Il vescovo che non aveva paura a parlare di sesso

Dopo aver celebrato i sessant’anni dell’opera teatrale La bottega dell’orefice, ci soffermiamo su un altro capolavoro di San Giovanni Paolo II, il suo primo libro: Amore e Responsabilità che quest’anno spegne anch’esso ben 60 candeline. Si tratta di due opere tra loro diversissime eppure intimamente collegate: come attesta infatti il suo biografo George Weigel, Amore e Responsabilità costituisce il complemento filosofico ai problemi indagati nel dramma teatrale La bottega dell’orefice.

Karol Wojtyła non fu mai un pensatore da biblioteca, la sua produzione intellettuale nasceva sempre dal travaglio dell’esperienza pastorale con i giovani e le famiglie.

Il tempo speso con i giovani nelle gite in montagna, nella preparazione al matrimonio, nella direzione spirituale e nel confessionale avevano convinto il giovane vescovo che l’etica sessuale della Chiesa esigesse una nuova elaborazione. Occorreva accogliere le domande che risuonavano in quei giovani cuori e consentire loro di scoprire il senso profondo dell’amore sessuale.

Negli ambienti ecclesiali dell’epoca (siamo prima del Concilio Vaticano II), a parte rare eccezioni, riguardo al matrimonio era ancora diffuso un approccio pastorale di stampo giuridico che insisteva sui “fini del matrimonio” (un fine primario, la procreazione e due fini secondari: mutuo aiuto e rimedio alla concupiscenza). Si trattava di un approccio centrato quasi esclusivamente sulla norma che però trascurava l’esperienza e la storia concreta delle persone, insomma un atteggiamento molto più preoccupato delle proibizioni che dell’amore.

Questa modalità pastorale purtroppo si prestava ad essere intesa (e spesso lo era) come una svalutazione dell’amore sessuale e dell’affetto tra gli sposi, e contribuiva ad alimentare un certo sospetto verso il corpo, la sessualità ed il piacere.

Wojtyła si rendeva conto che di fronte alla cultura che si stava diffondendo nel modo occidentale, occorreva una risposta ben diversa da quanto sin lì proposto. Sapeva bene che l’accompagnamento spirituale non poteva limitarsi a comandi e proibizioni, ma richiedeva l’arte di interpretare e spiegare l’insegnamento evangelico sulla sessualità nelle concrete situazioni della vita, attraverso un approccio in grado di valorizzarne la bellezza e la prospettiva di pienezza.

L’occasione di scrivere un’opera a questo riguardo gli venne quando fu incaricato di tenere il corso di etica sessuale presso l’Università Cattolica di Lublino in cui fu docente dal ’54 al ‘61. L’estate precedente l’inizio del corso, decise di far circolare la bozza delle dispense che aveva preparato tra gli amici dell’ambiente di Cracovia e duranteuna vacanza sui laghi chiese che ogni giorno qualcuno preparasse una relazione su un capitolo così da poterne discutere insieme. La cosa che più affascinò i giovani fu il fatto che Wojtyła non era interessato soltanto al loro giudizio sulla solidità teorica dei contenuti, ma ci teneva soprattutto a sapere se quello che aveva scritto aveva senso nella loro concreta esperienza di vita. 

Fu da questo “laboratorio” sperimentale e profetico che venne alla luce Amore e Responsabilità

Nel suo testo Wojtyła propone una prospettiva completamente nuova all’etica sessuale introducendone a fondamento il comandamento dell’amore e la conseguente “norma personalistica”.

Secondo questa norma, la persona è un bene che non si accorda con l’utilizzo, non può essere trattata come un oggetto di uso, come un mezzo subordinato ad un fine; la persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo. Insomma, la persona non può mai essere trattata come un mezzo ma solo come un fine.

In questo modo Wojtyła faceva emergere tutti i limiti della dottrina sui fini del matrimonio, mostrando ad esempio come un marito potrebbe tranquillamente usare la propria moglie come un mezzo per il fine della procreazione restando formalmente fedele alla dottrina dei fini del matrimonio.

Il modo migliore per affrontare la morale sessuale, secondo Wojtyła, non poteva quindi che essere quello di affrontarla in un contesto di amore e responsabilità, in quanto l’amore è un’espressione di responsabilità personale verso un altro essere umano e verso Dio.

In questo modo, l’amore può essere solo l’incontro di due libertà in cui ciascuna è responsabile per il bene dell’altro. Solo in questo modo il sesso cessa di essere qualcosa che semplicemente accade, o qualcosa di tollerato per altri fini e diviene espressione di pienezza in cui uomo e donna, cercano insieme il bene personale e comune donandosi reciprocamente l’uno all’altro.

L’impulso sessuale e il desiderio, venivano così ad essere pienamente riabilitati perché visti come un bene, un dono da amministrare in quanto capaci di condurre al dono di sé ad un altro essere umano. Ed anche la castità più che una serie di divieti tornava ad esprimere l’integrità dell’amore che rende possibile amare nella verità l’altra persona.

Tanto altro varrebbe la pena dire sulla ricchezza di questo testo, ma non c’è qui lo spazio. Vi invitiamo però a riscoprire direttamente la bellezza di queste pagine, dense ma straordinarie e illuminanti sotto il profilo della morale sessuale, affinché ciascuno possa trovare una luce per la sua personale esperienza.

È curioso scoprire come quest’opera non subì alcuna censura ad opera della polizia segreta del regime, anzi nel rapporto del funzionario incaricato alla verifica, ci raccontava Ludmiła Grygiel, traspariva una certa ammirazione, a conferma del fatto che il fascino della verità sull’amore è in grado di parlare al cuore di tutti, anche dei non credenti.

Era il 1960 quando Amore e Responsabilità veniva pubblicato la prima volta e con questo testo iniziava una delle due rivoluzioni sessuali più importanti del secolo scorso: una è stata la rivoluzione sessuale del ’68 quella del sesso libero e della contestazione al perbenismo borghese; l’altra mite e silenziosa è quella della teologia del corpo, evoluzione matura di queste prime riflessioni di Wojtyła su amore e sessualità.

La prima la conosciamo tutti, la seconda invece è ancora un tesoro da scoprire ed accogliere.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/11/il-vescovo-che-non-aveva-paura-a-parlare-di-sesso/

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Lasciarsi amare

L’amore nella nostra formazione cristiana è spesso stato presentato come la meta del cammino, “imparare ad amare” sembra essere la strada maestra da seguire, come se dovessimo pian piano migliorarci per poter arrivare ad amare veramente, ad amare come Dio. «Vorrei saperti amare come Dio…»

Un po’ come se occorresse miscelare tra loro una buona dose di vita sacramentale, due manciate quotidiane di preghiera e abbondante impegno, per poter via via salire di livello nell’amore.

È così che frequentemente abbiamo purtroppo confuso il cammino cristiano con il perfezionismo.

Stringiamo i denti e ci proviamo. Se le cose vanno benino per un po’, ci gonfiamo di orgoglio. Quando poi inesorabilmente, nonostante tutti i nostri sforzi, ci ritroviamo al punto di partenza a fare i conti con le nostre solite debolezze, finiamo per avvilirci e sentirci da “buttare via” perché il traguardo sembra irraggiungibile e sproporzionato rispetto alle nostre forze.

Capita allora di sentirsi dire che non siamo noi a dover amare, ma che dobbiamo lasciarci amare: “lasciati amare da Dio”.

Ricordo che da ragazzo questa frase mi faceva parecchio arrabbiare: “ma come cavolo si fa a lasciarsi amare da Dio?”  La risposta poi, mi faceva incavolare ancora di più perché più o meno era sempre la stessa: “accorgiti dei doni che Dio ti fa, cura la tua vita di preghiera, ricevi regolarmente i sacramenti, cerca di seguire i comandamenti…” insomma, in pratica riprendere col cammino di auto-perfezionamento di cui sopra.

Con gli anni ho capito che la cosa in sé ha il suo senso, è vero, il cuore della nostra fede è lasciarsi amare, accogliere l’amore di Dio, ma non è facendo un insieme coordinato di atti cristiani che mi ritroverò un giorno a sentire concretamente l’amore di Dio. La prospettiva è un’altra.

Attraverso la teologia del corpo abbiamo scoperto come in realtà, l’amore non è un traguardo, ma sta all’origine della nostra vita, è il fondamento della nostra fede. Siamo redenti, siamo salvati, siamo amati, si tratta veramente di accogliere questo amore e di lasciarsi trasformare.

Ma veniamo al dunque, accogliere, accettare di ricevere, non è cosa facile. In ciascuno di noi dopo il peccato originale c’è come una stortura, un difetto di fabbrica che ci spinge a voler fare da soli, a voler raggiungere, a voler meritare tutto compreso l’amore. Nessuno accetta facilmente di lasciarsi amare gratis.

La sappiamo bene, lo vediamo su noi stessi anche quando banalmente qualcuno ci invita a cena: sempre ci sentiamo in dovere di portare qualcosa una pianta, un dolce, una bottiglia di vino. Vogliamo essere slegati, autosufficienti, non ci sta bene avere i conti aperti con gli altri, avere un debito con qualcuno.  

Con Dio è più o meno lo stesso, siamo stati educati a dover fare cose per Dio, non ci viene naturale accoglierlo e riconoscerlo. E allora come lasciarsi amare? Come sperimentare il suo amore?

Non possiamo essere superficiali, non esistono ricette! Di certo però, non credo sia un’esperienza che possiamo fare stando seduti comodamente in divano a ragionare su Dio.

Possiamo sperimentare il suo amore quando abbiamo le mani libere, quando non difendiamo più niente…

Spesso, almeno per me è stato così, ti lasci amare quando incontri la crisi, il dolore, quando le tue sicurezze vengono meno, quando la terra ti frana da sotto i piedi e il tuo cuore grida a Cristo. 

Quando ti abbandoni, smetti di agitarti per stare a galla e abbracci la tua croce ovvero quella situazione difficile che hai davanti e dalla quale ti stavi difendendo. Quando accetti di entrare in quella morte insieme a Lui e dopo un tempo di passione, scopri che in quella morte Lui ti ha portato alla vita.

È un’esperienza che si comprende a posteriori: eri morto e ti ritrovi vivo. È un’esperienza pasquale.

È così, credo, che ci è dato di scoprire il Suo volto e di commuoverci perché incondizionatamente amati.

È dopo questo tipo esperienza che possiamo iniziare a scorgere nella Parola di Dio, il volto e lo sguardo amorevole di colui che ci ha tirato fuori dalla morte e vuole donarci vita.

È dopo questo incontro che la nostra vita sacramentale e di preghiera, può cessare di essere perfezionismo e diventare relazione.

È dopo aver sperimentato il suo amore che salva e non ci molla che possiamo capire un po’ meglio cosa significa “lasciarsi amare”.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/11/lasciarsi-amare/

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Vedi cara

Quest’estate la nostra amica Valeria ci ha chiesto di ascoltare attentamente questa canzone di Francesco Guccini e sapevamo che non era una richiesta casuale!

Non nascondiamo la nostra ignoranza musicale: è davvero una canzone bellissima che non conoscevamo.

Guccini è un apprezzato cantautore, emiliano come noi, ma per noi che siamo cresciuti con Mtv, non era altro che uno di quelli della “vecchia guardia” con la “R” moscia, di cui non valeva più di tanto la pena interessarsi (sì, siamo proprio ignoranti musicalmente parlando!).

Pare che Guccini abbia scritto questa canzone per la sua prima moglie quando erano ancora fidanzati, con l’intento di rassicurarla in seguito ad un’infatuazione avuta per un’altra ragazza e per aiutarla a comprendere un po’ meglio il suo mondo interiore.

Questo a grandi linee ciò che lo ha spinto a comporre questa canzone. Ma come spesso accade, da vero artista, da anima inquieta che si interroga autenticamente sul senso delle cose, anche lui finisce per scrivere qualcosa capace di andare molto oltre ciò che vorrebbe dire. A ben vedere infatti, ogni testo poetico ed introspettivo che è bagnato dalla vita porta in sé una grande ricchezza di significati. E come tutto ciò che è profondamente umano, anche qui possiamo riconoscere alcuni frammenti di teologia del corpo.

Se condividete con noi l’ignoranza musicale, ascoltatela, se già la conoscete, godetevela ancora una volta perché davvero questo testo ci regala riflessioni molto profonde. (vedi cara)

Ascoltandola a noi si sono accese varie luci e vogliamo condividervi alcune suggestioni.

Guccini si rivolge alla sua ragazza ed inizia riconoscendo che avverte in sé stesso un’evoluzione, che cambia un po’ ogni giorno, che è differente. Riconosce di essere una persona in cammino, una persona che cambia attraverso le esperienze che la vita ogni giorno pone sulla sua strada.

Tutto questo spesso fa paura, specie agli innamorati, perché sperimentando una passione molto forte, vedono la persona amata così bella e desiderabile che sperano resti sempre così, che non arrivi mai il momento del cambiamento e della disillusione.

È la tentazione di pensare di poter com-prendere l’altro, di aver capito tutto di lui, di rinchiuderlo nei nostri schemi, nelle nostre categorie per rassicurarci e averlo sotto il nostro controllo.

Guccini ci ricorda invece che una persona non è mai qualcosa di catalogabile, di dato una volta per tutte. Resta una distanza: non potremo mai essere completamente trasparenti l’uno all’altra, ciò che viviamo dentro di noi resta in parte incomprensibile all’altro, perché le parole non bastano ad esprimere il nostro sentire, che è molto più ricco e complesso di ciò che il nostro linguaggio verbale è in grado di spiegare.

Ogni persona infatti, è un mondo interiore unico in cui coesistono aspetti contraddittori: paure e speranze, zone di luce e zone d’ombra, margini di crescita e rischi di regressione. La vita umana, per fortuna, non è un copione già scritto, ogni giorno ci è data l’occasione di scoprire meglio noi stessi e chi ci sta accanto.

Per questo non si può guardare ad una relazione d’amore come un capolavoro immutabile da conservare e proteggere, l’amore uomo-donna non è roba da museo dove tutto è fermo ed immobile, l’amore vero è un giardino nel quale la vita cresce, germoglia, appassisce e rifiorisce per portar frutto.

C’è poi un altro aspetto che, secondo noi, Guccini riesce a far emergere in modo magistrale: l’amore umano porta in sé una certa insaziabilità.

Le parole che dice alla sua futura sposa: «Tu sei molto, anche se non sei abbastanza […] Tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco» se da un lato lasciano trasparire in modo straordinario la bellezza dell’amore tra uomo e donna, dall’altro sottolineano la sete e l’attesa di un amore più grande.

Si smaschera così quell’illusione che avevamo in testa anche noi quando ci siamo fidanzati e che abbiamo ritrovato in tanti amici single, ovvero l’idea che quando avrò il ragazzo o la ragazza sarò finalmente felice. Ma come può un’altra persona limitata e fragile come noi essere in grado di saziare le attese del nostro cuore?

Nel cuore dell’uomo è inscritto il desiderio di Dio perché siamo stati creati da Dio e per Dio ed egli non cessa di attirarci a sé. L’amore umano allora, come suggeriva Giovanni Paolo II, è una via privilegiata per aprirsi al mistero dell’amore infinito di Dio.

Probabilmente questo Guccini non lo pensava, ma di certo lo intuisce nel suo cuore, infatti, benché innamorato, non teme di dire: «io cerco ancora»

Infine, una parola la spendiamo sul motivo ricorrente della canzone: «Vedi cara è difficile spiegare. È difficile capire se non hai capito già». Queste parole che sembrano voler insistere sull’incomunicabilità esistente tra loro, in realtà ci aprono orizzonti straordinari.

Certo, come dicevamo, tra due persone esiste un’incomunicabilità che non è mai risolvibile una volta per tutte, ma questo è anzitutto un mistero che ciascuno deve scoprire in sé stesso.

Un po’ come Blaise Pascal, Guccini sembra volerci dire che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» e per questo pare invitare la sua fidanzata a cercare e scoprire in sé stessa queste ragioni. Infatti, solo se affronterà il suo personale viaggio interiore, prendendo coscienza che anche lei è persona in cammino portatrice di un anelito di infinito che nessun’altra creatura può saziare, le sarà possibile capire ciò che lui in questi versi, sta cercando di spiegare.

È proprio così, ci sono cose che è difficile spiegare ed è difficile capire se non passano per l’esperienza diretta della vita, e non a caso sono proprio le cose più importanti: l’amore, il dolore, il perdono, la fiducia, la speranza. Quando  facciamo esperienza di queste cose non importa quasi più che qualcuno ce le spieghi, perché in fondo abbiamo capito già.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/10/vedi-cara/

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L’amore a teatro: LA BOTTEGA DELL’OREFICE

La vita di Giovanni Paolo II è stata così ricca e il suo pontificato così lungo, che a ben vedere ogni anno è possibile rintracciare qualche anniversario, in quest’ambito però il 2020 rappresenta senza dubbio qualcosa di particolarmente significativo.

Quest’anno infatti ricorre il centesimo anniversario della sua nascita di cui abbiamo già parlato ( qui ), ma ricorre anche il 60° anniversario di pubblicazione di due suoi scritti straordinari: Amore e Responsabilità e La bottega dell’orefice.

Non possiamo allora trattenerci dallo scrivere qualcosa su queste opere con la speranza che a qualcuno venga la voglia di prenderle o riprenderle tra le mani. Oggi vogliamo parlarvi de La bottega dell’orefice, un’opera teatrale pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1960 sul mensile cattolico di Cracovia «Znak» sotto lo pseudonimo di Andrzej Jawién.

Se non l’avete ancora letto o visto a teatro, tranquilli, non vogliamo spoilerarvi il finale né i colpi di scena – anche perché più della trama sono dialoghi e monologhi ad essere il cuore dell’opera – desideriamo semplicemente condividervi cosa l’ha resa così preziosa per noi due al di là delle profonde meditazioni e dei celebri aforismi che da essa vengono attinti.

Prima di svelarvi l’arcano però, occorre una piccola overview del testo.

Si tratta di un dramma teatrale e allo stesso tempo di una profonda meditazione sull’amore e sul sacramento del matrimonio. L’opera infatti è costruita su tre atti che sono la storia di tre coppie, la prima di queste coppie sono Teresa e Andrea, due innamorati che riflettono sulla scelta di sposarsi. Poi vi sono Stefano ed Anna il cui matrimonio si è lentamente raffreddato: per Stefano l’amore pare qualcosa di acquisito una volta per sempre, mentre Anna invece continua a sognare un amore idealizzato e non si rassegna all’indifferenza di Stefano fino ad arrivare sul punto di tradirlo. Infine, nel terzo atto, incontriamo l’ultima coppia: due fidanzati, che curiosamente sono proprio i figli delle due coppie precedenti, Cristoforo infatti è figlio di Teresa ed Andrea e Monica figlia di Stefano ed Anna. Da loro nasce un bellissimo dialogo sull’amore nascente segnato dalla sofferenza legata al peso delle rispettive eredità famigliari, ma anche dalla speranza di un amore redento.

A rendere speciale quest’opera è senza dubbio l’esperienza di vita di cui è imbevuta, basti pensare che molti amici che frequentavano Wojtyła nell’ambiente di Cracovia, ritrovarono in essa tratti di dialoghi e riflessioni scambiate col giovane don Karol che allora amavano chiamare fraternamente wujek ovvero «zio».

Noi abbiamo scoperto quest’opera circa una decina di anni fa dopo aver iniziato gli studi all’Istituto Giovanni Paolo II di Roma. Eravamo sposati da pochissimo, ancora carichi di meraviglia nel contemplare come le nostre storie e le nostre strade, seppur molto diverse, avessero finito inaspettatamente per convergere, come se qualcuno avesse guidato e custodito il nostro amore. E proprio per questo, abbiamo trovato nei dialoghi tra Teresa ed Andrea, luci e assonanze con la nostra storia.

In questo primo atto troviamo la scena in cui Andrea chiede a Teresa di sposarla, o meglio le chiede: «vuoi essere la compagna della mia vita?». È curioso notare come, di fronte a questa svolta, il pensiero di entrambi affonda nella memoria e corre improvvisamente ad alcuni momenti chiave della loro storia, che ora inaspettatamente, possono riconoscere come preparatori a questo “sì”.

Andrea, che ha finalmente maturato la decisione di dichiararsi, guarda dritto davanti a sé come a scrutare la strada da percorrere insieme, mentre in realtà sta ripensando alla sua storia, al suo cammino di maturazione, accorgendosi come il tempo trascorso prima di giungere a Teresa, non sia stato un tempo perso, quanto un tempo fondamentale per orientarsi e comprendere.

Egli ha sempre avvertito che qualcosa di Teresa concordava con la sua personalità e ci pensava spesso, ma per lungo tempo si era illuso che l’amore fosse soltanto una passione e pertanto l’aveva cercato nel fascino e nella bellezza percepibile con i sensi, ma in questi incontri aveva sempre finito per trovare «isole deserte». Aveva allora compreso che esiste un’altra bellezza, qualcosa che ha a che fare con la ragione ed aveva finito per costruirsi un alter ego ideale, su misura: una ragazza affascinante purché anche intelligente, con i suoi stessi valori ed interessi. Ma ancora una volta, nonostante le ragazze corrispondessero al suo identikit, l’aspettativa si frantumava contro un’assenza, mancava qualcosa. Ma che cosa? E soprattutto rispetto a che cosa? Andrea si era così lentamente reso conto che nel suo cuore esisteva già un termine di paragone per tutte queste ragazze: Teresa. Proprio quella Teresa così diversa da lui, così lontana eppur così intima.

Di fronte alla dichiarazione di Andrea, la memoria di Teresa corre invece ad una gita sulle montagne di alcuni anni prima. Erano con un affiatato gruppo di amici, Teresa sapeva che Andrea era attratto da un’altra ragazza, ma non voleva lasciarsi toccare dalla cosa. Complice però un imprevisto lungo il percorso, Teresa aveva improvvisamente scorto Andrea sotto una luce di verità e ciò le aveva suscitato un’inquietudine ancora più profonda della gelosia: Andrea non era il principe azzurro coraggioso e sensibile che sognava, anche lui portava in sé contrasti e fragilità. L’entusiasmo e la leggerezza giovanile di Teresa si erano scontrati per la prima volta con il peso della vita, quella notte tutto intorno a lei sembrava perfetto eppure il suo cuore era profondamente turbato.

Questa confidenza di Teresa, accende una nuova luce nella storia di Andrea che sperimenta lo stupore di essere entrato ancor più intimamente nel mondo di lei e si lascia commuovere:

«come mi passò vicino quella notte!

Mi investì quasi con tutta la sua immaginazione

e con quella sofferenza nascosta

che allora non volevo intuire

e oggi sono pronto a considerare un bene comune.

[…] E lo so – non posso più camminare solo

so che non ho più nulla da cercare.

Tremo solamente pensando come era facile

perderla, allora»

L’amore che si rivela, illumina di senso le loro storie, ed entrambi scorgono in sottofondo l’opera di qualcun altro…  sanno bene che non è stato Andrea a conquistare Teresa, né Teresa a sedurre Andrea, ma Qualcuno, negli anni, li ha sapientemente condotti l‘uno all’altro. Non a caso, nel proseguo dell‘atto, Andrea descrive, in modo particolareggiato, l’incontro del suo sguardo con quello dell‘orefice che rappresenta la figura di Dio, un incontro dal profondo contenuto simbolico:

«il suo sguardo era insieme mite e penetrante. […] ci ha infilato gli anelli al dito […] Ho avuto l’impressione che con il suo sguardo cercasse i nostri cuori per immergersi nel loro passato. […] Ad un certo punto i nostri sguardi si sono incontrati – ho avuto allora la sensazione che Lui non solo stesse sondando i nostri cuori, ma che cercasse di versarvi dentro qualcosa. Ci siamo trovati al livello del Suo sguardo, anzi al livello della Sua vita. La nostra intera esistenza stava davanti a Lui».

Anche noi, un po’ come Teresa ed Andrea, abbiamo potuto riconoscere nella nostra storia questa mano e questo sguardo: «Doveva essere così». Grazie GP2 per quest’opera che ci ha proiettato ancora più a fondo in questo mistero. Davvero l’amore ha vinto ogni perplessità, l’amore determina il futuro.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/09/lamore-a-teatro-la-bottega-dellorefice/

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I nostri auguri ai Ferragnez

Cari Chiara e Federico,

vi conosco da poco, da quando sono sbarcata su Instagram qualche mese fa, e da quando ho iniziato a seguirvi devo ammettere che mi siete simpatici e mi sono dovuta ricredere su alcuni pregiudizi che avevo su di voi.

All’inizio guardavo le vostre stories e avevo l’impressione che viveste in un mondo drasticamente distante dal mio, tutto luccichii e lussi che in pochi possono permettersi.

Chiara, parliamoci chiaro, dell’appartamento lussuoso in cui vivi nel quartiere CityLife di Milano con la tua adorabile famiglia, a parte la macchina per il caffè che abbiamo uguale, io non potrei permettermi probabilmente nemmeno un divano. Per non parlare del tuo strabordante guardaroba, che la maggior parte delle volte abbini in maniera improbabile, ma che rimane uno dei sogni proibiti di ogni donna. E quanto ho bonariamente invidiato quest’estate i vostri continui viaggi in giro per la nostra meravigliosa Italia, coccolati con cene che solo la mise en place era una meraviglia.

Già, tutte queste cose mi fanno pensare che le nostre vite siano molto distanti.

Ma poi, quando vedo che ti si illuminano gli occhi quando sei con il tuo Leoncino e quando vedo te e Fede abbracciati e innamorati come una qualsiasi coppia, penso che in realtà siamo molto più vicine di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. E siamo vicine perché siamo donne, e come donne siamo felici se abbiamo un uomo accanto che ci ama e se questo amore ci dona un figlio. Ecco la somiglianza più profonda al di là di tutte le dissomiglianze esterne e superficiali.

Ma veniamo al motivo principale di questa lettera: come sanno bene tutti i vostri affezionati follower, il primo settembre è stato il vostro secondo anniversario di nozze, e mi sono emozionata anch’io guardando il video che avete pubblicato, riascoltando le promesse personalizzate che vi siete scambiati il giorno del vostro matrimonio.

Vi siete detti delle cose molto belle e significative. Chiara commossa hai detto a Fede: “Non ho bisogno che il mondo mi ami, ho bisogno che mi ami una sola persona, e sei e sarai sempre tu.”

Fede altrettanto commosso hai detto a Chiara: “Bukowski diceva che l’essere umano ha due grandi difetti: l’incapacità di arrivare in orario e l’incapacità di mantenere le promesse. Io non posso garantirti che sarò sempre in orario ma ti prometto che anche se in ritardo ci sarò per sempre.”

Amore ed eternità. C’è qualcosa di grande nelle vostre parole, e non mi riferisco alla citazione di Bukowski, ma alla parola «sempre» che entrambi avete pronunciato. C’è qualcosa di profondo in questo desiderio di amore eterno che palpita nel vostro cuore e vi ha spinto a promettervi fedeltà nel matrimonio. E a questo proposito, una citazione la sfodero anch’io, ma in questo caso si tratta di Wojtyla, alias Giovanni Paolo II, che ne La bottega dell’orefice scrive: «L’amore non è un’avventura, […] non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo lui è Eternità».

Cara Chiara, hai proprio ragione, ciò che conta e dà pienezza alla vita non è avere milioni di follower, ma amare e lasciarsi amare da una persona reale in una quotidianità reale, e chi più di te può dirlo con piena consapevolezza? Ma sai, questa tua frase mi lascia anche un pizzico di preoccupazione: sei proprio sicura che il tuo Federico saprà amarti sempre come il tuo cuore di donna desidera? Non pensi che potrà deluderti ogni tanto, che potrà fallire qualche giorno nell’amarti? Non per cattiveria, te lo assicuro, ma perché è un essere umano come te, e per quanto potrà amarti ciò rimarrà comunque limitato, rimarrà qualcosa di piccolo per ciò che di immenso il tuo cuore desidera.

Ecco allora il mio augurio per te, Chiara, che l’amore che sperimenti con Fede possa essere il trampolino di lancio per conoscere un amore ancora più grande, l’Amore di Chi ti ha pensata e creata, di Chi ti ama da sempre, anche quando non sei amabile per niente, di Chi ti ha donato Federico e di Chi ti ha donato Leoncino. L’Amore ha un nome e un volto, e io ti auguro di incontrarlo un giorno.

Caro Federico, la promessa che hai fatto a Chiara mi intenerisce: mi fa intuire come nel cuore di ogni l’uomo, l’amore è qualcosa di esclusivo e non può essere pensato a scadenza. Mi intenerisce però anche perché penso che con queste parole ti sei fatto carico di un peso molto più grande di te. Mi chiedo, come fai ad essere sicuro che ci sarai sempre? Credi davvero di poterlo fare da solo?

Il mio augurio per te, Fede, è che tu possa piano piano imparare a non contare solo sulle tue sole forze, perché sai è anche pochettino presuntuoso, ma che tu scopra un po’ alla volta che c’è Qualcuno a cui affidarsi, Qualcuno che ama e dona anche se al ritardo aggiungiamo l’assenza, Qualcuno pronto a garantire per te, non al posto tuo beninteso, ma insieme a te.

È quel Qualcuno che ha acceso in te il desiderio per Chiara, è quel Qualcuno che ti sta rendendo partecipe in maniera gratuita dell’amore, una delle pochissime cose che non si possono comprare.

Il nostro augurio, in fondo, cari Ferragnez è che il vostro sincero desiderio di amarvi per sempre, vi conduca passo dopo passo a scoprire il volto dell’Amore, il volto del Dio di Gesù Cristo. Perché davvero, «al di là di tutti questi amori che ci riempiono la vita, c’è l’Amore» e vive in continua attesa di noi.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/09/i-nostri-auguri-ai-ferragnez/

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Perché la festa dell’Assunzione ci riguarda

Domani celebriamo il mistero dell’assunzione di Maria al Cielo.

Una festa che, non possiamo nascondercelo, tende a perdersi sullo sfondo del più laico ferragosto.

Un po’ perché forse non siamo mai stati introdotti nel mistero di questa festa, un po’ anche perché nel nostro immaginario, le immagini sdolcinate della Madonna che sale in cielo “a bordo” di una nuvola sospinta da paffuti angioletti, non reggono il confronto con il richiamo di una giornata di mare e laute grigliate in compagnia.

Eppure, questa festa (come tutte quelle che la Chiesa ci propone, del resto) è un tesoro straordinario per la nostra vita, e ancora una volta le lenti della teologia del corpo ci aiutano a penetrare più a fondo nel mistero. Vogliamo allora provare di guardare ad essa con queste lenti per scoprire quale insegnamento può regalare a tutti noi.

Il dogma che ha proclamato l’assunzione al cielo di Maria nel 1950 recita così: «l’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata col Figlio suo».

Diciamocelo: che Maria Santissima sia stata la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione e ad essere assunta in cielo, più di tanto non fa notizia, in fondo lei è la madre del Salvatore, è la Madre di Dio, se non va in paradiso lei, chi mai sarà ammesso?

Ma come ogni dogma, il suo intento non è tanto quello di affermare una verità incontestabile, quanto piuttosto quello di dare una coordinata fondamentale alla nostra vita concreta.

Celebrare l’assunzione al cielo di Maria non è un atto che ci chiede il Signore Gesù per dare prestigio e visibilità a sua madre, né qualcosa che pretende Maria per ricordarci che a lei è stato riservato un trattamento particolare. Celebrare questa festa serve innanzitutto a noi per riscoprire un punto di riferimento essenziale per la nostra vita.

Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che Maria è per noi «il modello della fede», è «colei che ha creduto», è l’immagine della Chiesa, dell’umanità redenta capace di accogliere il Verbo della vita: insomma è la prova che ciascuno di noi è chiamato a tale grandezza ed ha la possibilità di percorrere un cammino luminoso e fecondo come il suo.

La festa dell’Assunzione ci illumina sul fine, cioè sul termine ma anche sullo scopo, della nostra vita, e qui vogliamo metterne in luce due aspetti in particolare.

Il primo riguarda il fatto che Maria è stata assunta alla gloria celeste “in anima e corpo”: in sostanza, niente di Maria è rimasto fuori dalla gloria del cielo. Maria, lo abbiamo detto, è immagine della nuova umanità redenta da Cristo. Ora, se ci fosse rimasto qualche dubbio dopo l’ascensione del Signore Gesù al cielo, con l’assunzione di Maria abbiamo la conferma certa che il nostro corpo è destinato a risorgere, è destinato alla comunione delle persone nella beatitudine del Cielo.

Ritroviamo qui uno dei cardini della teologia del corpo: la persona è unità inscindibile di anima e corpo.

Si tratta di una bussola fondamentale per noi che siamo figli di una cultura post-cartesiana che ha fatto sua l’idea greca di una certa separazione tra anima e corpo, oggi riscontrabile in tanti ambiti compresi quelli cattolici.

Molti cristiani ad esempio, hanno un’idea platonica della morte: sono convinti che con la morte l’anima sarà finalmente liberata dalla “prigione” del corpo per essere riunita a Dio. Questa idea disincarnata e spiritualistica di paradiso però, non è ciò che ci rivela la nostra fede. Noi siamo persone in una unità inscindibile di corpo ed anima e saremo ammessi alla comunione con Dio come persone, non come anime, quindi anche il nostro corpo risorgerà e tutto di noi sarà trasfigurato nella gloria.

E qui passiamo alla seconda riflessione.

Cristo vero uomo e vero Dio è asceso al cielo con il suo corpo di maschio, Maria vera donna e madre di Dio è stata assunta al cielo con il suo corpo di donna.

Intuiamo così la grandezza del maschile e femminile redenti da Cristo e resi partecipi della comunione trinitaria.

La sessualità allora, il nostro essere maschi e femmine, non è un accidente legato al nostro essere creature e che sarà sistemato in paradiso né, come pensano alcuni, un effetto collaterale del peccato. Di fronte a Dio non siamo generiche anime indifferenziate, siamo maschi e femmine, e come maschi e femmine saremo ammessi alla comunione con Lui nell’eternità del Paradiso.

Non a caso San Paolo definisce Cristo, come il «nuovo Adamo», e non a caso la tradizione vede in Maria «la nuova Eva»: in loro si è originata la nuova creazione.

Questo getta una luce ed una domanda molto importante sulla nostra vita concreta: come viviamo il nostro essere corpo, in particolare la dimensione della  mascolinità e della femminilità, nella nostra vita?

Ecco allora che, se come noi avevate l’idea che la festa dell’Assunzione fosse qualcosa di “etereo” e lontano, comprendiamo invece che si tratta di qualcosa di molto concreto e molto vicino, come la carne del nostro corpo, come la sessualità che ci contraddistingue come maschio o femmina, come tutto ciò che viviamo e facciamo con il nostro corpo di uomo o di donna.

Che questa festa allora ci dia, con l’aiuto di Maria, di essere sempre più cristiani, ovvero sempre più incarnati.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/08/perche-la-festa-dellassunzione-ci-riguarda/

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L’amore è davvero l’inizio di una nuova era

Dopo aver commentato Chiaro di luna (qui) e Fango (qui) non resistiamo a fare qualche riflessione a partire anche da Nuova era, brano che ci piace un sacco, non solo per il valore della canzone, energica e romantica allo stesso tempo, ma soprattutto perché, come spesso capita, Jovanotti riesce ad evidenziare alcuni tratti dell’amore capaci di risuonare profondamente nella nostra vita.

Se hai fatto l’esperienza di innamorarti e di essere ricambiato lo sai bene: l’amore è veramente «l’inizio di una nuova era», niente appare più come prima, è come una nuova creazione.

Non stiamo parlando del “colpo di fulmine”, ma del momento in cui una persona con tutto il suo essere, ovvero i suoi pensieri, il suo modo di fare, il suo corpo, la sua sensibilità… inaspettatamente ci appare sotto una luce nuova e non esce più dal cerchio delle nostre attenzioni. È il momento in cui ci sembra possibile e tanto desiderabile “gettare un ponte” verso il mondo dell’altro, un mondo distante e misterioso come lo è ogni uomo da ogni donna, ma allo stesso tempo estremamente attraente. È il momento in cui scopriamo che anche l’altra persona desidera tutto questo e il ponte gettato da entrambi diventa incontro dei cuori.

È qualcosa che ci trascende: un’altra persona prende dimora nel nostro cuore senza che possiamo farci nulla. A te magari piacevano le ragazze bionde, ma questa ragazza dai capelli mori, inspiegabilmente, è entrata nel tuo cuore. È come un «fermo immagine del mondo», perché tutto ciò che prima contava, d’improvviso appare sfuocato rispetto a lei. Tu vorresti pensare ad altro, vorresti provare a studiare, a fare sport… ma il pensiero di lei ti accompagna costantemente, la cerchi, le scrivi, e saresti pronto a «grandi imprese» pur di godere della sua presenza.

È una straordinaria e fondamentale esperienza di decentramento: tu, che prima ti sentivi al centro del mondo, che organizzavi tutto in funzione dei tuoi bisogni e delle tue voglie, improvvisamente ti trovi a mettere davanti un’altra persona. Non un corpo da usare o su cui fantasticare, ma una persona tutta intera nella sua verità, con il suo «cuore che batte» e che fa battere anche il tuo.

È il mistero dell’amore che risuona «come un tamburo che annuncia la vittoria», la vittoria sull’egoismo e sul possesso, e ci apre a fare della nostra vita un dono a qualcuno diverso da noi.

Ma al medesimo tempo questa esperienza ci rivela a noi stessi, svela la nostra preziosità. Fino al giorno prima, in noi c’era sempre qualcosa che non andava, non ci sentivamo mai pienamente all’altezza degli altri e delle cose, ma ora che scopriamo di essere entrati nel cuore di un’altra persona, di essere per lei desiderabili e unici al mondo, intuiamo anche il nostro inestimabile valore.

È un mistero di meraviglia: quell’attesa del cuore che prima non sapevamo spiegare, e tentavamo in molti modi di saziare, improvvisamente si compie in un’estasi che non si riesce a comunicare. Ci scopriamo unici e insostituibili proprio per quella stessa persona che portiamo nel cuore.

Ed il cuore esulta in una gioia mista a timore: «Stiamo pensando alla stessa cosa io e te, nello stesso momento. Lo senti, lo sento…».

Qualcuno dice che «è una reazione chimica», i filosofi parlano di un «eterno movimento», in fondo non c’è una spiegazione logica, eppure siamo io e te trasfigurati nell’amore, avvolti da qualcosa che ci supera e che non si riesce mai pienamente a comunicare, lo sento io e lo senti tu.  

Ed è incredibile, perché la vita, improvvisamente, prende un senso e un sapore nuovo che prima non aveva, e questo incontro dei cuori dischiude ai nostri occhi un orizzonte di bellezza.

È esperienza di infinito, è assaggio di eternità, perché entrambi sogniamo che il nostro amore sia per sempre, che non abbia mai fine.

È un’esperienza rivoluzionaria perché svela anche in nostro destino: vivere l’uno per l’altro. Ad entrambi infatti appare straordinariamente bello e desiderabile stare insieme, condividere tutto, condividere la vita.

L’Amore crea, l’amore attrae, l’amore chiama. Sentiamo allora la chiamata ad essere «una cosa sola» ad essere «Due sillabe della stessa parola»: a dire insieme una parola di vita al mondo, senza appiattirci, senza fonderci, ma ognuno col suo dono proprio insieme all’altro.

È insomma esperienza di Dio. Dio che è Amore e che ci apre a partecipare all’amore, Dio che supera i nostri rigidi schemi e scompagina le nostre piccole convinzioni per rivelarci il senso di una vita piena vissuta nel dono reciproco.

È per questo che sperimentarlo, ci fa sentire «un poeta, anzi di più un profeta» perché amandoci possiamo annunciare la bellezza di Dio che è amore e che dona sé stesso perché possiamo avere vita.

Facilmente, di fronte a questa lettura, qualcuno scrollerà le spalle pensando alla fase dell’innamoramento giovanile, apice della passione e ormai sbiadito ricordo, distante anni luce dall’ordinario ménage famigliare… E se invece di essere il vertice dell’amore, l’esperienza dell’innamoramento fosse un preludio, un’anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita?

Non sappiamo se Jovanotti ha mai letto Solov’ëv, ma questo straordinario autore russo ci offre un’affascinate chiave per superare questo “luogo comune”.

Egli sostiene infatti, che la visione ideale che gli amanti hanno l’uno dell’altro durante l’innamoramento non è un’illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Egli vede quindi nell’innamoramento un appello reciproco che gli amanti si rivolgono: «amami perché io diventi così come tu mi stai vedendo!». Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l’uno per l’altro uniti nell’amore.

Siamo convinti che ascoltare Jovanotti cantare questo appassionato inno all’amore per sua moglie, a cinquantanni suonati, sia la conferma più bella che non si tratta solo di illusioni giovanili, ma che l’amore, se ci crediamo fino in fondo, mantiene le sue promesse: si dilata, cresce, matura e non può finire perché la sua sorgente è in Dio.

Sì, l’amore è davvero l’inizio di una nuova era. Grazie Lorenzo.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/07/lamore-e-davvero-linizio-di-una-nuova-era-ft-jovanotti/

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Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/07/cinema-teologia-del-corpo-jojo-rabbit/

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Una valigia per due

Alcune settimane fa, nel preparare un incontro in streaming con un gruppo famiglie della nostra diocesi, abbiamo avuto occasione di riprendere in mano Amoris Laetitia.

Rileggendo alcuni passaggi, c’è stata una frase che questa volta ci è risuonata in modo particolare, facendoci ripensare alla nostra esperienza pre e post matrimoniale. Per maggiore chiarezza evito sintesi e riporto interamente il passaggio di papa Francesco:

«Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale.» (AL, 72)

Di fronte a questo testo, anche per il fatto che si stava avvicinando il nostro anniversario, è sorta in noi questa domanda: ma noi, da fidanzati, quanto ne eravamo consapevoli?

Purtroppo la risposta è: molto molto poco!

A dire il vero, che il sacramento del matrimonio fosse una vocazione, lo avevamo sentito dire spesso, sia nella nostra formazione giovanile sia nel nostro fidanzamento.

Ma di fatto l’idea che ci avevano trasmesso era quella che la vocazione fosse, in fondo, l’alternativa tra due strade. Ovvero si trattasse di un orientamento personale o verso il matrimonio o verso la vita consacrata… Detta un po’ brutalmente, l’idea era: hai una ragazza, le vuoi bene e non hai mai sentito attrazione per la vita consacrata? Ok, allora la tua vocazione è il matrimonio.

Per cui, capita la direzione da prendere, subentravano tutti i percorsi per vivere bene il fidanzamento e prepararsi al matrimonio, percorsi che però, almeno nella nostra esperienza, hanno sempre avuto un’impronta di tipo morale-psicologico. I temi che andavano per la maggiore erano gli strumenti per crescere nella relazione: come impostare bene il dialogo di coppia, come fare posto a Dio con la preghiera, come vincere i nuclei di morte che possono insinuarsi nella coppia, come affrontare l’arrivo dei figli, come inserirsi nel proprio ambiente parrocchiale e famigliare, ecc…

Per carità, cose importanti, nessuno però ci aveva mai detto che la vocazione al Sacramento del Matrimonio è la risposta ad una chiamata di Cristo a vivere il nostro amore di coppia come segno imperfetto del suo amore per l’umanità.

L’amore, si sa, è un tema sempre controverso, alcuni amici non a caso lo definiscono “ingannevole”. Per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio però, come attesta il passaggio di Amoris Laetitia da cui siamo partiti, non si parla genericamente di “volersi bene”, ma di un amore con un’impronta precisa: l’amore di Cristo per la Chiesa.

Come Cristo ha amato la Chiesa? Dando la sua vita per lei! È stato disposto a morire perché lei potesse vivere una vita nuova e più piena.

È quindi un amore capace di dire all’altro: «ho scelto te, al posto di me».

Probabilmente da fidanzato prossimo alle nozze o da novello sposo, se qualcuno mi avesse chiesto “Sei disposto a dare la tua vita per Giulia?”, immaginando appassionate gesta eroiche, avrei risposto senza pensarci due volte: «Certo! La amo, se dovesse capitare un pericolo, sarei disposto a morire per salvarla!»

Ma restava comunque un’ipotesi estremamente remota e, in fondo, il mio immaginario della vita matrimoniale era allora quello di un viaggio romantico ed appassionante, in cui tutto sarebbe stato bello ed entusiasmante. 

Ben presto però mi sono accorto di come la realtà smaschera le aspettative: ad un certo punto, l’impressione era quella di risvegliarmi accanto ad una specie di estranea, diversa dalla fidanzata tenera e amabile a cui il giorno delle nozze avevo detto «Io accolgo te …». Certo, era sempre lei, ma accanto alle cose belle, emergevano anche aspetti sconosciuti, fragilità e limiti tutt’altro che semplici da accogliere. E lo stesso chiaramente era vissuto da lei nei miei riguardi.

All’altare le avevo detto «Io accolgo te…» , ma in fondo, dentro di me, l’idea era: «Io accolgo te purché tu sia sempre carina, amorevole, dolce e comprensiva…»

Lentamente, ho compreso che questo “dare la vita” non passava attraverso eclatanti gesta eroiche, ma attraverso un accettare di morire quotidianamente. Cosa facile a dirsi, ma profondamente lacerante quando sei attaccato alle tue ragioni e ai tuoi modi di vedere le cose e l’altro esce deliberatamente dai tuoi schemi e non li accetta semplicemente perché è diverso da te.

Ricordo che durante un corso per fidanzati ci avevano detto che la relazione matrimoniale è paragonabile ad un viaggio nel quale di due valigie (quelle di ciascuno) occorre farne una sola insieme.

È evidente che in una valigia sola non può entrarci tutto e occorre fare delle rinunce. In me la cosa era abbastanza chiara: c’erano delle rinunce da fare, bisognava trovare un buon accordo, ma il viaggio valeva la pena.

Ciò che non immaginavo era che lungo il cammino, a volte, il bagaglio pesa, e per proseguire occorre lasciare indietro qualcosa… non immaginavo nemmeno che, a mano a mano che si fanno nuove esperienze insieme, occorre fare nuovo spazio ed imparare a fare a meno di qualcos’altro per non perdersi le cose belle. E soprattutto, mai avrei immaginato che anche certe cose spiacevoli che ti ritrovi senza volerlo nella valigia possono rivelarsi occasioni di vita.

Quando ci siamo sposati, proprio non lo immaginavo, ma davvero la chiamata alla vita matrimoniale è una chiamata ad un amore pasquale in cui uomo e donna sono disposti a donarsi reciprocamente la vita. 

Dopo undici anni di matrimonio posso dire che ne vale la pena, perché ad ogni morte per amore è seguita sempre una risurrezione, ad ogni rinuncia è seguito sempre un dono più grande, ad ogni spossessamento, una maggiore libertà, ed oggi quando ci guardiamo negli occhi la gioia è più grande di undici anni fa.

Tornando alla vocazione al matrimonio, siamo sempre più convinti che il Signore, se chiama a vivere un amore come il suo, non lo fa per masochismo, ma perché vuole dilatare il nostro piccolo amore e renderlo capace di cose sempre più grandi. Non a caso nel Sacramento del matrimonio viene effuso sugli sposi lo Spirito Santo che, se accolto, dona la grazia di amare come Cristo ha amato, nel dono sincero di sé.

Crediamo e speriamo che ci sia ancora tanto da camminare e da trafficare con quella benedetta valigia, ma abbiamo toccato con mano che non siamo soli. Lo Sposo è qui e la porta con noi.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/07/una-valigia-per-due/

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Pentecoste: godiamoci il bacio di Dio!

Lo Spirito Santo, il bacio di Dio sull’umanità

Se iniziamo parlando di San Bernardo, ai più verrà in mente un coccoloso cagnolone di grossa taglia, eppure esiste un santo molto affascinante che ha in comune lo stesso nome: Bernardo di Chiaravalle.

Cosa centra San Bernardo con la Pentecoste ve lo diciamo subito… in vista della Pentecoste, il nostro caro amico don Luigi, ci ha condiviso alcune meditazioni di questo santo sullo Spirito Santo. Si tratta di intuizioni bellissime che nascono dalla sensibilità di un mistico, e che racchiudono, con buona pace dei più scettici, una sorprendente concretezza. Vogliamo quindi provare di raccontarvi con le nostre povere parole questa meraviglia.

Nei sermoni sul Cantico dei Cantici, San Bernardo, contemplando il linguaggio d’amore degli sposi e la capacità del loro corpo di esprimere l’amore attraverso gesti concreti, vede una rappresentazione simbolica del mistero trinitario di Dio. Come diceva Giovanni Paolo II infatti, il nostro Dio non è solitudine, ma è una famiglia, e il mistero trinitario ci rivela proprio Dio come comunione di amore e intimità tra le tre persone divine.

San Bernardo in particolare si sofferma sul versetto «Mi baci con i baci della sua bocca» (Ct 1,2) il bacio quindi come gesto d’amore, quel bacio bocca a bocca che appare come la trasmissione dello stesso respiro, della stessa vita, gli rivela una realtà ancora più profonda.

Certo dobbiamo qui purificare il nostro sguardo inquinato, non si tratta ovviamente del cosiddetto «bacio alla francese», ma semplicemente di un incontro appassionato delle labbra.

E proprio questo incontro delle labbra fa dire a San Bernardo che lo Spirito Santo può essere visto come il bacio del Padre al Figlio poiché rappresenta «l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unità tra i due».

Dice San Bernardo che il Padre ama il Figlio, e lo abbraccia con una singolare dilezione (ovvero un amore spirituale costante), ma anche egli stesso è amato da parte del Figlio, il quale per amore Suo accetta la morte in croce.

Le letture di questo tempo di Pasqua, in fondo, non hanno fatto altro che ricordarci quotidianamente tutto questo, che Cristo e il Padre sono una cosa sola: «io sono nel Padre e il Padre è in me», e che noi, nella Pasqua di Cristo, abbiamo accesso a questa unità: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.»

San Bernardo dice proprio che a pronunciare la frase del Cantico «Mi baci, con il bacio della sua bocca» è la sposa e «sposa» è ogni anima che ha sete di Dio. È affascinante allora guardare alla Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, come ad un bacio che ci dona il Padre.

Il vangelo che troveremo nella liturgia dice «soffiò su di loro» e per soffiare, guarda caso, bisogna proprio protendere le labbra come a voler baciare.

La bocca, le labbra, sono un mistero di vita potentissimo perché sono bacio, respiro, parola e nutrimento.

Questo soffio-bacio-parola attraversa tutta la Scrittura, la apre e la chiude. Lo troviamo al principio, quando Dio crea con la parola e plasma l’essere umano come attraverso un bacio, comunicandogli la sua vita più intima attraverso il soffio di un alito di vita. E lo troviamo al compimento delle scritture nel mistero Pasquale, quando Cristo sul talamo della croce, chinato il capo, spirò, ovvero soffiò, condivise a noi la sua vita. Ed è sempre il tema del bacio a ricordarci che è possibile guardare tutta la Bibbia anche come un’appassionata storia d’amore tra Dio e l’umanità.

La Pentecoste ci parla proprio di questo Dio innamorato che attende di baciarci attraverso il Figlio, ci parla di questo bacio spirituale che è più di un bacio, è condivisione di vita eterna.

Forse qualcuno potrà trovarsi un po’ a disagio all’idea di ricevere un bacio sulla bocca da Dio. Eppure, proprio questo incontro libero delle labbra, questa condivisione dei respiri può in modo forte e concreto raccontare il mistero della vita nuova, che ci è comunicata nella Pentecoste attraverso lo Spirito Santo.

Benché siamo tutti messi maluccio, non si tratta di una «respirazione bocca a bocca» che subiamo, può trattarsi solo un bacio. Può essere solo un bacio perché soltanto il bacio bocca a bocca è incontro di due libertà. Solo il bacio rivela desiderio di intimità, desiderio di una vicinanza fino a diventare una cosa sola: io in te e tu in me.

Questa festa allora ci parla di un Dio innamorato che attende di baciarci. Oggi Dio bacia, Dio mi bacia, protende le sue labbra per incontrare le mie e condividermi il suo respiro, la sua vita più intima che è la comunione. Accoglierò questo bacio? Godrò di questo bacio?

Buona Pentecoste

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/05/pentecoste-godiamoci-il-bacio-di-dio/

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Non solo che finisca presto, ma che finisca bene #2

Riprendiamo questo augurio che era al centro di un nostro precedente articolo (che trovate qui) per una nuova riflessione relativa a questi tempi di pandemia.

Qualche giorno fa abbiamo fatto una lunga e piacevole chiacchierata Skype con un amico sacerdote e ci siamo scambiati varie considerazioni su cosa ci sta insegnando questo periodo di quarantena. In particolare, abbiamo riflettuto insieme sulla situazione delle parrocchie e sulle reazioni dei preti.

Ci ha colpito in particolare una sua frase, perché crediamo sia per certi versi emblematica di quanto è emerso in questo periodo. A suo dire questa situazione ha fatto verità, smascherando un certo clericalismo e facendo emergere i parroci per come sono stati formati, ovvero come funzionari del sacro.

Ci raccontava di aver sentito molti confratelli angosciati per il fatto che le persone si stanno disabituando ad andare a messa, delusi e amareggiati per la bassa audience ottenuta dai loro tentativi di celebrazione in streaming, preoccupati per i risvolti economici dovuti alla mancanza di introiti provenienti dalle offerte, in pena per le opere parrocchiali bloccate: oratori e dopo scuola chiusi, impossibilità di terminare l’anno catechistico.

Tutti in una grande agitazione e alle prese con la difficoltà di “ricollocarsi” in questa emergenza in cui, tutte le attività che di solito ruotano intorno a loro e li fanno sentire importanti, si sono improvvisamente bloccate, tutti ansiosi di tornare il prima possibile alla normalità, quasi che la loro fosse una delle tante “professioni” interdette dall’esercizio in questi tempi di lockdown.

È  un quadro che appare piuttosto sconfortante, e viene da chiedersi: possibile che in questo tempo di prova il Signore non volesse insegnare null’altro che agitazione e scoraggiamento?

Tutte queste preoccupazioni sono certamente legittime, ma quando diventano le uniche a sovrastano tutto il resto, allora forse è segno che qualcosa non va. A ben vedere, queste inquietudini rivelano come il sacerdozio sia ancora sentito più come un ruolo che come una missione a servizio della comunità, e come anche la vita parrocchiale, al di là dei tanti proclami, sia ancora percepita non come una realtà famigliare, bensì come una specie di centro servizi che deve garantire prestazioni ai propri utenti, una specie di Srl che deve curare la soddisfazione dei propri clienti.

Certo non è mai corretto generalizzare, perché indubbiamente ci sono anche sacerdoti che hanno reagito con grande creatività, mettendosi in ascolto dello Spirito, ma avendo ascoltato anche altre esperienze simili, temiamo che questa situazione non sia affatto rara in giro per l’Italia.

Probabilmente anche a tanti di noi sarà capitato, in questa fase, di vedere preti improvvisarsi youtuber e altri avventurarsi in dirette facebook degne di Paperissima, tutto per poter offrire il servizio di diretta streaming della messa domenicale e quotidiana quasi non ci fossero altre opportunità.

Sappiamo però che la Liturgia Eucaristica è un’esperienza da vivere in prima persona, guardarla in HD dal proprio divano è meglio di niente, ma la cosa non è nemmeno lontanamente paragonabile al parteciparvi fisicamente insieme a tutta la comunità. Allora ci chiediamo: perché investire tempo, energie e mezzi per moltiplicare le dirette e tentare di tenere in piedi lo status quo, invece di lasciarsi interrogare e rinnovare da queste nuove circostanze? Tutto questo, non rischia forse di essere un versare vino vecchio in otri nuovi? In fondo, a garantire la trasmissione di una messa ben curata in TV e sul web ci sono già le diocesi, che per altro hanno a disposizione mezzi certamente più all’avanguardia, nonché il papa.

Conosciamo la centralità del Mistero Eucaristico e il suo essere fonte e culmine della vita cristiana, ma spesso dimentichiamo che il suo fine, come esplicitato nella preghiera eucaristica, è che possiamo divenire tutti «un solo corpo» in Cristo. La liturgia non è per celebrare sé stessa, ma è perché possiamo essere, come direbbe San Paolo, «corpo di Cristo e sue membra», ovvero una comunità di persone unite dall’amore, in cui l’unità è superiore ai conflitti.

Questo tempo ci ha volenti o nolenti privato della dimensione del culto, ma non ci ha tolto l’essere corpo di Cristo e l’essere membra gli uni degli altri.

Allora, pensando ai sacerdoti, ci chiediamo: se a causa delle restrizioni, non è possibile distribuire il corpo di Cristo nell’ostia consacrata, perché non uscire da una prospettiva sacrale e cultuale per restituire valore al corpo di Cristo costituito dalla comunità dei fedeli per cui Cristo ha dato la sua vita?

Non potrebbe essere proprio questo, il più grande “successo pastorale” degli ultimi tempi? Che i fedeli, in questa particolare circostanza, invece di tirare i remi in barca aspettando la ripresa o accontentandosi di servizi virtuali a domicilio, inizino ad esercitare il loro sacerdozio battesimale come protagonisti della loro vita di fede?

Perché non aiutare le famiglie a prendere coscienza del loro essere chiesa domestica, indicando loro nuove modalità per vivere la fede e la preghiera tra le mura di casa?

Perché non farsi un poco da parte per aiutare i fedeli a sentirsi parte di una Chiesa più grande, incoraggiandoli a raccogliersi attorno al vescovo, almeno per ascoltare la Messa domenicale?

Perché non scendere dal piedistallo del proprio ruolo e iniziare a personalizzare i rapporti con le persone, facendosi presenti con gesti semplici? Una telefonata per sapere come va, un messaggio per far sapere che sono ricordate, piccole attenzioni che costruiscono unità.

Perché non riscoprire il valore del servizio concreto alle persone in quanto «corpo di Cristo»?  Quel servizio che viene richiamato ogni giovedì santo col gesto simbolico della lavanda dei piedi, perché non incarnarlo al di fuori degli schemi del culto, portando magari la spesa agli anziani o interessandosi a chi vive difficoltà concrete?

Sono spunti di riflessione, domande certamente scomode, e non le poniamo, sia chiaro, per fare un processo ai sacerdoti. Noi stessi, come sposi e come laici, su questi punti abbiamo ancora tanto da imparare e da crescere per essere veramente «corpo di Cristo» e dare vita alle Sue parole: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,35) Crediamo però che per ciascuno di noi sia arrivato il tempo propizio per un esame di coscienza generale su come siamo stati abituati a vivere il nostro essere Chiesa nella realtà parrocchiale.

Sembra ormai ufficiale che tra una decina di giorni, potremo tornare a celebrare l’Eucaristia comunitaria, la speranza è che possiamo arrivarci con uno sguardo sempre più libero dal clericalismo, così che all’interno delle pietre dell’edificio chiesa ci siano le «pietre vive» di una comunità che si ama e non impiegati e clienti di una Srl guidata da un amministratore delegato.

La Chiesa, ci ha ripetuto più volte papa Francesco, «è e deve essere la famiglia di Dio»: solo aprendoci a questo mistero e liberandoci da tutte le derive da “centro servizi” a cui siamo stati abitati, tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/05/non-solo-che-finisca-presto-ma-che-finisca-bene-2/

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Non solo che finisca presto, ma che finisca bene

«Non solo che finisca presto, ma che finisca bene», questo l’augurio che ci ha fatto qualche giorno fa un amico prete in relazione all’attuale situazione coronavirus. Un augurio che ci ha suscitato diverse riflessioni e che ci pare abbia anche alcuni punti di contatto col vangelo dei discepoli di Emmaus che ci accompagna questa domenica.

Conosciamo tutti il brano dei discepoli di Emmaus, questa coppia in cammino verso un paese poco distante da Gerusalemme. Essi stanno vivendo una grande angoscia, sono tesi, delusi e spaventati e discutono animatamente dei fatti accaduti a Gesù. Non capiscono come mai sia potuto andare tutto storto: si aspettavano un esito diverso, ma le cose sono inspiegabilmente precipitate. Discutono cercando di trovare le cause, di individuare i responsabili, di capire come sia potuto accadere.

Questa situazione pare in qualche modo accostabile a ciò che stiamo vivendo come cristiani in questa pandemia, con l’annessa quarantena. Non ci spieghiamo come sia potuto succedere,  come siamo arrivati ad una situazione così complicata e difficile da accettare sotto tanti aspetti. Perché da quasi due mesi tutto si è fermato e siamo barricati in casa?  E soprattutto perché il divieto di partecipare alla Messa? Possibile che non  esistano altre soluzioni? E allora ci tormentiamo: c’è chi si dispera, chi vede maledizioni divine, chi attacca le istituzioni per far ripartire le cose, chi urla al complotto. Certamente è una prova, percepiamo che ci è stato tolto qualcosa di vitale, ma un po’ come i due di Emmaus rischiamo di non accorgerci che il Signore Gesù è vivo e cammina con noi.

Nel brano, mentre i discepoli sono nel pieno delle loro lamentazioni, lo sconosciuto che cammina con loro (Gesù) gli chiede su cosa stiano discutendo. Lui che è stato il protagonista di quei fatti, si prende del forestiero, dell’ignorante e si fa raccontare il loro punto di vista. Poi per fortuna, ad un tratto, le recriminazioni si interrompono e finalmente, in quel breve attimo di silenzio, Gesù può prendere la parola:  spiega loro che anche quello che non comprendono può rivelarsi come mistero di salvezza, se guardato dalla giusta prospettiva, dalla Sua prospettiva. Ed ecco che finalmente la Sua parola inizia a scaldare i loro cuori confusi e turbati.

Ritornando a noi e alla nostra quarantena, vogliamo domandarci: abbiamo permesso a Gesù di parlarci, di spiegarci cosa si riferisce a Lui nella situazione che stiamo vivendo? Ci siamo accorti della sua presenza tra noi nell’ordinarietà del nostro difficile cammino quotidiano? Oppure abbiamo dato spazio solo alle nostre  frustrazioni e alle nostre lamentele?

Per fortuna Cristo è molto meno forestiero di noi nelle situazioni della nostra vita. Forse, se per un attimo cessassimo di lamentarci, potremmo metterci in ascolto di ciò che ci vuole dire.

In ogni caso, se glielo chiediamo, resta con noi. Gesù infatti, si ferma ad Emmaus con i due discepoli, entra in casa, cena con loro e si manifesta ai loro occhi. Qui essi possono finalmente riconoscerlo nello spezzare il pane. Questo riconoscimento però, non appare legato al solo momento eucaristico, ma rappresenta il compimento di un processo più lungo iniziato durante il cammino. Per la strada infatti, hanno camminato con lui, lo hanno ascoltato, si sono lasciati condurre fuori dai loro schemi e infine lo hanno invitato ad entrare nella loro casa.

Questa mensa di Emmaus, richiama certamente la Liturgia Eucaristica che tanto ci sta mancando in questi giorni di quarantena. Allora possiamo chiederci: quando torneremo di nuovo a partecipare alla Messa saremo in grado di riconoscerlo? Saremo in grado di riconoscerlo se lungo la strada della quarantena non siamo entrati in un rapporto personale con Lui?

Tante volte ci è capitato di partecipare allo spezzare del pane, senza che i nostri occhi fossero in grado di riconoscerlo, presente nella nostra vita.

L’augurio è che questa volta, quando torneremo a Messa, non sia così! Possa, questa attesa, scaldare il nostro cuore, così che possiamo presentarci alla prossima Liturgia Eucaristica pronti a fare memoria delle parole che ci ha detto, dei passi fatti insieme, delle nuove prospettive che ci ha aperto in questo tempo. Pronti ad offrire su quell’altare tutta la concretezza della nostra vita. Così la nostra Eucarestia tornerà ad essere un dono vitale che ci unisce sempre più intimamente a Cristo e ai fratelli.

Ci auguriamo che la riapertura al pubblico delle Messe sia ormai vicina, non lasciamoci quindi scappare questo ultimo periodo di quarantena, per riscoprire la Sua presenza nel nostro cammino quotidiano. Lo ripetiamo, lui è molto meno forestiero di quanto crediamo in ogni situazione della nostra vita.

Solo così tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/04/non-solo-che-finisca-presto-ma-che-finisca-bene/

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Caffè teologico di coppia

Non so voi, ma per noi pregare insieme è sempre stata una sfida.

Lasciamo stare l’imbarazzo iniziale, da cui sono ormai passati tanti anni.

Le difficoltà di oggi sono principalmente scegliere la modalità (condivisione sul Vangelo del giorno o lettura continuativa della Bibbia? Preghiera spontanea o decina del rosario? La mattina o la sera? Tanto per dirne alcune!) e portarla avanti con perseveranza… tutto insomma!

In questa quarantena, durante la quale siamo a casa entrambi, ci siamo dapprima mossi un po’ a casaccio, ma poi abbiamo sentito l’esigenza di trovare un modo soddisfacente per pregare insieme, perché se non lo facciamo ora che condividiamo il tempo e lo spazio tutto il giorno, quando lo faremo? Non volevamo perdere questa occasione preziosa: può essere infatti il momento opportuno per iniziare una buona abitudine da mantenere, con i dovuti aggiustamenti, anche quando si tornerà alla normalità.

Così abbiamo deciso di sperimentare un po’ di strade e abbiamo trovato la formula che fa per noi, almeno in questo tempo.

Innanzitutto abbiamo pensato di tenere fermo lo spazio di preghiera personale che ciascuno di noi fa il mattino, meditando le letture del giorno. Come dice il nostro padre spirituale, è il cibo della giornata, è il pane che il Signore ogni giorno ti offre, e proprio perché Lui è vivo e presente nel qui e ora, anche la Sua Parola ci parla in modo personale, giorno per giorno. E infatti abbiamo sperimentato tante volte di ricevere proprio ciò di cui avevamo bisogno: una parola di consolazione, o di incoraggiamento, o una conferma rispetto a qualche scelta, o ancora, una parola di speranza.

Certo ci sono poi giorni, ma anche periodi interi alle volte, in cui sembra che la Parola non ci dica nulla… a volte perché siamo noi ad avere il cuore lontano e chiuso, altre volte invece perché è semplicemente così: come in tutte le relazioni, ci sono momenti in cui non abbiamo molto da dirci, ma questo non significa non poter godere della Sua presenza.

La preghiera personale è quindi per noi un momento irrinunciabile di incontro a tu per tu con il Signore e sentiamo l’esigenza di coltivarlo, convinti che non possa essere sostituibile dalla preghiera di coppia.

Ma accanto a questo spazio, ci mancava un momento da vivere insieme e quindi abbiamo deciso di fare seriamente e con continuità quello che già da tempo ci era stato consigliato, ma che fino ad oggi non eravamo riusciti a fare con costanza.

Il suggerimento era molto semplice: prendersi qualche minuto per condividere insieme ciò che il Vangelo del giorno ha fatto risuonare in noi nella preghiera personale, rispetto a quello che viviamo quel preciso giorno o periodo. In questo modo possiamo passare da una dimensione individuale, a una di coppia: cosa il Signore dice a noi come coppia, come si fa presente tra noi, cosa ci vuole comunicare come sposi?

Scelta la modalità, per aiutarci nella perseveranza, abbiamo pensato di legare questo momento ad un nostro “rito” quotidiano: il caffè del dopo pranzo. Abbiamo quindi istituito il “caffè teologico”: mentre lo prepariamo abbiamo tempo di ripensare alla Parola ascoltata il mattino e a ciò che ci ha suscitato, poi mentre lo beviamo insieme, magari godendoci un po’ di sole in giardino, condividiamo qualche pensiero. Non occorrono ore, ma solo qualche minuto in cui donarsi reciprocamente vero ascolto.

Abbiamo così scoperto un modo molto concreto e semplice per arricchirci reciprocamente e per godere dell’ispirazione creativa della Parola, tante volte infatti, ciò che uno condivide all’altro diventa pane per entrambi, e nutrimento che alimenta la comunione e l’unità tra di noi.

Quando si tornerà al lavoro non sarà più possibile prendere il caffè insieme dopo pranzo, per cui sarà necessario riprogrammare il caffè teologico, magari diventerà l’aperitivo teologico o il dopo cena teologico, vedremo, ma la nostra speranza è che aver goduto di questo momento, alimenti il desiderio e la fermezza di trovare, ancora una volta, il modo appropriato per pregare insieme.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/04/caffe-teologico-di-coppia/

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Anche il tuo corpo fa Pasqua con Lui

Ci accingiamo a vivere una Pasqua del tutto particolare e certamente, visto il contesto attuale, tutti ci auguriamo che resti “unica”. Da parte nostra possiamo dire che desideriamo resti unica, non solo perché non si ripetano altre pandemie, ma anche perché tutti noi possiamo gustarla in un modo completamente nuovo.

Ecco allora che forse, più che coltivare l’amarezza per i riti a cui non ci sarà possibile partecipare, o abbandonarci al dispiacere per ciò che irrimediabilmente mancherà quest’anno, crediamo sia più saggio provare di mettere a fuoco ciò che di essenziale questo tempo ci ha lasciato, per vivere intensamente il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù.

È vero, quest’anno non potremo andare nell’edificio chiesa per la Santa Messa, ma avremo forse la possibilità di riscoprire la Chiesa come «famiglia di Dio», come «famiglia di famiglie» che, insieme, si sostiene vicendevolmente in questa fase di difficoltà. Se siamo una coppia di sposi poi, la nostra casa è anche «chiesa domestica» a tutti gli effetti, perché la nostra relazione è abitata da Cristo. Ma soprattutto in quanto battezzati, siamo divenuti noi stessi tempio dello Spirito Santo, dello Spirito dei figli di Dio per mezzo del quale possiamo chiamare Dio, «Padre».

È vero, purtroppo non sarà possibile ricevere fisicamente il corpo e sangue di Cristo, ma avremo ugualmente la possibilità di accostarci al mistero eucaristico, che è il mistero del Suo corpo donato per amore. Un corpo reale: il suo sudore, la suo schiena, il suo capo, le sue spalle, le sue mani e i suoi piedi inchiodati alla croce, ci danno la misura schietta del suo amore per noi, concreto ed incarnato senza fronzoli e sdolcinatezze.

È vero, non abbiamo la mediazione di quei preziosi segni che solo la liturgia ci sa comunicare (il ramo d’ulivo, la lavanda dei piedi, il bacio della croce e la luce della notte di Pasqua), ma abbiamo la possibilità di riscoprire la nostra persona, il nostro corpo, che non solo è il segno più bello di tutto il creato, perché portiamo in noi l’immagine e somiglianza con Dio, ma è ciò con cui possiamo unirci al Padre nella preghiera per essere sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Ecco allora che per cercare di penetrare un po’ di più il grande mistero pasquale, desideriamo proporvi una piccola meditazione da fare personalmente, “corpo a corpo” con Cristo, ispirata ad un testo di Jo Croissant. Una meditazione che crediamo ci aiuti a cogliere il mistero del divino e dell’umano, che in Cristo si sono uniti per non essere mai più separati.

  • IL SUDORE: il nostro nel Suo

«In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.» (Lc 22,44)

Mediante l’agonia di Gesù al Getsemani è stato santificato il sudore dell’uomo. Dio disse ad Adamo: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Gesù suda sangue, quasi ad esprimere in modo radicale il dono di tutto il suo essere, corpo, anima e spirito, per la redenzione del mondo. Accetta di assumere le conseguenze del peccato originale e, con il sudore come gocce di sangue, riscatta tutto il lavoro dell’uomo. Quel sudore esprime l’intensità della sua sofferenza interiore, della sua lotta con il nemico, padre di menzogna, che cerca di convincerlo dell’inutilità del suo sacrificio.

Signore Gesù, ti rendiamo grazie per averci riscattati con il tuo sangue.

Ti offriamo il nostro lavoro, le nostre lotte interiori ed esteriori

Affinché tu le associ alla tua redenzione.

Non sia vano alcuno nostro sforzo,

non sia inutile alcuna nostra sofferenza,

ma tutto possa servire per la tua gloria e per la salvezza delle anime.

  • LA SCHIENA: la nostra nella Sua

«Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.» (Gv 19,1)

Con la flagellazione Gesù ha offerto la sua schiena alla cattiveria degli uomini, accettando di soffrire nella sua carne le lacerazioni che il male e l’ingiustizia infliggono alla carne umana.

Signore, ti offriamo tutte le sofferenze presenti nella nostra carne.

Ti offriamo la nostra schiena ricurva sotto il peso di tanti fardelli.

Concedici di non sopravvalutare le nostre forze

E di non caricarci di fardelli che non ci chiedi portare,

ma di portare con gioia la nostra parte di sofferenza.

  • IL CAPO: il nostro nel Suo

«E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo» (Gv 19, 2)

Con l’incoronazione di spine Gesù offre il suo capo per ottenerci la purificazione della nostra mente.

Signore, ti offriamo tutto ciò che non capiamo della nostra vita,

tutto ciò che ci sembra senza senso, inutile

e che non riusciamo a controllare.

Signore, sia la nostra testa sottomessa al tuo cuore,

affinché non dimentichiamo mai che sei il nostro Creatore e Salvatore.

Proteggici dall’orgoglio e della presunzione.

Dacci l’intelligenza delle Scritture,

la comprensione dei tuoi misteri con il cuore.

Come Salomone, ti chiediamo

la saggezza di non giudicare tutto in modo umano,

ma di vedere ogni cosa nella tua luce.

  • LE SPALLE: le nostre nelle Sue

«Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota» (Gv 19,17).

Nella via crucis, Gesù offre le sue spalle. Sarà schiacciato sotto un fardello troppo pesante per le sue spalle umane, conoscendo pienamente la nostra condizione di debolezza.

Signore ti offriamo tutto ciò che ci disturba, che ci tormenta,

ciò che è troppo pesante per noi e che ci schiaccia.

Aiutaci a non sottrarci ai tuoi disegni,

a portare la nostra croce con coraggio e con fiducia,

sapendo che la porti insieme a noi.

  • PIEDI E MANI: i nostri nei Suoi

Sulla croce offre i suoi piedi e le sue mani, immobilizzati, resi impotenti, affinché tre giorni dopo scaturisca la potenza della resurrezione.

Signore, ti offriamo i momenti

in cui ci fai vivere un’immobilità che ci crocifigge,

in cui siamo praticamente impossibilitati ad agire,

in cui dobbiamo renderci conto della sconfitta e della morte.

Vogliamo proclamare la tua vittoria sul male e sulla morte,

la nostra certezza che tu cambi il male in bene

con la potenza della tua resurrezione.

Ci siamo imbattuti in questo testo di Jo Croissant quasi per sbaglio, ma crediamo che, visti i tempi che stiamo vivendo, non sia stato un caso. Pensiamo che valga davvero la pena dedicare un piccolo spazio della nostra settimana santa a questo “corpo a corpo” con il Signore Gesù, per gustare ancora più personalmente ed intensamente come la Sua Pasqua non è qualcosa che riguarda solo il nostro domani e l’aldilà, ma riguarda sempre il nostro oggi, la nostra vita concreta nel corpo, in ogni suo aspetto. Lui è venuto per redimere tutto di noi; tutto ciò che siamo, in Lui, passa da morte a vita perché Lui solo fa nuove tutte le cose.

 Buona Pasqua di Resurrezione da Giulia e Tommy

articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/04/anche-il-tuo-corpo-fa-pasqua-con-lui/

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E la tua Annunciazione?

Anche il 25 marzo di 20 anni fa era la festa dell’Annunciazione.

Era l’anno del Grande Giubileo, Papa Giovanni Paolo II stava vivendo il suo pellegrinaggio in Terra Santa e quel giorno volle celebrare questa solennità con una messa nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth.

Oggi anche noi celebriamo questa solennità, ma com’è il nostro rapporto con questa ricorrenza liturgica?

Dobbiamo ammettere che nel nostro immaginario l’evento dell’Annunciazione ha connotati un po’ “fiabeschi”: Maria in ginocchio e di fronte a lei il classico ragazzone biondo con le ali che porta l’annuncio. Questo è un po’ il leitmotiv che l’arte cristiana ci ha consegnato e in verità spesso fatichiamo ad andare oltre quest’immagine per cogliere il contenuto simbolico di questo evento straordinario.

L’Annunciazione infatti non è stata banalmente una comunicazione di servizio da parte di Dio ad una sua creatura, tutt’altro: il mistero dell’Annunciazione custodisce in sé il mistero dell’incarnazione ed è quindi intimamente legato con la teologia del corpo, e di conseguenza alla vita di ciascuno di noi.

Maria con la sua risposta libera, con il suo “sì”, si conforma alla volontà del Padre, fa spazio nella sua carne, al Verbo della vita, al redentore del mondo. Maria tesserà nel suo grembo la carne del Figlio di Dio e dopo nove mesi lo genererà.

Karol Wojtyła, nel poema La Madre, immagina lo stupore di Maria che ripensa all’evento dell’Annunciazione :

«Questo momento di tutta la vita, dacché lo conobbi nella parola,

da quando divenne mio corpo, nutrito in me col mio sangue,

custodito nell’estasi –

cresceva nel mio cuore in silenzio, come un Nuovo Uomo,

tra i miei stupiti pensieri ed il lavoro quotidiano delle mie mani»

Questo evento è il mistero che fa di Maria la Madre di Dio e le consente di raggiungere un’unione con Dio inimmaginabile per le attese dello spirito umano fino ad allora.

Ma a ben vedere, questo è anche il mistero della nostra umanità: come ha più volte sottolineato Giovanni Paolo II, Maria rappresenta anche l’immagine di tutto il genere umano. Ciascuno di noi infatti è chiamato, come Maria, ad essere tempio dello Spirito Santo, ad accogliere la Parola, il Verbo di Dio.

Anche per noi infatti, come per Maria, la vita eterna, la vita piena, passa per un annuncio.

Anche in noi il Dio del cielo desidera dimorare per generare vita, comunione, bellezza.

L’esistenza di ciascuno di noi è fatta di tanti piccoli annunci, di tante “parole” che se accolte, posso fecondare la nostra vita e di riflesso anche quella altrui.

Ogni Eucaristia, ogni incontro con la Parola, ogni evento della nostra vita, può diventare per noi Annunciazione, momento in cui Dio si rivela e ci chiede la disponibilità ad essere accolto, ci chiede di fargli spazio, di dargli la nostra carne.

E se, come Maria, diremo il nostro “sì”, inizierà una gestazione feconda, generativa, che porterà vita.

Come abbiamo letto nella seconda lettura di oggi, Dio Padre non desidera sacrifici, ma un corpo ci ha preparato…  Diciamo allora il nostro “Eccomi”, apriamoci a questo mistero e arriveremo anche noi a gioire cantando il nostro Magnificat.

Tommaso e Giulia

articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/03/e-la-tua-annunciazione/

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Coronavirus e altri contagi (spirituali)

Chi l’avrebbe mai detto, eppure viviamo i tempi del coronavirus e in questi giorni di allarme contagi, le nostre vite e le nostre abitudini stanno mutando drasticamente.

Come è già stato fatto notare da qualcuno, questa situazione ci costringe, volenti o nolenti, a scontrarci con la nostra fragilità intrinseca, con il limite e con la debolezza, aspetti che ci appartengono in quanto esseri umani ma che molto volentieri “dimentichiamo”.

Certo tutti gli agi e le comodità in cui viviamo ci hanno allontanato ancora di più da queste dimensioni legate alla nostra precarietà, mentre ai tempi dei nostri nonni, tra influenza spagnola, guerre mondiali e ristrettezze economiche, era decisamente più improbabile dare per scontati la salute, il benessere, e una vita lunga e tranquilla.

Ma oltre ad offrirci l’opportunità di uno sguardo più disilluso sulla nostra condizione, e anche più grato per il grande dono della vita, credo che l’attuale emergenza sia anche in grado di regalarci un altro piccolo risvolto positivo, almeno come spunto di riflessione.

Ci siamo presto accorti di come il pericolo del contagio abbia modificato il nostro modo di vivere i rapporti sociali: evitare luoghi di aggregazione, attenzione alla respirazione, all’igiene, al toccare cose e persone. Come sappiamo, le linee guida per garantire la sicurezza prescrivono di evitare baci, abbracci e strette di mano, impongono almeno un metro di distanza dalle altre persone, stravolgendo così la fisionomia dei nostri rapporti, privandoci della parte più fisica, calorosa ed umana delle nostre relazioni.

Improvvisamente siamo diventati tutti molto attenti a controllare quei gesti che possono da un lato esporci al contagio e dall’altro nuocere potenzialmente agli altri. Il nostro corpo in quanto soggetto a rischio e potenziale fonte di contagio è stato, possiamo dire, come imbavagliato, inibito, eppure, allo stesso tempo, custodito.

La teologia del corpo ci insegna come ogni persona sia una unità inscindibile di corpo e spirito, di “ciccia” e interiorità, e come questa verità antropologica renda la nostra corporeità portatrice di grandi insegnamenti spirituali.

Credo che anche in questa situazione, questo nostro corpo, da un lato fragile e vulnerabile, dall’altro potenziale diffusore di contagio, possa offrirci un’importante lezione spirituale.

Infatti, se in questi giorni abbiamo scoperto di poter essere portatori inconsapevoli di un pericoloso virus e di poter nuocere a chi ci sta intorno attraverso innocenti gesti quotidiani,  ciò che invece continuiamo a trascurare è il fatto che esistono anche altri elementi nocivi di cui possiamo essere portatori inconsapevoli, elementi spiritualmente nocivi che possono contagiare chi ci sta intorno.

Basti pensare alle volte in cui ci ritroviamo portatori di rancore verso qualcosa o qualcuno. Non di rado questa rabbia che proviamo, invece di essere regolata ed utilizzata in modo costruttivo, finisce per sfogarsi sul primo malcapitato che involontariamente ci irrita, oppure va a cercare consenso accendendo anche la rabbia altrui.

Ma pensiamo anche a tutti quei giudizi interiori sugli altri che custodiamo gelosamente per difenderci o per sentirci migliori di loro, e pensiamo a quanto facilmente questi giudizi interiori si tramutino in atteggiamenti e parole capaci di diffondere disprezzo e cattiveria.

E ancora, soffermiamoci un istante su sentimenti come la tristezza, il pessimismo e e la paura, che certamente non possiamo fare a meno di sperimentare, ma con cui di frequente finiamo per stringere pericolose alleanze. Quante volte le nostre parole finiscono per veicolare questi stati d’animo che, come virus pericolosi, possono tramutarsi in altrettante infezioni a contatto con le persone più fragili.

Gesù nel vangelo ci ricorda come inesorabilmente è ciò che esce dal nostro cuore che può contaminare l’uomo (cfr. Mc 7,18-23) 

A ben vedere, basterebbe davvero una piccola parte dell’attenzione che ognuno di noi oggi sta scrupolosamente avendo per fermare la diffusione del coronavirus, per non esporre chi ci sta intorno al contagio dei tanti “virus interiori” di cui ci troviamo spesso ad essere portatori.

Se imparassimo a contenere le parole come stiamo contenendo starnuti e colpi di tosse, se fossimo attenti ad una certa igiene interiore come siamo attenti all’igiene delle nostre mani, davvero tante nostre relazioni andrebbero incontro ad una guarigione.

Credo ci sia un insegnamento da cogliere anche sul fronte della nostra personale incolumità. Perché se è vero che a volte siamo noi ad essere diffusori più o meno inconsapevoli di questi “virus spirituali”, è pur vero che altre volte siamo noi a ritrovarci vittime di questo contagio.

Ciascuno di noi ha certamente sperimentato come in alcune situazioni il malessere altrui sia in grado di propagarsi anche su di noi. Ricordo molto bene che alcuni anni fa, mi accorsi di come alcune conversazioni con colleghi particolarmente critici e lamentosi avessero finito per “contagiare” anche il mio approccio lavorativo. Purtroppo, tutte le patologie spirituali a cui accennavamo poco sopra sono in grado in un certo modo di infettare anche noi. Ecco perché occorrerebbe anche qui una certa precauzione.

Se usassimo un pizzico della premura con cui oggi ci stiamo proteggendo dal contagio del coronavirus per custodirci anche da questi focolai di infezione spirituale, ne trarremo tutti un grande beneficio.

Alle volte diventa una sacrosanta precauzione saper dare un confine a chi ci sta accanto, prendere le distanze da certi atteggiamenti, imparare ad “igienizzare” certi sfoghi con la giusta dose di ironia…

Custodirci e custodire dal contagio di ciò che nuoce alla nostra vita interiore è una cosa per la quale non riceveremo mai istruzioni a domicilio, né vedremo prime pagine dei giornali o servizi dedicati nei TG, ma rappresenta un significativo stimolo che questi tempi di coronavirus ci stanno offrendo, attraverso la mediazione del nostro corpo e della sua preziosa fragilità. 

L’augurio è quindi che il nostro senso di responsabilità possa, in questo complicato contesto, allargare i propri orizzonti. A tutti buon cammino di prevenzione da ogni forma di contagio.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/03/coronavirus-e-altri-contagi/

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Quaresima: storie di fioretti e fallimenti

Di solito l’arrivo della quaresima tende a suscitare in molti di noi sinceri slanci di miglioramento.

Ricordo che da piccolo questo era il periodo dei celebri “fioretti”. Sia in famiglia, sia al catechismo scattava un imperativo: bisogna fare qualche sacrificio per Gesù!

I fioretti normalmente potevano assumere due connotazioni: una negativa, ovvero le rinunce, e una propositiva, i buoni propositi. Sul fronte rinunce, ricordo molteplici approcci: rinuncia a guardare la TV, rinuncia ai dolciumi, rinuncia alla carne di venerdì e la rinuncia per me sempre più ostica… quella alla nutella!

Accanto alle rinunce, ero sollecitato ad inserire anche la parte più costruttiva: i buoni propositi. Qualche preghierina in più, non litigare con le sorelle, cercare di stare attento a messa, aiutare mamma ad apparecchiare, e via dicendo.

Se mi guardo indietro, devo constatare che da bambino, l’idea che mi ero fatto della quaresima era quella di un periodo veramente triste.

Crescendo, in me aveva prevalso un’ impostazione volontarista. Per cui negli anni delle superiori e dell’università la quaresima era diventata un tempo privilegiato per rimettersi in carreggiata nella vita di fede, una specie di training, di preparazione atletica in cui stringere i denti per poi vivere bene il resto dell’anno… Era finito il tempo dei banali fioretti da bambino, bisognava avventurarsi in qualcosa di più originale e articolato. Non più una banale rinuncia alla nutella, ma fare qualcosa di serio per essere bravi cristiani e piacere a Gesù.

Iniziava così l’epoca dei grandi propositi, la mia fantasia si sbizzarriva per cercare di trovare qualcosa di valido per mettere a frutto quel tempo: leggere una pagina di vangelo tutte le sere, non parlar male degli altri, dire le lodi ogni mattina, una messa extra infra-settimana, leggere un libro edificante, non usare internet per 40 lunghi giorni… Grandi propositi a cui corrispondevano sempre sistematici fallimenti.

Ricordo un episodio emblematico: mi ero proposto di digiunare a pane e acqua tutta una giornata fino a cena. Riuscito a superare eroicamente il pranzo con un solo pacchetto di cracker, a metà pomeriggio il morso della fame mi spinse in cucina. Volevo concedermi un altro pacchetto di cracker, ma poi mi dissi “i miei hanno comprato il pane, meglio mangiare un po’ di quello perché se avanza è un peccato”. Aprendo il sacchetto vidi che all’interno c’era anche una fragrante rosetta…  ve la faccio breve, intorno alle 17 stavo pasteggiando con un buon panino al salame.

Così, normalmente, capitolavano uno dopo l’altro i miei fioretti. E io passavo da sentimenti di grande compiacimento interiore se per due o tre giorni riuscivo ad essere costante, a delusione e sfiducia non appena fallivo il bersaglio.

Tutto era per me una ascesi volontarista, un perfezionamento, una specie di autoaffermazione religiosa in cui Gesù era poco più di una “scusa” camuffata sullo sfondo.

Per lungo tempo non sono riuscito ad andare oltre questo orizzonte, e le parole che ascoltavo in proposito erano sempre su quel tenore: chi diceva che Gesù ha sofferto per noi e quindi anche noi dobbiamo soffrire, chi diceva che la quaresima è un esercizio di rinuncia a sé perché Gesù ci ha detto che dobbiamo rinnegare noi stessi, chi ancora sosteneva che solo mortificando il corpo col digiuno e la preghiera si espiano i peccati, e così via…  Incontravo sempre frasi fatte, scollegate tra loro e non riuscivo a trovare un senso autentico a questo insieme di mortificazioni, per cui ho passato anche alcune quaresime in cui i buoni propositi erano praticamente azzerati per evitare la frustrazione del fallimento. Vivevo una fede fatta di comportamenti, norme e precetti, ma senza alcuna profondità relazionale.

Credo che molto spesso nei nostri ambienti cattolici si rischi di ripetere questo cliché. Un cristianesimo trasformato in etica esigente che vuole guadagnarsi la salvezza attraverso impegno, coerenza ed abnegazione: una malintesa concezione della sofferenza, un certo disprezzo del corpo, l’idea che Gesù voglia da noi qualcosa, che sia affetto da una specie di strano sadismo per cui è contento se anche noi soffriamo. Insomma, il pensiero che ci sia una specie di “tassa da pagare” per essere cristiani o per garantirsi i favori di Dio.

Tutto questo ci stanca, ci prosciuga, ci demoralizza perché manca una autentica prospettiva di relazione figliale con Dio. Tutto questo ci ha fatto perdere di vista che nel battesimo siamo figli di Dio, che il cuore di tutto è la relazione con il Padre e che Cristo da noi non vuole nulla, ma soltanto che ci apriamo all’amore di Dio.

La Liturgia che scandisce il tempo della Chiesa ci guida attraverso periodi di preparazione e momenti di compimento. La quaresima è quel tempo favorevole che ci prepara alla Pasqua. Ma in questa preparazione, l’iniziativa non è, come spesso pensiamo, nostra: “mi devo preparare”.

L’iniziativa è l’indistruttibile voglia che Dio ha di incontrarci ancora nel profondo del nostro cuore. Il Padre rivolge a noi la sua Parola, e la sua Parola il primo giorno della quaresima si sofferma sulle tre forme attraverso cui Dio si propone di incontrarci in questo tempo. (cfr. Mt 6,1-6.16-18)

Elemosinapreghiera e digiuno non sono precetti da assolvere, ma esperienza di unione con il Signore.

La preghiera che è relazione per eccellenza, dialogo cuore a cuore con il Padre, è posta come ponte unificante tra l’elemosina e il digiuno, che si ritrovano come atti profondamente connessi tra loro.

Digiuno ed elemosina sono infatti chiamati ad essere espressione di questa relazione. Il digiuno è multiforme rinuncia a ciò che appaga i nostri sensi e se vissuto nella relazione diventa partecipazione all’amore pasquale di Cristo. Infatti, ci fa sperimentare una piccola morte a noi stessi, al nostro individualismo, affinché possiamo aprirci al passaggio dell’elemosina, il passaggio all’amore donato, ovvero del dono di ciò a cui abbiamo rinunciato.

Esempio pratico: io digiuno da una pizza per donare i 20€ che ho risparmiato a chi ne ha bisogno, rinuncio ad un’ora di TV per donare quel tempo a qualcuno… il digiuno diviene così trampolino per passare da una vita di possesso ad una vita di dono.

La Pasqua d’altronde è proprio questo, è rivelazione dell’amore di Dio nella storia attraverso la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

La quaresima ci prepara a questo grande passaggio dalla morte alla vita, attraverso piccole morti e piccole risurrezioni quotidiane nelle quali il Padre desidera sempre più svelarsi a noi. Piccole “pasque” in cui ritrovarci sempre più figli.

Fissiamo allora lo sguardo su ciò che veramente conta: lasciamoci riconciliare con il Padre, sapendo che di tutto ciò che è vissuto da figli in Cristo, nulla è da buttare, né i nostri fioretti né i nostri fallimenti.

Buona quaresima.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/02/quaresima-storie-di-fioretti-e-fallimenti/

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Perché San Valentino rischia di essere il funerale dell’amore

Lo so, il titolo è un po’ forte, evidentemente provocatorio. Quindi da leggere fino in fondo prima di tirare le somme.

Il fatto è che da diversi giorni, se non settimane, vedo continuamente l’incombenza di questa festa tramite proposte di pacchetti regalo hotel + spa, cene romantiche, uscite di libri o film, week-end fuori porta, e chi più ne ha più ne metta. Ma più vedo questa abbondanza di idee, più penso che sia tutto un po’ finto.

Finti questi regali, perché sono preconfezionati. Facile regalare l’amore preconfezionato. Facile regalare qualcosa quando hai l’imbarazzo della scelta.

Troppo facile regalare una scatola di cioccolatini, per andare sul semplice, quando non devi neanche pensare di farlo perché tutto intorno a te ti invita a farlo. Non sei convinto della scatola di cioccolatini? Che problema c’è, ci sono mille altre idee tra cui scegliere!

Finto, ancora, credere che l’amore sia regalarsi un momento speciale un giorno dell’anno in cui ti è praticamente “comandato” di farlo.

Molto meno facile e molto più vero farlo tutti gli altri giorni. Quando nessuno te lo suggerisce, nessuno se lo aspetta, nessuno ti fornisce idee su come “dimostrare” l’amore.

Ma se fosse tutto qui, non si capisce perché nel titolo San Valentino, da festa, rischia di diventare funerale.

E allora devo aggiungere un’altra considerazione. Il 14 febbraio è la festa degli innamorati: ecco perché potrebbe diventare il funerale dell’amore. Mi spiego meglio. Che tipo di “amore” si celebra a San Valentino? Quello delle farfalle nello stomaco, quello di io-e-te-tre-metri-sopra-il-cielo, quello di due cuori e una capanna… insomma, l’amore sentimentale e idealizzato. Finto, appunto, come i regali preconfezionati.

Quello che voglio dire è che questa festa rischia di confondere l’amore con ciò che amore non è ancora.

E si rischia di cascarci in pieno! Solo quando finisce la fase dell’innamoramento, la fase dell’idealizzazione, solo allora può iniziare l’amore, nella realtà delle fatiche, delle imperfezioni, dei difetti, della “voglia” di amare che a volte c’è, a volte non c’è.

L’amore che si incontra con la realtà, si costruisce giorno per giorno e non vive di sentimentalismo, ma se vuole crescere si ciba anche di “lacrime e sangue”. Amare è fare la “carrambata” di San Valentino o, se sei un uomo, scegliere di alzarti per primo da tavola per sparecchiare anche se non ne hai voglia ma vedi che lei è più stanca di te? Se sei donna, scegliere di morderti la lingua e, per quel momento, non scaricare addosso a lui la frustrazione della tua giornata, decidendo di, almeno, chiedergli prima come sta e com’è andato il lavoro? Sono solo esempi, ciascuno ci metta i propri.

Cosa è più facile? Cosa è più vero?

Sì, forse non per tutti San Valentino è sinonimo di amore fasullo e irreale, sicuramente qualcuno lo festeggia celebrando un amore maturo e vero. Sì, forse non per tutti San Valentino rischia di essere il funerale dell’amore. Per tutti però l’amore vero ha a che fare con la morte, anzi, con le morti: del mio egoismo, del mio bisogno immediato, della mia voglia che manca.

Perché, come ha detto qualcuno, amare è voce del verbo morire. Ma attenzione, non è il morire per fare il funerale! È il morire che sa tagliare per fare spazio all’altro, che sa rinunciare per il bene dell’altro, che sa scegliere a volte la cosa più faticosa in quel momento, ma che darà una gioia più grande dopo. Come portare via la spazzatura dopo cena anche se non ne hai voglia, come fermarti un attimo dalle faccende domestiche che avevi programmato di fare e “perdere tempo” per bere un caffè insieme.

Giulia Cavicchi

Articolo originale a questo link https://cavicchigiulia.it/2019/02/04/perche-san-valentino-rischia-di-essere-il-funerale-dellamore/

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L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo” possa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/01/la-luce-oltre-le-luci/

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La Luce oltre le luci

Finalmente sono riuscita a riordinare la casa dopo le feste di Natale: tolta la ghirlanda dallo specchio all’ingresso, rimesse le statuine nella loro scatola pronte a tornare in scena tra 11 mesi e, infine, riposto l’albero made in china, naturalmente dopo averlo svestito da tutte le palline (meno quelle che non sono sopravvissute alla gatta) e dalle luci intermittenti, che davano quel tocco così caldo alla casa.

Già, le luci. Mi ricordo che da bambina facevo un gioco mentre ero in auto con mia madre, di solito nel tragitto casa dei nonni – casa nostra, ed era quello di contare quanti alberi di Natale illuminavano le case lungo la strada. Vederli mi affascinava, era come se per un breve periodo dell’anno succedesse qualcosa di magico: l’atmosfera del Natale rendeva appunto tutto più brillante e “luccicoso”.

In questi giorni mi è ritornato alla mente quel gioco, mentre rimettevo al loro posto gli addobbi, e mentre mi capitava di osservare le persone che facevano altrettanto per le luci natalizie dei loro giardini.

Alberi, presepi, slitte, addobbi luminosi di varia natura e dimensione, alcuni davvero molto grandi… chissà quanta fatica per installare quelle luci, e che dispiegamento di forze, incluso necessariamente l’utilizzo di gru e piattaforme aeree!

E mi sono ritrovata a pensare proprio a questo, a quanto impegno, quanta organizzazione, quanta energia (sia fisica che elettrica!) mettano in campo le persone per avere alberi illuminati durante le feste natalizie per poi disfare tutto i primi di gennaio, e ho avuto come la sensazione che questo, per certi versi, purtroppo ci rispecchi. Rispecchi un certo modo di vivere la fede, che rischiamo tutti, e cioè quello di accontentarci di luccicare per un attimo, con sforzi, impegno, e grande appariscenza… per poi ritornare alla vita di prima senza porci troppi problemi, di accontentarci di ‘indossare’ un occasionale luccichio superficiale (e artificiale) che poi non lascia nulla e non incide nella vita di tutti i giorni: insomma un vivere la fede tanto quanto basta, come le luci di Natale, che ti servono da dicembre al 6 gennaio, ma poi la tua vita, tutto il resto dell’anno, la vivi senza.

Mi viene in mente quello che mi diceva un’amica durante queste feste, cioè che secondo lei ci sono i cristiani, e poi ci sono i cristiani che sono anche persone in cammino. Anche se una persona va a messa tutte le domeniche, diceva lei, non è detto che sia una persona in cammino.

Che significa allora essere cristiani? Significa aver ricevuto la luce del Battesimo: sì, ad ognuno di noi il giorno del battesimo è stata consegnata una candela accesa simbolo della vita di Cristo (vera Luce) che illumina la nostra vita rendendoci tempio dello Spirito Santo.

La luce accesa in noi quel giorno però è stata spesso e inevitabilmente soffocata da mille altre cose nel corso della nostra vita, ma resta in noi come la nostalgia di quella luce e di quel calore e allora ci ritroviamo irresistibilmente attratti da ciò che brilla. Così finiamo tante volte per credere che basti indossare occasionalmente qualche scintillio superficiale per colmare quel vuoto.

E che significa invece essere cristiani in cammino? Significa aver riscoperto la nostalgia di questa luce nel profondo di sé stessi e camminare per tornare a farla risplendere e custodirla viva.  A questo proposito, tornando ai nostri addobbi natalizi, come non pensare ai Re Magi, che sono coloro che non si accontentano di uno scintillio passeggero ed effimero, perché sanno che le luci che passano sono fatte per orientarci ad un’altra luce, quella vera. Essi seguono la scia della stella che passo dopo passo, km dopo km, anno dopo anno, li avvicina sempre più a quell’incontro a tu per tu con la “luce vera, quella che illumina ogni uomo”.

E noi, concretamente, come possiamo porci nella prospettiva dei magi? Non ho una risposta esauriente, ma credo che sia essenziale porre il rapporto con il Signore davvero al centro della propria vita, ovvero che la relazione con Lui sia in noi quella luce fondante capace di illuminare tutto il resto. Credo anche sia importante non accontentarsi di abitudini religiose o di eventi che ci scuotano con scintillii emotivi e forse pure artificiosi, ma piuttosto coltivare un dialogo il più possibile continuativo e sincero con Lui, aprire il cuore alle Sue ispirazioni quotidiane, e chiedere di custodirci nella luce contro le tentazioni del nemico che vuole oscurarla con i luccichii superficiali.

Per quanto ci riguarda, ci sono più cose che ci sostengono nello stare in cammino, o almeno a provarci: avere una guida spirituale, che ci aiuta a non raccontarcela e a prendere seriamente le scelte che dobbiamo fare, e a farle con il Signore; gli esercizi spirituali, che sono un tempo privilegiato di incontro con Lui nel qui ed ora; inoltre, importantissimo per noi è avere amicizie che condividono con noi la fede e un cammino spirituale, persone con cui sentiamo di parlare lo stesso linguaggio e con cui possiamo condividere gioie e fatiche autentiche; infine, tutto questo che ho appena scritto non avrebbe senso senza la ricerca di un incontro quotidiano con il Signore, a tu per tu, attraverso la sua Parola e la nostra vita quotidiana.

Queste sono solo alcune modalità che ci sono state preziose fino ad oggi nel mantenerci in cammino, certo non significa che siano le uniche o le migliori, e non significa nemmeno che questo metta al riparo da errori, cantonate e fraintendimenti. Ma il bello è che poco importa, perché tutto serve per arrivare a Lui, anche i nostri errori. Anche a questo proposito, possiamo guardare i Magi: l’incontro con Erode poteva sembrare un grandissimo errore, eppure è proprio Erode che, dopo aver consultato gli scribi e i sacerdoti, indica loro il luogo esatto, Betlemme. Senza Erode, forse, non sarebbero mai arrivati a destinazione. Questo pensiero mi consola molto: tutto serve, nel piano di Dio, anche se sul momento ci sembra di non capire nulla. L’incertezza è unita indissolubilmente alla fiducia, anche questo fa parte del cammino: se sapessimo già tutto infatti, non servirebbe fiducia, non servirebbe cammino.

Ciò che ci attende alla fine, comunque, è certo: la gioia sarà grandissima, come quando arrivi ad alcune tappe fondamentali della tua vita e, guardandoti indietro, metti insieme i pezzi, e finalmente scorgi un filo rosso, o una stella cometa potremmo dire, che ha accompagnato il tuo cammino fino a lì, qualcosa che nei singoli fatti ti era sfuggito, ma ora lo vedi, ti è chiaro! Ecco che senso aveva questo, ecco a che cosa mi ha preparato quell’altro, ecco perché quest’altra cosa ancora. Un filo rosso, o meglio, una cometa che ti ha guidato e ti sta guidando sempre più vicino alla “Luce vera, quella che illumina ogni uomo.”

Lui è il Verbo fatto carne, in lui è la vita e la vita è la luce degli uomini. Quest’anno allora, mentre riponiamo negli scatoloni i nostri addobbi natalizi, ricordiamo al nostro cuore che tutte le luci scintillanti delle feste trovano il loro senso solo nella Luce vera, quella che forse sotto tanta polvere, ancora arde nei nostri cuori.

Giulia & Tommaso

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E se fossimo tutte “famiglie ferite”?

Veglia di preghiera per le famiglie ferite, percorso diocesano per le famiglie ferite, progetto pastorale per le famiglie ferite. Ultimamente sentiamo questa espressione “famiglie ferite” sempre più di frequente e ogni volta ci verrebbe da alzare la mano dicendo “Eccoci, presenti!”. E invece il nostro alzare la mano sarebbe fuori luogo, perché è un’espressione di solito utilizzata negli ambienti diocesani ed ecclesiali in genere, per indicare le famiglie e le coppie “irregolari”, quelle divorziate e quelle divorziate risposate, per intenderci.

Ma davvero solo perché non apparteniamo a queste due categorie, noi, “gli altri” che siamo regolarmente sposati, possiamo NON dirci “famiglia ferita”?

Certo, la ferita a cui ha fatto riferimento il papa la prima volta che ha usato  questa espressione indicava una realtà precisa, ovvero quando la ferita riguarda il sacramento del matrimonio, cioè tutte quelle persone che hanno visto in qualche modo fallire il loro progetto di vita di coppia e ne portano il peso, compreso il fatto di percepire una certa diffidenza e il sentirsi non completamente accolte all’interno della stessa comunità cristiana.

E quindi, proprio noi che alle volte facciamo sentire queste persone escluse e differenti, possiamo non dirci “famiglia ferita”?

Chi di noi non ha ferite nella propria storia di coppia e nella propria storia personale (che quindi evidentemente diventano ferite di coppia pure quelle)?

Chi porta la ferita di un conflitto con la famiglia di origine, chi porta la ferita della sterilità, chi quella di un figlio con handicap, chi quella di un figlio morto prematuramente, chi porta una ferita nella propria sessualità, chi, ancora, quella di un abbandono, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Ci sono ferite più evidenti, che saltano più all’occhio, e ferite meno evidenti, che conoscono solo i diretti interessati, perché troppo intime, troppo dolorose anche solo da nominare.

Ci sono ferite di cui siamo consapevoli e ferite di cui non siamo consapevoli, ma di cui ugualmente portiamo il peso attraverso le nostre rigidità, le nostre false sicurezze, le nostre chiusure, le nostre difese ben serrate.

Ci sono ferite più invadenti e ferite meno invadenti, croci più pesanti da portare e croci meno pesanti, ma tutti, ripeto, tutti, siamo famiglie ferite.

Ah, e non dimentichiamoci del Sacramento del matrimonio. Solo perché il nostro pare “funzionare” pensiamo di essere sempre un’immagine impeccabile del Sacramento che abbiamo celebrato? Siamo realmente un’icona credibile dell’amore di Dio per l’umanità? Noi no, anzi.

Quanto meno perché tutti abbiamo in noi il segno di una ferita, la ferita per eccellenza, quella del peccato originale. Sì, il Battesimo ci ha fatto creatura nuova in Cristo, ma in noi resta l’inclinazione al peccato, come se fossimo su di un piano inclinato che ci porta a “peccare”, cioè fondamentalmente ad avere paura per noi stessi, spingendoci quindi a preservare e ad affermare noi stessi a scapito dell’altro. Tutti portiamo il segno di questa ferita, che ci porta a guardare con sospetto la relazione con l’altro, a temere che l’altro possa privarci di qualcosa, che possa ferirci, approfittarsi di noi, oppure che non sia interessato a noi, o ancora che ci voglia ingannare, manipolare, ecc… anche questo elenco potrebbe essere molto lungo, e la parola “altro” è da intendersi sia con la a minuscola che con la A maiuscola. Sono due facce della stessa medaglia, e se non fosse abbastanza chiaro, le ferite che porti verso l’altro (i fratelli) e verso l’Altro (Dio) sono esattamente le stesse.

Un amico mi raccontava che durante gli esercizi spirituali ignaziani ha riconosciuto in lui un pensiero ricorrente del nemico che era “A Dio tu non interessi, ha di meglio da fare, non ha tempo da perdere con te”. Mesi dopo, ha riconosciuto questo stesso pensiero verso suo padre, ricontattando il sé bambino, ripensando al fatto che il padre non è mai andato alle sue partite di basket perché, evidentemente, aveva di meglio da fare. Questo era, nella sua storia, uno degli effetti del peccato originale, che aveva intaccato l’immagine di Dio ma anche, in parte, il suo modo di relazionarsi, tendendo a rendersi sempre brillante e interessante, appunto, per il timore che le altre persone si voltassero dall’altra parte, pensa un po’.

Che ci piaccia o no questa è la nostra situazione, e ognuno porta dentro di sé una versione particolare di “contro-parola” – direbbe don Fabio Rosini – o effetto del peccato originale nella propria storia, con cui, se sarà fortunato, potrà fare i conti. La cosa peggiore che possa capitare infatti, credo sia non accorgersene e restare fermi alla superficie finendo per collocarsi sul versante di quelli non feriti, dei bravi, di quelli che hanno fatto tutte le cose a modo, o peggio, che credono di aver meritato ciò che di buono hanno nella vita a suon di buone azioni e sforzi di volontà.

Essere cristiani non significa essere bravi e perfetti, il cristiano non è uno indenne, uno che non si è mai ferito, ma uno le cui ferite sono diventate luogo di salvezza.

Il cristiano è qualcuno che ha sperimentato come il Signore si sia rivelato e lo abbia visitato proprio attraverso le ferite della sua storia, ed è testimone del fatto che queste stesse ferite sono diventate feritoie di grazia per la propria vita.

Solo così, da questa prospettiva, possiamo incontrare veramente gli altri con tutto il bagaglio di sofferenza che portano, da “famiglia ferita” a “famiglia ferita”: la Chiesa allora sarà realmente quell’ospedale da campo di cui più volte ha parlato Papa Francesco.

Di questo ci parla il Natale, di un Dio che non ha temuto di prendere un corpo come il nostro e di farsi carico delle nostre ferite, affinché le nostre fragilità potessero divenire il luogo della manifestazione della sua grazia.

“Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”  (Is 53,5)

Buon cammino a tutti verso il Signore che viene.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2019/12/e-se-fossimo-tutte-famiglie-ferite/

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A proposito di porno

Recentemente, su più fronti, siamo stati interpellati sul tema pornografia.

Allo scorso Forum WAHOU un ragazzo ci ha chiesto come poterne uscire, in un’altra occasione una donna sposata ci ha confidato sconvolta di aver scoperto che suo marito guarda abitualmente video porno, ed infine un’amica ci ha condiviso la preoccupazione per il fratello ventenne che sta da pochissimi mesi con una ragazza che gli ha già proposto di guardare (e non solo) porno insieme …

In modo soft ormai la pornografia è diventata una cosa quotidiana, un prodotto stuzzicante e gratuito a disposizione H24 comodamente sui nostri smartphone per riempire i nostri vuoti interiori.

Nonostante i continui tentativi di normalizzarla rendendola un ingrediente di tante cose come serie tv, reality, pubblicità e video musicali, tutti quanti intuiamo tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va. Anche chi la difende dicendo che il sesso è una cosa naturale, in fondo in fondo sa che non è poi così naturale avere un incontro intimo col proprio smartphone. Basti pensare che per accedervi occorre uscire dall’ambiente reale delle relazioni sociali e passare, non senza un pizzico di furtività, ad un ambiente virtuale che per pulirci la coscienza abbiamo chiamato: ‘per adulti’.

Purtroppo, ciò che è stato propinato come espressione di libertà contro ogni censura, presenta in realtà un duplice problema: la pornografia fa male ed è un male!

Si, la pornografia fa male, ma fa male a chi?  Di fatto, se non è coinvolto nessun’altro, a chi faccio del male se guardo qualcosa di ‘spinto’ nel segreto della mia stanza?

Fa male a me! Io sono la vittima! E sebbene sul momento ne esca eccitato, non mi rendo conto che la pornografia come un parassita mi sta divorando dall’interno.

Innanzitutto, crea dipendenza. Ci sono sull’argomento numerosi studi neurologici che mostrano come il meccanismo fisiologico che si innesca in chi guarda pornografia è simile a quello di chi assume droghe.

(Vi rimandiamo all’associazione Puri di cuore che si occupa dell’argomento per approfondirne il tema della dipendenza).

Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Non tanto perché spesso mostra rapporti violenti o perversi, quanto perché altera il modo di vedere le altre persone.

Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico. Un conto è essere attratti dalle donne, altro è uno sguardo che analizza e separa il corpo dalla persona.

Questi sono alcuni degli effetti più nefasti della pornografia, ma se ci fermiamo al dato che la pornografia fa male, rischia di sfuggirci la cosa più importante, ovvero che la pornografia fa male perché è un male.

Un male è qualcosa che indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni non solo non edifica, ma disgrega la persona allontanandola dalla sua pienezza.

La pornografia però non è un male per il fatto che il sesso è un male, né perché i corpi nudi siano un male.

Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Oppure: Chi lo ha inventato?

Da cattolici diciamo: “Dio!” Dio ci ha creati come maschi e femmine e la sua benedizione sull’uomo e sulla donna è stata: “siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gn 1,28) ovvero: il desiderio sessuale è buono!

Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. La lussuria disgrega così la persona, allontanandola dalla sua dignità.

Karol Wojtyla in Amore e Responsabilità riflettendo sulla differenza tra ‘usare’ ed ‘amare’ scrive:

“La persona è un bene che non si accorda con l’utilizzazione […] La persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo”.

Probabilmente tutti abbiamo sperimentato di essere stati usati da qualcuno e certamente sappiamo che non ci ha fatto bene, tutti auspichiamo invece di essere trattati con amore.

Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Proprio per questo, sempre in Amore e responsabilità, constata come, tanto più l’amore è vero, tanto più il soggetto si sente responsabile della persona.

Possiamo allora cogliere come nella pornografia, tra tutti gli atteggiamenti possibili, l’amore non sia affatto contemplato: le persone sono ridotte ad oggetti bidimensionali che si usano a vicenda per essere usati da chi guarda, nessuno ha cura di nessuno, nessuno è veramente riconosciuto come persona.

Al contrario del cinema dove c’è un messaggio, si racconta una storia, ci sono personaggi interpretati, nella pornografia nessuno è veramente interessato alla trama (quando eventualmente c’è), nessuno si cura del vissuto dei personaggi, del loro stato d’animo… l’obiettivo è uno e uno solo: suscitare la lussuria in chi guarda.

Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Il pudore è oltrepassato, violentato e si perde inevitabilmente il mistero della persona e del suo corpo.

Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore. La cerchiamo per sentirci vivi, ma ne usciamo tristi, la usiamo assetati di intimità, ma ci ritroviamo sempre più soli, la guardiamo per essere liberi di fare ciò che ci pare ma alla fine ci risvegliamo nella gabbia della dipendenza.

Comprendere che la pornografia è male e fa male, è certamente un primo e insostituibile passo per decidere di affrontare questa abitudine o peggio, dipendenza, e intraprendere un cammino verso un nuovo sguardo e una nuova libertà.

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La bella morte

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Negli ultimi giorni la mia famiglia ha vissuto un momento importante e intenso, la morte del nonno. Importante e intenso, appunto, non brutto. Non riesco a dire che sia stato un brutto momento, anzi, mi viene proprio da dire che sia stato un momento bello. E lo dico con tutto il rispetto per il dolore che ciascuno di noi ha provato.

Sì, morire può essere bello, non perché non si soffra, ma perché oltre la sofferenza si possono cogliere doni preziosi, la morte infatti non è mai l’ultima parola sull’uomo, e in questa esperienza familiare lo abbiamo toccato con mano.

Lo sapevamo già, ad esempio la storia di Chiara Corbella Petrillo ce lo aveva insegnato, ma vedere che anche la morte di un uomo di 89 anni, che per qualcuno potrebbe apparire scontata, ha qualcosa da insegnare, mi fa davvero dire che “il Regno di Dio è in mezzo a noi”, nell’ordinarietà della vita vissuta con fede.

Il nonno ha vissuto proprio così la sua vita, da uomo onesto nel suo lavoro di direttore di banca, da marito e padre amorevole, saggio, di poche parole, ma sempre giuste e sapienti, da uomo mite, che ha vissuto in tutta pienezza la sua vita, e che viveva la sua vecchiaia nella pace e nella fiducia.

Con questa stessa pace ha affrontato gli ultimi giorni, dove non ha smesso di sorridere negli attimi in cui era cosciente e incontrava il volto di qualcuno accanto a lui, e di ringraziare. Le sue ultime parole, nelle ultime ore di agonia, dove faceva fatica a respirare, non era più né grado né di mangiare né di bere, senza dentiera, con un grande sforzo di fiato e di tutto il corpo sono state: “Ti ringrazio molto” a sua sorella, che gli stava inumidendo le labbra per un po’ di conforto. Quanto è vero che se impariamo a ringraziare, lo faremo anche nel momento della prova più difficile, la morte.

In quelle ore, poche per fortuna, ho proprio pensato che fosse unito a Cristo nella sofferenza della Croce. L’ultima cosa che ha “mangiato” infatti è stata una briciola di ostia consacrata, meno di 24 ore prima della morte: uniti nella sofferenza per un breve tratto, per poi essere uniti nella beatitudine eterna.

Dal momento che la situazione di salute del nonno è precipitata nel giro di pochissimi giorni, la sensazione è stata proprio quella di aver vissuto un piccolo triduo pasquale nell’intimità della nostra famiglia, dal venerdì alla domenica, giorno in cui il nonno è salito al Padre.

Un altro particolare che mi ha colpito è stato che, ad un certo punto, eravamo in cinque donne intorno a lui, nella sua elegante stanza da letto, e ho pensato che non fosse un caso. Sua moglie, sua figlia, la sorella, due nipoti: le donne di famiglia hanno presidiato la situazione, hanno consolato, si sono prese cura, hanno vigilato, hanno accarezzato, hanno cantato, hanno pregato. E non sto dicendo che gli uomini di famiglia non hanno fatto nulla, ma mi è stato evidente come il ministero femminile sia davvero diverso da quello maschile. Stare presso la vita e presso la morte è del femminile, la carezza di una donna è diversa dalla carezza di un uomo, la tenerezza di una donna è diversa dalla tenerezza di cui è capace l’uomo. Anche nel Vangelo, del resto, sono le donne che tamponano la sofferenza e cercano di preservare la dignità, come la Veronica con il suo gesto rimasto alla storia, sono le donne che stanno presso la croce, sono le donne che poi si preoccupano del corpo di Gesù, la mattina successiva.

E come la domenica mattina a Maddalena viene annunciata la Resurrezione, così anche nella liturgia della domenica in cui il nonno è salito al Cielo, il tema era la resurrezione. E se la Parola ci parla nella vita concreta nel qui ed ora, impossibile non leggerla come la certezza che il nonno è stata accolto tra le braccia di Dio, in cui ha sempre creduto.

Il giorno del funerale poi, quale gioia scoprire che la liturgia del giorno parlava del nonno: nella prima lettura dal libro della Sapienza Le anime dei giusti , invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.

E nel Vangelo: Così anche voi, quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare.

Proprio così è morto il nonno, nella pace di aver fatto tutto ciò che “doveva” fare, nella consolazione di aver compiuto la sua missione su questa terra, nella gioia di aver accanto a lui tutta la sua amata famiglia.

E il dono della sua esistenza non è cessato con la morte, perché ci ha lasciato il suo testamento spirituale, dove ringrazia per i doni che ha ricevuto nella vita, benedice tutti e ci raccomanda “la sola cosa importante in questa vita e in quella futura, la Fede”.

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