«Aman parlò loro della magnificenza delle sue ricchezze, del gran numero dei suoi figli, di tutto ciò che il re aveva fatto per renderlo grande e di come lo aveva innalzato sopra i prìncipi e i ministri del re. Aggiunse Aman: “Anche la regina Ester non ha fatto venire con il re al banchetto che aveva preparato altri che me; e anche per domani sono invitato da lei con il re. Ma tutto questo non mi basta, finché vedrò Mardocheo, il Giudeo, seduto alla porta del re”» (Est 5,11-13).
L’orgoglio ci rende ciechi quando il nostro valore dipende dal riconoscimento degli altri; l’amore maturo, invece, sa chiedere conferma senza pretenderla e gioire del bene dell’altro senza sentirsi minacciato. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.
Aman torna a casa pieno di gioia. È stato invitato dalla regina Ester a un banchetto riservato al quale ha partecipato soltanto il re. Inoltre, ha ricevuto un secondo invito per il giorno seguente. Agli occhi di tutti sembrerebbe trovarsi al culmine della propria fortuna: possiede ricchezze, numerosi figli, prestigio e una posizione superiore a quella di tutti gli altri funzionari del regno.
Eppure, mentre esce dal palazzo, vede Mardocheo alla porta del re. Mardocheo non si alza, non si inchina e non manifesta alcun timore davanti a lui. Basta quel gesto per cancellare in Aman la gioia appena sperimentata. Tutto ciò che possiede improvvisamente non conta più. Tornato a casa, convoca gli amici e la moglie Zeres, elenca i propri successi e racconta l’onore ricevuto da Ester. Poi confessa: «Ma tutto questo non mi basta, finché vedrò Mardocheo seduto alla porta del re». Queste parole svelano la vera povertà di Aman. Ha quasi tutto, ma non riesce a godere di nulla. La presenza di un solo uomo che non gli offre il riconoscimento desiderato oscura ogni altro bene. Non vede più ciò che ha ricevuto; vede soltanto ciò che gli manca.
L’orgoglio ci rende ciechi proprio in questo modo. Non ci impedisce necessariamente di conoscere i nostri successi, ma ci rende incapaci di gustarli. Ci convince che saremo finalmente soddisfatti quando tutti riconosceranno il nostro valore, approveranno le nostre scelte e ci tratteranno come pensiamo di meritare. Finché una persona non si inchina, una critica non viene ritirata o un merito non viene riconosciuto, tutto il resto sembra perdere significato.
Il bisogno di riconoscimento, in sé, non è sbagliato. Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi visto, accolto e apprezzato. In Analisi Transazionale si parla di “carezze” per indicare le unità di riconoscimento che riceviamo dagli altri. Una parola di apprezzamento, uno sguardo, un abbraccio, un ringraziamento o anche una risposta alla nostra presenza sono carezze che ci comunicano: «Ti vedo, esisti, sei importante».
Un bambino non può crescere senza riconoscimento. Anche da adulti continuiamo ad averne bisogno. Nel matrimonio è naturale desiderare che il coniuge si accorga della nostra fatica, riconosca un gesto di cura e ci dica che siamo preziosi. Non c’è nulla di immaturo nel bisogno di essere ringraziati, ascoltati o incoraggiati. Il problema nasce quando il riconoscimento non è più un dono che accogliamo, ma diventa la condizione senza la quale non riusciamo a percepire il nostro valore.
Aman non desidera soltanto essere riconosciuto: ha bisogno che tutti confermino continuamente la sua superiorità. Il suo equilibrio dipende dall’inchino degli altri. Per questo Mardocheo possiede su di lui un potere enorme. Senza compiere alcuna azione, con il solo rifiuto di prostrarsi, riesce a privarlo della pace. Ogni volta che affidiamo completamente il nostro valore allo sguardo altrui, consegniamo agli altri il potere di decidere come staremo.
Questo può accadere anche nella coppia. Un marito può compiere molti gesti per la famiglia, ma sentirsi inutile se la moglie non li riconosce nel modo che lui desidera. Una moglie può ricevere affetto e fedeltà, ma rimanere concentrata sull’assenza di una determinata parola o attenzione. Iniziamo così a contare ciò che facciamo e a misurare ciò che riceviamo: «Io mi impegno più di te», «Non ti accorgi mai dei miei sacrifici», «Se non ci fossi io, qui crollerebbe tutto».
Dietro queste frasi può esserci un bisogno autentico che merita di essere ascoltato. Forse quella persona si sente trascurata e ha realmente bisogno di maggiore riconoscimento. Ma il bisogno può mescolarsi alla pretesa: non desideriamo più essere visti, vogliamo che l’altro ci confermi continuamente di essere migliori, indispensabili o sempre nel giusto.
L’orgoglio non si manifesta soltanto attraverso chi si vanta apertamente. Può nascondersi anche nel vittimismo. Possiamo elencare tutto ciò che facciamo non per condividere una fatica, ma per dimostrare che nessuno ama quanto noi, nessuno soffre quanto noi e nessuno comprende quanto noi. Anche il sentirsi sempre la parte sacrificata può diventare una forma di superiorità.
Aman racconta agli amici ogni dettaglio della propria grandezza, ma non cerca relazione: cerca un pubblico. Ha bisogno di persone che confermino l’immagine che ha costruito di sé. Quando gli amici e la moglie gli consigliano di preparare un palo per Mardocheo, trova immediatamente piacevole quella proposta. Il bisogno di riconoscimento, diventato orgoglio, non cerca più di colmare una mancanza interiore: pretende di eliminare chi la rende visibile.
Naturalmente, nella coppia questo non avviene quasi mai in una forma così estrema. Possiamo però tentare simbolicamente di eliminare la voce dell’altro. Lo interrompiamo, svalutiamo ciò che dice, ricordiamo i suoi errori oppure lo puniamo con il silenzio. Non sopportiamo che possa avere un’opinione diversa perché percepiamo il suo dissenso come una diminuzione del nostro valore.
Il capitolo sesto mostra fino a che punto Aman sia accecato. Durante la notte il re, non riuscendo a dormire, si fa leggere il libro delle cronache e scopre che Mardocheo non è mai stato ricompensato per avergli salvato la vita. Quando Aman entra a corte, il re gli domanda: «Che cosa si deve fare a un uomo che il re vuole onorare?». Aman pensa immediatamente: «Chi più di me il re desidererebbe onorare?». Non prende neppure in considerazione la possibilità che possa trattarsi di un’altra persona. Suggerisce quindi tutti gli onori che sogna per sé: la veste regale, il cavallo del re e una proclamazione pubblica. Il re gli ordina di fare esattamente tutto questo per Mardocheo.
Aman è costretto a condurre per la città proprio l’uomo che voleva umiliare, proclamando davanti a tutti il suo onore. Il rovesciamento è completo. Il suo bisogno di essere innalzato lo ha reso incapace di leggere la realtà. Ha interpretato ogni cosa attraverso la convinzione di essere il centro: «Se il re vuole onorare qualcuno, quel qualcuno devo essere io». Anche noi possiamo cadere in questa cecità. Interpretiamo i gesti del coniuge come se tutto riguardasse noi. Se è silenzioso, pensiamo che sia arrabbiato con noi. Se è stanco, ci sentiamo rifiutati. Se riceve un riconoscimento, temiamo che il nostro valore venga diminuito. Invece di rallegrarci per il bene dell’altro, entriamo in competizione.
Nel matrimonio, però, l’onore ricevuto da uno non sottrae qualcosa all’altro. Se mia moglie cresce, fiorisce e viene apprezzata, non diventa una minaccia per me. Se mio marito realizza qualcosa di bello, non devo riportare immediatamente l’attenzione su ciò che ho fatto io. Siamo una sola carne: il bene dell’altro può diventare anche la mia gioia.
Per arrivare a questa libertà abbiamo bisogno di riconoscere il nostro valore come qualcosa che non deve essere continuamente conquistato. L’Analisi Transazionale esprime questa consapevolezza attraverso la posizione esistenziale: «Io sono OK, tu sei OK». Il mio valore non dipende dal fatto che io sia superiore a te e il tuo valore non diminuisce il mio. Possiamo riconoscerci reciprocamente senza competere. Per noi cristiani questa certezza trova la sua radice nell’amore di Dio. Prima di ogni successo e prima di ogni riconoscimento umano, siamo figli amati. Dio non ci ama perché siamo più capaci, utili o meritevoli degli altri. Il suo amore gratuito ci libera dalla necessità di mendicare continuamente conferme o di costruire la nostra grandezza abbassando chi ci sta accanto.
Questa libertà non elimina il bisogno di ricevere carezze. Ci rende però capaci anche di chiederle apertamente: «Avrei bisogno che tu riconoscessi ciò che sto facendo», «Mi farebbe bene sentirmi dire che apprezzi il mio impegno». Una richiesta sincera crea vicinanza; la pretesa nascosta alimenta risentimento. Allo stesso tempo, non dobbiamo usare il discorso sull’orgoglio per giustificare l’indifferenza. Dire al coniuge «Non dovresti avere bisogno di essere ringraziato» può diventare un modo comodo per non riconoscere il bene che riceviamo. L’amore sa vedere e nominare. Ringraziare non è alimentare la vanità dell’altro, ma confermargli che la sua presenza e i suoi gesti non sono invisibili.
Aman riceve molti onori, ma non conosce la gratitudine. Tutto gli è dovuto e nulla è sufficiente. L’antidoto al suo orgoglio non è disprezzare se stessi, ma imparare a riconoscere il bene senza possederlo. L’umiltà non consiste nel negare i propri talenti: significa accoglierli come doni e usarli senza trasformarli in strumenti di superiorità.
Quando impariamo a ringraziare, lo sguardo si libera. Non siamo più prigionieri dell’unico inchino che manca. Vediamo le persone che ci amano, i gesti ricevuti, la strada percorsa e la grazia che ha sostenuto la nostra coppia. Ci accorgiamo che molte delle cose che consideravamo dovute erano, in realtà, doni.
Aman possiede tutto, ma il suo orgoglio gli impedisce di sentirsi ricco. Una coppia può avere molto e vivere nell’insoddisfazione se ciascuno resta concentrato su ciò che non riceve. Può invece attraversare anche stagioni difficili conservando la gioia, se marito e moglie imparano a riconoscersi, ringraziarsi e ricordare che il valore di entrambi precede qualsiasi prestazione. L’amore maturo non domanda all’altro di inchinarsi. Gli offre uno sguardo nel quale possa riconoscersi senza dover dimostrare continuamente di meritare di esistere.
Per dialogare insieme
- In quali situazioni sento maggiormente il bisogno di essere riconosciuto da te?
- Quando non ricevo l’apprezzamento che desidero, riesco a esprimere il mio bisogno oppure divento freddo, polemico o risentito?
- Tendo a confrontare ciò che faccio per te con ciò che tu fai per me?
- Riesco a gioire sinceramente dei tuoi successi oppure qualche volta li vivo come una minaccia?
- Quale tuo gesto di amore o di servizio rischio di considerare ormai scontato?
- Quali parole o attenzioni ti fanno sentire visto, apprezzato e importante per me?
Ognuno scelga tre gesti concreti del coniuge per i quali desidera ringraziarlo. Non limitatevi a dire «grazie di tutto», ma nominate ciò che avete visto: «Ti ringrazio perché…». Poi ciascuno esprima, senza accusare, una forma di riconoscimento di cui sente maggiormente il bisogno: una parola, un abbraccio, un momento di ascolto o un gesto di gratitudine.
Per pregare
Signore Gesù, liberaci dall’orgoglio che ci impedisce di vedere il bene. Quando restiamo concentrati su ciò che ci manca, apri i nostri occhi sui doni che ogni giorno riceviamo attraverso la persona che ci hai posto accanto. Tu conosci il nostro bisogno di essere visti, apprezzati e riconosciuti. Guarisci le ferite che ci fanno dipendere continuamente dall’approvazione degli altri. Ricordaci che il nostro valore non nasce dai successi, dagli elogi o dalla capacità di essere indispensabili, ma dal Tuo amore gratuito. Insegnaci a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno senza trasformare il desiderio in pretesa. Donaci l’umiltà di mostrare la nostra fragilità e di dire con semplicità: «Ho bisogno di sentirmi importante per te». Rendici generosi nel riconoscere il bene dell’altro. Non permettere che la quotidianità renda invisibili i suoi gesti, la sua fatica e la sua fedeltà. Metti sulle nostre labbra parole di gratitudine, incoraggiamento e tenerezza. Liberaci dalla competizione. Fa’ che i successi del nostro coniuge diventino motivo di gioia e non una minaccia. Insegnaci a vivere nella certezza che io sono prezioso e che anche l’altro è prezioso; che la sua luce non spegne la mia e che insieme possiamo riflettere il Tuo amore. Quando una mancanza rischia di cancellare tutto il bene ricevuto, donaci uno sguardo riconoscente. Quando il bisogno di avere ragione ci rende ciechi, restituiscici la verità. Quando vorremmo essere innalzati, ricordaci che Tu hai scelto di inginocchiarti per lavare i piedi ai tuoi discepoli. Fa’ che nella nostra casa nessuno debba mendicare continuamente attenzione e nessuno pretenda che l’altro si inchini. Rendici capaci di onorarci reciprocamente, custodendo la dignità e la bellezza che Tu hai posto in ciascuno di noi. Donaci un cuore umile, libero e riconoscente, perché possiamo vedere quanto siamo già amati e trasformare ogni riconoscimento ricevuto in gratitudine e ogni dono posseduto in servizio. Amen.
Antonio e Luisa