L’amata: eros, agape e la fedeltà che matura nel tempo

Nei versetti che afforntiamo in questo capitolo il Cantico dei Cantici mostra l’amore sponsale come integrazione di eros e agape: passione e fedeltà, freschezza e maturità, dono reciproco che, nutrito, diventa profezia dell’amore eterno di Dio. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Le mandragore fanno sentire il loro profumo. Alle nostre porte ci sono tutti i frutti più squisiti, quelli freschi e quelli stagionati che ho conservato per te, amore mio.» (Ct 7,14)

Queste parole del Cantico dei Cantici aprono uno squarcio affascinante sul mistero dell’amore sponsale. Il linguaggio è poetico, ma racchiude in sé una sapienza profonda, capace di parlare tanto al cuore quanto alla mente. Le immagini bibliche non sono semplici ornamenti, ma chiavi interpretative per entrare nel mistero dell’amore umano, che è corpo e spirito, eros e agape, passione e fedeltà.

La mandragora: tra attrazione e ambiguità

Il testo nomina la mandragora, pianta che, nella tradizione antica, è legata al desiderio, alla fertilità e persino alla magia. La Bibbia stessa la ricorda come oggetto di contesa tra Rachele e Lia, mogli di Giacobbe, che vedevano in essa una promessa di fecondità (cf. Gen 30,14-16). La mandragora, infatti, è pianta ambivalente: può essere medicina o veleno, dono o inganno, a seconda dell’uso che se ne fa.

Questa ambivalenza diventa un simbolo perfetto dell’eros. L’attrazione erotica tra uomo e donna è una forza potente, capace di condurre alla comunione più profonda o, se deformata, di trasformarsi in possesso e distruzione. Come nota San Giovanni Paolo II:

«L’uomo è diventato dono per la donna, e la donna per l’uomo. Nell’esperienza del corpo, l’uomo e la donna scoprono il significato sponsale della loro esistenza.» (Udienza generale, 9 gennaio 1980).

In chiave psicologica, potremmo dire che l’eros è quella spinta originaria che permette di uscire dal proprio “io” chiuso e autoreferenziale per cercare l’altro. Non è quindi, come spesso viene ridotto, una forza cieca di possesso. È, piuttosto, un motore che spinge a superare l’egoismo e a scoprire la gioia dell’incontro.

Estasi e dono

La parola greca éxtasis significa letteralmente “essere fuori da sé”. L’estasi amorosa è dunque il movimento che porta oltre i propri confini, verso l’altro. In un mondo segnato dal peccato, questo movimento rischia di degenerare in volontà di dominio, ma nel disegno originario di Dio esso è chiamato a fiorire come dono

L’eros, se purificato dall’agape, diventa una via per imparare l’amore vero, quello che non si esaurisce nel piacere, ma che si apre al servizio, alla fedeltà, alla vita generata insieme. È come un “motorino di avviamento”: accende la passione, ma non basta a portare avanti il viaggio. Occorre il motore più grande dell’agape, l’amore che si fa dono quotidiano.

I frutti freschi e i frutti stagionati

Il Cantico prosegue con un’immagine altrettanto suggestiva: i frutti freschi e quelli stagionati conservati “alle porte” per l’amato. È il simbolo dell’amore coniugale che conosce diverse stagioni.

I frutti freschi sono la passione, la sorpresa, l’attrazione immediata che caratterizza i primi tempi. I frutti stagionati, invece, parlano della fedeltà, della maturità che nasce dalla vita condivisa, dalle prove superate, dalle ferite trasformate in cicatrici. Entrambi sono preziosi e necessari.

Cristiane Singer osserva con finezza: «Il matrimonio nasce dalla pazienza che Dio ha nei riguardi dell’uomo: Io ti dono una vita per realizzare la tua opera. La passione invece nasce dalla sua impazienza: Come, stai ancora dormendo?» (Elogio del matrimonio, della passione e della fedeltà).

Nelle coppie che hanno costruito un rapporto sano, passione e fedeltà non si escludono, ma si alimentano a vicenda. La passione non è un capriccio passeggero, ma può essere educata, custodita, rigenerata. Ogni gesto di tenerezza, di cura, di ascolto diventa come acqua che irriga le radici dell’amore, mantenendo viva la fiamma.

Una dinamica psicologica e spirituale

Qui possiamo cogliere un parallelo con le dinamiche interiori dell’uomo. Ogni relazione vive della tensione tra spontaneità e stabilità, tra desiderio e responsabilità. Quando uno dei due poli viene escluso, l’amore si impoverisce: senza passione, rischia di diventare routine fredda; senza fedeltà, si riduce a consumare emozioni senza costruire nulla.

La Bibbia mostra che Dio stesso ama con passione e fedeltà. «Con amore eterno ti ho amato» (Ger 31,3), dice il Signore a Israele. E al tempo stesso Gesù parla dello sposo che arde di desiderio per la sua sposa, che è la Chiesa (cf. Mc 2,19).

Nell’esperienza matrimoniale, allora, gli sposi sono chiamati a riflettere questa immagine di Dio: vivere la pazienza dell’amore che dura e, insieme, custodire l’impazienza della passione che rinnova.

Recuperare la passione perduta

Molte coppie, dopo anni, si chiedono se la passione sia definitivamente tramontata. Ma il Cantico insegna che i frutti freschi possono sempre ritornare, se vengono conservati e custoditi. Non è una forza cieca che sfugge al nostro controllo: è un dono che si alimenta.

Come dice Papa Francesco: «L’amore che non cresce in modo dinamico rischia di essere un amore malato. Cresce e matura man mano che la vita diventa più fragile.» (Amoris Laetitia, 134).

La coppia che investe nella cura reciproca, nel dialogo, nella preghiera condivisa, nei gesti concreti di servizio, non perde la passione, ma la trasfigura. Anche quando sembra spenta, essa può essere ravvivata, come brace che torna fuoco vivo se alimentata.

L’immagine della mandragora e dei frutti freschi e stagionati ci mostra che l’amore coniugale è un cammino di integrazione. È eros che diventa agape, è passione che si trasforma in fedeltà, è dono che si rinnova ogni giorno.

Il matrimonio non elimina la passione, ma le dà una casa. Non soffoca l’eros, ma lo orienta al dono. Non teme il tempo, perché sa che l’amore vero, come il vino buono, matura e diventa più gustoso. Ecco perché il Cantico ci offre non solo poesia, ma profezia: l’amore umano, con le sue fragilità e le sue grandezze, è segno di quell’amore eterno e fedele che Dio ha per noi.

Antonio e Luisa

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Tu sei l’aiuto di Dio

Cari sposi, circa 5 anni fa a Milano venne realizzato un esperimento sociale. In una strada affollata venne collocata una telecamera nascosta e poi lì vicino da una parte fu legato un cagnolino a un albero e dall’altra, a pochi metri di distanza, sedeva un anziano, travestito da clochard. Lascio a voi immaginare chi abbia ricevuto più sguardi e segni di attenzione… un fatto che ci porta diritti nella liturgia di oggi.

La prima lettura ci aiuta a comprendere meglio il Vangelo. Il profeta Amos vive nell’VIII secolo, è uno tra i primi a profetizzare in nome di Dio nel regno di Israele. Visse in un tempo di grande prosperità economica, grazie ai commerci di olio, vino e cavalli con altri stati del Medio Oriente, il che portò ad una corruzione morale e religiosa. Da qui il suo monito solenne: “guai agli spensierati di Sion”.

Il termine biblico greco con cui abbiamo tradotto “guai agli spensierati” ha nell’originale un participio presente neutro, derivante dal verbo ἐξουθενῶ che sta a significare “disprezzare, sottovalutare o considerare di poco conto”. Quindi alla lettera suonerebbe come “guai al disprezzante e sottovalutante”. Mentre sorprende che la Vulgata latina traduce lo stesso termine con “opulenti”, cioè chi abbonda in ricchezze e beni. Come a dire: chi ha ogni comodità, nel fondo non apprezza la vita, sebbene ostenti una certa religiosità esteriore.

Sono parole che valgono anche per noi oggi, in cui il tenore di vita medio è ancora maggiore a tanti popoli e paesi del mondo, nonostante la crisi abbia creato non pochi problemi. Di fatto, il rischio di barricarci dietro a confort, comodità e gadget vari è sempre reale, rendendoli nel fondo idoli. Una cultura così produce solo scarti, come ha avvertito sovente Papa Francesco: “La cultura dello scarto dice: ti uso finché mi servi; quando non mi interessi più o mi sei di ostacolo, ti butto via. E si trattano così specialmente i più fragili: i bambini non ancora nati, gli anziani, i bisognosi e gli svantaggiati. Ma le persone non si possono buttare via, gli svantaggiati non si possono buttare via! Ciascuno è un dono sacro, ciascuno è un dono unico, ad ogni età e in ogni condizione” (Angelus, 23 gennaio 2023).

E non solo, l’agiatezza, come detto sopra, diventa autodistruttiva, non solo per i poveri ma per chi ci sguazza dentro, come ricordava il Card. Giacomo Biffi nella lettera pastorale alla città di Bologna nel 2000, definendola “sazia e disperata”.

Chi ci può scuotere e risvegliare da tale apatia e intontimento? Gesù nel vangelo ce lo dice chiaramente: il bisogno del fratello che hai accanto. È la storia di tanti santi delle chiesa che hanno percorso la stessa strada e hanno raggiunto le vette dell’amore. In particolare, cito gli ultimi due, proclamati da Papa Leone: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Il primo è stato un assiduo volontario della San Vincenzo e aveva detto: “se c’è un povero che ha fame e papà non gli ha dato da mangiare, forse è Gesù che ce lo manda”; il secondo ha dimostrato una grande maturità spirituale e, già da adolescente, si prodigava per i senzatetto.

Sappiamo bene che la povertà non è affatto solo quella economica, come ci ricordava Papa Benedetto: “Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali” (Messaggio per la XLII Giornata Mondiale della Pace).

Come credenti, quindi, abbiamo “bisogno dei bisognosi” perché ci aiutano ad uscire da noi stessi, sono un pungolo per il nostro egoismo e un dito di Dio che ci plasma sempre più aperti e generosi.

È singolare che tra tutti i numerosi nomi a cui poteva attingere Gesù per articolare la sua parabola abbia scelto proprio Lazzaro. Difatti tale nome in ebraico si scrive אֶלְעָזָר (El’azar) e significa “Dio ha aiutato” o “colui che è assistito da Dio”. Ciò si può intendere non solo nel fatto che Lazzaro riceve da Dio l’aiuto necessario ma che Dio stesso abbia voluto utilizzare Lazzaro per aiutare il ricco epulone!

Ora il significato nuziale diventa chiaro. Ciascuno di voi coniugi è per l’altro il “prossimo” perché il più vicino. Anche per voi il consorte diventa via di salvezza a causa di un carattere spigoloso o per altri difetti da cui non si riesce a liberare. È bene illuminare con la fede questo lato oscuro e vedervi l’occasione di crescere nell’amore vicendevole e in definitiva una via di salvezza.

Se Gesù nella parabola mostra come i gesti fatti o non fatti dai protagonisti si ripercuotono nell’eternità, allora pensate che ogni parola, azione, favore, servizio, premura avuta tra voi, riecheggerà per sempre a vostro beneficio. Ne vale allora veramente la pena e la fatica che esso comporta! Cari sposi, la grazia sacramentale è quel “Dio che aiuta”, come esprime il nome Lazzaro, che avete dentro di voi. Egli vi chiama continuamente ad uscire da voi e a farlo agire nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Le riflessioni di padre Luca ci offrono l’occasione per mettere in guardia gli sposi da un pericolo reale. Molti sposi cristiani si spendono in parrocchia o nel volontariato, ma rischiano di trascurare il loro primo compito: amare il coniuge. Il Vangelo ricorda che il “prossimo” non è un concetto astratto: per gli sposi ha il volto concreto del marito o della moglie. La misericordia comincia in casa, con ascolto, perdono, pazienza e tenerezza quotidiana. Se non si ama chi ci vive accanto, l’impegno fuori rischia di diventare una fuga spirituale. Il matrimonio è la prima forma di carità: da qui nasce un amore credibile, capace di traboccare autenticamente verso la comunità e il mondo.

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Sposare qualcuno che sa amare anche i tuoi sogni

Ricordo l’uscita del mio primo libro come uno dei momenti più emozionanti della vita. Sentivo da tempo, dentro di me, di voler annunciare ai giovani che l’amore vero esiste, che possono guardarsi dentro senza paura, che hanno tutto il diritto di puntare in alto, perché siamo stati creati per cose grandi. Con questo scopo avevo scritto “Non lo sapevo, ma ti stavo aspettando” (Mimep Docete, 2106), una storia d’amore dove il protagonista, oltre a incontrare una ragazza di cui si innamora, si lascia portare da lei verso Cristo.

Quando lo presi in mano la prima volta aveva il tipico odore della carta appena stampata. Sentii che era un traguardo indescrivibile. Sono passati 10 anni esatti da quando la Casa Editrice, nel settembre 2015, aveva dato l’ok per la sua pubblicazione. Esattamente un mese prima, in agosto 2015, avevo detto “sì” ad una proposta di matrimonio.

Tutto, da quel momento, è andato di pari passo e senza il sostegno di mio marito oggi non sarei qui a raccontarvi come sono diventata scrittrice. Certo, è merito dei miei genitori, che mi hanno fatto studiare, dell’Università, che mi ha formata, delle diverse case editrici che nel tempo hanno creduto in me. Merito di Dio, che mi ha donato una speranza da comunicare e la forza per farlo.

Eppure, quando mi riguardo indietro, vedo in particolare un progetto realizzato nella comunione con l’uomo che mi è stato compagno di viaggio in tutto questo tempo.

Spesso si dice che la donna debba essere “indipendente” rispetto all’uomo, che debba mantenersi da sola; non solo per realizzarsi, ma anche per “difendersi”. In qualunque momento la relazione dovesse finire, lei può andarsene e provvedere a sè stessa. E poi, così, non deve rendere conto a nessuno delle sue spese, di quello che fa. Non dirò mai che una donna non deve lavorare, anzi, al contrario, sostengo l’importanza delle donne in ogni campo della società. Però, è davvero “l’indipendenza” il segreto di una vita matrimoniale felice?

La nostra storia è iniziata in un momento della mia vita in cui io ero ancora una giovanissima donna al primo anno di università. Il mio obiettivo non era, in quel momento, guadagnarmi da vivere da sola. Facevo qualche lavoretto, in biblioteca, per non gravare completamente sulla famiglia, ma il mio impegno principale era studiare e farlo seriamente. Lui, invece, quasi otto anni più grande, aveva già un buon lavoro.

Ci siamo sposati un mese dopo la mia laurea. Avremmo potuto aspettare? Avrei potuto prima cercare un lavoro? Certo, ma ci piaceva troppo l’idea di iniziare la vita insieme, dopo quasi quattro anni insieme, e così abbiamo deciso di intraprendere quel cammino coi mezzi che avevamo. Eravamo convinti del nostro sì. Avremmo fatto qualche sacrificio con un solo stipendio, ma ne valeva la pena. Poco dopo, ero già incinta. E io non avevo ancora un lavoro. Qualcuno, lo so, mi dava della pazza: “Hai fatto tanti sacrifici per studiare a Roma, e adesso torni nel tuo paese, ti sposi e resti incinta prima di mettere a frutto i tuoi studi?

Ovviamente, c’è molto più di questo, ma con i miei soli 24 anni di allora so di aver scandalizzato tanti coetanei. Per noi, però, il matrimonio era un progetto di vita senza data di scadenza, credevamo nel sacramento e sapevamo che Dio ci avrebbe aiutati a mantenere vivo il nostro amore nel tempo. Mi fidavo di mio marito e non dovevo preoccuparmi di “tutelarmi da lui”. Non dovevo correre a trovarmi un lavoro qualunque, perché “chissà, se domani ci lasciamo”. E no, non ho rinunciato ai miei progetti per lui. Vi dirò di più: mio marito è stato il primo a investire, in tutti i sensi, nei miei sogni.

Quando ho trovato l’editrice disponibile a stampare il mio primo romanzo (e noi stavamo per sposarci), dovevo acquistare un gran numero di copie come autrice. Non avevo i soldi, perché ero ancora studentessa fuori sede. I miei genitori facevano già molti sacrifici per mantenermi all’università, io avevo guadagnato qualcosa in quel periodo, ma avevo speso tutto per mantenermi a Roma: non potevo chiedere ai miei quella cifra e io non ce l’avevo.

Il mio futuro marito, senza farmelo pesare, ha deciso di regalarmi l’acquisto delle copie. È stato lui ad acquistare il numero di libri necessario perché l’editore accettasse la stampa. E no, non l’ha fatto per dimostrarmi la sua “superiorità economica”, per tenermi sotto scacco, per ricattarmi in futuro, per assoggettarmi. L’ha fatto perché mi amava e non voleva che rinunciassi per mancanza di fondi.

Appena sposati, in accordo, abbiamo deciso che non era un problema se per un po’ avrebbe provveduto lui a entrambi: io mi sarei presa del tempo per inserirmi nel mondo che amavo, quello del giornalismo e della scrittura e sarei diventata mamma, che era il mio “sogno numero uno”. Volevo che scrivere diventasse il mio lavoro, ma sembrava evidente a entrambi che la gavetta fosse lunga. Se avessi dovuto seguire i consigli del femminismo ideologico avrei dovuto, a prescindere, trovarmi un lavoro qualunque, pur di non accettare l’aiuto di mio marito.

Nell’amore, però, non esistono regole così rigide. Nel nostro caso, andava bene così. In fondo, ce la facevamo. Io volevo provare a diventare una scrittrice davvero, ma servivano tempo, energie. Volevo dedicarmi e provarci. Beh, piano piano, il mio sogno ha iniziato a prendere forma (soprattutto grazie al libro “Sei nato originale, non vivere da fotocopia”, dedicato a Carlo Acutis, uscito nello stesso anno di nascita del mio primo figlio, il 2017, garzie al contatto rimasto con la Casa Editrice dopo il primo libro).

Se avessi dovuto pensare solo ai soldi, a mantenermi “da sola” per principio, quei libri non sarebbero stati pubblicati. Se non avessi potuto fidarmi di mio marito, oggi non sarei realizzata come scrittrice, non avrei 26 libri all’attivo (alcuni scritti da sola, altri a quattro o sei mani), non avrei girato l’Italia, in lungo e in largo per le presentazioni (e tanti di questi viaggi, in terre bellissime, ho potuto regalarli io alla famiglia).

Oggi, quando ripenso alla nostra storia, vedo un disegno in cui non vi è stata alcuna contrapposizione tra sogni personali, matrimonio, figli: tutto si è integrato in modo armonioso con il resto, tutto è andato di pari passo.

Penso che il vero segreto di una relazione sana e sicura non sia “l’indipendenza” (assicurarmi di “poter scappare quando voglio”), ma lavorare per far crescere la comunione (“posso fidarmi di te e insieme costruiamo il nostro futuro, dando ognuno il meglio per l’altro”).

Non voglio dire che in alcuni casi – dove ci sono situazioni di maltrattamento ad esempio – non sia necessario per una donna essere indipendente, così da potersi liberare da una trappola. Non dico che la mia storia sia legge universale. È unica, è la mia.

Dico, però, che ai giovani dobbiamo insegnare che l’amore è saper vivere in comunione e cercare una relazione dove ciascuno possa essere e restare pienamente sé stesso, con tutto il suo pacchetto di sogni da realizzare. A me è successo e vorrei che succedesse a tutti.

Cecilia Galatolo

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Una mail che ha cambiato tutto. La seconda possibilità di Ugo e Paola

La storia insegna che gli opposti si attraggono! Così è capitato a noi. Io sono cresciuta in mezzo alle difficoltà economiche, ma con una famiglia fiduciosa nella provvidenza e negli altri, con un papà dolce e presente e una mamma fragile. Ugo è vissuto in una famiglia solida, il suo papà era per lui un esempio da seguire e la mamma molto dolce; e da loro ha imparato a contare sulle proprie forze.

La nostra storia è cominciata da giovanissimi, quando la vita era un libro aperto sul quale poter scrivere i progetti e i sogni. Paola mi piaceva fisicamente, mi piaceva il suo volto, amavo pettinarle i lunghi capelli e fotografarla quando passeggiavamo. Di Ugo mi aveva attratto la sua sicurezza, i suoi progetti, la determinazione nel perseguirli e la sua solidità di vita.

Ci siamo innamorati e il tempo è volato: dodici anni che ci hanno visti sempre insieme, a condividere tutto, fino al matrimonio, promessa di autonomia e di serenità! Poi sono arrivate le prime crepe ad incrinare questa nostra vita di coppia. Io, Paola, faticavo molto ad accettare la presenza continua dei genitori di Ugo nella nostra famiglia e con la nostra prima figlia. Non lo manifestavo, accettavo tenendomi tutto dentro e soffrivo per la mancanza di rapporti con i miei genitori.

Io, Ugo, vedendola tranquilla, non mi preoccupavo di chiederle cosa ne pensasse del condividere con i miei la nostra vita né se desiderasse qualcosa di diverso per noi. Poi sono arrivati i problemi di lavoro, i licenziamenti, le morti dei nostri papà, la malattia di nostra figlia e poi la malattia di Paola…

Le crepe sono diventate ferite, brucianti, laceranti, che abbiamo vissuto individualmente, ognuno per proprio conto. Ci siamo allontanati sia sentimentalmente che fisicamente. Abbiamo smesso di comunicare se non per ferirci ancora di più, facendo soffrire i figli, spesso presenti ai nostri litigi.

Nel momento più nero, quando l’unica soluzione sembrava la separazione, Paola ricevette una semplice mail, letta quasi per caso, ma che aprì la porta alla speranza. Abbiamo conosciuto Retrouvaille. Ci sono stati donati strumenti per ritornare a dialogare, per ritornare a conoscerci reciprocamente e ritrovare la nostra intimità. Abbiamo ascoltato coppie che, come noi, avevano sofferto e ci hanno raccontato la loro sofferenza e la loro guarigione. Ci siamo resi conto che, lavorando ed impegnandoci, potevamo farcela anche noi.

Ci è stato gettato un salvagente potente dall’alto e con esso una seconda possibilità. Ora siamo qui per testimoniare la speranza! Siamo qui a dirvi che quelle ferite sono diventate cicatrici di cui non ci vergogniamo: sono i segni che la nostra relazione è guarita ed è diventata salda e forte come mai prima.

Siamo qui a dirvi che se ce l’abbiamo fatta noi, potrete farcela anche voi!

Ugo e Paola – Retouvaille Italia

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Il sacerdote che ripeteva: «Come diceva la mia cara moglie Elizabeth…»

Ho sempre pensato che l’amore e le preghiere di un coniuge potessero salvare l’altro. Forse non tutti, e non sempre, se ne rendono conto ma questo è possibile in virtù dell’amore di Dio: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Un po’ di tempo fa, leggendo la storia che riporto qui sotto, ho avuto l’ennesima conferma che il mio pensiero era corretto. Che gioia! Che consolazione! E, nello stesso momento, che impegno e che responsabilità! Ma è proprio in virtù dell’amore che avvengono molti miracoli, molte conversioni, molte guarigioni. Del cuore e dell’anima, prima che del corpo. Guarigioni d’amore, per amore e nell’amore. Crediamo fermamente nell’amore coniugale, nel sacro e casto amore cristiano tra marito e moglie e sperimenteremo meraviglie!

Lasciate che vi racconti una storia per mostrarvi come i meriti dell’uno possono passare all’altro. All’inizio del secolo, una brava ragazza cattolica e un medico non credente si sposarono a Parigi. Il nome di lui era Lesueur. Egli promise di rispettare la fede del suo matrimonio, ma subito dopo tentò di romperlo. Oltre alla professione medica, divenne editore di un giornale parigino ateo e anticlericale. Sua moglie reagì decidendo di approfondire la propria fede. Nella stessa casa lei allestì una biblioteca di apologetica e lui una biblioteca atea.

Nel maggio 1905, mentre lei era in punto di morte, disse al marito: «Felix, quando io sarò morta tu sarai cattolico e sacerdote domenicano». Egli le disse: «Elizabeth, tu conosci i miei sentimenti. Ho giurato odio alla Chiesa e a Dio, e vivrò e morirò in quest’odio!». Lei ripeté le sue parole e morì. 

Rovistando tra le carte di lei, ritrovò una sua volontà del 1905 in cui chiedeva a Dio onnipotente di mandarle sufficienti sofferenze per guadagnare l’anima di lui. Quindi aggiungeva: «Nel giorno della mia morte avrò pagato il prezzo. Sarai stato comprato e pagato. Nessuna donna ha un amore più grande che dare la vita per il marito».

Sul momento le considerò fantasie di una pia donna, benché amasse molto sua moglie. Per dimenticare il suo dolore, intraprese un viaggio nel sud della Francia. Si fermò di fronte a una chiesa dove sua moglie era entrata per una visita durante il loro viaggio di nozze. Sembrava che lei gli parlasse, dicendo: «Va’ a Lourdes». Andò a Lourdes da non credente

Aveva scritto un libro contro Lourdes, dimostrando che i miracoli erano inganno e superstizione. Mentre era davanti alla grotta di Nostra Signora, ricevette il dono della fede, così completo e totale da non aver bisogno di argomentazioni, e disse: «Bene, ora che credo, come affronterò questa o quella difficoltà?». Vide tutto ciò che aveva creduto nella sua totale erroneità e stupidità.

La conversione del dottor Lesueur ebbe un clamore pari al bombardamento di Reims. Il tempo passò. Nel 1924 feci il mio ritiro in un monastero domenicano belga sotto la guida spirituale di padre Lesueur, che mi raccontò la sua storia. Non capita spesso di fare un ritiro con un sacerdote che di tanto in tanto dice: «Come diceva la mia cara moglie Elizabeth…». Ma la morale di questa vicenda è che l’amore non è totalmente e completamente quaggiù. È in Dio e amando Dio salviamo il coniuge, che sia una cattiva moglie o un cattivo marito. Perché una volta sposati sono due in una carne sola”. [1]

Non si tratta di una leggenda né di un bel racconto ma di una storia vera, autentica, vissuta. I protagonisti sono Pauline-Élisabeth Arrighi e il marito Félix Leseur, divenuto poi Padre Maria Alberto. L’amore coniugale ottenne la conversione! L’amore di Dio, nell’amore di una moglie o di un marito, che arriva dritto nel cuore e nell’anima e li cambia, per sempre. Per il bene proprio e degli altri. Per il Bene più grande che gli sposi si promettono all’altare.

Félix, dopo la morte dell’amata, entrò nel noviziato dei Domenicani a Parigi nel 1919, assumendo appunto il nome di fra Maria Alberto, e l’8 luglio 1923 fu ordinato sacerdote. Si spense il 27 febbraio 1950, dopo ventisette anni dedicati al sacerdozio, durante i quali si impegnò a diffondere la spiritualità di Élisabeth, attualmente Serva di Dio, e a promuoverne l’avvio della sua causa di beatificazione, tutt’ora in corso.

«Se Dio mi chiama, gli dirò: Eccomi», furono tra le ultime parole di Padre Maria Alberto. Una storia meravigliosa, questa, che si accompagna a quelle di altre “santi coniugi” più conosciuti, come Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi Luis e Zélie Martin (genitori di Santa Teresina di Lisieux) o Sant’Isidoro e Maria de la Cabeza. Una storia meravigliosa che merita di essere conosciuta, diffusa e imitata!

Fabrizia Perrachon

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[1] Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares

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Il caso di Emma Marrone: perchè ci innamoriamo delle persone “sbagliate”

Ogni tanto anche personaggi famosi, come la cantante Emma Marrone, condividono la loro fatica di trovare un uomo “risolto”. In un’intervista a RTL 102.5 (settembre 2024) lei stessa ha raccontato con ironia e un pizzico di amarezza quello che cerca:

«Maschio risolto, non narcisista patologico, non egoriferito, non presuntuoso, umile, che gli piacciano le cose tranquille e semplici della vita e che gli piaccia solo io». E ha aggiunto sorridendo, ma con un velo di rassegnazione: «Quindi ragazzi, se queste sono le prerogative: zitella per sempre, non so se mi spiego».

Parole che colpiscono, perché da un lato mostrano il desiderio sano e legittimo di un amore autentico, dall’altro il timore che forse questo ideale sia irraggiungibile.

Cosa significa “maschio risolto”

Quando Emma parla di “maschio risolto”, esprime un bisogno che molte donne conoscono: la ricerca di un uomo che abbia fatto pace con la propria storia, che non sia in balia di insicurezze, che non abbia bisogno di usare gli altri per colmare i propri vuoti. Un uomo risolto non è perfetto, ma è integro: ha lavorato su di sé, sa assumersi responsabilità, non ha paura di mostrarsi vulnerabile e nello stesso tempo sa custodire la relazione.

Il contrario è ciò che Emma descrive con chiarezza: narcisista patologico, egoriferito, presuntuoso. Persone che, anziché donarsi, cercano solo conferme di sé. Che manipolano, tradiscono, illudono.

Perché i narcisisti attraggono così tanto?

La domanda vera è: perché, pur sapendo che ci fanno soffrire, ci attraggono proprio loro? La risposta sta nella dinamica del copione di vita. In Analisi Transazionale, il copione è quella sceneggiatura invisibile che impariamo da piccoli. Se da bambini abbiamo ricevuto messaggi come:

  • “Devi conquistarti l’amore”,
  • “Non sei abbastanza”,
  • “Gli uomini/le donne ti abbandonano”,

cresceremo con una bussola interiore che ci porta a cercare partner che confermino proprio quei messaggi. Non è che li vogliamo razionalmente, ma il nostro inconscio li trova “familiari”.

Ecco allora l’incastro: incontriamo qualcuno che sembra “troppo bello per essere vero”, ci seduce con attenzioni e passione, e senza accorgercene riviviamo la stessa ferita di sempre. Loro tradiscono, ci deludono, ci lasciano… e dentro di noi una voce sussurra: “Lo sapevo. Ecco com’è l’amore.”

La conferma del copione

Questo meccanismo si chiama conferma del copione: l’inconscio preferisce soffrire pur di avere ragione. È un paradosso crudele. Desideriamo un amore stabile, ma scegliamo chi non può darcelo. Siamo convinti di meritare fedeltà, ma ci incastriamo con chi ci tradisce.

Perché? Perché il nostro “bambino interiore” vuole dimostrare che la storia antica era vera: “non vali abbastanza”, “l’amore non esiste”, “nessuno ti amerà davvero”. Così restiamo prigionieri di un circolo vizioso: ogni relazione sbagliata diventa la prova che non poteva andare diversamente.

Il coraggio di interrompere

La buona notizia è che il copione non è una condanna. Non è scritto nella pietra, ma dentro di noi. E quindi può essere riscritto.

Il primo passo è la consapevolezza: riconoscere che non è solo “sfortuna” se ci capita sempre lo stesso tipo di partner, ma che c’è un filo rosso interiore che ci lega a loro.

Il secondo passo è interrompere la ripetizione. E qui serve molto coraggio, perché significa resistere alla tentazione di ricadere su ciò che ci è familiare, anche se tossico. Spesso, un uomo equilibrato, rispettoso, fedele, ci sembra “noioso” perché non scatena l’adrenalina del copione. Ma è lì che si gioca la libertà: scegliere chi ci fa bene, anche se non ci fa “sballare”.

Il terzo passo è darsi nuovi permessi. In Analisi Transazionale parliamo di frasi che liberano:

  • “Ho il permesso di essere amata senza lottare.”
  • “Ho il permesso di ricevere cura.”
  • “Ho il permesso di fidarmi.”

L’aiuto della fede

Per chi crede, c’è una risorsa in più. La grazia di Dio non cancella la nostra storia, ma la redime. Nella fede cristiana, l’amore fedele non è solo un ideale umano, ma una promessa divina: “Io ti ho amato di amore eterno” (Ger 31,3).

Questo ci permette di non rassegnarci. Anche se il nostro passato sembra condannarci a ripetere gli stessi errori, l’amore di Dio ci apre un futuro diverso. Ci dona la forza di riscrivere il copione, di scegliere relazioni sane, di non accontentarci di meno di ciò che meritiamo.

Le parole di Emma Marrone ci colpiscono perché sono schiette, vere. Ma in realtà parlano per tanti uomini e donne che vivono la stessa dinamica. Quante volte ci ritroviamo a dire: “Capitano tutti a me” oppure “Sono tutti uguali”? Non è questione di destino. Non è colpa della vita. È un copione che ci ripete dentro, e che possiamo decidere di cambiare.

Antonio e Luisa

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Scoperchiare il tetto

Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 46, 13; CCL 41, 539-540) […] Ma chi ama il mondo per qualche insana voglia e si distoglie anche dalle stesse opere buone, è già vinto dal male ed è malato. La malattia lo rende come privo di forze e incapace di fare qualcosa di buono. Tale era nell’anima quel paralitico che non poté essere introdotto davanti al Signore. Allora coloro che lo trasportavano scoprirono il tetto e di lì lo calarono giù. Anche tu devi comportarti come se volessi fare la stessa cosa nel mondo interiore dell’uomo: scoperchiare il suo tetto e deporre davanti al Signore l’anima stessa paralitica, fiaccata in tutte le membra ed incapace di fare opere buone, oppressa dai suoi peccati e sofferente per la malattia della sua cupidigia. Il medico c’è, è nascosto e sta dentro il cuore. Questo è il vero senso occulto della Scrittura da spiegare. Se dunque ti trovi davanti a un malato rattrappito nelle membra e colpito da paralisi interiore, per farlo giungere al medico, apri il tetto e fa’ calar giù il paralitico, cioè fallo entrare in se stesso e svelagli ciò che sta nascosto nelle pieghe del suo cuore. Mostragli il suo male e il medico che deve curarlo. […]

In questo stralcio di discorso sant’Agostino si riferisce al famoso miracolo raccontato nei tre vangeli sinottici, ed è chiara la sua spiegazione del simbolismo nascosto dietro a questo fatto. E’ tipico dei santi che ruminano la Parola soffermarsi su questo o quell’avvenimento raccontato per trovarne un significato nascosto, come fosse una sorta di lettura di un codice cifrato.

E da questa lettura spirituale sant’Agostino trae un insegnamento per i pastori (sacerdoti e vescovi) in primis, ma che non esclude a priori chi, alla stregua dei pastori d’anime, ha la responsabilità di altre anime. E’ il caso dei genitori nei confronti dei figli, oppure dei catechisti verso i propri catecumeni, oppure di coppie nei confronti di altre coppie, com’è il caso del corso appena concluso: “Come sigillo sul cuore“.

Noi coppie dell’equipe non abbiamo fatto un granché, poiché scopriamo ogni volta di essere solo dei ripetitori, come fa un po’ il suono dell’eco che ripete il suono della fonte ma la fonte non è l’eco stessa, essa infatti si limita a ripetere. Ma poi il lavoro più importante di cui si è servito il Signore è stato quello descritto da sant’Agostino, e cioè quello di aprire il tetto al paralitico e calarlo giù dentro se stesso svelandogli ciò che sta scritto dentro le pieghe del suo cuore.

In molti corsisti si sono stupiti della modalità con cui abbiamo esposto gli argomenti, se ci pensiamo bene non abbiamo fatto calare dall’alto una verità sulle loro vite, non abbiamo parlato di dottrine scritte su carta obbligandoli a farle incastrare nelle loro vite, qual è stato il nostro lavoro quindi? Quello di far scoprire loro la bellezza che già sono (almeno in potenza), abbiamo mostrato loro che tanta bellezza è già scritta nei loro cuori, ed è proprio quello che sant’Agostino spiega ai suoi “colleghi” pastori d’anime come metodo da usare con le proprie pecorelle.

Di tutto ciò noi possiamo solo essere da una parte attori ma dall’altra anche spettatori, in quanto molti anni fa questo lavoro è stato fatto con noi dal nostro indimenticabile padre Bardelli. Ed ora ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente doniamo. Tutto ciò per tirare acqua al nostro mulino?

No, solo per esortare le molte coppie, che non sanno da che parte cominciare per cambiare la propria relazione o quella con i figli, ad imitare quanto dice sant’Agostino. Leggete con attenzione le esigenze del cuore, e capirete di conseguenza come agire.

Le esigenze del cuore dell’uomo sono sempre le stesse, ne ricordiamo alcune: l’amore fedele, l’amore indissolubile, l’amore gratis, il desiderio di essere perdonati, compresi, accettati e molte altre.

Coraggio sposi, dov’è la buona notizia? Che il paralitico ha preso il suo lettuccio e se n’è andato con le proprie gambe, se quel paralitico è la vostra relazione di sposi non abbiate paura a compiere quel percorso verso il medico Gesù.

Giorgio e Valentina.

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L’amata: il desiderio che salva

Un amore che redime il peccato originale trasformando il dominio in dono reciproco. Ne parliamo i versetti del Cantico che approfondiamo in questo capitolo. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Io sono del mio diletto e verso di me è il suo desiderio»

È la terza volta che nel Cantico dei Cantici troviamo un’affermazione di mutua appartenenza. Ma qui la formula cambia: non si tratta solo di dire “io sono tua” o “tu sei mio”, bensì di riconoscere che il desiderio dell’altro non è più un potere che domina, ma una forza che custodisce. È la formula più vicina al patto coniugale, a quell’alleanza in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente senza riserve.

La ferita delle origini

Il testo richiama volutamente Genesi 3,16, quando Dio dice alla donna dopo la caduta: «Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà». È una delle frasi più drammatiche della Scrittura. Esprime la rottura dell’armonia originaria: non più relazione di dono, ma rapporto segnato dal sospetto, dal possesso, dal dominio.

Questa ferita non appartiene solo alla coppia delle origini: la portiamo dentro tutti. È il disordine che si manifesta ogni volta che l’amore si sporca di egoismo. Quante volte, nelle nostre relazioni, scambiamo il bisogno di possedere per amore? Quante volte il desiderio di tenere stretto l’altro nasce dalla paura di perderlo, e non da una libertà che lo accoglie?

La cronaca ci racconta di delitti “per amore”. Ma l’amore non uccide, mai. San Paolo è netto: «L’amore non cerca il proprio interesse» (1Cor 13,5). Dietro molte parole che chiamano “amore” si nasconde in realtà un io ferito, che confonde l’altro con un oggetto utile alla propria sopravvivenza emotiva. L’altro vale finché soddisfa i miei bisogni, poi diventa scarto. Non serve arrivare all’estremo del delitto: basta osservare tante dinamiche familiari quotidiane, dove il rancore si accumula, i conflitti nascono da orgoglio ferito e incapacità di empatia. Non c’è dono, ma pretesa. Non c’è accoglienza, ma consumo reciproco.

Dal dominio al dono

Il Cantico osa di più. Prende le stesse parole della Genesi e le capovolge:

  • «Verso tuo marito sarà il tuo desiderio» (Genesi) diventa «Io sono del mio diletto» (Cantico).
  • «Egli ti dominerà» (Genesi) diventa «Verso di me è il suo desiderio» (Cantico).

È un ribaltamento radicale. Non c’è più dominio, ma desiderio reciproco. Non più una donna che tende all’uomo senza ricevere che possesso, ma una sposa che scopre che il suo sposo la desidera come persona intera. Il desiderio non è più catena, ma linguaggio di comunione.

Psicologicamente, questo passaggio è enorme. Significa che nella coppia non ci si limita a ripetere copioni antichi di possesso e paura, ma si può scegliere un’altra direzione. In analisi si direbbe: il vecchio copione del “tu vali se mi servi” può essere interrotto per aprire a un nuovo modo di stare insieme, basato sul riconoscimento reciproco. Biblicamente, è la redenzione che guarisce la ferita delle origini.

Il Cantico, qualche pagina più avanti, dirà: «Forte come la morte è l’amore». La morte entrata nel mondo col peccato non ha l’ultima parola. L’amore vero è capace di vincerla. Qui lo vediamo in atto: il desiderio dell’uomo non si traduce in possesso, ma in gioia di appartenenza. «Verso di me è il suo desiderio»: è lui che la desidera, non per dominarla, ma per accoglierla.

E lei risponde con una formula di totalità: «Io sono del mio diletto». Non “una parte di me”, non “finché mi conviene”, ma “io tutta”. È la logica dell’alleanza, la stessa che Dio usa con Israele: «Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,33).

Questa è la buona notizia per gli sposi: il matrimonio non è condanna a rivivere il dramma di Genesi 3, ma possibilità di riscoprire l’armonia del principio. Gesù stesso lo ricorda: «Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina» (Mc 10,6). Il sacramento del matrimonio diventa allora una via concreta per guarire le ferite del peccato originale, permettendo all’uomo e alla donna di non ridursi a strumenti l’uno dell’altra, ma di essere tempio l’uno per l’altra.

Recuperare il giardino perduto

Ogni coppia conosce la fatica di cadere nella logica del possesso. Ma ogni coppia può anche sperimentare che l’amore di Cristo apre una strada diversa. San Paolo scrive: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). È questo amore crocifisso e risorto che rende possibile ciò che da soli non riusciamo: trasformare il desiderio in dono, la paura in fiducia, la solitudine in comunione.

In termini relazionali, significa imparare a vedere nell’altro non una proiezione dei miei bisogni, ma un soggetto con la sua dignità. Non dire più: “Ti prendo per colmare il mio vuoto”, ma: “Ti accolgo perché con te posso crescere e diventare più vero”.

Questa trasformazione non avviene una volta per tutte. È un cammino quotidiano, fatto di scelte piccole e concrete: ascoltare invece di reagire, perdonare invece di accumulare rancore, donare tempo invece di difenderlo gelosamente. È lì che il Cantico diventa vita.

«Io sono del mio diletto e verso di me è il suo desiderio» non è solo una poesia romantica. È la rivelazione che il matrimonio, vissuto nella grazia di Cristo, è il luogo in cui il disordine delle origini viene guarito. Dove il dominio lascia spazio al dono, e il desiderio diventa lingua di alleanza.

Non c’è coppia che non porti in sé la ferita del peccato. Ma non c’è coppia che, se lo vuole, non possa sperimentare la forza di un amore più grande delle sue ferite. Lì, davvero, il matrimonio diventa non solo un contratto umano, ma un sacramento che trasfigura.

E forse, ogni volta che un uomo e una donna riescono a dirsi sinceramente «Io sono tuo» e «verso di me è il tuo desiderio», si riapre per un istante il giardino delle origini. Non un’illusione, ma un anticipo di quel paradiso che Cristo è venuto a restituirci.

Antonio e Luisa

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Economi misericordiosi

Cari sposi, oggi Gesù ci racconta, con una parabola, di un amministratore astuto e scaltro. A causa di un’accusa per la sua avidità eccessiva e ormai insostenibile, si trova all’improvviso senza un lavoro e uno stipendio. E proprio grazie alle sue abilità, riesce a utilizzare le proprie risorse umane per volgere al bene il suo fallimento clamoroso.

Fin qui, niente di nuovo, anche oggi situazioni del genere capitano spesso ma ci sconcerta il fatto che Gesù lodi la sagacia di uno che “ha fatto ’o muorzo e miezzo”.

Tuttavia, il nocciolo della parabola, e di conseguenza della lode di Cristo, sta nel capire quali sono i beni che amministrava. Come nella parabola dei talenti, del banchetto nuziale, dei lavoratori nella vigna, il padrone in questione può avere un riferimento simbolico a Dio. Di conseguenza, i beni che Egli delega al suo amministratore sono tutti quei doni, talenti, grazie, carismi che possediamo in forza della nostra esistenza e per l’appartenenza a Cristo.

Tutti noi cristiani siamo amministratori del Signore, l’Uomo ricco della nostra esistenza, l’Unico che possieda beni e ricchezze. San Paolo, infatti, afferma: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4, 1s) e Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10).

La Chiesa ha accolto questa Parola e nel Catechismo ribadisce che «nel disegno di Dio, l’uomo e la donna sono chiamati a “dominare” la terra [Cfr. Gen 1,28] come “amministratori” di Dio» (Catechismo 373) ed anche «il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cfr. Lc 16,1-3]» (Catechismo 952); «La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti» (Catechismo 2404).

Perciò, anzitutto dobbiamo chiederci se siamo consapevoli di avere tra le mani tutti questi beni e se li stiamo usando bene oppure li sperperiamo… La vita presente è ricca di doni, talenti e qualità, le stesse persone con cui viviamo, in primis i familiari, ne fanno parte e dobbiamo prenderci cura di loro come un regalo di cui siamo solo custodi e non proprietari.

E come se non bastasse, un giorno ci verrà chiesto conto di quello che abbiamo “amministrato” e di come l’abbiamo fatto. Diceva Papa Francesco che i poveri, e poveri non sono solo quelli che hanno scarsità economiche ma anche chi è privo di dignità, di certezze, di protezione, di amore…, i poveri devono essere i destinatari dei nostri beni e talenti e se essi «agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”» (Omelia nella giornata mondiale per i poveri, 19 novembre 2017).

Tuttavia, come la mettiamo con il fatto che l’amministratore si prenda gioco del suo capo? Risposta non facile ma tutto quadra se pensiamo che c’è un bene di cui tutti possiamo, anzi dobbiamo essere assai ricchi, e che siamo chiamati a dare a mani piene ed è la principale ricchezza che Dio vuole condividerci. Se il Padrone è nel fondo Dio stesso, allora i beni del padrone, la Sua vera ricchezza di Dio è la Misericordia! Dio si rivela quale “ricco di misericordia” (Ef 2,4) arrivando a darci il Suo Figlio, il Suo Bene più grande. In effetti, l’amministratore che altro fa se non rimettere i debiti, proprio come noi chiediamo al Padre nella preghiera (Mt 6, 12).

L’affare principale del Padrone è donare il perdono e questo amministratore l’ha fatto a mani piene, e da qui la causa della lode. Egli ha compreso come doveva amministrare i beni, cioè con grande misericordia e rimettendo i debiti agli altri.

Per voi sposi, poi, vi è un collegamento assai chiaro. Difatti, la parola “amministratore” in realtà nella versione greca è “οἰκονόμον”, cioè letteralmente “economo”. Una parola composta da “oikos” o casa, e “nomos” o legge. L’economo si rivela “colui che dà la legge alla casa”. Questa parabola si rivela foriera di un interessante valore nuziale: voi sposi quale legge offrite alla vostra casa, alla vostra esistenza, casa di Dio, tempio santo della presenza di Dio? E per estensione, se siete economi per conto di Dio, con quanta misericordia regolate i vostri pensieri e, di conseguenza, le scelte, le azioni di ogni giorno?

Possiate essere grandi amministratori di perdono e misericordia perché, come ci ricorda San Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia: “l’amore misericordioso è sommamente indispensabile tra coloro che sono più vicini: tra i coniugi, tra i genitori e i figli” (n. 14).

ANTONIO E LUISA

Non so se è completamente inerente al Vangelo. L riflessione di padre Luca mi ha però aperto il cuore a un pensiero che ho sperimentato nella mia vita. La misericordia tra gli sposi nasce solo quando si fa memoria della misericordia ricevuta da Dio. Se io mi convinco di essere “bravo da solo”, finirò per pensare di meritare un coniuge all’altezza delle mie aspettative, uno che non sbaglia mai. Questo atteggiamento però non lascia spazio al perdono, perché l’altro diventa misura del mio orgoglio. Al contrario, quando riconosco la mia fragilità e le volte in cui Dio mi ha rialzato, allora comprendo che non sto in piedi grazie ai miei meriti, ma per grazia. Ed è proprio questa esperienza che mi rende capace di guardare mia moglie o mio marito non con disprezzo, ma con compassione. Solo chi si sa perdonato diventa capace di perdono; solo chi ha sperimentato l’amore gratuito di Dio può donare misericordia senza calcoli. Nel matrimonio, dunque, l’umiltà è la porta che apre a una misericordia vera e duratura.

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Il corpo nel matrimonio: un luogo sacro dove l’amore diventa visibile

In questo capitolo affronteremo l’udienza del 1 settembre. Il matrimonio cristiano riflette l’amore di Cristo per la Chiesa: un dono totale, che unisce corpo e spirito. Amare significa custodire, nutrire, far fiorire l’altro come se stessi. Potete rileggere i capitoli già pubblicati a questo link.

Cristo ha amato la Chiesa fino a dare la vita per lei. Non ha amato “a parole”, ma con tutto se stesso, corpo compreso. Così anche l’amore sponsale è chiamato a essere totale: un dono reciproco che coinvolge tutto, anche il corpo. Anzi, proprio il corpo diventa uno dei modi più concreti e visibili attraverso cui l’amore si manifesta.

San Paolo dice che Cristo ha voluto la Chiesa “senza macchia né ruga”, bella, giovane, splendente. Certo, usa un linguaggio simbolico: le rughe e le macchie non indicano solo l’aspetto fisico, ma soprattutto il peccato, la stanchezza del cuore, le ferite dell’anima. Eppure è interessante che usi proprio parole legate al corpo, alla bellezza, alla cura. Come a dire: l’amore vero si prende cura, desidera il bene dell’altro, lo custodisce e lo fa splendere, nel corpo e nell’anima.

Una sola carne: due persone, un amore

Nel matrimonio cristiano, l’uomo e la donna diventano “una sola carne”. Non vuol dire che perdono la loro individualità, ma che imparano a vivere in un’unità profonda, fatta di rispetto, comunione, desiderio del bene reciproco. Il corpo dell’altro non è “una cosa da usare” o “da pretendere”, ma un dono da accogliere e custodire. Per questo Paolo dice che “chi ama la propria moglie ama se stesso”. È un’espressione bellissima: l’altro diventa parte di te, come se il suo bene fosse il tuo bene, il suo corpo il tuo corpo, il suo dolore il tuo dolore.

Questa unità non è solo fisica: è morale, spirituale. È una comunione che nasce dall’amore e si rafforza nella vita quotidiana, fatta di piccoli gesti, attenzioni, perdoni, scelte condivise. È un’unione che si costruisce ogni giorno, anche nei momenti di fragilità, e che richiede cura, tempo e presenza.

L’amore vero fa fiorire l’altro

C’è un passaggio bellissimo in questo testo, che mi ha sempre toccato anche nella mia esperienza personale e nei tanti dialoghi con le coppie: lo sposo ama la sua sposa nella “creativa, amorosa inquietudine di trovare tutto ciò che di buono e di bello è in lei e che per lei desidera”.

L’amore vero non si accontenta, non si ferma all’apparenza, ma scava, cerca, fa emergere i talenti, custodisce la bellezza dell’altro. È come un giardiniere che, con pazienza e passione, aiuta i fiori a sbocciare. Non plasma l’altro a propria immagine, ma lo accompagna a diventare ciò che è davvero.

Questa è una chiave importante anche per capire se un rapporto è sano: se ti senti più te stesso, se puoi crescere, se puoi respirare, se puoi sbocciare. Se invece ti senti schiacciato, bloccato, annullato… forse l’amore ha bisogno di essere guarito.

Il corpo: sacramento dell’amore

L’ultima parte della lettera ritorna su un punto centrale: il corpo dell’altro va amato e curato come il proprio. Come nessuno odia il proprio corpo, ma lo nutre e lo protegge, così anche tra marito e moglie deve esserci questa premura reciproca. Non si tratta solo di attrazione o di piacere, ma di tenerezza, rispetto, responsabilità.

E qui entra un’altra dimensione profonda: quella del sacro. Il corpo dell’altro è un luogo sacro. Non perché sia perfetto, ma perché è abitato da Dio. È il luogo dove l’amore di Dio si rende visibile, dove la grazia del sacramento si incarna. Per questo nel matrimonio cristiano il corpo non è mai “banale” o “secondario”: è sacramento, segno visibile di un mistero invisibile.

Pensiamoci: nel corpo si esprime l’amore, si generano i figli, si condivide la vita, si portano le ferite e le gioie. Il corpo è tempio. Ecco perché il paragone con l’Eucaristia, che san Paolo sembra evocare parlando di “nutrire e curare”, è tutt’altro che forzato: anche lì, Cristo si dona nel corpo.

Questo testo della lettera agli Efesini è molto più che un’istruzione dottrinale: è una carezza alla nostra umanità. Ci ricorda che l’amore vero è quello che si dona, che si prende cura, che fa fiorire, che unisce senza possedere. È l’amore che rende visibile Cristo nel mondo, attraverso i corpi e i cuori di chi si ama davvero. E allora, ogni coppia è chiamata a far diventare la propria casa un’icona di questo amore: non perfetta, ma vera. Non senza difficoltà, ma piena di grazia. Perché, come Cristo ha amato la Chiesa, anche noi possiamo amare con tutto noi stessi — anche e soprattutto nel corpo, là dove l’amore si fa visibile.

Una liturgia silenziosa

Nel matrimonio, il corpo non è solo biologia, ma teologia viva. Quando tuo marito ti abbraccia dopo una giornata difficile, quando tua moglie si lascia accarezzare anche se è stanca, lì accade un mistero. Non solo gesto d’affetto: è sacramento. È Cristo che abbraccia la Chiesa. Il corpo dell’altro è luogo santo: non lo possiedo, lo custodisco. Anche le rughe, i chili in più, la stanchezza… tutto diventa sacro quando è attraversato dall’amore. “Chi ama la propria moglie ama se stesso”, dice san Paolo. Allora, quando nutri tuo marito con un piatto caldo, quando massaggi la schiena di tua moglie senza aspettarti nulla, stai vivendo una liturgia silenziosa. È lì che il Vangelo prende carne, ogni giorno. Il letto, la tavola, la casa… diventano altari. E il tuo corpo, offerto per amore, diventa Eucaristia.

Antonio e Luisa

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La preghiera dei fidanzati

«Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi […] Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».- Lc 18

Ora che il progetto della Community Isacco e Rebecca è ormai avviato (vedi in fondo all’articolo) riprendiamo la riflessione sul fidanzamento cristiano. Al centro di questo articolo vi sarà un pensiero sulla preghiera che i fidanzati possono vivere personalmente e in coppia.

Gesù trovava sempre uno spazio più profondo per pregare e stare con il Padre, ritirandosi dalla folla e anche dai suoi discepoli di tanto in tanto. La preghiera è il respiro del cristiano e ciò che alimenta la fede, senza di essa anche quest’ultima rischia di spegnersi o di non progredire. E’ quindi necessario che i fidanzati cerchino di viverla come parte fondante della loro vita personale e di coppia.

Nei primi mesi in cui mi fidanzai, Alessandro mi invitò a riflettere su una questione non banale, ovvero quale fosse l’immagine che io avevo di Dio e se tale immagine fosse veritiera. Si era reso conto che forse non avevo proprio un’immagine completa di Dio.

In effetti mi concentravo troppo sulla rappresentazione iconografica/esteriore di Gesù (penso al bellissimo dipinto della Divina Misericordia), tendendo così a tralasciare non solo l’immagine Trinitaria, ma anche l’idea di Dio come Padre. Nella preghiera mi rivolgevo a un “bellissimo” Gesù per come è stato rappresentato nei dipinti, anche con una certa libertà artistica, tralasciando così di scendere più in profondità.

Ho imparato quindi mentre pregavo ad avere più presente anche Dio Padre e a rivolgermi a Lui con fiducia. Gesù stesso del resto ci vuole portare verso il Padre insegnandoci a rivolgerci a lui come figli e insegnandoci la preghiera del Padre Nostro! Nel Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 234 leggiamo:

«Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella gerarchia delle verità di fede. Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato ». 

Nel fidanzamento abbiamo imparato ad osservarci vicendevolmente a proposito del nostro stile personale di preghiera che è diverso dallo stile di preghiera di coppia dove abbiamo cercato di realizzare un’armonizzazione reciproca. Alessandro ha un modo di pregare diretto e più sintetico direi, io invece ho bisogno di un tempo maggiore e sono un po’ più prolissa. Questa diversità di stile non è stata facile da accogliere all’inizio, ma quando la sera dopo cena ci vediamo, generalmente la prima cosa che facciamo è proprio pregare insieme una o due decine del rosario oppure pregare la Compieta, in quanto la Liturgia delle ore è la preghiera comune di tutta la Chiesa. Ciò che è essenziale nella preghiera è pregare con il cuore. Ogni tanto apprezziamo scegliere qualche preghiera più specifica che riguarda proprio il cammino di fidanzamento come questa ad esempio:

PREGHIERA DEI FIDANZATI

INSIEME

Ti ringraziamo Signore del nostro amore, tuo splendido dono: ci colma di gioia profonda, ci rende simili a te che sei l’Amore, ci proietta fiduciosi nell’avventura della vita.

LEI

Ti ringrazio Signore per il dono dell’amore di  ……………(dire il nome del fidanzato) Vorrei tanto saperlo accogliere giorno per giorno nella quotidianità fatta di piccole cose e di tante preoccupazioni. Rendimi attenta alle sue ricchezze, riconoscente per la sua presenza, capace di vedere nelle sue fragilità l’occasione per amarlo ancora di più.

LUI

Ti ringrazio Signore per il dono dell’amore di…………… (dire il nome della fidanzata) vorrei essere per lei sostegno sicuro e alleato affidabile. Donami la lucidità per staccarmi dai miei pensieri e dalle mie inquietudini per farle spazio nel mio cuore e nella mente, così da incoraggiarla e sostenerla nei momenti difficili della nostra vita.

Personalmente durante la settimana cerco di partecipare alla messa feriale, generalmente una volta a settimana. Inoltre ho sempre amato particolarmente l’adorazione eucaristica. Ricordo molto bene che prima di conoscere Alessandro tante volte mentre facevo adorazione ho espresso il desiderio di conoscere la persona che il Signore aveva pensato per me. Sono stata esaudita al tempo opportuno. Tantissime grazie per noi e per gli altri passano attraverso l’adorazione eucaristica!

Un saluto e un abbraccio a tutti voi lettori, se lo desiderate scriveteci a eleonoraealessandro4@gmail.com

Eleonora e Alessandro

NOTIZIE SULLA COMMUNITY WHATS APP: PROGETTO ISACCO E REBECCA

La Community WhatsApp dal titolo “Progetto Isacco e Rebecca” raccoglie i desideri profondi di tante persone cristiane in Italia, con il sogno di incontrare altri credenti che condividano i medesimi principi e valori in tema di relazioni e soprattutto la fede. Lascio di seguito il link.

CRITERI PER ENTRARE NELLA COMMUNITY

La community viene amministrata da noi (Eleonora e Alessandro) e da Antonio de Rosa. Nella community cerchiamo di favorire un clima di amicizia prima di tutto tra credenti, e in secondo luogo  di favorire la conoscenza tra persone libere che desiderano conoscersi e vivere un fidanzamento cristiano.

Ci sono anche alcune persone che si sono rese disponibile come REFERENTI sia per il gruppo Senior sia per il gruppo giovani per aiutarci a gestire il tutto. Chiediamo SOLO alle persone non separate di entrare nel gruppo Whats app:  non è possibile entrare se si ha  un sacramento in atto. Possono entrare coloro che hanno avuto la nullità matrimoniale alla Sacra Rota.

ETA’:

Nella community c’è una sezione generale in cui ci sono tutti gli iscritti e due sottogruppi:

  • Senior (dai 45 anni in su);
  • Giovani (gruppo 20-35 anni e gruppo 35-45 anni);. Tanti aderiscono a movimenti di preghiera specifici e sono particolarmente inseriti nella vita delle loro parrocchie.

SOTTOGRUPPI REGIONALI:

Abbiamo creato anche sottogruppi regionali per dare modo agli iscritti di conoscere anche persone della stessa regione e organizzare autonomamente videochiamate.

ATTIVITA’:

Periodicamente vengono organizzate videochiamate dai referenti per gruppo Senior e gruppo Giovani. Oltre a questo verrà proposto un giorno di ritrovo in presenza (probabilmente a Firenze) nel periodo autunnale.

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Com’è dura, a volte, con lo studio dei figli …!

C’è un momento preciso, in ogni famiglia con figli in età scolastica, in cui la giornata sembra cambiare tono. È quando si rientra a casa e si apre l’argomento “compiti”. Bastano poche parole – «Hai studiato?», «Cosa hai da fare per domani?» – perché si inneschi una tensione sottile, a volte esplicita, a volte silenziosa ma comunque presente. È come se, dopo le fatiche di una giornata lavorativa, iniziasse un secondo turno: quello dell’affiancamento scolastico.

Eppure, nessun genitore parte con l’idea di diventare un insegnante a domicilio. Ma tra piani di studio, verifiche, lezioni online, recuperi e insufficienze, spesso si finisce per diventarlo. Alcuni si tuffano con entusiasmo, altri si sentono sopraffatti, altri ancora oscillano tra senso del dovere e frustrazione.

Perché, sì, con lo studio dei figli, a volte è davvero dura. Non è solo questione di compiti da correggere o spiegazioni da dare. Il vero peso emotivo arriva da tutto ciò che ruota attorno allo studio: la motivazione che manca, le distrazioni continue, i malumori, la stanchezza, le risposte brusche, la sensazione che tutto sia una lotta. Ogni giorno sembra un nuovo episodio dello stesso film: uno studente stanco e svogliato, un genitore preoccupato e insistente, e un dialogo che rischia spesso di trasformarsi in discussione.

Molti genitori confessano di sentirsi impotenti: c’è chi si arrabbia, chi si scoraggia, chi finisce per fare i compiti al posto del figlio pur di evitare il conflitto. Altri provano a motivare, incoraggiare, spiegare ma ricevono in cambio solo sbuffi e porte chiuse. Tutto questo si somma alla fatica quotidiana del lavoro, della casa, della gestione familiare. A volte si arriva alla sera esausti, con il dubbio di aver sbagliato tutto, o con il timore di non riuscire ad aiutare abbastanza.

La verità è che non è semplice accompagnare un figlio nel percorso scolastico, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui le aspettative sono altissime e le distrazioni a portata di clic. I ragazzi faticano a concentrarsi, hanno mille sollecitazioni esterne, i social che si attraggono inesorabilmente. E i genitori, nel tentativo di sostenerli, spesso finiscono per litigare tra di loro, rispondersi male, rimpallarsi o rinfacciarsi chissà quali fantomatiche colpe e mancanze.

Eppure, anche nella fatica, c’è spazio per costruire qualcosa di prezioso. Perché se da un lato è vero che lo studio può diventare motivo di tensione, dall’altro può trasformarsi in un’opportunità di crescita reciproca. Non servono grandi gesti: a volte basta sedersi accanto, ascoltare senza giudicare, chiedere “cosa ti mette in difficoltà?” anziché dire “perché non studi?”. Piccoli cambiamenti nel tono, nella postura, nella pazienza.

Capire che ogni bambino ha i suoi tempi, le sue fragilità, i suoi punti di forza. Che l’errore non è una tragedia, ma una tappa. Che un brutto voto non definisce il valore di una persona. E soprattutto, che un genitore non deve essere perfetto, ma presente, con empatia e fiducia.

Molto spesso i ragazzi non cercano semplicemente spiegazioni di matematica, italiano o latino ma comprensione. Non vogliono sentirsi spinti ma sostenuti. Non hanno bisogno di genitori che sanno tutto ma di adulti che li ascoltano, che accettano i loro limiti e li accompagnano a superarli. Certamente, ci saranno ancora giornate faticose. Ore passate a spiegare la stessa cosa. Frasi come “non voglio studiare” o “tanto non ce la faccio”.

La differenza è se riusciamo a vedere oltre la fatica scopriamo che il tempo dedicato allo studio dei figli è anche tempo dedicato alla relazione con loro. Un tempo che educa entrambi: loro a imparare, noi ad accompagnare. E se la strada è in salita, almeno la si percorre insieme.

E allora nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giuseppe da Copertino – patrono degli studenti – il messaggio è: non scoraggiamoci! Tanti Santi hanno avuto difficoltà nello studio (pensiamo appunto a lui, a Giovanni Maria Vianney, a Bernadette) ma questo non ha precluso loro la via al Cielo. Insegniamo ai nostri figli a studiare ma anche ad affidarsi; a imparare ma anche a pregare; a impegnarsi ma anche a confidare in Colui che tutto conosce; a imparare qualcosa a memoria ma soprattutto ad essere riconoscenti a Dio per i doni che ha riversato su di noi.  “Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia” (Sal 139). Perché nello studio è nascosto l’amore per il Signore. Trasmettiamo questo! Tutto il resto verrà da sé.

Fabrizia Perrachon

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Guerra tra generi? Perdono tutti

Volevo scrivere questo articolo da tempo, ma ho sempre esitato, perché sicuramente ci saranno persone a cui non piacerà; ora ho deciso di farlo perché sono preoccupato, molto preoccupato.  Purtroppo, pochi giorni fa, è successa una tragedia: una donna ha ucciso un uomo con un coltello, sembra dopo una lite, il corpo è stato ritrovato nel letto. Ma ciò che mi ha colpito ancora più della notizia in sé, sono stati i commenti che ho letto sotto l’articolo online: tante persone, soprattutto donne, scrivevano “Bravissima!”, “Ha fatto bene!”, “Di sicuro se l’è meritato”.

Io mi chiedo: ci rendiamo conto? È morta una persona! Possiamo discutere delle circostanze, della legittima difesa, di eventuali violenze subite, che certo vanno indagate e considerate, ma questo non giustifica mai la gioia di fronte a una morte.

E c’è un dettaglio che pare nessuno voglia vedere: tutto è avvenuto davanti a una figlia che ha assistito alla scena. Quale ferita porterà nel cuore? Forse non basterà una vita intera per guarire. Viviamo in un clima di violenza e di guerra fra uomini e donne. Lo dico con franchezza: lo ritengo persino più pericoloso degli scontri in Ucraina o nella Striscia di Gaza, perché questa guerra la viviamo ogni giorno nelle nostre case, nei tribunali, nelle relazioni. Io sono un uomo, ma questo non significa che difenda gli uomini a priori. Quando un uomo tradisce, abbandona, è violento, io sono il primo a dire che non va bene, che bisogna prendere provvedimenti seri e non mi faccio problemi a dirgli chiaramente che è un poveraccio.

Sono consapevole che nella storia le donne hanno subito tante ingiustizie, umiliazioni e maltrattamenti, ma non è facendole pagare agli uomini di oggi che si risolve qualcosa. Gesù stesso ci ha ricordato che uomo e donna insieme rivelano il volto di Dio e se io fossi contro le donne, sarei contro Dio e contro me stesso.

Lo ammetto, dopo la mia dolorosa esperienza matrimoniale, anch’io ho avuto grandi difficoltà a rapportarmi con le donne: rischiavo di “fare di tutta l’erba un fascio”, ma grazie a tante sorelle della Fraternità Sposi per Sempre ho imparato che la cattiveria non ha sesso. In questi anni ho conosciuto donne straordinarie, che hanno cresciuto i figli da sole, con sacrifici eroici, dopo che il marito le aveva abbandonate, ma ho conosciuto anche donne sposate che per anni hanno tradito il marito, mentendo e mostrando un’egoistica insensibilità. La verità è che il bene e il male non dipendono dal genere: ci sono uomini e donne santi, uomini e donne meschini.

Arriviamo al cuore del problema: la violenza: qui so di muovermi su un terreno minato, ma voglio provare a spiegarmi bene. È opinione comune che la violenza sia unidirezionale: solo gli uomini possono essere violenti. Se guardiamo solo la televisione, viene spontaneo crederlo, anch’io per molto tempo ci ho creduto; poi, vivendole in prima persona e ascoltando tante storie personali, mi sono accorto che la realtà è ben più complessa.

Esiste certo la violenza fisica, dove spesso l’uomo prevale, ma non è l’unica forma, ci sono violenze psicologiche, morali, economiche, affettive, che possono ferire più di un pugno. Umiliare una persona è violenza, tradire chi ti ama è violenza, impedire a un padre o a una madre di vedere i propri figli è violenza, mentire sistematicamente è violenza, portargli via la casa o i risparmi è violenza.

Oggi si parla molto di femminicidio, il termine non mi piace, non perché non riconosca la gravità dei fatti, ma perché un omicidio resta un omicidio, sia che la vittima sia un uomo o una donna. Dovremmo piangere ogni vita spezzata con lo stesso dolore: eppure i giovani crescono con l’idea che tutti gli uomini sono pericolosi, violenti, inaffidabili, poi però ci stupiamo se nessuno vuole più sposarsi, con questa diffidenza reciproca e paura.

C’è un’altra grande contraddizione che non posso non evidenziare: ogni anno nel mondo avvengono circa 44 milioni di aborti. Uccidere un figlio non viene considerato violenza, questa è un’assurdità che grida al cielo.

Oltre alle tragedie e ai titoli di giornale, bisognerebbe chiedersi: cosa c’è dietro tanta violenza? Spesso troviamo separazioni conflittuali, ingiustizie legali, situazioni che distruggono la vita delle persone. Pochi sanno che il nostro sistema giudiziario, così com’è, genera ingiustizie, dolore e rabbia. Conosco diversi uomini che hanno tentato il suicidio perché si sono visti privati di tutto: casa, figli, soldi, dignità e infatti circa il 97% dei sucidi è di persone maschili.

Le separazioni, nella maggior parte dei casi, vengono chieste dalle donne. Quasi mai per motivi di violenza, ma per altri motivi, spesso risolvibili: per sposarsi servono due “sì”, per separarsi basta un “no” (qui sarebbe un discorso complesso e lungo, ma nella stragrande maggioranza dei casi le separazioni sono volute solo da uno dei due).

Personalmente da quasi 12 anni non posso più rientrare nella mia casa, che ho pagato e comprato con mia moglie davanti a un notaio, quella che avevamo arredato e curato con amore. Un giudice l’ha assegnata a mia moglie, come accade quasi sempre, quando ci sono figli minori. Io però ho continuato a pagare metà del mutuo, perché alla banca interessa solo chi ha contratto il debito, non chi ci vive. Vi sembra giusto? Non è violenza questa?

E i padri, che possono vedere i figli solo nei giorni stabiliti dal giudice, che è un estraneo alla famiglia, in quello che viene chiamato “regime di visita”? (una terminologia che ricorda tanto i colloqui in carcere). Quante volte avrei voluto essere con le figlie nel giorno del compleanno, a Natale, a Pasqua… e non ho potuto. Avrei preferito essere picchiato, ma poter stare con loro. Non è violenza questa?

A tutto questo si aggiunge il fenomeno dell’alienazione parentale: quando un genitore, quasi sempre la madre perché trascorre più tempo con i figli, scredita l’altro genitore fino a fargli credere che il papà è responsabile della situazione e del loro malessere, tanto che non lo vogliono più nemmeno vedere.  Non è violenza questa?

E che dire delle false denunce? Ci sono uomini accusati ingiustamente di violenza solo per ottenere vantaggi economici o legali. Basta poco: una denuncia e scatta subito il protocollo rosa, senza che l’uomo venga nemmeno ascoltato e con la possibilità di non vedere più i figli. Anche se dopo anni si scopre che era tutto falso, non ci sono conseguenze per chi ha mentito. Questa è una ferita che resta, ed è una violenza enorme.

A me non interessa per niente avere ragione: io sono padre di due figlie e quello che mi stimola a scrivere queste cose è far riflettere su situazioni di cui nessuno parla e gettare le basi per un mondo migliore, dove anche loro possano vivere serenamente.

Allora la domanda da porsi è: come si ferma questa spirale? Non certo inasprendo le pene, abbiamo già visto che servono a poco, ma bisogna eliminare le ingiustizie e modificare i cuori e le menti: uomini e donne non sono nemici, non è una gara, non è una lotta di potere.

Solo insieme, uomini e donne, possiamo vincere: solo collaborando possiamo testimoniare ai nostri figli che l’amore è più forte della violenza, che la giustizia non è vendetta, che la dignità di ogni persona è sacra.

Non c’è futuro se continuiamo a combatterci, il futuro si costruisce riconoscendo che abbiamo bisogno gli uni degli altri, sempre, questo è il messaggio cristiano che non dobbiamo tradire.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Come di mia propria gloria

Dalle «Lettere» di san Cipriano, vescovo e martire (Lett. 60, 1-2. 5; CSEL, 3, 691-692. 694-695) Cipriano a Cornelio, fratello nell’episcopato. Siamo a conoscenza, fratello carissimo, della tua fede, della tua fortezza e della tua aperta testimonianza. Tutto ciò è di grande onore per te e a me arreca tanta gioia da farmi considerare partecipe e socio dei tuoi meriti e delle tue imprese. Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l’amore, unica e inscindibile l’armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria? E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli ? Certo non si può immaginare l’esultanza e la grande letizia che vi è stata qui da noi quando abbiamo saputo cose tanto belle e conosciuto le prove di fortezza da voi date. Tu sei stato di guida ai fratelli nella confessione della fede, e la stessa confessione della guida si è fortificata ancora più con la confessione dei fratelli. Così, mentre hai preceduto gli altri nella via della gloria, hai guadagnato molti compagni alla stessa gloria, e mentre ti sei mostrato pronto a confessare per primo e per tutti, hai persuaso tutto il popolo a confessare la stessa fede. […]

Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica dei Santi Cornelio, papa e Cipriano, vescovo, due amici e fratelli nella fede, martiri della Chiesa del terzo secolo. A qualcuno potrebbe sembrare strano riferirsi ad un papa e ad un vescovo su un blog dedicato al matrimonio sacramento, eppure la Chiesa primitiva è proprio quella che ha messo le fondamenta alla nostra, e fra poco scopriremo qualche motivo.

Abbiamo riportato uno stralcio di una lettera che Cipriano scrive all’amico papa, della quale vogliamo solo sottolineare l’importanza della fratellanza in Cristo Gesù. Infatti questi due amici, pur vivendo l’uno a Cartagine e l’altro a Roma, si sentono vicini nello spirito. E quanta tenerezza sgorga dal cuore di Cipriano verso l’amico papa poiché amano e vivono per lo stesso Cristo:  Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l’amore, unica e inscindibile l’armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria? E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli?

Davanti a tanta unità di cuori non si che può restare affascinati, ma com’è possibile raggiungere tale comunione e tale armonia? Solo se l’amore che i due cuori vivono ha la stessa fonte e lo stesso termine, lo stesso principio e lo stesso fine: Cristo Gesù. Ma se è possibile tale armonia, tale unità e tale comunione tra due amici, quanto più profonda e grande può essere tra due sposi?

Cari sposi, anche noi dobbiamo imparare a rallegrarci nel celebrare le lodi del nostro sposo o della nostra sposa come di nostra propria gloria e non come se fosse un nostro antagonista, quasi un rivale. Via da noi qualsiasi sentimento di questo tipo, non si addice ad una coppia di sposi guardarsi come due nemici, invidiarsi a vicenda per le doti dell’uno o dell’altra.

Al contrario, gli sposi devono fare a gara nello stimarsi a vicenda, gli sposi non solo si sostengono l’un l’altra, ma fanno tutto ciò che è in proprio potere per far fiorire il maschile di lui ed il femminile di lei. Senza confondersi, ma con unità. Cipriano resta vescovo e Cornelio papa, similmente il marito resta maschio e la moglie resta femmina, un’armonia perfetta tra due cuori che imparano a battere all’unisono.

Coraggio sposi, imitiamo i santi martiri Cornelio e Cipriano.

Giorgio e Valentina.

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Il tuo palato è come vino squisito

In questo capitolo scopriremo che il Cantico mostra l’amore sponsale come dono reciproco, non possesso: sguardo che custodisce, grazia sacramentale, fiamma divina redentrice. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dolcemente per il mio amore, fluendo sulle labbra e sui denti!

Chi parla a chi in questo versetto? È lui? È lei? Gli studiosi non sono concordi, e forse non è nemmeno necessario saperlo con esattezza. A me piace pensare che sia un dialogo a due voci, quasi un duetto: lui inizia, lei completa. Un intreccio che dice già molto: l’amore vero non è un monologo, ma un canto corale, dove ciascuno porta la sua parte e lascia spazio all’altro.

Provate a leggerlo così:
Lui: “Il tuo palato è come vino squisito”
Lei: “che scorre dolcemente per il mio amore”

Non è poesia astratta, ma esperienza di concretezza. Lui contempla, lei si dona. Lui guarda, lei accoglie. E in questo scambio si intravede la verità dell’amore umano voluto da Dio: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18).

Un amore che è dono, non possesso

L’uomo ha appena finito di esaltare la bellezza della sua amata. Ma ciò che colpisce è la risposta della donna: tutta quella bellezza è per lui. Non come una costrizione, ma come scelta libera. La donna afferma: “Io sono tutta per te”. E questo non la diminuisce, ma la rende più gioiosa, perché sa che il suo amato è a sua volta tutto per lei.

Si tratta di un dinamismo psicologico profondo: quando ci sentiamo visti davvero, accolti senza paura di giudizio, allora nasce la libertà di donarci. La donna si abbandona allo sguardo del suo sposo perché in quello sguardo percepisce di essere preziosa. Non teme di essere ridotta a oggetto, perché sa che lui non la vuole possedere, ma accogliere. È lo sguardo che Benedetto XVI descrive in Deus Caritas est: «Non è più l’io che cerca se stesso, ma l’io che si lascia conquistare dall’altro e diventa dono per lui» (n. 6).

Oltre il peccato originale

Il Cantico dei Cantici è spesso letto come un ritorno al “principio”, a quella nudità originaria in cui Adamo ed Eva “erano nudi e non ne provavano vergogna” (Gen 2,25). Gli sposi del Cantico sembrano aver superato la ferita del peccato originale. Non devono coprirsi, perché lo sguardo reciproco non ferisce ma custodisce.

È un invito anche per noi sposi. Non possiamo cancellare da soli la nostra paura di essere giudicati, rifiutati, inadeguati. Ma con la grazia del sacramento del matrimonio possiamo cominciare a recuperare quello sguardo redento. È la grazia del Crocifisso risorto che ci rende possibile ciò che umanamente non riusciamo. Come dice san Paolo: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

Alla luce di questo, comprendiamo diversamente anche parole difficili di san Paolo: “La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1Cor 7,4). Lette con la mentalità odierna, suonano come possesso. Ma se lette con lo sguardo del Cantico, acquistano un altro significato: nessuno è padrone, entrambi sono dono. Non c’è dominio, ma reciprocità. È il linguaggio della comunione, non della prevaricazione.

Un esercizio per gli sposi

Il Cantico suggerisce un esercizio semplice e potente: contemplarsi. Guardarsi negli occhi, dirsi con le parole la bellezza che si vede, anche a distanza di anni di matrimonio. Non è un gioco superficiale, ma un atto che cura le ferite interiori e i blocchi che ci impediscono di donarci.

Provate a farlo: uno di fronte all’altro, senza maschere, senza paura. Ditevi: “Sei bella, sei bello per me”. Non perché siete perfetti, ma perché siete dono. Come scrive Giovanni Paolo II: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore» (Redemptor Hominis, 10).

Per molti uomini non è spontaneo esprimere a parole ciò che provano. Eppure è vitale: la donna ha bisogno di sentirsi nominata bella, desiderata, unica. Non basta pensarlo: bisogna dirlo. Questo esercizio, praticato con perseveranza, diventa terapeutico: piano piano guarisce, apre alla fiducia, rende capace di uno sguardo nuovo.

Dio nelle vampe dell’amore

Curiosamente, in tutto il Cantico non si nomina mai esplicitamente Dio. Tranne una volta, quando si afferma che “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio” (Ct 8,6). È un dettaglio sorprendente. Significa che Dio non è fuori dalla passione, non è estraneo al desiderio. È già dentro, perché l’amore umano è immagine dell’amore divino.

Lo diceva Dietrich Bonhoeffer: sarebbe di cattivo gusto pensare che l’amore diventi “sacro” solo se i due pensano a Dio durante l’atto d’amore. Dio è presente perché l’amore stesso, in quanto tale, è sua immagine e sua fiamma. Non bisogna aggiungerlo artificialmente: Lui c’è già, come autore di quella passione e custode di quella totalità.

Il Cantico dei Cantici ci consegna una visione integrale dell’amore: corpo e spirito, eros e agape, desiderio e dono. Non c’è contrapposizione, ma integrazione. Il palato che sa di vino squisito non è solo sensualità: è segno sacramentale di un amore che diventa linguaggio del cuore e icona della fedeltà di Dio.

In un tempo in cui spesso la relazione si riduce a consumo, il Cantico ci ricorda che lo sguardo reciproco può guarire, liberare, ridare fiducia. È un cammino che costa fatica, ma che porta a gustare la bellezza di sentirsi dono l’uno per l’altra. Perché – come dice la Scrittura – “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio”.

Antonio e Luisa

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Croce feconda

Cari sposi, oggi celebriamo la festa dell’Esaltazione della Croce, un evento liturgico antichissimo, legato alla dedicazione a Gerusalemme della chiesa della risurrezione – quella che oggi chiamiamo Santo Sepolcro -, il 13 settembre 335. Il giorno seguente con solenne cerimonia si fece l’ostensione della croce, che l’imperatrice Elena aveva ritrovato il 14 settembre 320.

Se pensiamo che la croce era lo strumento di morte più infame del mondo antico, come ce ne testimonia lo stesso Cicerone definendolo “crudelissimum et deterrimum supplicium” (la pena più crudele e terribile), il suo equivalente oggi sarebbe più o meno la sedia elettrica o l’iniezione letale. Ma quale chiesa oserebbe esaltare o anche solo esporre uno di questi strumenti di morte? Eppure, la croce è diventata l’identificativo del cristianesimo. Domandiamoci pertanto cosa celi la festa odierna al punto che uno dei Padri della Chiesa, in una sua omelia, proclamava: “Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro!” (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020).

La risposta è contenuta nella prima lettura, che viene poi ripresa da Gesù nel Vangelo. Il libro dei Numeri ci presenta uno dei vari momenti di insoddisfazione. Per i rabbini ebrei sono 10 le mormorazioni e tutte sono basate fondamentalmente sulla nostalgia dell’Egitto e la paura di entrare in un terreno nuovo e poco conosciuto.

I 40 anni di viaggio nel deserto sono così il simbolo del tempo di conversione, di maturazione dell’amore che il popolo necessita per poter vivere la vita nuova. Questo vagare in una zona relativamente piccola rappresenta il fidanzamento di Israele che si prepara allo sposalizio vero e proprio con il Signore. Ma in cosa consiste tale crescita nell’amore? Nel fatto che il popolo non riesce ancora a fidarsi totalmente di Dio e continua ad avere nostalgia delle false sicurezze che aveva da schiavo.

Ed ecco qui il paradosso: Dio utilizza una mancanza di fede per trasformarla in evento di grazia. Il serpente di bronzo è il simbolo che anche la poca fiducia, se consegnata a Lui, può diventare l’occasione per poi donarsi pienamente a Dio.

Alla luce di questo comprendiamo come Cristo ci inviti a guardare alla sua Croce. Essa è il luogo in cui le nostre paure e timori vengono sconfitti e subentra la pace. Non c’è razionalità che può restare soddisfatta perché la Croce è una sapienza più alta della nostra mente. Come diceva Edith Stein: “Nella croce e solo nella croce è la sapienza che rende beati; ogni altra sapienza è stoltezza” (Scientia Crucis). Un mistero quindi da contemplare in silenzio, in adorazione, chiedendo sempre luce allo Spirito.

Che ha da dire questo a voi sposi? Parlare di croce per voi sposi può sembrare anche un po’ banale. È un fatto evidente che l’amore fedele sia qualcosa di costoso, al punto che la letteratura romantica lo ha più volte canzonato, preferendo le avventure brevi e focose.

Eppure, voi sposi esprimete nella vostra vita l’unione più alta possibile, quella del corpo e dell’anima, riflesso della Trinità. La croce è ciò che permette di esserne segno e richiami perenne, perciò dice Papa Francesco che: “Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi” (Amoris laetitia 72).

Mi consta anche per esperienza che è così, che voi sposi sapete e potete comunicare un amore molto più alto e grande, anche nella croce accolta e offerta. È proprio vero che “l’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris consortio 13). Il vostro amore, anche sofferente, rende partecipe non solo voi ma anche chi vi vede dell’amore di Cristo, dell’amore trinitario!

Con umiltà e con fede, cari sposi, oggi vi invito ad offrire allo Sposo ciò che vi sta facendo soffrire nella relazione. Fatelo con la certezza che tutto questo è fecondo e ha sempre un frutto trascendente ed eterno come ci ricorda San Giovanni Paolo II:

«La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8)» (Omelia, 14 settembre 1984).

ANTONIO E LUISA

Ogni volta che guardo la croce appesa in camera, sento che mi parla. Mi ricorda che amare Luisa non è solo emozione, ma scelta quotidiana. Ci sono giorni in cui è facile, e altri in cui significa morire un po’ al mio orgoglio, perdonare quando mi costa, restare fedele anche nella fatica. Ho imparato che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce: il cuore è sentimento, la croce è volontà. Gesù non salì su quel legno per un impulso, ma per scelta. È lì che scopro cosa significa davvero amare.

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Gestire il denaro nel matrimonio: un atto d’amore

Qualche giorno fa una lettrice mi ha scritto chiedendomi un approfondimento su un tema concreto ma spesso trascurato: quale posto abbia l’aspetto economico nel dono totale che gli sposi si fanno nel matrimonio cattolico.

Nel matrimonio cristiano, gli sposi si promettono amore e fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, ma questa promessa riguarda anche la gestione concreta della vita quotidiana, inclusa la dimensione economica. Non è un dettaglio marginale: l’economia familiare diventa parte integrante della comunione di vita. Condividere entrate, risorse, scelte di spesa e sacrifici significa tradurre nella realtà quel “dono totale di sé” che rende il matrimonio un sacramento vivo.

Spesso, soprattutto nelle famiglie di oggi, la questione si fa evidente quando uno dei due coniugi, di solito la donna, decide di rallentare o sospendere la propria carriera per dedicarsi alla cura dei figli e alla vita domestica. In questi casi, il reddito non è più il frutto di un singolo, ma della coppia insieme: chi lavora porta a casa il salario, ma chi si dedica alla famiglia costruisce con altrettanta dignità il bene comune. Papa Francesco lo ha espresso chiaramente: «Il denaro deve servire, non governare» (Evangelii Gaudium), e serve proprio quando è messo a disposizione della comunione e non diventa terreno di divisione.

Don Fabio Rosini, con la sua consueta concretezza, ricorda che l’amore non è un sentimento astratto, ma una responsabilità incarnata: “Amare è avere cura dell’altro in tutto, non a metà. E se la vita dell’altro ha bisogno anche della mia disponibilità economica, questo è amore che si fa concreto”. Non basta, dunque, dirsi reciprocamente affetto; occorre tradurre le parole in scelte quotidiane: un conto corrente condiviso, spese decise insieme, trasparenza nella gestione delle risorse.

Luigi Maria Epicoco, riflettendo sul Vangelo, sottolinea che il dono totale non si limita agli aspetti spirituali o emotivi: “Amare significa mettere sul tavolo tutto di sé, senza zone franche. Anche il portafoglio è parte del cuore”. È una provocazione forte ma realista: quanti matrimoni si incrinano per questioni economiche, per risorse non condivise o per una percezione di ingiustizia? Eppure, l’economia condivisa è linguaggio d’amore: significa riconoscere che “ciò che è mio è tuo” non solo in senso poetico, ma nella gestione quotidiana.

Non si tratta di annullare le differenze: ciascuno può avere sensibilità diverse rispetto al risparmio, alla spesa, alla progettualità. Ma proprio il dialogo sulle scelte economiche diventa un laboratorio di unità: decidere insieme come spendere, come investire, come risparmiare significa imparare a pensare come un “noi” e non più come due “io” paralleli.

La teologia del corpo di San Giovanni Paolo II illumina anche questo: se il matrimonio è “comunione di persone”, allora la comunione non può fermarsi davanti al denaro. È lì che si misura la capacità di fidarsi, di affidarsi, di rinunciare al controllo per accogliere l’altro. La donna che lascia il lavoro per i figli non “perde” potere economico, perché il marito, se vive da sposo cristiano, riconosce che quel reddito è frutto comune, generato da un progetto condiviso.

In un mondo che spesso separa economia e affetti, la famiglia cristiana testimonia invece che l’economia è luogo di amore. È nella gestione del denaro che gli sposi imparano la responsabilità, la sobrietà, la solidarietà verso chi ha meno. È lì che insegnano ai figli il valore del dono, del sacrificio, del non vivere per accumulare ma per costruire legami.

In fondo, la comunione economica è un piccolo sacramento nel sacramento: è segno visibile di un amore invisibile. Quando uno stipendio diventa “nostro” e non “mio”, quando un sacrificio viene vissuto insieme, quando si sceglie di condividere non solo ciò che è bello ma anche la fatica di arrivare a fine mese, allora il matrimonio mostra davvero il volto di Cristo, che “pur essendo ricco, si fece povero per noi” (2 Cor 8,9).

Condividere il denaro non è dunque una questione contabile, ma un atto spirituale, un gesto di comunione e di fiducia reciproca. È parte del “sì per sempre” che gli sposi si donano davanti a Dio. Un sì che, per essere autentico, non lascia fuori neppure l’economia.

Antonio e Luisa

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La preghiera di intercessione nel matrimonio

Molti si chiedono: “Se Dio sa già tutto e non ha bisogno di nulla, perché pregare? E, in particolare, perché pregare per gli altri?” La domanda è legittima, eppure nasconde un presupposto da correggere: la preghiera non serve a convincere Dio, ma a coinvolgere noi.

Dio non ha bisogno, noi sì

Dio conosce le necessità di ogni uomo prima ancora che le esprima (cf. Mt 6,8). Non ha bisogno delle nostre parole. Ma la preghiera di intercessione ci educa ad uscire da noi stessi. Ci insegna a guardare il mondo con gli occhi della compassione. San Giovanni Crisostomo lo dice chiaramente: “Non possiamo pregare per noi stessi se prima non preghiamo per gli altri”. È come se l’intercessione fosse la palestra del cuore: ci allena a non ridurre la fede ad un dialogo privato, ma a vivere la comunione.

Per chi è sposato, questo si fa ancora più concreto. Nel giorno del matrimonio, l’uomo e la donna diventano sacramento della presenza di Cristo l’uno per l’altro. Non solo segno esteriore, ma canale reale della grazia.
Quando uno dei due prega per l’altro, quella supplica diventa il modo in cui Cristo stesso intercede. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, descrive Cristo che ama la Chiesa fino a donarsi per lei (cf. Ef 5,25). È un amore che non si limita a fare, ma anche a pregare, a portare nel cuore.

Ecco perché un marito che intercede per sua moglie, o una moglie che intercede per suo marito, non sta facendo un gesto “in più”: sta esercitando la propria missione sponsale.

Intercedere cambia lo sguardo

Don Luigi Maria Epicoco dice: “Pregare per qualcuno significa guardarlo con gli occhi di Dio, e non più soltanto con i nostri.” E qui sta il cuore del cambiamento. Nella vita quotidiana di coppia, quante volte lo sguardo è ferito: dalle fatiche, dalle incomprensioni, dalle differenze di carattere. Pregare per l’altro è chiedere a Dio non tanto di cambiarlo secondo i nostri desideri, ma di convertire il nostro cuore, così da saperlo accogliere e amare nella sua verità.

Santa Monica è l’esempio luminoso di questa dimensione: la sua intercessione costante ha ottenuto la conversione di sant’Agostino. Lei non ha forzato i tempi di Dio, non ha imposto cambiamenti, ma ha perseverato, diventando canale della grazia. Lo stesso vale per gli sposi: la preghiera reciproca li rende custodi l’uno dell’altro. Non è un gesto “più devoto”, ma un atto di responsabilità coniugale.

Dall’“è lecito” al “è fecondo”

Qui tocchiamo un punto delicato: molte volte, nella vita di fede, rischiamo di ridurre tutto al legalismo, al chiedere “è lecito o non è lecito?”. Anche nella preghiera. Come se ci fosse un “minimo sindacale” da garantire. Ma la preghiera di intercessione non è questione di regole: è questione di fecondità. Un matrimonio senza intercessione rischia di chiudersi nell’autosufficienza, mentre l’intercessione apre a Dio, che è la fonte della vita e dell’amore.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, ricordava: “La preghiera familiare ha il suo carattere peculiare: essa accompagna la vita di tutti i giorni, le gioie e i dolori, le speranze e le difficoltà.” Pregare insieme è fondamentale. Ma non meno importante è pregare l’uno per l’altro. È un gesto silenzioso, spesso nascosto, ma che diventa forza segreta.

Quando marito e moglie si intercedono a vicenda, si aprono a una crescita continua. L’intercessione non cambia i problemi con una bacchetta magica, ma cambia gli sposi dall’interno, rendendoli capaci di affrontare le difficoltà non più da soli, ma insieme a Dio.

In fondo, la preghiera di intercessione è la nostra partecipazione al cuore stesso di Cristo. San Paolo scrive che lo Spirito “intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Pregare per l’altro significa lasciarsi abitare da questo gemito di amore che viene dallo Spirito. E nel matrimonio questo è ancora più vero: marito e moglie diventano mediatori di grazia l’uno per l’altro.

Come dice Epicoco: “La vera forza di una coppia cristiana non è nelle sue capacità, ma nella sua capacità di lasciarsi sostenere da Dio.” Ecco allora il senso: Dio non ha bisogno della nostra intercessione, ma noi sì. Perché solo così impariamo ad amare come ama Lui: in modo totale, fedele e fecondo.

Antonio e Luisa

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L’11 settembre della coppia

L’11 settembre 2001 ha segnato una frattura epocale nella storia contemporanea. Le immagini delle Torri Gemelle che crollano in diretta mondiale non sono solo un simbolo di terrore e vulnerabilità ma anche un archetipo del crollo improvviso e violento di ciò che sembrava solido, invulnerabile, eterno. E se traslassimo questa metafora nel campo più intimo e personale delle relazioni di coppia? Cosa succede quando l’amore — quel grattacielo costruito con pazienza, fiducia e quotidianità — improvvisamente collassa? Esiste, per molti, un vero e proprio “11 settembre della coppia”: un giorno preciso, un momento, una rivelazione che fa crollare tutto.

Come le Torri Gemelle, anche molte relazioni nascono per essere invincibili. Fin dall’inizio, ci raccontiamo una storia di eternità: “questa volta sarà diverso”, “nessuno ci dividerà”, “noi siamo più forti di tutto”. Ci convinciamo che l’amore sia una fortezza inespugnabile, fatta di compatibilità, destino, passione e progettualità.

Ma come ogni costruzione umana, se quell’amore non si basa sulla roccia che è Cristo, presto o tardi si rivelerà per quello che è. Fragile, vulnerabile agli imprevisti, alle crepe invisibili, agli urti esterni e interni. Eppure, continuiamo a vivere nell’illusione di un “per sempre” indiscutibile trascurando o ignorando di tutto la dimensione spirituale coniugale.

L’11 settembre della coppia non arriva mai senza segni premonitori ma spesso non si possono – o non si vogliono – vedere. Una parola non detta, un silenzio che pesa più di mille frasi, uno sguardo che non cerca più l’altro. Poi arriva il momento preciso: un tradimento scoperto, una confessione inattesa, la decisione di lasciare. Come due aerei che colpiscono al cuore le fondamenta della relazione, questi eventi fanno crollare in pochi secondi tutto ciò che sembrava indistruttibile.

È in quel momento che il coniuge — fino a poco prima rifugio, casa, complice — si trasforma in estraneo, in nemico o, peggio ancora, in spettatore indifferente della nostra sofferenza. Quel giorno diventa un punto di non ritorno. Niente sarà più come prima. E spesso, il dolore che segue è così violento da assumere tratti post-traumatici: insonnia, ansia, vuoto, senso di smarrimento, perdita di identità e, peggio di tutto, della fede in Dio. E nell’amore.

Dopo il crollo, restano le macerie. E non sono solo materiali — foto, vestiti, ricordi — pure interiori: la perdita di fiducia, la frattura del senso del sé, la solitudine. Chi ha vissuto un “11 settembre della coppia” sa che la fase successiva non è solo quella del lutto amoroso ma di un vero e proprio terremoto esistenziale. Si mette in discussione tutto: le scelte, la propria percezione, la capacità di amare e lasciarsi amare.

Anche da queste macerie, però, può nascere una nuova consapevolezza. Come a Ground Zero, dove oggi sorge un memoriale, anche nel cuore devastato può sorgere qualcosa di nuovo: un amore diverso, più autentico, per il coniuge che pensavamo perso per sempre. Ma innanzitutto per Dio.

La fede non ci insegna la filosofia del “finchè dura” o del “finchè la barca va”. C’insegna a mettere il Signore al primo posto come cemento armato della relazione di coppia. Ci sono troppo capanne costruite nella sabbia. Troppe torri gemelle in balia del terrorista di turno. Non è bene correre ai rimedi quando – come dice il detto – “i buoi sono scappati dalla stalla”. È da subito, dall’inizio, che la costruzione dev’essere ben disegnata, ben progettata, ben realizzata. Rivolgendosi all’architetto migliore, che ha i numeri per realizzare la progettazione migliore, utilizzando i materiali migliori: Dio. Che, tra l’altro, è pure gratis!

Con i “controlli di sicurezza” di Nostro Signore non saliranno a bordo del nostro amore personaggi poco raccomandabili. Non dovremmo chiudere a chiave la cabina di pilotaggio del cuore. Né passare attimi di terrore puro, nella consapevolezza di stare per schiantarci. Le difficoltà ci saranno ma avremo le giuste armi per affrontarle, combatterle e superarle. Senza panico, senza violenza, senza vittime. Ma con amore, rispetto, fiducia, umiltà. E, soprattutto, lavoro di squadra, lavoro di coppia.

Tutto facile? Tutto semplice? Tutto scontato? No, affatto. Ma reale, possibile, credibile. Perché con Dio, come dopo ogni catastrofe, anche nelle relazioni d’amore c’è la possibilità di rinascita. Non dimenticando, ma ricominciando. Con occhi nuovi. E con il cuore, seppur segnato, ancora capace di battere. Dal 12 settembre della vita in poi.

Fabrizia Perrachon

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Capo e corpo: parti di uno stesso organismo

Nella catechesi del 25 agosto 1982, San Giovanni Paolo II prosegue la sua riflessione sulla Lettera agli Efesini, soffermandosi in particolare sul capitolo quinto. Questa volta il suo insegnamento mette a fuoco il parallelismo tra il rapporto capo-corpo (Cristo e la Chiesa) e quello marito-moglie. Prima di entrare nel vivo, vi ricordo che potete rileggere i capitoli già pubblicati a questo link.

Il capitolo quinto della Lettera agli Efesini ci porta al cuore della visione cristiana del matrimonio. San Paolo – abbiamo già visto nei precedenti capitoli – utilizza una grande analogia: da una parte il rapporto tra Cristo e la Chiesa, dall’altra quello tra marito e moglie. Non è un paragone superficiale: è un modo di dire che l’amore coniugale trova il suo senso pieno solo se visto come immagine e riflesso dell’amore di Cristo.

L’apostolo introduce anche un’analogia supplementare: quella del capo e del corpo. Così come il capo e il corpo formano un organismo unico, anche Cristo e la Chiesa sono uniti in modo vitale, e così marito e moglie diventano “una sola carne” (Gen 2,24). Non si tratta però di annullare le differenze: marito e moglie restano due soggetti distinti, con la propria dignità e libertà. Ma nella loro unione nasce qualcosa di nuovo: un unico corpo, un’unica vita condivisa.

San Paolo scrive: “Le mogli siano sottomesse ai mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa… E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,22-25). Parole che possono sembrare – come già analizzato nel precedente capitolo a cui vi rimando – difficili alla nostra sensibilità moderna, ma che diventano comprensibili alla luce dell’insieme: la sottomissione non è dominio, ma reciproco dono. Se il marito ama come Cristo — fino a dare la vita — e la moglie accoglie questo amore come la Chiesa accoglie Cristo, allora non c’è più spazio per rapporti di potere, ma solo per la logica del dono reciproco.

L’immagine del capo e del corpo aiuta a capire questa reciprocità. Il capo non può vivere senza il corpo, e il corpo senza il capo non avrebbe senso. Sono diversi, ma intimamente uniti. Così marito e moglie: due soggetti distinti, ma chiamati a vivere una comunione che li rende “un solo essere” nella carne, nel cuore e nello spirito.

San Paolo spiega poi che l’amore di Cristo verso la Chiesa non è generico, ma concreto: “Ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola” (Ef 5,26). Qui si allude al Battesimo: come Cristo purifica la Chiesa e la rende bella davanti a sé, così il marito deve avere a cuore la crescita, la bellezza interiore, la santità della moglie. Non si tratta di estetica, ma di far fiorire l’altro con la forza dell’amore.

Questa immagine sponsale ci dice che l’amore cristiano non si ferma al presente, ma guarda lontano. Il Battesimo è l’inizio, ma la meta è la Chiesa “gloriosa, senza macchia né ruga”, la sposa che Cristo presenterà a sé stesso alla fine dei tempi. Allo stesso modo, il matrimonio non è solo vivere insieme giorno per giorno: è un cammino verso una pienezza che si costruisce nel tempo, con pazienza, perdono, sacrificio e gioia condivisa.

San Paolo non annulla le differenze culturali del suo tempo — parla di rispetto, di ruoli, di sottomissione — ma le trasforma radicalmente con la logica dell’amore di Cristo. La “sottomissione reciproca nel timore di Cristo” diventa la struttura portante della coppia. Non più un contratto di potere, ma una comunione che santifica.

In fondo, Efesini 5 ci mostra due cose:

  • Cristo e la Chiesa: Lui ama, dona, purifica; lei accoglie, risponde, si lascia trasformare.
  • Marito e moglie: lui ama fino al sacrificio, lei accoglie e si dona; entrambi crescono insieme e diventano una sola carne.

È questo che rende il matrimonio un sacramento: non un simbolo esterno, ma una realtà in cui Dio agisce. Ogni volta che marito e moglie si amano così, rendono visibile l’amore invisibile di Cristo.

Per questo San Paolo conclude con parole semplici ma decisive: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,31-32).

Il matrimonio, allora, non è solo una bella avventura umana: è un mistero grande, una chiamata a incarnare nella quotidianità l’amore sponsale di Cristo. E ogni gesto — un perdono, un abbraccio, un sacrificio — diventa un frammento di eternità vissuta già qui sulla terra.

Un corpo che cammina

Il capo vede la strada, dà direzione, orienta; ma senza il corpo non potrebbe andare da nessuna parte. Il corpo, con i suoi passi, dà forza e concretezza, rende possibile il movimento; ma senza il capo non avrebbe orientamento. Così sono marito e moglie: due persone distinte, ma unite in un organismo unico. Non si tratta di annullarsi l’uno nell’altra, ma di scoprire che insieme diventano “una sola carne”. Il marito non è padrone della moglie, e la moglie non è accessoria al marito: come il capo e il corpo, hanno bisogno l’uno dell’altra per vivere davvero.

San Paolo, con questa immagine, ci dice che il matrimonio non è un equilibrio precario tra due egoismi, ma una comunione che trova senso solo nell’amore. Cristo è il modello: Lui guida con dolcezza, dona sé stesso fino alla croce, si prende cura della sua Chiesa. E la Chiesa, come corpo, vive grazie a Lui, lo segue e gli appartiene.

Quando gli sposi vivono così, ogni gesto quotidiano — un consiglio dato, un abbraccio, una scelta condivisa — diventa parte di questo corpo unico che cammina insieme verso Dio.

Antonio e Luisa

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Sposi Samaritani

Oggi ci lasciamo interrogare da un brano del Vangelo abbastanza famoso:

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19) Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Per capire meglio questo brano dobbiamo sapere che tra samaritani e giudei non scorreva buon sangue in quanto i giudei si sentivano il “popolo eletto” e disprezzavano perciò i samaritani ritenendoli “stranieri“, anche Gesù infatti apostrofa il samaritano guarito come straniero.

Inizialmente si rimane un poco stupiti che questa volta Gesù non tocchi i malati, ma li mandi dai sacerdoti, però agendo così mostra rispetto non solo della Legge giudaica (secondo cui solo i sacerdoti potevano dichiarare guarite le persone non più affette da lebbra) ma anche del ministero sacerdotale, ovvero della Chiesa, Sua sposa. Questi sono solo alcuni dati che ci aiutano ad inquadrare la scena dentro la realtà in cui avviene, e sono di aiuto per capire le dinamiche che si sviluppano dentro i cuori. Vi invitiamo a tornare ad inizio pagina per rileggere quel brano sostituendo le parole “lebbrosi” con le parole “coppie di sposi”.

Da quale lebbra dobbiamo chiedere a Gesù di guarire, noi sposi? Quale è la “buona notizia” nascosta in questo brano?

Cercheremo di rispondere a questi interrogativi brevemente ma senza fare sconti, e sostituendo gli sposi ai lebbrosi. Un buon punto di partenza sta nel fatto che ci sono sposi che riconoscono di essere malati e di aver bisogno di Gesù, e tra questi ci sono anche sposi “stranieri“, cioè sposi lontani da percorsi di fede o di ordinaria vita di grazia, e questo è un dato confortante, perché forse gli “stranieri” chiedono aiuto a Gesù come ultima spiaggia oppure sono stati ben consigliati dagli altri sposi. E questo già ci aiuta nel capire che forse nella nostra vita conosciamo sposi “stranieri” che vediamo malati e possiamo portarli da Gesù.

Avete notato però che i lebbrosi si tengono a distanza da Gesù cosicché devono parlare a voce alta?

E’ proprio questo che succede alle coppie di sposi “lebbrosi”: la nostra lebbra spirituale è una malattia/condizione che ci tiene a distanza da Gesù, e che ci costringe a gridare a Lui. Quando la lebbra spirituale si insinua nell’animo di una coppia, essa perde il contatto con Gesù, ma inevitabilmente lo perde anche con la società, i lebbrosi infatti erano isolati dalla società.

Quell’intorpidimento spirituale che ci fa trattare Dio come nostro debitore è una lebbra:

  • siamo nati senza deciderlo e ci ci sentiamo i padroni della nostra vita e quindi padroni del nostro coniuge;
  • siamo battezzati e ci sentiamo noi i fautori della nostra fede, come se avessimo capito tutto solo noi a tal punto che ci chiediamo come abbia fatto la Chiesa a sopravvivere senza di noi per quasi due millenni e facciamo noi i salvatori del nostro coniuge;
  • ne combiniamo di tutti i colori, ma quando “parliamo” con Dio invece della lista dei nostri peccati, Gli mostriamo la lista dei nostri “presunti diritti” e “meriti” sicché esigiamo la paga, la sua riconoscenza, e così non chiediamo mai perdono al coniuge perché sarebbe troppo denigrante per noi farlo;
  • ci siamo sposati in Cristo, ma Lui è il terzo incomodo, invece di essere il “Number One”;
  • ecc… ecc… ecc…

Con questi atteggiamenti nel cuore molti sposi vanno da Gesù a chiedere delle grazie, e si sentono sicuri che Gesù li premierà dei loro meriti con la grazia richiesta, a volte Dio la concede per intenerire il loro cuore, per saggiare la loro fede, ma molti si comportano come i nove lebbrosi che non tornano indietro a ringraziare, sicuri che Dio, del resto, stia semplicemente dando loro ciò che è giusto in base ai propri presunti meriti, e si fanno creditori di Dio.

Ma perché a Gesù piace questa riconoscenza/gratitudine del samaritano? Perché essa ci educa a smantellare la nostra presunzione, la nostra superbia, ed a riconoscere che dipendiamo da Lui per ogni nostro respiro : ad ogni respiro dovremmo ringraziare del respiro precedente perché il tempo è un dono. Dobbiamo chiedere al Signore di guarire la nostra lebbra spirituale, che ci tiene lontani da Lui, dai fratelli e tra noi sposi. E questo atteggiamento si riversa nella coppia.

Cari sposi, noi vi invitiamo a recuperare la riconoscenza e la gratitudine tra sposi ed insieme a Dio : prima di addormentarvi stasera, abbracciate il vostro amato/a e ringraziatelo/a per tutte le faccende che ha sbrigato, per tutti i gesti di affetto e di vicinanza che vi ha dimostrato, per i tanti servizi e sacrifici che ha svolto per la coppia, per la casa e per la famiglia; per la pazienza che ha mostrato nel sopportare le nostre debolezze, i nostri sbagli, i nostri difetti.

La riconoscenza/gratitudine ci aiuta a spostare il baricentro da noi stessi per diventare debitori verso il nostro coniuge … al corso prematrimoniale ci insegnarono a dirci reciprocamente “Grazie che ti sei donato/a tutto a me” dopo ogni atto di intimità coniugale: neanche in quel frangente niente va preteso e nulla ci è dovuto perché deve restare un atto libero e gratuito di amore, e vi possiamo testimoniare la libertà e la gioia che dona questo Grazie, una gioia liberante perché ogni più piccolo gesto è vissuto come un dono ricevuto oltre e nonostante i personali limiti.

Coraggio sposi, la riconoscenza/gratitudine ci educa alla libertà e alla fiducia in Gesù, perché c’è solo un medico che può guarire la nostra lebbra spirituale : Gesù.

Giorgio e Valentina.

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L’eros e l’agape: due volti di un unico amore

Nei versetti che andiamo ora ad approndire il Cantico mostra come l’amore sponsale, secondo la Bibbia, unisca eros e agape: il desiderio corporeo e la dedizione spirituale si completano, diventando icona dell’amore stesso di Dio. Solo intrecciati insieme rendono il matrimonio luogo di comunione, bellezza e crescita reciproca.

L’amato Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino squisito. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come i laghetti di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la Torre del Libano orientata verso Damasco. Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo, la chioma del tuo capo è come porpora; un re è rimasto avvinto dalle tue trecce. Quanto sei incantevole, quanto sei affascinante, o amore, piena di delizie! La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli. Ho detto: «Salirò sulla palma, coglierò i grappoli di datteri»; mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva e il profumo del tuo respiro come mele.

L’immaginario biblico non smette mai di sorprenderci. Nel Cantico dei Cantici leggiamo parole che ci sembrano quasi eccessive, ardite, cariche di sensualità:

«Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino squisito. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di una gazzella…» (Ct 7,3-4).

Un uomo che descrive con entusiasmo il corpo della sua amata. Un testo che, pur essendo parola di Dio, non teme di parlare di eros, di carne, di desiderio. Forse ci spiazza, perché siamo stati educati a pensare la Bibbia come un libro tutto “spirito” e nulla “carne”. Eppure, la Scrittura ci mostra che Dio non teme l’eros: al contrario, lo assume, lo purifica e lo innalza.

La bellezza dell’eros

Per molti l’eros è qualcosa di sospetto, quasi un istinto animalesco. Si pensa che l’agape – l’amore che dona e si sacrifica – sia la forma più alta, mentre l’eros resti un amore inferiore, legato al corpo. Alcuni – mi riferisco anche a sacerdoti – arrivano a dire che l’unione fisica sia frutto del peccato originale, come se Dio avesse creato l’uomo e la donna “senza corpo” e solo dopo avesse pensato alla sessualità. Ma è un’assurdità.

Il corpo umano, con tutta la sua capacità erotica, è stato creato “molto buono” (Gen 1,31). Non è un’aggiunta posticcia, ma parte integrante della nostra identità. L’eros è dono di Dio. Non è un nemico della spiritualità, ma una via per incontrare l’altro nella sua alterità. Papa Benedetto XVI scriveva:

«L’eros inizialmente è soprattutto bramosia, caduta e discesa; ma nella misura in cui cerca l’altro e rinuncia al proprio io, si purifica e si innalza, fino a trovare la sua vera grandezza» (Deus Caritas est, 4).

L’eros dunque è chiamato a diventare non possesso, ma dono. Non annullamento dell’altro, ma ricerca di comunione.

Gesù e la carne come luogo dell’amore

Anche l’amore di Dio si è espresso nella carne. Gesù ha toccato, guardato, abbracciato. Ha amato con un corpo umano fino all’estremo, fino a donare se stesso sulla croce. E nell’Eucaristia ha voluto che il nostro incontro con Lui fosse un incontro di carne e sangue: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Mt 26,26).

Gli apostoli, davanti a queste parole, saranno rimasti sbalorditi. Avranno capito solo dopo la Pentecoste che Dio ama con un amore che non esclude l’eros, ma lo redime, lo trasfigura.

Eros e agape: due incompletezze che si completano

Nella vita di coppia, eros e agape non sono due amori separati, ma due dimensioni che si intrecciano. L’eros senza agape rischia di diventare egoismo, pura ricerca di piacere che consuma l’altro. L’agape senza eros diventa sterile, freddo, incapace di scaldare. Padre Raniero Cantalamessa lo spiega con un’immagine potente:

«L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve: eros e agape. Non si possono separare queste due dimensioni senza distruggere l’amore, come non si possono separare idrogeno e ossigeno senza privarsi dell’acqua stessa».

L’eros infiamma, l’agape disseta. L’eros ha la forma di un cuore, l’agape la forma della croce. Uniti insieme rendono l’amore sponsale dimora accogliente per Dio.

Un intreccio psicologico e spirituale

Sul piano psicologico, si può dire che eros e agape rappresentino due bisogni fondamentali della persona: il bisogno di essere riconosciuti e il bisogno di donarsi. L’eros cerca l’intimità, la fusione, l’esperienza del “non essere più due ma una sola carne” (Gen 2,24). L’agape cerca di costruire, di custodire, di proteggere l’altro. Nella dinamica di coppia, l’uomo e la donna custodiscono in modo particolare uno dei due poli:

  • L’uomo tende a custodire l’eros: se si sente accolto e desiderato, trova slancio per gesti di dedizione e cura.
  • La donna custodisce l’agape: se si sente amata e servita con attenzione, si apre con desiderio all’incontro erotico.

Non si tratta di stereotipi rigidi, ma di una complementarità che genera un circolo virtuoso. Quando eros e agape si intrecciano, il matrimonio diventa un laboratorio di crescita continua, un cammino di perfezione reciproca.

Il Cantico dei Cantici ci insegna anche un altro aspetto fondamentale: l’importanza della parola nell’amore. L’amato non tace, non dà per scontato, ma descrive la bellezza della sua sposa. Non si limita a guardare: dice. E nel dire, costruisce, alimenta, rafforza. Anche noi, come coppie, dovremmo imparare a farlo. Dire all’altro quanto è bello, ricordare le caratteristiche fisiche, caratteriali e spirituali che ci hanno fatto innamorare e che ancora ci affascinano. La parola crea, ed è un modo di custodire l’eros e l’agape insieme.

Sant’Ambrogio ricordava: «L’amore non cresce se non nell’amore, e l’amore non si conserva se non con l’amore». Ogni parola di stima, ogni gesto di cura, ogni sguardo che riconosce il valore dell’altro è un modo per dire “tu sei il mio amato, tu sei la mia amata”.

L’amore sponsale, vissuto come intreccio di eros e agape, diventa icona dell’amore stesso di Dio. Non è un amore che divide corpo e spirito, ma che li integra. Non è un amore ridotto al sacrificio né alla passione, ma un cammino che unisce desiderio e dono, attrazione e fedeltà. San Giovanni Paolo II lo ha espresso così:

«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non incontra l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio» (Redemptor Hominis, 10).

Il matrimonio è il luogo dove questa rivelazione diventa carne: un amore che brucia come fiamma e che si dona come croce, un amore che ha il respiro dell’eros e la profondità dell’agape. Per questo, almeno ogni tanto, ditevelo: quanto siete belli, quanto siete amabili, quanto siete dono l’uno per l’altro. Perché il vostro amore è il luogo dove Dio stesso abita.

Antonio e Luisa

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Chi è al centro?

Cari sposi, ci troviamo oggi davanti ad una delle pagine di maggior esigenza del Vangelo. Per capire il motivo del tono che oggi utilizza Gesù partiamo come sempre dal contesto e ci rendiamo conto che, a forza di miracoli e guarigioni, Lui era divenuto una persona ricercatissima e di fama sempre più crescente.

Questo si traduceva in grandi folle che lo seguivano ovunque. Ma, lungi dal provare gratificazione, Cristo guardava soprattutto al cuore di quelle persone e, proprio per questo, alzava l’asticella, desiderando purificare le intenzioni non sempre ordinate della loro sequela.

Ed ecco allora tale affermazione tassativa e sfidante: chi mi vuole seguire deve rinunciare a tutte le principali relazioni ed ai propri beni. Lui è il Maestro per eccellenza, accogliamo con fede ogni parola ma è pur lecito domandarci: può il “principe della Pace” (Is 9,6), colui che ha detto “che tutti siano uno come io e Te siamo uno” (Gv 17, 21) mettere zizzania e divisione in casa?

E allora se entriamo sempre più nell’esegesi del testo ci rendiamo conto che le cose non sono come sembrano. Difatti, la traduzione letterale dell’espressione italiana “non mi ama più di quanto ami” (v. 24) in latino ha un semplice “odiare”. Al dire degli esperti questo “odiare” risente di un modo di esprimersi semitico che utilizza il contrasto al posto di quello che lingue tradurrebbero con un comparativo di preferenza (amare più di…). Significa che l’evangelista Luca, sotto l’influsso di Paolo, – uno che di cambi radicali di vita ne sapeva qualcosa – mantiene il sapore pregnante di opposizione affettiva tipico della lingua originale. Per cui, il senso dell’espressione non vuol dire affatto chiudere i rapporti con la propria famiglia quanto “abbandonare” per preferire un Altro, o anche, separarsi da ciò che sta più a cuore per poi riaverlo in Cristo, vissuto nel modo migliore.

Qualcuno può scandalizzarsi di questo e nella storia chi ha seguito Cristo è stato spesso definito un matto, uno sciocco, uno sprecato. Ma allora in questo ci aiuta proprio la prima lettura, presa dal Libro della Sapienza, che viene a dirci che il nostro metro di giudizio, la nostra mente, il nostro “buon senso” in fondo è viziato. Bisogna ammettere con umiltà di essere fragili e vulnerabili. Per quanto acculturati, intellettuali e razionalisti, questo fondo di piccolezza rimane e non possiamo liberarcene se non ammettendo che solo con la Sapienza che viene dall’Alto si può vivere una vita piena e si può cogliere il vero senso delle cose.

Dunque, se vogliamo seguire Cristo, abbiamo bisogno della guida dello Spirito Santo e di passare dalla “tenda di argilla” che ci annebbia mente e cuore a Colui che è in grado di farci crescere e progredire come persone. Nel mio ministero sovente mi sono trovato dinanzi a persone cronologicamente adulte ma con la maturità di un ragazzino ed è quello che in ambito psicologico è definito come “adultescenza”, cioè “lo stile di vita adulto psicologicamente non adeguato, fortemente condizionato da comportamenti adolescenziale”. Si tratta di un modus vivendi fatto di procrastinazione di responsabilità, paure dell’impegno definitivo, ricerca continua di novità e gratificazione immediata. Di fatto è il calderone in cui si cuociono le tante fragilità che affliggono la vita di coppia e intere famiglie.

L’appello di Gesù va rivolto particolarmente contro questo sistema di pensieri e comportamenti, affinché ci liberiamo da ogni infantilismo, dall’illusione di trovare da me la soddisfazione della mia vita e la piena autosufficienza. A questo dobbiamo rinunciare per poi mettere Cristo al centro, affidando a Lui il governo della nostra vita. Giustamente Gesù parla di essere previdenti, organizzati come un architetto che progetta una torre e un generale che si prepara alla battaglia. Molto più complessa però è una famiglia trattandosi di un’opera che abbraccia tutta la vita; perciò, come sarebbe possibile affrontarla avvalendosi solo dei propri sentimenti, di sforzo e buona volontà?

Invece la sequela di cui parla Gesù richiede, come presupposto basilare, di rivolgere al Signore tutto il cuore perché le esigenze della sequela sono un forte richiamo alla libertà e all’amore. Si tratta di scegliere di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze fino a mettere in crisi le sicurezze affettive, materiali e soggettive. E se l’amore è questione di spazio interiore, di far spazio all’altro, allora esso si nutre della preziosità dello svuotarsi, della ricchezza della mancanza, della grazia della carenza, della vittoria della perdita. Al contrario, il possesso, colmandoci, ci ottura interiormente, ci satura, ci chiude in noi stessi; la sicurezza, placandoci, ci ottunde, impedendoci di riconoscere la nostra povertà esistenziale che è lo spazio aperto all’accoglienza dell’amore e all’esercizio della libertà.

Alla fine della nostra vita ci glorieremo di aver rinuncia alle false sicurezze (i soldi, la salute, la cultura, lo status sociale che si è raggiunto con fatica, la considerazione con cui ci tengono le persone…) per aver optato e preferito Cristo!

Quindi, cari sposi, siate lieti perché Gesù, nel matrimonio, vi chiama certamente a tal sequela perentoria perché vuole portare a pienezza il vostro amore. Di tale chiamata ne è testimone fidato il Magistero quando lo ribadisce con forza: «Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri» (Amoris laetitia, 73); oppure Papa Giovanni Paolo II quando afferma: “La stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo” (Familiaris consortio, 39). Come del resto anche il Catechismo, ai numeri 1533-1535, dice in sostanza che il matrimonio è una via specifica di sequela di Cristo tra le vocazioni cristiane.

Se è scuotente ciò che vi chiede Cristo, non è meno certa e solida la promessa che la Sua Grazia vi accompagna e vi consente di scrollarvi di dosso ogni immaturità e vivere un amore sempre più “cristificato”.

ANTONIO E LUISA

Cristo a volte sembra portare divisione persino nella famiglia di origine o nel rapporto con il coniuge. Questo accade quando l’incontro con Lui ci trasforma e chi ci è vicino non comprende tale cambiamento. Seguirlo non significa aggiungere qualcosa alla vita, ma lasciarsi rinnovare radicalmente. È un cambio di mentalità: imparare a guardare con i suoi occhi e desiderare ciò che Lui desidera. È un cambio di atteggiamento: passare dall’orgoglio alla mitezza, dalla rivalsa al perdono. È un cambio di modalità: non vivere più solo per sé, ma per il bene dell’altro, anche quando costa.

Questa novità spesso non è compresa nemmeno dai più cari, e può sembrare un’incomprensione che divide. In realtà, lì si rivela la forza della sequela: non un amore che esclude, ma che include in modo più autentico. Un amore che, pur tra difficoltà e fraintendimenti, diventa più puro e libero, capace di abbracciare tutti.

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La Credenziale: ogni timbro è una grazia vissuta

Nel primo articolo abbiamo fatto emergere che essere pellegrini di Speranza significa essere in continuo cammino verso una destinazione che ci aspetta e, come è emerso nel secondo articolo, questa destinazione è il Paradiso, l’abbraccio di Dio Padre. Clicca per leggere gli articoli già pubblicati. Come ogni pellegrino, prima della partenza va a ritirare all’apposito ufficio la credenziale.

La credenziale è molto più di un passaporto da timbrare: è una memoria tangibile e visuale di dove sei partito, dove ti trovi e quanto ti manca alla destinazione. La credenziale è la testimone che stai camminando verso qualcosa di più grande di te. È la testimonianza visibile di un cammino interiore ed esteriore di una scelta: non vivere da spettatore nella vita, ma da attore consapevole che vuole lasciarsi trasformare dal cammino, dal percorso, dagli incontri.

Ogni timbro sulla credenziale quindi non è un semplice segno d’inchiostro, ma la memoria viva di un incontro, di un panorama, di un momento in cui il cammino ha lasciato un’impronta nel cuore. È come se Dio stesso ti dicesse: “Sono qui con te.” E quando ricordi che la destinazione è l’abbraccio eterno con Dio Padre, ogni timbro assume un sapore ancora più intenso: diventa la prova concreta che le tue scelte non sono casuali, ma orientate verso quell’incontro. Allora ti accorgi che ogni decisione presa in funzione della destinazione non solo cambia il cammino, ma trasforma anche la qualità della tua vita, rendendola più luminosa e vera.

Ogni timbro è una storia

C’è quello preso sotto la pioggia, quello conquistato dopo una salita faticosa, quello ricevuto con un sorriso che ti ha fatto dimenticare la stanchezza, quello ricevuto in un luogo di silenzio che sembrava una cattedrale a cielo aperto, quello ottenuto grazie alla generosità inaspettata di uno sconosciuto che ti ha offerto ristoro e conforto, quello che ha coinciso con un incontro che ti ha cambiato lo sguardo sulla tua vita. Ogni timbro è come una tessera che compone un mosaico unico: il Vangelo quotidiano fatto di ospitalità, pazienza, fraternità, silenzio, coraggio, gratitudine, fiducia e persino di quelle fragilità che diventano dono quando le riconosci davanti a Dio, trasformando ogni passo in una preghiera incarnata, ogni tratto di strada in un sacramento vissuto tra polvere e cielo.

Custodire, non solo mostrare

La credenziale non è un trofeo da esibire a fine viaggio, ma un diario silenzioso che ti ricorda che ogni passo è stato un dono. Ogni volta che la guardi, rivedi volti, ascolti voci, percepisci profumi e ti ricordi che la strada è stato il luogo dove hai riscoperto chi sei e la consapevolezza della destinazione. Ogni timbro custodito è come un frammento di Eucaristia sparso nel tempo e nello spazio, un ricordo che si fa preghiera, un invito alla gratitudine.

Alla fine del cammino, quando la presenterai, non starai mostrando quanta strada hai fatto, ma quanta grazia hai accolto, la frase che ti ha stravolto il modo di pensare, il gesto gratuito che ti ha spiazzato. E allora sarà chiaro che il vero pellegrinaggio non è stato solo nei chilometri percorsi, ma nel cuore che si è lasciato plasmare, rendendo la vita stessa una credenziale viva, segnata dal passaggio di Dio.

Se la tua vita fosse una credenziale, quali timbri racconterebbero la tua storia? Se ti va scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

Fra Luca Bruno

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La Vigna di Rachele: sostegno dopo l’aborto

Parlare di aborto non significa solo affrontare un tema etico o sociale. Significa soprattutto guardare al cuore di tante donne che, dopo questa esperienza, portano dentro di sé una ferita profonda e spesso taciuta. La nostra società concentra i riflettori sul “prima”: sullo scontro tra pro vita e pro scelta, sui diritti, sulle libertà. Ma sul “dopo” cala un silenzio assordante. Eppure, è lì che emerge il dolore più grande: quello di chi resta sola con il proprio lutto, spesso senza parole per raccontarlo e senza braccia pronte ad accogliere.

Gli psicologi parlano di un trauma reale, di un lutto da elaborare. Ma a molte donne non viene offerta né la possibilità né lo spazio per affrontarlo. È qui che entra in gioco La Vigna di Rachele, un’associazione che da anni accompagna con amore e professionalità chi ha vissuto l’esperienza dell’aborto. Attraverso un percorso delicato e rispettoso, un’équipe composta da donne che hanno già fatto questo cammino, psicologi e sacerdoti, offre sostegno e speranza.

Ora lasciamo la parola a Valeria, presidente dell’associazione, che ci racconta più da vicino in cosa consiste questo itinerario di guarigione e di riscoperta di sé come figlie amate da Dio.

Dal 10 al 12 ottobre si terrà il prossimo ritiro della Vigna di Rachele a Bergamo, occasione speciale per lenire la ferita dell’aborto volontario nei cuori di quanti soffrono in silenzio, magari da anni.

La Vigna di Rachele è un apostolato internazionale nato circa 40 anni fa negli Stati Uniti, grazie alla psicoterapeuta cattolica Theresa Burke che si rese conto nella sua pratica clinica di quanto l’aborto sia tanto un’esperienza traumatica e impattante sulla vita delle persone quanto un lutto taciuto e anche per questo difficile da elaborare.

La Vigna di Rachele è oggi presente in 50 stati in tutto il mondo tra cui l’Italia dal 2010 prima solo a Bologna e dal 2023 anche a Bergamo. Il cuore della proposta di questo apostolato è il ritiro spirituale di tre giorni rivolto alle donne, agli uomini, alle coppie, a chiunque come madre, padre, sorella, nonno o nonna di un bambino abortito porti nel cuore questa ferita. Sono ben accolti anche sacerdoti, psicologi o altre persone interessate a collaborare, purché disponibili a vivere il ritiro non solo come spettatori ma facendosi toccare dalla grazia di questi giorni.

 Il ritiro è un’esperienza immersiva, che segue un percorso strutturato attraverso diverse letture bibliche e meditazioni e tocca emozioni profonde. Ogni dettaglio è curato e si cerca di offrire ai partecipanti tutta la dolcezza, la cura, l’attenzione che spesso non sentono più di meritare, affinché possano sperimentare la Misericordia, la Speranza, il perdono veramente possibili solo in Cristo. Il ritiro della Vigna di Rachele è infatti un apostolato cattolico che opera in pieno accordo con la Chiesa ed è stato approvato da diversi vescovi nei diversi stati in cui è presente. I partecipanti possono essere però anche non praticanti, atei o di altre regioni, e questo non inficia la profondità della loro esperienza del ritiro, come testimoniato da molti anche qui in Italia.

L’equipe del ritiro è composta dalla facilitatrice, da un sacerdote, da una psicologa o altro professionista della salute mentale e da diversi ex partecipanti, persone cioè che hanno vissuto l’esperienza dell’aborto e hanno partecipato in passato a un ritiro, decidendo poi di collaborare e testimoniando con la loro presenza la ritrovata speranza nel futuro. Fra questi è sempre presente anche un uomo, figura fondamentale di incoraggiamento per gli uomini che partecipano e di confronto positivo per le donne che spesso hanno sperimentato solo relazioni abusive o trascuranti.

Per informazioni e per richiedere i moduli di iscrizione al ritiro di Bergamo del prossimo ottobre scrivere a vignadirachele@yahoo.com o via whatapp al numero 3472625321. Clicca per scaricare la locandina

Antonio e Luisa

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Non ti vedo tutto

Le coppie, nel corso dei secoli, hanno sempre cercato di trovare consigli e suggerimenti utili per vivere al meglio il loro amore. Spesso la saggezza popolare si è tradotta in proverbi che racchiudono insegnamenti semplici ma profondi, capaci di riflettere le dinamiche di una relazione amorosa. Ma che cosa sono quelli che potremmo definire “proverbi di coppia”? E perché è interessante parlarne?

Possiamo definirli come frasi brevi e spesso metaforiche che esprimono verità universali sull’amore, la fedeltà e il rispetto reciproco. Riportati pressoché oralmente e passati di padre in figlio, rappresentano un patrimonio di saggezza popolare prezioso, portatore di massime preziose e di verità che – spesso e volentieri – s’intersecano con la grande Verità dell’amore cristiano.

Il comando: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha dentro di sé l’universo intero! Che nel corso del tempo si è adattato alla semplicità e genuinità delle persone trasformandosi in vari proverbi. Come sappiamo, sono un elemento fondamentale della cultura italiana perché racchiudono in poche parole l’esperienza, la saggezza e i valori di generazioni di persone. Sono come piccole lezioni di vita che si tramandano nel tempo, spesso con un tocco di umorismo, di poesia o di fede.

I proverbi sono molto legati alle tradizioni locali e alle caratteristiche del territorio. Per esempio, in alcune regioni si usano proverbi che parlano di agricoltura o di mare, riflettendo l’economia e la vita quotidiana di quei luoghi. Inoltre, i proverbi sono spesso usati nelle conversazioni quotidiane per esprimere un pensiero in modo immediato e colorito, creando un senso di condivisione e di identità tra le persone. Sono anche strumenti utili per insegnare valori ai più giovani, trasmettendo saggezza in modo semplice e memorabile nello stesso momento.

Nel cuore della provincia di Cremona, tra distese di mais e antiche vie di ciottoli, si nasconde un modo di dire molto originale: “Non ti vedo tutto“. Questa espressione, tipica del dialetto cremasco, può suonare strana, particolare, magari anche incomprensibile a chi non è di zona. In italiano, infatti, non vedere tutta una persona, potrebbe trovare un corrispondente nel detto “avere le fette di salame sugli occhi”. 

Il connotato però, in questo caso, è negativo. Significa essere incapaci di vedere le cose – o le persone – chiaramente, di riconoscere la realtà o di rendersi conto di qualcosa di ovvio. È come se si avesse, appunto, un paraocchi che impedisce di vedere bene ciò che ci circonda. Ma, soprattutto, la natura di una persona, la sua sincerità, il suo carattere, la sua trasparenza.

Il detto cremasco “Non ti vedo tutto“, invece, porta con sé un’incredibile dolcezza. Significa che di una certa persona non è che non si vogliano vedere i difetti ma che l’amore, o l’affetto, ce la facciano vedere in maniera differente. Con tenerezza e delicatezza. Senza accettare passivamente le cose che, eventualmente, non vanno. Ma curandole con l’amore. Bello, vero? “Non ti vedo tutto” significa, insomma, stravedere per qualcuno, con simpatia ed empatia. Provando ad amare quella persona come fa Dio: amando per primo. Come dice San Giovanni Apostolo: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

In questo senso, “Non ti vedo tutto“, diventa come una vera e propria dichiarazione d’amore. È come dire all’altro o all’altra: so che hai dei limiti, delle fragilità, dei lati di te su cui devi lavorare. Però desidero volerti già bene così e poi costruire insieme qualcosa di bello, di vero, di autentico.

Non ti vedo tutto” è come dire che, con i miei occhi innamorati, riesco a vederti come nessun altro è in grado di farlo. Perché non guardo solo l’esteriorità ma l’amore mi rende capaci di vederti dentro, di scorgerti l’anima. “Non ti vedo tutto” è l’equilibrio tra l’accogliere e lo spronare a diventare una persona migliore, con amore e per amore. Dell’altro, o dell’altra, ma soprattutto di Dio.

Il coniuge, infatti, riceve in dono dal Cielo, mediante il sacramento del matrimonio un “super potere”: quello di vedere la moglie, o il marito, in modo unico e speciale, con lenti divine. Perché in quell’amore c’è la Trinità. Perché quell’amore è immagine della Trinità. Gli occhiali speciali che procura Dio alla coppia, allora, sono quelli di un sentimento che è anche preghiera, benedizione, profumo d’eternità. E il “Non ti vedo tutto” è un voler andare oltre il limite dello sguardo unicamente umano. E provare, o meglio, riuscire a vedere l’amore della vita con uno sguardo libero dalle miserie della terra e già proiettato alle meraviglie di Lassù. Non ti vedo tutto, insomma, è come dire ti amo. Ma in modo dolcissimo e originalissimo.

Fabrizia Perrachon

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Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo

Dal 18 al 22 agosto si è tenuto il XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre a Morlupo (Roma) sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani, con il titolo ”Speranza: promessa compiuta”; eravamo in 63 e abbiamo vissuto giorni davvero speciali, in particolare una giornata intera dedicata all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro. C’è stata una frase che ci ha guidato in ogni catechesi, quella di Giovanni 16,33 che dice:

Vi ho detto tutte queste cose perché abbiate pace in me, nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo.

Questa frase, che all’inizio poteva sembrare solo un versetto bello da ricordare, si è rivelata pian piano come la chiave di tutto ciò che abbiamo vissuto. È come se ogni momento del Convegno avesse preso luce da queste parole di Gesù. Ci siamo sentiti abbracciati da una certezza: le tribolazioni ci sono, e non vanno negate, ma non sono l’ultima parola, l’ultima parola è la Sua vittoria.  

Padre Andrea ci ha guidato con pazienza e profondità, partendo da un’introduzione chiara: il Convegno non voleva essere un tempo di “novità” intellettuali o di curiosità teologiche, ma un vero e proprio ritiro spirituale, un tempo per tornare all’essenziale, per “passare dalla testa al cuore”. Ci ha ricordato che la fede cristiana non ha bisogno d’invenzioni, perché da duemila anni annuncia lo stesso Vangelo, ma ha bisogno di essere riscoperta e vissuta ogni giorno, come parola viva che oggi, qui, parla a me, alla mia storia, al mio matrimonio. Quante volte rischiamo di ridurre le catechesi a spettacoli da giudicare (“mi è piaciuto / non mi è piaciuto”), mentre l’unica domanda vera è: cosa vuole dire oggi a me il Signore?

La speranza, ha detto Padre Andrea, non è illusione, ma certezza, perché radicata in una promessa che Dio ha già realizzato. Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”: non è un annuncio sospeso nel futuro, è un fatto presente. Dio mantiene ciò che promette, ma lo fa nel suo stile, cioè chiedendoci di fidarci.

La logica di Dio non è quella del “ti do una garanzia e poi vediamo”, ma quella del “fidati, cammina, e quando guarderai indietro capirai che io ti ho portato dove ti avevo promesso”. Effettivamente io non avrei voluto percorrere questa strada, quella del “non rifarmi una vita”, non mi attirava proprio per niente, ma dopo tanti anni posso vedere i frutti che mi ha portato e che mi sta donando. Dove sarei ora se non l’avessi scelta?

La speranza è la certezza che Dio, poiché mi ama, mi vuole felice, solo che spesso pensiamo: “Dio non mi vuole davvero bene, altrimenti non mi succederebbe questo o quest’altro”. Di solito la gente mi dice: “Dio non può volere questo da te, perché ti vuole felice”, come se sapesse di cosa sta parlando e così ti viene il dubbio che altre strade, apparentemente più semplici, ti portino davvero alla felicità, non quella che ti suggerisce Dio.

Alla fine la maggioranza dei peccati viene commessa perché siamo ingannati dal diavolo che ci fa credere che la felicità sia quella che dice lui: divertirsi sempre, fare quello che ci pare, cedere agli istinti, frequentare chi vogliamo e quando vogliamo, pensare a noi stessi.

Infatti, anche il peccato originale, quello di Adamo ed Eva, come ci ha ricordato Padre Andrea, nasce proprio da qui: hai un Paradiso a disposizione, sei con Dio, non ti manca niente, ma il serpente ti fa credere che l’unica cosa che ti manca è quella che davvero ti renderebbe felice. Il problema è che su questa terra possiamo raggiungere una gioia per pochi momenti, non una felicità eterna.

La società è piena di false felicità e di false speranze, a cominciare dalle pubblicità che uniscono il prodotto in questione con richiami al piacere e alla felicità che avremmo se lo comprassimo, in modo da unirli insieme. Per questo ognuno di noi dovrebbe vigilare e chiedersi cosa è davvero la felicità, per non scegliere strade sbagliate e non trascorrere la vita nella speranza di vincere alla lotteria.

Alla fine, ciò che abbiamo vissuto è una certezza: la speranza è Cristo stesso, vivo nella nostra vita di sposi. Non è un’idea, non è un ottimismo psicologico, non è una fuga dai problemi, è l’esperienza concreta che Gesù è nella nostra barca, che ci ama, che ci sostiene, che ci salva.

Il matrimonio, ci ha ricordato Padre Andrea, è segno dell’amore di Cristo per la Chiesa: un amore che sa attraversare le tempeste e trasformarle in occasione di grazia. Non si tratta di non avere più problemi, ma di affrontarli con Lui, sapendo che la croce porta sempre con sé una gloria più grande.

Tutti noi, tornando alle nostre case, abbiamo ritrovato le difficoltà che non sono scomparse, ma sappiamo anche che non siamo soli; possiamo dire con San Paolo: “noi ci affatichiamo e lottiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”.

E così, dopo cinque giorni di fraternità, di catechesi, di preghiera, amicizia, giochi e condivisione, possiamo testimoniare che la promessa è già compiuta:

Cristo ha vinto il mondo e se ci fidiamo di Lui, lo vedremo vincere anche nelle nostre famiglie.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Sentinelle operose

Dalle «Omelie su Ezechiele» di san Gregorio Magno, papa (Lib. 1, 11, 4-6; CCL 142, 170-172) «Figlio dell’uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d’Israele» (Ez 3, 16). È da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza. Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco me stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può. Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mia lentezza e negligenza. Forse lo stesso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso. Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalle parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell’ufficio pastorale, l’animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende. […] Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l’elevatezza della vita e l’efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui.

Abbiamo scelto di riportare un passaggio di questa omelia di san Gregorio Magno perché, anche se a prima vista sembra rivolto solo a se stesso, in realtà ci tocca da vicino: neanche noi, come sposi e genitori, possiamo sentirci fuori da questo richiamo. Sicuramente questa omelia è un chiaro monito, una fraterna esortazione ai nostri vescovi ed ai loro presbiteri collaboratori che domani, memoria liturgica di san Gregorio Magno, avranno modo di meditare nell’Ufficio Divino, dal quale il testo è tratto.

Se i vescovi con i loro presbiteri, e ancor di più il papa, hanno il gravoso compito descritto nelle parole dell’omelia, non è però loro compito esclusivo quello dell’evangelizzazione attraverso la testimonianza di vita concreta; poiché nel popolo di Dio a loro affidato c’è una comunità particolare nella quale incessantemente la tensione di ogni minuto è quella di vivere secondo la loro predicazione: la famiglia.

Nella famiglia, piccola comunità e quindi Chiesa domestica, ogni membro si sforza di trasformare in carne gli insegnamenti dei pastori delle nostre anime. La famiglia è la prima cellula di evangelizzazione, la famiglia è il loro primo auditorio, la primissima forma di vita cristiana che noi viviamo e respiriamo fin dai primissimi istanti della nostra vita.

Non dobbiamo mai dimenticare che gli stessi papi, vescovi e presbiteri sono figli, e sono numerosissime le santità sbocciate in seno alla famiglia d’origine, nella quale i vari santi hanno toccato con mano la vita cristiana concreta a partire dai propri genitori. I genitori quindi, hanno il gravissimo compito dell’educazione dei figli che il Creatore ha affidato loro (anche in caso di adozioni, di affidi e di genitorialità spirituale).

Per non farla troppo lunga, la lezione che ci viene da san Gregorio Magno non è tanto sul cosa fare o non fare, poiché i suoi esempi di vita non sono quelli di un papà o di una mamma, ma la sua lezione è sullo stile che dobbiamo tenere nella nostra vita. Gregorio, infatti, dice che quando non era papa e stava in convento la sua quotidianità era ben diversa, e si paragonava ad una sentinella che sta sul luogo elevato (elevato spiritualmente) a vegliare, mentre invece da papa sente il peso delle faccende da sbrigare dovute alla gravità del suo ufficio.

E noi papà e mamme non siamo nella medesima situazione? Quante volte abbiamo la sensazione che ci manchi il respiro nella nostra vita così spesso frenetica? Anche per san Gregorio non è molto diversa la situazione: Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell’ufficio pastorale, l’animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende.

Quindi anche lui vive la nostra stessa tensione tra le esigenze dell’animo e le urgenze dell’ufficio. Egli però non si perde d’animo, e da santo quale era, ci dona la via d’uscita: Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l’elevatezza della vita e l’efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui.

Cari sposi, anche noi siamo destinatari di una Grazia particolare (nel Sacramento del Matrimonio) per compiere santamente il nostro ministero di sposi e genitori; imitiamo questo slancio di san Gregorio cosicché da non sentirci schiacciati sotto il peso delle mille faccende domestiche, anche noi siamo stati incaricati dell’ufficio di sentinella per i nostri figli, però siamo delle sentinelle molto operose. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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La contemplazione che salva l’amore

Riprendiamo dai versetti: ancora una volta troviamo Salomone che non si stanca di contemplare la sua Sulamita. E noi, siamo capaci di custodire questo sguardo di meraviglia verso chi amiamo? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, capolavoro di mani d’artista.

L’amato torna ancora una volta ad elogiare la sua sposa. È una descrizione che non nasce dalla fretta, ma dalla contemplazione: egli la guarda, e nel guardarla la descrive. Non è un elenco oggettivo, è un canto. Nel Cantico dei Cantici, infatti, non assistiamo a una narrazione cronologica, ma a un itinerario di coppia, fatto di ritorni, cadute e riscoperte. È un percorso sponsale che si ripete, come accade nella vita matrimoniale: ci si perde e ci si ritrova, ci si stanca e ci si rinnova. La contemplazione non è un evento unico, ma una disciplina che salva l’amore dal logorarsi.

Qui l’amato parte dai piedi e risale verso l’alto, quasi a dire: non mi basta averti guardata una volta, ti voglio rivedere sempre, ancora e ancora. È il desiderio di ripetizione che non annoia, ma che rigenera. Chi ama davvero non si stanca mai di tornare a sorprendersi dell’altro. La domanda allora ci interpella: noi siamo capaci di questo sguardo? Oppure ci fermiamo al già conosciuto, pensando di non avere più nulla da scoprire?

La regalità dell’altro

Figlia di principe. Salomone riconosce la dignità regale della sua sposa. Non è un possesso, non è un oggetto: è una regina che si dona liberamente. Qui sta un punto decisivo per ogni coppia: io non posso amare davvero se non riconosco la regalità dell’altro. Se penso che mi appartenga, tradisco la logica dell’amore. Il corpo e il cuore del coniuge non si prendono, si accolgono. Non posso pretendere nulla: posso solo donarmi e sperare di essere accolto.

Ogni volta che questo accade, ogni giorno in cui la libertà dell’altro sceglie di donarsi, dovremmo saper ringraziare. Non solo il coniuge, ma anche Dio, che ha reso possibile quell’incontro. “L’amore vero non è mai possesso, ma gratitudine” scrive don Luigi Maria Epicoco, ricordandoci che la gratitudine è l’unico terreno fertile in cui l’amore può crescere.

Il testo biblico parla dei fianchi come di capolavoro di mani d’artista. L’amato riconosce che la bellezza della sposa non è solo sua, ma rimanda a un Altro, all’opera creatrice di Dio. È la stessa esclamazione di Adamo in Genesi: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gen 2,23).

L’uomo, davanti alla donna, non può che meravigliarsi. Eppure, proprio lì si nasconde un rischio: quello di dimenticare che non è stato lui a trovarla, ma Dio a condurgliela. Il Signore Dio plasmò la donna e la condusse all’uomo (Gen 2,22). La relazione sponsale è quindi dono che proviene da Dio, non frutto di una semplice iniziativa umana.

Quando invece ci illudiamo di conoscere già tutto dell’altro, lo riduciamo a proiezione di noi stessi. È il pericolo di confondere la somiglianza con l’identità: l’uomo è definito dal testo biblico ish e la donna è ishah, simili ma non identici. L’altro non è un duplicato di sé, ma un mistero da rispettare.

Il rischio della fusione

Qui tocchiamo un punto psicologico delicato. Quante coppie cadono nella tentazione di sovrapporre all’altro i propri desideri, interessi, sensibilità? In questo modo non incontrano più la persona amata, ma un’immagine di sé stessi. L’altro diventa specchio, non alterità. È la dinamica del possesso: io ti assimilo, ti inglobo, ti annullo.

Eppure l’amore, per essere vero, ha bisogno del contrario: non di fusione, ma di incontro. Non di possesso, ma di accoglienza. Papa Francesco lo ricorda con forza: L’amore autentico non annulla le differenze, ma le valorizza, perché l’altro non è un nemico da domare, ma un dono da accogliere (Amoris Laetitia, 139).

Per questo la Genesi aggiunge subito: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie (Gen 2,24). È un versetto apparentemente illogico, eppure è la chiave che impedisce il possesso. Lasciare significa non restare prigionieri delle proiezioni della propria storia familiare, né delle proprie idee preconcette di amore. Significa uscire dal nido delle abitudini e dalla pretesa di conoscere già tutto. Solo chi lascia può davvero incontrare.

Unirsi, allora, non è fusione, ma alleanza: riconoscere che non si è arrivati, ma che si deve camminare insieme, sempre oltre. L’altro non lo possederò mai del tutto, ma lo scoprirò di continuo. E diventare “una sola carne” non indica la perfezione assoluta, ma la capacità di riconoscersi fragili insieme. La carne, nella Bibbia, è il luogo della debolezza: essere una sola carne vuol dire riconoscere il limite e aprirsi alla generazione, non solo dei figli, ma di nuova vita nella relazione.

La meraviglia che custodisce

Alla fine, il Cantico ci ricorda che l’amore vive di meraviglia. Dove non c’è più stupore, l’altro diventa invisibile. Ma se imparo a guardare il coniuge come figlio di principe, come capolavoro di Dio, ogni giorno posso rinnovare la mia scelta. Non è facile, perché richiede di lottare contro l’egoismo che vorrebbe possedere, contro la paura che vorrebbe difendersi, contro la tentazione di ridurre l’altro a un oggetto.

Eppure, proprio lì, nel riconoscere il mistero dell’altro, si apre l’esperienza di Dio. Perché Dio stesso ha messo nell’amore umano il segno della sua presenza. Come scrive San Giovanni Paolo II: L’uomo non può vivere senza amore. Rimane per se stesso un essere incomprensibile se non gli viene rivelato l’amore (Redemptor Hominis, 10).

Così, il Cantico non è solo un poema d’amore umano, ma un invito a ritrovare lo sguardo originario: quello che sa dire, ancora oggi, davanti al proprio sposo o alla propria sposa, con cuore stupito e grato: Tu sei dono. Tu sei mistero. Tu sei capolavoro nelle mani di Dio.

Antonio e Luisa

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Chi-amati per servire

Cari sposi, oggi in modo speciale rendo lode al Signore per il dono di aver partecipato, per otto giorni completi, agli esercizi spirituali, guidati da un bravo e saggio sacerdote. Con semplicità e passione mi ha preso per mano e mi ha motivato ancora una volta a riconoscermi un figlio amato del Signore e alla sua Presenza tentare di mettere ordine nella vita.

Un punto su cui ha insistito parecchio e che oggi vedo provvidenzialmente al centro della Parola è proprio il tema del “posto”. Non quello “fisso” di Checco Zalone bensì il “luogo” che ha pensato per ciascuno di noi il Signore fin dall’eternità. Quante volte questo sacerdote mi ha sfidato con la domanda: “ti ricordi, vero, chi sei per Dio?”! Ecco qui il nocciolo su cui convergono tutte le letture, e in particolar modo il Vangelo, mettendo in evidenza la priorità dell’essere sull’apparire, la nostra vera identità piuttosto che l’immagine esteriore che proiettiamo sugli altri o le aspettative che essi riflettono su noi.

Siamo, infatti, ben consapevoli di vivere in un clima che ci ossessiona per la performance di risultati visibili e ammirabili da tutti: dal fisico magro e tonico, alla quantità di likes su Instagram, al vestire sempre griffati, fino alle scalate e sgomitate in ambienti di lavoro. Che risultati, o meglio dire, quali frutti porta tutto ciò? Direi piuttosto ansia, affanno di prestazione, frustrazione, depressione… tutte cose che non possono affatto venire dall’Alto.

Gesù vuole liberarci da tutte queste zavorre e pesi inutili per donarci la gioia vera, la pace duratura. Pertanto, oggi ci ricorda che la Sua sequela è la via dell’umiltà. Sono conoscendo a fondo Cristo ci troveremo, faremo davvero pace con noi stessi, con la nostra storia e ci ameremo davvero, a prescindere da tutto ciò che dicano o meno gli altri. Lo affermò chiaramente Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato: “L’uomo […] non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo incontra, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. Ed è per questo che Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.” (Redemptor Hominis, n. 10).

Quindi, in definitiva, il “luogo” a cui fa riferimento Gesù non è tanto un ambito fisico o uno status sociale o ecclesiale, quanto la condizione di figlio amato, di creatura redenta dal Suo Sangue e che conta infinitamente di più di ogni riconoscimento pubblico. Siamo stati fatti a immagine del Figlio e il Figlio è colui che serve, non è venuto ad essere servito.

Infine, non è causale che l’esempio concreto che Gesù sceglie per far capire il suo insegnamento, tra le mille circostanze a cui poteva attingere da fine osservatore qual è, sia proprio il matrimonio. Chi è che viene invitato alle nozze se non colui che vive una relazione di affetto, intimità e amicizia con lo Sposo? Ecco, quindi, che questo vangelo si compie anzitutto per voi sposi, chiamati ad essere servi a imitazione del vostro Sposo che si è cinto di grembiule e ha lavato i piedi.

Un grande teologo, originario di Venezia, il quale partecipò al Concilio Vaticano II e che poi ha speso la sua breve vita e il suo insegnamento proprio per le coppie, don Germano Pattaro, definiva gli sposi “i servi del Signore” (cfr. Gli sposi servi del Signore, EDB, Bologna 1979).

Servi della vita, servi della comunione, servi della fraternità, servi del Vangelo, servi del Regno che deve venire. Che bello quando due sposi concepiscono il proprio amore come un dono non solo per sé stessi ma anche a servizio di altri e si fanno pane spezzato. È Cristo, infatti, il primo a occupare quel posto in fondo, come ci ricorda Papa Benedetto: “ha preso l’ultimo posto nel mondo – la croce – e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta” (Enciclica Deus caritas est, 35). Voi sposi attingete a quel dono di Cristo Servo, per la grazia matrimoniale, e siete in grado di mettervi al servizio con frutto per il bene di altri.

Per tutto questo, la seconda parte del Vangelo parla proprio di servizio gratuito, di come chi invita a un pranzo è sollecitato di rivolgersi piuttosto a persone bisognose. Chi sono oggi le persone che voi coniugi potete invitare ai vostri banchetti? Voi sposi siete le mani protese di Gesù rivolte a chi non crede all’Amore, chi bestemmia l’Amore, chi è stato ferito per mancanza di Amore. Il vostro amore consacrato, anche se non sarà celebrato sulle prime pagine – quale il recente matrimonio del fondatore di Amazon -, è quella goccia che scava la roccia e che silenziosamente feconda la terra della vostra famiglia e stente le radici e i tralci attorno a sé inseminando e arricchendo le relazioni, ed edificando con l’esempio.

In definitiva, il “posto” di voi sposi è riconoscersi amati incondizionatamente da Gesù, al punto da voler unirsi alla vostra relazione per sempre. E così, diventare capaci di imitarLo metterdosi al Suo servizio per amore.

ANTONIO E LUISA

I genitori, pur amandoci, inevitabilmente sbagliano. Anche io, come padre, ho commesso tanti errori. Sono certo che i miei genitori mi abbiano voluto bene, ma il loro amore, segnato dalle loro ferite, non è sempre arrivato fino a me. Per questo ho faticato ad amare e ad aprirmi a una relazione libera con Luisa: il nostro fidanzamento è stato difficile. Solo quando ho fatto esperienza profonda di essere figlio amato, tutto ha cominciato a cambiare. Senza sentirci amati, non riusciamo ad amare davvero e a donarci con libertà. La terapia aiuta a riconoscere le nostre ferite, ma ancora di più serve fare esperienza dell’amore infinito e gratuito di Dio, capace di guarire e rigenerare ogni cosa. Come ricorda don Luigi Maria Epicoco: “Quando scopri che Dio ti ama così come sei, allora capisci che puoi amare gli altri senza paura.”

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