Per un tempo come questo

«Chi sa che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?» (Est 4,14).

La vocazione nasce quando smettiamo di considerarci prigionieri della nostra storia e scegliamo di trasformarla, insieme, in un dono per gli altri. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ci sono parole della Scrittura capaci di illuminare un’intera esistenza. Questa domanda di Mardocheo a Ester è una di esse. Non le offre una certezza rassicurante e neppure le spiega nei dettagli il progetto di Dio. Le suggerisce, però, una possibilità: forse tutto ciò che ha vissuto, anche ciò che non aveva scelto, l’ha condotta proprio lì, in quel preciso momento, perché possa diventare strumento di salvezza.

Ester è arrivata a corte quasi trascinata dagli avvenimenti. Rimasta orfana, cresciuta da Mardocheo, condotta nel palazzo e scelta dal re, fino a questo momento ha vissuto soprattutto adattandosi. Ha obbedito, ha nascosto le proprie origini, ha cercato di non esporsi. Ora, però, non può più limitarsi a seguire ciò che altri hanno deciso per lei. Deve scegliere chi vuole essere. Il decreto preparato da Aman minaccia di sterminare il popolo ebraico. Mardocheo chiede a Ester di intervenire presso il re, ma presentarsi senza essere chiamata potrebbe costarle la vita. Ester si trova davanti a una decisione drammatica: proteggere se stessa oppure rischiare per salvare gli altri.

Mardocheo non le dice semplicemente: «Sei diventata regina». Le chiede di comprendere perché sia diventata regina. Una posizione, un talento, un incontro o persino una ferita acquistano un significato nuovo quando scopriamo che possono essere messi al servizio di qualcuno. La vocazione comincia quando smettiamo di domandarci soltanto che cosa la vita possa darci e iniziamo a chiederci che cosa possiamo offrire attraverso la vita che abbiamo ricevuto.

Anche noi possiamo guardare alla nostra storia come a una successione casuale di avvenimenti. Perché sono nato in questa famiglia? Perché possiedo queste capacità? Perché ho incontrato proprio questa persona? Perché abbiamo attraversato questa prova? Non sempre troveremo una spiegazione. La fede non ci chiede di pensare che Dio abbia voluto ogni dolore o provocato ogni ferita. Ci invita, però, a credere che nessuna parte della nostra storia sia necessariamente inutile. Anche ciò che non viene da Dio può essere trasformato da Lui in un luogo di chiamata.

Questo vale anche per il matrimonio. Non ci siamo incontrati soltanto per stare bene insieme o per soddisfare reciprocamente i nostri bisogni affettivi. Il matrimonio cristiano contiene una chiamata. Quel «noi» che nasce dal sacramento non è destinato a chiudersi in se stesso: può diventare una parola di Dio rivolta al mondo. Ogni coppia è chiamata in modo diverso. Alcuni sposi testimoniano la gioia di accogliere molti figli. Altri scoprono una fecondità che passa attraverso l’adozione, l’affido, l’educazione o il servizio. Alcune coppie diventano segno di speranza perché, dopo una crisi, hanno trovato il coraggio di ricominciare. Altre mostrano che è possibile restare fedeli durante una malattia, attraversare un lutto, prendersi cura dei genitori anziani o custodire l’amore nella fatica della vita quotidiana.

La vocazione della coppia non coincide necessariamente con un’attività visibile nella Chiesa. Può realizzarsi nella casa aperta agli altri, nell’ascolto di una coppia in difficoltà, nell’educazione dei figli, nel lavoro svolto con onestà, nel perdono continuamente rinnovato. A volte la missione più grande di due sposi consiste nel mostrare che un uomo e una donna, pur essendo fragili, possono continuare a scegliersi. Il versetto di Ester ci invita a domandarci: e se fossimo diventati coppia anche per un tempo come questo? Forse il Signore ci ha posti accanto a persone che soltanto noi possiamo raggiungere. Forse la nostra storia contiene una parola di speranza di cui qualcun altro ha bisogno. Forse una ferita che avremmo preferito non conoscere ci ha resi capaci di comprendendere chi attraversa lo stesso dolore.

L’Analisi Transazionale parla del copione come di un progetto di vita elaborato inconsapevolmente fin dall’infanzia. Il bambino, sulla base delle esperienze vissute e dei messaggi ricevuti, prende decisioni su di sé, sugli altri e sul mondo: «Non sono importante», «Devo accontentare tutti», «Non posso fidarmi», «Per essere amato devo essere perfetto», «È meglio non esporsi», «Tanto finirà male». Quelle decisioni potevano avere una funzione protettiva nell’infanzia, ma nell’età adulta rischiano di diventare una prigione. Ester sembra aver imparato a sopravvivere adattandosi e rimanendo nascosta. Di fronte al pericolo potrebbe continuare a seguire lo stesso schema: non mostrarsi, non disturbare, aspettare che siano altri a intervenire. Mardocheo la provoca a uscire da questa modalità. Le ricorda che non è più soltanto la bambina orfana dipendente dalle decisioni altrui. Ora può assumersi la responsabilità della propria vita.

Uscire dal copione non significa rinnegare la propria storia, ma smettere di considerarla una condanna. Significa riconoscere che oggi possediamo possibilità che un tempo non avevamo. Possiamo compiere scelte nuove, accogliere permessi nuovi, scrivere un finale diverso. Questo passaggio è decisivo anche nella coppia. Possiamo entrare nel matrimonio portando copioni differenti: uno teme l’abbandono e cerca continuamente rassicurazioni; l’altro teme di essere soffocato e prende le distanze. Uno ha imparato a evitare ogni conflitto; l’altro ad alzare la voce per essere ascoltato. Se non diventiamo consapevoli di queste dinamiche, rischiamo di ripeterle e di attribuirne tutta la responsabilità al coniuge.

La coppia può però diventare il luogo nel quale il copione viene riconosciuto e trasformato. L’altro, quando ama senza sostituirsi a noi, può aiutarci a vedere capacità che non sapevamo di possedere. Può dirci, come Mardocheo a Ester: «Tu non sei soltanto ciò che ti è accaduto. Non sei obbligato a ripetere sempre la stessa storia. Oggi puoi scegliere». Occorre però evitare un equivoco. Il coniuge non è il nostro salvatore e non può costringerci a cambiare. Mardocheo interpella Ester, ma la decisione finale appartiene a lei. Allo stesso modo possiamo incoraggiarci, sostenerci e dirci la verità, ma non possiamo vivere al posto dell’altro. La vocazione autentica non cancella la libertà: la chiama a esprimersi pienamente.

C’è poi un copione che può riguardare non soltanto i singoli, ma anche il «noi». Una coppia può convincersi: «Noi non siamo capaci», «La nostra famiglia è sempre stata così», «Dopo quello che è successo non potremo più essere felici», «Non abbiamo nulla da offrire». Queste frasi sembrano descrivere la realtà, ma talvolta sono sentenze che impediscono di immaginare un futuro nuovo. Ester scopre che il luogo nel quale si trova non è soltanto il risultato degli eventi: può diventare il punto di partenza di una scelta. Anche noi non possiamo modificare il passato, ma possiamo decidere che cosa farne. Le nostre fragilità possono diventare compassione. Le crisi attraversate possono renderci capaci di accompagnare. Il perdono ricevuto può trasformarsi in misericordia offerta.

«Per un tempo come questo» significa che la vocazione non riguarda una vita ideale che avremmo potuto vivere. Riguarda questo tempo, questa storia, questa famiglia, questo matrimonio. Non quando saremo perfetti, quando avremo risolto ogni problema o quando non avremo più paura. Dio ci chiama ora, attraverso ciò che siamo e ciò che abbiamo. Ester è chiamata a passare dall’adattamento alla libertà, dal nascondimento alla testimonianza, dalla paura alla responsabilità. È il centro del suo cammino e forse anche del nostro: scoprire che non siamo soltanto personaggi di una storia scritta dagli altri. Con la grazia di Dio possiamo diventare adulti capaci di scegliere, amare e rispondere alla chiamata ricevuta.

Forse siamo diventati sposi proprio per un tempo come questo. Non per salvare il mondo con gesti straordinari, ma per lasciare che Dio salvi un frammento di mondo attraverso il nostro amore.

Per dialogare insieme

  1. Quali avvenimenti della nostra storia ci hanno preparati a essere la coppia che siamo oggi?
  2. Quali doni personali e di coppia possiamo mettere al servizio degli altri?
  3. Quale frase di copione limita maggiormente la mia libertà: «Non sono capace», «Non merito», «Non posso cambiare», «Devo cavarmela da solo» o un’altra?
  4. Esiste un copione che ripetiamo come coppia e che ci impedisce di immaginare un futuro diverso?
  5. In quale occasione tu mi hai aiutato a scoprire una capacità che non riconoscevo in me?
  6. A chi potrebbe essere utile la nostra esperienza, comprese le nostre fragilità e le prove attraversate?

Scegliete una frase negativa che ripetete spesso su voi stessi o sulla vostra coppia. Provate a trasformarla in un permesso nuovo e realistico. Per esempio: da «Noi non cambieremo mai» a «Possiamo imparare un modo nuovo di amarci»; da «Non abbiamo nulla da offrire» a «La nostra storia può diventare un dono». Scrivetela e rileggetela insieme durante la settimana.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci hai fatti incontrare e hai affidato al nostro amore una vocazione. Spesso guardiamo soltanto ai nostri limiti, alle occasioni perdute e alle ferite che ci portiamo dentro. Aiutaci a contemplare la nostra storia con i tuoi occhi. Liberaci dai copioni che ci tengono prigionieri. Quando pensiamo di non essere abbastanza, ricordaci che la tua chiamata non dipende dalla nostra perfezione. Quando abbiamo paura di esporci, donaci il coraggio di Ester. Quando ci rifugiamo nel passato, mostraci la libertà possibile oggi. Insegnaci a non usare le ferite come alibi, ma a consegnarle a Te perché possano diventare luoghi di compassione. Rendici capaci di incoraggiarci senza dominarci, di dirci la verità senza ferirci e di sostenerci senza sostituirci l’uno all’altra. Mostraci per chi e per che cosa siamo diventati sposi. Apri i nostri occhi sulle persone che ci hai affidato e sulle occasioni di bene nascoste nella vita quotidiana. Fa’ che la nostra casa non sia chiusa in se stessa, ma diventi uno spazio di accoglienza, consolazione e speranza. Signore, forse non comprendiamo ancora pienamente il senso della nostra storia. Eppure vogliamo fidarci di Te. Prendi il nostro amore, fragile ma sincero, e rendilo fecondo. Fa’ che possiamo riconoscere di essere stati chiamati, insieme, proprio per un tempo come questo. Amen.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Ester: perché proprio io?

«Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che, se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno senza essere stato chiamato, una sola è la legge: deve essere messo a morte» (Est 4,11).

In questo modulo torna protagonista Ester. Tratteremo di paura e passività. Una persona adulta è capace di non fuggire le proprie responsabilità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Arriva un momento nella vita di Ester nel quale non è più possibile restare spettatrice. Fino a questo punto molte cose le sono semplicemente accadute. È rimasta orfana, è stata cresciuta da Mardocheo, è stata condotta nel palazzo del re, è stata scelta come regina. Ha saputo adattarsi, attendere, osservare. Ma adesso qualcosa cambia. Aman ha ottenuto il decreto contro il popolo ebraico e Mardocheo chiede a Ester di intervenire. Per la prima volta la domanda non è più: Che cosa mi sta succedendo?, ma: Che cosa decido di fare? Ed Ester ha paura. La sua risposta a Mardocheo è comprensibile: non può semplicemente entrare dal re. Ester è sposa del re ma presentarsi senza essere convocata significa rischiare la morte. Inoltre sono trenta giorni che il re non la chiama. In altre parole Ester dice: “Capisco il problema, ma che cosa posso farci io?”.

È una domanda che conosciamo bene. Perché proprio io? Perché devo essere io a fare il primo passo? Perché devo essere sempre io a cercare il dialogo? Perché devo essere io a cambiare? Perché devo perdonare ancora? Perché devo affrontare questo problema, quando sarebbe molto più semplice aspettare che sia l’altro a muoversi? Nella vita di coppia questa tentazione è frequentissima. Vediamo perfettamente ciò che non funziona, ma aspettiamo che sia l’altro a sistemarlo. “Se lui fosse più affettuoso, io sarei diversa.” “Se lei smettesse di criticarmi, riuscirei ad aprirmi.” “Quando lui cambierà, allora cambierò anch’io.” “Finché lei continua a comportarsi così, non posso fare nulla.”

Può essere tutto vero. L’altro può realmente avere responsabilità importanti. Il problema nasce quando utilizziamo la responsabilità dell’altro per evitare di guardare la nostra. L’Analisi Transazionale ci offre una chiave interessante attraverso il concetto di passività. Essere passivi non significa necessariamente stare immobili sul divano senza fare nulla. Possiamo essere molto attivi e tuttavia evitare il vero problema. Possiamo lamentarci continuamente. Possiamo arrabbiarci. Possiamo parlare per ore con amici e parenti. Possiamo analizzare perfettamente tutti gli errori del coniuge. Possiamo persino pregare perché Dio lo cambi. E nello stesso tempo non fare l’unica cosa che dipende davvero da noi. È una forma di evitamento della responsabilità. Non significa attribuirsi colpe che non abbiamo. Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa. Essere responsabili significa riconoscere quale parte della situazione dipende dalla nostra libertà.

Ester non ha creato il decreto di Aman. Non è responsabile dell’odio di Aman. Non ha scelto il pericolo nel quale si trova il suo popolo. Eppure c’è qualcosa che soltanto lei può fare. Questo è il punto. Nella coppia spesso sprechiamo moltissima energia cercando di cambiare ciò che non dipende da noi e pochissima energia nel cambiare ciò che dipende da noi. Non posso obbligare mia moglie ad ascoltarmi, ma posso imparare a parlarle senza aggredirla. Non posso costringere mio marito a essere più tenero, ma posso dirgli chiaramente quanto quella tenerezza sia importante per me. Non posso cambiare la storia familiare del mio coniuge, ma posso decidere di non usare le sue ferite contro di lui. Non posso obbligare l’altro a perdonarmi, ma posso assumermi sinceramente la responsabilità del male che ho fatto. Non posso garantire il risultato. Posso però scegliere la mia parte.

Mardocheo scuote Ester proprio su questo punto. Le fa comprendere che essere diventata regina non significa essere stata messa in un luogo protetto dal quale osservare la sofferenza degli altri. Quel posto comporta una responsabilità. È molto interessante anche per il matrimonio cristiano. A volte pensiamo alla vocazione soprattutto come a qualcosa che Dio ci dona per renderci felici. Ed è vero: il matrimonio è un grande dono. Ma ogni dono porta con sé anche una responsabilità. Se Dio mi ha affidato questa donna, questo uomo, questi figli, questa storia, allora dentro questa realtà esiste anche una domanda rivolta a me. Non soltanto: “Che cosa sto ricevendo?”. Ma anche: “Che cosa mi è affidato?

La tentazione di tirarsi indietro diventa particolarmente forte quando agire comporta un rischio. Ester rischia moltissimo. Anche noi, nelle relazioni, rischiamo. Dire “ho sbagliato” significa rischiare di sentirci vulnerabili. Chiedere perdono significa rinunciare alle nostre difese. Dire “ho bisogno di te” significa esporsi alla possibilità di un rifiuto. Affrontare una crisi significa rinunciare all’illusione che tutto si aggiusterà da solo. Chiedere aiuto significa riconoscere che forse non ce la facciamo con le sole nostre forze. È molto più rassicurante aspettare. Ma alcuni problemi non scompaiono aspettando. Anzi, spesso crescono. Ci sono coppie che rimandano per anni una conversazione necessaria. Non parlano dell’intimità che non funziona, della distanza che sta crescendo, del rapporto con le famiglie d’origine, delle difficoltà economiche, di una ferita mai davvero perdonata. “Non è il momento.” “Ne parleremo più avanti.” “Adesso abbiamo troppi problemi.” Poi passano i mesi e gli anni. L’evitamento offre una pace immediata, ma spesso prepara un conflitto futuro molto più grande.

C’è poi un’altra forma sottile di passività: convincersi di non poter fare nulla. “Ormai siamo fatti così.” “Lui non cambierà mai.” “Lei è sempre stata così.” “Il nostro matrimonio è questo.” Sono frasi pericolose perché trasformano una difficoltà in una sentenza. Nello stato dell’Io Adulto possiamo invece domandarci: qual è la realtà? Quali possibilità esistono? Quale piccolo passo è concretamente nelle mie mani? Non dobbiamo sempre risolvere tutto. A volte la responsabilità comincia da un gesto piccolissimo. Fare una telefonata. Chiedere un confronto. Spegnere il telefono e sedersi accanto all’altro. Dire finalmente una verità che stiamo evitando. Chiedere aiuto a qualcuno competente. Pregare insieme dopo mesi che non lo facciamo. Pronunciare per primi: “Possiamo ricominciare?”.

Ester non è ancora la donna coraggiosa che vedremo poco dopo. In questo momento ha paura e cerca una via d’uscita. Ed è proprio questo a renderla così vicina a noi. Il coraggio biblico non consiste nel non avere paura. Consiste nel non lasciare alla paura l’ultima parola. Anche nella coppia arriva prima o poi un momento in cui dobbiamo smettere di domandarci chi dovrebbe cominciare e iniziare a chiederci: “Che cosa posso fare io?” Non “che cosa dovrebbe fare lui”. Non “che cosa dovrebbe capire lei”. Io. La nostra parte può essere piccola, ma è l’unica sulla quale abbiamo veramente potere.

Forse è proprio qui che una coppia ricomincia a vivere: quando almeno uno dei due smette di aspettare che l’altro cambi per primo. Amare significa anche assumersi il rischio del primo passo. E forse, davanti a tante situazioni della nostra vita, Dio continua a rivolgerci silenziosamente la stessa domanda che attraversa la storia di Ester: Chi sa se non sei qui proprio per questo?

Per dialogare insieme

  1. C’è qualche problema della nostra coppia che stiamo rimandando da troppo tempo?
  2. In quali situazioni tendo a pensare: “Deve cambiare prima lui” oppure “Deve cominciare prima lei”?
  3. Quale responsabilità attribuisco continuamente a te senza guardare sufficientemente la mia?
  4. C’è qualcosa che so di dover fare, ma che continuo a evitare per paura delle conseguenze?
  5. Quando abbiamo un problema, tendo ad affrontarlo, a lamentarmi, ad arrabbiarmi oppure a far finta che non esista?
  6. Qual è un piccolo passo concreto che dipende da me e che potrebbe fare bene alla nostra relazione?

Prendete un problema reale della vostra coppia. Evitate per qualche minuto di parlare di ciò che dovrebbe fare l’altro. Ognuno provi invece a completare questa frase: “Rispetto a questa situazione, ciò che dipende da me è…”. Non promettete grandi cambiamenti. Scegliete un gesto concreto e possibile da vivere nei prossimi giorni.

Per pregare

Signore Gesù, quante volte davanti alle difficoltà della nostra vita ci domandiamo: “Perché proprio io?”. Vorremmo che fosse l’altro a cominciare. Vorremmo che cambiasse prima lui, che comprendesse prima lei, che qualcuno risolvesse al nostro posto ciò che ci fa paura affrontare. Donaci la libertà di guardare la nostra parte. Liberaci dalla tentazione di usare gli errori dell’altro come giustificazione per le nostre chiusure. Aiutaci a distinguere ciò che non dipende da noi da ciò che invece Tu affidi alla nostra responsabilità. Quando abbiamo paura di parlare, donaci parole sincere. Quando abbiamo paura di chiedere perdono, rendici umili. Quando siamo stanchi di essere i primi a fare un passo, ricordaci che anche Tu ci hai amati per primo. Quando pensiamo che nulla possa cambiare, restituiscici uno sguardo capace di vedere possibilità nuove. Non permettere che la paura diventi immobilità e che l’attesa diventi una scusa per non amare. Come Ester, aiutaci a comprendere che forse siamo arrivati proprio qui, dentro questa storia, dentro questo matrimonio, dentro questa difficoltà, per rispondere a una chiamata che nessun altro può vivere al posto nostro. Mostraci oggi non tutta la strada, ma il prossimo passo. E donaci il coraggio di compierlo. Amen.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Aman: una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra

«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).

In questo modulo il protagonista è ancora Aman. Partiremo dalla sua reazione per riflettere sulla tentazione di rispondere al male, reale o anche solo percepito, facendo a nostra volta del male.Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ci sono guerre che cominciano da cose piccolissime. Una parola pronunciata male. Un gesto che interpretiamo come mancanza di rispetto. Un’attenzione che aspettavamo e che non è arrivata. Una risposta fredda. Uno sguardo che ci sembra indifferente. Apparentemente nulla di grave. Eppure, se quella piccola ferita trova dentro di noi un terreno già fragile, può cominciare a crescere fino a diventare qualcosa di molto più grande.

È quello che accade ad Aman. Mardocheo non si inchina davanti a lui. Tutti gli altri lo fanno. Aman gode di prestigio, potere e riconoscimento. Potrebbe ignorare quell’unico uomo che non gli rende omaggio. Potrebbe relativizzare. Potrebbe domandarsi perché Mardocheo agisca in quel modo. Potrebbe persino affrontarlo direttamente. Non fa nulla di tutto questo. Si lascia invece invadere dall’ira. La sproporzione è impressionante. Un uomo non si inchina e Aman decide di distruggere un intero popolo. La ferita iniziale viene ingigantita fino a diventare una guerra.

Anche nella coppia succede qualcosa di simile, naturalmente su scala diversa. Quante nostre discussioni nascono davvero dal motivo per cui stiamo litigando? A volte discutiamo per i piatti lasciati sul tavolo, per un messaggio non mandato, per cinque minuti di ritardo, per una spesa fatta senza avvisare. Eppure sappiamo bene che non stiamo litigando davvero per quei piatti, per quel messaggio o per quei cinque minuti. Dietro può esserci qualcosa di molto più antico. “Non ti importa di me.” “Non mi consideri.” “Devo sempre fare tutto io.” “Non sono importante per te.” “Non mi rispetti.” La situazione presente tocca una ferita precedente e improvvisamente la reazione diventa molto più intensa dell’evento che l’ha provocata.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a comprendere questo meccanismo attraverso il concetto di copione. Durante la nostra crescita elaboriamo convinzioni profonde su noi stessi, sugli altri e sulla vita. Non sono necessariamente pensieri consapevoli. Sono piuttosto conclusioni emotive: “Non posso fidarmi”, “Prima o poi mi abbandoneranno”, “Devo difendermi”, “Se non mi faccio rispettare sarò schiacciato”. Quando un evento presente tocca una di queste convinzioni, possiamo reagire non soltanto a ciò che sta accadendo oggi, ma anche a tutto ciò che quella situazione rappresenta per noi. Per questo una frase innocua può diventare devastante. Il marito dice: “Stasera sono molto stanco”. La moglie sente: “Non desidero stare con te”. La moglie dice: “Preferisco pensarci domani”. Il marito sente: “Quello che dici non mi interessa”. Le parole reali sono una cosa. Il significato che attribuiamo loro può essere completamente diverso.

Aman non riesce più a vedere Mardocheo semplicemente come un uomo che compie una scelta. Lo vede come qualcuno che minaccia il suo valore e la sua autorità. E quando l’altro diventa una minaccia, nasce facilmente la tentazione della vendetta. Il copione di vendetta può assumere forme molto sottili nella vita matrimoniale. Non significa necessariamente desiderare consapevolmente il male dell’altro. Spesso è molto più semplice: “Mi hai ferito? Allora adesso sentirai anche tu quello che ho provato io”. Cominciano così piccole restituzioni. Tu non mi hai cercato? Io non ti cerco. Tu sei stato freddo? Io sarò ancora più fredda. Tu mi hai criticato davanti agli altri? Alla prossima occasione ti farò fare una brutta figura. Tu hai rifiutato il mio gesto di tenerezza? Quando sarai tu a cercarmi, troverai una porta chiusa. Non lo diciamo apertamente. A volte non lo confessiamo neppure a noi stessi. Ma dentro compare una sorta di contabilità affettiva: hai fatto questo, quindi adesso io posso fare quest’altro. Ed è proprio qui che una piccola ferita comincia a diventare una guerra.

La vendetta promette una forma di giustizia, ma quasi mai produce giustizia. Produce invece un’altra ferita. L’altro reagisce. Noi reagiamo alla sua reazione. In poco tempo nessuno ricorda più dove tutto sia cominciato. Quante coppie conoscono questa esperienza? Si parte da un episodio banale e dopo venti minuti si stanno tirando fuori errori commessi dieci anni prima. Non si parla più dell’oggi. Entra in scena l’archivio matrimoniale. “Tu fai sempre così.” “Anche quella volta da tua madre…” “E quando eravamo in vacanza?” “Tu invece cosa hai fatto tre anni fa?” A quel punto non stiamo più cercando di comprenderci. Stiamo cercando munizioni. La memoria, che dovrebbe custodire il bene ricevuto, diventa un deposito di armi.

Qui Ester ci mette davanti una domanda scomoda: cosa facciamo delle nostre ferite? Non possiamo impedire completamente all’altro di ferirci. Anche nella coppia più bella ci saranno incomprensioni, mancanze, egoismi e parole sbagliate. Siamo due persone imperfette che cercano di amarsi. La questione decisiva non è quindi evitare ogni ferita, ma scegliere che cosa farne. Posso custodirla e alimentarla, oppure portarla alla luce. Posso usarla per accusare, oppure raccontarla. Posso trasformarla in una prova contro di te, oppure mostrartela come una parte fragile di me.

Dire: “Sei sempre egoista” è molto diverso dal dire: “Quando hai fatto quella cosa mi sono sentito poco importante per te”. Nel primo caso attacco la tua identità. Nel secondo ti permetto di entrare nel mio mondo interiore. Questo passaggio richiede molta maturità. Significa uscire dallo stato dell’Io Bambino ferito che pretende riparazione immediata e permettere all’Adulto di leggere ciò che sta succedendo. Significa domandarsi: ciò che sto pensando corrisponde davvero alla realtà? Il mio coniuge voleva realmente ferirmi? Sto reagendo alla situazione presente oppure a qualcosa di più antico? A volte scopriamo che la persona che stiamo combattendo non è davvero nostro marito o nostra moglie. Stiamo combattendo qualcuno del nostro passato attraverso di lui o attraverso di lei.

Il matrimonio diventa allora un luogo straordinario di conoscenza di sé. L’altro, proprio perché ci è vicino, riesce a toccare zone che nessun altro raggiunge. Può risvegliare ferite profonde, ma proprio per questo può diventare anche compagno di guarigione. A una condizione: che rinunciamo alla vendetta. Il Vangelo propone una logica completamente diversa. Gesù non ci insegna a restituire il male ricevuto, ma a interrompere la catena. Qualcuno deve decidere che quella ferita non produrrà un’altra ferita. Nel matrimonio quel qualcuno, qualche volta, dovrò essere io. Non perché l’altro abbia necessariamente ragione. Non perché debba accettare qualsiasi comportamento. Non perché il dolore non conti. Ma perché la comunione vale più della soddisfazione momentanea di aver restituito il colpo. Amare per primi significa anche questo. Dire dentro di sé: “Questa guerra finisce qui”.

Aman non riesce a farlo. Lascia che il proprio orgoglio trasformi Mardocheo in un nemico e il nemico in un intero popolo da distruggere. È un’immagine estrema, ma ci mostra ciò che può accadere quando non custodiamo il cuore. Le grandi crisi matrimoniali non sempre nascono da grandi eventi. Talvolta sono il risultato di centinaia di piccole ferite mai raccontate, mai perdonate e mai guarite. Per questo non dobbiamo avere paura delle ferite. Dobbiamo avere paura del rancore che lasciamo crescere intorno ad esse. Una ferita condivisa può diventare intimità. Una ferita nascosta può diventare distanza. Una ferita trasformata in vendetta può diventare guerra. Forse oggi la domanda più importante non è: “Che cosa mi hai fatto?”, ma: “Che cosa sto facendo io con ciò che mi hai fatto?”. È lì che comincia la nostra libertà.

Per dialogare insieme

  1. Quali sono le piccole situazioni che tra noi provocano reazioni molto più forti di quanto sembrerebbe necessario?
  2. Quando mi sento ferito, riesco a dirtelo oppure tendo a chiudermi, accusarti o restituirti il colpo?
  3. C’è qualche vecchia ferita che continuo a riportare nelle nostre discussioni?
  4. Quale frase interiore si attiva maggiormente quando mi sento trascurato o non rispettato? “Non sono importante”, “Non posso fidarmi”, “Sono solo”, “Devo difendermi”?
  5. In quali modi rischio di mettere in atto una piccola vendetta nei tuoi confronti?
  6. Che cosa potrei fare diversamente la prossima volta che mi sentirò ferito?

Provate a scegliere una ferita recente, possibilmente non troppo grave. Raccontatela senza discutere sui fatti. Chi parla provi a completare questa frase: “Quando è successo…, io mi sono sentito… e dentro di me ho pensato…”. L’altro ascolti senza difendersi e alla fine provi semplicemente a restituire ciò che ha compreso.

Per pregare

Gesù, conosci le nostre ferite, anche quelle che non sappiamo raccontare. Conosci le parole che ci hanno fatto male, le delusioni che abbiamo accumulato e le volte in cui abbiamo trasformato il dolore in rancore. Liberaci dal bisogno di restituire ciò che abbiamo ricevuto. Quando siamo tentati di far pagare all’altro la nostra sofferenza, ricordaci che siamo marito e moglie, non avversari. Donaci un cuore capace di distinguere ciò che sta accadendo oggi dalle ferite che portiamo dal passato. Aiutaci a non attribuire all’altro intenzioni che non ha e a non trasformare una mancanza in una condanna. Insegnaci a parlare prima che il silenzio diventi distanza, a chiedere prima che il bisogno diventi pretesa, a perdonare prima che la ferita diventi rancore. Quando il nostro orgoglio ci sussurra che dobbiamo vincere, ricordaci che nel matrimonio o vinciamo insieme oppure perdiamo entrambi. Donaci la forza di essere, qualche volta, colui o colei che interrompe la catena. Colui che non restituisce il colpo. Colei che pronuncia per prima una parola buona. Colui che sceglie di avvicinarsi. Fa’ che le nostre piccole ferite non diventino grandi guerre, ma occasioni per conoscerci più profondamente, accoglierci nelle nostre fragilità e imparare ogni giorno ad amarci come Tu ci ami. Amen.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Aman: quando il male si insinua silenziosamente

«Aman vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e fu pieno d’ira» (Est 3,5).

L’irrompere di Aman nelle vicende di Ester ci permette di affrontare il male e la manipolazione. Clicca qui per leggere i moduli precedenti. Il terzo capitolo del libro di Ester introduce un nuovo personaggio: Aman. Il re Assuero lo innalza sopra tutti i funzionari del regno e ordina che quanti si trovano alla porta del palazzo si inchinino davanti a lui. Tutti obbediscono, tranne Mardocheo. Quel rifiuto apparentemente piccolo diventa l’inizio di una tragedia. Aman non si limita a provare irritazione verso l’uomo che non gli rende onore: decide di colpire l’intero popolo al quale Mardocheo appartiene.

Il male raramente entra nella nostra vita annunciando chiaramente le proprie intenzioni. Spesso comincia da una ferita, da una delusione, da una parola che ci ha toccati nel punto più vulnerabile. All’inizio sembra soltanto una reazione comprensibile: «Mi ha mancato di rispetto», «Non mi considera», «Non riconosce ciò che faccio». Poi quella ferita viene custodita, alimentata e interpretata. Giorno dopo giorno diventa risentimento. Il risentimento cerca conferme, costruisce accuse e finisce per trasformare l’altro in un nemico.

Aman possiede prestigio e potere, ma non è interiormente libero. Ha bisogno che tutti si inchinino davanti a lui. Il gesto di Mardocheo mette in discussione l’immagine grandiosa che Aman ha costruito di sé. Non gli basta essere stato innalzato dal re, non gli basta avere una posizione superiore agli altri: la presenza di un solo uomo che non si piega gli impedisce di godere di tutto ciò che possiede. Anche nella coppia può accadere qualcosa di simile. Possiamo ricevere amore, cura e dedizione dal nostro coniuge, ma rimanere concentrati sull’unica cosa che non ci dà. Magari il marito compie molti gesti concreti, ma la moglie soffre perché non pronuncia alcune parole. Oppure la moglie è presente e fedele, ma il marito si fissa sul fatto che non mostra il desiderio nel modo da lui atteso. Tutto il bene scompare dietro ciò che manca. L’altro non viene più incontrato nella sua realtà, ma giudicato attraverso la nostra ferita.

L’Analisi Transazionale chiama “giochi psicologici” alcune dinamiche relazionali ripetitive nelle quali le persone comunicano su due livelli. A un livello esplicito sembra che stiano discutendo di un fatto concreto; a un livello nascosto cercano invece conferma di una convinzione più profonda. Una persona può iniziare una discussione apparentemente per risolvere un problema, ma inconsapevolmente cercare la conferma che l’altro sia egoista, inaffidabile o incapace di amarla. Pensiamo a una moglie che dice al marito: «Non ti accorgi mai di ciò che faccio per questa famiglia». Forse desidera realmente essere riconosciuta, ma potrebbe formulare la richiesta in un modo che spinga il marito a difendersi: «Non è vero, faccio anch’io tantissime cose». Lei allora si sente ancora più ignorata e conclude: «Vedi? Non mi capisci mai». Entrambi escono dalla conversazione con la conferma del proprio copione: lei si sente invisibile, lui si sente continuamente accusato.

Il contenuto della discussione può cambiare, ma il finale resta sempre lo stesso. Non si cerca più una soluzione; si ripete una scena già conosciuta. Ognuno assegna all’altro una parte e, senza rendersene conto, lo provoca affinché la interpreti. Il male si insinua proprio qui: non necessariamente attraverso gesti eclatanti, ma mediante parole ambigue, accuse indirette, silenzi punitivi e interpretazioni rigide.

Aman costruisce la propria vendetta in modo manipolatorio. Non presenta al re la vera ragione della sua rabbia. Non dice: «Un uomo non si inchina davanti a me e questo ferisce il mio orgoglio». Descrive invece il popolo giudeo come diverso, pericoloso e disobbediente. Trasforma il proprio problema personale in una minaccia per il regno. In questo modo induce Assuero a prendere una decisione gravissima senza conoscere realmente la situazione. La manipolazione avviene quando non esprimiamo apertamente il nostro bisogno, ma cerchiamo di portare l’altro a fare ciò che vogliamo attraverso il senso di colpa, la paura, la seduzione o il vittimismo. Non diciamo: «Ho bisogno di sentirmi importante per te», ma: «Per te vengono tutti prima di me». Non diciamo: «Questa sera avrei bisogno della tua vicinanza», ma diventiamo freddi sperando che l’altro si accorga del nostro dolore. Non diciamo: «Quella tua parola mi ha ferito», ma la conserviamo per restituirla durante la discussione successiva.

Non sempre facciamo tutto questo con piena consapevolezza. Molte modalità manipolatorie sono state imparate nell’infanzia, quando non potevamo esprimere direttamente i nostri bisogni. Forse per ottenere attenzione dovevamo ammalarci, chiuderci, compiacere oppure provocare. Quelle strategie ci hanno aiutato allora, ma nel matrimonio rischiano di rendere opaca la relazione. Uscire dal gioco significa tornare allo stato dell’Io Adulto. Significa riconoscere ciò che sta accadendo dentro di noi e trovare parole chiare: «Sono arrabbiato perché mi sono sentito escluso», «Ho paura di non essere più importante per te», «Quando non mi rispondi, la mia ferita mi porta a pensare che tu non mi ami». Parlare in questo modo richiede coraggio perché ci rende vulnerabili. È più facile accusare che mostrare il dolore nascosto dietro l’accusa.

Occorre anche imparare a non accettare automaticamente il ruolo che l’altro ci assegna. Quando il coniuge ci provoca, possiamo scegliere di non reagire secondo il copione consueto. Possiamo fermarci, respirare e domandare: «Che cosa stai cercando di dirmi davvero?». Interrompere un gioco non significa ignorare il problema, ma affrontarlo senza alimentare la dinamica distruttiva. Il matrimonio cristiano non è una relazione nella quale i giochi psicologici scompaiono magicamente. È il luogo nel quale, sostenuti dalla grazia, possiamo progressivamente riconoscerli e disinnescarli. Gesù non ci chiede di nascondere la rabbia o di fingere che tutto vada bene. Ci invita a portare la verità nella relazione, prima che la ferita diventi risentimento e il risentimento si trasformi in desiderio di colpire.

Aman permette a una piccola ferita narcisistica di diventare una minaccia mortale. Anche noi dobbiamo domandarci quali pensieri stiamo lasciando crescere nel cuore. Non tutto ciò che sentiamo deve diventare una decisione. Non ogni interpretazione corrisponde alla verità. Non ogni impulso deve essere seguito. Il male perde forza quando viene portato alla luce. Una parola sincera, pronunciata senza accusare, può interrompere una catena di incomprensioni. Una richiesta esplicita può sostituire una manipolazione. Un gesto di tenerezza può spezzare il bisogno di avere ragione. Una coppia non è forte perché non conosce il conflitto, ma perché impara a non consegnare le proprie ferite al risentimento.

Per dialogare insieme

  1. Quali situazioni tra noi tendono a ripetersi sempre nello stesso modo?
  2. Durante le nostre discussioni cerco davvero una soluzione oppure voglio dimostrare che ho ragione?
  3. Quale bisogno faccio fatica a esprimerti direttamente?
  4. Uso qualche volta il silenzio, il senso di colpa, il vittimismo o la freddezza per ottenere qualcosa da te?
  5. Quale ferita personale rischia di farmi interpretare negativamente i tuoi gesti?
  6. Come possiamo aiutarci a interrompere i nostri giochi psicologici prima che diventino distruttivi?

Scegliete una dinamica ricorrente e provate a descriverla insieme senza cercare un colpevole. Ognuno dica quale emozione prova, quale paura si attiva e quale bisogno vorrebbe imparare a comunicare con maggiore chiarezza. Concludete scegliendo una piccola azione concreta da mettere in pratica durante la prossima settimana.

Per pregare

Gesù, Tu conosci le zone più fragili del nostro cuore. Sai quanto facilmente una piccola ferita possa diventare rabbia, chiusura e desiderio di colpire. Donaci la luce per riconoscere i giochi che ripetiamo e il coraggio di non nasconderci dietro accuse, silenzi o manipolazioni. Aiutaci a parlare con verità, senza usare le nostre fragilità come armi. Insegnaci a esprimere ciò di cui abbiamo bisogno e ad ascoltare il dolore nascosto nelle parole dell’altro. Liberaci dal bisogno di vincere e donaci il desiderio di custodire la nostra comunione. Quando l’orgoglio ci rende ciechi, riportaci alla realtà. Quando la paura ci fa interpretare male i gesti dell’altro, ricordaci tutto il bene ricevuto. Quando il male tenta di insinuarsi silenziosamente tra noi, rendici capaci di fermarci, guardarci e scegliere nuovamente l’amore. Come Ester, preparaci a riconoscere ciò che minaccia la vita e la pace della nostra famiglia. Fa’ che la nostra casa sia un luogo nel quale le ferite vengono accolte, la verità può essere pronunciata e la grazia trasforma ogni conflitto in un’occasione per amarci meglio. Amen.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

La bellezza che viene dal cuore

“Quando giunse per Ester, figlia di Abicàil, zio di Mardocheo, che l’aveva presa come figlia, il momento di andare dal re, ella non chiese altro se non quanto le aveva indicato Egài, l’eunuco del re, custode delle donne. Ester conquistava il favore di quanti la vedevano.” (Est 2,15)

Affrontiamo oggi il quinto modulo. Clicca qui per leggere i precedenti. Viviamo in un tempo che ci ripete continuamente che per essere amati bisogna essere straordinari. Più belli, più giovani, più brillanti, più simpatici, più interessanti degli altri. Ogni giorno scorriamo immagini di persone perfette, famiglie perfette, corpi perfetti, matrimoni apparentemente senza ombre. Senza quasi accorgercene, nasce dentro di noi una convinzione silenziosa: “Così come sono, non basto”. È una delle menzogne più diffuse e più dolorose.

Anche Ester avrebbe avuto tutte le ragioni per sentirsi così. Era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta lontano dai riflettori del potere. Non apparteneva all’aristocrazia persiana, non aveva un nome importante, non possedeva alcun privilegio particolare. Eppure la Scrittura ci racconta qualcosa di sorprendente. Quando arriva il momento di presentarsi al re, Ester non cerca di stupire. Non pretende gioielli particolari, non domanda ornamenti più preziosi delle altre ragazze. Accetta semplicemente il consiglio di Egài, colui che conosceva davvero il cuore del palazzo. Ed è proprio allora che “conquistava il favore di quanti la vedevano”.

La sua bellezza non nasce dall’eccesso. Nasce dall’armonia. Questo particolare sembra secondario, ma in realtà racconta una verità profonda. Ester non sente il bisogno di costruire un personaggio. Non cerca di impressionare. Non prova a diventare qualcun altro. Si presenta per quella che è.

È qui che possiamo leggere questo brano alla luce dell’Analisi Transazionale. Eric Berne descrive come ciascuno di noi costruisca, fin dall’infanzia, una sorta di copione di vita. Se da piccoli abbiamo ricevuto amore solo quando eravamo bravi, perfetti o capaci di soddisfare le aspettative degli altri, rischiamo di convincerci che il nostro valore dipenda dalle prestazioni. Non ci sentiamo amabili semplicemente perché esistiamo. Pensiamo di dover continuamente dimostrare qualcosa. Questa è un’autostima fragile.

L’autostima autentica, invece, non nasce dal confronto. Nasce dalla consapevolezza di essere preziosi prima ancora di fare qualcosa per meritarlo. È esattamente ciò che vediamo in Ester. Lei non cerca disperatamente di essere scelta. Vive il momento con semplicità e fiducia. Non confonde il proprio valore con il risultato della prova che sta affrontando. Quante volte, invece, questo accade anche nel matrimonio?

Pensiamo di dover essere sempre all’altezza. Sempre pazienti. Sempre disponibili. Sempre attraenti. Sempre capaci di risolvere ogni problema. E quando non ci riusciamo, iniziamo a pensare di valere meno. A volte basta una critica del coniuge, una discussione, un periodo di minore desiderio o una fatica lavorativa perché riaffiori quella vecchia voce: “Non sono abbastanza.” Da quel momento iniziano i problemi.

Chi non si sente abbastanza tende a cercare continuamente conferme. Ha bisogno di complimenti, approvazioni, riconoscimenti. Soffre in modo sproporzionato davanti a un’osservazione negativa. Oppure reagisce costruendo un’immagine di sé forte e impeccabile, che però nasconde una grande fragilità. Sono strategie comprensibili, ma faticose. Costringono a vivere sempre sotto esame. Il matrimonio, invece, dovrebbe essere uno dei pochi luoghi in cui possiamo smettere di recitare.

Il coniuge non è chiamato a scegliere ogni giorno una versione perfetta di noi. È chiamato ad amare la persona reale che gli sta accanto, con le sue qualità e i suoi limiti. Se per sentirmi amato devo continuamente dimostrare qualcosa, allora rischio di trasformare la relazione in un palcoscenico. Ma l’amore non cresce sul palcoscenico. Cresce nella verità. Pensiamo a quanto sia liberante poter dire: “Oggi sono stanco.” “Oggi ho paura.” “Oggi non mi sento capace.” “Oggi ho bisogno di te.”

Solo chi possiede un’autostima autentica riesce a mostrarsi vulnerabile. Chi invece fonda il proprio valore sulle prestazioni vive ogni fragilità come una minaccia. Ester ci insegna una strada diversa. La sua forza non consiste nell’apparire perfetta, ma nell’essere profondamente centrata su se stessa. Non ha bisogno di aggiungere nulla per essere degna di essere scelta. In fondo questa è anche la logica di Dio.

Nella Bibbia Dio sceglie quasi sempre persone che, agli occhi del mondo, sembrano insufficienti. Mosè balbetta. Davide è il più piccolo dei fratelli. Gedeone si considera il meno importante della sua famiglia. Pietro è impulsivo. Paolo perseguitava i cristiani. La scelta di Dio non nasce dalla perfezione della persona. È il suo amore che rende grande chi viene scelto. Lo stesso vale nel matrimonio.

Il giorno delle nozze tuo marito o tua moglie non ha pronunciato un sì perché aveva trovato una persona perfetta. Ha pronunciato un sì perché ha scelto proprio te. E Dio, attraverso quel sacramento, continua ogni giorno a ripeterti: “Tu mi basti. Con la tua storia. Con le tue ferite. Con i tuoi limiti. Io posso costruire qualcosa di meraviglioso proprio attraverso ciò che sei.” Forse il lavoro più importante che uno sposo e una sposa possono fare non è diventare straordinari, ma imparare a credere di essere già degni di amore. Solo chi si sente amato gratuitamente riesce ad amare gratuitamente.

Forse è proprio questo il segreto della bellezza di Ester. Non era semplicemente una ragazza bella. Era una donna che non aveva bisogno di convincere gli altri del proprio valore. Lo portava dentro di sé come un dono ricevuto. E questa è una bellezza che il tempo non può consumare.

Per dialogare insieme

  • In quali situazioni mi sento “non abbastanza” agli occhi del mio coniuge?
  • Cerco spesso conferme del mio valore attraverso i complimenti, i risultati o l’approvazione degli altri?
  • Mio marito o mia moglie si sente libero di mostrarsi fragile con me, oppure percepisce di dover sempre dimostrare qualcosa?

Per pregare

Signore, liberaci dal bisogno di dover continuamente meritare il tuo amore e quello del nostro coniuge. Donaci uno sguardo capace di riconoscere il valore che hai posto in noi fin dal principio. Aiutaci a guardarci con gli occhi con cui Tu ci guardi: non perfetti, ma infinitamente amati. Fa’ che la nostra bellezza nasca dalla verità del cuore e non dal desiderio di apparire. Amen.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Mardocheo: l’influenza della famiglia d’origine

«Ester non aveva ancora fatto conoscere il suo popolo né la sua parentela, perché Mardocheo le aveva ordinato di non parlarne. Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui.» (Est 2,20)

Uno dei particolari più interessanti del libro di Ester passa quasi inosservato. Anche dopo essere diventata regina, Ester continua a comportarsi come quando viveva nella casa di Mardocheo. L’autore lo sottolinea con poche parole, ma molto significative: «Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui». È un versetto che dice molto più di quanto sembri. Ester è ormai una donna adulta. È la regina dell’impero persiano. Eppure continua a lasciarsi guidare da chi l’ha cresciuta. Il passato continua a vivere dentro il presente.

È una realtà che riguarda tutti noi. Nessuno arriva al matrimonio come una pagina bianca. Ognuno porta con sé una storia, una famiglia, un modo di amare, di discutere, di chiedere scusa, di affrontare i problemi. Pensiamo di aver lasciato la casa dei nostri genitori il giorno del matrimonio, ma in realtà una parte di quella casa continua ad abitare dentro di noi. Le parole ascoltate da bambini, i silenzi, le paure, le regole, gli esempi ricevuti, tutto questo continua a influenzare il nostro modo di vivere la relazione con il coniuge.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica parlando del Genitore interiorizzato. Fin dai primi anni di vita registriamo, quasi come una telecamera, i messaggi verbali e non verbali delle figure educative. Non conserviamo soltanto ciò che ci hanno detto, ma anche il loro modo di reagire, di amare, di giudicare, di affrontare i conflitti e perfino di vivere la fede. Tutto questo viene interiorizzato e continua a parlare dentro di noi anche quando i nostri genitori non ci sono più o vivono lontano.

Questo non è necessariamente un male. Se siamo cresciuti in un ambiente sereno, il nostro Genitore interiore custodirà anche tante risorse preziose. Potremo aver imparato il rispetto, la fedeltà, la generosità, la capacità di chiedere perdono, il valore della preghiera e del servizio. Ma insieme ai doni possono essere stati registrati anche messaggi che oggi limitano la nostra libertà. «Non fidarti di nessuno.» «Non mostrare mai quello che provi.» «Devi essere perfetto.» «Se sbagli deludi tutti.» «Non disturbare.» «Gli uomini non piangono.» «Le donne devono sempre sacrificarsi.» Frasi che magari nessuno ha pronunciato in modo esplicito, ma che abbiamo respirato osservando il clima familiare.

Pensiamo a quante discussioni tra marito e moglie nascono proprio da qui. Una moglie si lamenta perché il marito non parla mai dei suoi sentimenti. Lui non capisce il problema: nella sua famiglia nessuno parlava di emozioni. Un marito si irrita perché la moglie vuole chiarire subito ogni litigio, mentre lui preferisce chiudersi nel silenzio. Ognuno pensa che il proprio modo di reagire sia quello normale. In realtà spesso sta semplicemente ripetendo ciò che ha imparato da bambino.

Anche Ester, senza rendersene conto, continua a fare riferimento a Mardocheo. Il testo non lo presenta come un uomo autoritario o manipolatore. Anzi, è colui che l’ha accolta quando era rimasta orfana, l’ha amata come una figlia e le ha permesso di crescere. Tuttavia il racconto lascia intuire una verità importante: arriva un momento in cui ogni persona è chiamata a passare dall’obbedienza ricevuta alla responsabilità personale. All’inizio è giusto lasciarsi guidare. Ma non si può restare bambini per sempre.

Questo è uno dei passaggi più delicati anche nella vita matrimoniale. La Bibbia lo aveva già detto fin dalle prime pagine della Genesi: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre». Lasciare non significa smettere di amare i propri genitori. Significa smettere di dipendere da loro nelle decisioni fondamentali della propria vita. Significa costruire una nuova famiglia nella quale il punto di riferimento principale non è più la casa da cui si proviene, ma la comunione tra gli sposi.

Quante difficoltà nascono quando questo passaggio non avviene. Ci sono mariti che continuano a chiedere alla madre come organizzare la casa, come educare i figli o come gestire il denaro. Ci sono mogli che raccontano ogni discussione ai propri genitori cercando continuamente conferme. In questi casi il matrimonio fatica a diventare veramente adulto, perché tra gli sposi rimane sempre una presenza invisibile che continua a orientare le scelte. Ma esiste anche una forma più sottile di dipendenza. Non è necessario telefonare ogni giorno ai propri genitori per essere ancora condizionati dalla famiglia d’origine. Basta continuare a vivere secondo i messaggi interiorizzati senza mai metterli in discussione. È possibile avere cinquant’anni e continuare a comportarsi come il bambino che cercava disperatamente di essere approvato da papà o di non deludere la mamma.

La buona notizia è che Dio non ci chiede di cancellare la nostra storia. Ci chiede di diventarne consapevoli. La maturità non consiste nel rinnegare la famiglia da cui proveniamo, ma nel discernere ciò che ci ha aiutato a crescere da ciò che invece oggi ci impedisce di amare con libertà. Ogni famiglia consegna ai figli un’eredità. Alcune parti di questa eredità sono un tesoro da custodire. Altre hanno bisogno di essere guarite e trasformate.

Ester farà proprio questo. All’inizio continua a seguire Mardocheo come aveva sempre fatto. Ma arriverà un momento decisivo in cui dovrà scegliere personalmente. Quando il popolo ebraico sarà minacciato di sterminio, non basterà più limitarsi a eseguire degli ordini. Dovrà assumersi la responsabilità della propria vocazione. Dovrà rischiare in prima persona. Sarà ancora capace di ascoltare Mardocheo, ma non agirà più come una bambina dipendente. Diventerà finalmente una donna libera.

Questo è anche il cammino che ogni matrimonio è chiamato a compiere. Gli sposi non sono chiamati a ripetere la storia delle proprie famiglie, ma a scriverne una nuova. Possono scegliere di conservare ciò che è stato bello e di interrompere ciò che ha fatto soffrire. Possono decidere che certe ferite non verranno trasmesse ai figli. Possono diventare l’inizio di una storia diversa.

Forse il primo passo consiste proprio nel porsi una domanda semplice ma coraggiosa: quello che faccio oggi nasce da una scelta libera oppure sto semplicemente ripetendo ciò che ho imparato da bambino? È una domanda che può cambiare profondamente la vita di una persona e di una coppia. Perché l’amore maturo non è quello che reagisce automaticamente. È quello che sceglie consapevolmente.

E quando due sposi iniziano a riconoscere i propri condizionamenti, senza accusare i genitori ma neppure rimanerne prigionieri, accade qualcosa di meraviglioso. Il passato smette di governare il presente. La storia personale non viene cancellata, ma redenta. Ed è proprio in quel momento che il matrimonio diventa davvero una nuova creazione, il luogo in cui Dio continua a fare nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Ester: le maschere che indossiamo

«Ester non aveva rivelato né il suo popolo né la sua origine, perché Mardocheo le aveva ordinato di non rivelarli».
(Ester 2,10)

Ester è entrata nel palazzo del re. La sua vita sta cambiando rapidamente. La ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo, si trova improvvisamente immersa in un mondo completamente diverso dal suo. Un mondo fatto di potere, bellezza, competizione, regole e aspettative. Ester piace. Trova favore. Viene accolta. Ma c’è qualcosa di lei che nessuno conosce. Ester nasconde le proprie origini. Non dice da dove viene. Non dice a quale popolo appartiene. Non racconta la propria storia. Obbedisce a Mardocheo, che le ha ordinato di tacere.

Non possiamo leggere questa scelta con categorie troppo semplici. Ester non sta necessariamente mentendo. Sta attraversando una fase delicata della propria storia e custodisce una parte di sé che, in quel momento, non può ancora mostrare. Più avanti arriverà il momento in cui dovrà rivelare chi è veramente. E quella rivelazione cambierà tutto. Questo passaggio, però, ci permette di porci una domanda molto seria: quanto ci conosce davvero la persona che abbiamo sposato?

Non mi riferisco ai segreti esteriori. Mi riferisco alle stanze interiori che abbiamo imparato a chiudere. Tutti, in qualche modo, impariamo presto ad adattarci. Un bambino comprende molto velocemente quali comportamenti sono accettati e quali no. Impara che, quando si comporta in un certo modo, riceve carezze, approvazione e riconoscimento. Quando invece esprime alcune emozioni, alcuni bisogni o alcuni desideri, può ricevere disapprovazione, distanza o rifiuto. Così comincia ad adattarsi.

In Analisi Transazionale possiamo parlare del Bambino Adattato, quella parte di noi che ha imparato a modificare il proprio comportamento per rispondere alle richieste dell’ambiente e ottenere accettazione o evitare conseguenze negative. L’adattamento non è necessariamente qualcosa di negativo. Senza capacità di adattamento sarebbe impossibile vivere con gli altri. Il problema nasce quando l’adattamento diventa una prigione. Quando non modifichiamo più soltanto alcuni comportamenti, ma iniziamo a nascondere ciò che siamo. Allora costruiamo una maschera.

C’è chi ha imparato a essere sempre forte. Chi è diventato quello che non ha mai bisogno di niente. Chi deve essere sempre disponibile. Chi non può arrabbiarsi. Chi deve far ridere tutti. Chi deve risolvere i problemi degli altri. Chi deve essere perfetto. Chi ha imparato a non piangere. Chi ha deciso, molto tempo fa, che mostrare un bisogno significa diventare vulnerabile e quindi rischiare di essere ferito. La difficoltà è che spesso portiamo queste maschere anche nel matrimonio.

All’inizio della relazione può sembrare tutto più semplice. Cerchiamo naturalmente di mostrare il meglio di noi. Vogliamo essere amabili, interessanti, desiderabili. Cerchiamo di conquistare l’altro. Poi ci sposiamo. Passano gli anni. Arrivano il lavoro, i figli, le preoccupazioni, le difficoltà economiche, le incomprensioni, le delusioni e le ferite.

Ed ecco che la maschera diventa sempre più pesante da portare. Il marito che ha sempre voluto mostrarsi forte non riesce a dire alla moglie: «Ho paura». La moglie che ha imparato a prendersi cura di tutti non riesce a dire: «Sono stanca. Questa volta ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me». L’uomo che ha paura del rifiuto non riesce a dire: «Quando non mi cerchi fisicamente mi sento poco desiderato». La donna che ha imparato a non disturbare non dice: «Quella cosa che hai fatto mi ha ferita».

Così due persone possono vivere insieme per anni e conoscersi sempre meno. Dormono nello stesso letto. Crescono gli stessi figli. Pagano lo stesso mutuo. Vanno alla stessa Messa. Magari pregano anche insieme. Eppure alcune parti profonde della loro umanità restano nascoste. Il problema della maschera è che inizialmente ci protegge, ma con il tempo ci separa. Ci protegge dal giudizio, ma ci impedisce di essere conosciuti. Ci protegge dal rifiuto, ma ci impedisce di sperimentare l’accoglienza. Ci protegge dalla vulnerabilità, ma ci condanna alla solitudine. Perché si può essere profondamente soli anche dentro un matrimonio.

Questo accade quando penso: Se lui sapesse davvero come sono, forse non mi amerebbe più. Oppure: Se lei conoscesse davvero le mie paure, mi considererebbe debole. E allora continuo a recitare. Eppure l’intimità nasce esattamente nel movimento contrario. L’intimità non è semplicemente sapere molte cose dell’altro. Non è conoscere la sua password, sapere dove si trova o condividere tutti gli impegni della giornata. L’intimità nasce quando posso lentamente consegnarti la verità di me.

Posso dirti ciò di cui mi vergogno. Posso raccontarti ciò che temo. Posso ammettere che sono geloso. Che ho bisogno di una carezza. Che alcune volte mi sento inadeguato. Che ho paura di invecchiare. Che mi manca sentirmi desiderata. Che a volte sono arrabbiato con te. Che una parte di me ha paura di essere abbandonata. Questa è nudità.

Il matrimonio ci chiama proprio a questo: tornare, lentamente, verso quella condizione originaria descritta dalla Genesi, nella quale l’uomo e la donna potevano essere nudi senza vergogna. Non significa raccontare immediatamente tutto e senza discernimento. Non significa scaricare sull’altro ogni pensiero, ogni impulso e ogni emozione. La sincerità non è brutalità e l’autenticità ha bisogno di maturità. Significa, però, smettere di costruire la relazione su un personaggio.

Ester, in questa fase della storia, nasconde la propria origine. Ma arriverà un momento nel quale non potrà più farlo. Dovrà presentarsi davanti al re e dire, in sostanza: questa sono io. Questo è il mio popolo. Questa è la mia storia. Solo quando Ester rivelerà chi è veramente potrà compiere la propria missione. È un’immagine potente anche per noi.

Forse alcune parti di noi attendono ancora di essere portate alla luce. Non per essere esibite a tutti, ma per essere consegnate a chi ci ama. A volte nel matrimonio continuiamo a comportarci secondo strategie che abbiamo imparato molti anni prima di conoscere nostro marito o nostra moglie. Strategie che forse ci hanno aiutato a sopravvivere emotivamente nella nostra famiglia d’origine, ma che oggi ci impediscono di amare pienamente.

Da bambino ho imparato che per essere amato dovevo essere bravo. Da adulta continuo a cercare la perfezione e vivo ogni critica di mio marito come una minaccia alla mia identità. Da bambina ho imparato che chiedere non serviva. Da adulta mi aspetto che mio marito comprenda i miei bisogni senza che io li esprima e, quando non lo fa, mi sento non amata. Da bambino ho imparato che mostrare emozioni era da deboli. Da adulto, quando mia moglie mi chiede cosa provo, rispondo: «Niente». Poi mi stupisco perché tra noi non c’è più intimità.

Il lavoro personale e il cammino di coppia servono anche a questo: riconoscere le nostre maschere con misericordia. Non dobbiamo odiarle. Probabilmente, in qualche momento della nostra storia, ci sono servite. Ma ciò che ci ha protetto ieri può impedirci di amare oggi. La maturità consiste nel poter dire: Grazie, questa strategia mi ha aiutato quando non conoscevo alternative. Ma oggi posso scegliere.

Posso parlare. Posso chiedere. Posso dire di no. Posso piangere. Posso ammettere di avere paura. Posso lasciarmi aiutare. Posso essere imperfetto e restare degno d’amore. Anche la fede può diventare una maschera. Possiamo mostrare un matrimonio cristiano perfetto, sorridere nelle fotografie, parlare di famiglia, frequentare la comunità e avere paura di riconoscere che qualcosa tra noi non funziona. Ma Dio non salva le nostre rappresentazioni. Dio incontra la nostra verità.

Non dobbiamo presentarci davanti a Lui come la coppia che vorremmo sembrare. Possiamo presentarci come siamo: stanchi, innamorati, arrabbiati, grati, delusi, pieni di desiderio oppure incapaci di sentirlo, vicini o lontani. La grazia può lavorare solo dentro la verità accolta. Forse allora questo modulo può concludersi con una domanda da vivere insieme. Sedetevi uno davanti all’altra e chiedetevi: Quale parte di me faccio più fatica a mostrarti?

Non rispondete subito per l’altro. Non difendetevi. Non correggete. Ascoltate. Forse vostro marito vi dirà qualcosa che non immaginavate. Forse vostra moglie vi consegnerà una paura che porta dentro da anni. Accoglietela con rispetto. Perché quando una persona toglie una maschera davanti a noi ci sta facendo un regalo enorme. Ci sta dicendo: Questo sono io. Non il personaggio. Non ciò che vorrei essere. Non ciò che pensi che io sia. Io. Puoi restare con me? Forse una delle forme più profonde dell’amore matrimoniale consiste proprio nel rispondere: Sì. Resto. E voglio conoscerti ancora.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Quando la vita cambia senza chiederti il permesso

Anche Ester fu condotta da Gai, custode delle donne. (Ester 2,8)

Ci sono momenti in cui la vita non chiede il nostro consenso. Non aspetta che siamo pronti, non ci offre un calendario ordinato dove segnare il giorno in cui tutto cambierà. Semplicemente accade. Una telefonata, una diagnosi, un trasferimento, una gravidanza inattesa, una perdita, una crisi nel matrimonio, un progetto che salta. Avevamo pensato la vita in un certo modo e all’improvviso ci troviamo dentro una storia che non abbiamo scritto noi. Ester conosce bene questa esperienza. Il capitolo 2 racconta proprio questo: una giovane donna viene presa dentro una vicenda più grande di lei, introdotta in un ambiente che non aveva scelto. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ester, chiamata anche Adassa, era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo. La sua vita portava già una ferita originaria: non aveva più il padre e la madre. Eppure, dentro quella mancanza, era nata anche una custodia. Mardocheo l’aveva accolta come figlia, l’aveva cresciuta, accompagnata, protetta. Ester non parte da una vita perfetta. È una donna che ha già conosciuto la vulnerabilità. Anche noi arriviamo al matrimonio non come persone risolte, ma come storie abitate da mancanze, ferite, risorse e paure.

Quando il re Assuero cerca una nuova regina, molte giovani vengono radunate nel palazzo. Anche Ester viene condotta lì. Il testo non la presenta come una donna che decide liberamente di candidarsi a un concorso di bellezza. Viene presa dentro un sistema di potere. Ester non controlla la situazione. Non decide lei il luogo, i tempi, le regole. Eppure, pur non avendo scelto quella situazione, non si lascia distruggere da essa. Non può cambiare subito il contesto, ma può scegliere come starci dentro. Questa è una prima forma della resilienza: riconoscere la realtà e cercare, dentro quella realtà, uno spazio possibile di libertà.

Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che Ester è chiamata a non restare bloccata in un Bambino spaventato e impotente, ma nemmeno a rifugiarsi in un adattamento cieco, dove per sopravvivere smette di sentire, di pensare, di desiderare. L’adattamento è necessario alla vita. Un matrimonio senza adattamento diventa impossibile: due persone devono continuamente fare spazio all’altro, modificare ritmi, abitudini, linguaggi, priorità. Il problema nasce quando l’adattamento diventa perdita di sé. C’è un adattamento sano, guidato dall’Adulto; e c’è un adattamento di copione, guidato dalla paura, che dice: “Per essere amato devo sparire”.

Ester cammina su questo confine sottile. Impara le regole del palazzo, accetta un tempo di preparazione, ascolta i consigli, si muove con prudenza. Ma non diventa semplicemente un oggetto nelle mani degli altri. Il testo dice che trova favore agli occhi di chi la incontra. Ester non controlla tutto, ma custodisce qualcosa di sé. Non urla, non forza, non reagisce in modo impulsivo. Rimane dentro il processo senza consegnare completamente la propria identità. Qui c’è una lezione enorme per la coppia: non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere se viverlo da vittime passive o da persone che cercano un senso.

Pensiamo a quante volte nel matrimonio la vita cambia senza chiedere permesso. Una coppia si sposa immaginando un certo cammino, poi arriva la fatica economica. Oppure un figlio tarda ad arrivare. Oppure arriva quando non era previsto. Oppure uno dei due cambia interiormente, attraversa una crisi, si chiude, perde entusiasmo, si ammala, scopre domande che prima non aveva. L’altro può vivere tutto questo come un tradimento del progetto iniziale: “Non era questo che avevo scelto”. È vero. A volte non era questo. Ma amare non significa vivere solo dentro ciò che avevamo programmato. Amare significa imparare a restare umani anche quando il programma ideale salta.

La resilienza cristiana non è stringere i denti e sopportare tutto in silenzio. Non è dire: “Va bene così”, quando dentro stiamo morendo. Non è nemmeno spiritualizzare il dolore con frasi facili. La resilienza è attraversare la realtà senza perdere la propria dignità, senza rinunciare alla verità, senza lasciare che la paura decida al nostro posto. Ester non ha ancora il coraggio maturo che vedremo più avanti. In questo capitolo è una ragazza che sta imparando a stare in piedi dentro un cambiamento imposto. La sua grandezza non esplode subito. Matura lentamente.

Spesso pretendiamo da noi stessi reazioni eroiche immediate. Vorremmo essere già capaci di affrontare tutto con fede, lucidità e coraggio. Invece, molte volte, il primo passo è semplicemente non fuggire. Rimanere. Respirare. Guardare la realtà. Chiedere aiuto. Lasciarsi accompagnare. Non decidere tutto nel panico. Nell’AT diremmo: tornare all’Adulto. L’Adulto non è freddo, non è senza emozioni. È quella parte di noi che raccoglie i dati, ascolta ciò che sente, distingue il passato dal presente e prova a scegliere il passo possibile.

Per una coppia questo significa imparare a dirsi: “Questa cosa non l’avevamo prevista, ma possiamo attraversarla insieme”. È una frase semplice, ma potentissima. Il dolore diventa ancora più duro quando ciascuno lo vive da solo, chiuso nel proprio copione: uno attacca, l’altro fugge; uno controlla, l’altro si spegne; uno pretende soluzioni, l’altro si sente incapace. Accogliere ciò che non avevamo programmato non significa approvarlo, né subirlo passivamente. Significa smettere di sprecare energie nel rifiuto sterile della realtà e iniziare a domandarsi: “Che cosa possiamo fare adesso?”.

Ester non sa ancora che proprio quel cambiamento non scelto diventerà il luogo della sua missione. Questo è il paradosso di Dio: a volte la strada che ci sembra solo una deviazione diventa il luogo in cui maturiamo la nostra vocazione. Non tutto ciò che accade è voluto da Dio, e bisogna stare attenti a non attribuire a Dio ogni violenza, ogni ingiustizia, ogni dolore. Ma Dio può entrare anche dentro ciò che non abbiamo scelto e trasformarlo in un cammino di salvezza. La fede non cancella lo shock del cambiamento. Lo abita. Lo illumina lentamente.

Ogni coppia, prima o poi, deve fare pace con questa verità: il matrimonio reale è sempre diverso dal matrimonio immaginato. Non necessariamente peggiore. Spesso più faticoso, sì, ma anche più vero. La domanda decisiva non è: “Come facciamo a tornare esattamente a ciò che avevamo previsto?”. A volte non si può. La domanda più adulta è: “Come possiamo amare dentro questa storia concreta?”. Ester ci insegna che la vita può portarci in luoghi non scelti, ma non può impedirci di diventare persone nuove. Anche quando non hai scelto la strada, puoi ancora scegliere come camminare.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Ester: una ragazza qualunque scelta da Dio

«Egli aveva allevato Adassa, cioè Ester, figlia di suo zio, perché era orfana di padre e di madre. La giovane era bella di aspetto e avvenente nella persona. Alla morte del padre e della madre, Mardocheo l’aveva presa come sua figlia.» (Est 2,7)

Iniziamo oggi il primo modulo che ci propone il Libro di Ester. Clicca qui per leggere l’introduzione. Ci sono persone che, entrando in una stanza, sembrano attirare immediatamente l’attenzione. Hanno sicurezza, carisma, presenza. Poi ci sono persone che passano quasi inosservate. Persone normali. Persone che non si sentono particolarmente speciali. Persone che, se dovessero descriversi, probabilmente inizierebbero dai propri limiti piuttosto che dalle proprie qualità. Ester appartiene a questa seconda categoria. Quando inizia il racconto biblico non è una regina. Non è una leader. Non è una donna famosa. Non è una persona potente. È una ragazza ebrea che vive lontano dalla propria terra, rimasta orfana molto presto e cresciuta dal cugino Mardocheo. Nulla lascia immaginare che Dio abbia in serbo per lei qualcosa di straordinario. Eppure è proprio da qui che parte la sua storia.

Questa è una delle costanti più sorprendenti della Bibbia. Dio sembra avere una particolare predilezione per le persone che non si considerano all’altezza. Mosè balbetta e cerca di sottrarsi alla missione che gli viene affidata. Geremia si sente troppo giovane per parlare a nome di Dio. Davide è il figlio che nessuno avrebbe scelto. Pietro è impulsivo, fragile e pieno di contraddizioni. Maria è una ragazza sconosciuta di un piccolo villaggio della Galilea. Ester entra perfettamente in questa schiera. Forse perché Dio non cerca persone perfette. Cerca persone disponibili.

Noi invece ragioniamo spesso in modo diverso. Pensiamo che per essere amati dobbiamo essere più belli, più intelligenti, più preparati, più competenti. Pensiamo che per essere scelti dobbiamo meritare la scelta. Pensiamo che il nostro valore dipenda dalle prestazioni, dai risultati o dall’approvazione degli altri. Questa convinzione può diventare particolarmente forte nelle relazioni affettive e nel matrimonio. Molti uomini e molte donne entrano nella vita di coppia portandosi dentro una domanda silenziosa che raramente viene pronunciata ad alta voce: Sarò abbastanza?“. Sarò abbastanza interessante? Sarò abbastanza bravo come marito? Sarò abbastanza attraente come moglie? Sarò abbastanza capace come padre o come madre? Sarò abbastanza per meritare l’amore dell’altro? A volte queste domande rimangono nascoste per anni, ma continuano a influenzare il modo in cui viviamo la relazione.

Quando ci sentiamo profondamente inadeguati tendiamo a cercare continue conferme. Abbiamo bisogno che l’altro ci rassicuri costantemente. Ci preoccupiamo eccessivamente di ciò che pensa di noi. Oppure, al contrario, diventiamo ipercritici verso noi stessi e incapaci di riconoscere il bene che c’è nella nostra vita. Altre volte ancora indossiamo una maschera. Mostriamo una versione costruita di noi stessi perché abbiamo paura che, se l’altro vedesse davvero le nostre fragilità, smetterebbe di amarci.

L’Analisi Transazionale definisce queste convinzioni profonde come parte del copione di vita. Il copione è una sorta di programma inconscio che costruiamo nei primi anni della nostra esistenza e che continua a influenzare le nostre scelte da adulti. Uno dei copioni più diffusi è proprio questo: “Non sono abbastanza”. Non sono abbastanza bravo. Non sono abbastanza importante. Non sono abbastanza desiderabile. Non sono abbastanza degno di essere amato. Molte persone non formulano mai queste frasi in modo esplicito, eppure vivono come se fossero vere.

Le riconosciamo dai comportamenti. Chi vive questo copione tende a minimizzare i propri successi, fatica ad accogliere i complimenti e si paragona continuamente agli altri. Ha la sensazione di dover dimostrare qualcosa per meritare affetto e attenzione. Anche nella coppia questo può diventare fonte di sofferenza. Una moglie può interpretare ogni distrazione del marito come la conferma di non essere abbastanza importante. Un marito può vivere ogni critica come la prova del proprio fallimento. Piccoli eventi quotidiani vengono letti attraverso una lente che deforma la realtà. Non vediamo più ciò che accade davvero. Vediamo ciò che il nostro copione ci porta ad aspettarci.

Ester avrebbe avuto molte ragioni per sentirsi inadeguata. Era orfana. Apparteneva a un popolo straniero. Non aveva potere. Non aveva particolari garanzie sul proprio futuro. Eppure la sua storia dimostra una verità fondamentale: Dio non definisce le persone a partire dalle loro mancanze. Noi spesso ci identifichiamo con ciò che ci manca. Dio guarda ciò che possiamo diventare. Noi vediamo le ferite. Dio vede le possibilità. Noi vediamo i limiti. Dio vede la chiamata.

Pensiamo a quanto questo sia importante nel matrimonio. Quando guardiamo il nostro coniuge, cosa vediamo? Vediamo soprattutto ciò che manca? Vediamo i difetti, gli errori, le fragilità e le incoerenze? Oppure riusciamo a vedere la persona che sta ancora diventando? L’amore autentico ha questa straordinaria capacità: vede oltre il presente. Non nega i limiti e non finge che non esistano, ma non li considera l’ultima parola.

Dio fa così con Ester. E dovrebbe essere anche il modo in cui gli sposi imparano a guardarsi reciprocamente. Molte coppie soffrono perché smettono di vedere il bene possibile e iniziano a vedere soltanto ciò che non funziona. L’amore invece continua a credere nella crescita. Continua a credere che la storia non sia finita. Continua a credere che una persona sia molto più grande delle sue paure, dei suoi errori e delle sue fragilità. Forse oggi anche tu ti senti un po’ come Ester all’inizio del racconto. Forse guardi la tua vita e vedi soprattutto ciò che manca. Forse ti senti in ritardo rispetto agli altri. Forse ti sembra di non essere all’altezza delle responsabilità che hai. Forse pensi di non essere il marito o la moglie che avresti voluto essere. La Parola di Dio ci invita a cambiare sguardo.

Prima ancora di diventare regina, Ester era già preziosa. Prima ancora di compiere qualcosa di grande, era già amata. Prima ancora di dimostrare il proprio valore, era già scelta. Lo stesso vale per ciascuno di noi. Il nostro valore non nasce dalle prestazioni. Non nasce dai successi. Non nasce dall’approvazione degli altri. Nasce dall’essere figli amati di Dio. Ed è proprio quando iniziamo a credere davvero a questa verità che il copione del “Non sono abbastanza” comincia lentamente a perdere il suo potere. Scopriamo che Dio non chiama i perfetti, ma persone normali. Persone fragili. Persone ferite. Persone che spesso dubitano di se stesse. Persone come Ester. Persone come noi.

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare Tobia e Sara

Ester: il coraggio dell’amore

Ci sono libri della Bibbia che parlano esplicitamente di matrimonio. Il Cantico dei Cantici celebra l’amore sponsale nella sua bellezza. Tobia racconta il cammino di due giovani che imparano a costruire una relazione fondata sulla fiducia in Dio. Ester, invece, sembra appartenere a un’altra categoria. A prima vista non parla di coppia, non contiene insegnamenti sul matrimonio e non racconta una storia d’amore nel senso in cui siamo abituati a immaginarla. Eppure, proprio per questo, è un libro straordinariamente attuale.

La storia di Ester è la storia di una donna che cresce. Una donna che attraversa la paura, l’incertezza, il senso di inadeguatezza e il peso delle aspettative degli altri fino a scoprire chi è veramente e quale missione le è affidata. E questa è una storia che riguarda tutti noi. Perché non esiste un matrimonio sano senza persone che crescono. Non esiste una coppia matura senza uomini e donne che imparano a conoscere se stessi, a riconoscere le proprie ferite e a rispondere con libertà alla chiamata di Dio.

Il libro di Ester è ambientato nell’impero persiano. Il popolo ebraico vive disperso lontano dalla propria terra. In questo contesto troviamo una giovane ebrea orfana, cresciuta dal cugino Mardocheo. Gli eventi la porteranno, in modo del tutto imprevedibile, a diventare regina. Ma il vero cuore del racconto non è la sua ascesa sociale. Il vero cuore della storia è la trasformazione interiore che avviene dentro di lei. All’inizio Ester sembra lasciarsi trasportare dagli eventi. Altri decidono per lei. Altri le dicono cosa fare. Altri la guidano. Progressivamente, però, qualcosa cambia. La ragazza timida e prudente diventa una donna capace di assumersi responsabilità enormi. La persona che cercava soprattutto sicurezza diventa una persona disposta a rischiare per il bene degli altri. È un percorso di crescita che ricorda molto ciò che osserviamo nella vita di coppia.

Molti sposi iniziano la loro relazione portandosi dentro paure, ferite e schemi appresi durante l’infanzia. Spesso reagiamo senza rendercene conto secondo copioni che abbiamo costruito molti anni prima. Cerchiamo approvazione. Evitiamo i conflitti. Abbiamo paura del rifiuto. Sentiamo il bisogno di controllare ciò che ci circonda. Oppure ci nascondiamo dietro maschere che ci impediscono di mostrare chi siamo davvero.

Per questo motivo ho scelto il libro di Ester come nuova tappa del nostro cammino. Dopo aver contemplato l’amore sponsale nel Cantico dei Cantici e dopo aver seguito il percorso di guarigione e maturazione di Tobia e Sara, sento il desiderio di approfondire un aspetto fondamentale della vita relazionale: la crescita della persona.

Molte crisi di coppia non nascono dalla mancanza di amore. Nascono dalla paura. Dall’incapacità di assumersi responsabilità. Dalla dipendenza dal giudizio degli altri. Dalle ferite non guarite. Dalla difficoltà di riconoscere la propria dignità e la propria vocazione. Ester ci aiuta a entrare proprio in questo territorio.

Nel corso delle prossime settimane incontreremo temi estremamente concreti e attuali. Parleremo dell’influenza della famiglia d’origine e di quanto le figure significative della nostra vita continuino a orientare le nostre scelte. Rifletteremo sulle maschere che indossiamo per essere accettati e amati. Ci confronteremo con la paura di fallire e con la tentazione di restare nascosti per non correre rischi. Affronteremo il tema del discernimento, imparando da Ester che non tutte le battaglie vanno affrontate d’impulso e che spesso la vera forza consiste nell’attendere il momento giusto.

Parleremo di manipolazione e di giochi psicologici attraverso la figura di Aman, uno dei personaggi più inquietanti del racconto. Vedremo come il male raramente si presenta in modo evidente, ma preferisce insinuarsi attraverso il risentimento, l’orgoglio e il desiderio di controllo. Rifletteremo sul coraggio, non come assenza di paura, ma come capacità di agire nonostante la paura. Parleremo di vocazione. Di quella personale e di quella sponsale.

Il versetto che accompagnerà tutto il percorso è probabilmente uno dei più belli dell’intera Scrittura: «Chi sa se non sei diventata regina proprio per un tempo come questo?» (Est 4,14). Sono parole che Mardocheo rivolge a Ester in un momento decisivo della sua vita. Ma sono parole che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi. Chi sa se non sei diventato marito proprio per questo tempo? Chi sa se non sei diventata moglie proprio per questo tempo? Chi sa se le prove che stai attraversando non contengono una chiamata più grande di quanto tu riesca a vedere oggi? Questa domanda attraverserà ogni riflessione.

Un’altra caratteristica affascinante del libro di Ester è che il nome di Dio non compare mai. È l’unico libro biblico in cui questo accade. Eppure Dio è presente in ogni pagina. Non appare attraverso miracoli spettacolari. Non parla dal cielo. Non invia profeti. Agisce attraverso coincidenze, incontri, scelte e circostanze apparentemente ordinarie. È il modo in cui Dio opera molto spesso anche nelle nostre vite.

Quando guardiamo una situazione difficile, una crisi matrimoniale, una ferita familiare o una sofferenza personale, abbiamo l’impressione che Dio sia assente. Ester ci insegna invece a riconoscere la sua presenza discreta, nascosta, paziente. Per questo il suo messaggio è ancora così attuale. Viviamo in una cultura che promette sicurezza immediata, gratificazione istantanea e soluzioni rapide. Ester ci mostra invece la via della maturazione, della responsabilità e del coraggio. Ci ricorda che la vera felicità non nasce dall’evitare le difficoltà, ma dal diventare la persona che siamo chiamati a essere. E forse è proprio questo il dono più grande che una persona può offrire al proprio matrimonio: non la perfezione, ma il coraggio di crescere.

Iniziamo dunque questo viaggio insieme a Ester. Scopriremo che la sua storia non è soltanto la storia di una regina vissuta molti secoli fa. È la storia di ogni uomo e di ogni donna che, nonostante le proprie paure, decide di fidarsi di Dio e di diventare protagonista della propria vita. E, proprio per questo, è anche una storia che parla profondamente di Antonio e Luisa, di ogni coppia e di ogni famiglia che desidera trasformare la propria vita in una risposta d’amore alla chiamata di Dio.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare