Chi ama non usa la bilancia

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre a pensare se ne valesse la pena oppure no.

In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore ma una transazione commerciale. Un dare per avere.

Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava.

Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perchè il matrimonio è così, è questo.

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza.

Lei aveva bisogno e io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

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La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. 

Ieri la liturgia proponeva un brano del Vangelo fantastico, dei versetti che noi sposi dovremmo meditare e interiorizzare.

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: . Non c’è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo passo è stato spesso abusato. Viene usato per dare un’immagine di Gesù come se fosse uno di quei pacifisti-hippie alla Peace & Love. Abusato come la parola amore, completamente svuotata di ogni significato e sostanza e riempita solo di farfalle svolazzanti nella pancia e di pulsioni e passioni da soddisfare.

Gesù, nella giusta interpretazione di questo brano, risulta essere molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile perché ci chiede di andare in profondità. Non per farci un dispetto ma perché nella pienezza della comprensione della Legge dell’Amore possiamo anche trovare la pienezza della nostra vita. Dio si è fatto uomo per questo. Per dare carne all’Amore. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.

Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella Sua vita. Pensateci! Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso. Rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza.

Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola, un libretto delle istruzioni, per non sprecare la nostra vita e per aiutarci a comprendere come rispondere a quell’Amore. 

Facciamo un esempio: è più facile non uccidere o amare il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo?

Lo stesso gioco si può applicare a tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè, ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione formale senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione verso l’amore autentico, non serve a nulla, se non a sentirci migliori di altri e giustificati. Ci rende superbi e sprezzanti verso gli altri. Come i farisei, appunto. Sepolcri imbiancati ed ipocriti.

Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma, quindi, è salva ma lo sono anche il contenuto, la sostanza e il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno non si amano ma si usano. Questi sono tutti adulteri del cuore. È un peccato perché si getta via un’occasione grande per fare un’esperienza meravigliosa di comunione e di Dio.

Antonio e Luisa

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Il Pride? Una richiesta di aiuto

Possiamo davvero liquidare tutti i cortei e le manifestazioni dell’orgoglio LGBTQ+ semplicemente come una carnevalata satanica? Ho tanti amici che credono che tutto ciò che ruota attorno al Pride sia diabolico. A me sembra troppo superficiale. Non nego certo che Satana ci sia e che cerchi di attaccare ognuno di noi proprio penetrando il nostro cuore dove siamo più vulnerabili, attraverso le nostre ferite. E il sesso c’entra moltissimo perché noi spesso sessualizziamo le nostre ferite. Diamo loro voce attraverso il nostro corpo e la nostra sessualità. Alla fine, le nostre ferite raccontano il nostro desiderio di essere amati e il sesso può illudere. Per cui la sessualizzazione delle nostre ferite non riguarda solo le persone del mondo LGBTQ+, riguarda tutti. Io in gioventù ho sessualizzato le mie ferite attraverso la pornografia, altri attraverso il sesso occasionale e compulsivo, altri attraverso la frequentazione di prostitute. Altri ancora attraverso il tradimento. E così via. Molto spesso, i problemi relativi all’orientamento e all’identità sessuale non sono altro che questo, una ferita sessualizzata. Quindi ci siamo dentro più o meno tutti. La gente del Pride non è distante da noi. Possiamo comprendere la loro sofferenza.

Questo per dire che non possiamo ridurre le richieste che gridano quei ragazzi, attraverso il Pride, semplicemente come un’opera del diavolo. Quelli sono tutti ragazzi che nella vita di tutti i giorni potrebbero essere i nostri figli, i nostri alunni (se siete insegnanti come lo è Luisa), gli amici dei vostri figli. Sono giovani del nostro tempo che hanno la necessità di urlare al mondo la propria sofferenza. Non a caso i cortei del pride sono sempre esageratamente gioiosi, colorati e festanti. Troppo per essere vero. Chiaramente quell’entusiasmo serve a quei giovani per coprire la loro sofferenza, la solitudine e l’incapacità a comprendere chi sono e perché stanno al mondo.

Dietro quella gioia c’è tanta rabbia. Si percepisce dagli slogan urlati, dai manifesti e dai cartelloni. La rabbia di una generazione tradita. La rabbia di una generazione cresciuta nel transumanesimo dove l’uomo crede di poter plasmare la propria natura grazie alle scoperte in campo scientifico e medico. Ci si illude di potersi autodeterminare. Si vive una sorta di onnipotenza. Dove ci si illude di poter modellare la propria vita e il proprio corpo per poter essere finalmente felici. Ma è solo un’illusione Tutto intorno dice a quei ragazzi: Tu non sei quello che il tuo corpo racconta in ogni tua cellula, nei tuoi organi genitali, nei tuoi ormoni ma sei quello che percepisci e vuoi essere. Non c’è una natura che ti costituisce. Una confusione enorme che distrugge questi ragazzi. Ragazzi cresciuti in una cultura fluida dove non esistono ruoli e dove papà e mamma sono raccontati come una costruzione sociale. Ragazzi cresciuti in famiglie disastrate dove i genitori si separano e si uniscono in nuove famiglie con altri figli rendendoli di fatto orfani della propria famiglia. Una sofferenza enorme che si nasconde dietro la maschera colorata e gioiosa di quei cortei.

E questi ragazzi, che compongono i cortei arcobaleno, urlano tutta la propria rabbia contro Dio e contro la Chiesa perché alla fine sono arrabbiati con Dio. Perché si sentono orfani di Dio. Avrebbero bisogno di un Dio che sappia amarli come sono, nelle loro fragilità. Un Dio che sappia accompagnarli verso la pienezza e verso la verità della loro vita. Un Dio che li guardi e dica loro che sono bellissimi anche quando fanno di tutto per non esserlo. Quel Dio c’è ma probabilmente non ci sono genitori e educatori chi sappiano indicare loro dove volgere lo sguardo per incontrarlo. Non hanno bisogno di un Dio che dica loro che va tutto bene, perché non va tutto bene. Non tutte le scelte vanno bene. Di questo hanno bisogno quei ragazzi.

Per questo quando vedo i cortei del Pride non provo indignazione, non mi sento di respingere quei ragazzi. Mi sento invece molto provocato e chiamato. Io non sono diverso da loro, io non sono meglio di loro. Io ho espresso la mia rabbia e la mia inadeguatezza in altro modo ma ero come loro.

Noi, che abbiamo trovato Cristo che ci ha accolti e guariti attraverso delle persone che ci hanno voluto bene e accompagnato, siamo chiamati a testimoniare la bellezza dell’amore vissuto nella pienezza della verità antropologica, naturale, morale e teologica. Crediamo in un Dio che è vero uomo e la morale ci guida verso la pienezza della nostra umanità, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Capire come vivere appieno la nostra vita nella condizione in cui ci troviamo non implica che qualcuno debba essere “curato”. Significa, piuttosto, cercare di comprendere e vivere appieno le nostre vite. La castità, vissuta in relazioni pure, è un cammino a cui siamo tutti chiamati: preti, suore, gay, etero, single, sposati, separati. Ognuno in base alla propria condizione. Significa non permettere alle nostre ferite di comandare la nostra vita.

E’ importante quindi raccontare questa bellezza. Attraverso testimonianze, catechesi, seminari oppure online come sto facendo io. E’ ancora più importante però vivere questa bellezza nella nostra vita per poter essere una piccola fiammella che illumini almeno un po’ il buio e la confusione in cui si trovano quei ragazzi che appaiono tanto festanti esterirmente ma che hanno nel cuore tanta sofferenza e bisogno di aiuto.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio: croce luminosa

Il Matrimonio celebrato in chiesa ha un valore diverso rispetto a quello in Comune o al semplice convivere; è qualcosa di molto più profondo e grande, due persone si dichiarano amore per tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, consapevoli che ciò è possibile solo unendosi in sodalizio con Gesù Cristo.

Si suggella un rapporto che durerà per sempre, un amore a tre consistente nell’amare Gesù e con quell’amore perfetto e trinitario amare il coniuge. Io e Barbara abbiamo risposto ad una chiamata speciale: dedicare la nostra vita a chi è in difficoltà, con la consapevolezza che senza Gesù non si può fare niente (GV 15, 5: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”).

Agli inizi della nostra relazione lavoravo in politica, seguivo vari organi istituzionali, ma quando ho sentito la chiamata ho cambiato vita. Barbara invece lavorava in un negozio di arredo casa e quando possibile faceva volontariato; ha sentito di seguirmi in questa nuova vita per gli altri ed ora da sposi, dopo aver lasciato prima io, poi lei, i nostri rispettivi lavori, viviamo di sola provvidenza.

Ma bisogna sempre tenere presente che, indipendentemente dalla nostra occupazione o vocazione, la prima chiamata che abbiamo quando ci sposiamo è al matrimonio, al dono verso il proprio coniuge, ai figli; ciò però non significa che dobbiamo chiuderci nella nostra famiglia, ma dedicarci anche con tanto impegno al nostro prossimo.

Il periodo storico che stiamo vivendo non è facile, possiamo dire senza dubbio che siamo in piena Apocalisse e le famiglie ne sono state sommerse, sono sempre più nell’occhio del ciclone; qui al sud circa il 50% di chi si sposa, si separa, a Verona, città dove vive la mia famiglia di origine, addirittura in pochissimi si sposano in chiesa e la maggior parte di queste poi si separano.

Nel matrimonio abbiamo tre grandi nemici: il nostro io, l’idea che abbiamo del matrimonio, e il demonio, in questi tempi è sempre più presente. Noi, come cristiani, nella nostra vita – e quindi anche nel matrimonio – vogliamo cercare di porre al centro il Vangelo, mettendolo in pratica; ciò significa amare in maniera incondizionata, piena e non aspettandoci nulla in cambio. Perdonando. 

Col tempo nasceranno tante prove da superare: malattie, crisi, differenze di carattere, lutti familiari, incidenti etc. La nostra misura per affrontare tutto deve essere una sola, l’amore, che può sfociare anche nel sacrificio. Il nostro riferimento vuole essere la Croce, in cui crocifiggere il nostro io. La Croce fonde le volontà di entrambi, spesso diverse e la fa scorrere in una volontà nuova, perché dalla morte di quelle due volontà nella Croce, uscirà la Volontà Divina luminosa, gloriosa: quella croce di Luce attraverso cui regnerà l’armonia, la pace, la concordia, la lealtà, l’altruismo, il rinnegamento di sé stesso per l’esaltazione dell’altro, in una sola parola l’Avvento del Regno di Dio.  

In sintesi, vogliamo cercare di rendere felice il nostro coniuge!  Dobbiamo fare noi il primo passo e diventare noi, fusi in Gesù e Maria, il cambiamento che vogliamo nell’altro, solo diventando amore donato tutto diventa nuovo!

Anche noi ogni giorno lottiamo con i nostri limiti, miserie, fragilità, tante sono state le cadute, le incomprensioni. Siamo in cammino, e cerchiamo di abbandonarci totalmente alla Divina Volontà, in modo da diventare un matrimonio di Luce e quella Luce donarla a tutti!

Altro ostacolo da non sottovalutare è il demonio che interviene nei matrimoni in maniera devastante; bisogna conoscere i suoi attacchi (lettura che consiglio – Fra Benigno: “Diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio” – Edizioni Amen), e reagire nell’unico modo possibile, indossando le armi della fede e meditando la Passione di Cristo. A tal proposito Gesù ci dice: “Il mondo si è squilibrato perché ha perduto il pensiero della mia Passione”; “Sicché, se si ricorda venti, cento, mille volte della mia Passione, tante volte di più godrà gli effetti di essa”. Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono”.1

Per meditare la Passione di Cristo e per fondersi in Gesù ho letto un prezioso libro che mi ha regalato tanto e che consiglio:” Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, di Luisa Piccarreta, Piccola Figlia della Divina Volontà.

Per proseguire in questo meraviglioso cammino di fede bisogna approcciare anche alla lettura dei Libri di Cielo, della stessa autrice. Si tratta di numerosi volumi, in cui vengono riportate nuove esagerazioni di amore di Gesù, verità rivelate all’autrice da Gesù stesso, che ci danno gli strumenti per prendere il “posto” che nella notte dei tempi Dio ha pensato per noi.

Posso dirvi che ho già avuto vari doni: una più profonda adesione alla Parola di Dio, la capacità di leggere i segni, maggiore pazienza, più collaborazione nelle faccende domestiche, il dono di leggere insieme a Barbara i Libri di Cielo; questi scritti ci danno la consapevolezza che ogni avversità è una predilezione d’amore di Cristo, per mondarci e camminare verso la fusione con Gesù e Maria.

In Missione, grazie a queste letture, ho provato gioia quando è morto Fratel Biagio, e non dolore: avevo la certezza che era in Cielo e potevo solo essere felice per lui; perdevo un amico ma trovavo la Speranza di una vita eterna. Sono convinto che le esortazioni che ricevevo da Fratel Biagio, mentre si curava dal cancro, a fidarmi solo di Dio, mi abbiano aiutato a ricevere il dono della conoscenza della Divina Volontà. Gesù ci vuole felici e di nuovo uniti a Lui per sempre, come ci pensò in principio! 

Riccardo Rossi in collaborazione con mia moglie Barbara

  1. : 2 Febbraio 1917 -Libro di Cielo volume 11,
      21 Ottobre, 1921 -Libro di Cielo volume 13. ↩︎

Un amore che salva

Il matrimonio non è come le altre relazioni. Nel matrimonio c’è il per sempre, l’indissolubilità. L’indissolubilità non è una catena ma è una carezza al cuore ferito di tanti di noi. Io sono stato salvato dal per sempre che mi ha donato Luisa. Non è vero che l’uomo deve essere forte ma lo può diventare. E il per sempre del matrimonio può aiutare tanto. Io sicuramente lo sono oggi più di ieri. Quando Luisa mi ha conosciuto ero un ragazzo di venticinque anni pieno di paure anche se in apparenza cercavo di non farle vedere. Avevo una voragine nel cuore.

Solo con la terapia ho compreso molto di più della sofferenza di quel ragazzo, da cosa era causata. All’epoca non ne ero consapevole. Sentivo solo un grande vuoto e sapevo che ciò che avevo non mi rendeva felice. Mi sentivo sempre meno degli altri. Uscivo con gli amici e mi succedeva di bere troppo o di fumare qualche spinello. Lo facevano tutti. Mi faceva sentire come gli altri. Ma non mi bastava. Mi mancava l’amore. Non il sesso. Io cercavo il sesso ma non era quello che mi mancava. Mi mancava sapere di essere importante per qualcuno. Mi mancava sapere che per qualcuno potessi essere il più importante. Non uno dei tanti. Non importante per quello che potevo fare, ma semplicemente perché c’ero, perché esistevo.

Purtroppo sono insicurezze che ho maturato fin da piccolo nella mia famiglia. Non voglio imputare nulla ai miei genitori. Loro mi hanno dato l’amore per come sono riusciti. Hanno cercato di volermi bene al meglio delle loro possibilità, ma per tante ragioni questo amore non è passato del tutto. Perché mancava il calore. Non mi facevano mancare nulla di materiale. Si sono sempre presi cura di me ma mai un abbraccio da mio padre. Non ne era capace. Mai una parola di apprezzamento ma piuttosto una critica quando sbagliavo. Avevo bisogno di carezze positive e ricevevo solo riscontri negativi perché ciò che facevo di buono era dato per scontato. Quel bambino non è sparito con il tempo, ma è rimasto dentro di me, in una persona diventata adulta.

Quando ho incontrato Luisa quel bambino continuava a credere di poter essere amato solo quando si comportava come credeva che volessero gli altri. Per questo avevo paura di perderla. Perché pensavo, come sempre, di non essere abbastanza. Luisa mi ha scelto. Non solo mi ha scelto ma ha deciso di puntare su di me. Ha scelto di scommettere tutta la sua vita su di me. E quel bambino ha finalmente fatto esperienza di un amore così grande, non meritato. Quel bambino ha pensato per la prima volta di valere qualcosa, di essere prezioso perché Luisa me lo stava dicendo con la sua scelta di impegnarsi com me per tutta la vita. Di scegliere me e di rinunciare a tutti gli altri. Mi riconosco nelle parole di Jovanotti quando in “A te” scrive: A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi. Con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te.

In questo il matrimonio mi ha salvato. Perchè la scelta di Luisa mi ha permesso di credere che anche Dio potesse volermi bene così. Potesse vedere in me una persona bella e preziosa. Di solito la relazione con Dio ci aiuta a costruire un matrimonio cristiano. Nel mio caso inizialmente è stato l’opposto. Sapere che Luisa mi ha scelto per la vita mi ha permesso di aprire il cuore anche a Dio. Prima pensavo che non fosse possibile che Dio potesse amare proprio me. Io così imperfetto e incapace. Non facevo abbastanza per meritare il Suo Amore. Luisa mi ha fatto comprendere che non serve essere bravi per essere amati. Mi sono sentito accolto senza condizioni. Per me è stata una vera liberazione e guarigione.

Vedo tanti ragazzi che mi ricordano quello che ero io. Anche i miei figli non sono immuni. Anche io probabilmente ho commesso degli errori con loro. Sto cercando di recuperare. Più ne divento consapevole e più comprendo cosa fare con loro. La cosa più importante è però fare esperienza di questo amore gratuito. L’amore non si deve meritare o non è amore.

Antonio e Luisa

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L’intimità è come vivere l’Eucarestia

Voglio condividere con tutti voi una testimonianza di una coppia di sposi. Ho chiesto loro il permesso di pubblicarla e sono felice me l’abbiano concesso. Perché dalla loro testimonianza traspare la bellezza. La bellezza di una sessualità piena e vissuta nella verità della persona umana. Siamo chiamati ad avere delle relazioni così, dove c’è tutto. C’è il cuore, lo spirito e il corpo e dove non c’è solo la fatica ma c’è tanta gioia, tanta intimità e c’è la vera comunione. Pur con tutte le difficoltà di una famiglia normale. Siamo tutti chiamati a questa bellezza. È anche per ognuno di voi che leggete. Non nello stesso modo, non siamo fotocopie, ma con la stessa intensità e la stessa pienezza. Non accontentiamoci di un compromesso al ribasso.

Ci chiamiamo…… Siamo sposati da 11 anni e abbiamo 6 figli. Abbiamo trovato il vostro blog molto interessante e volevamo condividere con voi un nostro pensiero. Sentiamo spesso questa parola “faccio/facciamo l’amore “.

Noi, piano piano, stiamo scoprendo che ogni volta che ci uniamo intimamente, non siamo noi che facciamo l’amore, ma è Dio che crea l’amore. Noi crediamo così, perché ogni volta che noi due diventiamo uno nell’ intimità, ci uniamo non semplicemente a un corpo ma a una persona che è parte della nostra storia, storia che Dio sta facendo con noi.

Per noi l’intimità coniugale è trasporre sul talamo nunziale l’Eucarestia che celebriamo in Chiesa. Per questo a noi piace andare a Messa il sabato sera, in modo che la sera stessa possiamo unirci intimamente e concretizzare, lì nel talamo nunziale, l’invito del sacerdote a fine Messa: andate ad annunziare il Vangelo con la vostra vita.

Vivere l’intimità coniugale è il primo modo per noi di uscire e andare ad annunziare il Vangelo. Usciamo non da un posto fisico per andare a un altro, ma usciamo dai nostri schemi e dal nostro egoismo per far nascere Cristo in noi e fare decrescere il nostro io. I nostri figli sono i sigilli di questa crescita di Dio e della nostra decrescita.

Tante volte ci pensiamo al fatto che mentre noi due stiamo nel mezzo di un atto coniugale dove sperimentiamo gioia, unione e carità, ci sono persone nel nostro condominio o che conosciamo che forse in quel preciso momento stanno sperimentando il peccato, la separazione e l’odio. Per questo prima dei rapporti intimi preghiamo non solo per noi ma anche per tutte le persone che soffrono. Con l’unione intima nel sacramento matrimoniale, noi siamo convinti che evangelizziamo. Come direbbe san Francesco d’Assisi: usa le parole quando è necessario e porta il Vangelo con la tua vita.

Per noi l’intimità non è una serie di regole che ci dicono cosa si può fare o no. Noi rispettiamo solo la chiamata ad essere aperti alla vita e di compiere i gesti intimi in maniera casta. Questo, tuttavia, non ci toglie il piacere. Anzi direi che i nostri rapporti intimi sono molto appaganti. Per noi l’intimità è indispensabile, anche per l’educazione dei nostri figli. Se insegnassimo ai nostri figli che è bello affidarsi al Signore e poi noi usassimo contraccettivi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che si devono perdonare, e poi noi la sera ci rigirassimo dall’altra parte del letto senza riconciliarsi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che devono condividere la loro vita con i fratelli, e poi noi non facessimo l’amore, saremmo dei falsi.

Troviamo importante i rapporti intimi dopo le litigate. Dietro le nostre litigate c’è il maligno che vuole rompere questa alleanza. Un rapporto intimo dopo un litigio, ci aiuta a rinnovare questa alleanza. Per quanto vogliamo bene ai nostri figli, il nostro matrimonio viene prima di loro. Per questo una volta al mese, lasciamo i nostri figli con i nonni e andiamo a dedicarci una notte d’ amore. Anche la nostra stanza è off limits. Nessuno viene a dormire nel nostro letto. Questo siamo noi e volevamo condividere con voi. Grazie.

 

Quinta missione degli sposi: l’annuncio di eternità

Oggi parlerò della quinta e ultima missione specifica degli sposi, Annuncio di Eternità, vedi articoli precedenti:

Introduzione – 1° missione: Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore – 2° missione: Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità – 3° missione: Paternità e Maternità: 4° missione: La Fraternità

Siamo così arrivati all’ultima missione specifica degli sposi: l’annuncio di eternità. Forse fra tutte le cinque missioni è quella meno sviluppata dalle coppie in questo periodo storico. Infatti, mi sembra che anche tra gli sposi ci sia un orizzonte temporale limitato al qui (e ora) e questo comporta che anche le decisioni siano prese di conseguenza: è indispensabile stare bene, essere felici subito a tutti i costi e, se questo vuol dire andare contro la famiglia, il coniuge e i figli, pazienza se ne faranno una ragione. Per carità, non c’è nulla di male a cercare la felicità, anzi è una cosa giusta, ma quella vera si ottiene solo se si segue Gesù e non certamente vivendo come ci dicono di fare il mondo e la società.

Non di rado mi avvicinano dei separati confidandomi che vorrebbero conoscere una persona che li facesse stare bene, delegando così la felicità ad un’altra persona, che potrà certamente aiutare ma che resta una creatura finita e fallibile. Può una creatura darti tutto quello che ti manca? Un amore infinito?

Infatti, come i sacerdoti e i religiosi annunciano che c’è una vita dopo la morte, così dovrebbero fare gli sposi, annunciare le nozze definitive: il loro matrimonio non è depositato in canonica o al comune, ma è inciso indelebilmente nella Trinità. Tutta la nostra vita dovrebbe avere questo sguardo lungimirante all’eternità. Anche il rapporto con il coniuge non è fine a sé stesso, non serve semplicemente per stare bene e accompagnarsi felici e contenti insieme al cimitero, ma per costruire una relazione intima che poi si irradia verso gli altri. Gli sposi annunciano che in Paradiso saremo chiamati a essere una carne sola con Gesù, dove ci sarà la vera pienezza.

Anche i figli non sono nostri, ma sono stati pensati prima della creazione del mondo e per questo vengono battezzati, perché tornino un giorno da dove sono venuti e abbiano così la vita eterna. In Amoris Laetitia n° 135 si legge: Un ideale celestiale dell’amore terreno dimentica che il meglio è quello che non è ancora stato raggiunto: il vino maturato nel tempo.

Avendo coscienza di questa eternità futura dove “il meglio deve ancora venire”, posso comprendere il senso del cammino che sto percorrendo e prendere le giuste decisioni: non finisce tutto con la morte, anzi avverranno le vere nozze e potrò comprendere tutto ciò che mi sfugge. Questa consapevolezza mi dà una pace incredibile, perché possono succedere tante cose, anche gravi, una malattia, un lutto, un fallimento umano (com’è infatti avvenuto), ma qualsiasi fatto non scriverà la parola fine alla mia vita; penso anche alle mie figlie, quanti errori ho commesso e commetterò ancora con loro, e magari si comporteranno diversamente da come vorrei, ma so che anche per loro la meta finale sarà il Paradiso. Tutto questo non mi scarica dalle mie responsabilità, m’invoglia a costruire la famiglia grande, e allo stesso tempo mi rende consapevole che il destino finale non è sulle mie spalle, non dipende tutto da me.

Se oggi si parla di famiglia cristiana, cosa s’intende nel linguaggio comune? In genere una famiglia che va a messa qualche volta, a Natale e a Pasqua, che battezza i figli in chiesa e li manda al catechismo. Eppure c’è un nome proprio della famiglia cristiana, Chiesa domestica; infatti, dentro questo nome ci sono tutte e cinque le missioni specifiche e cioè:

  • l’uomo e la donna visti con gli occhi di Dio,
  • la presenza di Gesù amante, non perché vanno d’accordo, ma per il Sacramento,
  • la presenza della fecondità divina, non per quanti figli ci sono o perchè i figli sono bravi: fecondità divina vuol dire comunicare amore che fa vivere, dare vita, non riceverla,
  • la presenza della fraternità, perché tutti sono fratelli in Cristo, genitori e figli,
  • annunciano la dimensione definitiva, piccola Chiesa per la grande famiglia.

Allora sposi fate in modo che le mura della vostra casa vi aiutino a costruire la Chiesa, a diffondere la Parola di Dio e a testimoniare con la vita, la bellezza del matrimonio cristiano! Sono profondamente convinto che gli sposi cristiani possano davvero, se lo vogliono, creare un mondo migliore, un assaggio di Paradiso qui, sulla terra.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Sposarsi è tutta un’altra cosa

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? È davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro a una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti apparsa sul  Wall Street Journal, le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi sono i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. È stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

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Sento di essermi sposata nuovamente

Oggi approfitto dello spazio in questo blog per presentarvi nuovamente il seminario Come Sigillo sul cuore.  Si tratta di un format ormai collaudato. L’abbiamo proposto diverse volte in tante località in giro per l’Italia. Crediamo molto in questo seminario pensato e costruito specificatamente per aiutare le coppie di sposi a riscoprire la bellezza che le costituisce e la missione a cui sono chiamate. Missione che non è fare qualcosa ma riscoprire chi siamo, Partendo da ciò che siamo, riscoprire il nostro essere maschio e femmina e riscoprire la bellezza – e la fiamma divina – che si cela nella relazione sessuata tra un uomo e una donna che scelgono di amarsi per tutta la vita. Con tutti i nostri limiti, le nostre fatiche e le nostre contraddizioni. Siamo una meraviglia. A volte presi da tante fatiche, impegni e preoccupazioni perdiamo la capacità di contemplare ciò che siamo e la ricchezza che abbiamo ricevuto.

Se Luisa e io, insieme a tutte le coppie e i sacerdoti che costituiscono le varie equipe, crediamo così tanto in questa proposta è perché noi stessi ne abbiamo sperimentato la potenza nella nostra relazione. Prendere consapevolezza è il primo passo. Se oggi ci occupiamo di scrivere di matrimonio e di accompagnare le coppie che si rivolgono a noi, è proprio grazie a quanto abbiamo compreso in un percorso cominciato proprio con un’esperienza così.  Questo corso ci ha cambiato la vita. Dopo questa esperienza abbiamo finalmente compreso cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, ci confronteremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare in loro. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da un’equipe costituita da cinque coppie e un sacerdote. Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa?

Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro. Vorrei concludere con alcune riflessioni che ci sono state regalate da chi ha già partecipato al corso. Ne abbiamo selezionate due.

Terry con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci ha detto: Attraverso il corso ho riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ho scelto e la bellezza del mio sposo. Sento di essermi sposata nuovamente durante questo corso.

Un’altra bellissima testimonianza è arrivata invece dopo un colloquio personale con una sposa: Cara Luisa ho raccontato a mio marito quanto ci siamo dette, è rimasto così felicemente sorpreso che abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi preziosi consigli. È stato meraviglioso. C’è ancora tanto da fare ma ora sappiamo come farlo. Grazie di cuore per tutto quello che fate.

Quindi cosa aspettate? Iscrivetevi. I posti sono limitati. La bellezza è attraente. È ciò che più desideriamo, tutti, nel profondo. Perché la bellezza è la caratteristica dell’amore e di Dio. Il corso è aperto a sposi di ogni età, con o senza figli, e anche ai fidanzati (saranno collocati in camere separate). 

Offerta last minute: Morlupo (Roma) dal 24 sera (stasera) al 26 maggio

Oppure Asiago (Vicenza) dal 28 al 30 giugno

Per info e iscrizioni contattaci a comesigillosulcuore@gmail.com

Liberate la vostra intimità

Il rapporto fisico nel matrimonio è un gesto che unisce, rigenera, nutre e custodisce tutta la relazione. Il rapporto fisico aiuta gli sposi a non perdersi di vista e a non diventare dei semplici soci in affari. Aiuta a mantenere la barra del timone dritta mettendo al centro la coppia e l’amore della coppia prima di tutto il resto, figli compresi. Eppure ci sono dei casi in cui l’intimità può diventare un peso e a volte far sentire violato uno dei due coniugi. È importante parlarne perché vivere il sesso in un modo che non sia autentico e libero non permette poi alla coppia di crescere, ma al contrario può diventare causa di sofferenza e allontanamento tra i coniugi. Ora approfondiremo due situazioni in cui non c’è piena libertà nel donarsi ed accogliersi attraverso il corpo.

Pretendere un rapporto anche se l’altro dice di no

A volte accade. Perché uno dei due coniugi prova a negarsi ma poi a seguito delle insistenze dell’altro cede e si concede controvoglia al rapporto. Qui è importante affrontare la situazione con onestà e dialogo aperto e franco. Perché spesso la situazione non è chiara, quel no è un ni. Vorrei ma non ho voglia. Questo riguarda soprattutto la donna. Il desiderio femminile è molto diverso da quello maschile. La spinta ormonale maschile è molto più forte e stabile nel tempo. La donna, non solo ha una carica ormonale più bassa, ma è oltretutto influenzata pesantemente dal ciclo. Il desiderio femminile va un po’ sulle montagne russe. Per poi quasi scomparire durante la menopausa.

Per questo nel matrimonio è sempre più importante considerare il desiderio responsivo. Cosa significa? Il desiderio femminile, nelle relazioni stabili, trae la maggior spinta non dagli ormoni ma dalla relazione stessa. La donna desidera un rapporto con il marito perchè si è sentita amata da lui in tanti piccoli gesti quotidiani e il desiderio dell’amato accende in lei quel desiderio che sembra mancarle inizialmente. Per questo il marito a volte può non capire. Perchè non capisce da cosa dipende quel no. Se è solo una fatica iniziale della moglie ad abbandonarsi oppure se c’è un diniego più netto dovuto ad altro. Per questo è importante non semplicemente dire di no ma esprimersi sul motivo che ci induce a rifiutare un rapporto. Ti amo tanto ma in questo momento faccio fatica ad abbandonarmi proviamo a stare un po’ vicini. Basterebbe questo per far capire al marito che forse serve un po’ di tenerezza in più. Oppure se proprio non ce la sentiamo bisogna dirlo chiaramente. Questa sera no, non mi sento proprio di farlo perchè…….. Bisogna essere chiari. Che quel ni diventi chiaramente un sì o un no anche per il marito che solitamente non è troppo sveglio a capire i messaggi non verbali della moglie. E il marito non deve sentirsi non amato se la moglie a volte dice di no o se all’inizio dell’amplesso sembra poco coinvolta. Semplicemente siamo diversi. Non c’è per forza un problema di relazione. Quello è il momento di amarla ancora di più. Perché solo così la moglie si sentirà amata gratuitamente e non solo per ciò che dà al marito.

Fare o lasciarti fare qualcosa che non vuoi e né ti piace.

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. È facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Spesso subiamo e stiamo zitti. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente. Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere, e anzi avvertendo disagio e in alcuni casi dolore, non fa che rendere un’esperienza che dovrebbe essere la più bella tra gli sposi, in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio? Quindi parlatene sempre. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. È bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e amoroso tra due persone che desiderano fare comunione, e in quella comunione darsi piacere. Un piacere che non riguarda solo il corpo ma tutta la persona. E se un gesto non piace all’altro non si deve chiedere. Obbligare qualcuno a fare qualcosa che non vuole con i ricatti morali che conosciamo tutti benissimo, serve solo a rompere la comunione e a perdere quindi il piacere più profondo.

Antonio e Luisa

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Sex Toys nel matrimonio? No grazie!

Con questo articolo intendiamo rispondere a più di una domanda che abbiamo ricevuto negli ultimi mesi da alcuni lettori del blog. In fin dei conti che male c’è? Se vengono usati tra coniugi che vogliono solo dare un po’ di novità e fantasia al rapporto perché dovrebbero essere sconsigliati?

Siamo così immersi in una idea di intimità esaltata dai media, dai film e dalle serie che iniziamo a considerare naturale ciò che non lo è. Anche perché spesso siamo abbastanza ignoranti sulla proposta cattolica (non dico cristiana perché ci sono differenze tra le varie confessioni) riguardo il sesso. Nelle prossime righe cercherò di spiegare perché è meglio non avvalersi di questi strumenti.

Non dimentichiamo il significato della nostra intimità

Quando i coniugi si uniscono in anima e corpo nell’amplesso, assumono ed esprimono la volontà di Dio nella loro vita. L’unione sessuale non è qualcosa che abbiamo inventato. È un dono che ci è dato da custodire. È un dono attraverso il quale passa anche la nostra santità. Come viviamo la nostra intimità dice tanto su tutta la relazione sponsale. Il senso della sessualità – siamo stati creati sessuati maschio e femmina – è la donazione reciproca e totale dei coniugi e l’apertura alla vita che da essa scaturisce.

Il piacere fisico non è il fine del sesso. Il fine è proprio l’unione dell’uomo e della donna in una carne sola. Attraverso questa unione scaturisce un piacere che va assaporato e goduto, Ma il fine è la comunione. È sicuramente positivo che l’intimità sia un momento anche divertente ma non può e non deve essere considerata semplicemente un gioco. Nell’incontro intimo gli sposi si donano l’intera vita. È un momento sacro, poiché lì si trasmette la Grazia. Se si è consapevoli di questo contesto di bellezza, purezza e pienezza non dovrebbe esserci spazio per pratiche che non c’entrano nulla, come, ad esempio, l’uso di giocattoli sessuali. Questi hanno l’unico scopo del piacere fisico. Mettono l’uomo e la donna in un atteggiamento che cerca solo di massimizzare il piacere corporeo, dimenticando l’obiettivo dell’atto che è la comunione.

L’eccitazione è data dalla persona amata

Bisogna tenere conto del fatto che tutti i preliminari servono per preparare il corpo e la mente degli sposi alla compenetrazione dei corpi. Non dovrebbe servire nill’altro che i corpi dei due amanti. L’eccitazione è importante che provenga escluvimente dai due sposi senza strumenti esterni. Ricorrere, ad esempio, alla pornografia, usare costumi di personaggi o fantasticare con qualcuno che non sia il proprio coniuge significa attuare un inganno. Ciò trasforma il gesto sessuale in una menzogna, poiché il desiderio di unione è alimentato da un’altra persona o da uno stimolo esterno quale può essere una fantasia derivante dalla pornografia. . Se non riusciamo ad eccitarci semplicemente attraverso il corpo e l’amore donato della persona amata c’è un grosso problema a livello personale o relazionale.

Crediamo nel nostro corpo

L’uso di giocattoli sessuali nel matrimonio può generare sentimenti di insicurezza e sfiducia nella capacità di donarsi e riceversi liberamente. È importante considerare se l’utilizzo di tali elementi esterni è veramente necessario quando l’intimità tra entrambi i coniugi potrebbe già essere completamente appagante. È altrettanto significativo considerare come tali pratiche potrebbero portare a una sovrastimolazione che potenzialmente genererebbe dipendenza e comportamenti nocivi, simili agli effetti della dipendenza dalla pornografia. L’uso di giocattoli sessuali e la visione eccessiva di pornografia potrebbero ridurre la capacità reciproca di provare attrazione e piacere all’interno della relazione coniugale, poiché l’attenzione potrebbe essere dirottata sproporzionatamente verso elementi esterni. Questo confronto con elementi esterni potrebbe influenzare la percezione del piacere, dando luogo a una dipendenza da stimoli sempre più intensi.

Essere d’accordo non basta

Un altro punto cruciale da considerare è che, affinché un atto nel contesto coniugale sia lecito o buono, il solo consenso dei coniugi non è sufficiente. Spesso si dice che nel matrimonio si può fare ciò che si vuole, se entrambe le parti sono d’accordo. Questo non è vero. Il sacramento non permette tutto, ma consente solo di vivere pienamente ciò che è autentico amore. Come abbiamo già visto, l’atto coniugale ha la propria verità che i coniugi non hanno creato, ma è stata loro data. Per viverlo pienamente, devono rispondervi con le loro azioni concrete, che costituiscono il momento dell’intimità. Pertanto, sono sempre chiamati a discernere quali azioni li aiutano a unirsi nella gioia e nella verità, e quali no. Questo discernimento deve essere fatto guardandosi negli occhi e entrambi davanti a Dio. Non dobbiamo mai dimenticare che quando ci rivolgiamo al sacramento del matrimonio, il legame non è più solo tra l’uomo e la donna, ma entra in gioco un terzo: Gesù. Tutte le decisioni importanti devono essere prese cercando la Sua Volontà. Egli è la luce che può illuminare la coscienza affinché l’intimità sia una fonte autentica di amore che riversa la Sua grazia nei cuori dei coniugi.

I sex toys, come la pornografia, non sono buoni perché vanno a spostare l’attenzione dei due coniugi dalla comunione – che è il fine principale della sessualità – al semplice piacere, piacere che non viene dalle persone coinvolte nell’atto ma da fattori esterni che possono essere oggetti o anche fantasie che allontanano dal qui e ora della relazione.

Antonio e Luisa

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“SCELGO ANCORA TE”. Ritrovarsi dopo la crisi di coppia

Scelgo ancora te”, è un libro che raccoglie alcune delle testimonianze di coppie che hanno vissuto il Programma Retrouvaille, ed è nato per raccontare che c’è sempre una speranza e che ogni storia d’amore può essere recuperata.

Ed è ciò che è successo a noi. La nostra è una storia nata nelle sale della parrocchia, quando eravamo studenti. Ci siamo sposati dopo 6 anni di fidanzamento coronando così il nostro sogno allietato dalla nascita di 3 figli meravigliosi. Col passare del tempo le differenze che ci avevano attratto erano diventate fonte di tensione e di irritazione, alimentando le incomprensioni tra noi. Le pressioni del lavoro, delle responsabilità familiari e degli impegni che entrambi avevamo mantenuto avevano portato ad una mancanza di tempo da trascorrere insieme come coppia e il dialogo tra noi era stato sostituito da brevi scambi di informazioni pratiche.

Nel nostro, come in molti matrimoni, ciò che inizia come amore e intesa può trasformarsi lentamente in distanza emotiva e disconnessione. Era venuta a mancare tra di noi l’intimità emotiva e il desiderio di lavorare insieme sui nostri obiettivi e di superare insieme le sfide quotidiane. Non abbiamo capito dove e quando sia nata la nostra crisi, ma ad un certo punto ci siamo trovati a non riconoscerci più e ciò che una volta ci legava ora sembrava molto lontano. Ci sentivamo disperatamente soli e incompresi, ognuno chiuso nel proprio dolore e nelle proprie ferite. Le aspettative che avevamo avuto di un matrimonio perfetto erano andate distrutte e la prospettiva era ormai la separazione.

Ed è stato allora che Corrado ha trovato un articolo che parlava di un programma chiamato Retrouvaille. Grazie al percorso fatto con Retrouvaille abbiamo potuto recuperare un dialogo autentico che ci ha permesso di affrontare i problemi che ci avevano portati alla crisi e perdonarci. Le testimonianze ascoltate al weekend hanno fatto rinascere in noi la speranza che fosse possibile ricostruire la nostra relazione, che non era tutto perduto e che forse ce l’avremmo fatta anche noi. Ci siamo sentiti accolti e non giudicati e a poco a poco è rinata in noi la fiducia che ci ha permesso di vedere la luce in fondo al tunnel e di “ritrovarci” come la parola Retrouvaille promette.

Al termine del percorso abbiamo insieme preso la decisione di metterci al servizio per “restituire” almeno in parte ciò che gratuitamente avevamo ricevuto in dono dal programma e tutto questo ha potuto dare un senso di grazia alla sofferenza che avevamo vissuto. Poter condividere questa esperienza con altre persone ci ha permesso di continuare il nostro processo di guarigione, e di continuare a lavorare sulla nostra relazione, cosa che continuiamo a fare anche oggi e che per la nostra coppia è vitale. Per chi come noi ha sperimentato il dramma di una forte crisi matrimoniale, la nostra testimonianza, come quella delle coppie che hanno vissuto il programma, vuole essere un segno di speranza per tutte le coppie ferite, testimoniando che ogni matrimonio può essere ricostruito e merita di essere salvato.

Paola e Corrado Galaverna e don Bernardino Giordano

(Coordinatori Retrouvaille Regione Italia)

Quarta missione degli sposi: la fraternità

Oggi parlerò della quarta missione specifica degli sposi, la Fraternità, vedi articoli precedenti per rivedere le prime tre missioni:

Introduzione 1° missione: Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore2° missione: Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità3° missione: Paternità e Maternità:

Nella forza e nella luce dello Spirito gli sposi formano tra loro una fraternità cristiana, la allargano ai figli e a quanti incontrano. In Amoris Laetitia, al n° 184: “Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva” e al n° 194: “Forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo! A partire da questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione familiare, lo stile della fraternità s’irradia come una promessa sull’intera società”.

Come dicevo in un precedente articolo, spesso non siamo consapevoli che le cellule che compongono la società sono le famiglie e ogni cellula vive per conto proprio, come se non facesse parte di un unico corpo. Gli sposi abitualmente non sanno che hanno questo potere di costruire fraternità, basta chiedere se conoscono il catechismo della chiesa cattolica al n° 1534, articolo che nomino spesso: Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri.

Quando nasce un figlio, un figlio di Dio, nasce sempre fratello di tanti. Chi è il primo dei fratelli?  Gesù Cristo è il primo dei nostri fratelli.

Perciò l’educazione cristiana dei figli è educazione alla fraternità: avere lo stesso papà, mangiare alla stessa tavola, trovarsi insieme alla nostra famiglia grande alla messa domenicale, abituarci a guardare gli altri come fratelli in Cristo, fratelli e sorelle. D’altra parte, l’unica preghiera che ci ha lasciato Gesù comincia con “Padre nostro” e non “Padre mio”, perché come facciamo ad amare Dio che non vediamo, se non siamo in grado prima di voler bene alle persone che frequentiamo? Gesù ci ha detto inoltre che ogni cosa che facciamo a qualcuno, è come se la facessimo a Lui.

La Fraternità Sposi per Sempre è giuridicamente un’associazione privata di fedeli, ma è stato deciso di chiamarla “Fraternità” per sottolineare come deve essere il rapporto tra le persone che la frequentano: tutti diversi, con storie differenti, ma chiamati e riuniti dallo stesso Padre e dallo stesso Spirito che semina nei cuori.

È vero che non è facile andare d’accordo con tutti ed essere vicino agli altri in vario modo, anche per motivi di tempo (siamo tutti costantemente pieni d’impegni e di corsa), però almeno la consapevolezza di come stanno le cose e il desiderio, cioè “vorrei, ma non riesco”, dovrebbero esserci.

Effettivamente non siamo capaci di mettere in pratica la Fraternità neanche la domenica, in chiesa, nella nostra parrocchia, durante la messa: basta guardare come scegliamo i posti a sedere ben distanti, come guardiamo gli altri, quali parole usiamo (spesso per spettegolare e dire male) o quanto stiamo in silenzio, anche quando magari sappiamo che la persona vicina di panca sta vivendo un momento difficile e avrebbe bisogno solo di una parola di conforto o di amicizia. Appena finita la messa, ognuno per i fatti suoi, neanche ci si saluta a volte, altro che fratelli e sorelle; eppure, pochi minuti prima abbiamo detto “Padre nostro”.

Inoltre, noi che andiamo alla messa domenicale, almeno con il pensiero, ci dovremmo preoccupare della stragrande maggioranza che non è venuta e che non conosce la bellezza di questo appuntamento con Gesù, perché Lui vuole salvare anche loro, così come non dovrebbe mai mancare una preghiera quotidiana per i fratelli, specialmente per quelli in situazioni particolari e per tutti quelli che si sono raccomandati a noi.

Così agli sposi è consegnato questo compito di usare il corpo per creare il Corpo di Cristo, cioè la famiglia grande: ci sono persone che solo noi possiamo abbracciare, essere loro vicine e prendercene cura. Siamo strumenti di Dio: chi può mostrare come Gesù ama, se non chi ha ricevuto il Sacramento del matrimonio e lo sperimenta quotidianamente nella relazione con l’altro? Ecco, cerchiamo di portare avanti la nostra missione sacramentale e ricordiamoci sempre che esistiamo come Sacramento prima di tutto per costruire e edificare il popolo di Dio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non è il sesso che fa l’amore

Ci è arrivata, attraverso messanger, una richiesta. Ne abbiamo già parlato tante volte ma, come dicevano i latini, repetita iuvant. Lo dirò magari in modo un po’ diverso dal solito.

Buongiorno, quando ti è possibile puoi fare un post o un video, se non c’è già, spiegando che non basta chiamare amore l’andare a letto con qualcuno e che basta il sesso per farlo diventare tale? Perché anche se dovrebbe essere un’ovvietà è evidente che non lo sia… e si comprende da tutto ciò che si legge e sente

La nostra lettrice mette in evidenza quello che sono la maggior parte delle relazioni del nostro tempo. L’amore confuso con il sesso. Che poi è vero fino a un certo punto. Nel senso che la mentalità comune sta cambiando molto velocemente e per tanti non sembra esserci più bisogno dell’amore perché basta il sesso.

È stato sdoganato il concetto di scopamicizia. Dove si mette in chiaro che non si cerca l’amore ma solo un uso reciproco per esercitare il sesso in modo piacevole e senza responsabilità o relazioni impegnative. Che poi è un’illusione perché ci si fa solo del male. Il sesso non è mai senza conseguenze che possono essere positive o negative. Una ragazza con cui abbiamo parlato si è confidata con noi e ci ha raccontato tutto il suo malessere quando si è sentita dire da un ragazzo dopo aver avuto un rapporto: ora che mi sono svuotato sto bene. Lei sapeva fin dall’inizio che l’altro non cercava altro. Ma sentirselo dire così chiaramente l’ha messa davanti a tutta la miseria in cui si trovava. Si è sentita qualcosa da usare per svuotarsi. Che è quello che è effettivamente accaduto. Siamo fatti per questo? Assolutamente no e quindi il cuore si ribella e questo ci fa stare male.

Questa situazione esprime benissimo cosa il sesso non è. Il sesso non è una piacevole ginnastica che ci permette di soddisfare le nostre pulsioni ma è molto di più e soprattutto è proprio un’altra cosa. Il sesso serve a dare un corpo a qualcosa. Il sesso è come un contenitore da riempire con ciò che abbiamo nel cuore. Quindi il sesso non è positivo o negativo ma esprime il bene o il male a seconda di cosa abbiamo nel cuore e cosa mettiamo in quel gesto. Se riempiamo quel gesto di egoismo, di pulsioni generate dalla pornografia o dalle nostre ferite, di possesso e cosifichiamo la persona con cui viviamo l’intimità, non potremo che rendere quel gesto un veleno e fare a noi e all’altro del male. Anche se magari il gesto in sè è anche piacevole. Ma cosa ci lascia? Che frutti? Quando invece quel gesto è riempito di comunione, di dono, di gratitudine e di una quotidianità fatta di una promessa che diventa Alleanza per la vita, ecco che il sesso assume il suo vero significato: esprimere amore incondizionato e fedele. Ecco che i frutti saranno buoni e ci daranno forza.

Quindi, tornando alla richiesta iniziale, non è il sesso a fare l’amore ma è l’amore a fare del sesso un gesto autentico e buono. Amore misericordioso, fedele e incondizionato che si trova solo nel matrimonio. E anche lì non sempre è un gesto di comunione ma diventa spesso un modo per usarsi, ma questo è un altro discorso che affronteremo in un altro articolo.

Antonio e Luisa

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Contemplare per accrescere l’alleanza con l’Amato tramite Maria

Eccoci arrivati alla nona lettera della parola CONTEMPLARE, a cui ci piace associare il termine ALLEANZA. Tale vocabolo deriva dal francese alleance e richiama ad un accordo, ad una coalizione fra più persone o gruppi. Secondo il dizionario delle fede il termine alleanza deriva dalla parola ebraica berith e il significato è molto ampio: significa impegno, patto, accordo, trattato, ed esprime il senso del legame che Dio stabilisce con l’intera umanità, a partire da Abramo fino al popolo d’Israele e con tutti i credenti in Gesù Cristo.

Certamente, per noi sposi cristiani l’alleanza è rappresentata dalla promessa che ci siamo scambiati il giorno del nostro matrimonio e che, il 13 maggio, nel giorno del nostro anniversario rinnoviamo: Io accolgo te come mio sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Ogni parola di questa formula ha un significato profondo e molto bello che, crediamo, debba essere conosciuto, non serve approfondirlo su molti libri ma basta l’esperienza quotidiana di ogni coppia che ha fatto questa scelta poiché “L’alleanza d’amore tra l’uomo e la donna, alleanza per la vita, non si improvvisa, non si fa da un giorno all’altro. Non c’è il matrimonio express: bisogna lavorare sull’amore, bisogna camminare. L’alleanza dell’amore dell’uomo e della donna si impara e si affina. Mi permetto di dire che è un’alleanza artigianale. Fare di due vite una vita sola, è anche quasi un miracolo, un miracolo della libertà e del cuore, affidato alla fede” (papa Francesco, udienza generale, maggio 2015)

Per noi, possiamo dire che questo continuo impegno di realizzare le promesse giorno per giorno, anno per anno, ci porta ad essere sempre più “immersi” in quell’Alleanza con l’Amato – con Cristo – e poter così vivere la consacrazione a Dio della nostra relazione nuziale. Crediamo che sia giunto il momento di riaffermare con forza che «gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo» (AL 67).

Attenzione però! Bisogna precisare che tale consacrazione è possibile solo se lo Spirito scende sullo sposo e sulla sposa, e non basta che i coniugi lo vogliano, come spiega bene don Luca Frontali: “È lo Spirito Santo a rendere i due “una sola carne”, è lo Spirito a unire la coppia, analogamente a come Egli unisce il Padre e il Figlio. Senza lo Spirito una coppia rimane sempre un aggregato di due persone, per quanto si amino e siano disposte a darsi la vita a vicenda. Solo con lo Spirito quindi la persona umana, che è sia uomo che donna, può essere veramente immagine e somiglianza del suo Creatore che è la Trinità, una Unità e Comunione al tempo stesso. Molto significative sono la parole di San Giovanni Paolo II, che nella Lettera alle famiglie Gratissimam Sane affermava: «L’amore, perché sia realmente bello, deve essere dono di Dio, innestato dallo Spirito Santo nei cuori umani e in essi continuamente alimentato. Ben consapevole di ciò, la Chiesa nel sacramento del matrimonio domanda allo Spirito Santo di visitare i cuori umani»” (La consacrazione nuziale, significato e riflessione teologica)

È per tutto questo che abbiamo affidato a Maria il nostro cammino familiare, a Lei che per prima è stata plasmata dallo Spirito Santo e che nell’icona “Nostra Signora dell’Alleanza”, rappresentando la Chiesa, abbraccia e sostiene l’ alleanza di noi sposi col Figlio.

ESERCIZIO PER ACCRESCERE L’ALLEANZA CON L’AMATO

Sia ai giovani sposi, sia a chi è sposato da tanti anni suggeriamo di soffermarsi su ogni parola del consenso matrimoniale per scoprire, sempre più ciò, che ci si è promessi davanti a Cristo e alla Chiesa. Tali parole infatti non sono disposte a caso, ma anzi il loro ordine impone che la frase successiva non abbia alcun significato e non sia “realizzabile” senza che la precedente sia stata compresa e “realizzata”: ovvero, prima delle promesse gli sposi hanno già pronunciato l’espressione “io accolgo te…” in quanto non è possibile promettere fedeltà, amore e onore senza che ci sia stata (attraverso una matura consapevolezza di sé) piena accoglienza dell’altro/a così come è.

PREGHIERA DELL’ALLEANZA NUZIALE

O Cristo,

che tenendoci per mano ci trasmetti l’ ininterrotto amore di Dio per la nostra coppia,

stai al centro della nostra alleanza nuziale.

O Spirito Santo, che sei comunione d’amore col Padre e col Figlio,

ravviva ancora la nostra alleanza nuziale.

O Dio, poni ancora la tua Shekinah nella nostra alleanza nuziale affinché,

mediate la tua Parola, il tuo Corpo e il tuo Sangue,

il nostro amore sia accresciuto.

Che la luce delle nostre due lampade sia ancora alimentata dall’olio della preghiera quotidiana

per poter essere sempre un’icona vivente della Tua Alleanza con il mondo

stando sotto la tenda del manto materno di Maria!

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Ragione e sentimento: un lavoro di squadra

Se cuore e mente non vanno d’accordo? Non a caso, già due secoli fa,  Jane Austen scrisse quel classicone che è Ragione e sentimento. Perché spesso ci innamoriamo delle persone sbagliate. Perché spesso, una volta sposati, non sappiamo scegliere ponderando cuore e mente, ma seguiamo semplicemente quello che ci dice il cuore. La dicotomia tra mente e cuore è qualcosa di cui tutti abbiamo fatto esperienza almeno una volta nella vita. Ma ecco il nocciolo della questione: non è proprio una dicotomia, può e deve diventare piuttosto un lavoro di squadra! Mente e cuore esprimono due parti fondamentali della nostra persona. A volte sembra che il cuore e la mente siano sempre immersi in un’eterna lotta e che non vadano mai d’accordo. Uno dice bianco e l’altro dice nero. E in mezzo ci siamo noi, che non sappiamo chi ascoltare. Come accade con quei semafori malfunzionanti, che lampeggiano senza indicare chiaramente cosa fare. E non sapere cosa fare può fare grandi danni.

La cosa pazzesca è che quando si tratta di relazioni interpersonali sappiamo esattamente cosa dovremmo fare; o almeno siamo consapevoli di ciò che è meglio per noi. In questi casi la mente ci lancia sempre messaggi di allarme, ma è molto difficile ignorare gli impulsi che ci manda il cuore. Senza contare che il tutto è reso ancora più complicato dalle nostre paure. Dalla paura di perdere quella persona, di non essere desiderati, di restare soli. Gestire ciò che sentiamo attraverso la nostra mente è essenziale per ottenere ciò che meritiamo e per percorrere la strada più felice anche se all’inizio può sembrare quella più difficile e carica di sofferenza. Il discernimento alla fine è questo. Non ascoltare semplicemente le passioni e i sentimenti ma ascoltare anche la nostra parte razionale chiedendo aiuto allo Spirito Santo. Che tra i suoi doni può darci la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza e la scienza

Cosa intendiamo quando parliamo di cuore e mente?

Attenzione il cuore non è un concetto astratto come può sembrare parlando di emozioni e sentimenti. E’ molto concreto e corporeo. Il cuore è l’autore della famosa “chimica”. Quelle sensazioni positive che sentiamo nel corpo. Quando il cuore si connette con l’altra persona, vengono rilasciate sostanze chimiche come la dopamina, che produce una sensazione di euforia, e l’ossitocina, che genera sentimenti di affetto. E anche i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, si riducono. Come puoi non voler stare con una persona che ti provoca tutte queste sensazioni? Anche il tuo umore cambia! Da parte sua, il pensiero, il ragionamento, l’argomentazione, la giustificazione, le idee, la creatività e la risoluzione dei problemi, tra gli altri, risiedono nella nostra mente.

Compatibilità delle menti

Essere affini mentalmente non significa pensare allo stesso modo: significa piuttosto che le suoi pensieri non sono in conflitto con i miei. Si tratta di garantire che la volontà dell’uno non costringa l’altro a rinnegare i suoi valori irrinunciabili della vita. Si tratta di riuscire a costruire con valori che si completano e non si boicottano a vicenda.

C’è una parte valoriale di noi che “non è negoziabile”. Per amore dell’altro possiamo decidere di modificare tante idee, atteggiamenti, comportamenti e sensibilità. Decidiamo in libertà senza costrizione. Si tratta di arrendersi e cambiare per amore. Ci sono parti di noi che però non possiamo cambiare per non tradire ciò che siamo. Possiamo essere differenti in tante cose e ciò non implica il fallimento della relazione. Ma se i principi non negoziabili non sono compatibili ascoltiamo la mente. Faccio un esempio. Se io non avessi accolto il desiderio di apertura alla vita di Luisa lei avrebbe fatto bene a lasciarmi prima del matrimonio. Nonostante lei fosse innamorata di me io non avrei potuto lasciarle la libertà di vivere secondo i suoi principi fondamentali e non avrebbe potuto trovare la pace e la gioia con me.

Creiamo un ibrido cuore-mente

La mente usa la logica, ma non considera ciò che senti; Il cuore ti spinge ad aprirti, ma senza controllo e può commettere errori. Come vedi, hanno bisogno di nutrirsi a vicenda. Non puoi scegliere di vivere solo secondo la mente o solo seguendo il cuore. La chimica non è sufficiente a stabilire un rapporto solido, e il solo ragionamento non può costruire senza sentimenti, altrimenti ci troveremmo di fronte a un mero contratto di convenienza.

Le emozioni generate dal cuore sono suscettibili di forti sbalzi. Possono essere altissime come scomparire. Oggi puoi credere che il cuore sia abbastanza, perché ha il potere di trainarti nelle scelte. Ma il matrimonio è per tutta la vita. E se col tempo l’emozione diminuisce fino a scomparire quasi del tutto? A volte succede. Ciò che ti rimane è solo la scelta razionale di amare. Ciò che ci fa andare avanti non sarà più un sentimento o un’emozione o una sensazione del corpo, ma un pensiero razionale. È la volontà di prendere ogni giorno la decisione di amare. Ed è quella che ti può salvare dai periodi di aridità.

Solo se si affronta il momento di deserto con la forza della volontà si potrà ricostruire e nutrire di nuovo anche il cuore senza condannarci a relazioni precarie e che alla fine non ti permettono di sperimentare la fedeltà e l’amore gratuito e senza condizioni.

Antonio e Luisa

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Cari genitori, ascoltando … lotterete

Nel precedente articolo sul sacramento del battesimo («Cari genitori, chiedendo … vi impegnate») abbiamo considerato la realtà dell’aggregazione alla Chiesa nel suo primo momento liturgico dell’accoglienza. Il battesimo è la porta d’ingresso nella comunità cristiana. Perciò, i genitori all’ingresso dell’edificio della chiesa simbolicamente sono accolti e si impegnano nel loro ministero coniugale per l’educazione all’amore.

In questo articolo ci soffermiamo sul secondo momento: la liturgia della Parola. Tale sequenza è formata dall’ascolto della Parola di Dio; dall’illustrazione del mistero sacramentale e dall’esortazione mediante l’omelia; dalla supplica a Dio mediante le preghiere dei fedeli presenti e dall’intercessione dei santi invocati per aiutare la futura rinascita spirituale; dall’orazione di esorcismo che è intimamente connessa all’unzione sul petto del candidato con l’olio dei catecumeni. Il celebrante nell’orazione umilmente chiede al Padre per il candidato la protezione nel cammino della vita e la forza proveniente dalla grazia di Cristo poiché «fra le seduzioni del mondo dovrà lottare contro lo spirito del male» (dal rito liturgico del battesimo).

Nel presente della liturgia accade la realtà compiuta da Gesù nel passato e comunicataci dal Vangelo. «Se io caccio i demoni con il dito di Dio, è segno che il Regno di Dio è giunto in mezzo a voi» (Luca 11,20). È ancora Gesù il dito di Dio che caccia dal catecumeno “i demoni” e apre così a lui la porta ad una vita nuova! L’epoca antica dei padri della chiesa considerava il mondo non cristiano posseduto dalle forze demoniache perciò il catecumeno doveva essere esorcizzato con la preghiera. Gesù avendo subìto e superato le tentazioni del demonio ha dimostrato di essere l’Unico vincitore sulle tentazioni.

Con la preghiera di esorcismo e l’unzione pre-battesimale inizia la comunione sacramentale con Colui che può sottrarci al dominio dell’avversario.

Nell’orazione di esorcismo si fa riferimento alla cancellazione del peccato originale. Questa è la prima purificazione compiuta nel battesimo. L’uomo nasce, ovviamente senza responsabilità personale, ma per la caducità della condizione naturale si trova comunque in uno stato di ingiustizia verso Dio. Il modo giusto di essere davanti a Dio è stato rifiutato dal vecchio Adamo, ma nel nuovo Adamo tutto è stato restituito alla giustizia. Nella lettera agli Efesini 4,24 san Paolo si riferisce alla giustizia che deve essere propria di ogni cristiano: «Dobbiamo rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera». È tipico dell’uomo nuovo vivere nella giustizia.

Ispirandoci al linguaggio biblico secondo giustizia significa essere nel giusto rapporto con Dio e con gli altri. Prendiamo esempio da alcuni presentatici come i giusti d’Israele: Elisabetta, Zaccaria, Giuseppe. Sono stati giusti perché hanno osservato le leggi di Dio, hanno tenuto conto dello spirito della Legge, hanno operato nella verità di Dio e del prossimo. Dio stesso però è giusto perché ristabilisce le cose sbagliate mettendole al loro posto. Perciò, la giustizia di Dio è la sua misericordia. Ristabilisce il rapporto giusto tra Dio e gli uomini, rimette a posto ciò che è stato rotto con il perdono.

La sequenza dell’unzione sul petto può esprimere quanto ci riporta san Paolo: «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14). L’unzione del petto con l’olio, per le sue proprietà, è gesto che penetra e introduce benefici; rimanda storicamente alla preparazione dei lottatori che si cospargevano di olio per tonificare i muscoli e sfuggire alla presa dell’avversario. Ispirandosi a questa prassi, i primi cristiani hanno adottato l’uso di ungere i candidati per ricevere la corazza dell’Unto a propria difesa nella lotta contro l’antico avversario, e restituire la verità dell’uomo e di Dio.

La chiesa domestica, da questo secondo momento, dovrà affiancarsi al battezzato nell’educazione alla giustizia. «Il nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli nella fede» (1Pietro 5,8). Questa lotta riguarda innanzitutto il battezzato come persona la cui libertà è stata redenta, ma non siamo soli, siamo tutti aggregati al corpo ecclesiale e alla nostra piccola chiesa domestica (famiglia). Anche i genitori sono chiamati a essere responsabili e ad aiutare il battezzato nella sua lotta contro il male. Il corpo ecclesiale – e quello presente nel focolaio familiare – potrà e dovrà allenare e affiancare il battezzato nella sua personale lotta spirituale. «La Sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2,27).

I genitori insegneranno testimoniando. Meglio ancora se alla testimonianza sapranno aggiungere la giusta parola di insegnamento. I genitori nel loro compito educativo cercheranno di aiutare il battezzato a comprendere il suo posto nel mondo e nei piani di Dio.

«Dio ci ha creati per opere buone e le ha predisposte in noi perché le pratichiamo come dono suo. Ecco, un atteggiamento importante che ci permette di difenderci da molti pensieri, sia di diffidenza, sia di paura, sia di vanità, sia di ambizione, sia di presunzione di sé. A tutti questi pensieri dobbiamo opporre continuamente la verità del piano di Dio e il nostro riconoscimento del giusto posto che in esso abbiamo: posto di colui che riceve, di colui che è creato, ma di colui che è anche graziato, riempito della multiforme grazia di Dio» (card C. M. Martini).

«Fortificati dal Signore Risorto, che ha sconfitto il principe di questo mondo, anche noi possiamo ripetere con la fede di san Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13). Noi tutti possiamo vincere, vincere tutto, ma con la forza che mi viene da Gesù» (Francesco, catechesi 25/4/2018).

Don Antonio

Gli anticoncezionali fanno male al matrimonio

Oggi mi tirerò addosso le ire e gli strali di tante di voi. Come al mio solito non mi tiro indietro e dico quello che penso, assumendomene la responsabilità. Gli anticoncezionali fanno male alla relazione, al matrimonio tutto. Certo a volte possono essere – o sembrare – il male minore ma utilizzarli non è senza conseguenze. Basta prenderne coscienza e poi scegliere liberamente ma consapevolmente. Io non ne ero consapevole fino in fondo e questo mi ha provocato diversi problemi e sofferenze nella mia relazione con Luisa.

Cercherò di spiegarmi meglio. Vi prego di leggere prima di crocefiggermi. So benissimo che ormai gli anticoncezionali sono di uso comune nelle coppie, e spesso quelle credenti non sono diverse dalle altre. E io credo che anche per questa ragione tante coppie sposate sacramentalmente diventino più povere. Perchè la Grazia del sacramento si innesta nell’amore umano degli sposi e quando la comunione dei due viene impoverita tutto ne risente, anche la parte spirituale della persona.

Secondo una ricerca di alcuni anni fa pubblicata in America Latina – si lo so che è poca roba ma non si fanno molti studi al riguardo – sembra che il tasso di divorzio tra le coppie che utilizzano metodi contraccettivi artificiali raggiunge il 39%, mentre tra le coppie che utilizzano metodi naturali aperti alla vita arriva appena al 3%.

Sicuramente questa forbice enorme sarà giustificata anche perché ormai chi si avvale di metodi naturali lo fa perché ha fede e cerca di vivere il matrimonio mettendoci dentro la propria relazione con Gesù e cercando di comprendere e accogliere gli insegnamenti della morale cattolica. Questione di coerenza con quanto si promette. C’è anche però una motivazione semplicemente umana. Lasciamo per un momento fuori dal discorso la fede e la grazia. Concentriamoci solo sulla relazione di due persone che vogliono semplicemente volersi bene e donarsi l’uno all’altra.

Dice san Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo che L’uomo e la donna con il “linguaggio del corpo” (amplesso ndr) sviluppano quel dialogo, si esprimono nella misura della verità intera della loro persona

Qual è la verità della persona e dell’amore? L’intimità è autentica e crea una vera e profonda comunione quando dice che l’unione dei due in una sola carne è capace di esprimere una comunione d’amore che può generare la vita. In altre parole, la comunione dei corpi è l’espressione esterna della comunione interna delle persone: l’amore di quell’uomo e di quella donna è così reale che è capace di creare nuova vita.

Questa è la stessa motivazione che porta papa Paolo VI ad affermare in Humanae Vitae che L’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore 

I due papi non la mettono su un piano strettamente di peccato religioso ma su un piano umano. Non si tratta di infrangere una norma ma di non vivere l’intimità in modo pienamente umano. Quando non ci si dona totalmente non può esserci amore pieno e autentico. Pesante come affermazione! Un’affermazione che comporta delle conseguenze ben definite e chiare.

Il punto è questo: il sesso è creato come un modo per condividere tutto di noi stessi fino ai livelli più profondi, più vulnerabili e più intimi. È possibile altresì vivere il sesso in modo superficiale. Ciò però comporta dividere la persona internamente, è come dire all’amato/a: amo il tuo corpo, ma non ti amo completamente, preferisco che la tua fertilità sia lasciata fuori. Questo lacera la persona internamente, separa il corpo e l’anima. Che la persona ne sia o meno consapevole. Crea una ferita.

Non possiamo continuare a fingere che i rapporti sessuali vissuti in questo modo siano semplicemente un’attività piacevole senza conseguenze. Al contrario, provocano una ferita reale e profonda nel cuore umano, anche all’interno del matrimonio. 

Io sono convinto di quello che ho scritto. Perché l’ho provato sulla mia pelle. Ho sbagliato ma ora sono quasi contento di averlo fatto. Di aver potuto sperimentare la differenza nella relazione intima con mia moglie. Durante il periodo in cui abbiamo usato gli anticoncezionali era sicuramente più facile avere un rapporto, ma era molto meno appagante e nutriente. Era arido. Tutto si esauriva con il piacere fisico. Quella comunione imperfetta e incompleta vissuta attraverso il corpo non ci univa più di tanto nella vita di tutti i giorni. Non ci sentivamo fortificati e rigenerati nel nostro amore, se non in minima parte. Tornati ai metodi naturali ho potuto fare esperienza di come fosse tutto più bello e più vero. E come quell’intimità fosse non solo piacevole durante il rapporto ma fosse capace poi di nutrire e di sostenere tutta la nostra vita e la nostra famiglia.

Antonio e Luisa

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La missione degli sposi: maternità e paternità

Oggi parlerò della terza missione specifica degli sposi, la paternità e maternità. Qui potete leggere gli articoli precedenti: IntroduzioneImmagine e somiglianza, unità e distinzioneCome Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità

Questa missione la sento particolarmente importante nella mia vita, perché io amo i bambini, mi piace stare insieme a loro, abbiamo due figlie e uno dei miei rimpianti più grandi è non averne avuti altri. Ma questa missione è rivolta solo a chi ha avuto il dono di avere figli e per chi è ancora in età fertile? Assolutamente no! Questa è missione è rivolta a tutti gli sposi, anche a quelli che non hanno potuto generarli, a quelli che hanno i figli ormai grandi, a quelli che purtroppo non li hanno più o non sono mai nati e, infine, a quelli che li hanno adottati. Anzi, a volte può succedere che, concentrandoci troppo sui figli biologici, si trascurano tutti gli altri.

Al paragrafo 184 di Amoris Laetitia si legge: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” e ancora al 324: “Sotto l’impulso dello Spirito Santo, il nucleo familiare non solo accoglie la vita generandola nel proprio seno, ma si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità.”

Per gli sposi essere padre e madre è molto più che generare fisicamente una nuova creatura, perché vuol dire prendersi cura sia di tutti gli altri figli che incontrano, sia di tutte le persone, che sono figlie di Dio.  Faccio notare che anche i sacerdoti, i religiosi, le suore e le monache sono chiamati “padri” o “madri”, per indicare che, anche nella verginità, si possono generare tantissimi figli spirituali.

Tornando al sacramento del matrimonio, esso permette di avere uno sguardo particolare che permette di vedere gli altri come tanti figli che vogliamo aiutare a crescere e che siamo chiamati a prendercene cura.

Quando vado in giro, se un ragazzo ad esempio ha un problema o un comportamento sbagliato, proseguo per la mia strada o cerco di aiutarlo come se fosse il mio? Se mi viene richiesto di fare animazione a dei bambini, li tratto con amore come se fossero i miei, con tenerezza e attenzioni? (anche perché loro si accorgono bene se quello che faccio è un dovere o un gesto d’amore). Se il figlio del mio vicino di casa (che magari sopporto poco), non va bene a scuola e ho la possibilità, lo aiuto nei compiti?

Sono catechista in parrocchia perché imparo anch’io qualcosa dai bambini e per aiutare i loro genitori a farli crescere nella fede, nell’amore e nel bene.

Sarebbe un bell’esercizio prendere un foglio di carta e scrivere l’elenco di tutte le persone di cui ci stiamo prendendo cura, anche solo con un messaggio, una telefonata o una chiacchierata ogni tanto. Se la visione di famiglia non si allarga, si può essere sterili, anche se biologicamente non lo siamo: quello che conta, infatti, non è la capacità generativa, ma avere un cuore grande che cerca di costruire la famiglia dei figli di Dio.

Questo permette anche di smettere di pensare che i figli siano nostri: sono un dono che Dio ci ha affidato per farli crescere, ma non sono nostri e pertanto dobbiamo essere coscienti che un giorno andranno via di casa e vivranno la loro vita, forse anche lontano da noi (un aquilone non è creato per stare vicino a chi tiene il filo, ma per volare lontano, in alto).

Essere bravi papà e brave mamme è in assoluto il lavoro più difficile che esista e per fortuna abbiamo i due più grandi esempi possibili, San Giuseppe e Santa Maria, oltre a tutti i santi genitori contemporanei che hanno dato la vita per i figli.

Anche i nonni, specialmente in questo periodo storico in cui spesso entrambi i genitori lavorano, svolgono un ruolo fondamentale se mettono in pratica la loro paternità e maternità con i nipoti.

Chi si sposa civilmente non riceve lo Spirito Santo che gli permette di riconoscere che i loro figli non sono solo di un papà e di una mamma, ma prima di tutto di Dio: è una differenza che si evidenzia nella loro educazione, nelle scelte da prendere e in tutti i gesti che li riguardano.

Nel mio piccolo, anche scrivendo quest’articolo, mi sento un po’ “padre”, perché chi sta leggendo, anche se non lo sa, è figlio di Dio e spero che le mie parole, non per mio merito ma in forza dello Spirito Santo ricevuto il giorno delle nozze, possano aiutare qualcuno a diventare vero padre o vera madre (ce n’è tanto bisogno!).

Allora, come ho confidato all’inizio, se da una parte è vero che rimpiango di aver avuto solo due figlie a causa della separazione, dall’altra ho compreso che, se voglio, posso essere padre molte volte e di tanti figli, anche se fisicamente non li concepisco con una donna. Questo mi dà molta speranza e gioia, permettendomi anche di superare il dispiacere di non aver potuto offrire alle figlie una famiglia unita in cui crescere. Penso anche a tanti papà che per vari motivi, (comprese leggi ingiuste), possono vedere i figli solo raramente: ricordatevi che potete essere padri tutti i giorni e che potete far scoprire a tanti altri figli che il loro vero papà è Dio Padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Solo i tralci portano frutto

Nel Vangelo di ieri c’è un’immagine ricorrente: la vite e i tralci. Gesù parla di portare frutto. Non so se ci avete mai pensato ma la vite non porta frutto. La vite è radicata al terreno e nutre i tralci ma l’uva cresce sui tralci. Gesù è la vite e noi i tralci.

La simbologia della vite è perfetta per raccontare la modalità scelta da Dio per portare frutto e per rendersi presente nel mondo. Gesù con il Suo amore nutre la nostra vita. La nutre con i sacramenti e con la Parola. Poi però non vuole essere Lui a portare frutto ma lo chiede a noi.

Per noi sposi questa dinamica è ancora più evidente. Perchè il matrimonio è così. Con il matrimonio siamo consacrati a diventare mediatori dell’amore di Dio per il mondo intero ma, in particolare, l’uno per l’altro. Il legame matrimoniale rappresenta un’opportunità unica per trasmettere e ricevere amore incondizionato, diventando un riflesso tangibile dell’amore divino sulla terra.

Sposando Luisa, promettendo davanti a Dio e agli uomini, di amarla e onorarla tutti i giorni della mia vita, ho accolto la mia strada verso la santità. Mi sono impegnato a essere le braccia di Gesù per lei per farle sentire l’abbraccio e la consolazione di Gesù. Mi sono impegnato a dare voce a Gesù per dirle quanto è amata e preziosa. Mi sono impegnato a guardarla con gli occhi di Cristo per farla sentire bella e forte.

La mia santità passa da questo mio impegno ad aiutare Luisa a diventare sempre di più e sempre meglio la donna che è. E viceversa. L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Antonio e Luisa

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Come capire se ti ama davvero

Un titolo sicuramente pretenzioso. L’altro è un mistero è comprendere cosa abbia nel cuore non è facile per nulla. Ci sono però degli atteggiamenti che possono dire tanto se reiterati nel tempo.

L’altro rispetta la tua autonomia e non cerca di controllarti o dominarti? L’amore è un sentimento profondo che si nutre della volontà e della libertà delle persone coinvolte, unisce le loro individualità nella costruzione di un legame. È importante riconoscere i segnali di un amore sano. In una relazione sane si rispetta e si apprezza l’individualità dell’altro. E’ sano costruire una relazione dove si condividono le scelte senza che uno dei due eserciti controllo o pressione sull’altro. Quando un partner diventa ossessivo, cercando di controllare ogni aspetto della vita dell’altro, limitandone la libertà e l’autonomia, non c’è amore autentico. È cruciale quindi prestare attenzione ai segnali di un rapporto sano e consapevole, in cui entrambe le persone si sentono libere di essere se stesse senza timore di giudizio o costrizione. Attenzione anche a quel partner che vi fa intendere con i suoi comportamenti e le sue parole che voi avete bisogno di lui. Che senza di lui non sapreste fare nulla di buono. Un buon marito o una buona moglie è capace di incoraggiare l’altro a titare fuori tutti i suoi talenti e condivide con l’amato/a la gioia per i suoi successi personali senza sentirsi sminuito per questo.

Il tuo partner vuole avere un progetto di vita con te? Il tuo partner vuole progettare un futuro con te? Solo così ci può essere amore. Con una persona che non ti offre una possibilità per il futuro, che vive la vita in modo fluido e senza un orizzonte a lungo termine, senza obiettivi chiari, senza aspirazione ad avere una famiglia, con la paura di un impegno maggiore, non può funzionare Senza progetto non c’è amore. Ci può essere innamoramento, passione, attrazione ma non amore. Si dice che molti uomini – ma riguarda ormai anche le donne – abbiano paura dell’impegno definitivo. Tuttavia, quando un uomo trova l’amore, è capace di “sacrificare” la sua “libertà” per la persona che ama. Questo “sacrificio” deve essere inteso come il fatto di subordinare la libertà personale in una gerarchia di valori.

Il tuo partner rispetta le tue opinioni e si prende cura dei tuoi sentimenti? Il rispetto è essenziale in una relazione sana e consente all’amore di rafforzarsi e crescere. Quando non esiste rispetto per le opinioni dell’altro, magari lo si irride e lo si ridicolizza, l’altro si sente frustrato, sminuito, a volte può prefigurarsi una vera violenza psicologica. Il messaggio che può passare è che tu non vali niente mentre io che ti prendo in giro sono ok. Ancora peggio quando questa mancanza di rispetto avviene pubblicamente, davanti ad altri. Come fa a esserci amore con questo comportamento che umilia la persona che si dice di amare? Un amore sano e bello si prende cura dei sentimenti dell’altro, cerca di compiacerlo e di avere un impatto positivo sull’altro. Chi ama cerca di controllare le proprie parole e i propri gesti affinché l’altro si senta curato e si senta stimato e prezioso.

Il tuo partner è disposto a cambiare. Esiste un criterio che i terapisti di coppia utilizzano per misurare l’impegno in una relazione. Tale criterio è la capacità di cambiare e, se necessario, scendere a compromessi in modo che la relazione venga messa al primo posto. All’inizio di una relazione tutto è meraviglioso, solitamente non ci sono grandi attriti. Tuttavia, con il passare del tempo, ogni persona mostrerà le proprie imperfezioni. Quando c’è voglia di camminare insieme, si discutono questi punti scomodi o differenze e si cerca di cambiare quegli aspetti che danno fastidio all’altro. Chi di solito non è disposto a mettersi in gioco probabilmente vuole gestire la relazione secondo le sue esigenze e la sua sensibilità. Non esiste dire: sono fatto così. Chi ama cerca per amore di cambiare se stesso, chi non ama ma usa la persona che dice di amare cerca invece di cambiare l’altro per plasmarlo a suo piacimento.

Antonio e Luisa

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Dovete starci o volete starci?

Spesso riceviamo delle telefonate o delle mail da persone che lamentano situazioni matrimoniali difficili. Raccontano di fatiche, di problemi di relazione, di incompensioni e di mancanze vere o presunte da parte del marito (di solito ci contattano le mogli)

E’ importante prestare attenzione a come ci raccontano le loro difficoltà e in particolare che parole usano. E’ vero sono sposate sacramentalmente e il matrimonio è per sempre, ma uno dei fattori che possono aiutarci a capire meglio è la descrizione verbale del problema.

Se viene usata spesso la parola DEVO c’è un campanello d’allarme. Sapete perchè? Perchè al verbo dovere possiamo solitamente associare una motivazione estrinseca a restare nella relazione. Se si afferma di “dovere restare“, in sostanza si indica che la motivazione a continuare a scommettere sul matrimonio proviene da fonti esterne. Queste possono includere la paura del castigo divino, lo stigma sociale, il giudizio altrui, aspettative esterne o semplicemente il senso del dovere. È importante comprendere che, anche se rimanere nel matrimonio può sembrare la scelta “giusta”, le motivazioni possono non esserlo. Nel lungo periodo il peso di tale senso di dovere può diventare insostenibile e alla fine portare al crollo del matrimonio, in quanto la persona non riesce più a sopportare un determinato stato delle cose.

Quando utilizziamo la parola “VOGLIO” invece che “devo”, le nostre motivazioni diventano intrinseche, provenienti dal nostro profondo. Questo indica che abbiamo scelto di perseguire una determinata via perché crediamo sia la migliore per noi. Personalmente, ho sperimentato la forza di questa motivazione nel contesto del matrimonio, dove ho compreso che donandomi completamente e senza riserve sto rafforzando il legame con il divino e sto vivendo appieno la bellezza del sacramento che ho scelto, sentendolo come parte integrante della mia vocazione. Questo mi ha permesso di affrontare le difficoltà con maggior determinazione e consapevolezza. Questo è quello che cerchiamo di far capire a chi ci contatta.

La difficoltà magari è la stessa di chi usa il devo ma se voglio starci il peso sarà molto più sostenibile. Quindi la prima cosa da fare se vi sentite soltanto in dovere di stare con l’altro e non lo volete, è proprio di cercare una motivazione più profonda per stare con lui o con lei. Prima che il peso non diventi insostenibile per voi. Quando ci si trova in una situazione simile, è importante prendersi del tempo per riflettere sulla propria relazione e sulle ragioni che vi hanno portato a essere insieme.

Ci tengo molto a questo articolo perchè per me non è stato sempre così, anzi io sono sempre stato quello del devo. Facendo terapia ho scoperto come nella mia vita ho lasciato che fossero gli altri a decidere per me. Fin dall’infanzia ho subito tante scelte – dalla scuola fino agli sport – e le ho accettate per dovere. Questa situazione mi accompagna da sempre e l’ho portata poi anche nella mia relazione con Luisa. Fin da subito Luisa mi ha imposto la sua modalità per vivere la nostra relazione. La castità l’ho subita inizialmente. Ed è stato un casino. Ero pieno di rabbia e di frustrazione. Quando ho accolto davvero questa scelta? Quando l’ho capita e l’ho voluto. E lì è cambiata lanostra relazione. Poi il matrimonio e i figli. Sono arrivati subito. Per me è stato un casino. Mi sono trovato a dover fare tante cose e dover prendermi tante responsabilità. Sono andato in crisi. Tutto è cambiato quando ho scelto di starci e ho voluto prendermi cura della mia famiglia perchè ne ho capito la bellezza. E così per tutto.

Trovare una motivazione sincera e profonda per restare nel matrimonio può fare la differenza nel rendere il peso della relazione più sostenibile. Ricordate che è importante prendersi cura di sé stessi mentre si cerca di mantenere una relazione bella, quindi non esitate a chiedere accompagnamento a un padre spirituale e/o consulenza a un terapeuta se ne sentite il bisogno.

Antonio e Luisa

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Sono single. Cosa posso fare?

Noi scriviamo tanto di matrimonio. Ci contattano anche tante persone che soffrono perché non trovano una persona con cui condividere questo progetto di vita. Quando siamo single, desideriamo molte cose e spesso il desiderio di incontrare la persona giusta diventa una priorità. Diventa il tutto. Pensiamo che questo possa risolvere la solitudine e la tristezza, quasi fosse la soluzione magica ai nostri problemi. Tuttavia, è importante ricordare che il matrimonio è una vocazione specifica a cui siamo chiamati, non solo un modo per risolvere le nostre difficoltà. La nostra vocazione non è solo quella di trovare un marito o una moglie, ma anche di santificarci attraverso il matrimonio, costruendo insieme una famiglia cristiana. Quando comprendiamo che rispondere a questa chiamata definisce la nostra eternità, la prospettiva cambia.

Prega per comprendere appieno il progetto sulla tua vita. È fondamentale esaminare attentamente la tua vocazione prima di tutto. Tutti siamo chiamati alla santità, vuoi comprendere se questa strada passa dal matrimonio. Questo discernimento ti offrirà una prospettiva diversa sul significato del matrimonio. Se hai già compiuto questo passo e sai che Dio ti chiama al matrimonio, abbi fiducia che Dio non gioca con i Suoi figli e, se questa è la Sua volontà per te, ti offrirà l’occasione per vivere quello che ti ha promesso. Affida la tua vocazione nelle Sue mani e chiedi le grazie necessarie per fare la scelta giusta, avere pazienza e riconoscere i Suoi piani e progetti.

Sii pronto ad accogliere il progetto. Non inizi a vivere la tua chiamata quando ti sposi, ma fin da quando sei single. L’amore richiede impegno, e se lavori su te stesso e sul tuo rapporto personale con Gesù, sarai meglio preparato quando arriverà il momento di condividere la tua vita con qualcuno. Dedica il tempo di attesa alla preghiera, chiedendo a Gesù di guidarti e aiutarti a capire il suo piano per te in questo momento. La tua solitudine non è un’occasione per restare in attesa, ma per crescere nell’amore, imparare a donarti nella tua casa, con i tuoi amici, nel tuo servizio apostolico e nella tua vita interiore. Luisa ha fatto così. Ha trent’anni passati non aveva mai avuto un fidanzato. Ha deciso di “ribellarsi” a questo stato e si è messa in gioco. Ha iniziato a fare volontariato, a fare la catechista e a vivere in mezzo alla gente sorridente e accogliente. Io l’ho voluta conoscere perché ho visto quel sorriso e mi ha attratto. Se non sifosse preparata prima forse non l’avrei vista.

Prega per comprendere ciò che Dio vuole. Molte volte capita che i nostri piani non siano i quelli di Dio. Ha idee apparentemente folli che spesso vanno oltre la nostra capacità di pianificare e anticipare umanamente. Cerchiamo di avere una vita interiore solida che ci permetta di essere attenti ai Suoi suggerimenti: dobbiamo sintonizzare l’orecchio dell’anima per percepirne i desideri. Lo facciamo attraverso la preghiera quotidiana, i Sacramenti e la vita di fede.

Infine prega per il tuo futuro marito o futura moglie. Non serve avere un volto per pregare. Si possiamo immaginarlo ma ciò che conta è l’apertura del cuore verso una persona che ancora forse non conosciamo. Pregare perchè questa persona sappia aprire il cuore a Gesù. Intercedere per lui o per lei affinchè sappia combattere i suoi peccati e vizi. Pregare affinché possiate incontrarvi quando entrambi sarete pronti ad accogliervi. Pregate per affidare questa persona a Gesù.

L’altare non è un premio di un percorso vincente. Un matrimonio santo si costruisce ogni giorno e questa è la tua vocazione più grande: santificare tuo marito o tua moglie affinché raggiunga il cielo. La tua vocazione al matrimonio trascende te e lui: è definitiva per la tua salvezza. Pensa al matrimonio non come un antidoto alle tue frustrazioni ma come un percorso di santità che può essere difficile e non sempre secondo le tue aspettartive.

Antonio e Luisa

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Camminare nella stessa direzione

La vita di coppia è una gran bella avventura perché è l’unione tra due personalità diverse, che tendono a diventare un’entità nuova. Una sana vita di relazione si ha quando si crea quell’equilibrio tra unicità e libertà di ognuno dei due in un clima di accoglienza e condivisione reciproche.

L’amore maturo nasce dall’imparare a camminare nella stessa direzione ogni singolo giorno. Questo tipo di amore si nutre della soddisfazione dei bisogni reciproci, del sentirsi al sicuro l’uno insieme all’altro, del crescere insieme. È un concetto profondo che riflette l’armonia, la comprensione reciproca e la sincronia tra due persone all’interno di una relazione. Significa condividere gli stessi obiettivi, valori e visioni per il futuro.

Non possiamo rimanere seduti ad aspettare che l’altro mantenga vivo il rapporto. Non funziona così. Camminare insieme nella stessa direzione” richiede comunicazione aperta e onesta dove entrambi gli sposi possano esprimere i propri desideri, bisogni e timori senza paura di essere giudicati o criticati.

Camminare nella stessa direzione in coppia significa creare il senso del NOI DI COPPIA, pur rimanendo sempre due individui distinti, diversi e liberi; significa creare insieme una vita nuova, separata e staccata dalle rispettive famiglie di origine. Il NOI DI COPPIA significa trovare e creare nuove abitudini e tradizioni proprie, supportarsi sostenendosi a vicenda nei momenti di difficoltà, incoraggiandosi reciprocamente a perseverare verso i loro obiettivi comuni. Questo supporto crea un legame ancora più forte tra gli sposi e li aiuta a superare le sfide che inevitabilmente incontreranno lungo il percorso.

Ma “camminare insieme nella stessa direzione” non significa che gli sposi debbano perdere la propria individualità oppure che abbiano entrambi gli stessi interessi o aspirazioni nella vita. È importante mantenere un senso di sé e rispettare i propri sogni e ambizioni personali, anche mentre si lavora verso gli obiettivi condivisi. Una relazione sana è quella in cui entrambi i partner possono crescere e realizzarsi come individui, mentre continuano a sostenersi reciprocamente nella loro crescita, dove le differenze diventano risorsa e ricchezza. In questo modo noi diamo la direzione alla nostra coppia e questo ci rafforzerà creando unità tra noi.

Essere coppia è un processo continuo e mai concluso: non può essere una conquista fatta una volta per sempre, perché ognuno di noi cambia nel tempo e ciò che sembrava essere la “stessa direzione” all’inizio potrebbe richiedere adattamenti lungo la strada.

In conclusione, “camminare insieme nella stessa direzione” è molto più di una semplice metafora. È il fondamento su cui si basano le relazioni sane e durature. Richiede impegno, comunicazione, supporto reciproco e flessibilità. Ma quando due persone riescono veramente a camminare insieme nella stessa direzione, possono affrontare qualsiasi sfida che la vita metta loro davanti, sapendo che insieme possono condividere ogni passo del viaggio.

Paola e Corrado Galaverna e don Bernardino Giordano

(Coordinatori Retrouvaille regione Italia)

Azzurra e Clara, due modi diversi di essere donna

Oggi vorrei davvero scrivere a cuore aperto. Un modo per condividere con voi non tanto dei concetti ma delle emozioni, qualcosa che tocca il cuore. Sono due notizie, sono due donne, una che sembra essere in antitesi all’altra. La prima è Clara di 30 anni. Una vita piena di impegni, un lavoro da fotografa professionista che le piace e la fa sentire realizzata e ha un compagno che condivide la sua scelta di vita. Tra cui rientra non avere figli. Non c’è spazio per loro. Clara afferma: Ho scelto di non avere figli: per la vita e il lavoro che faccio non c’è spazio per un bambino. Troppa responsabilità, e amo il tempo libero.

Poi c’è Azzurra. Una giovane moglie veneta di 34 anni. Sposata da poco. Lei desiderava moltissimo un bambino. Bambino che è arrivato ma durante la malattia di Azzurra. La giovane donna era infatti malata di cancro e a ha ritardato le cure per non danneggiare il bimbo che portava in grembo. Azzurra è morta pochi giorni fa e il marito ha riportato un pensiero della moglie: Mi diceva di sentirsi fortunata ad avere tanto amore intorno quando era lei il nostro esempio d’amore.

Leggendo queste due storie ho avuto delle sensazioni molto chiare. Ho visto nella storia di Azzurra il compimento di una vita. Ho visto una donna capace di cogliere il senso profondo della vita che è quello di amare e di lasciarsi amare, facendo della propria vita un dono d’amore.

Cosa che non riesco invece a vedere nella storia di Clara. Non credo che sia un caso che Clara abbia un compagno mentre Azzurra un marito. Nelle parole di Clara vedo quello che è un po’ la povertà del nostro tempo. Che non riguarda solo le donne. Vedo una donna concentrata su di sè, su ciò che le piace, sui propri bisogni, sulle proprie aaspettative. Che non c’è nulla di male. Ciò che non funziona, a mio avviso, è che Clara – come tantissime altre persone – è incapace di fare quel passo in più. Amare se stessa per diventare dono per gli altri. Tanto che anche il compagno sembra più che altro funzionale a soddisfare un bisogno e non tanto a essere destinatario di un dono d’amore gratuito.

Quindi, tutte le donne devono essere madri prima di ogni altra cosa? Assolutamente no. È totalmente sbagliato imporlo come un obbligo morale. Il desiderio di maternità dovrebbe essere il naturale risultato dell’amore fecondo, non una responsabilità imposta. La libertà di scelta è fondamentale. Ma quando una donna è veramente libera? Quando come Clara è continuamente ripiegata su di sè anche se apparentemente aperta al mondo oppure quando ti senti così amata come Azzurra tanto da trovare la forza e la motivazione di donarti completamente? Azzurra non si è annullata, Azzurra si è donata. Come Gesù sulla croce.

Non tutti siamo chiamati fortunatamente a scelte come quella di Azzurra. Tutti però siamo chiamati a comportarci come Azzurra in tante piccole occasioni quotidiane. A me piace tanto l’esempio della candela. La candela che si consuma giorno dopo giorno donando luce e calore. Io avevo tutto prima di sposarmi. Avevo un lavoro, giocavo a futsal con gli amici, uscivo, mi divertivo, andavo in vacanza all’estero. Insomma non mi mancava nulla apparentemente. Con Luisa ho inizito una relazione che mi ha tolto – nel matrimonio e con l’arrivo dei figli – tanta di quella tranquillità e spensieratezza. Allora perchè l’ho fatto? Perchè amo questa vita incasinata e stressante. La amo perchè ogni giorno arrivo a sera e nell’intimità della mia casa mi sento amato. E nel servire e prendermi cura della mia famiglia trovo la pace e il senso della vita. Noi siamo esseri che hanno bisogno di relazioni e più queste sono profonde e più ci danno senso. Lo stesso vale per Luisa.


Quando il matrimonio è vissuto pienamente, diventa fecondo. Questo significa che l’amore tra i coniugi va oltre i confini della coppia, diventando generativo e capace di generare nuova vita in senso ampio. Non solo vita biologica, ma impegno, forza, empatia, creatività e positività. Tutte queste qualità vengono poi riversate anche nel lavoro, trasformando così la quotidianità in un’avventura appassionante piena di significato. Il lavoro non è il fine. Il fine della vita è l’amore. Una vita ben vissuta sa mettere al giusto posto ogni cosa.

Essere cristiani non significa essere contenti del male, delle malattie e dei problemi. Essere cristiani è sapere che in ogni situazione della vita possiamo trovare un senso e un orizzonte d’amore che ci lascia sempre una speranza. Non so se Azzurra avesse fede e non so come la vivesse, però Azzurra aveva compreso l’amore e questo l’ha resa libera di amare anche in una situazione difficilissima come la malattia terminale, più libera di Clara a cui apparentemente non manca nulla.

Antonio e Luisa

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Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità

Oggi parlerò della seconda missione specifica degli sposi, Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (vedi puntate precedenti: prima / seconda).

Purtroppo, tante persone decidono di sposarsi in chiesa senza capire esattamente quello che accadrà quel giorno, pensando magari che il loro amore sarà semplicemente benedetto da Dio e che sarà lecito poter fare l’amore senza commettere peccato. Forse ho estremizzato troppo, ma non c’è la consapevolezza che con il Sacramento del matrimonio avviene una vera e propria effusione dello Spirito Santo e che, anche se non lo vediamo con gli occhi, gli sposi si fondono insieme irreversibilmente. Lo Spirito dona una capacità di amare particolare, differente da tutti gli altri battezzati, perché c’è un Sacramento che ha specificato il tipo e la qualità d’amore.

In Amoris Laetitia si legge al n. 121: ”Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amoree al n. 73: Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’alleanza sigillata sulla croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi”.

La parola “amore” penso che sia una delle più inflazionate e anche distorte come significato, perché si definisce l’amore in base al proprio sentire e al proprio piacere, per cui si tradisce per amore e addirittura si uccide per amore (per quello che si crede sia amore ma che è tutt’altro).

Quindi è necessario chiarire quale amore sono chiamati a distribuire e a testimoniare gli sposi (non con le proprie forze, ma in forza della Grazia ricevuta): quello che ci ha mostrato Gesù nella sua vita e soprattutto nella sua passione e morte in croce.

Anche perché, quando ci sposiamo, sembra tutto bellissimo e perfetto, ma la fase dell’innamoramento è transitoria, i nostri occhi e le nostre orecchie cominciano a rilevare prima o poi la realtà e cioè che abbiamo tutti pregi e difetti, ferite provenienti dalla famiglia d’origine o da altre situazioni, oltre a peccati e zone oscure sconosciute addirittura a noi stessi. Ma questo non deve preoccupare, siamo fatti così, basta esserne consapevoli e andare oltre alle illusioni e alle idee sbagliate che ci siamo fatti.

Gesù ha dato tutto, non si è tenuto niente per sé, ha perdonato il male ricevuto e ha continuato a dire, nonostante tutto, “Io ti amo”; ha dato il primo boccone a Giuda, gesto che veniva rivolto alla persona più importante della tavola, ha continuato a lanciare benedizioni (e non maledizioni) durante il dolore atroce della crocifissione.

Non saprei come spiegare meglio l’amore che richiamare quello che è successo nella passione e sulla croce, perché non c’è situazione che non comprenda e che non riassuma (ammetto che quando ho dei dubbi o sono un po’ in crisi, ricorro alla Via Crucis commentata). Riuscire a raggiungere tale amore di Gesù verso il coniuge e verso gli altri è impossibile, ma è questa la meta, è questo l’esempio a cui attingere e a cui guardare ogni volta in cui cadiamo. Quest’amore non deve essere teorico, ma tangibile, concreto e diffusivo con tutte le persone che incontriamo, a trecentosessanta gradi.

È inutile affermare “Io darei la vita per te” e poi finire a litigare per la scelta della vacanza, per la marca di latte da comprare o per chi va a buttare la spazzatura. Sottolineo che Gesù continua ad amare la sua Chiesa (Sposa), anche se/quando si comporta da prostituta e decide di allontanarsi, come facciamo noi ogni volta che decidiamo di fare di testa nostra. Infatti, tutta la Bibbia è una storia sponsale tra Dio e il suo popolo: da una parte Dio vuole amare Israele, dall’altra parte c’è un continuo tira e molla della gente che corrisponde oppure no. Mosè non ha fatto in tempo a ricevere i dieci comandamenti che il popolo si è costruito un vitello d’oro, eppure Dio ha scelto di incarnarsi e di morire per noi.

Per le persone separate o divorziate questa missione è particolarmente importante, perché è facile voler bene a chi ti contraccambia, mentre è difficile farlo con chi ti ha voltato le spalle; quindi, testimoniano un volto di Dio particolare, il volto di Gesù, “separato fedele”. Se un separato continua da amare un coniuge che ha deciso di andarsene con un’altra persona, quanto più dovrà amare tutti gli altri, anche il collega che fa i dispetti, il prete che non capisce e l’amico bestemmiatore.

E questo deve avvenire non per trasporto (cioè perché hmi viene spontaneo), ma per Grazia, sull’esempio di Gesù che ama chi è lontano, chi non è amato e chi ha tradito. Naturalmente Dio ci aiuta, ma noi dobbiamo fare la nostra parte, attraverso i Sacramenti e la preghiera, in particolare la messa quotidiana.

Tutte le volte che non amiamo “alla Dio”, tradiamo questa missione: so che è un livello altissimo, ma è lì che ci deve portare la nostra vita: è come voler arrivare sulla luna con una scala, ogni volta che riusciamo, aggiungiamo un gradino a questa scala. Non è necessario fare cose straordinarie, basta vivere bene le nostre relazioni, a cominciare da quella con il coniuge, superando incomprensioni, divergenze, fraintendimenti, egoismi e anche tradimenti.

È la missione degli sposi e d’altra parte l’abbiamo accettata il giorno delle nozze: magari non lo sapevamo, ma ora sì e quindi non possiamo trascurarla, gli sposi cristiani si dovrebbero riconoscere per come amano, non per i discorsi che fanno!

Ecco i prossimi tre articoli sulla missione degli sposi:

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

«Cari genitori, chiedendo … vi impegnate»

Nell’ottava di Pasqua – l’articolo è stato scritto alcuni giorni fa – lo Spirito di Gesù vuole risvegliare la comunità ecclesiale. Tutti i battezzati sono come “presi per la mano” dalla liturgia e dalla letteratura patristica dell’Ufficio delle Letture, per “vedere” l’Invisibile mistero mediato dalla liturgia, per ravvivare la consapevolezza della vita nuova in Cristo ricevuta in dono. Ispirandomi in parte a questo metodo di annuncio mistagogia, vorrei proporre alcune meditazioni teologico-pastorali sul settenario sacramentale rivisitato in chiave familiare (dimensione ecclesiale dei sacramenti). Per ogni azione liturgica del singolo sacramento, sceglierò alcune “fermo immagini” che sprigionano indicazioni per il ministero coniugale (e familiare).

Essendo temporalmente vicini all’ottava della Pasqua consideriamo innanzitutto il battesimo e considerarlo una porta per entrare nella Chiesa. Il Battesimo è il sacramento che incorpora gli uomini alla Chiesa. Questo aspetto è la dimensione ecclesiale che liturgicamente viene inizialmente mediato dai riti di accoglienza. I genitori chiedendo il battesimo si impegnano nella cura genitoriale anche nell’aspetto religioso della persona. E la comunità cristiana collaborerà con la rete familiare. Stando alla seconda domanda del ministro ai genitori, questo impegno verterà sulla virtù dell’amore verso Dio e verso il prossimo.

In questa sequenza, per certi versi, risuona biblicamente la presentazione di Gesù al tempio. Gesù è donato dal Padre alla famiglia di Nazareth, e la famiglia di Nazareth restituisce al Padre colui che è il Dono per sé e per l’umanità. La famiglia di Nazaret allo stesso tempo si impegna nell’educazione umano-religiosa del Figlio di Dio.

Nell’oggi liturgico con il simbolo reale dello spazio architettonico dell’ingresso, e il linguaggio verbale del dialogo tra famiglia e presbitero, la famiglia in modo particolare e aiutata dai padrini, si impegna nell’opera educativa della cura. Fino a quel momento già ci sono stati atti educativi all’amare. Tutto è iniziato dall’apertura alla vita e poi è proseguito nella nutrizione e nei primi passi, nei vagiti e all’incoraggiamento delle prime parole… Tutto ciò si esprimerà nell’atto del pronunciare il nome in mezzo all’assemblea, espressione che manifesta la cura della vita ricevuta. Nel segno della croce sulla fronte avverrà l’accettazione della richiesta di accoglienza nella comunità cristiana. E perciò, la disponibilità a continuare in modo rinnovato gli atti educativi all’amare.

Fino a quel momento la Chiesa domestica ha preparato il momento di accoglienza tra una levata notturna annunciata dal pianto come un suono di campana per il raduno dell’ufficio notturno, e una ninna nanna tra le braccia della mamma come il canto delle litanie per chiedere intercessione alla Madonna, e il primato dell’ascolto ai bisogni del bambino rispetto a quelli degli adulti come l’annuncio kerigmatico oggi necessario alla nostra società adolescente.  Questi, ed altri ancora, sono i rituali della Chiesa domestica che costituiscono le fasi di preparazione al momento dell’accoglienza. Rituali però che troveranno la loro trasfigurazione e il compimento nella liturgia battesimale.

E perciò rituali che andranno “riformulati” più compiutamente in chiave evangelica dal giorno del battesimo in avanti. Dovranno essere svolti dai genitori nella consapevolezza della grazia di Cristo; destinati a Cristo ormai presente mistericamente nella vita del neo-battezzato; e chiunque potrà vederli come annuncio dell’amore salvifico di Cristo. Perciò la sfida educativa «nella fede, perché nell’osservanza dei comandamenti, imparino ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato» (dal Rito del battesimo) non sarà il frutto di un generico voler bene ma della carità paziente. Quella stessa pazienza che è prendersi cura, dare tempo per far crescere, educare e formare, accompagnare e lasciar andare, seminare e innaffiare, indicare e attendere … e ogni altro verbo che declina il generare. È la carità di Gesù. Quella esortata ai suoi nel «lasciate che i bambini vengano a me». Quella paragonata da Gesù al contadino che si affida alla Provvidenza capace di dare colori ai gigli dei campi e nutrire gli uccelli del cielo. Quella del contadino che dorma o veglia non sa come fa a crescere il seme. Quella del Samaritano che ebbe compassione e fascia le ferite dell’uomo assalito dai nuovi ladri di dignità umana. Quella della inevitabile salita al calvario la cui logica è il corpo-che-si-dona per dare la vita all’uomo schiavo del peccato.

E ditemi se ancora oggi quest’opera educativa ad amare sia scontata, banale, comune, oppure proprio perché autenticamente umana – e quindi divina – non sia urgente in mezzo all’umanità che come una neo-babele tenta di liquidare culturalmente la mano paterna e materna di Dio riflessa pur se debolissimamente nella misericordia educativa dei propri genitori.

Don Antonio

Mi sono innamorato di Chiara per il sesso

Ho ascoltato l’intervista di Fedez a Belve. Ammetto che questa volta avevo in un primo momento deciso di ignorarla. Poi, Vittorio – sui social conosciuto come Un papà con quattro figlie – mi ha girato un video relativo a un’affermazione di Fedez chiedendomi di farne un articolo. Ci ho pensato e credo che Vittorio abbia ragione perché Fedez, con la sua affermazione, ha sintetizzato quello che succede a tanti che, a mio avviso, è concausa di tanti fallimenti matrimoniali o affettivi in genere.

La conduttrice Francesca Fagnani ha chiesto, in modo molto diretto, a Fedez: Perché si è innamorato di lei (Chiara Ferragni ndr)? La risposta del cantante è stata altrettanto diretta: Devo essere onesto? All’inizio, il sessoHo provato una connessione che raramente avevo sperimentato prima”.

Il sesso può essere un problema? Questa è la domanda da porsi. La risposta è ovviamente sì quando l’intimità non funziona. Ma quando sembra funzionare, come nel caso di Fedez, perché può essere un male? Cercherò di spiegarlo in questa riflessione.

Vi riporto il risultato di una indagine svolta negli Stati Uniti alcuni anni fa. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (3 volte di più) di avere stabilità e durata nella relazione. Avete capito bene! Uno stravolgimento rispetto a quello che credono in tanti. Molti amici e amiche, quando hanno saputo che io e Luisa stavamo vivendo il fidanzamento in castità, hanno cercato di convincerci della necessità di conoscerci sessualmente prima di sposarci. E se poi non c’è intesa? Se manca la chimica? Sono tutte balle naturalmente. Il rapporto sessuale è una relazione profonda vissuta attraverso il corpo. L’unica chimica che è necessaria è proprio l’attrazione fisica. Per quella non serve testare. Poi l’intimità – come dice molto efficacemente Nicoletta Musso – è un vestito costruito su misura dalla coppia. Si costruisce nel tempo e nella relazione.

Invece la castità nel fidanzamento può essere molto utile. Sapete perché?

Il sesso è totalizzante. È inutile far finta che non sia così. L’amplesso fisico è un gesto che totalizza la relazione. Le sensazioni e le pulsioni, che vengono provocate dall’intimità sessuale, sprigionano una carica emotiva che copre ogni altro aspetto della relazione. Chi ha rapporti prima del matrimonio tende a sottovalutare e non approfondire alcuni aspetti dello stare insieme, del progetto matrimoniale e dei difetti dell’altro. Poi nel matrimonio inevitabilmente i nodi vengono al pettine.

C’è poi un altro vantaggio della castità, a mio avviso fondamentale. Sono sicuro di quello che scrivo. Io sono uomo. Come tanti uomini – non vale per tutti ma per molti sì – tendo a essere egoista. A impegnarmi in qualcosa se ne ho un guadagno, se ne vale la pena. Se Luisa non mi avesse imposto la castità – all’inizio è stata una imposizione – avrei messo al centro della nostra relazione il sesso. Ne avevo una voglia matta. Ma così non sarei cresciuto, non avrei imparato a farmi dono gratuitamente. La castità mi ha educato a mettere al centro la mia amata. Avevo voglia di fare l’amore con lei, ne avevo una voglia enorme, ma per rispettare la donna che amavo sceglievo di mettere da parte quel desiderio e di starle accanto nel modo in cui lei mi concedeva di farlo. Ho imparato il rispetto e ho imparato a trasformare le mie pulsioni in tenerezza. Ho imparato ad apprezzare la tenerezza non solo quando poi conduce a un rapporto sessuale.

Come quando prepariamo e riempiamo i granai in previsione dei tempi di carestia che possono colpire chiunque. I motivi per cui la frequenza dei rapporti sessuali può diminuire sono molteplici: gravidanze, malattie, impegni lavorativi, figli da crescere e lo stress quotidiano possono influire su di noi. In certe situazioni più complesse, può persino accadere di non avere alcun rapporto sessuale per mesi. Tuttavia, se siamo stati educati a donarci reciprocamente e a vivere la tenerezza attraverso gesti di affetto e attenzione, questi periodi non ci spaventano. Anzi, possono diventare profondamente fecondi poiché sono ricchi di gesti gratuiti che alimentano e conservano il desiderio.

Sono convinto che Fedez e Chiara non hanno questa risorsa. E quando hanno dovuto affrontare la malattia di Federico e i problemi giudiziari di Chiara si sono persi perchè è venuto probabilmente a mancare la risorsa principale da cui traevano forza l’un l’altro. I loro granai erano vuoti. Invece chi vive la castità prima del matrimonio e anche dopo – nel matrimonio non è astinenza – è capace di affrontare crisi e problemi custodendo l’unità e la complicità, perchè ha imparato a farsi dono e a volgere lo sguardo mettendo al centro il bene dell’altro.

Il sesso non serve a creare una comunione. Altrimenti resta qualcosa di fisico e basta. Impetuoso ma fragile. Che si può rompere facilmente. Basta non prendersi cura l’uno dell’altro per un po’ e ci si perde. Non è quello che succede a tanti? La comunione si genera a livello più profondo, a livello di cuore e anima e poi il corpo la salda con il sigillo dell’amplesso. La rende più forte e indissolubile. Questo è il significato anche del matrimonio cristiano. Questo è il sesso che non fa innamorare ma dà corpo all’amore.

Specifico che ho scelto di sviluppare questa riflessione su un piano strettamente umano ma è indubbio che noi sposi cristiani traiamo la maggior parte delle nostre risorse dai sacramenti e dalla relazione d’amore con Dio. Se volete acquistare il nostro libro per approfondire la castità e il significato teologico, sacramentale e antropologico della sessualità cliccate qui

Antonio e Luisa

Siamo sempre una famiglia?

Oggi vi propongo un articolo scomodo. Prendo spunto dal libro di don Simone Bruno “Siamo sempre una famiglia?” edito da San Paolo. E’ un articolo scomodo perché va a toccare delle corde insidiose, dove difficilmente si riesce a essere equilibrati. L’autore si chiede se anche in quelle che sono relazioni irregolari per la morale cattolica – che sono ormai la maggioranza – non ci possa essere del buono e del bello. Spesso questi temi diventano un campo di battaglia dove di cristiano resta ben poco. Ne ha fatto le spese anche don Simone. Don Simone non è l’ultimo arrivato. Psicoterapeuta, giornalista, scrittore, docente e direttore editoriale della San Paolo. Insomma non è una scheggia impazzita, ma un professionista preparato e un sacerdote inserito molto bene nella Chiesa di oggi, la Chiesa di papa Francesco. Ho avuto il piacere nel tempo di scambiare qualche messaggio con lui. Per quella che è la mia esperienza, don Simone è una bella persona. Sempre gentile, pacato e disponibile. Per questo ho deciso di fare questo articolo. Perché mi rivolgo a una persona che stimo.

Permettetemi una premessa. Non approvo la reazione scomposta di alcuni credenti e rinnovo pubblicamente la mia solidarietà a don Simone. Dopo l’uscita del suo testo è stato oggetto di offese e minacce. Le sue tesi possono essere condivisibili o meno, ma non deve mai mancare il rispetto per una persona che ha un’opinione diversa dalla nostra. Poi mi piace sottolineare l’onestà intellettuale di don Simone che specifica che le sue sono delle riflessioni personali. Si auspica un percorso antropologico e teologico, ma afferma chiaramente che per ora la Chiesa, nei suoi documenti, dice altro rispetto alle argomentazioni del libro.

Il testo è molto agile, ben scritto e organizzato in modo molto pratico. Ci sono una serie di domande e di relative risposte in modo da rendere molto fruibili i contenuti. Ho trovato tante affermazioni condivisibili come ad esempio lo stacco tra quello che è la famiglia ideale cristiana unita dal sacramento del matrimonio e quella che è la realtà che è abitata da tante situazione cosiddette irregolari. Senza dubbio la Chiesa che è madre deve prendersi cura anche delle persone che vivono queste situazioni.

Sono d’accordo con lui quando afferma che serve un accompagnamento che non escluda nessuno, ma che sappia stare accanto a ogni storia. Sono d’accordo con lui quando afferma che servono degli sposi che siano dei testimoni e che sappiano mostrare la bellezza della scelta cristiana. Tutto vero e condivisibile. Il problema sorge in modo evidente quando l’autore prende in esame le coppie omosessuali. Qui a mio avviso si è lasciato prendere emotivamente forse pensando a situazioni concrete con cui è entrato in relazione. Avrà sicuramente ascoltato la sofferenza di persone reali. Si percepisce un desiderio di aiutare le persone e non di distruggere la morale. Volevo soffermarmi su un passaggio che ritengo particolarmente problematico. Il sacerdote scrive in sintesi che l’intimità tra persone dello stesso sesso non solo non è sempre peccato e un male, ma può addirittura essere unitiva quando vissuta all’interno di “un’alleanza sincera e generativa“. Quindi un maggior bene. Qui non ci siamo.

Mi sento in dovere di dissentire con rispetto. Non nego, come fanno alcuni, che possano esserci sentimenti e il desiderio di condividere la vita o parte di essa tra due persone dello stesso sesso. Sono convinto che molte persone che formano unioni civili abbiano un sincero desiderio di formare un sodalizio con la persona scelta. Tuttavia, la loro intimità non può esprimere questo desiderio di unità. Non può innalzare l’amore ma solo abbassarlo.

Il sesso nelle coppie omoaffettive non è mai un gesto autentico di unione, dove sta l’unione nella modalità con cui vivono il sesso? Il sesso diventa una modalità per usare l’altro e non per unirsi ad esso.

Per me è sbagliato parlare di amore omosessuale o eterosessuale ma esiste solo l’amore che va però espresso attraverso il corpo nella modalità specifica del tipo di amore.

Noi siamo cristiani. Abbiamo fede in un Dio incarnato, che si è fatto uomo. La nostra fede non dovrebbe sminuire il corpo. Il corpo è così importante tanto che nell’Eucarestia mangiamo il corpo di Cristo per essere sempre più uniti a Lui. Spesso però i nostri moralisti e teologi se ne dimenticano.

Quando pensano all’amore omoaffettivo si riferiscono quasi esclusivamente ad un amore spirituale e disincarnato. Cari pastori il corpo c’è ed è importante quanto lo spirito. Ciò che viviamo attraverso il corpo influenza tutta la persona. Forse dovreste dirlo. E non vale solo per il sesso tra due persone omoaffettive ma per tutti. Abbassa l’amore anche un amplesso prematrimoniale, abbassa l’amore l’uso degli anticoncezionali. Abbassa l’amore portare nell’intimità ciò che si impara nella pornografia. L’unico gesto sessuale che innalza l’amore è quello di una coppia di sposi che desidera donarsi attraverso il corpo quel tutto che è stato promesso il giorno delle nozze. Solo così l’intimità fisica non solo è buona ma diventa gesto liturgico e sacramentale. Poi non sempre si arriva a questo – ne siamo tutti consapevoli – ma non si può dire che vivere la sessualità diversamente sià un bene. Diventa sempre un compromesso. Una non pienezza. Non sapete quante persone ci contattano per la sofferenza personale e di coppia causata da una sessualità vissuta male. E spesso sono un uomo e una donna sposati sacramentalmente.

Vorrei concludere con le parole di Giorgio Ponte, scrittore cattolico di orientamento omoaffettivo:

Nella mia esperienza di uomo ferito (siamo tutti feriti non solo le persone omoaffettive ndr), io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore. Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un’esperienza vera di Gesù. Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. Perché solo Lui, mostra all’uomo, come essere Dio.

Credo che i nostri pastori debbano accompagnare, mettere in evidenza il bello che ci può essere anche nelle relazioni omoaffettive ma poi proporre un amore più grande che è l’amore casto. Che può esistere anche in una coppia omosessuale. Non proporlo equivale a non dare piena dignità a queste persone. Loro sono fatte per una vita piena e non per accontentarsi di un po’ di bene. Spero di essermi espresso in modo rispettoso della sensibilità di tutti ma ci tenevo ad esprimere il mio parere. Un caro saluto a don Simone che spero leggerà questo articolo.

Antonio e Luisa

Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore

Oggi entriamo nel vivo della prima missione specifica degli sposi, Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore (vedi introduzione del 20 marzo).

Nella prima pagina della Bibbia, si legge che Dio ha scelto come rivelarsi: uomo e donna, a immagine e somiglianza di Dio. Avrebbe potuto, per assurdo, creare solo uno dei due, ma sarebbe stato non somigliante alla Trinità: Padre, Figlio e la loro relazione d’amore che forma addirittura una terza persona, lo Spirito Santo.

Ecco, tutto si basa sulla relazione, che poi, alla fine, è il centro della nostra vita di sposi. Dio non ha voluto creare una creatura unica, ma una coppia che insieme, richiamasse le realtà intime di Dio e il Suo amore: è vero, la relazione con chi è diverso da noi è impegnativa, richiede uno sforzo continuo che non finirà mai, ma è anche estremamente gratificante e un modo per rimanere allenati nell’Amore.

Anche chi si sposa in comune o convive è stato creato a immagine e somiglianza, ma con il Sacramento del matrimonio, gli sposi ricevono lo Spirito Santo e quindi i suoi sette doni. Non c’è nient’altro altro al mondo di concreto che faccia vedere Dio come lo mostrano l’uomo e la donna, lo sposo e la sposa.

Quindi l’uomo da solo o la donna da sola non rappresentano l’intero volto di Dio: pertanto uomini e donne sono chiamati a collaborare, mettere insieme i rispettivi doni e caratteristiche per mostrare qualcosa di Dio e per dare la vita.

Anche i figli derivano dalla fusione di due corpi ed è interessantissimo che, indipendente dal sesso, ogni nuova creatura abbia un DNA nuovo, ereditato da entrambi i suoi genitori e non da uno soltanto. Ma l’aspetto sessuale è solo il culmine di un’unione che dovrebbe avvenire prima di tutto nei nostri cervelli; invece, in questa società distorta, si assiste a una guerra tra uomini e donne, ognuno dei quali vuole primeggiare e riuscire a fare tutto senza l’altro sesso. Esiste il ministero delle pari opportunità, perché quello che fa un uomo deve essere fatto anche da una donna e viceversa, riducendo così tutto a una contrapposizione. Uomini e donne sono diversi, non solo a livello genitale, ma in ogni cellula del corpo che è maschile o femminile. Ascoltavo l’altro giorno in radio di una ricerca fatta sui cervelli maschili e femminili che dimostra come la conformazione e la struttura siano diverse (indipendentemente dalla grandezza/peso tipici di ogni individuo): così, ad esempio, gli uomini hanno più sviluppata la zona dell’umorismo, mentre le donne quella delle emozioni. Come succede a sempre più persone, sarebbe solo un’illusione se io pensassi che non fossi maschio. Posso crederlo, fare operazioni chirurgiche, prendere ormoni, ma la realtà rimane questa e il mio bene null’altro è che identificarmi con ciò che racconta il mio corpo.

A volte siamo proprio noi genitori a creare danni, anche inconsapevolmente e a disturbare la corretta crescita e maturazione dell’identità sessuale nei giovani, già bombardati erroneamente dalla società: se a mia figlia dico “Vedi, tua mamma, come tutte le donne, non è capace di……”, pensate che faccia crescere in lei il desiderio di diventare donna? Direi proprio di no, pertanto cerchiamo di evitare etichette e luoghi comuni (“gli uomini sono tutti così”, “le donne sono tutte cosà”).

Io sono attratto dalle donne perché sono diverse da me: comprendo bene gli uomini, so come ragionano, so cosa pensano quando vedono una bella donna, so quali hobby li attirano e tutto il resto, ma sono affascinato da quello che non conosco.

Oltre all’aspetto fisico, che ovviamente ha la sua importanza, nelle donne a me piace la sensibilità, il modo di ragionare e di fare, il punto di vista, tutte cose che, per quanto mi sforzi, non posso raggiungere, perché sono fatto in un certo modo, è il mio limite di maschio.

Le caratteristiche di uomo e di donna sono diverse ed è proprio bello che sia così all’interno della famiglia: per citarne qualcuna, l’uomo rappresenta la forza e la fermezza, mentre – solitamente – la donna esprime la sensibilità e la dolcezza (non confondiamo le qualità con i ruoli, cioè ad esempio un uomo può stirare e una donna aggiustare l’auto, ma non c’entra niente).

Gli esempi più alti da seguire sono Giuseppe e Maria, e in particolare la Madonna intercede per noi, come fa una mamma quando il figlio deve chiedere qualcosa d’importante al padre e gli dice: “Non ti preoccupare, parlo io con il tuo babbo”.

Tornando all’immagine e somiglianza, gli sposi devono sapere che l’uomo e la donna che hanno sposato, sono amati da Dio immensamente, da sempre, anche se si comportano male o a un certo punto della vita, decidono di andarsene (con tutto il male che possiamo fare restiamo figli di Dio non diventiamo figli del diavolo). Questa missione non si ferma al coniuge, ma si rivolge a tutte le persone che incontriamo, perché immagine e somiglianza di Dio vuol dire vedere con lo sguardo di Dio qualunque persona, dal vicino di casa alla parrucchiera.

Naturalmente per fare questo dobbiamo essere prima di tutto veri uomini e vere donne, quindi curare l’aspetto fisico, i modi di fare, le scelte, l’originalità: non si tratta di apparire, ma di mostrare, anche con i vestiti, la bellezza che Dio ha visto in noi quando ci ha creato (mi curo non per fare colpo, ma per richiamare la bellezza di Dio Sposo).

Se uomini e donne si accordassero per unire insieme le rispettive sensibilità, vedremmo delle cose bellissime. Pensante ad esempio di dover costruire una nuova città, di affidarne il compito sia a uomini che donne e poi alla fine unire il progetto di entrambi: allora sì che sarebbe una città che tiene conto di tutti gli aspetti della vita e delle necessità di ognuno. Non è facile, ma è la missione degli sposi, creati diversi per rendere fecondo l’incontro che non è, lo ripeto, solo quello sessuale che riguarda il corpo, seppur molto importante: anche perché allora, noi separati fedeli, non facendo più l’amore con il coniuge, saremmo bloccati! Invece no, anzi, siamo chiamati ancor di più a interagire con il sesso a noi complementare e a ribadire che, qualunque cavolata uno faccia, rimane a immagine e somiglianza di Dio.

Ecco i prossimi quattro articoli sulla missione degli sposi:

Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (17 aprile)

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)