimentato la forza di questa motivazione nel contesto del matrimonio, dove ho compreso che donandomi completamente e senza riserve sto rafforzando il legame con il divino e sto vivendo appieno la bellezza del sacramento che ho scelto, sentendolo come parte integrante della mia vocazione. Questo mi ha permesso di affrontare le difficoltà con maggior determinazione e consapevolezza. Questo è quello che cerchiamo di far capire a chi ci contatta.

La difficoltà magari è la stessa di chi usa il devo ma se voglio starci il peso sarà molto più sostenibile. Quindi la prima cosa da fare se vi sentite soltanto in dovere di stare con l’altro e non lo volete, è proprio di cercare una motivazione più profonda per stare con lui o con lei. Prima che il peso non diventi insostenibile per voi. Quando ci si trova in una situazione simile, è importante prendersi del tempo per riflettere sulla propria relazione e sulle ragioni che vi hanno portato a essere insieme.

Ci tengo molto a questo articolo perchè per me non è stato sempre così, anzi io sono sempre stato quello del devo. Facendo terapia ho scoperto come nella mia vita ho lasciato che fossero gli altri a decidere per me. Fin dall’infanzia ho subito tante scelte – dalla scuola fino agli sport – e le ho accettate per dovere. Questa situazione mi accompagna da sempre e l’ho portata poi anche nella mia relazione con Luisa. Fin da subito Luisa mi ha imposto la sua modalità per vivere la nostra relazione. La castità l’ho subita inizialmente. Ed è stato un casino. Ero pieno di rabbia e di frustrazione. Quando ho accolto davvero questa scelta? Quando l’ho capita e l’ho voluto. E lì è cambiata lanostra relazione. Poi il matrimonio e i figli. Sono arrivati subito. Per me è stato un casino. Mi sono trovato a dover fare tante cose e dover prendermi tante responsabilità. Sono andato in crisi. Tutto è cambiato quando ho scelto di starci e ho voluto prendermi cura della mia famiglia perchè ne ho capito la bellezza. E così per tutto.

Trovare una motivazione sincera e profonda per restare nel matrimonio può fare la differenza nel rendere il peso della relazione più sostenibile. Ricordate che è importante prendersi cura di sé stessi mentre si cerca di mantenere una relazione bella, quindi non esitate a chiedere accompagnamento a un padre spirituale e/o consulenza a un terapeuta se ne sentite il bisogno.

Antonio e Luisa

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Sono single. Cosa posso fare?

Noi scriviamo tanto di matrimonio. Ci contattano anche tante persone che soffrono perché non trovano una persona con cui condividere questo progetto di vita. Quando siamo single, desideriamo molte cose e spesso il desiderio di incontrare la persona giusta diventa una priorità. Diventa il tutto. Pensiamo che questo possa risolvere la solitudine e la tristezza, quasi fosse la soluzione magica ai nostri problemi. Tuttavia, è importante ricordare che il matrimonio è una vocazione specifica a cui siamo chiamati, non solo un modo per risolvere le nostre difficoltà. La nostra vocazione non è solo quella di trovare un marito o una moglie, ma anche di santificarci attraverso il matrimonio, costruendo insieme una famiglia cristiana. Quando comprendiamo che rispondere a questa chiamata definisce la nostra eternità, la prospettiva cambia.

Prega per comprendere appieno il progetto sulla tua vita. È fondamentale esaminare attentamente la tua vocazione prima di tutto. Tutti siamo chiamati alla santità, vuoi comprendere se questa strada passa dal matrimonio. Questo discernimento ti offrirà una prospettiva diversa sul significato del matrimonio. Se hai già compiuto questo passo e sai che Dio ti chiama al matrimonio, abbi fiducia che Dio non gioca con i Suoi figli e, se questa è la Sua volontà per te, ti offrirà l’occasione per vivere quello che ti ha promesso. Affida la tua vocazione nelle Sue mani e chiedi le grazie necessarie per fare la scelta giusta, avere pazienza e riconoscere i Suoi piani e progetti.

Sii pronto ad accogliere il progetto. Non inizi a vivere la tua chiamata quando ti sposi, ma fin da quando sei single. L’amore richiede impegno, e se lavori su te stesso e sul tuo rapporto personale con Gesù, sarai meglio preparato quando arriverà il momento di condividere la tua vita con qualcuno. Dedica il tempo di attesa alla preghiera, chiedendo a Gesù di guidarti e aiutarti a capire il suo piano per te in questo momento. La tua solitudine non è un’occasione per restare in attesa, ma per crescere nell’amore, imparare a donarti nella tua casa, con i tuoi amici, nel tuo servizio apostolico e nella tua vita interiore. Luisa ha fatto così. Ha trent’anni passati non aveva mai avuto un fidanzato. Ha deciso di “ribellarsi” a questo stato e si è messa in gioco. Ha iniziato a fare volontariato, a fare la catechista e a vivere in mezzo alla gente sorridente e accogliente. Io l’ho voluta conoscere perché ho visto quel sorriso e mi ha attratto. Se non sifosse preparata prima forse non l’avrei vista.

Prega per comprendere ciò che Dio vuole. Molte volte capita che i nostri piani non siano i quelli di Dio. Ha idee apparentemente folli che spesso vanno oltre la nostra capacità di pianificare e anticipare umanamente. Cerchiamo di avere una vita interiore solida che ci permetta di essere attenti ai Suoi suggerimenti: dobbiamo sintonizzare l’orecchio dell’anima per percepirne i desideri. Lo facciamo attraverso la preghiera quotidiana, i Sacramenti e la vita di fede.

Infine prega per il tuo futuro marito o futura moglie. Non serve avere un volto per pregare. Si possiamo immaginarlo ma ciò che conta è l’apertura del cuore verso una persona che ancora forse non conosciamo. Pregare perchè questa persona sappia aprire il cuore a Gesù. Intercedere per lui o per lei affinchè sappia combattere i suoi peccati e vizi. Pregare affinché possiate incontrarvi quando entrambi sarete pronti ad accogliervi. Pregate per affidare questa persona a Gesù.

L’altare non è un premio di un percorso vincente. Un matrimonio santo si costruisce ogni giorno e questa è la tua vocazione più grande: santificare tuo marito o tua moglie affinché raggiunga il cielo. La tua vocazione al matrimonio trascende te e lui: è definitiva per la tua salvezza. Pensa al matrimonio non come un antidoto alle tue frustrazioni ma come un percorso di santità che può essere difficile e non sempre secondo le tue aspettartive.

Antonio e Luisa

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Camminare nella stessa direzione

La vita di coppia è una gran bella avventura perché è l’unione tra due personalità diverse, che tendono a diventare un’entità nuova. Una sana vita di relazione si ha quando si crea quell’equilibrio tra unicità e libertà di ognuno dei due in un clima di accoglienza e condivisione reciproche.

L’amore maturo nasce dall’imparare a camminare nella stessa direzione ogni singolo giorno. Questo tipo di amore si nutre della soddisfazione dei bisogni reciproci, del sentirsi al sicuro l’uno insieme all’altro, del crescere insieme. È un concetto profondo che riflette l’armonia, la comprensione reciproca e la sincronia tra due persone all’interno di una relazione. Significa condividere gli stessi obiettivi, valori e visioni per il futuro.

Non possiamo rimanere seduti ad aspettare che l’altro mantenga vivo il rapporto. Non funziona così. Camminare insieme nella stessa direzione” richiede comunicazione aperta e onesta dove entrambi gli sposi possano esprimere i propri desideri, bisogni e timori senza paura di essere giudicati o criticati.

Camminare nella stessa direzione in coppia significa creare il senso del NOI DI COPPIA, pur rimanendo sempre due individui distinti, diversi e liberi; significa creare insieme una vita nuova, separata e staccata dalle rispettive famiglie di origine. Il NOI DI COPPIA significa trovare e creare nuove abitudini e tradizioni proprie, supportarsi sostenendosi a vicenda nei momenti di difficoltà, incoraggiandosi reciprocamente a perseverare verso i loro obiettivi comuni. Questo supporto crea un legame ancora più forte tra gli sposi e li aiuta a superare le sfide che inevitabilmente incontreranno lungo il percorso.

Ma “camminare insieme nella stessa direzione” non significa che gli sposi debbano perdere la propria individualità oppure che abbiano entrambi gli stessi interessi o aspirazioni nella vita. È importante mantenere un senso di sé e rispettare i propri sogni e ambizioni personali, anche mentre si lavora verso gli obiettivi condivisi. Una relazione sana è quella in cui entrambi i partner possono crescere e realizzarsi come individui, mentre continuano a sostenersi reciprocamente nella loro crescita, dove le differenze diventano risorsa e ricchezza. In questo modo noi diamo la direzione alla nostra coppia e questo ci rafforzerà creando unità tra noi.

Essere coppia è un processo continuo e mai concluso: non può essere una conquista fatta una volta per sempre, perché ognuno di noi cambia nel tempo e ciò che sembrava essere la “stessa direzione” all’inizio potrebbe richiedere adattamenti lungo la strada.

In conclusione, “camminare insieme nella stessa direzione” è molto più di una semplice metafora. È il fondamento su cui si basano le relazioni sane e durature. Richiede impegno, comunicazione, supporto reciproco e flessibilità. Ma quando due persone riescono veramente a camminare insieme nella stessa direzione, possono affrontare qualsiasi sfida che la vita metta loro davanti, sapendo che insieme possono condividere ogni passo del viaggio.

Paola e Corrado Galaverna e don Bernardino Giordano

(Coordinatori Retrouvaille regione Italia)