L’amore a teatro: LA BOTTEGA DELL’OREFICE

La vita di Giovanni Paolo II è stata così ricca e il suo pontificato così lungo, che a ben vedere ogni anno è possibile rintracciare qualche anniversario, in quest’ambito però il 2020 rappresenta senza dubbio qualcosa di particolarmente significativo.

Quest’anno infatti ricorre il centesimo anniversario della sua nascita di cui abbiamo già parlato ( qui ), ma ricorre anche il 60° anniversario di pubblicazione di due suoi scritti straordinari: Amore e Responsabilità e La bottega dell’orefice.

Non possiamo allora trattenerci dallo scrivere qualcosa su queste opere con la speranza che a qualcuno venga la voglia di prenderle o riprenderle tra le mani. Oggi vogliamo parlarvi de La bottega dell’orefice, un’opera teatrale pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1960 sul mensile cattolico di Cracovia «Znak» sotto lo pseudonimo di Andrzej Jawién.

Se non l’avete ancora letto o visto a teatro, tranquilli, non vogliamo spoilerarvi il finale né i colpi di scena – anche perché più della trama sono dialoghi e monologhi ad essere il cuore dell’opera – desideriamo semplicemente condividervi cosa l’ha resa così preziosa per noi due al di là delle profonde meditazioni e dei celebri aforismi che da essa vengono attinti.

Prima di svelarvi l’arcano però, occorre una piccola overview del testo.

Si tratta di un dramma teatrale e allo stesso tempo di una profonda meditazione sull’amore e sul sacramento del matrimonio. L’opera infatti è costruita su tre atti che sono la storia di tre coppie, la prima di queste coppie sono Teresa e Andrea, due innamorati che riflettono sulla scelta di sposarsi. Poi vi sono Stefano ed Anna il cui matrimonio si è lentamente raffreddato: per Stefano l’amore pare qualcosa di acquisito una volta per sempre, mentre Anna invece continua a sognare un amore idealizzato e non si rassegna all’indifferenza di Stefano fino ad arrivare sul punto di tradirlo. Infine, nel terzo atto, incontriamo l’ultima coppia: due fidanzati, che curiosamente sono proprio i figli delle due coppie precedenti, Cristoforo infatti è figlio di Teresa ed Andrea e Monica figlia di Stefano ed Anna. Da loro nasce un bellissimo dialogo sull’amore nascente segnato dalla sofferenza legata al peso delle rispettive eredità famigliari, ma anche dalla speranza di un amore redento.

A rendere speciale quest’opera è senza dubbio l’esperienza di vita di cui è imbevuta, basti pensare che molti amici che frequentavano Wojtyła nell’ambiente di Cracovia, ritrovarono in essa tratti di dialoghi e riflessioni scambiate col giovane don Karol che allora amavano chiamare fraternamente wujek ovvero «zio».

Noi abbiamo scoperto quest’opera circa una decina di anni fa dopo aver iniziato gli studi all’Istituto Giovanni Paolo II di Roma. Eravamo sposati da pochissimo, ancora carichi di meraviglia nel contemplare come le nostre storie e le nostre strade, seppur molto diverse, avessero finito inaspettatamente per convergere, come se qualcuno avesse guidato e custodito il nostro amore. E proprio per questo, abbiamo trovato nei dialoghi tra Teresa ed Andrea, luci e assonanze con la nostra storia.

In questo primo atto troviamo la scena in cui Andrea chiede a Teresa di sposarla, o meglio le chiede: «vuoi essere la compagna della mia vita?». È curioso notare come, di fronte a questa svolta, il pensiero di entrambi affonda nella memoria e corre improvvisamente ad alcuni momenti chiave della loro storia, che ora inaspettatamente, possono riconoscere come preparatori a questo “sì”.

Andrea, che ha finalmente maturato la decisione di dichiararsi, guarda dritto davanti a sé come a scrutare la strada da percorrere insieme, mentre in realtà sta ripensando alla sua storia, al suo cammino di maturazione, accorgendosi come il tempo trascorso prima di giungere a Teresa, non sia stato un tempo perso, quanto un tempo fondamentale per orientarsi e comprendere.

Egli ha sempre avvertito che qualcosa di Teresa concordava con la sua personalità e ci pensava spesso, ma per lungo tempo si era illuso che l’amore fosse soltanto una passione e pertanto l’aveva cercato nel fascino e nella bellezza percepibile con i sensi, ma in questi incontri aveva sempre finito per trovare «isole deserte». Aveva allora compreso che esiste un’altra bellezza, qualcosa che ha a che fare con la ragione ed aveva finito per costruirsi un alter ego ideale, su misura: una ragazza affascinante purché anche intelligente, con i suoi stessi valori ed interessi. Ma ancora una volta, nonostante le ragazze corrispondessero al suo identikit, l’aspettativa si frantumava contro un’assenza, mancava qualcosa. Ma che cosa? E soprattutto rispetto a che cosa? Andrea si era così lentamente reso conto che nel suo cuore esisteva già un termine di paragone per tutte queste ragazze: Teresa. Proprio quella Teresa così diversa da lui, così lontana eppur così intima.

Di fronte alla dichiarazione di Andrea, la memoria di Teresa corre invece ad una gita sulle montagne di alcuni anni prima. Erano con un affiatato gruppo di amici, Teresa sapeva che Andrea era attratto da un’altra ragazza, ma non voleva lasciarsi toccare dalla cosa. Complice però un imprevisto lungo il percorso, Teresa aveva improvvisamente scorto Andrea sotto una luce di verità e ciò le aveva suscitato un’inquietudine ancora più profonda della gelosia: Andrea non era il principe azzurro coraggioso e sensibile che sognava, anche lui portava in sé contrasti e fragilità. L’entusiasmo e la leggerezza giovanile di Teresa si erano scontrati per la prima volta con il peso della vita, quella notte tutto intorno a lei sembrava perfetto eppure il suo cuore era profondamente turbato.

Questa confidenza di Teresa, accende una nuova luce nella storia di Andrea che sperimenta lo stupore di essere entrato ancor più intimamente nel mondo di lei e si lascia commuovere:

«come mi passò vicino quella notte!

Mi investì quasi con tutta la sua immaginazione

e con quella sofferenza nascosta

che allora non volevo intuire

e oggi sono pronto a considerare un bene comune.

[…] E lo so – non posso più camminare solo

so che non ho più nulla da cercare.

Tremo solamente pensando come era facile

perderla, allora»

L’amore che si rivela, illumina di senso le loro storie, ed entrambi scorgono in sottofondo l’opera di qualcun altro…  sanno bene che non è stato Andrea a conquistare Teresa, né Teresa a sedurre Andrea, ma Qualcuno, negli anni, li ha sapientemente condotti l‘uno all’altro. Non a caso, nel proseguo dell‘atto, Andrea descrive, in modo particolareggiato, l’incontro del suo sguardo con quello dell‘orefice che rappresenta la figura di Dio, un incontro dal profondo contenuto simbolico:

«il suo sguardo era insieme mite e penetrante. […] ci ha infilato gli anelli al dito […] Ho avuto l’impressione che con il suo sguardo cercasse i nostri cuori per immergersi nel loro passato. […] Ad un certo punto i nostri sguardi si sono incontrati – ho avuto allora la sensazione che Lui non solo stesse sondando i nostri cuori, ma che cercasse di versarvi dentro qualcosa. Ci siamo trovati al livello del Suo sguardo, anzi al livello della Sua vita. La nostra intera esistenza stava davanti a Lui».

Anche noi, un po’ come Teresa ed Andrea, abbiamo potuto riconoscere nella nostra storia questa mano e questo sguardo: «Doveva essere così». Grazie GP2 per quest’opera che ci ha proiettato ancora più a fondo in questo mistero. Davvero l’amore ha vinto ogni perplessità, l’amore determina il futuro.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/09/lamore-a-teatro-la-bottega-dellorefice/

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