Come gli Sposi Sono Profeti del Regno di Dio: Riflessioni dal Convegno Teologico Pastorale

Il 30 giugno scorso si è concluso il 13° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Matrimonio e Regno di Cristo: la dimensione profetica degli sposi” (La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata” – LG 35). 

È stato un convegno molto bello, per vari motivi: innanzitutto essere insieme a 380 persone (bambini/ragazzi esclusi) che credono nel Sacramento del matrimonio e vogliono crescere nell’amore, è sempre un momento particolare e arricchente; ho avuto anche il privilegio di conoscere fisicamente diverse persone e coppie con cui avevo parlato o collaborato per varie iniziative, mi ha fatto molto piacere.

Mi ha colpito la presenza di una trentina di sacerdoti e di alcune consacrate che evidentemente hanno compreso la centralità della famiglia nell’evangelizzazione e la sua importanza per il futuro della società, della chiesa e del mondo intero.

È un aspetto molto importante, perché veniamo da un periodo storico in cui, i profeti sono stati identificati con i personaggi del vecchio testamento, ad esempio Isaia o Elia che parlavano al popolo, oppure al massimo i sacerdoti/consacrati sono stati visti come gli unici che con la loro presenza ricordano che esiste un’altra vita: così gli sposi sono finiti a collaborare con i preti, magari svolgendo compiti o ruoli nella parrocchia, come il catechismo dei bambini o l’animazione della liturgia/messa domenicale.

I coniugi non sono quasi mai stati visti come un segno profetico in quanto sposi e le conseguenze sono evidenti: se domandi a qualcuno chi è la Chiesa, ti risponderanno che sono i sacerdoti, i vescovi e il papa. Abbiamo delegato tutto ai preti: se le chiese sono vuote, ci deve pensare lui a invitare le persone, se ci sono problemi fra le coppie, i problemi li deve risolvere lui e dell’evangelizzazione se ne deve occupare lui.

Ci ha fatto anche comodo qualche volta non essere protagonisti della missione e rimanere chiusi nella nostra “comfort zone”, un impegno in meno e tempo guadagnato, ma ci sono posti dove solo gli sposi possono arrivare e non il sacerdote: dove lavoriamo, ci siamo solo noi, quando camminiamo in giro o andiamo a fare la spesa, siamo solo noi che possiamo creare relazioni, trasmettere la bellezza e seminare la fede. Per gli sposi qualsiasi luogo è idoneo per mostrare “qualcosa” di Dio.

Dai contenuti del convegno è risultato ben evidente che, gli sposi sono profeti del regno di Dio perché rendono visibile, attraverso la quotidianità, come Dio ama: sono tabernacoli ambulanti, presenza tangibile di Gesù, nonostante le fragilità, i litigi e tutte le mancanze e imperfezioni che si portano dietro. Non dobbiamo pensare che ci siano coppie di un certo livello in cui sembra tutto perfetto e che non abbiano anche loro difficoltà, alti e bassi e problemi da risolvere: è una visione fuori dalla realtà e non corrispondente alla nostra condizione umana; infatti, le coppie che hanno il coraggio di aprirsi con altre scoprono spesso che condividono le stesse problematiche.

Profeta è chi parla/testimonia a nome di Qualcun Altro, ma al contrario del sacerdote, non è necessario fare omelie o trattati teologici, basta mostrare l’amore, quello vero, quello che ci ha insegnato Gesù: un amore fatto di tenerezza, ma anche di perdono, di sacrificio, di pazienza e anche di sofferenza, a volte.

Tutti si lamentano della mancanza di vocazioni, ma se nessuno in famiglia fa toccare con mano questo tipo di amore, come possiamo pretendere che qualcuno s’innamori dello Sposo e decida di dedicargli la vita?

Le nozze sono segno delle nozze che Gesù vuole fare con ogni singola persona e con tutta la comunità: quindi gli sposi sono profeti e costruttori del regno di Dio che già ora, su questa terra comincia a crescere e che vedremo compiuto un giorno in cielo. Ovviamente i coniugi sono un segno imperfetto, ma questo non ne diminuisce l’importanza.

Non posso non fare un richiamo alle persone separate che, nonostante il fallimento umano, rimangono fedeli al Sacramento: la profezia, in questo caso, passa attraverso una testimonianza gioiosa, ma anche ferita, perché richiama Gesù fedele, nonostante i nostri tradimenti, abbandoni e tutte le cavolate che possiamo fare; mostrano il volto dello Sposo lasciato solo, il non amato e sottolineano che il Sacramento non è un francobollo, ma corpo dato per amore.

Il prossimo anno il convegno di Mistero Grande sarà dedicato al secondo regalo che gli sposi ricevono il giorno delle nozze, quello sacerdotale, mentre nel 2026 verrà affrontato l’ultimo dono, quello regale.

I tre doni (profetico, sacerdotale, regale) implicano anche una grande responsabilità e impegno; infatti, al convegno è stata detta questa frase che mi è rimasta impressa: con ciò che sai, insegni, con ciò che sei, incidi, proprio a sottolineare che gli sposi riescono a mostrare Dio in proporzione a come si amano.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Basta la presenza

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9,18-26 In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Questo brano è quello che ci è stato proposto ieri nella Liturgia della Messa, e sulle due guarigioni raccontate in esso ci sono commenti molto elevati dei Padri della Chiesa, ed ovviamente non vogliamo fare concorrenza ad essi, ma solamente soffermarci su un particolare che ci sembra appropriato per le relazioni famigliari: Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.

Se vi ricordate i vari racconti dei miracoli operati da Gesù, noterete che quasi sempre Gesù tocca il malato o viene toccato da esso, ma non così per il servo del centurione, questo a testimonianza che Gesù, essendo Dio poteva operare andando oltre i limiti imposti dalla natura umana.

Ce lo dimostra con la guarigione dell’emorroissa, infatti se fosse stato necessario ci sarebbe stato il contatto tra lui e quella donna, invece è bastato il lembo del mantello, quindi perchè Gesù decide di andare a casa di Giairo nonostante non sia necessario?

A noi piace pensare che Gesù abbia deciso di accompagnare questo papà nel suo dolore, di accompagnarlo verso la fonte del suo dolore: non gli dice niente, nessuna parola di consolazione, semplicemente decide di stare con lui.

Decide l’opzione della presenza.

Gesù accoglie, ascolta e decide di vivere con quel papà questo momento di dolore. E va anche oltre, perché lo segue nella direzione del dolore, compie con lui il tragitto verso la causa del dolore. Non viene riportata nessuna parola di compianto, c’è solo il silenzio della presenza.

Anche nelle nostre famiglie, non di rado fa la sua comparsa il dramma del dolore, dell’angoscia, della malattia, della morte. E spesso facciamo fatica ad aiutare il sofferente perchè ci scontriamo col dramma dell’impotenza, e noi invece siamo soliti misurare la nostra efficenza in termini di prestazioni. Ma non c’è solo la medicina del corpo, cè una medicina che aiuta a sopportare il dolore: la presenza silenziosa di chi resta al nostro fianco non per darci una soluzione ma per dirci che non siamo soli ad affrontare il nostro dolore, è una medicina che dona coraggio.

Quante volte, per esempio, ci siamo soffermati sulla potenza di tenere la mano ad un moribondo?

Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Gesù ci dà l’esempio della presenza silenziosa che ridona coraggio per affrontareil dolore, ma non andò da solo, ma con i suoi discepoli. Anche noi sposi sacramento quando doniamo questa presenza silenziosa portiamo con noi tutta la Chiesa, poichè se lo sposo dona la sola presenza alla propria sposa, non è mai da solo, è la presenza sensibile, efficace e reale di Cristo stesso.

Ma se Cristo è lo sposo della Chiesa ed i due sono inseparabili, allora insieme allo sposo c’è la sua sposa mistica, c’è la Chiesa. Uno sposo o una sposa che dona la sola propria presenza, in realtà sta donando la presenza di Cristo e della Chiesa tutta. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Misericordia io voglio e non sacrifici

Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13)

Mi soffermo su questo versetto perché fa tutta la differenza del mondo in un matrimonio. Cosa significa questa affermazione? Sicuramente ci viene chiesto di non vivere una religiosità di facciata, fatta di riti e di celebrazioni che restano in superficie senza toccare il cuore. Infatti Gesù la rivolge ai farisei e riprende un brano di Osea che a sua volta si rivolgeva agli israeliti accusandoli, per l’appunto, di innalzare a Dio preghiere ipocrite e vuote. E fino qui nulla di nuovo, chissà quante volte l’avete sentita questa spiegazione.

Io vorrei dare un senso diverso. No in realtà il senso è lo stesso ma declinato in modo più concreto con un significato più umano/antropologico. Perché come tutte le richieste di Dio non servono a Lui ma a noi. Partiamo dalla nostra vita di tutti i giorni. Cosa significa avere misericordia e non semplicemente sacrificarci l’uno per l’altra? Cerchiamo di leggere questo versetto in chiave sponsale.

Un significato sbagliato.

La parola sacrificio ha assunto nel tempo un significato negativo. È spesso associata alla fatica, all’impegno, alle difficoltà. È vista come un peso. Il sacrificio più grande a cui possiamo pensare è senza dubbio quello di Cristo sulla croce. Un amore che non ha nulla di sentimentale. Un amore che non è fatto di sensazioni ed emozioni ma è fatto di una scelta portata avanti in modo radicale fino alla fine. Gesù è morto per sacrificarsi per noi che lo abbiamo tradito mille volte e più. Too much! Cosa c’è di bello e desiderabile in questo? All’apparenza nulla. E fortunatamente noi non siamo chiamati a una scelta così radicale. Dobbiamo però dare alla parola sacrificio il giusto significato.

Sacrificio è amare da Dio.

Noi sposi non siamo chiamati ad accettare tutto come un peso che ci siamo presi il giorno delle nozze. Chi è quel pazzo che si sposerebbe con questi presupposti? Noi siamo chiamati ad altro. Trsformiamo il significato negativo della croce in quello positivo. Gesù donandosi per amore ha salvato e redento il mondo. Ha salvato ognuno di noi. E’ questa la forza della croce, del sacrificio. Che qui assume un significato nuovo. Anzi riprende il suo vero significato. Infatti sacrificio viene dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”. Rendere di Dio. Nel matrimonio consegniamo noi stessi, la nostra vita e la nostra relazione a Dio. Detto così è tutta un’altra cosa. Detto così mi fa venir voglia di sposarmi.

Il sacrificio diventa misericordia

Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza l’uno verso l’altra, stiamo facendo un sacrificio. Non servono spesso grandi gesti. È vero che a volte ci vengono richiesti, ma non a tutti. Dio chiede però a tutti di amarlo nell’altro. Gesti semplici, concreti, ordinari di una vita insieme. Io stesso, spesso, sono “stressato” dagli impegni che la famiglia mi richiede. Mi innervosisco e mi agito. A volte ho voglia di mandare tutti a quel paese. Ma poi, basta poco: un pensiero. Penso a quello che sto scrivendo in queste righe. Penso alla mia sposa, alla mia famiglia e a Dio. Penso che mi viene chiesto di amarli nel servizio. Di amarli concretamente in servizi, che mi pesa fare, ma che sono importanti per prendermi cura e servire l’amore e la mia famiglia. Così diventa tutto più leggero. C’è un’altra consapevolezza. C’è gioia, senso e pace. E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso a mia moglie, cambiare un pannolino, fare la spesa, fare il tassista, e tantissimi altri gesti che ognuno di noi compie ogni giorno, diventano tutti gesti sacri, gesti per Dio e di Dio. Ed ecco che il sacrificio diventa misericordia,

Il sacrificio vero è la misericordia

La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. È l’utero. Quando viviamo davvero un amore di sacrificio diventiamo generativi. Siamo capaci di generare nostro marito e nostra moglie. Sappiamo accoglierci per quello che siamo, sappiamo vedere nell’altro la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo o la aiuta a diventare pienamente donna.

Conclusioni

Jovanotti in una sua canzone esprime benissimo questo concetto. Non so quanto consapevolmente, ma forse, qualcosa sull’amore lo ha capito da solo facendone esperienza. Nella canzone A te dice: A te che riesci a render la fatica un immenso piacere. È esattamente così. La fatica diventa bella e piena di significato, perchè diventa modo per vivere la nostra vocazione, per esercitare il nostro sacerdozio. Anche fare l’amore che è il gesto più sensibile e passionale tra due sposi assume un significato di vero sacrificio, inteso come lo abbiamo spiegato. Saremo capaci di fare l’amore da Dio, saremo cioè capaci di vivere quel gesto come gesto sacro che celebra e manifesta la nostra sponsalità. Un gesto che si arricchisce di tutti i gesti di cura e di servizio che ci siamo donati nella quotidianità. Gesti sacri che si riversano nel nostro gesto liturgico: l’amplesso. Molti sposi, dopo alcuni anni, vivono la sessualità come un peso, come un sacrificio o come un’assenza. Perché non si è dato il giusto significato. Trasformatelo in vero sacrificio e vedrete che passeranno anche i mal di testa serali.

Antonio e Luisa

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Le trappole dell’incredulità

Cari sposi, c’era una volta un paesino chiamato “Frittole”, una leggendaria borgata toscana a cui approdarono Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni), nel film “Non ci resta che piangere”, e nel quale i pochi abitanti erano divisi da lotte faziose.

Scherzi a parte, Nazareth non doveva essere molto dissimile. Difatti, gli archeologi sono del parere che ammontasse a circa 200 persone o poco più. Gesù, come sappiamo, vi si era insediato dopo pochi giorni dalla nascita e fino a quel momento in poi vi aveva trascorso circa 30 anni. Chi non si conosceva a Nazareth? Gesù, essendo probabilmente l’unico falegname/muratore a disposizione, aveva visto sfilare davanti alla sua bottega praticamente tutti.

Ma Nazareth è anche il crocevia di due eventi contrastanti, un paesino in cui si è mescolato il fatto che ha sconvolto la storia – l’Incarnazione del Verbo -, con la vita nascosta di Cristo. La più bella Notizia, cioè che il Verbo si è fatto carne ed abita con noi, rimasta tuttavia muta e inosservata. Perciò, i suoi abitanti, eccetto chiaramente Maria, giusto alle apparenze si erano abituati. E su Gesù abbonda l’ovvietà e la scontatezza: il suo mestiere, le sue parentele, il suo indirizzo… Ma Gesù è solo questo? Sappiamo ben di no.

Una parola attraversa diagonalmente le letture di oggi: profeta. Chi è il profeta se non colui che vede oltre, che guarda più in profondità la realtà delle cose? In fin dei conti, il profeta vede il mondo come lo guarda il Signore, cioè dall’Alto ma anche dal più profondo, nell’intimo. Ragion per cui la profezia è incompatibile con uno sguardo orizzontale e razionale.

È notevole constatare come, la prima eresia sorta contro il cristianesimo e comparsa già mentre vivevano gli apostoli, non pretendeva affatto negare la divinità di Cristo, bensì – pare strano – occultare e nascondere per l’appunto l’umanità di Gesù. Era più scandaloso un Dio che pativa la debolezza e la limitatezza umana, – proprio come pensavano i nazzareni – che un Uomo ricolmo di Divinità.

Ed eccoci a voi, cari sposi. Nelle vostre famiglie e nelle vostre case potreste cadere nella stessa trappola di incredulità, come ce la presenta il Vangelo. Parimenti voi coniugi occultate qualcosa di divino ma sotto sembianze comuni. Papa Francesco dieci anni fa affermò una verità impressionante, molto attinente al Vangelo odierno:

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale, è l’uomo e la donna, tutti e due, non soltanto il maschio, l’uomo, non soltanto la donna, no: tutti e due. E questa è l’immagine di Dio, e l’amore, l’alleanza di Dio con noi è lì, è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Chi vi vede, e soprattutto chi vi conosce bene, cosa potrebbe dire di voi? Sicuramente gran parte di questo sarebbe simile alle risposte dei nazzareni: sposi da “x” anni, 1 o 2 figli, bravi, simpatici… e poi verrebbero gli inevitabili “ma” … Gesù, che vi conosce meglio di chiunque altro, e vi ha costituiti come coppia a Sua Immagine, non si rassegna al ritratto che il mondo può dipingere di voi – o alle vostre proiezioni personali – ma anzi, vi ricorda costantemente la vostra origine e il vostro destino. “Famiglia, diventa ciò che sei!” ha ripetuto più volte San Giovanni Paolo II.

Dinanzi a questo panorama, allora, a chi credete? Al mondo che vi banalizza e vi equipara a qualsiasi altra unione, o a Colui che vi ha costituiti in tale immagine e somiglianza? Non vi sconforti l’esser sovente rifiutati, derisi, isolati per il dono che vi è stato fatto. Piuttosto il Vangelo di oggi sia lo stimolo a credere a Gesù, che ha avuto così tanta fiducia in voi da consegnarvi un così grande Dono.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci provoca e ci incoraggia con le sue parole. Come? Proprio noi siamo immagine di Cristo? Noi che litighiamo? Noi che sbagliamo? Noi che come tutti siamo soggetti alle debolezze umane? Noi che a volte ci sentiamo anche meno di tante coppie? Si proprio noi, proprio voi. Perchè essere immagine di Gesù non significa essere perfetti ma significa amare come ama Gesù. Significa mettere da parte l’orgoglio e fare il primo passo. Significa non mettere sulla bilancia quanto si ottiene in cambio, significa non perdere mai lo sguardo benedicente sull’altro. Significa rilanciare sempre nella certezza che l’amore è l’unica scelta vincente.

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Scuola nuziale: una proposta unica!

A settembre partirà una vera scuola nuziale. Avrà la durata di circa sei mesi. Diciotto incontri online si terranno due mercoledì sera al mese, con cadenza quindicinale. È un’idea che avevo nel cuore da anni, un progetto che finalmente prende forma per offrire un sostegno concreto alle coppie di sposi o a quelle che stanno per sposarsi. Ora si sono verificate tutte le condizioni per poter rendere concreto il mio progetto. Un corso aperto a tutti coloro che desiderano approfondire il matrimonio sacramento. È aperto ai single, ai fidanzati, a chi è sposato sacramentalmente o civilmente, ai conviventi, ai separati, ma anche a sacerdoti, religiosi e religiose.

LA GENESI DI UN’IDEA

Papa Francesco ha più volte espresso la sua preoccupazione per le modalità con le quali i fidanzati sono accompagnati al matrimonio (corsi fidanzati) e per la mancanza di un percorso finalizzato a sostenere gli sposi durante i primi anni di matrimonio. Come non condividere questa preoccupazione del Santo Padre? Anche padre Luca Frontali – amico e parte fondamentale di questa scuola – sente le stesse preoccupazioni. Ho avuto modo più di una volta di affrontare questi temi con lui e pochi mesi fa gli ho proposto la mia idea. Idea che ora vi espongo.

UNA RICCA TRAMA DA TESSERE

Ormai curo questo blog da otto anni. Questo mi ha permesso nel tempo di entrare in contatto con tantissime persone che si dedicano all’evangelizzazione e in particolare all’accompagnamento delle coppie di fidanzati e di sposi. Ognuna di queste persone si occupa in modo molto efficace e spesso professionale di un aspetto specifico della relazione sponsale. Ognuno di loro propone già seminari o ha scritto libri. Ho pensato di fare da gancio per unire tutte queste grandi ricchezze ma che sono ricchezze parziali. Ho pensato di ideare un percorso per coppie che affrontasse tutti gli ambiti della relazione sponsale affidando ogni argomento a quelle persone che reputo le migliori in circolazione (almeno tra quelle che conosco io).

UN’ORGANIZZAZIONE CONDIVISA

Tutte le persone coinvolte mi hanno dato piena disponibilità. Ci saranno, per citarne alcune, Tommaso Lodi e Giulia Cavicchi, Claudia Viola e Roberto Reis, Simona Arcidiacono e Andrea Marcellino, Livia Carandente e Silvio Di Falco, Nicoletta Musso e Davide Oreglia, Cristina Righi e Giorgio Epicoco e tanti altri. Ci saranno associazioni come PuridiCuore, Retrouvaille, Intercomunione, Mistero Grande, Sposi per Sempre e INER. Ci saranno medici, sacerdoti, psicoterapeuti. Credo davvero una proposta di una ricchezza unica in Italia. E poi sarà un percorso condiviso con Mistero Grande. Padre Luca ha sottoposto questa idea a don Renzo Bonetti che ne è rimasto entusiasta e ha scelto di partecipare in prima persona. Sarà anche lui tra i relatori.

UN PERCORSO DI RISCOPERTA

Quello che abbiamo ideato vuole essere un percorso di scoperta o di riscoperta della grandezza e della bellezza del matrimonio cristiano. Un percorso che non escluda nessun aspetto della vita matrimoniale. Noi abbiamo una ricchezza di grazia enorme. Dobbiamo però conoscere il nostro sacramento. Ma non basta ancora. Dobbiamo conoscere il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra psiche, le nostre ferite, le nostre risorse naturali e spirituali. Solo così potremo affrontare il matrimonio nella giusta prospettiva e riconoscerne il valore anche in mezzo alle difficoltà. Vi aspettiamo! Per ogni dubbio siamo a disposizione.

Scarica la locandina o la brochure. Per iscrizioni clicca qui

Antonio e Luisa

Le vacanze non sono una fuga dalla quotidianità

Santificare le feste. Estendiamo questo concetto alle vacanze. In Esodo troviamo scritto “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è sabato in onore del Signore, tuo Dio. Non farai alcun lavoro: tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bestiame, il forestiero che sta dentro le tue porte. Perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e il mare, e tutto quello che è in essi, ma il settimo giorno si riposò. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato santo

Cosa vuole dirci la Parola? Che abbiamo un Dio geloso e che pretende che un giorno a settimana sia dedicato solo a Lui? Gli ebrei l’avevano intesa esattamente così! Tanto che Gesù ha dovuto chiarire che Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27).

Proprio così! Dio ci chiede di fermarci un giorno perché ne abbiamo bisogno noi e non Lui. Questo vale per il sabato ma vale anche per le nostre vacanze familiari. Ci rivolgiamo a tutte le coppie ma ancor di più a quelle che hanno bambini piccoli perché sappiamo lo scoraggiamento che a volte può appensantire i cuori. Noi ci siamo passati. Ormai abbiamo figli grandi ma ricordiamo ancora bene quando erano quattro piccoli in fila dai 6 ai pochi mesi. Un delirio.

Aspettavamo le vacanze con impazienza, pianificando ogni dettaglio per assicurarci di riuscire a rilassarci appieno. Dopo mesi di lavoro e dedizione alla cura della famiglia, sentivamo di meritare quel periodo di meritato riposo. Tuttavia, le aspettative troppo alte si trasformarono in delusione quando ci rendemmo conto che il cambiamento di ambiente e di routine non portava il beneficio sperato. I nostri figli, privi della solita routine e regolarità, diventavano sempre più irrequieti e difficili da gestire, generando tensioni e conflitti tra noi genitori. Invece di goderci quelle settimane di vacanza spensierata, ci ritrovavamo spesso a fronteggiare situazioni stressanti e a dover fare i conti con le nostre reazioni nervose e le litigate che ne derivavano. La realtà delle vacanze non corrispondeva affatto alle nostre aspettative, lasciandoci delusi e stanchi.

Qual è il fraintendimento? Le vacanze non sono il momento per scappare dalla fatica della famiglia ma il momento per contemplare la famiglia pur con tutte le fatiche che comporta. Usiamo le vacanze per riscoprirci belli! Belli come coppia e belli come famiglia!

Riappropriamoci della nostra bellezza, valorizzando ogni istante trascorso insieme, nutrendo la reciproca crescita e sostenendo la gioia di essere uniti. La bellezza della nostra famiglia non è solo il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro, ma anche un rifugio di amore e comprensione. È naturale che ciò comporti fatica e, a volte, potenziali tensioni, ma è importante ricordare quanto sia preziosa la nostra unità familiare. In questi momenti frenetici della vita moderna, può accadere di perdere di vista la ricchezza intrinseca della nostra famiglia, lasciandoci sopraffare dagli impegni e dai doveri quotidiani. Tuttavia, è fondamentale riscoprire l’essenza del legame che ci unisce, riportando al centro dell’attenzione il valore della nostra relazione di coppia. Forse, tra le mille incombenze quotidiane, abbiamo trascurato la cura del legame con il nostro partner. È importante trovare il tempo per dialogare con sincerità, aprirsi reciprocamente e lasciare spazio ai sentimenti più profondi; concedersi momenti in cui dedicarsi l’un l’altro, perdersi negli sguardi, dolcemente accarezzarsi, abbracciarsi affettuosamente e soprattutto condividere momenti d’amore autentico. Talvolta, ci si lascia coinvolgere così tanto dalla vita frenetica che il lavoro e gli impegni quotidiani prendono il sopravvento, trasformandosi da mezzi di sostentamento della famiglia a fini esclusivi, a discapito della nostra relazione di coppia. Tuttavia, è importante trovare l’equilibrio e preservare il nucleo saldo della nostra unione, proteggendo la bellezza e la vitalità del legame familiare dall’assoggettamento alle richieste esterne.

Ricordate Marta e Maria le sorelle di Lazzaro? Ecco le vacanze servono a trovare del tempo per contemplare come Maria la presenza di Gesù nella nostra vita e nella nostra famiglia. Anche in mezzo al caos, ai litigi e allo stress. Solo così potremmo servire l’altro durante l’anno senza sentirlo come un peso insostenibile ma come il modo per costruire quel legame così profondo che è il matrimonio e che può aprire il nostro cuore alla bellezza infinita di Dio.

Antonio e Luisa

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«Io non conosco mio figlio!»

I genitori sono certi di conoscere davvero i propri figli? La descrizione che fanno di loro è reale, al rialzo oppure al ribasso? Una storia vera, di quasi un secolo fa, può aiutarci in questa riflessione, mostrandosi più attuale che mai.

Pochi giorni dopo il 4 luglio 1925 una folla immensa – e inaspettata – si riunì a Torino per i funerali di un giovane che aveva lasciato la vita in questo mondo ad appena ventiquattro anni, stroncato da una poliomelite fulminante. Nel caldo di quella giornata e della chiesa della Crocetta si trovarono fianco a fianco membri dell’altra borghesia cittadina, come quella da cui proveniva la famiglia, conoscenti, amici, vicini di casa, giovani ma anche tanti poveri sconosciuti quelli che, senza clamori né manifesti, aveva aiutato nella sua breve esistenza. Tra l’incredulità per ciò che era successo e lo stupore per i numerosissimi presenti, il padre – capendo solo in quel momento chi era stato e soprattutto ciò che aveva fatto il suo primogenito – disse: «Io non conosco mio figlio!». Figlio che risponde al nome di Pier Giorgio Frassati.

Proclamato beato il 20 maggio 1990, Pier Giorgio era nato a Torino il 6 aprile 1901 in una delle famiglie più altolocate del tempo: il padre, Alfredo Frassati, era uno dei fondatori del quotidiano “La Stampa” nonché senatore del Regno d’Italia e poi della Repubblica e la madre, Adelaide Ametis, famosa pittrice. Sua sorella Luciana, più piccola di solo un anno, fu la sua prima compagna di studi e di giochi nonché, poi, instancabile testimone della sua breve quanto eccezionale vita. Fin da piccolo Pier Giorgio dimostrò un trasporto speciale per la fede cattolica, trasmessagli solo dal lato materno. Cresciuto nell’amore per Gesù, si dice che davanti al Santissimo Sacramento assumesse un aspetto ancor più bello del consueto, pur essendo già un giovane sportivo e dotato di una corporatura forte e scattante. Oltre alla fede aveva altre grandi passioni: l’amicizia, la montagna e l’aiuto a chi era nel bisogno tant’è che trovava sempre il modo per donare quanto possedeva ai poveri, anche di nascosto dai genitori, pur di fare qualcosa per gli altri con totale gratuità, rispetto, discrezione e amore. Si pensa che fu proprio nell’assistenza a qualche malato che contrasse il morbo che lo portò via in pochissimi giorni.

Pur essendo di famiglia molto ricca, Pier Giorgio riceva poco denaro e lo spendeva quasi tutto per i poveri al punto che, più volte, gli amici lo vedevano rincasare a piedi perché non si era tenuto per sé nemmeno i soldi per i mezzi pubblici. Un giovane uomo che avrebbe avuto davanti a sé una brillante carriera e un futuro agiato ma che aveva capito come quelli non fossero né i veri valori né la moneta per guadagnarsi il Paradiso; Pier Giorgio, al contrario, aveva compreso appieno l’insegnamento di Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19-21). Un esempio, il suo, che ricorda molto da vicino quello di un altro giovane gigante della fede, Carlo Acutis; due perle, questi ragazzi, che saranno entrambi dichiarati santi nell’Anno Giubilare 2025.

Dalla brevissima biografia sopra riportata emergono elementi importanti che possono aiutarci a riflettere sulla capacità, o meno, dei genitori di comprendere i propri figli e di lasciarli liberi nell’abbracciare la fede in Cristo, qualora manifestassero questa disposizione. Ci sono stati e ci sono, purtroppo, molte mamme e molti papà che non hanno compreso – se non addirittura soffocato – la vocazione del proprio ragazzo o ragazza, ritenendo non adatta la scelta di dedicarsi totalmente a Dio; ma non adatta a chi: a loro o ai loro figli? Ai progetti futuri che avevano immaginato o perché davvero quei figli non erano pronti, o adatti, alla vita religiosa? Bisogna rendersi conto che il frutto del grembo, prima di appartenere dei genitori, è di Dio e quindi è giusto che sia libero di rispondere alla chiamata, qualora arrivasse. L’evento traumatico di aver perso Pier Giorgio in pochi giorni e in circostanze completamente inaspettate ha aperto il cuore di Alfredo Frassati ma a che prezzo! E noi, siamo pronti a lasciar andare i nostri figli sulle vie del Signore e, più in generale, ad accompagnarli e sorreggerli nella scoperta della loro vocazione? Siamo restii oppure pronti a camminare con loro “Verso l’alto”, come fece Pier Giorgio?

Fabrizia Perrachon

Il vino buono viene dopo. Ma che ne sa il mondo!

Ho già scritto tanto delle Nozze di Cana. Non si finisce mai di imparare dal Vangelo. In questa stagione della mia vita con Luisa questo brano mi dice tanto. Per chi come noi è sposato da un po’ di anni, questo brano tocca alcune corde della relazione e della vita matrimoniale importanti e racconta tanto della promessa fatta il giorno delle nozze. Una promessa mantenuta. Fidatevi, datemi quello che avete e ne avrete il centuplo.

Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono

Vorrei soffermarmi in particolare su questo versetto che riporta l’esclamazione sorpresa del maestro di tavola. Il maestro di tavola rappresenta nell’esegesi il dottore della legge giudaica che non riconosce Gesù come Messia. Noi possiamo fare una piccola forzatura e identificare il maestro di tavola con un rappresentante della nostra società. Una società dove c’è sempre meno posto per Gesù e dove si fatica a comprendere la ricchezza di un matrimonio vissuto alla presenza di Gesù.

Il maestro di tavola esprime il pensiero comune di tanti dei nostri amici e parenti. L’amore è bello ma lo è finché dura. Soprattutto all’inizio quando la passione ci rende un po’ brilli. Quando siamo ubriachi di sentimenti e di emozioni. Dopo viene il vino cattivo, o quantomeno meno buono. Come a dire che dopo tanti anni la qualità della relazione cala, ci si accontenta un po’, bene che vada si resta insieme per abitudine e perché c’è dell’affetto ma non c’è può quella qualità dei primi tempi. Non è quello che credono tanti?

Invece noi sposi cristiani siamo chiamati a dire altro. Chi mette al centro della relazione Cristo non deve accontentarsi con il passare del tempo. Mettere al centro è una scelta molto concreta. Significa amarsi come ama Gesù. Significa donarsi ed accogliersi completamente in modo gratuito e incondizionato. Infatti, non tutti riescono. Perché per arrivare al vino buono c’è un passaggio fondamentale. Possiamo sempre leggere in questo brano del Vangelo: La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare» e le riempirono fino all’orlo. 

Le giare sono vuote. Se non si riempiono – e questa fatica è solo nostra – non ci sarà vino buono da portare al maestro di tavola. Non ce ne sarà proprio. Ma come possiamo riempierle? Gesù non ci chiede sacrifici sterili ed inutili. Non ci chiede devozioni che sono solo formali o preghiere recitate senza cuore. Gesù ci chiede semplicemente di riamarlo. Di restituire parte del Suo amore a Lui tramite la persona che ci ha posto accanto. Riempiamo le giare di acqua con un abbraccio, con una carezza, facendo l’amore, con una parola di conforto o di apprezzamento, con un gesto tenero, con l’ascolto, con il perdono. E in tanti altri modi che solo voi conoscete. Ognuno di questi gesti è un bicchiere di acqua che riversiamo nelle giare. Ne servono tanti. Servono gesti quotidiani. Piccoli gesti come potete intuire. Che non richiedono grande impegno ma impegno continuo.

Solo così Gesù potrà trasformare la nostra acqua, il nostro impegno in un vino delizioso. Lo dico senza alcun dubbio. Tutto ora è più bello dell’inizio con Luisa. È più bello stare insieme, è più bello guardarci, è più bello ascoltarci, è più bello fare l’amore. Siamo più belli l’uno per l’altra. Ma questo non dipende solo da Gesù. Gesù vuole che un po’ di fatica la facciamo anche noi. Solo allora con impegno e con fede – ne hanno avuta tanta quei servi – potremo lasciare che Gesù faccia del nostro matrimonio una meraviglia. Tuttavia, è importante ricordare che la bellezza di un matrimonio non si limita solo ai momenti felici, ma anche alle sfide che si affrontano insieme e alla crescita che ne deriva. Ogni sacrificio e ogni gesto d’amore contribuiscono a tessere il legame coniugale, rendendolo sempre più forte e duraturo.

Auguri e buon lavoro. E’ ora di rimboccarsi le maniche e di riempire le giare!

Antonio e Luisa

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Avverbi di tempo. La salvezza accade oggi

Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. ( Sal 94 (95),8ab )

Questo brevissimo versetto di un Salmo è usato nella Messa odierna come Acclamazione al Vangelo, ma ha una carica profonda anche estrapolato dal contesto del suo Salmo. Ci piace sottolineare quel “oggi”: un avverbio di tempo molto caro alla Liturgia.

Lo si ritrova seminato un po’ ovunque nelle preci varie durante tutto l’anno liturgico, anche nella forma sua sinonima “in questo giorno” oppure “questo è il giorno“, richiamiamo solo alcuni esempi:

Oggi in Cristo, luce del mondo, tu hai rivelato alle genti il mistero della salvezza […](Prefazio Epifania, Messale Romano)  Oggi il Re del cielo nasce per noi da una vergine per ricondurre l’uomo perduto al regno dei cieli […] (Ufficio letture, Natale) Questo è il giorno, che ha fatto il Signore […] (Lodi mattutine e acclamazione al Vangelo, Pasqua)  O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte […] (Colletta Messa di Pasqua)

Le prime volte che ascoltammo questi avverbi di tempo ci chiedemmo perché mai tutta questa insistenza visto che da quegli eventi erano passati circa 2000 anni, forse che il parroco aveva avuto una svista oppure il vescovo voleva calcare un po’ la mano?

Naturalmente no, ci aiutarono pertanto diverse prediche di bravi sacerdoti e lo studio dei documenti magisteriali, in particolare citiamo, tra i molti, questo: […] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche […] (Sacrosantum Concilium n.7)

Se Lui è presente, significa quindi che quanto è accaduto così lontano nel tempo rispetto a noi, grazie ai Sacramenti e all’azione liturgica si rende nuovamente presente, nel momento stesso della celebrazione. Quindi gli avverbi di tempo non sono stati inseriti lì per eccesso di zelo o di sentimenti religiosi, nient’affatto! Sono lì a ricordarci che la salvezza accade oggi per noi esattamente come fu 2000 anni fa circa, con la sola differenza che la modalità usata oggi è quella sacramentale.

Quando a Messa sentiamo quelle parole del Salmo Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore.“, non è mica una parole del lettore o del sacerdote, è Parola di Dio, il Quale essendo presente, ci comanda di vivere l’oggi concreto, di non lasciar passare questo giorno inutilmente, ma farlo fruttificare per il Paradiso.

Un giorno speso bene sulla terra è un giorno in cui viviamo in Grazia di Dio, seguendo la Sua voce. Oggi è il momento favorevole, non aspettiamo domani, potrebbe essere troppo tardi.

Cari sposi, è oggi il giorno giusto per poter amare il nostro coniuge, è oggi il giorno perfetto per dire a lui/lei “Ti amo”, è oggi il momento speciale per aprire il nostro congelatore affettuoso e diventare caldi per il nostro coniuge, è oggi il giorno importante per dare un abbraccio lungo e profondo, oggi è il giorno del bacio speciale, oggi è il momento propizio per le coccole, per le tenerezze, non aspettiamo domani. Oggi il Signore vuole amare il nostro coniuge attraverso di noi, in questo giorno speciale. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La donna libera è quella che si prende cura della propria ovulazione

Mai come nel nostro tempo la fertilità femminile è dipinta come un problema. La fertilità impedisce una vera parità di genere per quanto riguarda salari e lavoro. La fertilità è un problema quando funziona e anche quando non funziona. Quante donne ricorrono all’inseminazione e si sottopongono a terapie spesso pesanti. Viviamo in un mondo ostile alla fertilità. La fertilità è vista – in un senso o nell’altro – come un peso. Uomo e donna non saranno mai uguali in questo.  È la donna che soffre in modo più evidente di una separazione tra se stessa e il proprio corpo e la propria fertilità. Ed è incredibile che siano proprio le femministe a promuovere questa separazione nell’illusione di una maggior libertà ed emancipazione.  Ma deve essere così? Non è forse più corretto e buono avvicinarsi alla fertilità, nella sua complessità, apprezzandola e riconoscendo il valore del corpo della donna?

Il rispetto dovuto al corpo umano è ontologico, fa parte della verità che ci costituisce. Noi dobbiamo smettere di pensare che abbiamo un corpo da usare e possedere. Il corpo fa parte di noi, è parte della nostra persona e ciò che facciamo al nostro corpo lo stiamo facendo a noi stessi. In questo senso il rispetto per il corpo dovrebbe essere paritario, sia per gli uomini che per le donne.

Colpisce che culturalmente – a meno che non vi siano alterazioni o malattie – si presti poca attenzione alle funzioni svolte dal corpo della donna legate alla fertilità: ovulazione, gestazione e allattamento. L’importanza di queste tre funzioni risiede proprio nella prima: l’ovulazione.

L’ovulazione è processo femminile, che la maggior parte delle donne ignora. Sinceramente credo di conoscerlo meglio io di tante donne. L’ovulazione è qualcosa di meraviglioso e complesso che poggia su un equilibrio fisiologico e ormonale.  L’ovulazione è fondamentale per la salute di una donna, e lei non potrà mai essere veramente libera – né per quanto riguarda la sua salute né la sua sessualità – se ignora la centralità dell’ovulazione. Affidarsi ai soli contraccettivi impoverisce tutta la donna non solo per quanto concerne la capacità procreativa ma influisce anche sulla sua salute psicofisica. La parola “salute delle donne” è stata ridotta all’uso dei contraccettivi. Oggigiorno quando si parla di “salute della donna” sembra ci si riferisca all’eliminazione degli effetti dell’ovulazione. Anche per inibirli, come avviene con i contraccettivi ormonali.

Il paradosso si verifica nel fatto che l’ovulazione è l’unico modo in cui una donna può produrre gli ormoni femminili di cui il suo corpo ha bisogno, eppure è ciò che si cerca di inibire sinteticamente con la somministrazione dei contraccettivi ormonali. Così i contraccettivi sembrano essere entrati nel concetto di “salute”, venendo considerati addirittura come cura per le irregolarità del ciclo.

Questo tipo di approccio pone il corpo della donna in una visione miope e sbagliata. Considera infatti la salute come qualcosa di facoltativo, poiché la donna è indotta a credere di poter scegliere da sola se permettere al suo corpo di produrre ciò di cui ha bisogno: l’ovulazione. Nessun’altra funzione del corpo è considerata “facoltativa”, ma questa sì.

Alla fine, accade che le donne credono che avere il controllo del proprio corpo significhi scegliere se ovulare o meno. È vero il contrario. Riconoscere l’ovulazione come una parte essenziale del corpo di una donna permette di approcciarsi alla salute riproduttiva con una consapevolezza maggiore e con l’attenzione che un processo tanto bello e unico merita. Ad esempio, le irregolarità del ciclo verrebbero affrontate a partire dall’evento centrale dell’ovulazione, cercando trattamenti che portino alla produzione di un ciclo sano.

Una donna davvero libera ed emancipata non è quella che può decidere di annullare l’ovulazione, che ha il potere di cancellare parte di ciò che è. Una donna libera è colei che sa riconoscere il valore di sé stessa, del proprio corpo, e che sa prendersi cura di sé. Quindi sa prendersi cura anche della propria ovulazione e del proprio ciclo.

Questa analisi può essere estesa anche alla gestazione e all’allattamento; funzioni che sono spesso oggetto di controversie e di dibattito. Tutto ciò nasce da una ideologia che permea la nostra società, che dice di voler promuivere e difendere la donna ma che in realtà non fa che impoverirla e frammentarla. È necessario ritornare ad una visione complessiva, dove si assume il valore della persona nella sua integrità. In questa ricerca di valorizzare adeguatamente le donne, la comprensione del funzionamento del corpo può fornirci uno strumento chiave per la necessaria integralità, dove le donne possano riconoscersi e valorizzarsi con la ricchezza della loro femminilità.

Termino con un pensiero personale. Ma quanto sono belle le donne. Quanto è meravigliosa la mia sposa. È stato bello e faticoso scegliere i metodi naturali nel nostro rapporto. Faticoso perché a volte ho dovuto aspettare per unirmi a lei, ma nel contempo è stato meraviglioso perché, grazie a lei, ho fatto esperienza della bellezza incredibile della donna e del corpo femminile. Ho contemplato la sua femminilità che si manifesta anche attraverso la sua fertilità. Ed è stato importante conoscere e vivere la sua fertilità come un dono da governare insieme. Si vive davvero in modo più pieno e vero tutta la relazione e non solo l’intimità.

Antonio e Luisa

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Guarigione permanente

Cari sposi, sarà perché vengo da una famiglia di medici ma fin da piccolo mi è sembrato così naturale pensare a Gesù come il medico che ci cura dai nostri mali. Lo dice chiaramente S. Agostino: “è medico divino, il quale perciò, pur essendo Dio, si fece uomo affinché l’uomo si riconoscesse uomo. È una medicina molto efficace” (Discorso 77, 7, 11).

Questo brano evangelico rientra nella prima parte dell’esposizione di Marco in cui egli ci fa capire come Gesù non opera solo guarigioni, ma addirittura è in grado di supera l’ostacolo più insormontabile: la morte. Nel testo troviamo due donne che vivono, ognuna a modo loro, un’esperienza di lontananza da Dio che potrebbe portare alla morte, in entrambi in casi attinente all’impurità. Nel primo caso per un ciclo che non finiva più, una sorta di ipermenorrea, nell’altro per l’arrivo inaspettato della morte.

La figlia di Giàiro ha dodici anni, non è una bambina ma per quei tempi una neomaggiorenne, pronta matrimonio e in quanto della famiglia del capo della sinagoga, simboleggia il popolo d’Israele. Ahimè è morta giusto nel fiore degli anni e questo significa l’infecondità del popolo eletto se non riconosce il proprio Messia ma vive unicamente una fede fatta di riti, regole e norme moralistiche.

L’emorroissa, invece, a causa delle fuoriuscite di sangue, soffre la lontananza obbligata che le imponeva la Legge (cfr. Lv 15,19-24). Entrambi i personaggi, in fin dei conti, non possono servire il Signore né entrare nel tempio, men che meno entrare in relazione con gli altri. Malattia, solitudine, peccato… morte.

Cosa cambia tutto? Un semplice tocco. Quanti problemi vorremmo noi risolvere con un semplice tocco… ma ci è il più delle volte impossibile. Per Gesù non è così. Nella sua onnipotenza gli basta questo semplice gesto per concedere una grazia.

Perché è così? Spiega S. Tommaso d’Aquino che l’umanità e corporeità di Cristo è lo strumento che il Verbo divino utilizza per comunicarci la grazia. È in definitiva la logica dei sacramenti, in cui la Grazia passa dalla sensibilità umana. Un grande teologo del secolo scorso Yves Congar (1904-1995) scriveva: “Egli è sacramento della salvezza, perché ciò che porta è riconciliazione attraverso il suo sangue, alleanza nuova e definitiva, filiazione divina nella grazia, speranza della gloria, caparra della nostra eredità di figli, unione intima con Dio, unità di tutti i figli di Dio in un solo popolo e in un solo corpo” (Un popolo messianico, Brescia 1976, p. 28).

Per tutto questo Gesù è il primo e principale sacramento, da Lui, dalla sua umanità vi giunge la grazia che salva. Ma è bellissimo scoprire che, se Cristo è il primo sacramento, anche voi in quanto sposi, siete il sacramento antico, il sacramento già presente fin dalla Genesi. Così, voi nel matrimonio siete stati rivestiti di Grazia, avete consegnato al Signore il vostro amore e non vi appartenete più in modo esclusivo.

Ma è ben chiaro che il peccato e la “morte” che da esso proviene può ancora toccare la vostra vita e fare disastri. Che fare allora? Gesù oggi ci insegna che lo Sposo vive in voi e non vi fa mai mancare il calore della Sua presenza. C’è un “luogo” che Gesù deve toccare e guarire ma questo dipende da noi: il cuore. È la nostra storia più profonda, la nostra intimità, il nostro passato, le nostre zone d’ombra. Lasciatevi toccare fino in fondo da Cristo e sappiamo che questo può davvero fare la differenza e farvi vivere da risorti.

ANTONIO E LUISA

L’emorroissa sono tante coppie di sposi. Tante coppie che stanno perdendo la vita. La relazione sta morendo. Relazione abitata dalla sofferenza, dal peccato, dalla incapacità di farsi dono o di accettare il dono. Relazioni che non danno gioia, ma che sono difficili. Tutti intorno magari vi dicono di mollare. Vi dicono che non ne vale la pena. Avete provato in tanti modi, tanti medici e tante soluzioni, ma niente. Non ne venite fuori. Cosa può fare la differenza in questi casi?

L’emorroissa si è salvata per due motivi. Per la sua determinazione e per la sua fede. Solo questo può salvare un matrimonio che sembra morto, che da tanti anni continua a sanguinare. Bisogna trovare la forza di perseverare. Forza che viene dalla convinzione che da quella relazione dipende la mia santità e la mia salvezza. Abbandonare significa smettere di lottare per l’unica cosa che conta: l’amore. L’unica cosa che ci porteremo come ricchezza nella vita eterna.

Questa lotta non sarebbe però possibile senza la speranza di poter vincere. Speranza che può nascere solo dalla fede. Fede in una persona, in Gesù. Fede nell’amore di Gesù che lui stesso ci ha donato e che mai smetterà di donarci. Fede che ci permette di sentirci deboli, impotenti e fragili e nel contempo sicuri di poter contare su una forza dirompente che non viene da noi. Questo ci salverà. 

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Quante volte ho capito l’Eucarestia attraverso il tuo amore

Cara e amata Luisa, oggi è il 29 giugno. Sono passati 22 anni. Ventidue anni che sei diventata la donna. Già perché scegliendo te o conseguentemente escluso ogni altra. Almeno per quanto riguarda un rapporto tanto profondo e completo come il matrimonio. Sei mia moglie, la mia migliore amica, la mia amante, la madre dei miei figli. Tu sei la mia porta verso il mistero femminile. E più ti conosco e più comprendo come la donna sia davvero una creatura meravigliosa. Con te accade qualcosa di strano. Passa il tempo, il tuo corpo cambia, invecchia come invecchia il mio, ma sei sempre più bella, almeno ai miei occhi.

Non sono cieco, oggettivamente il tuo corpo non è quello di ventidue anni fa, ma anche la nostra relazione non lo è più, è cresciuta, è diventata sempre più profonda e libera. Tu sei la sola che mi conosce davvero e alla quale non ho paura di mostrare le mie debolezze perché so che in te posso rifugiarmi. Abbiamo passato più di ottomila giorni insieme. Ogni giorno abbiamo rinnovato il nostro sì. E io non mi sono ancora abituato. Non mi sono abituato alla tua dolcezza, al tuo essermi accanto in modo tenero, a volte paziente. Non mi sono abituato ai tuoi perdoni, alle tue carezze, a stare abbracciato con te. Non mi sono abituato all’intimità con te anche se l’abbiamo ripetuta mille e più volte. Ogni volta è bello perché rende concreto un amore vissuto quotidianamente. E non mi sono abituato neanche alla sensazione di gioia che mi pervade ogni volta che mi guardi negli occhi, è come se riscoprissi ogni volta un nuovo frammento di te che mi affascina e mi incanta.

Cara e amata Luisa, stamattina siamo andati a Messa per ringraziare Dio e per offrire a Lui il nostro amore. Nel momento in cui il sacerdote ha consacrato il pane e il vino e ha ripetuto le parole di Gesù Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi, ho pensato a quante volte lo hai fatto tu con me. Quante volte hai offerto il tuo corpo, la tua tenerezza, i tuoi sguardi, la tua presenza. E questo è sacro. Il tuo è un vero sacrificio d’amore, come quello di Gesù. Attraverso il tuo amore ho davvero compreso cosa è l’Eucarestia. Quanto bella sia. Attraverso il tuo amore ho capito come mi ama Gesù. Per questo il tempo che passa non fa che renderti più bella.

Spero davvero di essere riuscito a restituirti almeno un po’ dell’amore che mi hai dato in questi anni e ringrazio Dio ogni giorno di avere accanto una donna come te.

Antonio per Luisa

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Il matrimonio secondo Pinocchio /32

Cap XXV Pinocchio promettte alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuole diventare un bravo ragazzo.

Dopo tanta ricerca finalmente Pinocchio ritrova la Fata, ma quando l’aveva lasciata era ancora una bambina ed ora se la ritrova già donna; si commuove con lacrime di stupore ricordando che pure pianse tempo addietro sulla di lei lapide. Pinocchio accetta di buon grado che ella gli faccia da madre, ma appena arrivano i primi ordini materni, subito scatta la ribellione, infatti non gli garba nessuno dei comandi.

Per aiutarci nella riflessione continuiamo a tenere la Fata come immagine della Chiesa, a tal proposito sembra proprio che le continue “nuove vite/nuove identità” della Fata corrispondano alle varie fasi che la Chiesa terrena vive lungo il corso dei secoli: momenti in cui appare una saggia bambina con doti nascoste, altri in cui vive come una sorella dell’umanità, altri in cui pare morta al punto da leggerne l’epitaffio della lapide, ma poi rinasce e la si ritrova adulta e madre.

Il problema nasce quando gli sposi imitano il comportamento di Pinocchio, ovvero succede che dapprima si dichiarano cristiani e amici della Chiesa, alcuni si spingono anche più in là proclamandosi figli e affermando la Chiesa come loro punto di riferimento.

E vissero tutti felici e contenti ?

Sì, ma solo fino a quando la Chiesa non ci scomoda con le sue pretese di osservare le leggi di Dio e quelle della Chiesa, ossia fino a quando non ci chiede sacrifici che richiedono troppe rinunce.

Ad esempio ci sono molti sposi che aggirano il precetto domenicale andando a Messa il sabato sera per avere la domenica libera per i propri comodi. Non vogliamo scandalizzare nessuno nè giudicare i cuori di nessuno, ma solo metter in luce che il problema non sta nella scelta della Messa del sabato sera (o della Domenica sera), il problema vero sta nel cuore, e cioè nella motivazione per cui si prende questa decisione. Notiamo come la maggior parte di queste persone passi poi la Domenica senza neanche una preghiera adeguata, la Domenica non viene quindi santificata: azione grave contro il terzo Comandamento.

Il problema che vogliamo far emergere non sta tanto nell’orario della Messa, quanto nell’aver messo Dio all’ultimo posto anche la domenica (che è il Suo giorno per eccellenza); sicchè al primo posto, sul podio delle nostre priorità, ci stanno altre attività: la grigliata con gli ospiti, la spesa, lo shopping, la gita fuori porta, la gara sportiva, il giro in moto o in bicicletta… e chi più ne ha ne metta. Queste attività non sono cattive in se stesse, ma non devono togliere il primo posto a Dio. Abbiamo voluto usare questo esempio tipico di questo periodo estivo proprio per chiarificare che la Chiesa ha a cuore la salvezza della nostra anima.

Se gli sposi non hanno Dio al primo posto e non glielo dimostrano coi fatti anche e soprattutto la domenica, come potranno essere poi Sua icona in mezzo al mondo? Come potranno essere strumenti di Grazia stando lontani dalla fonte della Grazia?

La Fata, subito dopo essere stata proclamata mamma da Pinocchio, comincia a dargli ordini e comandi al fine di educarlo, al fine di farlo diventare un vero bambino. Similmente la Chiesa, che ci ha generati nel Battesimo, ci dà dei comandi affinché diventiamo dei veri figli di Dio e non solo sulla carta.

Coraggio cari sposi, impariamo dagli errori di questo burattino per evitare di restare solo dei bravi cittadini, perché a noi la Chiesa chiede la santità nel matrimonio, non ci chiede di essere due buoni sposi, è troppo poco, non ci chiede solo di volerci bene alla stregua degli altri, è ancora troppo poco. Le leggi a cui la Chiesa ci richiama sono i mezzi della nostra salvezza, sono i mezzi per vivere un matrimonio ricco di Grazia.

Giorgio e Valentina.

Gli Ulma: la prima famiglia dichiarata beata, dal primo all’ultimo membro

L’anno scorso, la Mimep Docete mi chiese di scrivere un libro sugli Ulma, una famiglia polacca sterminata durante la persecuzione nazista e proclamata beata, dal primo all’ultimo membro, nel dicembre 2022. Mi dissero che erano andati incontro al martirio, per difendere degli amici ebrei che avrebbero avuto morte certa. Mi informai bene sul loro conto, poi accettai l’incarico, entusiasta, sebbene mi rendessi conto che si trattasse di una vicenda drammatica, senza un apparente lieto fine.

La furia nazista, infatti, portò all’uccisione non solo degli ebrei rifugiati in quella casa, ma anche dei coniugi Ulma e dei loro sette figli. In effetti, è una storia in cui il male sembra vincere: una storia che potrebbe farci perdere la speranza e disincentivare il nostro impegno a vivere nell’amore. Eppure, anche la crocifissione di Gesù deve aver lasciato questo senso di amaro, di delusione, di sgomento. Deve aver fatto dire a tanti, mentre lo vedevano appeso a quel legno: “Chi ce lo ha fatto fare a seguire uno che muore così? Che senso ha rischiare la vita per lui, con lui?”

Magari questi inconfessabili pensieri avranno attraversato persino la mente degli apostoli, chiusi in quel cenacolo… dopo averlo abbandonato. Poi, però, è arrivata la Resurrezione, che ha ribaltato ogni cosa e dato senso a ogni ingiuria, a ogni piaga, persino alla morte peggiore che si possa pensare. Le ferite, le piaghe di Cristo, sono diventate feritoie per la luce. Lo sono anche per noi cristiani, oggi e sempre!

Gli Ulma a me hanno trasmesso questo: la Luce di una vita nuova, trasfiguarata dall’amore, e mi hanno ricordato che vale la pena vivere già qui con la fiducia nella Resurrezione. Mi hanno ricordato che l’odio dei nemici può uccidere i nostri corpi, ma nessuno può strappare le nostre anime a Cristo, se gliele abbiamo consegnate.

Dopo decenni, questa famiglia brilla, accanto a tanti altri santi. Li sappiamo vivi, nell’eternità, conosciamo nomi e cognomi, mentre dei loro assassini, vittime più o meno consapevoli del sistema di morte che imperava, nessuno ricorda né il volto, né i nomi. Perché solo l’amore crea e il frutto di chi ha amato rimane.

Tuttavia, a colpirmi molto è stato il modo in cui gli Ulma vissero, prima ancora del modo in cui morirono, ovvero all’insegna della soliderietà e della giustizia. Inoltre, mentre leggevo della loro vita famigliare mi arrivava il calore, l’affetto, la complicità, che regnavano tra quelle mura domestiche. La preghiera scandiva le giornate, insieme al lavoro umile ma onesto.

Le famiglie si evangelizzano attraverso altre famiglie e io mi rendevo conto che gli Ulma avevano tanto da insegnare, anche a me, anche a noi. Decisi, allora, di far tesoro di quanto mi stavano trasmettendo e di impostare il libro non solo come un racconto biografico e nemmeno come un romanzo, bensì pensai ad un percorso a tappe, ad un itinerario per le famiglie di oggi.

Ogni capitolo avrebbe portato il lettore a riflettere su una qualità della famiglia cristiana: fiducia nella provvidenza, apertura delle porte di casa al prossimo, rapporto di solidarietà con il vicinato, cura per ciascun figlio come se fosse l’unico, dedizione per il lavoro. È così che nacque “Un angolo di Cielo in famiglia: i coniugi Ulma, modello di carità” (Mimep Docete, 2024), con cui volevo provare a mettere in luce i carismi propri della famiglia cristiana.

Capitò, però, qualcosa di molto significativo, proprio durante la stesura di questo testo. Ad agosto del 2023, quando la Casa Editrice stava già pensando di assegnarmi questo lavoro, mi scoprii incinta. Iniziai a definire il progetto a settembre e a scrivere in ottobre, mentre nel cuore serbavo la gioia per la vita che portavo in grembo. Proprio in ottobre, però, persi il mio bambino.

Mi colpì un dettaglio: mentre io vivevo il mio terzo aborto spontaneo e consegnavo, non senza dolore, anche quel figlio al Cielo, certa che prima o poi lo avrei conosciuto, mi ritrovai a scrivere di questa famiglia dove l’ultimo membro beatificato è proprio un figlio non ancora nato! Quando la sua mamma è stata uccisa, infatti, lui si trovava ancora nel grembo. Lo lessi come un segnale forte per me. Mi parve di sentirmi dire che la morte non è la fine, ma una linea di confine: la vita continua, va ben oltre, anzi, si rinnova.

Ritornata dopo il ricovero in ospedale, mi rimisi a scrivere più convinta di prima. Lo feci anche in nome di tutte le vite non ancora nate, per ricordare che non finiscono nell’oblio ma dritte dritte nel cuore di Dio. A volte mi domandano: “Perché raccontare storie di santi?” Oggi sento di rispondere: “Per ricordarci qual è la meta. Per ricordarci che siamo fatti per l’eternità e che la nostra anima non morirà mai più”.

Solo così potremo dare davvero senso prima di tutto alla vita quaggiù! Solo così potremo diventare “eroici” nell’amore: infatti, chi si tiene stretta la propria vita (accumulando denaro, voltandosi dall’altra parte se qualcuno ha bisogno, scendendo a compromessi per assicurarsi una comoda tranquillità) la perderà, mentre chi la perde (ovvero la dona, senza paura di nulla!) per il Vangelo …vivrà per sempre. Così è stato e continua ad essere per gli Ulma. Così può essere per ognuno di noi.

Cecilia Galatolo

Le vacanze come ricarica familiare e spirituale

Con l’estate ormai avviata è innanzitutto la nostra mente che inizia a viaggiare e fantasticare: l’attesa della partenza per le vacanze, le aspettative per giorni allegri e spensierati, la speranza che vada tutto bene nonché l’assaporare in anticipo la gioia e il piacere che i periodi di ferie donano a ciascuno di noi sono pensieri e sensazioni comuni. Proprio per questi motivi alcuni anni fa cercai in rete una preghiera da poter recitare prima di partire per le tanto desiderate ferie, in modo da offrire tutto al Signore; fu così che trovai il testo seguente:

Ti ringrazio o Dio per queste vacanze! Sono un tempo di svago, di divertimento e di relax … Ma non mi dimentico di Te, perché so che Tu in ogni momento sei con me. Non importa se sono al mare, al lago, in montagna: ovunque io vada Tu mi vedi e mi ami. Grazie Signore per tutto ciò che hai fatto. Grazie per le persone che mi hai messo vicino. Sono felice di essere di un tuo piccolo amico. Ti ringrazio, o Dio, per le ferie estive che anche quest’anno mi dai la gioia di usufruire! Sono un tempo salutare per me e per quanti altri hanno la possibilità di farle. In questi giorni di totale distensione, mi sia, o Dio, di conforto la Tua benefica Parola. In questo tempo propizio, desidero solo essere libero, di quella libertà che rende ogni uomo un vero uomo. Libero di pregare, di pensare e di agire al di fuori di orari tassativi, lontano dal caos cittadino, immerso nella bellezza del creato. Grazie, Signore, per tutto ciò che hai fatto di bello e di buono. Grazie del riposo. che ci concedi in questi giorni! Proteggi quanti per via, per mare e nei cieli si muovono in cerca di refrigerio! Amen! Signore nostro Dio veglia su coloro che si mettono in strada perché arrivino incolumi al termine del loro viaggio. Che questo tempo di vacanza sia per tutti un momento di distensione, di riposo e di pace. Sii per noi Signore, l’amico che ritroviamo sulla nostra strada, che ci accompagna e ci guida. Concedici il dono del tempo bello perché le giornate soleggiate ci restituiscano il gusto di vivere. Donaci la gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici. Rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita.” 1

Che dire: me ne sono completamente innamorata e, da allora, la recito prima di ogni vacanza sotto forma di novena. Lo spessore di questa preghiera, infatti, è molteplice: iniziando dal ringraziamento, ci porta a riflettere sul fatto che il periodo di stacco sia un “tempo salutare […] per quanti hanno la possibilità” quindi ci aiuta nel prendere consapevolezza che tutto è dono di Dio, cominciando dal denaro, dalla salute e dai giorni che sono necessari per un viaggio. Si prosegue poi con il pensiero che le vacanze devono essere uno staccare la spina dalla routine quotidiana ma non dalla vita spirituale, anzi, servono proprio a ricaricare le pile dell’anima! Lontani dalla frenesia di ogni giorno, abbiamo la possibilità di vivere in modo più rilassato non soltanto i tempi personali ma anche quelli familiari, potendoci dedicare maggiormente – in quantità ma soprattutto in qualità – al coniuge, ai figli o agli eventuali amici che sono con noi, non dimenticando la prima e più importante compagnia, quella di Dio.

Ecco allora che si apre la prospettiva di una vacanza come occasione per un pieno di energie per il corpo ma anche per l’anima, di un momento propizio per una revisione delle priorità e un ri-allineamento sulle cose davvero importanti, magari da impostare al ritorno; in questo modo la vacanza non è solo un momento di sballo o di evasione ma un periodo contraddistinto dalla “ gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici” nonché un tempo “di distensione, di riposo e di pace”. La vacanza, allora, può davvero trasformarsi in qualcosa di più: un piccolo ma importante ritiro dagli affanni del mondo per gustare le bellezze del creato, della coppia e della famiglia anche se non dovesse trattarsi di un vero e proprio pellegrinaggio o ritiro spirituale; anche in spiaggia o durante una passeggiata in montagna, al lago o in collina possiamo gustare e percepire la potenza di Dio perché in vacanza possiamo renderci maggiormente conto di cose che magari non vediamo all’interno della rutine quotidiana che, troppo spesso, rischia al contrario di farci allontanare dal Bello e dal Vero.

Impossibile, infine, tralasciare la frase finale della preghiera in cui leggiamo: “rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita”; penso che non servano ulteriori commenti! L’invito e l’augurio è quello di riuscire a fare nostre queste invocazioni non solo perché costruite da frasi molto belle ma perché possiamo utilizzarle come una riflessione autentica e profonda sul senso delle vacanze e scoprire  la differenza tra il vivere un viaggio come un momento esclusivamente egoistico oppure come un’occasione di crescita personale, familiare e spirituale.

Fabrizia Perrachon

1 Testo disponibile a questo link

Il battesimo: un giorno da ricordare

Le date più importanti della mia vita, cioè quelle che ricordo particolarmente e che festeggio, sono tre: quella del compleanno, del battesimo e del giorno delle nozze.

Un po’ di anni fa, erano solo due, nemmeno conoscevo il giorno in cui i miei genitori avevano deciso di battezzarmi. Infatti, solo negli ultimi anni, ho compreso l’importanza del battesimo e di conseguenza, sono andato a ricercare i documenti e ho trovato così la data (per l’appunto la ricorrenza sarà domani, 27 giugno).

Noi siamo abituati ad aggiungere titoli di studio e competenze man mano che cresciamo; quindi, ad esempio la scuola ci conferisce, dopo le scuole elementari, il diploma di scuola media, poi quello delle superiori e a seguire la formazione prosegue con laurea, laurea specialistica e master.

Con il battesimo invece avviene esattamente il contrario, viene conferito subito il massimo livello che uno può raggiungere, cioè quello di figlio di Dio e tutto quello che viene fatto successivamente, può soltanto finalizzarlo per una missione specifica (come se venisse conferita una laurea in medicina e poi si dovesse scegliere la scuola di specializzazione per esercitare come cardiologo, neurologo, pediatra o altro).

D’altra parte, come sarebbe possibile diventare più di figli di Dio? (vorrebbe dire mettersi sopra Dio, cioè una cosa impossibile).

Così tutti i battezzati formano il popolo dei figli di Dio (una moltitudine di re, sacerdoti e profeti), tutti fratelli perché hanno un unico Padre; questo popolo però va servito, formato, aiutato, santificato e pertanto le due vocazioni principali, ordine e matrimonio, hanno proprio questa funzione, di mettersi a disposizione di tutta la comunità. Quindi una coppia che si sposa, non aggiunge niente al battesimo, va solo a specializzare la grazia ricevuta quel giorno e, se dovessimo rappresentarlo con un movimento, questo sarebbe in discesa (e non in salita, come si potrebbe erroneamente credere).

Ordine e matrimonio specificano il battesimo affinché il popolo riesca a vivere come popolo dei figli di Dio, testimoniando che Gesù è vivo e dando lode a Dio; tutti i sacramenti e i carismi servono per costruire la dignità del popolo.

Se ad esempio, per vari motivi, un matrimonio viene dichiarato nullo, cioè mai avvenuto, non è che a quella persona manca qualcosa per diventare santa, perché è sufficiente aver ricevuto il battesimo.

Allo stesso modo, chi è single e non è consacrato o sposato, ha già con il battesimo tutto quello di cui ha bisogno per vivere in pienezza la vita cristiana (ovviamente insieme agli altri sacramenti): il problema è che la ricchezza battesimale è spesso sconosciuta all’interno della Chiesa, forse anche per il fatto che, il sacramento del battessimo viene conferito da bambini e non da adulti, come avveniva nei tempi antichi.

Infatti, anche Gesù fu battezzato a circa trenta anni e nelle comunità cristiane era una scelta che veniva presa da adulti, dopo un periodo di preparazione rivolto appunto ai catecumeni che chiedevano di intraprendere questo cammino. Successivamente i genitori cristiani hanno pensato di chiedere il battesimo dei figli nati da poco per regalare loro la vita eterna, impegnandosi a educarli al cristianesimo (anche perché già dal parto ci possono essere complicazioni/malattie e battezzare il figlio significa scrivere il suo nome in cielo).

Non a caso la Cresima si chiama anche Confermazione, perché i ragazzi, in un’età in cui hanno la consapevolezza, confermano la scelta fatta dai genitori molti anni prima.  Per il battesimo il nostro corpo appartiene a Cristo, attraverso l’Eucarestia celebriamo questa unità con Cristo e nella confessione ci viene confermato che Dio non ci abbandonerà mai.

Queste cose che sto dicendo, forse per qualcuno possono sembrare banali, ma basta chiedere in giro e quasi tutti diranno che ad esempio un cardinale è superiore a un sacerdote o un consacrato ha qualcosa in più di una persona single.

Anche il Papa, che è a capo della Chiesa, viene chiamato “servus servorum Dei”, cioè servo dei servi di Dio, per sottolineare proprio il fatto che non è sopra, ma al servizio degli altri.

Non è pensabile procedere con la propria vocazione, se prima non si è compreso a fondo (o almeno approfondito) la potenza e la ricchezza del battesimo ricevuto.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ripensare l’urbanistica a due.

Sal 47 (48) Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all’estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

Questo Salmo oggi ci raggiunge in modo particolare perché vogliamo invitarvi a una lettura un po’ inusuale, ma prima di inoltrarci nella nostra riflessione vogliamo inquadrare un po’ questa preghiera. È un inno di lode al Signore, un inno alla sua magnificenza, un invito pressante a lodare il Signore.

Vogliamo farvi notare un particolare: questa preghiera non inneggia al Signore tanto per gli atti di magnificenza compiuti da Lui, quanto per Lui in se stesso. Non si fa un elenco delle opere da Lui compiute, ma lo si loda in quanto Dio; è la lode più pura in quanto non loda per i benefici avuti ma per la sua essenza. È la stessa lode che ritroviamo nell’inno del Gloria durante la S.Messa: “[…] noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”.

Dopo questa prima fotografia del Salmo vediamo di inoltrarci nella sua comprensione come coppia di sposi, innanzitutto si parla di monte, di città con i suoi palazzi e infine di tempio. Certamente il salmista, quando parlava di monte, città e palazzi, o di tempio di Dio, si riferiva ai luoghi fisici, che per il popolo di Israele erano (e lo sono anche per noi tuttora) molto importanti, ma noi cercheremo di vedere olte la loro fisicità intravedendo cosa nella vita degli sposi possa essere monte, città e tempio.

Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Il monte di Sion è il luogo dove risiede la città con i suoi palazzi, e lo potremmo paragonare alla vita degli sposi nel suo insieme. È il luogo dove gli sposi decidono insieme la planimetria della città, l’urbanistica, decidono quali siano le strade principali e quali gli snodi strategici per non alimentare gli ingorghi, decidono anche i punti panoramici. Nella vita sponsale gli sposi devono insieme costruire una nuova città che prima non esisteva, ma soprattutto essa deve essere la capitale del re, non sono loro i reali che la governano, ma è il Signore il re della loro vita.

Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. Questi palazzi nella vita matrimoniale corrispondono alle varie attività, ai vari ambiti in cui gli sposi vivono, agiscono ed operano. Affinché Dio sia un baluardo anche in questi palazzi, è necessario che gli sposi decidano quali palazzi siano i più importanti, devono decidere insieme quanta importanza dare ad ogni palazzo affinché l’urbanistica nel suo insieme risulti ben ordinata come vuole il re.

O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Qual è il tempio di Dio degli sposi? Sono gli sposi stessi, sia perché ognuno è divenuto col Battesimo tempio dello Spirito Santo, ma anche perché la nuova realtà, cioè il loro sacro vincolo indissolubile è il tempio dove Dio abita realmente. Meditare quindi l’amore di Dio nel tempio dell’altro significa lasciarsi amare da Dio attraverso lui/lei.

Coraggio sposi. Forse alcuni potrebbero trovare queste metafore un po’ azzardate, ma potrebbero essere spunto per un passo in avanti nell’Amore.

Giorgio e Valentina.

Cari genitori, voi rinunciando … noi crederemo

Nel precedente articolo («Cari genitori, ascoltando … lotterete») abbiamo considerato “la preghiera di esorcismo e l’unzione sul petto” come un dono per il battezzato che, dalla prospettiva della chiesa domestica, diventa un compito nella virtù della giustizia. «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14).

Da ora in avanti rifletteremo sulla liturgia del sacramento che si compone dei seguenti momenti: preghiera e invocazione sull’acqua, rinuncia a satana, professione di fede, battesimo, unzione con il sacro crisma, consegna della veste bianca e del cero acceso, rito dell’effatà. In questo articolo ci soffermiamo sulla rinuncia e sulla professione di fede.

La chiesa domestica si impegna davanti la comunità parrocchiale a discernere le due vie come ci suggerisce il Salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina».

Nella chiesa antica questo momento di rinuncia e di professione concludeva il cammino del catecumenato, il soggetto che rinunciava e professava era lo stesso battezzando. Qualche padre della chiesa (G. Crisostomo, C. Di Gerusalemme) descrive questo momento così: nella rinuncia rivolti ad occidente simbolo del luogo del diavolo, in ginocchio, senza calzari né vestiti ma con la tunica come gli schiavi, con le mani alzate in atteggiamento di preghiera e di arresa a Cristo; nella professione di fede invece rivolti ad oriente dove sorge il sole per esprimere l’attesa della venuta di Cristo. Oggi, per lo più bambini che ricevono il battesimo, è la chiesa domestica che rinuncia e professa. Non è la fede personale del battezzato ma quella della chiesa domestica ad impegnarsi.

Le tre rinunce nel loro complesso sono la dichiarazione di disponibilità a morire in un determinato modo di vivere per dare spazio alla modalità di risorgere. 

La prima rinuncia riguarda il peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio. È ancora frequente imbatterci nella convinzione che la legge di Dio sia una realtà limitante la libertà umana. Con la risposta affermativa a questa domanda, invece la chiesa domestica riconosce e lotta contro il peccato considerato la vera realtà schiavizzante la vita umana. Per cui rinunciare al peccato è rinunciare di camminare sulla via che ci porta in antagonismo a Dio. Questa rinuncia consente d’altro canto di vivere la professione della fede in Gesù Cristo, Giudice misericordioso, mediante il quale l’uom è trasformato nella condizione filiale. 

La seconda rinuncia riguarda le seduzioni del male, per non lasciarsi dominare dal peccato. In questa domanda si colloca ciò che anticamente erano chiamate le “pompe del diavolo”.  Con questo termine si indicava la fastosità che accompagnava le cerimonie sacre. Perciò, nella rinuncia si allude al culto degli idoli in tutte le diverse forme in uso nelle tradizioni pagane (atti di culto, spettacoli, processioni, onori pubblici, lusso). Tale culto distorce il rapporto con la gratuità, l’amore provvidenziale di Dio, preferendo l’illusione di poter controllare perfino il Mistero divino. Per cui, rinunciare alle seduzioni maligne è adoperarsi per vivere la professione della fede nella paternità di Dio.

La terza rinuncia riguarda satana, origine e causa di ogni peccato. Non si tratta di rinunciare alle espressioni specifiche dei possibili peccati, ma proprio all’origine e alla causa di ogni peccato. Rinunciare a questa origine diabolica significa accogliere la Rivelazione in Cristo e professare la fede nello Spirito Santo. D’altronde Gesù nel Vangelo ci ha messo in guarda dal bestemmiare contro lo Spirito Santo, unico peccato che non sarà rimesso e conducente alla dannazione eterna.

Dopo la rinuncia c’è la professione di fede in tre domande: credente in Dio Padre onnipotente, creatore, in Cristo e, infine nello Spirito Santo e la Chiesa?  Le risposte proclamano la signoria di Cristo, l’evento del Mistero Pasquale e Trinitario nonché il mistero della Chiesa. Le parole della formula trinitaria con cui si dona il battesimo riprenderanno sinteticamente questa triplice professione per annunciare la Realtà a cui si è resi “degni” di partecipare mediante il battesimo. «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Cara chiesa domestica,

tutti noi figli tuoi non potremo mai vivere da figli nel Figlio il nostro rapporto con il Padre, nella grande famiglia della Chiesa, se non ci sosterrai ogni giorno nel discernimento delle due vie, la via dei malvagi e il cammino dei giusti (Salmo 1). Il gesto più profondo e necessario è il tuo sostegno nell’imparare a fiutare e fuggire dalla seducente mentalità mondana che allontana dalla signoria di Cristo. La tua rinuncia e professione di fede nel giorno del nostro battesimo portala nei tuoi impegni educativi soprattutto quando il dolce-amaro dell’ingannatore ci confonde e non sappiamo come fare. Quando eravamo bambini sapevamo abbandonarci nelle tue mani, ora che siamo divenuti grandi d’età non ci è facile diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli. Interrompi perciò i sentieri che vogliono renderci “autonomi” anche da te, perché la tua strada sarà anche la stessa che ci farà abbandonare l’autonomia da Dio e riprendere a vivere nella vita battesimale. Riporta i sentieri scoscesi di questo mondo sulla via dell’uomo, non mancheranno locande in cui troverai la caparra del Buon Samaritano.

Con immensa gratitudine, uno dei tanti tuoi guaritori feriti!

Don Antonio

Posso guidare io?

Cari sposi, una volta, quando ero cappellano in parrocchia, mi è toccato di organizzare il classico campo estivo con le medie in montagna. Come da programma, un pomeriggio usciamo in comitiva per fare una passeggiata e giochi giù al fiume. Sulle Alpi, si sa, il tempo cambia in fretta e quella che sembrava un innocente cumolo di “panna montata” di lì a poco ha scaricato su di noi un tonante acquazzone. Per me non faceva una grinza: con quel caldo ci voleva una sana rinfrescata ma arrivati in albergo ecco la sfilza di messaggini di mamme inferocite che “come era possibile portare fuori i ragazzi con quel tempo lì”; che ero “un incosciente”, “un imprudente”, ecc ecc…

Oggi Gesù permette che gli apostoli vivano una situazione che ai giorni nostri sarebbe bollata di suicidio premeditato. Difatti ordina ai 12 di iniziare la traversata nientemeno che di notte, quando non esistevano torce o navigatori e il lago di Galilea era tristemente noto per le sue correnti mortali. Detto fatto, il peggio si avvera e quella barca di circa 8 metri con a bordo 13 persone, senza salvagenti o giubbini gonfiabili, si ritrova sballottata dalle onde, nel buio più pesto. Roba da film dell’orrore!

La cosa più difficile da accettare però è che in realtà, da parte di Gesù, era tutto freddamente calcolato! A parte che era stanco morto per il ritmo incalzante delle sue giornate per cui appena ha trovato un posto per dormire, è piombato nel sonno più profondo. Tuttavia, il Signore, ancora una volta, ha voluto portare gli apostoli al limite per saggiare di che qualità e consistenza era la relazione instaurata con Lui: comodità? Convenienza? Opportunismo? O piuttosto fede? A tal fine, non pone loro domande scontate del tipo “chi dite che io sia?” ma acconsente lo scontro con una realtà che avrebbe messo in luce il fondo della loro anima.

E fu così che stavolta neanche Pietro l’ha spuntata con una delle sue genialate. Tutti bocciati perché ciascuno si è lasciato prendere dal terrore pur avendo a poppa l’Onnipotente. La domanda di Gesù, appena “sveglio”, è per tutti noi una vera e propria provocazione: “non avete ancora fede?”. Certo, gli apostoli non leggevano ancora il Credo niceno o non avevano imparato a memoria il Catechismo. E allora, a che fede si sta riferendo?

È chiaro, dal contesto della vicenda, che Gesù sta pungolando i suoi per la mancata fiducia e abbandono, per lasciarsi guidare da ragionamenti umani e smettere di fidarsi. Cristo ha dato una lezione unica, che gli apostoli non si saranno mai più scordati per il resto della loro vita, che la fede consiste nell’accettare la Signoria di Dio sulla nostra vita arrendendoci dinanzi al naufragio delle nostre povere sicurezze.

Come c’è una fede personale, così c’è anche una fede di coppia, una fede condivisa tra sposi e Gesù oggi vi sta sfidando a farne uso davanti alle provocazioni che la vita vi lancia ogni giorno: mutuo, malattie, disoccupazione, figli, debiti, calunnie, delusioni, divisioni, e un largo eccetera sono tutti contenuti in quella tempesta notturna che scuote fino all’osso la barca della vostra coppia.

Che altri appigli vuole darvi il Signore se non la certezza che vi abita permanentemente con la Grazia del sacramento e perciò vi sta chiedendo di fidarvi di Lui, di lasciarGli il vostro timone? Cari sposi, oggi Cristo vi ricorda che il dono della fede consiste in una relazione interpersonale e perciò le prove che Lui permette possono diventare occasioni perché vi uniate maggiormente tra voi e con Lui.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca la sa lunga. Ha colto nel segno. Noi abbiamo bisogno di certezze. Abbiamo bisogno di illuderci di poter aver tutto sotto controllo. Ma questa non è una relazione con Gesù ma è usare Gesù come talismano. Non funziona poi quando le prove arrivano. Poco tempo fa ci ha contattato una mamma disperata per una questione familiare molto delicata. E tra le altre cose non si capacitava del motivo per cui quella sofferenza fosse toccata proprio a lei che aveva vissuto nella fede e aveva cresciuto i figli in un certo modo. Capite che così non funziona? Solo la relazione salva. Il talismano si disintegra alla prova della realtà. Come non pensare a Chiara Corbella che, riflettendo su Davide il suo secondogenito salito al cielo dopo pochi minuti di vita, scrisse questo pensiero:

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi: abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore); ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri; ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

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Chi amare di più o chi amare prima?

Mi ha contattato Vittorio per chiedermi qualche articolo del blog che trattasse il tema amore genitoriale e sponsale. Qual è più grande? Detto in altre parole: è giusto amare maggiormente il coniuge o i figli? Lui è un tiktoker e ci mette la faccia sempre. In uno dei suoi ultimi video si è accesa una discussione molto calda tra chi sosteneva che l’amore per i figli è insuperabile in quanto sono parte di noi, hanno parte del nostro patrimonio genetico mentre il coniuge è biologicamente un estraneo. Mentre altri, tra cui lo stesso Vittorio, che sostenevano la priorità dell’amore sponsale. Un tema ricorrente e anche molto interessante. Mi permetto di evidenziare alcuni punti che possono fare chiarezza.

Non c’è competizione ma condivisione. Amore genitoriale e amore sponsale non sono in competizione tra loro. Sono due amori diversi, con finalità e modalità diverse. Non posso paragonarli. Posso paragonare per intensità l’amore per i miei amici. Con alcuni è più intenso, intimo e profondo con altri è assimilabile a una conoscenza e nulla più. Ma posso farlo perché sono lo stesso tipo di amore. Io non amo i miei figli nello stesso modo con cui amo mia moglie. Io ho quattro figli e non posso amarli in modo esclusivo. Ho una sola moglie che invece amo in modo esclusivo. L’amore per mia moglie è totale. Presuppone il dono totale di me stesso in anima e corpo. L’amore per i figli no. Ciò non significa che io amo di meno i miei figli ma che li amo diversamente. Sono piani diversi che non si ostacolano ma che anzi quando sono vissuti in modo sano si alimentano tra loro.

È giusto dare un ordine all’amore. Perché senza ordine ci troveremmo nel disordine relazionale ed esistenziale. Ed è ciò che succede a tanti. Qual è l’ordine giusto? È molto semplice. Ogni amore ne ha come sorgente un altro. Faccio un esempio per farmi capire. L’amore per i figli è come un lago. L’amore per il coniuge è il fiume che alimenta il lago. L’amore per Dio è la sorgente che dà origine e acqua al fiume. Quindi esiste l’ordine corretto per vivere relazioni sane e buone è semplice da comprendere. Amare Dio, la sorgente, da cui trarre forza per amare il marito o la moglie in modo gratuito, il fiume, da cui trarre amore per amare i figli in modo sano e non possessivo, il lago.

Proviamo ora a modificare l’ordine e proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere. Se dovessimo eliminare la sorgente, cioè Dio, andremmo a riversare tutte le nostre aspettative e desideri di essere amati nel coniuge. Metteremmo sulle spalle di una persona come noi un peso enorme. Chiederemmo ad una persona finita un amore infinito e senza condizioni. Nel giro di poco, senza la sorgente inesauribile dell’amore di Dio, il fiume si ridurrebbe a un torrente e poi a un deserto. Non è quello che accade in tante relazioni? Diffidate da chi vi dice sei il mio tutto, sei la ragione della mia vita. Lì non c’è amore libero ma dipendenza.

Se dovessimo eliminare anche il fiume e dovessimo cercare tutto l’amore nel lago, nei nostri figli, il disastro è assicurato. Per noi e per quei poveretti dei nostri figli. Cosa voglio dire? Che non solo elimineremmo l’aggancio con la sorgente Dio, ma anche con l’amore esclusivo e indissolubile del coniuge con il risultato che riverseremmo tutti i nostri bisogni affettivi e le nostre aspettative sui figli. Con il risultato di costruire una relazione genitore/figlio simbiotica e dipendente. Completamente fuori da ogni verità. Noi dobbiamo preparare i nostri figli a farcela senza di noi, a lasciare la nostra casa. Non dobbiamo tenerli stretti perché abbiamo bisogno di loro per sentirci amati. Che tristezza quelle madri, ad esempio, che sentono la fidanzata del figlio come una rivale in amore e fanno di tutto per entrare in competizione e parlare male di lei. Capite dove sta il problema?

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra stella e di trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. È sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale. 

Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perché loro sono il frutto di quell’amore. È un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, e sono stati anche loro piccoli, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perché dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

Antonio e Luisa

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Il conflitto non va nascosto sotto il tappeto

In Amoris Laetitia Papa Francesco scrive: “Occorre anche interrogarsi sulle cose che uno potrebbe personalmente maturare o sanare per favorire il superamento del conflitto”.

Nella mia famiglia di origine il conflitto era vissuto come una grande tempesta, passata la quale tornava la tranquillità, ma non vedevo i miei genitori fare davvero pace. Non si risolvevano i problemi, venivano accantonati fino alla volta successiva ed io, di fronte alla tempesta, mi sentivo spaventata e triste.

Mi sono accorta di aver a lungo evitato il conflitto, memore dei sentimenti di paura provati, ma anche di aver adottato la stessa modalità dei miei genitori: faccio fatica a riparlare di quanto successo, a riparare e fare pace.

Francesco mi ha raccontato che i suoi genitori evitavano di mostrare davanti ai figli i conflitti presenti fra loro e di aver percepito che lo facessero per un forte senso del dovere, lasciando però crescere disagi e incomprensioni tra loro. Mio marito ha assorbito questa tendenza a voler evitare conflitti diretti, ma questo lo porta a covare malessere e a provare sentimenti di frustrazione.

Io e Francesco sulle grandi questioni ci troviamo d’accordo. I conflitti tra noi scaturiscono spesso dalla gestione della quotidianità. Nella nostra famiglia numerosa fatichiamo a trovare tempo, energia e tranquillità per affrontare i conflitti, ma ogni conflitto non gestito è come un sassolino che viene nascosto sotto il tappeto fino a creare una montagna che genera litigi molto accesi.

Abbiamo vissuto nel nostro matrimonio una grave crisi che ci ha portato a partecipare al Programma Retrouvaille e grazie al percorso fatto, stiamo imparando a modificare il nostro approccio alla gestione del conflitto: Francesco ora cerca di tenere conto del mio stato emotivo e dei bisogni che cerco di esprimere e non evita più il confronto ed io, che pensavo che in un conflitto ci dovesse essere un vincitore, ho compreso che vinciamo entrambi se impariamo qualcosa e non mi tengo sulle difensive, ma accetto la realtà che il mio sposo è diverso da me, che prova sentimenti differenti da quelli che io mi aspetterei e che a volte le mie supposizioni sul suo pensiero non coincidono con ciò che lui pensa veramente. Insomma, è necessario che ci ascoltiamo a vicenda con cuore aperto e soprattutto che siamo disponibili a cambiare quei comportamenti che hanno un effetto distruttivo sulla relazione.

Poco tempo fa abbiamo affrontato un argomento che ci creava parecchi attriti: l’alimentazione da seguire in famiglia. È stato molto utile poterci prendere un momento in serenità per dialogare in maniera costruttiva e affrontare la questione con meno chiusure e tensioni, ascoltando a vicenda i sentimenti e le ragioni dell’altro. Francesco per la prima volta mi ha espresso i suoi sentimenti spiacevoli e l’ho visto sollevato, come quando aspetti l’esito di un esame medico e improvvisamente ti arriva la notizia che è tutto a posto.

Quando riusciamo a parlarci con il cuore in mano, è bello vedere come le decisioni che ci siamo condivise vadano nella stessa direzione e che troviamo un accordo sulle cose da fare. Parlare in prima persona di ciò che si prova e di ciò che ci si aspetta da una situazione, ti educa ad assumerti le tue responsabilità, a desiderare di cambiare te stessa e non il tuo sposo.

Con questa consapevolezza mi sento sollevata, come una piuma che volteggia sospinta da una brezza leggera.

Mary e Francesco (Retrouvaille)

La Consolata che consola: una storia da riscoprire

È possibile essere consolati e, poi, essere in grado a propria volta di consolare? Avete mai sentito parlare della “Consolata”? Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo sfruttare un fatto comune: nella vita di ognuno di noi ci sono dei giorni speciali, scolpiti nel cuore e nella mente, giorni che evocano non solo ricordi di eventi passati ma che modellano presente e futuro sulla scia di fatti che ci hanno irrevocabilmente cambiati, fatti crescere, maturare.

Giorni che per il mondo scorrono  forse uguali a se stessi, impastati d’indifferenza, ma che per ciascuno hanno un valore unico e prezioso.  Per esempio oggi, 20 giugno, non è solo l’ultimo giorno di primavera ma una data speciale in cui s’intrecciano ricorrenze che desidero condividere con voi perché possono aiutarci a leggere la vita non come una sequenza di “cose che capitano” ma un piano della Provvidenza che si dispiega potente, benedicente, onnipotente.

Il 20 giugno è un giorno importante per la Chiesa piemontese, e non solo; sì perché Torino, città in cui sono nata, non è solo ricca di storia, arte, cultura, patria di Santi del calibro di Giovanni Bosco, Madre Mazzarello, Giuseppe Cottolengo o Giuseppe Cafasso o per essere il luogo che custodisce la Santa Sindone ma anche perché città che ha per patrona specialissima: la “Madonna Consolata”. È un titolo unico e legato a doppio filo con quello della città.

Chi è esattamente la “Consolata” e perché, qui, Maria è onorata con questo nome? Il titolo ufficiale sarebbe quello di Santa Maria della Consolazione ma per tradizione, derivata probabilmente dal dialetto locale, è diventata per tutti la Madonna Consolata. Si narra che la chiesa paleocristiana che sorgeva dove si trova l’attuale Santuario andò in decadenza e il quadro mariano che conteneva andò perduto. Un ragazzo francese non vedente di nome Jean Ravais sognò una signora che gli disse: “Vai nella città di Torino, trova il mio quadro e ti tornerà la vista“. Dopo diverse vicende, il fatto di non essere creduto e altre peripezie, Jean Ravais arrivò in città e avvenne quando preannunciatogli. Il Vescovo di Torino, presentando il ritrovato quadro alla comunità, esclamò: “Santa Vergine Consolata, prega per noi!” e proprio nello stesso istante il ragazzo tornò a vedere. Era il 20 giugno 1104.

Nel centro città si trova attualmente l’omonimo Santuario – il più importante non solo di Torino ma dell’intera Arcidiocesi – nel quale vi è la scritta latina “Augustæ Taurinorum Consolatrix et Patrona”, cioè “Consolatrice e protettrice della Città di Torino“. Dunque che consola o che è stata consolata? In Maria Santissima si fondono entrambe le cose perché, consolata dall’essere Madre di Gesù, diventa consolatrice dell’intera umanità. Ma non siamo chiamati, forse, a essere tali anche noi? Non è forse vero che siamo stati, più volte, consolati da Dio nel corso della nostra vita e che dobbiamo farci non solo testimoni ma portatori noi stessi di consolazione, di aiuto, di carità, di fraternità nei confronti degli altri? E il prossimo più prossimo – ossia più vicino – non sono forse il coniuge o i figli o i genitori? Ecco quindi che la Madonna Consolata ci svela la missione del cristiano autentico ossia ricevere e dare, che altro non è che ricevere la consolazione dal Padre per poi essere in grado di consolare chi ne ha bisogno.

Se, dunque, questo giorno è solenne per la Chiesa e in particolare per la comunità piemontese, per me e mio marito lo è ancora di più; infatti il 20 giugno del 2012 il nostro piccolo non nato, Chicco, ricevette il Battesimo di desiderio ed esattamente un anno dopo, il 20 giugno 2013, nacque il nostro secondogenito. Casualità? Sono convinta di no perché, come diceva Padre Pio: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Anche se non abito più a Torino da quasi due decenni, la Consolata mi è stata vicina, donando ai miei due figli – proprio il 20 giugno – la vita: ad uno quella che più non muore e all’altro quella terrena. La consolazione arriva per tutti, magari in tempi e modalità differenti, ma non esclude nessuno; ecco allora che il riacquistare la vista dopo una Grazia significa è metafora di riacquistare quella spirituale ossia allenare il nostro cuore a riconoscerla ed accettarla, a ringraziare e a testimoniare, a viverla e a donarla, in un incessante flusso tra terra e Cielo.

Fabrizia Perrachon

P.S.: non c’è nulla di casuale nella vita e la fede deve insegnarci a leggere negli eventi quotidiani la mano di Dio che guida i nostri passi. Nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” (disponibile in tutte le librerie fisiche e online nonché su Amazon) parlo approfonditamente di questo, oltre che dell’aborto spontaneo e dei bambini non nati. Leggendolo, forse, riuscirai anche a tu a dare un senso al dolore e scoprire quanto è grande il Signore!

La percezione dell’amore

Oggi prendo spunto da un articolo all’apparenza banale. La tennista Katie Boulter, dopo aver giocato e vinto la finale di un torneo importante, si lamenta della mancanza del fidanzato Alex De Minaur, anche lui tennista top. Katie approfitta dei media per lanciare un messaggio al compagno: Non sei venuto a vedermi. Non so se staremo ancora insieme. Specifico che Alex aveva a sua volta giocato e vinto un torneo poche ore prima in un Paese diverso (lei era a Nottingham in UK mentre lui a Hertogenbosch in Olanda)

Questa è la notizia. Naturamente non so nulla della vita privata dei due giovani atleti e non credo sia neanche così interessante conoscerla. Probabilmente non parlava seriamente ma il fastidio era reale. È invece importante usare questa notizia per trattare un argomento più generale che ci riguarda tutti.

A molti di noi la reazione della giovane tennista sembra spropositata. Quasi un capriccio. D’altronde il fidanzato aveva appena terminato un torneo faticoso. Avrebbe dovuto preciparsi in aeroporto per raggiungere trafelato Nottingham. È piuttosto lei che avrebbe dovuto mostrarsi più empatica e comprensiva. Qualcun’altro potrebbe invece pensare che lui abbia dimostrato di non tenere abbastanza a quella relazione. Non abbastanza da fare un sacrificio alla fine sopportabile per chi passa l’anno viaggiando da un torneo all’altro. Percezioni diametralmente opposte.

Cosa discrimina la nostra percezione? Il nostro linguaggio dell’amore. Per chi non dovesse ancora conoscere i linguaggi dell’amore li sintetizzo in due righe. Ognuno di noi ha un linguaggio dell’amore primario. Esistono cinque linguaggi: parole di incoraggiamento, contatto fisico, gesti di servizio, momenti speciali e i doni/regali. Noi ci sentiamo amati se l’altro parla con noi il nostro linguaggio dell’amore. Io parlo il contatto fisico e mi sento amato quando sono abbracciato e accarezzato, non mi fa invece sentire particolarmente amato se mia moglie mi cucina un pasto delizioso o mi fa un complimento. Luisa parla le parole di incoraggiamento. Si sente quindi amata quando riceve parole positive di stima e di valore per quello che è e che fa. Non si sente invece particolarmente amata se l’abbraccio. Infatti mi succede ancora di abbracciarla in silenzio quando la vedo giù e lei mi risponde inevitabilmente che dopo più di vent’anni di matrimonio ancora non ho imparato a parlare il suo linguaggio. E io prendo e porto a casa perché ha ragione. E così via per tutti i linguaggi. Per approfondire vi consiglio il libro di Gary Chapman

Ora è chiaro che il linguaggio dell’amore di Katie è ricevere doni. Già perchè tra i doni non sono ricompresi solo i regali materiali ma anche donare il tempo e la presenza. Chi ha questo linguaggio dell’amore si sente amato quando l’altro fa di tutto per esserci nei momenti importanti della vita. Non per forza la finale di un torneo. Più banalmente anche la visita dal dottore. Mi sento amato se mi accompagni e stai con me.

Nostra figlia, che ha questo linguaggio, rinfaccia ancora alla mamma, Luisa, la delusione che ha provato quando mia moglie ha saltato la cena del ritiro prima della cresima per un altro impegno. Cosa sarà mai? Se fosse successo a me non ne avrei fatto un dramma, ma io ho un altro linguaggio dell’amore. Per Maria è stato un piccolo dramma perchè non ha letto la mancanza della mamma come una semplice assenza a una cena, ma come a una mancanza di interesse e di amore.

Tutto questo per ricordarvi e ricordarmi che la percezione dell’amore è davvero personale. Non giudichiamo secondo i nostri parametri ma cerchiamo di conoscere e comprendere quelli dell’altro. Soprattutto cerchiamo prima di tutto di capire e poi di parlare il linguaggio dell’altro, anche se è diverso dal nostro e anche se non ci viene spontaneo.

Antonio e Luisa

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Girare lo sguardo

Sal 26 (27) Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Questo Salmo è un accorato appello al Signore affinché non respinga la richiesta di misericordia, la sua benevolenza riempie il cuore dell’uomo, e senza di essa l’uomo si sente solo.

Sappiamo quanto la solitudine sia una situazione esistenziale tra le più terribili, lo sanno bene quelli che lavorano in case di cura per anziani e/o per disabili, lo sanno bene i tanti figli che portano i propri genitori anziani (spesso vedovi) al centro diurno della zona, affinché essi non muoiano di solitudine. La solitudine fa più male di una malattia corporea, poiché se per quest’ultima la medicina ha trovato cure abbastanza efficaci, contro la solitudine la medicina non può nulla, non c’è rimedio scientifico che tenga; e spesso questa malattia spirituale viene somatizzata a tal punto che il corpo subisce più danno da essa che dalla malattia corporea, e le medicine risultano inefficaci.

Non è nostra intenzione rovinare la giornata a nessuno con queste riflessioni, ma si rendono necessarie poiché da come sono le relazioni tra noi possiamo intuire e comprendere un po’ meglio com’è la relazione con Dio.

A volte succede di litigare anche pesantemente col proprio coniuge, non si dovrebbe mai farlo ma le nostre fragilità spesso ci fanno cadere, e alla fine uno dei due mantiene il broncio per un po’ di tempo a mo’ di vendetta, per farla pagare all’altro, come a dire che il perdono forse arriverà ma se lo deve guadagnare con la penitenza. E quale penitenza? Volgiamo lo sguardo dall’altra parte, anche se la rabbia è già sbollita, ma giusto per non dargliela vinta rifiutiamo di incrociare il suo sguardo, che significa: “sono ancora arrabbiato con te“.

Quant’è brutto quando il nostro coniuge non vuole incrociare il nostro sguardo, è un atteggiamento che ci ferisce molto, perché comunica indifferenza, e l’indifferenza altrui ci fa provare solitudine.

Ecco perché il salmista supplica il Signore affinché non giri il suo volto dall’altra parte… come a dire: “Signore non essere ancora arrabbiato con me, guardami, incrocia il tuo sguardo con il mio“. Ma il Signore dà già la sua risposta : […]«Cercate il mio volto!».

Se ci dice di cercarlo è perché Lui non serba rancore come facciamo tra noi, Lui è sempre pronto al perdono, basta che veda uno spiraglio di pentimento nel nostro cuore, per Lui è già sufficiente. Cari sposi, l’invito di questa settimana è quello di dire al nostro coniuge: “cerca il mio volto, perché io ti ho già perdonato“.

Gli sposi nel Sacramento hanno una marcia in più, che è il Sacramento stesso. Quando il nostro amato, la nostra amata ne combina una delle sue, dovremmo dire: “io ti ho già perdonato, perchè il vincolo che ci lega è sacro, ed il Sacramento è molto di più del tuo errore“. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Seconda parte.

Se sabato non avete letto la prima parte vi lascio il link. Riprendo ora da dove ho interrotto la precedente riflessione.

Quando riconosciamo il Creatore come origine e partecipe del nostro amore, la sessualità assume un significato che è più grande di se stessa, che la trascende e che è capace di riempire il cuore degli sposi. In questo modo, al piacere provato nell’atto coniugale fa seguito la gioia nel cuore di entrambi. Una gioia che dura nel tempo, e che li riempie. Questo perché gli sposi entrano in comunione tra loro, ma entrano anche in comunione con il Creatore, fonte inesauribile nella quale le anime cercano la gioiosa pienezza. Per noi è così! Dopo ventidue anni di matrimonio l’intimità diventa sempre più bella e piena. Non parlo di prestazione ma di comunione e nutrimento.

Solo quando viviamo la nostra sessualità così comprendiamo allora che l’atto coniugale non è un atto che riguarda solo i coniugi e che rimane unicamente in loro, ma che, vissuto nella sua verità, è un atto di abbandono a Dio. Possiamo affermare con assoluta certezza che l’amore dei coniugi non è questione di due, ma di tre: la moglie, il marito e Dio. Pertanto, poiché l’amore deve essere vissuto nell’integrazione di tutte le dimensioni, anche l’unione sessuale è, se gli sposi lo consentono, un momento di unione con il Creatore.

La meravigliosa Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II ci ha lasciato un dono enorme quando approfondiamo questo argomento. Egli spiega che nell’unione sessuale dei coniugi si sperimenta una vera “liturgia dei corpi”. In esso gli sposi esprimono fisicamente ciò che fanno anche con l’anima. Nell’atto coniugale si ascolta il linguaggio del corpo poiché esso è stato creato per essere sacramento della persona, cioè per manifestare in modo visibile – nella carne – una realtà invisibile – l’anima.

Per questo, quando i coniugi si aprono alla conoscenza di questa verità e al suo rispetto, vivono la loro intimità sessuale come un momento sacro di liturgia e di preghiera. Ciò non significa che sia noioso o monotono, ma al contrario: implica che la gioia della comunione sia vissuta nel quadro dell’eterno amore divino, che si rinnova continuamente con gioia e creatività. Gli sposi si donano nella loro totalità di corpo e anima, così come Cristo Sposo ha fatto per la sua Sposa, la Chiesa sulla croce.

Qui vediamo chiaramente che si tratta davvero di una “liturgia dell’amore”, con i suoi momenti ben definiti e la propria trascendenza. L’atto coniugale è una preghiera autentica che gli sposi elevano a Dio con tutto il loro essere, ringraziando per il dono d’amore ricevuto. È un momento sacro, in cui il letto nuziale diventa luogo di parto e di donazione. E lì sperimentiamo una piccola anteprima di ciò che ci aspetta in Paradiso.

L’atto coniugale è cammino di santità perché in esso gli sposi si trasmettono reciprocamente la Grazia. Come abbiamo più volte ricordato l’intimità fisica rinnova il sacramento del matrimonio con una nuova effusione di Spirito Santo. Nel rito del sacramento del matrimonio è la prima unione sessuale degli sposi a consumare (cum-summare portare alla sommità) il sacramento e il mezzo attraverso il quale entrambi si trasmettono reciprocamente la Grazia. I coniugi si rivolgono a Dio nel loro amore e comunicano tra loro i doni che Egli dona loro. Sempre Noriega afferma che: Il coniuge cristiano potrà trasmettere all’amato nella sessualità non solo una una presenza reciproca, ma anche il dono dello Spirito. Dio diventa protagonista anche della formazione dell’amore tra i coniugi, poiché non è estraneo a nulla di umano, compresa la sessualità, che Egli stesso ha creato.

Sappiamo che il matrimonio costituisce una vocazione, nella quale ciascuno dei coniugi aiuta l’altro a percorrere il cammino della santità. Ciò avviene attraverso i numerosi atti d’amore che hanno l’uno verso l’altro. Non sfugge a questo l’atto coniugale, che, vissuto nel rispetto dei suoi significati e della sua verità intrinseca, diventa occasione di crescita nella santità, poiché i coniugi crescono nella virtù della carità, ricercando il bene dell’altro e compiendo la volontà di Dio che cresce nell’amicizia con lui.

Antonio e Luisa

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Un terreno già fecondato

Cari sposi, nel pieno dell’epoca dei Lumi una parte di scienziati si chiedeva come nascesse concretamente la vita. Imperava allora la teoria della generazione spontanea delle forme viventi elementari, tesi che durò fino oltre la metà del 1800 quando Louis Pasteur, celebre chimico, scoprì che invece esse si dovevano piuttosto attribuire a fattori esterni quali l’acqua, l’ossigeno e la temperatura. Oggi sappiamo bene che lo sviluppo di un seme è dovuto alla formazione di sostanze provenienti dai processi metabolici avvenuti al suo interno e che essi si possono innescare anche a distanza di anni.

Per tutto ciò, capiamo quanto è stata geniale la trovata di Gesù di utilizzare tale immagine per spiegarci in cosa consista il Regno di Dio. Ecco perché il Signore, giustamente, menziona che la crescita avviene quando nemmeno il seminatore se l’immagina.

Ora è chiaro che questa analogia tra Regno e seme si può ben traslare al matrimonio. Perché in effetti nelle nozze viene concessa una grazia, Gesù deposita in voi un seme che altro non è che la sua Presenza. Ricordatevi di quel bellissimo passaggio di Amoris Laetitia: “Il sacramento non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri»” (Amoris Laetitia 73).

Così, il Vangelo di oggi ha una forza consolante e motivante, davvero unica per tutti voi sposi, sia che viviate momenti di entusiasmo nella relazione come anche di fatica. Colgo infatti almeno due grandi lezioni per voi coniugi.

Anzitutto, Gesù sta affermando chiaro e tondo che la piccolezza, nel Vangelo, non è mai un problema. Quindi qualora vi scontraste con i vostri limiti e fragilità, vizi o debolezze, questo non può mai essere motivo di scoraggiamento. Chiunque può, anzi, è chiamato a tendere alla santità a partire da dove si trova, dalle situazioni concrete in cui vive. Quello che sì conta tantissimo per Gesù è la crescita, cioè il mettersi in cammino, il non restare fermi dove si è adesso ma con Lui provarci e riprovarci ogni giorno. Per cui, parafrasando la metamorfosi del seme di senape, essere sposi significa mettersi sempre in cammino e vivere sempre in rinnovamento.

Inoltre, sebbene gli uditori di Gesù all’epoca non lo potessero ancora sapere, il corrispondente di ciò che rende il seme capace di tramutarsi in piante, oltre ad essere i suddetti enzimi, è in voi sposi anzitutto la Grazia, l’azione silente dello Spirito Santo.

Come fare quindi per crescere in coppia nella propria vocazione? Anzitutto dando alla Grazia le condizioni ottimali per fare il suo dovere. Quelle che per il seme equivalgono all’acqua, al calore e alla terra smossa. Per voi sono dunque la preghiera in coppia, l’Eucarestia, la confessione, la direzione spirituale, un apostolato vissuto assieme… mezzi infallibili che vi consentiranno di essere spettatori delle meraviglie della Grazia in voi.

Cari sposi, il Seminatore vi ha reso un terreno già fecondo, questa è la bella notizia. L’importante è che ne siate consapevoli e collaboriate con Lui per portare moto frutto.

ANTONIO E LUISA

Non ci sentiamo di aggiungere nulla alla riflessione di padre Luca. Vogliamo invece sottolineare un passaggio che ci ha toccato particolarmente. Noi siamo naturalmente predisposti (non so voi) a flagellarci per i nostri limiti. A considerarci sempre un po’ meno degli altri. Soprattutto come genitori ci sentiamo spesso una frana, Padre Luca ci consola. Il limite non è un problema per Gesù. Diventa un problema quando le nostre fragilità ci impediscono di camminare e di crescere. Questo l’abbiamo imparato in 22 anni di matrimonio. Ogni giorno abbiamo fatto i conti con i nostri limiti ma abbiamo imparato ad affidarli a Gesù e abbiamo cercato sempre di fare del nostro meglio.

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Il matrimonio secondo Pinocchio / 31

Cap XXIV Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata.

Nel mare tempestoso il burattino non riesce a trovare il babbo però le onde lo fanno approdare su di un’isola, ove si imbatte nel paese delle Api industriose, ma poi ritroverà la fata. E’ provato dalla fame e dalla sete, sicché si mette sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina.

E’ curioso che le molte persone fermate dal Nostro non abbiano nulla in contrario ad elargire qualche soldo, a patto però, che vengano aiutate in qualche faccenda, ovvero che anche lui faccia la sua parte di lavoro per guadagnarsi qualche soldo.

Non è difficile scorgervi il tema della collaborazione alla Grazia e del merito. Tema che sembra non essere gradito dall’uomo moderno, abituato com’è al tutto e subito, con poco impegno e massimo rendimento o tornaconto.

Lo si denota anche dalla continua crescita di adesione alle ultime proposte commerciali in cui c’è lo sconto del 3×2, i vantaggi del cliente premium, proposte in cui spesso si ritrova la parolina magica: gratis. Sembra quasi che le pubblicità siano pensate e studiate da illusionisti e non da commercianti.

Con questo dilagare di vantaggi economico-commerciali ed il benessere alla portata di tanti, la gente si è assuefatta a questa logica per cui il sacrificio è sparito dalla mentalità di molti, di troppi.

La logica usata nel commercio è stata applicata anche alla vita spirituale, e molti sposi pretendono da Dio lo sconto tale oppure i vantaggi della propria (presunta) carta fedeltà… quasi come se il Signore fosse una cassiera che ti legge il codice sconto cliente e ti tratta come socio premium.

Lo si capisce da frasi come queste: “Abbiamo recitato la novena ma il Signore non ci ha fatto la Grazia, siamo andati a Messa tutte le Domeniche ma non ha guarito il mio consorte da una grave malattia…”; sono frasi che denotano che tipo di rapporto abbiamo con Dio: praticamente vantiamo dei diritti nei suoi confronti quasi che sia Lui ad essere in debito con noi e non viceversa.

Ma il Signore non agisce mai senza la nostra collaborazione, certamente il motivo non sta nel fatto che Lui non sia Onnipotente, ma risiede nel fatto che non vuole dei robot che lo amino, ma degli uomini che lo riamino nella massima libertà. Ci lascia talmente liberi che rischia persino il nostro rifiuto al Suo amore.

E’ un mistero di amore, ma quando Dio vuole donare una Grazia, non fa tutto Lui, per Sua decisione ha bisogno della collaborazione umana, un esempio? Il Verbo si incarnato senza bisogno del seme di un uomo maschio, eppure ha chiesto alla Vergine Maria e a San Giuseppe la collaborazione a questo disegno, avrebbe potuto fare tutto da solo, ma ha preferito collaborare con gli uomini.

Quindi la nostra collaborazione deve essere messa in atto, fosse anche l’unica e piccolissima cosa che sappiamo fare, ma solo noi la possiamo fare, altrimenti faremo la fine di Pinocchio che non trova elemosina perché non vuole lavorare.

Cari sposi, è ora di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, muoversi anche per andare a cercarsi le Grazie. Di sicuro stare appollaiati sul divano non porta molte Grazie. Se venite a conoscenza di un corso per sposi, un meeting, un incontro con un bravo relatore/predicatore/testimone, una processione particolare del paese vicino, una visita di una reliquia di qualche santo… andateci senza indugio, senza pensarci troppo. Andate a caccia di Grazie perchè il Signore non vede l’ora di elargirle, ma non fa tutto da solo.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Prima parte.

È diffusissima l’idea che il sesso sia del tutto estraneo alla nostra parte spirituale, alla parte di noi più nobile. come se Dio non c’entrasse nulla e come se fosse un’affare puramente umano e naturale, lontano dall’ordine soprannaturale e trascendente. Insomma quella parte di noi più istintiva che ci accumuna agli animali. Spesso anima e corpo sono considerati come opposti, pensando che il desiderio carnale non abbia nulla a che fare con la vita spirituale. Questa visione è molto comune, anche tra i credenti.

La Chiesa – lo esprime molto bene Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo – non afferma affatto che corpo e spirito siano disgiunti e su livelli diversi. La sessualità è strettamente legata alla nostra sfera spirituale e il modo in cui la viviamo può aiutarci a crescere come persone e ad avvicinarci alla santità. Attenzione la sessualità non è la genitalità, non è solo il sesso, ma una realtà molto più ampia. E’ il nostro essere maschio e femmina, individui sessuati che si mettono in relazione attraverso il corpo. La sessualità esprime la necessità di trovare un tu diverso e complementare che risponde al nostro bisogno innato di vivere una comunione profonda e piena che abbraccia tutta la persona e non solo il corpo. Il corpo esprime – cioè da un’immagine visibile – a tutta la persona fatta di tantissime componenti (corpo, anima, psiche, sensibilità, tenerezza, volontà, atteggiamento, valori, ecc). In questo articolo ci riferiamo soprattutto al matrimonio e all’importanza dell’esperienza sessuale che questa relazione fedele, indissolubile e esclusiva comporta.

La sessualità è un elemento intrinseco della persona. Non è qualcosa di aggiunto che può essere presente o meno. Non è nemmeno una dimensione. Ma è costitutivo dell’essere umano, e ne attraversa tutte le dimensioni: corpo, mente, spirito e relazione. Pertanto, poiché siamo un’unità, siamo spiriti incarnati, il modo in cui viviamo la sessualità avrà sempre un impatto sulla nostra spiritualità. E viceversa, la profondità che abbiamo nella nostra vita spirituale e di fede avrà un forte impatto sul modo in cui affrontiamo la sessualità. A questo punto parliamo di sessualità in senso ampio, sia riferendoci alla nostra esistenza nel mondo come uomo o donna, sia all’esperienza del desiderio sessuale che ogni essere umano sperimenta ad un certo punto.

Avvicinandoci alla dimensione spirituale, sappiamo che secondo la nostra particolare vocazione e il nostro stato di vita siamo chiamati da Cristo a vivere la sessualità in modo concreto e diverso per ciascuno. Questo perché Dio ci rivela che il fine della differenza sessuale è l’invito a lasciare se stessi, a donarsi all’altro in una comunione d’amore a immagine e somiglianza di Dio Trinità.

C’è una connessione importante da mettere in evidenza. Nel rapporto sessuale portiamo ciò che siamo. Riveliamo la grandezza o la povertà del nostro animo, il nostro egoismo o la nostra capacità di donarci e di mettere l’altro al centro delle nostre attenzioni. Il nostro amore o la nostra volontà di dominare e di usare. Ciò che esprimiamo nel sesso esprime ciò che abbiamo nel cuore. Esprime ciò che siamo.

Questo perché la sessualità è talmente costitutiva della persona che, qualunque cosa ne facciamo, rivelerà chi siamo. Il nostro comportamento in riferimento alla sessualità è come un vetro trasparente che ci permette di vedere cosa c’è nel nostro cuore. Attraverso di esso si manifestano le nostre luci e le nostre ombre. José Noriega – che è stato professore all’Istituto Giovanni Paolo II per tanti anni – afferma: La sessualità promette molto, ma raccoglie poco.

In una frase ha detto tutta la miseria del nostro tempo. Nell’attrazione sessuale leggiamo una promessa grande. La promessa di un piacere immenso, una felicità completa che inonda tutta la persona. Rimaniamo abbagliati dalla presenza di qualcuno che ci sembra enormemente attraente, che ci affascina, ci attrae e ci fa uscire da noi stessi. All’origine dell’innamoramento, tutta la nostra vita, nel suo insieme, è monopolizzata dal desiderio di essere non solo con l’altro, ma nell’altro.

Spesso però questa promessa viene infranta. E lo conferma la povertà di tante relazioni. Quante persone conosciamo che vivono o hanno vissuto grandi sofferenze e delusioni cocenti per relazioni sbagliate? Noi tante. In definitiva l’esperienza sessuale non soddisfa appieno. Il piacere provato non soddisfa il desiderio inesauribile che era stato risvegliato dall’altro. Né è soddisfatto dalla persona a cui ci uniamo. Cosa si nasconde, allora, dietro questo desiderio, questa attrazione tra uomo e donna che nemmeno l’ei stessa’esperienza sessuale, una volta giunta al culmine, riesce a spegnere?

Nella sessualità ci si rivela il mistero della persona, il mistero dell’Altro. Perché la differenza sessuale ci dice quanto poco bastiamo a noi stessi. Della nostra povertà, della nostra solitudine. Ma, allo stesso tempo, ci parla della pienezza e della comunione che ci viene promessa. Ci rivelano in modo inesorabile il nostro essere corpo e anche la nostra anima, che esige la trascendenza. L’incontro tra l’uomo e la donna rivela una promessa di pienezza nella comunione di entrambi. Il cuore umano cerca assetato una felicità che non può raggiungere con la sola sessualità, se non è vissuta nella ricerca di quella Presenza che è origine e fine di ogni amore umano: Dio.

Cosa possiamo quindi comprendere e concludere? Lo vedremo lunedì con il proseguo di questa riflessione.

Antonio e Luisa

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Io sono prezioso e tu sei preziosa. Solo così c’è amore.

Tanti dei problemi dell’essere umano – maschio o femmina non fa differenza – nascono dalla percezione del limite. Uomini e donne sono limitati, incompleti, fallibili. Questa è una verità che ci caratterizza tutti. Fa parte della nostra umanità. La differenza tra chi ha una visione positiva di sé e chi invece non riesce a volersi bene sta proprio lì. Il primo accetta il limite e riesce a dirsi: io vado bene così. Il secondo no. Il secondo tende ad assolutizzare il limite e per questo a non sentirsi bene con sé stesso e con gli altri.

Non a caso Gesù dice nel Vangelo di Matteo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non perché ci vuole egocentrici ma proprio perché se non ci accettiamo per come siamo, se non ci riconosciamo belli e preziosi nonostante i nostri limiti, non saremo in grado di amare liberamente gli altri. Ancor di più quando si tratta di relazioni profonde come quella matrimoniale.

Nella psicologia esistono degli schemi precisi che raccontano questa dinamica attraverso quelle che sono chiamate posizioni esistenziali. Collocando voi stessi e il vostro coniuge all’interno di questi schemi potete già farvi un’idea sulla vostra relazione.

Ci sono libertà e amore sano e autentico quando i due vivono in una relazione +/+. Cosa significa? Vado bene io e vai bene tu. Questo è uno dei fattori determinanti per la riuscita di una relazione positiva e feconda. Un matrimonio si basa certamente sulla Grazia ma anche sulla consapevolezza di essere preziosi e belli. Come fai a donarti se non ti piaci?

In questo articolo voglio però prendere in esame una delle situazioni più comuni di amore inquinato se non addirittura falso. Attenzione: non è detto che la relazione non possa sembrare funzionale e i due non possano sembrare complementari. In realtà sono due disordini relazionali che si incastrano perfettamente. E possono andare avanti tutta la vita ma sempre con sofferenza e senza una vera comunione d’amore.

Il primo dei due è un +/-. È uno che pensa: Io vado bene e tu non vai bene. Di solito una persona di questo tipo ha un comportamento autoritario e paranoide. Una persona che tende a svalutare l’altro e a supervalutare sé stesso. È una persona molto critica e giudicante. Tende a dominare l’altro. A volte questo comportamento vessatorio è mascherato di bene. Può essere manifestato anche attraverso il servizio per l’altro e per la famiglia. Un servizio però reso per svalutare l’altro. Faccio io perché tu non sei capace! Lascia perdere non lo capisci. Ci penso io! Una persona così si può anche prendere cura della famiglia e del coniuge ma facendo sentire quest’ultimo un peso e inutile. Salvo poi sentirsi oppressa per l’incapacità dell’altro e diventare, di conseguenza, intollerante e aggressiva. Diventando appunto paranoide. Da persecutrice si sente una vittima dell’incapacità del coniuge. Naturalmente non avviene per tutti con la stessa intensità e gravità. Ci sono livelli diversi. Il narcisista rientra in questa categoria.

Di solito una persona descritta come sopra si incastra perfettamente con una -/+. Io non vado bene mentre tu . Questa posizione indica una personalità sottomessa. Chi si sente così solitamente svaluta sé stesso e supervaluta l’altro. È dipendente dall’altro. Si sente spesso inadeguato alle situazioni e alle persone. Ha solitamente un ascolto compiacente. Crede che l’altro possa capire meglio e avere idee ed opinioni migliori rispetto alle proprie, idee che tende quindi a non esternare. Una persona così è portata ad avere una tendenza depressiva. A non stare bene né con sé né nella relazione.

Questa è una relazione totalmente disfunzionale. E se diventasse un matrimonio potrebbe portare tanta sofferenza. Il problema è che lo stesso insegnamento della Chiesa potrebbe giustificare una persona di tipo -/+ (sottomessa) nel perseverare in quella sopportazione e quella sottomissione non libere e quindi non vere. Attenzione! Non voglio mettere in discussione il matrimonio nella sua gratuità e indissolubilità. Vi faccio solo una domanda: Perché state nel matrimonio quando ci sono difficoltà? Se lo fate solo perché vi riconoscete nella situazione sopradescritta allora è il momento di una psicoterapia, di cambiare la vostra relazione e di trovare il modo di comprendere che andate bene così! Solo trasformandovi da -/+ a +/+ sarete capaci di scegliere nella libertà di restare. Solo in quel caso sarebbe amore gratuito e incondizionato e non una dipendenza affettiva che alla lunga può causare solo rabbia e malessere psicofisico. Che poi è quello che ci raccontano tanti sposi e spose che ci contattano.

Antonio e Luisa

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Chiara: difficilissima ma liberante

Oggi si ricorda Chiara Corbella. Sono passati dodici anni dalla sua morte, da quando – come crediamo noi cristiani – è entrata nella vita eterna. Ma perché dopo tutto questo tempo l’amore della gente per Chiara non è mai venuto meno, anzi cresce sempre di più? Perché la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede. Ecco la fede! Credo che il segreto sia tutto lì. Lei ci mostra che si può credere e che è bello credere. Cosa di cui noi forse non siamo convinti fino in fondo e trovare chi ci mostra la strada è liberante. Per questo l’amiamo! Ma andiamo un po’ più a fondo.

Credo che il segreto risieda nella sua straordinaria normalità. Non era una mistica, né una suora fondatrice di un ordine, o una benefattrice che trascorreva le giornate tra gli ultimi e i perseguitati. In sostanza, era molto distante dall’immagine convenzionale di una santa. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come molte altre, cresciuta in una normale famiglia romana, che si è fidanzata. Anche durante il fidanzamento, era esattamente come noi, piena di dubbi, ripensamenti e momenti di incertezza con Enrico, il suo futuro marito. Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a lui.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Chiara è faticosissima perchè ti mette davanti a tutto ciò che non hai voglia di guardare: lutto, malattia e dolore. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara è faticosissima ma è liberante. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. 

Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Chiara prega per tutti noi e aiutaci ad accogliere l’Amore quello che hai incontrato tu.

Antonio e Luisa

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