I figli distruggono l’intimità della coppia?

Seguivo il mio amico Vittorio – un papà con quattro figlie – su TikTok. Un giorno, sotto uno dei suoi video, un utente ha scritto: “I figli distruggono l’intimità della coppia”. Vittorio ha risposto con grande equilibrio e saggezza, ma questa affermazione mi ha spinto a riflettere. La domanda non è banale e merita di essere approfondita.

Mi sento di rispondere con due idee principali: i figli sono per la coppia sia crisi che frutto.

Crisi

Partiamo dalla parola “crisi”, spesso connotata negativamente. In realtà, la crisi è una componente naturale della crescita, personale e relazionale. Il termine deriva dal greco “krisis”, che significa “scelta” o “decisione”. Diventare genitori inevitabilmente porta a una rottura degli equilibri precedenti.

Un figlio ti mette in crisi: ti senti impreparato, inadeguato e spesso sopraffatto. Per la mamma, il legame con il neonato è fortissimo e in buona parte istintivo. Questo istinto materno – comune anche nel regno animale – la porta a concentrare quasi tutte le energie sul bambino. Studi neuroscientifici, come quello pubblicato su Current Biology, mostrano che il cervello materno subisce modifiche significative durante e dopo la gravidanza, aumentando l’empatia e l’attenzione verso i bisogni del neonato. Questo processo è noto come “plasticità materna” e si traduce in una naturale priorità al figlio. Il padre, invece, vive questa fase in modo diverso. Per lui, la transizione è più complessa, perché non smette mai di sentirsi marito e desidera continuare a coltivare l’intimità con la moglie.

E qui nasce la crisi di coppia: due bisogni che sembrano confliggere. Non è colpa di nessuno, ma la qualità del legame precedente farà la differenza. Uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Family Psychology sottolinea che le coppie con una comunicazione aperta e una forte intimità emotiva prima della nascita dei figli affrontano meglio i cambiamenti. Se il dialogo, l’empatia e l’attenzione reciproca sono già parte della relazione, questa crisi può diventare un trampolino di lancio per una crescita reciproca.

In questa fase, il marito deve essere paziente e comprendere la nuova dimensione materna della moglie. Allo stesso tempo, la moglie può fare uno sforzo per non dimenticare la mascolinità del marito, bilanciando il suo ruolo di madre con quello di compagna. Come suggerisce Esther Perel nel libro Intelligenza Erotica, “l’amore cerca la vicinanza, ma il desiderio necessita anche di spazio”. Trovare questo equilibrio nei primi mesi dopo il parto è cruciale per mantenere viva l’intimità.

Un esempio pratico è quello di pianificare momenti di coppia, anche brevi, nonostante la stanchezza. Una passeggiata insieme o una cena a casa dopo che il bambino si è addormentato possono fare la differenza. Questo non significa tornare immediatamente alla normalità pre-figli, ma costruire una nuova normalità che tenga conto delle necessità di tutti.

Frutto

Dall’altra parte, i figli sono il frutto tangibile dell’amore tra i due sposi. Rappresentano l’incarnazione di un legame profondo, un amore che diventa visibile e concreto. Questa “incarnazione” dell’amore spinge la coppia a sviluppare nuove capacità, come la creatività. Quando hai figli per casa, trovare momenti per la coppia non è facile. Tuttavia, questa sfida può trasformarsi in un’opportunità. Pianificare un appuntamento serale o semplicemente trovare dieci minuti per parlare da soli diventa un atto d’amore intenzionale. E qui sta la grande trasformazione: l’amore non è più solo passione spontanea, ma diventa una scelta consapevole, voluta e cercata.

Inoltre, l’amore, anche sessuale, tra due persone che condividono molti anni insieme, si trasforma in qualcosa di più bello e profondo. La maturità della relazione permette di vivere l’intimità con una ricchezza emotiva e una complicità che solo il tempo può costruire. Questa dimensione rappresenta un vero e proprio tesoro per le coppie che sanno coltivarlo.

Un altro aspetto importante è il ruolo educativo che i figli possono giocare nella vita di coppia. Crescere un bambino insieme richiede collaborazione, pazienza e capacità di negoziazione. Queste qualità non solo rafforzano il legame, ma aiutano entrambi i genitori a crescere come individui. I figli diventano così non solo il frutto dell’amore, ma anche un mezzo attraverso il quale la coppia può maturare e svilupparsi ulteriormente.

Conclusione

La nascita di un figlio non distrugge l’intimità di una coppia, ma la mette alla prova. Può essere una crisi che porta distanza o un momento di crescita che rafforza il legame. Come dice il personaggio di Sam in Il Signore degli Anelli: “C’è del buono in questo mondo, ed è giusto combattere per esso”. Allo stesso modo, l’amore coniugale vale lo sforzo di affrontare le difficoltà che i figli inevitabilmente portano.

Con il giusto impegno, la crisi si trasforma in una nuova fioritura e il frutto di questo amore – i figli – diventa il simbolo più bello e duraturo di una coppia che cresce insieme. Il segreto sta nel non dimenticare mai che l’amore è un viaggio, non una destinazione. La presenza dei figli può aggiungere profondità e significato a questo viaggio, rendendolo ancora più ricco e gratificante.

Antonio e Luisa

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Il canto più bello

 Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni! Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde; con le trombe e al suono del corno acclamate davanti al re, il Signore.

Ieri è stato proclamato questo Salmo nella liturgia della Parola, e nonostante il testo faccia spesso ricorso al verbo “cantare”, lo ascoltiamo quasi sempre proclamato e non cantato. Alla loro genesi queste preghiere salmodiche erano state concepite come canti dei quali purtroppo sono andate perse le melodie iniziali, anche se poi il repertorio del canto gregoriano ha ridato la dignità di canti alla maggior parte dei Salmi.

Ed è proprio la loro iniziale natura di canti ad essere la motivazione principale per cui si incontrano nei Salmi continue esortazioni al canto, alla lode e all’acclamazione.

Oggi ci soffermiamo solo sulla prima di questi inviti alla lode: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.” … come può essere un invito a cantare un canto nuovo se in realtà questo salmo nasce sotto forma di canto? Forse che l’autore sapeva già che le sue melodie sarebbero andate perse, una sorte di preveggenza? Forse non era ancora stato inventato il pentagramma e non poteva depositare l’opera presso l’organo di tutela del copyright?

Quando nel lontano 1998 mi iscrissi ad un corso per musicisti cattolici, pensai di andare a fare una scorpacciata di musica, ma già la prima sera ci fu dato il “libro di testo” che avremmo seguito per tutta la settimana, il quale aveva un titolo alquanto eloquente: “Il silenzio del musicista“. In conclusione, scoprii che per fare musica bene, la prima cosa da sviluppare non sono le tecniche di esecuzione, di arrangiamento, di lettura, di postura o altro; la prima cosa da sviluppare è la capacità di ascolto. Ed il primo ascolto lo si deve al nostro cuore, al nostro mondo interno, perché è da lì che nasce l’espressione musicale.

Cari sposi, per cantare al Signore, per lodarlo, bisogna che prima impariamo a scorgere nella nostra vita le Sue tracce che Lui ha disseminato a piene mani lungo il corso della nostra esistenza… un po’ come ha fatto Pollicino che ha lasciato le tracce del proprio passaggio.

La seconda cosa che imparai (in quel corso) è legata al fatto che non sempre l’ispirazione per nuove composizioni è ai massimi livelli, a volte sembra che l’ispirazione ci volti le spalle per molto tempo… e che fare allora?

Il tutor ci disse: “Quando non esce una canzone dal di dentro, fai in modo che la tua stessa vita sia una canzone nel Signore“. Cari sposi, il canto nuovo che dobbiamo cantare al Signore è la nostra stessa vita di sposi.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La bellezza trasfigurata non teme il tempo

Oggi affrontiamo uno dei versetti più famosi del Cantico dei Cantici. Affrontiamo la contemplazione del corpo che diventa un’esperienza di infinito. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Vieni con me dal Libano, o sposa / vieni con me dal Libano! / Avanza, discendi dalla cima dell’Amanah / dalla cima del Senir e dell’Hermon32 / dalle tane dei leoni / dalle montagne dei leopardi! / Tu mi hai rapito il cuore / sorella mia, mia sposa / mi hai rapito il cuore / con uno solo dei tuoi sguardi / con una sola perla della tua collana! / Quanto sono soavi le tue carezze / sorella mia, mia sposa / molto più deliziose del vino le tue carezze / più di ogni balsamo i tuoi profumi! / Le tue labbra stillano nettare, o sposa; / miele e latte è sotto la tua lingua; / il profumo delle tue vesti / è come quello del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato, il quale, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria regina profondamente desiderata. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe: «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». La donna, in quegli istanti, prova una gioia che colma, anche se solo per un momento, il suo desiderio innato d’amore.

Lo sguardo dell’uomo va oltre la semplice fisicità della donna, che, per quanto bella, non può saziare gli occhi di chi cerca la bellezza assoluta, di chi cerca l’infinito. In un passo che sembra echeggiare le parole di Sant’Agostino – «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» – si rivela che l’innamoramento è l’illusione di aver toccato quella bellezza infinita. Ma il corpo da solo non basta: sarebbe una risposta troppo limitata per il desiderio umano. L’uomo, infatti, anela a un’esperienza di infinito, a un legame in cui il corpo diventa la porta d’accesso allo spirito immortale della persona amata.

Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e la passione d’amore di Salomone per la sua amata, in un intreccio di cuore e corpo, desiderio e trascendenza. È il sentimento che Dante descrive nella Divina Commedia, quando vede Beatrice e proclama: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Lo sposo è rapito dalla sua sposa, in un’esperienza totalizzante che pervade ogni dimensione dell’essere, trasformando il desiderio in contemplazione.

Uno sguardo contemplativo così profondo e potente che, come San Giovanni Paolo II ricordava, può motivare l’uomo a donarsi totalmente alla donna amata. Questo amore non si esaurisce con il tempo, ma cresce e si perfeziona. Non è il sentimento fugace degli sposi novelli, travolti dall’innamoramento, ma una relazione curata giorno dopo giorno con dolcezza e dedizione. E per questo ancora più profonda e consapevole.

Se l’unione sponsale viene nutrita, quello sguardo contemplativo non sbiadisce con gli anni. Al contrario, diventa più profondo, permettendo allo sposo di vedere nella sua sposa la regina della propria vita, anche quando il tempo lascia i suoi segni: rughe, capelli bianchi, mani che tremano. Gli anni trascorsi insieme non spengono la meraviglia, ma la rendono eterna. La bellezza dell’amata si arricchisce di anni di quotidianità fatta di abbracci, carezze, ascolto, litigi, perdoni, incomprensioni, silenzi, intimità, complicità e tanto altro ancora.

Questa relazione totalizzante, nel suo crescendo di intimità e profondità, tocca il mistero stesso del divino. Come ricordava Santa Teresa d’Avila, «Dove c’è amore, lì c’è Dio». Ogni incontro d’amore, anche con le sue difficoltà e imperfezioni, diventa un’esperienza mistica, un riflesso della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto, anche un corpo che invecchia. Per chi vive il matrimonio come un cammino verso l’eterno, quell’amore diventa lo specchio dell’Amore assoluto, in cui ogni cosa appare nuova e luminosa.

Antonio e Luisa

La Parola cerca casa in voi

Cari sposi, tanti anni fa mia mamma, tornando dalla spesa mattutina, raccontava a noi figli le cose successe e gli incontri fatti. In particolar modo quel giorno, in salumeria, facendo le solite chiacchiere mentre veniva servita, sentì dire al proprietario, nell’affettare un buon prosciutto e davanti alla bilancia, che le parole non hanno peso indicando l’ago immobile nella bilancia per poi concludere: “ma allora com’è che invece le parole sono così importanti?”. Non flatus vocis, come dicevano i filosofi medievali ossia aria al vento…ma realtà contenenti molto di più di un suono.

Proprio lì ci portano tutte le letture di oggi che hanno come fil rouge la Parola e soprattutto i suoi effetti in chi L’ascolta.

Iniziamo con la prima lettura che ci imbandisce una scena drammatica: osserviamo la prima volta, dai tempi dell’esilio a Babilonia, – cioè 70 anni -, in cui il popolo finalmente riascolta la Parola, dopo che quella tragedia aveva loro tolto quasi tutti i punti di riferimento della fede. Quelle persone da subito percepiscono fino in fondo quanta consolazione e speranza Essa contenga, quanto era bello rendersi conto di essere novamente in amicizia e vicini al Signore. Che invidia ho sempre provato dinanzi a questa lettura! Come vorrei anch’io scuotermi di dosso una buona volta quella coltre di abitudine e letargo che impedisce alla Parola di toccarmi nel profondo del cuore e convertirmi!

Ma ben di più di tutto ciò avvenne a Nazareth! Se di per sé la Parola è viva – ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei –, quanto più potente e travolgente è la “Parola fatta carne”, cioè la Persona stessa di Gesù! È chiaro che Cristo, dopo aver iniziato la sua vita pubblica e fatto i primi segni, vuole rendere manifesto a tutti che “il tempo è compiuto”, cioè è arrivato a pienezza e che Lui è la Pienezza che da sempre stavamo aspettando.

Non vado oltre con riflessioni di tipo esegetico ma passo subito al rapporto che tutto ciò ha con il matrimonio. Mi piace piuttosto concentrarmi sul fatto che ogni coppia di sposi è un prolungamento di quella “Parola fatta carne”. In effetti, e ce lo dicono i vescovi italiani: “la coppia di sposi diventa in virtù del sacramento del Matrimonio segno e riproduzione di quel legame che unisce il Verbo di Dio alla carne umana da lui assunta e il Cristo Capo alla Chiesa suo Corpo nella forza dello Spirito” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 34).

È un dono presente in ciascuno di voi, a prescindere dai talenti o capacità. È questione di fede nello Spirito che ha prodotto questa unione e che vuole continuare a manifestarsi nel mondo. Credeteci! Abbiate fiducia che è così, al di là delle apparenze che spesso ingannano! Lo stesso Spirito, dal giorno del matrimonio, si è giocato tutto per voi! Voi metteteci l’impegno giornaliero, l’attenzione allo Spirito, la concretezza e la semplicità dei propositi e al resto ci pensa veramente il Signore.

Ecco ciò di cui ha un gran bisogno anzitutto la Chiesa e poi il mondo: di coppie che ridicano con la vita che il Verbo, la Parola si è compiuta ancora oggi e si continua a compiere in ciascuna di voi coppie! Concludo con alcune magnifiche righe di don Renzo su questa bellissima vocazione che è presente in voi:

Il Dio che talvolta viene rifiutato nella Chiesa o nei sacerdoti è il Dio che l’uomo-donna, sposo-sposa, ha la possibilità di presentare mediante la bellezza della coppia, della famiglia, presentando il suo mistero d’amore: un amore che non ha confini né orizzonti. Per un mondo non credente non serviranno più preti, serviranno più sposi. Non serviranno più predicatori, servirà più carne di uomo-donna che senza aprire bocca diranno la bellezza del progetto. E finché non porteremo le nuove generazioni allo stupore per la bellezza di uomo-donna, è difficile che si stupiscano di Dio Amore. […] Questo comporta due passaggi: conoscere queste identità profonda di immagine e somiglianza e poi manifestarla” (Don Renzo.Bonetti, In famiglia la fede fa la differenza, pp. 69-70).

ANTONIO E LUISA

E già cari sposi. San Giovanni Paolo II ha urlato al mondo: Famiglia diventa ciò che sei! Perchè è importante per noi certamente ma è importante per un mondo che sta perdendo la speranza e la capacità di stupirsi. Noi siamo necessari. Lo siamo Luisa ed io ma lo siete anche voi. Lo siamo nella nostra imperfezione. Non sentitevi sbagliati o inadeguati. Si siamo inadeguati ma è proprio dalla nostra fragilità che splende la gloria di Dio. Perchè cadiamo ma siamo capaci di rialzarci. Perchè litighiamo ma siamo capaci di perdono e di rilanciare la relazione. Perchè nonostante tutti i nostri limiti crediamo in una promessa più grande, una promessa di eternità. Buon cammino cari sposi!

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Matrimoni brutti e convivenze belle. Come si spiegano?

Il tema del fallimento di molti matrimoni sacramentali e del confronto con relazioni apparentemente più serene tra conviventi senza sacramento è complesso e tocca diverse dimensioni della fede, della cultura e della natura umana. Non esistono risposte facili per un tema così complesso. Proveremo ad offrirvi alcuni punti su cui riflettere

Il mistero della grazia nel matrimonio sacramentale

Un primo punto da considerare è il significato stesso della grazia nel sacramento del matrimonio. Come spiega don Fabio Rosini, il sacramento è un dono che opera in profondità, ma richiede la collaborazione attiva degli sposi. La grazia non è una magia che garantisce automaticamente il successo del matrimonio, ma una forza che sostiene e orienta la coppia verso la santità. Il fallimento non dipende dalla grazia, ma dall’incapacità o dalla mancata volontà di attingere a questa risorsa divina. Molte coppie, pur ricevendo il sacramento, vivono come se Dio non fosse una presenza reale nella loro relazione, relegando il matrimonio a un contratto sociale anziché a un cammino di fede condivisa. Faccio un esempio concreto. Posso essere sposato in chiesa e andare a Messa ma poi nel segreto guardare di continuo contenuti pornografici. Cosa porterò nella relazione? Quello che ho nel cuore. E non sarà la Grazia di Cristo ma la povertà delle mie fantasia di possedere mia moglie come ho visto fare in tanti video.

La cultura contemporanea e il disincanto del sacramento

Don Luigi Maria Epicoco sottolinea come la cultura contemporanea abbia svuotato di significato i sacramenti, riducendoli a meri rituali. Questo fenomeno si riflette anche nel matrimonio: molte coppie celebrano il sacramento senza una reale consapevolezza del suo significato. La società promuove un modello di amore basato sull’emozione e sulla gratificazione immediata, mentre il sacramento del matrimonio chiede fedeltà, sacrificio e una visione a lungo termine. Quando la realtà del quotidiano mette alla prova la relazione, il rischio è di sentirsi traditi dalle aspettative irrealistiche generate dalla cultura dominante.

Il ruolo della formazione e dell’accompagnamento

Padre Serafino Tognetti evidenzia l’importanza della formazione e dell’accompagnamento spirituale delle coppie, sia prima che dopo il matrimonio. In molte comunità cristiane la preparazione al matrimonio è superficiale e insufficiente per affrontare le sfide della vita coniugale. Senza un radicamento profondo nella preghiera, nella Parola di Dio e nella vita sacramentale, gli sposi rischiano di trovarsi disarmati di fronte alle crisi. Inoltre, manca spesso un accompagnamento continuativo: le coppie vengono lasciate sole dopo il matrimonio, senza un supporto pastorale che le aiuti a crescere nella fede e nell’amore reciproco. Noi abbiamo avuto nel fidanzamento una guida meravigliosa come padre Raimondo Bardelli. Ma non sarebbe bastata se poi nel proseguo del matrimonio non avessimo trovato delle coppie con cui condividere la fede e il percorso verso un matrimonio pieno e autentico. Da soli saremmo crollati di fronte alle difficoltà della vita e ai nostri limiti umani.

La differenza con le coppie conviventi

Ora un secondo punto fondamentale ma che è strettamente collegato a quanto già detto. Molti si chiedono come mai alcune coppie conviventi sembrino vivere relazioni più belle ed edificanti rispetto a tante sposate sacramentalmente. Don Luigi Maria Epicoco offre una riflessione interessante: la serenità apparente di queste relazioni può derivare dal fatto che non portano sulle spalle il peso della promessa sacramentale, che implica una responsabilità verso Dio oltre che verso il partner. Tuttavia, questa serenità non è necessariamente segno di un amore più autentico. Il matrimonio sacramentale chiama gli sposi a un livello di profondità e donazione che va oltre la semplice coabitazione o il reciproco piacere. La difficoltà sta proprio nel vivere all’altezza di questa chiamata. Ma io credo che ci sia anche altro.

UNA FEDE INCARNATA

Tanti conviventi trasmettono bellezza perché incarnano l’amore. Noi Cristo lo abbiamo dentro, perché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Anche senza il Battesimo, portiamo l’impronta di Dio: siamo creati a Sua immagine. Questa consapevolezza rende il cristianesimo unico tra le religioni, poiché proclama che chiunque può salvarsi. La salvezza non è riservata a pochi, ma si apre a chiunque accolga nel proprio cuore la Parola di Dio, impressa nel DNA stesso di ogni uomo e donna.

Chiunque decida di amare, che ne sia consapevole o meno, appartiene a Dio. Come diceva Victor Hugo ne I Miserabili: “Amare un altro essere umano è vedere il volto di Dio.Così, un ateo o un credente in un altro dio, che vive il dono sincero della propria relazione, è più vicino a Dio e alla verità dell’amore rispetto a chi, pur avendo ricevuto tutti i sacramenti, ha il cuore chiuso alla Grazia e all’amore.

Perché la grazia sembra non bastare?

La grazia sacramentale è reale e potente, ma, come ricordano don Fabio Rosini e Padre Tognetti, opera solo in chi si dispone ad accoglierla. Questo richiede apertura, umiltà e perseveranza. Molte coppie si trovano in difficoltà perché non sono state educate a vivere una vita spirituale intensa e condivisa. Senza la preghiera comune, la partecipazione all’Eucaristia e la confessione frequente, la grazia rimane come un seme che non può germogliare. Inoltre, la grazia non elimina la fragilità umana: la tendenza all’egoismo, alla chiusura e alla mancanza di perdono può prevalere se non viene combattuta con determinazione.

La via del rinnovamento

Per prevenire il fallimento dei matrimoni sacramentali e valorizzarne la bellezza, è necessario un rinnovamento a vari livelli. Innanzitutto, come suggerisce don Fabio Rosini, è fondamentale ripartire dalla relazione personale con Cristo. Gli sposi devono essere discepoli prima di essere coniugi, trovando in Gesù la fonte della loro unità. Inoltre, è urgente una pastorale matrimoniale più incisiva, che accompagni le coppie in tutte le fasi della loro vita insieme.

Padre Serafino Tognetti insiste sull’importanza della comunità cristiana come sostegno per le famiglie. La Chiesa deve diventare un luogo dove gli sposi possano trovare incoraggiamento, testimonianze e aiuto concreto nei momenti di difficoltà. Infine, è necessario educare i giovani a una visione autentica dell’amore e del matrimonio, che non si basi solo sul sentimento, ma sulla volontà di donarsi e costruire insieme una vita che rifletta l’amore di Dio.

In conclusione, il fallimento di molti matrimoni sacramentali non è un fallimento della grazia, ma della risposta umana a essa. Quando gli sposi imparano ad attingere alla fonte della grazia e a vivere il loro matrimonio come una vocazione, anche le difficoltà più grandi possono diventare occasioni di crescita e santificazione. L’esempio di coppie che vivono pienamente il sacramento può essere una testimonianza potente per il mondo, mostrando che l’amore autentico è possibile solo in Cristo. Potranno raggiungere livelli di amore che nessuna coppia convivente potrà mai eguagliare. Perchè un cuore aperto abitato dallo Spirito Santo non è più qualcosa di solo umano ma diventa immagine di un amore divino.

Antonio e Luisa

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Il Matrimonio su Piazza Affari

Si è concluso un anno ed è tempo di bilanci, tempo di guardare cosa ci ha lasciato l’anno passato ed in questi giorni stavamo osservando i grafici del 2024 relativi ai sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, funerali e in particolare su tutti: i MATRIMONI. Vi riportiamo anche a voi, nell’immagine dell’articolo quella che è la foto del grafico matrimoniale di una parrocchia della nostra diocesi che ci ha toccato profondamente. Non siamo degli analisti, ma di fronte ad una simile fotografia vorremmo condividere con voi delle considerazioni perché vedere il matrimonio in profondo rosso fa male, ferisce, rattrista. A noi ha lasciato spiazzati, tristi, affranti.

Che i matrimoni fossero in calo, lo sapevamo, non è certo la novità del 2025. Ma se volessimo guardare il grafico con un occhio borsistico, da azionista, sapere che il matrimonio cristiano in cui noi crediamo, in cui i nostri genitori credevano, che abbiamo celebrato in chiesa otto anni fa, sta crollando su tutti i listini di Piazza Affari da così tanti anni, è un duro colpo.

Come se quel patto di amore scivolasse verso un fallimento continuo inarrestabile, e noi, e tu, folli che ci abbiamo scommesso, che abbiamo deciso di investire non 1.000 euro del nostro capitale ma la nostra vita, il nostro quotidiano, tutti i nostri giorni, il nostro tempo, il nostro vivere insieme, il nostro progettare, costruire, il nostro vivere la sponsalità, il nostro diventare genitori, che rotola sempre più giù come se nessuno credesse più al matrimonio.

Mi sembra di rivedere, scrivendo queste righe, le scene di alcuni film di Natale dove le persone iniziano a non credere più a Babbo Natale o a non credere più alla gioia, all’amore e piano piano le lucine di bene sul pianeta terra si spengono, portando la nostra terra a diventare una sfera spenta dove regna il grigiore ed il male in una lotta tra male e bene, dove poi per fortuna vince il bene.

Purtroppo però quelli son i film di animazione di Natale qui si sta parlando della realtà del matrimonio, di quel sacramento che ti è stato dato in dono dalla chiesa, che hai scelto di vivere liberamente con la persona che ti sta accanto. Fortunatamente possiamo ancora affermare che ad essere in crisi sia “solo” l’aspetto matrimoniale – per ora – perché l’amore vive ancora tra di noi. Sono ancora tanti i giovani che scelgono di amarsi, che decidono di intraprendere la strada difficile ma certamente bellissima dell’amore. Lo fanno scegliendo magari la via della convivenza, che li porta comunque a vivere insieme, comunque ad amarsi, a generare figli.

Sorgono allora spontanee delle domande: perché oggi non scegliamo più di vivere un sacramento come quello del matrimonio, perché non scegliamo più di sposarci in Chiesa? Fra tutte la risposta è una: è un costo. È vero, per un matrimonio oggi servono dai 20/25.000 euro ai 50.000. Ognuno scelga il suo budget, scelga la sua spesa. Ma se questo è il motivo, mi verrebbe da dire che non abbiamo capito la domanda o – scusate la critica – ma non abbiamo proprio capito niente.

Cos’è il matrimonio in termini pratici? Abbiamo preso il codice di diritto canonico al 1108 ma ve la riportiamo più semplicemente: una celebrazione in chiesa alla presenza di un sacerdote e di alcuni testimoni. Costano così tanto queste persone? Un sacerdote e dei testimoni possono costare 20/30/40.ooo euro? E allora come posso dire che sposarsi costa?

Nella sua natura pratica la celebrazione del matrimonio non ha un costo. Ma direte voi, se il matrimonio voglio che sia bello c’è da pagare il fiorista per rendere bella la chiesa, bisognerà acquistare dei vestiti nuovi e idonei alla celebrazione, c’è da pagare i fotografi per immortalare il momento e devono essere professionisti con drone e telecamere, impianti di registrazione, e poi ci vuole che arriviamo in chiesa con una macchina bella magari d’epoca e poi è giusto festeggiare con tutti gli amici e parenti e quindi c’è il costo del pranzo e della location che non può essere il ristorante sotto casa e poi .. e poi.. vuoi non avere i fuochi d’artificio che partono al taglio della torta con sullo sfondo la vallata più romantica d’Italia al tramonto. Mettiamoci tutto quello che volete aggiungere. Dalla camera per la prima notte di nozze, al viaggio di nozze stesso. Una volta ordinato tutto, domandatevi se le avete volute voi queste cose o Cristo Gesù. Chi li ha volute? Le hai volute te! Allora il matrimonio non costa, sei te che lo fai costare.

Provocatoriamente viene da chiedersi: hanno più valore e ti renderanno felice tutti questi orpelli o costi extra, come li vuoi chiamare, che inserisci per un solo giorno della tua vita o ha più valore e ti sarà più utile vivere tutto il resto della tua vita con Gesù affianco? Scegliamo: un giorno da principe o una vita matrimoniale con Gesù? Purtroppo, mi spiace dirlo, ma oggi non stiamo scegliendo nessuna delle due strade. Scegliamo di non sposarci perché per vivere un giorno da principi non abbiamo i soldi in banca o perchè abbiamo semplicemente la paura di quel per sempre perché ci insegnano che un domani potrebbe finire tutto e allora non vogliamo investire così tanti soldi su qualcosa che dicono finirà e ha perso certezza. Scartiamo però da sempre anche la seconda strada che è quella che mi fa stare con Gesù.

Penso che oggi la scelta più bella cari giovani è quella di vivere un matrimonio il più casto possibile, che mi riempia solo di una cosa: la RELAZIONE CON GESÙ da lì iniziare a vivere la SANTITA’ con lo sposo o con la sposa che il Signore ci ha posto accanto. Cambiamo il paragone allora: meglio un giorno da principe acquistato o una vita verso la santità? Ci vuole coraggio, molto, ma il coraggio è nel contratto dell’amore totale.

Certo forse la domanda che ora verrebbe da porsi è perché dovrei sposarmi? Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbe però ahime una giornata ma in poche semplici righe proviamo a dirvi che dentro quella grazia e benedizione che ricevete c’è una promessa di amore che il Signore sigilla tra voi e con voi.

Il catechismo della chiesa cattolica al num. 1603 scrive: “La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali. Queste diversità non devono far dimenticare i tratti comuni e permanenti. Sebbene la dignità di questa istituzione non traspaia ovunque con la stessa chiarezza, esiste tuttavia in tutte le culture un certo senso della grandezza dell’unione matrimoniale. « La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare »

Riduttivo provare a rispondere con queste righe ma comprendete che c’è una grandezza enorme dietro il sacramento del matrimonio, un mistero grande che dobbiamo ricercare ogni giorno, che purtroppo non ci viene più rivelato che non ci viene più raccontato e mostrato.

Se sapeste la bellezza, la grandezza, il dono grande, la perla prezioso che si riceve celebrando il sacramento del matrimonio, tutti vi sposereste. Tutti! Perché se una cosa è bella, è importante, tutti la vogliono. Anche se costa, per quello che son saliti in tutti questi anni i costi dei catering, dei fotografi, etc. perché pur di avere quel tesoro grande che ricevereste il giorno del matrimonio i venditori sapevano che avreste pagato anche quel poco in più. L’aumento ha però mandato in crisi il sistema, perché se il prezzo sale troppo il cliente non compra più ma così facendo ha tolto anche importanza al tesoro grande che è il matrimonio.

Ci auguriamo che come tutti gli andamenti borsistici dopo questa profonda discesa ci sarà un tempo di risalita non data da una discesa dei prezzi, quella non l’avremo più, ma data da una consapevolezza diversa che avremo nel diventare sposi cristiani. Un consulente finanziario suggerirebbe che forse è proprio questo il momento di investire sul matrimonio, con il titolo a ribasso. Aiutaci Chiesa a farlo, aiutiamoci insieme sposi, laici, religiosi e risollevare la cellula vitale della società: la famiglia, l’uomo e la donna nella loro unicità e complementarietà all’amore, la vita frutto dell’amore stesso tra gli sposi.

Ricerchiamo la bellezza del matrimonio e testimoniamola cari sposi, non con le parole ma con il gesto più bello che siamo chiamati a vivere: l’amore, l’amarci! Un caro saluto.

Anna e Ste
Cercatori di bellezza

Il matrimonio che dà senso a tutti gli altri

Ognuno di noi porta nel cuore una coppia di riferimento. Che siano genitori, nonni, zii o altri, è importante avere un modello cui guardare. Bisogna stare attenti a non idealizzare nessuno. Abbiamo però bisogno di un esempio da seguire che deve diventare carne ed ossa. È il qui e ora di ciò che ci portiamo dentro, magari fin da bambini. Che il matrimonio sia la base della società non è un invenzione di noi blogger cattolici né una barzelletta né il frutto di concezioni obsolete o desuete.

Tutt’altro! Persino nell’edizione in corso di Masterchef – il noto programma tv per aspiranti cuochi professionisti – ha trovato posto una puntata dedicata all’amore sponsale. In particolare, nell’episodio otto, l’ormai nota cucinata “in esterna” era per quindici coppie che festeggiavano le nozze d’oro, cinquant’anni di matrimonio. I giudici, e in particolare Antonino Cannavacciuolo, hanno intervistato gli sposi, facendosi raccontare aneddoti, ricordi e segreti per la buona riuscita di un legame non soltanto esteso nel tempo ma di qualità. Tutti erano entusiasti e alcuni aspiranti chef si sono dilettati in un componimento poetico e in uno in prosa come augurio ai graditi ospiti.

Una concorrente, addirittura, ha affermato che aver visto recentemente i nonni raggiungere questo traguardo l’ha ispirata a cucinare. Non credo sia tutta finzione scenica. Sicuramente c’è un’ammirazione autentica verso chi spende mezzo secolo – e oltre – insieme. Nelle gioie e nei dolori, nelle fatiche e nelle soddisfazioni.

C’è un matrimonio, in particolare, che dà senso e compimento a tutti gli altri: quello tra Maria e Giuseppe, che la Chiesa Cattolica ricorda proprio oggi, 23 gennaio. Nel Vangelo di San Luca leggiamo: “Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26-27). E in San Matteo: “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 18-21).

La celebrazione ebraica dell’epoca era molto diversa dalla nostra. Un brevissimo approfondimento può esserci d’aiuto: “Il matrimonio si celebrava, di solito, dopo un anno di fidanzamento (cf 1Sam 18,17-19; Mishnàh, Ketubòt 5,2) senza alcuna cerimonia religiosa, trattandosi di un evento civile che solo i libri tardivi chiamano «alleanza» (cf Ml 2,4; Pr 2,17). Lo sposalizio era, ieri come oggi, l’occasione di una grande festa durante la quale si cantavano canti d’amore in onore degli sposi (cf Ct 4,1-7) a cui seguiva un banchetto (cf Gen 29,27; Gdc 14,10) che di norma durava sette giorni”. [1]

Quello di Maria e Giuseppe è un matrimonio vero, autentico, di grande rispetto e amore reciproco. Certo, è un matrimonio verginale, ma è di modello e di esempio per tutti perché è stato vissuto in pienezza, “nella gioia e nel dolore”. I loro piani di giovani promessi sono cambiati dopo l’annuncio dell’angelo ma non hanno portato al fallimento, all’allontanamento, alla divisone. Anzi: nell’accoglienza di Giuseppe troviamo un modello straordinario di dedizione, che sa scorgere il piano di Bene al di là dei desideri puramente umani.

E nell’accettazione di Maria alla volontà di Dio troviamo il paradigma che dire sì a qualcosa di più grande e di vero nella prospettiva del Cielo è sempre la scelta giusta. Anche se costa fatica. Anche se scardina le nostre piccole certezze quotidiane. Anche se comporta un dover modificare l’agenda degli impegni e dei “to do”. Ma è questa la base della società voluta da Dio. Un uomo e una donna uniti in un legame benedetto. Gesù ha avuto bisogno di una famiglia in cui nascere. Una famiglia con una mamma e un papà, modello eterno cui guardare e in cui trovare rifugio, ispirazione, consolazione, sprono. Perché “la speranza non delude” (Rm 5,5,) e l’Anno Giubilare ne sarà occasione di riscoperta.

Fabrizia Perrachon


[1] L’articolo completo, molto interessante, è disponibile a questo link: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2011/02/01/cana-19-il-matrimonio-al-tempo-di-gesu-nella-scrittura-nel-giudaismo/

Mio marito se n’è andato. Perchè restare fedele?

In questi giorni mi sono sentito con il mitico Vittorio Scarpelli, perché ha ricevuto una domanda e mi ha chiesto un consiglio su cosa rispondere, visto che è quello che ho vissuto e con cui ho a che fare quotidianamente. Poiché è una domanda che ricorre spesso, provo ora a esprimere qualche sottolineatura, secondo la mia esperienza: Mio marito se n’è andato di casa nel 2023 dicendo che non mi amava più; abbiamo tre figli e ad oggi sto ancora rispettando il Sacramento che abbiamo ricevuto diciassette anni fa, ma a cosa serve?”.

Certamente, quando finisce una relazione, viene naturale pensare che sia tutto finito e che non abbia più senso ostinarsi a credere in qualcosa che non c’è più o peggio, rimanere fedeli: due persone si lasciano e quindi come finisce l’amore, automaticamente, anche il Sacramento scompare e perde di significato.

In realtà le cose sono completamente diverse, perché umanamente le cose possono anche andare male, ma le due persone rimangono legate per sempre, anche se i nostri occhi e i nostri sensi non lo possono vedere. Infatti, il Sacramento del matrimonio è l’unico dei sette sacramenti che viene dato alla coppia e non alla singola persona, perché non è un fattore individuale, ma viene consacrata (ripeto, consacrata) la relazione, per cui qualsiasi cosa accada su questa terra, non sono più due, ma una carne sola.

Capisco perfettamente che questo discorso possa apparire privo di senso e confesso che anch’io avevo molti dubbi in proposito, quando ancora non ci avevo capito niente sul Sacramento del matrimonio.

Faccio un esempio che credo possa aiutare a capire: quando un’ostia viene consacrata, diventa il corpo di Gesù, anche se noi vediamo sempre un pezzo di pane, ma per fede sappiamo che niente Lo potrà riportare alla sua sostanza originale (da qui deriva tutta la grande attenzione e devozione nel ricevere la Santa Comunione e nel custodire il corpo di Cristo dentro un tabernacolo).

Allo stesso modo, quando un uomo e una donna ricevono il Sacramento del matrimonio, non sono più come prima, sono diventati qualcosa di diverso e in particolare Gesù è in mezzo a loro e li tiene per mano, senza lasciarli mai: si possono firmare separazioni, divorzi, qualsiasi tipo di documento, ma non cambia assolutamente niente per Dio.

Detto questo e tornando alla domanda, una persona può chiedersi cosa fare e come andare avanti quando il coniuge ti lascia e la risposta è “esattamente quello che faceva prima (o avrebbe dovuto fare), perché non è cambiato nulla, si modifica soltanto la modalità con cui si vive il Sacramento”.

Quando una persona si sposa in chiesa, non lo fa principalmente per sé stessa, ma per dare la vita, imparare ad amare e testimoniare come Dio ama e ci ama.

Questa missione non cambia se il coniuge se ne va, si rimane comunque maschi e femmine, padri e madri indipendentemente dalla presenza o no dei figli, fratelli e sorelle di tutti e annunciatori di una realtà invisibile; quello che si modifica, invece, rimanendo da soli, è il ritorno, in particolare vengono a mancare la tenerezza, la sessualità, la reciprocità, e la corrispondenza.

Essere fedeli (fedeltà ha la stessa radice di fede e fiducia) non è un accessorio, un qualcosa di facoltativo, ma è Sacramento in atto, fa parte del pacchetto che abbiamo scelto il giorno in cui ci siamo sposati: “Prometto di esserti fedele sempre, per tutta la vita, qualsiasi cosa accada”. E “per qualsiasi cosa” non mi sto riferendo solo alla separazione, ma anche a situazioni umane varie, dalle semplici incomprensioni/differenze, fino alle realtà lavorative e di malattia.

Ad esempio, una situazione che mi ha beneficato tanto e che probabilmente ho già citato altre volte, è stata quella di una mia amica il cui marito, in seguito a un incidente, è rimasto paralizzato per tanti anni e poi è morto; lei lo ha accudito e accompagnato fino all’ultimo. Sicuramente alcuni le avranno detto di metterlo in un istituto e trovarsi qualcun altro, che stava sprecando la sua vita, ma lei invece ha voluto portare avanti la missione, certamente con sacrificio e sofferenza, ma anche con tanta fede e dimostrando una qualità di amore davvero pura.

Ma la cosa bella è che in palio non c’è solo il Paradiso fra tot anni, ma il Paradiso, per chi vuole, comincia già ora, oggi, perché quando si ama senza confini, cosa volete che conti tutto il resto? Una moglie che non ti parla o ti offende? Un figlio che manifesta evidenti difficoltà? Non fare più l’amore?

Pazienza, si va avanti lo stesso: se Dio ci concede ancora tempo su questa terra, vuol dire che non abbiamo ultimato la nostra missione e la nostra preparazione. Quando umanamente si fa il possibile, Dio dà i doni necessari ad andare avanti, in particolare pace, sapienza, fortezza e farà i giusti miracoli a tempo opportuno, così tanti che un giorno ci meraviglieremo di quante persone ne hanno beneficiato!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Meglio un pentolino o una batteria intera?

Dal Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mandò a liberare il suo popolo, stabilì la sua alleanza per sempre. Santo e terribile è il suo nome. La lode del Signore rimane per sempre.

Oggi è il giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di una martire dei primi tempi, sant’Agnese, che il Signore coronò con una seconda corona, oltre al martirio, che è la verginità; e grazie a quest’ultima corona è divenuta la patrona delle vergini e delle fidanzate.

Sicuramente tra le lettrici del blog ci saranno diverse donne che rientrano in queste due categorie, oppure che sono madri di una di esse, perciò invitiamo tutte le donne appartenenti alle due categorie di approfondire la figura di Agnese, più che sul piano agiografico, soprattutto nell’imitazione delle virtù e nell’invocazione come patrona della propria persona.

Spesso incontriamo sposi/fidanzati che non vivono una vita sacramentale attiva, sono adulti anagraficamente ma la loro vita spirituale è rimasta all’età del catechismo oratoriano da ragazzini. Non vogliamo con questo giudicare nessuno, è solo una fotografia della realtà che incontriamo sovente, però essa ci aiuta per entrare un poco più in profondità di una frase del Salmo 110.

Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano.

Il Signore è proprio un signore, non fa le cose con sufficienza, non è banale, non le fa con approssimazione, non le fa tanto per fare, non è un taccagno, se decide di fare una cosa la fa bene, la fa giusta e la fa con grande magnificenza.

Potrebbe sembrare scontato che Dio, visto che è infinito, faccia le cose in grande. Se col ragionamento ci sembra che tutto fili via liscio, nella vita ordinaria spesso siamo noi a porre dei limiti a Dio. In che senso?

Per esempio, nella nostra preghiera di richiesta ci limitiamo a chiedergli di trovare un lavoro, di trovare una casa, di ritrovare la salute perduta, che i nostri cari tornino a casa incolumi la sera, che l’esame medico vada per il meglio, ecc… tutte cose buone ovviamente, ma sono limitate. Vi riportiamo il nostro esempio di vita scusandoci in anticipo se a molti potrà sembrare piccola cosa, ma per noi è stato segno della Provvidenza e della Sua magnificenza.

Eravamo giovani e ci stavamo frequentando già da qualche tempo (col cammino intrapreso con padre Bardelli), ci siamo fidanzati e poi abbiamo pensato di sposarci. Mentre si valutava il tutto succcede che Valentina perde il lavoro, l’azienda va a rotoli, non recupera otto mesi di stipendi arretrati e nemmeno il TFR… tutto sembra remare contro i sogni di un futuro insieme oltre ai preparativi prossimi della festa di nozze. In questa situazione instabile ed incerta, sembrerebbe ovvio chiedere al Signore un aiuto per aggiustare prima le cose per poi pensare a sposarsi, la casa, la festa, ecc… Ebbene, noi abbiamo osato di più, abbiamo chiesto la cosa più importante e non la più urgente. Abbiamo deciso di sposarci lo stesso chiedendo al Signore di preparare i nostri cuori come casa Sua. Nel giro di tre giorni arriva una chiamata da un’amico che offre un lavoro a Valentina, poco dopo la possibilità di un primo appartamento, nel giro di qualche mese ci siamo sposati.

Cari sposi, come vi abbiamo dimostrato col nostro piccolo aneddoto, dobbiamo imparare a puntare al massimo e all’importante per la santità, per la salvezza, il Signore donando il tanto dona anche il meno.

Facciamo un esempio casalingo un po’ strampalato e simpatico: se voi chiedete un pentolino, vi arriva un pentolino, ma se voi chiedete una nuova cucina con tanto di batteria di pentole inclusa, nella cucina nuova è compresa la batteria nella quale è compreso il vostro pentolino inziale. Nel dono maggiore è compreso il dono minore. Con sant’Agnese il Signore ha operato proprio così.

Coraggio sposi, impariamo a chiedere al Signore le cose grandi della vita. Chiediamo per esempio la grazia di una castità matrimoniale perfetta, di una tenerezza sponsale al massimo grado, chiediamo la grazia di piangere nostri peccati, la grazia del disgusto del peccato, la grazia di perdonare prontamente il nostro coniuge, la grazia di morire col conforto dei sacramenti. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano.

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo dell’amore

Stiamo giungendo alla fine del terzo poema. Il corteo nuziale è arrivato. Finalmente gli sposi sono da soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Quanto sei bella, amica mia quanto sei incantevole!/I tuoi occhi sono colombe, dietro il tuo velo./Le tue chiome sono come un gregge di capre, distese sulle pendici dal monte Gàlaad!/I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal bagno;/procedono tutte appaiate, e nessuna è senza compagna./Come un nastro di porpora sono le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/come spicchi di melagrana le tue guance dietro il velo./Il tuo collo è come la torre di Davide,costruita a guisa di fortezza./Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di guerrieri./I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella, che pascolano tra i gigli./Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre,/me ne andrò sul monte della mirra e sul colle dell’incenso./Tutta incantevole sei, amica mia, nessun difetto è in te.

Dopo aver meditato nel capitolo precedente sul corteo nuziale, giungiamo finalmente all’incontro tra gli sposi. Entrano nella casa nuziale, e lo sposo, colmo di trepidazione, può finalmente togliere il velo alla sua amata, disvelandone la bellezza. Come ricorda Giovanni Paolo II, “l’amore è sempre una rivelazione di bellezza; una bellezza che, per chi ama, non è mai solo esteriore, ma si radica nel mistero dell’altro” (Uomo e donna lo creò).

Questo momento richiama alla mente l’ingresso della sposa in chiesa, il primo atto del rito del matrimonio, ma ci conduce ora alla prima notte di nozze, il sigillo dell’unione, il compimento sacramentale dell’amore degli sposi. È un momento che, come descrive il Cantico dei Cantici, è segnato dallo sguardo meravigliato dello sposo davanti alla sua sposa. Giovanni Paolo II lo esprime così: Lo sguardo dell’uomo, purificato dal dono dello Spirito, scopre nella donna non un oggetto, ma una persona, una sorella in Cristo e, nel matrimonio, una compagna della vita e dell’amore.

La meraviglia dello sposo non è mai uno sguardo di concupiscenza, che riduce l’altro a mero oggetto di piacere. Al contrario, è uno sguardo che rivela la dignità e la bellezza della sposa, un “eros trasfigurato”, come lo definisce Giovanni Paolo II, capace di unire corpo e anima in un’esperienza di stupore autentico: Il corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, è chiamato a diventare manifestazione dello spirito e dono di sé nell’amore.

Lo sguardo dello sposo nel Cantico è uno sguardo casto, che non mortifica la corporeità, ma la esalta nella purezza. È uno sguardo che non viola, ma accoglie; non domina, ma invita; non ferisce, ma guarisce. Questo sguardo prepara l’incontro totale tra gli sposi, corpo e anima, in un’unione che è segno dell’amore di Dio per l’umanità. Un amore che non si ferma all’apparenza, ma penetra in profondità, cercando l’anima dell’altro. Solo un cuore puro sa amare in modo autentico, ci ricorda Giovanni Paolo II.

Il Cantico ci invita a riflettere: quale tipo di sposo vogliamo essere per nostra moglie? Il re che la fa sentire regina, bella, desiderata e amata, o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie? L’invito è a vivere l’eros non come ricerca egoistica, ma come dono reciproco. L’amore vero è un’esigenza profonda dell’anima umana; è un riflesso dell’amore di Dio, scrive Giovanni Paolo II. Solo così, purificando il nostro sguardo e il nostro cuore, potremo vivere il matrimonio come segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

Antonio e Luisa

Il grande e piccolo segno di Cana

Cari sposi, dopo che Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, eccoci oggi dinanzi alla sua prima mossa. Pensiamo a noi, non appena abbiamo raggiunto una meta (laurea, assunzione ad un posto di lavoro, nuovo incarico…), di certo ci siamo sentiti pieni di entusiasmo, con la voglia di “iniziare con il botto”.

Ma oggi Gesù non ha nessun tipo di pretesa del genere. L’unica cosa che fa è partecipare tranquillamente ad un matrimonio a cui era stato invitato, forse un parente di Maria o di Giuseppe. E di fatto il “miracolo” non è stato per nulla appariscente, come altre volte ma è stato compiuto dai servi, dietro all’iniziativa di Maria che ha fatto anticipare l’inizio della “ora” di Gesù. È altamente probabile che molti, a quella festa, manco si accorsero del “cambio di vino”.

Eppure, questa prima manifestazione di Gesù rimane la pietra angolare della sua missione. Al di là dell’apparente normalità dei fatti – una delle tante feste di matrimonio – sta accadendo un fatto straordinario, descritto così dal Catechismo: “La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l’annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo” (1613).

Mi piace essere ancora più esplicito e donarvi un passaggio di un grande teologo italiano che ha contemplato e approfondito la bellezza del matrimonio cristiano:

Ci troviamo quindi davanti ad un mistero: sta per cominciare la nuova alleanza. Ed essa inizia in un contesto nuziale. Pare possibile che Cristo abbia deciso di dare il primo segno in un contesto nuziale a caso? Oppure non è una strategia umana e divina incredibile il fatto che il primo segno avvenga all’interno di un chiaro contesto nuziale? […] Cristo ha deciso di porre un segno strategico come segno archetipale in un contesto nuziale per dire chi è e cosa è venuto a fare. Lui è lo Sposo messianico venuto per sposare l’umanità presente in lei, la donna/madre. Per fare intuire l’intima finalità della sua missione, Cristo decide di compiere da subito un segno che lascia presagire il mistero nuziale che Egli illumina e compie. Col suo segno iniziale/archetipale, Cristo inizia e avvera l’Alleanza, che è alleanza nuziale” (Giorgio Mazzanti, Teologia nuziale e sacramento degli sposi, 16-17).

Impressionante! Il matrimonio, da quel momento è segno che Cristo è vivo, presente, risorto, non solo nei tabernacoli placcati d’oro e inondati di incenso bensì in ogni coppia che ha ricevuto il sacramento!

Ma la realtà di quel matrimonio a Cana è stata ben diversa… sappiamo che il vino, nell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore e della gioia. Se il vino è venuto a mancare già nel banchetto e questo non in una coppia di cinquantenni ma di novelli sposi… allora la situazione è assai grave.

Da questi ed altri dettagli del Vangelo, pare che i nostri sposini fossero quindi arrivati impreparati al giorno di nozze, trascinando un amore un tantino malato. Sembra la prefigurazione dei tanti matrimoni che oggi si sposano in Chiesa ma che hanno già le ore contate, andando a ingrossare la fila dei clienti degli avvocati…

E che fa Gesù? Se ne sta a divertirsi con i suoi apostoli, tra calici di buon vino e costine di agnello arrosto? In realtà, Lui sa tutto ed è totalmente sul pezzo. Quello che fa segue un pensiero ben preciso: la capacità di amare non si può vivere in pienezza se non si è preparati, purificati e in definitiva amati.

Ecco allora che Cristo non fa venire miracolosamente il vino buono da un’altra parte – gli bastava solo volerlo – ma il grande segno consiste nel trasformare l’acqua, simbolo qui di un elemento semplice e umile e che rimanda alla fragilità della coppia stessa, in vino eccellente.

Un gesto simbolico e che sarà ripetuto anche durante l’Ultima Cena: l’amore richiede sempre una purificazione continua, un guardarsi dentro e mettersi in discussione, un riconoscersi sempre inadeguati ad amare e bisognosi dell’Amore.

Se è vero che le grandi crisi di coppia sono state il risultato di piccoli sgarri accumulati è soprattutto vero il contrario. Cana ci insegna che voi sposi potete arrivare alle alte cime dell’amore se ogni giorno ripartite dal principio, dal proprio nulla e date un valore di amore alle piccole cose, uniti alla Presenza di Cristo Sposo che già abita in voi.

ANTONIO E LUISA

Come dice padre Luca, abbiamo bisogno di continua purificazione. Ma cosa significa? Nella concretezza della nostra storia abbiamo dato un senso a queste parole. Amare davvero è un viaggio che inizia riconoscendo la propria fragilità: accettarsi deboli, incompleti, vulnerabili. Nessuno, per quanto straordinario, può colmare il nostro vuoto interiore; solo l’amore di Dio può renderci completi. Quando ci scopriamo profondamente amati da Lui, impariamo a donare senza possedere, ad accogliere senza pretendere. È questa guarigione del cuore che ci libera dalle dipendenze affettive, trasformando l’amore in un dono puro e autentico. Solo così possiamo vivere il matrimonio come luogo di rinascita, dove il legame non imprigiona ma eleva. Dove l’acqua diventa vino. Amare è un atto di libertà che nasce dall’esperienza viva dell’amore di Dio.

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Riscoprire l’intimità: attesa, comunione e amore vero

La voglia può dirigere sempre bene le nostre azioni?

Non tutto ciò che è lecito è utile (1 Corinzi 10,23). Spesso, il desiderio immediato sembra essere una bussola infallibile: “Ho voglia di mangiare tutto il pacco da un chilo di patatine, perché negarmi questo piacere?” o “Sto così bene a letto, perché dovrei alzarmi e andare a lavorare“. Tuttavia, assecondare ogni impulso senza discernimento può portarci a una vita disordinata e poco soddisfacente. La spontaneità, se non regolata, rischia di renderci schiavi dei nostri desideri. Rischiamo di farci del male. A volte in modo evidente e chiaro altre volte in modo non immediato e pienamente consapevole. Come scrive Sant’Agostino: La libertà è obbedire alla verità, non al proprio capriccio.

L’intimità: un dono pensato per un contesto speciale

Arriviamo a noi. Dio ha voluto la relazione sessuale come un’espressione unica e sacra di donazione e accoglienza reciproca tra marito e moglie, all’interno del matrimonio. Anche tra coniugi, non sempre ogni momento è opportuno per l’intimità. Riconoscere ciò non reprime l’amore, ma lo raffina. Lo rende una scelta d’amore e non un semplice abbandono a un istinto fisico. San Giovanni Paolo II ha scritto: La castità coniugale non è una negazione, ma un sì più grande: un sì all’amore vero.

Quando i coniugi scelgono insieme di posticipare un rapporto, si aprono a una comunicazione più profonda, rafforzando la connessione emotiva e spirituale.

L’amore ha mille volti

L’amore vero non dice mai: ‘basta’ (San Francesco di Sales). Spesso si considera l’atto sessuale come l’apice dell’amore coniugale. L’abbiamo detto e scritto tante volte anche noi. Bisogna però stare attenti; la realtà è più ricca e complessa. Amarsi significa anche saper trovare altre vie per esprimere il proprio affetto: una parola gentile, un abbraccio inaspettato, un gesto di cura.

Questa pluralità di modi rende l’amore creativo e sorprendente. Diventa come la terra bagnata di pioggia che feconda non solo l’amore ma anche il desiderio della coppia di vivere una comunione profonda anche fisica. I Metodi Naturali, lungi dal soffocare l’amore, insegnano ai coniugi ad accogliere ogni fase della vita con pazienza e generosità.

Aspettare: un esercizio di amore

Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Giovanni 15,13). Quando una coppia sceglie di rispettare i tempi fertili per rimandare una gravidanza, non nega l’amore, ma lo amplifica. Rinunciare a un momento di intimità per il bene dell’altro diventa un atto di dono totale. Significa dire all’altro con la nostra scelta consapevole che siamo disposti ad aspettare di poterlo avere tutto. Accogliere tutto il corpo del marito o della moglie senza artifici chimici o fisici che possano limitarne la fecondità. Perchè accogliendo completamente l’altro attraverso il suo corpo possiamo entrare in una piena comunione di tutta la persona (corpo, mente e cuore). Questa attesa trasforma ogni incontro successivo in un evento speciale, preparato con cura e vissuto con gioia. Come scrive Dante nel Paradiso: E ‘n la sua volontade è nostra pace.

Giovanni Paolo II afferma con forza questa verità con delle parole molto chiare: La dimensione unitiva e quella procreativa dell’atto coniugale non possono essere separate senza alterare la verità intima dell’atto stesso. Quando i coniugi si uniscono nell’amplesso, essi sono chiamati a un dono reciproco totale, che include l’apertura alla trasmissione della vita. Ogni atto che escluda intenzionalmente questa apertura rischia di ridurre la comunione tra gli sposi a una semplice ricerca di piacere e non al segno della donazione totale di sé.

Preparare l’amore

Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione. (Antoine de Saint-Exupéry). La preparazione di un rapporto coniugale non è meno bella o meno spontanea dell’atto stesso. È un momento di dialogo, di sogni condivisi, di intesa profonda. Come un pasto cucinato con amore, l’attesa aumenta il piacere e rende tutto più intenso.

Vivere secondo la “spontaneità” intesa come seguire ogni impulso può impoverire l’amore. Al contrario, imparare ad amare con consapevolezza arricchisce il matrimonio, rendendolo un cammino di crescita continua. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, coppia di sposi santi, hanno scritto: La castità è il linguaggio che permette agli sposi di vivere l’intimità come un dono che si rinnova continuamente, una comunione di anime e corpi che riflette l’amore di Dio per noi. Come ci ricorda San Tommaso d’Aquino: Amare è volere il bene dell’altro. E quale bene più grande possiamo volere per il nostro coniuge, se non quello di crescere insieme nella capacità di amarci ogni giorno di più? Diventare capaci insieme di riflettere un amore che sia divino oltre che umano? Molto dipende anche da come viviamo l’intimità e come facciamo l’amore.

Antonio e Luisa

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L’Accoglienza nella Vita di Coppia: Una Nuova Speranza

Oggi sentiamo spesso nominare la parola “accoglienza”, coniugata nei vari contesti sociali.  Noi abbiamo provato a risalire all’origine di questa parola, per scoprire quanto di vero e profondo c’è dentro e vedere questa bellezza nella relazione di coppia. I latini ci dicono che A + CUM + LEGERE ci riporta al “legare insieme con un strumento”.

Quando ci siamo conosciuti è stato facile accoglierci, ci siamo legati l’uno all’altra con il nostro volerci bene, tutto veniva facile, era divertente e stimolante stare insieme. Quello che ci attraeva, forse inconsapevolmente, era l’essere così diversi. Ci siamo accolti per la bellezza che vedevamo l’uno nell’altra e per quello che ci faceva stare bene. Ci siamo girati attorno come amici per parecchi anni, per poi innamorarci. Venivamo entrambi dagli oratori parrocchiali, condividevamo gli stessi ideali cristiani e il desiderio di costruire una bella famiglia numerosa. Ci sembrava di essere in paradiso, di aver trovato la fantomatica “metà della mela”. Era entusiasmante anche provare esperienze distanti da noi stessi, proprio per venirsi incontro e far piacere all’altro. Con queste premesse abbiamo deciso di sposarci, certi di essere una coppia consolidata e capace di resistere a qualsiasi cosa.

Appena sposati ci siamo accorti subito che vivere insieme non era come sognare di vivere insieme. Le nostre diversità sono affiorate e poi esplose nel giro di poco, il nostro entusiasmo iniziale era sparito, come pure la spontaneità nello stare insieme; quelle diversità che ci avevano tanto avvicinati, ora ci stavano allontanando; erano diventate intollerabili e inaccettabili con il nuovo stile di vita matrimoniale. Le cose si sono ulteriormente complicate quando abbiamo “accolto” i figli che Dio ha voluto donarci. Una famiglia numerosa, una casa tutta nostra, un gruppo di amici con figli dell’età dei nostri, un cammino spirituale condiviso, tutto come avevamo desiderato, ma allora cosa non funzionava? La metà della mela non combaciava più?!

Per tanti anni abbiamo proseguito in questa apatia, fingevamo di vivere fino in fondo il nostro matrimonio, impegnandoci nei gruppi famiglia, organizzando campi famiglie, frequentando corsi di formazione per coppie, ma tutto questo rimaneva una bella teoria che non si incarnava nella nostra relazione, rimanendo una vuota raccolta di nozioni. Fino ad arrivare a non parlarci più, a non accoglierci più, ma a respingerci; quello spazio che avevamo creato dentro di noi per l’altro, era stato riempito dal nostro egoismo e dalle nostre pretese di cambiarci. Abbiamo dovuto toccare il fondo per capire che da soli non ce l’avremmo mai fatta. Nella sera della quasi separazione, dopo l’ennesima lite, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di partecipare al programma Retrouvaille. Già questa decisione ha aperto uno spiraglio, era il periodo di Natale e l’abbiamo visto come un dono che Gesù ci stava offrendo, come un’altra occasione di accoglierci nuovamente.

Con Retrouvaille abbiamo appreso strumenti efficaci per vivere al meglio la nostra relazione. Siamo partiti da noi stessi, dai nostri pregi e difetti, dai nostri sentimenti per imparare a guardarci dentro con occhi nuovi e a conoscere e poi ad accogliere prima di tutto noi stessi. Abbiamo capito che entrambi siamo membri attivi della nostra relazione, che non siamo chiamati ad attendere, ma ad andare incontro all’altro. Amare è un verbo di azione, come anche accogliere. L’accoglienza parte dal riconoscere noi stessi fragili e fallibili, prima di guardare l’errore nell’altro; questo ci porta a dare una nuova possibilità ogni volta che si cade. Ci siamo accorti che la metà della mela non è reale, ognuno di noi è “uno” e unico. Non dobbiamo completarci, ma aprirci l’un l’altro e metterci in gioco.

L’accoglienza ci insegna che l’altro è un dono, un dono che Dio ha voluto per me e come tale va custodito, senza pretendere di cambiarlo. In tutto questo noi sposi cristiani sappiamo che non siamo soli, che non dobbiamo contare soltanto sulle nostre forze limitate. Quello strumento che ci lega e ci fa stare insieme è il nostro sacramento, che è più prezioso dell’oro e nessuno può portarcelo via; e insieme agli strumenti di Retrouvaille, possiamo costruire, come dice Papa Francesco “la logica del noi”.

Ora possiamo accogliere con una speranza nuova altre coppie, nei gruppi di giovani sposi, negli itinerari dei fidanzati, nel servizio in Retrouvaille, mostrando le nostre cicatrici senza paura, perché sono segno delle prove superate insieme. Possiamo e desideriamo portare ad altri la nostra esperienza di dolore guarito, che ha migliorato la nostra relazione e che ci permette di non fare più finta di vivere il nostro matrimonio. Abbiamo accolto la nostra storia come un dono per noi e per gli altri.

Barbara e Alessandro – Retrouvaille Italia

Il 25% di coppia in più

Qualche tempo fa, nel volantino di una nota catena di supermercati, la descrizione di un prodotto per il bricolage ha calamitato la mia attenzione. Tra le varie caratteristiche dell’avvitatore era garantito il “25% di coppia in più”. Anche se qualche lavoretto manuale mi riesce – come smontare, pulire e rimontare il lavello della cucina, scarico annesso – non sono pratica di trapani, chiavi inglesi, ecc … Così la mia mente, che è più abituata a concentrarsi sulla bellezza e l’importanza del matrimonio cristiano, ha visto in quella frase lo spunto per ragionare su che cosa, o su Chi, può dare una buona percentuale aggiuntiva all’unione sponsale.

Ma il fatto che, anche per dettagliare un avvitatore, si parli di coppia, è casuale oppure no? Mi sono un pochino documentata e ho scoperto che la coppia, in questo campo, è la forza di rotazione che viene impressa ad una vite per avvitarla ad superficie. E che maggiore sarà la coppia maggiore sarà la forza che lo strumento applicherà nel fare il suo lavoro. Caspita! Stiamo parlando di meccanica o di pastorale? Di fisica o di spiritualità? A ben pensarci, infatti, il sacramento è quella benedizione divina particolarissima che unisce – come avvitandoli l’un l’altro – i due sposi. Inoltre, tornando ancora una volta agli strumenti edilizi o di bricolage, è risaputo anche che si parla di “maschio” e di “femmina” come i due pezzi complementari nei raccordi, nei rivetti, nelle prolunghe, nelle viti e simili. Due parti che s’incastrano perfettamente uno dentro l’altra.

Da queste piccole cose notiamo come anche branche del fare umano così pratiche, manuali e distanti da ragionamenti religiosi o morali utilizzino un linguaggio che li richiama molto da vicino e che spinge tutti noi a fermarci – una volta di più – a pensare alla complementarità dell’uomo e della donna. Perché Dio ha pensato così. Perché Dio ha voluto così. Perché Dio ha amato così. Ed è proprio il Signore ad offrire per primo alla coppia, ad ogni coppia, un 25% in più di affetto, tenerezza, unione e benedizione ogni volta che ci si rivolge a Lui. Ogni volta che si crede in Lui come elemento costituente del noi, come roccia su cui innalzare l’edificazione del’unica carne.

Nel secondo capitolo della Genesi leggiamo: “E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda»” (Gn 2, 18). Ecco l’incastro perfetto! Ecco l’aumento di Grazia! Ecco il volto di Dio che si fa visibile! Uomo e donna che si amano, che si completano, che rivelano nell’interezza le sfaccettature di un amore che è maschile e femminile, che è padre e madre, che è fortezza e tenerezza, parole e opere, che è ingegno e protezione. E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27).

Ma c’è di più: il Signore non fornisce soltanto una forza d’unione in grado di garantire una maggiorazione alla coppia del 25% ma il 100% in più ossia quella pienezza che il cuore – chiamato alla vocazione sponsale – desidera, anela, sogna. Non ci sono altri trucchetti, ricettine o quant’altro. “Non c’è trucco non c’è inganno”. Solo la fede in Colui che tutto può, anche e soprattutto nell’amore umano, specchio di quello divino. “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito” (1 Gv 4, 11-13).

Il Signore al primo posto, sempre; subito dopo, nostro marito o nostra moglie. Soltanto così le viti della vita s’incastreranno bene e reggeranno agli urti. Soltanto così l’avvitamento sarà perfetto, non perché qualcosa di freddo o meccanico ha impresso una forza spersonalizzata – e spersonalizzante – ma perché il Dio che ci ha amati per primi sta investendo su un progetto al quale è Lui stesso a credere per primo. E, pertanto, dobbiamo crederci pure noi.

Fabrizia Perrachon

Il Copione di Vita e il Matrimonio: Un Viaggio verso la Libertà Emotiva

Il Copione di Vita secondo l’Analisi Transazionale

L’analisi transazionale, sviluppata dallo psichiatra Eric Berne negli anni ’50, ci offre uno strumento prezioso per comprendere le dinamiche che influenzano le nostre relazioni. Berne definisce il copione di vita come «un piano di vita che un bambino decide in base ai messaggi dei genitori». Questo piano, formato nell’infanzia, si costruisce sulla base delle esperienze vissute e dei messaggi espliciti o impliciti ricevuti dai genitori e dalle figure significative.

Il copione nasce come strategia di sopravvivenza emotiva: un bambino cerca di adattarsi all’ambiente per ottenere accettazione e amore. Tuttavia, queste strategie, che erano utili e necessarie in tenera età, possono trasformarsi in schemi rigidi e limitanti nell’età adulta. Come sottolinea Berne, «gli individui spesso non si rendono conto che stanno vivendo un copione predefinito, perché esso agisce a livello inconscio».

Il Copione nel Contesto delle Relazioni

Nel contesto delle relazioni interpersonali, il copione di vita può essere causa di sofferenza. Spesso, infatti, ripetiamo comportamenti appresi nell’infanzia, anche quando questi non sono più funzionali o appropriati. In particolare, nel matrimonio, il copione può portare a dinamiche distruttive: aspettative irrealistiche, difficoltà nell’esprimere autenticamente i propri sentimenti e paura di essere rifiutati.

Quando due persone si uniscono in matrimonio, portano con sé non solo le proprie esperienze passate, ma anche i loro copioni di vita. Come afferma il terapeuta Claude Steiner, collaboratore di Berne: «Le relazioni intime sono il terreno fertile in cui i copioni vengono messi alla prova, e spesso sono anche il luogo in cui possono essere riscritti».

La Forza dell’Amore Incondizionato

Nonostante le difficoltà che il copione può generare, il matrimonio può diventare un luogo di trasformazione. L’amore incondizionato – quello che accetta l’altro nella sua interezza, senza giudizio – ha il potere di interrompere gli schemi rigidi del copione, aprendo la strada alla libertà e all’autenticità.

Un esempio di questa forza trasformativa è narrato attraverso una testimonianza personale. Nei primi anni di matrimonio mi sono sentito in gabbia. Io sentivo forte la pressione. Ero convinto che per essere amato e non abbandonato dovevo sempre comportarmi come gli altri si aspettavano che facessi. Non potevo mai deludere nessuno o per me sarebbe stata la fine. Questo era in sintesi il mio copione. Con l’arrivo dei nostri primi due figli mi sono sentito troppo impreparato e inadeguato. Mi sono sentito un peso addosso troppo grande. Temevo di deludere mia moglie e di perdere tutto. Questo mi ha portato a comportarmi in modo freddo con lei. Questo mio modo di ragionare mi ha spesso intrappolato in comportamenti poco amorevoli e distaccati. Cercavo di stare più tempo possibile fuori casa. Un episodio in particolare rimane impresso nella mia memoria: dopo un litigio, mi sono chiuso in camera con il muso lungo, sbattendo la porta.

Dieci minuti dopo, Luisa entrò con un caffè in mano. Con un gesto semplice ma profondamente dolce – almeno io lo avvertii così – mi porse la tazza, accompagnata da un sorriso pieno di tenerezza. Questo gesto, privo di recriminazioni o parole dure, esprimeva un amore che andava oltre l’orgoglio e il bisogno di avere ragione. Mi lasciò senza parole facendomi sentire tutto il suo amore immeritato e mostrandomi la sua bellezza e forza. Mi amava anche se la stavo deludendo. Allora era possibile!

Quando il Copione si Riscrive

Quel gesto di amore incondizionato segnò un momento di svolta. Questo evento dimostra come l’amore, espresso in modo autentico e disinteressato, possa sciogliere le rigidità del copione, permettendo una connessione più profonda. Con me ha funzionato.

Mia moglie, con quel caffè, non solo ha mostrato compassione e comprensione, ma anche una capacità di amare che andava oltre il copione di entrambi. Già perchè anche lei ha contravvenuto al suo copione. Lo ha forzato comportandosi diversamente. Questo esempio dimostra come il matrimonio possa essere un luogo di crescita reciproca, dove ci si impara ad amare davvero, lasciando andare il bisogno di controllare o manipolare l’altro.

Conclusione

Il copione di vita, pur essendo un’eredità dell’infanzia, non è una condanna definitiva. Come suggerisce Berne, «È possibile riscrivere il proprio copione e scegliere un finale diverso». Nel contesto del matrimonio, questa riscrittura avviene spesso attraverso l’amore incondizionato, che offre uno spazio sicuro per essere autentici.

Il matrimonio, vissuto con verità e amore, può diventare uno strumento potente per interrompere i vecchi schemi e costruire una relazione basata sulla libertà e sulla connessione autentica. La storia del caffè – un gesto semplice ma straordinariamente significativo – ne è una prova concreta: l’amore vero non giudica, ma accoglie, trasformando e liberando chi lo vive.

Antonio e Luisa

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Prendersi cura anche del noi

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,14-18) Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Questo brano lo sentiremo nella Messa di domani e fa parte di una serie di estratti della lettera di San Paolo agli Ebrei, nella quale si mette in evidenza il sacerdozio di Gesù, il suo essere il vero sommo sacerdote, il vero Messia tanto atteso.

È bello (e anche logico) che nei giorni subito dopo le feste natalizie la Chiesa si preoccupi di ribadire, di fissare meglio nei nostri cuori, di approfondire chi sia quel Gesù del quale abbiamo appena festeggiato il Natale.

La Chiesa, proprio come una buona madre, non perde tempo coi figli in chiacchiere inutili, ma li tiene sempre sul chi va là, non perde occasione per mettere in guardia i figli e ricordare loro il senso della vita per recuperare i significati dentro ogni gesto.

Ma la Chiesa non agisce solo come una buona madre, ma anche come una sposa, infatti, essendo la sposa di Cristo, ne tesse incessantemente le lodi ai propri figli ribadendo la natura del proprio sposo. Oggi vi invitiamo a tenere in evidenza un aspetto di Gesù: la cura.

Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.

Vi siete mai chiesti se Gesù si prenda cura degli angeli (quelli buoni si intende qui)? A quanto risulta da questa frase sembra di no, ma perché? Il motivo sta nel fatto che gli angeli santi non hanno bisogno di salvarsi, di provare la loro fede, poiché la loro decisione di stare nella santità di Dio è eterna, quindi si sono già schierati per l’eternità, mentre invece noi no.

Noi, al contrario degli angeli, non siamo ancora nell’eternità, e finchè siamo su questa terra la nostra decisione eterna può mutare. Ecco spiegato il motivo di tanta cura da parte di Gesù, non vuole che noi ci perdiamo eternamente.

E questa cura di Gesù nei nostri confronti è minuziosa fino ai più piccoli dettagli; se la vediamo in macro possiamo citare il mistero dell’Incarnazione col fine della Redenzione naturalmente, ma poi la Sua cura per noi è minuziosa fino al più piccolo istante della nostra giornata dal macro si passa al micro.

La cura di Gesù per noi non è come una pacca sulla spalla ogni tanto oppure un cinque da sportivo per coltivare il feeling tra noi e Lui. Sarebbe alquanto riduttivo, non credete? È invece la cura di ogni più piccolo pensiero, la cura di ogni dettaglio della nostra vita.

Ma se questo è vero per ciascuno di noi, quanto di tutto ciò si riverbera nella vita matrimoniale?

Infatti, se ogni coniuge è segno sensibile dell’amore di Cristo per l’altro, significa che questa cura meticolosa e minuziosa per il nostro coniuge tocca a noi.

Certo, non tutto è nelle nostre mani, c’è poi la Grazia di Cristo che colma le nostre lacune, che innalza al livello superiore le nostre deficienze, che imbottisce i nostri gesti di una sacralità che oltrepassa la mera gestualità.

Dobbiamo quindi chiederci quale cura minuziosa esprimiamo nei confronti del nostro coniuge, una cura di saputelli che aiutano i meno arrivati oppure una cura di tenerezza, dolcezza e sentimento, una cura che eleva l’altro o che lo degrada?

Coraggio sposi, impariamo ad avere cura del noi sacramentale, quel noi abitato da Gesù stesso.

Giorgio e Valentina

Il nostro matrimonio è come il cedro del Libano

Proseguiamo con il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. Lo sposo è trepidante. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Ecco, è il suo trono, quello di Salomone! / Lo scortano sessanta prodi / tra i più valorosi d’Israele. / Tutti sono armati di spada, e addestrati alla guerra; / ciascuno porta al fianco la spada / contro i pericoli della notte. / Un padiglione nuziale s’è costruito il re Salomone / con il legno del Libano. / Le sue colonne sono d’argento, / il suo tetto è d’oro; / il suo sedile di porpora; / l’interno ricamato con amore / delle figlie di Gerusalemme. / Uscite, figlie di Sion, / guardate il re Salomone, / con la corona con cui lo incoronò sua madre / nel giorno del suo sposalizio, / nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. L’abbiamo visto nei versetti precedenti a questi. Dietro quell’iniziale “Che cos’è?”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Ogni sposo, in fondo, ha provato questa impazienza. Lo siamo stati anche noi, il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo che il matrimonio avrebbe rappresentato qualcosa di completamente nuovo, una relazione unica, diversa da qualsiasi altra vissuta prima. Ora, con anni di matrimonio alle spalle, posso vedere chiaramente come quel momento abbia segnato l’inizio di una meravigliosa novità, ma già allora il mio cuore lo percepiva. Lei era – e continua a essere – la mia regina.

La sposa è regina per ogni sposo. Non è una persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ci ricorda: “La donna è affidata all’uomo, e l’uomo è affidato alla donna, non semplicemente come oggetto di possesso o di consumo, ma come un dono incommensurabile e reciproco”. Le guardie armate che accompagnano la sposa nel Cantico dei Cantici simboleggiano questa sua preziosità, ma anche la responsabilità dello sposo: custodire questo dono come la perla più preziosa della sua vita.

Dio ci ha preparati per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due. È un cammino sacro, da difendere contro le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza. Non è sempre facile. Tuttavia, come insegna ancora Giovanni Paolo II: “L’amore vero è esigente. Non è un’attrazione passeggera, un’illusione romantica o una semplice emozione. È un impegno che chiama a crescere e a donarsi continuamente”.

Un altro significato profondo del matrimonio è la guarigione e l’apertura all’altro. Se vissuto in Cristo, il matrimonio può liberarci dalle nostre paure, dalle difese che ci tengono prigionieri e dalle ferite che ci impediscono di accogliere l’altro in pienezza. La sposa, come nel Cantico, non avrà più bisogno di guerrieri armati: con il suo sposo si sentirà al sicuro, accolta, amata. Questo è il nostro compito, la nostra vocazione matrimoniale. Anche se sbaglieremo, il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino di Salomone, fatto con il profumato cedro del Libano, simboleggia una relazione duratura e immortale. Allo stesso modo, il nostro matrimonio è radicato nella Parola fatta carne, che non passerà mai. La relazione matrimoniale, come il Santo dei Santi che custodiva l’Arca dell’Alleanza, è abitata da Dio stesso. Noi, come sposi, siamo il tabernacolo dell’amore di Cristo: nella nostra limitata capacità di amare, portiamo l’infinito amore di Dio.

Ritorno al giorno del nostro matrimonio. Quando Luisa è entrata in chiesa con il suo abito bianco e si è avvicinata all’altare, verso di me, non riuscivo a contenere l’emozione. In quel momento, mi sentivo come lo sposo del Cantico, che pregustava l’inizio di qualcosa di immenso. È come dice Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: “Tu mi hai stregato anima e corpo, e ti amo, ti amo, ti amo”. In quel momento non capivo ancora tutta la realtà che il matrimonio avrebbe dischiuso, ma già il mio cuore gioiva per qualcosa che intuivo essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

Guardarsi attraverso gli occhi del Padre

Cari sposi, oggi la Chiesa ricorda il momento solenne di inizio della vita pubblica di Gesù. Tanto solenne che avviene una teofania trinitaria, cosa che si ripeterà solo nella Trasfigurazione: parla il Padre, è presente il Figlio e scende lo Spirito. Gesù esce dall’anonimato di Nazareth per iniziare ad insegnare il Vangelo con le sue parole e con i miracoli. È un nuovo inizio, una nuova tappa di vita ed è così che la Chiesa conclude il tempo liturgico del Natale per poi tornare alla vita ordinaria.

Potremmo dire molto sul significato di tale gesto di Cristo, il fatto di mettersi in fila con i comuni peccatori che chiedevano a Giovanni di essere purificati, proprio Lui, il Santo, l’Eterno, il Giusto. Quale umiltà e pazienza nello stare a stretto contatto con ladri, adùlteri, omicidi… pur di dimostrare di voler essere in tutto simile a noi, meno nel peccato.

Uno dei Padri della Chiesa, San Cirillo, commenta così il brano odierno: “Gesù ha santificato il battesimo facendosi battezzare lui stesso. Se il Figlio di Dio è stato battezzato, chi può disprezzare il battesimo? È stato battezzato non per ricevere il perdono dei peccati – poiché era senza peccato – ma è stato battezzato senza peccato per dare ai battezzati grazia e dignità divine” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale n°3, 11).

Ma c’è anche un dettaglio straordinario che getta una luce profonda sul vostro vissuto di coppia. Nel momento in cui Gesù viene irrorato con l’acqua del Giordano, il Padre parla. Proprio “vedendo” quale grande amore sta dimostrando il Figlio, quale obbedienza alla Sua volontà salvifica, quale abbassamento umile sta mettendo in atto… prorompe in un grido di esultanza, di ammirazione, di riconoscimento: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Come a dire: “Quanto sei grande! Che figlio meraviglioso sei! Quanto vali per tutto ciò che fai!”.

Anche oggi si vede chiaramente che il primo e principale rapporto di Gesù non è con la mamma, né con Giuseppe ma con suo Padre. È così e lo sarà fino all’ultimo respiro sulla croce. Gesù ci sta testimoniando quanto è importante anche per noi vivere appoggiati totalmente sulla consapevolezza di essere figli amati.

La bella conseguenza che questo comporta per voi sposi è anche il fatto che quella frase del Padre ciascuno di voi è chiamato a incarnarla, non solo dirla, per il coniuge. In questo consiste il grande dono del matrimonio, che si costruisce appunto sul battesimo. Non è un dovere kantiano ma è un dono che vi è concesso, quello di incarnare il volto del Padre per vostro marito e moglie. Tutta la vita sponsale è, agli occhi di Dio, il cammino di crescita per arrivare a vedervi con gli occhi del Padre. Ma come sempre il Signore, nella sua grande concretezza, vi invita a cominciare dalle piccole cose quotidiane, per costruire sulla roccia la vostra chiesa domestica.

ANTONIO E LUISA

Caro padre Luca l’hai proprio detto! Come sposi, siamo chiamati a una missione speciale. Attraverso i miei occhi, Luisa può vedere l’Amore di Gesù che le ricorda quanto è preziosa. Attraverso le mie parole, posso consolarla e incoraggiarla, diventando eco della voce di Gesù. Attraverso le mie mani e le mie braccia, posso trasmetterle tenerezza e protezione, come farebbe Lui. Ma il matrimonio è anche un dono reciproco! Non riesco a contare quante volte, con il suo sguardo dolce, le sue parole preziose e i suoi gesti d’amore, Luisa mi ha fatto sentire la presenza di Gesù nella mia vita. Il matrimonio è davvero un luogo in cui Dio si rivela ogni giorno, un miracolo fatto di gesti semplici e cuori che si donano.

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Il matrimonio cristiano: una realtà divina e umana secondo i Padri della Chiesa

Il matrimonio cristiano è una realtà divina e umana insieme, un mistero che unisce l’uomo e la donna in un vincolo indissolubile davanti a Dio. I Padri della Chiesa hanno approfondito questa verità di fede, offrendo riflessioni che ancora oggi illuminano la comprensione del sacramento del matrimonio. Attraverso le loro opere, possiamo scoprire come il matrimonio sia stato considerato non solo un’unione naturale, ma anche un segno della presenza di Dio nella vita degli sposi.

Ed è bello constatare come ognuno di loro, secondo la propria sensibilità, abbia approfondito realtà diverse del matrimonio. Solo nell’insieme si trova un’analisi completa della complessità di questa relazione fatta di cielo e di terra.

Sant’Agostino e il carattere sacramentale del matrimonio

Uno dei più grandi contributi alla teologia del matrimonio è quello di Sant’Agostino. Nel suo scritto De bono coniugali, Agostino descrive il matrimonio come un bene intrinseco, dotato di tre caratteristiche principali: la prole, la fedeltà e il sacramentum. Quest’ultimo elemento è particolarmente importante, poiché sottolinea la natura indissolubile e sacra del matrimonio cristiano. Per Agostino, il matrimonio è un segno visibile della grazia di Dio e una partecipazione al mistero dell’unione tra Cristo e la Chiesa. Egli scrive: “Nel matrimonio cristiano, il vincolo coniugale non può essere sciolto, poiché esso rappresenta l’amore eterno di Cristo per la sua Chiesa”.

San Giovanni Crisostomo: il matrimonio come via di santificazione

San Giovanni Crisostomo, noto per la sua eloquenza e profondità spirituale, ha parlato del matrimonio come un cammino di santificazione. In uno dei suoi discorsi, afferma: “Il matrimonio è una scuola di virtù, dove gli sposi imparano la pazienza, l’umiltà e il sacrificio reciproco”. Egli sottolinea che l’amore tra i coniugi deve riflettere l’amore di Cristo per la Chiesa, un amore che è disposto a dare tutto, persino la vita.

Crisostomo vede nel matrimonio un mezzo per crescere nella fede e nella santità. Gli sposi, vivendo le sfide quotidiane con spirito cristiano, possono purificare i loro cuori e avvicinarsi a Dio. Questo approccio spirituale eleva il matrimonio a una dimensione divina, dove l’amore umano diventa strumento della grazia divina.

Sant’Ambrogio: il simbolismo dell’unità

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, ha enfatizzato l’unità del matrimonio come riflesso dell’unità trinitaria. Egli scrive: “Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, così l’uomo e la donna, uniti nel matrimonio, formano una sola carne”. Questo parallelo con la Trinità mostra come il matrimonio non sia solo una realtà umana, ma anche una partecipazione al mistero divino.

Ambrogio insiste anche sull’importanza della castità e della purezza all’interno del matrimonio. Per lui, l’amore coniugale è chiamato a essere un amore ordinato, in cui l’affetto umano si unisce alla volontà divina, creando un legame che trascende la mera dimensione terrena.

Tertulliano e la dimensione comunitaria del matrimonio

Tertulliano, uno dei primi autori cristiani, ha parlato del matrimonio come una comunità spirituale tra i coniugi. Nel suo scritto Ad uxorem, descrive il matrimonio cristiano come una “chiesa domestica”, dove marito e moglie pregano insieme, digiunano insieme e si sostengono a vicenda nella fede. Egli scrive: “Che cosa c’è di più bello che vedere due cristiani uniti nel matrimonio, condividere le stesse speranze, gli stessi desideri e la stessa devozione a Dio?”

Questa visione comunitaria mette in luce come il matrimonio cristiano sia anche una testimonianza per la società. Gli sposi, vivendo la loro unione secondo i valori del Vangelo, diventano un segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Conclusione

I Padri della Chiesa hanno raccontato il matrimonio cristiano come una realtà divina e umana insieme, un sacramento che eleva l’amore umano a un livello soprannaturale. Attraverso le loro opere, ci insegnano che il matrimonio non è solo una scelta personale, ma una vocazione che riflette il mistero dell’amore di Dio. Come affermava Sant’Agostino, “il matrimonio è un bene”, un bene che illumina la strada verso la santità e la vita eterna.

Antonio e Luisa

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La Nudità del Cuore

Nel libro della Genesi, leggiamo: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Genesi 2,25). Questo versetto, spesso associato alla dimensione fisica, contiene un significato più profondo: la nudità come trasparenza totale, non solo del corpo, ma soprattutto del cuore. Prima del peccato originale, Adamo ed Eva vivevano in una condizione di perfetta armonia con Dio, con se stessi e tra di loro. Questa nudità rappresentava una totale apertura, senza maschere, senza paura di essere giudicati o rifiutati. Ma cosa significa questo concetto nella vita moderna e nelle relazioni umane?

La nudità emotiva come trasparenza

Essere “nudi” nel cuore significa mostrarsi per come si è, con pregi e fragilità, senza celare le proprie emozioni o pensieri più profondi. La trasparenza emotiva richiede coraggio: implica abbattere le difese costruite per proteggerci dal dolore o dal rifiuto. Nel matrimonio o in qualsiasi relazione autentica, questa nudità è la base per costruire fiducia e intimità.

San Giovanni Paolo II, nelle sue Catechesi sull’amore umano, afferma che la nudità originaria non è semplicemente fisica, ma “è il segno di una comunione personale autentica, in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente nella totalità del loro essere”. Questa riflessione sottolinea che la vera intimità è spirituale ed emotiva, prima ancora che corporea.

La paura di essere visti

Dopo il peccato originale, la prima reazione di Adamo ed Eva fu coprirsi e nascondersi da Dio (Genesi 3,7-8). Questo gesto simboleggia la perdita dell’innocenza e la nascita della paura: paura di essere scoperti, giudicati, rifiutati. Questa dinamica si ripete ancora oggi nelle relazioni. Molti di noi temono di essere completamente “visibili” agli altri, preoccupati che le nostre debolezze possano allontanare chi amiamo.

Santa Teresa d’Avila scrive: “La verità sofferta con umiltà è un fuoco che purifica l’anima”. Questa affermazione ci invita a non nasconderci dietro le nostre paure, ma ad accettare la nostra fragilità come parte del nostro cammino spirituale e umano.

Gesù ci offre un esempio luminoso di questa apertura nel racconto del Vangelo di Giovanni (20,19-20): “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Gesù si presenta ai discepoli con parole di pace, nonostante il loro tradimento e abbandono. Mostra loro le ferite della passione, segni evidenti del dolore subito, ma anche della vittoria della resurrezione. Questo gesto insegna che la vera riconciliazione passa attraverso la trasparenza e l’accettazione delle proprie ferite.

deNudarsi emotivamente nella coppia

Nel matrimonio, la nudità emotiva è un elemento cruciale per costruire una relazione profonda e duratura. Come sottolinea Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Corinzi 13,7). Questo tipo di amore richiede di mettere da parte l’orgoglio e la paura per aprirsi all’altro.

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la fiducia e l’onestà reciproca: “L’amore autentico valorizza la trasparenza, così che l’altro possa sempre leggere nel nostro cuore, senza sotterfugi”. Questo implica un lavoro quotidiano per abbattere le barriere che ci separano.

Anche noi, come Gesù, portiamo ferite. Alcune sono aperte e sanguinanti, altre hanno lasciato cicatrici profonde. Mostrare queste ferite al coniuge significa non nascondere il dolore o le difficoltà vissute, ma condividerle come parte integrante del proprio essere. Nascondere le ferite, invece, rischia di creare incomprensioni e tensioni. Abbiamo già scritto in un altro articolo: “Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione”.

La nudità come cammino spirituale

La trasparenza emotiva non riguarda solo le relazioni interpersonali, ma è anche un aspetto chiave della relazione con Dio. Nel Salmo 139, il salmista proclama: “Signore, tu mi scruti e mi conosci… Da ogni parte mi circondi” (Salmo 139,1-5). Dio ci conosce profondamente, ben oltre ciò che siamo disposti a mostrare. Eppure, Egli ci ama incondizionatamente.

San Francesco di Sales ci esorta: “Non temete le vostre fragilità; abbandonatevi alla misericordia di Dio, che vi accoglie così come siete”. Questo cammino di autenticità con Dio si riflette poi nelle nostre relazioni, rendendole più vere e profonde.

Conclusione

La nudità emotiva è un dono prezioso che richiede coraggio e fiducia. Tornare a quella condizione di trasparenza originaria descritta in Genesi 2,25 non significa essere perfetti, ma essere autentici. È un processo di crescita che coinvolge tanto la relazione con gli altri quanto quella con Dio.

In un mondo spesso dominato da maschere e superficialità, scegliere di vivere nella trasparenza emotiva è un atto di fede e amore. Come Adamo ed Eva prima della caduta, possiamo ritrovare una condizione di armonia e accoglienza reciproca, riconoscendo che la vera bellezza sta nel mostrarsi per come si è, senza vergogna. Seguendo l’esempio di Cristo e ispirati dagli insegnamenti dei santi e della Chiesa, possiamo imparare a vivere relazioni basate sull’autenticità, sull’amore e sulla misericordia.

Antonio e Luisa

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La prima volta

In numerosissime occasioni ci siamo sentiti dire, abbiamo detto o abbiamo letto l’espressione “la prima volta non si scorda mai“. Riferito a un amore, a un bacio, a un incontro, a un viaggio, a una qualsiasi esperienza o alle più disparate situazioni, la prima volta ha – effettivamente – un sapore speciale. Il profumo di qualcosa di emozionante, misto all’entusiasmo e all’aroma dell’inedito che solo ciò – o chi – è nuovo per noi è in grado di darci.

Tutto questo ha colorato la tappa della Scuola Nuziale di giovedì scorso, 2 gennaio 2025, quando – per  la prima volta in Italia – in un corso per coppie finalmente si è parlato di aborto spontaneo. Dico finalmente perché questo argomento è troppo spesso dimenticato o taciuto ma, soprattutto, sono nell’oblio i protagonisti: i bambini non nati con i loro genitori.

La Scuola Nuziale, brillantissima intuizione di Mistero Grande e Intercomunione delle Famiglie, ha colto che non si può più mettere da parte questa esperienza per la quale, finalmente appunto, è giunto il momento di parlare e di farlo in modo maturo, sereno, consapevole, cristiano. Non solo: si può – anzi si deve! – fare informazione e diffusione non trincendosi dietro la barriera del dolore ma aprendosi alla speranza, facendo capire che la morte non ha mai l’ultima parola. Niente di più propizio, allora, dell’anno giubilare appena iniziato, nel quale siamo chiamati ad essere pellegrini di speranza.

Mio marito ed io, come molti di voi sanno, ci siamo passati e ben sappiamo il turbinio di emozioni, sensazioni e sentimenti che si provano. Solo abbandonandosi al Signore, però, possiamo avere la certezza che la sofferenza ha senso e che questi figli non sono mai veramente “persi” perché sono nel posto più bello che esista: il cuore di Dio.

Certo, il dolore va vissuto fino in fondo e mai soffocato o anestetizzato; però non deve diventare la scusa per chiudere il cuore agli altri, alla vita o alla fiducia nella Provvidenza. Si perché, a ben guardare, perdono, misericordia e speranza sono elementi fondamentali da inserire nel cammino di elaborazione e guarigione.

Aver potuto lasciare la nostra testimonianza, insieme a quella di Giorgia Sartori e del marito, nonché di una coppia dalla Danimarca, ci ha permesso di aprire i nostri cuori e condividere una realtà bellissima: che si è genitori per sempre, genitori di questi figli che – prima ancora che nostri – sono figli di Dio, genitori in cordata d’amore tra Cielo e terra.

Una prima volta il cui eco rimarrà a lungo e che, ci auspichiamo, sarà di sprono e di modello per altri percorsi per coppie, per corsi diocesani e chissà per quante e quali altre realtà! L’attenzione per i bambini nati al Cielo e per la loro potente intercessione sta sollevando un interesse sempre più nutrito e sincero in tante realtà della Chiesa, sacerdotali e non, chiaro segno della portata profetica che queste anime hanno in se stesse. 

Le prime volte, però, non finiscono qui! In seguito alla richiesta di tante persone, che ci hanno chiesto qualcosa di più oltre alla “sola” testimonianza, mio marito ed io in preghiera abbiamo chiesto ispirazione all’Alto.

E’ nato così “Dal Chicco alla spiga”, cammino cattolico di preghiera, speranza, guarigione ed elaborazione dal lutto da aborto spontaneo. Sarà il primo nel suo genere in Italia. Partirà a settembre 2025 con caratteristiche ben precise: gratuito, online e corale, cioè parteciperemo tutti insieme come pellegrini di speranza, accompagnati da alcuni sacerdoti e amici specialissimi. Per chi desidera pre-iscriversi, può collegarsi al link: https://forms.gle/AXw8mVDUn7kFJUo26. Per informazioni, condivisioni e quant’altro segnatevi anche l’indirizzo mail: dalchiccoallaspiga@gmail.com.

Se ci si abbandona a Dio si vedono, vivono e sperimentano davvero grandi miracoli! E noi desideriamo testimoniarlo con gioia e gratitudine immensa perché, a pensare a venerdì 13 aprile 2012 (quando ci sentimmo dire “non c’è più battito”), quanto sta accadendo è stupefacente e non può che essere opera Sua.

Scrisse Gianni Rodari: “Certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova“. Benedetti siano in eterno questi figli, dimenticati dal mondo ma non da quanti sanno che sono ben più che “grumi di cellule o prodotti del concepimento”: sono creature amate, infinitamente amate da Dio. E con un “potenziale di grazia inesplorato”, come afferma Don Giulio Gallerani, parroco di Rastignano (BO), autore di “La via nascosta dei bambini nati in Cielo”, Editrice Ancilla, e sacerdote dedicato alla pastorale dei bambini non nati. Vere più che mai le parole di Dio trasmesse attraverso il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Fabrizia Perrachon

P.S.:  il mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” è disponibile qui; quello di Don Giulio Gallerani qui.

Innamorato del matrimonio

In questi giorni, cominciando già a preparare alcuni importanti incontri di quest’anno appena iniziato, sto riflettendo su questo: “Come mai, anche di fronte al fallimento, resto innamorato del matrimonio?”.

Effettivamente è una cosa un po’ illogica, non è normale, perché quando vieni ferito da qualcosa o qualcuno, l’istinto è quello di allontanarsi, abbandonare, lasciar perdere. Per questo in tanti gruppi, nei social, molti affermano che, se potessero tornare indietro, farebbero scelte diverse e non pronuncerebbero quel famoso “sì”, considerando così il coniuge un peso di cui si sono liberati.

Da una parte comprendo il loro modo di ragionare, ma io rifarei tutto, perché quello che sono ora, deriva da tutto ciò che è successo prima, sbagli compresi; poi, anche solo per le figlie, passerei nuovamente attraverso la tragedia della separazione.

Molto dipende da come si reagisce di fronte alle sfide della vita; a volte, solo quando perdi qualcosa, ne apprezzi la bellezza e l’importanza e capisci quante cose non siano scontate: ricordo all’inizio della separazione, quando tornavo nella nuova abitazione, la casa era silenziosa, vuota, priva del calore e della vivacità che avevano sempre caratterizzato la nostra famiglia. In quel momento, mi resi conto di quanto mi mancassero le piccole cose: il profumo della cena in preparazione, la confusione generata dalle figlie e persino le discussioni che facevano parte della vita quotidiana.

Quando avviene una separazione, è facile cadere nella tentazione di vedere il matrimonio come un fallimento irrimediabile, ma se ci si ferma a guardare con gli occhi della fede, si può scorgere in quel dolore una chiamata a vivere la fedeltà in modo nuovo.

Ritengo che la mia non sia semplicemente testardaggine, ma la risposta a una vocazione che ho sempre avuto e che mi porta a lottare per le famiglie, ad amare il Sacramento in qualsiasi condizione, a fare il tifo per le coppie in difficoltà e a stare bene con i bambini e le persone.

Spesso mi chiedono: “Ma come fai a rimanere fedele a un matrimonio che non esiste più nella pratica?”. La mia risposta è semplice: il matrimonio non è solo un progetto umano, se lo fosse, sarebbe facile abbandonarlo quando le cose vanno male.

Infatti, umanamente i conti non tornano, c’è una gioia profonda nel sapere che sto vivendo una vocazione che trascende le mie debolezze/difficoltà e ogni giorno è una nuova opportunità per affidarmi a Dio, per crescere nella fede e nell’amore.

Questo è accompagnato da miracoli nella mia vita, a cominciare da aspetti caratteriali/personali come il saper gestire la rabbia, il perdono e la castità che non so spiegarmi, per proseguire con tutte le persone che conosco, fino ad arrivare a proposte, collaborazioni e momenti di crescita che mai mi sarei aspettato.

Il matrimonio, anche se ferito, continua a essere un dono che illumina la mia vita: il Sacramento è più grande di ogni difficoltà e conduce alla pienezza dell’amore; e io, nonostante tutto, sono sempre più innamorato del matrimonio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Le zone d’ombra

 Sal 2 Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane». E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore.

Questo è il Salmo offerto nella Santa Messa odierna, il giorno dopo l’Epifania del Signore, infatti la Chiesa insiste sul concetto del Figlio del Padre; quel Bambino è davvero il Figlio di Dio, Colui che è il Re dei Re.

Ed è proprio su questo particolare che vogliamo fissare la nostra attenzione oggi, e cioè che non è un bambino qualunque che nasce poveramente e poi da grande farà grandi cose poiché è destinato a diventare un re, no. Lui fin dall’eternità era il Re dei Re che ha preso la decisione di salvarci e di entrare nel tempo, e per far questo ha assunto la nostra natura umana.

Con la sua vita umana Lui ha come sigillato la sua regalità portandola al culmine, non perché prima non fosse re, ma perché con i meriti della sua Passione, Morte e Resurezione l’ha portata a compimento, si è acquistato come il diritto di essere Re.

Quando si trovò innanzi a Pilato, Gesù specificò che tipo di regalità abbia:  (Gv 18,36) Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»

Quindi su quali terre esercita la propria regalità Gesù?

Prima di capire questo bisogna fare una premessa: Gesù non è come i re di questo mondo che esercitano il potere a prescindere dai sudditi, Gesù invece è un re che esercita la propria regalità solo se è l’uomo a volerla accogliere, in sostanza non è un dominio coercitivo ma un dominio d’amore.

Il Salmo sopracitato ci dà un aiuto: ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane.

Cari sposi, Gesù non vuole essere il re solo di una parte della nostra vita, Lui vuole tutto perché l’Amore vuole sempre tutto. Allora dobbiamo chiederci quali sono le zone in cui non abbiamo ancora permesso a Gesù di esercitare la Sua regalità. Ci sono ancora delle zone d’ombra nella nostra vita di mariti o di mogli?

Il Salmo ci rassicura sul fatto che Gesù abbia a cuore anche quelle zone d’ombra che nel Salmo sono chiamate le terre più lontane. Sono terre lontane dalla Grazia, o meglio, dal dominio d’amore di Colui che è l’Amore.

Coraggio sposi, il Signore Gesù non si schifa di essere Re anche di quelle zone d’ombra del nostro cuore, della nostra vita, Lui desidera intronizzarsi anche nelle terre più lontane affinché tutta la nostra vita resti sotto il Suo dominio d’Amore che è l’unico salva.

Giorgio e Valentina.

I Doni dei Magi e il Matrimonio: Un’Amore Sacro

Oggi è l’Epifania del Signore. Mi permette di soffermarmi non tanto sul significato di questa festa, ma in particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Non sono doni scelti a caso, ma racchiudono significati profondi. Immagino Giuseppe quando ha visto arrivare mirra e incenso: non deve essere stato facile comprendere subito il valore di quei doni. L’oro, invece, probabilmente è stato accolto con più immediatezza. Ma cosa vogliono ricordare questi doni? E cosa possono insegnare a noi sposi?

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono per il re e simboleggia la preziosità e la centralità della persona amata. Quando mi sono sposato, stavo dicendo a Luisa che lei sarebbe stata per sempre la creatura più preziosa per me, seconda solo a Dio. Sant’Agostino ci ricorda: “Ama e fa’ ciò che vuoi”, perché quando amiamo veramente, tutto si ordina secondo il bene. Il matrimonio funziona solo se entrambi gli sposi riconoscono questa regalità reciproca, mettendo il coniuge prima di qualsiasi altra cosa: famiglia d’origine, lavoro, interessi o persino i figli. Come insegna Papa Francesco: “Amare significa avere cura e rispettare, costruire legami concreti che resistano anche quando la tempesta tenta di spezzarli”. Solo amando il nostro sposo o la nostra sposa come priorità, tutto il resto troverà il suo giusto ordine.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono sacerdotale, il simbolo del sacro. Il nostro matrimonio è un sacramento, e dal momento del nostro “sì”, il nostro amore non ci appartiene più solo a noi: diventa di Dio. Come sposi, diventiamo segni vivi del Suo amore. San Giovanni Paolo II, parlando del sacramento del matrimonio, afferma: “Il matrimonio cristiano è un segno dell’amore di Cristo e della Chiesa, amore che trova la sua più alta espressione nel dono totale di sé”. Ogni gesto d’amore, ogni carezza, ogni parola di incoraggiamento diventa un gesto sacro, un atto di Dio che passa attraverso di noi. Anche l’intimità fisica acquisisce un significato liturgico, perché è espressione di un amore che si dona, non che si usa. È per questo che dobbiamo viverla con purezza di cuore e rispetto reciproco.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra, forse il dono più difficile da comprendere, simboleggia il sacrificio. Nel donarla, diciamo al nostro sposo o alla nostra sposa che siamo pronti a morire per lui o per lei. Non si tratta solo della morte fisica, ma della morte del nostro egoismo e del nostro orgoglio. La morte di una volontà incentrata su noi stessi per aprirsi al bene dell’altro. San Francesco d’Assisi ci esorta: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge a vita eterna”. Allo stesso modo, il matrimonio ci chiama a morire al nostro egocentrismo, per fare spazio all’altro.

Morire al proprio orgoglio significa accettare di non avere sempre ragione e abbattere le barriere che dividono. Il matrimonio non è un luogo di rivendicazioni, ma una comunità d’amore dove si vive la libertà di mostrarsi fragili, sicuri di essere perdonati. Morire alla propria volontà significa accettare che l’altro non sarà mai perfetto secondo i nostri schemi. Come diceva Santa Teresa di Lisieux: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Ho sposato Luisa, che è meravigliosa proprio perché diversa da me, perché libera di essere se stessa. Il mio compito è amarla nella sua unicità, non cercando di cambiarla, ma accogliendola come dono prezioso di Dio.

Alla luce dei doni dei Magi, possiamo vedere che il matrimonio è una chiamata alta e sacra: è regalità, sacerdozio e sacrificio, tutto intrecciato nell’amore che riflette quello di Dio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto i doni dei Magi, così anche noi siamo chiamati a vivere il nostro matrimonio come un dono prezioso, offerto a Dio e custodito nella grazia del sacramento.

Antonio e Luisa

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Natale, dono, matrimonio

Cari sposi, tempo di Natale e abbiamo ancora freschi i regali scartati, sia quelli fatti che quelli ricevuti. Natale, tempo di doni e presenti, di sorprese liete da chi ci vuole bene. Ma Natale è pur un tempo di rimembranze e memorie: chi di noi non è riandato nei giorni scorsi ai momenti vissuti in famiglia da piccoli? Per qualcuno questo può essere stato fonte di grande gioia, per altri magari di tristezza. Ma di certo tutti abbiamo rivisitato, anche solo per poco, con la nostra mente i nostri inizi.

Già, gli inizi. Ci insegna la Parola che Natale è associato inscindibilmente al Principio, al vero Inizio della nostra esistenza. E cosa troviamo ai nostri esordi? Che è avvenuto agli esordi della nostra vita? Non cadiamo nell’errore né di esaltare o sminuire la famiglia da cui proveniamo. Gesù per primo ha voluto che una povera mangiatoia fosse il primo luogo in cui dimorare e ha scelto di inserirsi nel lignaggio di Giuseppe, che sappiamo con esattezza storica non esser stato proprio un nugolo di santi.

Il Signore oggi ci ricorda che agli albori della nostra esistenza c’è unicamente l’Amore, quello eterno e incrollabile, precedente ad ogni nostro merito o scelta. E la bella notizia è che noi, proprio per l’Incarnazione, siamo stati innestati e inseriti in quel preciso Amore e non esiste marcia indietro, non ci sono ripensamenti o riconsiderazioni. Una verità, questa che, sola, basterebbe ad alimentare la nostra riflessione e meditazione per il resto della vita.

Quanto è importante e riflettere su questo Vangelo, sulle verità che da Esso sgorgano! Ne abbiamo tutti un bisogno urgente. Tant’è che ovunque guardiamo, in ogni ambito della vita che ci circonda, tutto è un factum, un qualcosa di realizzato artificialmente, un prodotto vendibile. Da qui la tentazione di essere risucchiati e assimilati al mainstream: “la mia vita è cosa mia, mi appartiene, ne posso fare ciò che voglio…”.

Per di più, vige la dittatura del presente, il pensiero woke sprezzante di ogni senso di appartenenza e legame con le nostre origini. Ma proprio Gesù, qualora avesse dovuto far discernimento su aspetti concreti del suo vissuto, ha sempre fatto riferimento al Principio.

Ed ecco che il riferimento agli sposi diviene naturale. In effetti, il vostro amore nuziale non è una autoproduzione di voi coniugi, sebbene abbiate alle spalle una lunga storia nella quale a un certo punto è intervenuta una scelta precisa. È pur vero che “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (S. Agostino, Sermo CLXIX, 13) e che la libertà è costitutiva dell’amore.

Eppure, il vostro legame ha avuto la sua sorgente nell’Amore di Dio e in esso può trovare sempre la forza di perseverare e soprattutto crescere. Come ricorda don Renzo, l’amore sponsale è una “convocazione”, cioè una chiamata a due ad accogliere un Amore più grande del proprio.

Natale tempo quindi di regali. Pensate al vostro amore come un dono ricevuto, arricchito e abbellito infinitamente dalla grazia sacramentale. Quante volte ricorre la parola “dono” in Amoris laetitia e Familiaris consortio, proprio a sottolineare quanto è grande il vincolo che vi unisce!

Perciò, cari sposi, mentre ringraziamo e lodiamo il Signore per essere stato il nostro Dono più grande, al tempo stesso vi invito a vedere la vostra storia intimamente connessa alla Sua.

ANTONIO E LUISA

Cari sposi, non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Come ricordava San Giovanni Paolo II, “La famiglia che prega unita, resta unita.” Solo con la preghiera possiamo aprire il nostro cuore allo Spirito Santo, imparare a donarci all’altro e accogliere il suo dono con i nostri e i suoi limiti. Padre Luca ha ragione nel dirci di tornare al principio della nostra storia per trovare la presenza di Dio, ma quel principio non è solo un ricordo: va reso vivo e attuale ogni giorno.L’amore deve essere continuamente rinnovato nella grazia di Cristo. Gesù, infatti, ci ha promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Riscopriamo questa presenza viva nel nostro matrimonio, fonte di forza e di gioia.

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Il sesso esprime pienamente l’amore solo nel matrimonio

Il sesso è per il matrimonio: un dono di Dio da vivere pienamente

Per me e Luisa è sempre stata una certezza su cui costruire la nostra relazione, e più passa il tempo, più ci convinciamo che sia così. Il sesso non è un “istinto” incontrollabile né qualcosa di necessario allo sviluppo della persona. È invece un dono sacro, un linguaggio dell’amore che trova il suo pieno significato e la sua bellezza all’interno del matrimonio. Quanto è diventato più bello e più profondo con il crescere della nostra relazione tutta, vissuta all’interno di una promessa di fedeltà e di esclusività che è per la vita.

Troppe persone oggi vedono il matrimonio come un di più, qualcosa di vecchio che non serve più. Altri che si credono moralmente migliori vedono nel matrimonio un modo per regolare il desiderio sessuale e finalmente dare sfogo alle proprie voglie senza sensi di colpa. Ma queste visioni impoveriscono entrambe il significato profondo del sacramento matrimoniale. Come scriviamo ne L’ecologia dell’amore, “la sessualità è un’energia che può essere orientata verso un amore fecondo, non è mai una condanna né un dovere”.

Fiducia nella persona e nella vocazione matrimoniale

Considerare il matrimonio unicamente come un rimedio alle passioni è avere poca fiducia nella capacità dell’essere umano di vivere virtuosamente e sottovalutare la bellezza della vocazione matrimoniale. Chi non sperimenta il sesso prima del matrimonio non è un supereroe né un santo per definizione. La castità, vissuta con libertà e consapevolezza, è una virtù possibile per tutti, come lo è la pazienza, la generosità o l’umiltà.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, affermava: “L’amore umano diventa il luogo privilegiato della rivelazione di Dio quando è vissuto nella verità del dono totale di sé.Questo significa che la sessualità non deve essere ridotta a un problema morale, ma accolta come una dimensione dell’amore che si realizza pienamente solo nel dono reciproco e totale.

La chiave per vivere bene la sessualità

Vivere la sessualità bene non è più difficile che vivere altre virtù, come quella di non giudicare o di essere pazienti. La chiave è comprendere a cosa serve il sesso: non è un fine, ma un mezzo per esprimere amore e per costruire unità nel matrimonio. Fuori dal matrimonio, il sesso perde il suo significato profondo e la sua capacità di essere un linguaggio duraturo.

San Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, ci ricorda: “L’amore coniugale è, per sua natura, totale: una forma di comunione che non è momentanea, ma continua per tutta la vita.” Questo amore totale si riflette nella sessualità vissuta come dono e impegno reciproco.

Non disprezzare il dono di Dio

Spesso si rischia di considerare il sesso come qualcosa di sporco o, al contrario, di idolatrarlo come se fosse l’unico mezzo per essere felici. Entrambe queste visioni sono sbagliate. Il sesso è un dono di Dio, pensato per unire i coniugi e aprirli alla fecondità.

Sant’Agostino affermava: “L’amore che unisce marito e moglie in una carne sola è un grande mistero, riflesso dell’amore tra Cristo e la Chiesa.” Questo mistero ci invita a vivere il sesso come un atto sacro, senza disprezzarlo né banalizzarlo.

Vocazione e discernimento

La vocazione matrimoniale non è scontata. Come per ogni vocazione, è necessario un discernimento profondo, che coinvolga il cuore, la mente e lo spirito. Sempre ne L’ecologia dell’amore scriviamo: “Il matrimonio non è un sentimento o una decisione improvvisa, ma una chiamata personale di Dio a vivere un amore che diventa fecondo.” Il discernimento aiuta a comprendere se siamo chiamati a questa vocazione e come viverla in pienezza.

Godetevi il sesso e i figli nel matrimonio

Una sessualità vissuta con amore e rispetto nel matrimonio rafforza l’unione tra i coniugi e li rende collaboratori di Dio nella generazione e nell’educazione dei figli. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, sottolinea: “La sessualità non è un mezzo di sfruttamento né di possesso, ma una realtà meravigliosa data da Dio per esprimere amore.

Una coppia che vive questa dimensione con gioia e consapevolezza non solo si unisce di più, ma trasmette ai figli un modello di amore autentico, fondato sul rispetto e sulla comunione.

In conclusione, vivere il sesso nel matrimonio è un modo per glorificare Dio, coltivare l’amore coniugale e crescere insieme come famiglia. Non disprezziamo questo dono, ma accogliamolo con gratitudine e responsabilità.

Antonio e Luisa

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Lo sguardo: un dono originario per la comunione

Il Senso Profondo della Creaturalità Umana
In Genesi veniamo trasportati in un viaggio ontologico dentro al senso profondo della nostra creaturalità come figli di Dio e della differenza sessuale uomo-donna. Il senso profondo di quest’ultima è proprio la Comunione d’Amore. Partecipiamo come immagine e somiglianza di Dio non soltanto nel corpo, ma anche alla Trinità nella relazione sponsale che si genera tra ISH (il maschio nella Genesi) e ISHA (la femmina nella Genesi).

Dio Creatore e la Creazione come Dono
Dio Creatore e Padre ha creato (barà, verbo ebraico del creare di Dio che indicherebbe di per sé l’opera del taglialegna o dello scultore) attraverso la sua Paola Creatrice la Creazione come un Dono per l’essere umano (adam in Genesi) affinché lo custodisse e con il suo lavoro (che non è entrato nella vita umana come una maledizione successiva al peccato originale, ma era già presente prima, e anzi era un nobile incarico affidatogli) se ne prendesse cura, traendone nutrimento, adducendo bene a ciò che era già buono (“Dio vide che era cosa buona”).

Lo Sguardo Benedícente di Dio
Proprio quest’ultimo versetto, “Dio vide che era cosa buona”, ci mostra come Dio utilizza il senso della vista sotto la veste di SGUARDO BENEDICENTE nei confronti delle creature; sguardo che non scomparirà nemmeno dopo l’avvenimento del peccato originale.

L’Essere Umano come Immagine di Dio Trinità
Dio crea l’essere umano non in un giorno a se stante, ma al termine del sesto giorno, quando già aveva dato alla luce altre creature, appartenenti al mondo animale, ma a differenza degli altri esseri, Dio riserva all’adam una cura particolare. Infatti entra in gioco il plurale trinitario rispetto al singolare divino usato fino ad ora, insieme a parole di benedizione più esplicite, affinché l’adam, nella sua declinazione maschile e femminile, già presente, sia l’immagine e somiglianza di Dio Trinità nel mondo, allo scopo di vicariarLo nel prendersi cura della Natura (“dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi 1,26)).

Unità nella Differenza Sessuale
Pertanto, il senso profondo legato al maschile e al femminile, creati insieme in adam ma diversi fin dall’origine, mostra come essi siano chiamati all’unità nella differenza sessuale per manifestare l’immagine di Dio nel mondo prendendosene cura.

La Promessa di Dio all’Essere Umano
Tornando alle parole esplicite che Dio riserva all’essere umano, esse sono una Promessa e non un patto di alleanza con delle condizioni, come avverrà in seguito con Noè. Promessa che non revocherà nemmeno dopo il peccato, dopo l’adulterio della coppia nei Suoi confronti: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate…”.

Lo Sguardo Benedícente verso il Maschile e il Femminile
Questo SGUARDO BENEDICIENTE Dio lo elargisce anche all’essere umano in due declinazioni diverse. Il maschile riceve lo sguardo stesso, o più precisamente riceve la capacità di guardare all’altro cogliendone la Bellezza profonda. Il femminile, analogamente, riceve la sensibilità allo sguardo dell’altro per poter entrare in relazione intima con lui, ricevendone sicurezza e quindi protezione e cura. È primariamente attraverso lo sguardo, infatti, che passa il primo contatto con l’altro, specialmente in una relazione tra uomo e donna, che segna profondamente il tipo e la qualità di rapporto che si instaurerà tra i due. All’origine questa comunione era perfetta, improntata all’Amore, alla Vita Feconda e alla Custodia.

Il Significato dello Sguardo
A cosa serve all’uomo questo sguardo? Serve a riconoscere il Prodigio che Dio ha fatto nel Creato e nelle creature, che appare come Bellezza, che non ha necessariamente a che fare con quella fisica-estetica, anche se sicuramente ne partecipa, ma afferisce a qualcosa di molto più profondo. Dio ha impresso nell’essere umano la Sua Vita e lo ha chiamato all’esistenza come qualcosa di “molto buono”, perciò esso ha una dignità che nessuno ha il diritto di sottrargli o di scalfirla in qualche modo. Quindi questo sguardo sensibile alla Bellezza dell’altro e alla Bellezza del Creato porta l’uomo, in primo luogo a lodare Dio, e in secondo luogo, proprio mosso dalla commozione e dalla gratitudine per questa Bellezza, a prendersene cura, custodirla e ad arrivare a dare la sua stessa vita per proteggerLa. Questa è la chiamata dell’uomo ed è per viverla che ha ricevuto anche un altro dono da Dio: la forza. Forza che è sia fisico-muscolare ma, molto di più, interiore-spirituale. È proprio la Bellezza ad essere la forza del cuore dell’uomo, capace di muoverlo al dono totale di sé.

Il Significato dello Sguardo per la Donna
A cosa serve alla donna questo sguardo? La donna è sensibile allo sguardo dell’altro, che le serve per aprirsi alla sua accoglienza e riempirsi di vita, per sentirsi guardata da uno sguardo benedicente, che dice bene di lei, di cui si può fidare, proprio perchè guardata nella sua Bellezza originariamente impressa in lei da Dio stesso. La donna è fatta per vivere dello sguardo di qualcuno che rifletta lo sguardo che Dio le riserva. Ed è in questo sguardo, dentro ad esso, che ella può esprimere, insieme al maschio, tutta la sua fecondità generativa femminile.

La Ferita dello Sguardo dopo il Peccato
Cosa succede a questo sguardo dopo il peccato? Per quanto riguarda l’uomo, il peccato va a ferirne gli occhi, il suo stesso sguardo, rendendolo uno sguardo disordinato, che lo porta, da un lato, a diventare ipovedente di fronte alla Bellezza e, seguentemente, a volersi impadronire della Bellezza, o di ciò che gli appare erroneamente per tale, riducendola ad oggetto di consumo, a suo esclusivo vantaggio e profitto egoista.

Molte delle fatiche dell’uomo, infatti, nascono proprio dal suo sguardo, basti pensare all’esempio più eclatante costituito dalla pornografia, ma tale ferita lavora anche in modo molto più subdolo e la cultura attuale, purtroppo, invece che promuovere l’uomo nella sua originaria natura di custode, lo svantaggia amaramente, riducendolo a “surrogato animale” preda dei suoi istinti, con tutte le conseguenze che questo comporta e che popolano la cronaca odierna. La ferita, dicevamo sopra, non riguarda solo l’altro da sé, ma anche la Natura, portandolo a non adempiere al compito che Dio gli ha affidato, ossia di custodia, ma a servirsene per un guadagno immediato e personale.

La Ferita dello Sguardo nella Donna dopo il Peccato
Per quanto riguarda la donna, invece, il peccato entra in lei deformando la sua sapiente scelta su a chi rivolgere la richiesta di essere guardata, per trovare riflesso in quello sguardo, la sua amabilità, la sua essenza e la sua missione. La rende mendicante di sguardi. Questua nelle relazioni che vive l’affermazione di ciò che lei è. Ma lo fa, sia in modo sbagliato, che alle persone talvolta inadeguate. In modo sbagliato: elemosina sguardi che richiamano l’attenzione sulla sua carne invece che al suo spirito-corpo, vera sede della sua Bellezza.

Permette una facile oggettivazione attraverso comportamenti spicciolamene seduttivi e presentazioni di sé superficiali e esteticamente snaturanti (ad esempio le chirurgie plastiche correttive) od omologanti (ad esempio una moda e un trucco che non ne esaltano l’originalità soggettiva ma appiattiscono su un unico modello di apparente compiacimento estetico).

Agendo in questo modo è essa stessa a operare un pericoloso riduzionismo sulla sua natura femminile. Alle persone inadeguate: il primo errore lo commette quando rivolge la richiesta di tale sguardo, prima agli esseri viventi che a Dio, fonte da cui trarrebbe la consapevolezza della sua Bellezza originaria, e in seguito volendo essere guardata da coloro che le portano ferite e morte invece che guarigione e vita.

Come Uscire dalla Ferita?
La Redenzione avvenuta attraverso il sacrificio della Croce di Cristo ha riportato l’ordine originario e la guarigione dalle ferite, ma molto di più la possibilità di assumere la stessa natura umana-divina di Cristo. Realtà a cui è possibile accedere solo attraverso l’esercizio della nostra libertà, pronunciando lo stesso fiat di Maria. Attraverso questo “si”, non solo uomini e donne possono recuperare i loro doni originali, ma assumere su se stessi la natura di Cristo, sia in termini di sguardo, che in termini di coscienza imperturbabile della propria essenziale Bellezza. Solo questo può permettere agli uomini e alle donne del nostro tempo di entrare davvero in comunione vicendevole e mostrare l’immagine trinitaria d’Amore di Dio nel mondo, per poter collaborare con Cristo nel trasfigurarlo secondo il Suo Piano d’Amore.

Giorgia Sartori

Sappiamo chiedere aiuto?

Tratto da una storia vera. Di solito questa importante informazione è data all’inizio dei film che non sono frutto della fantasia di registi o sceneggiatori ma che possiedono fondamento nella realtà. Tale sarà anche il contenuto dell’articolo di oggi, il primo che ho l’onore di scrivere nel nuovo anno. Non semplicemente trecentosessantacinque giorni uno dopo l’altro ma un autentico Anno Nuovo, ossia un periodo inedito, bello, pieno in cui riscoprire la fede, camminando nella speranza. Il Giubileo appena iniziato ci sprona proprio a questo; e, con tanta gioia ed entusiasmo, anch’io lo auguro a ciascuno di voi, a ciascuno di noi.

Dunque, dicevamo, un articolo tratto da una storia vera. Già perché, qualche tempo fa, un episodio realmente accaduto mi ha obbligata a pormi delle domande, che condivido oggi con voi. Siamo capaci di chiedere aiuto? O pretendiamo che siano gli altri a darcelo quasi in automatico, senza aver alzato noi per primi la mano? Vediamo le persone attorno a noi come esseri umani o come esclusivi distributori di supporto? E, soprattutto, nelle richieste di aiuto siamo umili o esigenti?

Un noto detto della saggezza popolare recita: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. L’ho sentito ripetere così tante volte quand’ero piccola! Adesso i proverbi sono piuttosto snobbati, li usa solo più la fetta più adulta della popolazione. È un peccato, perché le verità e i consigli che si portano appresso, spesso fruttando rime o altri giochi letterari, restano impressi non solo nella memoria ma anche nel cuore. Quell’organo che troppo volte rendiamo duro, freddo, insensibile. Ma che tanto ci aiuterebbe a far andar meglio le cose. L’espressione di cui sopra è contenuta anche nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, in cui leggiamo: “Dio dice: aiutati, che ti aiuterò“.

Chiedere aiuto è un gesto di grande coraggio. Ci obbliga a uscire dalla nostra zona di confort. Ci fa esporre. Ci fa vedere per quello che realmente siamo: uomini e donne che possono avere delle difficoltà, delle debolezze, dei problemi, delle fatiche. Ci costringe a togliere la maschera dei sorrisi forzati e ci mostra nelle nostre fragilità. Il mondo detesta tutto questo. Bisogna presentarsi sempre perfetti, bellissimi, in formissima. L’apparenza conta più della sostanza. L’avere più dell’essere. Chiedere aiuto, far sapere che abbiamo bisogno di una mano, scardina queste finte certezze e spinge – chi chiede e chi viene in soccorso – verso la realtà, esattamente per come essa è.

Gesù prima di compiere un grande miracolo – quello della guarigione del cielo Bartimeo – gli ha domandato: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Lc 18, 41). La richiesta può sembrare quanto meno strana perché Dio sa benissimo ciò di cui abbiamo bisogno. Se Gesù ha fatto questa domanda, però, sappiamo che non è casuale e che c’è un motivo ben preciso. Ed è lo stesso per il quale è necessario confessarsi personalmente a un sacerdote. Motivazione che risponde al nome di: umiltà.

Chiedere aiuto, dunque, significa essere umili perché non possiamo pretendere che gli altri capiscano il nostro bisogno di essere sostenuti se non siamo noi a dirglielo, a farglielo sapere, a farglielo capire. Se a ciascuno di noi appaiono evidenti le proprie necessità, dobbiamo renderci conto che non è così per il resto del mondo. Non è scontato che, sempre e comunque, ci si accorga dei bisogni e delle esigenze.

A volte è talmente lampante che non sono necessarie parole ma altre non è così. Soprattutto nel mondo iper virtualizzato ed iper virtualizzante come quello attuale. I social dominano le nostre comunicazioni: se non ci si conosce direttamente, o se ci si avvale solo di comunicazioni scritte, se l’SOS non parte forte e chiaro è quasi impossibile porgere la mano, o non è possibile farlo velocemente e con modalità ideonee. Quindi è ingiusto accusare gli altri di non saper aiutare se non glielo si chiede. Ecco perché è necessaria una buona dose di umiltà.

Atteggiamento, virtù, caratteristica che apre il cuore di Dio e i cuori degli uomini. Questo vale per tutti i rapporti: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con fratelli e sorelle, con parenti, amici, colleghi e quant’altri. Maria stessa, nella splendida preghiera del Magnificat, dice: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Potrebbe essere un valido proposito per l’Anno Nuovo; non solo aiutare di più e meglio gli altri ma, nello stesso momento, imparare a farsi aiutare, mettendosi umilmente a nudo. Davanti agli uomini ma soprattuto davanti a Dio.

Fabrizia Perrachon

Vuoi essere felice? Abbraccia le tue ferite

Siamo nel 2025. Il 2024 è finito. Un anno difficile ma bellissimo. Quest’anno è stato per me un viaggio profondo, un percorso che mi ha portato a guardare dentro le parti più fragili e dimenticate di me stesso. Come mai prima, mi sono preso cura della mia parte più debole. Ho affrontato i fantasmi del mio passato, quelli legati alla mia infanzia e alla mia adolescenza, che per troppo tempo ho ignorato. Ho guardato le mie ferite, le ho riconosciute, e infine le ho abbracciate. Questo gesto, così semplice e allo stesso tempo così complesso, ha cambiato il mio cuore.

Ciò che non si guarda in faccia ci domina. Ciò che si guarda in faccia si supera”, scrive Luigi Maria Epicoco ne La forza della mitezza. Per anni ho cercato di nascondere quelle ferite in un angolo oscuro del mio cuore, credendo che riguardassero solo il passato e che non avessero potere sul presente. Ma era un’illusione. Quelle ferite non erano altro che il grido di un bambino dentro di me, un bambino che voleva essere amato, accolto, compreso, incoraggiato e sostenuto. I miei genitori non sono riusciti a farlo, non perché non mi amassero, ma perché non erano capaci di darmi ciò che non avevano mai ricevuto.

Ho iniziato un percorso terapeutico e mi sono messo in gioco per diventare counsellor. Questo mi ha permesso di fare pace con quel bambino interiore, di abbracciarlo e di dargli finalmente quell’amore che aspettava da tanto tempo. Roberto e Claudia, di Amati per amare, mi hanno guidato in questo cammino. Mi hanno fatto comprendere che quelle ferite non vanno silenziate ma ascoltate, perché abbracciando loro, riesci finalmente ad abbracciare quel bambino che è ancora dentro di te. Queste parole risuonano profondamente nel mio cuore.

Il cambiamento non è stato solo interiore. Abbracciando le mie ferite, ho aperto un canale emotivo che sembrava bloccato da anni. Questo mi ha permesso di essere un padre diverso. Prima, nella mia freddezza e nel mio distacco, credevo che i miei figli dovessero cavarsela da soli, così come io ero stato costretto a fare. Ora, invece, provo empatia per loro, li ascolto di più e sono più presente nelle loro vite. Ho imparato a trasmettere l’amore tenero e concreto che vivo ogni giorno con Luisa anche nell’ambito genitoriale. Scrivere queste parole mi commuove, perché sento che sto diventando la versione migliore di me stesso, non solo per me ma per la mia famiglia.

Uno degli aspetti più profondi di quest’anno è stato il perdono. Sono riuscito a vedere i miei genitori con occhi nuovi. Li ho perdonati per il male che, involontariamente, mi hanno fatto, e li ho ringraziati per il bene che, con tutto l’amore possibile, hanno cercato di darmi. Luigi Maria Epicoco scrive: “Il perdono non è negare il male ricevuto, ma smettere di esserne prigionieri”. Ed è proprio questo che ho vissuto. Perdonare i miei genitori ha liberato non solo loro, ma anche me. Mi sono sentito leggero, come se un macigno fosse stato tolto dal mio cuore.

Ho chiesto scusa ai miei figli più grandi per le volte in cui sono stato distante. Ringrazio Dio per avermi dato questa opportunità di guarigione e riconciliazione. Le ferite, una volta accolte, non sono più solo fonte di dolore, ma diventano un’occasione per fare esperienza di amore, misericordia e bisogno. Ho capito che non mi basto, che ho bisogno degli altri e, soprattutto, di Dio.

In questo tempo di riflessione, ho imparato a ringraziare non solo per le cose belle, come mia moglie, i miei figli, gli amici e il mio lavoro, ma anche per le difficoltà e le fragilità. “La croce non è il fallimento di Dio, ma il suo modo di stare accanto a noi nel nostro fallimento”, scrive ancora Epicoco. Ogni fallimento che ho vissuto nella mia vita è stato un passo verso una maggiore consapevolezza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Mi ha avvicinato a Dio più di quanto abbiano fatto i successi o i riconoscimenti.

Oggi, alla fine di questo anno, voglio augurare a chiunque legga queste parole di non vergognarsi delle proprie ferite. Non nascondetele, non cercate di dimenticarle. Prendetevene cura, abbracciatele, perché solo così potrete incamminarvi verso un amore autentico, libero, e verso relazioni profonde e vere. Dio non ci ama nonostante le nostre fragilità, ma proprio attraverso di esse. E in questo amore possiamo trovare la forza per continuare a crescere, ad amare e a sperare.

Grazie, 2024, per le lezioni che mi hai insegnato. Grazie a Dio per essere stato accanto a me in ogni passo di questo cammino.

Antonio

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Un tripudio di gloria… e tra noi?

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta. Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.

Questo bel Salmo lo troviamo nella Liturgia della Santa Messa di oggi, come si può notare è un Salmo di lode al Signore. Nella traduzione italiana troviamo una serie di verbi che danno proprio l’idea di una festa: cantate (usato 3volte), benedite, annunciate, gioiscano, esultino, risuoni, sia in festa, acclamino.

Chi si è fatto un’idea di Chiesa sempre triste, soporifera, noiosa, barbosa… deve necessariamente rivedere le proprie posizioni poiché basterebbe prestare un minimo di attenzione, quantomento ai testi delle preghiere e delle orazioni, per restare stupefatti da tanta esultanza.

Ma tutto questo tripudio si deve solo al Bambino del presepio, o meglio, è frutto solamente di tanti bei sentimenti teneramente natalizi suscitati dal recente presepio? Oppure c’è di più?

La grandezza di un Dio Creatore che prende la carne di creatura è un mistero insondabile per la mente umana, ma c’è un grande santo italiano, S.Alfonso Maria De’ Liguori, che ha riassunto in poche poetiche parole questo Mistero dell’Incarnazione: A Te, che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, oh mio Signore.

È proprio di questa grandezza e onnipotenza di Dio che vengono intessute le lodi nelle parole della Chiesa. Ma quanto loda la Chiesa il proprio Signore? Tanto, tantissimo, o solamente a Natale e Pasqua?

Esclusa la Santa Messa, la preghiera ufficiale della Chiesa, la Liturgia delle Ore, ovvero l’Ufficio divino (detto anche Breviario), ha 7 appuntamenti quotidiani per la preghiera. Questo numero non è stato scelto a caso, esso è un numero che simboleggia il sempre (cfr la risposta di Gesù a Pietro di perdonare 70 volte 7), quindi dire che la Chiesa canta le lodi del Suo Signore 7 volte al giorno è come dire che le canta sempre. Il Catechismo (n 1174) ci conferma e offre l’assist per noi sposi:

Fedeli alle esortazioni apostoliche di pregare incessantemente, questa celebrazione (la Liturgia delle Ore) è costituita in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode di Dio. Essa costituisce la preghiera pubblica della Chiesa nella quale i fedeli (chierici, religiosi e laici) esercitano il sacerdozio regale dei battezzati. Celebrata nella forma approvata dalla Chiesa, la liturgia delle Ore è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera di Cristo, con il suo corpo, al Padre.

Gli sposi non sono forse segno della sponsalità di Cristo e della Sua Chiesa (cfr Ef5,25-32)?

Se la Chiesa sposa intesse le lodi del Suo Sposo almeno 7 volte al giorno (numero simbolo del sempre), e se noi sposi siamo segno sensibile ed efficace di questa sponsalità, non è che forse dovremmo imitare la Chiesa sposa?

Quante volte al giorno gli sposi intessono le lodi l’uno dell’altra?

Dovremmo esercitarci di più in questa virtù, è un esercizio benefico sotto diversi punti di vista: sia psicologico che affettivo, sia spirituale che sentimentale, sia morale che sacramentale. È un’arma che ci protegge dall’infedeltà, che custodisce l’indissolubilità, che rende sempre più tenace l’unicità, che alimenta la fecondità e che costruisce la socialità.

Tutto il matrimonio ne trae beneficio, quando parliamo del nostro consorte dovremmo usare verbi simili a quelli del Salmo: cantare, benedire, annunciare, gioire, esultare, risuonare, stare in festa, acclamare. Gli sposi che si amano come Cristo sposo e la Chiesa, Sua sposa, sono come un presepio vivente. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.