Le brave persone che diventano fredde nel matrimonio

Ci sono matrimoni che non finiscono con un tradimento. Non finiscono con una fuga. Non finiscono con grandi litigi o con piatti che volano. Da fuori sembrano persino matrimoni belli. Coppie serie. Persone corrette. Persone di fede. Persone che fanno il proprio dovere. Eppure, lentamente, qualcosa muore lo stesso. Muore il calore. Muore la leggerezza. Muore la gioia di sentirsi accolti. Rimane la struttura della coppia, ma non il respiro dell’amore. Ed è terribile perché spesso nessuno se ne accorge. Nemmeno loro.

Ci sono mogli che da anni non fanno altro che correggere il marito. “Te lo dico per il tuo bene.” “Dovresti essere più presente.” “Dovresti pregare di più.” “Dovresti impegnarti di più con i figli.” E magari quelle cose sono anche vere. Ma il problema è il modo. Il problema è che l’altro non si sente più amato. Si sente costantemente valutato. Come uno studente sotto esame. Come qualcuno che non raggiunge mai davvero il livello richiesto.

Oppure ci sono mariti che diventano emotivamente duri. Non urlano. Non insultano. Ma hanno sempre quell’atteggiamento distante, controllato, moralmente superiore. Uomini che magari lavorano tanto, non tradiscono, fanno il loro dovere, ma non accarezzano più il cuore della moglie. Non la guardano più con tenerezza. La osservano solo attraverso ciò che manca. Attraverso gli errori. Attraverso ciò che “dovrebbe essere”. Ed è qui che bisogna avere il coraggio di dirlo: alcuni matrimoni non muoiono per il peccato. Muoiono per la durezza.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica attraverso lo stato dell’Io chiamato Genitore Critico. È quella parte di noi che giudica, corregge, pretende, controlla, stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato. In sé non è negativa. Anzi, serve. Perché senza limiti e senza responsabilità una relazione si distruggerebbe. Ma il problema nasce quando questo stato dell’Io invade tutto. Quando una persona non riesce più ad entrare nella relazione con tenerezza, ma solo con controllo. A quel punto il coniuge non viene più incontrato. Viene misurato.

E nelle coppie credenti questa dinamica può diventare persino più pericolosa, perché il Genitore Critico può spiritualizzarsi. Si usa la fede per controllare. Si usa Dio per giudicare. Si usa il Vangelo per correggere continuamente l’altro. Persone che parlano sempre di sacrificio ma che non sanno più sorridere. Persone che difendono la verità ma dimenticano la misericordia. Persone convinte di essere spiritualmente mature, mentre magari stanno solo diventando emotivamente rigide.

E la cosa più triste è che spesso dietro questa rigidità c’è anche tanta sofferenza. Perché molte persone così non sono cattive. Sono ferite. Sono uomini e donne cresciuti sentendosi amati solo quando erano bravi. Bambini che hanno imparato che sbagliare significa perdere valore. Che bisogna meritarsi l’amore. Che bisogna essere perfetti per essere accolti. E allora diventano adulti incapaci di rilassarsi dentro una relazione. Devono controllare tutto. Devono correggere tutto. Devono sentirsi “quelli giusti”, perché sotto sotto hanno un terrore enorme: sentirsi sbagliati.

Così anche il matrimonio diventa un luogo di prestazione. E qui succede una dinamica relazionale molto profonda che l’Analisi Transazionale spiega benissimo: quando un coniuge entra continuamente nel Genitore Critico, spesso l’altro finisce nel Bambino Adattato. Cioè smette di essere spontaneo. Comincia a camminare sulle uova. Cerca continuamente di non sbagliare. Dice meno cose. Nasconde parti di sé. Evita conflitti. Si adegua. Fa il bravo. Ma dentro, lentamente, accumula frustrazione. Perché nessun essere umano riesce a vivere a lungo sentendosi costantemente giudicato.

E allora accade qualcosa di molto umano e molto doloroso: la parte ribelle, prima o poi, cerca una via d’uscita. Magari non apertamente. Magari nel nascondimento. Ci sono persone che iniziano a rifugiarsi in piccoli vizi segreti. Ore passate chiusi nel telefono. Pornografia. Chat nascoste. Dipendenze emotive. Shopping compulsivo. Gioco. Bugie apparentemente piccole. Oppure semplicemente iniziano a vivere una doppia vita interiore: fuori impeccabili, dentro pieni di rabbia, evasione e tristezza. Perché il Bambino Adattato, quando non riesce più a respirare, lascia emergere il Bambino Ribelle.

E spesso chi sta nel Genitore Critico non capisce nemmeno perché l’altro stia cambiando così tanto. “Con tutto quello che faccio per lui.” “Con tutto quello che faccio per lei.” Ma il punto è che nessuno può vivere soltanto sotto pressione morale senza cercare, in qualche modo, un luogo dove sentirsi libero. Questo non giustifica il peccato. Ma aiuta a capire tante dinamiche che altrimenti sembrano inspiegabili. A volte dietro certi comportamenti sbagliati non c’è soltanto cattiveria. C’è un cuore che da anni non si sente accolto. Non si sente guardato con dolcezza. Non si sente libero di essere fragile senza paura di essere umiliato.

E qui il Vangelo ci colpisce in modo potentissimo con la figura del fratello maggiore nella parabola del figlio prodigo. Lui è il bravo figlio. Quello rimasto sempre a casa. Quello obbediente. Quello corretto. Eppure è proprio lui quello più lontano dal cuore del padre. Quando vede il fratello accolto non riesce a gioire. Non riesce ad amare. Riesce solo a fare conti. “Io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito.” È impressionante: parla da servo, non da figlio. Parla come qualcuno che ha trasformato la relazione in una prestazione.

E quanti matrimoni vivono così. “Con tutto quello che faccio per te.” “Dopo tutti i sacrifici che faccio.” “Possibile che devo sempre capire io?” “Possibile che tu non cambi mai?” Frasi che magari nascono da una fatica reale, ma che poco alla volta costruiscono una relazione senza respiro. Perché nessuno riesce a fiorire davvero sotto uno sguardo che giudica continuamente.

Gesù questo lo aveva capito perfettamente. Infatti era durissimo con i farisei. Non perché amassero troppo la legge, ma perché avevano dimenticato l’uomo. Avevano dimenticato il cuore. Erano diventati incapaci di guardare la fragilità con compassione. E il rischio è che anche noi, nel matrimonio, iniziamo ad amare più l’idea della coppia perfetta che la persona reale che abbiamo davanti. Ma il sacramento non è il premio per i perfetti. È il luogo dove due fragili imparano ad amarsi come Dio li ama.

E Dio non ama umiliando. Non ama facendo sentire costantemente in difetto. Dio corregge, sì, ma sempre custodendo la dignità della persona. Sempre lasciando aperta la porta dell’abbraccio. Forse molti matrimoni avrebbero bisogno proprio di questo: meno controllo e più carezze. Meno sentenze e più ascolto. Meno “te l’avevo detto” e più “sono qui”. Perché ci sono persone che non tradiscono mai il coniuge nel corpo, ma tradiscono ogni giorno il suo cuore attraverso la freddezza, il giudizio e la superiorità morale.

E allora forse la vera domanda spirituale da farsi non è soltanto: “Sto facendo la cosa giusta?”. Ma anche: “La persona che amo, accanto a me, si sente amata davvero? Oppure si sente continuamente sbagliata?” Perché una coppia non resta viva quando tutto è perfetto. Resta viva quando, dentro l’imperfezione, continua a circolare misericordia.

Antonio e Luisa

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