Ti mangio … di baci

“Ti mangio di baci” è una frase che, al solo pronunciarla, evoca un’immagine vivida di affetto travolgente. Può essere rivolta a un dolcissimo neonato, a un bimbo oppure al nostro amore, fidanzato/a o coniuge. Voler “mangiare di baci” qualcuno ha un significato più profondo della semplice azione in sé perché, a seconda di chi è il destinatario, può racchiudere passione, desiderio, gioco o tenerezza. In questa espressione convivono dolcezza e intensità: il voler “mangiare” di baci l’altro è quasi un bisogno fisico, un’attrazione che spinge a colmare ogni distanza, a non lasciare spazio tra sé e la persona amata. Ma cosa significa davvero questa frase, e perché ha un così forte impatto nella vita di coppia?

Il bacio, nella storia dell’umanità, ha sempre avuto un significato profondo. Studi di psicologia evolutiva mostrano che il contatto labbra a labbra attiva aree cerebrali legate al piacere, rilasciando ossitocina, dopamina e serotonina — ormoni che alimentano il legame e il benessere emotivo. Il “ti mangio di baci” porta questo gesto a un livello più intenso: è come dire non riesco a saziarmi di te. È un comportamento istintivo, simile al modo in cui una madre riempie di baci il proprio bambino piccolo: un misto di protezione e amore incondizionato. Nella coppia, questo istinto diventa un segnale di forte connessione emotiva e attrazione fisica.

“Ti mangio di baci” non è solo passione ma anche intensa tenerezza. C’è un aspetto giocoso, quasi infantile, che si insinua in questa frase. È il lato spensierato dell’amore: quel ridere insieme, quello stare bene anche in silenzio, quel bagaglio di condivisione di vita che dura da anni.  In molte coppie, “ti mangio di baci” diventa una frase rituale, quasi un piccolo codice segreto. Pronunciarla significa attivare immediatamente ricordi e sensazioni condivise: magari un bacio dato in un momento speciale, o un gesto affettuoso che ha segnato l’inizio della relazione. La forza dei rituali affettivi in coppia è ben documentata: generano continuità, stabilità e senso di appartenenza. Un bacio “appetitoso” improvviso, accompagnato da quella frase, può spezzare la routine quotidiana e riportare l’attenzione sul valore del legame.

Dietro tutto questo, però, c’è molto di più: chi è che, per eccellenza, si dona a tal punto da farsi magiare, letteralmente? “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo” (Mt 26,). Con queste parole, Gesù non si limita a offrire un gesto simbolico ma istituisce un sacramento che diventa il cuore pulsante della vita cristiana, l’Eucaristia. Qui si nasconde una verità radicale: il Figlio di Dio sceglie di farsi cibo per l’uomo. Per gli uomini e le donne di tutti i tempi, da lì in avanti. Per i nostri avi, per noi, per i nostri figli, per i nostri posteri. Per tutti, ovunque e per sempre. Farsi mangiare significa farsi completamente disponibile all’altro, fino a diventare parte di lui. Non è un’offerta parziale, ma totale: non dona solo qualcosa, dona sé stesso. Dal punto di vista teologico, questo è il compimento dell’Incarnazione: Dio non solo si fa uomo, ma si fa nutrimento, entra fisicamente nella nostra vita, si unisce a noi dall’interno.

Nella cultura ebraica, mangiare insieme aveva un valore di comunione profonda. Qui Gesù va oltre: non si limita a sedere alla stessa tavola, ma diventa il cibo stesso. Questo gesto, letto alla luce dell’amore, esprime intimità assoluta perché non c’è unione più completa di quella che passa dal nutrimento. Ma esprime anche il desiderio di rimanere: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56). È il contrario di un Dio lontano e intoccabile: è un Dio che si lascia “consumare” perché l’amore, per sua natura, si dona fino in fondo.

Mangiare, biologicamente, significa assimilare ciò che si consuma. Nel caso dell’Eucaristia, il processo si ribalta: non siamo noi a trasformare Cristo in noi, ma è Lui che trasforma noi in Lui. Sant’Agostino lo spiegava così: “Non sarai tu a trasformare me in te, come il cibo del tuo corpo, ma sarò io a trasformare te in me.” In questo senso, l’Eucaristia è un’esperienza di trasfigurazione: non solo ci nutriamo di Cristo, ma diventiamo più simili a Lui. Mangiare qualcuno di baci, allora, si configura come un’espressione di amore altissimo, al di là dell’espressione divertente e divertita. Significa, ancora una volta, che Gesù ci ha insegnato tutto. E che il vero cibo dell’amore è Lui che si fa dono. E noi, piccoli piccoli, se ci doniamo a nostra volta, rendiamo visibile nel concreto questo immenso regalo d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Cosa possono insegnarci due cicogne innamorate

Per generazioni i bambini sono cresciuti ascoltando una storia affascinante e delicata: i neonati arrivavano portati dalle cicogne. Questo racconto, ricco di poesia, veniva usato dagli adulti per spiegare in modo tenero e fantasioso l’arrivo di una nuova vita. La cicogna, con la sua eleganza e il suo volo maestoso, è da sempre simbolo di nascita, fertilità e rinnovamento. In molte culture europee, si credeva che nidificare sul tetto di una casa “portasse bene” e annunciasse un lieto evento.

La leggenda, diventata popolare nel XIX secolo, si diffuse soprattutto in Germania e nei paesi nordici, dove le cicogne migratrici tornavano a primavera, proprio nel periodo associato alla rinascita. È proprio da due cicogne che proviene una straordinaria lezione d’amore. Ed è bello, ogni tanto, fermarsi a riflettere su qualcosa di tanto profondo.

In un piccolo villaggio della Croazia, un amore fedele e commovente ha emozionato milioni di persone in tutto il mondo. Non è una storia inventata, né una favola per bambini, ma il racconto autentico di due cicogne, Malena e Klepetan, che per oltre due decenni hanno vissuto un amore più forte del tempo, delle distanze e persino delle leggi della natura. La loro vicenda – inziata alla fine degli Anni ’90 – ha attraversato confini, commosso il web e ispirato libri, documentari (dalla BBC a Reuters) nonché moltissime riflessioni sull’amore, sulla fedeltà e sulla speranza.

Tutto inizia nel paesino di Brodski Varoš, nel cuore della Slavonia, regione della Croazia orientale. Lì viveva Stjepan Vokić, un uomo in pensione dal cuore grande, che un giorno trovò una cicogna ferita: Malena. Era stata colpita da un cacciatore e non poteva più volare. Invece di abbandonarla al suo destino, Stjepan decise di accoglierla, curarla e offrirle rifugio. Le costruì un nido sul tetto della sua casa e da allora si prese cura di lei come di una figlia.

Ma Malena era una cicogna e il suo istinto la portava a guardare il cielo, a cercare il suo simile, il suo compagno. E il cielo rispose. Nel 2002, una cicogna maschio arrivò nel villaggio, attratto forse dalla presenza di Malena. Si chiamava Klepetan. Da allora, ogni anno, compiva un’impresa straordinaria: volava per oltre 13.000 chilometri, dall’Africa del Sud alla Croazia, solo per tornare da lei, la sua amata, che non poteva seguirlo nelle migrazioni.

Il comportamento di Klepetan è eccezionale dal punto di vista etologico. Le cicogne, infatti, sono animali migratori: in inverno volano verso l’Africa, mentre in primavera ritornano nei paesi europei per la nidificazione. La particolarità del loro legame stava proprio qui: Malena non poteva migrare, ma Klepetan sì. E ogni anno, puntualmente, tra fine marzo e inizio aprile, lui tornava nel nido dove Malena lo aspettava. Il loro amore è durato più di diciannove anni.

Hanno avuto insieme più di sessanta cuccioli, molti dei quali hanno poi intrapreso la loro migrazione e vita autonoma. Ma mamma Malena, sempre accudita da Stjepan, rimaneva nel nido, aspettando Klepetan con la pazienza e la speranza di chi sa che l’amore vero ritorna sempre.

In Croazia (e non solo), l’arrivo di Klepetan era diventato un evento nazionale. I media lo annunciavano, i bambini delle scuole disegnavano la sua figura in volo e il mondo si fermava per un attimo a guardare quel piccolo miracolo dell’amore fedele. La storia ha saputo unire natura e umanità, mostrando come l’uomo e gli animali possano convivere in armonia, aiutandosi a vicenda. Il ruolo di Stjepan è stato fondamentale: ha fatto da custode, da ponte tra mondi, da protettore silenzioso di una storia che meritava di essere raccontata.

Nel 2021 la storia ha conosciuto una delle sue pagine più toccanti. Malena è morta, dopo più di 28 anni di vita. Klepetan, nel suo ultimo viaggio, l’ha trovata adagiata nel nido, in silenzio. Il dolore di Stjepan, e simbolicamente di tutto il Paese, è stato profondo. Ma ciò che resta è una testimonianza eterna di amore. Il nido è ancora lì, sul tetto della casa, e ogni primavera gli occhi dei più romantici si voltano al cielo, sperando che Klepetan, anche se invecchiato, possa ancora tornare. Ma anche se non lo farà più, la loro storia continua a volare nei cuori di chi ha imparato ad amare con loro. Dunque, se ce l’hanno fatta due cicogne, possiamo ben farcela noi, sposi in Cristo!

Fabrizia Perrachon

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“All Hallows’ Eve”: radici e significato cristiano di una notte rubata

Nel panorama contemporaneo la notte del 31 ottobre è ampiamente conosciuta con il nome inglese di una festa popolare che mescola travestimenti, zucche intagliate, fantasmi, streghe e un certo (leggisi orrido) gusto per il macabro. Molti, soprattutto nel mondo cattolico, la vedono con sospetto e la rifiutano del tutto. Il mondo s’è rubato il vero significato di questa notte. Perché la vera natura, come dice il nome stesso, affonda le sue radici in una preparazione antica e profondamente cristiana alla solennità del 1° novembre.

Il nome Halloween deriva da una contrazione dell’inglese arcaico All Hallows’ Eve, che significa “la vigilia di Ognissanti” (All Hallows = tutti i santi, Eve = vigilia). Come ogni grande solennità liturgica, anche la festa di Tutti i Santi era preceduta, nella tradizione cristiana, da una veglia preparatoria, spiritualmente carica di significato. Questa notte, dunque, non nasce come celebrazione delle tenebre, ma come vigilia di luce, di comunione con i santi, di meditazione sulla santità e sulla vittoria della vita eterna sulla morte.

Nell’antica cultura celtica, soprattutto in Irlanda e Scozia, il 31 ottobre segnava la festa di Samhain, il capodanno pagano: l’inizio dell’inverno, della stagione oscura. In quel periodo si credeva che il “velo” tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse, permettendo contatti tra i due. Si accendevano fuochi, si indossavano maschere per scacciare gli spiriti maligni e si praticavano riti per proteggere le comunità.

Con l’evangelizzazione delle terre celtiche, la Chiesa non cancellò queste usanze, ma le purificò e reinterpretò alla luce del Vangelo. Samhain non fu più il “giorno dei morti vaganti”, ma divenne il tempo per onorare tutti i santi, anche quelli non canonizzati, anche quelli nascosti, quotidiani. Così, nel IX secolo, Papa Gregorio IV fissò ufficialmente la solennità di Tutti i Santi al 1° novembre e la vigilia, All Hallows’ Eve, divenne parte integrante della liturgia. In quante case si era soliti recitare il Santo Rosario, tutti insieme, come famiglia!

Come la notte di Pasqua è preceduta dalla Veglia pasquale, e il Natale dalla notte della vigilia, anche la festa di Tutti i Santi era vissuta come una notte di preghiera e vigilanza, un tempo in cui si meditava sul destino eterno dell’anima, sulla comunione dei santi e sul giudizio finale. In molte comunità medievali, All Hallows’ Eve includeva processioni con candele, veglie in chiesa, rappresentazioni sacre della lotta tra bene e male, e momenti di digiuno e penitenza.

Il simbolismo della morte non era usato per celebrare l’orrore, ma per ricordare che ogni cristiano è chiamato a vivere la vita in vista dell’eternità. La notte del 31 ottobre anticipava quindi una duplice celebrazione: il trionfo della santità (Tutti i Santi, 1 novembre) e la memoria dei defunti (2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti). La Chiesa insegnava così che la morte non è l’ultima parola ma una soglia da attraversare con fede, nella speranza della resurrezione.

Il mondo si è rubato tutto questo. O meglio, glielo abbiamo permesso. Abbiamo lasciato che le streghe prendessero il posto dei santi, le ragnatele il posto del Santo Rosario, le maschere dei mostri la bellezza dei volti luminosi dei beati. Siamo stati noi a dire sì o, quanto meno, a non dire no. Non diamo la colpa agli altri, ai massimi sistemi, alla modernità o a chissà cos’altro. La colpa sta nell’aver messo da parte Dio. D’altronde, già il prologo del Vangelo di Giovanni parlava chiaro: “la luce venne nel mondo ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1, 5).

La risposta, dunque, non può limitarsi a un semplice “no”: occorre riscattare ciò che è autentico e proporre alternative cristiane, alternative di vita, alternative di luce. Oggi, sempre più parrocchie, famiglie e movimenti cattolici stanno riscoprendo All Hallows’ Eve come occasione educativa e spirituale, celebrando la “Notte dei Santi” con iniziative che uniscono festa e fede. Tra le proposte ci sono feste dove i bambini si vestono da santi, imparando le loro storie ed esempi di vita oppure Veglie di preghiera, adorazione e confessioni, per vivere la comunione dei santi come realtà viva. Ma anche Cammini di luce o fiaccolate nonché momenti di catechesi, per spiegare il vero senso della morte, del giudizio, del Paradiso e della speranza cristiana. Queste alternative non sono un “compromesso”, ma un ritorno alle origini perché “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4). E duqnue felice e grandiosa festa di tutti i Santi al mondo intero!

Fabrizia Perrachon

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Avete mai sentito parlare di Ali e Nino?

Ci sono due innamorati che possono dirci tanto, spingendoci a profonde riflessioni. Non sono i protagonisti di un fantomatico gossip nostrano né attori di un film ma amanti d’acciaio. Non in senso metaforico ma letterale! Sospesa tra arte, letteratura e sentimento, la scultura “Ali e Nino”, realizzata dall’artista georgiana Tamara  Kvesitadze (in collaborazione con Paata Sanaia), è diventata uno dei simboli contemporanei più suggestivi di Batumi, vivace città situata sulla costa georgiana del Mar Nero.

L’opera è situata sul suggestivo Batumi Boulevard, a pochi passi dall’Alphabet Tower e dalla grande ruota panoramica. Con i suoi otto metri di altezza e circa sette tonnellate di acciaio, domina la passeggiata sul mare regalandosi ai visitatori in tutta la sua imponenza. Ideata nel 2007, e presentata inizialmente alla Biennale di Venezia con il nome originale Man and Woman (Uomo e Donna), la scultura fu ribattezzata “Ali e Nino” quando fu installata a Batumi nel 2010. L’ispirazione proviene dal celebre romanzo del 1937 di Kurban Said, che racconta l’amore impossibile tra Ali, un giovane musulmano azero, e Nino, una principessa cristiana georgiana, sullo sfondo turbolento del Caucaso e della Prima Guerra Mondiale.

Ogni giorno, alle 19:00 ora locale, le figure si animano con un movimento cinetico: per dieci minuti si avvicinano, si fondono in un unico abbraccio, si “attraversano” e poi si separano, voltandosi le spalle, in un ciclo poetico e struggente di unione e distacco. Tamara Kvesitadze spiega che la semplicità dell’idea è potente: l’atto dell’essere insieme è possibile solo per poco tempo; un breve momento che può valere una vita intera.

La scultura, così, diventa un’allegoria sull’amore oltre i confini culturali e religiosi, un richiamo alla tolleranza e alla convivenza tra differenze. Ali e Nino simboleggiano il compromesso, il sacrificio e la bellezza di un legame che, seppur breve, resta eterno nell’emozione che suscita. Chi si ferma ad ammirarla non può fare a meno di essere catturato dal suo lento movimento: molti tornano più volte a vederla, incantati.

Di notte, grazie a giochi di luci, l’opera diventa ancora più evocativa, trasformando l’area in uno scenario sospeso tra sogno e realtà. La statua è un perfetto incontro fra la potenza narrativa del romanzo e la modernità dell’arte cinetica. Nata come opera da mostra, ha trovato casa definitiva su un lungomare che ne ha fatto il suo simbolo, diventando icona dell’identità culturale regionale e una delle attrazioni più fotografate della città.

Alle coppie, e in particolare a quelle cristiane, che cosa può insegnare tutto questo? L’“una caro” – l’unica carne, di cui si parla fin dalla Genesi – non è solo un movimento fisico di avvicinamento e fusione dei corpi ma molto di più. È diventare, essere e vivere come anima sola.Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24). Questa espressione, ripresa nei Vangeli (Mt 19,5 e Mc 10,8) e poi dagli apostoli, è al centro della teologia cattolica del matrimonio. Non si tratta di una semplice unione sentimentale o legale ma di un mistero sacro, di un progetto divino che coinvolge anima, corpo e spirito. “I due saranno una carne sola” è molto più che un simbolo: è una vocazione all’amore pieno, totale, fedele e fecondo.

L’uomo, creato a immagine di Dio, è incompleto da solo. La donna è creata non come subordinata, ma come complemento perfetto, “un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18). Quando Adamo vede Eva esclama: “Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne” (Gn 2,23). Ecco allora che “una carne sola” indica non solo unità fisica quanto soprattutto unità esistenziale: un legame profondo che fonde due persone in un’unica realtà nuova, pur mantenendo la propria individualità. Gesù restituisce al matrimonio la sua dignità originale del non essere un mero contratto ma un’eterna alleanza, immagine dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Quella di Ali e Nino, allora, non è soltanto una statua: è una danza magnetica che racconta tante sfaccettature dell’amore. È arte che vive nel tempo, un messaggio universale svolto ogni sera davanti al mare, una riflessione sul valore dell’amore, costruito da tanti istanti. Che solo per Cristo, con Cristo e in Cristo trova il suo pieno compimento. Nel tempo di questa vita ma soprattutto nell’eternità senza fine.

Fabrizia Perrachon

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Chi si ricorda di Dawson’s Creek?

Può, una star della televisione, insegnarci qualcosa di vero e di profondo? Da uno degli ambienti più mondani per antonomasia potrà mai venire una lezione non scontata ma davvero importante? Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo andare indietro nel tempo e fare un viaggio di parecchi kilometri …

C’era una volta un piccolo paese del Massachusetts, Capeside, dove un gruppo di adolescenti condivideva sogni, paure, amori e delusioni. Era il 1998 quando Dawson’s Creek approdava sugli schermi americani (e poco dopo anche su quelli italiani), rivoluzionando il modo di raccontare l’adolescenza in TV. Una serie che, per molti, è stata la colonna sonora emotiva dell’adolescenza.

A prima vista poteva sembrare uno dei tanti teen drama dell’epoca, ma Dawson’s Creek aveva qualcosa di diverso. I personaggi – Dawson, Joey, Pacey, Jen – parlavano con un vocabolario adulto, riflettevano su concetti filosofici, si interrogavano sulla vita, sull’amore e sull’identità in modo sorprendentemente maturo.

Le loro conversazioni potevano sembrare fin troppo articolate per degli adolescenti ma proprio per questo colpivano il pubblico: erano ragazzi che parlavano come avremmo voluto parlare noi, che sentivano come noi, ma con una profondità quasi letteraria. James Van Der Beek (Dawson), Katie Holmes (Joey), Joshua Jackson (Pacey) e Michelle Williams (Jen) sono diventati, per qualche stagione, i volti familiari di milioni di spettatori. Alcuni hanno continuato una carriera di successo (basti pensare ai ruoli drammatici di Michelle Williams, oggi attrice pluripremiata), mentre altri si sono lentamente allontanati dalla ribalta, ma tutti sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo.

Poco tempo fa il protagonista della serie – James Van Der Beek – è tornato alla ribalta delle cronache. Non per un nuovo ruolo o per un aver vinto un ambito premio ma per una malattia devastante che l’ha colpito. Ma non abbattuto. E, soprattutto, non bloccato nell’amore per la moglie. Anzi. James ha più volte espresso pubblicamente il suo immenso affetto e gratitudine nei confronti della moglie, Kimberly Brook. In diverse circostanze ha condiviso parole toccanti, esprimendo quanto apprezzi il suo amore, il sostegno e la comprensione nei periodi complicati, evidenziando che la sua vita sarebbe inconcepibile senza di lei.

Per celebrare il loro anniversario di matrimonio, ha rivolto un intenso e toccante messaggio alla moglie Kimberly, che gli è stata accanto con forza e dedizione durante la sua lotta contro il cancro. Ha pubblicato su Instagram queste parole: “15 anni fa questa donna ha scelto di essere la mia sposa. Un giorno racconterò quello che hai sopportato in questi ultimi due anni. Non solo mi hai salvato la vita, ma mi hai mostrato cosa vuol dire vivere. Non potrei farcela senza di te. Ti amo.”

Quando anche il dolore salva! Quando anche una malattia può portare qualcosa di buono! Quando il buio non avvolge con le sue tenebre ma dona spazzi di luce! Che bello un amore così … certo, ognuno di noi spera sempre che certe prove non bussino alla porta ma, si sa, la vita non è solo “vissero felici e contenti”. Le difficoltà, le salite, gli imprevisti fanno parte dell’esistenza. Sta a noi come viverli.

Sta a noi scegliere se subirli passivamente e farci travolgere, o addirittura distruggere, oppure trasformarli in eventi in grado di migliorarci e di unirci con il coniuge. Questo è amore vero. Che non ha paura di sporcarsi le mani nel fango della malattia. Che non teme di vivere giorni “no”. Che non li lascia demolire, pezzo per pezzo, dalle cose che non vanno. Ma che sa ricostruirsi, reinventarsi, trasformarsi, rafforzarsi, realizzarsi. Che rende vere le parole: “Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Con la grazia di Cristo, appunto. Non da soli.

Perché a parole sono capaci tutti. Ma sono i fatti a fare di un amore qualsiasi l’amore della vita. E tutti quelli che, almeno una volta, guardando Dawson’s Creek hanno sperato che l’amore potesse davvero superare ogni ostacolo – con un bacio sul molo al tramonto – possono stare tranquilli che questo è avvenuto. Ma fuori dal set. Nella vita vera. Che ci aspetta ogni volta che spegniamo la TV e guardiamo negli occhi nostro marito o nostra moglie.

Fabrizia Perrachon

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15 ottobre: una data tra Cielo e terra

Ogni anno, il 15 ottobre illumina il mondo con una luce dolce e silenziosa. A parte essere la memoria liturgica della grande Santa Teresa d’Avila, non è una giornata festiva né chissà quale ricorrenza mondana, ma per milioni di famiglie in tutto il pianeta rappresenta un momento profondamente significativo: è la Giornata mondiale sulla consapevolezza del lutto prenatale e perinatale, dedicata a ricordare quei bambini che, per motivi diversi, non sono arrivati tra le braccia dei loro genitori o ci sono rimasti solo per poco tempo.

È una giornata sospesa tra Cielo e terra, come sospesa è la vita che non ha avuto il tempo di compiersi ma che ha lasciato un segno incancellabile nei cuori di chi l’ha amata dal primo istante.

Il lutto perinatale – che comprende la perdita di un figlio durante la gravidanza, al momento del parto o poco dopo la nascita – è una delle esperienze più traumatiche che una famiglia possa vivere. Eppure, è anche uno dei dolori più silenziosi, spesso ignorati o sottovalutati dalla società. Chi lo vive si trova spesso immerso in un silenzio che può sembrare assordante.

Le parole mancano, le frasi di circostanza feriscono più di quanto aiutino e la mancanza di riconoscimento del dolore può trasformare il lutto in un’agonia solitaria.

La Giornata mondiale del lutto prenatale e perinatale nasce con l’obiettivo di dare voce a chi non può parlare, di riconoscere l’esistenza di quei bambini non nati o vissuti solo per pochi istanti, e di sostenere i genitori e le famiglie che li portano per sempre nel cuore.

In tutto il mondo, il 15 ottobre si celebrano cerimonie, si accendono candele, si organizzano camminate della memoria, eventi simbolici e momenti di raccoglimento. Alle 19:00 (ora locale), si accende una candela generando un’onda di luce globale che percorre il pianeta per 24 ore: è il Wave of Light, l’Onda di Luce, il gesto collettivo che unisce milioni di cuori in un unico abbraccio.

Parlare di questi bambini non significa alimentare il dolore ma onorare la loro esistenza. Anche se non hanno camminato tra noi, hanno lasciato un’impronta profonda. Sono figli amati, desiderati, sognati. Il loro ricordo è intrecciato all’identità delle famiglie, che non possono né vogliono dimenticare.

La società spesso fatica a riconoscere questa forma di lutto. Si sente spesso dire: “Era solo un feto“, “Ne farete un altro“, “Meglio così, era troppo piccolo” e via dicendo. Queste frasi, anche se possono essere dette con buone intenzioni, non fanno che alimentare il senso di isolamento o di colpa. È per questo che il 15 ottobre ha anche lo scopo di sensibilizzare la collettività, promuovendo una cultura dell’ascolto, della comprensione e del rispetto.

Dietro ogni storia di lutto prenatale o perinatale c’è un intreccio di emozioni potentissime: amore, speranza, attesa, delusione, rabbia, tristezza. Ogni famiglia trova un proprio modo di affrontare il dolore: c’è chi scrive lettere, chi pianta un albero, chi conserva ecografie o vestitini mai usati. Altri trasformano il dolore in impegno sociale perchè questi genitori non sono “solo” sopravvissuti alla perdita: sono testimoni del valore di ogni vita, anche quella più breve.

E poi c’è chi, come me e mio marito, desidera ridonare agli altri la speranza cristiana e la forza della resurrezione ricevuti da Cristo: ecco perché abbiamo scritto libri, composto novene, realizzato cammini online di preghiera gratuiti, partecipato come relatori alla Scuola Nuziale di Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie, donato la nostra testimonianza in tutta Italia!

Ed ecco anche perché ci definiamo genitori tra Cielo e terra: il compimento della promessa di Dio è in quella vita che non è mai persa completamente perché vive nell’amore vero, eterno e prefetto di un Padre che l’ha voluta e amata per prima. Ed per questo che, la vita di quel figlio Lassù, va anche da noi – sempre di più e sempre più consapevolmente – amata, rispettata, onorata.

La Giornata del 15 ottobre, insomma, ci invita a riflettere anche su quanto ancora ci sia da fare in termini di assistenza spirituale e psicologica, formazione degli operatori sanitari, accompagnamento delle famiglie. Troppo spesso, chi affronta una perdita simile si sente abbandonato, incompreso, perfino colpevolizzato. Serve un cambiamento culturale profondo: serve chiamare le cose con il loro nome, dare dignità a ogni lutto, offrire spazi sicuri dove il dolore possa essere espresso senza vergogna o giudizio. Le istituzioni, il mondo sanitario, la scuola e l’intera comunità possono e devono fare di più.

Il 15 ottobre, dunque, non è tanto o solo una giornata di lutto quanto piuttosto di riconciliazione e speranza. È l’occasione per rafforzare il ponte tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che è stato e ciò che sarà sempre. Per molti genitori questo giorno rappresenta l’occasione per dire al proprio figlio o alla propria figlia: “Non ti abbiamo dimenticato. Vivi in noi, nel nostro amore, nel nostro ricordo. E, soprattutto, nel cuore di Dio“.  È una data in cui la terra si fa un po’ più leggera e il Cielo un po’ più vicino. Una data tra Cielo e terra, appunto.

Il 15 ottobre è una data delicata, preziosa, carica di silenzio ma anche di luce. È il giorno in cui ricordiamo chi ha vissuto solo nel battito di un cuore. È il giorno in cui diciamo che ogni vita, per quanto breve, ha un valore infinito. È il giorno in cui abbracciamo, anche solo idealmente, tutte le madri, i padri, i fratelli, i nonni che portano dentro di sé un amore che non ha avuto il tempo di compiersi in questo mondo ma che lo farà, insieme a noi, Quel giorno. E allora, davvero, sarà per sempre.

Fabrizia Perrachon

Ho scritto i primi due libri in Italia sull’aborto spontaneo dal punto di vista di una mamma cattolica; li trovi qui. Desideri offrirmi un caffè, un cappuccino o una spremuta? Clicca qui! Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana! Grazie davvero dal profondo del cuore. Fabrizia

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Nonni: angeli custodi delle nostre famiglie

Due ottobre: festa degli angeli custodi, divenuta anche – almeno in Italia – la festa dei nonni. Ma per quale motivo?  In un mondo in continua evoluzione, dove il ritmo della vita sembra accelerare ogni giorno di più, esiste una figura silenziosa ma fondamentale che rappresenta un punto fermo nelle nostre vite: i nonni.

Definirli semplicemente come i genitori dei nostri genitori sarebbe riduttivo. I nonni sono molto di più: sono custodi di memoria, maestri di vita, fonti inesauribili di amore incondizionato. Sono, per molti di noi, dei veri e propri angeli custodi delle famiglie.

I nonni rappresentano una presenza affettuosa e rassicurante. Con la loro esperienza, saggezza e capacità di ascolto, riescono a trasmettere sicurezza e calore, creando un senso di protezione che va ben oltre le parole. In molte famiglie, sono coloro che più di tutti riescono a dare conforto nei momenti difficili, offrendo consigli sempre ricchi di significato. La loro presenza calma, spesso silenziosa, è come un abbraccio che avvolge tutta la famiglia.

I nonni sono la nostra memoria vivente. Attraverso i loro racconti, ci collegano a un passato che altrimenti andrebbe perduto. Parlano di tempi lontani, di difficoltà superate, di un mondo diverso ma non per questo meno importante. Questi racconti, ben più che semplici aneddoti, sono veri e propri insegnamenti di vita. Valori come il rispetto, la solidarietà e la gratitudine vengono trasmessi in modo naturale, spesso senza nemmeno rendersene conto.

Non lo dico io ma la Bibbia! Nelle Sacre Scritture, infatti, l’anziano rappresenta un valore prezioso per la famiglia, la discendenza e la comunità, non tanto come simbolo generico di saggezza, piuttosto come testimonianza concreta della relazione piena con Dio.

È segno della fedeltà divina e del compimento dei suoi comandamenti, come esprime chiaramente il passo: “Fino alla vostra vecchiaia io sarò sempre lo stesso, io vi porterò fino alla canizie. Come ho già fatto, io vi porterò e vi salverò” (Is 46,4). Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non solo valorizza la vita dell’anziano, ma lo accompagna fino alla vecchiaia con l’obiettivo di affidargli una missione specifica. Questo ruolo emerge nelle parole del profeta Gioele: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1).

Con l’evoluzione della società e l’aumento delle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano, i nonni hanno assunto un ruolo sempre più pratico e concreto nella gestione quotidiana della famiglia. Si occupano dei nipoti, li accompagnano a scuola, li aiutano con i compiti, li crescono con pazienza e dedizione. Sono una risorsa insostituibile anche dal punto di vista economico: in molti casi, il loro aiuto consente ai genitori di lavorare serenamente, riducendo la necessità di ricorrere a babysitter o servizi a pagamento.

Il rapporto tra nonni e nipoti è unico, libero dalle pressioni educative che gravano sui genitori. I nonni possono permettersi di essere più indulgenti, più pazienti, più giocosi. Questo genera un legame profondo, basato sull’amore puro e sull’accettazione totale. I nipoti, da parte loro, vedono nei nonni dei confidenti fidati, con cui condividere pensieri, sogni e paure. È un rapporto reciproco, in cui entrambi crescono e imparano: i nonni restano giovani grazie alla freschezza dei nipoti e questi imparano a conoscere l’importanza delle radici e del rispetto.

La perdita di un nonno o di una nonna, dunque, lascia un vuoto immenso. È come perdere una parte di sé, un pezzo di casa, un faro nella notte. Eppure, anche dopo la loro scomparsa, i nonni continuano a vivere dentro di noi, nei valori che ci hanno trasmesso, nei gesti che ripetiamo senza accorgercene, nelle parole che ci tornano alla mente nei momenti più inaspettati. La loro eredità è fatta di cose semplici, ma essenziali: una ricetta di famiglia, un proverbio, una carezza.

Nella società moderna, spesso concentrata sull’efficienza e sulla produttività, si rischia di trascurare l’importanza degli anziani. Eppure, prendersi cura dei nonni, ascoltarli, coinvolgerli nella vita familiare, non è solo un atto d’amore ma anche un gesto di giustizia. Non sono solo beneficiari del nostro affetto: sono parte attiva della famiglia, con tanto ancora da dare. Valorizzarli significa riconoscere il loro ruolo essenziale e fare in modo che si sentano utili, amati, rispettati.

I nonni sono molto più di semplici figure familiari: sono angeli custodi, che vegliano silenziosamente sulle nostre vite. Ci guidano, ci proteggono, ci insegnano con l’esempio. In un mondo che cambia, i nonni restano un punto fermo. Non smettiamo mai di ringraziarli, di abbracciarli, di ascoltarli. Perché in ogni sorriso, in ogni racconto, in ogni gesto d’amore, c’è tutto il loro mondo… e il nostro futuro.

Fabrizia Perrachon

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Il sacerdote che ripeteva: «Come diceva la mia cara moglie Elizabeth…»

Ho sempre pensato che l’amore e le preghiere di un coniuge potessero salvare l’altro. Forse non tutti, e non sempre, se ne rendono conto ma questo è possibile in virtù dell’amore di Dio: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Un po’ di tempo fa, leggendo la storia che riporto qui sotto, ho avuto l’ennesima conferma che il mio pensiero era corretto. Che gioia! Che consolazione! E, nello stesso momento, che impegno e che responsabilità! Ma è proprio in virtù dell’amore che avvengono molti miracoli, molte conversioni, molte guarigioni. Del cuore e dell’anima, prima che del corpo. Guarigioni d’amore, per amore e nell’amore. Crediamo fermamente nell’amore coniugale, nel sacro e casto amore cristiano tra marito e moglie e sperimenteremo meraviglie!

Lasciate che vi racconti una storia per mostrarvi come i meriti dell’uno possono passare all’altro. All’inizio del secolo, una brava ragazza cattolica e un medico non credente si sposarono a Parigi. Il nome di lui era Lesueur. Egli promise di rispettare la fede del suo matrimonio, ma subito dopo tentò di romperlo. Oltre alla professione medica, divenne editore di un giornale parigino ateo e anticlericale. Sua moglie reagì decidendo di approfondire la propria fede. Nella stessa casa lei allestì una biblioteca di apologetica e lui una biblioteca atea.

Nel maggio 1905, mentre lei era in punto di morte, disse al marito: «Felix, quando io sarò morta tu sarai cattolico e sacerdote domenicano». Egli le disse: «Elizabeth, tu conosci i miei sentimenti. Ho giurato odio alla Chiesa e a Dio, e vivrò e morirò in quest’odio!». Lei ripeté le sue parole e morì. 

Rovistando tra le carte di lei, ritrovò una sua volontà del 1905 in cui chiedeva a Dio onnipotente di mandarle sufficienti sofferenze per guadagnare l’anima di lui. Quindi aggiungeva: «Nel giorno della mia morte avrò pagato il prezzo. Sarai stato comprato e pagato. Nessuna donna ha un amore più grande che dare la vita per il marito».

Sul momento le considerò fantasie di una pia donna, benché amasse molto sua moglie. Per dimenticare il suo dolore, intraprese un viaggio nel sud della Francia. Si fermò di fronte a una chiesa dove sua moglie era entrata per una visita durante il loro viaggio di nozze. Sembrava che lei gli parlasse, dicendo: «Va’ a Lourdes». Andò a Lourdes da non credente

Aveva scritto un libro contro Lourdes, dimostrando che i miracoli erano inganno e superstizione. Mentre era davanti alla grotta di Nostra Signora, ricevette il dono della fede, così completo e totale da non aver bisogno di argomentazioni, e disse: «Bene, ora che credo, come affronterò questa o quella difficoltà?». Vide tutto ciò che aveva creduto nella sua totale erroneità e stupidità.

La conversione del dottor Lesueur ebbe un clamore pari al bombardamento di Reims. Il tempo passò. Nel 1924 feci il mio ritiro in un monastero domenicano belga sotto la guida spirituale di padre Lesueur, che mi raccontò la sua storia. Non capita spesso di fare un ritiro con un sacerdote che di tanto in tanto dice: «Come diceva la mia cara moglie Elizabeth…». Ma la morale di questa vicenda è che l’amore non è totalmente e completamente quaggiù. È in Dio e amando Dio salviamo il coniuge, che sia una cattiva moglie o un cattivo marito. Perché una volta sposati sono due in una carne sola”. [1]

Non si tratta di una leggenda né di un bel racconto ma di una storia vera, autentica, vissuta. I protagonisti sono Pauline-Élisabeth Arrighi e il marito Félix Leseur, divenuto poi Padre Maria Alberto. L’amore coniugale ottenne la conversione! L’amore di Dio, nell’amore di una moglie o di un marito, che arriva dritto nel cuore e nell’anima e li cambia, per sempre. Per il bene proprio e degli altri. Per il Bene più grande che gli sposi si promettono all’altare.

Félix, dopo la morte dell’amata, entrò nel noviziato dei Domenicani a Parigi nel 1919, assumendo appunto il nome di fra Maria Alberto, e l’8 luglio 1923 fu ordinato sacerdote. Si spense il 27 febbraio 1950, dopo ventisette anni dedicati al sacerdozio, durante i quali si impegnò a diffondere la spiritualità di Élisabeth, attualmente Serva di Dio, e a promuoverne l’avvio della sua causa di beatificazione, tutt’ora in corso.

«Se Dio mi chiama, gli dirò: Eccomi», furono tra le ultime parole di Padre Maria Alberto. Una storia meravigliosa, questa, che si accompagna a quelle di altre “santi coniugi” più conosciuti, come Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi Luis e Zélie Martin (genitori di Santa Teresina di Lisieux) o Sant’Isidoro e Maria de la Cabeza. Una storia meravigliosa che merita di essere conosciuta, diffusa e imitata!

Fabrizia Perrachon

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[1] Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares

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Com’è dura, a volte, con lo studio dei figli …!

C’è un momento preciso, in ogni famiglia con figli in età scolastica, in cui la giornata sembra cambiare tono. È quando si rientra a casa e si apre l’argomento “compiti”. Bastano poche parole – «Hai studiato?», «Cosa hai da fare per domani?» – perché si inneschi una tensione sottile, a volte esplicita, a volte silenziosa ma comunque presente. È come se, dopo le fatiche di una giornata lavorativa, iniziasse un secondo turno: quello dell’affiancamento scolastico.

Eppure, nessun genitore parte con l’idea di diventare un insegnante a domicilio. Ma tra piani di studio, verifiche, lezioni online, recuperi e insufficienze, spesso si finisce per diventarlo. Alcuni si tuffano con entusiasmo, altri si sentono sopraffatti, altri ancora oscillano tra senso del dovere e frustrazione.

Perché, sì, con lo studio dei figli, a volte è davvero dura. Non è solo questione di compiti da correggere o spiegazioni da dare. Il vero peso emotivo arriva da tutto ciò che ruota attorno allo studio: la motivazione che manca, le distrazioni continue, i malumori, la stanchezza, le risposte brusche, la sensazione che tutto sia una lotta. Ogni giorno sembra un nuovo episodio dello stesso film: uno studente stanco e svogliato, un genitore preoccupato e insistente, e un dialogo che rischia spesso di trasformarsi in discussione.

Molti genitori confessano di sentirsi impotenti: c’è chi si arrabbia, chi si scoraggia, chi finisce per fare i compiti al posto del figlio pur di evitare il conflitto. Altri provano a motivare, incoraggiare, spiegare ma ricevono in cambio solo sbuffi e porte chiuse. Tutto questo si somma alla fatica quotidiana del lavoro, della casa, della gestione familiare. A volte si arriva alla sera esausti, con il dubbio di aver sbagliato tutto, o con il timore di non riuscire ad aiutare abbastanza.

La verità è che non è semplice accompagnare un figlio nel percorso scolastico, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui le aspettative sono altissime e le distrazioni a portata di clic. I ragazzi faticano a concentrarsi, hanno mille sollecitazioni esterne, i social che si attraggono inesorabilmente. E i genitori, nel tentativo di sostenerli, spesso finiscono per litigare tra di loro, rispondersi male, rimpallarsi o rinfacciarsi chissà quali fantomatiche colpe e mancanze.

Eppure, anche nella fatica, c’è spazio per costruire qualcosa di prezioso. Perché se da un lato è vero che lo studio può diventare motivo di tensione, dall’altro può trasformarsi in un’opportunità di crescita reciproca. Non servono grandi gesti: a volte basta sedersi accanto, ascoltare senza giudicare, chiedere “cosa ti mette in difficoltà?” anziché dire “perché non studi?”. Piccoli cambiamenti nel tono, nella postura, nella pazienza.

Capire che ogni bambino ha i suoi tempi, le sue fragilità, i suoi punti di forza. Che l’errore non è una tragedia, ma una tappa. Che un brutto voto non definisce il valore di una persona. E soprattutto, che un genitore non deve essere perfetto, ma presente, con empatia e fiducia.

Molto spesso i ragazzi non cercano semplicemente spiegazioni di matematica, italiano o latino ma comprensione. Non vogliono sentirsi spinti ma sostenuti. Non hanno bisogno di genitori che sanno tutto ma di adulti che li ascoltano, che accettano i loro limiti e li accompagnano a superarli. Certamente, ci saranno ancora giornate faticose. Ore passate a spiegare la stessa cosa. Frasi come “non voglio studiare” o “tanto non ce la faccio”.

La differenza è se riusciamo a vedere oltre la fatica scopriamo che il tempo dedicato allo studio dei figli è anche tempo dedicato alla relazione con loro. Un tempo che educa entrambi: loro a imparare, noi ad accompagnare. E se la strada è in salita, almeno la si percorre insieme.

E allora nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giuseppe da Copertino – patrono degli studenti – il messaggio è: non scoraggiamoci! Tanti Santi hanno avuto difficoltà nello studio (pensiamo appunto a lui, a Giovanni Maria Vianney, a Bernadette) ma questo non ha precluso loro la via al Cielo. Insegniamo ai nostri figli a studiare ma anche ad affidarsi; a imparare ma anche a pregare; a impegnarsi ma anche a confidare in Colui che tutto conosce; a imparare qualcosa a memoria ma soprattutto ad essere riconoscenti a Dio per i doni che ha riversato su di noi.  “Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia” (Sal 139). Perché nello studio è nascosto l’amore per il Signore. Trasmettiamo questo! Tutto il resto verrà da sé.

Fabrizia Perrachon

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L’11 settembre della coppia

L’11 settembre 2001 ha segnato una frattura epocale nella storia contemporanea. Le immagini delle Torri Gemelle che crollano in diretta mondiale non sono solo un simbolo di terrore e vulnerabilità ma anche un archetipo del crollo improvviso e violento di ciò che sembrava solido, invulnerabile, eterno. E se traslassimo questa metafora nel campo più intimo e personale delle relazioni di coppia? Cosa succede quando l’amore — quel grattacielo costruito con pazienza, fiducia e quotidianità — improvvisamente collassa? Esiste, per molti, un vero e proprio “11 settembre della coppia”: un giorno preciso, un momento, una rivelazione che fa crollare tutto.

Come le Torri Gemelle, anche molte relazioni nascono per essere invincibili. Fin dall’inizio, ci raccontiamo una storia di eternità: “questa volta sarà diverso”, “nessuno ci dividerà”, “noi siamo più forti di tutto”. Ci convinciamo che l’amore sia una fortezza inespugnabile, fatta di compatibilità, destino, passione e progettualità.

Ma come ogni costruzione umana, se quell’amore non si basa sulla roccia che è Cristo, presto o tardi si rivelerà per quello che è. Fragile, vulnerabile agli imprevisti, alle crepe invisibili, agli urti esterni e interni. Eppure, continuiamo a vivere nell’illusione di un “per sempre” indiscutibile trascurando o ignorando di tutto la dimensione spirituale coniugale.

L’11 settembre della coppia non arriva mai senza segni premonitori ma spesso non si possono – o non si vogliono – vedere. Una parola non detta, un silenzio che pesa più di mille frasi, uno sguardo che non cerca più l’altro. Poi arriva il momento preciso: un tradimento scoperto, una confessione inattesa, la decisione di lasciare. Come due aerei che colpiscono al cuore le fondamenta della relazione, questi eventi fanno crollare in pochi secondi tutto ciò che sembrava indistruttibile.

È in quel momento che il coniuge — fino a poco prima rifugio, casa, complice — si trasforma in estraneo, in nemico o, peggio ancora, in spettatore indifferente della nostra sofferenza. Quel giorno diventa un punto di non ritorno. Niente sarà più come prima. E spesso, il dolore che segue è così violento da assumere tratti post-traumatici: insonnia, ansia, vuoto, senso di smarrimento, perdita di identità e, peggio di tutto, della fede in Dio. E nell’amore.

Dopo il crollo, restano le macerie. E non sono solo materiali — foto, vestiti, ricordi — pure interiori: la perdita di fiducia, la frattura del senso del sé, la solitudine. Chi ha vissuto un “11 settembre della coppia” sa che la fase successiva non è solo quella del lutto amoroso ma di un vero e proprio terremoto esistenziale. Si mette in discussione tutto: le scelte, la propria percezione, la capacità di amare e lasciarsi amare.

Anche da queste macerie, però, può nascere una nuova consapevolezza. Come a Ground Zero, dove oggi sorge un memoriale, anche nel cuore devastato può sorgere qualcosa di nuovo: un amore diverso, più autentico, per il coniuge che pensavamo perso per sempre. Ma innanzitutto per Dio.

La fede non ci insegna la filosofia del “finchè dura” o del “finchè la barca va”. C’insegna a mettere il Signore al primo posto come cemento armato della relazione di coppia. Ci sono troppo capanne costruite nella sabbia. Troppe torri gemelle in balia del terrorista di turno. Non è bene correre ai rimedi quando – come dice il detto – “i buoi sono scappati dalla stalla”. È da subito, dall’inizio, che la costruzione dev’essere ben disegnata, ben progettata, ben realizzata. Rivolgendosi all’architetto migliore, che ha i numeri per realizzare la progettazione migliore, utilizzando i materiali migliori: Dio. Che, tra l’altro, è pure gratis!

Con i “controlli di sicurezza” di Nostro Signore non saliranno a bordo del nostro amore personaggi poco raccomandabili. Non dovremmo chiudere a chiave la cabina di pilotaggio del cuore. Né passare attimi di terrore puro, nella consapevolezza di stare per schiantarci. Le difficoltà ci saranno ma avremo le giuste armi per affrontarle, combatterle e superarle. Senza panico, senza violenza, senza vittime. Ma con amore, rispetto, fiducia, umiltà. E, soprattutto, lavoro di squadra, lavoro di coppia.

Tutto facile? Tutto semplice? Tutto scontato? No, affatto. Ma reale, possibile, credibile. Perché con Dio, come dopo ogni catastrofe, anche nelle relazioni d’amore c’è la possibilità di rinascita. Non dimenticando, ma ricominciando. Con occhi nuovi. E con il cuore, seppur segnato, ancora capace di battere. Dal 12 settembre della vita in poi.

Fabrizia Perrachon

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Non ti vedo tutto

Le coppie, nel corso dei secoli, hanno sempre cercato di trovare consigli e suggerimenti utili per vivere al meglio il loro amore. Spesso la saggezza popolare si è tradotta in proverbi che racchiudono insegnamenti semplici ma profondi, capaci di riflettere le dinamiche di una relazione amorosa. Ma che cosa sono quelli che potremmo definire “proverbi di coppia”? E perché è interessante parlarne?

Possiamo definirli come frasi brevi e spesso metaforiche che esprimono verità universali sull’amore, la fedeltà e il rispetto reciproco. Riportati pressoché oralmente e passati di padre in figlio, rappresentano un patrimonio di saggezza popolare prezioso, portatore di massime preziose e di verità che – spesso e volentieri – s’intersecano con la grande Verità dell’amore cristiano.

Il comando: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha dentro di sé l’universo intero! Che nel corso del tempo si è adattato alla semplicità e genuinità delle persone trasformandosi in vari proverbi. Come sappiamo, sono un elemento fondamentale della cultura italiana perché racchiudono in poche parole l’esperienza, la saggezza e i valori di generazioni di persone. Sono come piccole lezioni di vita che si tramandano nel tempo, spesso con un tocco di umorismo, di poesia o di fede.

I proverbi sono molto legati alle tradizioni locali e alle caratteristiche del territorio. Per esempio, in alcune regioni si usano proverbi che parlano di agricoltura o di mare, riflettendo l’economia e la vita quotidiana di quei luoghi. Inoltre, i proverbi sono spesso usati nelle conversazioni quotidiane per esprimere un pensiero in modo immediato e colorito, creando un senso di condivisione e di identità tra le persone. Sono anche strumenti utili per insegnare valori ai più giovani, trasmettendo saggezza in modo semplice e memorabile nello stesso momento.

Nel cuore della provincia di Cremona, tra distese di mais e antiche vie di ciottoli, si nasconde un modo di dire molto originale: “Non ti vedo tutto“. Questa espressione, tipica del dialetto cremasco, può suonare strana, particolare, magari anche incomprensibile a chi non è di zona. In italiano, infatti, non vedere tutta una persona, potrebbe trovare un corrispondente nel detto “avere le fette di salame sugli occhi”. 

Il connotato però, in questo caso, è negativo. Significa essere incapaci di vedere le cose – o le persone – chiaramente, di riconoscere la realtà o di rendersi conto di qualcosa di ovvio. È come se si avesse, appunto, un paraocchi che impedisce di vedere bene ciò che ci circonda. Ma, soprattutto, la natura di una persona, la sua sincerità, il suo carattere, la sua trasparenza.

Il detto cremasco “Non ti vedo tutto“, invece, porta con sé un’incredibile dolcezza. Significa che di una certa persona non è che non si vogliano vedere i difetti ma che l’amore, o l’affetto, ce la facciano vedere in maniera differente. Con tenerezza e delicatezza. Senza accettare passivamente le cose che, eventualmente, non vanno. Ma curandole con l’amore. Bello, vero? “Non ti vedo tutto” significa, insomma, stravedere per qualcuno, con simpatia ed empatia. Provando ad amare quella persona come fa Dio: amando per primo. Come dice San Giovanni Apostolo: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

In questo senso, “Non ti vedo tutto“, diventa come una vera e propria dichiarazione d’amore. È come dire all’altro o all’altra: so che hai dei limiti, delle fragilità, dei lati di te su cui devi lavorare. Però desidero volerti già bene così e poi costruire insieme qualcosa di bello, di vero, di autentico.

Non ti vedo tutto” è come dire che, con i miei occhi innamorati, riesco a vederti come nessun altro è in grado di farlo. Perché non guardo solo l’esteriorità ma l’amore mi rende capaci di vederti dentro, di scorgerti l’anima. “Non ti vedo tutto” è l’equilibrio tra l’accogliere e lo spronare a diventare una persona migliore, con amore e per amore. Dell’altro, o dell’altra, ma soprattutto di Dio.

Il coniuge, infatti, riceve in dono dal Cielo, mediante il sacramento del matrimonio un “super potere”: quello di vedere la moglie, o il marito, in modo unico e speciale, con lenti divine. Perché in quell’amore c’è la Trinità. Perché quell’amore è immagine della Trinità. Gli occhiali speciali che procura Dio alla coppia, allora, sono quelli di un sentimento che è anche preghiera, benedizione, profumo d’eternità. E il “Non ti vedo tutto” è un voler andare oltre il limite dello sguardo unicamente umano. E provare, o meglio, riuscire a vedere l’amore della vita con uno sguardo libero dalle miserie della terra e già proiettato alle meraviglie di Lassù. Non ti vedo tutto, insomma, è come dire ti amo. Ma in modo dolcissimo e originalissimo.

Fabrizia Perrachon

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Genitori e figli nel fiume della salvezza

Possiamo immaginare la vita come un grande fiume che scorre, portando con sé emozioni, sfide e momenti di gioia. In esso genitori e figli sono come due correnti che s’intrecciano, scorrendo in un flusso unico e prezioso. La loro relazione è un vero e proprio viaggio di scoperta, crescita e speranza.

I genitori sono spesso i primi a mostrare ai figli il cammino della vita attraverso l’esempio quotidiano, l’amore incondizionato e la fede. Cercano di offrire la loro esperienza per aiutare i piccoli a navigare nelle acque della vita, spesso agitate da correnti, venti o tempeste improvvise. Come istruttori di vela, insegnano valori come la compassione, la pazienza e la fiducia in Dio. La loro presenza rassicura i figli, facendoli sentire amati e protetti, anche nei momenti più duri.

La vita di genitori e figli, insomma, scorre insieme per un determinato periodo ma, per sempre, nel medesimo fiume: il fiume della salvezza. Se nei tempi umani ci sono indubbiamente un prima e un dopo, nella prospettiva del Cielo tutto si unifica verso la Meta, quella dell’unione eterna con il Creatore. Che non è scontata né una favoletta per bambini.

Dio Padre non vuole spaventarci, dividendoci a prescindere in buoni e cattivi. Il Suo amore è gratuito e per tutti. Ma sta a noi accogliere questo amore, viverlo, testimoniarlo, volerlo. Per dirlo con le parole di Maria Santissima: “Ogni persona adulta è in grado di conoscere Dio. Il peccato del mondo consiste in questo: che non cerca affatto Dio” (dal Messaggio del 3 febbraio 1984).

È naturale, quindi, che i genitori s’impegnino, sperino e preghino non solo per la loro salvezza ma anche per quella dei figli. Verso i quali – non dimentichiamolo – hanno grandi responsabilità. Un esempio mirabile ci è fornito da Santa Monica, madre di Sant’Agostino di Ippona. E’ risaputo che pregò per ben diciassette anni per la sua conversione. Diciassette anni sono seimiladuecentonove giorni. Seimiladuecentonove giorni. Chapeau mamma Monica! A volte noi ci stanchiamo di pregare dopo due, tre giorni, non riusciamo neanche a finire una novena … pregare per seimiladuecentonove giorni significa avere una fede incrollabile, una fiducia incrollabile, una speranza incrollabile. Tutto ciò di cui la società è carente, come se fosse in carestia di abbandono in Dio.

E allora, pensiamo a questa mamma, guardiamo a questa donna, a questa moglie. Sì perché, prima della conversione di Agostino, Monica “strappò” al Padre quella del marito Patrizio. Che si fece battezzare e poi morì l’anno successivo. Era il 372 d.C. e Monica aveva trentanove anni. Fu così che nel 385 Monica riuscì a imbarcarsi per Roma, raggiungendo successivamente il figlio a Milano, dove quest’ultimo occupava una cattedra di retorica.

Il suo profondo amore materno e le incessanti preghiere contribuirono alla conversione di Agostino, il quale ricevette gli insegnamenti catechetici da sant’Ambrogio e venne battezzato il 25 aprile 387. La ritroviamo, poi, insieme al figlio nei pressi di Milano, impegnata in conversazioni filosofiche e spirituali con lui e altri membri della famiglia. Monica partecipò con grande saggezza ai dibattiti, tanto che Agostino decise di riportare nei suoi scritti alcune delle riflessioni pronunciate dalla madre, un fatto piuttosto insolito per l’epoca, in cui alle donne non era generalmente riconosciuto il diritto di intervenire pubblicamente.

Tra esse si ricordano: “Una sola cosa era che mi faceva desiderare di vivere ancora un poco, vederti cristiano cattolico prima di morire“; “Il mio Dio mi ha soddisfatto ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui“; “Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei Tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo”.

Proprio nell’anno del Giubileo della speranza, allora, facciamo conquistare da quella che non è un finta pacca consolatoria sulla spalla ma una virtù. Fidiamoci di Dio anche quando di sembra tutto nero, tutto buio, tutto al ribasso, tutto impossibile. Cerchiamo di dare ai nostri figli il meglio di noi, impegnandoci attivamente e – insieme – affidandoli al Cielo con serenità, proprio come ha fatto Santa Monica. Perché il fiume della salvezza scorre nel cuore di Dio e ne siamo tutti immersi. Dobbiamo solo esserne consapevoli.

Fabrizia Perrachon

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Agosto … moglie mia ti riconosco!

Per la maggior parte degli italiani le settimane centrali di agosto sono sinonimo di ferie. Anche se, ormai, sono lontani i tempi dei tipici tormentoni nostrani, a colpi di “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” o “Domenica d’agosto, che caldo fa! La spiaggia è un girarrosto non servirà” . E che dire del detto “Agosto, moglie mia non ti conosco”, dall’omonimo romanzo di Achille Campanile? Tale espressione, però, non è frutto esclusivo dell’opera umoristica dello scrittore romano, ma trae origine da una serie di antichi detti popolari, basati sulla credenza che fosse altamente rischioso per gli uomini avere rapporti sessuali durante i periodi di caldo intenso.

Esiodo, celebre poeta greco, osservava che durante l’estate “le donne sono tutte calore e gli uomini tutta fiacchezza“. Condivideva una visione simile anche Alceo, altro poeta dell’antichità, che scriveva: “Innaffia di vino i polmoni che il solleone è al culmine … quando l’estate tutto incanta propagandosi nell’avvampante bagliore, e fioriscono i cardi, ora le donne sono procaci ma gli uomini sono fiacchi, poiché Sirio brucia il capo e le ginocchia“.

Secondo i greci, dunque, la scarsa propensione degli uomini ai rapporti amorosi nel mese di agosto era imputabile proprio a Sirio, la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore. Questa stella, associata al caldo intenso di quel periodo, veniva anche chiamata Canicula (piccolo cane), un termine che col tempo è stato appunto associato all’afa e al caldo insopportabile.

Vi erano, però, anche spiegazioni più logiche e pratiche: un concepimento ad agosto avrebbe portato a un parto in primavera, una stagione cruciale per il lavoro nei campi. In quel periodo, infatti, ogni forza lavorativa era fondamentale, compresa quella delle donne. Una partoriente sarebbe stata impossibilitata a svolgere le fatiche agricole richieste ed è per questo che s’imponevano – o quanto meno consigliavano – limiti alle relazioni coniugali. I mariti erano quindi simbolicamente “esiliati” dal talamo nuziale e tenuti a mantenere le distanze dalle proprie mogli.

Col passare dei secoli, usi e costumi si sono trasformati e il proverbio legato al mese di agosto ha assunto un significato diverso. Probabilmente complice anche il famoso film “Quando la moglie è in vacanza” con Marilyn Monroe (famosa la scena del vestito svolazzante), si è radicata l’idea che non frequentare la propria moglie in agosto sia sinonimo di tradimento. Per estensione, il detto ha preso poi il triste significato che, durante le vacanze, si desidera essere liberi di fare tutto ciò che si vuole, senza alcun vincolo che possa limitare le proprie scelte. Liberi anche di dimenticarsi della moglie. O del marito. E di fare ciò che si vuole.  

Tra gli anni Venti e Settanta del Novecento, era comune che le mogli partissero da sole o insieme ai figli per trascorrere le vacanze, mentre i mariti, rimasti in città a lavorare, avevano sicuramente maggiori occasioni per vivere “avventure galanti”. A onor del vero, spesso anche le mogli facevano altrettanto, al punto che i treni del venerdì sera, pieni di mariti diretti verso le località di villeggiatura, venivano soprannominati i “treni dei cornuti“. A partire dagli anni Ottanta, con l’aumento dell’occupazione femminile, si è generalmente scelto di mettersi d’accordo per i periodi di ferie, condividendo insieme il piacere delle vacanze tanto attese e meritate.

Ma noi, uomini e donne del 2025, che si sentiamo tanto evoluti e post-moderni, potremmo forse ancora accettare passivamente tutto questo? Direi che è venuto il tempo per affermare con convinzione il contrario: agosto … moglie mia ti riconosco! Ma anche … marito mio ti riconosco! Perché se è vero che “la fede non va in vacanza” – come ho affermato in un precedente articolo – è altrettanto vero che una relazione matura non può certo squagliarsi al sole come una granita! La bellezza dell’estate, lungi dall’essere una galleria gratuita di lati A e lati B troppo spesso esposti in modo eccessivo, deve diventare la bellezza di viversi. Viversi come coniugi, viversi come coppia. Finalmente con più calma, finalmente con più tranquillità.

E pazienza se ci sarà un po’ di cellulite in più o qualche pancetta di troppo; amarsi è innanzitutto un atto dell’anima e del cuore. Certo, anche la fisicità vuole la sua parte (ci mancherebbe!) ma ben sappiamo anche la bellezza passa mentre sono altre le cose che non devono tramontare. Allora mettiamo tutto alla luce del sole: non tanto e non solo i corpi ma la maturità del nostro essere sposi. E sposi cristiani. E sarà un riconoscersi pieno di gioia.

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Fabrizia Perrachon

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A scuola d’Amore

Immaginate una scuola dove non ci sono né voti né interrogazioni. Una scuola dove non ci sono né alunni né insegnanti ma teste e cuori che camminano e crescono insieme. Una scuola dove poter imparare senza studiare e crescere – quasi – senza accorgersene. Immaginate una scuola che diventa un po’ una seconda casa, in cui tornare quando si vuole. Una scuola in cui si diventa tutti amici, ricevendo ma anche donando reciprocamente. Una scuola d’amore. No, non state sognando, è realtà: è la Scuola Nuziale di Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie, giunta quest’anno alla seconda edizione! Seconda doppia edizione, per l’esattezza, con un percorso base e uno approfondito, per chi ha già frequentato lo scorso anno.

Nel cuore della fede cristiana risuona un’espressione misteriosa e profondamente affascinante: “Mistero Grande”. San Paolo, nella Lettera agli Efesini (5,32), descrive così il legame tra Cristo e la Chiesa, paragonandolo a quello sponsale tra l’uomo e la donna. “Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa”. È da questa intuizione teologica che nasce l’idea di una “scuola nuziale”, un cammino formativo e spirituale in cui si apprende l’arte dell’amore vero, dell’amore sponsale, alla luce del Vangelo.

La scuola nuziale non è un semplice corso pre (o post) matrimoniale, né un trattato di teologia sull’amore. È piuttosto un percorso di iniziazione all’amore secondo il cuore di Dio. In essa si impara, giorno dopo giorno, che l’amore umano – pur fragile e limitato – può essere trasfigurato e redento, diventando segno visibile dell’amore eterno di Dio per l’umanità. Non si tratta solo dell’amore tra uomo e donna ma di un modo di amare che coinvolge tutta la persona, nelle sue relazioni più profonde: il dono di sé, la fedeltà, la fecondità, la comunione. In questa prospettiva, il matrimonio cristiano non è solo un contratto o una scelta personale quanto piuttosto la vocazione, il sacramento, la chiamata a rendere visibile l’amore invisibile di Dio.

Chi frequenta la scuola nuziale? In realtà, tutti siamo chiamati a iscriverci: fidanzati, sposi, consacrati ma anche giovani in ricerca, adulti feriti, vedovi o separati. Perché l’amore – quello vero, gratuito, oblativo – non si improvvisa: si impara, si coltiva, si affina. E come ogni arte, richiede guide, pazienza, umiltà e soprattutto desiderio, voglia di mettersi in gioco, coraggio di dire “ci sto”. La scuola nuziale è un laboratorio di conversione del cuore. Aiuta a rileggere le proprie ferite alla luce della misericordia, a guarire le relazioni spezzate, a riscoprire la bellezza del corpo, della sessualità, della differenza uomo-donna come dono e non come limite. È un luogo dove si riconosce che Dio non ci ha creati per la solitudine, ma per la comunione, e che l’amore – anche quando sembra impossibile – può rifiorire, se si lascia spazio alla grazia.

Alla radice di tutto c’è il “Mistero Grande”: Cristo sposo che dona sé stesso per la sua sposa, la Chiesa. Questo amore, totale e senza riserve, diventa modello per ogni amore umano. Nella scuola nuziale si contempla questo mistero non come una dottrina astratta ma come una esperienza viva e concreta, che interpella la vita quotidiana, toccandone tutte le sfere: corpo, mente, cuore e spirito. La croce, simbolo del dono supremo di sé, diventa la “cattedra” da cui imparare l’amore. E l’Eucaristia, il sacramento dell’amore nuziale per eccellenza, è il nutrimento per continuare a camminare anche quando l’amore sembra svanire.

Qui trovate tutte le informazioni utili.

Essere a scuola d’amore significa riconoscere che l’amore non è un istinto ma una vocazione. Non basta innamorarsi: bisogna imparare ad amare, ogni giorno, anche quando è difficile, anche quando costa. E in questo apprendistato continuo, la Scuola Nuziale ci accompagna, ci guida, ci forma. Perché l’amore vero – quello che sa perdonare, accogliere, donarsi fino alla fine – è l’unico che resiste al tempo, alle ferite, alla morte. Ed è l’unico che salva.

Fabrizia Perrachon

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Dio Padre. L’importanza della figura paterna

La figura paterna ha un ruolo fondamentale nella vita di ogni persona. Non si tratta solo di fornire sostegno economico ma di essere un punto di riferimento, un esempio e una guida, un educatore, un sostegno. La presenza di un padre affettuoso, responsabile e coinvolto può fare la differenza nello sviluppo emotivo, sociale e morale di un individuo.

Il padre rappresenta spesso il primo modello di comportamento e valori. Attraverso le sue azioni, insegna ai figli come affrontare le sfide, come rispettare gli altri e come affrontare le proprie emozioni. Un padre presente e attento aiuta i figli a sviluppare autostima e sicurezza in sé stessi. La figura paterna offre un senso di sicurezza e protezione. La presenza di un padre che ascolta, comprende e sostiene permette ai figli di sentirsi amati e accettati. Questo supporto è fondamentale per affrontare le difficoltà della vita e per costruire relazioni sane con gli altri.

Un padre coinvolto aiuta i figli a sviluppare capacità sociali, come il rispetto delle regole, la collaborazione e la gestione dei conflitti. Imparano anche a essere responsabili e a rispettare le differenze, qualità essenziali per inserirsi positivamente nella società. Ovviamente, anche il rapporto con la madre è fondamentale: un padre che ama la mamma dei suoi figli, che ama la moglie, che la rispetta, che collabora in tutto ciò che riguarda la gestione familiare famiglia è l’esempio più importante che riceve ciascuno di noi. Indipendentemente da quella che sarà poi la vocazione di ciascun figlio, un padre partecipe fa la differenza. Una grande differenza.

Non basta, però, essere semplicemente presenti, nel senso fisico del termine: è importante partecipare attivamente alla vita dei figli, condividendo momenti di gioco, studio, confronto, dialogo, crescita. Un padre deve anche saper dire dei “no” per aiutare i figli a capire ciò che è bene e ciò che è male. Essere per loro una guida. Perché questo non solo fa parte del suo ruolo educativo ma perché rafforza anche il legame affettivo e favorisce un rapporto di fiducia reciproca.

Insomma: la figura paterna è un pilastro fondamentale per la crescita equilibrata e felice di ciascun individuo. Un padre coinvolto, amorevole e responsabile contribuisce a formare persone sicure di sé, empatiche e pronte ad affrontare il mondo con coraggio. Investire nel rapporto con il proprio figlio è uno dei doni più preziosi che un genitore possa fare, perché il suo impatto dura per tutta la vita.

La cosa stupenda è che ciascuno di noi ha anche un Padre con la P maiuscola: Dio Onnipotente! Che ha scelto tutto per Sè proprio il 7 agosto come giorno a Lui dedicato. Come Lui stesso rivelò nel 1932 ad una giovane suora, Eugenia Ravasio. Le chiese di trasmettere il Suo messaggio con l’intento di essere “conosciuto, amato e onorato”, manifestando il profondo desiderio di essere chiamato Padre. In alternativa al giorno 7, il Creatore – nella parte specifica del messaggio rivolta al Papa – suggerì come altra possibile data la prima domenica di agosto. Tuttavia, questo giorno di festa (ancora assente), per il quale richiese una Messa e un ufficio liturgico dedicati, dovrà essere consacrato a onorarlo in modo del tutto speciale sotto il titolo di Padre dell’intera umanità.

Che cosa può esserci di più bello? Quando si pensa a Dio, molte persone lo immaginano come una presenza potente e misericordiosa ma uno degli aspetti più profondi e confortanti della sua natura è quello di essere Padre. Di esserci Padre. Quindi di amarci, di un amore tenero, totalizzante, capace di comprensione e di perdono. Pensare a Dio come papà ci aiuta a comprendere il suo amore infinito, la sua cura e la sua volontà di guidarci lungo il cammino della vita. Come un padre terreno si prende cura dei propri figli, così Dio si prende cura di noi. Ci guida lungo il cammino, ci dà saggezza e ci protegge dalle insidie della vita. La sua presenza è una fonte di sicurezza e di speranza, anche quando le sfide sembrano insormontabili. La preghiera e la fede sono strumenti che ci aiutano a sentirci più vicini a lui e a ricevere il suo sostegno. Come disse Dio stesso a suora, Eugenia Ravasio  “con questo dolce nome di Padre […] l’amore e la fiducia faranno la vostra felicità nell’eternità”. Grazie Papà! Buona festa e grazie per esserci Padre!

Fabrizia Perrachon

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L’ “Anima di Cristo” in chiave sponsale

Il 31 luglio la Chiesa ricorda Sant’Ignazio di Loyola che, “guarda caso” è il mio Santo dell’anno. E, “guarda caso”, proprio quest’anno in cui mio marito ed io celebriamo due decenni da quando stiamo insieme. Era esattamente il 31 luglio 2005 quando ci siamo detti ti amo per la prima volta. Noi celebriamo questo giorno proprio come l’anniversario di matrimonio.

Perché tutto è iniziato quel giorno! Eravamo al Santuario di Loreto (AN) in partenza per il Festival dei giovani di Medjugorje dove, l’anno precedente, c’eravamo conosciuti. Proprio lì, sotto il manto di Maria, abbiamo affidato tutto di noi. Proprio quel giorno, come oggi. Proviamo allora a rileggere in chiave sponsale la profondissima preghiera che compose Sant’Ignazio di Loyola: “Anima di Cristo”. Nella quale tutte le invocazioni saranno modificate nel noi. Perché il noi, in ogni preghiera per coppie che si rispetti, è tanto il minimo comune multiplo quanto il massimo comune divisore.

“Anima di Cristo, santificaci. Corpo di Cristo, salvaci. Sangue di Cristo, inebriaci. Acqua del costato di Cristo, lavaci

Cristo è il centro di qualsiasi relazione di coppia che voglia essere bella, vera, totalizzante, santificante. Senza il perno su cui ruotare non andremo da nessuna parte. Potrà funzionare per un po’ ma non per sempre. L’anima, il corpo, il sangue e l’acqua del costato di Gesù sono il fondamento del matrimonio cristiano. Corpo e sangue di cui li sposi si cibano e si dissetano durante il rito, promettendosi amore eterno, cure reciproche e fedeltà, davanti a Dio e agli uomini. È in quel momento che anche loro diventano sacerdoti, sacerdoti dell’amore umano come riflesso di quello trinitario. Perché non sarà sempre tutto bello; e allora, senza anima, corpo, sangue e acqua del costato di Gesù, come potrà salvarsi la coppia?

Passione di Cristo, confortaci. O buon Gesù, esaudiscici. Dentro le tue ferite nascondici. Non permettere che noi ci separiamo da te

Ecco che, passata la luna di miele, s’affacciano i primi problemi, le prime discussioni, le prime delusioni. Senza Cristo, chi ce lo fa fare di rimanere insieme? «Perché dobbiamo soffrire se possiamo avere un’alternativa di felicità?». «La vita è breve, va goduta! Non passata a inseguire un sogno che non esiste. O che, al contrario, si è trasformato in un incubo». «E’ stato un errore sposarti! Con un altro/un’altra sarò di nuovo felice». Quante brutte tentazioni! Quante provocazioni pericolose il nemico insidia nel cuore! E quanta ancor più grande tristezza se si cade in esse! Ecco perché è proprio la Passione di Gesù a venire in soccorso agli sposi. Nella sua amara agonia, negli insulti, negli schiaffi, nella flagellazione, negli sputi, nella barba strappata, nella coronazione di spine, nel peso della croce, nella salita al Calvario, nelle cadute, nel fianco squarciato dalla lancia, c’eravate voi. C’eravamo noi, carissimi sposi di ieri, di oggi e di domani! Carissimi sposi di sempre e per sempre! Gesù ha sofferto ed è morto anche per noi, per ciascuno di noi, per ciascuno dei nostri noi sponsali. Nascondiamoci nelle Sue ferite. Solo così non saremo mai separati: né da Lui né tra di noi.

Dal nemico maligno difendici. Nell’ora della mia morte chiamaci. Comandaci di venire a te, perché con i tuoi Santi noi ti lodiamo. Nei secoli dei secoli. Amen

Sì: la bella, magnifica, rivoluzionaria e stratosferica notizia è che l’amore coniugale salva e porta in Cielo! Con lo scudo di Cristo che ci difende, il nemico indietreggia e se ne va. Ma la “buona battaglia” va combattuta ogni giorno, scegliendo Dio e il coniuge ogni giorno. Ogni mattino quando ci svegliamo. Ogni momento della giornata, nelle scelte decisioni come in quelle più grandi. Ogni sera quando andiamo a letto. Ogni momento, riprendendo questo ogni giorno, sempre, senza stancarsi, senza paura. Perché il matrimonio salva. Il marito può e deve salvare la moglie. E la moglie può e deve salvare il marito. Impegnandosi ogni giorno con rispetto, spirito di servizio, gioia, speranza, felicità, soddisfazione. Cristo chiama gli sposi a essere missionari dell’amore in una società che ne ha disperatamente bisogno. Cristo chiama gli sposi nell’ora della morte, comandando loro di venire da Lui a lodarlo insieme ai Santi. Ma questa santità, questo desiderio di santità, questa voglia di santità, bisogna averla fin dalla terra. Bisogna averla fin da quaggiù. Bisogna averla dalla prima volta che di diciamo ti amo. Bisogna averla dal giorno del sì fino all’ultimo che ci concederà il Signore. Allora, la vita, non sarà che l’anticipo del domani glorioso cui siamo chiamati. Insieme. “Nei secoli dei secoli. Amen“.

Fabrizia Perrachon

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La fede non va in vacanza

C’è un bellissimo film, “L’amore non va in vacanza”, che ho visto decine di volte. Ha delle pieghe un po’ improbabili ma questo non lo rende meno godibile. La pellicola è una commedia romantica del 2006 che, sono certa, molti di voi hanno apprezzato. Ma, per chi non la conoscesse, ne ripercorro brevemente le vicende.

Due donne, Iris e Amanda, stanche delle loro relazioni complicate e insoddisfacenti, decidono di scappare dalle loro vite e di scambiarsi casa per le vacanze. Iris si trasferisce in una pittoresca casa in Inghilterra, mentre Amanda si dirige verso il caldo e soleggiato Sud della California. Durante il soggiorno, entrambe vivono nuove esperienze, incontrano persone diverse e riscoprono il vero significato dell’amore e della felicità. La storia mette in evidenza come un cambiamento di scenario possa aiutare a vedere le cose sotto una luce diversa e a trovare la felicità anche nei momenti più difficili.

E’ vero, direte voi: il film è ambientato nelle vacanze di Natale. E adesso siamo in piena alta stagione estiva, fa un caldo terribile (o magnifico, per altri!), cosa c’entra? C’entra che anche ora siamo in periodo di ferie. C’entra che certe cose possono e devono andare in vacanza e altre no. Come, per esempio, la fede.

L’estate, con le sue spiagge assolate, le escursioni in montagna e le città piene di vita, è il momento in cui molti di noi si concedono una pausa dalla routine quotidiana. Ma c’è una cosa che, indipendentemente dalla stagione o dal luogo, non dovrebbe mai essere messa da parte: la fede.

Ripeto da anni il detto “la fede non va in vacanza”; esso ci ricorda che, anche durante le ferie, il nostro rapporto con il divino, con i valori e con la spiritualità deve rimanere vivo e forte. La fede non è solo un momento di preghiera o di riflessione ma un modo di essere, il filo conduttore che ci accompagna in ogni situazione, anche lontano da casa. Che caratterizza le nostre relazioni, il nostro modo di essere coniugi, genitori, figli, amici. Che dev’essere il centro della nostra vita e, come tale, non è possibile parcheggiare, dimenticare o abbandonare in autogrill, poco dopo la partenza.

Ma perché è importante mantenere viva la fede anche in vacanza? Innanzitutto, perché ci aiuta a trovare serenità e pace interiore, anche quando siamo in ambienti nuovi o in situazioni di relax che potrebbero farci perdere di vista i nostri valori. E poi, come si può dimenticare di ringraziare e lodare il Signore per le tante meraviglie che ha creato? Per isole e spiagge paradisiache, per la bellezza dei boschi e delle vallate, per gli incredibili cambiamenti di paesaggi e climi di cui possiamo godere, più o meno lontano da casa? Senza scordare che la fede ci dà forza e speranza nei momenti di difficoltà o di incertezza che possono capitare anche durante le ferie.

Vivere la fede non dev’essere un obbligo né un rigido protocollo ma un rapporto d’amore vero, vivo, autentico con il Signore! Che può concretizzarsi in un momento di preghiera al mattino o alla sera, una riflessione durante una passeggiata, un Santo Rosario, la Santa Messa ma anche semplicemente un pensiero di gratitudine per le meraviglie che ci circondano. La fede non richiede grandi gesti ma costanza e sincerità nel cuore.

Vivere la relazione con il Signore può essere bellissimo in vacanza! Ecco qualche consiglio, semplice quanto efficace:

  1. c’è molto più tempo libero e si è slegati dalla routine;
  2. si può pregare all’aria aperta, immersi nella natura, passeggiando in un bosco e sul bagnasciuga;
  3. in viaggio possiamo approfittare per visitare chiese, santuari o altri luoghi di culto, partecipando alle celebrazioni locali, a volte molto caratteristiche ed arricchenti sia dal punto di vista culturale che spirituale;
  4. possiamo portare con noi libri o testi che aiutano a riflettere sul nostro rapporto con il Cielo; leggere storie di santi, passi della Bibbia o altri scritti spirituali può essere molto stimolante;
  5. durante le vacanze è buona abitudine raccogliersi insieme per ringraziare dei giorni belli che si stanno vivendo. La gratitudine rafforza la fede e aiuta a vedere la bontà di Dio anche nelle più piccole cose;
  6. è importante condividere pensieri e riflessioni sulla fede perché parlarne aiuta ad elevarsi, e a farlo come coppia e come famiglia;
  7. la fede si alimenta anche attraverso azioni di amore e solidarietà: fare qualcosa di gentile per qualcuno, durante le vacanze, può essere un modo concreto per vivere i valori della fede.

In conclusione, vacanza o no, il rapporto con Dio è un compagno fedele che ci sostiene e ci guida. Ricordiamoci di portarla sempre con noi perché “la fede non va in vacanza“!E questa è davvero una bella notizia, che ci permette di affrontare ogni giorno la vita con speranza e fiducia, ovunque ci troviamo.

Fabrizia Perrachon

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Quando anche un Lutto Terribile può Portare Frutti di Bene

Per una coppia la scoperta di una gravidanza rappresenta un momento di gioia e speranza, soprattutto quando è stata desiderata, cercata, sognata. È proprio per questo motivo, ma non solo, che quando s’interrompe prematuramente, si apre una ferita dolorosissima. La perdita della creaturina, anche se spesso ancora invisibile agli altri, è un’esperienza travolgente e difficile da affrontare, soprattutto se si è da soli. Esperienza che è giusto imparare a chiamare e identificare con un nome ben preciso: lutto prenatale.

Con esso ci si riferisce alla perdita di un bambino prima della nascita, che può avvenire in qualsiasi momento della gravidanza, dalle prime settimane fino al termine. Questa perdita può essere causata da vari motivi come anomalie genetiche, complicazioni mediche o altre circostanze impreviste. Anche se esse avviene prima che il bambino possa essere visto o riconosciuto pubblicamente, il dolore dei genitori è reale, profondo, lancinante.

Ahinoi, spesso questo lutto viene sottovalutato, minimizzato o del tutto misconosciuto dalla società, sia perché il bambino non è ancora nato e sia perché non è stato possibile conoscerlo di persona, guardarlo negli occhi, prenderlo in braccio. Tuttavia, per i genitori, la perdita rappresenta un lutto reale e significativo, che merita di essere riconosciuto ed elaborato. O meglio: il lutto è tale per l’intera società, anche se ancora troppe volte si fa finta di non vederlo e/o di non riconoscerlo come tale. Parlare di lutto prenatale aiuta a normalizzare il dolore, a condividere le emozioni e a trovare supporto nel percorso di elaborazione.

Le mamme e i papà, infatti, possono vivere un’ampia gamma di emozioni: tristezza, rabbia, senso di colpa, confusione, vuoto e dolore profondo. È normale sentirsi smarriti o incapaci di trovare una spiegazione razionale a quanto accaduto. Ogni persona vive il lutto in modo diverso ma il fatto di sentirsi in qualche modo “sminuiti” non aiuta di certo. Mio marito ed io sappiamo bene di cosa si tratta: ci siamo passati tredici anni fa, quando una cortina gelida e quasi impenetrabile intrappolava i nostri cuori lacerati dalla sofferenza. Da un lato, il freddo di sentirsi senza quel figlio cercato a lungo, amato, voluto. Dall’altra, la quasi totale mancanza di comprensione di chi ci stava intorno, a parte poche benedette eccezioni, che non smetteremo mai di ringraziare.

È importantissimo dire, però, che l’aborto spontaneo non può e non deve essere la fine di tutto: la fine dell’armonia, dell’amore tra coniugi, della possibilità di essere ancora felici. L’aborto spontaneo non può e non deve essere la fine del rapporto con Dio, della nostra fiducia il Lui, della speranza di provare ancora sentimenti positivi. L’aborto spontaneo non può e non deve essere, infine, la scusa per barricarsi dietro una trincea di dolore tale da renderci odiosi, freddi e distanti dalle altre persone, che pur magari – non capendoci – ci hanno ferito. L’aborto spontaneo può e deve essere l’inizio di un nuovo modo di approcciarsi alla vita e di abbandonarsi nelle mani di un Padre che è sempre, eternamente e infinitamente Buono. L’aborto spontaneo può e deve essere l’inizio della testimonianza che risorgere è possibile. L’aborto spontaneo può e deve essere la dimostrazione che con Dio anche i drammi più spaventosi non solo si possono superare ma possono diventare occasioni di Grazia.

Così è nato “Dal Chicco alla spiga”: il primo cammino cattolico di preghiera, speranza, elaborazione e guarigione che mio marito ed io proponiamo gratuitamente a tutti coloro che si metteranno in marcia con noi. Sì, perché la strada verso il Cielo è sempre un muoversi verso Dio e verso gli altri. Quando, nell’aprile 2013, ci è stato detto «Non c’è più battito», per qualche istante anche i nostri cuori hanno smesso di battere. Ma poi il Signore ci ha fatto comprendere che Chicco – questo il nome scelto per nostro figlio – aveva una missione da compiere: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). E noi con lui. Era la sua missione ma anche la nostra. Affiancati da amici e professionisti, vi aspettiamo online a partire dal 24 settembre 2025. Insieme scopriremo che ogni chicco porta a una splendida, rigogliosissima e profumatissima spiga. Perché “nulla è impossibile a Dio”! Basta fidarsi. Basta dirGli di sì. Basta dire “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4. 13).

Fabrizia Perrachon

Per visionare la locandina e il programma completo clicca qui.

Per iscriversi gratuitamente a “Dal Chicco alla spigaclicca qui oppure scrivi a dalchiccoallaspiga@gmail.com

Aiutaci a far conoscere questo cammino: diffondilo, condividilo, invialo, postalo! Farai del bene alla tua anima e a quelle di tante persone bisognose di conforto e speranza. Sapevi che ho scritto dei libri specifici sull’aborto spontaneo, partendo proprio da quando vissuto insieme a mio marito? Puoi trovarli qui.

Un Divano e due Telefoni è la Tomba dell’Amore

Un divano e due telefoni è la tomba dell’amore, ce l’ha detto anche un dottore”: sono le parole di una celebre canzone di Sanremo 2025 che, pur non avendo vinto il Festival, sta spopolando nelle radio. L’ho sentita ancora l’altro giorno e non ho potuto fare a meno di riflettere. A parte il ritmo che conquista – e ti ritrovi a canticchiarla, anche se non vuoi – “Cuoricini” ha un testo su cui vale la pena spendere qualche parola. Anche a distanza di diversi mesi dal lancio.

Questa canzone sembra apparentemente dolce e spensierata, evocando un amore giovane condito da emozioni semplici ma intense che si provano quando si è innamorati. Il titolo stesso richiama l’immagine dei cuori, simbolo universale di affetto e tenerezza. È una canzone che può farci sorridere e ricordare quanto siano importanti i piccoli gesti e le emozioni sincere. La melodia trasmette un senso di leggerezza e gioia. Ma il testo?

Se mi trascuri, impazzisco come maionese – Ci sto male (male, male, male)”. Vero. La relazione di coppia, sia tra fidanzati che tra sposi, dev’essere per eccellenza un rapporto di cura reciproca. Il trascurarsi è il veleno per antonomasia. Che fa morire la piantina dell’amore. Che raffredda il rapporto e lo fa impazzire, proprio come quando – specialmente anni fa – si preparava la maionese in casa. E non c’erano ancora il mixer a immersione o altri strumenti per cucinare. Era difficilissimo recuperare la “maionese impazzita” e purtroppo, il più delle volte, andava sciupata. Nella coppia è la stessa cosa. Rivolgiamo sempre, ogni giorno, attenzioni alla nostra metà, anche se siamo stanchi o giù di corda. Perché sicuramente gradiremmo anche a noi lo stesso. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12).

“E mi hai buttato via in un sabato qualunque mentre andavi in cerca di uno slancio di modernità”. Verissimo anche questo. Quante coppie si spezzano a causa di un colpo di testa, di una sbandata, di un capriccio momentaneo! La cosiddetta “modernità”. Ne vale davvero  la pena? Ha senso buttare un buon fidanzamento o un matrimonio consolidato per qualcosa che sicuramente non merita? Che non vale le promesse, l’affetto, l’amore, la dedizione quando addirittura la promessa solenne davanti a Dio? In un giorno qualunque, per una debolezza qualunque che non si è riusciti a dominare, si butta via la persona più importante della vita. L’antidoto c’è e, “guarda caso”, è proprio la Parola di Dio a suggerircelo: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” (Can 8, 6).

“Poi mi uccidi, poi mi uccidi, quegli occhi sono due fucili, due fucili”. Possiamo, forse, dar torto anche a questa frase? Quante volte uccidiamo l’altro con uno sguardo pieno di rancore, rabbia, gelosia e persino odio? Quante volte, pur senza parlare, stendiamo letteralmente il marito o la moglie semplicemente con un’occhiata sbagliata, senza alcuna pietà, compassione, misericordia?

Chiediamoci: come ci guarda il Padre? Nel modo umano, a volte pieno di risentimento, oppure con il filtro del perdono, della comprensione, della pazienza? Se la coppia di uomo e donna, marito e moglie, è l’immagine umana della Trinità, dobbiamo sforzarci di guardarci tra noi in questo modo, come farebbe Dio. Anche se l’altro in quel momento ha torto e noi ragione. Anche se l’altro, per l’ennesima volta, ci ha fatto arrabbiare per quella cosa lasciata in disordine. Anche se l’altro ci ha ferito o riposto male. Cerchiamo di guardarlo come farebbe il Signore. Farà bene a noi, come singoli, e soprattutto al nostro noi come coppia. “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6, 22-23).

“Che dovrei dire io che ti parlavo e tu nemmeno ti mettevi ad ascoltare”. Altra triste constatazione. Troppe volte siamo così distratti che l’altro può esserci incollato ma è come se tra noi ci fossero oceani, continenti, galassie. Ma dovevamo essere una cosa sola? Come ci trascina il mondo! Come ci allontana, divide, separa! Spegniamo tutto ciò che ci distoglie dal nostro lui o dalla nostra lei, perché merita le nostre attenzioni, sempre. E sintonizziamoci, innanzitutto, sulla frequenza di Dio, perché “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7, 24).

Grazie al Cielo, in tutto questo, “un sabato qualunque mi hai portato via da tutta quanta la modernità”.  E tornarono a pregare insieme, a rispettarsi, a volersi bene, ad amarsi, ad essere “un’unica carne” (Gn 2, 24).

Fabrizia Perrachon

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Pier Giorgio e il suo amore per Laura

Voglio un amore che sappia di te, con quel gusto un po’ amaro di un vino da re” è l’esordio di “Un amore grande”, canzone italiana di oltre quarant’anni fa. Come questo testo ben suggerisce, l’amore non è solo felicità ma anche sacrificio. Non solo cuoricini ma anche sofferenza. Non solo spensieratezza ma anche – necessariamente – serietà. Non solo emozione ma anche scelta. E, soprattutto, non costrizione ma piuttosto libertà. Proprio così fu l’amore che (l’ormai prossimo San) Pier Giorgio Frassati provò nei confronti di Laura Hidalgo. Dato che il 4 luglio ricorre il suo dies natalis, penso sia importante parlare di un aspetto forse poco conosciuto di questo giovane eroe della fede. Perché in Cielo si va anche se, oltre a Dio, si ha avuto pure un amore umano.

Conosciuta durante le vacanze di carnevale del 1923, Laura era figlia di un generale spagnolo divenuto poi cittadino italiano. Rimasta orfana di entrambi i genitori, dopo aver studiato al liceo “Massimo D’Azeglio” di Torino, si era iscritta alla facoltà di matematica. Proprio come Pier Giorgio, anche per Laura la fede cristiana e la carità verso gli altri erano i valori portanti della vita. Fu questo a far scorgere in lei, agli occhi e al cuore del giovane Frassati, non una ragazza come tante ma la possibilità di un amore vero, bello, puro. C’era un però, un grande però: Laura non era abbastanza altolocata per diventare la moglie di uno dei rampolli più in vista della società dell’epoca. Pier Giorgio lo sapeva. E sapeva pure che parlarne ai genitori avrebbe acuito la gravissima crisi che già minava, da anni, il loro rapporto coniugale. Che fare, allora?

Dichiarare a Laura il suo amore oppure no? Confidarsi con qualcuno? Parlarne in casa, pur sapendo di scatenare malcontento? Straziarsi il cuore? Pier Giorgio, pieno di fiducia in Dio, fece una scelta coraggiosa, che forse oggi definiremmo quasi folle: soffrire in silenzio per non far soffrire nessun altro a parte se stesso.

Non si rivelò a Laura né chiese il benestare ai genitori, ben sapendo che non sarebbe mai arrivato. In un’epoca, la nostra, in cui egoismo ed egocentrismo sembrano le uniche cose che contano – e da soddisfare sempre e comunque – il Frassati c’insegna qualcosa di profondo, autentico, quasi dimenticato. C’insegna che l’amore vero non è quello che pretende tutto e subito, quello che esige, che fa la voce grossa, che minaccia, che stolkera. L’amore vero è quello capace di fare anche un passo indietro. Quello preparato per aspettare, riflettere, valutare. Un amore in grado di offrire a Dio anche le pene più intime, sicuro di trovare il più grande conforto.

Chi è in grado, ai nostri giorni, di “rallentare”, come ha fatto Pier Giorgio? Chi è in grado di ragionare pur davanti ai piccoli e grandi “no” che necessariamente la vita ci pone dinnanzi? Forse chi si lascia travolgere dai raptus della violenza e dell’odio? O forse chi – proprio come Frassati – sa mettersi in ginocchio davanti al Padre? Proviamo a immaginare il dolore di questo ragazzo, poco più che ventenne: un amore che non sarebbe mai stato accettato dai genitori, un sentimento rimasto in sospeso, un sogno spezzato.

Pier Giorgio ne soffrì molto, confidandosi con pochissimi fidati amici e, in seguito, anche con la sorella Luciana. Quest’ultima ha raccontato che il fratello, un giorno, le si avvicinò “con i suoi grandi occhi neri e mi ha detto che era innamorato di una ragazza che conoscevo“.  Scrisse Pier Giorgio che “sacrificava l’idea di una relazione che avrebbe potuto portare molta gioia […] E’ colei che ho amato di un Amore puro e oggi, rinunciando ad esso, desidero la sua felicità […] Così lei sarà sempre per me una buona amica che […] mi avrà aiutato a mantenere la retta via verso la Meta“.

Potrebbe sembrare una storia triste ma, in realtà, questo aspetto della vita di Pier Giorgio ha ben altro da dirci e qualcosa di ben più profondo da lasciarci: non vergognarsi se non si eccelle in tutto, nella vita. Non vergognarsi dei fallimenti, delle difficoltà, dei momenti bui, delle contrarietà. Pier Giorgio c’insegna che non siamo i soli a soffrire e che il nostro valore non dipende dalle sconfitte ma da come sappiamo affrontarle, e superarle. Pier Giorgio ci aiuta ad avere coraggio e a non cedere allo sconforto perché “tutto concorre al bene di coloro amano Dio” (Rm 8, 28).

E, infine, Pier Giorgio ci fornisce un magnifico esempio di amore vero. Non quello annacquato delle copertine patinate. Non quello finto e illusorio di tanti Social. Non quello pericoloso di tante relazioni malate. No. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo si è donato. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo ha accolto anche chi non accettava. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo ha dimostrato nei fatti cosa significhi servire.

Pier Giorgio è stato un campione di fede e non a tutti sono chiesti i sacrifici che ha sopportato lui. Ma qualcosa, sicuramente ci accomuna e rende fattibile, per ciascuno di noi, la via al Cielo; per usare le sue stesse parole: “Da te non farai nulla ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione, allora sì, arriverai fino alla fine”.

Fabrizia Perrachon

P.S.: un piccolo, grande regalo per tutti: l’e-book gratuito per bambini e ragazzi che ho realizzato su Pier Giorgio Frassati! Lo trovate qui. Diffondetelo, stampatelo, coloratelo: sarà un modo snello e simpatico per diffondere la santità travolgente di Pier Giorgio.

Antonio e Luisa

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Matrimoni e Anniversari: l’Importanza di Celebrare

I mesi estivi, nel nostro Paese, sono quelli generalmente più scelti per la celebrazione dei matrimoni. Secondo il “Libro bianco del matrimonio” (lo studio più completo nel settore wedding), pubblicato da www.matrimonio.com in collaborazione con Google ed ESADE Business School, le coppie scelgono di sposarsi quando il clima è più favorevole. Un risultato che non sorprende.

Come scritto in un famoso versetto del Qoelet: “Niente di nuovo sotto il sole” (Qo 1, 9).  Nel 2024, per esempio, la statistica ha evidenziato le seguenti percentuali: il 10% ha scelto maggio; il 21% delle coppie pensa che giugno sia il mese migliore per sposarsi; a luglio, il 17%; il 10% ha scelto agosto; il 24%, infine, ha eletto settembre come mese perfetto.

Al di là dei numeri, è interessante fermarsi a pensare sul significato dell’anniversario di matrimonio, anche quando non è il nostro. Perché è bello ricordarsi di fare gli auguri a una coppia? E che insegnamento possiamo trarne per la nostra? Il significato emotivo degli anniversari, infatti, va oltre la semplice commemorazione di un singolo giorno, pur speciale che sia. Questi eventi offrono un’opportunità per riflettere sull’amore, la dedizione e il percorso che una coppia ha intrapreso insieme. Ogni anniversario porta con sé un significato unico, simboleggiando non solo il tempo trascorso, ma anche la crescita e l’evoluzione dei sentimenti tra marito e moglie.

La celebrazione degli anniversari può anche fungere da catalizzatore per riaccendere l’amore, alimentando il legame che unisce la coppia. Questi momenti diventano quindi occasioni per esprimere gratitudine e riconoscere i sacrifici fatti l’uno per l’altro.

Quando una coppia celebra un anniversario, si vive un momento di profonda condivisione e riflessione, che può rafforzare ulteriormente il legame. Tuttavia, se uno dei due non attribuisce importanza a queste celebrazioni, può sorgere una tensione che influisce sulla relazione stessa. La percezione di un anniversario può rivelare molto sulle aspettative e i valori di ciascuno – prima – e di coppia – poi – ed è fondamentale comunicare apertamente l’uno con l’altra. Gli anniversari, quindi, non sono solo un momento di gioia, di emozione, di comunione ma anche un’opportunità per affrontare le differenze e lavorare sulla crescita reciproca all’interno della relazione sponsale.

I ricordi sono uno degli aspetti più preziosi degli anniversari. Che è bello e importante rinnovare non soltanto con una cena romantica o un viaggio, ma con ciò che ha reso possibile tutto questo: l’amore sponsale nell’amore di Dio. L’amore sponsale come specchio dell’amore di Dio. L’amore sponsale come volto concreto, terreno, tangibile dell’amore di Dio.

Ecco allora che non sarà significativo soltanto riguardare foto o video di “quel giorno”, quanto piuttosto pregare perché l’impegno non si indebolisca e non venga meno. L’anniversario, insomma, non è solo ritornare a “quel giorno” ma riattualizzare il “sì” che ha portato ad essere una cosa sola.

Perché attraverso la celebrazione degli anniversari, insomma,  la coppia non solo onora il proprio passato ma pone le basi per un impegno sempre nuovo, vivo, attuale, fatto non solo di speranze e di sogni. Ma di certezza celeste: Dio è e sarà sempre con noi se lo vorremmo. Non perché “quel giorno” abbiamo pronunciato una frase. Ma perché ogni giorno scegliamo la fedeltà a un impegno che deve portarci alla salvezza. Non solo mia né solo tua, nostra. Perché sposarsi significa salvarsi attraverso il matrimonio.

Ed essere anche un esempio. Per altre coppie, per i figli, per gli amici, per chiunque. L’unità sponsale cristiana deve diventare testimonianza di amore possibile, quotidiano, santificante. Non banale né banalizzato dalle cose di tutti i giorni. Ma beato proprio grazie alla fedeltà di ogni giorno. Che si sceglie. Anche se costa fatica, anche se comporta dei sacrifici. Sacrifici che pagano sempre e ricompensano il centuplo promesso a chi lavora per il Regno di Dio.

E cos’è, questa, se non la bellezza del matrimonio cristiano? Ecco perché ricordare un anniversario di matrimonio, anche se non è il nostro, è sempre buona cosa. Ci serve per “ripassare” che non c’è nessun grande risultato senza impegno, senza qualcosa per cui valga la pena vivere. Anniversario non è solo un mazzo di fiori o una torta ma la prova vivente che ce la si può fare. Insieme ma soprattutto insieme a un Padre che ha voluto questo sacramento. Perché “la felicità è un percorso, non una destinazione (Madre Teresa di Calcutta).

Fabrizia Perrachon

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Non c’è Solo la Promessa Nuziale

Ci sono promesse ben più grandi di noi, che solo Dio può avere l’audacia di pensare, progettare, proporre e realizzare. Il termine “promessa” compare oltre centosessanta volte nella Bibbia (traduzione italiana): questo deve farci rifletterci e spingerci verso certe domande.

Chi è il fautore di queste promesse? Chi ne è il protagonista? Cadono semplicemente dal Cielo esigono una partecipazione dell’uomo? Sono solo un annuncio da accettare – o meno – passivamente o implicazione una reazione, una risposta, un’azione? Ne sono fedeli entrambi le parti? Oppure una, più dell’altra, è disposta a perdonare, nonostante tutto?

Promettere è qualcosa di solenne, definitivo, potentissimo nella cultura sociale umana. Il termine deriva dal latino promittere, composto di pro e mittere, che significa «mandare, inviare». Possiamo tradurlo quindi come «mandare avanti», «inviare pro-attivamente».

A tal proposito nell’enciclopedia Treccani online leggiamo: “Annunciare ad altri la propria intenzione di fargli o dargli qualche cosa a lui gradita o da lui chiesta, o comunque impegnarsi a fare qualche cosa, a tenere un dato comportamento, ecc. Con compl. oggetto: p. un premio, un regalo, una ricompensa; gli ho promesso il mio appoggio; m’ha promesso aiuto, o il suo aiuto; non ti posso p. nulla. Con prop. oggettiva: promettimi di star buono, di comportarti bene; mi ha promesso di mettersi a studiare; ti prometto di tornare presto; promettimi che mi condurrai con te; mi prometti che non lo farai più? come risposta: te lo prometto; lo prometto (o semplicem. prometto)”. [1]

La Parola è colma di promesse meravigliose. Potremmo dire di essere tutti figli di una promessa. La prima, grande, onnipotente, eterna, è che abbiamo un Padre che ci ama e ci ha amati da sempre: “Ti ho amato di amore eterno” (Ger 31,3). Un Figlio che è venuto a riscattarci: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14, 2-3). Uno Spirito Santo che ci sostiene: “Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26).

Pensiamo a qualcuna delle promesse bibliche più conosciute ed importanti, come quella ad Abramo: “«Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia” (Gn 15, 5-6). Pensiamo alla promessa fatta a Zaccaria: “Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni …» (Lc 1, 13). E, poi,pensiamo alla promessa fatta a Maria: “«Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù … nulla è impossibile a Dio»” (Lc 1, 30-31 e 37).

Questa grandezza non è relegata solamente al passato o solamente a questi (santi) personaggi. Le promesse di Dio sono per ciascuno di noi. Da sempre e per sempre. Anche quando tutto sembra essere contro di noi. Anche quando nessuno oserebbe mai pensare al contrario. Perché Dio è al sopra di tutto e di tutti. È onnipotente, può tutto. Ma dobbiamo credere in Lui. Dobbiamo credere che Lui può. Dobbiamo fidarci ciecamente. Perché, come amo dire, la speranza cristiana è la certezza nel compimento delle promesse di Dio.

Ognuno di noi, dunque, è chiamato a credere a queste promesse. Che sono certamente più di un una, nell’arco della vita. Ci sono quelle nell’infanzia, nell’adolescenza, nell’età adulta, in quella avanzata. Promesse che partono dal basso, da noi, e si rivolgono verso l’Alto. Così come quelle che Dio stesso stringe con noi. Il problema è quando non ce ne accorgiamo, o quando non vogliamo vederle, sentirle, abbracciarle, accettarle. Ci sono poi le promesse che scambiamo tra noi, fino ad arrivare a quella nuziale, il patto per eccellenza tra un uomo e una donna e Dio. Ogni vocazione ha le sue promesse, in qualunque direzione esse si muovano e da qualunque partono. L’errore sta nel pensare che siano solo per alcuni e non per tutti.  

Il 20 giugno è il giorno del compimento di due enormi promesse che Dio ha fatto a mio marito e a me: il 20 giugno 2012 nel battesimo di desiderio di Chicco, il nostro primogenito, nato direttamente in Cielo. Il 20 giugno 2013 nella nascita di Samuele Maria. Perché il Padre è fatto così: garante per eccellenza, ci parla anche attraverso le date.

Fabrizia Perrachon

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[1] Definizione completa disponibile al link https://www.treccani.it/vocabolario/promettere/

Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù

Questa frase sintetizza perfettamente l’amore coniugale cristiano. Un “io” e un “te” che diventano un “noi”, che diventano il “noi”. Un noi unico, indissolubile, bellissimo. Pensato da Dio, voluto da Dio, donato da Dio. L’equazione funziona solo se è presente il fattore centrale e unificante: Gesù. Da un punto di vista squisitamente matematico, l’equazione, infatti, è definita come un’uguaglianza tra due espressioni in cui almeno una contiene una o più variabili, chiamate incognite. L’obiettivo è trovare il valore dell’incognita che rende vera l’equazione.

In altre parole, un’equazione è come una bilancia in equilibrio: un lato deve essere uguale all’altro. Per risolvere un’equazione si cercano valori che, sostituiti alle incognite, rendano uguali i pesi delle due parti. Nell’equazione dell’amore sponsale l’incognita è facilmente individualibe: risponde al nome di Gesù.

La frase che dà il titolo a questo articolo è stata pronunciata da Don Silvio Galli, Servo di Dio, di cui proprio oggi – 12 giugno – ricorre il dies natalis, quello, cioè, in cui nacque al Cielo. Don Silvio è stato un sacerdote ed esorcista salesiano che ha dedicato agli altri tutta la sua vita, operando a Chiari, un paesino in provincia di Brescia. Chi ci conosce sa che mio marito ed io dobbiamo moltissimo a Don Silvio. E, anche chi non ci conosce, può scoprire qui qualcosa in più.

Noi, a Don Silvio, vogliamo un bene dell’anima. Ma la bella notizia è che Don Silvio ne ha voluto così, di bene, a ogni persona che ha incontrato in vita e che sta incontrando anche ora, che è nella Vita vera. Prima di scrivere questo articolo ho chiesto a lui di aiutarmi. Aiutarmi a trovare le parole giuste. Non tanto le mie quanto le sue. E, così, ho trovato questa massima stupenda all’interno di una raccolta delle sue omelie e mi ha colpito subito tantissimo. Perchè calza a pennello con la missione sponsale.

E ci sprona a riflettere sull’equilibro: com’è difficile trovarlo e soprattutto mantenerlo! A volte i coniugi si sentono come funamboli, sospesi sul filo sottilissimo dell’“io speriamo che me la cavo”, con il rischio concreto di cadere e sfracellarsi.

Il problema abita proprio la condizione dell’io: se si resta abbarbicati nella prima parte dell’equazione (“io” e “te”) non si troverà mai la “quadra”, l’equilibrio che la rende vera. Se si riescono a superare gli ostacoli del relativismo e dell’egoismo, ponendo Gesù al centro, allora l’operazione darà finalmente il giusto risultato.

Il segreto sta in questo: possiamo fare ore e ore di calcoli ma niente funzionerà se non abbandoniamo l’idea di dover programmare ogni aspetto della nostra vita – e della nostra coppia – escludendo però Chi permette l’equilibrio, il risultato, la realtà di quell’uguale. Che non è soltanto una semplice addizione (“io” più “te”) ma molto, molto di più. Molto, molto di meglio. Un essere uniti tra di noi perché si è uniti per Cristo, con Cristo e in Cristo.

Gesù in noi; noi in Gesù non è soltanto uno scambio in virtù della proprietà invariantiva (cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia). Non stiamo facendo 3+2 o 2+3. Gesù dev’essere in noi e noi in Lui. Non è la stessa cosa. E non è scontato. Ma è la svolta.

Proseguiva, infatti, Don Silvio: “Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù. Mai nessuna unità è così grande, così affermata, così realizzata come questa unione che ci conferisce Cristo Gesù: la Comunione!”. La Comunione Eucaristica (“Gesù in noi”) e la comunione sponsale (“noi in Gesù”). Meraviglia delle meraviglie! La somma corretta, l’equazione perfetta, l’espressione riuscita. Perché se è vero che la matematica è in qualsiasi cosa umana, e in qualsiasi legge chimico-fisica, è altrettanto vero che non c’è solo l’aritmetica dei numeri. C’è anche quella del cuore. Decisamente più importante della prima. E che, se non impariamo a conoscere, rimarremo sempre intrappolati nel “non siamo riusciti a risolvere”.

Concludeva Don Silvio: “L’Eucaristia nei segni sensibili con cui ci viene presentata, è figura della Chiesa, è simbolo dell’unità della comunità cristiana, è immagine del corpo mistico”. Ecco il centro, ecco il fondamento, ecco la formula da scolpire dell’anima. “Fare di Cristo il cuore del mondo“, si è detto, letto e sentito molte volte. Ma se Cristo non è il cuore degli sposi, se Cristo non è il cuore del “noi” nuziale allora non potremmo mai trovarLo sulle strade del mondo. Siano essere assolate o polverose, affollate o desertiche. Non potremmo mai trovare il Bello e il Vero nell’astratto se prima non è nel nostro concreto, nella nostra unione, nella nostra intimità. Ecco allora che Don Silvio, nella sua disarmante umiltà, ha reso semplice un concetto enorme: “Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù”.

Fabrizia Perrachon

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Una Madre Bellissima

La mamma è sempre la mamma”, si dice: come non essere d’accordo con questa espressione popolare! Ciascuno di noi porta nel cuore la propria madre, è il nostro primo grande amore.

Purtroppo non tutte le maternità sono serene e lineari; alcune gravidanze non sono cercate o desiderate, altre ancora si fanno attendere a lungo e, a volte, non arrivano mai. Una donna può sentirsi mamma fin da piccola, quando gioca sognante con le bambole, opppure non sentire questa vocazione in sé.

Da adulta, poi, diventa la genitrice premurosa e attenta che non si aspettava nemmeno oppure fa fatica a riconoscersi in questo ruolo. Vivendolo male, con fatica e insofferenza, trasmette ai figli la mancanza di affetto che, nel peggiore dei casi, può infliggere ferite ed inquinare il rapporto per tutta la vita.

Insomma, le casistiche sono molteplici e non basterebbe un manuale intero a raccoglierle, descriverle e spiegarle.  Quello che è importante sottolineare è l’importanza di sentirsi accolti dalla propria mamma. Il legame madre-figlio è uno dei più complessi e significativi dell’esperienza umana. La figura materna riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo, sociale e psicologico del bambino. Sentirsi amati dalla mamma è un aspetto cruciale di questo legame, poiché influisce profondamente sulla nostra identità e sulle relazioni future.

Fin dai primi momenti della vita, la madre rappresenta il punto di riferimento per eccellenza. La sua presenza costante, il suo abbraccio, il suono della sua voce, il suo stesso profumo, sono elementi che contribuiscono a creare un ambiente sicuro e protetto. Questo “rifugio” aiuta il bambino a esplorare il mondo circostante con fiducia. Sentirsi accolti significa ricevere un messaggio chiaro: “Tu sei amato, sei importante”. Questo senso di appartenenza è essenziale per lo sviluppo di una buona autostima.

Tutto questo lo si ritrova in una statua nuovissima e bellissima: la “Madre dei bambini nati in Cielo”, appena collocata presso l’omonima cappellina all’interno del Santuario del Bambin Gesù di Praga ad Arenzano (GE), ufficialmente inaugurata venerdì 30 maggio scorso da S.E. il Cardinale Angelo Bagnasco. L’opera in ceramica è merito dell’artista ligure Luca Damonte che, dopo dici mesi d’impegno, ha donato al mondo un autentico capolavoro.

La “Madre dei bambini nati in Cielo”, quasi a grandezza naturale, rappresenta una Madonna del quotidiano, come amo definirLa. Il suo volto non richiama vip o attrici dello star system ma l’espressione di una madre che accoglie, riceve, comprende, consola. Lunghi dall’essere giudicante, il Suo sguardo cattura l’attenzione e il cuore. Braccia aperte, Gesù Bambino nel pancione, manto che accoglie dodici bambini: queste sono le sue stupende caratteristiche.

Dodici bimbi tra cui si riconoscono piccini non nati, bambini sofferenti o impauriti, altri che pregano o dormono, un altro ancora che porta in braccio un esserino cui è stato impedito di nascere. Ma non è certo la tristezza a dominare la scena bensì la speranza. La speranza che sotto la protezione di Maria – quel manto accogliente, così sapientemente plasmato dallo scultore – tutto può cambiare, a cominciare dal nostro cuore.

Perché è da lì, e soltanto da lì, che le cose potranno migliorare, in noi e attorno a noi. Dio perdona, sempre, ma noi dobbiamo pentirci. E la “Madre dei bambini nati in Cielo” ce lo dice in modo potente, nel suo silenzio mistico, con il suo volto di madre. Una Madre bellissima.

Nella nostra società in cui tutto è immagine, è meraviglioso che ci siano ancora artigiani del sacro che vivano il loro mestiere come un percorso spirituale. Soltanto in questo modo le loro opere non saranno soltanto un abbellimento estetico, un “di più”, ma saranno il centro da cui partire per riflettere e pregare.

Coraggio mamme, coraggio papà! Qualunque dolore, angoscia, malattia, perdita o decisione ci siano state le vostro passato, la “Madre dei bambini nati in Cielo” invita a guardare avanti, non indietro. Poniamoci tutti sotto quel manto, accanto ai dodici bambini rappresentati. Dodici discepoli di una teologia dell’infanzia che sta soffiando come vento potente nella Chiesa, profezia come si sta realizzando.

Perché, come ha detto Papa Leone nell’omelia di domenica 1° giugno, Giubileo dei bambini e delle famiglie: “La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa”.

Fabrizia Perrachon

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Chi sono i “Dink”?

Avete mai sentito parlare dei “Dink”? No, non è una parolaccia né un nuovo gruppo musicale. “Dink” è l’acronimo inglese per indicare i “Double Income No Kids” ossia le coppie senza figli (= “No Kids”) e con doppio stipendio (=“Double Income”, appunto doppia entrata). Il termine è molto noto oltralpe ma, personalmente, non avevo mai sentito quest’espressione, almeno fino a qualche mese fa.

Per caso ho letto un post su Instagram de ilmessaggero.it che spiega: “Le famiglie cosiddette kids free sono in aumento, anche in Italia. Secondo l’Istituto di statistica il numero medio di figli per donna scende arrivando a 1.20, in flessione rispetto agli anni scorsi (nel 2022 era 1.24) e la stima provvisoria elaborata sui primi 7 mesi del 2024 evidenzia una fecondità pari a 1.21. Ma aumentano anche le famiglie che scelgono consapevolmente di non volere figli, per vivere una vita più “appagante” a livello individuale, concentrandosi sulla relazione a due e sugli obiettivi di carriera.  A sostegno di queste scelte è stata persino istituita una giornata celebrativa, l’International Childfree Day (1° agosto).

È ancora l’Istat, nel report Famiglie, soggetti sociali e ciclo di vita, a indicare che il 45,4% delle donne tra 18 e 49 sceglie di non diventare madre e il 22,2% non vuole figli nei 3 anni successivi, né in futuro. Per il 17,4% la maternità semplicemente non rientra nei propri progetti di vita. Dati analoghi arrivano da Inghilterra e Galles, dove un sondaggio di YouGov del 2020 mostrava come il 51% dei 35-44enni non aveva figli, né programmava di averne. Anche negli Usa è aumentato il numero di famiglie Childfree (44% nel 2021 nella stessa fascia di età, in aumento rispetto al 37% nel 2018).

Gli americani li definiscono “Dink” (Double Income No Kids, due stipendi e niente figli).[1]

Sono rimasta a bocca aperta di quanto avevo appena letto. E che mi ha riempito d’amarezza e, nello stesso momento, mi ha fatto riflettere profondamente. Riflettere profondamente sul bi-polarismo di massa di cui – evidentemente soffriamo. Come possono convivere, nella stessa società, il diritto del figlio a tutti i costi e la celebrazione del non volerne? Com’è possibile che si attuino soluzioni contro l’etica e la morale pur di tornare a casa con un pupetto o una pupetta e nello stesso momento ci sia addirittura la giornata mondiale per i (volutamente) senza figli? Forse la storia del termine, mi sono detta, potrebbe aiutarmi a capire. O, quantomeno, ad essere più informata. Sì, perché, la coppia “Doppio reddito senza figli” non indica quella che cerca o desidera un erede ma quella che deliberatamente decide di non averne. Ma cosa significa davvero questa scelta?

Il termine “Dink” nasce negli Anni Ottanta negli Stati Uniti, in un crescente contesto di cosiddetta emancipazione femminile e di cambiamenti nelle dinamiche familiari. Le coppie “Dink” sono generalmente composte da due adulti che condividono una vita insieme e che spesso hanno un reddito elevato o almeno stabile. La scelta di non avere figli può derivare da motivazioni diverse: desiderio di libertà, carriera, interessi personali, preoccupazioni economiche o ambientali, o semplicemente una preferenza di vita. Non siamo qui a giudicare nessuno, sia ben chiaro. Ognuno è libero di fare le sue scelte. Stando attenti, però, a non far star male le altre persone. Voglio dire: sono tante le coppie che non riescono ad avere un bambino, e ne soffrono terribilmente. A volte arrivano anche a separarsi. Allora, questa è la domanda delle domande, che senso ha celebrare una scelta – con tanto di ricorrenza internazionale – se la situazione è causa di profonda infelicità e profonda frustrazione per altri?  È come se venisse istituita la giornata mondiale del mangiare a più non posso quando ci sono milioni di esseri umani che muoiono di fame. Non ha alcun senso. Allora perché esaltare – o, più o meno velatamente – instillare il desiderio di emulare volutamente i “Dink”? O che faccia cool esserlo?

Dietro, davanti e di lato a tutto questo il rischio è che si accumulino tanto egoismo, tanti vuoti e tanta mancanza di rispetto. Non solo nei confronti di chi non riesce ad avere figli ma anche di chi, un figlio, l’ha perso. Prima che nascesse, per malattia, a causa di un incidente, magari anche per suicidio. Il rischio è quello di vendere egocentrismo spacciato per libertà e paura di fare dei sacrifici per emancipazione. Gesù l’ha detto chiaramente: “La verità di farà liberi” (Gv 8, 32). E ancora, nel colloquio con Lui prima della crocifissione, Pilato gli domanda: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38). Chiediamocelo anche noi. Chiediamoci che cos’è la verità. Il Signore ci risponderà, se noi sapremo essere sinceri e aprire il cuore.

Fabrizia Perrachon

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[1] Post completo disponibile al link https://www.instagram.com/p/DE5o3W1tFuA/?igsh=aWFrNDN6c2VqN3Uy

Santa Rita: cinquanta sfumature d’amore

Il 22 maggio la Chiesa cattolica ricorda Santa Rita da Cascia, conosciuta come la “santa delle cause impossibili”. E’ una figura di grande ispirazione per milioni di fedeli in tutto il mondo. La sua vita, ricca di sofferenza, fede e amore, rappresenta un esempio di come la spiritualità possa trasformare le pieghe più complesse dell’animo umano in un inno alla speranza e all’amore incondizionato. È significativo esplorare la sua vita, le sue virtù e il suo ruolo come simbolo di speranza e di carità.

Rita – al secolo Margherita Lotti – nacque nel 1381 a Roccaporena, un piccolo villaggio vicino a Cascia, in provincia di Perugia. La sua vita fu segnata da numerose prove: la perdita dei genitori in giovane età, un matrimonio difficile, la morte del marito e dei figli, la sofferenza per le ingiustizie subite. Nonostante tutte queste sfide, però, Rita mantenne una fede incrollabile in Dio e una profonda carità verso il prossimo.

Il suo matrimonio con Paolo Mancini fu caratterizzato da incomprensioni e violenze ma Rita riuscì a trasformare questa difficile relazione in un esempio di perdono e di amore cristiano. Dopo la morte del consorte, Rita pregò Dio affinché i figli non fossero travolti dalla sete di vendicare il padre. Disse che sarebbe stato meglio vederli morti piuttosto che assassini. Nostro Signore l’accontentò.

La sua richiesta, che nella prospettiva del mondo può sembrare insensata, è invece profondamente intessuta di compassione e misericordia. Rita desiderava sopra ogni casa la salvezza della loro anima e che nessuno si macchiasse di nuovi omidici. Tutto questo anche a costo del suo immenso dolore. Questo è martirio! Questa è santità! Rimasta sola, decise di entrare in convento, dedicandosi alla preghiera, alla carità e alla meditazione. La sua vita divenne un esempio di come l’amore possa trasformarsi in pace e perdono anche attraverso o forse proprio in virtù delle circostanze più avverse.

Santa Rita è spesso associata all’amore come forza di redenzione. La sua capacità di perdonare e di amare anche coloro che le hanno fatto del male rappresenta uno degli aspetti più profondi del suo messaggio. La vita di questa donna dimostra che la clemenza e la mitezza possono davvero portare alla riconciliazione, con noi stessi e con gli altri. Il suo esempio ci invita a riflettere su possiamo diventare un ponte vivo tra le persone, superando le barriere dell’orgoglio, dell’odio e della vendetta.

Santa Rita ci insegna che l’amore vero richiede pazienza, perdono e una fede incrollabile nella bontà divina. Senza di essa non potrebbe esserci stato tutto quello che Rita ha fatto, detto, donato. Senza Dio non ci sarebbe stata santa Rita. E senza Santa Rita noi non avremmo un punto di riferimento unico e insostituibile.

Un’altra nuance fondamentale dell’amore secondo Santa Rita è la fede. La sua fiducia in Dio le permise di affrontare le prove più dure con coraggio e speranza. La fede di Rita non era passiva ma attiva: si traduceva in gesti concreti di carità, preghiera e dedizione. La sua fede le diede la forza di amare senza riserve, di perdonare senza condizioni e di dedicarsi agli altri con umiltà e compassione. La sua vita è la prova concreta di come l’amore possa essere alimentato, e nello stesso tempo alimentare, la fede autentica, profonda e sincera, quella capace di illuminare anche le tenebre più fitte e smuovere persino le montagne.

Santa Rita è anche conosciuta come la “santa delle cause impossibili” perché molte persone si rivolgono a lei in cerca di aiuto in situazioni disperate. La sua intercessione è potentissima e molte testimonianze raccontano di miracoli e risposte che sembravano umanamente non fattibili né realizzabili.

Questa capacità di intervenire nelle situazioni più complicate rappresenta un’altra sfumatura dell’amore: quello che si manifesta nel desiderio di aiutare gli altri, portando speranza e conforto.

Un’altra dimensione dell’amore di Santa Rita, infine, è la sua dedizione alla famiglia e alla comunità. Nonostante la sua vita monastica, Rita mantenne un legame profondo con la sua famiglia e con il suo paese natale. Ecco, allora, che questa donna eccezionale ci insegna, tra le tante cose, che la vera carità è l’impegno quotidiano, fatto di piccoli gesti di bontà, di pazienza e di solidarietà.

Il suo esempio ci invita a riflettere su come l’amore possa avere tanti volti: dall’amore romantico a quello filiale, dall’amore per la famiglia a quello per il prossimo. Santa Rita è la dimostrazione che l’amore vero richiede sacrificio, pazienza e fede, e che anche nelle situazioni più difficili, è possibile trovare una via di speranza e di redenzione. Perché Dio è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Rita è stata figlia, moglie, madre, vedova, suora. Ora è Santa, in Paradiso, con Gesù e Maria che tanto ha amato e servito in vita, fino a dare la sua, totalmente. Sempre per amore. Amore per Dio e amore per gli altri. Ecco perché possiamo dire che i colori della tavolozza della sua esistenza sono stati – come minimo – cinquanta sfumature d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Matrimonio da Record

Maggio è un mese bellissimo: la primavera nel pieno dei suoi colori, i fiori sbocciano e profumano, il Santo Rosario, la celebrazioni di tanti sacramenti cristiani … Due giorni fa mio marito ed io abbiamo raggiunto i diciotto anni di matrimonio. Non possiamo che ringraziare il Signore per questi seimilacinquecentosettanta giorni insieme. Seimilacinquecentosettanta giorni in cui, pur tra dolori e gioie, difficoltà e soddisfazioni, lacrime e felicità, non ci siamo mai sentiti soli. Lui è sempre stato con noi, unitamente a Maria Santissima. Non perché siamo bravi o belli ma perché abbiamo scelto di fondare su Cristo la nostra unione sponsale. E questo, ne siamo convintissimi, fa la differenza.

Fantasticando sui futuri anniversari, sperando di raggiungere numeri importanti, mi sono imbattuta in qualcosa di molto significativo, che possiamo chiamare matrimonio da record. La pagina Instagram di churchpooitaliano[1], qualche mese fa ha pubblicato il post dal titolo “È Brasiliano il Matrimonio Cattolico più Duraturo del Mondo”, in cui leggiamo: “Una coppia cattolica brasiliana è appena entrata nel Guinness World Records per il matrimonio più duraturo del mondo. Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino stanno insieme da 84 anni, e sono la testimonianza vivente di amore, fede e impegno. «Dicono che l’amore è senza tempo, e il matrimonio brasiliano di Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino ne è la prova vivente», ha riferito il profilo ufficiale del Guinness World Records su Instagram. L’annuncio è stato fatto da LongeviQuest il 5 febbraio 2025, dopo un’ampia ricerca per trovare l’unione più duratura al mondo con entrambi i coniugi ancora in vita. Manoel, 105 anni, è nato il 17 luglio 1919. Maria, 101 anni, è nata il 23 aprile 1923. Entrambi sono originari della zona rurale di Boa Viagem, Ceará, e si sono sposati il 20 novembre 1940. Hanno lavorato insieme nei campi e hanno cresciuto 13 figli. Oggi hanno 55 nipoti, 60 pronipoti e 14 pronipoti. Per loro evitare i vizi è stata la chiave per una lunga vita. E quando a Maria viene chiesto il segreto per un matrimonio felice e duraturo, la sua risposta è semplice: l’amore.”

Chapeau! Ottantaquattro anni di matrimonio è proprio un bel record! Altro che «non sopporto più mia moglie/marito», dopo poche settimane. O – in casi estremi ma purtroppo sempre più diffusi – dopo pochi giorni. Non penso che tredici figli e la vita nei campi non abbiamo dato loro motivi di preoccupazione o apprensione, sofferenze, delusioni o fatiche. Eppure l’amore li ha fatti andare avanti oltre il secolo di vita. Sicuramente un tale legame non è solo un sentimento né un’emozione ma una vera e propria benedizione. Che solo il Cielo ha potuto donare loro. Ma non solo a loro: è per tutte le coppie del mondo! Però bisogna crederci. Bisogna chiederlo. Bisogna volerlo.

Perché possiamo ricevere il regalo più stratosferico e spettacolare del mondo ma senza cure, inevitabilmente, morirà. E badiamo bene che l’abbondanza di tempo non è automaticamente sinonimo di riuscita o felicità. Quel che conta è impegnarsi al massimo delle nostre capacità. Poi, dove non arriviamo noi, ci penserà il Buon Dio. E i tempi, più o meno lunghi dell’unione, saranno nelle Sue mani, per la salvezza e il bene dei coniugi. Noi preoccupiamoci di amare l’altro/a amando Dio, il resto lo farà Lui.

Disse il Servo di Dio, padre Adolfo Petit S.J.: «Non vi è che un mezzo per crescere nell’amore al Signore: amare. Allo stesso modo che si impara a leggere leggendo e a scrivere scrivendo, così si impara ad amare nostro Signore moltiplicando per Lui gli atti di amore. Ciascuno di questi atti è una bracciata di legna secca che si getta nel fuoco; esso rende più ardente la fiamma dell’amore». Amare Dio vuole dire amare il marito o la moglie. Amare il progetto di vita comune in Lui e con Lui. Amare la famiglia che si desidera formare in Lui e con Lui. Amare i figli che verranno donati in Lui e con Lui. Amare nonostante le prove in Lui e con Lui. Perché “più forte di tutti è l’amore”. (1 Cor 13, 13).  

Fabrizia Perrachon

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[1] Disponibile al link https://www.instagram.com/p/DGiGWZPiqvv/?igsh=MWpmMm1iMnc1MnNr

Coppie e Famiglie a Scuola di Speranza

Lo scorso fine settimana, a Loreto (AN), si è svolto il ritiro finale in presenza della prima edizione della Scuola Nuziale, promossa da Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie. Grazie al Cielo mio marito ed io siamo riusciti ad esserci. Perchè sono stati davvero giorni di Grazie, con la “G” maiuscola. E possiamo testimoniare che è stato qualcosa di veramente speciale e grandioso. La grande fatica nell’organizzarlo ha dato i suoi frutti più belli, più grandi, più pieni. Vedere tantissimi volti soddisfatti, felici, gioiosi e pieni di luce non ha prezzo e ripaga qualsiasi sforzo umano.

La Scuola Nuziale è stata un’esperienza che ha accompagnato oltre seicento persone da settembre 2024 allo scorso week end, appunto. Dando moltissimi spunti per riflettere, approfondire, fare comunione, aprire e sviluppare relazioni, pregare. Per rimettere insieme cocci, per rinsaldare il legame nuziale, per riscoprire la bellezza del matrimonio sacramento. Per sanare ferite, capire certe sofferenze, ridare un sorriso a volti – e cuori – tristi. Mi piace definirla una vera e propria scuola di speranza. Esattamente come ricorda il profeta Isaia: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

Sicuramente tutto questo fa parte di un piano voluto dall’Alto, molto più in alto di quanto ciascuno avrebbe mai pensato e immaginato. La bellezza dell’unione sponsale cristiana è qualcosa di preziosissimo, unico, santificante e nessuna parola unicamente umana potrebbe renderne giustizia. Ma l’unione umana e, soprattutto, con Dio ha fatto la differenza … e che differenza! Se centinaia – sì, avete letto bene, centinaia – di persone da tutta Italia si sono riunite a Loreto per incontrarsi, fare comunità e vivere momenti spirituali intensi non è per darsi un addio e nemmeno un arrivederci. È perché hanno compreso che spendersi per la famiglia è una chiamata, una vocazione alla quale non si può rimanere indifferenti.

Suor Lucia, la veggente di Fatima, scrivendo nei primi Anni Ottanta al cardinal Caffarra, affermò: “Verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione”. Tutto fa pensare che si siamo. Che il momento è adesso. Questi ultimi anni e mese, in particolare. Ma la Scuola Nuziale è stata, ed è, una piccola grande dimostrazione che non siamo soli. Che non siamo poche sparute coppie ad aver compreso l’importanza del legame nuziale e a volerlo dire a tutti. Che non siamo credenti esaltati che non hanno nient’altro di meglio da fare. Che non siamo bigotti, oscurantisti o retrogradi ma che abbiamo capito che la testimonianza autentica, semplice e vera, vale più di mille discorsi.

Certo, ognuno di noi – come singoli e come coppia – ha difetti, momenti di stanchezza, magari di dubbio. Ma sappiamo che c’è una meta. Sappiamo che Dio ci aspetta. Ci consola, sorregge, guida, ammaestra, benedice. E questo ci permette di non perdere mai la speranza e di camminare sulla strada che porta a Cristo. Ecco qual è la casa fondata sulla roccia. Il matrimonio fondato su una promessa che ha poco di umano e molto di divino. L’amore nuziale come specchio di quello trinitario, la famiglia come immagine della Sacra Famiglia.

In tutto questo, ha preso vita una forte condivisione tra noi genitori con figli in Cielo, volati Lassù prima di nascere. Loreto non è di certo una location casuale. A Loreto dimora la Santa Casa, quella in cui Maria Santissima ricevette l’annuncio. Quella in cui l’Arcangelo le disse: “Ecco, concepirai un figlio” (Lc 1,31). Non è stato detto a Maria “un grumo di cellule si formerà dentro di te” oppure “nella tua pancia ci sarà un prodotto del concepimento”. No. Subito, immediatamente si è parlato di figlio. Questa è la Verità, perché fondata sulla Parola di Dio. Siamo tutti figli, fin dal primo istante, fin dal concepimento. Figli di un Padre che ci ama da sempre, prim’ancora che figli di una mamma e di un papà.

Riflettendo proprio su questo passo – che una ha portata dirompente – abbiamo aperto i nostri cuori e fatto entrare la luce del Risorto, la luce di Maria. Essere consapevoli che questi bambini non sono mai veramente perduti perché abitano il Cuore di Dio non è la “magra consolazione”, il contentino, la pacca sulla spalla. È la certezza che deriva dalla fiducia in Gesù. Anche se umanamente può sembrare strano, assurdo o persino folle. Ma i piani umani sono volubili, passeggeri, leggeri. Quelli di Dio no, mai. Lui non sbaglia. Siamo noi a non capire, o a non voler capire. Siamo noi a non vedere, o a non voler vedere. Se ci abbandoniamo al Suo amore non solo sperimenteremo cose grandi ma diventeremo portatori di speranza, testimoni di resurrezione, pellegrini di gioia. Per info sulla prossima edizione scrivete a Antonio De Rosa antonioeluisaderosa@gmail.com

Fabrizia Perrachon

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Oggi, un Padre Deve Fare Testimonianza di Se Stesso

Primo maggio, su coraggio”, recitava una famosissima canzone italiana del 1977. Ma c’è molto più di questo. Il primo maggio è la festa di San Giuseppe Lavoratore. Il primo maggio è l’inizio del mese dedicato a Maria Santissima e al Santo Rosario. Il primo maggio, quest’anno, è il Primo Giovedì del mese, dedicato all’Adorazione Eucaristica e alla preghiera per le vocazioni. Una bella tripletta celeste, vero?

Potremmo stare ore – e pagine – a parlare di questo e non basterebbero né il tempo né lo spazio del blog. Inoltre, non dimentichiamo che la Chiesa sta vivendo un momento importantissimo e delicato. Dobbiamo pregare con tutto il cuore e con tutta l’anima per l’elezione del nuovo pontefice. Il Conclave è alle porte. Come si recita nella preghiera alla Divina Misericordia: “Dio, Padre Misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.”

Detto questo, è bello fermarci a pensare alla figura di San Giuseppe, ricordato il primo maggio proprio come lavoratore. Quanti padri lavorano per il benessere delle proprie famiglie! Quanti padri, al contrario, sono in difficoltà perché senza occupazione o sfruttati! Quanti padri ammalati, con l’angoscia di non poter provvedere al sostegno economico! Quante situazioni diverse, quante soddisfazioni ma anche quante angustie! E una domanda che bussa, prepotente, alla porta del cuore: ma il lavoro è solo quello fisico, materiale, con profitto economico? Oppure anche quello morale, spirituale, affettivo, educativo?

Essendo, San Giuseppe, sia padre che lavoratore, non possiamo ignorare il binomio che oggi ci viene suggerito. E così mi torna alla mente l’intervista che ha rilasciato qualche tempo fa a La Stampa Luca Zingaretti. Il noto attore ha dichiarato: “Per educare un figlio oggi, un padre deve fare testimonianza di se stesso. Non a chiacchiere, ma con i fatti, con le abitudini, con le sveglie all’alba per andare a lavorare, con la capacità di prendersi cura in ogni caso”.

San Giuseppe, per Gesù, è stato tutto questo. Lo ha accolto quanto tutti sospettavano della gravidanza di Maria. È fuggito in Egitto per proteggerlo. È tornato a Nazareth quando Dio glielo ha comandato. Ha dato il suo esempio di genitore e di artigiano, insegnandogli a diventare falegname. Chissà quanto sudore, quante spine nelle mani, quanta fatica piallare quel legno! Ma anche quanto amore, quanta dedizione, quanta tenerezza nel far crescere il Figlio di Dio come suo!

Ecco la “testimonianza di se stesso”: non spacciarsi per super-eroi senza difetti né peccati ma mettercela tutta, senza arrendersi alla prima difficoltà. Non fingere che la vita siano solo successo, traguardi raggiunti, limiti superati, vacanze di lusso, cene o milioni di follower sui social. Ma la semplicità di un quotidiano che eleva al Cielo, alla santità cui siamo tutti chiamati. Non stupire con irreali effetti speciali ma pregare insieme ai propri figli. Curarli quando sono malati. Leggere una storia prima di addormentarsi. Farsi tenere coccole. Giocare anche quando si avrebbe soltanto voglia di riposare. Esserci. Con la mente, il cuore, l’anima. Con se stessi. Con i pregi e con i difetti ma soprattutto con l’autenticità e l’impegno.

Dare l’esempio, allora, non sarà più soltanto il simulacro di un curriculum pieno di “ho fatto questo” o di “ho fatto quest’altro”. Oppure di “sono un buono a nulla”, “non so fare niente”, “non ho voglia”, “non ci penso proprio”. Piuttosto “faccio questo per amore e con amore”, “lo faccio per te”, “ci provo perché ti voglio bene”, “non mi arrendo perché desidero educarti a non arrenderti”, “coraggio, ci sono io”. I figli sono molto intelligenti e non si fanno ingannare dalle belle storielle. Forse, un tempo, era più semplice. Oggi no.

Dio, per primo, ci ha dato l’esempio. Dio, per primo, si è mostrato come Padre. Dio, per primo, ci ha insegnato a chiamarlo papà. Questo è il lavoro principale, quello non retribuito con la valuta del mondo, quello meno scontato, quello più difficile e sempre più raro. Non l’alibi per non fare nulla. Non la scusa per non fare nient’altro. Ma la luce della paternità coniugata con l’essere “umili lavoratori nella vigna del Signore”, come disse Benedetto XVI nel suo primo discorso da Papa. In questo modo – e grazie a San Giuseppe – il primo maggio avrà un senso. Vero, pieno, di sostanza. E non più soltanto uno slogan un po’ attempato né una sterile e vuota propaganda di facciata.

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La misericordia nuziale

Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6, 36). «Ah no, io mio marito non lo sopporto più: lascia sempre il tubetto del dentifricio aperto». «Mia moglie? Ha messo su tanti di quei chili da quando l’ho conosciuta … non la posso guardare!». «Mio marito non è capace a far niente». «Mia moglie si trascura, non provo più niente per lei». «Mio marito è un brontolone, non resisto con lui un giorno di più». «Quante volte te lo devo ripetere che devi spegnere la luce se non sei più in una stanza?!». «E io quante volte devo dirtelo che il bagno va lasciato pulito?!». «Ti lamenti sempre per tutto». «Anche tu».

No, non è l’incipit di una commedia teatrale ma la – triste – realtà di molte nostre giornate. Di molti matrimoni. Ma come, non dovevamo essere misericordiosi gli uni verso gli altri? Se non si è misericordiosi verso “l’estraneo più intimo che c’è”, il coniuge appunto, con chi possiamo esserlo? “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1 Gv 4, 20). E chi può – anzi deve – essere il primo destinatario della misericordia? Se siamo sposati, è ovviamente il coniuge! Ma, allora, che cos’è la misericordia nuziale? Come si manifesta? Come si vive? Come si realizza?

Il matrimonio cristiano è il sacramento della Misericordia per eccellenza. Promettendo solennemente – davanti a Dio – di amare e onorare l’altro per tutta la vita e in tutte le condizioni (in salute e in malattia) è proprio alla Misericordia che ci si affida. Non più e non solo come singoli ma come coppia.

Guardare la moglie o il marito con gli occhi della misericordia significa amarlo come lo amerebbe – e lo ama! – Dio. Significa donare senza la pretesa di ricevere. Perdonare prima che esigere di essere perdonati. E significa attuare la Misericordia di Dio nella misericordia umana.

Fatta anche di piccole cose quotidiane. Di tubetti di dentifricio e chili di troppo. Di capelli spettinati o di quel vestito che a noi proprio non piace. Di pancetta e cellulite. Dell’altro che vorremmo sempre scattante, simpatico, allegro, in forma, brillante. Ma che, al contrario, può essere noioso, triste, impacciato, stanco, malato.

Questa è la misericordia nuziale: guardare l’altro come lo guarda Dio prima di come lo guarderemmo noi. O almeno, provarci. A Dio interessano l’amore, l’impegno, la dedizione e la fedeltà ben prima di tutto il resto. Ben prima dei limiti e dei difetti. E così dovremmo cercare di fare anche noi. Vedere il bello, vedere il dono, vedere la Grazia nell’altro e dell’altro. Prima di tutto il resto.

Parlare di questo, oggi, significa voler celebrare con semplicità, ma altrettanta concretezza, ciò che ci suggerisce la Chiesa. La prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta Domenica in Albis (da colore delle vesti bianche indossate nel momento del battesimo, che i fedeli deponevano in quel giorno) è la grande festa della Divina Misericordia. Quest’anno, poi, è ancor più speciale: ricorrono i venticinque anni dall’approvazione ufficiale del culto, per volere di San Giovanni Paolo II. E ricorrono anche i venticinque anni dalla canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, cui Gesù rivelò questo messaggio importantissimo.  Non possiamo, quindi, voltarci dall’altra parte. Far finta che tutto questo non esista o, peggio, che non ci riguardi.

Per pregare la Divina Misericordia bisogna averla sperimentata. Bisogna cercare di viverla. Bisogna cercare di donarla. E tutti noi l’abbiamo ricevuta nel momento stesso in cui siamo nati. Come preghiamo nelle litanie: “Misericordia di Dio, che dal nulla ci chiamasti all’esistenza: confidiamo in Te!”. E ancora: “Misericordia di Dio, che ispiri speranza contro ogni speranza: confidiamo in Te!”.

Pazienza, allora, se l’altro non è esattamente come lo vorrei. Pazienza se quel difetto da cui lotta – lui/lei per primo, magari da anni – continua a darmi fastidio. Mi allena alla misericordia! Pazienza se non è perfetto, perché non lo sono neanch’io! Ma insieme – con la benedizione del nostro sacramento – siamo immagine di Dio e apostoli anche noi, come Santa Faustina, della Misericordia. Se sappiamo essere misericordiosi. Che non è il black friday dell’amore o l’indulto dei difetti ma il saper andare oltre per vedere l’Oltre, quello di Dio. Che ci ha amati per primi. Prima dei nostri peccati e delle nostre piccolezze. Prima che Gli dicessimo sì. Prima che ci dicessimo sì. Perché Lui aveva già puntato tutto su di noi.

Fabrizia Perrachon

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