Cosa farete da grandi?

Cari sposi,

mi sa che tutti voi o avete visto o almeno sapete di che tratta il film “Da grande” (1987) con Renato Pozzetto nelle vesti di un piccolo Marco che non vede l’ora di crescere per sposarsi la sua maestra Francesca delle elementari di cui è lo spasimante.

Il tema della maturità affettiva è presente in questo vangelo odierno dal momento che Gesù sta presentando i requisiti per seguirlo. Oltre alla croce quotidiana da abbracciare ci sono anche elementi di ordine umano, come il “costruire una torre” che alludono appunto alla base umana di ogni scelta definitiva, in altre parole alla maturità affettiva, alla vera adultità. Vorrei pertanto parlare con voi proprio su questo, sul saper discernere bene sia prima ma anche durante il matrimonio come un modo per rispondere alla vocazione del Signore. Non basta dire un “sì” vago e spiritualista al Signore, non basta essersi sposati in chiesa per assicurare un matrimonio fecondo ma bisogna anche lavorare sodo su noi stessi perché questo assenso divenga concreto e possiamo collaborare con lo Spirito Santo nella forgia di un carattere, di una psicologia, di una “umanità” che ci permettano di donarci al coniuge e ai figli.

La prima lettura, in armonia con il Vangelo, parlano difatti di liberarsi da ogni peso che possa gravare sul nostro spirito e soprattutto in ordine a comprendere la Volontà di Dio, quindi al discernimento. Quali sono questi fardelli in un matrimonio? Sono certi condizionamenti della propria famiglia di origine, certe remore del proprio passato, modi di pensare e criteri che non sempre collimano con la nostra fede. E non solo del passato ma anche del presente, perché voi vivete “a bagno maria” in un mondo che predica l’esatto contrario del Vangelo. Senza la vigilanza e il discernimento prima o poi il vostro vivere ne resterà intaccato. E poi, come si fa a scegliere se non si è liberi? Come posso liberamente dirti di “sì” per sempre se ho dei condizionamenti al mio carattere, alla mia volontà, alla mia mente?

Ecco allora che Gesù saggiamente ci dice: prima di metterti a costruire il tuo matrimonio, pensa bene a quali materiali state usando, su quali forze disponete, su che stoffa possedete… non sia che poi dobbiate scontrarvi con amare sorprese dopo 5, 10, 20 anni…

In questo senso, vi rimando a due numeri di Amoris Laetitia che parlano proprio di questo e sono il 239 e il 240. Il Signore vuole dirci che il matrimonio esige una grande preparazione ma anche un continuo vigilare su come lo stiamo vivendo, un costante discernimento se viviamo o meno nella Volontà di Dio. Invocando spesso lo Spirito Santo e aprendovi gli uni gli altri, possiate, cari sposi, camminare alla sequela di Gesù, Vostro Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il lavoro su noi stessi è fondamentale. Spesso siamo più concentrati sui difetti dell’altro. Ognuno di noi si porta nel matrimonio delle parti non risolte di sè. L’atteggiamento peggiore che possiamo mettere in atto è proprio quello di dire sono fatto così. Noi siamo fatti per essere liberi e il matrimonio con le sue richieste radicali, con la quotidianità della relazione, ci può aiutare ad esserlo. Un matrimonio è fatto di impegno e sostegno. Impegno per migliorarci gradatamente giorno dopo giorno e sostegno per accoglie i limiti dell’altro. L’amore gratuito è il solo che può sostenere e provocare nell’altro riconoscenza e desiderio di impegnarsi e migliorarsi. Quindi cari sposi prendiamo la nostra croce e andiamo dietro al Signore. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di San Gregorio I (540-604), detto anche “Magno” per i moltissimi meriti che si è guadagnato nella sua missione pastorale. Un papa vissuto in una congiuntura storica difficilissima (guerre, carestie, eventi climatici avversi, pestilenze, invasioni…). Tra codesti meriti va menzionato anche l’aver messo in luce, tra i primi assieme a S. Agostino e a S. Isidoro di Siviglia, una dimensione del matrimonio che la Chiesa ha pienamente rivalorizzato a partire dal Concilio Vaticano II, ossia l’ordo coniugatorum, l’ordine degli sposi. Vediamo quindi in cosa consiste.

Per prima cosa, partiamo da cosa disse Gregorio al riguardo. Egli, nella sua opera “Moralia in Iob”, cioè il commento esegetico al libro di Giobbe, interpreta in modo allegorico il numero dei sette figli e tre figlie nati a Giobbe (cfr. Gb 1,2). Gregorio vede nei sette figli l’ordo praedicantium, cioè gli apostoli e nelle tre figlie il resto dei fedeli. Questi ultimi poi vengono suddivisi in tres ordines: i pastori rappresentati da Noè, i continenti, rappresentati dal profeta Daniele e i coniugati rappresentati appunto da Giobbe (cfr. Gregorio Magno, Moralia in Iob, 1.14.20). Può sembrarvi banale tutto ciò ma invece è stata una pietra miliare verso un sempre maggior riconoscimento della dignità nuziale.

Difatti il concetto di “ordine” nella chiesa antica era una qualifica del proprio stato di vita, indicava che la Chiesa vedeva in queste persone una caratteristica sostanziale che le rendeva capaci di vivere in un certo modo ed avere una missione particolare. Dice il Catechismo: “La parola Ordine, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano” (CCC 1537).

Secondo il grande teologo domenicano francese Yves Congar (1904-1995) la Chiesa, fin dai suoi inizi vide negli “ordini” un modo per qualificare le diverse categorie dei fedeli nella Chiesa per questo poi si iniziò a distinguere i cristiani prima tra clero e fedeli ma poi anche tra vergini, sacerdoti, diaconi, vedovi, sposi, catecumeni…

In un altro passaggio del Catechismo si dice che: “Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici, [Cf Eb 5,6; Eb. 7,11; 110,4] chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla dell’“ordo episcoporum” – ordine dei vescovi, – dell’“ordo presbyterorum” – ordine dei presbiteri – dell’“ordo diaconorum” – ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove” (CCC 1537).

È sempre Congar che vede negli “ordini” uno sforzo dei Padri della Chiesa per dare un ruolo preciso alle diverse parti della comunità. È in questa linea che si mosse appunto S. Gregorio Magno e così egli interpretò 3 grandi personaggi dell’Antico Testamento come i simboli dei 3 grandi ordines dei fedeli: Noè – ordine dei predicatori (dottori) e pastori, Daniele – i continenti/contemplativi, Giobbe – i coniugati.

Un elemento molto positivo della Chiesa antica è che non vi era una gerarchia tra questi ordini, bensì una sinergia tra di loro e così, per esempio, non si poteva affermare che Daniele fosse superiore di Giobbe. Ancora Congar in tutto ciò sottolineava come il merito e la perfezione personali erano indipendenti dalla situazione sociale o anche ecclesiastica.

Ora dalla Chiesa antica dobbiamo fare un salto di vari secoli ed arrivare al Concilio Vaticano II (1962-1965). Al suo interno, quando i padri conciliari si domandavano come definire in pieno secolo XX la Chiesa, essi videro un’ottima spiegazione nel concetto di “comunione”: la chiesa è una comunione tra stati di vita, tra “ordini”. La Costituzione Apostolica Lumen Gentium dice proprio al n° 11: “I coniugi cristiani …hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine [nella loro funzione], il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (in suo vitae statu et ordine proprium suum in Populo Dei donum habent).”

Don Carlo Rocchetta fa un’attenta osservazione al riguardo della traduzione italiana del suddetto numero della Lumen Gentium 11 perché nota come ordo è tradotto erroneamente con “funzione” «Non si esagera, né si forza il senso del testo conciliare, dunque, se vi si scorge il ricupero dell’ordo coniugatorum e quindi la collocazione dinamica della coppia cristiana entro gli ordines su cui per secoli si è costituito la Chiesa» (C. Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa).

In altri passaggi don Carlo opera questa correzione alla traduzione di “ordo” in latino e ne fuoriesce una migliore visione del matrimonio. Ecco due passaggi:

La Lumen Gentium 14: “Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di ordini diversi [funzioni diverse]. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli”.

La Gaudium et Spes 52: “I coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e costituiti in un vero ordine di persone, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di sentire, da comune santità”.

Questa riflessione è sfociata poi nel Catechismo, nei numeri che ho già citato ma soprattutto in questo:

CCC 1631: “… il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”.

Dove si arriva in fin dei conti con queste considerazioni? Per prima cosa a capire che la Chiesa delle origini guardava con profonda dignità al matrimonio e lo considerava un “ordine” tanto quanto quello sacerdotale. E questo perché la Chiesa aveva una struttura comunionale, motivo per cui il Concilio Vaticano II ha voluto di nuovo recuperarla. E terzo, da queste due premesse, ne consegue che per la grazia del sacramento del matrimonio tutte le coppie di sposi, partecipando tutte all’unico vincolo d’amore di Cristo che ama la Chiesa, formano tra loro una vera e propria unità sacramentale, un “corpo solo”, un ordine appunto, con una missione ben specifica: amare e testimoniare come ama Gesù, in una unità che supera qualsiasi altra forma aggregativa.

Voi coppie non siete da meno dei sacerdoti, avete un sacramento che vi costituisce Piccola Chiesa Domestica, un sacramento tanto degno quanto il sacerdozio. Cambia solo il modo di compiere la missione: essere comunione permanente, tra voi, in famiglia, in parrocchia, con la guida dei vostri pastori.

Ringraziamo il Signore del dono di grandi e santi pastori, come San Gregorio, che hanno avuto la lungimiranza e l’acutezza di comprendere sempre meglio la vostra meravigliosa dignità sacramentale e di saperla mettere in pratica pastoralmente. Preghiamo perché possiamo avere sempre pastori così e con loro e tra voi sposi formare una vera comunione nella Chiesa.

I cristiani sanno cos’è il matrimonio?

Volevo ragionare con voi su una questione che ho affrontato pochi giorni fa con alcuni amici. Questo amico raccontava di essere andato con la moglie a dare testimonianza in una parrocchia e alla fine il parroco lo aveva ringraziato si, ma senza mancare di fare una velata critica. La proposta offerta dai miei due amici era troppo alta, necessitava di fede che non tutti avevano. Ora la domanda viene spontanea: non si può parlare della proposta cristiana sull’amore neanche in parrocchia? Se non lì dove?

Luisa ed io ci siamo trovati d’accordo con questa coppia sul fatto che spesso le persone, che anche vivono in un contesto cristiano, nella parrocchia, negli oratori o in gruppi e movimenti, in realtà sanno poco o nulla della morale cristiana e di cosa significa il matrimonio. Anche i corsi per i fidanzati di preparazione al matrimonio sono spesso incompleti, non arrivano quasi mai al cuore del matrimonio. Non so perchè. Perchè è così difficile spiegare cosa è un sacramento? Perchè è così difficile andare oltre la relazione umana? Si invitano psicologi, medici, avvocati o altri professionisti. Ma per queste cose, per fare andar bene una relazione sul piano umano non serve il sacramento. Basta il nostro impegno. Sono tutte cose fondamentali. Non lo nego. E’ importante conoscere determinate dinamiche relazionali e le norme giuridiche e sociali che caratterizzano l’istituto matrimoniale. Ma dove sta Gesù in tutto questo? Chi prepara queste coppie crede davvero che Gesù sia determinante? A volte mi viene il dubbio. Quando i fidanzati arrivano alla fine del percorso di preparazione sanno rispondere alle domande davvero fondamentali? Hanno capito la differenza tra la convivenza, che tanti di loro già vivono, e il matrimonio? Sanno cosa stanno per fare?

Ho come la sensazione che per tanti cristiani il matrimonio in chiesa sia solo la ciliegina sulla torta. Sia dare una spolverata di religiosità a una relazione che in realtà è fondata solo sulla forza dei due. Gesù cosa c’entra in tutto questo? Quando. nei nostri seminari, raccontiamo le basi della spiritualità di coppia e del sacramento del matrimonio, ci rendiamo conto che spesso mancano le basi. Tante coppie, tutte coppie che hanno una vita cristiana, senbrano sentire per la prima volta quello che noi diciamo loro. Poi è chiaro il motivo per cui anche tanti matrimoni sacramentali finiscono male. Gli sposi hanno molte carenze e lacune, non sanno tante cose. Si fraintende quindi il significato. Come si direbbe per un’azienda si fraintende la mission. Il matrimonio non ci è dato per poter avere tutto ciò che ci manca: affettivatà, intimità, cura ecc. Non ci deve completare. Altrimenti non capiamo tante cose. Il per sempre, ad esempio, diventa una richiesta non del tutto compresa e accettata spesso solo a parole, ma non nel cuore. Perchè devo stare con lui/lei se non sto più bene come prima? Il centro sono io. Se non mi rende felice è giusto quindi lasciarlo/la. Il sacramento è qualcosa che prima di tutto mi deve dare, come del resto la fede. Per tanti non è la strada verso la santificazione. Non è il luogo dove incontrare Cristo. Perchè altrimenti si dovrebbe mettere in conto la croce e per tanti non è concepibile. Capite il fraintendimento? Se lo scopo del matrimonio è che mi renda felice rischio seriamente di partire molto male.

In realtà lo scopo principale del matrimonio non è quello. Io non devo trovare la felicità nelle relazioni umane. La felicità quella vera viene solo da Dio. Tutto il resto è precario. Non posso affidare tutto il mio bisogno di infinito amore ad una creatura che per quanto possa essere bella e brava è comunque imperfetta e limitata. La persona che abbiamo accanto sbaglia di continuo e ci farà soffrire alcune volte con il suo comportamento e i suoi sbagli. Certo accolgo con gioia e riconoscenza tutte le cose belle ma non fondo su di esse la fedeltà alla promessa. E allora? Cosa è il matrimonio cristiano? Il matrimonio è quella relazione dove abbiamo la possibilità di imparare ad uscire da noi stessi, dove in una scelta radicale (INDISSOLUBILE, FEDELE E UNICA) e incondizionata (NON DIPENDE DA COME SI COMPORTA L’ALTRO) troviamo chi siamo. Siamo creature fatte ad immagine di Dio. Solo nel momento in cui ci doniamo completamente possiamo fare esperienza di chi siamo e trovare senso a tutto. Il matrimonio è fatto per dare tutto e nel dare tutto trovare Gesù. Per questo è un sacramento. E’ una vocazione e un sacramento. VOCAZIONE che non è altro che il modo che abbiamo per rispondere ad un amore tanto grande che Dio ci offre gratuitamente e personalmente e SACRAMENTO perchè sa che noi siamo troppo piccoli per potere amare così e ci aiuta con la Sua presenza e la Sua grazia. Quanti lo sanno? Quanti sanno, o meglio sono cosapevoli, che il giorno delle nozze, con quella promessa solenne fatta in chiesa, si stanno donando non solo allo sposo o alla sposa, ma a Dio stesso che entra in quella relazione benedetta e sacralizzata? Dio che resta lì anche se uno dei due dovesse andarsene.

Poi certo, se non si è consapevoli di tutto questo e le cose non funziano più, la risposta che le coppie cristiane riescono a trovare è la stessa solita e povera risposta che trova qualsiasi altra coppia di conviventi e di uniti civilmente: la separazione. C’è bisogno di un nuovo annuncio, anche tra i cristiani. E’ brutto doverlo constatare, ma anche gli sposi cristiani hanno bisogno dell’annuncio di pienezza e di bellezza che il matrimonio sacramento racchiude dentro di sè. Coraggio non puntiamo il dito contro nessuno, assumiamoci la responsavbilità personalmente noi coppie che abbiamo compreso nel tempo la bellezza del matrimonio e testimoniamo ogni volta che possiamo.

Antonio e Luisa

Paura per il futuro? Apritevi agli altri

Vorrei rispondere ad alcuni commenti arrivati al blog qualche giorno fa. C’è preoccupazione. Tante famiglie hanno timore di non riuscire ad arrivare a fine mese. Cari sposi cristiani non abbiate paura, in questo tempo di crisi, nel fare quadrare i vostri conti e nel fare la carità. Ogni giorno radicatevi sempre di più in Dio, con la preghiera, il digiuno e le opere di misericordia verso chi soffre. Il nostro compito sarà sempre di più fondersi nel nostro Padre Celeste e vivere come facevano le prime comunità cristiane che mettevano tutto in comune e si aiutavano l’un l’altro.  A tal proposito vi cito un passo del Vangelo che ci dice proprio questo di non avere timore: Luca 12, 22-31 “Poi disse ai suoi discepoli: «Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta.
Abbà, nostro Padre Celeste, ci dice di avere fede e di non preoccuparci tutto arriverà, tra l’altro più vi spederete nell’ essere segno di carità verso gli altri e più il Signore vi sarà vicino e vi aiuterà. Io e mia moglie Barbara cerchiamo di essere due testimoni del Vangelo, ci occuppiamo della Missione di Speranza e Carità di Palermo e la nostra vita è donata agli altri, viviamo di provvidenza, quindi non abbiamo stipendi, viviamo solo di quello che ci viene regalato. Nei giorni scorsi dovevamo partire per un viaggio, per fare un corso e cementare sempre di più il nostro essere sposi, e abbiamo speso circa 300 euro di aereo, una cifra per noi importante, ebbene dopo pochi giorni sono arrivati, attraverso una donazione del tutto inaspettata, esattamente i 300 euro. Potrei farvi tanti di questi esempi, ci manca la frutta e ci arriva la frutta. Ma questo non è una regola che vale solo per noi, ma per tutte le famiglie che hanno fede. Le famiglie della Associazione Papa Giovanni XXIII, che accolgono nelle loro case bimbi o adulti in difficoltà, vivono tutte di Provvidenza e questa è sempre presente.

Tutti noi che abbiamo fatto scelte radicali e ci affidiamo completamente a Dio possiamo testimoniare che non ci manca nulla di ciò che ci serve. Questo vale per tutte le famiglie cristiane che mettono al centro delle loro vite Dio, quindi non abbiate paura lanciatevi nella carità verso chi soffre. Possiamo mettere in pratica le 7 opere di misericordia spirituali: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, perdonare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per morti. Tutte queste opere non comportano uscite economiche, ma impegnano la nostra persona. Possiamo mettere in pratica anche le 7 opere corporali della Misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare lo straniero, il pellegrino, curare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Anche qui cari sposi non vi preoccupate nell’essere segno concreto di carità, ogni cosa che donerete il Padre Nostro ce la ridarà, magari non domani, ma quando ci servirà. Questi sono tempi difficili impariamo sempre di più a vivere con poco, ma non facciamoci mai mancare la carità, non fatevi prendere dalla paura, non chiudetevi in famiglia, più vi aprirete verso gli altri e più avrete risorse per superare questo momento di grande caos e mettere le basi per costruire in cielo i vostri tesori.

Anche qui ci viene in aiuto la parola di Dio, Matteo: 6,19-21 “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
Noi sposi cristiani siamo su questa terra, ma non dobbiamo farci prendere delle preoccupazioni del mondo, ma avere sempre fissa la dimensione del cielo. In questa terra siamo tutti stranieri in terra straniera e la nostra vita è molto breve. Il Salmo 89 al versetto 10 cita: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo.
Questi tempi fanno davvero paura, la tv ci racconta di guerre, carestie, accanto a noi la violenza aumenta, lo sconforto, i prezzi salgono, le bollette si impennano, ma la paura non viene dal nostro Padre Celeste. Noi dobbiamo essere saldi in Dio, ed essere noi la carezza del Signore per chi ci è accanto e non ha la nostra stessa fede e si lascia prendere dallo sconforto.

Riccardo Rossi