La bellezza che viene dal cuore

“Quando giunse per Ester, figlia di Abicàil, zio di Mardocheo, che l’aveva presa come figlia, il momento di andare dal re, ella non chiese altro se non quanto le aveva indicato Egài, l’eunuco del re, custode delle donne. Ester conquistava il favore di quanti la vedevano.” (Est 2,15)

Affrontiamo oggi il quinto modulo. Clicca qui per leggere i precedenti. Viviamo in un tempo che ci ripete continuamente che per essere amati bisogna essere straordinari. Più belli, più giovani, più brillanti, più simpatici, più interessanti degli altri. Ogni giorno scorriamo immagini di persone perfette, famiglie perfette, corpi perfetti, matrimoni apparentemente senza ombre. Senza quasi accorgercene, nasce dentro di noi una convinzione silenziosa: “Così come sono, non basto”. È una delle menzogne più diffuse e più dolorose.

Anche Ester avrebbe avuto tutte le ragioni per sentirsi così. Era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta lontano dai riflettori del potere. Non apparteneva all’aristocrazia persiana, non aveva un nome importante, non possedeva alcun privilegio particolare. Eppure la Scrittura ci racconta qualcosa di sorprendente. Quando arriva il momento di presentarsi al re, Ester non cerca di stupire. Non pretende gioielli particolari, non domanda ornamenti più preziosi delle altre ragazze. Accetta semplicemente il consiglio di Egài, colui che conosceva davvero il cuore del palazzo. Ed è proprio allora che “conquistava il favore di quanti la vedevano”.

La sua bellezza non nasce dall’eccesso. Nasce dall’armonia. Questo particolare sembra secondario, ma in realtà racconta una verità profonda. Ester non sente il bisogno di costruire un personaggio. Non cerca di impressionare. Non prova a diventare qualcun altro. Si presenta per quella che è.

È qui che possiamo leggere questo brano alla luce dell’Analisi Transazionale. Eric Berne descrive come ciascuno di noi costruisca, fin dall’infanzia, una sorta di copione di vita. Se da piccoli abbiamo ricevuto amore solo quando eravamo bravi, perfetti o capaci di soddisfare le aspettative degli altri, rischiamo di convincerci che il nostro valore dipenda dalle prestazioni. Non ci sentiamo amabili semplicemente perché esistiamo. Pensiamo di dover continuamente dimostrare qualcosa. Questa è un’autostima fragile.

L’autostima autentica, invece, non nasce dal confronto. Nasce dalla consapevolezza di essere preziosi prima ancora di fare qualcosa per meritarlo. È esattamente ciò che vediamo in Ester. Lei non cerca disperatamente di essere scelta. Vive il momento con semplicità e fiducia. Non confonde il proprio valore con il risultato della prova che sta affrontando. Quante volte, invece, questo accade anche nel matrimonio?

Pensiamo di dover essere sempre all’altezza. Sempre pazienti. Sempre disponibili. Sempre attraenti. Sempre capaci di risolvere ogni problema. E quando non ci riusciamo, iniziamo a pensare di valere meno. A volte basta una critica del coniuge, una discussione, un periodo di minore desiderio o una fatica lavorativa perché riaffiori quella vecchia voce: “Non sono abbastanza.” Da quel momento iniziano i problemi.

Chi non si sente abbastanza tende a cercare continuamente conferme. Ha bisogno di complimenti, approvazioni, riconoscimenti. Soffre in modo sproporzionato davanti a un’osservazione negativa. Oppure reagisce costruendo un’immagine di sé forte e impeccabile, che però nasconde una grande fragilità. Sono strategie comprensibili, ma faticose. Costringono a vivere sempre sotto esame. Il matrimonio, invece, dovrebbe essere uno dei pochi luoghi in cui possiamo smettere di recitare.

Il coniuge non è chiamato a scegliere ogni giorno una versione perfetta di noi. È chiamato ad amare la persona reale che gli sta accanto, con le sue qualità e i suoi limiti. Se per sentirmi amato devo continuamente dimostrare qualcosa, allora rischio di trasformare la relazione in un palcoscenico. Ma l’amore non cresce sul palcoscenico. Cresce nella verità. Pensiamo a quanto sia liberante poter dire: “Oggi sono stanco.” “Oggi ho paura.” “Oggi non mi sento capace.” “Oggi ho bisogno di te.”

Solo chi possiede un’autostima autentica riesce a mostrarsi vulnerabile. Chi invece fonda il proprio valore sulle prestazioni vive ogni fragilità come una minaccia. Ester ci insegna una strada diversa. La sua forza non consiste nell’apparire perfetta, ma nell’essere profondamente centrata su se stessa. Non ha bisogno di aggiungere nulla per essere degna di essere scelta. In fondo questa è anche la logica di Dio.

Nella Bibbia Dio sceglie quasi sempre persone che, agli occhi del mondo, sembrano insufficienti. Mosè balbetta. Davide è il più piccolo dei fratelli. Gedeone si considera il meno importante della sua famiglia. Pietro è impulsivo. Paolo perseguitava i cristiani. La scelta di Dio non nasce dalla perfezione della persona. È il suo amore che rende grande chi viene scelto. Lo stesso vale nel matrimonio.

Il giorno delle nozze tuo marito o tua moglie non ha pronunciato un sì perché aveva trovato una persona perfetta. Ha pronunciato un sì perché ha scelto proprio te. E Dio, attraverso quel sacramento, continua ogni giorno a ripeterti: “Tu mi basti. Con la tua storia. Con le tue ferite. Con i tuoi limiti. Io posso costruire qualcosa di meraviglioso proprio attraverso ciò che sei.” Forse il lavoro più importante che uno sposo e una sposa possono fare non è diventare straordinari, ma imparare a credere di essere già degni di amore. Solo chi si sente amato gratuitamente riesce ad amare gratuitamente.

Forse è proprio questo il segreto della bellezza di Ester. Non era semplicemente una ragazza bella. Era una donna che non aveva bisogno di convincere gli altri del proprio valore. Lo portava dentro di sé come un dono ricevuto. E questa è una bellezza che il tempo non può consumare.

Per dialogare insieme

  • In quali situazioni mi sento “non abbastanza” agli occhi del mio coniuge?
  • Cerco spesso conferme del mio valore attraverso i complimenti, i risultati o l’approvazione degli altri?
  • Mio marito o mia moglie si sente libero di mostrarsi fragile con me, oppure percepisce di dover sempre dimostrare qualcosa?

Per pregare

Signore, liberaci dal bisogno di dover continuamente meritare il tuo amore e quello del nostro coniuge. Donaci uno sguardo capace di riconoscere il valore che hai posto in noi fin dal principio. Aiutaci a guardarci con gli occhi con cui Tu ci guardi: non perfetti, ma infinitamente amati. Fa’ che la nostra bellezza nasca dalla verità del cuore e non dal desiderio di apparire. Amen.

Antonio e Luisa

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Mardocheo: l’influenza della famiglia d’origine

«Ester non aveva ancora fatto conoscere il suo popolo né la sua parentela, perché Mardocheo le aveva ordinato di non parlarne. Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui.» (Est 2,20)

Uno dei particolari più interessanti del libro di Ester passa quasi inosservato. Anche dopo essere diventata regina, Ester continua a comportarsi come quando viveva nella casa di Mardocheo. L’autore lo sottolinea con poche parole, ma molto significative: «Ester eseguiva l’ordine di Mardocheo come quando era allevata presso di lui». È un versetto che dice molto più di quanto sembri. Ester è ormai una donna adulta. È la regina dell’impero persiano. Eppure continua a lasciarsi guidare da chi l’ha cresciuta. Il passato continua a vivere dentro il presente.

È una realtà che riguarda tutti noi. Nessuno arriva al matrimonio come una pagina bianca. Ognuno porta con sé una storia, una famiglia, un modo di amare, di discutere, di chiedere scusa, di affrontare i problemi. Pensiamo di aver lasciato la casa dei nostri genitori il giorno del matrimonio, ma in realtà una parte di quella casa continua ad abitare dentro di noi. Le parole ascoltate da bambini, i silenzi, le paure, le regole, gli esempi ricevuti, tutto questo continua a influenzare il nostro modo di vivere la relazione con il coniuge.

L’Analisi Transazionale descrive molto bene questa dinamica parlando del Genitore interiorizzato. Fin dai primi anni di vita registriamo, quasi come una telecamera, i messaggi verbali e non verbali delle figure educative. Non conserviamo soltanto ciò che ci hanno detto, ma anche il loro modo di reagire, di amare, di giudicare, di affrontare i conflitti e perfino di vivere la fede. Tutto questo viene interiorizzato e continua a parlare dentro di noi anche quando i nostri genitori non ci sono più o vivono lontano.

Questo non è necessariamente un male. Se siamo cresciuti in un ambiente sereno, il nostro Genitore interiore custodirà anche tante risorse preziose. Potremo aver imparato il rispetto, la fedeltà, la generosità, la capacità di chiedere perdono, il valore della preghiera e del servizio. Ma insieme ai doni possono essere stati registrati anche messaggi che oggi limitano la nostra libertà. «Non fidarti di nessuno.» «Non mostrare mai quello che provi.» «Devi essere perfetto.» «Se sbagli deludi tutti.» «Non disturbare.» «Gli uomini non piangono.» «Le donne devono sempre sacrificarsi.» Frasi che magari nessuno ha pronunciato in modo esplicito, ma che abbiamo respirato osservando il clima familiare.

Pensiamo a quante discussioni tra marito e moglie nascono proprio da qui. Una moglie si lamenta perché il marito non parla mai dei suoi sentimenti. Lui non capisce il problema: nella sua famiglia nessuno parlava di emozioni. Un marito si irrita perché la moglie vuole chiarire subito ogni litigio, mentre lui preferisce chiudersi nel silenzio. Ognuno pensa che il proprio modo di reagire sia quello normale. In realtà spesso sta semplicemente ripetendo ciò che ha imparato da bambino.

Anche Ester, senza rendersene conto, continua a fare riferimento a Mardocheo. Il testo non lo presenta come un uomo autoritario o manipolatore. Anzi, è colui che l’ha accolta quando era rimasta orfana, l’ha amata come una figlia e le ha permesso di crescere. Tuttavia il racconto lascia intuire una verità importante: arriva un momento in cui ogni persona è chiamata a passare dall’obbedienza ricevuta alla responsabilità personale. All’inizio è giusto lasciarsi guidare. Ma non si può restare bambini per sempre.

Questo è uno dei passaggi più delicati anche nella vita matrimoniale. La Bibbia lo aveva già detto fin dalle prime pagine della Genesi: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre». Lasciare non significa smettere di amare i propri genitori. Significa smettere di dipendere da loro nelle decisioni fondamentali della propria vita. Significa costruire una nuova famiglia nella quale il punto di riferimento principale non è più la casa da cui si proviene, ma la comunione tra gli sposi.

Quante difficoltà nascono quando questo passaggio non avviene. Ci sono mariti che continuano a chiedere alla madre come organizzare la casa, come educare i figli o come gestire il denaro. Ci sono mogli che raccontano ogni discussione ai propri genitori cercando continuamente conferme. In questi casi il matrimonio fatica a diventare veramente adulto, perché tra gli sposi rimane sempre una presenza invisibile che continua a orientare le scelte. Ma esiste anche una forma più sottile di dipendenza. Non è necessario telefonare ogni giorno ai propri genitori per essere ancora condizionati dalla famiglia d’origine. Basta continuare a vivere secondo i messaggi interiorizzati senza mai metterli in discussione. È possibile avere cinquant’anni e continuare a comportarsi come il bambino che cercava disperatamente di essere approvato da papà o di non deludere la mamma.

La buona notizia è che Dio non ci chiede di cancellare la nostra storia. Ci chiede di diventarne consapevoli. La maturità non consiste nel rinnegare la famiglia da cui proveniamo, ma nel discernere ciò che ci ha aiutato a crescere da ciò che invece oggi ci impedisce di amare con libertà. Ogni famiglia consegna ai figli un’eredità. Alcune parti di questa eredità sono un tesoro da custodire. Altre hanno bisogno di essere guarite e trasformate.

Ester farà proprio questo. All’inizio continua a seguire Mardocheo come aveva sempre fatto. Ma arriverà un momento decisivo in cui dovrà scegliere personalmente. Quando il popolo ebraico sarà minacciato di sterminio, non basterà più limitarsi a eseguire degli ordini. Dovrà assumersi la responsabilità della propria vocazione. Dovrà rischiare in prima persona. Sarà ancora capace di ascoltare Mardocheo, ma non agirà più come una bambina dipendente. Diventerà finalmente una donna libera.

Questo è anche il cammino che ogni matrimonio è chiamato a compiere. Gli sposi non sono chiamati a ripetere la storia delle proprie famiglie, ma a scriverne una nuova. Possono scegliere di conservare ciò che è stato bello e di interrompere ciò che ha fatto soffrire. Possono decidere che certe ferite non verranno trasmesse ai figli. Possono diventare l’inizio di una storia diversa.

Forse il primo passo consiste proprio nel porsi una domanda semplice ma coraggiosa: quello che faccio oggi nasce da una scelta libera oppure sto semplicemente ripetendo ciò che ho imparato da bambino? È una domanda che può cambiare profondamente la vita di una persona e di una coppia. Perché l’amore maturo non è quello che reagisce automaticamente. È quello che sceglie consapevolmente.

E quando due sposi iniziano a riconoscere i propri condizionamenti, senza accusare i genitori ma neppure rimanerne prigionieri, accade qualcosa di meraviglioso. Il passato smette di governare il presente. La storia personale non viene cancellata, ma redenta. Ed è proprio in quel momento che il matrimonio diventa davvero una nuova creazione, il luogo in cui Dio continua a fare nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

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Ester: le maschere che indossiamo

«Ester non aveva rivelato né il suo popolo né la sua origine, perché Mardocheo le aveva ordinato di non rivelarli».
(Ester 2,10)

Ester è entrata nel palazzo del re. La sua vita sta cambiando rapidamente. La ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo, si trova improvvisamente immersa in un mondo completamente diverso dal suo. Un mondo fatto di potere, bellezza, competizione, regole e aspettative. Ester piace. Trova favore. Viene accolta. Ma c’è qualcosa di lei che nessuno conosce. Ester nasconde le proprie origini. Non dice da dove viene. Non dice a quale popolo appartiene. Non racconta la propria storia. Obbedisce a Mardocheo, che le ha ordinato di tacere.

Non possiamo leggere questa scelta con categorie troppo semplici. Ester non sta necessariamente mentendo. Sta attraversando una fase delicata della propria storia e custodisce una parte di sé che, in quel momento, non può ancora mostrare. Più avanti arriverà il momento in cui dovrà rivelare chi è veramente. E quella rivelazione cambierà tutto. Questo passaggio, però, ci permette di porci una domanda molto seria: quanto ci conosce davvero la persona che abbiamo sposato?

Non mi riferisco ai segreti esteriori. Mi riferisco alle stanze interiori che abbiamo imparato a chiudere. Tutti, in qualche modo, impariamo presto ad adattarci. Un bambino comprende molto velocemente quali comportamenti sono accettati e quali no. Impara che, quando si comporta in un certo modo, riceve carezze, approvazione e riconoscimento. Quando invece esprime alcune emozioni, alcuni bisogni o alcuni desideri, può ricevere disapprovazione, distanza o rifiuto. Così comincia ad adattarsi.

In Analisi Transazionale possiamo parlare del Bambino Adattato, quella parte di noi che ha imparato a modificare il proprio comportamento per rispondere alle richieste dell’ambiente e ottenere accettazione o evitare conseguenze negative. L’adattamento non è necessariamente qualcosa di negativo. Senza capacità di adattamento sarebbe impossibile vivere con gli altri. Il problema nasce quando l’adattamento diventa una prigione. Quando non modifichiamo più soltanto alcuni comportamenti, ma iniziamo a nascondere ciò che siamo. Allora costruiamo una maschera.

C’è chi ha imparato a essere sempre forte. Chi è diventato quello che non ha mai bisogno di niente. Chi deve essere sempre disponibile. Chi non può arrabbiarsi. Chi deve far ridere tutti. Chi deve risolvere i problemi degli altri. Chi deve essere perfetto. Chi ha imparato a non piangere. Chi ha deciso, molto tempo fa, che mostrare un bisogno significa diventare vulnerabile e quindi rischiare di essere ferito. La difficoltà è che spesso portiamo queste maschere anche nel matrimonio.

All’inizio della relazione può sembrare tutto più semplice. Cerchiamo naturalmente di mostrare il meglio di noi. Vogliamo essere amabili, interessanti, desiderabili. Cerchiamo di conquistare l’altro. Poi ci sposiamo. Passano gli anni. Arrivano il lavoro, i figli, le preoccupazioni, le difficoltà economiche, le incomprensioni, le delusioni e le ferite.

Ed ecco che la maschera diventa sempre più pesante da portare. Il marito che ha sempre voluto mostrarsi forte non riesce a dire alla moglie: «Ho paura». La moglie che ha imparato a prendersi cura di tutti non riesce a dire: «Sono stanca. Questa volta ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me». L’uomo che ha paura del rifiuto non riesce a dire: «Quando non mi cerchi fisicamente mi sento poco desiderato». La donna che ha imparato a non disturbare non dice: «Quella cosa che hai fatto mi ha ferita».

Così due persone possono vivere insieme per anni e conoscersi sempre meno. Dormono nello stesso letto. Crescono gli stessi figli. Pagano lo stesso mutuo. Vanno alla stessa Messa. Magari pregano anche insieme. Eppure alcune parti profonde della loro umanità restano nascoste. Il problema della maschera è che inizialmente ci protegge, ma con il tempo ci separa. Ci protegge dal giudizio, ma ci impedisce di essere conosciuti. Ci protegge dal rifiuto, ma ci impedisce di sperimentare l’accoglienza. Ci protegge dalla vulnerabilità, ma ci condanna alla solitudine. Perché si può essere profondamente soli anche dentro un matrimonio.

Questo accade quando penso: Se lui sapesse davvero come sono, forse non mi amerebbe più. Oppure: Se lei conoscesse davvero le mie paure, mi considererebbe debole. E allora continuo a recitare. Eppure l’intimità nasce esattamente nel movimento contrario. L’intimità non è semplicemente sapere molte cose dell’altro. Non è conoscere la sua password, sapere dove si trova o condividere tutti gli impegni della giornata. L’intimità nasce quando posso lentamente consegnarti la verità di me.

Posso dirti ciò di cui mi vergogno. Posso raccontarti ciò che temo. Posso ammettere che sono geloso. Che ho bisogno di una carezza. Che alcune volte mi sento inadeguato. Che ho paura di invecchiare. Che mi manca sentirmi desiderata. Che a volte sono arrabbiato con te. Che una parte di me ha paura di essere abbandonata. Questa è nudità.

Il matrimonio ci chiama proprio a questo: tornare, lentamente, verso quella condizione originaria descritta dalla Genesi, nella quale l’uomo e la donna potevano essere nudi senza vergogna. Non significa raccontare immediatamente tutto e senza discernimento. Non significa scaricare sull’altro ogni pensiero, ogni impulso e ogni emozione. La sincerità non è brutalità e l’autenticità ha bisogno di maturità. Significa, però, smettere di costruire la relazione su un personaggio.

Ester, in questa fase della storia, nasconde la propria origine. Ma arriverà un momento nel quale non potrà più farlo. Dovrà presentarsi davanti al re e dire, in sostanza: questa sono io. Questo è il mio popolo. Questa è la mia storia. Solo quando Ester rivelerà chi è veramente potrà compiere la propria missione. È un’immagine potente anche per noi.

Forse alcune parti di noi attendono ancora di essere portate alla luce. Non per essere esibite a tutti, ma per essere consegnate a chi ci ama. A volte nel matrimonio continuiamo a comportarci secondo strategie che abbiamo imparato molti anni prima di conoscere nostro marito o nostra moglie. Strategie che forse ci hanno aiutato a sopravvivere emotivamente nella nostra famiglia d’origine, ma che oggi ci impediscono di amare pienamente.

Da bambino ho imparato che per essere amato dovevo essere bravo. Da adulta continuo a cercare la perfezione e vivo ogni critica di mio marito come una minaccia alla mia identità. Da bambina ho imparato che chiedere non serviva. Da adulta mi aspetto che mio marito comprenda i miei bisogni senza che io li esprima e, quando non lo fa, mi sento non amata. Da bambino ho imparato che mostrare emozioni era da deboli. Da adulto, quando mia moglie mi chiede cosa provo, rispondo: «Niente». Poi mi stupisco perché tra noi non c’è più intimità.

Il lavoro personale e il cammino di coppia servono anche a questo: riconoscere le nostre maschere con misericordia. Non dobbiamo odiarle. Probabilmente, in qualche momento della nostra storia, ci sono servite. Ma ciò che ci ha protetto ieri può impedirci di amare oggi. La maturità consiste nel poter dire: Grazie, questa strategia mi ha aiutato quando non conoscevo alternative. Ma oggi posso scegliere.

Posso parlare. Posso chiedere. Posso dire di no. Posso piangere. Posso ammettere di avere paura. Posso lasciarmi aiutare. Posso essere imperfetto e restare degno d’amore. Anche la fede può diventare una maschera. Possiamo mostrare un matrimonio cristiano perfetto, sorridere nelle fotografie, parlare di famiglia, frequentare la comunità e avere paura di riconoscere che qualcosa tra noi non funziona. Ma Dio non salva le nostre rappresentazioni. Dio incontra la nostra verità.

Non dobbiamo presentarci davanti a Lui come la coppia che vorremmo sembrare. Possiamo presentarci come siamo: stanchi, innamorati, arrabbiati, grati, delusi, pieni di desiderio oppure incapaci di sentirlo, vicini o lontani. La grazia può lavorare solo dentro la verità accolta. Forse allora questo modulo può concludersi con una domanda da vivere insieme. Sedetevi uno davanti all’altra e chiedetevi: Quale parte di me faccio più fatica a mostrarti?

Non rispondete subito per l’altro. Non difendetevi. Non correggete. Ascoltate. Forse vostro marito vi dirà qualcosa che non immaginavate. Forse vostra moglie vi consegnerà una paura che porta dentro da anni. Accoglietela con rispetto. Perché quando una persona toglie una maschera davanti a noi ci sta facendo un regalo enorme. Ci sta dicendo: Questo sono io. Non il personaggio. Non ciò che vorrei essere. Non ciò che pensi che io sia. Io. Puoi restare con me? Forse una delle forme più profonde dell’amore matrimoniale consiste proprio nel rispondere: Sì. Resto. E voglio conoscerti ancora.

Antonio e Luisa

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Quando la vita cambia senza chiederti il permesso

Anche Ester fu condotta da Gai, custode delle donne. (Ester 2,8)

Ci sono momenti in cui la vita non chiede il nostro consenso. Non aspetta che siamo pronti, non ci offre un calendario ordinato dove segnare il giorno in cui tutto cambierà. Semplicemente accade. Una telefonata, una diagnosi, un trasferimento, una gravidanza inattesa, una perdita, una crisi nel matrimonio, un progetto che salta. Avevamo pensato la vita in un certo modo e all’improvviso ci troviamo dentro una storia che non abbiamo scritto noi. Ester conosce bene questa esperienza. Il capitolo 2 racconta proprio questo: una giovane donna viene presa dentro una vicenda più grande di lei, introdotta in un ambiente che non aveva scelto. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.

Ester, chiamata anche Adassa, era una ragazza ebrea, orfana, cresciuta da Mardocheo. La sua vita portava già una ferita originaria: non aveva più il padre e la madre. Eppure, dentro quella mancanza, era nata anche una custodia. Mardocheo l’aveva accolta come figlia, l’aveva cresciuta, accompagnata, protetta. Ester non parte da una vita perfetta. È una donna che ha già conosciuto la vulnerabilità. Anche noi arriviamo al matrimonio non come persone risolte, ma come storie abitate da mancanze, ferite, risorse e paure.

Quando il re Assuero cerca una nuova regina, molte giovani vengono radunate nel palazzo. Anche Ester viene condotta lì. Il testo non la presenta come una donna che decide liberamente di candidarsi a un concorso di bellezza. Viene presa dentro un sistema di potere. Ester non controlla la situazione. Non decide lei il luogo, i tempi, le regole. Eppure, pur non avendo scelto quella situazione, non si lascia distruggere da essa. Non può cambiare subito il contesto, ma può scegliere come starci dentro. Questa è una prima forma della resilienza: riconoscere la realtà e cercare, dentro quella realtà, uno spazio possibile di libertà.

Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che Ester è chiamata a non restare bloccata in un Bambino spaventato e impotente, ma nemmeno a rifugiarsi in un adattamento cieco, dove per sopravvivere smette di sentire, di pensare, di desiderare. L’adattamento è necessario alla vita. Un matrimonio senza adattamento diventa impossibile: due persone devono continuamente fare spazio all’altro, modificare ritmi, abitudini, linguaggi, priorità. Il problema nasce quando l’adattamento diventa perdita di sé. C’è un adattamento sano, guidato dall’Adulto; e c’è un adattamento di copione, guidato dalla paura, che dice: “Per essere amato devo sparire”.

Ester cammina su questo confine sottile. Impara le regole del palazzo, accetta un tempo di preparazione, ascolta i consigli, si muove con prudenza. Ma non diventa semplicemente un oggetto nelle mani degli altri. Il testo dice che trova favore agli occhi di chi la incontra. Ester non controlla tutto, ma custodisce qualcosa di sé. Non urla, non forza, non reagisce in modo impulsivo. Rimane dentro il processo senza consegnare completamente la propria identità. Qui c’è una lezione enorme per la coppia: non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere se viverlo da vittime passive o da persone che cercano un senso.

Pensiamo a quante volte nel matrimonio la vita cambia senza chiedere permesso. Una coppia si sposa immaginando un certo cammino, poi arriva la fatica economica. Oppure un figlio tarda ad arrivare. Oppure arriva quando non era previsto. Oppure uno dei due cambia interiormente, attraversa una crisi, si chiude, perde entusiasmo, si ammala, scopre domande che prima non aveva. L’altro può vivere tutto questo come un tradimento del progetto iniziale: “Non era questo che avevo scelto”. È vero. A volte non era questo. Ma amare non significa vivere solo dentro ciò che avevamo programmato. Amare significa imparare a restare umani anche quando il programma ideale salta.

La resilienza cristiana non è stringere i denti e sopportare tutto in silenzio. Non è dire: “Va bene così”, quando dentro stiamo morendo. Non è nemmeno spiritualizzare il dolore con frasi facili. La resilienza è attraversare la realtà senza perdere la propria dignità, senza rinunciare alla verità, senza lasciare che la paura decida al nostro posto. Ester non ha ancora il coraggio maturo che vedremo più avanti. In questo capitolo è una ragazza che sta imparando a stare in piedi dentro un cambiamento imposto. La sua grandezza non esplode subito. Matura lentamente.

Spesso pretendiamo da noi stessi reazioni eroiche immediate. Vorremmo essere già capaci di affrontare tutto con fede, lucidità e coraggio. Invece, molte volte, il primo passo è semplicemente non fuggire. Rimanere. Respirare. Guardare la realtà. Chiedere aiuto. Lasciarsi accompagnare. Non decidere tutto nel panico. Nell’AT diremmo: tornare all’Adulto. L’Adulto non è freddo, non è senza emozioni. È quella parte di noi che raccoglie i dati, ascolta ciò che sente, distingue il passato dal presente e prova a scegliere il passo possibile.

Per una coppia questo significa imparare a dirsi: “Questa cosa non l’avevamo prevista, ma possiamo attraversarla insieme”. È una frase semplice, ma potentissima. Il dolore diventa ancora più duro quando ciascuno lo vive da solo, chiuso nel proprio copione: uno attacca, l’altro fugge; uno controlla, l’altro si spegne; uno pretende soluzioni, l’altro si sente incapace. Accogliere ciò che non avevamo programmato non significa approvarlo, né subirlo passivamente. Significa smettere di sprecare energie nel rifiuto sterile della realtà e iniziare a domandarsi: “Che cosa possiamo fare adesso?”.

Ester non sa ancora che proprio quel cambiamento non scelto diventerà il luogo della sua missione. Questo è il paradosso di Dio: a volte la strada che ci sembra solo una deviazione diventa il luogo in cui maturiamo la nostra vocazione. Non tutto ciò che accade è voluto da Dio, e bisogna stare attenti a non attribuire a Dio ogni violenza, ogni ingiustizia, ogni dolore. Ma Dio può entrare anche dentro ciò che non abbiamo scelto e trasformarlo in un cammino di salvezza. La fede non cancella lo shock del cambiamento. Lo abita. Lo illumina lentamente.

Ogni coppia, prima o poi, deve fare pace con questa verità: il matrimonio reale è sempre diverso dal matrimonio immaginato. Non necessariamente peggiore. Spesso più faticoso, sì, ma anche più vero. La domanda decisiva non è: “Come facciamo a tornare esattamente a ciò che avevamo previsto?”. A volte non si può. La domanda più adulta è: “Come possiamo amare dentro questa storia concreta?”. Ester ci insegna che la vita può portarci in luoghi non scelti, ma non può impedirci di diventare persone nuove. Anche quando non hai scelto la strada, puoi ancora scegliere come camminare.

Antonio e Luisa

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Ester: una ragazza qualunque scelta da Dio

«Egli aveva allevato Adassa, cioè Ester, figlia di suo zio, perché era orfana di padre e di madre. La giovane era bella di aspetto e avvenente nella persona. Alla morte del padre e della madre, Mardocheo l’aveva presa come sua figlia.» (Est 2,7)

Iniziamo oggi il primo modulo che ci propone il Libro di Ester. Clicca qui per leggere l’introduzione. Ci sono persone che, entrando in una stanza, sembrano attirare immediatamente l’attenzione. Hanno sicurezza, carisma, presenza. Poi ci sono persone che passano quasi inosservate. Persone normali. Persone che non si sentono particolarmente speciali. Persone che, se dovessero descriversi, probabilmente inizierebbero dai propri limiti piuttosto che dalle proprie qualità. Ester appartiene a questa seconda categoria. Quando inizia il racconto biblico non è una regina. Non è una leader. Non è una donna famosa. Non è una persona potente. È una ragazza ebrea che vive lontano dalla propria terra, rimasta orfana molto presto e cresciuta dal cugino Mardocheo. Nulla lascia immaginare che Dio abbia in serbo per lei qualcosa di straordinario. Eppure è proprio da qui che parte la sua storia.

Questa è una delle costanti più sorprendenti della Bibbia. Dio sembra avere una particolare predilezione per le persone che non si considerano all’altezza. Mosè balbetta e cerca di sottrarsi alla missione che gli viene affidata. Geremia si sente troppo giovane per parlare a nome di Dio. Davide è il figlio che nessuno avrebbe scelto. Pietro è impulsivo, fragile e pieno di contraddizioni. Maria è una ragazza sconosciuta di un piccolo villaggio della Galilea. Ester entra perfettamente in questa schiera. Forse perché Dio non cerca persone perfette. Cerca persone disponibili.

Noi invece ragioniamo spesso in modo diverso. Pensiamo che per essere amati dobbiamo essere più belli, più intelligenti, più preparati, più competenti. Pensiamo che per essere scelti dobbiamo meritare la scelta. Pensiamo che il nostro valore dipenda dalle prestazioni, dai risultati o dall’approvazione degli altri. Questa convinzione può diventare particolarmente forte nelle relazioni affettive e nel matrimonio. Molti uomini e molte donne entrano nella vita di coppia portandosi dentro una domanda silenziosa che raramente viene pronunciata ad alta voce: Sarò abbastanza?“. Sarò abbastanza interessante? Sarò abbastanza bravo come marito? Sarò abbastanza attraente come moglie? Sarò abbastanza capace come padre o come madre? Sarò abbastanza per meritare l’amore dell’altro? A volte queste domande rimangono nascoste per anni, ma continuano a influenzare il modo in cui viviamo la relazione.

Quando ci sentiamo profondamente inadeguati tendiamo a cercare continue conferme. Abbiamo bisogno che l’altro ci rassicuri costantemente. Ci preoccupiamo eccessivamente di ciò che pensa di noi. Oppure, al contrario, diventiamo ipercritici verso noi stessi e incapaci di riconoscere il bene che c’è nella nostra vita. Altre volte ancora indossiamo una maschera. Mostriamo una versione costruita di noi stessi perché abbiamo paura che, se l’altro vedesse davvero le nostre fragilità, smetterebbe di amarci.

L’Analisi Transazionale definisce queste convinzioni profonde come parte del copione di vita. Il copione è una sorta di programma inconscio che costruiamo nei primi anni della nostra esistenza e che continua a influenzare le nostre scelte da adulti. Uno dei copioni più diffusi è proprio questo: “Non sono abbastanza”. Non sono abbastanza bravo. Non sono abbastanza importante. Non sono abbastanza desiderabile. Non sono abbastanza degno di essere amato. Molte persone non formulano mai queste frasi in modo esplicito, eppure vivono come se fossero vere.

Le riconosciamo dai comportamenti. Chi vive questo copione tende a minimizzare i propri successi, fatica ad accogliere i complimenti e si paragona continuamente agli altri. Ha la sensazione di dover dimostrare qualcosa per meritare affetto e attenzione. Anche nella coppia questo può diventare fonte di sofferenza. Una moglie può interpretare ogni distrazione del marito come la conferma di non essere abbastanza importante. Un marito può vivere ogni critica come la prova del proprio fallimento. Piccoli eventi quotidiani vengono letti attraverso una lente che deforma la realtà. Non vediamo più ciò che accade davvero. Vediamo ciò che il nostro copione ci porta ad aspettarci.

Ester avrebbe avuto molte ragioni per sentirsi inadeguata. Era orfana. Apparteneva a un popolo straniero. Non aveva potere. Non aveva particolari garanzie sul proprio futuro. Eppure la sua storia dimostra una verità fondamentale: Dio non definisce le persone a partire dalle loro mancanze. Noi spesso ci identifichiamo con ciò che ci manca. Dio guarda ciò che possiamo diventare. Noi vediamo le ferite. Dio vede le possibilità. Noi vediamo i limiti. Dio vede la chiamata.

Pensiamo a quanto questo sia importante nel matrimonio. Quando guardiamo il nostro coniuge, cosa vediamo? Vediamo soprattutto ciò che manca? Vediamo i difetti, gli errori, le fragilità e le incoerenze? Oppure riusciamo a vedere la persona che sta ancora diventando? L’amore autentico ha questa straordinaria capacità: vede oltre il presente. Non nega i limiti e non finge che non esistano, ma non li considera l’ultima parola.

Dio fa così con Ester. E dovrebbe essere anche il modo in cui gli sposi imparano a guardarsi reciprocamente. Molte coppie soffrono perché smettono di vedere il bene possibile e iniziano a vedere soltanto ciò che non funziona. L’amore invece continua a credere nella crescita. Continua a credere che la storia non sia finita. Continua a credere che una persona sia molto più grande delle sue paure, dei suoi errori e delle sue fragilità. Forse oggi anche tu ti senti un po’ come Ester all’inizio del racconto. Forse guardi la tua vita e vedi soprattutto ciò che manca. Forse ti senti in ritardo rispetto agli altri. Forse ti sembra di non essere all’altezza delle responsabilità che hai. Forse pensi di non essere il marito o la moglie che avresti voluto essere. La Parola di Dio ci invita a cambiare sguardo.

Prima ancora di diventare regina, Ester era già preziosa. Prima ancora di compiere qualcosa di grande, era già amata. Prima ancora di dimostrare il proprio valore, era già scelta. Lo stesso vale per ciascuno di noi. Il nostro valore non nasce dalle prestazioni. Non nasce dai successi. Non nasce dall’approvazione degli altri. Nasce dall’essere figli amati di Dio. Ed è proprio quando iniziamo a credere davvero a questa verità che il copione del “Non sono abbastanza” comincia lentamente a perdere il suo potere. Scopriamo che Dio non chiama i perfetti, ma persone normali. Persone fragili. Persone ferite. Persone che spesso dubitano di se stesse. Persone come Ester. Persone come noi.

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Ester: il coraggio dell’amore

Ci sono libri della Bibbia che parlano esplicitamente di matrimonio. Il Cantico dei Cantici celebra l’amore sponsale nella sua bellezza. Tobia racconta il cammino di due giovani che imparano a costruire una relazione fondata sulla fiducia in Dio. Ester, invece, sembra appartenere a un’altra categoria. A prima vista non parla di coppia, non contiene insegnamenti sul matrimonio e non racconta una storia d’amore nel senso in cui siamo abituati a immaginarla. Eppure, proprio per questo, è un libro straordinariamente attuale.

La storia di Ester è la storia di una donna che cresce. Una donna che attraversa la paura, l’incertezza, il senso di inadeguatezza e il peso delle aspettative degli altri fino a scoprire chi è veramente e quale missione le è affidata. E questa è una storia che riguarda tutti noi. Perché non esiste un matrimonio sano senza persone che crescono. Non esiste una coppia matura senza uomini e donne che imparano a conoscere se stessi, a riconoscere le proprie ferite e a rispondere con libertà alla chiamata di Dio.

Il libro di Ester è ambientato nell’impero persiano. Il popolo ebraico vive disperso lontano dalla propria terra. In questo contesto troviamo una giovane ebrea orfana, cresciuta dal cugino Mardocheo. Gli eventi la porteranno, in modo del tutto imprevedibile, a diventare regina. Ma il vero cuore del racconto non è la sua ascesa sociale. Il vero cuore della storia è la trasformazione interiore che avviene dentro di lei. All’inizio Ester sembra lasciarsi trasportare dagli eventi. Altri decidono per lei. Altri le dicono cosa fare. Altri la guidano. Progressivamente, però, qualcosa cambia. La ragazza timida e prudente diventa una donna capace di assumersi responsabilità enormi. La persona che cercava soprattutto sicurezza diventa una persona disposta a rischiare per il bene degli altri. È un percorso di crescita che ricorda molto ciò che osserviamo nella vita di coppia.

Molti sposi iniziano la loro relazione portandosi dentro paure, ferite e schemi appresi durante l’infanzia. Spesso reagiamo senza rendercene conto secondo copioni che abbiamo costruito molti anni prima. Cerchiamo approvazione. Evitiamo i conflitti. Abbiamo paura del rifiuto. Sentiamo il bisogno di controllare ciò che ci circonda. Oppure ci nascondiamo dietro maschere che ci impediscono di mostrare chi siamo davvero.

Per questo motivo ho scelto il libro di Ester come nuova tappa del nostro cammino. Dopo aver contemplato l’amore sponsale nel Cantico dei Cantici e dopo aver seguito il percorso di guarigione e maturazione di Tobia e Sara, sento il desiderio di approfondire un aspetto fondamentale della vita relazionale: la crescita della persona.

Molte crisi di coppia non nascono dalla mancanza di amore. Nascono dalla paura. Dall’incapacità di assumersi responsabilità. Dalla dipendenza dal giudizio degli altri. Dalle ferite non guarite. Dalla difficoltà di riconoscere la propria dignità e la propria vocazione. Ester ci aiuta a entrare proprio in questo territorio.

Nel corso delle prossime settimane incontreremo temi estremamente concreti e attuali. Parleremo dell’influenza della famiglia d’origine e di quanto le figure significative della nostra vita continuino a orientare le nostre scelte. Rifletteremo sulle maschere che indossiamo per essere accettati e amati. Ci confronteremo con la paura di fallire e con la tentazione di restare nascosti per non correre rischi. Affronteremo il tema del discernimento, imparando da Ester che non tutte le battaglie vanno affrontate d’impulso e che spesso la vera forza consiste nell’attendere il momento giusto.

Parleremo di manipolazione e di giochi psicologici attraverso la figura di Aman, uno dei personaggi più inquietanti del racconto. Vedremo come il male raramente si presenta in modo evidente, ma preferisce insinuarsi attraverso il risentimento, l’orgoglio e il desiderio di controllo. Rifletteremo sul coraggio, non come assenza di paura, ma come capacità di agire nonostante la paura. Parleremo di vocazione. Di quella personale e di quella sponsale.

Il versetto che accompagnerà tutto il percorso è probabilmente uno dei più belli dell’intera Scrittura: «Chi sa se non sei diventata regina proprio per un tempo come questo?» (Est 4,14). Sono parole che Mardocheo rivolge a Ester in un momento decisivo della sua vita. Ma sono parole che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi. Chi sa se non sei diventato marito proprio per questo tempo? Chi sa se non sei diventata moglie proprio per questo tempo? Chi sa se le prove che stai attraversando non contengono una chiamata più grande di quanto tu riesca a vedere oggi? Questa domanda attraverserà ogni riflessione.

Un’altra caratteristica affascinante del libro di Ester è che il nome di Dio non compare mai. È l’unico libro biblico in cui questo accade. Eppure Dio è presente in ogni pagina. Non appare attraverso miracoli spettacolari. Non parla dal cielo. Non invia profeti. Agisce attraverso coincidenze, incontri, scelte e circostanze apparentemente ordinarie. È il modo in cui Dio opera molto spesso anche nelle nostre vite.

Quando guardiamo una situazione difficile, una crisi matrimoniale, una ferita familiare o una sofferenza personale, abbiamo l’impressione che Dio sia assente. Ester ci insegna invece a riconoscere la sua presenza discreta, nascosta, paziente. Per questo il suo messaggio è ancora così attuale. Viviamo in una cultura che promette sicurezza immediata, gratificazione istantanea e soluzioni rapide. Ester ci mostra invece la via della maturazione, della responsabilità e del coraggio. Ci ricorda che la vera felicità non nasce dall’evitare le difficoltà, ma dal diventare la persona che siamo chiamati a essere. E forse è proprio questo il dono più grande che una persona può offrire al proprio matrimonio: non la perfezione, ma il coraggio di crescere.

Iniziamo dunque questo viaggio insieme a Ester. Scopriremo che la sua storia non è soltanto la storia di una regina vissuta molti secoli fa. È la storia di ogni uomo e di ogni donna che, nonostante le proprie paure, decide di fidarsi di Dio e di diventare protagonista della propria vita. E, proprio per questo, è anche una storia che parla profondamente di Antonio e Luisa, di ogni coppia e di ogni famiglia che desidera trasformare la propria vita in una risposta d’amore alla chiamata di Dio.

Antonio e Luisa

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