Signore, non ti riconosco più!

Pare che Gesù abbia perso il controllo. Eppure, qui si vede quanto il suo cuore arda di un santo zelo, di smania di farci capire cosa è davvero importante per noi, qualcosa che non possiamo perdere assolutamente e per questo alza la voce: è troppo grande la posta in gioco.

Si tratta nientemeno di illuminarci su cosa sia l’amore.

Mi piace molto chi ha interpretato tale vangelo dicendo che la domanda iniziale di Gesù avrebbe potuto essere questa: “ma secondo voi cosa è l’amore?”. Allora gli avrebbero risposto: “amare è un sentimento”, “amare è un’emozione”, “amare è stare bene con la persona giusta” … e quando Pietro rispose bene: “amare è donarsi tutto e per sempre” allora Gesù andò oltre: “ecco, esatto, ed io lo farò sulla croce per voi”.

Ma a quel punto in Pietro venne fuori l’amor proprio: “eh no, ma non si può amare così, è disumano, è illusorio, è masochistico”. E ha provato a far “rinsavire” Gesù… ma è bellissimo quello che succede dopo. Gesù, infatti, non esce dai gangheri, come parrebbe a prima vista. È perfettamente padrone di sé stesso, solo che sta dicendo con forza a quel testone di Pietro che, se non ama fino a dare tutto, smette di essere un vero discepolo. E allora ecco che lo rimette in carreggiata, “stammi dietro, rimettiti sul cammino, non smettere di seguirmi”.

A me è successo, non so a voi, dinanzi a situazioni di sofferenza e crisi, di dire a Gesù: “ma tu Signore chi sei? Cosa vuoi da me? Dove mi stai portando?”. Pare che in quelle situazioni Gesù diventi per noi uno sconosciuto, un estraneo, uno diverso da come lo vorremmo, cioè un Dio su misura, un Dio che collima con i nostri desideri e progetti.

Eppure, cari sposi, voi lo sapete bene, l’amore non può essere esente dalla croce. Solo chi ci è passato ha acquistato quella sapienza che viene dell’Alto e che rende davvero capaci di viverlo in modo concreto e vero. In un mondo liquido, solo un amore così ci permette di stare piantati saldamente alla nostra realtà, di permanere, di restare ed essere fedeli nel tempo.

Come lo esprime bene San Giovanni Paolo II quando scrive: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris Consortio 13).

Non smettiamo di camminare dietro al Signore in una donazione piena e totale nel matrimonio. E se vi viene voglia di scantonare, di un amore diverso da quello del Maestro, non preoccupatevi che ci pensa Lui a richiamarvi e a riprendervi.

ANTONIO E LUISA

La croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

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