Che cuore grande hai … è per amarti meglio!

C’era una volta, e c’è ancora, una fiaba che tutti conoscono: quella di Cappuccetto Rosso. Come tutte le storie di un tempo, anche questa nasconde più di quel che mostra. Sotto il cappuccio rosso e il bosco pieno di insidie si cela una parabola sottile sull’amore, la fiducia, la paura, la tentazione e la redenzione. E se la leggessimo non come una fiaba per bambini ma come una metafora del cammino di coppia cristiano? Se quel “che occhi grandi hai” diventasse un dialogo d’amore, e quel lupo non solo una minaccia esterna ma anche la voce interiore che mina la relazione?

Cappuccetto Rosso parte con un dono tra le mani, una cesta da portare a qualcuno che ama. È l’immagine dell’amore che nasce: semplice, leggero, pieno di intenzioni buone. Come quando una coppia muove i primi passi, con la gioia di portare all’altro un “pane” e un “vino” simbolici — attenzioni, parole, tempo. Per arrivare alla casa della nonna, però, bisogna attraversare il bosco. E il bosco, nella vita di coppia, è tutto ciò che disorienta: la routine, la stanchezza, i giudizi, le distrazioni, le tentazioni dell’egoismo. Si parte con il cuore acceso e ci si ritrova a chiedersi perché si è usciti dal sentiero. Il bosco non è male in sé: è il luogo dove si cresce, dove si impara a distinguere le voci. Ma senza discernimento si può finire per ascoltare il lupo.

Il lupo, nelle relazioni, non sempre arriva ringhiando. A volte indossa il sorriso della superficialità, il fascino della novità, l’illusione di libertà. È quella voce che sussurra: Vai per un’altra strada, prenditi qualcosa per te, non sempre devi pensare all’altro. E come Cappuccetto, anche noi rischiamo di cedere. Qualcuno, effettivamente, ci casca.  Ci fermiamo a raccogliere fiori che non servono, a inseguire cose che distraggono… È la distrazione che nasce quando si smarrisce il centro, quando si dimentica che amare è cammino, non gita domenicale. Il lupo si nutre delle nostre dimenticanze.

Poi arriva la casa della nonna, che nella nostra versione è la casa del cuore. Lì ci aspettiamo di trovare rifugio, tenerezza, calore. Ma a volte, al posto della pace, troviamo il travestimento del lupo: la delusione, la fatica, la mancanza di dialogo. E allora iniziamo quel dialogo antico e sempre nuovo: “Che occhi grandi hai… che mani grandi hai… che bocca grande hai…” È un dialogo che tutte le coppie conoscono. È il momento in cui si guardano e si accorgono che l’altro non è più quello dell’inizio, che il volto dell’amato cambia, che il tempo plasma, che si diventa diversi.

Ed ecco qui la svolta cristiana cambia tutto. Perché il Vangelo insegna che non si ama un’idea dell’altro ma la sua verità viva, anche se talvolta ferisce, anche se spaventa. Quegli occhi grandi, quelle mani, quella bocca: tutto può essere segno del bene se lo si legge con carità. “Che occhi grandi hai…”. “È per vederti meglio, per comprenderti di più, per non perderti nel bosco”. “Che mani grandi hai…” “Sono per stringerti più forte quando hai paura”. “Che bocca grande hai…” “È per dirti con più coraggio la verità, anche quando costa”. In questa riscrittura l’amore non è divorato dal lupo ma redento: trasformato da paura in dono, da sospetto in intimità.

Ogni coppia attraversa i suoi boschi, incontra i suoi lupi, rischia i suoi silenzi. Tutto sta nel non restare soli nel bosco, nel chiedere aiuto a Dio, nel fidarsi di Dio, di amarsi in Dio. In questa nuova versione cristiana, l’amore non si salva da sé: serve un taglialegna, qualcuno che rappresenti la Grazia, la Provvidenza, la presenza di Dio che entra quando tutto sembra perduto.

È la vicinanza spirituale, la preghiera condivisa, l’Eucaristia vissuta insieme. È il taglialegna che non giudica ma libera, che apre il ventre del male e restituisce la vita. Perché la coppia cristiana non è una favola a lieto fine: è una storia di resurrezione quotidiana, di perdoni che scavano nel profondo, di fedeltà che risorgono anche dopo le ferite.

Che cuore grande hai…” direbbe allora Cappuccetto a quel compagno di cammino che, nonostante tutto, resta. E lui potrebbe rispondere, con un sorriso: “È per amarti meglio.” Non per amarti di più — perché l’amore vero non si misura — ma per amarti meglio, con più pazienza, più dolcezza, più preghiera, più consapevolezza. È questo il centro del cammino: lasciarsi allargare il cuore, lasciarlo diventare grande come quello di Dio, che non si stanca mai di cercare chi si perde nel bosco.

Forse, se oggi Cappuccetto Rosso fosse una coppia cattolica, la storia finirebbe così: “E vissero redenti e combattenti, nella gioia e nella fatica, sapendo che ogni giorno c’è un bosco da attraversare, un lupo da riconoscere e un cuore grande da custodire. Per amarsi meglio, per amarsi sempre, per amarsi in Dio.”

Fabrizia Perrachon

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“Follow me” – Seguimi

È il primo giorno di un nuovo anno, dono del Signore. Un giorno carico di speranza, progetti, propositi. È bello poter dire, con fiducia e abbandono, «Desidero camminare dietro a Te, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi». E già sappiamo che Lui, non potrà che invitarci nuovamente e terneramente, come se dicesse ad ognuno di noi: «Follow me, seguimi».

Questo stesso bellissimo invito è il nome di un’app davvero interessante. Nel mondo digitale in cui viviamo, dove le notifiche si intrecciano con gli impegni e le relazioni spesso passano attraverso lo schermo, nasce un desiderio profondo: che la fede non resti relegata alle mura della chiesa ma diventi viva nel quotidiano, viva nella rete, vicina alle persone.

È con questo spirito che ha preso vita “Follow Me App”, un’applicazione cattolica pensata per valorizzare momenti di preghiera, cultura e fraternità, rendendoli visibili, condivisibili e accessibili a tutti. L’obiettivo non è solo quello di aggregare eventi quanto di costruire un “ponte tra sacro e sociale”, dove l’app diventa spazio e luogo e il digitale serve all’incontro, senza sostituirlo.

Immaginiamo, infatti, uno spazio digitale che non cancelli la distanza ma la colmi; che non sostituisca la comunità reale, ma la amplifichi. Un’app in cui ogni persona, ogni gruppo parrocchiale, ogni anima assetata di fede e condivisione possa segnare un incontro di preghiera o un momento culturale e farlo conoscere a chi non lo conosce ma lo sta cercando. Questa è Follow Me App, un’idea che, attraverso gli smartphone, diventa realtà concreta.

Quando si apre Follow Me App, si vedono la mappa e la lista di eventi, filtrabili per argomento e località: momenti di preghiera, catechesi, incontri culturali, laboratori, meditazioni, concerti sacri o di Christian Music. È bello pensare che ogni evento abbia dietro un volto: un parroco, un gruppo giovani, una associazione culturale, un laico che vuol condividere bellezza e spiritualità. Follow Me App diventa così strumento 2.0 di spiritualità, bacheca culturale, community in cammino.

Ma non è solo “visualizzare eventi”. Gli eventi in Follow Me App sono facilissimi da inserire: ciascuno può proporre un incontro, inserire titolo, descrizione, orario, luogo (magari con mappa), contatti, fotografie, modalità di partecipazione. In questo modo l’evento è già vivo prim’ancora che avvenga, come una promessa.

Dal punto di vista cristiano, dunque, Follow Me App può incarnare la bellezza evangelica di una Chiesa che non è solo edificio liturgico ma popolo pellegrino. Offrire una piazza digitale di incontri è testimoniare che la fede non ha paura della cultura dominante, di non essere capita o rifiutata. Follow Me App è anzitutto dire: «Ecco, qui si fa esperienza di Dio nel tempo e nello spazio della nostra vita quotidiana».

È annunciare che la Grazia non è contenuta solo nelle mura di una chiesa o di una casa ma cammina, discute, si intreccia alla società contemporanea. Follow Me App, così, si affianca alla già conosciuta Hallow (app per la preghiera e la meditazione guidata) e a Rege o Maria (di cui avevo parlato qui). Disse Papa Benedetto XVI in occasione XLIII Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali di domenica 24 maggio 2009:

Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.

La tecnologia a servizio del Bene, insomma, può diventare segno. Segno che la fede non è un’idea ma la versione in pienezza della vita dell’anima. Segno che la città spirituale e la città reale – come affermava Sant’Agostino – non sono separate ma dialogano. Segno che chi crede ha anche cura del bello, della cultura, dell’incontro. Se le varie app hanno dietro di esse una comunità che crede nella missione, non come gadget quanto piuttosto come servizio, allora non sono solo e tanto “app cattoliche” ma vero e proprio “spazio ecclesiale digitale”. Sereno 2026 a tutti noi, sempre seguendo il Buon Dio!

Fabrizia Perrachon

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Un vero miracolo di Natale

Il mio augurio per un Natale Santo, sereno e autentico passa attraverso le parole di Maria Winowska, che fu amica di Giovanni Paolo II nonché apprezzata scrittrice. Tempo fa ha pubblicato questo racconto vero che le fu narrato da un parroco ungherese.

“Chiunque potrebbe prendermi per pazzo o per un esaltato – le disse P. Norbert – se non ci fossero trentadue scolaretti a testimoniare la verità dell’accaduto. Nella mia parrocchia in Ungheria, un piccolo paese di 1500 anime, da dove poi mi scacciarono, successe una volta un fatto strano.

La maestra elementare era una militante atea. Tutte le sue lezioni erano imperniate sul tentativo di eliminare Dio dalla vita di quei bambini, per farne dei giovani atei. Ogni occasione era buona per sminuire la nostra Santa Religione, deriderla e screditarla. I bambini intimiditi non osavano difendersi. Le loro famiglie erano credenti e fedeli nell’adempimento dei loro doveri religiosi. In genere, le sciocchezze con cui la maestra, signorina Gertrud, bombardava continuamente i bambini, non avevano un grande effetto su di loro. Io in parrocchia mi impegnavo con tutte le mie forze a sostenere spiritualmente i bambini per abituarli a ricevere spesso il Sacramento della Comunione.

E, caso strano, la signorina Gertrud sembrava avere un fiuto misterioso per individuare chi si era comunicato e queste sue “pecore nere”, come lei le chiamava, le trattava con sfrenata rabbia. Sembrava che lo avesse saputo da questa o da quella spia. Nella IV/a c’era Angela di dieci anni. Era molto intelligente e capace […] la maestra riversava su di lei la sua cattiva luna e la maltrattava in ogni modo.

La bambina sopportava tutto pazientemente però divenne visibilmente sofferente. «Senti Angela, ma non è troppo pesante?». «No, Signor Parroco. Gesù ha sofferto molto di più quando gli sputavano addosso. Questo non mi è ancora capitato». Il coraggio che dimostrava mi riempì di grande ammirazione. Angela non venne mai a lagnarsi da me del pessimo trattamento che riceveva, ma le sue compagne mi raccontavano piangendo degli attacchi della maestra. Dal lato del profitto, questa non poteva dire niente e così si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per toglierle la fede. […].

Poco prima di Natale, esattamente il 17 dicembre, la signorina Gertrud escogitò un piano crudele che, come lei pensava, avrebbe eliminato la fede inutile che impestava la sua scuola. Il fatto merita di essere raccontato in tutti i suoi particolari. Angela fu involontariamente coinvolta in un gioco di domande e risposte. «Che cosa fai se i tuoi genitori ti chiamano?». «Vado», rispose la ragazzina timidamente sottovoce. «Molto bene. Ti senti chiamare e vai subito, come fa una brava bambina. Che cosa succede se i tuoi genitori chiamano lo spazzacamino?». «Viene» rispose Angela […]. «Bene mia piccola. Lo spazzacamino viene perché c’è, perché è vivo».

Un momento di silenzio. «Tu vieni perché sei viva. Però, per esempio, i tuoi genitori chiamano la nonna che è morta. Verrà?». «No non credo». «Brava. E se chiamano Barbablù? Oppure Cappuccetto Rosso? Oppure Pollicino? Ti piacciono le fiabe, no? Allora cosa succederà?». «Non verrà nessuno, perché sono fiabe» […] «Molto bene – gongolò la maestra – mi sembra che oggi tu riesca a pensare più chiaramente. Dunque bambini vedete che qualsiasi vivente che esiste, viene se lo si chiama. E chi non viene quando è chiamato, o non esiste oppure non è più vivo. è chiaro, vero?

E adesso supponiamo di chiamare Gesù Bambino. C’è ancora qualcuno di voi che crede in Gesù Bambino?». Per un attimo tutto tace. Poi, alcune voci timide dicono: «Sì, sì…». «E tu, Angela, credi tu che Gesù Bambino ti senta se lo chiami?». Angela si sentì improvvisamente sollevata da un peso. Ecco dunque il tranello di cui non poteva immaginare la portata. Con grande slancio rispose: «Certo, credo che mi senta». «Molto bene, adesso facciamo un tentativo. Se Gesù Bambino c’è, entrerà se voi lo chiamate.

Chiamate dunque tutti insieme molto forte: Vieni, Gesù Bambino! Uno, due, tre, tutti insieme». I bambini abbassarono la testa e in un silenzio di tomba si sentì una risata satanica. «E qui vi volevo. Questa è la mia prova. Non avete il coraggio di chiamarlo, perché non esiste, come Pollicino, Barbablù, perché sono semplicemente delle favole… storie per vecchietti seduti di fronte al camino, storie che nessuno prende seriamente perché non sono vere».

I bambini, sconvolti, tacevano ancora. Angela era sempre muta e mortalmente pallida. Improvvisamente successe una cosa inaspettata. Angela saltò in mezzo alla classe, i suoi occhi lanciavano scintille: «Noi lo vogliamo chiamare! Ascoltate! Tutti insieme diciamo: “Vieni, Gesù Bambino!“». In un attimo tutta la classe si alzò. Con le mani giunte, sguardi invocanti e cuori gonfi di una smisurata fede gridarono: «Vieni, Gesù Bambino!». […]

La porta si aprì silenziosamente. Videro che una forte luce si concentrava sulla porta. Questa luce cresceva, cresceva, poi divenne un globo di fuoco. Ebbero improvvisamente paura, però tutto accadde così in fretta che non ebbero nemmeno il tempo di gridare. Il globo si aprì e dentro apparve un Bambino splendido come non ne avevano mai visto. Il Bambino sorrideva loro senza dire una parola. La Sua infinita presenza era una infinita dolcezza.

Non avevano più paura, c’era solo gioia. Durò… un momento? Un quarto d’ora? Un’ora? Le opinioni a questo punto stranamente erano diverse. Certo è che l’accaduto non superò un’ora di lezione. Il Bambino era vestito di bianco e sembrava un piccolo sole. La luce proveniva da Lui stesso. La luce del giorno sembrava scura al confronto. […] Quasi impazzita e con gli occhi che le uscivano dalle orbite, la maestra gridò: «E’ venuto, è venuto!», poi scappò e sbatté dietro di sé la porta.

Ad Angela sembrava di svegliarsi da un sogno. Disse semplicemente: «Avete visto, Gesù Bambino esiste. E adesso ringraziamo». Tutti si inginocchiarono commossi e recitarono un Padre Nostro, un’Ave Maria ed un Gloria al Padre. Poi uscirono dalla classe perché era arrivato il momento della pausa. La cosa si sparse molto in fretta. I genitori mi chiesero di interrogare i bambini ed io li interrogai singolarmente. Posso testimoniare sotto giuramento di non aver trovato nei loro racconti la benché minima contraddizione. E ciò che mi ha più sorpreso è che l’avvenimento non sembrò loro niente di straordinario. «Avevamo bisogno di aiuto – mi raccontò una delle ragazze – Gesù Bambino doveva venire ad aiutarci».

Gesù era venuto in loro aiuto. Angela, dopo la scuola, riprese la sua vita in famiglia ad aiutare la mamma.”

Santo Natale a tutti e a ciascuno,

Fabrizia Perrachon

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Aspettare il Natale quando si è nel dolore

Concludiamo oggi, con questo articolo, la trilogia dedicata all’attesa del 25 dicembre. Lo abbiamo fatto prima con la riflessione “Aspettare il Natale con il coniuge“, poi con “Aspettare il Natale con i figli“. Oggi lo facciamo con la terza tappa: la più difficile ma quella da cui possono nascere i frutti più abbondanti e inaspettati.

Aspettare il Santo Natale quando si è nel dolore è forse una delle prove più grandi della fede. L’Avvento, che per molti è un tempo di gioia, di speranza e di preparativi festosi, per chi vive una sofferenza profonda può apparire come un tempo stonato, in cui le luci del mondo sembrano ferire più che consolare. La malattia, il lutto, la vedovanza, la perdita di un figlio, la precarietà del lavoro, la solitudine: tutte queste ferite rischiano di rendere difficile l’attesa del Natale. Ci si chiede come poter celebrare la nascita di Gesù quando dentro il cuore sembra esserci solo il buio.

Eppure, proprio in queste situazioni di dolore, il senso più vero del Natale si rivela in tutta la sua forza. Cristo non è venuto nel mondo per i sani, i forti o i felici, ma per i poveri, gli ultimi, i sofferenti, coloro che portano un peso che sembra insopportabile. Nasce in una grotta, non in un palazzo; viene alla luce in una famiglia semplice e perseguitata, non tra i privilegiati. L’Emmanuele, il Dio-con-noi, sceglie di condividere fino in fondo la fragilità umana: il freddo, la povertà, l’incomprensione, l’insicurezza. Attendere il Natale nel dolore significa allora ricordare che Dio non è lontano, ma entra proprio nelle nostre ferite, si siede accanto a noi, piange con noi, cammina con noi.

Il lutto o la mancanza di una persona cara rendono particolarmente difficile questo tempo. La sedia vuota a tavola, il silenzio che sostituisce la voce amata, il vuoto che nessun dono potrà colmare: tutto sembra gridare l’assenza. Ma il Natale, vissuto nella fede, annuncia che la morte non ha l’ultima parola. Il Bambino che nasce a Betlemme è lo stesso che, un giorno, morirà e risorgerà per aprire a tutti la vita eterna.

Attendere il Natale è un esercizio di speranza: credere che coloro che ci hanno preceduto non sono perduti, ma vivono già nella luce di Dio, e che la nostra attesa non sarà vana perché un giorno saremo nuovamente insieme. Anche la malattia o la disoccupazione portano con sé un senso di impotenza e di fallimento.

Si ha l’impressione che tutto il mondo festeggi, mentre dentro si è prigionieri della stanchezza o della preoccupazione. In queste situazioni, l’Avvento ci invita a un’attesa umile e vera: non aspettare che le cose si aggiustino per trovare pace, ma accogliere Cristo così come siamo, con le nostre ferite aperte. Dio non ci chiede di essere forti per incontrarci: viene come un Bambino proprio per mostrarci che la sua forza si manifesta nella debolezza. La grotta di Betlemme diventa allora immagine del cuore ferito: povero, spoglio, fragile ma pronto ad accogliere la Vita nuova.

In vedovanza o dopo la perdita di un figlio, il Natale può sembrare insopportabile, perché la gioia familiare appare irrimediabilmente spezzata. Eppure, proprio qui il mistero dell’Incarnazione assume la sua dimensione più consolante: Dio entra nel dramma dell’uomo, non lo osserva da lontano. Guardiamo a Maria stessa, la Madre, conoscerà la spada del dolore che le trapasserà l’anima. Guardiamo a Giuseppe, che porterà nel cuore la fatica di proteggere la sua famiglia nella precarietà. Non c’è lacrima che il Figlio di Dio non abbia in qualche modo condiviso. E la fede ci dice che, nella notte più buia, la luce di Cristo continua a brillare, anche se flebile, come una piccola fiamma che nessuno potrà spegnere.

Aspettare il Natale nel dolore significa allora vivere un’attesa che non è fatta di frenesia o di feste quanto piuttosto di silenzio, di preghiera, di affidamento. È imparare a sostare davanti al presepe con il cuore ferito e dire: Signore, non ho nulla da offrirti se non la mia sofferenza ma Tu sei venuto proprio per questo: per prendere su di Te il peso del mio dolore e trasformarlo in speranza. È riconoscere che la nascita di Gesù non elimina magicamente le nostre croci, piuttosto le illumina con la certezza che non siamo soli.

Il Santo Natale, anche nel dolore, non smette di essere promessa. È l’annuncio che Dio ha scelto di abitare la fragilità, che la notte non è eterna, che la luce vince sempre sulle tenebre. È l’invito ad attendere non con la gioia facile e rumorosa del mondo ma con la speranza silenziosa di chi sa che, anche nel pianto, Dio si fa vicino. Così, quando arriverà la notte santa, anche chi porta dentro una ferita potrà sussurrare con fede: «Ecco, il Signore è venuto non sono più solo».

Fabrizia Perrachon

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Aspettare il Natale con i figli

Aspettare il Natale con i figli è una delle esperienze più intime e feconde per una famiglia cristiana. Non si tratta solo di accompagnare bambini e ragazzi nella gioia dei canti, delle luci e dei doni, ma di insegnare loro, passo dopo passo, che dietro a quel mistero di festa vi è la presenza viva di Dio che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. È un compito educativo e spirituale che impegna profondamente i genitori, chiamati ad essere i primi testimoni della fede. In questo senso, l’Avvento non è soltanto un tempo liturgico della Chiesa quanto piuttosto una vera scuola di vita domestica, in cui i piccoli imparano a conoscere il volto di Cristo attraverso i gesti semplici e concreti vissuti in casa.

Attendere il Santo Natale con i figli significa anzitutto trasmettere loro il senso dell’attesa, che è così estraneo alla cultura dell’immediatezza. Oggi i giovani, e finanche i giovanissimi, sono spesso abituati a ottenere tutto subito, a colmare ogni desiderio con un clic o con un regalo anticipato. Ma l’Avvento educa al contrario: insegna che la gioia più vera matura lentamente, che il cuore si prepara con piccoli passi, che il desiderio stesso è un dono perché ci apre all’accoglienza di Qualcuno che viene. Ogni candela accesa della corona d’Avvento diventa allora per i figli una lezione silenziosa: la luce cresce man mano, come cresce l’attesa nel cuore, fino a esplodere nella Notte Santa. Non per niente, in spagnolo si chiama “Noche buena”, la notte buona.

La famiglia cristiana, in questo tempo, è chiamata a fare della propria casa un luogo di preparazione spirituale. Non bastano le decorazioni e l’albero addobbato se manca l’anima della festa ma, soprattutto, la consapevolezza del suo protagonista. Pregare insieme, leggere i racconti evangelici dell’infanzia di Gesù, recitare il Rosario – magari in forma semplice – costruire il presepe passo dopo passo, aggiungendo ogni giorno un dettaglio, sono gesti che insegnano ai figli che il Natale non è favola o mito ma il mistero centrale della nostra fede. Maria e Giuseppe, con il loro viaggio verso Betlemme, diventano figure di riferimento: genitori che, con fiducia, accolgono la volontà di Dio e conducono il loro Figlio alla vita.

Aspettare il Natale con i figli significa anche educarli all’amore concreto. I bambini possono essere aiutati a comprendere che Gesù nasce nella povertà, che viene come dono gratuito, che sceglie la semplicità e non lo sfarzo. Questo può tradursi in piccoli gesti quotidiani: rinunciare a qualcosa per aiutare chi è nel bisogno, preparare insieme un pacco dono per una famiglia povera, visitare un anziano solo o un malato, dire una preghiera speciale per chi soffre. Così i figli scoprono che la carità non è un optional ma la via per accogliere davvero il Bambino Gesù.

Il Natale, vissuto così, diventa un’esperienza di comunione. I bambini non sono solo destinatari passivi di doni e sorprese ma protagonisti attivi della preparazione, custodi di un’attesa che coinvolge tutta la famiglia. I genitori, con pazienza e amore, diventano come pastori che guidano i piccoli verso la grotta di Betlemme, aiutandoli a comprendere che in quel Bambino si manifesta l’amore eterno di Dio. Anche la liturgia, celebrata insieme nella comunità parrocchiale, diventa un momento centrale: portare i figli alla Messa di Natale significa introdurli nel cuore stesso del mistero, mostrando loro che la vera festa non è attorno all’albero ma davanti all’altare, dove Cristo continua a nascere per noi nell’Eucaristia.

Infine, attendere il Natale con i figli è un’occasione per i genitori di riscoprire la loro stessa fede. I bambini, con la loro spontaneità e il loro stupore, aiutano gli adulti a ritornare all’essenziale, a guardare con occhi nuovi il presepe, a riconoscere la grandezza nascosta nella semplicità. La famiglia, in questo cammino, diventa davvero una piccola Chiesa domestica: luogo in cui la Parola si fa carne non solo nel ricordo liturgico bensì nella vita quotidiana, nei gesti d’amore che uniscono genitori e figli.

Così, quando giunge la notte di Natale e il Bambino di Betlemme si dona ancora una volta al mondo, i figli non saranno solo spettatori di una tradizione ma autenticamente partecipi di un mistero. Saranno pronti a capire che quel piccolo neonato è il Dio che salva, Colui che viene a portare pace, gioia e luce. E i genitori, vedendo brillare nei loro occhi lo stupore della fede, sapranno che l’attesa condivisa ha portato frutto: Cristo è nato davvero non solo nella grotta ma nel cuore della loro famiglia.

Fabrizia Perrachon

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Aspettare il Natale con il coniuge

Aspettare il Santo Natale con la propria moglie o con il proprio marito è un’esperienza che, se vissuta nella fede e con fede, acquista un significato che va ben oltre la semplice preparazione esteriore alle feste. È un tempo di grazia, un cammino interiore che la coppia può percorrere insieme, vivendo l’Avvento non come una stagione qualunque ma come un’occasione preziosa per rinnovare la propria fedeltà, rinsaldare il vincolo sacramentale e riscoprire la bellezza del “noi” davanti al mistero dell’Incarnazione.

Il Natale, infatti, non è soltanto memoria di un evento accaduto duemila anni fa quanto piuttosto sentire la presenza viva di Dio che continua a venire incontro all’uomo, facendosi vicino nella quotidianità degli sposi. Prepararsi insieme significa imparare a riconoscere questa venuta di Cristo nella vita coniugale: nel gesto semplice del condividere un pasto, nel sostegno reciproco quando la stanchezza o le preoccupazioni si fanno sentire, nella preghiera fatta a due, magari la sera, quando il silenzio della casa sembra favorire l’ascolto del cuore.

Ogni momento può diventare attesa, ogni gesto può essere un segno di quell’apertura al Bambino che nasce. Per una coppia cristiana, l’Avvento è anche un invito a purificare lo sguardo. Il mondo circostante tende a ridurre il Natale a un tempo di consumo e di frenesia, ma gli sposi credenti sanno che la vera attesa non si misura dalle decorazioni o dai regali, bensì dalla capacità di farsi accoglienti a Cristo, che viene nella fragilità e nella povertà.

Attendere il Natale con la moglie o con il marito diventa, allora, un allenamento spirituale, come prendersi per mano e decidere insieme di dare priorità alla preghiera, al perdono, alla riconciliazione. E se anche in questo periodo emergessero tensioni o fatiche è proprio nel “qui e adesso” che si può cogliere l’occasione per vivere la carità reciproca, ricordando che il matrimonio è un sacramento che rende presente l’amore di Cristo per la Chiesa.

La figura di Maria, Madre di Dio, illumina questa attesa. Lei, che ha custodito nel suo grembo il Verbo fatto carne, diventa modello di ogni sposa e di ogni coppia cristiana. Guardando a Lei, gli sposi imparano ad accogliere la vita con gratitudine e a dire il loro “sì” a Dio nei momenti semplici della quotidianità.

Ugualmente se guardiamo a San Giuseppe, “uomo giusto” per eccellenza, che ha accolto senza giudicare, diventando autentico sostegno per la nuova famiglia. Aspettare il Natale con il coniuge, dunque, significa anche guidare dallo sguardo amorevole dei Santi Sposi, pregando perché il Bambino che nasce renda la propria casa un luogo di pace e di speranza.

Il giorno di Natale, la coppia può vivere con particolare intensità l’Eucaristia, sapendo che quella mangiatoia in cui giace il Figlio di Dio non è altro che il segno di un amore che si dona completamente. Ed è lo stesso amore che gli sposi sono chiamati a riflettere, l’uno verso l’altro, nella loro vita matrimoniale. La celebrazione liturgica si trasforma così in culmine e un punto di partenza nello stesso momento: la coppia, che ha atteso insieme, riceve ora la gioia di Cristo che viene a rinnovare il legame e a rafforzare la missione di famiglia cristiana nel mondo.

Aspettare il Natale con la moglie o il marito, in questa prospettiva, non è soltanto un tempo di dolcezza domestica o di preparativi familiari. È un itinerario spirituale a due voci, in cui lo sguardo dell’uomo e quello della donna si uniscono per contemplare lo stesso mistero.

È un’occasione per ritrovare la profondità della vita di coppia e riconoscere che, proprio nella fedeltà quotidiana e nella condivisione sincera, si fa spazio a Dio che viene. Natale, allora, non sarà semplicemente un giorno di festa ma autenticamente un Santo Natale, conferma che Cristo continua a nascere nel cuore degli sposi che lo attendono insieme, con fede, speranza e amore. Perché la culla più bella ed accogliente è il noi sponsale, reso nuovo e fecondo dall’amore incarnato, Verbo che salva il mondo

Fabrizia Perrachon

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Mio padre non voleva che diventassi suora

È lecito che il volere dei genitori spinga, o al contrario, blocchi la vocazione dei figli? Fino a quando si può parlare di incoraggiamento, o al contrario, di impedimento? Quali sono le responsabilità, o al contrario, i limiti del contesto familiare?

Accogliere la vocazione religiosa di un figlio significa, per un genitore, ascoltare con cuore paziente quella voce interiore che chiede di essere libera nell’amare oltre se stessa. Significa accettare che il cammino del figlio possa chiamarlo a lasciare — non abbandonare — le attese proprie e quelle familiari, fidandosi che quel distacco sia fecondo. Significa comprendere che, come genitori, bisogna essere delle sentinelle che pregano, accompagnano, sostengono e offrono spazio perché la Grazia possa operare, senza forzature.

Quanta bellezza c’è nell’educare ad amare la libertà, nel non possedere, nel non costringere! Quanta verità c’è nel trasmettere ai figli che ogni vocazione è dono, non solo per se stessi, non solo per la famiglia ma per il mondo intero! Ecco la vera fecondità del matrimonio sacramento: la casa che diventa “piccola Chiesa”, luogo in cui si sperimenta che il più grande amore è dare spazio all’altro di essere se stesso dentro la chiamata di Dio.

La giornata di oggi – 27 novembre, festa della Medaglia Miracolosa – ci offre la base ideale per provare a riflettere su tutto ciò. Nel 1830, come oggi, Maria Santissima apparve ad una giovane suora, Caterina Labouré, donandole il prototipo della Medaglia che ha compiuto così tanti prodigi da far esclamare a San Massimiliano Kolbe: Se uno manifesterà anche questo piccolo omaggio soltanto all’Immacolata, cioè porterà la sua Medaglia, Lei non lo abbandonerà più e lo condurrà alla fede.  

La storia vocazionale di Caterina (1806–1876) è spesso raccontata come un percorso semplice verso la chiamata mistica della Medaglia Miracolosa. Se però ci si sofferma sul frammento della sua vita familiare — in particolare sulla resistenza del padre alla sua vocazione — emerge un nodo umano e spirituale di grande intensità: dovere filiale contro chiamata divina, obbedienza terrena contro obbedienza a Dio.

Nel 1815, a nove anni, rimase orfana di madre: quel lutto la costrinse a crescere in fretta e ad assumere responsabilità domestiche, occupandosi della casa e dei fratelli più piccoli. In una società rurale del primo Ottocento, per una ragazza le opzioni praticabili erano poche: matrimonio, lavoro domestico, o — per chi poteva accedervi — la vita religiosa. Il padre, Pierre Labouré, prese una posizione netta contro l’idea che la figlia lasciasse la casa per entrare in convento. Le fonti concordano sul punto che la sua resistenza fu motivata soprattutto da ragioni concrete: aveva bisogno di una figlia che mantenesse la casa e sostenesse la famiglia, e quindi cercò di scoraggiare quella scelta.

Per “mettere alla prova” la determinazione di Caterina (o per allontanarla dalla vocazione), la mandò a Parigi a lavorare nell’esercizio commerciale dei suoi fratelli.  Qui sta una delle chiavi spirituali della vicenda: Caterina non reagì con ribellione; la sua risposta fu il paziente perseverare e una tensione profonda verso l’obbedienza. Pur essendo ormai maggiorenne (nel 1830 aveva 24 anni), ella sentiva che la sua perfezione spirituale richiedeva — paradossalmente — anche la sottomissione al padre: voleva la sua benedizione.

Questo tratto non è un mero aneddoto morale ma la manifestazione di una formazione religiosa radicata nel senso del dovere e del rispetto filiale, che sarebbe poi diventato parte integrante della sua santità di «silenzio e servizio». Dopo anni di attesa e dopo che vari eventi mostrarono che la sua vocazione non era un capriccio passeggero, il padre acconsentì. Caterina entrò al Noviziato delle Figlie della Carità a Parigi, nella Casa Madre di Rue du Bac, nell’aprile del 1830. L’ingresso non fu una fuga ma un’espressione di libertà maturata: lei, pur avendo sopportato il rifiuto e la prova, scelse di chiedere la benedizione e la condivisione del padre — e ottenne infine il permesso.

La vicenda solleva una domanda teologica e morale sempre attuale: quando la chiamata – personale o di un figlio – sembra scontrarsi con responsabilità concrete verso la famiglia, quale criterio adottare? Questa vicenda suggerisce l’importanza del discernimento: Caterina non impose la sua scelta ma la portò avanti con determinazione e preghiera. Ma insegna anche il rispetto per i legami affettivi: il desiderio della benedizione paterna mostra che la vocazione non cancella i legami familiari; anzi, può arricchirli se vissuta con fede e nella fede.

L’iniziale “no” del padre di Caterina Labouré, dunque, non fu la fine della vocazione ma la sua scuola. Fu tramite il conflitto tra obbligo e grazia che la santa imparò a incarnare una vocazione fatta di pazienza, obbedienza e servizio nascosto. Da qui nasce la sua figura, così amata: una santa delle cose semplici, che riassume come la chiamata divina possa dispiegarsi attraverso le realtà più prossime e persino ostili dell’esistenza quotidiana.

Fabrizia Perrachon

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Black Friday ma non dell’amore

Ogni anno, quando arriva novembre, sembra che il mondo tiri fuori il megafono del consumismo e cominci a gridare: Sconti! Occasioni! Affari irripetibili! È il Black Friday, la festa non ufficiale delle carte di credito e dei corrieri che sperano in un giorno di ferie (che non arriverà!). Tra percentuali, countdown e carrelli che traboccano, c’è un certo affanno nell’aria, un entusiasmo collettivo ad accaparrarsi la migliore offerta.

Il rischio è che, a furia di fiondarci sui prezzi stracciati, finiamo per stracciare invece qualcosa di ben più prezioso: il nostro sguardo sulle cose che contano davvero. Sì, perché, se c’è una verità che il Vangelo ci ricorda con la dolcezza di una carezza e la fermezza di un Padre è che il cuore non va mai messo in saldo. Nessun Black Friday dell’amore. Nessun -70% sulla pazienza, nessun prendi due e porti via tre abbracci. Il bene che doniamo, quello autentico, non è una merce e non segue il calendario commerciale.

È curioso come la logica del Vangelo proceda spesso in controtendenza. Dove il mondo corre, Cristo invita a rallentare. Dove il mondo vuole comprare, Cristo invita a donare. Dove il mondo dice “sii furbo”, Cristo dice “sii semplice e vero”. È un ribaltamento che spiazza ogni volta, ma che porta con sé una libertà sorprendente: quella di non dover dimostrare il nostro valore riempiendoci di sacchetti, ma piuttosto di relazioni autentiche. In fondo, quando ci fermiamo un attimo e osserviamo i nostri gesti quotidiani, scopriamo che le cose più importanti non hanno etichetta né codice a barre. Un messaggio sincero costa meno di un dispositivo all’ultima moda ma scalda infinitamente di più. Una visita inattesa illumina più di una lampada smart. Un perdono concesso con fatica ha un impatto più profondo di qualunque spedizione express.

Il Black Friday, allora, può diventare un’occasione per ricordarci che l’amore, quello vero, non si svende e non si misura. Non vendere l’anima al mercato del mondo, perché è troppo preziosa. Qualunque prezzo che il mondo la paghi è sempre irrisorio in confronto al suo valore. Non venderla, perché il mondo non può pagare il suo prezzo che è il sangue di Cristo sparso sulla croce. Diceva San Charbel, il santo libanese conosciuto in tutto il mondo, sulla cui tomba si recherà a pregare il 1° dicembre Papa Leone. Già, non vendere l’anima al mercato del mondo.

Ossia, non fare dei sentimenti un banale Black Friday, non svendere l’amore alla Piazza Affari del mondo. Se lo fai, non è vero amore. Oppure, non hai ancora capito la vera essenza dell’amore cristiano, dell’amore sponsale, del matrimonio sacramento. Perché l’amore vero è abbondante, generoso e sempre gratuito. È quell’amore che il cristiano è chiamato a testimoniare: non scintillante come un’insegna al neon, ma luminoso come una candela, alimentato dal fuoco dello Spirito Santo. L’unico in grado di accendere i cuori con una fiamma che non brucia nè consuma ma che rigenera, alimenta, sostiene, rinnova. Proprio come quella del roveto ardente visto da Mosè.

E così, mentre le offerte lampeggiano sui nostri schermi, possiamo scegliere di accendere una luce diversa, quella della gratitudine. Gratitudine per ciò che già abbiamo, per le persone che ci accompagnano, per i doni discreti che il Signore semina nel nostro cammino senza bisogno di promozioni speciali. E magari, proprio in questi giorni di frenesia, possiamo sorprenderci a fare il gesto più controcorrente di tutti: comprare meno e amare di più.

Perché il Black Friday finirà. Le offerte scadranno, i pacchi si apriranno, gli oggetti si useranno e si usureranno. Ma un amore integro, mai messo a sconto, rimane. Rimane e cresce. Perché non segue il ritmo del mercato ma quello del Cielo.

Fabrizia Perrachon

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Ti mangio … di baci

“Ti mangio di baci” è una frase che, al solo pronunciarla, evoca un’immagine vivida di affetto travolgente. Può essere rivolta a un dolcissimo neonato, a un bimbo oppure al nostro amore, fidanzato/a o coniuge. Voler “mangiare di baci” qualcuno ha un significato più profondo della semplice azione in sé perché, a seconda di chi è il destinatario, può racchiudere passione, desiderio, gioco o tenerezza. In questa espressione convivono dolcezza e intensità: il voler “mangiare” di baci l’altro è quasi un bisogno fisico, un’attrazione che spinge a colmare ogni distanza, a non lasciare spazio tra sé e la persona amata. Ma cosa significa davvero questa frase, e perché ha un così forte impatto nella vita di coppia?

Il bacio, nella storia dell’umanità, ha sempre avuto un significato profondo. Studi di psicologia evolutiva mostrano che il contatto labbra a labbra attiva aree cerebrali legate al piacere, rilasciando ossitocina, dopamina e serotonina — ormoni che alimentano il legame e il benessere emotivo. Il “ti mangio di baci” porta questo gesto a un livello più intenso: è come dire non riesco a saziarmi di te. È un comportamento istintivo, simile al modo in cui una madre riempie di baci il proprio bambino piccolo: un misto di protezione e amore incondizionato. Nella coppia, questo istinto diventa un segnale di forte connessione emotiva e attrazione fisica.

“Ti mangio di baci” non è solo passione ma anche intensa tenerezza. C’è un aspetto giocoso, quasi infantile, che si insinua in questa frase. È il lato spensierato dell’amore: quel ridere insieme, quello stare bene anche in silenzio, quel bagaglio di condivisione di vita che dura da anni.  In molte coppie, “ti mangio di baci” diventa una frase rituale, quasi un piccolo codice segreto. Pronunciarla significa attivare immediatamente ricordi e sensazioni condivise: magari un bacio dato in un momento speciale, o un gesto affettuoso che ha segnato l’inizio della relazione. La forza dei rituali affettivi in coppia è ben documentata: generano continuità, stabilità e senso di appartenenza. Un bacio “appetitoso” improvviso, accompagnato da quella frase, può spezzare la routine quotidiana e riportare l’attenzione sul valore del legame.

Dietro tutto questo, però, c’è molto di più: chi è che, per eccellenza, si dona a tal punto da farsi magiare, letteralmente? “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo” (Mt 26,). Con queste parole, Gesù non si limita a offrire un gesto simbolico ma istituisce un sacramento che diventa il cuore pulsante della vita cristiana, l’Eucaristia. Qui si nasconde una verità radicale: il Figlio di Dio sceglie di farsi cibo per l’uomo. Per gli uomini e le donne di tutti i tempi, da lì in avanti. Per i nostri avi, per noi, per i nostri figli, per i nostri posteri. Per tutti, ovunque e per sempre. Farsi mangiare significa farsi completamente disponibile all’altro, fino a diventare parte di lui. Non è un’offerta parziale, ma totale: non dona solo qualcosa, dona sé stesso. Dal punto di vista teologico, questo è il compimento dell’Incarnazione: Dio non solo si fa uomo, ma si fa nutrimento, entra fisicamente nella nostra vita, si unisce a noi dall’interno.

Nella cultura ebraica, mangiare insieme aveva un valore di comunione profonda. Qui Gesù va oltre: non si limita a sedere alla stessa tavola, ma diventa il cibo stesso. Questo gesto, letto alla luce dell’amore, esprime intimità assoluta perché non c’è unione più completa di quella che passa dal nutrimento. Ma esprime anche il desiderio di rimanere: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56). È il contrario di un Dio lontano e intoccabile: è un Dio che si lascia “consumare” perché l’amore, per sua natura, si dona fino in fondo.

Mangiare, biologicamente, significa assimilare ciò che si consuma. Nel caso dell’Eucaristia, il processo si ribalta: non siamo noi a trasformare Cristo in noi, ma è Lui che trasforma noi in Lui. Sant’Agostino lo spiegava così: “Non sarai tu a trasformare me in te, come il cibo del tuo corpo, ma sarò io a trasformare te in me.” In questo senso, l’Eucaristia è un’esperienza di trasfigurazione: non solo ci nutriamo di Cristo, ma diventiamo più simili a Lui. Mangiare qualcuno di baci, allora, si configura come un’espressione di amore altissimo, al di là dell’espressione divertente e divertita. Significa, ancora una volta, che Gesù ci ha insegnato tutto. E che il vero cibo dell’amore è Lui che si fa dono. E noi, piccoli piccoli, se ci doniamo a nostra volta, rendiamo visibile nel concreto questo immenso regalo d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Cosa possono insegnarci due cicogne innamorate

Per generazioni i bambini sono cresciuti ascoltando una storia affascinante e delicata: i neonati arrivavano portati dalle cicogne. Questo racconto, ricco di poesia, veniva usato dagli adulti per spiegare in modo tenero e fantasioso l’arrivo di una nuova vita. La cicogna, con la sua eleganza e il suo volo maestoso, è da sempre simbolo di nascita, fertilità e rinnovamento. In molte culture europee, si credeva che nidificare sul tetto di una casa “portasse bene” e annunciasse un lieto evento.

La leggenda, diventata popolare nel XIX secolo, si diffuse soprattutto in Germania e nei paesi nordici, dove le cicogne migratrici tornavano a primavera, proprio nel periodo associato alla rinascita. È proprio da due cicogne che proviene una straordinaria lezione d’amore. Ed è bello, ogni tanto, fermarsi a riflettere su qualcosa di tanto profondo.

In un piccolo villaggio della Croazia, un amore fedele e commovente ha emozionato milioni di persone in tutto il mondo. Non è una storia inventata, né una favola per bambini, ma il racconto autentico di due cicogne, Malena e Klepetan, che per oltre due decenni hanno vissuto un amore più forte del tempo, delle distanze e persino delle leggi della natura. La loro vicenda – inziata alla fine degli Anni ’90 – ha attraversato confini, commosso il web e ispirato libri, documentari (dalla BBC a Reuters) nonché moltissime riflessioni sull’amore, sulla fedeltà e sulla speranza.

Tutto inizia nel paesino di Brodski Varoš, nel cuore della Slavonia, regione della Croazia orientale. Lì viveva Stjepan Vokić, un uomo in pensione dal cuore grande, che un giorno trovò una cicogna ferita: Malena. Era stata colpita da un cacciatore e non poteva più volare. Invece di abbandonarla al suo destino, Stjepan decise di accoglierla, curarla e offrirle rifugio. Le costruì un nido sul tetto della sua casa e da allora si prese cura di lei come di una figlia.

Ma Malena era una cicogna e il suo istinto la portava a guardare il cielo, a cercare il suo simile, il suo compagno. E il cielo rispose. Nel 2002, una cicogna maschio arrivò nel villaggio, attratto forse dalla presenza di Malena. Si chiamava Klepetan. Da allora, ogni anno, compiva un’impresa straordinaria: volava per oltre 13.000 chilometri, dall’Africa del Sud alla Croazia, solo per tornare da lei, la sua amata, che non poteva seguirlo nelle migrazioni.

Il comportamento di Klepetan è eccezionale dal punto di vista etologico. Le cicogne, infatti, sono animali migratori: in inverno volano verso l’Africa, mentre in primavera ritornano nei paesi europei per la nidificazione. La particolarità del loro legame stava proprio qui: Malena non poteva migrare, ma Klepetan sì. E ogni anno, puntualmente, tra fine marzo e inizio aprile, lui tornava nel nido dove Malena lo aspettava. Il loro amore è durato più di diciannove anni.

Hanno avuto insieme più di sessanta cuccioli, molti dei quali hanno poi intrapreso la loro migrazione e vita autonoma. Ma mamma Malena, sempre accudita da Stjepan, rimaneva nel nido, aspettando Klepetan con la pazienza e la speranza di chi sa che l’amore vero ritorna sempre.

In Croazia (e non solo), l’arrivo di Klepetan era diventato un evento nazionale. I media lo annunciavano, i bambini delle scuole disegnavano la sua figura in volo e il mondo si fermava per un attimo a guardare quel piccolo miracolo dell’amore fedele. La storia ha saputo unire natura e umanità, mostrando come l’uomo e gli animali possano convivere in armonia, aiutandosi a vicenda. Il ruolo di Stjepan è stato fondamentale: ha fatto da custode, da ponte tra mondi, da protettore silenzioso di una storia che meritava di essere raccontata.

Nel 2021 la storia ha conosciuto una delle sue pagine più toccanti. Malena è morta, dopo più di 28 anni di vita. Klepetan, nel suo ultimo viaggio, l’ha trovata adagiata nel nido, in silenzio. Il dolore di Stjepan, e simbolicamente di tutto il Paese, è stato profondo. Ma ciò che resta è una testimonianza eterna di amore. Il nido è ancora lì, sul tetto della casa, e ogni primavera gli occhi dei più romantici si voltano al cielo, sperando che Klepetan, anche se invecchiato, possa ancora tornare. Ma anche se non lo farà più, la loro storia continua a volare nei cuori di chi ha imparato ad amare con loro. Dunque, se ce l’hanno fatta due cicogne, possiamo ben farcela noi, sposi in Cristo!

Fabrizia Perrachon

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“All Hallows’ Eve”: radici e significato cristiano di una notte rubata

Nel panorama contemporaneo la notte del 31 ottobre è ampiamente conosciuta con il nome inglese di una festa popolare che mescola travestimenti, zucche intagliate, fantasmi, streghe e un certo (leggisi orrido) gusto per il macabro. Molti, soprattutto nel mondo cattolico, la vedono con sospetto e la rifiutano del tutto. Il mondo s’è rubato il vero significato di questa notte. Perché la vera natura, come dice il nome stesso, affonda le sue radici in una preparazione antica e profondamente cristiana alla solennità del 1° novembre.

Il nome Halloween deriva da una contrazione dell’inglese arcaico All Hallows’ Eve, che significa “la vigilia di Ognissanti” (All Hallows = tutti i santi, Eve = vigilia). Come ogni grande solennità liturgica, anche la festa di Tutti i Santi era preceduta, nella tradizione cristiana, da una veglia preparatoria, spiritualmente carica di significato. Questa notte, dunque, non nasce come celebrazione delle tenebre, ma come vigilia di luce, di comunione con i santi, di meditazione sulla santità e sulla vittoria della vita eterna sulla morte.

Nell’antica cultura celtica, soprattutto in Irlanda e Scozia, il 31 ottobre segnava la festa di Samhain, il capodanno pagano: l’inizio dell’inverno, della stagione oscura. In quel periodo si credeva che il “velo” tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse, permettendo contatti tra i due. Si accendevano fuochi, si indossavano maschere per scacciare gli spiriti maligni e si praticavano riti per proteggere le comunità.

Con l’evangelizzazione delle terre celtiche, la Chiesa non cancellò queste usanze, ma le purificò e reinterpretò alla luce del Vangelo. Samhain non fu più il “giorno dei morti vaganti”, ma divenne il tempo per onorare tutti i santi, anche quelli non canonizzati, anche quelli nascosti, quotidiani. Così, nel IX secolo, Papa Gregorio IV fissò ufficialmente la solennità di Tutti i Santi al 1° novembre e la vigilia, All Hallows’ Eve, divenne parte integrante della liturgia. In quante case si era soliti recitare il Santo Rosario, tutti insieme, come famiglia!

Come la notte di Pasqua è preceduta dalla Veglia pasquale, e il Natale dalla notte della vigilia, anche la festa di Tutti i Santi era vissuta come una notte di preghiera e vigilanza, un tempo in cui si meditava sul destino eterno dell’anima, sulla comunione dei santi e sul giudizio finale. In molte comunità medievali, All Hallows’ Eve includeva processioni con candele, veglie in chiesa, rappresentazioni sacre della lotta tra bene e male, e momenti di digiuno e penitenza.

Il simbolismo della morte non era usato per celebrare l’orrore, ma per ricordare che ogni cristiano è chiamato a vivere la vita in vista dell’eternità. La notte del 31 ottobre anticipava quindi una duplice celebrazione: il trionfo della santità (Tutti i Santi, 1 novembre) e la memoria dei defunti (2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti). La Chiesa insegnava così che la morte non è l’ultima parola ma una soglia da attraversare con fede, nella speranza della resurrezione.

Il mondo si è rubato tutto questo. O meglio, glielo abbiamo permesso. Abbiamo lasciato che le streghe prendessero il posto dei santi, le ragnatele il posto del Santo Rosario, le maschere dei mostri la bellezza dei volti luminosi dei beati. Siamo stati noi a dire sì o, quanto meno, a non dire no. Non diamo la colpa agli altri, ai massimi sistemi, alla modernità o a chissà cos’altro. La colpa sta nell’aver messo da parte Dio. D’altronde, già il prologo del Vangelo di Giovanni parlava chiaro: “la luce venne nel mondo ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1, 5).

La risposta, dunque, non può limitarsi a un semplice “no”: occorre riscattare ciò che è autentico e proporre alternative cristiane, alternative di vita, alternative di luce. Oggi, sempre più parrocchie, famiglie e movimenti cattolici stanno riscoprendo All Hallows’ Eve come occasione educativa e spirituale, celebrando la “Notte dei Santi” con iniziative che uniscono festa e fede. Tra le proposte ci sono feste dove i bambini si vestono da santi, imparando le loro storie ed esempi di vita oppure Veglie di preghiera, adorazione e confessioni, per vivere la comunione dei santi come realtà viva. Ma anche Cammini di luce o fiaccolate nonché momenti di catechesi, per spiegare il vero senso della morte, del giudizio, del Paradiso e della speranza cristiana. Queste alternative non sono un “compromesso”, ma un ritorno alle origini perché “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4). E duqnue felice e grandiosa festa di tutti i Santi al mondo intero!

Fabrizia Perrachon

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Avete mai sentito parlare di Ali e Nino?

Ci sono due innamorati che possono dirci tanto, spingendoci a profonde riflessioni. Non sono i protagonisti di un fantomatico gossip nostrano né attori di un film ma amanti d’acciaio. Non in senso metaforico ma letterale! Sospesa tra arte, letteratura e sentimento, la scultura “Ali e Nino”, realizzata dall’artista georgiana Tamara  Kvesitadze (in collaborazione con Paata Sanaia), è diventata uno dei simboli contemporanei più suggestivi di Batumi, vivace città situata sulla costa georgiana del Mar Nero.

L’opera è situata sul suggestivo Batumi Boulevard, a pochi passi dall’Alphabet Tower e dalla grande ruota panoramica. Con i suoi otto metri di altezza e circa sette tonnellate di acciaio, domina la passeggiata sul mare regalandosi ai visitatori in tutta la sua imponenza. Ideata nel 2007, e presentata inizialmente alla Biennale di Venezia con il nome originale Man and Woman (Uomo e Donna), la scultura fu ribattezzata “Ali e Nino” quando fu installata a Batumi nel 2010. L’ispirazione proviene dal celebre romanzo del 1937 di Kurban Said, che racconta l’amore impossibile tra Ali, un giovane musulmano azero, e Nino, una principessa cristiana georgiana, sullo sfondo turbolento del Caucaso e della Prima Guerra Mondiale.

Ogni giorno, alle 19:00 ora locale, le figure si animano con un movimento cinetico: per dieci minuti si avvicinano, si fondono in un unico abbraccio, si “attraversano” e poi si separano, voltandosi le spalle, in un ciclo poetico e struggente di unione e distacco. Tamara Kvesitadze spiega che la semplicità dell’idea è potente: l’atto dell’essere insieme è possibile solo per poco tempo; un breve momento che può valere una vita intera.

La scultura, così, diventa un’allegoria sull’amore oltre i confini culturali e religiosi, un richiamo alla tolleranza e alla convivenza tra differenze. Ali e Nino simboleggiano il compromesso, il sacrificio e la bellezza di un legame che, seppur breve, resta eterno nell’emozione che suscita. Chi si ferma ad ammirarla non può fare a meno di essere catturato dal suo lento movimento: molti tornano più volte a vederla, incantati.

Di notte, grazie a giochi di luci, l’opera diventa ancora più evocativa, trasformando l’area in uno scenario sospeso tra sogno e realtà. La statua è un perfetto incontro fra la potenza narrativa del romanzo e la modernità dell’arte cinetica. Nata come opera da mostra, ha trovato casa definitiva su un lungomare che ne ha fatto il suo simbolo, diventando icona dell’identità culturale regionale e una delle attrazioni più fotografate della città.

Alle coppie, e in particolare a quelle cristiane, che cosa può insegnare tutto questo? L’“una caro” – l’unica carne, di cui si parla fin dalla Genesi – non è solo un movimento fisico di avvicinamento e fusione dei corpi ma molto di più. È diventare, essere e vivere come anima sola.Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24). Questa espressione, ripresa nei Vangeli (Mt 19,5 e Mc 10,8) e poi dagli apostoli, è al centro della teologia cattolica del matrimonio. Non si tratta di una semplice unione sentimentale o legale ma di un mistero sacro, di un progetto divino che coinvolge anima, corpo e spirito. “I due saranno una carne sola” è molto più che un simbolo: è una vocazione all’amore pieno, totale, fedele e fecondo.

L’uomo, creato a immagine di Dio, è incompleto da solo. La donna è creata non come subordinata, ma come complemento perfetto, “un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18). Quando Adamo vede Eva esclama: “Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne” (Gn 2,23). Ecco allora che “una carne sola” indica non solo unità fisica quanto soprattutto unità esistenziale: un legame profondo che fonde due persone in un’unica realtà nuova, pur mantenendo la propria individualità. Gesù restituisce al matrimonio la sua dignità originale del non essere un mero contratto ma un’eterna alleanza, immagine dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Quella di Ali e Nino, allora, non è soltanto una statua: è una danza magnetica che racconta tante sfaccettature dell’amore. È arte che vive nel tempo, un messaggio universale svolto ogni sera davanti al mare, una riflessione sul valore dell’amore, costruito da tanti istanti. Che solo per Cristo, con Cristo e in Cristo trova il suo pieno compimento. Nel tempo di questa vita ma soprattutto nell’eternità senza fine.

Fabrizia Perrachon

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Chi si ricorda di Dawson’s Creek?

Può, una star della televisione, insegnarci qualcosa di vero e di profondo? Da uno degli ambienti più mondani per antonomasia potrà mai venire una lezione non scontata ma davvero importante? Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo andare indietro nel tempo e fare un viaggio di parecchi kilometri …

C’era una volta un piccolo paese del Massachusetts, Capeside, dove un gruppo di adolescenti condivideva sogni, paure, amori e delusioni. Era il 1998 quando Dawson’s Creek approdava sugli schermi americani (e poco dopo anche su quelli italiani), rivoluzionando il modo di raccontare l’adolescenza in TV. Una serie che, per molti, è stata la colonna sonora emotiva dell’adolescenza.

A prima vista poteva sembrare uno dei tanti teen drama dell’epoca, ma Dawson’s Creek aveva qualcosa di diverso. I personaggi – Dawson, Joey, Pacey, Jen – parlavano con un vocabolario adulto, riflettevano su concetti filosofici, si interrogavano sulla vita, sull’amore e sull’identità in modo sorprendentemente maturo.

Le loro conversazioni potevano sembrare fin troppo articolate per degli adolescenti ma proprio per questo colpivano il pubblico: erano ragazzi che parlavano come avremmo voluto parlare noi, che sentivano come noi, ma con una profondità quasi letteraria. James Van Der Beek (Dawson), Katie Holmes (Joey), Joshua Jackson (Pacey) e Michelle Williams (Jen) sono diventati, per qualche stagione, i volti familiari di milioni di spettatori. Alcuni hanno continuato una carriera di successo (basti pensare ai ruoli drammatici di Michelle Williams, oggi attrice pluripremiata), mentre altri si sono lentamente allontanati dalla ribalta, ma tutti sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo.

Poco tempo fa il protagonista della serie – James Van Der Beek – è tornato alla ribalta delle cronache. Non per un nuovo ruolo o per un aver vinto un ambito premio ma per una malattia devastante che l’ha colpito. Ma non abbattuto. E, soprattutto, non bloccato nell’amore per la moglie. Anzi. James ha più volte espresso pubblicamente il suo immenso affetto e gratitudine nei confronti della moglie, Kimberly Brook. In diverse circostanze ha condiviso parole toccanti, esprimendo quanto apprezzi il suo amore, il sostegno e la comprensione nei periodi complicati, evidenziando che la sua vita sarebbe inconcepibile senza di lei.

Per celebrare il loro anniversario di matrimonio, ha rivolto un intenso e toccante messaggio alla moglie Kimberly, che gli è stata accanto con forza e dedizione durante la sua lotta contro il cancro. Ha pubblicato su Instagram queste parole: “15 anni fa questa donna ha scelto di essere la mia sposa. Un giorno racconterò quello che hai sopportato in questi ultimi due anni. Non solo mi hai salvato la vita, ma mi hai mostrato cosa vuol dire vivere. Non potrei farcela senza di te. Ti amo.”

Quando anche il dolore salva! Quando anche una malattia può portare qualcosa di buono! Quando il buio non avvolge con le sue tenebre ma dona spazzi di luce! Che bello un amore così … certo, ognuno di noi spera sempre che certe prove non bussino alla porta ma, si sa, la vita non è solo “vissero felici e contenti”. Le difficoltà, le salite, gli imprevisti fanno parte dell’esistenza. Sta a noi come viverli.

Sta a noi scegliere se subirli passivamente e farci travolgere, o addirittura distruggere, oppure trasformarli in eventi in grado di migliorarci e di unirci con il coniuge. Questo è amore vero. Che non ha paura di sporcarsi le mani nel fango della malattia. Che non teme di vivere giorni “no”. Che non li lascia demolire, pezzo per pezzo, dalle cose che non vanno. Ma che sa ricostruirsi, reinventarsi, trasformarsi, rafforzarsi, realizzarsi. Che rende vere le parole: “Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Con la grazia di Cristo, appunto. Non da soli.

Perché a parole sono capaci tutti. Ma sono i fatti a fare di un amore qualsiasi l’amore della vita. E tutti quelli che, almeno una volta, guardando Dawson’s Creek hanno sperato che l’amore potesse davvero superare ogni ostacolo – con un bacio sul molo al tramonto – possono stare tranquilli che questo è avvenuto. Ma fuori dal set. Nella vita vera. Che ci aspetta ogni volta che spegniamo la TV e guardiamo negli occhi nostro marito o nostra moglie.

Fabrizia Perrachon

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15 ottobre: una data tra Cielo e terra

Ogni anno, il 15 ottobre illumina il mondo con una luce dolce e silenziosa. A parte essere la memoria liturgica della grande Santa Teresa d’Avila, non è una giornata festiva né chissà quale ricorrenza mondana, ma per milioni di famiglie in tutto il pianeta rappresenta un momento profondamente significativo: è la Giornata mondiale sulla consapevolezza del lutto prenatale e perinatale, dedicata a ricordare quei bambini che, per motivi diversi, non sono arrivati tra le braccia dei loro genitori o ci sono rimasti solo per poco tempo.

È una giornata sospesa tra Cielo e terra, come sospesa è la vita che non ha avuto il tempo di compiersi ma che ha lasciato un segno incancellabile nei cuori di chi l’ha amata dal primo istante.

Il lutto perinatale – che comprende la perdita di un figlio durante la gravidanza, al momento del parto o poco dopo la nascita – è una delle esperienze più traumatiche che una famiglia possa vivere. Eppure, è anche uno dei dolori più silenziosi, spesso ignorati o sottovalutati dalla società. Chi lo vive si trova spesso immerso in un silenzio che può sembrare assordante.

Le parole mancano, le frasi di circostanza feriscono più di quanto aiutino e la mancanza di riconoscimento del dolore può trasformare il lutto in un’agonia solitaria.

La Giornata mondiale del lutto prenatale e perinatale nasce con l’obiettivo di dare voce a chi non può parlare, di riconoscere l’esistenza di quei bambini non nati o vissuti solo per pochi istanti, e di sostenere i genitori e le famiglie che li portano per sempre nel cuore.

In tutto il mondo, il 15 ottobre si celebrano cerimonie, si accendono candele, si organizzano camminate della memoria, eventi simbolici e momenti di raccoglimento. Alle 19:00 (ora locale), si accende una candela generando un’onda di luce globale che percorre il pianeta per 24 ore: è il Wave of Light, l’Onda di Luce, il gesto collettivo che unisce milioni di cuori in un unico abbraccio.

Parlare di questi bambini non significa alimentare il dolore ma onorare la loro esistenza. Anche se non hanno camminato tra noi, hanno lasciato un’impronta profonda. Sono figli amati, desiderati, sognati. Il loro ricordo è intrecciato all’identità delle famiglie, che non possono né vogliono dimenticare.

La società spesso fatica a riconoscere questa forma di lutto. Si sente spesso dire: “Era solo un feto“, “Ne farete un altro“, “Meglio così, era troppo piccolo” e via dicendo. Queste frasi, anche se possono essere dette con buone intenzioni, non fanno che alimentare il senso di isolamento o di colpa. È per questo che il 15 ottobre ha anche lo scopo di sensibilizzare la collettività, promuovendo una cultura dell’ascolto, della comprensione e del rispetto.

Dietro ogni storia di lutto prenatale o perinatale c’è un intreccio di emozioni potentissime: amore, speranza, attesa, delusione, rabbia, tristezza. Ogni famiglia trova un proprio modo di affrontare il dolore: c’è chi scrive lettere, chi pianta un albero, chi conserva ecografie o vestitini mai usati. Altri trasformano il dolore in impegno sociale perchè questi genitori non sono “solo” sopravvissuti alla perdita: sono testimoni del valore di ogni vita, anche quella più breve.

E poi c’è chi, come me e mio marito, desidera ridonare agli altri la speranza cristiana e la forza della resurrezione ricevuti da Cristo: ecco perché abbiamo scritto libri, composto novene, realizzato cammini online di preghiera gratuiti, partecipato come relatori alla Scuola Nuziale di Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie, donato la nostra testimonianza in tutta Italia!

Ed ecco anche perché ci definiamo genitori tra Cielo e terra: il compimento della promessa di Dio è in quella vita che non è mai persa completamente perché vive nell’amore vero, eterno e prefetto di un Padre che l’ha voluta e amata per prima. Ed per questo che, la vita di quel figlio Lassù, va anche da noi – sempre di più e sempre più consapevolmente – amata, rispettata, onorata.

La Giornata del 15 ottobre, insomma, ci invita a riflettere anche su quanto ancora ci sia da fare in termini di assistenza spirituale e psicologica, formazione degli operatori sanitari, accompagnamento delle famiglie. Troppo spesso, chi affronta una perdita simile si sente abbandonato, incompreso, perfino colpevolizzato. Serve un cambiamento culturale profondo: serve chiamare le cose con il loro nome, dare dignità a ogni lutto, offrire spazi sicuri dove il dolore possa essere espresso senza vergogna o giudizio. Le istituzioni, il mondo sanitario, la scuola e l’intera comunità possono e devono fare di più.

Il 15 ottobre, dunque, non è tanto o solo una giornata di lutto quanto piuttosto di riconciliazione e speranza. È l’occasione per rafforzare il ponte tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che è stato e ciò che sarà sempre. Per molti genitori questo giorno rappresenta l’occasione per dire al proprio figlio o alla propria figlia: “Non ti abbiamo dimenticato. Vivi in noi, nel nostro amore, nel nostro ricordo. E, soprattutto, nel cuore di Dio“.  È una data in cui la terra si fa un po’ più leggera e il Cielo un po’ più vicino. Una data tra Cielo e terra, appunto.

Il 15 ottobre è una data delicata, preziosa, carica di silenzio ma anche di luce. È il giorno in cui ricordiamo chi ha vissuto solo nel battito di un cuore. È il giorno in cui diciamo che ogni vita, per quanto breve, ha un valore infinito. È il giorno in cui abbracciamo, anche solo idealmente, tutte le madri, i padri, i fratelli, i nonni che portano dentro di sé un amore che non ha avuto il tempo di compiersi in questo mondo ma che lo farà, insieme a noi, Quel giorno. E allora, davvero, sarà per sempre.

Fabrizia Perrachon

Ho scritto i primi due libri in Italia sull’aborto spontaneo dal punto di vista di una mamma cattolica; li trovi qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

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Nonni: angeli custodi delle nostre famiglie

Due ottobre: festa degli angeli custodi, divenuta anche – almeno in Italia – la festa dei nonni. Ma per quale motivo?  In un mondo in continua evoluzione, dove il ritmo della vita sembra accelerare ogni giorno di più, esiste una figura silenziosa ma fondamentale che rappresenta un punto fermo nelle nostre vite: i nonni.

Definirli semplicemente come i genitori dei nostri genitori sarebbe riduttivo. I nonni sono molto di più: sono custodi di memoria, maestri di vita, fonti inesauribili di amore incondizionato. Sono, per molti di noi, dei veri e propri angeli custodi delle famiglie.

I nonni rappresentano una presenza affettuosa e rassicurante. Con la loro esperienza, saggezza e capacità di ascolto, riescono a trasmettere sicurezza e calore, creando un senso di protezione che va ben oltre le parole. In molte famiglie, sono coloro che più di tutti riescono a dare conforto nei momenti difficili, offrendo consigli sempre ricchi di significato. La loro presenza calma, spesso silenziosa, è come un abbraccio che avvolge tutta la famiglia.

I nonni sono la nostra memoria vivente. Attraverso i loro racconti, ci collegano a un passato che altrimenti andrebbe perduto. Parlano di tempi lontani, di difficoltà superate, di un mondo diverso ma non per questo meno importante. Questi racconti, ben più che semplici aneddoti, sono veri e propri insegnamenti di vita. Valori come il rispetto, la solidarietà e la gratitudine vengono trasmessi in modo naturale, spesso senza nemmeno rendersene conto.

Non lo dico io ma la Bibbia! Nelle Sacre Scritture, infatti, l’anziano rappresenta un valore prezioso per la famiglia, la discendenza e la comunità, non tanto come simbolo generico di saggezza, piuttosto come testimonianza concreta della relazione piena con Dio.

È segno della fedeltà divina e del compimento dei suoi comandamenti, come esprime chiaramente il passo: “Fino alla vostra vecchiaia io sarò sempre lo stesso, io vi porterò fino alla canizie. Come ho già fatto, io vi porterò e vi salverò” (Is 46,4). Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non solo valorizza la vita dell’anziano, ma lo accompagna fino alla vecchiaia con l’obiettivo di affidargli una missione specifica. Questo ruolo emerge nelle parole del profeta Gioele: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1).

Con l’evoluzione della società e l’aumento delle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano, i nonni hanno assunto un ruolo sempre più pratico e concreto nella gestione quotidiana della famiglia. Si occupano dei nipoti, li accompagnano a scuola, li aiutano con i compiti, li crescono con pazienza e dedizione. Sono una risorsa insostituibile anche dal punto di vista economico: in molti casi, il loro aiuto consente ai genitori di lavorare serenamente, riducendo la necessità di ricorrere a babysitter o servizi a pagamento.

Il rapporto tra nonni e nipoti è unico, libero dalle pressioni educative che gravano sui genitori. I nonni possono permettersi di essere più indulgenti, più pazienti, più giocosi. Questo genera un legame profondo, basato sull’amore puro e sull’accettazione totale. I nipoti, da parte loro, vedono nei nonni dei confidenti fidati, con cui condividere pensieri, sogni e paure. È un rapporto reciproco, in cui entrambi crescono e imparano: i nonni restano giovani grazie alla freschezza dei nipoti e questi imparano a conoscere l’importanza delle radici e del rispetto.

La perdita di un nonno o di una nonna, dunque, lascia un vuoto immenso. È come perdere una parte di sé, un pezzo di casa, un faro nella notte. Eppure, anche dopo la loro scomparsa, i nonni continuano a vivere dentro di noi, nei valori che ci hanno trasmesso, nei gesti che ripetiamo senza accorgercene, nelle parole che ci tornano alla mente nei momenti più inaspettati. La loro eredità è fatta di cose semplici, ma essenziali: una ricetta di famiglia, un proverbio, una carezza.

Nella società moderna, spesso concentrata sull’efficienza e sulla produttività, si rischia di trascurare l’importanza degli anziani. Eppure, prendersi cura dei nonni, ascoltarli, coinvolgerli nella vita familiare, non è solo un atto d’amore ma anche un gesto di giustizia. Non sono solo beneficiari del nostro affetto: sono parte attiva della famiglia, con tanto ancora da dare. Valorizzarli significa riconoscere il loro ruolo essenziale e fare in modo che si sentano utili, amati, rispettati.

I nonni sono molto più di semplici figure familiari: sono angeli custodi, che vegliano silenziosamente sulle nostre vite. Ci guidano, ci proteggono, ci insegnano con l’esempio. In un mondo che cambia, i nonni restano un punto fermo. Non smettiamo mai di ringraziarli, di abbracciarli, di ascoltarli. Perché in ogni sorriso, in ogni racconto, in ogni gesto d’amore, c’è tutto il loro mondo… e il nostro futuro.

Fabrizia Perrachon

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Il sacerdote che ripeteva: «Come diceva la mia cara moglie Elizabeth…»

Ho sempre pensato che l’amore e le preghiere di un coniuge potessero salvare l’altro. Forse non tutti, e non sempre, se ne rendono conto ma questo è possibile in virtù dell’amore di Dio: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Un po’ di tempo fa, leggendo la storia che riporto qui sotto, ho avuto l’ennesima conferma che il mio pensiero era corretto. Che gioia! Che consolazione! E, nello stesso momento, che impegno e che responsabilità! Ma è proprio in virtù dell’amore che avvengono molti miracoli, molte conversioni, molte guarigioni. Del cuore e dell’anima, prima che del corpo. Guarigioni d’amore, per amore e nell’amore. Crediamo fermamente nell’amore coniugale, nel sacro e casto amore cristiano tra marito e moglie e sperimenteremo meraviglie!

Lasciate che vi racconti una storia per mostrarvi come i meriti dell’uno possono passare all’altro. All’inizio del secolo, una brava ragazza cattolica e un medico non credente si sposarono a Parigi. Il nome di lui era Lesueur. Egli promise di rispettare la fede del suo matrimonio, ma subito dopo tentò di romperlo. Oltre alla professione medica, divenne editore di un giornale parigino ateo e anticlericale. Sua moglie reagì decidendo di approfondire la propria fede. Nella stessa casa lei allestì una biblioteca di apologetica e lui una biblioteca atea.

Nel maggio 1905, mentre lei era in punto di morte, disse al marito: «Felix, quando io sarò morta tu sarai cattolico e sacerdote domenicano». Egli le disse: «Elizabeth, tu conosci i miei sentimenti. Ho giurato odio alla Chiesa e a Dio, e vivrò e morirò in quest’odio!». Lei ripeté le sue parole e morì. 

Rovistando tra le carte di lei, ritrovò una sua volontà del 1905 in cui chiedeva a Dio onnipotente di mandarle sufficienti sofferenze per guadagnare l’anima di lui. Quindi aggiungeva: «Nel giorno della mia morte avrò pagato il prezzo. Sarai stato comprato e pagato. Nessuna donna ha un amore più grande che dare la vita per il marito».

Sul momento le considerò fantasie di una pia donna, benché amasse molto sua moglie. Per dimenticare il suo dolore, intraprese un viaggio nel sud della Francia. Si fermò di fronte a una chiesa dove sua moglie era entrata per una visita durante il loro viaggio di nozze. Sembrava che lei gli parlasse, dicendo: «Va’ a Lourdes». Andò a Lourdes da non credente

Aveva scritto un libro contro Lourdes, dimostrando che i miracoli erano inganno e superstizione. Mentre era davanti alla grotta di Nostra Signora, ricevette il dono della fede, così completo e totale da non aver bisogno di argomentazioni, e disse: «Bene, ora che credo, come affronterò questa o quella difficoltà?». Vide tutto ciò che aveva creduto nella sua totale erroneità e stupidità.

La conversione del dottor Lesueur ebbe un clamore pari al bombardamento di Reims. Il tempo passò. Nel 1924 feci il mio ritiro in un monastero domenicano belga sotto la guida spirituale di padre Lesueur, che mi raccontò la sua storia. Non capita spesso di fare un ritiro con un sacerdote che di tanto in tanto dice: «Come diceva la mia cara moglie Elizabeth…». Ma la morale di questa vicenda è che l’amore non è totalmente e completamente quaggiù. È in Dio e amando Dio salviamo il coniuge, che sia una cattiva moglie o un cattivo marito. Perché una volta sposati sono due in una carne sola”. [1]

Non si tratta di una leggenda né di un bel racconto ma di una storia vera, autentica, vissuta. I protagonisti sono Pauline-Élisabeth Arrighi e il marito Félix Leseur, divenuto poi Padre Maria Alberto. L’amore coniugale ottenne la conversione! L’amore di Dio, nell’amore di una moglie o di un marito, che arriva dritto nel cuore e nell’anima e li cambia, per sempre. Per il bene proprio e degli altri. Per il Bene più grande che gli sposi si promettono all’altare.

Félix, dopo la morte dell’amata, entrò nel noviziato dei Domenicani a Parigi nel 1919, assumendo appunto il nome di fra Maria Alberto, e l’8 luglio 1923 fu ordinato sacerdote. Si spense il 27 febbraio 1950, dopo ventisette anni dedicati al sacerdozio, durante i quali si impegnò a diffondere la spiritualità di Élisabeth, attualmente Serva di Dio, e a promuoverne l’avvio della sua causa di beatificazione, tutt’ora in corso.

«Se Dio mi chiama, gli dirò: Eccomi», furono tra le ultime parole di Padre Maria Alberto. Una storia meravigliosa, questa, che si accompagna a quelle di altre “santi coniugi” più conosciuti, come Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi Luis e Zélie Martin (genitori di Santa Teresina di Lisieux) o Sant’Isidoro e Maria de la Cabeza. Una storia meravigliosa che merita di essere conosciuta, diffusa e imitata!

Fabrizia Perrachon

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[1] Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares

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Com’è dura, a volte, con lo studio dei figli …!

C’è un momento preciso, in ogni famiglia con figli in età scolastica, in cui la giornata sembra cambiare tono. È quando si rientra a casa e si apre l’argomento “compiti”. Bastano poche parole – «Hai studiato?», «Cosa hai da fare per domani?» – perché si inneschi una tensione sottile, a volte esplicita, a volte silenziosa ma comunque presente. È come se, dopo le fatiche di una giornata lavorativa, iniziasse un secondo turno: quello dell’affiancamento scolastico.

Eppure, nessun genitore parte con l’idea di diventare un insegnante a domicilio. Ma tra piani di studio, verifiche, lezioni online, recuperi e insufficienze, spesso si finisce per diventarlo. Alcuni si tuffano con entusiasmo, altri si sentono sopraffatti, altri ancora oscillano tra senso del dovere e frustrazione.

Perché, sì, con lo studio dei figli, a volte è davvero dura. Non è solo questione di compiti da correggere o spiegazioni da dare. Il vero peso emotivo arriva da tutto ciò che ruota attorno allo studio: la motivazione che manca, le distrazioni continue, i malumori, la stanchezza, le risposte brusche, la sensazione che tutto sia una lotta. Ogni giorno sembra un nuovo episodio dello stesso film: uno studente stanco e svogliato, un genitore preoccupato e insistente, e un dialogo che rischia spesso di trasformarsi in discussione.

Molti genitori confessano di sentirsi impotenti: c’è chi si arrabbia, chi si scoraggia, chi finisce per fare i compiti al posto del figlio pur di evitare il conflitto. Altri provano a motivare, incoraggiare, spiegare ma ricevono in cambio solo sbuffi e porte chiuse. Tutto questo si somma alla fatica quotidiana del lavoro, della casa, della gestione familiare. A volte si arriva alla sera esausti, con il dubbio di aver sbagliato tutto, o con il timore di non riuscire ad aiutare abbastanza.

La verità è che non è semplice accompagnare un figlio nel percorso scolastico, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui le aspettative sono altissime e le distrazioni a portata di clic. I ragazzi faticano a concentrarsi, hanno mille sollecitazioni esterne, i social che si attraggono inesorabilmente. E i genitori, nel tentativo di sostenerli, spesso finiscono per litigare tra di loro, rispondersi male, rimpallarsi o rinfacciarsi chissà quali fantomatiche colpe e mancanze.

Eppure, anche nella fatica, c’è spazio per costruire qualcosa di prezioso. Perché se da un lato è vero che lo studio può diventare motivo di tensione, dall’altro può trasformarsi in un’opportunità di crescita reciproca. Non servono grandi gesti: a volte basta sedersi accanto, ascoltare senza giudicare, chiedere “cosa ti mette in difficoltà?” anziché dire “perché non studi?”. Piccoli cambiamenti nel tono, nella postura, nella pazienza.

Capire che ogni bambino ha i suoi tempi, le sue fragilità, i suoi punti di forza. Che l’errore non è una tragedia, ma una tappa. Che un brutto voto non definisce il valore di una persona. E soprattutto, che un genitore non deve essere perfetto, ma presente, con empatia e fiducia.

Molto spesso i ragazzi non cercano semplicemente spiegazioni di matematica, italiano o latino ma comprensione. Non vogliono sentirsi spinti ma sostenuti. Non hanno bisogno di genitori che sanno tutto ma di adulti che li ascoltano, che accettano i loro limiti e li accompagnano a superarli. Certamente, ci saranno ancora giornate faticose. Ore passate a spiegare la stessa cosa. Frasi come “non voglio studiare” o “tanto non ce la faccio”.

La differenza è se riusciamo a vedere oltre la fatica scopriamo che il tempo dedicato allo studio dei figli è anche tempo dedicato alla relazione con loro. Un tempo che educa entrambi: loro a imparare, noi ad accompagnare. E se la strada è in salita, almeno la si percorre insieme.

E allora nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giuseppe da Copertino – patrono degli studenti – il messaggio è: non scoraggiamoci! Tanti Santi hanno avuto difficoltà nello studio (pensiamo appunto a lui, a Giovanni Maria Vianney, a Bernadette) ma questo non ha precluso loro la via al Cielo. Insegniamo ai nostri figli a studiare ma anche ad affidarsi; a imparare ma anche a pregare; a impegnarsi ma anche a confidare in Colui che tutto conosce; a imparare qualcosa a memoria ma soprattutto ad essere riconoscenti a Dio per i doni che ha riversato su di noi.  “Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia” (Sal 139). Perché nello studio è nascosto l’amore per il Signore. Trasmettiamo questo! Tutto il resto verrà da sé.

Fabrizia Perrachon

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L’11 settembre della coppia

L’11 settembre 2001 ha segnato una frattura epocale nella storia contemporanea. Le immagini delle Torri Gemelle che crollano in diretta mondiale non sono solo un simbolo di terrore e vulnerabilità ma anche un archetipo del crollo improvviso e violento di ciò che sembrava solido, invulnerabile, eterno. E se traslassimo questa metafora nel campo più intimo e personale delle relazioni di coppia? Cosa succede quando l’amore — quel grattacielo costruito con pazienza, fiducia e quotidianità — improvvisamente collassa? Esiste, per molti, un vero e proprio “11 settembre della coppia”: un giorno preciso, un momento, una rivelazione che fa crollare tutto.

Come le Torri Gemelle, anche molte relazioni nascono per essere invincibili. Fin dall’inizio, ci raccontiamo una storia di eternità: “questa volta sarà diverso”, “nessuno ci dividerà”, “noi siamo più forti di tutto”. Ci convinciamo che l’amore sia una fortezza inespugnabile, fatta di compatibilità, destino, passione e progettualità.

Ma come ogni costruzione umana, se quell’amore non si basa sulla roccia che è Cristo, presto o tardi si rivelerà per quello che è. Fragile, vulnerabile agli imprevisti, alle crepe invisibili, agli urti esterni e interni. Eppure, continuiamo a vivere nell’illusione di un “per sempre” indiscutibile trascurando o ignorando di tutto la dimensione spirituale coniugale.

L’11 settembre della coppia non arriva mai senza segni premonitori ma spesso non si possono – o non si vogliono – vedere. Una parola non detta, un silenzio che pesa più di mille frasi, uno sguardo che non cerca più l’altro. Poi arriva il momento preciso: un tradimento scoperto, una confessione inattesa, la decisione di lasciare. Come due aerei che colpiscono al cuore le fondamenta della relazione, questi eventi fanno crollare in pochi secondi tutto ciò che sembrava indistruttibile.

È in quel momento che il coniuge — fino a poco prima rifugio, casa, complice — si trasforma in estraneo, in nemico o, peggio ancora, in spettatore indifferente della nostra sofferenza. Quel giorno diventa un punto di non ritorno. Niente sarà più come prima. E spesso, il dolore che segue è così violento da assumere tratti post-traumatici: insonnia, ansia, vuoto, senso di smarrimento, perdita di identità e, peggio di tutto, della fede in Dio. E nell’amore.

Dopo il crollo, restano le macerie. E non sono solo materiali — foto, vestiti, ricordi — pure interiori: la perdita di fiducia, la frattura del senso del sé, la solitudine. Chi ha vissuto un “11 settembre della coppia” sa che la fase successiva non è solo quella del lutto amoroso ma di un vero e proprio terremoto esistenziale. Si mette in discussione tutto: le scelte, la propria percezione, la capacità di amare e lasciarsi amare.

Anche da queste macerie, però, può nascere una nuova consapevolezza. Come a Ground Zero, dove oggi sorge un memoriale, anche nel cuore devastato può sorgere qualcosa di nuovo: un amore diverso, più autentico, per il coniuge che pensavamo perso per sempre. Ma innanzitutto per Dio.

La fede non ci insegna la filosofia del “finchè dura” o del “finchè la barca va”. C’insegna a mettere il Signore al primo posto come cemento armato della relazione di coppia. Ci sono troppo capanne costruite nella sabbia. Troppe torri gemelle in balia del terrorista di turno. Non è bene correre ai rimedi quando – come dice il detto – “i buoi sono scappati dalla stalla”. È da subito, dall’inizio, che la costruzione dev’essere ben disegnata, ben progettata, ben realizzata. Rivolgendosi all’architetto migliore, che ha i numeri per realizzare la progettazione migliore, utilizzando i materiali migliori: Dio. Che, tra l’altro, è pure gratis!

Con i “controlli di sicurezza” di Nostro Signore non saliranno a bordo del nostro amore personaggi poco raccomandabili. Non dovremmo chiudere a chiave la cabina di pilotaggio del cuore. Né passare attimi di terrore puro, nella consapevolezza di stare per schiantarci. Le difficoltà ci saranno ma avremo le giuste armi per affrontarle, combatterle e superarle. Senza panico, senza violenza, senza vittime. Ma con amore, rispetto, fiducia, umiltà. E, soprattutto, lavoro di squadra, lavoro di coppia.

Tutto facile? Tutto semplice? Tutto scontato? No, affatto. Ma reale, possibile, credibile. Perché con Dio, come dopo ogni catastrofe, anche nelle relazioni d’amore c’è la possibilità di rinascita. Non dimenticando, ma ricominciando. Con occhi nuovi. E con il cuore, seppur segnato, ancora capace di battere. Dal 12 settembre della vita in poi.

Fabrizia Perrachon

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Non ti vedo tutto

Le coppie, nel corso dei secoli, hanno sempre cercato di trovare consigli e suggerimenti utili per vivere al meglio il loro amore. Spesso la saggezza popolare si è tradotta in proverbi che racchiudono insegnamenti semplici ma profondi, capaci di riflettere le dinamiche di una relazione amorosa. Ma che cosa sono quelli che potremmo definire “proverbi di coppia”? E perché è interessante parlarne?

Possiamo definirli come frasi brevi e spesso metaforiche che esprimono verità universali sull’amore, la fedeltà e il rispetto reciproco. Riportati pressoché oralmente e passati di padre in figlio, rappresentano un patrimonio di saggezza popolare prezioso, portatore di massime preziose e di verità che – spesso e volentieri – s’intersecano con la grande Verità dell’amore cristiano.

Il comando: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha dentro di sé l’universo intero! Che nel corso del tempo si è adattato alla semplicità e genuinità delle persone trasformandosi in vari proverbi. Come sappiamo, sono un elemento fondamentale della cultura italiana perché racchiudono in poche parole l’esperienza, la saggezza e i valori di generazioni di persone. Sono come piccole lezioni di vita che si tramandano nel tempo, spesso con un tocco di umorismo, di poesia o di fede.

I proverbi sono molto legati alle tradizioni locali e alle caratteristiche del territorio. Per esempio, in alcune regioni si usano proverbi che parlano di agricoltura o di mare, riflettendo l’economia e la vita quotidiana di quei luoghi. Inoltre, i proverbi sono spesso usati nelle conversazioni quotidiane per esprimere un pensiero in modo immediato e colorito, creando un senso di condivisione e di identità tra le persone. Sono anche strumenti utili per insegnare valori ai più giovani, trasmettendo saggezza in modo semplice e memorabile nello stesso momento.

Nel cuore della provincia di Cremona, tra distese di mais e antiche vie di ciottoli, si nasconde un modo di dire molto originale: “Non ti vedo tutto“. Questa espressione, tipica del dialetto cremasco, può suonare strana, particolare, magari anche incomprensibile a chi non è di zona. In italiano, infatti, non vedere tutta una persona, potrebbe trovare un corrispondente nel detto “avere le fette di salame sugli occhi”. 

Il connotato però, in questo caso, è negativo. Significa essere incapaci di vedere le cose – o le persone – chiaramente, di riconoscere la realtà o di rendersi conto di qualcosa di ovvio. È come se si avesse, appunto, un paraocchi che impedisce di vedere bene ciò che ci circonda. Ma, soprattutto, la natura di una persona, la sua sincerità, il suo carattere, la sua trasparenza.

Il detto cremasco “Non ti vedo tutto“, invece, porta con sé un’incredibile dolcezza. Significa che di una certa persona non è che non si vogliano vedere i difetti ma che l’amore, o l’affetto, ce la facciano vedere in maniera differente. Con tenerezza e delicatezza. Senza accettare passivamente le cose che, eventualmente, non vanno. Ma curandole con l’amore. Bello, vero? “Non ti vedo tutto” significa, insomma, stravedere per qualcuno, con simpatia ed empatia. Provando ad amare quella persona come fa Dio: amando per primo. Come dice San Giovanni Apostolo: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

In questo senso, “Non ti vedo tutto“, diventa come una vera e propria dichiarazione d’amore. È come dire all’altro o all’altra: so che hai dei limiti, delle fragilità, dei lati di te su cui devi lavorare. Però desidero volerti già bene così e poi costruire insieme qualcosa di bello, di vero, di autentico.

Non ti vedo tutto” è come dire che, con i miei occhi innamorati, riesco a vederti come nessun altro è in grado di farlo. Perché non guardo solo l’esteriorità ma l’amore mi rende capaci di vederti dentro, di scorgerti l’anima. “Non ti vedo tutto” è l’equilibrio tra l’accogliere e lo spronare a diventare una persona migliore, con amore e per amore. Dell’altro, o dell’altra, ma soprattutto di Dio.

Il coniuge, infatti, riceve in dono dal Cielo, mediante il sacramento del matrimonio un “super potere”: quello di vedere la moglie, o il marito, in modo unico e speciale, con lenti divine. Perché in quell’amore c’è la Trinità. Perché quell’amore è immagine della Trinità. Gli occhiali speciali che procura Dio alla coppia, allora, sono quelli di un sentimento che è anche preghiera, benedizione, profumo d’eternità. E il “Non ti vedo tutto” è un voler andare oltre il limite dello sguardo unicamente umano. E provare, o meglio, riuscire a vedere l’amore della vita con uno sguardo libero dalle miserie della terra e già proiettato alle meraviglie di Lassù. Non ti vedo tutto, insomma, è come dire ti amo. Ma in modo dolcissimo e originalissimo.

Fabrizia Perrachon

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Genitori e figli nel fiume della salvezza

Possiamo immaginare la vita come un grande fiume che scorre, portando con sé emozioni, sfide e momenti di gioia. In esso genitori e figli sono come due correnti che s’intrecciano, scorrendo in un flusso unico e prezioso. La loro relazione è un vero e proprio viaggio di scoperta, crescita e speranza.

I genitori sono spesso i primi a mostrare ai figli il cammino della vita attraverso l’esempio quotidiano, l’amore incondizionato e la fede. Cercano di offrire la loro esperienza per aiutare i piccoli a navigare nelle acque della vita, spesso agitate da correnti, venti o tempeste improvvise. Come istruttori di vela, insegnano valori come la compassione, la pazienza e la fiducia in Dio. La loro presenza rassicura i figli, facendoli sentire amati e protetti, anche nei momenti più duri.

La vita di genitori e figli, insomma, scorre insieme per un determinato periodo ma, per sempre, nel medesimo fiume: il fiume della salvezza. Se nei tempi umani ci sono indubbiamente un prima e un dopo, nella prospettiva del Cielo tutto si unifica verso la Meta, quella dell’unione eterna con il Creatore. Che non è scontata né una favoletta per bambini.

Dio Padre non vuole spaventarci, dividendoci a prescindere in buoni e cattivi. Il Suo amore è gratuito e per tutti. Ma sta a noi accogliere questo amore, viverlo, testimoniarlo, volerlo. Per dirlo con le parole di Maria Santissima: “Ogni persona adulta è in grado di conoscere Dio. Il peccato del mondo consiste in questo: che non cerca affatto Dio” (dal Messaggio del 3 febbraio 1984).

È naturale, quindi, che i genitori s’impegnino, sperino e preghino non solo per la loro salvezza ma anche per quella dei figli. Verso i quali – non dimentichiamolo – hanno grandi responsabilità. Un esempio mirabile ci è fornito da Santa Monica, madre di Sant’Agostino di Ippona. E’ risaputo che pregò per ben diciassette anni per la sua conversione. Diciassette anni sono seimiladuecentonove giorni. Seimiladuecentonove giorni. Chapeau mamma Monica! A volte noi ci stanchiamo di pregare dopo due, tre giorni, non riusciamo neanche a finire una novena … pregare per seimiladuecentonove giorni significa avere una fede incrollabile, una fiducia incrollabile, una speranza incrollabile. Tutto ciò di cui la società è carente, come se fosse in carestia di abbandono in Dio.

E allora, pensiamo a questa mamma, guardiamo a questa donna, a questa moglie. Sì perché, prima della conversione di Agostino, Monica “strappò” al Padre quella del marito Patrizio. Che si fece battezzare e poi morì l’anno successivo. Era il 372 d.C. e Monica aveva trentanove anni. Fu così che nel 385 Monica riuscì a imbarcarsi per Roma, raggiungendo successivamente il figlio a Milano, dove quest’ultimo occupava una cattedra di retorica.

Il suo profondo amore materno e le incessanti preghiere contribuirono alla conversione di Agostino, il quale ricevette gli insegnamenti catechetici da sant’Ambrogio e venne battezzato il 25 aprile 387. La ritroviamo, poi, insieme al figlio nei pressi di Milano, impegnata in conversazioni filosofiche e spirituali con lui e altri membri della famiglia. Monica partecipò con grande saggezza ai dibattiti, tanto che Agostino decise di riportare nei suoi scritti alcune delle riflessioni pronunciate dalla madre, un fatto piuttosto insolito per l’epoca, in cui alle donne non era generalmente riconosciuto il diritto di intervenire pubblicamente.

Tra esse si ricordano: “Una sola cosa era che mi faceva desiderare di vivere ancora un poco, vederti cristiano cattolico prima di morire“; “Il mio Dio mi ha soddisfatto ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui“; “Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei Tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo”.

Proprio nell’anno del Giubileo della speranza, allora, facciamo conquistare da quella che non è un finta pacca consolatoria sulla spalla ma una virtù. Fidiamoci di Dio anche quando di sembra tutto nero, tutto buio, tutto al ribasso, tutto impossibile. Cerchiamo di dare ai nostri figli il meglio di noi, impegnandoci attivamente e – insieme – affidandoli al Cielo con serenità, proprio come ha fatto Santa Monica. Perché il fiume della salvezza scorre nel cuore di Dio e ne siamo tutti immersi. Dobbiamo solo esserne consapevoli.

Fabrizia Perrachon

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Agosto … moglie mia ti riconosco!

Per la maggior parte degli italiani le settimane centrali di agosto sono sinonimo di ferie. Anche se, ormai, sono lontani i tempi dei tipici tormentoni nostrani, a colpi di “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” o “Domenica d’agosto, che caldo fa! La spiaggia è un girarrosto non servirà” . E che dire del detto “Agosto, moglie mia non ti conosco”, dall’omonimo romanzo di Achille Campanile? Tale espressione, però, non è frutto esclusivo dell’opera umoristica dello scrittore romano, ma trae origine da una serie di antichi detti popolari, basati sulla credenza che fosse altamente rischioso per gli uomini avere rapporti sessuali durante i periodi di caldo intenso.

Esiodo, celebre poeta greco, osservava che durante l’estate “le donne sono tutte calore e gli uomini tutta fiacchezza“. Condivideva una visione simile anche Alceo, altro poeta dell’antichità, che scriveva: “Innaffia di vino i polmoni che il solleone è al culmine … quando l’estate tutto incanta propagandosi nell’avvampante bagliore, e fioriscono i cardi, ora le donne sono procaci ma gli uomini sono fiacchi, poiché Sirio brucia il capo e le ginocchia“.

Secondo i greci, dunque, la scarsa propensione degli uomini ai rapporti amorosi nel mese di agosto era imputabile proprio a Sirio, la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore. Questa stella, associata al caldo intenso di quel periodo, veniva anche chiamata Canicula (piccolo cane), un termine che col tempo è stato appunto associato all’afa e al caldo insopportabile.

Vi erano, però, anche spiegazioni più logiche e pratiche: un concepimento ad agosto avrebbe portato a un parto in primavera, una stagione cruciale per il lavoro nei campi. In quel periodo, infatti, ogni forza lavorativa era fondamentale, compresa quella delle donne. Una partoriente sarebbe stata impossibilitata a svolgere le fatiche agricole richieste ed è per questo che s’imponevano – o quanto meno consigliavano – limiti alle relazioni coniugali. I mariti erano quindi simbolicamente “esiliati” dal talamo nuziale e tenuti a mantenere le distanze dalle proprie mogli.

Col passare dei secoli, usi e costumi si sono trasformati e il proverbio legato al mese di agosto ha assunto un significato diverso. Probabilmente complice anche il famoso film “Quando la moglie è in vacanza” con Marilyn Monroe (famosa la scena del vestito svolazzante), si è radicata l’idea che non frequentare la propria moglie in agosto sia sinonimo di tradimento. Per estensione, il detto ha preso poi il triste significato che, durante le vacanze, si desidera essere liberi di fare tutto ciò che si vuole, senza alcun vincolo che possa limitare le proprie scelte. Liberi anche di dimenticarsi della moglie. O del marito. E di fare ciò che si vuole.  

Tra gli anni Venti e Settanta del Novecento, era comune che le mogli partissero da sole o insieme ai figli per trascorrere le vacanze, mentre i mariti, rimasti in città a lavorare, avevano sicuramente maggiori occasioni per vivere “avventure galanti”. A onor del vero, spesso anche le mogli facevano altrettanto, al punto che i treni del venerdì sera, pieni di mariti diretti verso le località di villeggiatura, venivano soprannominati i “treni dei cornuti“. A partire dagli anni Ottanta, con l’aumento dell’occupazione femminile, si è generalmente scelto di mettersi d’accordo per i periodi di ferie, condividendo insieme il piacere delle vacanze tanto attese e meritate.

Ma noi, uomini e donne del 2025, che si sentiamo tanto evoluti e post-moderni, potremmo forse ancora accettare passivamente tutto questo? Direi che è venuto il tempo per affermare con convinzione il contrario: agosto … moglie mia ti riconosco! Ma anche … marito mio ti riconosco! Perché se è vero che “la fede non va in vacanza” – come ho affermato in un precedente articolo – è altrettanto vero che una relazione matura non può certo squagliarsi al sole come una granita! La bellezza dell’estate, lungi dall’essere una galleria gratuita di lati A e lati B troppo spesso esposti in modo eccessivo, deve diventare la bellezza di viversi. Viversi come coniugi, viversi come coppia. Finalmente con più calma, finalmente con più tranquillità.

E pazienza se ci sarà un po’ di cellulite in più o qualche pancetta di troppo; amarsi è innanzitutto un atto dell’anima e del cuore. Certo, anche la fisicità vuole la sua parte (ci mancherebbe!) ma ben sappiamo anche la bellezza passa mentre sono altre le cose che non devono tramontare. Allora mettiamo tutto alla luce del sole: non tanto e non solo i corpi ma la maturità del nostro essere sposi. E sposi cristiani. E sarà un riconoscersi pieno di gioia.

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Fabrizia Perrachon

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A scuola d’Amore

Immaginate una scuola dove non ci sono né voti né interrogazioni. Una scuola dove non ci sono né alunni né insegnanti ma teste e cuori che camminano e crescono insieme. Una scuola dove poter imparare senza studiare e crescere – quasi – senza accorgersene. Immaginate una scuola che diventa un po’ una seconda casa, in cui tornare quando si vuole. Una scuola in cui si diventa tutti amici, ricevendo ma anche donando reciprocamente. Una scuola d’amore. No, non state sognando, è realtà: è la Scuola Nuziale di Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie, giunta quest’anno alla seconda edizione! Seconda doppia edizione, per l’esattezza, con un percorso base e uno approfondito, per chi ha già frequentato lo scorso anno.

Nel cuore della fede cristiana risuona un’espressione misteriosa e profondamente affascinante: “Mistero Grande”. San Paolo, nella Lettera agli Efesini (5,32), descrive così il legame tra Cristo e la Chiesa, paragonandolo a quello sponsale tra l’uomo e la donna. “Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa”. È da questa intuizione teologica che nasce l’idea di una “scuola nuziale”, un cammino formativo e spirituale in cui si apprende l’arte dell’amore vero, dell’amore sponsale, alla luce del Vangelo.

La scuola nuziale non è un semplice corso pre (o post) matrimoniale, né un trattato di teologia sull’amore. È piuttosto un percorso di iniziazione all’amore secondo il cuore di Dio. In essa si impara, giorno dopo giorno, che l’amore umano – pur fragile e limitato – può essere trasfigurato e redento, diventando segno visibile dell’amore eterno di Dio per l’umanità. Non si tratta solo dell’amore tra uomo e donna ma di un modo di amare che coinvolge tutta la persona, nelle sue relazioni più profonde: il dono di sé, la fedeltà, la fecondità, la comunione. In questa prospettiva, il matrimonio cristiano non è solo un contratto o una scelta personale quanto piuttosto la vocazione, il sacramento, la chiamata a rendere visibile l’amore invisibile di Dio.

Chi frequenta la scuola nuziale? In realtà, tutti siamo chiamati a iscriverci: fidanzati, sposi, consacrati ma anche giovani in ricerca, adulti feriti, vedovi o separati. Perché l’amore – quello vero, gratuito, oblativo – non si improvvisa: si impara, si coltiva, si affina. E come ogni arte, richiede guide, pazienza, umiltà e soprattutto desiderio, voglia di mettersi in gioco, coraggio di dire “ci sto”. La scuola nuziale è un laboratorio di conversione del cuore. Aiuta a rileggere le proprie ferite alla luce della misericordia, a guarire le relazioni spezzate, a riscoprire la bellezza del corpo, della sessualità, della differenza uomo-donna come dono e non come limite. È un luogo dove si riconosce che Dio non ci ha creati per la solitudine, ma per la comunione, e che l’amore – anche quando sembra impossibile – può rifiorire, se si lascia spazio alla grazia.

Alla radice di tutto c’è il “Mistero Grande”: Cristo sposo che dona sé stesso per la sua sposa, la Chiesa. Questo amore, totale e senza riserve, diventa modello per ogni amore umano. Nella scuola nuziale si contempla questo mistero non come una dottrina astratta ma come una esperienza viva e concreta, che interpella la vita quotidiana, toccandone tutte le sfere: corpo, mente, cuore e spirito. La croce, simbolo del dono supremo di sé, diventa la “cattedra” da cui imparare l’amore. E l’Eucaristia, il sacramento dell’amore nuziale per eccellenza, è il nutrimento per continuare a camminare anche quando l’amore sembra svanire.

Qui trovate tutte le informazioni utili.

Essere a scuola d’amore significa riconoscere che l’amore non è un istinto ma una vocazione. Non basta innamorarsi: bisogna imparare ad amare, ogni giorno, anche quando è difficile, anche quando costa. E in questo apprendistato continuo, la Scuola Nuziale ci accompagna, ci guida, ci forma. Perché l’amore vero – quello che sa perdonare, accogliere, donarsi fino alla fine – è l’unico che resiste al tempo, alle ferite, alla morte. Ed è l’unico che salva.

Fabrizia Perrachon

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Dio Padre. L’importanza della figura paterna

La figura paterna ha un ruolo fondamentale nella vita di ogni persona. Non si tratta solo di fornire sostegno economico ma di essere un punto di riferimento, un esempio e una guida, un educatore, un sostegno. La presenza di un padre affettuoso, responsabile e coinvolto può fare la differenza nello sviluppo emotivo, sociale e morale di un individuo.

Il padre rappresenta spesso il primo modello di comportamento e valori. Attraverso le sue azioni, insegna ai figli come affrontare le sfide, come rispettare gli altri e come affrontare le proprie emozioni. Un padre presente e attento aiuta i figli a sviluppare autostima e sicurezza in sé stessi. La figura paterna offre un senso di sicurezza e protezione. La presenza di un padre che ascolta, comprende e sostiene permette ai figli di sentirsi amati e accettati. Questo supporto è fondamentale per affrontare le difficoltà della vita e per costruire relazioni sane con gli altri.

Un padre coinvolto aiuta i figli a sviluppare capacità sociali, come il rispetto delle regole, la collaborazione e la gestione dei conflitti. Imparano anche a essere responsabili e a rispettare le differenze, qualità essenziali per inserirsi positivamente nella società. Ovviamente, anche il rapporto con la madre è fondamentale: un padre che ama la mamma dei suoi figli, che ama la moglie, che la rispetta, che collabora in tutto ciò che riguarda la gestione familiare famiglia è l’esempio più importante che riceve ciascuno di noi. Indipendentemente da quella che sarà poi la vocazione di ciascun figlio, un padre partecipe fa la differenza. Una grande differenza.

Non basta, però, essere semplicemente presenti, nel senso fisico del termine: è importante partecipare attivamente alla vita dei figli, condividendo momenti di gioco, studio, confronto, dialogo, crescita. Un padre deve anche saper dire dei “no” per aiutare i figli a capire ciò che è bene e ciò che è male. Essere per loro una guida. Perché questo non solo fa parte del suo ruolo educativo ma perché rafforza anche il legame affettivo e favorisce un rapporto di fiducia reciproca.

Insomma: la figura paterna è un pilastro fondamentale per la crescita equilibrata e felice di ciascun individuo. Un padre coinvolto, amorevole e responsabile contribuisce a formare persone sicure di sé, empatiche e pronte ad affrontare il mondo con coraggio. Investire nel rapporto con il proprio figlio è uno dei doni più preziosi che un genitore possa fare, perché il suo impatto dura per tutta la vita.

La cosa stupenda è che ciascuno di noi ha anche un Padre con la P maiuscola: Dio Onnipotente! Che ha scelto tutto per Sè proprio il 7 agosto come giorno a Lui dedicato. Come Lui stesso rivelò nel 1932 ad una giovane suora, Eugenia Ravasio. Le chiese di trasmettere il Suo messaggio con l’intento di essere “conosciuto, amato e onorato”, manifestando il profondo desiderio di essere chiamato Padre. In alternativa al giorno 7, il Creatore – nella parte specifica del messaggio rivolta al Papa – suggerì come altra possibile data la prima domenica di agosto. Tuttavia, questo giorno di festa (ancora assente), per il quale richiese una Messa e un ufficio liturgico dedicati, dovrà essere consacrato a onorarlo in modo del tutto speciale sotto il titolo di Padre dell’intera umanità.

Che cosa può esserci di più bello? Quando si pensa a Dio, molte persone lo immaginano come una presenza potente e misericordiosa ma uno degli aspetti più profondi e confortanti della sua natura è quello di essere Padre. Di esserci Padre. Quindi di amarci, di un amore tenero, totalizzante, capace di comprensione e di perdono. Pensare a Dio come papà ci aiuta a comprendere il suo amore infinito, la sua cura e la sua volontà di guidarci lungo il cammino della vita. Come un padre terreno si prende cura dei propri figli, così Dio si prende cura di noi. Ci guida lungo il cammino, ci dà saggezza e ci protegge dalle insidie della vita. La sua presenza è una fonte di sicurezza e di speranza, anche quando le sfide sembrano insormontabili. La preghiera e la fede sono strumenti che ci aiutano a sentirci più vicini a lui e a ricevere il suo sostegno. Come disse Dio stesso a suora, Eugenia Ravasio  “con questo dolce nome di Padre […] l’amore e la fiducia faranno la vostra felicità nell’eternità”. Grazie Papà! Buona festa e grazie per esserci Padre!

Fabrizia Perrachon

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L’ “Anima di Cristo” in chiave sponsale

Il 31 luglio la Chiesa ricorda Sant’Ignazio di Loyola che, “guarda caso” è il mio Santo dell’anno. E, “guarda caso”, proprio quest’anno in cui mio marito ed io celebriamo due decenni da quando stiamo insieme. Era esattamente il 31 luglio 2005 quando ci siamo detti ti amo per la prima volta. Noi celebriamo questo giorno proprio come l’anniversario di matrimonio.

Perché tutto è iniziato quel giorno! Eravamo al Santuario di Loreto (AN) in partenza per il Festival dei giovani di Medjugorje dove, l’anno precedente, c’eravamo conosciuti. Proprio lì, sotto il manto di Maria, abbiamo affidato tutto di noi. Proprio quel giorno, come oggi. Proviamo allora a rileggere in chiave sponsale la profondissima preghiera che compose Sant’Ignazio di Loyola: “Anima di Cristo”. Nella quale tutte le invocazioni saranno modificate nel noi. Perché il noi, in ogni preghiera per coppie che si rispetti, è tanto il minimo comune multiplo quanto il massimo comune divisore.

“Anima di Cristo, santificaci. Corpo di Cristo, salvaci. Sangue di Cristo, inebriaci. Acqua del costato di Cristo, lavaci

Cristo è il centro di qualsiasi relazione di coppia che voglia essere bella, vera, totalizzante, santificante. Senza il perno su cui ruotare non andremo da nessuna parte. Potrà funzionare per un po’ ma non per sempre. L’anima, il corpo, il sangue e l’acqua del costato di Gesù sono il fondamento del matrimonio cristiano. Corpo e sangue di cui li sposi si cibano e si dissetano durante il rito, promettendosi amore eterno, cure reciproche e fedeltà, davanti a Dio e agli uomini. È in quel momento che anche loro diventano sacerdoti, sacerdoti dell’amore umano come riflesso di quello trinitario. Perché non sarà sempre tutto bello; e allora, senza anima, corpo, sangue e acqua del costato di Gesù, come potrà salvarsi la coppia?

Passione di Cristo, confortaci. O buon Gesù, esaudiscici. Dentro le tue ferite nascondici. Non permettere che noi ci separiamo da te

Ecco che, passata la luna di miele, s’affacciano i primi problemi, le prime discussioni, le prime delusioni. Senza Cristo, chi ce lo fa fare di rimanere insieme? «Perché dobbiamo soffrire se possiamo avere un’alternativa di felicità?». «La vita è breve, va goduta! Non passata a inseguire un sogno che non esiste. O che, al contrario, si è trasformato in un incubo». «E’ stato un errore sposarti! Con un altro/un’altra sarò di nuovo felice». Quante brutte tentazioni! Quante provocazioni pericolose il nemico insidia nel cuore! E quanta ancor più grande tristezza se si cade in esse! Ecco perché è proprio la Passione di Gesù a venire in soccorso agli sposi. Nella sua amara agonia, negli insulti, negli schiaffi, nella flagellazione, negli sputi, nella barba strappata, nella coronazione di spine, nel peso della croce, nella salita al Calvario, nelle cadute, nel fianco squarciato dalla lancia, c’eravate voi. C’eravamo noi, carissimi sposi di ieri, di oggi e di domani! Carissimi sposi di sempre e per sempre! Gesù ha sofferto ed è morto anche per noi, per ciascuno di noi, per ciascuno dei nostri noi sponsali. Nascondiamoci nelle Sue ferite. Solo così non saremo mai separati: né da Lui né tra di noi.

Dal nemico maligno difendici. Nell’ora della mia morte chiamaci. Comandaci di venire a te, perché con i tuoi Santi noi ti lodiamo. Nei secoli dei secoli. Amen

Sì: la bella, magnifica, rivoluzionaria e stratosferica notizia è che l’amore coniugale salva e porta in Cielo! Con lo scudo di Cristo che ci difende, il nemico indietreggia e se ne va. Ma la “buona battaglia” va combattuta ogni giorno, scegliendo Dio e il coniuge ogni giorno. Ogni mattino quando ci svegliamo. Ogni momento della giornata, nelle scelte decisioni come in quelle più grandi. Ogni sera quando andiamo a letto. Ogni momento, riprendendo questo ogni giorno, sempre, senza stancarsi, senza paura. Perché il matrimonio salva. Il marito può e deve salvare la moglie. E la moglie può e deve salvare il marito. Impegnandosi ogni giorno con rispetto, spirito di servizio, gioia, speranza, felicità, soddisfazione. Cristo chiama gli sposi a essere missionari dell’amore in una società che ne ha disperatamente bisogno. Cristo chiama gli sposi nell’ora della morte, comandando loro di venire da Lui a lodarlo insieme ai Santi. Ma questa santità, questo desiderio di santità, questa voglia di santità, bisogna averla fin dalla terra. Bisogna averla fin da quaggiù. Bisogna averla dalla prima volta che di diciamo ti amo. Bisogna averla dal giorno del sì fino all’ultimo che ci concederà il Signore. Allora, la vita, non sarà che l’anticipo del domani glorioso cui siamo chiamati. Insieme. “Nei secoli dei secoli. Amen“.

Fabrizia Perrachon

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La fede non va in vacanza

C’è un bellissimo film, “L’amore non va in vacanza”, che ho visto decine di volte. Ha delle pieghe un po’ improbabili ma questo non lo rende meno godibile. La pellicola è una commedia romantica del 2006 che, sono certa, molti di voi hanno apprezzato. Ma, per chi non la conoscesse, ne ripercorro brevemente le vicende.

Due donne, Iris e Amanda, stanche delle loro relazioni complicate e insoddisfacenti, decidono di scappare dalle loro vite e di scambiarsi casa per le vacanze. Iris si trasferisce in una pittoresca casa in Inghilterra, mentre Amanda si dirige verso il caldo e soleggiato Sud della California. Durante il soggiorno, entrambe vivono nuove esperienze, incontrano persone diverse e riscoprono il vero significato dell’amore e della felicità. La storia mette in evidenza come un cambiamento di scenario possa aiutare a vedere le cose sotto una luce diversa e a trovare la felicità anche nei momenti più difficili.

E’ vero, direte voi: il film è ambientato nelle vacanze di Natale. E adesso siamo in piena alta stagione estiva, fa un caldo terribile (o magnifico, per altri!), cosa c’entra? C’entra che anche ora siamo in periodo di ferie. C’entra che certe cose possono e devono andare in vacanza e altre no. Come, per esempio, la fede.

L’estate, con le sue spiagge assolate, le escursioni in montagna e le città piene di vita, è il momento in cui molti di noi si concedono una pausa dalla routine quotidiana. Ma c’è una cosa che, indipendentemente dalla stagione o dal luogo, non dovrebbe mai essere messa da parte: la fede.

Ripeto da anni il detto “la fede non va in vacanza”; esso ci ricorda che, anche durante le ferie, il nostro rapporto con il divino, con i valori e con la spiritualità deve rimanere vivo e forte. La fede non è solo un momento di preghiera o di riflessione ma un modo di essere, il filo conduttore che ci accompagna in ogni situazione, anche lontano da casa. Che caratterizza le nostre relazioni, il nostro modo di essere coniugi, genitori, figli, amici. Che dev’essere il centro della nostra vita e, come tale, non è possibile parcheggiare, dimenticare o abbandonare in autogrill, poco dopo la partenza.

Ma perché è importante mantenere viva la fede anche in vacanza? Innanzitutto, perché ci aiuta a trovare serenità e pace interiore, anche quando siamo in ambienti nuovi o in situazioni di relax che potrebbero farci perdere di vista i nostri valori. E poi, come si può dimenticare di ringraziare e lodare il Signore per le tante meraviglie che ha creato? Per isole e spiagge paradisiache, per la bellezza dei boschi e delle vallate, per gli incredibili cambiamenti di paesaggi e climi di cui possiamo godere, più o meno lontano da casa? Senza scordare che la fede ci dà forza e speranza nei momenti di difficoltà o di incertezza che possono capitare anche durante le ferie.

Vivere la fede non dev’essere un obbligo né un rigido protocollo ma un rapporto d’amore vero, vivo, autentico con il Signore! Che può concretizzarsi in un momento di preghiera al mattino o alla sera, una riflessione durante una passeggiata, un Santo Rosario, la Santa Messa ma anche semplicemente un pensiero di gratitudine per le meraviglie che ci circondano. La fede non richiede grandi gesti ma costanza e sincerità nel cuore.

Vivere la relazione con il Signore può essere bellissimo in vacanza! Ecco qualche consiglio, semplice quanto efficace:

  1. c’è molto più tempo libero e si è slegati dalla routine;
  2. si può pregare all’aria aperta, immersi nella natura, passeggiando in un bosco e sul bagnasciuga;
  3. in viaggio possiamo approfittare per visitare chiese, santuari o altri luoghi di culto, partecipando alle celebrazioni locali, a volte molto caratteristiche ed arricchenti sia dal punto di vista culturale che spirituale;
  4. possiamo portare con noi libri o testi che aiutano a riflettere sul nostro rapporto con il Cielo; leggere storie di santi, passi della Bibbia o altri scritti spirituali può essere molto stimolante;
  5. durante le vacanze è buona abitudine raccogliersi insieme per ringraziare dei giorni belli che si stanno vivendo. La gratitudine rafforza la fede e aiuta a vedere la bontà di Dio anche nelle più piccole cose;
  6. è importante condividere pensieri e riflessioni sulla fede perché parlarne aiuta ad elevarsi, e a farlo come coppia e come famiglia;
  7. la fede si alimenta anche attraverso azioni di amore e solidarietà: fare qualcosa di gentile per qualcuno, durante le vacanze, può essere un modo concreto per vivere i valori della fede.

In conclusione, vacanza o no, il rapporto con Dio è un compagno fedele che ci sostiene e ci guida. Ricordiamoci di portarla sempre con noi perché “la fede non va in vacanza“!E questa è davvero una bella notizia, che ci permette di affrontare ogni giorno la vita con speranza e fiducia, ovunque ci troviamo.

Fabrizia Perrachon

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Quando anche un Lutto Terribile può Portare Frutti di Bene

Per una coppia la scoperta di una gravidanza rappresenta un momento di gioia e speranza, soprattutto quando è stata desiderata, cercata, sognata. È proprio per questo motivo, ma non solo, che quando s’interrompe prematuramente, si apre una ferita dolorosissima. La perdita della creaturina, anche se spesso ancora invisibile agli altri, è un’esperienza travolgente e difficile da affrontare, soprattutto se si è da soli. Esperienza che è giusto imparare a chiamare e identificare con un nome ben preciso: lutto prenatale.

Con esso ci si riferisce alla perdita di un bambino prima della nascita, che può avvenire in qualsiasi momento della gravidanza, dalle prime settimane fino al termine. Questa perdita può essere causata da vari motivi come anomalie genetiche, complicazioni mediche o altre circostanze impreviste. Anche se esse avviene prima che il bambino possa essere visto o riconosciuto pubblicamente, il dolore dei genitori è reale, profondo, lancinante.

Ahinoi, spesso questo lutto viene sottovalutato, minimizzato o del tutto misconosciuto dalla società, sia perché il bambino non è ancora nato e sia perché non è stato possibile conoscerlo di persona, guardarlo negli occhi, prenderlo in braccio. Tuttavia, per i genitori, la perdita rappresenta un lutto reale e significativo, che merita di essere riconosciuto ed elaborato. O meglio: il lutto è tale per l’intera società, anche se ancora troppe volte si fa finta di non vederlo e/o di non riconoscerlo come tale. Parlare di lutto prenatale aiuta a normalizzare il dolore, a condividere le emozioni e a trovare supporto nel percorso di elaborazione.

Le mamme e i papà, infatti, possono vivere un’ampia gamma di emozioni: tristezza, rabbia, senso di colpa, confusione, vuoto e dolore profondo. È normale sentirsi smarriti o incapaci di trovare una spiegazione razionale a quanto accaduto. Ogni persona vive il lutto in modo diverso ma il fatto di sentirsi in qualche modo “sminuiti” non aiuta di certo. Mio marito ed io sappiamo bene di cosa si tratta: ci siamo passati tredici anni fa, quando una cortina gelida e quasi impenetrabile intrappolava i nostri cuori lacerati dalla sofferenza. Da un lato, il freddo di sentirsi senza quel figlio cercato a lungo, amato, voluto. Dall’altra, la quasi totale mancanza di comprensione di chi ci stava intorno, a parte poche benedette eccezioni, che non smetteremo mai di ringraziare.

È importantissimo dire, però, che l’aborto spontaneo non può e non deve essere la fine di tutto: la fine dell’armonia, dell’amore tra coniugi, della possibilità di essere ancora felici. L’aborto spontaneo non può e non deve essere la fine del rapporto con Dio, della nostra fiducia il Lui, della speranza di provare ancora sentimenti positivi. L’aborto spontaneo non può e non deve essere, infine, la scusa per barricarsi dietro una trincea di dolore tale da renderci odiosi, freddi e distanti dalle altre persone, che pur magari – non capendoci – ci hanno ferito. L’aborto spontaneo può e deve essere l’inizio di un nuovo modo di approcciarsi alla vita e di abbandonarsi nelle mani di un Padre che è sempre, eternamente e infinitamente Buono. L’aborto spontaneo può e deve essere l’inizio della testimonianza che risorgere è possibile. L’aborto spontaneo può e deve essere la dimostrazione che con Dio anche i drammi più spaventosi non solo si possono superare ma possono diventare occasioni di Grazia.

Così è nato “Dal Chicco alla spiga”: il primo cammino cattolico di preghiera, speranza, elaborazione e guarigione che mio marito ed io proponiamo gratuitamente a tutti coloro che si metteranno in marcia con noi. Sì, perché la strada verso il Cielo è sempre un muoversi verso Dio e verso gli altri. Quando, nell’aprile 2013, ci è stato detto «Non c’è più battito», per qualche istante anche i nostri cuori hanno smesso di battere. Ma poi il Signore ci ha fatto comprendere che Chicco – questo il nome scelto per nostro figlio – aveva una missione da compiere: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). E noi con lui. Era la sua missione ma anche la nostra. Affiancati da amici e professionisti, vi aspettiamo online a partire dal 24 settembre 2025. Insieme scopriremo che ogni chicco porta a una splendida, rigogliosissima e profumatissima spiga. Perché “nulla è impossibile a Dio”! Basta fidarsi. Basta dirGli di sì. Basta dire “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4. 13).

Fabrizia Perrachon

Per visionare la locandina e il programma completo clicca qui.

Per iscriversi gratuitamente a “Dal Chicco alla spigaclicca qui oppure scrivi a dalchiccoallaspiga@gmail.com

Aiutaci a far conoscere questo cammino: diffondilo, condividilo, invialo, postalo! Farai del bene alla tua anima e a quelle di tante persone bisognose di conforto e speranza. Sapevi che ho scritto dei libri specifici sull’aborto spontaneo, partendo proprio da quando vissuto insieme a mio marito? Puoi trovarli qui.

Un Divano e due Telefoni è la Tomba dell’Amore

Un divano e due telefoni è la tomba dell’amore, ce l’ha detto anche un dottore”: sono le parole di una celebre canzone di Sanremo 2025 che, pur non avendo vinto il Festival, sta spopolando nelle radio. L’ho sentita ancora l’altro giorno e non ho potuto fare a meno di riflettere. A parte il ritmo che conquista – e ti ritrovi a canticchiarla, anche se non vuoi – “Cuoricini” ha un testo su cui vale la pena spendere qualche parola. Anche a distanza di diversi mesi dal lancio.

Questa canzone sembra apparentemente dolce e spensierata, evocando un amore giovane condito da emozioni semplici ma intense che si provano quando si è innamorati. Il titolo stesso richiama l’immagine dei cuori, simbolo universale di affetto e tenerezza. È una canzone che può farci sorridere e ricordare quanto siano importanti i piccoli gesti e le emozioni sincere. La melodia trasmette un senso di leggerezza e gioia. Ma il testo?

Se mi trascuri, impazzisco come maionese – Ci sto male (male, male, male)”. Vero. La relazione di coppia, sia tra fidanzati che tra sposi, dev’essere per eccellenza un rapporto di cura reciproca. Il trascurarsi è il veleno per antonomasia. Che fa morire la piantina dell’amore. Che raffredda il rapporto e lo fa impazzire, proprio come quando – specialmente anni fa – si preparava la maionese in casa. E non c’erano ancora il mixer a immersione o altri strumenti per cucinare. Era difficilissimo recuperare la “maionese impazzita” e purtroppo, il più delle volte, andava sciupata. Nella coppia è la stessa cosa. Rivolgiamo sempre, ogni giorno, attenzioni alla nostra metà, anche se siamo stanchi o giù di corda. Perché sicuramente gradiremmo anche a noi lo stesso. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12).

“E mi hai buttato via in un sabato qualunque mentre andavi in cerca di uno slancio di modernità”. Verissimo anche questo. Quante coppie si spezzano a causa di un colpo di testa, di una sbandata, di un capriccio momentaneo! La cosiddetta “modernità”. Ne vale davvero  la pena? Ha senso buttare un buon fidanzamento o un matrimonio consolidato per qualcosa che sicuramente non merita? Che non vale le promesse, l’affetto, l’amore, la dedizione quando addirittura la promessa solenne davanti a Dio? In un giorno qualunque, per una debolezza qualunque che non si è riusciti a dominare, si butta via la persona più importante della vita. L’antidoto c’è e, “guarda caso”, è proprio la Parola di Dio a suggerircelo: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” (Can 8, 6).

“Poi mi uccidi, poi mi uccidi, quegli occhi sono due fucili, due fucili”. Possiamo, forse, dar torto anche a questa frase? Quante volte uccidiamo l’altro con uno sguardo pieno di rancore, rabbia, gelosia e persino odio? Quante volte, pur senza parlare, stendiamo letteralmente il marito o la moglie semplicemente con un’occhiata sbagliata, senza alcuna pietà, compassione, misericordia?

Chiediamoci: come ci guarda il Padre? Nel modo umano, a volte pieno di risentimento, oppure con il filtro del perdono, della comprensione, della pazienza? Se la coppia di uomo e donna, marito e moglie, è l’immagine umana della Trinità, dobbiamo sforzarci di guardarci tra noi in questo modo, come farebbe Dio. Anche se l’altro in quel momento ha torto e noi ragione. Anche se l’altro, per l’ennesima volta, ci ha fatto arrabbiare per quella cosa lasciata in disordine. Anche se l’altro ci ha ferito o riposto male. Cerchiamo di guardarlo come farebbe il Signore. Farà bene a noi, come singoli, e soprattutto al nostro noi come coppia. “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6, 22-23).

“Che dovrei dire io che ti parlavo e tu nemmeno ti mettevi ad ascoltare”. Altra triste constatazione. Troppe volte siamo così distratti che l’altro può esserci incollato ma è come se tra noi ci fossero oceani, continenti, galassie. Ma dovevamo essere una cosa sola? Come ci trascina il mondo! Come ci allontana, divide, separa! Spegniamo tutto ciò che ci distoglie dal nostro lui o dalla nostra lei, perché merita le nostre attenzioni, sempre. E sintonizziamoci, innanzitutto, sulla frequenza di Dio, perché “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7, 24).

Grazie al Cielo, in tutto questo, “un sabato qualunque mi hai portato via da tutta quanta la modernità”.  E tornarono a pregare insieme, a rispettarsi, a volersi bene, ad amarsi, ad essere “un’unica carne” (Gn 2, 24).

Fabrizia Perrachon

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Pier Giorgio e il suo amore per Laura

Voglio un amore che sappia di te, con quel gusto un po’ amaro di un vino da re” è l’esordio di “Un amore grande”, canzone italiana di oltre quarant’anni fa. Come questo testo ben suggerisce, l’amore non è solo felicità ma anche sacrificio. Non solo cuoricini ma anche sofferenza. Non solo spensieratezza ma anche – necessariamente – serietà. Non solo emozione ma anche scelta. E, soprattutto, non costrizione ma piuttosto libertà. Proprio così fu l’amore che (l’ormai prossimo San) Pier Giorgio Frassati provò nei confronti di Laura Hidalgo. Dato che il 4 luglio ricorre il suo dies natalis, penso sia importante parlare di un aspetto forse poco conosciuto di questo giovane eroe della fede. Perché in Cielo si va anche se, oltre a Dio, si ha avuto pure un amore umano.

Conosciuta durante le vacanze di carnevale del 1923, Laura era figlia di un generale spagnolo divenuto poi cittadino italiano. Rimasta orfana di entrambi i genitori, dopo aver studiato al liceo “Massimo D’Azeglio” di Torino, si era iscritta alla facoltà di matematica. Proprio come Pier Giorgio, anche per Laura la fede cristiana e la carità verso gli altri erano i valori portanti della vita. Fu questo a far scorgere in lei, agli occhi e al cuore del giovane Frassati, non una ragazza come tante ma la possibilità di un amore vero, bello, puro. C’era un però, un grande però: Laura non era abbastanza altolocata per diventare la moglie di uno dei rampolli più in vista della società dell’epoca. Pier Giorgio lo sapeva. E sapeva pure che parlarne ai genitori avrebbe acuito la gravissima crisi che già minava, da anni, il loro rapporto coniugale. Che fare, allora?

Dichiarare a Laura il suo amore oppure no? Confidarsi con qualcuno? Parlarne in casa, pur sapendo di scatenare malcontento? Straziarsi il cuore? Pier Giorgio, pieno di fiducia in Dio, fece una scelta coraggiosa, che forse oggi definiremmo quasi folle: soffrire in silenzio per non far soffrire nessun altro a parte se stesso.

Non si rivelò a Laura né chiese il benestare ai genitori, ben sapendo che non sarebbe mai arrivato. In un’epoca, la nostra, in cui egoismo ed egocentrismo sembrano le uniche cose che contano – e da soddisfare sempre e comunque – il Frassati c’insegna qualcosa di profondo, autentico, quasi dimenticato. C’insegna che l’amore vero non è quello che pretende tutto e subito, quello che esige, che fa la voce grossa, che minaccia, che stolkera. L’amore vero è quello capace di fare anche un passo indietro. Quello preparato per aspettare, riflettere, valutare. Un amore in grado di offrire a Dio anche le pene più intime, sicuro di trovare il più grande conforto.

Chi è in grado, ai nostri giorni, di “rallentare”, come ha fatto Pier Giorgio? Chi è in grado di ragionare pur davanti ai piccoli e grandi “no” che necessariamente la vita ci pone dinnanzi? Forse chi si lascia travolgere dai raptus della violenza e dell’odio? O forse chi – proprio come Frassati – sa mettersi in ginocchio davanti al Padre? Proviamo a immaginare il dolore di questo ragazzo, poco più che ventenne: un amore che non sarebbe mai stato accettato dai genitori, un sentimento rimasto in sospeso, un sogno spezzato.

Pier Giorgio ne soffrì molto, confidandosi con pochissimi fidati amici e, in seguito, anche con la sorella Luciana. Quest’ultima ha raccontato che il fratello, un giorno, le si avvicinò “con i suoi grandi occhi neri e mi ha detto che era innamorato di una ragazza che conoscevo“.  Scrisse Pier Giorgio che “sacrificava l’idea di una relazione che avrebbe potuto portare molta gioia […] E’ colei che ho amato di un Amore puro e oggi, rinunciando ad esso, desidero la sua felicità […] Così lei sarà sempre per me una buona amica che […] mi avrà aiutato a mantenere la retta via verso la Meta“.

Potrebbe sembrare una storia triste ma, in realtà, questo aspetto della vita di Pier Giorgio ha ben altro da dirci e qualcosa di ben più profondo da lasciarci: non vergognarsi se non si eccelle in tutto, nella vita. Non vergognarsi dei fallimenti, delle difficoltà, dei momenti bui, delle contrarietà. Pier Giorgio c’insegna che non siamo i soli a soffrire e che il nostro valore non dipende dalle sconfitte ma da come sappiamo affrontarle, e superarle. Pier Giorgio ci aiuta ad avere coraggio e a non cedere allo sconforto perché “tutto concorre al bene di coloro amano Dio” (Rm 8, 28).

E, infine, Pier Giorgio ci fornisce un magnifico esempio di amore vero. Non quello annacquato delle copertine patinate. Non quello finto e illusorio di tanti Social. Non quello pericoloso di tante relazioni malate. No. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo si è donato. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo ha accolto anche chi non accettava. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo ha dimostrato nei fatti cosa significhi servire.

Pier Giorgio è stato un campione di fede e non a tutti sono chiesti i sacrifici che ha sopportato lui. Ma qualcosa, sicuramente ci accomuna e rende fattibile, per ciascuno di noi, la via al Cielo; per usare le sue stesse parole: “Da te non farai nulla ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione, allora sì, arriverai fino alla fine”.

Fabrizia Perrachon

P.S.: un piccolo, grande regalo per tutti: l’e-book gratuito per bambini e ragazzi che ho realizzato su Pier Giorgio Frassati! Lo trovate qui. Diffondetelo, stampatelo, coloratelo: sarà un modo snello e simpatico per diffondere la santità travolgente di Pier Giorgio.

Antonio e Luisa

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Matrimoni e Anniversari: l’Importanza di Celebrare

I mesi estivi, nel nostro Paese, sono quelli generalmente più scelti per la celebrazione dei matrimoni. Secondo il “Libro bianco del matrimonio” (lo studio più completo nel settore wedding), pubblicato da www.matrimonio.com in collaborazione con Google ed ESADE Business School, le coppie scelgono di sposarsi quando il clima è più favorevole. Un risultato che non sorprende.

Come scritto in un famoso versetto del Qoelet: “Niente di nuovo sotto il sole” (Qo 1, 9).  Nel 2024, per esempio, la statistica ha evidenziato le seguenti percentuali: il 10% ha scelto maggio; il 21% delle coppie pensa che giugno sia il mese migliore per sposarsi; a luglio, il 17%; il 10% ha scelto agosto; il 24%, infine, ha eletto settembre come mese perfetto.

Al di là dei numeri, è interessante fermarsi a pensare sul significato dell’anniversario di matrimonio, anche quando non è il nostro. Perché è bello ricordarsi di fare gli auguri a una coppia? E che insegnamento possiamo trarne per la nostra? Il significato emotivo degli anniversari, infatti, va oltre la semplice commemorazione di un singolo giorno, pur speciale che sia. Questi eventi offrono un’opportunità per riflettere sull’amore, la dedizione e il percorso che una coppia ha intrapreso insieme. Ogni anniversario porta con sé un significato unico, simboleggiando non solo il tempo trascorso, ma anche la crescita e l’evoluzione dei sentimenti tra marito e moglie.

La celebrazione degli anniversari può anche fungere da catalizzatore per riaccendere l’amore, alimentando il legame che unisce la coppia. Questi momenti diventano quindi occasioni per esprimere gratitudine e riconoscere i sacrifici fatti l’uno per l’altro.

Quando una coppia celebra un anniversario, si vive un momento di profonda condivisione e riflessione, che può rafforzare ulteriormente il legame. Tuttavia, se uno dei due non attribuisce importanza a queste celebrazioni, può sorgere una tensione che influisce sulla relazione stessa. La percezione di un anniversario può rivelare molto sulle aspettative e i valori di ciascuno – prima – e di coppia – poi – ed è fondamentale comunicare apertamente l’uno con l’altra. Gli anniversari, quindi, non sono solo un momento di gioia, di emozione, di comunione ma anche un’opportunità per affrontare le differenze e lavorare sulla crescita reciproca all’interno della relazione sponsale.

I ricordi sono uno degli aspetti più preziosi degli anniversari. Che è bello e importante rinnovare non soltanto con una cena romantica o un viaggio, ma con ciò che ha reso possibile tutto questo: l’amore sponsale nell’amore di Dio. L’amore sponsale come specchio dell’amore di Dio. L’amore sponsale come volto concreto, terreno, tangibile dell’amore di Dio.

Ecco allora che non sarà significativo soltanto riguardare foto o video di “quel giorno”, quanto piuttosto pregare perché l’impegno non si indebolisca e non venga meno. L’anniversario, insomma, non è solo ritornare a “quel giorno” ma riattualizzare il “sì” che ha portato ad essere una cosa sola.

Perché attraverso la celebrazione degli anniversari, insomma,  la coppia non solo onora il proprio passato ma pone le basi per un impegno sempre nuovo, vivo, attuale, fatto non solo di speranze e di sogni. Ma di certezza celeste: Dio è e sarà sempre con noi se lo vorremmo. Non perché “quel giorno” abbiamo pronunciato una frase. Ma perché ogni giorno scegliamo la fedeltà a un impegno che deve portarci alla salvezza. Non solo mia né solo tua, nostra. Perché sposarsi significa salvarsi attraverso il matrimonio.

Ed essere anche un esempio. Per altre coppie, per i figli, per gli amici, per chiunque. L’unità sponsale cristiana deve diventare testimonianza di amore possibile, quotidiano, santificante. Non banale né banalizzato dalle cose di tutti i giorni. Ma beato proprio grazie alla fedeltà di ogni giorno. Che si sceglie. Anche se costa fatica, anche se comporta dei sacrifici. Sacrifici che pagano sempre e ricompensano il centuplo promesso a chi lavora per il Regno di Dio.

E cos’è, questa, se non la bellezza del matrimonio cristiano? Ecco perché ricordare un anniversario di matrimonio, anche se non è il nostro, è sempre buona cosa. Ci serve per “ripassare” che non c’è nessun grande risultato senza impegno, senza qualcosa per cui valga la pena vivere. Anniversario non è solo un mazzo di fiori o una torta ma la prova vivente che ce la si può fare. Insieme ma soprattutto insieme a un Padre che ha voluto questo sacramento. Perché “la felicità è un percorso, non una destinazione (Madre Teresa di Calcutta).

Fabrizia Perrachon

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Non c’è Solo la Promessa Nuziale

Ci sono promesse ben più grandi di noi, che solo Dio può avere l’audacia di pensare, progettare, proporre e realizzare. Il termine “promessa” compare oltre centosessanta volte nella Bibbia (traduzione italiana): questo deve farci rifletterci e spingerci verso certe domande.

Chi è il fautore di queste promesse? Chi ne è il protagonista? Cadono semplicemente dal Cielo esigono una partecipazione dell’uomo? Sono solo un annuncio da accettare – o meno – passivamente o implicazione una reazione, una risposta, un’azione? Ne sono fedeli entrambi le parti? Oppure una, più dell’altra, è disposta a perdonare, nonostante tutto?

Promettere è qualcosa di solenne, definitivo, potentissimo nella cultura sociale umana. Il termine deriva dal latino promittere, composto di pro e mittere, che significa «mandare, inviare». Possiamo tradurlo quindi come «mandare avanti», «inviare pro-attivamente».

A tal proposito nell’enciclopedia Treccani online leggiamo: “Annunciare ad altri la propria intenzione di fargli o dargli qualche cosa a lui gradita o da lui chiesta, o comunque impegnarsi a fare qualche cosa, a tenere un dato comportamento, ecc. Con compl. oggetto: p. un premio, un regalo, una ricompensa; gli ho promesso il mio appoggio; m’ha promesso aiuto, o il suo aiuto; non ti posso p. nulla. Con prop. oggettiva: promettimi di star buono, di comportarti bene; mi ha promesso di mettersi a studiare; ti prometto di tornare presto; promettimi che mi condurrai con te; mi prometti che non lo farai più? come risposta: te lo prometto; lo prometto (o semplicem. prometto)”. [1]

La Parola è colma di promesse meravigliose. Potremmo dire di essere tutti figli di una promessa. La prima, grande, onnipotente, eterna, è che abbiamo un Padre che ci ama e ci ha amati da sempre: “Ti ho amato di amore eterno” (Ger 31,3). Un Figlio che è venuto a riscattarci: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14, 2-3). Uno Spirito Santo che ci sostiene: “Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26).

Pensiamo a qualcuna delle promesse bibliche più conosciute ed importanti, come quella ad Abramo: “«Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia” (Gn 15, 5-6). Pensiamo alla promessa fatta a Zaccaria: “Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni …» (Lc 1, 13). E, poi,pensiamo alla promessa fatta a Maria: “«Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù … nulla è impossibile a Dio»” (Lc 1, 30-31 e 37).

Questa grandezza non è relegata solamente al passato o solamente a questi (santi) personaggi. Le promesse di Dio sono per ciascuno di noi. Da sempre e per sempre. Anche quando tutto sembra essere contro di noi. Anche quando nessuno oserebbe mai pensare al contrario. Perché Dio è al sopra di tutto e di tutti. È onnipotente, può tutto. Ma dobbiamo credere in Lui. Dobbiamo credere che Lui può. Dobbiamo fidarci ciecamente. Perché, come amo dire, la speranza cristiana è la certezza nel compimento delle promesse di Dio.

Ognuno di noi, dunque, è chiamato a credere a queste promesse. Che sono certamente più di un una, nell’arco della vita. Ci sono quelle nell’infanzia, nell’adolescenza, nell’età adulta, in quella avanzata. Promesse che partono dal basso, da noi, e si rivolgono verso l’Alto. Così come quelle che Dio stesso stringe con noi. Il problema è quando non ce ne accorgiamo, o quando non vogliamo vederle, sentirle, abbracciarle, accettarle. Ci sono poi le promesse che scambiamo tra noi, fino ad arrivare a quella nuziale, il patto per eccellenza tra un uomo e una donna e Dio. Ogni vocazione ha le sue promesse, in qualunque direzione esse si muovano e da qualunque partono. L’errore sta nel pensare che siano solo per alcuni e non per tutti.  

Il 20 giugno è il giorno del compimento di due enormi promesse che Dio ha fatto a mio marito e a me: il 20 giugno 2012 nel battesimo di desiderio di Chicco, il nostro primogenito, nato direttamente in Cielo. Il 20 giugno 2013 nella nascita di Samuele Maria. Perché il Padre è fatto così: garante per eccellenza, ci parla anche attraverso le date.

Fabrizia Perrachon

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[1] Definizione completa disponibile al link https://www.treccani.it/vocabolario/promettere/