Solo l’amore (trinitario) resta

Cari sposi, da qualche settimana stiamo procedendo di solennità in solennità (ma non è ancora finita). La festa di Pentecoste è stata la naturale conclusione del tempo pasquale perché Gesù ci ha promesso che non avrebbe lasciati orfani e una volta che Egli ci ha inviato lo Spirito è stato ancor più chiaro alla Chiesa che Dio non è un solitario bensì una Comunione di Persone. Tuttavia, si è trattato di un passaggio non scontato per via del profondo radicamento dei primi cristiani nell’ebraismo, il quale è rigorosamente monoteista. Dopo secoli di preghiera e riflessione teologica il Concilio di Costantinopoli (381) proclamò solennemente la divinità dello Spirito Santo e così divenne chiaro che il nostro Dio è Uno nell’Amore e proprio per questo sussiste in Tre Persone che se lo comunicano vicendevolmente.

La Chiesa poi si è resa conto che la Trinità non è una verità astratta ma noi, povere creature, ne siamo partecipi in qualche modo, e non per intima presunzione ma perché è Dio stesso a volerlo. Prendiamo per esempio la prima lettura: vediamo Mosé intento a chiedere a Dio di camminare con il suo popolo ma in Cristo e nello Spirito operanti nei sacramenti, Dio è dentro di noi, non solo con noi.

Oggi più che mai la liturgia si tinge di nuziale perché l’analogia tra la Trinità e la coppia è oramai un punto fermo nel Magistero e questo grazie soprattutto all’insegnamento di San Giovanni Paolo II. È proprio lui a scrivere: “Dio, che si lascia conoscere dagli uomini per mezzo di Cristo, è unità nella Trinità: è unità nella comunione. In tal modo è gettata una nuova luce anche su quella somiglianza ed immagine di Dio nell’uomo, di cui parla il Libro della Genesi. Il fatto che l’uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l’uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris dignitatem, 7).

Il volto paterno e materno di Dio brilla sulla coppia per la grazia del matrimonio, che vuole così portare a pienezza l’amore umano, liberandolo dai lacci dell’egoismo e dagli inganni mondani. Chiaramente questo costituisce un punto di partenza e mai di arrivo, gli sposi hanno infatti tutta la vita per lanciarsi in questo cammino di crescita e ad ogni tappa di vita corrisponde una sfida particolare.

Mi piace citare qui Papa Benedetto, anch’egli in linea di continuità con il pensiero di Giovanni Paolo II su questo punto, ed egli aggiunge un pizzico di realismo quando afferma che “la famiglia cristiana, nella misura in cui riesce a vivere l’amore come comunione e servizio, come dono reciproco e apertura verso tutti, riflette nel mondo lo splendore di Cristo e la bellezza della Trinità divina” (1° dicembre 2011).

Appunto dice “riesce”, ben consapevole che non è mai scontato, che i nostri difetti e peccati sono sempre in agguato per farci vivere da single pur se sposati. Ma l’essere trinitari rimane sempre un dono ricevuto che ogni coppia è chiamata a riappropriarsi consapevolmente e mai una volta per tutte.

Mi piace concludere con questo pensiero: l’impronta trinitaria che ogni coppia porta in sé è la miglior garanzia di riuscita nell’amore. Dire Trinità, infatti, significa affermare simultaneamente unità e distinzione. Così, una coppia non perde un briciolo di autenticità nella misura in cui guarda al Padre e al Figlio che si amano nello Spirito perché solo la Trinità è la radice ultima e la massima garanzia che ci si può (e ci si deve) amare rispettando l’unicità di ognuno, non cancellando l’altro, non prevaricando su di lui, non volendolo cambiare. Al contrario, solo quando si riesce a donarsi al coniuge in modo sincero, libero e pieno, allora si tocca con mano la comunione, l’unità dei cuori e dello spirito. Allora, si comprende che la Trinità è veramente il modello relazionale sommo a cui gli sposi cristiani sono invitati a guardare e invocare affinché il loro amore divenga ciò che è destinato ade essere: un dono puro e totale.

Antonio e Luisa

Nel matrimonio cristiano capita spesso di sentirsi inadeguati. Ci guardiamo dentro e vediamo limiti, stanchezze, fragilità, egoismi che ritornano. E allora ci domandiamo: “Come possiamo noi essere immagine della Trinità? Come può il nostro amore raccontare qualcosa di Dio?”. In realtà è proprio qui che inizia il Vangelo. Dio non sceglie coppie perfette per manifestarsi. Sceglie uomini e donne veri, feriti, incompleti, che però continuano a dire ogni giorno: “Io resto. Io ci provo. Io ti accolgo ancora”. La potenza di Dio non si vede nell’assenza della fragilità, ma nella capacità dell’amore di attraversarla senza smettere di donarsi. Anche San Paolo lo aveva compreso: è nella debolezza che si manifesta la forza di Cristo. Forse il vostro matrimonio non sarà impeccabile. Ma può diventare santo proprio perché dentro le ferite continua a passare misericordia, perdono, tenerezza e fedeltà. Ed è lì che Dio abita davvero.

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