L’amore cristiano non giustifica la debolezza, ma la redime

Negli ultimi documenti della Chiesa italiana l’accoglienza delle persone LGBT è stata indicata come una priorità pastorale. In particolare, il documento finale dell’Assemblea Sinodale italiana ha sottolineato che “Accoglienza è la parola chiave del documento, verso le persone Lgbtq […] con l’invito a parrocchie e diocesi a non discriminarle”, impegnando le comunità ecclesiali a riconoscere e accompagnare le persone omosessuali e transgender e le loro famiglie. Questo segna un passo importante verso una Chiesa più aperta e misericordiosa.

Tuttavia, come credenti sappiamo che l’accoglienza da sola non basta: occorre anche accompagnare ogni persona verso la pienezza della verità del Vangelo. L’amore autentico, infatti, non si limita a un generico “venite come siete”, ma invita ciascuno a diventare ciò per cui è stato creato, secondo il disegno amorevole di Dio.

Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza. Si eviterà, nei loro confronti, ogni marchio di ingiusta discriminazione»(CCC 2358).

Ma l’accoglienza evangelica proprio perché è vera e non superficiale, si unisce sempre alla chiamata alla santità. Per questo il Catechismo prosegue affermando che le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Mediante le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, talvolta mediante il sostegno di un’amicizia disinteressata, della preghiera e della grazia sacramentale, possono e devono gradualmente e risolutamente avvicinarsi alla perfezione cristiana (CCC 2359).

Alla luce di queste parole, l’accoglienza non significa relativizzare la verità sull’amore umano, ma aiutare ogni persona — qualunque sia la sua storia — a scoprire che la via della felicità passa sempre per la libertà del cuore, la castità e la comunione con Dio. Solo così la Chiesa può essere realmente madre: capace di abbracciare senza giudicare, ma anche di educare senza temere la verità, indicando a tutti la bellezza del Vangelo dell’amore.

Essere cristiani significa riconoscersi figli di un Re, amati e chiamati a una vocazione alta: la santità. Ogni persona – anche chi vive attrazioni omoaffettive o situazioni difficili – conserva un valore inalienabile. Ma proprio per questo non possiamo accontentarci di una tolleranza superficiale. Chi ama davvero non si limita ad accogliere, ma desidera il bene dell’altro, lo guida, lo educa, come un padre che accoglie sempre ma non smette di correggere.

Viviamo in un tempo in cui molti credono che non esista una legge naturale, che ognuno debba “trovare la propria verità”. È il relativismo, che confonde libertà e arbitrio e riduce l’amore a un sentimento passeggero. Ma la verità cristiana ci dice che la legge morale non è un peso, bensì il “libretto di istruzioni” del cuore umano. Essa ci indica come diventare pienamente uomini e donne, in sintonia con il progetto di Dio (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 13).

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, chiama questo progetto “il bell’amore”: un amore vero, bello e pieno, che riflette la bellezza stessa di Dio. È l’amore che unisce corpo e spirito, verità e libertà, eros e agape, riconciliandoli nel dono reciproco. Il “bell’amore” non è un’emozione effimera, ma un cammino di purificazione e di grazia in cui l’uomo e la donna imparano a donarsi senza possedersi, ad accogliersi senza ridursi a oggetto di desiderio.

In questo senso, il “bell’amore” è l’antidoto al relativismo: mostra che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel volere ciò che conduce al vero bene. È un amore casto nel senso più pieno del termine — non negazione del corpo, ma educazione del cuore — capace di integrare la forza del desiderio con la verità del dono.

Solo in questa prospettiva l’uomo e la donna possono ritrovare la propria identità profonda, riscoprendo nel corpo il linguaggio della comunione e non dell’uso, della fedeltà e non del consumo. Il “bell’amore” diventa così la via concreta per vivere la legge morale non come un limite, ma come la strada che conduce alla gioia piena: quella di essere, finalmente, ciò per cui siamo stati creati — immagine viva dell’Amore di Dio.

L’amore sponsale: tutto il cuore, tutta l’anima, tutto il corpo

Il matrimonio, segno dell’amore di Dio, è caratterizzato dal “tutto”: tutta l’anima, tutto il cuore e tutto il corpo. Per questo è indissolubile ed esclusivo. Nell’incontro tra un uomo e una donna, nella loro differenza sessuata, l’amore diventa generativo. L’unione dei corpi, nell’amplesso vissuto in un legame sacramentale, è espressione di una comunione totale: l’amore diventa fecondo, apre alla vita, rende visibile l’immagine del Creatore che dona se stesso.

Questa è la ragione per cui la Scrittura dice che Dio creò l’uomo – l’essere umano – come Ish e Isha, maschio e femmina. La differenza sessuale non è un ostacolo, ma la condizione della comunione. L’intimità fisica tra sposi uniti nel sacramento è linguaggio d’amore, segno del dono totale di sé. Il corpo, in questa prospettiva, non è accessorio né indifferente: è luogo teologico, tempio in cui Dio si rivela e unisce.

Per questo motivo, non può esistere una piena comunione sponsale tra due persone dello stesso sesso. Non si tratta di giudicare i sentimenti – che possono essere sinceri, profondi, persino generosi – ma di riconoscere che manca l’unità nel corpo che è propria dell’amore sponsale. Il sesso, in tali relazioni, non può esprimere l’unione dei complementari, ma diventa inevitabilmente un gesto che usa l’altro, senza poterlo accogliere nella sua differenza generativa.

Accoglienza sì, ma nella verità che salva

Non si nega che tra persone omoaffettive possa esistere affetto, compagnia, solidarietà. Ma questo non equivale al matrimonio e alla famiglia. Il Magistero ricorda che la vera misericordia non è benedire tutto indistintamente, ma illuminare con chiarezza cosa l’amore richiede per essere davvero tale. Non esiste “amore omosessuale” o “eterosessuale”: esiste l’amore, che però si esprime secondo la verità del corpo. E noi, che crediamo in un Dio incarnato, sappiamo che il corpo è parte essenziale della nostra fede.

San Giovanni Paolo II, nella Veritatis Splendor (n. 104), ammonisce che mentre è umano che l’uomo, avendo peccato, riconosca la sua debolezza e chieda misericordia per la propria colpa, è invece inaccettabile l’atteggiamento di chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul bene, in modo da potersi sentire giustificato da solo, anche senza bisogno di ricorrere a Dio e alla sua misericordia». Questo atteggiamento, prosegue il Papa, «corrompe la moralità dell’intera società, perché insegna a dubitare dell’oggettività della legge morale e a rifiutare l’assolutezza dei divieti morali, confondendo tutti i giudizi di valore.

Alla luce di queste parole, comprendiamo che la misericordia non può mai essere separata dalla verità. L’amore cristiano non giustifica la debolezza, ma la redime; non chiude gli occhi davanti al peccato, ma lo illumina con la grazia. La Chiesa accoglie ogni persona con rispetto e compassione, ma allo stesso tempo richiama ciascuno alla conversione, perché solo nella verità del corpo e del dono reciproco l’amore trova la sua forma piena e liberante.

Essere misericordiosi non significa cambiare la verità per adattarla alla fragilità umana, ma offrire alla fragilità la possibilità di essere guarita dalla verità. Solo così la misericordia conserva la sua forza salvifica e l’amore resta ciò che è: il riflesso dell’Amore di Dio, che non si limita a comprendere, ma trasforma.

Troppo spesso la teologia moderna tende a spiritualizzare l’amore, dimenticando la dimensione corporea. Ma Dio ci ha salvati attraverso un corpo, quello di Cristo. Nell’Eucaristia mangiamo il suo corpo per essere una cosa sola con Lui. Il corpo, quindi, è via di comunione e di redenzione. Per questo il sesto comandamento non è un residuo moralistico: è il grande dimenticato di oggi, eppure è una delle chiavi per comprendere l’unità dell’amore umano. Restano nove comandamenti quando togliamo quello che riguarda la purezza del cuore.

Gesù, nel Vangelo, mostra come si possa coniugare verità e misericordia. Di fronte all’adultera, non la condanna ma neppure la giustifica: “Va’ e non peccare più”. In quelle parole si uniscono compassione e chiarezza. Gesù ama la donna, la guarda con tenerezza, ma le indica la via per ritrovare la dignità perduta. È questo lo sguardo che la Chiesa deve avere verso tutti: dire “ti amo” ma anche “sei fatto per di più”.

La castità: cammino di libertà per tutti

La Chiesa non può smettere di parlare di castità, né limitarla a chi vive attrazioni omosessuali. La castità riguarda tutti: eterosessuali e omosessuali, fidanzati e sposati, consacrati e laici. È la via attraverso cui impariamo a liberare l’amore dal possesso, dal bisogno, dall’egoismo. E non serve puntare sulla paura dell’inferno o del peccato mortale: il peccato lo si paga già su questa terra, perché ogni volta che non viviamo secondo la verità del nostro essere, sperimentiamo una forma di smarrimento e di tristezza interiore.

Come ricorda la Congregazione per la Dottrina della Fede nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (n. 13), le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di ricevere la grazia del Signore, in esso così generosamente offerta, per potersi convertire più pienamente alla sua sequela.

Queste parole esprimono con chiarezza che la castità non è una rinuncia sterile, ma un cammino di libertà e di crescita spirituale. È la scuola del “bell’amore”, come direbbe san Giovanni Paolo II, in cui il cuore umano si purifica per imparare a donarsi in modo vero. Ogni cristiano, qualunque sia la sua condizione, è chiamato a percorrere questa via, lasciandosi trasformare dalla grazia.

In un tempo in cui la cultura confonde spesso libertà e desiderio, la castità rimane la forma più alta di amore perché insegna a integrare la dimensione affettiva e corporea nell’orizzonte del dono. Essa non nega la corporeità, ma la orienta, la redime e la trasfigura. È il linguaggio della libertà del cuore, capace di amare senza possedere e di accogliere senza usare.

Solo così l’uomo e la donna — e ogni persona, qualunque sia la propria storia — possono scoprire la gioia di un amore che non consuma, ma costruisce; un amore che non illude, ma salva.

Peccare, in fondo, significa “mancare il bersaglio”, vivere al di sotto della propria verità. Significa accontentarsi di un’esistenza non piena, incapace di amare fino in fondo. È una forma di tristezza spirituale che ci ruba la libertà e ci lascia più soli. Tutti, in qualche misura, siamo feriti e cerchiamo di amare con un cuore che non è ancora del tutto guarito. La castità, in questa prospettiva, è un cammino di guarigione e di verità, una scuola di libertà interiore che purifica il desiderio e lo apre all’amore autentico.

Come ricorda Giorgio Ponte, scrittore cattolico omoaffettivo, le volte in cui ha vissuto una castità piena sono state quelle in cui si è sentito più felice. Non perché non faceva sesso, ma perché non ne aveva bisogno per essere felice. Quando l’amore si libera dal bisogno di possedere, diventa capace di donarsi. Solo Cristo può insegnare ad amare così, perché solo Lui mostra all’uomo come essere davvero se stesso.

L’amore è vero solo nella castità

Le relazioni omoaffettive possono certamente essere attraversate da forme sincere di filía e agápē — cioè di amicizia e di amore gratuito. Come scrive Benedetto XVI in Deus Caritas Est, “l’amore è una sola realtà, ma con diverse dimensioni”; tuttavia, perché sia pienamente umano, deve integrare eros, filía e agápē in un’unica unità armoniosa. L’eros, per sua natura, tende alla complementarità e alla fecondità che nascono dalla differenza sessuata: l’incontro tra maschile e femminile, segno visibile del Creatore stesso (Gen 1,27).

Quando l’eros è vissuto fuori da questa differenza, perde la sua apertura al dono e rischia di ripiegarsi su di sé. Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ricorda che “l’uomo si realizza solo nel dono sincero di sé”, ma il dono richiede un’accoglienza che solo l’altro, diverso da me, può offrire. Nelle relazioni omosessuali, il corpo dell’altro non rimanda al mistero della differenza, ma diventa specchio del proprio desiderio.

Per questo, pur potendo esserci affetto, tenerezza e reciproco sostegno, l’eros in tali relazioni non può diventare linguaggio del dono sponsale. Tuttavia, queste relazioni possono essere buone e portatrici di valori evangelici nella misura in cui scelgono la castità: quando si trasformano in un’amicizia profonda, in una comunione spirituale e affettiva vissuta nella continenza e nella carità. In quel caso, diventano un cammino di filía trasfigurata in agápē, segno reale di un amore che, pur non essendo sponsale, riflette comunque la luce di Cristo che unisce senza possedere e ama senza usare.

Una Chiesa che accompagna e trasforma

Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che benedice tutto, ma di una Chiesa che ama nella verità. Una Chiesa che accompagna senza giudicare, ma anche senza rinunciare al Vangelo. Accogliere non significa approvare ogni comportamento, ma credere nella possibilità di rinascita di ogni persona.

Perché la misericordia, senza verità, diventa inganno, e la verità, senza amore, diventa pietra che ferisce. Solo l’unione di entrambe può salvare. È questa la Chiesa che il mondo attende: una madre che accoglie, educa e rialza; una maestra che non smette di insegnare la via stretta della vita. Solo così, nella luce di Cristo, possiamo riscoprirci per ciò che siamo davvero: figli del Re, creati per amare con tutto il cuore, tutta l’anima e tutto il corpo.

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Mettimi come sigillo sul tuo cuore

Siamo arrivati agli ultimi versetti del Cantico dei Cantici, e come accade spesso nella Scrittura, è la donna a chiudere la storia. Non l’uomo, ma la donna. È lei la voce che resta, il canto che rimane sospeso nell’aria dopo che tutto sembra già detto. È lei a pronunciare l’ultima parola sull’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Già questo è un capovolgimento rispetto alla Genesi. Là era stata la donna ad aprire la storia del peccato, a dare inizio al disordine del mondo. Qui, invece, la donna apre la porta della redenzione, canta l’amore come Dio lo aveva pensato all’inizio, puro e libero, fedele e fecondo. Nel Cantico l’amore umano viene restituito alla sua bellezza originaria, quella che il peccato aveva oscurato ma che la grazia può far rinascere. È una prefigurazione dell’opera di Cristo, che attraverso il suo amore totale e fedele riconduce l’umanità alla comunione con Dio.

L’uomo, nei versetti precedenti, aveva già riconosciuto: Tu sei l’amore. È come se, dopo aver scoperto il mistero, cedesse la parola a lei. Perché solo chi ama davvero può dire cosa sia l’amore. E la donna, che per natura accoglie e custodisce la vita, sa parlarne con un linguaggio che nasce dal corpo e dal cuore insieme. È lei a pronunciare le parole più celebri e più vere: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio. (Ct 8,6)

Il sigillo è un’immagine fortissima. Nel mondo antico, il “sigillo” era il marchio impresso per indicare un’appartenenza. Serviva nei campi, per segnare gli animali di un gregge, ma anche nell’esercito, per indicare i soldati di un medesimo re. Chi portava quel segno, diceva con la sua vita: Io appartengo. Era un segno di identità, di fedeltà, di solidarietà.

Quando l’amata dice mettimi come sigillo, sta dicendo qualcosa di molto più profondo di un semplice “ti amo”. Sta chiedendo di entrare nell’intimità più profonda dell’altro: nel cuore, dove abitano i sentimenti e le scelte; e sul braccio, dove si manifestano le azioni. È come dire: Voglio essere presente nei tuoi pensieri e nelle tue opere, nel tuo mondo interiore e nel tuo agire quotidiano. Voglio che il tuo amore per me guidi il tuo cuore e le tue mani.

Nel linguaggio della coppia questo versetto tocca il nucleo più profondo della vocazione sponsale: diventare una sola carne (Gen 2,24). È la stessa dinamica che san Paolo esprimerà in termini spirituali: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20). L’amore umano, quando è vero, ha dentro di sé questa stessa logica: non sono più io che vivo solo per me, ma tu vivi in me e io in te. È l’amore come comunione, come dono reciproco, come vita condivisa.

Ogni coppia sperimenta quanto questo sia esigente. L’amore non si mantiene vivo da solo: ha bisogno di essere nutrito, custodito, rinnovato. E per farlo, è necessario un continuo movimento interiore di decentramento: uscire dal proprio ego per fare spazio all’altro. È il passaggio più difficile e più fecondo di ogni relazione. Quando ci sentiamo feriti, o non riconosciuti, la tentazione è quella di chiuderci, di difenderci. Ma l’amore maturo — quello di cui parla il Cantico — è un amore che non reagisce in base all’umore o all’istinto. È un amore che sceglie, che sa restare. E questa capacità di restare, di amare anche quando non si riceve immediatamente in cambio, è segno di una maturità affettiva e spirituale che solo la grazia può rendere stabile.

Nella prospettiva psicologica, l’immagine del sigillo ci parla anche di identità e sicurezza. Chi ama veramente non teme di “appartenere”. Solo chi ha un sé stabile, riconciliato, può donarsi senza paura di perdersi. Il sigillo non è un marchio di possesso che limita, ma un segno di fiducia che libera. L’amore che si fa alleanza non imprigiona, ma radica. È la differenza tra dipendenza e appartenenza: nella prima ci si perde, nella seconda ci si ritrova.

Il cuore e il braccio: due luoghi simbolici che racchiudono tutta la persona. Il cuore rappresenta l’interiorità, i sentimenti, la memoria, la coscienza. Il braccio rappresenta la forza, l’azione, la concretezza della vita quotidiana. Quando l’amata chiede di essere “sigillo” su entrambi, chiede di essere parte di tutto: del pensare e del fare, dell’amare e del lavorare, della preghiera e della fatica. È un’immagine totalizzante, ma non invadente: è la pienezza della comunione, dove l’altro non viene assorbito ma accolto.

“Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo.” (Ct 8,7)

L’amore autentico, quello che nasce da Dio, non è un sentimento passeggero. È un fuoco che brucia senza consumare, come quello del roveto ardente davanti a Mosè. È la presenza stessa di Dio dentro la relazione. Per questo l’amata può dire: mettimi come sigillo, perché l’amore vero diventa sacramento, segno visibile di una realtà invisibile. Nel matrimonio cristiano, questo versetto trova la sua pienezza: l’uomo e la donna diventano segno dell’amore di Cristo per la Chiesa (Ef 5,32). In questo senso, ogni gesto di tenerezza, ogni fedeltà quotidiana, ogni perdono diventa un frammento di eternità.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore significa anche: Ricordami quando non mi vedrai. Custodiscimi dentro di te, perché l’amore non è solo vicinanza fisica, ma memoria viva. È ciò che permette di restare uniti anche quando le prove della vita — il tempo, la malattia, la fatica — tentano di separare.

Alla fine del Cantico, l’amore umano non è più solo desiderio o eros, ma diventa agape: dono di sé, pienezza di relazione. È un amore fedele, indissolubile, fecondo. Non perché perfetto, ma perché redento. È l’amore che dice ogni giorno: Tu sei il mio sigillo, e io sono il tuo. Ecco il cuore del messaggio: l’amore, quando è vero, diventa sigillo di Dio impresso nella carne degli sposi. È il luogo dove la fragilità umana incontra la forza della grazia, dove la promessa non è solo un patto tra due, ma un’alleanza a tre: l’uomo, la donna e Dio.

Antonio e Luisa

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La santità in famiglia profuma di pane

Cosa è la santità? Può essere casa. Può essere profumo di pane, Questo è solo un racconto frutto di fantasia, ma sono sicuro che riconoscerete qualcosa che vi è familiare.

Marco si svegliò prima dell’alba. Nel silenzio della casa, la moka borbottava piano e il profumo del caffè si mescolava a quello del lievito: la sera prima, sua moglie Anna aveva preparato il pane, come faceva ogni sabato. Le piaceva impastare con le mani, diceva che il pane non viene bene se non ci si mette dentro un po’ di cuore.

Si avvicinò al forno e guardò quel pane che cresceva piano, come una vita che si forma lentamente. Quella mattina, però, Marco non riusciva a pregare. Aveva dormito male. La sera prima avevano litigato, per l’ennesima volta, per una sciocchezza diventata tempesta. Aveva detto parole che ora gli pesavano sul petto. Eppure, da fuori, la loro era una famiglia normale: lavoro, figli, parrocchia, qualche difficoltà come tutti. Solo che dentro di lui qualcosa si stava spegnendo.

Quando Anna scese in cucina, lui provò a sorridere, ma lo sguardo di lei restò freddo. «Il pane è pronto», disse semplicemente. Poi sedettero uno di fronte all’altra, in silenzio. Marco guardò le mani di sua moglie, stanche ma belle. Quelle mani avevano accarezzato i figli, preparato pasti, consolato, atteso. Eppure, quante volte le aveva giudicate “banali”, quante volte aveva pensato che la santità fosse altrove — nei monasteri, nei missionari, nei santi che avevano fatto cose grandi. Lui, invece, si sentiva piccolo, un uomo qualsiasi intrappolato nella routine.

“Non sono un santo”, si ripeteva spesso. Quella mattina, però, mentre Anna serviva il caffè, notò una cosa che non aveva mai visto: sul braccio, vicino al polso, c’era una piccola cicatrice. Si ricordò di quando lei si era bruciata sfornando una torta per il compleanno di uno dei bambini, anni prima. Era stata una ferita dolorosa, ma guarita in silenzio. Nessuno l’aveva vista. Nessuno, tranne Dio.

Fu in quel momento che gli venne in mente una frase ascoltata in un’omelia: “La santità non è fare cose straordinarie, ma vivere in modo straordinario le cose ordinarie.” Si chiese se forse non fosse proprio quella la chiave: non fuggire, ma restare; non brillare, ma amare.

Quel giorno, al lavoro, Marco ripensò a tutte le volte in cui aveva cercato di cambiare sua moglie, come se la santità del loro matrimonio dipendesse da lei e non dal suo cuore. Si accorse che, in fondo, la vera conversione che Dio gli chiedeva era un’altra: lasciare che fosse Lui a cambiare lui, non l’altro.

Il pomeriggio ricevette un messaggio da Anna: “Ti ho preparato la cena. Ci vediamo alle sette. Ti voglio bene.” Quelle parole lo spiazzarono. Non perché fossero romantiche — anzi, erano semplici — ma perché venivano da un cuore ferito che aveva deciso di donarsi per prima. Quando tornò a casa, trovò la tavola apparecchiata con cura. Il pane del mattino, dorato e fragrante, era sul tavolo. Anna sorrideva. «Hai voglia di spezzarlo tu?» gli disse.

Lui prese il coltello, tagliò piano e il profumo si sparse in tutta la stanza. Quel gesto gli sembrò improvvisamente sacro, come un piccolo altare domestico. Si guardarono negli occhi e, senza parole, si chiesero perdono. In quel momento Marco capì: la santità non è lontana, è lì, seduta di fronte a te. È nella pazienza con cui l’altro ti sopporta, nella decisione di non rispondere al male con il male, nel restare fedele anche quando costa. È nel ripartire ogni mattina, anche dopo un fallimento, dicendo: “Signore, oggi voglio ricominciare.”

Più tardi, mentre metteva a letto i bambini, pensò a tutte le immagini di santi che aveva visto in chiesa: San Francesco, Santa Teresa, Giovanni Paolo II. E poi pensò ad Anna, con le mani che odoravano di farina e la voce dolce anche quando era stanca. Non era una santa “da calendario”, ma la sua vita era un Vangelo vissuto. Allora comprese che la santità non è perfezione, ma dire sì ogni giorno al progetto di Dio. È un’opera a quattro mani: Dio opera, e tu non ti opponi. La santità è lasciare che Dio scriva nel caos della tua storia, senza strappargli la penna.

E capì anche che la santità non si raggiunge mai da soli. Anna, con la sua tenerezza silenziosa, era lo specchio attraverso cui Dio gli insegnava ad amare. Lei lo santificava — non con grandi discorsi, ma con la fedeltà delle piccole cose, con quella pazienza che sembrava debole e invece era forza.

Quella sera, prima di dormire, Marco tornò in cucina. Sul tavolo c’era ancora un pezzo di pane. Lo spezzò in due, ne assaggiò un morso e sorrise. Aveva il sapore della vita vera: dolce e amaro insieme, come ogni cammino d’amore. Poi chiuse gli occhi e sussurrò:

“Signore, rendimi santo qui, dove mi hai messo.
Nelle mie imperfezioni, nelle mie fatiche, nel mio matrimonio.
Fa’ che anch’io sappia donarmi, come fai Tu.”

Fu la preghiera più semplice, ma anche la più vera della sua vita. E forse, proprio quella notte, un nuovo santo cominciò a nascere — non in un monastero lontano, ma in una cucina qualunque, davanti a un pezzo di pane spezzato.

Antonio e Luisa

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Meglio un passo indietro con l’altro che 100 avanti senza

Beati siete voi, sposi pellegrini, se scoprite che fare un passo indietro per stare con il coniuge e con i figli vale più che farne cento in avanti senza servire prima chi sta accanto

Questa beatitudine, che nasce dal proseguire il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione in questo anno giubilare, forse potrebbe sembrare un controsenso. Ma cerchiamo di spiegarci meglio. 

Sappiamo bene che nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1534 si legge: il Matrimonio (così come l’Ordine) sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Ma chi è il primo “altro”, se non colui/colei che sta nella nostra casa? Il nostro coniuge, i nostri figli, sono le prime persone che ci danno la possibilità di salvarci, di santificarci, nella misura in cui ci “offriamo” quotidianamente a vicenda. Se ci pensate bene, questo è il mistero della Chiesa in cui le diversità servono le vite preziose di ciascuno e ciascuna, mai sacrificabili, ma destinate sempre a fiorire.

Ecco che, solo dopo la fioritura di ciascun membro della famiglia, potremo servire anche chi sta al di fuori, nel nostro palazzo, nel nostro quartiere, nella nostra comunità. Ma attenzione: che cosa vuol dire “servire” per gli sposi cristiani?

Innanzitutto ci teniamo a precisare che, nella Bibbia, la parola «servo» non indica colui che è sottomesso al suo padrone ma si riferisce a quella chiamata divina a servire con umiltà e dedizione, sia Dio che gli altri.

In modo specifico, il servizio degli sposi cristiani scaturisce dall’essere costituiti (mediante il Sacramento) segno dell’amore di Cristo. Questo è il loro primo servizio, che non si “esercita” solo mediante la pastorale o i vari servizi in parrocchia ma ovunque ci si trovi. Auguriamo ad ogni coppia che chi vi incontra possa dire, riprendendo le parole del profeta Isaia 52,7:

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio.

Che possiate essere voi sposi portatori di pace, gioia e speranza, mostrando a tutti la bellezza dello Sposo Gesù.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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La Crisi della Natalità: Riflessioni su Vita e Amore

Per l’articolo di oggi prendo spunto da una frase detta dal mio parroco durante una recente omelia, in cui commentava il numero bassissimo di battesimi celebrati quest’anno in parrocchia. Con tono ironico ma amaro, ha detto: Di nuovi nati se ne vedono pochi, ma in giro è pieno di cani e gatti.

Effettivamente, se si guardano i dati, siamo al minimo storico come numero medio di figli per donna. Mai così pochi, nemmeno durante la prima e la seconda guerra mondiale, quando la vita era incerta, la fame diffusa e il futuro fragile….eppure, allora si generava più vita. Non voglio fare qui un elenco di tutte le cause — economiche, culturali, psicologiche e spirituali — ma condividere con voi alcune riflessioni da uomo, da marito e da padre.

Il giorno del nostro matrimonio è stato il più bello della mia vita fino a quando non sono nate le nostre figlie. In particolare, il momento in cui, per primo, ho preso in collo la nostra primogenita, appena venuta al mondo: non esistono parole per descrivere quella sensazione di tenere tra le braccia un’anima nuova, affidata da Dio.

Chi non ha potuto avere figli o ha difficoltà ad averne, sa meglio di chiunque altro quanto sia grande questo dono; trasmettere la vita è partecipare al mistero stesso di Dio Creatore. Quando guardo le figlie, mi piace pensare che anche quando non ci sarò più, una parte di me continuerà a vivere: non solo biologicamente, ma nei loro gesti, nelle loro scelte e nella loro fede, se saprò trasmetterla. Se avessi potuto, avrei voluto una famiglia numerosa. I figli costano, è vero, e impegnano tanto, ma niente nella vita dà più gioia. Oggi che sono cresciute, spesso mi fermo a guardarle e mi domando: Cosa staranno sognando? Quali desideri coltivano nel cuore?

Io amo i bambini, mi piace stare in mezzo a loro, ascoltarli, riflettere sul loro potenziale e futuro, parlargli di Gesù che sentono così vicino perché in qualche modo provengono da Lui e a Lui ritorneranno. Ma com’è possibile che oggi, in uno stato con tanti difetti, ma dove, alla fine, siamo liberi e stiamo bene, si scelga sempre più spesso di non generare vita?

Credo che dietro questa crisi di natalità ci sia molto di più di motivi economici o sociali: c’è un vuoto spirituale profondo, una solitudine esistenziale che cresce nel cuore delle persone. Abbiamo smesso di investire in Dio, e quando l’uomo smette di farlo, deve riempire quel vuoto in qualche modo. C’è chi cerca rifugio nel lavoro o nella carriera, chi negli animali, chi nell’alcool, nella droga, nel sesso o nei social network, tutte strade surrogate dell’amore vero, che anestetizzano la mancanza, ma non la guariscono. Quanti oggi vivono soli perché hanno paura di legarsi, di fidarsi, di soffrire!

E allora si creano rapporti “a rischio zero”, dove l’altro non chiede nulla, non delude, non ti costringe a donarti: è il rapporto con l’animale, con l’oggetto, con lo schermo; ma così facendo, l’uomo si disumanizza, perché l’amore, quello vero, implica sempre libertà, fatica e responsabilità. Nulla contro cagnolini o gattini, se si prendono vanno curati e anche amati, ma un figlio è un’altra cosa.

Poi mi chiedo: come mai, durante le guerre mondiali, quando si viveva nella paura, si facevano il doppio dei figli di oggi? Credo che la risposta si possa riassumere in una frase semplice ma essenziale: La risposta al male e alla morte è sempre la vita e l’amore. I nostri nonni, pur in mezzo alle rovine, avevano capito che l’unico modo per vincere la disperazione era generare speranza, mettere al mondo un figlio, continuare la vita. Oggi invece sembra che abbiamo smarrito questa consapevolezza.

Si mettono davanti gli studi, la carriera, la stabilità economica, la casa, i viaggi, la palestra, il cane; e così l’età media delle neomamme si alza, oggi è attorno ai 32 anni, quando spesso la fertilità inizia già a diminuire. La missione della donna è generare, trasmettere, custodire la vita. e questo può avvenire sia con una gravidanza che senza, ma alla fine la strada è questa: tuttavia questo avviene sempre meno; poi, come dice la mia amica Stefania queste donne non ascoltano il proprio corpo che le parla?

Non voglio essere frainteso: amo gli animali, fanno parte del creato e bisogna averne cura: se trovo un ragnetto in casa, cerco di portarlo fuori senza ucciderlo. Ma, e qui qualcuno magari si scandalizzerà, tutti gli animali del mondo insieme non valgono un solo essere umano. L’uomo è l’unico creato a immagine e somiglianza di Dio, l’unico ad avere un’anima immortale, creata da Dio prima delle stelle, che si unisce al corpo al momento del concepimento: in quell’istante, nasce la vita, un atto sacro, misterioso, irripetibile.

Oggi invece assistiamo a un fenomeno che fa riflettere: tante coppie scelgono di non avere figli, ma si riempiono la vita di animali trattati come bambini, cani vestiti con maglioncini, passeggini per gatti, compleanni con torte personalizzate e molto altro. Un mio amico ha un cane che porta perfino dal dietologo: poco tempo fa gli era stato prescritto un coniglio intero ogni due giorni, e lui tornava a casa per cucinarlo a pranzo. Davvero siamo arrivati a questo punto, quando ci sono tanti bambini che muoiono di fame e di sete? Dopo mi dicono che non si fanno figli per motivi economici, quando per gli animali se ne spendono di più!

Alcuni arrivano perfino a dire: “Gli animali non ti tradiscono, gli uomini sì”. Ma questa è una semplificazione; è vero che un cane non ti mente, ma non ti ama nemmeno con libertà: l’amore umano è l’unico capace di scelta, di sacrificio, di fedeltà. Di libero arbitrio. Un cavallo può morderti per gelosia, il figlio di un mio amico ne porta ancora una cicatrice sulla spalla perché lo cavalcava meno di un altro, ma un uomo o una donna possono perdonare, rialzarsi, ricominciare e in questo, siamo infinitamente più grandi degli animali.

Il rischio è che, rifiutando la fatica delle relazioni vere, ci rifugiamo in surrogati che non feriscono, ma neppure salvano. E così, a poco a poco, l’umanità si spegne, perché senza figli, senza amore, senza rischiare l’incontro con l’altro, diventiamo isole. Quando una parrocchia resta senza battesimi, non è solo segno di crisi demografica, ma segno di una crisi spirituale: abbiamo smesso di credere che la vita valga la pena, che Dio ne sia l’autore e il custode.

Forse, dobbiamo tornare a stupirci di fronte alla vita, come fa un bambino quando vede un fiore o una stella. Dobbiamo riscoprire che ogni figlio è una benedizione, non un peso; un mistero, non un calcolo; una donazione, non un ostacolo. Generare un figlio è un atto di fede e battezzarlo è il segno più alto di fiducia in Dio. Chi sceglie la vita, anche in un mondo che la rifiuta, diventa davvero profeta di speranza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Nel sacramento del noi: tutto è condiviso

Ultimamente riflettevo su quanto ciò che faccio singolarmente abbia un effetto anche sul mio sposo. Una carne sola, in fondo, vuol dire anche questo: che tutto ciò che faccio “io” ricade sul “noi”. Proprio come quando, che so, ti sloghi una caviglia o ti rompi un braccio: il problema non riguarda solo la caviglia o il braccio, ma tutta la tua persona, che improvvisamente si trova in sofferenza e deve ricalibrare la sua vita intorno a quell’infortunio.

Non puoi dire: “Caviglia, è un problema tuo” o “Braccio, cavatela da solo!”, ma quell’intoppo ti costringe a fermare tutto il tuo corpo, per intero. Ecco, in egual modo, se crediamo che davvero la Chiesa abbia ragione e il Sacramento del Matrimonio unisca gli sposi in una caro (l’ho imparato anche in latino, è tempo di usarlo!), allora su questo “noi” ricadono le conseguenze, belle e brutte, di ogni nostra (anche singola) azione. Un brividino… che responsabilità grande. E che grande dono, questo invisibile filo che ci unisce anche distanti!

A questa riflessione ne aggancio un’altra: se siamo una caro, quanto anche il modo dell’uno di vivere la sessualità influisce sulla relazione! No, non è una domanda: è una consapevolezza. Banalmente, una scelta come la pillola (che riguarda esclusivamente la donna) è fatta per “ricadere” su entrambi; una scelta come l’astinenza (magari per un impedimento fisico di uno dei due) ricade, anche questa, su entrambi. Essendo una dimensione a misura di sposi, ogni scelta, umore o difficoltà riguarda sempre quell’intimo “noi”. Forse, in questo ambito, si è capaci di accorgersene subito, proprio perché ci tocca nella ciccia!

Quando imprechi contro l’ennesimo sorpassatore a destra in rotonda (che pure un po’ se lo merita…), non pensi che le tue male parole danneggino anche il tuo sposo o la tua sposa. Quando giudichi frettolosamente, quando perdi tempo, quando ti rifiuti di compiere il bene… non vedi quanto queste mancanze danneggino l’“una caro” matrimoniale. Eppure lo fanno!

Il modo con cui viviamo l’amore fisico e, conseguentemente, l’apertura alla vita dice molto di noi e ci riguarda direttamente: va oltre il benessere momentaneo, le certezze, le belle parole, i santi propositi… va “per direttissima” nella carne! Cosa scegliamo dice ciò che pensiamo (e surclassa ciò che professiamo a parole): in definitiva, ci dice di chi siamo. Siamo del mondo o di Cristo?

Ecco perché i metodi naturali sono la via proposta dalla Chiesa: perché coinvolgono gli sposi nella verità dei loro corpi e ritmi naturali; perché parlano di una corresponsabilità dell’Amore (e non delegano, né alla donna né a contraccettivi artificiali); perché innestano l’unione fisica nel quotidiano, non come qualcosa di “sempre accessibile” e che offusca la disponibilità emotiva a favore di sottili logiche di possesso e pretesa (“Dato che possiamo sempre farlo, perché non vuoi?”), ma come parte della nostra relazione, sia nei periodi fertili che in quelli non fertili.

Se fra fidanzati l’impegno di vita non è totale, non può esserlo l’intimità. Se fra sposi l’impegno di vita è totale, occorre lo sia anche l’intimità. Questo è lo sguardo con cui la Chiesa guarda a fidanzati e sposi: non per suo capriccio o fissazione, ma per elevare l’Amore umano, sempre più simile a quello (totale, appunto) di Dio. Perché qui, nella coerenza di ciò che fai e di ciò che dici, sta la pienezza: nella verità ultima delle cose, sempre da ricercare senza stancarsi, sta la vita “in abbondanza” promessa dal Vangelo. Eh già, la vita ce l’hai già, se stai leggendo queste righe… ma a “vita in abbondanza” come stai messo, o messa?

Giada

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Sotto il melo ti ho svegliata

Nei versetti di questo capitolo il Cantico dei Cantici canta la donna. Nell’amore la donna si risveglia, accoglie, genera e dona vita. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Sotto il melo ti ho svegliata; là dove ti concepì tua madre, là dove ti concepì colei che ti ha partorito. (Ct 8,5)

C’è un’intimità profonda in queste parole del Cantico dei Cantici. Sono parole che toccano il cuore della femminilità, un inno alla donna vista non come oggetto, ma come mistero e presenza viva d’amore. Il melo, nella Bibbia, è l’albero dell’amore. Non a caso, la tradizione artistica ha rappresentato il “frutto proibito” di Adamo ed Eva proprio come una mela: simbolo del desiderio, dell’unione, dell’apertura di sé all’altro.

Ma nel Cantico il frutto non è più “proibito”: è benedetto. È l’amore che salva, quello che fa crescere, che risveglia la vita. Sotto il melo ti ho svegliata significa: nell’amore ti ho fatto scoprire chi sei. Nell’incontro autentico, la donna si risveglia a se stessa. Non perché l’uomo le dia un’identità, ma perché, nel suo sguardo di meraviglia, lei impara a vedersi bella, degna, viva.

Il risveglio dell’essere amati

Ogni relazione autentica nasce quando smettiamo di difenderci. L’amore vero non è il luogo del giudizio, ma della rivelazione: tu sei preziosa ai miei occhi. È questo lo sguardo che trasforma, che risveglia. E nella prospettiva psicologica – anche se non lo diciamo apertamente – è lo sguardo del “Genitore affettivo”: quello che non chiede di meritare, ma accoglie, nutre, valorizza. La donna del Cantico si risveglia non davanti a un giudice, ma davanti a un amante che la guarda con stupore. È quel tipo di amore che libera, che non schiaccia, che ti fa sentire intera. Solo quando una persona si sente davvero accolta, può a sua volta accogliere.

Nel linguaggio del corpo, la donna esprime questa accoglienza in modo unico: non come debolezza, ma come forza che genera. Essere accogliente non significa essere vulnerabile.
Significa essere consapevole di custodire un dono, di essere spazio in cui la vita si apre, in cui l’altro può sentirsi a casa.

Là dove ti concepì tua madre

Questa frase ci riporta al mistero della generazione. Nel momento in cui la donna scopre sé stessa nell’amore, ritrova anche la sua radice più profonda: la capacità di dare la vita. Non solo biologicamente, ma spiritualmente. Ogni donna, quando ama, genera vita attorno a sé.
Il suo grembo, fisico e simbolico, diventa il luogo in cui qualcosa può nascere: un figlio, un sogno, una speranza, una guarigione.

Nella società di oggi, la maternità è spesso presentata come un ostacolo alla realizzazione personale. Eppure, il Cantico dei Cantici la canta come la più alta forma di pienezza: Là dove ti concepì tua madre – come a dire: Là dove la vita ti è stata donata, lì sei tornata a scoprire chi sei.

Nel corpo della donna, Dio ha scritto la grammatica dell’amore: accogliere, custodire, generare. Non c’è nulla di passivo in questo, ma una forza creativa immensa. Il grembo femminile è il primo santuario della vita. Lì, dove tutto sembra buio, si forma una luce. E quella luce porterà il nome di un figlio, di una creatura nuova, di una promessa di futuro.

Là dove ti concepì colei che ti ha partorito

La terza immagine è la nascita. Il mistero dell’amore non si chiude su sé stesso, ma si apre al mondo. Ogni nascita è un atto di speranza: un “sì” alla vita nonostante tutto. È come se Dio, attraverso ogni madre, dicesse di nuovo: «Sia la luce.» E anche qui, il Cantico parla dell’amore come di un’esperienza che fa nascere. Quando una coppia vive la propria intimità nella verità, senza maschere e senza egoismo, qualcosa nasce. Nasce una nuova consapevolezza di sé, dell’altro, di Dio. L’amore coniugale diventa così un luogo teologico: un piccolo tempio dove si manifesta la presenza di Dio.

Per questo l’uomo del Cantico canta la donna. Non la domina, non la riduce a possesso, ma la contempla con stupore: In te, amata mia, c’è il luogo dell’amore e la sorgente della vita. È la stessa contemplazione che ogni uomo è chiamato ad avere verso la donna che ama: riconoscerla come dono, come luogo santo, come rivelazione del volto materno di Dio.

Maria, la più umile e la più alta

In queste parole il pensiero non può che andare a Maria, la donna che si è fatta grembo per dare alla luce il Figlio di Dio. Dante la chiama la più umile e la più alta di tutte le creature. In lei si compie pienamente ciò che il Cantico annuncia: la donna che accoglie, che genera, che dona al mondo la Vita stessa. La Genesi ricorda che “partorirai con dolore”, ma nel Cantico il dolore è trasfigurato: non è più maledizione, ma partecipazione alla creazione di Dio. La maternità non è più un peso, ma un canto. Papa Francesco ha affermato: La donna è l’armonia del creato. È il grande dono di Dio, capace di portare armonia nel mondo. Mi piace pensare che Dio abbia creato la donna perché noi tutti avessimo una madre. È la donna che ci insegna ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella.

La gratitudine di essere donna

Essere donna oggi non significa rinunciare ai propri talenti o alla propria realizzazione. Significa portare, in tutto ciò che si fa, quella sapienza del cuore che è solo femminile. Come scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera alle donne (1995): Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica… per l’indispensabile contributo che dai a una cultura capace di coniugare ragione e sentimento.

Il mondo ha bisogno di donne che sappiano ancora accarezzare, generare, custodire. Di donne che sappiano dire “eccomi” alla vita, come Maria, come la sposa del Cantico, come ogni moglie che, accogliendo il proprio sposo, ridice con il corpo e con il cuore: Sotto il melo mi hai svegliata, e lì ho scoperto di essere viva.

Antonio e Luisa

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Dal dovere al dono: come l’immagine di Dio trasforma l’amore coniugale

Nel Vangelo di oggi, due uomini salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano. Entrambi si rivolgono a Dio, ma lo fanno in modo molto diverso. Il fariseo elenca ciò che ha fatto bene; il pubblicano si limita a dire: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore». Solo quest’ultimo torna a casa “giustificato”, cioè riconciliato, libero. Perché? Perché ha scelto di stare davanti a Dio come figlio, non come dipendente. E da quel modo di stare davanti a Dio nasce anche un modo di stare accanto al coniuge.

Quando davanti a Dio ci sentiamo giudicati, nel matrimonio diventiamo giudici

Il fariseo vive la sua fede come un curriculum. Ha bisogno di sentirsi migliore per sentirsi al sicuro. La sua relazione con Dio è basata sul merito: “Io valgo se faccio bene.” È il figlio che ha interiorizzato l’immagine di un genitore normativo: esigente, perfezionista, poco affettivo.
E così anche nel matrimonio porta dentro quella stessa voce. Diventa un marito (o una moglie) che misura tutto: chi fa di più, chi ha ragione, chi si comporta “bene”. È il tipo di partner che corregge più che incoraggia, che pretende più che ascoltare, che crede di essere giusto ma in realtà vive nella paura di sbagliare.

Quando un coniuge vive davanti a un Dio “giudice”, poi diventa giudice anche in casa.
Lo si riconosce da frasi come:
– «Io non sbaglio mai, il problema sei tu.»
– «Io faccio tutto, tu non fai abbastanza.»
– «Se solo tu fossi diverso…»

Il fariseo interiore ci porta a confondere la responsabilità con la colpa, la verità con la durezza, la fedeltà con il controllo. Non lo facciamo con cattiveria: è semplicemente il modo in cui abbiamo imparato a essere amati. Ma è un modo che ci toglie la pace. Perché finché ci sentiamo amati solo se siamo perfetti, non riusciremo mai ad accogliere la fragilità dell’altro.

Quando davanti a Dio ci sentiamo amati, nel matrimonio impariamo ad amare

Il pubblicano, invece, si presenta davanti a Dio come figlio. Non ha paura di mostrarsi fragile, non deve fingere. Non si giustifica, non si paragona: si affida. Il suo modo di pregare rivela una relazione diversa: lui ha scoperto un Dio affettivo, non normativo. Un Dio che non ti ama perché sei giusto, ma che ti rende giusto perché ti ama. Questa esperienza di misericordia cambia tutto — anche nel matrimonio. Chi si sente amato così, diventa capace di amare così. Chi ha sentito su di sé la tenerezza del Padre, non riesce più a vivere nella durezza. Sa chiedere scusa, sa perdonare, sa dire: “ho bisogno di te.”

Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, il pubblicano è colui che si lascia guidare dal suo Adulto e dal suo Bambino Libero: riconosce la realtà, accetta i limiti e si apre al contatto autentico. Nel matrimonio, questo significa saper dire:
– «Non devo avere sempre ragione.»
– «Posso mostrarmi fragile, e non sarò rifiutato.»
– «Anche se sbaglio, resto amato.»

È la scoperta che la relazione non si fonda sulla perfezione, ma sulla misericordia. E la misericordia nasce solo dove si è sperimentata prima la misericordia di Dio.

Due modi di pregare, due modi di stare insieme

Il fariseo prega per sentirsi superiore. Il pubblicano prega per sentirsi figlio. E così anche nel matrimonio ci sono due modi di “pregare a due”. C’è la preghiera del fariseo: quella che fa di Dio un giudice e dell’altro un colpevole. Una preghiera fatta di lamentele mascherate da buone intenzioni: “Signore, aprile gli occhi, fa’ che capisca i suoi errori.”

E poi c’è la preghiera del pubblicano: quella che nasce dal cuore spezzato, ma vero. Quella che dice: “Signore, abbi pietà di noi, perché non sappiamo amarci come vorremmo.” È lì che lo Spirito Santo comincia a guarire la coppia. Non quando uno dei due ha ragione, ma quando entrambi si rimettono nelle mani del Padre. Perché il matrimonio è un tempio, non un tribunale. È il luogo dove due poveri peccatori si tengono per mano davanti a Dio, e insieme imparano a credere che la misericordia è più forte del peccato.

Dal controllo alla comunione

Chi vive come il fariseo non riesce a lasciarsi amare. Chi vive come il pubblicano, invece, scopre che l’amore non è un premio, ma un dono. Il passaggio da uno stato all’altro non avviene in un giorno, ma è il cammino di tutta una vita matrimoniale. Si comincia accettando di non essere perfetti, ma perfettibili. Accettando che l’altro non è un nemico da correggere, ma un compagno di pellegrinaggio. E soprattutto, ricordando che Dio non è un revisore dei conti, ma un Padre che fa festa per ogni ritorno.

Quando nel matrimonio impariamo a stare davanti a Dio come il pubblicano, cambia anche il modo di affrontare i conflitti. Non c’è più il bisogno di “vincere”, ma di riconciliarsi.
Non c’è più la paura del giudizio, ma la fiducia nella misericordia reciproca. Si diventa capaci di pregare insieme anche nei momenti di crisi, di chiedere perdono con sincerità, di lasciarsi toccare dal dolore dell’altro senza sentirsi in colpa o in difetto. È allora che la coppia diventa sacramento vivo: luogo dove si riflette il volto di un Dio che non giudica, ma salva.

amare come figli, non come giudici

Il fariseo e il pubblicano non rappresentano solo due modi di pregare, ma due modi di amare. Il primo ama con la testa, l’altro con il cuore. Il primo cerca di cambiare l’altro, il secondo si lascia cambiare da Dio. Il primo è sempre in difesa, il secondo sempre in cammino. Nel matrimonio, la vera conversione non è dal peccato alla perfezione, ma dal controllo alla comunione. È passare da un amore che misura a un amore che accoglie, da una fede che giudica a una fede che perdona. E forse questo è il segreto di ogni coppia che resiste: non l’essere perfetta, ma l’essere sempre disposta a ricominciare, come il pubblicano in fondo al tempio, che dice ogni giorno: «Signore, abbi pietà di noi, perché solo nella Tua misericordia possiamo restare uniti.»

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Ha vissuto cinquantadue giorni

Ha vissuto cinquantadue giorni ed ha compiuto la sua missione in Terra. Poi è tornata dal Creatore. Il dolore di averla dovuta salutare così presto è stato straziante per i suoi genitori ma, nonostante questa croce pesante, hanno ribadito che, tornando indietro, avrebbero rifatto tutto. E sottolineano che avrebbero voluto concepirla così com’era. Bella e prodigiosa.

Avrebbero nuovamente e ostinatamente portato avanti la gravidanza nonostante il parere sfavorevole dei medici che ne hanno diagnosticato l’incompatibilità con la vita. Avrebbero voluto abbracciarla, baciarla, amarla, come è avvenuto in quegli unici e irripetibili cinquantadue giorni insieme.

Elisabetta Maria è entrata nella vita ed è già nell’eternità. Lei era stata pensata così: delicata. E come tutti i “piccoli” di Dio, in grado di scuotere i cuori, di rovesciare i paradigmi della scienza, di voltare le spalle alla cultura dello scarto. Si è lasciata cullare, coccolare, contemplare, abbandonata alle premure dei genitori, dei parenti, degli amici e dei medici che l’hanno accompagnata, dalla nascita al mondo alla nascita in Cielo.

Il dolore è un mistero. Non si spiega. Ma le parole della sua mamma e del suo papà, dopo un anno dalla perdita di questo fagottino, sono testimonianza. Soprattutto sono un megafono per la vita. Nonostante la nostalgia per quella meravigliosa creatura e ciò che ne è scaturito, non avrebbero voluto agire diversamente. Oggi possono dire di aver conosciuto quella creatura. E di averla amata. Non tradendo la loro missione familiare e genitoriale. Non ostacolando l’amore percepito in quei giorni avvolti dal mistero.

Elisabetta Maria è stata nella storia dell’umanità per quanto è stato pensato per lei: il tempo di allargare cuori, convertire chi ha partecipato alla sua nascita, interrogarsi. Elisabetta Maria è stata una pietra scartata dai costruttori del mondo, divenuta testata d’angolo nei Cieli.

Ci sono vite che, pur brevi, brillano come stelle nella notte. L’esistenza di Elisabetta Maria è una di queste: una luce che non ha avuto bisogno di tempo per rivelare il suo senso. Ha vissuto poco, ma ha amato tanto, e soprattutto ha permesso a chi l’ha accolta di imparare la lezione più alta: che ogni vita è dono, anche quando dura un soffio.

I suoi genitori, nel loro sì coraggioso, hanno scritto una pagina di Vangelo vissuto. Non si sono lasciati piegare dalla paura, né dalle statistiche mediche. Hanno creduto che l’amore fosse più forte della previsione, più grande del dolore. E così, accogliendo la loro bambina fragile, hanno accolto Dio stesso che bussava alla porta del loro cuore in una forma disarmante: quella di una vita fragile, segnata, eppure piena di grazia.

Elisabetta Maria ha predicato senza parole. Con il suo respiro leggero ha ricordato al mondo che non è la durata a dare valore a una vita, ma la sua intensità di amore. Ha testimoniato che ogni nascita, anche la più breve, è parte di un disegno più grande, che solo in Cielo comprenderemo fino in fondo.

Chi l’ha incontrata porta dentro di sé un segno. I suoi genitori raccontano che, dopo quei cinquantadue giorni, nulla è più come prima. È come se la loro fede avesse messo radici più profonde. Hanno scoperto che la speranza non nasce dall’illusione che tutto vada bene, ma dalla certezza che Dio trasforma ogni lacrima in promessa di eternità.

Elisabetta Maria vive ora nel ricordo e nella preghiera di chi l’ha amata. È una presenza silenziosa, ma reale, come un angelo che veglia e accompagna. E la sua storia diventa invito a non temere la fragilità, a non fuggire la croce, a non lasciarsi ingannare da chi considera la vita un bene negoziabile. Ogni vita è sacra, anche la più breve. Ogni battito ha valore. Ogni respiro è canto di lode.

Elisabetta Maria continua la sua missione dal Cielo: ricordare a ciascuno che il dolore, se vissuto nell’amore, genera vita; e che anche la più piccola esistenza può diventare un capolavoro di eternità.

Livia Carandente

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Da genitore critico a genitore affettivo

A volte, osservare con attenzione come ci comportiamo nelle relazioni più intime – in particolare con il coniuge e con i figli – può rivelarsi molto utile. Questi comportamenti quotidiani possono diventare uno specchio attraverso cui riconoscere alcune nostre ferite emotive, sofferenze passate e difficoltà interiori irrisolte. In altre parole, il modo in cui reagiamo ai nostri cari spesso riflette antiche dinamiche interiori.

Spesso finiamo per comportarci con gli altri esattamente nel modo che meno vorremmo fosse usato con noi stessi. Questo paradosso può suonare strano, ma è comune: senza accorgercene, tendiamo a riprodurre verso chi amiamo gli schemi di comportamento che abbiamo subito in passato. Prenderne coscienza richiede introspezione, ma è il primo passo verso un cambiamento positivo.

Quando ripetiamo ciò che ci ha ferito

Per chiarire questo punto, immaginiamo una situazione tipica: un genitore che da bambino ha ricevuto molte critiche e poche lodi potrebbe, da adulto, ritrovarsi a sua volta ipercritico verso i propri figli. È come se dentro di lui vivesse ancora la voce severa di suo padre o madre. Psicologicamente, secondo l’Analisi Transazionale, quella voce interiore corrisponde al “Genitore Critico”, ovvero la parte di noi che giudica, corregge e impone regole in modo rigido. Senza rendercene conto, possiamo attivare questo stato dell’Io e rivolgerlo a chi ci sta accanto, persino se odiavamo quel tipo di trattamento su di noi.

Ciò accade perché da piccoli interiorizziamo modelli di comportamento: ogni bambino ha bisogno di essere accettato e amato, e farà di tutto per ricevere carezze positive (attenzioni, complimenti, approvazione). Se cresce con un genitore critico e poco affettuoso, il bambino può adattarsi cercando costantemente di compiacere l’adulto, sperando di ottenere riconoscimento. In Analisi Transazionale questo viene chiamato “Bambino Adattato”: il bambino interiore che ha sacrificato un po’ della sua spontaneità pur di piacere e non essere rimproverato. Il lato positivo di questo adattamento è che diventa obbediente e rispettoso; quello negativo è che rischia di diventare insicuro, sottomesso e dipendente dal giudizio altrui.

Allo stesso tempo, dentro quel bambino cova anche una frustrazione. Se nessuno lo valorizza, una parte di lui grida protesta: è il “Bambino Ribelle”, che rifiuta di sottomettersi e si arrabbia di fronte alle critiche percepite come ingiuste. Da adulto, anche se esteriormente cerchiamo di compiacere gli altri, quella parte ribelle può emergere improvvisamente quando qualcuno ci tratta in modo critico. Quante volte è capitato di reagire in modo eccessivo o irritato a una piccola critica del partner o di un collega? Potrebbe essere il nostro bambino interiore ferito che, sentendosi di nuovo giudicato come un tempo, esce fuori pronto a combattere.

Un esempio personale: dal bambino ferito al genitore critico

Anch’io ho vissuto questo processo sulla mia pelle. Sono cresciuto con un padre presente ma emotivamente molto critico: non era un genitore affettuoso, né prodigo di lodi o incoraggiamenti. Più che sottolineare aspetti positivi, era focalizzato sulle regole, sugli errori da correggere e su ciò che “non andava bene”. Da bambino, per sopravvivere emotivamente a questo ambiente, ho imparato ad adattarmi. Ero il bravo bambino: ubbidiente, sempre alla ricerca di approvazione, attento a non deludere. Facevo di tutto per compiacerlo, sperando in quelle parole dolci o gesti di affetto che purtroppo arrivavano raramente.

Crescere così mi ha reso molto insicuro. Dentro di me sentivo di non essere mai abbastanza, perché ogni traguardo poteva sempre essere criticato. Inoltre, da adulto mi scoprivo particolarmente sensibile verso chiunque si comportasse in modo simile a mio padre. Ad esempio, avere a che fare con capi, colleghi o amici critici e freddi mi provocava reazioni esagerate: lì non emergeva più il “bambino adattato” accomodante, bensì il “bambino ribelle” pieno di rabbia. Bastava una frase giudicante per sentirmi di nuovo quel bambino ferito di un tempo, e reagivo con stizza o chiusura, cercando lo scontro o allontanandomi deluso. Era più forte di me, come un pulsante interiore che scattava automaticamente.

Rendersi conto dello schema interiore

La svolta è arrivata quando, durante il mio percorso di studi in counseling e crescita personale, ho iniziato a riconoscere questo schema interiore. Ho compreso che stavo portando avanti un copione: quello del figlio ferito che senza volerlo era diventato un genitore critico a sua volta. Infatti, osservandomi con onestà, mi sono accorto che nel rapporto con i miei figli spesso indossavo proprio la maschera di mio padre. Ero molto esigente con loro, rapido nel correggerli e sgridarli, ma lento nel abbracciarli, elogiarli o dimostrare affetto. Intervenivo quasi solo quando c’era qualcosa che non andava, raramente per dire “bravo” o “ti voglio bene”. In pratica, ero diventato quel genitore anaffettivo e critico che avevo tanto sofferto da piccolo.

Realizzare questo mi ha colpito profondamente. In un primo momento, ho provato dolore e senso di colpa: mi rendevo conto che, pur amando immensamente i miei figli, li stavo ferendo con lo stesso stile educativo che aveva fatto male a me. Ma anziché crogiolarmi nella colpa, ho scelto di vedere questa consapevolezza come un dono e un punto di svolta. Finalmente identificavo chiaramente il ciclo che si stava ripetendo attraverso le generazioni. Ed esserne consapevole mi dava la possibilità di spezzare quel ciclo.

Durante la formazione in Analisi Transazionale, ho imparato a dare un nome a queste parti di me. Era come se dentro di me dialogassero due “genitori interiori”: uno era il Genitore Critico Negativo, ereditato da mio padre, che sussurrava giudizi severi all’orecchio. L’altro, che finora avevo usato poco, poteva essere il Genitore Affettivo Positivo, capace di dare cure, protezione e amore. Allo stesso modo convivevano due “bambini interiori”: il Bambino Adattato, timoroso di deludere, e il Bambino Ribelle, arrabbiato e ferito. Riconoscere queste parti mi ha permesso di prendere le redini con la mia parte Adulta, quella più consapevole e presente nel qui e ora. In termini semplici, ho capito che potevo scegliere di non lasciare il pilota automatico inserito sui modelli appresi nell’infanzia.

Trasformare il genitore critico in genitore affettivo

Una volta acquisita questa consapevolezza, è iniziato un lavoro quotidiano (ancora in corso) per trasformare il mio modo di relazionarmi con i figli – e in generale con gli altri. Ho deliberatamente iniziato a coltivare il mio Genitore Affettivo: quella parte di me capace di incoraggiare, sostenere e mostrare affetto. All’inizio non è stato facile, perché significava andare contro abitudini emotive radicate. Tuttavia, con pazienza e tanta empatia, ho iniziato a fare cose nuove: ascoltare di più senza giudizio, esprimere apprezzamento per i loro sforzi, dire esplicitamente “ti voglio bene” e “sono fiero di te”, e abbracciarli spesso, senza un motivo speciale. Mi sono accorto che questi gesti, semplici ma costanti, stavano cambiando non solo il clima familiare, ma anche qualcosa dentro di me.

Ogni volta che sceglievo la gentilezza al posto della critica, sentivo come se guarissi una piccola parte del mio bambino interiore. Era come dare a me stesso quelle carezze positive che avevo sempre cercato. Vedere nei loro occhi la felicità e la sicurezza quando li incoraggiavo, mi restituiva un senso di pace: stavo offrendo ai miei figli l’affetto che a me era mancato, e così facendo lenivo anche le mie antiche ferite. Invece di perpetuare il ciclo del dolore, avevo avviato un ciclo di guarigione.

Naturalmente ci sono ancora momenti in cui il “genitore critico” dentro di me tenta di riprendere il sopravvento – magari in situazioni di stress o stanchezza. Ma ora lo riconosco quasi subito: mi accorgo quando quella voce severa sale alla gola, pronta a rimproverare. Allora faccio un respiro profondo, mi ricordo di quel bambino insicuro che ero, e scelgo consapevolmente di cambiare tono. Magari trasformo la critica in una richiesta gentile, o mi sforzo di vedere il lato positivo e dirlo ad alta voce. Ogni volta che riesco in questo, sento di crescere come padre e come essere umano.

Un percorso anche spirituale di guarigione interiore

Questo processo di trasformazione non è solo psicologico: ha anche una dimensione spirituale profonda. Imparare ad amare in modo più incondizionato i miei figli e me stesso è, in fondo, un cammino spirituale. Significa praticare la compassione, il perdono e la presenza nel momento presente. Ho dovuto in parte perdonare mio padre per la sua severità – comprendendo che probabilmente anche lui era figlio di un’educazione rigida e non conosceva altro modo per educare. Ho dovuto perdonare anche me stesso per gli errori commessi come genitore. Questo atto di perdono e comprensione ha alleggerito il mio cuore, permettendomi di andare oltre il ruolo di “vittima” delle mie circostanze infantili.

Inoltre, vedere le relazioni familiari come specchio per l’anima mi ha insegnato che ogni conflitto o difficoltà relazionale è in realtà un’opportunità. Un’opportunità per guarire qualcosa dentro di noi e per evolverci. Dal punto di vista spirituale, credo che ognuno di noi abbia “lezioni” da imparare dalle proprie relazioni: imparare l’amore, la pazienza, l’empatia, l’autoaffermazione equilibrata. Quando ci rendiamo conto che reagiamo in modo eccessivo a una critica, possiamo domandarci: quale ferita dentro di me sta sanguinando? cosa mi sta insegnando questa situazione? Queste domande sono tipiche di un approccio sia psicologico che spirituale alla crescita personale.

Conclusione: dalle ferite alla crescita

Osservare il modo in cui ci comportiamo con le persone a noi care richiede coraggio, perché significa guardarsi allo specchio con sincerità. Possiamo scoprire aspetti di noi poco lusinghieri – magari che siamo diventati controllanti, o troppo accondiscendenti, o che abbiamo paura del confronto. Ma proprio in quella scoperta risiede il seme del cambiamento. La consapevolezza è la chiave: una volta che vediamo il nostro schema (per esempio, “mi arrabbio perché mi sento giudicato come quando ero piccolo”), possiamo iniziare a scegliere consapevolmente risposte diverse.

Questo percorso di comprensione delle proprie dinamiche interne e di trasformazione dei propri comportamenti è al centro del mio cammino di formazione come counselor. Attraverso lo studio dell’Analisi Transazionale e la pratica quotidiana della auto-osservazione, sto imparando a integrare psicologia e spiritualità nella vita di tutti i giorni. Ogni giorno è un allenamento alla presenza mentale (lo stato dell’Io Adulto consapevole) e al cuore aperto (il Genitore Affettivo che dona amore). I benefici si riflettono nelle mie relazioni: i conflitti si riducono, la fiducia reciproca aumenta e in casa si respira più serenità.

Infine, il messaggio che desidero condividere è questo: non siamo condannati a ripetere ciò che abbiamo subito. Possiamo rompere i vecchi schemi che ci causano sofferenza. Le nostre ferite dell’infanzia, per quanto dolorose, non devono determinare per sempre il nostro modo di amare o educare. Al contrario, una volta riconosciute, possono diventare la porta d’accesso a una profonda guarigione. Le relazioni intime – con i partner, i figli, gli amici – ci forniscono il campo di prova perfetto per crescere. Osservandoci con onestà e tenerezza, possiamo trasformare il piombo delle nostre ferite nel oro della consapevolezza e dell’amore. Questo, a mio avviso, è un percorso sia psicologico sia spirituale: un viaggio verso la versione più autentica e amorevole di noi stessi.

Antonio e Luisa

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Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

Iniziamo con questo capitolo l’ultima parte del Cantico dei Cantici. La parte forse più bella e la parte più forte che rscchiude tutta la potenza dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

L’Epilogo del Cantico dei Cantici è come l’ultima nota di una sinfonia: racchiude tutto il cammino percorso, ma lo apre anche a un orizzonte nuovo. Quelle parole — Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto? — non descrivono solo un momento poetico, ma la sintesi di un’intera storia d’amore che, passando per il deserto, è diventata più vera, più umana e più divina.

Questo non è il racconto di Salomone e della Sulamita, ma la storia di ogni coppia che ha attraversato la prova e ha scelto di restare insieme. È la storia di Antonio e Luisa, ma anche quella di chi, leggendo queste righe, sente di essere ancora in cammino, con le mani strette a quelle del proprio sposo o della propria sposa.

Il deserto e la salita

Il deserto, nella Scrittura, è un simbolo ambivalente. È il luogo della solitudine e della fatica, ma anche quello dell’incontro e della rivelazione. Israele ha conosciuto Dio nel deserto; Gesù vi è stato condotto dallo Spirito per affrontare le tentazioni; e ogni amore autentico, prima o poi, deve passare di lì. Quando il Cantico dice che la sposa “sale dal deserto”, ci parla di un amore che ha conosciuto la prova e non è fuggito. È un amore purificato, che non cerca più soltanto l’emozione o la fusione, ma la comunione profonda che nasce dalla fedeltà.

Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme, la città di Dio. Non a caso Gerusalemme è posta in alto, circondata da paesaggi aridi. L’immagine è potente: gli sposi camminano insieme verso la pienezza, verso la vita, verso Dio. Non sono più soli. Lei si appoggia a lui, ma anche lui si appoggia a lei. Entrambi escono dalla solitudine per diventare un “noi” che cresce nella prova. Il deserto rappresenta le fatiche quotidiane, le delusioni, le incomprensioni, le stagioni in cui non si sente più la passione dei primi tempi. Ma chi attraversa il deserto insieme scopre che l’amore non è fatto per essere perfetto: è fatto per essere fedele.

Appoggiarsi: il verbo dell’amore maturo

“Appoggiarsi” è un verbo semplice, ma racchiude un intero mondo relazionale. Appoggiarsi significa riconoscere di avere bisogno dell’altro, lasciarsi sostenere, accettare di non bastare a sé stessi. È la vittoria sull’orgoglio, il passaggio dall’amore romantico all’amore reale. La Bibbia ci ricorda: Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda. (Gen 2,18)

L’aiuto non è un accessorio, ma una parte di sé. Quando ci appoggiamo al coniuge, riconosciamo che l’altro non è il nostro nemico, ma il nostro alleato. È colui o colei che ci permette di scoprire il volto di Dio dentro la nostra umanità. In questa immagine della sposa che risale dal deserto, sostenuta dallo sposo, si riflette il cammino di ogni matrimonio cristiano: un’alleanza dove la fragilità diventa forza, dove l’amore non elimina la fatica, ma la trasforma in un luogo di incontro.

Il deserto che entra in casa

Non serve andare lontano per trovarsi nel deserto. A volte entra nel cuore di casa, silenzioso, quando ci si sente svuotati, incompresi, quando la routine spegne la tenerezza e il dialogo si riduce a poche parole pratiche. Ci si ama ancora, ma non si sa più come dirlo. Anch’io ho conosciuto quel deserto. Prima del matrimonio e anche dopo. Ci sono momenti in cui ti senti mancare la forza, in cui ogni gesto quotidiano sembra pesare. A volte la famiglia appare più come un peso che come una gioia. È umano. Nessuno è immune da queste stagioni.

Ricordo un periodo particolarmente difficile: avevamo già Pietro e Tommaso, piccoli e pieni di vita. Io mi sentivo oppresso, inadeguato, prigioniero della responsabilità. Mi rifugiavo nel lavoro, nelle uscite, in tutto ciò che mi permettesse di fuggire dal disagio. A casa ero distante, freddo. Eppure, Luisa non ha smesso di starmi accanto. Non ha reagito con durezza, anche se ne avrebbe avuto motivo. Ha scelto di essere presenza silenziosa e forte, di farmi sentire che potevo ancora appoggiarmi a lei, anche se non lo meritavo.

Il caffè nel deserto

Un gesto, piccolo e semplice, ha cambiato tutto. Avevamo litigato, come capita a tante coppie. Me ne ero andato in camera, pieno di orgoglio e amarezza. Dopo qualche minuto, Luisa entrò. In mano aveva un caffè, e mentre lo teneva, continuava a girare il cucchiaino. Non disse nulla. Me lo porse, con dolcezza, e se ne andò.

Quel caffè è stato per me un sacramento dell’amore. In quel momento ho sentito tutta la forza di un amore che non chiede spiegazioni, che non misura chi ha ragione o torto, ma che sceglie di amare e basta. È stato come se Dio mi avesse parlato attraverso il gesto della mia sposa. Ho capito che l’amore vero non è fatto di parole grandi, ma di gesti piccoli e costanti. È fatto di caffè portati nel silenzio, di mani che si riaprono dopo una lite, di uno sguardo che perdona.

Come scrive San Paolo: L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (1Cor 13,7)

Quel gesto mi ha fatto crollare l’orgoglio. Ho sentito che, in quel momento, era lei la più forte. Mi ha insegnato che chi ama per primo non è debole: è il più libero. È stato il punto di svolta del mio deserto.

Uscire insieme dal deserto

Da allora ho capito che il matrimonio non è un traguardo, ma un cammino. Un continuo risalire dal deserto, un continuo appoggiarsi l’uno all’altro, un continuo lasciarsi guidare verso Gerusalemme, la città dell’incontro con Dio. L’amore cristiano è questo: due fragilità che diventano una forza, due libertà che imparano a camminare insieme. Non si tratta di non cadere mai, ma di rialzarsi sempre insieme.

Quando uno dei due vacilla, l’altro diventa bastone e sostegno. Quando entrambi sono stanchi, è Dio che li rialza. Meglio essere in due che uno solo, perché se cadono, l’uno rialza l’altro. (Qo 4,9-10)

Ecco allora la grande immagine finale del Cantico: una coppia che sale dal deserto, appoggiata. Non perfetta, ma perseverante. Non trionfante, ma fedele. Perché ogni coppia che sceglie di restare, di perdonare, di ricominciare, sta già salendo verso Gerusalemme, la città dove Dio abita tra gli uomini.

Antonio e Luisa

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Lottatori d’amore

I matrimoni, perlopiù, si sfaldano per incompatibilità. Così riferiscono le riviste di benessere, i sociologi, gli sposi stessi. Ma perché allora altre coppie restano insieme?

Sappiamo che nessun matrimonio è veramente compatibile. E proprio in questa caratteristica risiede la sfida che parte quando si pronuncia il sì della grande promessa. Si è, perfettamente o imperfettamente, consapevoli dell’impossibilità umana di farcela e del grande ostacolo, denominato “incompatibilità”, con cui bisognerà lottare. Eppure, sappiamo anche che non costituirà un limite alla felicità.

Esistono infatti matrimoni vivi, felici e incompatibili. Semplicemente si tratta di sposi, lottatori d’amore. Di quelli che hanno accettato di scendere in campo, di andare in battaglia, per farcela insieme. Non deponendo le armi nei giorni duri e andandosene. Piuttosto restando e scoprendo, costruendo, architettando congegni sempre nuovi per vincere insieme.

Ho conosciuto molti matrimoni felici ma mai uno compatibile – è una frase emblematica di Chesterton, in cui risiede una grande verità: un uomo e una donna sono incompatibili per natura, per psiche, per fisicità. E questo non è un limite, piuttosto un ampliamento di vedute, un arricchimento di osservazioni sulla vita, un bagaglio raddoppiato di possibilità per farcela nello stare al mondo, nella complessità caotica in cui siamo immersi, e imboccare la via della felicità.

Specchiarsi nell’altro e non riconoscersi infatti è un bene. Permette di scoprirsi limitati ma anche osservati con amore (nei nostri limiti), nelle circoscrizioni caratteriali, nelle barriere spirituali; ebbene quello sguardo d’amore e di incoraggiamento potrà farci ricordare come potremo essere un giorno, vicino o lontano; come potremo diventare se permettiamo alle benedizioni quotidiane di levigarci e darci forma.

Di fronte alla crisi è certamente più semplice mettere un punto e andare via. E non credo sia scandaloso pensarlo. Ma poi bisogna far memoria di ciò che è stato nel bello; dei motivi che ci hanno spinto a scegliere l’altro e delle sfide superate insieme. In quella forza interiorizzata si nasconde il mistero di poter riuscire a vivere, lottando per due.

Nelle pieghe di un matrimonio che arranca ma che poi risorge c’è il segreto mai svelato dei cosiddetti “lottatori d’amore” che neppure sanno come sono riusciti a vivere a lungo mano nella mano, che non custodiscono ricette per affrontare periodi bui, che non si ricordano neppure come si sono comportati in una o in un’altra occasione; sanno solo che hanno faticato e hanno vinto. E che accanto alla loro incompatibilità ha camminato la decisione ferma di andare avanti insieme, come un tutt’uno. Un incompatibile tutt’uno.

E forse è proprio questa la grazia del matrimonio cristiano: non essere due perfetti incastri, ma due persone che imparano, giorno dopo giorno, a lasciarsi modellare dall’amore di Dio. La compatibilità, infatti, non è un punto di partenza ma un traguardo che si costruisce nel tempo, attraverso pazienza, perdono, ascolto, e una costante conversione reciproca.

Quando una coppia si scopre incompatibile, non deve disperare: è il segnale che l’amore sta chiedendo di crescere, di maturare, di diventare più grande del semplice “piacersi” o “andare d’accordo”. È lì che l’amore umano incontra la Grazia, quella forza silenziosa che trasforma l’impossibile in fecondità.

Essere lottatori d’amore non significa vivere in conflitto, ma scegliere ogni giorno di restare fedeli alla promessa fatta, anche quando non si sente più la stessa emozione di ieri. È credere che Dio può trarre armonia dal disordine, luce dalle ferite, unità dalle differenze.

Chi resta e continua a lottare scopre che l’incompatibilità non è una condanna, ma una vocazione: quella a diventare dono, a uscire da sé per fare spazio all’altro, fino a sentirsi — pur diversi, pur imperfetti — un tutt’uno benedetto, fragile e fortissimo. Un incompatibile tutt’uno, sì, ma amato da Dio e capace di amare ancora.

Livia Carandente

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La relazione ha bisogno di cura continua

Nessuno si salva da solo. Abbiamo partecipato al percorso proposto da Retrouvaille in un momento profondamente buio della nostra relazione matrimoniale. Dopo il percorso abbiamo avuto chiaramente necessità di continuare a prenderci cura della relazione, perché il nostro matrimonio non era miracolosamente guarito. Un po’ ci è mancata la terra sotto i piedi quando il sipario si è chiuso con l’ultimo incontro e ci siamo guardati intorno attoniti e ci siamo detti: e ora dove andiamo?

Non siamo andati, ma siamo stati. Siamo stati dentro la cura della nostra relazione mettendo a frutto gli insegnamenti appresi incontrando le altre coppie ferite, ci siamo cercati in un dialogo quotidiano che avesse cura di noi stessi, aperto sui sentimenti, misto a timori, gioie e speranze. Un dialogo che ha perso nel tempo la disciplina della quotidianità, ma che ha mantenuto il mandato originale di essere sollievo per le nostre ferite.

Ma questo dialogo inizialmente circoscritto a noi due non bastava e non avevamo (per scelta) una cerchia di amici o familiari dove poterci aprire e condividere i passi in cammino; avevamo bisogno di relazioni per curare la nostra relazione. Cercavamo un luogo dove stare insieme, dove creare una comunità anche di amici che parlano la stessa lingua, dove è possibile stare accanto nel momento del bisogno e della gioia!

Non cercavamo la quantità di incontri, ma uscire dalla logica dei numeri per incontrare i volti, gli sguardi e le storie e dare un nome alle persone che intorno a noi condividevano le ferite e la cura della propria relazione. È stato provvidenziale il Co.Re (Continuare Retrouvaille), un luogo che sta dando valore alla cura della nostra relazione e ci aiuta a continuare su una strada che ha una destinazione precisa: ritrovarsi!

Dentro il Co.Re abbiamo visto un cuore grande in tutti coloro che hanno fatto un pezzo di strada insieme, coloro che abbiamo incrociato, salutato, abbracciato, a volte anche per poco, ma che non abbiamo dimenticato. E in ognuno dei nostri compagni di cammino abbiamo visto un cuore grande, a volte sofferente e che ha cercato con perdurante anelito di speranza una carezza guaritrice.

Quello che abbiamo visto è in realtà ciò che abbiamo vissuto noi e quando ci è stato chiesto di prenderci cura del Co.Re ci siamo sentiti entusiasti come due bambini che ricevono un grande dono! Prendersi cura della relazione è stato per noi curare un luogo dell’incontro, dove essere noi stessi, liberi di esprimere i nostri sentimenti, le nostre fatiche, le nostre gioie e rinascite.

Prendersi cura della relazione è stato per noi curare un luogo del sostegno, dell’incoraggiamento a proseguire il nostro matrimonio, alla scoperta sempre più della bellezza e unicità della nostra unione.

Prendersi cura della relazione è stato per noi curare un luogo della consapevolezza di un Mistero più grande di noi.

Prendersi cura della relazione è stato per noi curare un luogo dell’entusiasmo, della nascita di nuove amicizie che nel tempo si consolidano.

Prendersi cura della relazione è stato per noi curare un luogo della riconoscenza dei tanti doni ricevuti e che siamo chiamati a restituire, affinché producano nuovi frutti. Prendersi cura della relazione è stato per noi curare un luogo dove ci aiutiamo a prenderci cura continuamente della nostra relazione, non lasciando indietro nessuno, perché nessuno si salva da solo.

V. & L. (Retrouvaille Italia)

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Sono separato. E se mi faccio frate?

Quando una persona di fede si separa, può venire questo pensiero: Visto che non intendo avere nuove relazioni e che devo vivere in astinenza dai rapporti, tanto vale che diventi frate o suora. Effettivamente anche io mi sono ritrovato, qualche volta, quando ancora non sapevo quasi niente del Sacramento del matrimonio, a ragionare così.

A prima vista può sembrare un gesto di grande fede — “lascio tutto per Dio” — ma nasconde un rischio profondo: dimenticare che il matrimonio è una consacrazione, che nasce dal sacramento del battesimo e che, come ogni vocazione cristiana, è per sempre; padre Luca Frontali – autore anche lui su questo blog – ha scritto proprio la sua tesi con questo titolo, “Matrimonio è consacrazione”.

Quando due sposi si uniscono davanti a Dio, non fanno solo una promessa reciproca, ma ricevono un sacramento, una consacrazione derivata dal battesimo, che è il livello massimo della nostra chiamata a partecipare alla vita divina. Con il battesimo si diventa figli di Dio e aggiungere qualcosa vorrebbe dire mettersi sullo stesso piano di Dio: pertanto matrimonio e sacerdozio non sono sopra il battesimo, specificano soltanto la Grazia battesimale, permettendo così a ognuno di seguire la propria vocazione al servizio degli altri.

Il matrimonio non è un “patto umano” con la benedizione di Dio: con quel patto Dio stesso entra nell’unione degli sposi e la rende segno visibile del Suo amore per l’umanità. Il “sì” detto davanti all’altare non è una formula romantica, è una risposta a una vocazione: Dio chiama, e noi rispondiamo con tutto ciò che siamo, sostenuti dalla grazia battesimale.

Se è vero che ogni vocazione è dono e mistero, è anche vero che non si cambia vocazione come si cambia abito. Se un sacerdote smette di esercitare il suo ministero, non smette di essere sacerdote; se una suora lascia il convento, la sua consacrazione resta impressa nella sua storia.

Allo stesso modo, uno sposo o una sposa cristiani che vivono una separazione non smettono di essere marito o moglie davanti a Dio, può finire la convivenza, può interrompersi la comunicazione, può arrivare la solitudine… ma la vocazione rimane, perché è radicata nel battesimo, che ci ha resi figli e collaboratori di Dio nella storia della salvezza.

Alcuni mi hanno detto: Ma se la mia vita è distrutta, se l’altro non mi ama più, non potrei servire Dio in un altro modo?. Certo che puoi servirlo! Ma non devi cambiare vocazione per farlo! Puoi servire Dio proprio lì dove ti trovi, nella tua ferita, nella tua fedeltà silenziosa, nella tua offerta nascosta. È lì che la tua consacrazione diventa feconda, è lì che puoi testimoniare al mondo che l’amore di Dio è per sempre, anche quando l’uomo fallisce.

Conosco tante persone separate che vivono la loro vocazione matrimoniale in modo particolare: pregano per il coniuge che le ha lasciate, continuano a educare i figli nella fede, offrono la loro solitudine come preghiera; non sono “mezzi consacrati”: sono sposi a pieno titolo, sposi crocifissi, ma fedeli. Non lo fanno per masochismo, ma perché hanno capito che l’amore non si misura sul successo o sul riconoscimento, ma sulla capacità di restare nella verità.

Il matrimonio cristiano non è una vocazione “di serie B” rispetto alla vita consacrata. È un sacramento che racchiude la stessa radicalità, lo stesso dono totale di sé, anzi, può essere anche più difficile, perché si è chiamati ad amare un essere umano concreto, con limiti, difetti, incoerenze e a farlo per sempre.

Ecco perché non ha senso, dopo una separazione, pensare di “salire di livello” entrando in un convento o in un ordine religioso: non si passa da una vocazione a un’altra per riparare un dolore o riempire un vuoto, a maggior ragione se sono nati dei figli che hanno bisogno di un padre e una madre che li educhino concretamente e che siano presenti nella loro vita.

Se il matrimonio è una consacrazione, allora anche la separazione può diventare un altare: il luogo dove si offre la propria vita come sacrificio d’amore nella consapevolezza che Dio ci chiama a santità nella vita concreta, non in fuga da essa.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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“Sorella mia, sposa” – l’amicizia che fonda l’amore

Prima di proseguire con l’ultima parte del Cantico dei Cantici, vale la pena fermarsi su una parola che ricorre più volte: sorella. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). L’amato chiama così la sua sposa: “Sorella mia, sposa”. Non è un modo di dire poetico, ma una rivelazione. In quelle parole è custodito un segreto profondo sull’amore umano, che vale per ogni coppia, per ogni matrimonio.

L’amato non chiama la sposa “mia donna”, “mia amante”, “mia compagna”, ma “sorella”. È un linguaggio che ci disarma e ci eleva insieme. Significa che l’amore coniugale non può ridursi all’attrazione o all’innamoramento, ma si fonda su qualcosa di più profondo: un legame di amicizia. Un’amicizia che non nasce solo dalla simpatia o dalla condivisione, ma da una comunione interiore che coinvolge l’anima.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, scrive che “dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la più grande amicizia”. Un’amicizia che racchiude tutto ciò che rende belle le relazioni: la ricerca del bene dell’altro, la reciprocità, l’intimità, la tenerezza, la stabilità. Eppure, nel matrimonio, a tutto questo si aggiunge qualcosa di unico: l’indissolubilità. Non si tratta di una prigione, ma di un progetto comune, stabile, che dà alla vita una direzione. “Essi non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19,6).

L’amore di amicizia

Gesù stesso ci ha insegnato che l’amore più grande è quello di amicizia: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. […] Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13-15). Essere amici, allora, non è una condizione iniziale del matrimonio, ma un cammino. È un continuo conoscersi e scegliersi, ogni giorno, nel bene e nelle difficoltà. In un rapporto autentico, non serve mascherarsi o mostrarsi sempre forti: ci si può permettere di essere fragili, veri, sinceri.

Dal punto di vista umano e psicologico, l’amicizia coniugale nasce quando entrambi gli sposi si sentono accolti, non giudicati, liberi di mostrarsi. Ogni volta che la comunicazione diventa sincera, il cuore si apre e si costruisce fiducia. Ogni volta che uno dei due si sente ascoltato e non corretto, amato e non analizzato, l’amore cresce di radice.

La confidenza che costruisce la fiducia

È importante che il coniuge sia la prima persona a cui confidiamo le nostre paure, i nostri pensieri, le nostre gioie. Quando iniziamo a confidare emozioni o segreti ad altri, e non al nostro sposo o alla nostra sposa, si accende un piccolo campanello d’allarme: forse qualcosa si è incrinato nella fiducia.

Un consiglio agli uomini: quando vostra moglie vi racconta le sue giornate, i suoi pensieri, anche ripetendosi, non spazientitevi. Quel bisogno di raccontarsi è un segno di amore. Significa che vi considera il suo rifugio, il luogo più sicuro. Non cerca soluzioni, cerca ascolto. E l’ascolto, nel matrimonio, è la prima forma di tenerezza.

Il matrimonio, in fondo, è il luogo dove possiamo mostrarci per ciò che siamo, senza paura. È lo spazio dove le nostre ferite vengono accolte e non scartate. Dove siamo amati non per quello che facciamo, ma per quello che siamo. È lì che l’amore diventa una scuola di umanità.

Eros, agape e filìa

L’amore sponsale cristiano non è solo sentimento o passione. È un intreccio di tre amori:

  • Eros, la forza del desiderio che ci spinge verso l’altro;
  • Agape, la gratuità del dono che sa rinunciare a sé;
  • Filìa, l’amicizia che dà stabilità e dolcezza.

Quando queste tre dimensioni si uniscono, l’amore diventa pieno, maturo, fecondo. Ma mantenerle in equilibrio non è facile. Richiede vigilanza, preghiera e, soprattutto, Grazia.

L’amore come sfida e vocazione

L’amore sponsale cristiano è una sfida, perché chiede tutto. Ti chiede di donarti senza riserve, di perdonare, di ricominciare, di credere che l’altro valga sempre la pena. Ma è anche un’esperienza di cielo. Ogni volta che due sposi scelgono di amarsi nonostante tutto, lì passa Dio. È come se in quel momento si aprisse una finestra sull’eternità.

Gesù, parlando del matrimonio, non lo definisce mai un compromesso umano, ma un mistero divino: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6). Quando i discepoli ascoltano queste parole, reagiscono con realismo: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. E Gesù risponde: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso” (Mt 19,10-11).

Ecco il punto: il matrimonio non si vive senza Grazia. Senza il dono del Sacramento, rischiamo di arrenderci alla cultura del “provvisorio”, quella che preferisce l’emozione all’impegno, il piacere alla fedeltà, l’io al noi.

Un amore che somiglia a Dio

Dio ha creato l’uomo e la donna “a sua immagine” (Gen 1,27). Non solo per generare vita, ma per rivelare qualcosa del Suo amore. Ogni volta che due sposi si scelgono, si perdonano, si abbracciano dopo una fatica, mostrano al mondo un frammento del volto di Dio. È in quel “sorella mia, sposa” che risplende il sogno originario del Creatore: un amore fatto di amicizia, di libertà e di dono reciproco.

Il matrimonio, vissuto nella fede, diventa così un santuario. Un luogo dove Dio abita, parla, educa. E dove due persone imparano, passo dopo passo, ad amarsi come Lui ci ha amati: non per bisogno, ma per scelta.

Antonio e Luisa

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Pellegrini di Speranza. Il diario di viaggio

Siamo arrivati alla quarta tappa del nostro pellegrinaggio, un cammino che stiamo percorrendo insieme attraverso queste riflessioni. Ogni pellegrino porta con sé un diario, e anche noi non possiamo farne a meno: un pellegrinaggio senza memoria si perde. Noi, però, siamo pellegrini di speranza — e proprio per questo il nostro diario non serve solo a ricordare il passato, ma a custodire ciò che nasce dentro il cuore mentre camminiamo. Cosa significa, davvero, essere pellegrini di speranza? Lo scopriremo nella riflessione di oggi. Se non hai letto i precedenti clicca qui.

Ogni pellegrino porta con sé un taccuino, un quaderno nello zaino dove annotare le memorie del cuore affinché ciò che ha vissuto non scivoli via come sabbia tra le dita, ma resti, si trasformi, prenda voce.

Scrivere è un atto di custodia, un gesto d’amore verso la propria vita. È come dire alla vita: Non voglio dimenticare ciò che mi stai donando, ciò che mi stai insegnando.” In un mondo che corre veloce e consuma tutto in fretta, scrivere diventa una forma di resistenza: scegliere di fermarsi, di ascoltare, di dare un nome alle emozioni, agli incontri, alle cadute e alle rinascite.

Ogni parola fissata sulla pagina diventa un’ancora che ti impedisce di smarrire il senso di ciò che hai attraversato, ricordandoti la direzione verso la destinazione che sei chiamato a raggiungere.

Ogni volto e ogni incontro descritto si trasforma in un compagno di viaggio che continua a parlarti, anche a distanza di tempo. C’è una sorta di mistero nella scrittura: quando metti su carta ciò che vivi, permetti allo Spirito di agire, di dare forma a ciò che prima era solo intuizione o dolore confuso. Le parole diventano preghiera, le domande si aprono a nuove risposte, e anche il silenzio tra una riga e l’altra diventa un luogo abitato da Dio. Ogni domanda lasciata sospesa sul foglio continua a lavorare dentro di te, come un seme che cresce in segreto, preparando un frutto che un giorno riconoscerai.

Scrivere un diario è un modo per parlare con Dio senza filtri, senza bisogno di apparire forti o perfetti. È uno spazio di verità, dove puoi dire tutto: le paure che non sai nominare, la gratitudine che trabocca, le attese, le delusioni e i piccoli miracoli quotidiani. È come aprire il cuore in un dialogo intimo con il Signore, in cui ogni parola diventa un atto di affidamento. Nel diario impari a consegnarti alla Sua volontà, anche quando non capisci tutto, anche quando il cammino è in salita.

Rileggere il proprio diario, dopo settimane o anni, è come tornare su un sentiero già percorso: riconosci le curve, ritrovi gli odori, rivedi i paesaggi interiori che ti hanno formato. Ti accorgi di come sei cambiato, di come una ferita si è cicatrizzata, di come un desiderio si è purificato e trasformato in scelta. Scopri che non sei più lo stesso: che l’uomo o la donna che scriveva quelle righe non esiste più, ma da quelle righe è nato qualcuno di nuovo.

Il diario diventa così specchio della tua crescita, un luogo dove la fede prende corpo nella vita concreta. Ogni pagina custodisce la traccia di una preghiera, di un’intuizione, di una lotta interiore. È come un mosaico di frammenti che, messi insieme, raccontano una storia abitata da Dio. Anche le pagine più buie, quelle scritte tra le lacrime, si rivelano con il tempo come luoghi di passaggio, dove la grazia ha trovato spazio per entrare.

Il diario diventa la prova silenziosa che la tua vita non è un caso, ma una storia accompagnata. È la memoria viva che ti restituisce la consapevolezza che nulla è andato perduto: ogni incontro, ogni silenzio, ogni domanda, ogni “sì” e ogni “non ancora” hanno lasciato un’impronta nel cammino.

Se aprissi oggi il tuo diario interiore, quali parole troveresti? Quali silenzi, volti e domande abitano ancora il tuo cuore? Forse scopriresti che Dio non ha mai smesso di scrivere insieme a te, riga dopo riga, la storia della tua vita — una storia che, se guardata con gli occhi della fede, è sempre un pellegrinaggio d’amore verso di Lui.

Se ti va scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

Fra Luca Bruno

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Rabbia nel matrimonio: un’emozione da ascoltare e da trasformare

Quando parliamo di matrimonio, spesso ci concentriamo sugli aspetti più luminosi: l’amore, la tenerezza, la gioia di vivere insieme. Tuttavia, c’è un lato meno raccontato, ma altrettanto reale e prezioso da affrontare: la rabbia. Non quella che distrugge, ma quella che, se accolta e compresa, può diventare occasione di crescita personale, di guarigione interiore e di rinnovamento della relazione.

La rabbia come emozione parassita

L’Analisi Transazionale (AT) ci insegna che la rabbia, in molti casi, non è un’emozione primaria, ma un’“emozione parassita”. Che cosa significa? Significa che essa spesso copre, come un velo, un sentimento più profondo e più fragile: la paura.

Quando reagiamo con esplosioni sproporzionate di collera di fronte a un piccolo gesto del coniuge o dei figli, raramente stiamo reagendo solo a quel gesto. Spesso la nostra reazione funziona come un elastico che ci riporta indietro a momenti della nostra infanzia: paure antiche, ferite mai guarite, vissuti di abbandono o di svalutazione. Così, la rabbia “parassita” prende il posto della paura originaria, perché esprimere rabbia sembra meno rischioso che mostrare la propria vulnerabilità.

Ma la conseguenza è che, invece di comunicare al coniuge il nostro bisogno di sicurezza e di accoglienza, lo colpiamo con parole dure o atteggiamenti aggressivi. È qui che inizia il lavoro di consapevolezza: riconoscere che quella rabbia non è il vero messaggio, ma un segnale che c’è sotto qualcosa di più delicato da portare alla luce.

Un aneddoto personale: la paura dietro la rabbia

Ricordo bene i primi anni di matrimonio. Non era raro che, in momenti di tensione, reagissi con scatti di rabbia sproporzionati: arrivavo persino a sbattere porte con forza o a gettare bicchieri a terra. A distanza di tempo, posso riconoscere quanto quelle reazioni non avessero quasi nulla a che fare con il motivo concreto della discussione.

Con il tempo — e soprattutto grazie alla pazienza e all’accoglienza di Luisa — ho capito che dietro a quei gesti violenti c’era una paura nascosta: la paura di non essere all’altezza del matrimonio, di non essere capace di dare tutto quello che serviva, di non essere adatto a sostenere le responsabilità di sposo e soprattutto di genitore. In fondo, c’era la paura più grande: quella di non essere amato se non fossi stato all’altezza delle aspettative.

Abbiamo imparato insieme a dare un nome a quella paura. E questo ha trasformato la rabbia da muro che divideva a porta che si apriva: da quel momento non era più solo un problema da contenere, ma un invito a guardarmi dentro e a lasciarmi guarire. Questo percorso ci ha fatto capire che anche le emozioni più scomode, se accolte e illuminate, possono diventare luoghi di incontro e di crescita.

Il matrimonio come palestra del cuore

Il matrimonio è proprio la relazione in cui questa dinamica emerge con più forza. Perché? Perché il matrimonio è una relazione totalizzante, in cui mettiamo in gioco tutto noi stessi: la nostra storia, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri limiti.

Nessun’altra relazione ci mette così a nudo come quella coniugale. La convivenza quotidiana, l’intimità, la progettualità comune fanno emergere inevitabilmente anche i lati più fragili. Ed è normale che, in questo cammino, emerga la rabbia.

Anzi, potremmo dire che il matrimonio è il luogo dove la rabbia va “curata”, non repressa né sfogata in maniera distruttiva, ma trasformata. Quando marito e moglie si accorgono che un’esplosione di rabbia nasconde in realtà una paura — di non essere amati, di non contare, di essere rifiutati — allora possono aprire uno spazio di dialogo più profondo, che li aiuta a conoscersi meglio e ad amarsi con maggiore autenticità.

La cura della rabbia nella prospettiva sacramentale

Dal punto di vista spirituale, il matrimonio cristiano non è solo una relazione umana, ma un sacramento: un segno efficace della grazia di Dio. Questo significa che anche le emozioni difficili, come la rabbia, non vanno viste solo come un problema da eliminare, ma come occasioni che lo Spirito Santo può usare per purificare e rafforzare l’amore coniugale.

San Paolo scrive: «Adiratevi, ma non peccate: non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). Non ci viene detto di non arrabbiarci mai — perché la rabbia è un’emozione naturale — ma ci viene chiesto di non permettere che la rabbia diventi peccato, rancore o distanza permanente. La fede ci invita a trasformare la rabbia in occasione di riconciliazione.

Il Sacramento del Matrimonio dona agli sposi una grazia particolare: quella di poter vivere il perdono reciproco come riflesso dell’amore stesso di Cristo. Ma non solo: il matrimonio è un sacramento di un amore indissolubile, che non finisce. Quando diciamo “sì” davanti a Dio, promettiamo un amore che non dipende dai meriti dell’altro. È un amore che dice: ti amerò sempre, non devi meritarti di essere amato.

Se questa promessa viene vissuta giorno dopo giorno, diventa un balsamo che scioglie la paura più grande: quella di non essere degni d’amore. E quando la paura si attenua, anche la rabbia perde forza. La consapevolezza che l’altro ci amerà sempre, anche nei nostri limiti, ci libera dall’ansia di dover dimostrare continuamente qualcosa. Così, il sacramento stesso diventa una scuola di fiducia e di accoglienza reciproca, che aiuta a guarire dalla paura e a trasformare la rabbia in amore.

Dalla rabbia alla responsabilità

Prendersi cura della rabbia significa allora assumersi una responsabilità personale. L’Analisi Transazionale ci aiuta a chiederci:

  • Quale copione infantile si è riattivato in me?
  • Quale paura sto coprendo con questa reazione esagerata?
  • Sto parlando da Adulto, o sto lasciando che il Bambino ferito prenda il controllo?

Queste domande non servono a colpevolizzarci, ma a riportarci nella libertà. Il matrimonio, infatti, è il contesto in cui impariamo non solo a “scaricare” le emozioni, ma a trasformarle in occasioni di amore più maturo.

Sul piano spirituale, questo significa trasformare la rabbia in preghiera: portare davanti a Dio la nostra fragilità, chiedere luce per riconoscere la paura che ci abita, domandare la forza di amare anche quando siamo feriti. La grazia del sacramento non cancella la rabbia, ma ci aiuta a custodirla, a non esserne schiavi, a trasformarla in un cammino di maggiore libertà e comunione.

In definitiva, la rabbia nel matrimonio non è un fallimento, ma un segnale prezioso. Essa ci indica che c’è una paura da riconoscere, un bisogno profondo che chiede ascolto. Se impariamo a leggerla così, con l’aiuto della psicologia e con la luce della fede, la rabbia diventa una maestra: ci conduce a un amore più consapevole, più umile, più maturo.

Il matrimonio, allora, non è un luogo senza conflitti, ma una scuola in cui, insieme, marito e moglie imparano a crescere come persone, come sposi e come genitori. E ogni volta che dalla rabbia si passa al perdono, dalla paura si passa alla fiducia, la coppia diventa un piccolo Vangelo vissuto in casa: segno concreto dell’amore di Cristo che trasforma la fragilità umana in grazia condivisa.

Antonio e Luisa

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L’amore che sa aspettare il tempo di Dio

L’amore che attende non è un amore spento o trattenuto. È l’amore che sa aspettare il tempo di Dio, che non brucia in fretta ma si lascia purificare e maturare. Il Cantico dei Cantici ci racconta questa attesa fatta di desiderio e di fiducia: l’amata arde d’amore, ma sceglie di custodire il suo desiderio finché diventa dono.Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Oh, se tu fossi un fratello per me, allattato al seno di mia madre! Incontrandoti per strada ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi…

L’ultimo canto del Cantico dei Cantici è forse uno dei più intensi di tutta la Scrittura. L’amata parla con un linguaggio pieno di passione, di desiderio, di attesa. Ma, dietro la poesia, c’è una verità profonda sull’amore umano e sul suo compimento.

Questi versi erano cantati nei matrimoni e parlano di una coppia di promessi sposi, non ancora uniti nella loro intimità. Erano ancora nel tempo dell’attesa, in quell’anno che separava la promessa nuziale dal matrimonio vero e proprio. Un tempo sospeso, fatto di sguardi, sogni, desiderio… e autocontrollo.

Nell’Israele antico, prima delle nozze, non erano permesse effusioni affettive. L’amata sa che non può ancora toccare, ma può desiderare. Brucia d’amore, ma sa che quell’amore deve essere custodito, perché ha un senso più grande.

Il desiderio che non brucia ma illumina

In queste parole della sposa risuona una tensione che tutti, in modi diversi, conosciamo: la tensione tra il desiderio e il tempo dell’attesa. È la stessa dinamica che attraversa ogni relazione umana: ciò che si desidera profondamente, per diventare fecondo, ha bisogno di tempo.

In psicologia diremmo che l’“Adulto” interiore custodisce l’impeto del “Bambino”, senza spegnerlo. Non lo reprime, ma lo orienta. Anche nella coppia credente, la maturità affettiva nasce quando si impara a trasformare l’impulso in promessa, l’istinto in dono.

L’amata desidera baciare il suo sposo per strada, senza vergogna, ma riconosce che non è ancora il momento. È la libertà di chi sa attendere per amore, non per paura. L’amore vero, infatti, non è mai pretesa: è fiducia nel tempo di Dio.

Maria, la donna dell’attesa e del rischio

In questa donna del Cantico possiamo scorgere un’immagine di quella che sarà Maria di Nazaret, la giovane promessa a Giuseppe. Anche lei vive un tempo sospeso, un “quasi matrimonio”. E proprio lì, in quel tempo incompiuto, Dio entra nella storia.

Quando Maria dice “sì” all’angelo, si espone a tutto: alla perdita dell’onore, al giudizio, persino alla condanna. In un contesto dove una gravidanza prima delle nozze era punita con la lapidazione, Maria offre tutta sé stessa alla volontà di Dio.

Il suo “fiat” è un atto di fede coraggiosa e affettiva: non un atto intellettuale, ma una consegna d’amore totale. Come l’amata del Cantico, anche Maria attende, ma non da passiva: attende con il cuore aperto e pieno di fiducia. Maria è la donna dell’attesa operosa, della speranza attiva, della tenerezza che custodisce la vita prima ancora che nasca.” (Papa Francesco, Angelus 2015)

Il matrimonio: la tenda di Dio tra due cuori

Il desiderio dell’amata non è peccato, ma promessa. È come un fuoco che Dio ha messo nel cuore dell’uomo e della donna perché imparino a donarsi totalmente. Ma questa donazione ha bisogno di un “luogo sacro”: il matrimonio. Nel matrimonio cristiano, Dio pone la sua tenda nel “noi” degli sposi. Lo Spirito Santo salda i due cuori in una comunione reale: non sono più due, ma una carne sola (Mt 19,6).

Quando questo accade, anche il corpo diventa linguaggio teologico: la carezza, l’abbraccio, la tenerezza diventano segni della grazia. L’unione fisica degli sposi non è più solo gesto umano, ma rito d’amore, sacramento vissuto nella carne. Come scrive san Giovanni Paolo II nella Teologia del corpo: “L’uomo e la donna, unendosi nel matrimonio, partecipano al mistero dell’amore creativo di Dio. Nel loro dono reciproco, il corpo parla il linguaggio della verità.

Quando l’amore raggiunge questo livello di consapevolezza, l’intimità diventa casta. Non nel senso povero o negante che a volte si attribuisce alla parola, ma nel senso più pieno: pura, vera, integra. La castità non è assenza, ma pienezza. È la capacità di unire corpo e spirito in una sola intenzione d’amore.

Il vino aromatico e il succo di melograno

L’amata dice: «Ti farei bere vino aromatico e succo del mio melograno». Sono immagini simboliche, ma profondissime. Conferma quanto abbiamo già letto nei versetti precedenti. Il melograno è frutto fresco, vivo, pieno di semi: rappresenta la fecondità immediata, la gioia del primo amore, l’ebbrezza del desiderio. Il vino aromatico, invece, richiede tempo. Non nasce in un giorno. È l’amore che si affina, che sa aspettare, che diventa più buono col passare degli anni.

Nel linguaggio simbolico, possiamo dire che il vino è l’amore maturo, quello che attraversa le stagioni, le ferite, le prove. È il frutto del tempo e della fedeltà. È il passaggio dal “Bambino innamorato” al “Bambino libero e integrato”: non un amore che brucia e consuma, ma un amore che matura e costruisce. L’amore vero, come il vino buono, ha bisogno di tempo, di luce e di buio, di fermentazione e di pazienza. Non è mai istantaneo: nasce dal quotidiano, dalla scelta ripetuta di amare anche quando l’emozione si spegne.

L’abbraccio che non passa

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.

Questo abbraccio racchiude tutta la tenerezza di Dio. È l’immagine dello sposo che sostiene e custodisce. La mano sotto il capo è il gesto di chi solleva, non schiaccia. È l’amore che sostiene la fragilità dell’altro. Nelle coppie di oggi, questo versetto ci ricorda che l’amore vero è sostegno reciproco, non possesso. È dire “sono qui” quando l’altro è stanco, quando non ha più forza, quando sembra distante.

Ogni matrimonio attraversa momenti di desiderio e momenti di distanza. Ma chi sa amare come l’amato del Cantico sa anche rispettare il ritmo dell’altro. Per questo egli dice: Non destate, non scuotete dal sonno l’amore, finché non lo desideri. L’amore non si impone. Non si forza. Si lascia fiorire nel tempo giusto, come un germoglio che cresce al sole e nella notte.

Il Cantico dei Cantici non è solo una poesia d’amore. È una profezia del matrimonio come cammino di salvezza. L’attesa dell’amata è l’attesa di ogni credente, di ogni coppia che desidera amare come Dio ama: con passione, ma anche con pazienza; con desiderio, ma anche con rispetto. Alla fine, l’amore umano non è solo un sentimento, ma una vocazione. È chiamata a trasformare il desiderio in dono, la passione in comunione, il tempo dell’attesa in eternità condivisa.

Antonio e Luisa

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Cinque anni dal nostro Matrimonio in Cristo

Oggi festeggiamo cinque anni dal nostro Matrimonio in Cristo, dal giorno in cui abbiamo ricevuto il Sacramento delle Nozze. Guardandoci indietro possiamo dire con gratitudine che oggi il nostro matrimonio è ancora più bello di allora. Non perché sia stato un cammino senza difficoltà, ma perché insieme a Dio abbiamo imparato a costruire ogni giorno, passo dopo passo, la nostra vocazione di sposi.

Il nostro equipaggiamento per il viaggio

In questi anni abbiamo scoperto che, per vivere il matrimonio nella gioia e nella fedeltà, servono dei punti di riferimento solidi, dei veri e propri “capisaldi”. Noi li abbiamo riassunti in un ordine che per noi è diventato stile di vita: prima Dio, poi Noi, poi gli altri, e infine tutto il resto.

  1. Dio al centro
    È Lui la sorgente del nostro amore. Senza la Sua grazia il matrimonio rischia di ridursi a un semplice contratto umano. Il Sacramento delle Nozze ci ha resi segno visibile del Suo amore fedele, e questo ci ricorda ogni giorno che non siamo soli. La fede, la partecipazione ai Sacramenti, la Santa Messa, l’adorazione, la preghiera personale e di coppia, l’ascolto della Sua Parola: tutto questo è il nostro “carburante” spirituale.
  2. Noi due
    Dopo Dio, viene la nostra relazione. Custodirla significa coltivare il dialogo, perdonarci quando sbagliamo, vivere la tenerezza, rispettarci, sostenerci a vicenda. Non sempre è facile: ci sono stati litigi, momenti di incomprensione, ferite e fatiche. Ma l’amore non è l’assenza di problemi, bensì la scelta di affrontarli insieme. Abbiamo imparato ad ascoltarci, a venirci incontro, a gioire delle cose belle e a portare insieme i pesi.
  3. La leggerezza
    Il matrimonio non è solo sacrificio: è anche gioia, svago, viaggi, solarità. Abbiamo sperimentato che la leggerezza, vissuta insieme, diventa un modo per ricaricarsi e guardare con più fiducia al futuro.
  4. Il sostegno della comunità
    Non si cresce da soli. In questi anni abbiamo cercato corsi e percorsi per sposi cristiani, guide spirituali, letture, testimonianze, e soprattutto cammini condivisi con altre coppie. Alcune erano alla pari con noi, altre più avanti: da ognuna abbiamo ricevuto uno stimolo a crescere.

Il matrimonio non è una vetta raggiunta una volta per tutte: è un cammino in continuo divenire. Non si arriva mai, non ci si ferma mai. Per questo il nostro anniversario ha per noi più valore dei compleanni: celebra la nostra vocazione, il senso stesso della nostra vita insieme.

Certo, non siamo perfetti. Abbiamo limiti e fragilità, ma cerchiamo di fare del nostro meglio ogni giorno, con l’aiuto di Dio e con i piccoli passi possibili. La gratitudine è la nostra bussola: nulla è scontato, tutto è dono, grazia e benedizione.

Verso una fecondità più grande

Ci sentiamo ancora “work in progress” anche nel servizio e nella fecondità spirituale. Non sempre i cammini ecclesiali che abbiamo incontrato hanno risposto alle nostre esigenze: a volte abbiamo trovato troppa organizzazione e poco contenuto, altre volte un’attenzione esclusiva alla genitorialità. Ma confidiamo che Dio ci mostrerà la strada, aprendoci porte nuove. Pregate per noi, come noi preghiamo per voi. Desideriamo restituire quello che abbiamo ricevuto e lodare Dio con la nostra vita.

Vent’anni fa un frate francescano ci disse: «Quello che si è da single, lo si porta nel fidanzamento; quello che si è nel fidanzamento, lo si porta nel matrimonio». È un consiglio che si è rivelato vero. Per questo è importante coltivarsi bene in ogni stagione della vita: da single, da fidanzati e da sposi.

Arrivati a questa tappa, possiamo dire che ci sentiamo più vivi e grati che mai. Io personalmente mi sento bella come a trent’anni e più saggia di quanto dica la mia età anagrafica. È un dono grande poter camminare accanto a mio marito, ringraziare Dio ogni giorno per la nostra storia e guardare al futuro con fiducia.

Cinque anni di matrimonio in Cristo non sono solo un ricordo: sono la certezza che l’amore, se custodito nella grazia di Dio, diventa sempre più bello col passare del tempo.

Paola BT

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La sacramentalità del matrimonio: amore e mistero

Proseguiamo oggi con l’analisi delle catechesi di Giovanni Paolo II sul matrimonio. In particolare con quella del 8 settembre 1982. Il matrimonio è il “grande mistero”: nell’amore quotidiano degli sposi si rende visibile l’amore di Cristo per la Chiesa, segno vivo di fedeltà, dono e presenza di Dio. Potete rileggere i capitoli già pubblicati a questo link.

San Paolo, nella lettera agli Efesini, scrive una frase che è diventata la chiave di lettura del matrimonio cristiano: “Nessuno mai ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5,29-30).

Qui Paolo cita subito dopo il versetto di Genesi 2,24: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due formeranno una carne sola”. Non lo fa soltanto per ribadire l’unità dei coniugi “fin dal principio”, ma per dire qualcosa di molto più grande: il matrimonio umano è immagine e riflesso dell’amore di Cristo per la sua Chiesa.

Ecco la chiave: il legame tra marito e moglie diventa segno concreto e quotidiano di un amore più grande, quello che Cristo ha mostrato sulla croce. Non si tratta quindi solo di un’unione naturale, ma di una realtà che appartiene al cuore stesso del progetto di Dio.

Il mistero rivelato

Paolo chiama questo legame “grande mistero” (Ef 5,32). La parola greca mysterion indica un disegno che era nascosto in Dio e che si manifesta nel tempo, nella storia dell’uomo. È un mistero perché va oltre quello che possiamo capire con la sola ragione: è la rivelazione che Dio vuole sposarsi con l’umanità, unirsi a lei in un amore fedele ed eterno.

Nella Bibbia questo mistero attraversa due fasi: la prima, antica, è la creazione, quando Dio dona all’uomo e alla donna la possibilità di diventare una sola carne; la seconda, piena e definitiva, è Cristo, che dona la vita per la Chiesa e si unisce a lei in modo sponsale. C’è una continuità: ciò che Dio ha inscritto nella natura umana fin dal principio trova il suo compimento nella Pasqua di Cristo.

In fondo è lo stesso linguaggio che ritroviamo in tante tue riflessioni: quando dici che l’amore sponsale non è solo un sentimento, ma una vocazione che ha dentro un seme di eternità, è esattamente questo.

Mistero e sacramento

Ora: Paolo parla direttamente del “sacramento del matrimonio”? Non proprio in senso tecnico. Però pone le basi della sacramentalità. Il sacramento, infatti, è quel segno visibile ed efficace che non solo annuncia un mistero, ma lo rende presente e lo realizza.

Il matrimonio cristiano, quindi, non è solo simbolo: è il luogo in cui il mistero dell’amore di Dio diventa carne, gesti, vita quotidiana. L’amore coniugale – con le sue fatiche, le sue gioie, la fedeltà quotidiana – rende visibile l’amore di Cristo per la Chiesa. È come se Dio dicesse: “Guardate due sposi che si amano, e capirete un po’ del mio amore per voi”.

Questo spiega anche perché i sacramenti sono al centro della vita cristiana: sono i segni attraverso i quali Dio continua ad amarci, a nutrirci e a curarci, proprio come Cristo fa con la sua Chiesa.

La Chiesa, sacramento dell’amore di Dio

Il Concilio Vaticano II lo ha espresso in maniera bellissima: “La Chiesa è in Cristo come sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1). Non è solo un’istituzione o un’organizzazione: è il luogo in cui il mistero di Dio prende forma e tocca la vita concreta delle persone.

Allo stesso modo, il matrimonio non è solo un contratto o una scelta privata: è un sacramento che partecipa a questa stessa logica, perché mostra e rende presente l’amore fedele di Dio.

Per noi sposi oggi

Che cosa significa tutto questo, detto in parole semplici per le coppie di oggi? Che il matrimonio non è un “peso” da portare, né una prova di resistenza, ma una vocazione grande. È un dono da accogliere e un compito da custodire.

Ogni volta che un marito e una moglie scelgono di amarsi, di perdonarsi, di restare fedeli, di mettere al centro non l’egoismo ma il bene dell’altro, lì si manifesta Cristo stesso. È un “piccolo Vangelo vissuto in casa”, la prima carità comincia tra le mura domestiche.

In fondo, dire “sì” nel matrimonio non è altro che accogliere e rendere visibile questo mistero d’amore. Un mistero che ha radici in Dio e che, proprio per questo, non si consuma, ma diventa via di salvezza e di santità.

Quando San Paolo parla del “grande mistero” non intende qualcosa di astratto, ma una realtà concreta che tocca la carne e il cuore degli sposi. Cristo e la Chiesa, marito e moglie: due unioni che si illuminano a vicenda.

Capire questo ci aiuta a non ridurre il matrimonio a un semplice accordo tra due persone. È molto di più: è il segno vivo che Dio continua a dire all’umanità: “Ti amo, ti scelgo, ti resto fedele per sempre”.

Ecco perché il matrimonio cristiano, pur nella sua fragilità umana, rimane il sacramento più “antico” e al tempo stesso più attuale: perché ci ricorda che l’amore vero non finisce, ma ha il volto stesso di Dio.

Basta una parola

Immaginate una coppia che, dopo una giornata faticosa, si ritrova la sera a tavola. Lui è stanco, lei magari è irritata perché i bambini hanno fatto i capricci. Potrebbero rimanere ciascuno nel proprio silenzio, oppure decidere di “nutrire e curare” l’altro, come dice San Paolo. Allora uno prende l’iniziativa: un sorriso, una carezza, un “come stai davvero?”. Quel gesto cambia l’atmosfera: non è solo gentilezza, ma diventa segno concreto di quell’amore più grande che Cristo ha per la Chiesa.

È come una candela accesa in una stanza buia: la luce è piccola, ma rende visibile la presenza di Dio. Il matrimonio funziona così: nei gesti semplici – un perdono chiesto, un piatto cucinato, un abbraccio dopo una lite – si rivela il mistero nascosto da sempre in Dio.

Per questo Paolo può dire: “Questo mistero è grande”. Non è un’idea astratta: è la vita quotidiana che diventa luogo di Dio. Come Cristo ha dato se stesso per la Chiesa, così gli sposi imparano a donarsi a vicenda. Ogni piccolo dono, anche quello nascosto, è partecipazione a un amore eterno.

Antonio e Luisa

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L’illusione di poter controllare tutto: i contratti prematrimoniali

Ho scritto nel precedente articolo che il nostro sistema giudiziario, così com’è, genera ingiustizie nelle separazioni; infatti ci sono da vari fronti alcune proposte che potrebbero portare a dei miglioramenti: c’è qualcuno che ritiene che un contratto prematrimoniale possa risolvere molti problemi.

In Italia i patti prematrimoniali, con cui si regolano in anticipo le condizioni di un’eventuale separazione o divorzio (es. assegno di mantenimento, affidamento dei figli, rinuncia a diritti successori), non sono validi, mentre sono contemplati gli accordi patrimoniali (es. restituzione d’immobili, auto, barche, somme di denaro).

Io penso che firmare un contratto che vada a stabilire cosa dovrà succedere in caso di separazione sia, non solo di una tristezza infinita, ma anche poco utile.

Infatti, tutto questo riduce il matrimonio a un accordo economico, a un calcolo di convenienza, quando invece – per noi cristiani – il matrimonio è un sacramento, una consacrazione della relazione che prevede di dare la vita, qualsiasi cosa accada.

Provate a immaginare due fidanzati che si siedono davanti a un notaio: invece di sognare i figli, la casa da arredare insieme, i progetti di vita, discutono di come spartirsi i beni in caso di fallimento. A me sembra paradossale, sarebbe come promettere amore “finché dura”, invece del “per sempre” (e questo minerebbe anche la validità del Sacramento).

Chi inizia un matrimonio con la paura del domani, rischia di vivere nell’ansia di perdere e non nella gioia di donarsi: l’amore, quello vero, non è un investimento a rendimento garantito, è dono totale, è rischio, è fiducia.

Io ho una formazione logico-matematica e per molto tempo della mia vita ho provato inutilmente a organizzare e a tenere tutto sotto controllo, fino a costatare che, per fortuna, non siamo noi a tenere le fila; non puoi prevedere il futuro, non puoi preservarti da ciò che accadrà, puoi solo affidarTi.

San Paolo chiama il matrimonio “mistero grande” (Ef 5,32): se Cristo avesse amato la Chiesa con clausole di uscita, nessuno di noi oggi sarebbe qui a credere. Se gli sposi iniziano la loro vita insieme pensando già al divorzio, come possono credere davvero nella Grazia che li sostiene? Soprattutto si tratta di un sacramento valido?

Certo, non voglio essere ingenuo: le crisi ci sono, i tradimenti ci sono, le ferite ci sono, ma la risposta non è la paura preventiva, bensì la preparazione e l’accompagnamento. È come per un viaggio in mare: non si parte pensando subito al naufragio, ma ci si forma a navigare, a leggere i venti, a superare le tempeste insieme.

Quante coppie si separano non perché “non si amano più”, ma perché non hanno saputo parlarsi, perdonarsi, mettersi in discussione! Nessun contratto prematrimoniale avrebbe risolto queste situazioni, al contrario, li avrebbe illusi che la soluzione fosse già scritta su un foglio, quando invece era nascosta nel loro cuore: nella capacità di ricominciare, di chiedere aiuto, di perdonarsi settanta volte sette.

La logica dei contratti prematrimoniali porta a vivere il matrimonio come una polizza assicurativa: paghi un premio (la firma) per essere “coperto” in caso di danno (la separazione), ma l’amore non è una polizza. Non c’è nessun assicuratore che possa garantire la fedeltà, la tenerezza, il sacrificio.

Come cristiani dovremmo chiederci: dove nasce la fragilità dei matrimoni? Non dalla mancanza di clausole legali, ma dalla mancanza di radici spirituali e relazionali. Una coppia che prega insieme, che appartiene a una comunità viva, che coltiva il dialogo e la tenerezza, sarà molto più protetta dalle crisi di una coppia che firma mille carte.

Ecco perché penso che, invece di spingere i giovani a fare contratti, dovremmo spingerli a fare cammini di preparazione seri, a scoprire cosa significa davvero donarsi, a imparare la grammatica dell’amore: ascolto, perdono, sacrificio, pazienza, umiltà. E’ una logica contraria a come pensa il mondo: un contratto divide equamente, l’amore dona totalmente.

Oggi i giovani vedono troppi matrimoni falliti e hanno paura, ma io credo che i giovani abbiano bisogno di vedere non contratti ben fatti, ma sposi che restano fedeli, che si rialzano dopo le cadute, che mostrano che il “per sempre” è possibile, perché Dio lo rende possibile.

La vera sicurezza nel matrimonio non viene da una firma, ma da quel “sì” detto davanti a Dio e rinnovato ogni giorno nella concretezza della vita. Ogni volta che preparo la cena per il coniuge, ogni volta che mi alzo di notte per un figlio, ogni volta che sopporto un difetto dell’altro, io sto rinnovando il mio sì.

E allora mi chiedo: quale contratto potrà mai contenere la grandezza di un amore che decide di riflettere Cristo? Nessuno. L’unico “patto prematrimoniale” che conta è la decisione del cuore: “Io scelgo di amarti sempre, con l’aiuto di Dio”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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L’amata: eros, agape e la fedeltà che matura nel tempo

Nei versetti che afforntiamo in questo capitolo il Cantico dei Cantici mostra l’amore sponsale come integrazione di eros e agape: passione e fedeltà, freschezza e maturità, dono reciproco che, nutrito, diventa profezia dell’amore eterno di Dio. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Le mandragore fanno sentire il loro profumo. Alle nostre porte ci sono tutti i frutti più squisiti, quelli freschi e quelli stagionati che ho conservato per te, amore mio.» (Ct 7,14)

Queste parole del Cantico dei Cantici aprono uno squarcio affascinante sul mistero dell’amore sponsale. Il linguaggio è poetico, ma racchiude in sé una sapienza profonda, capace di parlare tanto al cuore quanto alla mente. Le immagini bibliche non sono semplici ornamenti, ma chiavi interpretative per entrare nel mistero dell’amore umano, che è corpo e spirito, eros e agape, passione e fedeltà.

La mandragora: tra attrazione e ambiguità

Il testo nomina la mandragora, pianta che, nella tradizione antica, è legata al desiderio, alla fertilità e persino alla magia. La Bibbia stessa la ricorda come oggetto di contesa tra Rachele e Lia, mogli di Giacobbe, che vedevano in essa una promessa di fecondità (cf. Gen 30,14-16). La mandragora, infatti, è pianta ambivalente: può essere medicina o veleno, dono o inganno, a seconda dell’uso che se ne fa.

Questa ambivalenza diventa un simbolo perfetto dell’eros. L’attrazione erotica tra uomo e donna è una forza potente, capace di condurre alla comunione più profonda o, se deformata, di trasformarsi in possesso e distruzione. Come nota San Giovanni Paolo II:

«L’uomo è diventato dono per la donna, e la donna per l’uomo. Nell’esperienza del corpo, l’uomo e la donna scoprono il significato sponsale della loro esistenza.» (Udienza generale, 9 gennaio 1980).

In chiave psicologica, potremmo dire che l’eros è quella spinta originaria che permette di uscire dal proprio “io” chiuso e autoreferenziale per cercare l’altro. Non è quindi, come spesso viene ridotto, una forza cieca di possesso. È, piuttosto, un motore che spinge a superare l’egoismo e a scoprire la gioia dell’incontro.

Estasi e dono

La parola greca éxtasis significa letteralmente “essere fuori da sé”. L’estasi amorosa è dunque il movimento che porta oltre i propri confini, verso l’altro. In un mondo segnato dal peccato, questo movimento rischia di degenerare in volontà di dominio, ma nel disegno originario di Dio esso è chiamato a fiorire come dono

L’eros, se purificato dall’agape, diventa una via per imparare l’amore vero, quello che non si esaurisce nel piacere, ma che si apre al servizio, alla fedeltà, alla vita generata insieme. È come un “motorino di avviamento”: accende la passione, ma non basta a portare avanti il viaggio. Occorre il motore più grande dell’agape, l’amore che si fa dono quotidiano.

I frutti freschi e i frutti stagionati

Il Cantico prosegue con un’immagine altrettanto suggestiva: i frutti freschi e quelli stagionati conservati “alle porte” per l’amato. È il simbolo dell’amore coniugale che conosce diverse stagioni.

I frutti freschi sono la passione, la sorpresa, l’attrazione immediata che caratterizza i primi tempi. I frutti stagionati, invece, parlano della fedeltà, della maturità che nasce dalla vita condivisa, dalle prove superate, dalle ferite trasformate in cicatrici. Entrambi sono preziosi e necessari.

Cristiane Singer osserva con finezza: «Il matrimonio nasce dalla pazienza che Dio ha nei riguardi dell’uomo: Io ti dono una vita per realizzare la tua opera. La passione invece nasce dalla sua impazienza: Come, stai ancora dormendo?» (Elogio del matrimonio, della passione e della fedeltà).

Nelle coppie che hanno costruito un rapporto sano, passione e fedeltà non si escludono, ma si alimentano a vicenda. La passione non è un capriccio passeggero, ma può essere educata, custodita, rigenerata. Ogni gesto di tenerezza, di cura, di ascolto diventa come acqua che irriga le radici dell’amore, mantenendo viva la fiamma.

Una dinamica psicologica e spirituale

Qui possiamo cogliere un parallelo con le dinamiche interiori dell’uomo. Ogni relazione vive della tensione tra spontaneità e stabilità, tra desiderio e responsabilità. Quando uno dei due poli viene escluso, l’amore si impoverisce: senza passione, rischia di diventare routine fredda; senza fedeltà, si riduce a consumare emozioni senza costruire nulla.

La Bibbia mostra che Dio stesso ama con passione e fedeltà. «Con amore eterno ti ho amato» (Ger 31,3), dice il Signore a Israele. E al tempo stesso Gesù parla dello sposo che arde di desiderio per la sua sposa, che è la Chiesa (cf. Mc 2,19).

Nell’esperienza matrimoniale, allora, gli sposi sono chiamati a riflettere questa immagine di Dio: vivere la pazienza dell’amore che dura e, insieme, custodire l’impazienza della passione che rinnova.

Recuperare la passione perduta

Molte coppie, dopo anni, si chiedono se la passione sia definitivamente tramontata. Ma il Cantico insegna che i frutti freschi possono sempre ritornare, se vengono conservati e custoditi. Non è una forza cieca che sfugge al nostro controllo: è un dono che si alimenta.

Come dice Papa Francesco: «L’amore che non cresce in modo dinamico rischia di essere un amore malato. Cresce e matura man mano che la vita diventa più fragile.» (Amoris Laetitia, 134).

La coppia che investe nella cura reciproca, nel dialogo, nella preghiera condivisa, nei gesti concreti di servizio, non perde la passione, ma la trasfigura. Anche quando sembra spenta, essa può essere ravvivata, come brace che torna fuoco vivo se alimentata.

L’immagine della mandragora e dei frutti freschi e stagionati ci mostra che l’amore coniugale è un cammino di integrazione. È eros che diventa agape, è passione che si trasforma in fedeltà, è dono che si rinnova ogni giorno.

Il matrimonio non elimina la passione, ma le dà una casa. Non soffoca l’eros, ma lo orienta al dono. Non teme il tempo, perché sa che l’amore vero, come il vino buono, matura e diventa più gustoso. Ecco perché il Cantico ci offre non solo poesia, ma profezia: l’amore umano, con le sue fragilità e le sue grandezze, è segno di quell’amore eterno e fedele che Dio ha per noi.

Antonio e Luisa

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Una mail che ha cambiato tutto. La seconda possibilità di Ugo e Paola

La storia insegna che gli opposti si attraggono! Così è capitato a noi. Io sono cresciuta in mezzo alle difficoltà economiche, ma con una famiglia fiduciosa nella provvidenza e negli altri, con un papà dolce e presente e una mamma fragile. Ugo è vissuto in una famiglia solida, il suo papà era per lui un esempio da seguire e la mamma molto dolce; e da loro ha imparato a contare sulle proprie forze.

La nostra storia è cominciata da giovanissimi, quando la vita era un libro aperto sul quale poter scrivere i progetti e i sogni. Paola mi piaceva fisicamente, mi piaceva il suo volto, amavo pettinarle i lunghi capelli e fotografarla quando passeggiavamo. Di Ugo mi aveva attratto la sua sicurezza, i suoi progetti, la determinazione nel perseguirli e la sua solidità di vita.

Ci siamo innamorati e il tempo è volato: dodici anni che ci hanno visti sempre insieme, a condividere tutto, fino al matrimonio, promessa di autonomia e di serenità! Poi sono arrivate le prime crepe ad incrinare questa nostra vita di coppia. Io, Paola, faticavo molto ad accettare la presenza continua dei genitori di Ugo nella nostra famiglia e con la nostra prima figlia. Non lo manifestavo, accettavo tenendomi tutto dentro e soffrivo per la mancanza di rapporti con i miei genitori.

Io, Ugo, vedendola tranquilla, non mi preoccupavo di chiederle cosa ne pensasse del condividere con i miei la nostra vita né se desiderasse qualcosa di diverso per noi. Poi sono arrivati i problemi di lavoro, i licenziamenti, le morti dei nostri papà, la malattia di nostra figlia e poi la malattia di Paola…

Le crepe sono diventate ferite, brucianti, laceranti, che abbiamo vissuto individualmente, ognuno per proprio conto. Ci siamo allontanati sia sentimentalmente che fisicamente. Abbiamo smesso di comunicare se non per ferirci ancora di più, facendo soffrire i figli, spesso presenti ai nostri litigi.

Nel momento più nero, quando l’unica soluzione sembrava la separazione, Paola ricevette una semplice mail, letta quasi per caso, ma che aprì la porta alla speranza. Abbiamo conosciuto Retrouvaille. Ci sono stati donati strumenti per ritornare a dialogare, per ritornare a conoscerci reciprocamente e ritrovare la nostra intimità. Abbiamo ascoltato coppie che, come noi, avevano sofferto e ci hanno raccontato la loro sofferenza e la loro guarigione. Ci siamo resi conto che, lavorando ed impegnandoci, potevamo farcela anche noi.

Ci è stato gettato un salvagente potente dall’alto e con esso una seconda possibilità. Ora siamo qui per testimoniare la speranza! Siamo qui a dirvi che quelle ferite sono diventate cicatrici di cui non ci vergogniamo: sono i segni che la nostra relazione è guarita ed è diventata salda e forte come mai prima.

Siamo qui a dirvi che se ce l’abbiamo fatta noi, potrete farcela anche voi!

Ugo e Paola – Retouvaille Italia

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Il caso di Emma Marrone: perchè ci innamoriamo delle persone “sbagliate”

Ogni tanto anche personaggi famosi, come la cantante Emma Marrone, condividono la loro fatica di trovare un uomo “risolto”. In un’intervista a RTL 102.5 (settembre 2024) lei stessa ha raccontato con ironia e un pizzico di amarezza quello che cerca:

«Maschio risolto, non narcisista patologico, non egoriferito, non presuntuoso, umile, che gli piacciano le cose tranquille e semplici della vita e che gli piaccia solo io». E ha aggiunto sorridendo, ma con un velo di rassegnazione: «Quindi ragazzi, se queste sono le prerogative: zitella per sempre, non so se mi spiego».

Parole che colpiscono, perché da un lato mostrano il desiderio sano e legittimo di un amore autentico, dall’altro il timore che forse questo ideale sia irraggiungibile.

Cosa significa “maschio risolto”

Quando Emma parla di “maschio risolto”, esprime un bisogno che molte donne conoscono: la ricerca di un uomo che abbia fatto pace con la propria storia, che non sia in balia di insicurezze, che non abbia bisogno di usare gli altri per colmare i propri vuoti. Un uomo risolto non è perfetto, ma è integro: ha lavorato su di sé, sa assumersi responsabilità, non ha paura di mostrarsi vulnerabile e nello stesso tempo sa custodire la relazione.

Il contrario è ciò che Emma descrive con chiarezza: narcisista patologico, egoriferito, presuntuoso. Persone che, anziché donarsi, cercano solo conferme di sé. Che manipolano, tradiscono, illudono.

Perché i narcisisti attraggono così tanto?

La domanda vera è: perché, pur sapendo che ci fanno soffrire, ci attraggono proprio loro? La risposta sta nella dinamica del copione di vita. In Analisi Transazionale, il copione è quella sceneggiatura invisibile che impariamo da piccoli. Se da bambini abbiamo ricevuto messaggi come:

  • “Devi conquistarti l’amore”,
  • “Non sei abbastanza”,
  • “Gli uomini/le donne ti abbandonano”,

cresceremo con una bussola interiore che ci porta a cercare partner che confermino proprio quei messaggi. Non è che li vogliamo razionalmente, ma il nostro inconscio li trova “familiari”.

Ecco allora l’incastro: incontriamo qualcuno che sembra “troppo bello per essere vero”, ci seduce con attenzioni e passione, e senza accorgercene riviviamo la stessa ferita di sempre. Loro tradiscono, ci deludono, ci lasciano… e dentro di noi una voce sussurra: “Lo sapevo. Ecco com’è l’amore.”

La conferma del copione

Questo meccanismo si chiama conferma del copione: l’inconscio preferisce soffrire pur di avere ragione. È un paradosso crudele. Desideriamo un amore stabile, ma scegliamo chi non può darcelo. Siamo convinti di meritare fedeltà, ma ci incastriamo con chi ci tradisce.

Perché? Perché il nostro “bambino interiore” vuole dimostrare che la storia antica era vera: “non vali abbastanza”, “l’amore non esiste”, “nessuno ti amerà davvero”. Così restiamo prigionieri di un circolo vizioso: ogni relazione sbagliata diventa la prova che non poteva andare diversamente.

Il coraggio di interrompere

La buona notizia è che il copione non è una condanna. Non è scritto nella pietra, ma dentro di noi. E quindi può essere riscritto.

Il primo passo è la consapevolezza: riconoscere che non è solo “sfortuna” se ci capita sempre lo stesso tipo di partner, ma che c’è un filo rosso interiore che ci lega a loro.

Il secondo passo è interrompere la ripetizione. E qui serve molto coraggio, perché significa resistere alla tentazione di ricadere su ciò che ci è familiare, anche se tossico. Spesso, un uomo equilibrato, rispettoso, fedele, ci sembra “noioso” perché non scatena l’adrenalina del copione. Ma è lì che si gioca la libertà: scegliere chi ci fa bene, anche se non ci fa “sballare”.

Il terzo passo è darsi nuovi permessi. In Analisi Transazionale parliamo di frasi che liberano:

  • “Ho il permesso di essere amata senza lottare.”
  • “Ho il permesso di ricevere cura.”
  • “Ho il permesso di fidarmi.”

L’aiuto della fede

Per chi crede, c’è una risorsa in più. La grazia di Dio non cancella la nostra storia, ma la redime. Nella fede cristiana, l’amore fedele non è solo un ideale umano, ma una promessa divina: “Io ti ho amato di amore eterno” (Ger 31,3).

Questo ci permette di non rassegnarci. Anche se il nostro passato sembra condannarci a ripetere gli stessi errori, l’amore di Dio ci apre un futuro diverso. Ci dona la forza di riscrivere il copione, di scegliere relazioni sane, di non accontentarci di meno di ciò che meritiamo.

Le parole di Emma Marrone ci colpiscono perché sono schiette, vere. Ma in realtà parlano per tanti uomini e donne che vivono la stessa dinamica. Quante volte ci ritroviamo a dire: “Capitano tutti a me” oppure “Sono tutti uguali”? Non è questione di destino. Non è colpa della vita. È un copione che ci ripete dentro, e che possiamo decidere di cambiare.

Antonio e Luisa

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L’amata: il desiderio che salva

Un amore che redime il peccato originale trasformando il dominio in dono reciproco. Ne parliamo i versetti del Cantico che approfondiamo in questo capitolo. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Io sono del mio diletto e verso di me è il suo desiderio»

È la terza volta che nel Cantico dei Cantici troviamo un’affermazione di mutua appartenenza. Ma qui la formula cambia: non si tratta solo di dire “io sono tua” o “tu sei mio”, bensì di riconoscere che il desiderio dell’altro non è più un potere che domina, ma una forza che custodisce. È la formula più vicina al patto coniugale, a quell’alleanza in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente senza riserve.

La ferita delle origini

Il testo richiama volutamente Genesi 3,16, quando Dio dice alla donna dopo la caduta: «Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà». È una delle frasi più drammatiche della Scrittura. Esprime la rottura dell’armonia originaria: non più relazione di dono, ma rapporto segnato dal sospetto, dal possesso, dal dominio.

Questa ferita non appartiene solo alla coppia delle origini: la portiamo dentro tutti. È il disordine che si manifesta ogni volta che l’amore si sporca di egoismo. Quante volte, nelle nostre relazioni, scambiamo il bisogno di possedere per amore? Quante volte il desiderio di tenere stretto l’altro nasce dalla paura di perderlo, e non da una libertà che lo accoglie?

La cronaca ci racconta di delitti “per amore”. Ma l’amore non uccide, mai. San Paolo è netto: «L’amore non cerca il proprio interesse» (1Cor 13,5). Dietro molte parole che chiamano “amore” si nasconde in realtà un io ferito, che confonde l’altro con un oggetto utile alla propria sopravvivenza emotiva. L’altro vale finché soddisfa i miei bisogni, poi diventa scarto. Non serve arrivare all’estremo del delitto: basta osservare tante dinamiche familiari quotidiane, dove il rancore si accumula, i conflitti nascono da orgoglio ferito e incapacità di empatia. Non c’è dono, ma pretesa. Non c’è accoglienza, ma consumo reciproco.

Dal dominio al dono

Il Cantico osa di più. Prende le stesse parole della Genesi e le capovolge:

  • «Verso tuo marito sarà il tuo desiderio» (Genesi) diventa «Io sono del mio diletto» (Cantico).
  • «Egli ti dominerà» (Genesi) diventa «Verso di me è il suo desiderio» (Cantico).

È un ribaltamento radicale. Non c’è più dominio, ma desiderio reciproco. Non più una donna che tende all’uomo senza ricevere che possesso, ma una sposa che scopre che il suo sposo la desidera come persona intera. Il desiderio non è più catena, ma linguaggio di comunione.

Psicologicamente, questo passaggio è enorme. Significa che nella coppia non ci si limita a ripetere copioni antichi di possesso e paura, ma si può scegliere un’altra direzione. In analisi si direbbe: il vecchio copione del “tu vali se mi servi” può essere interrotto per aprire a un nuovo modo di stare insieme, basato sul riconoscimento reciproco. Biblicamente, è la redenzione che guarisce la ferita delle origini.

Il Cantico, qualche pagina più avanti, dirà: «Forte come la morte è l’amore». La morte entrata nel mondo col peccato non ha l’ultima parola. L’amore vero è capace di vincerla. Qui lo vediamo in atto: il desiderio dell’uomo non si traduce in possesso, ma in gioia di appartenenza. «Verso di me è il suo desiderio»: è lui che la desidera, non per dominarla, ma per accoglierla.

E lei risponde con una formula di totalità: «Io sono del mio diletto». Non “una parte di me”, non “finché mi conviene”, ma “io tutta”. È la logica dell’alleanza, la stessa che Dio usa con Israele: «Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,33).

Questa è la buona notizia per gli sposi: il matrimonio non è condanna a rivivere il dramma di Genesi 3, ma possibilità di riscoprire l’armonia del principio. Gesù stesso lo ricorda: «Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina» (Mc 10,6). Il sacramento del matrimonio diventa allora una via concreta per guarire le ferite del peccato originale, permettendo all’uomo e alla donna di non ridursi a strumenti l’uno dell’altra, ma di essere tempio l’uno per l’altra.

Recuperare il giardino perduto

Ogni coppia conosce la fatica di cadere nella logica del possesso. Ma ogni coppia può anche sperimentare che l’amore di Cristo apre una strada diversa. San Paolo scrive: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). È questo amore crocifisso e risorto che rende possibile ciò che da soli non riusciamo: trasformare il desiderio in dono, la paura in fiducia, la solitudine in comunione.

In termini relazionali, significa imparare a vedere nell’altro non una proiezione dei miei bisogni, ma un soggetto con la sua dignità. Non dire più: “Ti prendo per colmare il mio vuoto”, ma: “Ti accolgo perché con te posso crescere e diventare più vero”.

Questa trasformazione non avviene una volta per tutte. È un cammino quotidiano, fatto di scelte piccole e concrete: ascoltare invece di reagire, perdonare invece di accumulare rancore, donare tempo invece di difenderlo gelosamente. È lì che il Cantico diventa vita.

«Io sono del mio diletto e verso di me è il suo desiderio» non è solo una poesia romantica. È la rivelazione che il matrimonio, vissuto nella grazia di Cristo, è il luogo in cui il disordine delle origini viene guarito. Dove il dominio lascia spazio al dono, e il desiderio diventa lingua di alleanza.

Non c’è coppia che non porti in sé la ferita del peccato. Ma non c’è coppia che, se lo vuole, non possa sperimentare la forza di un amore più grande delle sue ferite. Lì, davvero, il matrimonio diventa non solo un contratto umano, ma un sacramento che trasfigura.

E forse, ogni volta che un uomo e una donna riescono a dirsi sinceramente «Io sono tuo» e «verso di me è il tuo desiderio», si riapre per un istante il giardino delle origini. Non un’illusione, ma un anticipo di quel paradiso che Cristo è venuto a restituirci.

Antonio e Luisa

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Il corpo nel matrimonio: un luogo sacro dove l’amore diventa visibile

In questo capitolo affronteremo l’udienza del 1 settembre. Il matrimonio cristiano riflette l’amore di Cristo per la Chiesa: un dono totale, che unisce corpo e spirito. Amare significa custodire, nutrire, far fiorire l’altro come se stessi. Potete rileggere i capitoli già pubblicati a questo link.

Cristo ha amato la Chiesa fino a dare la vita per lei. Non ha amato “a parole”, ma con tutto se stesso, corpo compreso. Così anche l’amore sponsale è chiamato a essere totale: un dono reciproco che coinvolge tutto, anche il corpo. Anzi, proprio il corpo diventa uno dei modi più concreti e visibili attraverso cui l’amore si manifesta.

San Paolo dice che Cristo ha voluto la Chiesa “senza macchia né ruga”, bella, giovane, splendente. Certo, usa un linguaggio simbolico: le rughe e le macchie non indicano solo l’aspetto fisico, ma soprattutto il peccato, la stanchezza del cuore, le ferite dell’anima. Eppure è interessante che usi proprio parole legate al corpo, alla bellezza, alla cura. Come a dire: l’amore vero si prende cura, desidera il bene dell’altro, lo custodisce e lo fa splendere, nel corpo e nell’anima.

Una sola carne: due persone, un amore

Nel matrimonio cristiano, l’uomo e la donna diventano “una sola carne”. Non vuol dire che perdono la loro individualità, ma che imparano a vivere in un’unità profonda, fatta di rispetto, comunione, desiderio del bene reciproco. Il corpo dell’altro non è “una cosa da usare” o “da pretendere”, ma un dono da accogliere e custodire. Per questo Paolo dice che “chi ama la propria moglie ama se stesso”. È un’espressione bellissima: l’altro diventa parte di te, come se il suo bene fosse il tuo bene, il suo corpo il tuo corpo, il suo dolore il tuo dolore.

Questa unità non è solo fisica: è morale, spirituale. È una comunione che nasce dall’amore e si rafforza nella vita quotidiana, fatta di piccoli gesti, attenzioni, perdoni, scelte condivise. È un’unione che si costruisce ogni giorno, anche nei momenti di fragilità, e che richiede cura, tempo e presenza.

L’amore vero fa fiorire l’altro

C’è un passaggio bellissimo in questo testo, che mi ha sempre toccato anche nella mia esperienza personale e nei tanti dialoghi con le coppie: lo sposo ama la sua sposa nella “creativa, amorosa inquietudine di trovare tutto ciò che di buono e di bello è in lei e che per lei desidera”.

L’amore vero non si accontenta, non si ferma all’apparenza, ma scava, cerca, fa emergere i talenti, custodisce la bellezza dell’altro. È come un giardiniere che, con pazienza e passione, aiuta i fiori a sbocciare. Non plasma l’altro a propria immagine, ma lo accompagna a diventare ciò che è davvero.

Questa è una chiave importante anche per capire se un rapporto è sano: se ti senti più te stesso, se puoi crescere, se puoi respirare, se puoi sbocciare. Se invece ti senti schiacciato, bloccato, annullato… forse l’amore ha bisogno di essere guarito.

Il corpo: sacramento dell’amore

L’ultima parte della lettera ritorna su un punto centrale: il corpo dell’altro va amato e curato come il proprio. Come nessuno odia il proprio corpo, ma lo nutre e lo protegge, così anche tra marito e moglie deve esserci questa premura reciproca. Non si tratta solo di attrazione o di piacere, ma di tenerezza, rispetto, responsabilità.

E qui entra un’altra dimensione profonda: quella del sacro. Il corpo dell’altro è un luogo sacro. Non perché sia perfetto, ma perché è abitato da Dio. È il luogo dove l’amore di Dio si rende visibile, dove la grazia del sacramento si incarna. Per questo nel matrimonio cristiano il corpo non è mai “banale” o “secondario”: è sacramento, segno visibile di un mistero invisibile.

Pensiamoci: nel corpo si esprime l’amore, si generano i figli, si condivide la vita, si portano le ferite e le gioie. Il corpo è tempio. Ecco perché il paragone con l’Eucaristia, che san Paolo sembra evocare parlando di “nutrire e curare”, è tutt’altro che forzato: anche lì, Cristo si dona nel corpo.

Questo testo della lettera agli Efesini è molto più che un’istruzione dottrinale: è una carezza alla nostra umanità. Ci ricorda che l’amore vero è quello che si dona, che si prende cura, che fa fiorire, che unisce senza possedere. È l’amore che rende visibile Cristo nel mondo, attraverso i corpi e i cuori di chi si ama davvero. E allora, ogni coppia è chiamata a far diventare la propria casa un’icona di questo amore: non perfetta, ma vera. Non senza difficoltà, ma piena di grazia. Perché, come Cristo ha amato la Chiesa, anche noi possiamo amare con tutto noi stessi — anche e soprattutto nel corpo, là dove l’amore si fa visibile.

Una liturgia silenziosa

Nel matrimonio, il corpo non è solo biologia, ma teologia viva. Quando tuo marito ti abbraccia dopo una giornata difficile, quando tua moglie si lascia accarezzare anche se è stanca, lì accade un mistero. Non solo gesto d’affetto: è sacramento. È Cristo che abbraccia la Chiesa. Il corpo dell’altro è luogo santo: non lo possiedo, lo custodisco. Anche le rughe, i chili in più, la stanchezza… tutto diventa sacro quando è attraversato dall’amore. “Chi ama la propria moglie ama se stesso”, dice san Paolo. Allora, quando nutri tuo marito con un piatto caldo, quando massaggi la schiena di tua moglie senza aspettarti nulla, stai vivendo una liturgia silenziosa. È lì che il Vangelo prende carne, ogni giorno. Il letto, la tavola, la casa… diventano altari. E il tuo corpo, offerto per amore, diventa Eucaristia.

Antonio e Luisa

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Guerra tra generi? Perdono tutti

Volevo scrivere questo articolo da tempo, ma ho sempre esitato, perché sicuramente ci saranno persone a cui non piacerà; ora ho deciso di farlo perché sono preoccupato, molto preoccupato.  Purtroppo, pochi giorni fa, è successa una tragedia: una donna ha ucciso un uomo con un coltello, sembra dopo una lite, il corpo è stato ritrovato nel letto. Ma ciò che mi ha colpito ancora più della notizia in sé, sono stati i commenti che ho letto sotto l’articolo online: tante persone, soprattutto donne, scrivevano “Bravissima!”, “Ha fatto bene!”, “Di sicuro se l’è meritato”.

Io mi chiedo: ci rendiamo conto? È morta una persona! Possiamo discutere delle circostanze, della legittima difesa, di eventuali violenze subite, che certo vanno indagate e considerate, ma questo non giustifica mai la gioia di fronte a una morte.

E c’è un dettaglio che pare nessuno voglia vedere: tutto è avvenuto davanti a una figlia che ha assistito alla scena. Quale ferita porterà nel cuore? Forse non basterà una vita intera per guarire. Viviamo in un clima di violenza e di guerra fra uomini e donne. Lo dico con franchezza: lo ritengo persino più pericoloso degli scontri in Ucraina o nella Striscia di Gaza, perché questa guerra la viviamo ogni giorno nelle nostre case, nei tribunali, nelle relazioni. Io sono un uomo, ma questo non significa che difenda gli uomini a priori. Quando un uomo tradisce, abbandona, è violento, io sono il primo a dire che non va bene, che bisogna prendere provvedimenti seri e non mi faccio problemi a dirgli chiaramente che è un poveraccio.

Sono consapevole che nella storia le donne hanno subito tante ingiustizie, umiliazioni e maltrattamenti, ma non è facendole pagare agli uomini di oggi che si risolve qualcosa. Gesù stesso ci ha ricordato che uomo e donna insieme rivelano il volto di Dio e se io fossi contro le donne, sarei contro Dio e contro me stesso.

Lo ammetto, dopo la mia dolorosa esperienza matrimoniale, anch’io ho avuto grandi difficoltà a rapportarmi con le donne: rischiavo di “fare di tutta l’erba un fascio”, ma grazie a tante sorelle della Fraternità Sposi per Sempre ho imparato che la cattiveria non ha sesso. In questi anni ho conosciuto donne straordinarie, che hanno cresciuto i figli da sole, con sacrifici eroici, dopo che il marito le aveva abbandonate, ma ho conosciuto anche donne sposate che per anni hanno tradito il marito, mentendo e mostrando un’egoistica insensibilità. La verità è che il bene e il male non dipendono dal genere: ci sono uomini e donne santi, uomini e donne meschini.

Arriviamo al cuore del problema: la violenza: qui so di muovermi su un terreno minato, ma voglio provare a spiegarmi bene. È opinione comune che la violenza sia unidirezionale: solo gli uomini possono essere violenti. Se guardiamo solo la televisione, viene spontaneo crederlo, anch’io per molto tempo ci ho creduto; poi, vivendole in prima persona e ascoltando tante storie personali, mi sono accorto che la realtà è ben più complessa.

Esiste certo la violenza fisica, dove spesso l’uomo prevale, ma non è l’unica forma, ci sono violenze psicologiche, morali, economiche, affettive, che possono ferire più di un pugno. Umiliare una persona è violenza, tradire chi ti ama è violenza, impedire a un padre o a una madre di vedere i propri figli è violenza, mentire sistematicamente è violenza, portargli via la casa o i risparmi è violenza.

Oggi si parla molto di femminicidio, il termine non mi piace, non perché non riconosca la gravità dei fatti, ma perché un omicidio resta un omicidio, sia che la vittima sia un uomo o una donna. Dovremmo piangere ogni vita spezzata con lo stesso dolore: eppure i giovani crescono con l’idea che tutti gli uomini sono pericolosi, violenti, inaffidabili, poi però ci stupiamo se nessuno vuole più sposarsi, con questa diffidenza reciproca e paura.

C’è un’altra grande contraddizione che non posso non evidenziare: ogni anno nel mondo avvengono circa 44 milioni di aborti. Uccidere un figlio non viene considerato violenza, questa è un’assurdità che grida al cielo.

Oltre alle tragedie e ai titoli di giornale, bisognerebbe chiedersi: cosa c’è dietro tanta violenza? Spesso troviamo separazioni conflittuali, ingiustizie legali, situazioni che distruggono la vita delle persone. Pochi sanno che il nostro sistema giudiziario, così com’è, genera ingiustizie, dolore e rabbia. Conosco diversi uomini che hanno tentato il suicidio perché si sono visti privati di tutto: casa, figli, soldi, dignità e infatti circa il 97% dei sucidi è di persone maschili.

Le separazioni, nella maggior parte dei casi, vengono chieste dalle donne. Quasi mai per motivi di violenza, ma per altri motivi, spesso risolvibili: per sposarsi servono due “sì”, per separarsi basta un “no” (qui sarebbe un discorso complesso e lungo, ma nella stragrande maggioranza dei casi le separazioni sono volute solo da uno dei due).

Personalmente da quasi 12 anni non posso più rientrare nella mia casa, che ho pagato e comprato con mia moglie davanti a un notaio, quella che avevamo arredato e curato con amore. Un giudice l’ha assegnata a mia moglie, come accade quasi sempre, quando ci sono figli minori. Io però ho continuato a pagare metà del mutuo, perché alla banca interessa solo chi ha contratto il debito, non chi ci vive. Vi sembra giusto? Non è violenza questa?

E i padri, che possono vedere i figli solo nei giorni stabiliti dal giudice, che è un estraneo alla famiglia, in quello che viene chiamato “regime di visita”? (una terminologia che ricorda tanto i colloqui in carcere). Quante volte avrei voluto essere con le figlie nel giorno del compleanno, a Natale, a Pasqua… e non ho potuto. Avrei preferito essere picchiato, ma poter stare con loro. Non è violenza questa?

A tutto questo si aggiunge il fenomeno dell’alienazione parentale: quando un genitore, quasi sempre la madre perché trascorre più tempo con i figli, scredita l’altro genitore fino a fargli credere che il papà è responsabile della situazione e del loro malessere, tanto che non lo vogliono più nemmeno vedere.  Non è violenza questa?

E che dire delle false denunce? Ci sono uomini accusati ingiustamente di violenza solo per ottenere vantaggi economici o legali. Basta poco: una denuncia e scatta subito il protocollo rosa, senza che l’uomo venga nemmeno ascoltato e con la possibilità di non vedere più i figli. Anche se dopo anni si scopre che era tutto falso, non ci sono conseguenze per chi ha mentito. Questa è una ferita che resta, ed è una violenza enorme.

A me non interessa per niente avere ragione: io sono padre di due figlie e quello che mi stimola a scrivere queste cose è far riflettere su situazioni di cui nessuno parla e gettare le basi per un mondo migliore, dove anche loro possano vivere serenamente.

Allora la domanda da porsi è: come si ferma questa spirale? Non certo inasprendo le pene, abbiamo già visto che servono a poco, ma bisogna eliminare le ingiustizie e modificare i cuori e le menti: uomini e donne non sono nemici, non è una gara, non è una lotta di potere.

Solo insieme, uomini e donne, possiamo vincere: solo collaborando possiamo testimoniare ai nostri figli che l’amore è più forte della violenza, che la giustizia non è vendetta, che la dignità di ogni persona è sacra.

Non c’è futuro se continuiamo a combatterci, il futuro si costruisce riconoscendo che abbiamo bisogno gli uni degli altri, sempre, questo è il messaggio cristiano che non dobbiamo tradire.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il tuo palato è come vino squisito

In questo capitolo scopriremo che il Cantico mostra l’amore sponsale come dono reciproco, non possesso: sguardo che custodisce, grazia sacramentale, fiamma divina redentrice. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dolcemente per il mio amore, fluendo sulle labbra e sui denti!

Chi parla a chi in questo versetto? È lui? È lei? Gli studiosi non sono concordi, e forse non è nemmeno necessario saperlo con esattezza. A me piace pensare che sia un dialogo a due voci, quasi un duetto: lui inizia, lei completa. Un intreccio che dice già molto: l’amore vero non è un monologo, ma un canto corale, dove ciascuno porta la sua parte e lascia spazio all’altro.

Provate a leggerlo così:
Lui: “Il tuo palato è come vino squisito”
Lei: “che scorre dolcemente per il mio amore”

Non è poesia astratta, ma esperienza di concretezza. Lui contempla, lei si dona. Lui guarda, lei accoglie. E in questo scambio si intravede la verità dell’amore umano voluto da Dio: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18).

Un amore che è dono, non possesso

L’uomo ha appena finito di esaltare la bellezza della sua amata. Ma ciò che colpisce è la risposta della donna: tutta quella bellezza è per lui. Non come una costrizione, ma come scelta libera. La donna afferma: “Io sono tutta per te”. E questo non la diminuisce, ma la rende più gioiosa, perché sa che il suo amato è a sua volta tutto per lei.

Si tratta di un dinamismo psicologico profondo: quando ci sentiamo visti davvero, accolti senza paura di giudizio, allora nasce la libertà di donarci. La donna si abbandona allo sguardo del suo sposo perché in quello sguardo percepisce di essere preziosa. Non teme di essere ridotta a oggetto, perché sa che lui non la vuole possedere, ma accogliere. È lo sguardo che Benedetto XVI descrive in Deus Caritas est: «Non è più l’io che cerca se stesso, ma l’io che si lascia conquistare dall’altro e diventa dono per lui» (n. 6).

Oltre il peccato originale

Il Cantico dei Cantici è spesso letto come un ritorno al “principio”, a quella nudità originaria in cui Adamo ed Eva “erano nudi e non ne provavano vergogna” (Gen 2,25). Gli sposi del Cantico sembrano aver superato la ferita del peccato originale. Non devono coprirsi, perché lo sguardo reciproco non ferisce ma custodisce.

È un invito anche per noi sposi. Non possiamo cancellare da soli la nostra paura di essere giudicati, rifiutati, inadeguati. Ma con la grazia del sacramento del matrimonio possiamo cominciare a recuperare quello sguardo redento. È la grazia del Crocifisso risorto che ci rende possibile ciò che umanamente non riusciamo. Come dice san Paolo: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

Alla luce di questo, comprendiamo diversamente anche parole difficili di san Paolo: “La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1Cor 7,4). Lette con la mentalità odierna, suonano come possesso. Ma se lette con lo sguardo del Cantico, acquistano un altro significato: nessuno è padrone, entrambi sono dono. Non c’è dominio, ma reciprocità. È il linguaggio della comunione, non della prevaricazione.

Un esercizio per gli sposi

Il Cantico suggerisce un esercizio semplice e potente: contemplarsi. Guardarsi negli occhi, dirsi con le parole la bellezza che si vede, anche a distanza di anni di matrimonio. Non è un gioco superficiale, ma un atto che cura le ferite interiori e i blocchi che ci impediscono di donarci.

Provate a farlo: uno di fronte all’altro, senza maschere, senza paura. Ditevi: “Sei bella, sei bello per me”. Non perché siete perfetti, ma perché siete dono. Come scrive Giovanni Paolo II: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore» (Redemptor Hominis, 10).

Per molti uomini non è spontaneo esprimere a parole ciò che provano. Eppure è vitale: la donna ha bisogno di sentirsi nominata bella, desiderata, unica. Non basta pensarlo: bisogna dirlo. Questo esercizio, praticato con perseveranza, diventa terapeutico: piano piano guarisce, apre alla fiducia, rende capace di uno sguardo nuovo.

Dio nelle vampe dell’amore

Curiosamente, in tutto il Cantico non si nomina mai esplicitamente Dio. Tranne una volta, quando si afferma che “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio” (Ct 8,6). È un dettaglio sorprendente. Significa che Dio non è fuori dalla passione, non è estraneo al desiderio. È già dentro, perché l’amore umano è immagine dell’amore divino.

Lo diceva Dietrich Bonhoeffer: sarebbe di cattivo gusto pensare che l’amore diventi “sacro” solo se i due pensano a Dio durante l’atto d’amore. Dio è presente perché l’amore stesso, in quanto tale, è sua immagine e sua fiamma. Non bisogna aggiungerlo artificialmente: Lui c’è già, come autore di quella passione e custode di quella totalità.

Il Cantico dei Cantici ci consegna una visione integrale dell’amore: corpo e spirito, eros e agape, desiderio e dono. Non c’è contrapposizione, ma integrazione. Il palato che sa di vino squisito non è solo sensualità: è segno sacramentale di un amore che diventa linguaggio del cuore e icona della fedeltà di Dio.

In un tempo in cui spesso la relazione si riduce a consumo, il Cantico ci ricorda che lo sguardo reciproco può guarire, liberare, ridare fiducia. È un cammino che costa fatica, ma che porta a gustare la bellezza di sentirsi dono l’uno per l’altra. Perché – come dice la Scrittura – “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio”.

Antonio e Luisa

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Gestire il denaro nel matrimonio: un atto d’amore

Qualche giorno fa una lettrice mi ha scritto chiedendomi un approfondimento su un tema concreto ma spesso trascurato: quale posto abbia l’aspetto economico nel dono totale che gli sposi si fanno nel matrimonio cattolico.

Nel matrimonio cristiano, gli sposi si promettono amore e fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, ma questa promessa riguarda anche la gestione concreta della vita quotidiana, inclusa la dimensione economica. Non è un dettaglio marginale: l’economia familiare diventa parte integrante della comunione di vita. Condividere entrate, risorse, scelte di spesa e sacrifici significa tradurre nella realtà quel “dono totale di sé” che rende il matrimonio un sacramento vivo.

Spesso, soprattutto nelle famiglie di oggi, la questione si fa evidente quando uno dei due coniugi, di solito la donna, decide di rallentare o sospendere la propria carriera per dedicarsi alla cura dei figli e alla vita domestica. In questi casi, il reddito non è più il frutto di un singolo, ma della coppia insieme: chi lavora porta a casa il salario, ma chi si dedica alla famiglia costruisce con altrettanta dignità il bene comune. Papa Francesco lo ha espresso chiaramente: «Il denaro deve servire, non governare» (Evangelii Gaudium), e serve proprio quando è messo a disposizione della comunione e non diventa terreno di divisione.

Don Fabio Rosini, con la sua consueta concretezza, ricorda che l’amore non è un sentimento astratto, ma una responsabilità incarnata: “Amare è avere cura dell’altro in tutto, non a metà. E se la vita dell’altro ha bisogno anche della mia disponibilità economica, questo è amore che si fa concreto”. Non basta, dunque, dirsi reciprocamente affetto; occorre tradurre le parole in scelte quotidiane: un conto corrente condiviso, spese decise insieme, trasparenza nella gestione delle risorse.

Luigi Maria Epicoco, riflettendo sul Vangelo, sottolinea che il dono totale non si limita agli aspetti spirituali o emotivi: “Amare significa mettere sul tavolo tutto di sé, senza zone franche. Anche il portafoglio è parte del cuore”. È una provocazione forte ma realista: quanti matrimoni si incrinano per questioni economiche, per risorse non condivise o per una percezione di ingiustizia? Eppure, l’economia condivisa è linguaggio d’amore: significa riconoscere che “ciò che è mio è tuo” non solo in senso poetico, ma nella gestione quotidiana.

Non si tratta di annullare le differenze: ciascuno può avere sensibilità diverse rispetto al risparmio, alla spesa, alla progettualità. Ma proprio il dialogo sulle scelte economiche diventa un laboratorio di unità: decidere insieme come spendere, come investire, come risparmiare significa imparare a pensare come un “noi” e non più come due “io” paralleli.

La teologia del corpo di San Giovanni Paolo II illumina anche questo: se il matrimonio è “comunione di persone”, allora la comunione non può fermarsi davanti al denaro. È lì che si misura la capacità di fidarsi, di affidarsi, di rinunciare al controllo per accogliere l’altro. La donna che lascia il lavoro per i figli non “perde” potere economico, perché il marito, se vive da sposo cristiano, riconosce che quel reddito è frutto comune, generato da un progetto condiviso.

In un mondo che spesso separa economia e affetti, la famiglia cristiana testimonia invece che l’economia è luogo di amore. È nella gestione del denaro che gli sposi imparano la responsabilità, la sobrietà, la solidarietà verso chi ha meno. È lì che insegnano ai figli il valore del dono, del sacrificio, del non vivere per accumulare ma per costruire legami.

In fondo, la comunione economica è un piccolo sacramento nel sacramento: è segno visibile di un amore invisibile. Quando uno stipendio diventa “nostro” e non “mio”, quando un sacrificio viene vissuto insieme, quando si sceglie di condividere non solo ciò che è bello ma anche la fatica di arrivare a fine mese, allora il matrimonio mostra davvero il volto di Cristo, che “pur essendo ricco, si fece povero per noi” (2 Cor 8,9).

Condividere il denaro non è dunque una questione contabile, ma un atto spirituale, un gesto di comunione e di fiducia reciproca. È parte del “sì per sempre” che gli sposi si donano davanti a Dio. Un sì che, per essere autentico, non lascia fuori neppure l’economia.

Antonio e Luisa

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La preghiera di intercessione nel matrimonio

Molti si chiedono: “Se Dio sa già tutto e non ha bisogno di nulla, perché pregare? E, in particolare, perché pregare per gli altri?” La domanda è legittima, eppure nasconde un presupposto da correggere: la preghiera non serve a convincere Dio, ma a coinvolgere noi.

Dio non ha bisogno, noi sì

Dio conosce le necessità di ogni uomo prima ancora che le esprima (cf. Mt 6,8). Non ha bisogno delle nostre parole. Ma la preghiera di intercessione ci educa ad uscire da noi stessi. Ci insegna a guardare il mondo con gli occhi della compassione. San Giovanni Crisostomo lo dice chiaramente: “Non possiamo pregare per noi stessi se prima non preghiamo per gli altri”. È come se l’intercessione fosse la palestra del cuore: ci allena a non ridurre la fede ad un dialogo privato, ma a vivere la comunione.

Per chi è sposato, questo si fa ancora più concreto. Nel giorno del matrimonio, l’uomo e la donna diventano sacramento della presenza di Cristo l’uno per l’altro. Non solo segno esteriore, ma canale reale della grazia.
Quando uno dei due prega per l’altro, quella supplica diventa il modo in cui Cristo stesso intercede. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, descrive Cristo che ama la Chiesa fino a donarsi per lei (cf. Ef 5,25). È un amore che non si limita a fare, ma anche a pregare, a portare nel cuore.

Ecco perché un marito che intercede per sua moglie, o una moglie che intercede per suo marito, non sta facendo un gesto “in più”: sta esercitando la propria missione sponsale.

Intercedere cambia lo sguardo

Don Luigi Maria Epicoco dice: “Pregare per qualcuno significa guardarlo con gli occhi di Dio, e non più soltanto con i nostri.” E qui sta il cuore del cambiamento. Nella vita quotidiana di coppia, quante volte lo sguardo è ferito: dalle fatiche, dalle incomprensioni, dalle differenze di carattere. Pregare per l’altro è chiedere a Dio non tanto di cambiarlo secondo i nostri desideri, ma di convertire il nostro cuore, così da saperlo accogliere e amare nella sua verità.

Santa Monica è l’esempio luminoso di questa dimensione: la sua intercessione costante ha ottenuto la conversione di sant’Agostino. Lei non ha forzato i tempi di Dio, non ha imposto cambiamenti, ma ha perseverato, diventando canale della grazia. Lo stesso vale per gli sposi: la preghiera reciproca li rende custodi l’uno dell’altro. Non è un gesto “più devoto”, ma un atto di responsabilità coniugale.

Dall’“è lecito” al “è fecondo”

Qui tocchiamo un punto delicato: molte volte, nella vita di fede, rischiamo di ridurre tutto al legalismo, al chiedere “è lecito o non è lecito?”. Anche nella preghiera. Come se ci fosse un “minimo sindacale” da garantire. Ma la preghiera di intercessione non è questione di regole: è questione di fecondità. Un matrimonio senza intercessione rischia di chiudersi nell’autosufficienza, mentre l’intercessione apre a Dio, che è la fonte della vita e dell’amore.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, ricordava: “La preghiera familiare ha il suo carattere peculiare: essa accompagna la vita di tutti i giorni, le gioie e i dolori, le speranze e le difficoltà.” Pregare insieme è fondamentale. Ma non meno importante è pregare l’uno per l’altro. È un gesto silenzioso, spesso nascosto, ma che diventa forza segreta.

Quando marito e moglie si intercedono a vicenda, si aprono a una crescita continua. L’intercessione non cambia i problemi con una bacchetta magica, ma cambia gli sposi dall’interno, rendendoli capaci di affrontare le difficoltà non più da soli, ma insieme a Dio.

In fondo, la preghiera di intercessione è la nostra partecipazione al cuore stesso di Cristo. San Paolo scrive che lo Spirito “intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Pregare per l’altro significa lasciarsi abitare da questo gemito di amore che viene dallo Spirito. E nel matrimonio questo è ancora più vero: marito e moglie diventano mediatori di grazia l’uno per l’altro.

Come dice Epicoco: “La vera forza di una coppia cristiana non è nelle sue capacità, ma nella sua capacità di lasciarsi sostenere da Dio.” Ecco allora il senso: Dio non ha bisogno della nostra intercessione, ma noi sì. Perché solo così impariamo ad amare come ama Lui: in modo totale, fedele e fecondo.

Antonio e Luisa

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