Cosa ha Mai il Tuo Diletto più di Ogni Altro Amato

Perchè lui è diverso da tutti gli altri? In questo capitolo affrontiamo l’unicità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Che cosa ha mai il tuo diletto più di ogni altro amato, o incantevole tra le donne? Che cosa ha mai tuo diletto più di ogni altro amato, perché tu ci scongiuri con tanta insistenza?

La notte è passata. Non che siano finiti i problemi, le fatiche, le incomprensioni. Ma la Sulamita ora ha uno sguardo nuovo. Come accade dopo ogni notte dell’anima, la luce torna piano, e ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è cambiato. La sposa del Cantico non è più la stessa: si è rivestita di un nuovo mantello, non quello che le avevano strappato le guardie nella notte, ma un mantello fatto di comprensione, di libertà, di amore maturo.

Il coro, intorno a lei, è spiazzato. «Ma che ci trovi in lui?» sembrano dire. Non è mica perfetto. Se n’è andato. Ti ha lasciata sola nella notte. Non ti ha capita. Eppure lei insiste: è lui il mio diletto. Non uno come tanti. Non uno qualsiasi.

In questo passaggio si gioca uno dei punti più alti della spiritualità dell’amore umano: l’unicità dell’altro. In una cultura dove tutto è sostituibile, anche le persone, la Sulamita ci dice che no, l’amore vero rende l’altro unico. Irripetibile. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che ho deciso di fermare il mio sguardo. “Tutto di lui è amabile”, dirà poco dopo. Anche le sue fragilità, anche i suoi silenzi.

Lo psicologo Viktor Frankl diceva che l’amore è l’unico modo per cogliere in modo pieno l’essere più profondo dell’altro. Solo l’amore ci fa superare l’apparenza. Ed è quello che la Sulamita ha fatto: ha attraversato la notte, si è persa, ha cercato, è stata ferita. Ma ha scelto. Ha scelto di restare fedele all’immagine più vera del suo amato. Non a quella offuscata dalla delusione o dalla distanza.

Quante volte nel matrimonio arrivano domande simili. Ma chi te lo fa fare? Perché continui a credere in lui o in lei? Perché resti, se potresti rifarti una vita? Ed è proprio lì che si gioca la qualità del nostro amore. Quando smette di essere amore-contratto e diventa amore-alleanza. Quando non è più amore che cerca una gratificazione, ma amore che ha preso la forma della fedeltà.

Don Luigi Maria Epicoco in una sua catechesi lo dice così: «Non c’è amore vero se non c’è una croce nel mezzo». Non per esaltare il dolore, ma per dire che solo un amore che attraversa anche l’incomprensione, la noia, la fragilità, può fiorire davvero. La Sulamita non idealizza più il suo sposo: lo ama così com’è. Anzi, lo trova ancora più bello dopo la notte.

Mi ha colpito una frase di una catechesi: «La fede nuziale è un segno di clausura. Una coppia sposata è chiusa insieme». Come se il matrimonio fosse un monastero a due. Non una prigione, ma un luogo dove si entra e si resta, anche quando il vento soffia forte fuori. E dentro, ci si plasma. Ci si lima. Ci si ama davvero.

Quando smettiamo di pensare che il nostro partner debba rispondere a tutti i nostri bisogni, iniziamo ad amarlo davvero. Perché lo scegliamo. Perché vediamo in lui o in lei un dono. E perché sappiamo che anche attraverso quella sua fatica, quella sua parte che non ci piace, noi stiamo crescendo.

In Analisi Transazionale si direbbe che l’amore vero nasce dall’adulto interiore: non è una reazione automatica del bambino che ha paura di restare solo, né il giudizio rigido del genitore che ama solo se l’altro si comporta bene. È una scelta consapevole. Responsabile. Libera.

Ecco perché la Sulamita lascia a bocca aperta il coro. Perché in un mondo di amori usa e getta, lei resta. Lei ama. Lei testimonia che l’amore, quello vero, quello che ti cambia la vita, è fatto di perseveranza, di memoria, di fiducia oltre le prove.

Nel volto imperfetto del suo amato, lei vede qualcosa che gli altri non vedono. Vede l’uomo della promessa. L’uomo che, pur con le sue fughe, è stato scelto. L’uomo che può ancora rinascere nell’incontro con lei.

E allora l’amore umano torna ad essere quello che Dio ha pensato: un’avventura grande, fragile e bellissima, dove ci si prende per mano non perché tutto va bene, ma perché ci si riconosce dono. E ci si sceglie ogni giorno, anche nella notte.

Antonio e Luisa

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La Vera Pace, in Cammino Verso lo Sposo

Cari sposi, può essere che nella vostra vita vi sia toccato di presenziare il momento in cui una persona cara rivela di essere gravemente malata. Un colpo durissimo, un fulmine a ciel sereno, un drastico cambio nel ménage familiare. D’istinto si cerca di essere vicini, di consolare, di farsi prossimo al tempo stesso che avvertiamo tutta la nostra impotenza.

Gesù, nel brano di oggi, occupa questo posto dal momento che siamo all’interno del “Discorso di addio”, pronunciato poche ore prima della sua Passione. Ma ecco l’incredibile: è Gesù stesso a infondere coraggio agli apostoli che, confusi e sconvolti, non potevano credere a quelle parole, Lui stesso, nel pieno del suo turbamento e angoscia interiore che di lì a poco lo porteranno a sudare sangue, sta coccolando i suoi con parole piene di dolcezza e consolazione: “non siate turbati, abbiate fiducia”.

Solo una persona perdutamente innamorata può comportarsi così, che grande è il Cuore di Gesù! Con ragione suor Faustina appuntava nel suo diario: “La Mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità” (Diario, 699).

Ma, il dono della Pace di Gesù non è un accessorio, un optional nella sua vita, perché Lui stesso è la pace, come ci insegna San Paolo: «Egli, infatti, è la nostra pace» (Ef 2,14). Cristo impersona la pace dato che, con la Passione, Morte e Risurrezione, Lui ha riconciliato Dio e l’uomo e ha messo pace tra gli uomini stessi, anzitutto tra Giudei e pagani. Ogni cellula del suo corpo, ogni parte del suo comportamento esprime tale Pace.

La pace è quindi un dono relazionale, il frutto della comunione ristabilita con Cristo e nel Corpo di Cristo, come ancora ci ricorda San Paolo: “Giustificati per la fede, abbiamo pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). Che differenza corre tra questa pace di Gesù e quella che offre il mondo (pensiamo a tutti i sacrosanti sforzi per la pace in Ucraina e in Palestina)! Gesù ci offre la pace tramite il dono di sé, tramite il suo sacrificio redentore, con il suo esempio; in cambio, non al massimo siamo capaci di compromessi e di do ut des.

Sant’Agostino ci ricorda che, per il Battesimo, Gesù è “interior intimo meo et superior summo meo più interiore del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (Le Confessioni, III,6,11). Quindi la Sua Pace è già potenzialmente in noi, anche se non ce ne accorgiamo. È quel tesoro nascosto nel campo che dobbiamo riscoprire di continuo e lasciar agire in noi. Per questo, sempre S. Agostino, ci ricorda che è la preghiera del cuore il modo con cui lasciamo fare a Gesù in noi.

Se questo vale per tutti, per voi sposi c’è un accento in più. La viva presenza di Cristo nella vostra relazione vi rende Sposi portatori di pace, quella pace che Gesù vuole radicare nel vostro rapporto. Proprio a motivo del fatto che il mondo maschile e femminile sono fondamentalmente diversi e tendono al conflitto, ecco allora che Gesù, con la grazia del matrimonio, vuole “abbattere il muro di divisione”.

Sulla irriducibile differenza uomo/donna si sono versati fiumi di inchiostro e qui l’atteggiamento più comune sfocia nel cercare la consapevolezza della propria diversità, oppure si risolve il tutto con la teoria della fluidità di genere e la decostruzione dei cosiddetti “stereotipi culturali”.

In realtà, la pace tra uomo e donna, tra marito e moglie, e quindi la vera comunione, al di là dei battibecchi triviali o dei sani confronti pur nella divergenza di opinioni, passa dalla sequela di Cristo Sposo. Solo nella misura in cui una coppia opta consapevolmente di lasciarsi guidare dallo Sposo potrà iniziare a sperimentare la vera pace.

Ce lo spiega magistralmente l’allora Card. Ratzinger in un documento profetico, scritto a quattro mani assieme a Giovanni Paolo II: “«Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… non c’è più uomo né donna», scrive San Paolo ai Galati (3,27-28). L’Apostolo non dichiara qui decaduta la distinzione uomo-donna che altrove dice appartenere al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l’inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell’uomo e della donna sono superabili e superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione dell’uomo e della donna, che, del resto, accompagna fino alla fine la rivelazione biblica. Nell’ora finale della storia presente, mentre si profilano nell’Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» (Ap21,1), viene presentata in visione una Gerusalemme femminile «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). La rivelazione stessa si conclude con la parola della Sposa e dello Spirito che implorano la venuta dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20)” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo,12).

ANTONIO E LUISA

Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23): è questa la chiave della presenza di Dio tra gli sposi. Dal giorno del matrimonio, Dio non abita in noi automaticamente: prende dimora solo se Gli apriamo il cuore, se scegliamo ogni giorno di seguirLo nel concreto, nella fatica di amarci come Cristo ci ama. L’amore coniugale diventa allora un tabernacolo vivente, ma solo quando è illuminato dalla Parola, nutrito dai sacramenti e offerto nella libertà. La fedeltà, il perdono, la tenerezza: tutto può essere abitato da Dio… se siamo noi a lasciare spazio, a scegliere la Sua via e non la nostra.

Antonio e Luisa

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Amare con il Corpo: la Vocazione Visibile dell’Invisibile

Viviamo in un tempo in cui il corpo sembra avere significati ambivalenti: viene idolatrato o bistrattato, ostentato o nascosto, quasi mai ascoltato. Eppure, proprio il corpo veicola una delle domande più vere dell’esistenza: “Per chi sono io?”. È un interrogativo inevitabile, che nasce dall’esperienza stessa di essere persone umane: bio-psico-sociali e aperte alla trascendenza.

Sin dal libro della Genesi vediamo come l’uomo – Adamo – prende coscienza della propria identità grazie al suo corpo: scopre di appartenere al creato, ma anche di essere diverso dagli animalia. Scrive san Giovanni Paolo II: «l’uomo creato si trova, fin dal primo momento della sua esistenza, di fronte a Dio quasi alla ricerca […] della propria identità» (UDC 5,5). Solo quando il Creatore gli presenta Eva il suo stupore rivela che ha trovato il senso del proprio essere: «Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (Gen 2,23). Attraverso il corpo che li avvicina e li distingue i due si ri-conoscono: se la dualità è un punto di partenza, l’unità è il punto di arrivo.

Proprio a partire dall’uomo delle origini e da lì leggendo la realtà dell’uomo storico, il tesoro inestimabile della Teologia del corpo ci aiuta a comprendere il significato altissimo della corporeità. Proprio nella differenza sessuale ci si rivela il carattere sponsale del corpo e quindi l’ermeneutica del dono: l’uomo e la donna, nel loro essere compiuti e al contempo complementari, testimoniano che la pienezza dell’esistenza si raggiunge nella relazione. Questa dinamica, che trova una prima espressione nell’eros, trova il suo compimento quando si apre all’agape: se infatti quello muove i corpi a cercarsi quale forza che fa tendere l’uno verso l’altra, questo garantisce l’incontro.

L’amore oblativo trasforma il desiderio in dono e fa sì che la persona non resti confinata al piano dell’emozione e dell’istinto, ma si apra a una progettualità che diviene pienezza. Scrive il Papa della famiglia: «L’amore […] sprigiona una particolare esperienza del bello, che si accentra su ciò che è visibile, ma coinvolge contemporaneamente la persona intera» (UDC 108,6). Amare con il corpo significa, allora, vivere la propria corporeità come via per entrare in comunione con l’altro: è nella tenerezza, nella cura, nel cadenzare quotidiano di gesti di attenzione e servizio che il corpo diventa sacramento, luogo di rivelazione di Dio.

Per vivere questa promessa di compimento è però condizione necessaria avere nel cuore e nella mente il vero volto di Dio. Troppo spesso ci sono state veicolate immagini sbagliate e distorte, lontane dalla Rivelazione che il Figlio ci ha fatto del Padre. Pensiamo al Dio giudice, che osserva con severità le nostre colpe e punisce l’errore, generando paura e vergogna; al Dio contabile, che misura i nostri meriti e assegna premi o castighi, facendo dell’amore una prova da superare; al Dio efficiente, che esige perfezione e risultati, trasformando il nostro desiderio di essere amati in ansia da prestazione. C’è anche il Dio intellettuale, figlio di dimostrazioni e schemi, che esclude la dimensione affettiva, o il Dio magico, buono solo quando le cose vanno bene, ma pronto a essere rinnegato nei momenti difficili.

Queste immagini deformano non solo la nostra dimensione spirituale, ma anche quella sociale. Se il nostro volto di Dio è sospettoso, esigente o lontano, anche il nostro modo di amare sarà segnato dal controllo, dal timore o dal disincanto. Al contrario, il Dio rivelato da Gesù Cristo è un Dio vicino, che per primo ha scelto il corpo come modalità di relazione; è il Dio creatore e misericordioso, che ci ha voluti con amore eterno, che ci cerca instancabilmente, che ci guarda con tenerezza.

In questa prospettiva, l’intimità coniugale può diventare “un luogo sacramentale”, un’esperienza in cui Dio si rende presente come protagonista, insieme alla coppia. Non si tratta di atti meramente fisici, ma di un incontro che può sanare, rinnovare promesse e rafforzare legami. Lungi dall’essere un’idea romantica o un sotterfugio per legalizzare disordini e vizi, amare con il corpo è l’unico modo per essere persone sane e felici. Si tratta di scegliere ogni giorno di essere per l’altro: di non usare ma accogliere, di non consumare ma custodire. Facciamo esperienza di un cammino esigente, fatto di ascolto, di pazienza, di perdono, di continuo lavoro su se stessi, che conduce alla gioia piena. È la via ordinaria della santità, quella che passa per i gesti più semplici e autentici dell’amore umano.

In un tempo che tende a svuotare il corpo del suo significato, l’esperienza dell’amore vissuto nella carne ci restituisce una profezia di speranza. Ogni corpo, con la sua storia e le sue ferite, resta portatore di una bellezza inviolabile, di una verità che nessuna cultura dello scarto potrà mai cancellare. Amare con il corpo, allora, non è solo possibile: è urgente. È l’atto più umano e più divino che possiamo compiere.

Giovanna Valsecchi

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Salvare lui o salvare me? Il bivio della moglie ferita

Vi racconto una consulenza telefonica che ho offerto a una moglie che si trova in un momento di forte sconforto e di grande dolore. Credo sia importante raccontarla, preservando l’anonimato dei protagonisti, perchè ciò di cui parleremo è più comune di quanto si possa pensare. Forse con altre modalità ma con le stesse identiche spinte psicologiche.

Le mie conclusioni sono solo una ipotesi ponderata da quanto ho ascoltato. Ma credo possano fornire una chiave interessante sulla quale tutti possono riflettere. Su come le nostre ferite e il copione infantile possano influenzare le relazioni adulte. Lui ha deciso di sposarsi dopo un fidanzamento molto lungo, ma non per una vera convinzione, bensì perché lei è rimasta incinta. E ora, dopo tanti anni di matrimonio, tradisce ripetutamente sua moglie. Non con una sola donna, ma con tante: escort, prostitute, relazioni occasionali. Si può definire un’abitudine compulsiva, un meccanismo che non riesce (o non vuole) fermare.

Lei invece è lì. Ferma. In attesa. Svuotata. Umanamente distrutta da anni di distacco, freddezza, abbandono. Nessuna intimità. Nessun dialogo. Solo qualche gesto, a volte, quando lui torna a cercarla per avere un rapporto sessuale — poche volte all’anno. Cerca un senso e l’amore nella relazione e nella cura della figlia. Ha smesso di sentirsi moglie per essere soltanto mamma. Non c’è violenza fisica, ma una solitudine che grida vendetta al cielo. Lei per tanti anni non ha voluto vedere. Poi è scoppiata e non è riuscita più a far finta di niente. Eppure lui non se ne va. Resta lì, quasi come a rivendicare un ruolo che non vuole esercitare veramente: quello del marito.

Una storia come tante, ma unica nel dolore

Questa consulenza nasce da un grido, quello della moglie. Una donna credente, fedele, che non riesce a comprendere come sia possibile che un uomo prometta amore eterno e poi lo tradisca in modo così sistematico. Ma dietro ogni tradimento si nasconde una storia, e dietro ogni storia, un copione.

Il copione di vita e la spinta: “Sii forte”

Secondo l’Analisi Transazionale, ognuno di noi sviluppa da piccolo un copione di vita, cioè una storia che inconsciamente scriviamo su noi stessi e sul mondo, spesso per sopravvivere alle ferite dell’infanzia. In questo caso, l’uomo in questione ha vissuto un’infanzia con un padre che si comportava allo stesso modo: assente, infedele, anaffettivo. Quel modello paterno non solo ha generato sofferenza, ma ha anche trasmesso una spinta psicologica, quella del “Sii forte”.

La spinta “sii forte” impone di non mostrare emozioni, di non avere bisogno di nessuno, di non chiedere aiuto. Chi la riceve da piccolo, interiorizza l’idea che il valore della propria persona si misura nella capacità di resistere da solo, senza appoggiarsi a nessuno. Mostrare fragilità significherebbe, dunque, non valere abbastanza.

Ma il bambino interiore non sparisce. Resta lì, nascosto, e quando non trova spazi sani per esprimersi, esplode in comportamenti disordinati: come la compulsione sessuale, la trasgressione, la doppia vita. Il tradimento diventa allora un grido: “Amami! Guarda che io esisto!”.

Il corpo usato per colmare un vuoto

Il problema, però, è che quel bambino non vuole sesso: vuole essere visto, accolto, amato per come è. Eppure l’adulto ferito che porta dentro questa parte rifiutata cerca disperatamente conferme attraverso il corpo delle altre, consumando rapporti impersonali come anestetici contro il vuoto. Ma l’effetto svanisce subito. E allora si riparte, sempre più lontani dalla verità e dalla relazione autentica. È la dipendenza affettiva a freddo, quella in cui l’altro è solo uno strumento per calmare un dolore profondo, senza mai incontrarsi davvero.

Cosa può fare la moglie?

A questa donna non ho potuto consigliare solo pazienza e preghiera. Non perché non siano importanti, ma perché l’amore cristiano non è passivo. L’amore, quando è vero, cerca la verità, anche a costo di passare dalla croce.

Le ho proposto di interrompere il circolo vizioso dell’accomodamento. Di uscire dalla dinamica dove lei aspetta che lui cambi, mentre lui sa che può continuare a comportarsi così, perché tanto lei non lo lascerà mai. Non si tratta di abbandonare, ma di dare un segnale forte: “Io ci sono, ma non così. Non a queste condizioni. Non posso essere complice del tuo disordine e della tua fuga dalla tua parte più vera.”

La proposta concreta è stata questa: una terapia personale per entrambi, ancor prima che di coppia, dove lui possa iniziare a dare voce a quel bambino che non ha mai potuto dire: “Ho bisogno”, “Mi sento solo”, “Mi sento inadeguato”. E ne ha bisogno anche lei. Perché alla fine, non si tratta solo di salvare un matrimonio. Si tratta di salvare lei, farle comprendere che è un’anima amata, una figlia preziosa, una donna degna di essere vista, rispettata e amata — sul serio.

Ma — e questo è fondamentale — se lui rifiuta questo cammino, lei deve iniziare a pensare a una separazione, almeno temporanea. Non per vendetta, ma per amore. Per amore di sé stessa, della verità, della propria dignità. E forse anche per dare uno shock a lui, che ha anestetizzato la coscienza.

Non si salva chi non vuole essere salvato

Nel Vangelo, Gesù non forza mai nessuno. Chiede: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). L’amore rispetta la libertà. Ecco perché la moglie non può rimanere eternamente nell’attesa che l’altro si converta. Anche Dio, quando il popolo di Israele gli è infedele, si ritira. Non per orgoglio, ma per rispetto della libertà dell’altro. Lasciando la porta aperta. Anche questo è essere fedeli. Lei non cerca un altro uomo, continuerà ad amare e ad essere fedele a suo marito.

Come dice Papa Francesco in Amoris Laetitia (§137): “L’amore si nutre di libertà. Non può esistere una forma di amore imposta. Occorre che ognuno sia libero di decidere di amare, anche a costo di pagare un prezzo.”

Riscoprire la propria vocazione all’amore

A questa donna ho detto che il suo valore non dipende dalla fedeltà del marito. Che lei non è “meno moglie” perché lui ha tradito, anzi. Lei è ancora oggi una testimone del Vangelo dell’amore. Ma deve anche capire che la carità verso sé stessi è parte della carità cristiana. Ha diritto a essere rispettata, ad amare senza umiliarsi, a scegliere una strada che le consenta di non smettere di amare, ma di farlo in verità.

Spesso pensiamo che l’amore vero debba sopportare tutto. Ed è vero, ma questo non significa accettare tutto. Significa trovare la strada che sia la più vera per amare. Stare con un marito così senza chiedere nessun cambiamento, non significa amare il marito ma significa avere un comportamento evitante. Sono forse io il custode di mio fratello?

A questa donna ho consigliato di proporre un cammino, ma anche di prendere una decisione, se necessario. Perché a volte, solo toccando il fondo, l’altro può decidere di risalire.

E allora sì, forse nascerà davvero qualcosa di nuovo. Non più sulle ceneri del dolore, ma sulla verità della propria fragilità finalmente accolta.

Antonio e Luisa

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Santa Rita: cinquanta sfumature d’amore

Il 22 maggio la Chiesa cattolica ricorda Santa Rita da Cascia, conosciuta come la “santa delle cause impossibili”. E’ una figura di grande ispirazione per milioni di fedeli in tutto il mondo. La sua vita, ricca di sofferenza, fede e amore, rappresenta un esempio di come la spiritualità possa trasformare le pieghe più complesse dell’animo umano in un inno alla speranza e all’amore incondizionato. È significativo esplorare la sua vita, le sue virtù e il suo ruolo come simbolo di speranza e di carità.

Rita – al secolo Margherita Lotti – nacque nel 1381 a Roccaporena, un piccolo villaggio vicino a Cascia, in provincia di Perugia. La sua vita fu segnata da numerose prove: la perdita dei genitori in giovane età, un matrimonio difficile, la morte del marito e dei figli, la sofferenza per le ingiustizie subite. Nonostante tutte queste sfide, però, Rita mantenne una fede incrollabile in Dio e una profonda carità verso il prossimo.

Il suo matrimonio con Paolo Mancini fu caratterizzato da incomprensioni e violenze ma Rita riuscì a trasformare questa difficile relazione in un esempio di perdono e di amore cristiano. Dopo la morte del consorte, Rita pregò Dio affinché i figli non fossero travolti dalla sete di vendicare il padre. Disse che sarebbe stato meglio vederli morti piuttosto che assassini. Nostro Signore l’accontentò.

La sua richiesta, che nella prospettiva del mondo può sembrare insensata, è invece profondamente intessuta di compassione e misericordia. Rita desiderava sopra ogni casa la salvezza della loro anima e che nessuno si macchiasse di nuovi omidici. Tutto questo anche a costo del suo immenso dolore. Questo è martirio! Questa è santità! Rimasta sola, decise di entrare in convento, dedicandosi alla preghiera, alla carità e alla meditazione. La sua vita divenne un esempio di come l’amore possa trasformarsi in pace e perdono anche attraverso o forse proprio in virtù delle circostanze più avverse.

Santa Rita è spesso associata all’amore come forza di redenzione. La sua capacità di perdonare e di amare anche coloro che le hanno fatto del male rappresenta uno degli aspetti più profondi del suo messaggio. La vita di questa donna dimostra che la clemenza e la mitezza possono davvero portare alla riconciliazione, con noi stessi e con gli altri. Il suo esempio ci invita a riflettere su possiamo diventare un ponte vivo tra le persone, superando le barriere dell’orgoglio, dell’odio e della vendetta.

Santa Rita ci insegna che l’amore vero richiede pazienza, perdono e una fede incrollabile nella bontà divina. Senza di essa non potrebbe esserci stato tutto quello che Rita ha fatto, detto, donato. Senza Dio non ci sarebbe stata santa Rita. E senza Santa Rita noi non avremmo un punto di riferimento unico e insostituibile.

Un’altra nuance fondamentale dell’amore secondo Santa Rita è la fede. La sua fiducia in Dio le permise di affrontare le prove più dure con coraggio e speranza. La fede di Rita non era passiva ma attiva: si traduceva in gesti concreti di carità, preghiera e dedizione. La sua fede le diede la forza di amare senza riserve, di perdonare senza condizioni e di dedicarsi agli altri con umiltà e compassione. La sua vita è la prova concreta di come l’amore possa essere alimentato, e nello stesso tempo alimentare, la fede autentica, profonda e sincera, quella capace di illuminare anche le tenebre più fitte e smuovere persino le montagne.

Santa Rita è anche conosciuta come la “santa delle cause impossibili” perché molte persone si rivolgono a lei in cerca di aiuto in situazioni disperate. La sua intercessione è potentissima e molte testimonianze raccontano di miracoli e risposte che sembravano umanamente non fattibili né realizzabili.

Questa capacità di intervenire nelle situazioni più complicate rappresenta un’altra sfumatura dell’amore: quello che si manifesta nel desiderio di aiutare gli altri, portando speranza e conforto.

Un’altra dimensione dell’amore di Santa Rita, infine, è la sua dedizione alla famiglia e alla comunità. Nonostante la sua vita monastica, Rita mantenne un legame profondo con la sua famiglia e con il suo paese natale. Ecco, allora, che questa donna eccezionale ci insegna, tra le tante cose, che la vera carità è l’impegno quotidiano, fatto di piccoli gesti di bontà, di pazienza e di solidarietà.

Il suo esempio ci invita a riflettere su come l’amore possa avere tanti volti: dall’amore romantico a quello filiale, dall’amore per la famiglia a quello per il prossimo. Santa Rita è la dimostrazione che l’amore vero richiede sacrificio, pazienza e fede, e che anche nelle situazioni più difficili, è possibile trovare una via di speranza e di redenzione. Perché Dio è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Rita è stata figlia, moglie, madre, vedova, suora. Ora è Santa, in Paradiso, con Gesù e Maria che tanto ha amato e servito in vita, fino a dare la sua, totalmente. Sempre per amore. Amore per Dio e amore per gli altri. Ecco perché possiamo dire che i colori della tavolozza della sua esistenza sono stati – come minimo – cinquanta sfumature d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Amore Familiare e Vocazione: Storie di Santi

La storia di molti santi e pastori della Chiesa ci insegna che la famiglia è la culla delle vocazioni. L’amore fedele tra madre e padre – vissuto nella quotidianità, spesso in mezzo a difficoltà e prove – può lasciare un’impronta decisiva nel cuore dei figli. Crescere avvolti da questo amore e da una fede vissuta in casa prepara a riconoscere e accogliere la chiamata di Dio. In questo articolo percorriamo le vicende familiari di alcuni santi e papi, scoprendo attraverso aneddoti e testimonianze come l’esempio dei genitori abbia orientato il loro cammino verso il sacerdozio o la vita consacrata.

San Giovanni Paolo II: il “seminario domestico” di papà

Karol Wojtyła perse la madre all’età di 9 anni e poi anche il fratello maggiore; rimase così solo col padre, un ex militare dal cuore profondamente religioso. La casa era modesta e segnata dal lutto, ma piena di fede. Karol ricordava di vedere suo padre pregare ogni giorno: “Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in ginocchio, così come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa parrocchiale”. Quell’uomo vedovo non parlò mai esplicitamente al figlio di diventare sacerdote, eppure con la sola testimonianza formò in lui il germe della vocazione. “Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta di seminario domestico” – scrisse Giovanni Paolo II riferendosi al padre. In quel clima di preghiera familiare, silenzioso ma costante, maturò la chiamata che avrebbe portato Karol prima al sacerdozio e poi al soglio pontificio.

Santa Teresa di Lisieux: una famiglia come terra fertile

Nel caso di Santa Teresa di Gesù Bambino, la vocazione religiosa fu coltivata all’ombra di una famiglia straordinariamente santa. I suoi genitori, Louis Martin e Zélie Guérin, erano una coppia di sposi animati da profonda fede: primi coniugi canonizzati insieme nella storia, proclamati santi da Papa Francesco nel 2015. Le loro giornate erano scandite dalla preghiera, dal lavoro onesto e dalla carità, con il riposo della domenica sempre rispettato, e vissero molte prove affidandosi con fiducia alla Provvidenza. Zélie, prima di conoscer Louis, aveva persino chiesto al Signore di avere molti figli “e che essi vi siano tutti consacrati”. Dio prese sul serio quel desiderio: dei nove figli dei coniugi Martin, cinque sopravvissero all’infanzia e tutti e cinque abbracciarono la vita consacrata.

Teresa crebbe respirando fin da piccola questo clima di amore e fede. Rimase orfana di madre a soli 4 anni, ma trovò nel papà un esempio di tenerezza e devozione incrollabile. Più tardi, già carmelitana, riconobbe apertamente quanto doveva ai suoi genitori: «Il Buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra». Nell’autobiografia Storia di un’anima, Teresina lascia trasparire la gratitudine per l’educazione ricevuta in casa: ogni sera la famiglia pregava insieme, e l’amore tra i genitori – fondato sul Vangelo – infondeva nelle figlie la gioia di appartenere a Dio. Non sorprende che in tale terreno fertile sbocciassero vocazioni: l’esempio di papà e mamma fu per Teresa e le sorelle un richiamo vivente alla santità.

San Giovanni Bosco: la fede trasmessa nel dolore

L’infanzia di San Giovanni Bosco fu segnata dalla povertà e dalla perdita prematura del padre. Aveva soltanto due anni quando papà Francesco morì improvvisamente di polmonite, dopo aver raccomandato alla moglie Margherita di “aver fiducia in Dio” fino all’ultimo respiro. Mamma Margherita, rimasta vedova a 29 anni, si trovò a crescere da sola tre figli in tempi durissimi di carestia. Nonostante le lacrime e le fatiche, questa madre coraggiosa non perse mai la fede: insegnò ai bambini a pregare, a confidare nella Provvidenza e a vedere nei piccoli eventi quotidiani i segni dell’amore di Dio. Fu lei la prima catechista di Giovanni, trasmettendogli con semplicità di cuore i valori cristiani.

Quando Giovanni manifestò il desiderio di farsi prete, Margherita lo sostenne con saggezza. Anni dopo, nel giorno della sua prima Messa, gli parlò con il cuore di madre e di sposa fedele a Dio: «Ricordati che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a soffrire… Tu, da qui innanzi, pensa solamente alla salvezza delle anime e non prenderti nessun pensiero di me». In queste parole – quasi un testamento spirituale – c’è tutto l’amore di una genitrice che offre il figlio a Dio senza riserve, accettando di buon grado di “perderlo” perché altri abbiano vita. Mamma Margherita in effetti lasciò la sua casa e seguì don Bosco a Torino per aiutarlo nella missione con i ragazzi poveri, diventando per tutti “Mamma Margherita”. Con sacrificio estremo, arrivò perfino a vendere le amate memorie del suo matrimonio – i ricordi di una vita di sposa – per sostenere le opere del figlio sacerdote. L’esempio luminoso di questa madre e l’eco dell’amore coniugale dei suoi genitori (custodito nel ricordo) alimentarono in Giovanni Bosco uno zelo apostolico straordinario, facendone il santo educatore che il mondo conosce.

Papa Francesco: la fede appresa in famiglia

Anche nella vita di Jorge Mario Bergoglio – oggi Papa Francesco – l’ambiente familiare ebbe un ruolo chiave nel far germogliare la vocazione. Nato in Argentina da genitori di origini piemontesi, crebbe in una famiglia semplice, ricca di affetto e devozione popolare. In particolare fu fondamentale la presenza della nonna paterna, Rosa, con cui il piccolo Jorge trascorreva molto tempo. “Ho ricevuto il primo annuncio cristiano da una donna: mia nonna! È bellissimo questo: il primo annuncio in casa, con la famiglia!” ha ricordato Papa Francesco, testimonianza di come la trasmissione della fede inizi proprio tra le pareti domestiche. Rosa insegnò al nipotino le prime preghiere, gli parlava di Gesù e delle storie dei santi, accendendo in lui l’amore per Dio.

L’esempio dei nonni e dei genitori forgiò nel giovane Bergoglio un cuore sensibile ai bisognosi e attento alla voce del Signore. Da ragazzo serviva Messa con suo padre nelle domeniche mattina, respirando quel clima di fede semplice e solida tipico di tante famiglie immigrate. Da Papa ha spesso sottolineato l’importanza di questo patrimonio ricevuto: “I nonni sono il legame tra le generazioni, trasmettono l’esperienza della vita e della fede ai giovani”. Senza il fondamento di amore e preghiera vissuto in casa, probabilmente Jorge non avrebbe riconosciuto la chiamata al sacerdozio che sentì a 17 anni, un mattino di primavera entrando in chiesa per confessarsi. Anche molti anni dopo, Francesco conserva nel breviario un biglietto che gli scrisse nonna Rosa, a ricordargli che la fede appresa in famiglia è un tesoro prezioso nelle difficoltà della vita. La sua storia conferma che quando in casa regnano amore, preghiera e buon esempio, il terreno del cuore rimane aperto al progetto di Dio.

Altri esempi di vocazioni nate in famiglia

Gli episodi potrebbero continuare, perché davvero dietro a tanti santi c’è la luce di genitori santi o perlomeno virtuosi. Il Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, diceva che la preghiera e la virtù nei figli “dopo Dio, è opera di mia madre”, convinto che i bambini imitino spontaneamente ciò che vedono fare ai genitori. Un’altra scena toccante è tramandata della vita di Giuseppe Sarto, divenuto poi Papa Pio X: quando fu ordinato vescovo, mostrò con orgoglio alla madre l’anello pastorale appena ricevuto. Mamma Margherita gli fece allora vedere la propria fede nuziale al dito ed esclamò: «È molto bello il tuo anello, Giuseppe; ma tu non l’avresti se io non avessi questo». Quasi a dire: se tu sei diventato sacerdote e vescovo, è perché prima tuo padre ed io ci siamo amati cristianamente come sposi. Questo semplice gesto riassume una verità profonda: il sì che un uomo e una donna pronunciano davanti a Dio nel matrimonio genera una corrente di grazia che può portare frutto anche nelle vocazioni dei figli.

Lo sottolineava, in un suo ricordo, anche San Paolo VI. Da anziano, riflettendo sui doni ricevuti dai genitori, egli disse: «All’amore di mio padre e di mia madre, alla loro unione, devo il mio amore di Dio e del prossimo». Ecco il punto centrale: quando marito e moglie si amano davvero, con amore paziente, fedele, aperto alla vita e radicato in Cristo, trasmettono ai figli molto più che valori morali. Trasmettono una fede viva, un orientamento del cuore verso il bene. Non c’è meraviglia quindi che tanti figli cresciuti in queste famiglie sentano fiorire dentro di sé il desiderio di seguire il Signore più da vicino.

In conclusione, le vicende di Giovanni Paolo II, Teresa di Lisieux, Giovanni Bosco, Papa Francesco e altri mostrano come la santità domestica dei genitori sia spesso la chiave nascosta delle vocazioni. Non significa che Dio chiami alla vita consacrata solo chi ha alle spalle famiglie esemplari – lo Spirito soffia dove vuole – ma certamente un clima familiare di amore autentico e fede praticata dispone il terreno in modo speciale. La famiglia, chiesa domestica, è il luogo in cui s’impara ad amare e a scoprire di essere amati da Dio. Lì può germogliare la risposta generosa alla voce di Cristo. Ogni mamma e ogni papà, vivendo con fedeltà il proprio matrimonio, anche tra le lacrime e le prove, scrive nel cuore dei figli un Vangelo vivente che potrà fiorire un giorno in vocazione sacerdotale o religiosa, a gloria di Dio e a servizio degli uomini.

Antonio e Luisa

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Piedi che salvano

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza. (Is 52,7)

Questo breve estratto dal libro del profeta Isaia è l’Antifona della Santa Messa odierna in cui si celebra la memoria di San Bernardino da Siena (8/9/1380 – 20/5/1444), un grande predicatore. Ma questo santo viene ricordato anche per aver dato un particolare impulso alla diffusione del famoso trigramma “IHS” che è l’abbreviazione acronima del Santissimo Nome di Gesù, ma tra le varianti la più diffusa, detta appunto di San Bernardino, è “Iesus Hominum Salvator”, ovvero “Gesù Salvatore dell’umanità”.

La devozione particolare al Santissimo Nome di Gesù ha reso famoso San Bernardino anche tra i suoi contemporanei, ma il fatto che sia lontana a noi nel tempo non significa che essa abbia perso di importanza o sia sorpassata da un’altra. Sappiamo bene che il nome di Gesù significa “Dio salva/Dio è salvezza”, perciò ogni volta che pronunciamo questo nome è come se dicessimo “Dio salva”.

Inoltre bisogna sempre tenere presente che è un nome che viene dal Cielo, non è un qualsiasi nome umano, è un nome imposto dall’Angelo che lo comunicò a San Giuseppe: “ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù” (Mt 1,21).

Quindi ogni volta che ripetiamo questo nome stiamo dicendo non solo una Parola di Dio, stiamo dicendo La Parola(Il Verbo) di Dio fatta carne, stiamo usando un linguaggio del Cielo, stiamo dicendo il nome che è stato sulle labbra della Madonna, sulle labbra di San Giuseppe, il Nome pronunciato dall’Arcangelo Gabriele.

Dire “Dio salva” è la stessa cosa che pronunciare il nome di Gesù. Il brano di Isaia ci ricorda di come siano belli i piedi del messaggero che annuncia la salvezza, ma possiamo tranquillamente sostituire la parola salvezza con Gesù: come sono belli i piedi del messaggero che annuncia Gesù.

Cari sposi, quante volte abbiamo visto il nostro coniuge venirci incontro? Quante volte abbiamo visto camminare verso di noi il nostro coniuge? Quante volte abbiamo guardato i suoi piedi mentre ci veniva incontro per un abbraccio?

Gli sposi sacramentati sono l’uno per l’altra il segno tangibile, sensibile ed efficace della Grazia di Cristo, e quindi sono la manifestazione corporea della salvezza di Gesù. Solo guardando il nostro sposo/sposa come messaggero di salvezza riusciamo a scorgere quando Dio ci ami in maniera unica e personalizzata.

Solo guardando così il nostro coniuge, allora potremo dire con Isaia: Benedetti quei piedi che camminano verso di me, perché sono i piedi del messaggero di Gesù, anzi, sono i piedi che Gesù usa per amarmi, per venirmi incontro.

Coraggio sposi, ripetiamo spesso al nostro coniuge il Santissimo e dolcissimo nome di Gesù.

Giorgio e Valentina.

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Sposi cristiani si diventa per contemplazione

Cari sposi, oggi siamo di nuovo in festa, perché ogni domenica è la ‘Pasqua’ della settimana., il giorno che ci ricorda l’evento più importate della nostra vita. Ma lo siamo anche per il dono di un pastore universale che ci guida, facendo le veci di Gesù stesso in mezzo a noi. La gioia di un Papa che già sta mostrando una sensibilità per il matrimonio e la famiglia, come un segno stesso che è Gesù che parla a voi tramite lui.

Al centro della Liturgia vi è il comandamento dell’amore. Ma non sarà che la Bibbia ha errato nell’usare questa espressione? Come si fa a comandare di amare? Se l’amore è la cosa più libera che esiste. Solo Cristo può permettersi di parlare così, proprio perché è Lui l’Amore fatto uomo, l’Incarnazione dell’Amore divino. Gli apostoli avevano visto e toccato che davvero era così e solo per questo può chiedere a loro di imitarlo e di diventare dono di amore.

Davvero è tutto qui il cristianesimo: contemplare l’Amore per lasciarsi trasformare e vivere amando. Non si tratta di doverismo e moralismo ma di rispondere liberamente a una chiamata: “L’amore che si è manifestato nella croce di Cristo e che Egli ci chiama a vivere è l’unica forza che trasforma il nostro cuore di pietra in cuore di carne; l’unica forza capace di trasformare il nostro cuore è l’amore di Gesù, se noi pure amiamo con questo amore. E questo amore ci rende capaci di amare i nemici e perdonare chi ci ha offeso” (Regina coeli, 19 maggio 2019).

Per voi sposi quanto è vero e tangibile questo Vangelo. Quante volte avrete fatto l’esperienza che, per quanto ci si proponga di migliorare la relazione con il coniuge non si è mai all’altezza della vocazione ricevuta. Questo perché impariamo che non dobbiamo partire da noi stessi, ma amare perché siamo stati amati. Perciò voi sposi potete contemplare in modo del tutto vostro l’amore di Cristo! Chi ha fatto questo sono i mistici che, con parole diverse, esprimono la medesima verità: bisogna farsi catturare dall’Amore di Gesù per essere veri cristiani. Ecco alcuni esempi:

L’anima che ha conosciuto l’amore di Dio non può vivere più in sé, perché è uscita da sé, è entrata in me, ed è unita con me per amore” (S. Caterina, Dialogo sulla Divina Provvidenza); “Gesù, è l’amore solo che mi attira! … L’amore è tutto. L’amore è tutto in Dio, e Dio è tutto amore” (Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima). Ci si può donare agli altri solo se attirati prima da Cristo!

La Chiesa ci insegna a non illuderci di trovare quella tecnica comunicativa, quel modo di pensare o comportarmi che renderà performante e solido l’amore di coppia. Papa Francesco, con il suo usuale realismo, ci mette in guardia proprio da questo:

Questo non significa fare troppo affidamento su noi stessi. Stiamo attenti: rendiamoci conto che il nostro cuore non è autosufficiente, è fragile ed è ferito. Ha una dignità ontologica, ma allo stesso tempo deve cercare una vita più dignitosa. Dice ancora il Concilio Vaticano II che «il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità», tuttavia per vivere secondo questa dignità non basta conoscere il Vangelo né fare meccanicamente ciò che esso ci comanda. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’amore divino. Andiamo al Cuore di Cristo, il centro del suo essere, che è una fornace ardente di amore divino e umano ed è la massima pienezza che possa raggiungere l’essere umano. È lì, in quel Cuore, che riconosciamo finalmente noi stessi e impariamo ad amare” (Francesco, Dilexit nos, 30).

Cari sposi, voi che avete il cuore trasfigurato dall’Amore di Cristo per la Chiesa, riandate sempre a Lui, nella preghiera e nell’Eucarestia per attingere ogni giorno l’entusiasmo di essere dono, per essere sposi secondo il Suo Cuore.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermiamo su un personaggio del Vangelo di oggi. Che alla fine conferma quanto detto da padre Luca. Tanti sposi assomigliano a Giuda: delusi dalle ferite del matrimonio, escono dal “cenacolo”, abbandonano l’altro e Cristo stesso. Cercano altrove il senso della loro vita, inseguendo sogni che sembrano più facili, più dolci. Ma fuori dal cenacolo c’è solo buio. È nel dolore, nella fedeltà ferita, che Dio rimane. Lui sta con chi resta, con chi lotta, con chi si fida anche quando non vede niente. Solo chi rimane, anche sanguinante, sperimenta il vero amore: quello che salva. Chi scappa, invece, si perde. Dio abita la fedeltà spezzata, non l’illusione di una felicità senza croce.

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Una Sola Carne non Significa Diventare una Sola Persona

Stabilire dei limiti all’interno della relazione di coppia può suonare, a un primo ascolto, come un gesto freddo, distante, quasi egoista. In un tempo in cui l’amore viene spesso concepito come fusione totale, l’idea di porre dei “confini” rischia di sembrare un atto contrario alla comunione. Eppure, proprio alla luce del Vangelo e della sapienza della Chiesa, scopriamo che i limiti — se vissuti nella carità — non sono muri che dividono, ma ponti che custodiscono. E nell’ottica della psicologia, possiamo dire che aiutano a rimanere adulti, liberi e responsabili nella relazione, evitando giochi psicologici che feriscono e logorano la coppia.

Custodire l’alleanza, non l’illusione della fusione

Nel sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna diventano “una sola carne” (Genesi 2,24), ma non una sola persona. L’unione sponsale non abolisce l’identità, la arricchisce. San Giovanni Paolo II, nella sua Mulieris dignitatem, sottolineava come la reciprocità tra uomo e donna non si basi sull’annullamento, ma sul dono libero e consapevole di sé. Questo significa che per potersi donare autenticamente, è necessario sapere dove finisce il proprio io e dove comincia l’altro. La maturità di una coppia si misura nella capacità di onorare le differenze, di custodire l’individualità senza viverla come minaccia.

L’Analisi Transazionale ci offre un linguaggio prezioso per comprendere tutto ciò. Quando una relazione è carente di confini chiari, si attivano spesso dinamiche in cui un partner assume un ruolo genitoriale (“Ti dico io cosa è giusto per te”) e l’altro quello del bambino (“Mi annullo pur di essere accettato”). Ma l’amore maturo vive nella modalità “Adulto-Adulto”, dove ciascuno riconosce sé stesso, l’altro e la relazione come realtà distinte e preziose, da custodire con responsabilità.

I confini non sono muri, ma accordi

Mettere dei limiti non vuol dire chiudersi, ma esplicitare i bisogni in modo adulto. Significa dire: “Questo è ciò che per me è importante, e desidero che tu lo conosca, perché voglio costruire con te qualcosa di bello e stabile.” È un gesto di verità e di amore. Quando due persone si accordano su ciò che è accettabile e su ciò che può ferirle, stanno gettando le fondamenta per una relazione serena, onesta e rispettosa.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ci ricorda che “l’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano” (AL 224), ma questo tempo non può essere invadente, totalizzante, privo di ascolto dei ritmi e dei bisogni dell’altro. I confini sono come le cornici che esaltano un dipinto: senza di esse, l’opera si perde. Con essi, viene protetta e valorizzata.

Rispetto e libertà: due nomi della carità

Una relazione senza rispetto è una relazione che prima o poi diventerà un campo di battaglia. E il rispetto si esercita anche — e forse soprattutto — nei piccoli dettagli: non leggere messaggi privati se non autorizzati, non pretendere l’adesione automatica a ogni scelta, non imporsi nelle emozioni dell’altro, non esigere spiegazioni dove non c’è trasparenza ma controllo.

Quando due persone si amano cristianamente, si rispettano perché vedono nell’altro un figlio di Dio, una persona libera, un mistero sacro. I limiti, in questo senso, sono come delle soglie: ricordano che l’altro è “altro”, e che la relazione non è possesso, ma alleanza.

Dal punto di vista psicologico, il rispetto dei confini aiuta a prevenire giochi distruttivi, come il vittimismo (“con tutto quello che faccio per te…”) o il salvataggio (“so io cosa è meglio per te”). I giochi nascono quando si smette di comunicare in modo chiaro, e si cerca di ottenere attenzione, affetto o potere in modo indiretto. La comunicazione adulta, invece, parte dalla consapevolezza di sé e si esprime in modo diretto, sereno, assertivo.

Intimità e privacy: non tutto va condiviso

Un altro aspetto spesso frainteso riguarda la privacy nella coppia. C’è una sottile, ma fondamentale, distinzione tra il non avere segreti e il pretendere di condividere tutto. Anche in una relazione molto unita, restano spazi personali: il diario interiore, il tempo per sé, alcune amicizie, alcuni oggetti o luoghi simbolici. San Tommaso d’Aquino ci ricorda che l’amore si nutre anche della distanza giusta, quella che permette alla libertà di respirare. Nessuno può amare davvero se si sente soffocato. Un amore che invade, che sorveglia, che pretende l’accesso a ogni angolo della vita dell’altro, è un amore fragile e possessivo. L’amore vero si fida. E, proprio perché si fida, non ha bisogno di controllare.

Quando mancano i limiti

Una relazione priva di confini è una relazione esposta a ogni vento. Quando non ci sono accordi chiari, l’equilibrio si rompe facilmente. L’uno può sentirsi invaso, l’altro trascurato. Si creano aspettative non dette, si accumulano rancori silenziosi. E spesso si cade nella dipendenza emotiva: si ama l’altro non per quello che è, ma per il bisogno che abbiamo di lui. In Analisi Transazionale, questo è il terreno fertile dei giochi e delle simbiosi: nessuno è davvero libero, perché ciascuno si appoggia sull’altro per definire sé stesso.

Ma il matrimonio cristiano è una chiamata alla libertà, non alla fusione. È il luogo in cui due persone imparano ad amare come Cristo ha amato: donandosi senza annullarsi, servendo senza perdere sé stessi, perdonando senza giustificare l’ingiustizia.

In definitiva, stabilire dei limiti nella coppia non è una forma di difesa, ma un atto d’amore consapevole. È dire all’altro: “Ti rispetto così tanto che non voglio invaderti, né essere invaso. Voglio camminare con te, fianco a fianco, liberi e responsabili, adulti nella fede e nell’amore.” Così si custodisce la bellezza dell’alleanza, e si diventa davvero segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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La Crisi Come Opportunità: Quando l’Amore Passa per la Croce

Siamo Katia e Marco, sposati da 25 anni e genitori di tre figli. La nostra storia, come quella di tante famiglie, è stata segnata da momenti di gioia, ma dopo 15 anni di matrimonio, una profonda crisi ha minato le basi della nostra unione.

Per molto tempo mi sono sentito smarrito, incapace di capire cosa stesse succedendo. La comunicazione con Katia era sparita, la distanza tra noi cresceva ogni giorno. Mi rifugiavo fuori casa, tra amici e attività, convinto che quello fosse il mio spazio di libertà. Ma dentro di me c’era solo confusione. Non riuscivo più a vedere mia moglie, la donna che avevo scelto, come alleata della mia felicità e la società in cui viviamo ci dice spesso che se qualcosa non funziona, possiamo buttarla via. Ci viene mostrato un modello di matrimonio “facile”, dove se non si è più felici, si può cambiare strada.

Divorzio, nuove relazioni, nuove emozioni. È questo il messaggio che arriva dalla televisione, dai social, dalla cultura popolare: “se soffri, guarda altrove, non devi sopportare”. E anche io, in quella confusione, ho pensato che forse era normale, che forse andava bene così, ma il vuoto che sentivo non si riempiva. E quando tutto sembrava davvero finito, in quel buio, Dio ha acceso una luce in me, in noi, attraverso il programma Retrouvaille, un percorso che ci ha insegnato a riscoprire il dialogo, a perdonarci e ad accettarci nelle nostre fragilità, In quel percorso ho riscoperto, tra alti e bassi, mia moglie. Abbiamo intrapreso un cammino che ci ha aiutati a rivederci con occhi nuovi, a riscoprire il valore del perdono, della fiducia, della tenerezza. Abbiamo capito che la crisi, se accolta con coraggio e fede, può diventare un’opportunità, da non vivere come una sconfitta, ma una tappa faticosa e necessaria per crescere nell’amore. Abbiamo imparato che l’amore vero passa anche per la croce. Non si costruisce solo nella felicità, ma soprattutto nelle prove, quando si sceglie ogni giorno di restare, di non mollare, di ricominciare.

Il perdono non è un sentimento: è una decisione concreta, spesso difficile, ma sempre liberante. È una scelta che guarisce e trasforma. Retrouvaille non è stata una scorciatoia, ma un cammino faticoso, sincero, profondo. Ora so che ogni crisi, anche la più buia, può essere un’opportunità di risurrezione, quando è vissuta nella luce della fede e con il coraggio del cuore, può diventare il luogo dove l’amore si purifica e si rafforza. Oggi ci capita di camminare insieme a coppie che attraversano la tempesta, perché sappiamo cosa significa cadere, toccare il fondo, sentire il peso della croce nel proprio matrimonio. Ma sappiamo anche che è possibile rialzarsi insieme, se ci si affida, se si sceglie di restare. Noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle: la croce che ci sembrava un fallimento si è rivelata una porta stretta, ma aperta alla grazia.“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Quella che era una ferita, oggi è diventata per noi una feritoia, ed è proprio da lì che entra la luce. È in quella crepa che Dio ha fatto fiorire una speranza nuova.

Katia e Marco (Retrouvaille Italia)

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Matrimonio da Record

Maggio è un mese bellissimo: la primavera nel pieno dei suoi colori, i fiori sbocciano e profumano, il Santo Rosario, la celebrazioni di tanti sacramenti cristiani … Due giorni fa mio marito ed io abbiamo raggiunto i diciotto anni di matrimonio. Non possiamo che ringraziare il Signore per questi seimilacinquecentosettanta giorni insieme. Seimilacinquecentosettanta giorni in cui, pur tra dolori e gioie, difficoltà e soddisfazioni, lacrime e felicità, non ci siamo mai sentiti soli. Lui è sempre stato con noi, unitamente a Maria Santissima. Non perché siamo bravi o belli ma perché abbiamo scelto di fondare su Cristo la nostra unione sponsale. E questo, ne siamo convintissimi, fa la differenza.

Fantasticando sui futuri anniversari, sperando di raggiungere numeri importanti, mi sono imbattuta in qualcosa di molto significativo, che possiamo chiamare matrimonio da record. La pagina Instagram di churchpooitaliano[1], qualche mese fa ha pubblicato il post dal titolo “È Brasiliano il Matrimonio Cattolico più Duraturo del Mondo”, in cui leggiamo: “Una coppia cattolica brasiliana è appena entrata nel Guinness World Records per il matrimonio più duraturo del mondo. Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino stanno insieme da 84 anni, e sono la testimonianza vivente di amore, fede e impegno. «Dicono che l’amore è senza tempo, e il matrimonio brasiliano di Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino ne è la prova vivente», ha riferito il profilo ufficiale del Guinness World Records su Instagram. L’annuncio è stato fatto da LongeviQuest il 5 febbraio 2025, dopo un’ampia ricerca per trovare l’unione più duratura al mondo con entrambi i coniugi ancora in vita. Manoel, 105 anni, è nato il 17 luglio 1919. Maria, 101 anni, è nata il 23 aprile 1923. Entrambi sono originari della zona rurale di Boa Viagem, Ceará, e si sono sposati il 20 novembre 1940. Hanno lavorato insieme nei campi e hanno cresciuto 13 figli. Oggi hanno 55 nipoti, 60 pronipoti e 14 pronipoti. Per loro evitare i vizi è stata la chiave per una lunga vita. E quando a Maria viene chiesto il segreto per un matrimonio felice e duraturo, la sua risposta è semplice: l’amore.”

Chapeau! Ottantaquattro anni di matrimonio è proprio un bel record! Altro che «non sopporto più mia moglie/marito», dopo poche settimane. O – in casi estremi ma purtroppo sempre più diffusi – dopo pochi giorni. Non penso che tredici figli e la vita nei campi non abbiamo dato loro motivi di preoccupazione o apprensione, sofferenze, delusioni o fatiche. Eppure l’amore li ha fatti andare avanti oltre il secolo di vita. Sicuramente un tale legame non è solo un sentimento né un’emozione ma una vera e propria benedizione. Che solo il Cielo ha potuto donare loro. Ma non solo a loro: è per tutte le coppie del mondo! Però bisogna crederci. Bisogna chiederlo. Bisogna volerlo.

Perché possiamo ricevere il regalo più stratosferico e spettacolare del mondo ma senza cure, inevitabilmente, morirà. E badiamo bene che l’abbondanza di tempo non è automaticamente sinonimo di riuscita o felicità. Quel che conta è impegnarsi al massimo delle nostre capacità. Poi, dove non arriviamo noi, ci penserà il Buon Dio. E i tempi, più o meno lunghi dell’unione, saranno nelle Sue mani, per la salvezza e il bene dei coniugi. Noi preoccupiamoci di amare l’altro/a amando Dio, il resto lo farà Lui.

Disse il Servo di Dio, padre Adolfo Petit S.J.: «Non vi è che un mezzo per crescere nell’amore al Signore: amare. Allo stesso modo che si impara a leggere leggendo e a scrivere scrivendo, così si impara ad amare nostro Signore moltiplicando per Lui gli atti di amore. Ciascuno di questi atti è una bracciata di legna secca che si getta nel fuoco; esso rende più ardente la fiamma dell’amore». Amare Dio vuole dire amare il marito o la moglie. Amare il progetto di vita comune in Lui e con Lui. Amare la famiglia che si desidera formare in Lui e con Lui. Amare i figli che verranno donati in Lui e con Lui. Amare nonostante le prove in Lui e con Lui. Perché “più forte di tutti è l’amore”. (1 Cor 13, 13).  

Fabrizia Perrachon

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[1] Disponibile al link https://www.instagram.com/p/DGiGWZPiqvv/?igsh=MWpmMm1iMnc1MnNr

Liberarsi dalle Catene Interiori

Altre persone hanno già scritto della scuola nuziale e del weekend conclusivo che si è svolto a Loreto il 3-4 maggio. Devo ammettere che è stato un fine settimana molto bello, perché ho rivisto tanti amici, ho conosciuto fisicamente persone con cui avevo collaborato solo on line e mi ha fatto anche tanto piacere ritrovare alcune famiglie con i figli che già frequentavo da anni tramite la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga. Erano presenti più di 100 bambini/ragazzi e c’è stato un gruppo di animatori che ne ha gestito circa 80 da due anni e mezzo in su: la maggior parte di loro erano papà e mamme con figli (comprese le mie figlie) che fanno parte della Fraternità Sposi per Sempre.

Domenica mattina abbiamo proposto un laboratorio sull’indissolubilità e sulla missione degli sposi. Diverse coppie hanno partecipato, e insieme abbiamo condiviso frammenti delle nostre vite e spunti di riflessione. Esperienze come questa lasciano sempre qualcosa da portare a casa. Personalmente, ciò che più mi ha colpito è stata la gioia di tante famiglie che hanno riscoperto quanto sia fondamentale continuare a camminare e non restare fermi. È vero, le difficoltà non mancano: ci sono momenti bui, cadute, scoraggiamenti. Eppure, la bellezza di essere cristiani — e in particolare di vivere il Sacramento delle Nozze — è proprio questa: poter sempre ripartire. Non importa quante volte si cada; ogni volta possiamo rinascere dall’alto, ripartire, ricominciare, con quella forza che non viene solo da noi, ma dalla grazia di Dio.

Permettetemi una citazione colta, quella del maestro Oogway in Kung Fu Panda: “ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente!

Ecco, spesso ci concentriamo sul passato e pensiamo che nulla potrà cambiare, perché è successo questo o quest’altro, e così guardiamo al futuro condizionati dalla situazione in cui ci troviamo. Poche volte, invece, ci focalizziamo sul presente. Oggi voglio essere felice, oggi voglio fare la mia parte, oggi voglio provare ad amare senza guardare a ciò che è stato ieri. Oggi voglio migliorare, leggere, approfondire.

Vi è mai capitato di osservare un elefante da circo, nella sua dimora, con una zampa legata a un piccolo ceppo di ferro o di legno? È sorprendente pensare che un animale così imponente e potente non riesca a liberarsi da un vincolo tanto fragile. Eppure resta lì, immobile, prigioniero di qualcosa che, in realtà, non potrebbe mai davvero trattenerlo.

Non è perché sia ammaestrato — altrimenti non ci sarebbe bisogno di incatenarlo — ma perché, da cucciolo, ha provato e riprovato a spezzare quella corda, fallendo ogni volta, troppo piccolo e debole per riuscirci. Così, ora che è cresciuto e avrebbe tutta la forza per liberarsi con facilità, non tenta nemmeno. Crede ancora di non potercela fare. È prigioniero non della catena, ma dell’esperienza dei suoi fallimenti, che lo ha convinto che sia inutile anche solo provarci.

Anche noi, a volte, somigliamo a quell’elefante: viviamo convinti di non poter fare un sacco di cose, perché in passato ci siamo trovati incatenati a piccoli paletti, e allora non siamo riusciti a liberarci. Oggi, anche se siamo più forti, più preparati, più maturi — e sostenuti dalla Grazia del Sacramento del matrimonio — continuiamo a credere che certe cose siano fuori dalla nostra portata. E così, senza nemmeno tentare, limitiamo la nostra libertà, scolpendo nella mente l’idea che non possiamo, e che mai potremo farcela.

È vero, non possiamo fare tutto. Ma possiamo fare molto più di quanto crediamo, e dobbiamo avere il coraggio di crederci, oggi. A volte, i limiti che ci autoimponiamo diventano una comoda scusa per tirarci indietro di fronte alle sfide: “Non posso”, “Non sono capace”, “Non riesco”, “Non ho la forza.” Eppure, almeno provaci! Solo provando potrai scoprire che forse sei cresciuto, che forse quella catena che ieri ti tratteneva oggi non ha più il potere di fermarti. E che la libertà, quella vera, è più vicina di quanto immagini.

Anch’io, per molto tempo, credevo che non avrei potuto vivere senza una donna accanto. Mi sembrava impossibile, sotto tanti punti di vista. Eppure, sono andato oltre. Con l’aiuto e la forza della Grazia, ho spezzato tante catene. Non penso più al futuro, alla vecchiaia: mi concentro sul dono di questa giornata. In fondo, il “sì” che abbiamo pronunciato il giorno del matrimonio non è un evento passato, ma una scelta da rinnovare ogni giorno. L’indissolubilità e la fedeltà non sono una singola promessa, ma un’infinità di piccoli “sì” quotidiani, detti con cuore libero e fiducioso.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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L’Asso nella Manica

In questo giorno di festa ricorre l’anniversario della prima apparizione della Vergine Maria ai tre pastorelli in quel di Fatima, avvenuta il 13/05/1917: una data tanto cara ai comuni fedeli che si affidano alla Madre di Dio ogni giorno recitando il Santo Rosario. Si potrebbero dire molte cose su quest’apparizione, così abbiamo deciso di estrarre un particolare di quel “primo” 13 Maggio, riportato da Lucia, la più grande dei tre pastorelli:

“Eravamo tanto vicini che ci trovavamo dentro la luce che La circondava o che Ella stessa spargeva attorno. Forse ad un metro e mezzo di distanza, più o meno.”

Ovviamente sono parole di una ragazzina e nemmeno molto erudita, ma la bellezza raccontata così semplicemente ci fornisce un meraviglioso assist per la nostra vita:

più ci avviciniamo alla Madonna e più siamo avvolti dalla luce celeste.

Molte coppie ci raccontano di avvertire una strana sensazione tra loro, come se tra loro ci fosse un muro, ma non un muro fisico, un muro nero, un muro buio, un muro fatto di oscurità, e ovviamente non riescono a vedere l’altro oltre questo buio.

Gratta gratta e si scopre che non stanno vicini alla fonte dell’Amore, non vivono cioè in amicizia con Dio. Ma se questa potrebbe sembrare un’analisi troppo fredda e rigida, forse è meglio fare qualche passo indietro.

Succede talvolta che qualcuno si irrigidisca appena sente parlare di Gesù, non lo fa certamente con malizia, solitamente è una reazione dovuta a qualche preconcetto culturale o ideologico, quasi certamente è cresciuto in contesti in cui l’incontro con Gesù non è stato facilitato (quando va bene) oppure addirittura impedito.

Ma siccome il detto popolare recita che la mamma è sempre la mamma, ecco che allora ci si presenta una seconda possibilità: la mamma di Gesù. Di solito una mamma degna di tale nome è sempre protesa verso il futuro del proprio figlio, non sarebbe un mamma seria se le sue scelte educative fossero solo dei surrogati per riempire il proprio ego o il proprio desiderio di maternità.

Una mamma dona tutto ciò che ha di più prezioso per il futuro del figlio, e questo è ancora più evidente nel parto, poiché la mamma è pronta a mettere a repentaglio la propria vita pur di dare alla luce un figlio.

Una mamma mette sempre tutti d’accordo in famiglia, la mamma tiene le redini delle relazioni famigliari, non certamente come un despota ma come servizio; succede spesso che un figlio sappia qualcosa del fratello parlando al telefono con la mamma piuttosto che dal fratello stesso, insomma una (buona) mamma non fa litigare nessuno.

Quando si incontrano due mamme si raccontano sempre con entusiasmo i progressi dei propri figli piuttosto che i propri acciacchi perché il loro amore per i figli è tanto grande che il proprio ego passa in secondo piano.

E la Madonna è il prototipo di mamma, lei è la mamma perfetta, la “tota pulchra”, la tutta bella… se cè una mamma che mette tutti d’accordo è proprio lei. Sentiamo spesso persone, che non mettono piede in chiesa da anni, chiedere un aiuto alla Madonna, anche solo con poche sillabe; lo si nota anche in qualche processione mariana, ove non è insolito vedere persone che normalmente non vedi mai a Messa; e che dire dei tantissimi giardini delle case ove c’è una piccola grotta con una statuina della Madonna sormontata da rose.

Cari sposi, se non sapete che pesci pigliare per rimettere in piedi il vostro matrimonio, per dipanare le tenebre che ci sono tra voi due, avvicinatevi alla Madonna come è successo ai tre pastorelli di Fatima, allora la Sua luce avvolgerà il vostro matrimonio così come ha avvolto quei tre bambini in quel 13 Maggio.

Siccome il Signore ci conosce bene e sa che tutti veniamo al mondo da un rapporto viscerale con la mamma, allora ha usato la Sua Madre come un espediente per raggiungerci. La Madonna è quindi come l’asso nella manica per Dio, e lei non fa altro che portarci Gesù.

Coraggio sposi, se volete un matrimonio luminoso avvicinatevi alla luce della Madre di Dio.

Giorgio e Valentina

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Famiglia, sesso e amore nel pensiero di Papa Leone XIV

Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, è il 267° pontefice della Chiesa Cattolica, eletto nel maggio 2025 dopo il lungo pontificato di Francesco. Di seguito esaminiamo nel dettaglio il suo pensiero riguardo alla famiglia, al sesso e all’amore, con riferimenti a fonti ufficiali della Chiesa, testate giornalistiche e sue dichiarazioni pubbliche.

La visione di Leone XIV sulla Famiglia

Sin da prima della sua elezione a Papa, Robert Prevost ha espresso posizioni chiare sul valore della famiglia tradizionale. In un discorso del 2012 rivolto a confratelli vescovi, criticò apertamente la diffusione di modelli familiari alternativi considerati in contrasto con il Vangelo. In quell’occasione lamentò il fatto che i media occidentali promuovessero “stili di vita omosessuali e modelli di famiglia alternativi, comprese le coppie dello stesso sesso e i loro figli adottivi”. Tale affermazione lascia intendere che Prevost difende una concezione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, in linea con la dottrina cattolica tradizionale.

Allo stesso tempo, il suo approccio pastorale verso le famiglie non è privo di apertura. Da vescovo e cardinale, Prevost ha sostenuto l’integrazione nella vita sacramentale dei fedeli in situazioni familiari difficili. Ad esempio, si è detto favorevole – seguendo il percorso tracciato da Amoris Laetitia di Papa Francesco – a consentire ai cattolici divorziati e risposati civilmente di accostarsi alla Comunione, dopo adeguato discernimento. Questa posizione indica una sensibilità pastorale nel cercare di tenere unite le famiglie e accompagnarle anche quando hanno vissuto fallimenti matrimoniali, piuttosto che escluderle definitivamente dai sacramenti.

Pur non avallando il matrimonio tra persone dello stesso sesso, da cardinale Prevost ha appoggiato – sia pure con cautela – la recente dichiarazione vaticana “Fiducia supplicans”, approvata da Papa Francesco, che apre alla possibilità di benedizioni per coppie omosessuali credenti. Questo supporto moderato lascia intendere la volontà di riconoscere elementi positivi anche nelle unioni non tradizionali, offrendo preghiera e benedizione senza equipararle al matrimonio sacramentale. Si tratta di un approccio in linea con l’accento sulla pastorale dell’accompagnamento: la Chiesa, secondo Prevost, deve poter benedire chi chiede aiuto a Dio, pur ribadendo l’insegnamento tradizionale sul matrimonio.

Le posizioni di Leone XIV su Sesso e morale sessuale

Sul piano della morale sessuale e delle questioni legate al sesso, Papa Leone XIV mostra orientamenti in gran parte allineati alla dottrina cattolica tradizionale, pur con qualche apertura pastorale recente. L’omosessualità è un tema su cui Prevost in passato si è espresso in termini critici: nel discorso del 2012 già citato, parlò di “stile di vita omosessuale” come esempio di pratica “in contrasto con il Vangelo”. Questa formulazione, pur riflettendo la posizione dottrinale classica che considera gli atti omosessuali peccaminosi, va letta nel contesto di un vescovo preoccupato per l’influenza culturale occidentale su valori considerati non negoziabili. D’altra parte, il fatto che egli abbia successivamente sostenuto (seppur indirettamente) le benedizioni per coppie dello stesso sesso indica un tentativo di distinguere il giudizio morale sull’atto dall’accoglienza delle persone: un equilibrio tra fermezza dottrinale e pastoralità misericordiosa.

Leone XIV si è anche pronunciato sul tema dell’identità di genere e della cosiddetta ideologia gender. Durante il suo episcopato in Perù, Prevost si è opposto all’introduzione di programmi educativi scolastici ispirati alla teoria del gender. In un’intervista locale dichiarò in modo esplicito: «La promozione dell’ideologia di genere crea confusione, perché tenta di creare generi che in realtà non esistono». Parole che confermano una visione antropologica autentica: per Prevost il genere coincide col sesso biologico e non va scisso da esso tramite costruzioni ideologiche. Questo lo allinea alla ferma critica che anche il magistero di Papa Francesco ha rivolto più volte alla “colonizzazione ideologica” in tema di gender.

Per quanto riguarda il ruolo della donna nella Chiesa – tematica connessa all’orizzonte della morale sessuale e delle strutture familiari – Prevost adotta una linea prudente e conservatrice. Intervenendo al Sinodo dei Vescovi nel 2023, da Prefetto del Dicastero per i Vescovi affermò che “estendere il sacerdozio alle donne non risolve necessariamente un problema, ma potrebbe crearne uno nuovo”, sottolineando al contempo che le donne possono già dare “un grande contributo su diversi livelli alla vita della Chiesa”. Questa posizione indica che Papa Leone XIV esclude l’ordinazione sacerdotale femminile, ritenendo semmai valorizzabili altri ruoli per le donne, in piena continuità con l’insegnamento vigente (confermato da tutti i Papi recenti da Paolo VI in poi).

Sui temi della vita e della sessualità in senso stretto – come aborto, contraccezione e bioetica – Prevost si colloca senza sorpresa nell’alveo della dottrina cattolica più rigorosa. Da vescovo e cardinale ha sostenuto inequivocabilmente il diritto alla vita fin dal concepimento e si è opposto alla legalizzazione dell’aborto, considerandolo in linea di principio una forma di omicidio e ribadendo che la vita va difesa dal grembo materno. Questa sua fedeltà all’insegnamento pro-life della Chiesa lo pone in contrasto con le opinioni prevalenti in alcuni paesi occidentali: è stato notato, ad esempio, che il neo-Papa dissente dalla maggioranza dei cattolici statunitensi sull’aborto e la contraccezione (9 cattolici USA su 10 hanno vedute più permissive).

Ciò non sorprende, dato che Prevost ha finora sempre sostenuto la linea morale tradizionale anche in materia di sessualità responsabile: aperto alla vita, contrario all’aborto e critico verso pratiche come la fecondazione artificiale non in linea con la visione cattolica della procreazione.

In sintesi, riguardo alle questioni di sesso e morale sessuale, Papa Leone XIV mantiene una posizione di fondo aderente alla dottrina: difesa della castità prematrimoniale, del matrimonio indissolubile eterosessuale, apertura alla vita e rifiuto dell’aborto. Tuttavia, il suo stile pastorale suggerisce una volontà di accompagnare e non di condannare senza appello. Lo si vede nell’attenzione a non escludere dal cammino di fede i conviventi more uxorio o i fedeli omosessuali, pur senza approvarne la scelta di vita; così come nella ricerca di percorsi di riconciliazione per i divorziati risposati. Leone XIV appare insomma intenzionato a coniugare verità e carità: da un lato ribadire con franchezza i valori cristiani in tema di sessualità, dall’altro prendersi cura pastoralmente delle persone concrete, con le loro fragilità e ferite.

Conclusione

In conclusione, Papa Leone XIV (Robert Prevost) porta nel suo magistero un ricco bagaglio di esperienze e una visione sfaccettata su famiglia, sesso e amore. Dai suoi pronunciamenti emerge un pontefice che riafferma i principi tradizionali – la centralità della famiglia fondata sul matrimonio, l’etica sessuale cattolica, la sacralità della vita e l’immutabilità di certi insegnamenti – ma che al contempo prosegue sulla strada pastorale tracciata dal suo predecessore, promuovendo inclusione, dialogo e misericordia. Le fonti ufficiali e giornalistiche concordano nel dipingerlo come un mediatore tra istanze progressiste e istanze conservative: capace di benedire coppie fuori dagli schemi tradizionali senza stravolgere la dottrina sul matrimonio, di tendere la mano ai “feriti della vita” (divorziati risposati, persone LGBT, ragazze madri) senza però rinunciare a proclamare la verità evangelica sulla famiglia e la sessualità.

La sfida del suo pontificato sarà proprio questa: tradurre il suo pensiero in azioni e riforme che coniughino fedeltà alla tradizione e slancio di rinnovamento pastorale. Se le premesse dei suoi discorsi iniziali verranno confermate, Papa Leone XIV guiderà la Chiesa con un tono fermo nei valori ma dolce nei modi, parlando al mondo contemporaneo di famiglia, sesso e amore con il linguaggio della verità che si fa carità. Come ha detto egli stesso citando Cristo Risorto: “La pace sia con voi” – una pace che nasce dall’amore e dalla giustizia, e che la Chiesa di Leone XIV cercherà di testimoniare in ogni ambito della vita sociale e spirituale.

Antonio e Luisa

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L’Amore Mio se n’era Andato

Ricordate dove ci siamo lasciati due settimane fa? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). È notte fonda. La Sposa del Cantico dorme, ma il suo cuore veglia inquieto. All’improvviso un bussare alla porta la desta: è l’Amato che chiama con tenerezza – “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba…” (Ct 5,2). E lei? Oggi affrontiamo la risposta della Sulamita. Il cuore di lei sobbalza nel riconoscere la voce amata. Eppure la Sposa esita dietro la porta chiusa, impreparata e timorosa. Si attarda un istante di troppo prima di aprire, forse per pigrizia o insicurezza.

Mi sono alzata per aprire al mio dôdì e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto al mio dôdì, ma l’amore mio se n’era andato, era scomparso. L’anima mia è venuta meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.

Quell’attimo è fatale. Dopo alcuni momenti di silenzio, l’Amato si allontana col cuore ferito. Quando finalmente lei si decide ad aprire, trova solo buio e silenzio: “Ho aperto all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso” (Ct 5,6). L’aria è intrisa del suo profumo, ma lui non c’è più. Questo è il dramma di un’occasione perduta. È un’esperienza che tante coppie conoscono: uno dei due “bussa” al cuore dell’altro – cercando affetto, dialogo, vicinanza – ma l’altro esita e rimane chiuso in se stesso. Bastano pochi istanti di indecisione e l’intimità si infrange: chi si è sentito rifiutato si ritrae, lasciando dietro di sé solo il rimpianto. Quante volte, per orgoglio o paura, non rispondiamo in tempo a chi amiamo, ritrovandoci poi con il rimorso di averlo lasciato andare?

Alzarsi, aprire, profumare: i simboli dell’amore

Il brano offre alcuni simboli evocativi che illuminano il significato profondo di questa dinamica amorosa:

  • “Mi sono alzata” – La Sposa finalmente si alza per aprire (Ct 5,5). Questo verbo indica uno scatto di volontà: il superamento della comodità e dell’orgoglio per andare incontro all’altro. Nell’amore di coppia, ogni “alzarsi” rappresenta la scelta di amare attivamente, di mettersi in gioco. Solo così l’incontro può avvenire – restare fermi significa tenere chiusa la porta.
  • Il chiavistello – La porta ha un chiavistello da sbloccare, simbolo delle barriere del cuore. Ognuno di noi ha “serrature” interiori: difese, paure, ferite passate che possono impedirci di aprirci completamente. L’Amato bussa e infila la mano nella fessura (Ct 5,4), ma sta alla Sposa aprire dall’interno. Allo stesso modo, nell’intimità nessuno può essere costretto ad aprirsi se non lo vuole: ci vuole fiducia e coraggio per togliere i propri lucchetti interiori e permettere all’altro di entrare.
  • La mirra“Le mie mani stillavano mirra” (Ct 5,5): aprendo, la Sposa si ritrova le dita bagnate di olio profumato. La mirra, essenza preziosa dal profumo intenso e dal gusto amaro, rappresenta l’impronta dell’amore. Anche se l’Amato è andato via, la sua fragranza persiste sulle mani di lei: ogni incontro autentico lascia un segno indelebile. Quella scia di profumo è dolce perché le ricorda la presenza amata, ma porta con sé anche l’amarezza del rimpianto per averla persa. L’amore vero impregna la vita come un aroma inconfondibile, e la sua assenza brucia come un profumo amaro.

Alla ricerca dell’Amato perduto

Di fronte all’assenza improvvisa, la Sposa non rimane ferma. “L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6). Con il cuore in gola, esce nella notte a cercare l’Amato perduto. È un gesto di coraggio e di umiltà al tempo stesso: riconosce il proprio errore e tenta di rimediare. Quante volte anche noi, quando ci rendiamo conto di aver deluso o allontanato chi amiamo, proviamo angoscia e ci mettiamo alla ricerca dell’altro per ricucire lo strappo! L’amore autentico possiede questa forza: spinge a rincorrersi a vicenda quando ci si è smarriti.

Certo, la fragilità umana fa sì che nelle relazioni ci siano inciampi, esitazioni e ferite reciproche. Ma la bellezza dell’amore sta anche nella capacità di rialzarsi e ritrovarsi. Nel Cantico, dopo la notte della separazione gli sposi si ricongiungono, e la Sposa proclama: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). Allo stesso modo, ogni coppia che attraversa un periodo di distanza può, nel perdono e nell’abbraccio, riscoprire una rinnovata profondità di comunione.

In filigrana si può leggere in questa pagina anche un’allusione all’Amore divino: l’Amato che bussa richiama il Cristo che sta alla porta del cuore (cfr. Apocalisse 3,20), e la Sposa l’anima chiamata ad aprirgli. Sono risonanze spirituali che arricchiscono il testo, ma al centro rimane un messaggio universale: l’amore richiede attenzione e coraggio. Attenzione per accogliere subito chi ci ama quando bussa, senza dare l’altro per scontato. Coraggio per vincere la tentazione di chiuderci in noi stessi e, se necessario, raggiungere chi si è allontanato per ricucire la relazione. Così, nel vissuto quotidiano dell’amore sponsale, l’eco del Cantico risuona ancora: non temere di aprire la porta all’Amato. Solo nell’incontro sincero le mani torneranno a stillare mirra e il cuore si riempirà di quella fragranza che dà senso e bellezza al cammino d’amore.

Antonio e Luisa

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Quella Voce Interiore, Eco del Buon Pastore

Cari sposi, portiamo tutti nel cuore il primo saluto di Papa Leone proprio giovedì scorso: “Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio”.

Come non vedere in Gesù risorto il buon Pastore! Colui che ci ha condotti fuori dalle tenebre della morte e del peccato! È estremamente emozionante e profondo meditare che Gesù è sceso fino al fondo della nostra miseria il Venerdì e il Sabato della Settimana Santa per poi, da lì, risalire pieno di gioia e perdono, per vincere ogni forma di male: “Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù” (Lettera agli Ebrei 13, 21).

Oggi in tutta la Chiesa si celebra la Domenica del Buon Pastore ma il Vangelo preso in esame non è quello classico in cui Gesù si dichiara pubblicamente come tale. Piuttosto, è un brano preso da un capitolo precedente in cui il Maestro ha appena guarito il cieco nato e questo grande segno, evidente, tangibile, verificabile da decine e decine di persone, non convince però i farisei che si chiudono a riccio nei loro pregiudizi contro Gesù.

Ed è allora che il Signore pronuncia le frasi che abbiamo appena letto, come dicendo che solo chi è parte del gregge del Padre può accogliere la voce del Suo Pastore senza preconcetti e chiusure. Da cui il senso principale è che si può ricevere la salvezza dal Maestro a condizione di aprire umilmente il cuore e la mente a Lui.

Eppure, questo Vangelo ha anche un meraviglioso senso nuziale! Lo si capisce dal modo unico di essere Pastore per Gesù. Anzitutto, usando questa immagine, Egli sta affermando di sé una caratteristica divina, cara ai profeti. Infatti, è Jahvé il Dio-Pastore (cfr. Ez 34, 11.15.23) che ha guidato il popolo di Israele come suo gregge, ora dall’Egitto, ora da Babilonia, per ripotarli all’ovile-Terra Promessa. Il Pastore, pertanto, è colui che guida al bene, alla propria destinazione.

Ma la condizione di pastore che incarna Gesù si spinge ben oltre. Difatti normalmente chi possiede un gregge lo fa per viverci sopra, guadagnarsi da vivere grazie al latte, lana e carne; fino ai nostri giorni, qualsiasi pastore non esita minimamente a uccidere le sue pecore o agnelli ogni volta che ne ha bisogno. Gesù fa l’esatto contrario: immola sé stesso per le pecore! La bontà del Pastore è proprio qui, nel suo Amore sconfinato per ciascuno di noi, fino a dare la vita.

Da allora, essere pastore non più solo segno di saper guidare, come nell’Antico Testamento, ma essere pastore al modo di Cristo vuol dire prendersi cura, proteggere, offrire la vita. Ecco perché il Buon Pastore è un sinonimo più che lecito e azzeccato di Sposo.

Ma c’è di più, perché è comodo che uno ti ami gratuitamente senza nessun tipo di appello alla nostra coscienza. Invece, quando Gesù dice che le pecore ascoltano proprio Lui e per questo lo seguono, sta a dire che il nostro cuore è tarato per questo tipo di amore, siamo stati strutturati così, per amare ed essere amati fino all’ultimo cromosoma. Nessun surrogato di amore, leggasi narcisismo, dipendenza affettiva, immaturità… potrà mai realizzare e rendere feconda una vita.

Abbiamo un Papa, figlio di S. Agostino, e sicuramente ci donerà le perle che il Vescovo di Ippona ha scritto proprio su questo punto. Il nostro cuore, il nostro desiderio più profondo cerca e aspira ad un amore così, non superficiale o egoistico, ma segno di una donazione piena: “Nel cuore dell’uomo è impressa la legge di Dio e da lì nasce il desiderio di Lui” (S. Agostino, De Trinitate, XIV)

E così, l’uomo e la donna sono fatti per amarsi come il Buon Pastore ci ha insegnato, devono solo ascoltare la sua voce che già risuona nel profondo del cuore per opera dello Spirito.

È quanto affermava anche San Giovanni Paolo II:

I termini «mio… mia», nell’eterno linguaggio dell’amore umano, non hanno – certamente – tale significato. Essi indicano la reciprocità della donazione, esprimono l’equilibrio del dono – forse proprio questo in primo luogo – cioè, quell’equilibrio del dono, in cui si instaura la reciproca communio personarum. E se questa viene instaurata mediante il dono reciproco della mascolinità e della femminilità, si conserva in essa anche il significato sponsale del corpo” (Catechesi 30 luglio 1980).

Solo amando così, cari sposi, potremo nutrire quel desiderio profondo, insito in ciascuno di noi: “Il desiderio più profondo del cuore umano è essere accolti, essere parte di qualcosa, e sapere che si è amati senza condizioni” (Padre Henry Nouwen).

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio, vissuto nella verità e nella grazia, ha una forza profondamente curativa. In esso impariamo che l’amore non si guadagna, non si conquista: si riceve e si dona. Giorno dopo giorno, l’amore del coniuge scava nei solchi dei nostri antichi copioni infantili, quelli che ci hanno insegnato che per essere amati dovevamo essere perfetti o compiacenti. Nel matrimonio autentico sperimentiamo, invece, un amore gratuito e incondizionato, che ci guarisce dalle radici. È l’annuncio silenzioso che siamo degni d’amore così come siamo, e che l’amore vero non ha condizioni, ma è riflesso dell’amore stesso di Dio.

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La Sessualità è Energia di Comunione, non di Isolamento

La masturbazione nell’adulto: sollievo momentaneo o bisogno profondo di amore?

In un’epoca che celebra la libertà individuale e l’autonomia del corpo, la masturbazione è spesso presentata come un’attività neutra, persino salutare. Riduzione dello stress, miglioramento dell’umore, sollievo emotivo: sono solo alcuni dei benefici elencati. Ma davvero è solo questo? Una lettura più profonda, psicologicamente matura e spiritualmente lucida, ci invita a guardare oltre.

Utilizzando gli strumenti della psicologia e della teologia cristiana, possiamo scoprire che, soprattutto in età adulta, la masturbazione non è solo un gesto fisico, ma un sintomo: il grido inascoltato di una parte di noi che cerca amore.

Un bambino interiore che chiede amore

Come ho più volte scritto, secondo l’AT, la nostra personalità è strutturata in tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. La masturbazione, quando è vissuta come rifugio o consolazione – e in età adulta di solito avviene per questi motivi – è spesso un comportamento che nasce dal “Bambino interiore”, quella parte emotiva e fragile di noi che desidera tenerezza, accoglienza e contatto umano. Soprattutto se nell’infanzia sono mancati affetto, protezione o vicinanza, l’adulto può cercare forme di gratificazione solitaria che simulano quell’amore mai pienamente ricevuto. Il piacere fisico diventa così un surrogato, una risposta parziale a un bisogno più profondo. Il sollievo è reale ma effimero, e lascia dietro di sé un vuoto ancora più grande.

Il falso messaggio: “Mi basto da solo”

La cultura attuale ci spinge a credere che possiamo soddisfarci da soli, che l’autosufficienza sia maturità. Anche la sessualità viene privatizzata, gestita senza l’altro. Ma il corpo umano è stato creato per la relazione. La sessualità è energia di comunione, non di isolamento. La masturbazione abituale rompe l’orientamento relazionale del desiderio. Trasforma un linguaggio d’amore in un gesto autoreferenziale. Il messaggio interiore che si radica è sottile ma potente: “Non merito un amore vero. Mi accontento di un’illusione”.

Masturbazione: da “libertà” a sintomo di solitudine

Nel mondo contemporaneo, la masturbazione è ormai trattata con estrema leggerezza. Se ne parla liberamente, nei media, nei talk show, sui social, come fosse una cosa naturale, salutare, persino bella. Per le donne è stata assunta come segno di emancipazione. Si insegna ai giovani a viverla come strumento di benessere psicofisico e di conoscenza di sé. Ma questo sdoganamento, in realtà, non ci ha resi più felici. Al contrario, l’onnipresenza dell’autoerotismo come surrogato affettivo è il sintomo di una generazione sola, frammentata, profondamente ferita.

Dietro quella che viene chiamata “libertà” si nasconde spesso un grande dolore: l’incapacità di entrare in relazioni vere, la paura dell’intimità profonda, la difficoltà a farsi amare davvero. In questo senso, la masturbazione non è segno di maturità, ma manifestazione di un bisogno non guarito. E la cultura che la normalizza finisce per anestetizzare le coscienze, anziché guarire le ferite.

Quando anche lo sposo si masturba: il tradimento silenzioso della comunione

Un caso particolare e spesso sottovalutato riguarda alcuni uomini sposati che si masturbano pur avendo una vita sessuale attiva con la propria moglie. Apparentemente non c’è mancanza, eppure la scelta di “doppiare” l’intimità con una gratificazione solitaria rivela una dissociazione: una parte di sé cerca il piacere slegandolo dalla relazione.

Nell’ottica dell’AT, può trattarsi di un bisogno non elaborato del Bambino interiore che cerca conforto immediato, evitando la vulnerabilità e il dialogo che la sessualità coniugale comporta. È un gesto che comunica: “Non voglio dipendere, mi prendo ciò che mi serve”. Spiritualmente, è una forma silenziosa di autoesclusione dalla comunione. Anche se non è adulterio, spezza il significato profondo dell’unità coniugale: il corpo dell’altro non è più l’unico luogo della gioia e del dono.

Lo stigma che isola: un tabù nel mondo cattolico

Nel mondo cattolico, la masturbazione è ancora un tabù abbastanza forte, seppur influenzato dal pensiero comune. Se ne parla raramente, spesso solo in termini moralistici o come peccato da confessare, senza però offrire veri spazi di ascolto e discernimento. Questo silenzio genera vergogna, senso di colpa e isolamento. Anche tra sposi credenti e cristiani adulti, il disagio resta spesso nascosto. E ciò che è nascosto non può guarire. Occorre più misericordia e verità. Solo portando alla luce ciò che viviamo possiamo permettere a Dio di entrarci. Solo nella Chiesa che sa accogliere senza giudicare può nascere un cammino reale di conversione.

Il corpo non va giudicato, ma ascoltato

Non si tratta di colpevolizzare. La masturbazione è un grido del corpo. Va ascoltato: che cosa sto cercando davvero quando mi rifugio in questo gesto? Amore, riconoscimento, consolazione. Ma cercati nel luogo sbagliato, e in un modo che, alla lunga, ci isola di più. Per questo è importante la terapia. Non perchè chi pratica la masturbazione sia un pazzo dipendente dal sesso, ma perchè ha un cuore ferito che necessita di cure e di amore.

San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del corpo, insegna che il corpo è sacramento della persona e che la sessualità è chiamata a essere linguaggio del dono. La masturbazione è una simulazione di comunione che in realtà esclude l’altro. È una finzione che protegge, ma non guarisce.

Verso la guarigione

La via non è la repressione cieca, ma l’ascolto del bisogno che si esprime nel gesto. La castità, lungi dall’essere negazione, è uno spazio libero dove il cuore può guarire e il corpo può tornare ad amare. Ogni desiderio, anche quello sessuale, porta inscritto in sé il bisogno di Dio. La masturbazione, se usata come fuga, può essere il sintomo di un cuore inquieto, che cerca un amore più grande. Solo la verità, la misericordia e una relazione viva con Dio – senza dimenticare il supporto di un bravo terapeuta – possono riempire quel vuoto. Solo così il corpo, da rifugio chiuso, può tornare a essere ponte verso l’altro. E verso l’Altro con la “A” maiuscola, che solo può guarire ogni fame d’amore.

Antonio e Luisa

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L’Amore come un Tango: Riflessione Inedita di Papa Francesco

«Il ballerino e la ballerina si corteggiano, vivono la vicinanza e la distanza, la sensualità, l’attenzione, la disciplina e la dignità. Gioiscono dell’amore e intuiscono cosa possa significare donarsi completamente» — scrive Papa Francesco in un testo inedito, usando la danza (il tango) come immagine potente dell’amore coniugale. In una sola frase ci ricorda che l’amore vero non è statico, non è fissato nella perfezione iniziale di un’emozione, ma è dinamico, vivo, in movimento. È un’arte che si impara, si costruisce, si affina nel tempo. E come ogni danza bella, esige fatica, ascolto, coordinazione, sacrificio e passione.

Viviamo in un’epoca in cui il legame matrimoniale sembra fragile, quasi un’opzione tra le tante. «Quanti matrimoni oggi falliscono dopo tre, cinque, sette anni? Non sarebbe meglio, allora, evitare il dolore, toccarsi soltanto come in una danza passeggera, godersi a vicenda, giocare insieme, e poi lasciarsi?» Papa Francesco pone una domanda vera, che molti giovani si fanno, spesso in buona fede. Ma subito risponde con la chiarezza di un pastore che conosce il cuore umano: «Non credetelo!». Non credetelo, perché l’amore non è un gioco. È una chiamata profonda che interpella tutto l’essere. È un atto radicale di libertà e responsabilità.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, ci ha insegnato che dentro di noi convivono tre stati dell’Io: il Bambino (che sente, desidera, cerca gratificazioni), il Genitore (che giudica, norma, protegge) e l’Adulto (che osserva, valuta e decide). Il vero amore nasce dallo stato dell’Io Adulto, capace di integrare le emozioni del Bambino con la saggezza del Genitore. Molte relazioni falliscono perché restano a livello di bisogno o di idealizzazione, restano a livello di bambino o di genitore: bambini innamorati che cercano solo di essere consolati e di trovare piacere e gratificazione; oppure genitori rigidi che vogliono avere il controllo e manipolare.

Nel matrimonio maturo, invece, è l’Adulto a prevalere: quello che sceglie ogni giorno di amare, anche quando l’altro non corrisponde alle aspettative. «L’amore non è ciò che provi, ma ciò che scegli di fare per l’altro» dice la psicoterapeuta Sue Johnson, ideatrice dell’Emotionally Focused Therapy. Non si tratta di negare le emozioni, ma di non esserne schiavi.

Quando il matrimonio è fondato sull’Adulto, non si rincorre la felicità immediata, ma la pienezza costruita nel tempo. E proprio qui si inserisce l’intuizione di Papa Francesco: l’essere umano desidera essere accolto senza riserve. È il bisogno fondamentale di ogni cuore, quello che nella AT viene chiamata “carezza fondamentale”: sentirsi visti, riconosciuti, amati.

La Teologia del Corpo: il corpo come linguaggio del dono

Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha espresso con straordinaria profondità ciò che il Papa oggi ci ripete in modo pastorale e semplice: il corpo umano ha una grammatica inscritta nella sua struttura. Quando un uomo e una donna si donano l’uno all’altra nell’atto sessuale, non stanno solo vivendo un’esperienza biologica o affettiva, ma stanno pronunciando un linguaggio: “io ti dono tutto me stesso, per sempre”.

«Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile l’invisibile: lo spirituale e il divino» (Udienza del 20 febbraio 1980). Per questo Giovanni Paolo II parlava della sessualità come sacramento del dono. Ma perché questo linguaggio sia vero, occorre che l’unione sia segno di un’alleanza, non solo di un sentimento.

Il dramma di molte relazioni oggi è che il corpo “dice” qualcosa (totalità, esclusività, eternità), mentre la volontà “intende” altro (prova, possesso, temporaneità). Ne nasce una ferita profonda, perché la persona si sente usata, anche se con consenso.

Donarsi completamente è possibile

Don Luigi Maria Epicoco, nel commentare il Vangelo di Matteo, scrive: «L’amore vero è quello che sa attraversare la croce. Chi ama solo quando è facile, non ha ancora capito cos’è l’amore. Solo chi rimane, anche quando non sente più, sta amando davvero». Il matrimonio è questo rimanere. Non perché si è obbligati, ma perché si è liberi di restare.

Il matrimonio è quindi un percorso radicale: chiede tutto. Ma è proprio in questo “tutto” che si riceve la grazia di una pienezza che nessuna altra forma d’amore può offrire. È l’unico cammino umano in cui due persone imparano davvero a farsi dono, ogni giorno, anche attraverso i conflitti, le crisi, la noia e il silenzio.

Come dice la terapeuta Marina Valcarenghi: «Nel vero amore, l’altro non è mai solo uno specchio in cui mi compiaccio, ma una soglia attraverso cui posso diventare più me stesso. L’amore vero è sempre anche un’evoluzione personale».

La preparazione è essenziale

Papa Francesco conclude con un monito che risuona forte: «Per l’unione matrimoniale è necessaria una preparazione adeguata, perché tutta la vita si svolge nell’amore, e con l’amore non si scherza». Troppe volte ci si sposa senza strumenti, senza consapevolezza, senza formazione. Ma il matrimonio cristiano non è per eroi: è per uomini e donne fragili che si lasciano guidare dalla Grazia, accompagnare da una comunità, e sostenere da una decisione rinnovata ogni giorno. Anche per questo abbiamo pensato il percorso di Scuola nuziale che si è appena concluso.

Il matrimonio è una danza. Ma non una danza qualsiasi: è quella tra due persone che si sono scelte per tutta la vita, e che ogni giorno decidono di riaccordarsi alla musica dell’amore di Dio. Non è un sogno ingenuo, né un progetto ideale: è una via concreta e radicale verso la pienezza. E come ogni cammino profondo, non è privo di croce. Ma proprio lì, nella croce, si compie il miracolo della Pasqua: un amore che non finisce.

Antonio e Luisa

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Coppie e Famiglie a Scuola di Speranza

Lo scorso fine settimana, a Loreto (AN), si è svolto il ritiro finale in presenza della prima edizione della Scuola Nuziale, promossa da Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie. Grazie al Cielo mio marito ed io siamo riusciti ad esserci. Perchè sono stati davvero giorni di Grazie, con la “G” maiuscola. E possiamo testimoniare che è stato qualcosa di veramente speciale e grandioso. La grande fatica nell’organizzarlo ha dato i suoi frutti più belli, più grandi, più pieni. Vedere tantissimi volti soddisfatti, felici, gioiosi e pieni di luce non ha prezzo e ripaga qualsiasi sforzo umano.

La Scuola Nuziale è stata un’esperienza che ha accompagnato oltre seicento persone da settembre 2024 allo scorso week end, appunto. Dando moltissimi spunti per riflettere, approfondire, fare comunione, aprire e sviluppare relazioni, pregare. Per rimettere insieme cocci, per rinsaldare il legame nuziale, per riscoprire la bellezza del matrimonio sacramento. Per sanare ferite, capire certe sofferenze, ridare un sorriso a volti – e cuori – tristi. Mi piace definirla una vera e propria scuola di speranza. Esattamente come ricorda il profeta Isaia: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

Sicuramente tutto questo fa parte di un piano voluto dall’Alto, molto più in alto di quanto ciascuno avrebbe mai pensato e immaginato. La bellezza dell’unione sponsale cristiana è qualcosa di preziosissimo, unico, santificante e nessuna parola unicamente umana potrebbe renderne giustizia. Ma l’unione umana e, soprattutto, con Dio ha fatto la differenza … e che differenza! Se centinaia – sì, avete letto bene, centinaia – di persone da tutta Italia si sono riunite a Loreto per incontrarsi, fare comunità e vivere momenti spirituali intensi non è per darsi un addio e nemmeno un arrivederci. È perché hanno compreso che spendersi per la famiglia è una chiamata, una vocazione alla quale non si può rimanere indifferenti.

Suor Lucia, la veggente di Fatima, scrivendo nei primi Anni Ottanta al cardinal Caffarra, affermò: “Verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione”. Tutto fa pensare che si siamo. Che il momento è adesso. Questi ultimi anni e mese, in particolare. Ma la Scuola Nuziale è stata, ed è, una piccola grande dimostrazione che non siamo soli. Che non siamo poche sparute coppie ad aver compreso l’importanza del legame nuziale e a volerlo dire a tutti. Che non siamo credenti esaltati che non hanno nient’altro di meglio da fare. Che non siamo bigotti, oscurantisti o retrogradi ma che abbiamo capito che la testimonianza autentica, semplice e vera, vale più di mille discorsi.

Certo, ognuno di noi – come singoli e come coppia – ha difetti, momenti di stanchezza, magari di dubbio. Ma sappiamo che c’è una meta. Sappiamo che Dio ci aspetta. Ci consola, sorregge, guida, ammaestra, benedice. E questo ci permette di non perdere mai la speranza e di camminare sulla strada che porta a Cristo. Ecco qual è la casa fondata sulla roccia. Il matrimonio fondato su una promessa che ha poco di umano e molto di divino. L’amore nuziale come specchio di quello trinitario, la famiglia come immagine della Sacra Famiglia.

In tutto questo, ha preso vita una forte condivisione tra noi genitori con figli in Cielo, volati Lassù prima di nascere. Loreto non è di certo una location casuale. A Loreto dimora la Santa Casa, quella in cui Maria Santissima ricevette l’annuncio. Quella in cui l’Arcangelo le disse: “Ecco, concepirai un figlio” (Lc 1,31). Non è stato detto a Maria “un grumo di cellule si formerà dentro di te” oppure “nella tua pancia ci sarà un prodotto del concepimento”. No. Subito, immediatamente si è parlato di figlio. Questa è la Verità, perché fondata sulla Parola di Dio. Siamo tutti figli, fin dal primo istante, fin dal concepimento. Figli di un Padre che ci ama da sempre, prim’ancora che figli di una mamma e di un papà.

Riflettendo proprio su questo passo – che una ha portata dirompente – abbiamo aperto i nostri cuori e fatto entrare la luce del Risorto, la luce di Maria. Essere consapevoli che questi bambini non sono mai veramente perduti perché abitano il Cuore di Dio non è la “magra consolazione”, il contentino, la pacca sulla spalla. È la certezza che deriva dalla fiducia in Gesù. Anche se umanamente può sembrare strano, assurdo o persino folle. Ma i piani umani sono volubili, passeggeri, leggeri. Quelli di Dio no, mai. Lui non sbaglia. Siamo noi a non capire, o a non voler capire. Siamo noi a non vedere, o a non voler vedere. Se ci abbandoniamo al Suo amore non solo sperimenteremo cose grandi ma diventeremo portatori di speranza, testimoni di resurrezione, pellegrini di gioia. Per info sulla prossima edizione scrivete a Antonio De Rosa antonioeluisaderosa@gmail.com

Fabrizia Perrachon

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Trasformare le Ferite in un Nuovo Inizio

Quello che leggerai in questo articolo non è frutto dello studio, ma frutto di un’esperienza forte che mi ha fatto toccare con mano che le cose che leggiamo nella Sacra Scrittura sono Parole di vita. Magari hai sperimentato o sperimenterai il tuo momento di fragilità, il momento in cui la vita ti travolge quando meno te lo aspetti e con la cosa che non avevi né programmato, né mai minimamente pensato. E quando succede ti accorgi di quanto era solido ciò che avevi costruito o pensato di aver costruito, ma soprattutto su “chi” avevi costruito o lo stavi costruendo.

Mi presento.

Sono fra Luca, ho 44 anni e sono frate minore Cappuccino dal 12 Settembre 2014. Due anni fa sono stato ordinato sacerdote : 23 Aprile 2023. La data la scrivo affinché quello che stai per leggere lo potrai capire alla luce della grazia di Dio.

L’evento che ha travolto la mia vita, ma non solo la mia, è stata la scoperta del tumore e poi la morte di mio padre. Dall’infanzia alla fase matura sono stati anni in cui ho sentito la mancanza di papà perché era sempre al lavoro e quando tornava voleva sentire il telegiornale, quindi non c’era spazio per la condivisione. La domenica poi andava a prendersi cura degli olivi. Questa sua assenza mi faceva sentire un vuoto enorme dentro, come se per me papà non avesse né spazio, né tempo. Solo dopo l’entrata in convento nel 2012 miracolosamente c’è stato non solo un riavvicinamento, ma lui era il primo che mi veniva ad abbracciarmi quando tornavo a casa: quell’abbraccio che attendevo da una vita finalmente era arrivato.

Ma nel Gennaio del 2022 ecco che tutto incominciò a prendere una piega strana. All’inizio mamma trova strana la tosse che in quel periodo aveva papà, tanto che contatta il dottore che però sminuisce il problema. Solo con insistenza ha potuto fare una RX. Da lì viene fuori una piccola macchia nei polmoni, ma il dottore ci rassicura del fatto che con una semplice operazione si sarebbe risolto il problema. Passa qualche settimana e facciamo fare a papà una risonanza e il risultato ha aperto letteralmente il terreno sotto i nostri piedi. I dottori ci dissero che purtroppo per mio padre non c’era più tempo: solo tre settimane… facendo il conto sarebbe dovuto morire per Pasqua!!!

In quel frangente c’era poco da tempo per pensare. Ci siamo affidati alla Misericordia di Dio, termine non a caso: anche questo lo capirai andando avanti nella lettura. Io stavo terminando l’ultimo anno della Facoltà Teologica e chiedo al Ministro Provinciale di avvicinarmi a casa per passare almeno il pomeriggio a casa con papà. Anche se avevo da studiare, il mio desiderio era di passare tutto il tempo possibile con lui.

Passano i giorni e papà ovviamente si fa sempre più debole e magro… Finisce la sabbia nella clessidra, ma papà non vuole lasciarci soli… Passata la Pasqua, ci prepariamo perché ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e quindi ogni gesto assume una lentezza, una cura unica.

Arriva la domenica della Divina Misericordia, il 24 Aprile 2022. Papà muore proprio in quel giorno. Il mio sguardo va ad un’icona regalata a mamma nel periodo dell’accoglienza (2012 – 2013) e che lei aveva messo proprio nella camera da letto : l’immagine della Divina Misericordia.

Nel frattempo decido di finire la Facoltà dando tutti gli esami e consegnando la tesi perché a settembre avrei iniziato la vita in un’altra fraternità. Finita la Facoltà vengo ordinato diacono nel Settembre del 2022. Passano un pò di mesi e vado a parlare con il Vescovo per fissare la data dell’ordinazione sacerdotale. Quando me la dice rimango pietrificato, non sapevo cosa dire… La data che mi propose era il 23 Aprile… quindi avrei celebrato la mia prima messa il 24 Aprile … ad un anno dalla morte di papà, io avrei celebrato la mia prima messa per cantare un canto di grazie al Padre … senza pensarci due volte accettai.

Che cosa ho imparato da questo evento?

  • Non importa cosa ti capita, ciò che conta è come lo affronti (cit. Francesco dei 5p2p);
  • Ogni ferita è la porta d’ingresso per Dio, per la Sua grazia, per la Sua Misericordia. Dio interviene, agisce nei momenti in cui non ce la fai, se Lo lasci entrare;
  • Ogni ferita è il luogo dove la Misericordia di Dio si rivela.

Che cosa ho vissuto dopo questo evento?

Una volta vissuta questa ferita con Dio è avvenuto un passaggio, una Pasqua: dal deserto, alla vita nuova. Il Signore mi ha fatto incontrare persone che hanno vissuto o che stavano vivendo la mia ferita, donandomi la forza e la capacità:

  • come fossi un novello Mosè, di accompagnare queste persone nel deserto che si vive durante un evento simile;
  • come fossi un novello Noè, di traghettare al porto sicuro queste persone nella tempesta delle emozioni e nella perdita di sogni, desideri.

Che cosa ti invito a vivere nelle tue ferite?

  • Fermati, ascoltati e dai un nome a quella ferita;
  • Apri il tuo cuore a Dio ed effondi su di Lui, come Maria di Betania con il vasetto di alabastro, ciò che ci sta dentro;
  • Lascia che Dio si prenda cura di te: lasciati guidare, accompagnare;
  • Chiedi preghiere per te ad una comunità, ad una fraternità;
  • Cerca momenti di preghiera per stare con Dio perché è Lui la vita, il futuro, la mèta
  • Apriti ai bisogni degli altri e noterai che non sei solo a vivere quella ferita.

Quindi :

  • se ti sembra di non trovare una via, ricordati che Dio apre il mare mentre cammini;
  • se la tempesta ti travolge, sappi che basta far salire Gesù sulla tua barca perché tutto si plachi;
  • se porti nel cuore una ferita, questa può diventare l’inizio di una vita nuova.

Fra Luca Bruno

Se vuoi, camminiamo insieme! Scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

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Il nostro cuore è chiuso al traffico: è una ZTL

Salmo 120 Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenta, non prende sonno, il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Questo scorso fine settimana si è tenuto a Loreto il ritiro conclusivo della “Scuola nuziale 2024/25“, noi dell’equipe siamo arrivati già al Venerdì sera per i preparativi; eravamo da una parte tranquilli perché eravamo riusciti a giocare d’anticipo di mezza giornata rispetto all’inizio del ritiro, e dall’altra sentivamo tutta la responsabilità non tanto che tutti gli ingranaggi girassero bene quanto piuttosto che fosse sorgente di Grazia per i partecipanti.

Siccome il Signore è uno che conosce bene i Suoi polli, per sostenerci ogni tanto ci regala qualche prezioso aiuto o suggerimento; e così ecco che arriva il Salmo sopra riportato presente nei vespri di Venerdì sera.

Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? In qualche frangente dei preparativi alzavamo gli occhi al cielo chiedendoci appunto come avremmo fatto a risolvere questo o quello; la risposta del Signore è precisa : Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.

Era la Parola giusta al momento giusto. Può succedere che quando si organizzano eventi di questo tipo ci si lasci fagocitare dalle preoccupazioni circa la riuscita di tutto, e allora ci si accartoccia il cervello cercando di non lasciare nulla di imprevisto, prevedendo anche il non prevedibile.

Naturalmente non stiamo affermando che non bisogni pianificare tutto nei minimi particolari, ma che questo non diventi affanno per il cuore, altrimenti soffochiamo lo Spirito Santo il quale, probabilmente, avrebbe tanta voglia di agire, ma rimane come intrappolato nei nostri meccanismi umani.

Il rischio è che tutto funzioni alla perfezione, al pari di un orologio svizzero, ma resti tutto sul piano orizzontale, sul piano umano, un bell’evento umano con una patina di spiritualità, quasi come una spolveratina di zucchero a velo per tentare di mascherare la torta bruciata sotto.

Alla fine di un evento cristiano (come un ritiro, una catechesi, un congresso, una predica, un pellegrinaggio …) bisogna un po’ saper tirare le conclusioni, non tanto come fanno i manager d’azienda al fine di migliorare la prestazione X o Y, ma come farebbe una comunità che ha a cuore la salute spirituale dei propri fedeli.

Dobbiamo sempre tener ben presente la famosa locuzione latina “Salus animarum suprema lex esto“, ovvero “la salvezza delle anime sia la legge suprema”. Grati al Signore di averci incoraggiato con questa Sua Parola, abbiamo cominciato l’avventura con la certezza e la serenità che il nostro custode, il Signore, Non si addormenta, non prende sonno. E’ questa serena certezza e fiducia che permette di ridimensionare anche tutti gli inconvenienti.

Cari sposi, questo è lo stile di vita che il nostro matrimonio deve avere. Lasciamo passare lo Spirito Santo e non impediamoGli di passare con le nostre strade chiuse al trafffico. A volte il nostro cuore, la nostra vita, sembra una ZTL, sempre chiusa al traffico per paura di chissà quale inquinamento. Coraggio allora, questo Tempo Pasquale ci sproni ad aprire le nostre ZTL spirituali.

Giorgio e Valentina

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È solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Fabrizia, in occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, ha scritto su questo blog delle bellissime riflessioni che mi hanno dato tanti spunti. Oggi, quindi, voglio parlare del lavoro che mi sta più a cuore: non quello che faccio fuori casa, ma quello che faccio dentro di me. È un lavoro silenzioso, nascosto, faticoso, ma profondamente liberante. È il lavoro di accogliere il mio bambino interiore, imparare ad ascoltarlo e a volergli bene. Solo così ho potuto iniziare davvero ad abbracciare anche i miei figli.

L’Analisi Transazionale, che tanto mi sta aiutando nel cammino spirituale e umano, parla di tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Per anni ho agito da Genitore Normativo Negativo: severo, giudicante, impaziente. Perché mio padre era così con me. Vedevo solo ciò che non funzionava, ciò che andava corretto. Mi arrabbiavo facilmente, convinto che fosse il modo giusto per educare.

Ma dentro di me c’era un bambino ferito, che non chiedeva altro che essere ascoltato. C’era un bisogno antico di tenerezza, di approvazione, di sentirsi visto. E non potevo davvero essere padre finché non ho permesso a quel bambino di esistere, finché non ho smesso di vergognarmi delle mie fragilità.

Scrive Luigi Maria Epicoco: “San Giuseppe è il santo della tenerezza silenziosa. Non fa grandi discorsi, ma custodisce. E custodire vuol dire anche accettare le proprie ferite senza nasconderle, senza scappare.”

Ecco, in questo tempo ho imparato che per custodire i miei figli, dovevo prima custodire me stesso. Accogliere le mie emozioni, anche quelle scomode. Riconoscere le paure, il senso di inadeguatezza, la fatica di essere uomo. È un lavoro interiore che mi chiede tempo, coraggio e tanta grazia. Ma è anche il lavoro che dà più frutto. Un terapeuta di Analisi Transazionale, Muriel James, scriveva: “Il Bambino interiore è la parte più viva, creativa e vulnerabile di noi. Se non lo accogliamo, rischiamo di diventare adulti efficienti ma emotivamente vuoti.”

Ed è proprio accogliendo quel bambino in me che ho potuto cambiare come padre. Sto imparando a passare da un Genitore Normativo a un Genitore Empatico. A vedere non solo gli errori, ma anche le difficoltà e l’impegno dei miei figli. A dire loro grazie per quello che sono, a incoraggiarli invece di correggerli continuamente. E da lì… vedo che stanno cambiando le cose. Vedo nei loro occhi una fiducia nuova, una gioia che prima era soffocata. Vedo che la relazione si fa più vera, più libera, più reciproca.

E oggi, con commozione, voglio dire grazie ai miei figli. Grazie perché, senza saperlo, mi hanno aiutato a rimettermi in cammino. La relazione con loro, all’inizio, è stata difficile. Hanno mostrato disagio, ferite, silenzi che mi hanno interrogato nel profondo. Mi sono posto delle domande, domande vere, scomode. E proprio da quelle domande è nato il lavoro su me stesso. Non per cercare colpe da espiare, ma perché non volevo lasciare che il dolore diventasse destino.

Perché – e questo lo sento profondamente – non è importante avere rimorsi o rimpianti, ma riconoscere che c’è ancora tutto un futuro su cui lavorare. Un futuro da costruire insieme, giorno per giorno, con gesti nuovi, parole vere, e quella tenerezza che non è debolezza, ma forza redenta.

E qui, nel mio cammino da padre, riscopro la figura di Dio Padre. Non come un giudice severo, pronto a punire, ma come quel Padre tenero e accogliente che Gesù ci ha rivelato. Un Padre che ci viene incontro quando siamo ancora lontani, che ci rialza quando cadiamo, che ci guarda con amore anche quando sbagliamo.

“Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E in Gesù, uomo mite e forte, accolgo ogni giorno un riflesso di ciò che anch’io, nella mia piccolezza, posso diventare: un padre che ama senza condizioni, come San Giuseppe. Come Dio.

Il lavoro su di sé non si vede, non si misura, non si paga. Ma cambia tutto. Perché è solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Antonio e Luisa

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Solo con Gesù c’è futuro

Cari sposi, ci stiamo addentrando in questo meraviglioso tempo di Pasqua. La sua bellezza sta nel fatto che viviamo nella memoria di Cristo Risorto ma soprattutto la Chiesa lo ha istituito perché vuole rivivere ogni anno l’esperienza degli apostoli che per 40 giorni hanno convissuto con Gesù Risorto e hanno atteso per altri 10 l’avvento dello Spirito.

In effetti, oggi vediamo la terza apparizione di Gesù agli apostoli. La prima è stata il giorno stesso in cui è risorto, la seconda otto giorni dopo, la terza è quella odierna. Ma pare che nel frattempo siano successe già alcune cose rilevanti, difatti gli apostoli tornano nella loro terra e non sono più 11 ma solo 7, i quali sembra vogliano tornare alla loro vita precedente, che per molti di loro si basava sulla pesca nel lago di Gennesareth.

La prima grande lezione del Vangelo è che la Pasqua può diventare l’elemento centrale della nostra vita a condizione di permettere a Gesù di entrare di fatto nel nostro cuore. Al contrario, una fede di idee o sentimenti ha breve durata e l’ordinarietà prende il sopravvento prima a poi. Si vede qui che gli apostoli devono ancora “digerire” la novità della Risurrezione e il loro cuore non è del tutto convertito.

Ma, proprio per questo, quanto è consolante vedere che è Gesù a prendere sempre l’iniziativa e a non lasciarci cadere nelle nostre solite faccende. Lui, in modo del tutto imprevedibile, si rende presente ai suoi amati apostoli e permette che facciano una grande pesca oltre a far trovare pronta la colazione. Un dettaglio questo di squisita fraternità, se non addirittura di maternità.

Dopo aver mangiato e condiviso tante cose attorno a quel fuoco, Gesù prende Pietro in disparte e vuole fare quattro chiacchiere con lui; sappiamo bene che questo dialogo è di fatto l’epilogo dei tre rinnegamenti. Gesù non permette che Pietro sia ricordato come colui che è venuto meno alla fedeltà ma come chi ha saputo rialzarsi per tutte le volte che è caduto. È semplicemente grandiosa la misericordia di Gesù!

In tutto ciò, quali sono le lezioni che voi sposi potete imparare? Penso proprio che siano molto ricche e profonde. Il primo dettaglio è che Gesù volutamente si “nasconde” nella vita ordinaria, in un certo qual modo ha permesso che gli apostoli siano tentati di appiattirsi nel solito tran tran perché è proprio lì che vuole essere trovato e non solo in circostanze eccezionali! Ma ci vogliono gli occhi della fede per saperLo trovare ed è infatti San Giovanni chi si accorge di Gesù, lui, l’apostolo contemplativo e che ha appoggiato il suo capo sul Cuore di Cristo. Ecco che la preghiera e la vita interiore per voi sposi sono l’unica chance di saper trovare Gesù nelle mille occupazioni che vi tocca affrontare ogni giorno.

In secondo luogo, oggi ammiriamo la “pedagogia” di Gesù nel come sa far crescere gli apostoli e sappiamo bene quanto Lui desideri farla diventare parte della vostra capacità di amarvi. Gesù, lo sappiamo bene, non ha mai avuto peli sulla lingua e quando c’era da rimproverare l’ha fatto senza riguardo di persona. Eppure, qui, con Pietro, che già una volta è stato redarguito pubblicamente, Lui non ha una briciola di risentimento, di rancore, di acredine per quello che ha fatto la notte dopo l’Ultima Cena. Piuttosto le tre domande – “mi ami?” –  significano che Gesù guarda avanti e che crede in Pietro, si vuole fidare di lui e della sua capacità di amore. Altro grande invito alla misericordia e alla magnanimità per voi sposi.

In terzo luogo, è bellissimo notare come Gesù ha preparato ogni cosa oggi nei minimi dettagli per dare un ulteriore lezione ai suoi. Come tre anni prima sulle stesse rive di quel lago, dopo la prima pesca miracolosa, avvenne la chiamata ufficiale a seguirLo, anche oggi Gesù ricrea la medesima situazione per tornare a chiamare Pietro, e con Lui, tutti gli altri. Difatti, nelle tre domande Gesù si rivolge a lui con “Simone”, il suo nome originale, volendo sottolineare un nuovo inizio. Sì, perché con il Signore ci può essere sempre una ripartenza, nonostante i nostri peccati.

E in questo stesso senso, Gesù oggi vi ricorda chi siete – sposi cristiani -, a quale missione vi ha chiamati – rendere presente l’amore di Cristo – e soprattutto vi ricorda che il motore di tutto nella vita è solo l’amore di Cristo e l’amore per Cristo. Quanto abbiamo bisogno che Gesù ci ricordi in continuazione la nostra identità e missione, perché il rischio è di essere fagocitati dall’ambiente circostante!

Cari sposi, sulle rive delle vostre vite oggi e sempre vi aspetta il Risorto per ricordarvi che Lui cammina con voi e continua a sollecitarvi a dare il meglio di voi nella vocazione di sposi.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è un simbolo di resurrezione per tante coppie che scelgono di non cedere al fallimento. A volte la vita sembra un deserto: reti vuote, fatica inutile, voglia di mollare. Ma c’è chi si aggrappa alla promessa fatta sull’altare, si fida e getta ancora le reti, anche senza capire. È lì che Cristo opera: trasforma il nulla in pienezza. Come a Cana, dove l’acqua diventa vino grazie all’obbedienza dei servi. Anche oggi, la Chiesa propone vie che sembrano folli, ma chi ascolta può scoprire una gioia profonda, frutto della fede, della perseveranza e dell’incontro con Gesù risorto.

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Via, verità e vita per gli sposi

Nel Vangelo di Giovanni di oggi, Gesù si presenta come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Questa auto-rivelazione di Cristo getta luce anche sulla vocazione degli sposi cristiani e sulla dimensione spirituale della loro intimità.

Cristo Via

Egli è la via ossia il cammino che i coniugi sono chiamati a percorrere insieme. Il matrimonio non è un percorso auto-referenziale, chiuso in due, ma un viaggio verso Dio, in cui marito e moglie si aiutano a vicenda a progredire nella fede e nell’amore. Gesù è la strada maestra sulla quale la coppia cammina, soprattutto nei momenti difficili: imitando il suo amore sacrificiale, gli sposi imparano a portare la croce l’uno dell’altro, a perdonarsi settanta volte sette, a servire con umiltà lavandosi i piedi. Nella vita quotidiana, “seguire Gesù via” significa mettere al centro i suoi insegnamenti – come il rispetto, la fedeltà, il “dare la vita” per l’altro – orientando così anche la vita sessuale secondo il disegno divino e non secondo le mode del mondo. In questo senso la via del matrimonio è un cammino di santificazione: la coppia, passo dopo passo, attraverso le gioie e le prove, si avvicina insieme a Dio.

Cristo Verità

Egli è la verità che illumina il senso del matrimonio e della sessualità. In un’epoca di confusione etica e relativismo, gli sposi cristiani trovano in Gesù la verità su cosa sia l’amore vero. Io sono la Verità – dice il Signore – e questa Verità rende liberi (cfr. Gv 8,32): liberi dalle menzogne che il mondo spesso racconta sul sesso (ridotto a gioco o consumo) e sul matrimonio (visto come contratto revocabile). Riferirsi a Cristo Verità significa per la coppia accogliere il progetto originario di Dio sull’amore umano: “maschio e femmina li creò” (Gen 1,27) per una comunione fedele e aperta alla vita.

Significa riconoscere che vi è una verità inscritta nella differenza sessuale e nella complementarità, che l’atto coniugale ha una verità intrinseca (unitiva-procreativa) da rispettare​. Gli sposi sono chiamati a vivere nella luce della verità di Cristo, cioè nell’autenticità, senza ipocrisie né doppiezze: verità reciproca (onestà, trasparenza, fiducia) e verità interiore (retta coscienza davanti a Dio). Applicato all’intimità, questo implica vivere la sessualità in modo autentico, come linguaggio di amore sincero e fedele, senza cadere in pratiche contrarie alla dignità dell’altro o alla natura dell’atto (come la contraccezione deliberata che chiude all’accoglienza della vita). La verità di Cristo insegna anche la dignità della persona: l’altro non è un oggetto per il mio piacere, ma un figlio di Dio affidato al mio amore. Così, i coniugi che si lasciano guidare da Gesù Verità costruiscono la loro intimità sulla roccia (cfr. Mt 7,24-25) dei valori evangelici, immuni ai venti delle false ideologie.

Cristo Vita

Egli è la vita, colui che porta la pienezza della vita divina. Un matrimonio cristiano autentico è radicalmente aperto alla vita, non solo perché genera figli, ma perché vive di quella vitalità spirituale che proviene da Cristo risorto.

Io sono la Vita – dice Gesù – e infatti insegna: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Questa abbondanza di vita si manifesta nella coppia in vari modi. Anzitutto con l’apertura alla trasmissione della vita: la fecondità fisica (e, quando non è possibile, quella spirituale e adottiva) è il segno evidente di un amore che trabocca e vuole condividere il dono ricevuto. Ogni nuova vita concepita è un miracolo che testimonia la presenza vivificante di Dio tra gli sposi.

Ma anche al di là dei figli, Cristo-Vita anima l’amore coniugale dall’interno: con la grazia del sacramento, Egli rende gli sposi capaci di amare oltre le proprie forze naturali, infondendo vitalità alle virtù (pazienza, mansuetudine, perdono, creatività…). Quando i coniugi pregano insieme, quando partecipano all’Eucaristia, attingono linfa da Cristo vite (cfr. Gv 15,5) e il “circolo” del loro amore si apre per accogliere la vita di Dio.

Questa vita divina li aiuta, ad esempio, a superare momenti di “morte” relazionale (crisi, aridità, noia) con rinnovata speranza; li guarisce da ferite interiori che impediscono l’intimità; li spinge ad uscire da sé per fare il bene (la carità verso altre famiglie, il servizio in parrocchia…). In sintesi, se Cristo è davvero al centro del matrimonio, la coppia sperimenta una fecondità a tutto tondo: “coopera con Dio non soltanto nel generare alla vita naturale, ma anche nel coltivare i germi della vita divina” nei cuori​.

Apertura alla vita, dunque, non significa solo apertura ai figli, ma anche apertura alla “vita eterna” già ora: gli sposi comunicano tra loro la vita di Cristo (santificante) attraverso l’amore reciproco, e insieme la trasmettono ai figli e alla comunità. In questo senso la coppia cristiana è chiamata a essere un segno pasquale nel mondo: con l’amore fecondo e gioioso testimonia che Cristo vive.

In definitiva, l’affermazione “Io sono la via, la verità e la vita” applicata al matrimonio richiama gli sposi a fondare la loro intimità in Cristo. Egli è la Via da seguire (il modello e la guida del loro amore), la Verità da accogliere (il criterio per discernere il bene autentico nella vita sessuale e familiare) e la Vita da condividere (la fonte di grazia che rende fecondo e santo il loro amore). Così, la comunione coniugale diventa un luogo teologico: una piccola strada verso Dio (via), uno spazio di manifestazione della verità su Dio-Amore (verità) e un focolare in cui arde la vita di Cristo (vita).

Antonio e Luisa

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Diario di un fidanzamento cristiano – Bacio di stelle

Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione […] lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Genesi 15

Cari lettori, la volta scorsa (clicca qui per leggere quanto già pubblicato) ci siamo interrotti al momento del primo incontro tra me e Alessandro. Come già accennato abbiamo iniziato a uscire con frequenza per conoscerci soprattutto nell’estate 2019. Ricordo che spesso ci davamo appuntamento per fare delle passeggiate dopo cena lungo le piste ciclabili della zona, immerse nel verde. Durante quelle occasioni provavo sempre delle belle emozioni, soprattutto sentivo molta serenità, perché Alessandro è una persona che riesce a trasmettere la sua tranquillità e la sua positività.

Ero sempre molto felice quando si presentava il momento di uscire da casa per andare a incontrarlo. Durante quelle passeggiate ho scoperto una delle sue passioni più affascinanti: conosceva in modo sorprendente il cielo stellato e sapeva raccontarne i mutamenti a seconda delle stagioni. Fu lui a insegnarmi a riconoscere il “Triangolo estivo” e i nomi delle tre stelle che lo formano: Deneb, Vega e Altair.

Gran parte dei nomi stellari provengono infatti dalla cultura greca e araba. Non so se vi è capitato nelle notti precedenti o successive a San Lorenzo (10 agosto) di mettervi all’aperto ad osservare con gli occhi all’insù il cielo notturno, forse questa è un’abitudine che si è un po’ persa, ma basta poco per rimanere meravigliati:

«Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato» (Salmo 8)

Penso di poter dire che ci siamo innamorati rapidamente, in realtà avevo la sensazione di conoscerlo da tanto tempo…

La sera del 15 agosto 2019, solennità dell’Assunzione di Maria al cielo, abbiamo deciso di andare alla messa dopo cena, organizzata dalla parrocchia della quale Alessandro fa parte. In tale occasione viene organizzata ogni anno la S. Messa, presso una croce illuminata, su un colle della zona, e le persone portano in processione fiaccole accese, un’immagine molto bella da vedere. Dopo la liturgia ci siamo spostati a fare una delle nostre osservazioni stellari e in quella sera così speciale è sbocciato il nostro primo bacio…penso di poter dire sotto lo sguardo di Maria.

E’ nell’ordinarietà della vita quotidiana e nelle occasioni di fede che siamo chiamati a vivere che possiamo fare esperienza dell’amore di Dio per noi. Egli non è lontano da noi, si lascia trovare da chi lo cerca. Grazie Signore per il dono del nostro incontro.

Il prossimo mese parleremo di un tema speciale, il VI comandamento. Alla prossima,

Eleonora e Alessandro

(Accogliamo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli. Potete scriverci a eleonoraealessandro4@gmail.com). Chi lo desidera può commentare direttamente tramite il blog.

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Oggi, un Padre Deve Fare Testimonianza di Se Stesso

Primo maggio, su coraggio”, recitava una famosissima canzone italiana del 1977. Ma c’è molto più di questo. Il primo maggio è la festa di San Giuseppe Lavoratore. Il primo maggio è l’inizio del mese dedicato a Maria Santissima e al Santo Rosario. Il primo maggio, quest’anno, è il Primo Giovedì del mese, dedicato all’Adorazione Eucaristica e alla preghiera per le vocazioni. Una bella tripletta celeste, vero?

Potremmo stare ore – e pagine – a parlare di questo e non basterebbero né il tempo né lo spazio del blog. Inoltre, non dimentichiamo che la Chiesa sta vivendo un momento importantissimo e delicato. Dobbiamo pregare con tutto il cuore e con tutta l’anima per l’elezione del nuovo pontefice. Il Conclave è alle porte. Come si recita nella preghiera alla Divina Misericordia: “Dio, Padre Misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.”

Detto questo, è bello fermarci a pensare alla figura di San Giuseppe, ricordato il primo maggio proprio come lavoratore. Quanti padri lavorano per il benessere delle proprie famiglie! Quanti padri, al contrario, sono in difficoltà perché senza occupazione o sfruttati! Quanti padri ammalati, con l’angoscia di non poter provvedere al sostegno economico! Quante situazioni diverse, quante soddisfazioni ma anche quante angustie! E una domanda che bussa, prepotente, alla porta del cuore: ma il lavoro è solo quello fisico, materiale, con profitto economico? Oppure anche quello morale, spirituale, affettivo, educativo?

Essendo, San Giuseppe, sia padre che lavoratore, non possiamo ignorare il binomio che oggi ci viene suggerito. E così mi torna alla mente l’intervista che ha rilasciato qualche tempo fa a La Stampa Luca Zingaretti. Il noto attore ha dichiarato: “Per educare un figlio oggi, un padre deve fare testimonianza di se stesso. Non a chiacchiere, ma con i fatti, con le abitudini, con le sveglie all’alba per andare a lavorare, con la capacità di prendersi cura in ogni caso”.

San Giuseppe, per Gesù, è stato tutto questo. Lo ha accolto quanto tutti sospettavano della gravidanza di Maria. È fuggito in Egitto per proteggerlo. È tornato a Nazareth quando Dio glielo ha comandato. Ha dato il suo esempio di genitore e di artigiano, insegnandogli a diventare falegname. Chissà quanto sudore, quante spine nelle mani, quanta fatica piallare quel legno! Ma anche quanto amore, quanta dedizione, quanta tenerezza nel far crescere il Figlio di Dio come suo!

Ecco la “testimonianza di se stesso”: non spacciarsi per super-eroi senza difetti né peccati ma mettercela tutta, senza arrendersi alla prima difficoltà. Non fingere che la vita siano solo successo, traguardi raggiunti, limiti superati, vacanze di lusso, cene o milioni di follower sui social. Ma la semplicità di un quotidiano che eleva al Cielo, alla santità cui siamo tutti chiamati. Non stupire con irreali effetti speciali ma pregare insieme ai propri figli. Curarli quando sono malati. Leggere una storia prima di addormentarsi. Farsi tenere coccole. Giocare anche quando si avrebbe soltanto voglia di riposare. Esserci. Con la mente, il cuore, l’anima. Con se stessi. Con i pregi e con i difetti ma soprattutto con l’autenticità e l’impegno.

Dare l’esempio, allora, non sarà più soltanto il simulacro di un curriculum pieno di “ho fatto questo” o di “ho fatto quest’altro”. Oppure di “sono un buono a nulla”, “non so fare niente”, “non ho voglia”, “non ci penso proprio”. Piuttosto “faccio questo per amore e con amore”, “lo faccio per te”, “ci provo perché ti voglio bene”, “non mi arrendo perché desidero educarti a non arrenderti”, “coraggio, ci sono io”. I figli sono molto intelligenti e non si fanno ingannare dalle belle storielle. Forse, un tempo, era più semplice. Oggi no.

Dio, per primo, ci ha dato l’esempio. Dio, per primo, si è mostrato come Padre. Dio, per primo, ci ha insegnato a chiamarlo papà. Questo è il lavoro principale, quello non retribuito con la valuta del mondo, quello meno scontato, quello più difficile e sempre più raro. Non l’alibi per non fare nulla. Non la scusa per non fare nient’altro. Ma la luce della paternità coniugata con l’essere “umili lavoratori nella vigna del Signore”, come disse Benedetto XVI nel suo primo discorso da Papa. In questo modo – e grazie a San Giuseppe – il primo maggio avrà un senso. Vero, pieno, di sostanza. E non più soltanto uno slogan un po’ attempato né una sterile e vuota propaganda di facciata.

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Fabrizia Perrachon

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La Separazione: Perdita di Legami Familiari e Amicali

Oggi voglio parlare di un aspetto della separazione che non ho mai trattato: quando ci si divide dal coniuge, non è l’unica separazione che avviene. Infatti, quando la coppia si frantuma, tipicamente avviene anche una frattura con parenti e amici.

In prima impressione può sembrare qualcosa di normale e di poco conto, rispetto all’importanza della moglie o del marito: in realtà, almeno personalmente, ma anche secondo tante altre persone con cui ho parlato, è stato qualcosa di molto doloroso e difficile da accettare.

Ad esempio, consideravo i mie suoceri come la mia famiglia, condividevo con loro molti pranzi della domenica e poiché erano anziani, li aiutavo nei lavori di campagna, come la vendemmia o la raccolta delle olive. Trovarsi all’improvviso a non poter più frequentarli e ridursi a qualche telefonata ogni tanto (poi eliminate anche quelle) è stato difficile da digerire: ho provato a cercare di andarli a trovare ogni tanto, ma mi è stato detto che era meglio non farlo più, vista la situazione.

Analogo discorso per tutti gli altri parenti da parte di mia moglie e gli amici in comune che ad un certo punto si sono schierati da una delle due parti, come se fosse una guerra. Addirittura qualcuno mi ha bloccato telefonate e messaggi, proprio per non ricevere nemmeno più gli auguri di Natale, Pasqua e compleanno. Questo ha influito anche sulla vita delle figlie, perché comunque si sono trovate a vivere questo cambiamento ed è stato detto loro anche di non farmi sapere ciò che non mi riguardava più.

Io ritengo che, al di là della parentela, se c’è una relazione di amicizia e affetto che dura da tempo, sia importante coltivarla, siamo tutti fratelli e sorelle sempre o solo quando ci fa comodo? Da una parte questo è stato anche un test anche per capire chi effettivamente mi voleva bene e chi no.

Quando vivevo ancora con mia moglie c’era una parente/amica con una figlia che aveva delle difficoltà in matematica e, sapendo che potevo aiutarla, mi ha chiesto se ero disponibile per farle delle ripetizioni: così per un certo periodo, quando uscivo la sera dal lavoro, la figlia veniva a casa mia e facevamo matematica, fino a quando è riuscita a recuperare le insufficienze.

Naturalmente io l’ho fatto per dare una mano e quando mi ha chiesto il conto, non ho voluto assolutamente niente, ero solo contento di essere stato utile in qualcosa e di aver fatto del bene a una ragazza.

Dopo poco che mia moglie mi aveva chiesto la separazione, ho trovato (casualmente) questa parente/amica a fare la spesa e ci siamo messi a parlare. Ho chiesto se avesse saputo di quello che stava succedendo e, dopo una sua risposta affermativa, le ho chiesto: ”Potresti farmi il favore di scambiare due parole con mia moglie, visto che hai ottimi rapporti col lei, per cercare di aiutarla?”. Lei: “Mi dispiace, ma io non voglio intromettermi nei vostri rapporti”. E io: “Capisco, grazie comunque”.

Ho ripensato tante volte a questo fatto e per me è stata come una pugnalata: ma come, quando hai avuto bisogno tu, io mi sono fatto in quattro per aiutarti, non ti ho preso un euro e ora che ti chiedo dieci minuti per parlare con una persona, non ne vuoi sapere? E questo è solo un esempio, ce ne sono stati anche peggiori che però non voglio raccontare, visto che riguardano delle persone a me vicine.

Che un coniuge, a un certo punto della vita, viva un momento di difficoltà e crisi, dovuti a vari fattori, ci può stare, capisco e comprendo un attimo di sbandamento; mi risulta difficile da accettare la spaccatura con tutte le altre persone che ruotano intorno e che, invece di fregarsene, dovrebbero stringersi intorno alla coppia e fare il possibile per tenerla unita.

Forse ingenuamente mi fidavo di tante persone/parenti che al momento del bisogno si sono rivelate veramente, ma al contrario ho incontrato persone sconosciute che mi hanno aiutato come un fratello, in particolare all’interno della Fraternità Sposi per Sempre.

Quando l’anno scorso ho ricevuto un sms in cui mi si comunicava la morte di mio suocero, mi è dispiaciuto veramente tanto non averlo potuto salutare in vita, poiché da tanto tempo non lo rivedevo, non sapevo nemmeno che si era ammalato: ad ogni modo sono andato al suo funerale mettendomi in fondo alla chiesa per dare meno fastidio possibile, lontano anche dalle figlie che erano in prima fila; penso che alla fine la preghiera sia la cosa più importante e so che lui ora sa quanto gli volevo bene.

Purtroppo ovunque c’è divisione, è sicuro che lì c’è il diavolo che appunto si traduce con “divisore”; al contrario Dio è comunione e amore: questo articolo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, conferma ancora una volta quanto le separazioni siano un male non solo per la coppia, ma per tutta la società.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Scambio di Cuori

Oggi la Chiesa celebra la festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia e d’Europa; inutile dire che questa donna ha un’importanza di non poco conto per la vita della Chiesa, sotto tanti punti di vista.

Come nostra consuetudine ci limiteremo ad approfondire solo un aspetto tra quelli possibili, un po’ come quando i vetri di una finestra sono appannati però ci si limita a pulire solo una piccola zona sufficiente per dare una sbirciatina di fuori. Similmente daremo una sbirciatina alla santità di Santa Caterina attraverso uno degli aspetti che l’ha caratterizzata: lo sposalizio mistico con Gesù.

A chi, tra gli sposi che stanno leggendo, si stesse chiedendo cosa c’entri tutto ciò rispetto al proprio matrimonio, invitiamo a pazientare nella lettura. L’immagine che abbiamo utilizzato in frontespizio è un quadro di autore ignoto che raffigura un’esperienza mistica avuta dalla Santa e raccontata ai posteri dal suo confessore; fu una visione mistica nella quale Gesù le disse: “Ecco carissima figlia mia, siccome io l’altro giorno ti tolsi il tuo cuore, così ora ti do il mio per il quale tu sempre vivi“. E questa visione fece eco alla precedente nella quale Gesù le diede l’anello -visibile solo a lei- del succitato sposalizio mistico.

Potremmo dire che la seconda visione spiega la prima, poiché negli sposi avviene proprio questo scambio di cuori, questa sorta di commercio di cuori: il cuore dell’uno comincia a ragionare, vedere, capire… vivere la vita insomma, in simbiosi col cuore dell’altra e viceversa. Noi abbiamo avuto la grazia di ricevere diverse testimonianze di coppie sposate da più di 60 anni, le quali ci hanno confermato che che i loro due cuori ormai battevano all’unisono.

E’ proprio questa l’esperienza meravigliosa che siamo chiamati a vivere giorno dopo giorno: due cuori all’unisono ancor più intimamente ed ancor prima e meglio rispetto all’unione dei corpi. Ma tutto ciò diventa impossibile senza la Grazia, perché i nostri cuori umani sono feriti, poveri, deboli, fragili; c’è bisogno allora di un altro cuore che alimenti i nostri due: e questo è il cuore di Cristo.

Abbiamo bisogno di un trapianto di cuore come quello avvenuto per Santa Caterina, solo così potremo amare il nostro coniuge come Cristo lo ama.

Cari sposi, il nostro Sacramento ci tiene legati al cuore di Gesù, senza di Lui il nostro amore perde la sua linfa vitale, come il tralcio che secca se reciso dalla vite. Ce lo spiega bene Santa Caterina in una frase contenuta in una sua lettera indirizzata ad una donna che viveva di prostituzione, alla quale ella ricorda la sua dignità di figlia di Dio, ma andrebbe meditata anche da noi sposi, perché anche noi siamo stati fatti membra del corpo mistico di Cristo.

Dalle Lettere di Santa Caterina (CCLXXVI – A una Meretrice in Perugia) Oimè, oimè che a pensare che tu abbia perduta la memoria del tuo Creatore, e che tu non vedi che tu se’ fatta come il membro che è tagliato dal corpo, che, essendo tagliato, subito si secca: e così tu essendo tagliata e divisa da Cristo per lo peccato mortale, se’ fatta come ’l legno arido e secco, senza neuno frutto.

Giorgio e Valentina

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Un fremito mi ha sconvolta: Amore e Vulnerabilità Femminile

Dopo l’interruzione per il periodo di Pasqua, riprendiamo oggi le riflessioni sul Cantico dei Cantici. E partiamo alla grande. Con dei versetti audaci edespliciti. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il mio dôdì ha introdotto la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.

Il Cantico dei Cantici è uno dei testi più audaci della Bibbia. Come scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Nel Cantico la sessualità non è mai banalizzata né ridotta a istinto: è elevata a linguaggio dell’amore, spazio della tenerezza e della reciprocità.” (G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, 2005)

Qui l’amore non è idealizzato né nascosto dietro veli di imbarazzo: è concreto, ardente, appassionato. Il diletto cerca l’amata, ma la porta è chiusa. Lei sente la sua presenza, ne avverte il desiderio, e insieme prova paura. Paura di lasciarsi andare. Paura di perdere il controllo. Perché abbandonarsi è sempre un rischio: è permettere all’altro di entrare, non solo nel corpo, ma nel luogo più sacro della propria intimità.

Molte donne vivono questa tensione interiore. Come osserva padre Giovanni Cucci, psicologo e gesuita: “L’amore vero espone alla vulnerabilità: chi ama si mette in una condizione di rischio. Questo spaventa, soprattutto quando si portano cicatrici profonde.” (G. Cucci, La forza della fragilità, 2018)

Storie di ferite, tradimenti, delusioni possono irrigidire il cuore e il corpo. Anche quando il desiderio di abbandonarsi è forte, qualcosa trattiene: una paura sottile, radicata. Questa dinamica, pur toccando anche gli uomini, nella donna trova una manifestazione fisica più evidente. Nel rapporto sessuale la donna è chiamata ad accogliere dentro di sé l’uomo. Non è solo una questione anatomica: è un atto emotivamente e spiritualmente impegnativo. Come sottolinea Marco Scarmagnani, consulente familiare cattolico: “Accogliere è un gesto di fiducia totale: significa dire all’altro ‘ti accolgo dentro di me’, non solo nel corpo, ma nel cuore e nell’anima.” (M. Scarmagnani, Amore grande, 2022)

La cultura pornografica, che molti hanno assorbito inconsapevolmente fin dall’adolescenza, banalizza l’intimità fisica, riducendola a divertimento o a sfogo. Ma la verità è diversa. Il rapporto fisico tra sposi è un sacramento vissuto nel corpo: una finestra sull’invisibile, un’icona del dono totale.

È falso che il desiderio si consumi col tempo. Se l’amore cresce, anche l’unione fisica si fa più intensa, più vera, più profonda. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “La fedeltà nel tempo non spegne la passione, ma la purifica, la rafforza e la rende capace di toccare le radici dell’essere.” (L.M. Epicoco, La forza della mitezza, 2021)

Se invece la paura domina, il corpo si chiude, l’intimità si spegne e il piacere stesso viene meno. L’atto che dovrebbe essere dono diventa tensione e sofferenza. Ma il matrimonio cristiano, vissuto nella verità e nella pazienza, può guarire anche le ferite più profonde. È necessario però un doppio cammino:

  • La donna è chiamata a un lento e coraggioso lavoro su sé stessa: imparare a fidarsi, a riconoscere e accogliere la propria vulnerabilità come una forza e non come una minaccia.
  • L’uomo è chiamato a educare il suo desiderio: imparare a non violare, ma a rispettare; imparare a corteggiare con tenerezza; imparare a cercare l’unione e non il possesso.

Il dono fisico tra sposi, se vissuto con rispetto, fiducia e abbandono, diventa una porta spalancata sul mistero stesso di Dio. Non una fuga dalla fatica della vita, ma un anticipo della comunione eterna. Aprire quella porta non è mai facile. Ma chi ha il coraggio di aprirla, scopre la gioia di essere, finalmente, accolto e amato per sempre.

Antonio e Luisa

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Dio non si stanca mai di perdonare

Cari sposi, abbiamo negli occhi e nel cuore le immagini del funerale di Papa Francesco, l’evento che ci ha scosso tutti e ci ha riempito il cuore di commozione per un uomo che ha speso tutta la sua vita fino all’ultimo per Gesù e per la Chiesa. Papa Francesco è passato alla Casa del Padre proprio nella novena alla Divina Misericordia, come del resto anche Giovanni Paolo II. Non sono dettagli superficiali ma vere “Dio-incidenze” che gettano luce sul senso dell’esistenza del defunto.

Oggi la Chiesa celebra la Divina Misericordia, una tema molto caro a Papa Francesco; ricordiamo che il Giubileo straordinario nell’anno 2015 fu proprio dedicato ad Essa e l’anno successivo venne pubblicata Amoris laetitia, volendo così offrire a tutte le famiglie un segno chiaro di misericordia ed una motivazione a viverla anzitutto tra i suoi membri.

Una delle prime frasi di Papa Francesco, divenute celebri, è stata pronunciata nell’Angelus del 17 marzo del 2013: “Dio non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.”

La misericordia è uno degli attributi più importanti di Dio, secondo quanto insegna Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia (n. 13) e domandiamoci qual è il legame con il Vangelo odierno. Difatti, la Liturgia ci pone dinanzi l’incontro di Gesù con gli Apostoli; quest’ultimi ancora impauriti e non del tutto saldi nella fede, ricevettero dal Risorto una parola che è più di un saluto: “Shalom”. Non era solo l’equivalente ebraico del nostro “buongiorno” ma un vero e proprio regalo di amore. Donando la pace Gesù sta “trasferendo” negli apostoli il frutto della sua Morte e Risurrezione, motivo per cui soffiò lo Spirito per renderli davvero capaci di generare pace.

La grande Misericordia, uscita dal Cuore trafitto di Gesù, viene effusa sugli apostoli, senza che loro ne fossero degni o glieLo avessero chiesto prima. Si tratta di un Regalo infinito di Gesù che vuole curare la nostra povertà e fragilità, frutto dei nostri peccati.

Ma ecco allora che, a questo punto, il collegamento con voi sposi diventa ben chiaro. Voi siete capaci di fare altrettanto come gli apostoli, pur nel vostro piccolo. Mi piace inserire qui le stesse parole di Papa Francesco rivolte a voi:

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo «abita» nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24) (Lettera agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris laetitia”).

Certo, per fare questo occorre “volgersi alla Misericordia”, come Gesù disse a Suor Faustina: “L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia” (Diario, pag. 84). Volgersi significa chiederla, impetrarla, supplicarla perché ci si considera poveri e deboli, mendicanti di un tipo di amore che non possiamo procurarci noi.

 Cari sposi, che grande festa è oggi! Siamo di festa perché non dobbiamo più vergognarci del nostro essere peccatori ma esporlo fiduciosamente ai raggi dell’Amore misericordioso di Dio e confidare nel potenziale di perdono che Egli ha messi nei nostri cuori! Guardate quei poveri apostoli, poco prima avevano rinnegato Gesù, l’avevano abbandonato nel Getsemani e adesso sono pieni di Spirito, pronti a ridonarlo a tutti. Ebbene, questa è anche la vostra missione e la vostra condizione: miseri sì, ma investiti dalla Misericordia di Dio e capaci di essere strumento di perdono e di concordia.

ANTONIO E LUISA

Quando riconosciamo la nostra imperfezione e la misericordia che Dio ci ha donato, nasce in noi uno sguardo nuovo verso il nostro coniuge. Non amiamo più in base ai meriti o ai difetti, ma come chi sa di essere stato perdonato e vuole perdonare. La misericordia ricevuta diventa misericordia offerta: pazienza, comprensione, fedeltà. Ogni limite dell’altro non è più una condanna, ma un’occasione di amare di più. Così, il matrimonio diventa un riflesso della tenerezza infinita di Dio.

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