C’è un modo di amare che nasce dalla paura. È l’amore che stringe troppo, che trattiene, che controlla. È l’amore che, nel tentativo di non perdere l’altro, finisce per soffocarlo. È l’amore messo sottovuoto. Ma l’amore vero, quello che Dio ha pensato per l’uomo e la donna, non vive senza aria.
Nel sacramento del matrimonio, la Chiesa non benedice una fusione che annulla, quanto piuttosto una comunione che genera vita. “Non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19,6) non significa sparire l’uno nell’altro, ma diventare un noi senza perdere l’io. L’amore cristiano non dice “sei mio”, ma “mi dono a te”. Il possesso nasce dalla paura di essere abbandonati, il dono nasce dalla fiducia che l’altro è libero e proprio per questo sceglie di restare.
L’amore soffoca quando si controlla invece di fidarsi, quando si pretende invece di ascoltare, quando si invade invece di custodire, quando si chiede all’altro di colmare i nostri vuoti interiori. Un coniuge non è un’appendice della nostra insicurezza, non è un anestetico per la solitudine, non è un’ancora che impedisce all’altro di navigare. Mettere l’amore sottovuoto significa togliere ossigeno alla relazione, eliminare spazio, silenzio e crescita personale. E ciò che non respira, lentamente, muore.
Dio, che è Amore, non costringe mai. Chiama, propone, attende, rispettando persino il nostro rifiuto. Se Dio stesso non trattiene l’uomo con la forza, come potremmo farlo noi con il coniuge? L’amore di Cristo sulla croce non è un amore che lega, ma un amore che libera, un amore che dice: “Per amore vostro mi spoglio, mi consegno, mi affido”. Ogni matrimonio cristiano è chiamato a riflettere questo stile.
Essere noi non significa pensare sempre allo stesso modo, non significa fare tutto insieme, non significa annullare i confini. Il noi sano è fatto di due libertà che si scelgono ogni giorno, di due storie che camminano insieme senza cancellarsi, di due individualità che si arricchiscono reciprocamente. È un noi che respira perché accetta le differenze, rispetta i tempi, lascia spazio alla preghiera personale, permette all’altro di crescere anche oltre noi. Un noi che non respira diventa dipendenza. Un noi che respira diventa alleanza.
La gelosia ossessiva non nasce dall’amore, ma dal timore di non essere abbastanza. L’amore cristiano non si fonda sul controllo, bensì sulla fiducia. Fidarsi non significa essere ingenui, significa affidare l’altro prima di tutto a Dio, riconoscendo che non siamo noi il suo salvatore. Solo Dio può colmare il cuore dell’uomo. Il coniuge cammina accanto, non prende il Suo posto. Questo è autentico matrimonio cristiano!
Un giardino non cresce se lo calpesti, non cresce se lo copri ermeticamente. Cresce se lo curi, lo innaffi, lo lasci al sole. Così è l’amore coniugale: non si chiude, si custodisce; non si stringe, si accompagna; non si soffoca, si serve. L’amore che dura non è quello che trattiene, ma quello che sa lasciare andare senza smettere di amare. Il matrimonio sacramento, dunque, non è una prigione a due, è una vocazione alla libertà condivisa. Un amore messo sottovuoto ha odore di paura. Un amore che respira ha profumo di Cielo. Perché “Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3, 17-18). E solo un amore libero può diventare eterno.
Fabrizia Perrachon
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