San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di San Gregorio I (540-604), detto anche “Magno” per i moltissimi meriti che si è guadagnato nella sua missione pastorale. Un papa vissuto in una congiuntura storica difficilissima (guerre, carestie, eventi climatici avversi, pestilenze, invasioni…). Tra codesti meriti va menzionato anche l’aver messo in luce, tra i primi assieme a S. Agostino e a S. Isidoro di Siviglia, una dimensione del matrimonio che la Chiesa ha pienamente rivalorizzato a partire dal Concilio Vaticano II, ossia l’ordo coniugatorum, l’ordine degli sposi. Vediamo quindi in cosa consiste.

Per prima cosa, partiamo da cosa disse Gregorio al riguardo. Egli, nella sua opera “Moralia in Iob”, cioè il commento esegetico al libro di Giobbe, interpreta in modo allegorico il numero dei sette figli e tre figlie nati a Giobbe (cfr. Gb 1,2). Gregorio vede nei sette figli l’ordo praedicantium, cioè gli apostoli e nelle tre figlie il resto dei fedeli. Questi ultimi poi vengono suddivisi in tres ordines: i pastori rappresentati da Noè, i continenti, rappresentati dal profeta Daniele e i coniugati rappresentati appunto da Giobbe (cfr. Gregorio Magno, Moralia in Iob, 1.14.20). Può sembrarvi banale tutto ciò ma invece è stata una pietra miliare verso un sempre maggior riconoscimento della dignità nuziale.

Difatti il concetto di “ordine” nella chiesa antica era una qualifica del proprio stato di vita, indicava che la Chiesa vedeva in queste persone una caratteristica sostanziale che le rendeva capaci di vivere in un certo modo ed avere una missione particolare. Dice il Catechismo: “La parola Ordine, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano” (CCC 1537).

Secondo il grande teologo domenicano francese Yves Congar (1904-1995) la Chiesa, fin dai suoi inizi vide negli “ordini” un modo per qualificare le diverse categorie dei fedeli nella Chiesa per questo poi si iniziò a distinguere i cristiani prima tra clero e fedeli ma poi anche tra vergini, sacerdoti, diaconi, vedovi, sposi, catecumeni…

In un altro passaggio del Catechismo si dice che: “Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici, [Cf Eb 5,6; Eb. 7,11; 110,4] chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla dell’“ordo episcoporum” – ordine dei vescovi, – dell’“ordo presbyterorum” – ordine dei presbiteri – dell’“ordo diaconorum” – ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove” (CCC 1537).

È sempre Congar che vede negli “ordini” uno sforzo dei Padri della Chiesa per dare un ruolo preciso alle diverse parti della comunità. È in questa linea che si mosse appunto S. Gregorio Magno e così egli interpretò 3 grandi personaggi dell’Antico Testamento come i simboli dei 3 grandi ordines dei fedeli: Noè – ordine dei predicatori (dottori) e pastori, Daniele – i continenti/contemplativi, Giobbe – i coniugati.

Un elemento molto positivo della Chiesa antica è che non vi era una gerarchia tra questi ordini, bensì una sinergia tra di loro e così, per esempio, non si poteva affermare che Daniele fosse superiore di Giobbe. Ancora Congar in tutto ciò sottolineava come il merito e la perfezione personali erano indipendenti dalla situazione sociale o anche ecclesiastica.

Ora dalla Chiesa antica dobbiamo fare un salto di vari secoli ed arrivare al Concilio Vaticano II (1962-1965). Al suo interno, quando i padri conciliari si domandavano come definire in pieno secolo XX la Chiesa, essi videro un’ottima spiegazione nel concetto di “comunione”: la chiesa è una comunione tra stati di vita, tra “ordini”. La Costituzione Apostolica Lumen Gentium dice proprio al n° 11: “I coniugi cristiani …hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine [nella loro funzione], il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (in suo vitae statu et ordine proprium suum in Populo Dei donum habent).”

Don Carlo Rocchetta fa un’attenta osservazione al riguardo della traduzione italiana del suddetto numero della Lumen Gentium 11 perché nota come ordo è tradotto erroneamente con “funzione” «Non si esagera, né si forza il senso del testo conciliare, dunque, se vi si scorge il ricupero dell’ordo coniugatorum e quindi la collocazione dinamica della coppia cristiana entro gli ordines su cui per secoli si è costituito la Chiesa» (C. Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa).

In altri passaggi don Carlo opera questa correzione alla traduzione di “ordo” in latino e ne fuoriesce una migliore visione del matrimonio. Ecco due passaggi:

La Lumen Gentium 14: “Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di ordini diversi [funzioni diverse]. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli”.

La Gaudium et Spes 52: “I coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e costituiti in un vero ordine di persone, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di sentire, da comune santità”.

Questa riflessione è sfociata poi nel Catechismo, nei numeri che ho già citato ma soprattutto in questo:

CCC 1631: “… il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”.

Dove si arriva in fin dei conti con queste considerazioni? Per prima cosa a capire che la Chiesa delle origini guardava con profonda dignità al matrimonio e lo considerava un “ordine” tanto quanto quello sacerdotale. E questo perché la Chiesa aveva una struttura comunionale, motivo per cui il Concilio Vaticano II ha voluto di nuovo recuperarla. E terzo, da queste due premesse, ne consegue che per la grazia del sacramento del matrimonio tutte le coppie di sposi, partecipando tutte all’unico vincolo d’amore di Cristo che ama la Chiesa, formano tra loro una vera e propria unità sacramentale, un “corpo solo”, un ordine appunto, con una missione ben specifica: amare e testimoniare come ama Gesù, in una unità che supera qualsiasi altra forma aggregativa.

Voi coppie non siete da meno dei sacerdoti, avete un sacramento che vi costituisce Piccola Chiesa Domestica, un sacramento tanto degno quanto il sacerdozio. Cambia solo il modo di compiere la missione: essere comunione permanente, tra voi, in famiglia, in parrocchia, con la guida dei vostri pastori.

Ringraziamo il Signore del dono di grandi e santi pastori, come San Gregorio, che hanno avuto la lungimiranza e l’acutezza di comprendere sempre meglio la vostra meravigliosa dignità sacramentale e di saperla mettere in pratica pastoralmente. Preghiamo perché possiamo avere sempre pastori così e con loro e tra voi sposi formare una vera comunione nella Chiesa.

Un pensiero su &Idquo;San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

  1. Ciò che non mi è chiaro è l’estrema differenza di trattamento riservata a spretati e separati/divorziati. Non riesco a comprendere come sia possibile accettare che i primi possano aver commesso un errore e possano tornare sui loro passi e i secondi no. Sono mamma di un adolescente, il che di per sé costituisce un forte deterrente al compiere stupidaggini… Comprendo “di pancia” che il mio lasciare avrebbe sui miei familiari un impatto devastante, infinitamente superiore a quello dell’allontanamento di un sacerdote da una comunità (provato!). È il fondamento teologico… Pastorale… Chiamatelo come volete… Che stento a capire. Grazie

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...