Desaparecidos

Spariti, desaparecidos. Un termine giornalistico tristemente venuto alla ribalta negli anni ’70, che si riferisce ad una straziante pagina scritta con il sangue di inermi cittadini in Argentina, sotto la dittatura militare. La particolarità della scomparsa di decine di migliaia di oppositori politici -o presunti tali – è stata la segretezza, la sottrazione di individui senza che rimanesse traccia alcuna del sequestro prima, e dell’uccisione poi. Un silenzio rotto solo dal pianto e dalle proteste delle madri e delle nonne.

Da allora il termine desaparecidos è rimasto nel linguaggio comune per indicare quell’alone di mistero (evocato anche dal termine straniero) che accompagna alcuni specifici casi di scomparsa.

Probabilmente si tratta di un azzardato accostamento, di una appropriazione indebita di linguaggio e significato, ma non mi viene altra parola per definire un tema scomparso quasi del tutto dalle nostre conversazioni, dai dibattiti, dai servizi, dagli editoriali, dalle review: cosa accade a chi rimane vittima delle separazioni e dei divorzi, figli e coniugi. Il tema non c’è più: silenziosamente e segretamente sottratto all’attenzione di tutti, fino al punto da mettere in dubbio che qualcheduno ci possa rimanere male a vedere strappate le fondamenta degli affetti e della propria stessa esistenza. A parte che non ci si turba a più a sentire sull’ultima separazione di persone più o meno vicine o conoscenti, lo sfaldamento di una famiglia sembra rientrare nell’ordine fisiologico degli eventi, come l’alternanza delle stagioni, i banali  cambiamenti meteo, le allergie a primavera.

Non ci si espone più di tanto a fermarsi, riflettere, leggere nell’intricato gomitolo delle complicanze,  alcune ineluttabili, altre prevenibili, altre ancora curabili, del vivere insieme dentro un nucleo familiare , ma si liquida tutto con il dire: “quando ci si separa, in genere la colpa è al 50% di entrambi i coniugi”, oppure:” se ormai non si amano più?” Oppure, “se lui ama un’altra?” Tradotto: lo yogurt è scaduto, le caratteristiche organolettiche della relazione non rendono “il prodotto matrimonio” più edibile, non c’è soluzione: alle ore 20 viene ritirata la spazzatura e quindi si provvede al confezionamento del rifiuto “famiglia”. C’è la legge che garantisce la “fast” separazione e il “fast” divorzio e con essa una procedura casalinga di richiamo: dentro le quattro mura, i percorsi, i riti, le liturgie, le liti, i gesti, le mozioni che anticipano la rottura definitiva si ripetono secondo dizionario televisivo, e tutti convinti di stare giocando il giusto schema giungono al traguardo,  da cui poi non si torna indietro quando si varca la soglia di uno studio legale.

Tutto questo è diventato immensamente e stupendamente “civile”: l’uomo, diventando sempre più “civile”, migliora la propria stazione eretta, esce dalla foresta di certe aggregazioni ormai esaurite e prive di garanzia di gioia, e va verso un avvenire  di novità e di stimolanti prospettive. Riconosciamo i casi, che forse sono tanti o anche la maggior parte, in cui il matrimonio è diventato un malato terminale per il quale si chiede pietosamente di non incorrere nell’accanimento terapeutico.

Ma il problema è un altro: il malato  è diventato terminale forse perché non si è fatta prevenzione, non si è intervenuto in tempo con la diagnosi e le cure, e si sono sottovalutati i sintomi dell’ulteriore aggravamento. Diciamo che quando qualcosa non ha più funzionato nella relazione, è stato irrimediabilmente  installato il software della crisi, e qui a fingersi o a trasformarsi in sofisticati aguzzini del coniuge per implementarne l’esasperazione (San Paolo era alquanto preoccupato dell’esasperazione in famiglia) per le scuse più banali: la moglie tiene la casa troppo ordinata e pulita (e il marito rischia l’ipossia per la troppa manutenzione) oppure la moglie non mantiene l’ordine come si deve (mentre il marito lancia calzini con gesti sicuri) e via dicendo.

Una volta scivolati lungo il piano inclinato in cui ci si intossica a vicenda e la vita familiare diventa intollerabile,  la separazione è la porta girevole che riporta all’aria aperta e alla vita che verrà. Sulla scorta di questi automatismi, le separazioni lasciano morti e feriti, ma di certi sciagurati bilanci non ne parla nessuno. In genere non è vero che tutti sono colpevoli (e quindi nessuno è colpevole) e che non esistono vittime: uno dei  coniugi subisce spesso più dell’altro un disastro macroscopico che investe tutta la sua persona e di conseguenza tutta la sua vita. Intaccata la sua salute psichica e anche fisica, perde parte del “sè” che era stato investito nella famiglia. Perché non si rompe un legame tra i coniuge, si scioglie una famiglia. Capita che una donna che aveva rinunciato al suo lavoro per accudire la famiglia, rimanga indigente e fuori dai giochi sociali. Un uomo costretto a mantenere i figli, uscito o sbattuto via di casa stenta a trovare un alloggio.

La povertà materiale è il primo premio  del lauto bottino. La solitudine e la mancanza di solidarietà fisica e morale nelle difficoltà quotidiane rendono i nuovi single fragili e incapaci. Le liti? Se si pensa che almeno quelle siano cessate, ci si sbaglia. Spesso sono più virulente e più devastanti dopo la separazione, perché adesso sul terreno di scontro ci sono ragioni serie e valide: la casa, gli interessi economici, i figli. E poi i rancori che fluttuano ancora più liberi e senza freni. Dopo la separazione, davvero ci si rende conto che il matrimonio è indissolubile perché non si smette mai di detestarsi, o di rimpiangere o di evitarsi o di attribuire all’altro la responsabilità per tutti i mali del mondo.

I figli non vivono più in famiglia, ma con il genitore 1 o il genitore 2 o alternando i tempi delle convivenze con l’uno o l’altro. Stare con i genitori diventa come affrontare turni di lavoro e il tipo di relazione che si deve reinventare subisce gli effetti della perdita dell’intimità quotidiana o di una convivenza che diventa semplice coabitazione, quasi sempre si innesca una partigianeria alienandosi il legame con uno dei due colpevoli, creando d’altra parte pericolose alleanze. Viene confezionato un inferno perfetto, di quelli vissuti nel silenzio e nell’indifferenza, di cui appaiono pochi sintomi all’esterno, anche perché il mainstream giudica idioti quelli che accusano conseguenze psichiche irreparabili da ciò che viene rappresentato come un evento normale. E siccome non ci si può trasformare in emarginati sociali a permanenza, si deve imparare a memoria il manualetto di sopravvivenza facendo finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber.

Comprendo che queste sono semplici pillole di quello che il trauma della separazione produce, elencate senza un preciso ordine, solo per tentare un assaggio del problema, che meriterebbe invece chilometri di scritti e conferenze non-stop. Da queste macerie ci sono casi però di rinascita, cioè di coniugi che creano nuovi vincoli, che ricompongono un loro presepe, accendono un nuovo focolare, addirittura molto composto e borghese. In questi casi ci si chiude alle spalle la porta tagliafuoco, e tutto ciò che è stato vissuto con la ex-famiglia  viene  via via consegnato all’oblio, cercando di far sbiadire gradatamente anche i ricordi. Quando si scioglie una famiglia le sofferenze non si calcolano e le vittime sono ovviamente i più deboli che rimangono sul campo, ignorati e non compresi, e spesso dimenticati.

Ma la mia riflessione mi spinge a pensare che alla fine la gravità delle separazioni non consiste nella somma dei tanti dolori provocati: in fondo la vita è un percorso difficilissimo in cui la sofferenza è sempre in agguato (la malattia, gli incidenti, le guerre, etc.), questa potrebbe essere una delle tante svariate disgrazie che possono capitare. Credo che l’aspetto più insopportabile sia rappresentato dal fatto che ai figli venga negata la cosa più importante che esista: la sicurezza di avere una famiglia, bella o brutta o litigiosa, ma famiglia, luogo obbligatorio di ritrovo e di condivisione; la famiglia è bella anche quando non è bella, perché vive dentro di te, sai che ci sarà quando avrai un problema, quando avrai bisogno, sai che dovrai assistere il genitore sofferente, accanto agli altri componenti e la cosa potrà arrecarti disturbo. Ma dopo che l’avrai fatto ti rimarrà impresso il ricordo, e questo ricordo avrà un ruolo motivazionale che darà senso al resto della tua vita. Chi perde la famiglia, interrompe le sue esperienze di solidarietà e di appartenenza a quel famigerato  giorno x. Dopo si diventa non appartenenti.

Il giorno di Natale, a casa tua non si riunisce più nessuna famiglia, al massimo nuove combinazioni di persone, ma non la tua famiglia perché quella l’hai persa. Non ci saranno feste solenni a segnare la tua vita, perché mancherà sempre qualcuno o c’è qualcuno di troppo. Il film della tua vita fatto di  vacanze, compleanni, anniversari, lauree, eventi, occasioni, semplicemente non c’è più, perché si è interrotto,  e qualsiasi evento lascia l’amaro in bocca perché ti sono rimasti i rimasugli di rapporti,  che non servono a celebrare nulla. Sembrerà futile parlare di festicciole e party, ma il momento di pienezza che la vita ci dona è il giorno della festa, celebrato con il vino.  Mancando la certezza della famiglia, mancherà anche il progetto della bellezza della famiglia e dell’amore gratuito da potere trasmettere alle prossime generazioni.

Io vorrei tanto che ci si armasse di coraggio e di buona volontà e si cominciasse a parlare a ritmo continuo dei danni delle separazioni. Magari con l’iniziativa di madri testarde e noiose, accompagnate anche da nonne, che in una improvvisata Piazza di Maggio vogliano attirare l’attenzione sui loro figli di cui nessuno  parla più.

il blog di Costanza Miriano

desaparacidos

di Salvatrice Mancuso

Spariti, desaparecidos. Un termine giornalistico tristemente venuto alla ribalta negli anni ’70, che si riferisce ad una straziante pagina scritta con il sangue di inermi cittadini in Argentina, sotto la dittatura militare. La particolarità della scomparsa di decine di migliaia di oppositori politici -o presunti tali – è stata la segretezza, la sottrazione di individui senza che rimanesse traccia alcuna del sequestro prima, e dell’uccisione poi. Un silenzio rotto solo dal pianto e dalle proteste delle madri e delle nonne.

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