Quella Voce Interiore, Eco del Buon Pastore

Cari sposi, portiamo tutti nel cuore il primo saluto di Papa Leone proprio giovedì scorso: “Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio”.

Come non vedere in Gesù risorto il buon Pastore! Colui che ci ha condotti fuori dalle tenebre della morte e del peccato! È estremamente emozionante e profondo meditare che Gesù è sceso fino al fondo della nostra miseria il Venerdì e il Sabato della Settimana Santa per poi, da lì, risalire pieno di gioia e perdono, per vincere ogni forma di male: “Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù” (Lettera agli Ebrei 13, 21).

Oggi in tutta la Chiesa si celebra la Domenica del Buon Pastore ma il Vangelo preso in esame non è quello classico in cui Gesù si dichiara pubblicamente come tale. Piuttosto, è un brano preso da un capitolo precedente in cui il Maestro ha appena guarito il cieco nato e questo grande segno, evidente, tangibile, verificabile da decine e decine di persone, non convince però i farisei che si chiudono a riccio nei loro pregiudizi contro Gesù.

Ed è allora che il Signore pronuncia le frasi che abbiamo appena letto, come dicendo che solo chi è parte del gregge del Padre può accogliere la voce del Suo Pastore senza preconcetti e chiusure. Da cui il senso principale è che si può ricevere la salvezza dal Maestro a condizione di aprire umilmente il cuore e la mente a Lui.

Eppure, questo Vangelo ha anche un meraviglioso senso nuziale! Lo si capisce dal modo unico di essere Pastore per Gesù. Anzitutto, usando questa immagine, Egli sta affermando di sé una caratteristica divina, cara ai profeti. Infatti, è Jahvé il Dio-Pastore (cfr. Ez 34, 11.15.23) che ha guidato il popolo di Israele come suo gregge, ora dall’Egitto, ora da Babilonia, per ripotarli all’ovile-Terra Promessa. Il Pastore, pertanto, è colui che guida al bene, alla propria destinazione.

Ma la condizione di pastore che incarna Gesù si spinge ben oltre. Difatti normalmente chi possiede un gregge lo fa per viverci sopra, guadagnarsi da vivere grazie al latte, lana e carne; fino ai nostri giorni, qualsiasi pastore non esita minimamente a uccidere le sue pecore o agnelli ogni volta che ne ha bisogno. Gesù fa l’esatto contrario: immola sé stesso per le pecore! La bontà del Pastore è proprio qui, nel suo Amore sconfinato per ciascuno di noi, fino a dare la vita.

Da allora, essere pastore non più solo segno di saper guidare, come nell’Antico Testamento, ma essere pastore al modo di Cristo vuol dire prendersi cura, proteggere, offrire la vita. Ecco perché il Buon Pastore è un sinonimo più che lecito e azzeccato di Sposo.

Ma c’è di più, perché è comodo che uno ti ami gratuitamente senza nessun tipo di appello alla nostra coscienza. Invece, quando Gesù dice che le pecore ascoltano proprio Lui e per questo lo seguono, sta a dire che il nostro cuore è tarato per questo tipo di amore, siamo stati strutturati così, per amare ed essere amati fino all’ultimo cromosoma. Nessun surrogato di amore, leggasi narcisismo, dipendenza affettiva, immaturità… potrà mai realizzare e rendere feconda una vita.

Abbiamo un Papa, figlio di S. Agostino, e sicuramente ci donerà le perle che il Vescovo di Ippona ha scritto proprio su questo punto. Il nostro cuore, il nostro desiderio più profondo cerca e aspira ad un amore così, non superficiale o egoistico, ma segno di una donazione piena: “Nel cuore dell’uomo è impressa la legge di Dio e da lì nasce il desiderio di Lui” (S. Agostino, De Trinitate, XIV)

E così, l’uomo e la donna sono fatti per amarsi come il Buon Pastore ci ha insegnato, devono solo ascoltare la sua voce che già risuona nel profondo del cuore per opera dello Spirito.

È quanto affermava anche San Giovanni Paolo II:

I termini «mio… mia», nell’eterno linguaggio dell’amore umano, non hanno – certamente – tale significato. Essi indicano la reciprocità della donazione, esprimono l’equilibrio del dono – forse proprio questo in primo luogo – cioè, quell’equilibrio del dono, in cui si instaura la reciproca communio personarum. E se questa viene instaurata mediante il dono reciproco della mascolinità e della femminilità, si conserva in essa anche il significato sponsale del corpo” (Catechesi 30 luglio 1980).

Solo amando così, cari sposi, potremo nutrire quel desiderio profondo, insito in ciascuno di noi: “Il desiderio più profondo del cuore umano è essere accolti, essere parte di qualcosa, e sapere che si è amati senza condizioni” (Padre Henry Nouwen).

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio, vissuto nella verità e nella grazia, ha una forza profondamente curativa. In esso impariamo che l’amore non si guadagna, non si conquista: si riceve e si dona. Giorno dopo giorno, l’amore del coniuge scava nei solchi dei nostri antichi copioni infantili, quelli che ci hanno insegnato che per essere amati dovevamo essere perfetti o compiacenti. Nel matrimonio autentico sperimentiamo, invece, un amore gratuito e incondizionato, che ci guarisce dalle radici. È l’annuncio silenzioso che siamo degni d’amore così come siamo, e che l’amore vero non ha condizioni, ma è riflesso dell’amore stesso di Dio.

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La Sessualità è Energia di Comunione, non di Isolamento

La masturbazione nell’adulto: sollievo momentaneo o bisogno profondo di amore?

In un’epoca che celebra la libertà individuale e l’autonomia del corpo, la masturbazione è spesso presentata come un’attività neutra, persino salutare. Riduzione dello stress, miglioramento dell’umore, sollievo emotivo: sono solo alcuni dei benefici elencati. Ma davvero è solo questo? Una lettura più profonda, psicologicamente matura e spiritualmente lucida, ci invita a guardare oltre.

Utilizzando gli strumenti della psicologia e della teologia cristiana, possiamo scoprire che, soprattutto in età adulta, la masturbazione non è solo un gesto fisico, ma un sintomo: il grido inascoltato di una parte di noi che cerca amore.

Un bambino interiore che chiede amore

Come ho più volte scritto, secondo l’AT, la nostra personalità è strutturata in tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. La masturbazione, quando è vissuta come rifugio o consolazione – e in età adulta di solito avviene per questi motivi – è spesso un comportamento che nasce dal “Bambino interiore”, quella parte emotiva e fragile di noi che desidera tenerezza, accoglienza e contatto umano. Soprattutto se nell’infanzia sono mancati affetto, protezione o vicinanza, l’adulto può cercare forme di gratificazione solitaria che simulano quell’amore mai pienamente ricevuto. Il piacere fisico diventa così un surrogato, una risposta parziale a un bisogno più profondo. Il sollievo è reale ma effimero, e lascia dietro di sé un vuoto ancora più grande.

Il falso messaggio: “Mi basto da solo”

La cultura attuale ci spinge a credere che possiamo soddisfarci da soli, che l’autosufficienza sia maturità. Anche la sessualità viene privatizzata, gestita senza l’altro. Ma il corpo umano è stato creato per la relazione. La sessualità è energia di comunione, non di isolamento. La masturbazione abituale rompe l’orientamento relazionale del desiderio. Trasforma un linguaggio d’amore in un gesto autoreferenziale. Il messaggio interiore che si radica è sottile ma potente: “Non merito un amore vero. Mi accontento di un’illusione”.

Masturbazione: da “libertà” a sintomo di solitudine

Nel mondo contemporaneo, la masturbazione è ormai trattata con estrema leggerezza. Se ne parla liberamente, nei media, nei talk show, sui social, come fosse una cosa naturale, salutare, persino bella. Per le donne è stata assunta come segno di emancipazione. Si insegna ai giovani a viverla come strumento di benessere psicofisico e di conoscenza di sé. Ma questo sdoganamento, in realtà, non ci ha resi più felici. Al contrario, l’onnipresenza dell’autoerotismo come surrogato affettivo è il sintomo di una generazione sola, frammentata, profondamente ferita.

Dietro quella che viene chiamata “libertà” si nasconde spesso un grande dolore: l’incapacità di entrare in relazioni vere, la paura dell’intimità profonda, la difficoltà a farsi amare davvero. In questo senso, la masturbazione non è segno di maturità, ma manifestazione di un bisogno non guarito. E la cultura che la normalizza finisce per anestetizzare le coscienze, anziché guarire le ferite.

Quando anche lo sposo si masturba: il tradimento silenzioso della comunione

Un caso particolare e spesso sottovalutato riguarda alcuni uomini sposati che si masturbano pur avendo una vita sessuale attiva con la propria moglie. Apparentemente non c’è mancanza, eppure la scelta di “doppiare” l’intimità con una gratificazione solitaria rivela una dissociazione: una parte di sé cerca il piacere slegandolo dalla relazione.

Nell’ottica dell’AT, può trattarsi di un bisogno non elaborato del Bambino interiore che cerca conforto immediato, evitando la vulnerabilità e il dialogo che la sessualità coniugale comporta. È un gesto che comunica: “Non voglio dipendere, mi prendo ciò che mi serve”. Spiritualmente, è una forma silenziosa di autoesclusione dalla comunione. Anche se non è adulterio, spezza il significato profondo dell’unità coniugale: il corpo dell’altro non è più l’unico luogo della gioia e del dono.

Lo stigma che isola: un tabù nel mondo cattolico

Nel mondo cattolico, la masturbazione è ancora un tabù abbastanza forte, seppur influenzato dal pensiero comune. Se ne parla raramente, spesso solo in termini moralistici o come peccato da confessare, senza però offrire veri spazi di ascolto e discernimento. Questo silenzio genera vergogna, senso di colpa e isolamento. Anche tra sposi credenti e cristiani adulti, il disagio resta spesso nascosto. E ciò che è nascosto non può guarire. Occorre più misericordia e verità. Solo portando alla luce ciò che viviamo possiamo permettere a Dio di entrarci. Solo nella Chiesa che sa accogliere senza giudicare può nascere un cammino reale di conversione.

Il corpo non va giudicato, ma ascoltato

Non si tratta di colpevolizzare. La masturbazione è un grido del corpo. Va ascoltato: che cosa sto cercando davvero quando mi rifugio in questo gesto? Amore, riconoscimento, consolazione. Ma cercati nel luogo sbagliato, e in un modo che, alla lunga, ci isola di più. Per questo è importante la terapia. Non perchè chi pratica la masturbazione sia un pazzo dipendente dal sesso, ma perchè ha un cuore ferito che necessita di cure e di amore.

San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del corpo, insegna che il corpo è sacramento della persona e che la sessualità è chiamata a essere linguaggio del dono. La masturbazione è una simulazione di comunione che in realtà esclude l’altro. È una finzione che protegge, ma non guarisce.

Verso la guarigione

La via non è la repressione cieca, ma l’ascolto del bisogno che si esprime nel gesto. La castità, lungi dall’essere negazione, è uno spazio libero dove il cuore può guarire e il corpo può tornare ad amare. Ogni desiderio, anche quello sessuale, porta inscritto in sé il bisogno di Dio. La masturbazione, se usata come fuga, può essere il sintomo di un cuore inquieto, che cerca un amore più grande. Solo la verità, la misericordia e una relazione viva con Dio – senza dimenticare il supporto di un bravo terapeuta – possono riempire quel vuoto. Solo così il corpo, da rifugio chiuso, può tornare a essere ponte verso l’altro. E verso l’Altro con la “A” maiuscola, che solo può guarire ogni fame d’amore.

Antonio e Luisa

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L’Amore come un Tango: Riflessione Inedita di Papa Francesco

«Il ballerino e la ballerina si corteggiano, vivono la vicinanza e la distanza, la sensualità, l’attenzione, la disciplina e la dignità. Gioiscono dell’amore e intuiscono cosa possa significare donarsi completamente» — scrive Papa Francesco in un testo inedito, usando la danza (il tango) come immagine potente dell’amore coniugale. In una sola frase ci ricorda che l’amore vero non è statico, non è fissato nella perfezione iniziale di un’emozione, ma è dinamico, vivo, in movimento. È un’arte che si impara, si costruisce, si affina nel tempo. E come ogni danza bella, esige fatica, ascolto, coordinazione, sacrificio e passione.

Viviamo in un’epoca in cui il legame matrimoniale sembra fragile, quasi un’opzione tra le tante. «Quanti matrimoni oggi falliscono dopo tre, cinque, sette anni? Non sarebbe meglio, allora, evitare il dolore, toccarsi soltanto come in una danza passeggera, godersi a vicenda, giocare insieme, e poi lasciarsi?» Papa Francesco pone una domanda vera, che molti giovani si fanno, spesso in buona fede. Ma subito risponde con la chiarezza di un pastore che conosce il cuore umano: «Non credetelo!». Non credetelo, perché l’amore non è un gioco. È una chiamata profonda che interpella tutto l’essere. È un atto radicale di libertà e responsabilità.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, ci ha insegnato che dentro di noi convivono tre stati dell’Io: il Bambino (che sente, desidera, cerca gratificazioni), il Genitore (che giudica, norma, protegge) e l’Adulto (che osserva, valuta e decide). Il vero amore nasce dallo stato dell’Io Adulto, capace di integrare le emozioni del Bambino con la saggezza del Genitore. Molte relazioni falliscono perché restano a livello di bisogno o di idealizzazione, restano a livello di bambino o di genitore: bambini innamorati che cercano solo di essere consolati e di trovare piacere e gratificazione; oppure genitori rigidi che vogliono avere il controllo e manipolare.

Nel matrimonio maturo, invece, è l’Adulto a prevalere: quello che sceglie ogni giorno di amare, anche quando l’altro non corrisponde alle aspettative. «L’amore non è ciò che provi, ma ciò che scegli di fare per l’altro» dice la psicoterapeuta Sue Johnson, ideatrice dell’Emotionally Focused Therapy. Non si tratta di negare le emozioni, ma di non esserne schiavi.

Quando il matrimonio è fondato sull’Adulto, non si rincorre la felicità immediata, ma la pienezza costruita nel tempo. E proprio qui si inserisce l’intuizione di Papa Francesco: l’essere umano desidera essere accolto senza riserve. È il bisogno fondamentale di ogni cuore, quello che nella AT viene chiamata “carezza fondamentale”: sentirsi visti, riconosciuti, amati.

La Teologia del Corpo: il corpo come linguaggio del dono

Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha espresso con straordinaria profondità ciò che il Papa oggi ci ripete in modo pastorale e semplice: il corpo umano ha una grammatica inscritta nella sua struttura. Quando un uomo e una donna si donano l’uno all’altra nell’atto sessuale, non stanno solo vivendo un’esperienza biologica o affettiva, ma stanno pronunciando un linguaggio: “io ti dono tutto me stesso, per sempre”.

«Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile l’invisibile: lo spirituale e il divino» (Udienza del 20 febbraio 1980). Per questo Giovanni Paolo II parlava della sessualità come sacramento del dono. Ma perché questo linguaggio sia vero, occorre che l’unione sia segno di un’alleanza, non solo di un sentimento.

Il dramma di molte relazioni oggi è che il corpo “dice” qualcosa (totalità, esclusività, eternità), mentre la volontà “intende” altro (prova, possesso, temporaneità). Ne nasce una ferita profonda, perché la persona si sente usata, anche se con consenso.

Donarsi completamente è possibile

Don Luigi Maria Epicoco, nel commentare il Vangelo di Matteo, scrive: «L’amore vero è quello che sa attraversare la croce. Chi ama solo quando è facile, non ha ancora capito cos’è l’amore. Solo chi rimane, anche quando non sente più, sta amando davvero». Il matrimonio è questo rimanere. Non perché si è obbligati, ma perché si è liberi di restare.

Il matrimonio è quindi un percorso radicale: chiede tutto. Ma è proprio in questo “tutto” che si riceve la grazia di una pienezza che nessuna altra forma d’amore può offrire. È l’unico cammino umano in cui due persone imparano davvero a farsi dono, ogni giorno, anche attraverso i conflitti, le crisi, la noia e il silenzio.

Come dice la terapeuta Marina Valcarenghi: «Nel vero amore, l’altro non è mai solo uno specchio in cui mi compiaccio, ma una soglia attraverso cui posso diventare più me stesso. L’amore vero è sempre anche un’evoluzione personale».

La preparazione è essenziale

Papa Francesco conclude con un monito che risuona forte: «Per l’unione matrimoniale è necessaria una preparazione adeguata, perché tutta la vita si svolge nell’amore, e con l’amore non si scherza». Troppe volte ci si sposa senza strumenti, senza consapevolezza, senza formazione. Ma il matrimonio cristiano non è per eroi: è per uomini e donne fragili che si lasciano guidare dalla Grazia, accompagnare da una comunità, e sostenere da una decisione rinnovata ogni giorno. Anche per questo abbiamo pensato il percorso di Scuola nuziale che si è appena concluso.

Il matrimonio è una danza. Ma non una danza qualsiasi: è quella tra due persone che si sono scelte per tutta la vita, e che ogni giorno decidono di riaccordarsi alla musica dell’amore di Dio. Non è un sogno ingenuo, né un progetto ideale: è una via concreta e radicale verso la pienezza. E come ogni cammino profondo, non è privo di croce. Ma proprio lì, nella croce, si compie il miracolo della Pasqua: un amore che non finisce.

Antonio e Luisa

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Coppie e Famiglie a Scuola di Speranza

Lo scorso fine settimana, a Loreto (AN), si è svolto il ritiro finale in presenza della prima edizione della Scuola Nuziale, promossa da Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie. Grazie al Cielo mio marito ed io siamo riusciti ad esserci. Perchè sono stati davvero giorni di Grazie, con la “G” maiuscola. E possiamo testimoniare che è stato qualcosa di veramente speciale e grandioso. La grande fatica nell’organizzarlo ha dato i suoi frutti più belli, più grandi, più pieni. Vedere tantissimi volti soddisfatti, felici, gioiosi e pieni di luce non ha prezzo e ripaga qualsiasi sforzo umano.

La Scuola Nuziale è stata un’esperienza che ha accompagnato oltre seicento persone da settembre 2024 allo scorso week end, appunto. Dando moltissimi spunti per riflettere, approfondire, fare comunione, aprire e sviluppare relazioni, pregare. Per rimettere insieme cocci, per rinsaldare il legame nuziale, per riscoprire la bellezza del matrimonio sacramento. Per sanare ferite, capire certe sofferenze, ridare un sorriso a volti – e cuori – tristi. Mi piace definirla una vera e propria scuola di speranza. Esattamente come ricorda il profeta Isaia: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

Sicuramente tutto questo fa parte di un piano voluto dall’Alto, molto più in alto di quanto ciascuno avrebbe mai pensato e immaginato. La bellezza dell’unione sponsale cristiana è qualcosa di preziosissimo, unico, santificante e nessuna parola unicamente umana potrebbe renderne giustizia. Ma l’unione umana e, soprattutto, con Dio ha fatto la differenza … e che differenza! Se centinaia – sì, avete letto bene, centinaia – di persone da tutta Italia si sono riunite a Loreto per incontrarsi, fare comunità e vivere momenti spirituali intensi non è per darsi un addio e nemmeno un arrivederci. È perché hanno compreso che spendersi per la famiglia è una chiamata, una vocazione alla quale non si può rimanere indifferenti.

Suor Lucia, la veggente di Fatima, scrivendo nei primi Anni Ottanta al cardinal Caffarra, affermò: “Verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione”. Tutto fa pensare che si siamo. Che il momento è adesso. Questi ultimi anni e mese, in particolare. Ma la Scuola Nuziale è stata, ed è, una piccola grande dimostrazione che non siamo soli. Che non siamo poche sparute coppie ad aver compreso l’importanza del legame nuziale e a volerlo dire a tutti. Che non siamo credenti esaltati che non hanno nient’altro di meglio da fare. Che non siamo bigotti, oscurantisti o retrogradi ma che abbiamo capito che la testimonianza autentica, semplice e vera, vale più di mille discorsi.

Certo, ognuno di noi – come singoli e come coppia – ha difetti, momenti di stanchezza, magari di dubbio. Ma sappiamo che c’è una meta. Sappiamo che Dio ci aspetta. Ci consola, sorregge, guida, ammaestra, benedice. E questo ci permette di non perdere mai la speranza e di camminare sulla strada che porta a Cristo. Ecco qual è la casa fondata sulla roccia. Il matrimonio fondato su una promessa che ha poco di umano e molto di divino. L’amore nuziale come specchio di quello trinitario, la famiglia come immagine della Sacra Famiglia.

In tutto questo, ha preso vita una forte condivisione tra noi genitori con figli in Cielo, volati Lassù prima di nascere. Loreto non è di certo una location casuale. A Loreto dimora la Santa Casa, quella in cui Maria Santissima ricevette l’annuncio. Quella in cui l’Arcangelo le disse: “Ecco, concepirai un figlio” (Lc 1,31). Non è stato detto a Maria “un grumo di cellule si formerà dentro di te” oppure “nella tua pancia ci sarà un prodotto del concepimento”. No. Subito, immediatamente si è parlato di figlio. Questa è la Verità, perché fondata sulla Parola di Dio. Siamo tutti figli, fin dal primo istante, fin dal concepimento. Figli di un Padre che ci ama da sempre, prim’ancora che figli di una mamma e di un papà.

Riflettendo proprio su questo passo – che una ha portata dirompente – abbiamo aperto i nostri cuori e fatto entrare la luce del Risorto, la luce di Maria. Essere consapevoli che questi bambini non sono mai veramente perduti perché abitano il Cuore di Dio non è la “magra consolazione”, il contentino, la pacca sulla spalla. È la certezza che deriva dalla fiducia in Gesù. Anche se umanamente può sembrare strano, assurdo o persino folle. Ma i piani umani sono volubili, passeggeri, leggeri. Quelli di Dio no, mai. Lui non sbaglia. Siamo noi a non capire, o a non voler capire. Siamo noi a non vedere, o a non voler vedere. Se ci abbandoniamo al Suo amore non solo sperimenteremo cose grandi ma diventeremo portatori di speranza, testimoni di resurrezione, pellegrini di gioia. Per info sulla prossima edizione scrivete a Antonio De Rosa antonioeluisaderosa@gmail.com

Fabrizia Perrachon

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Trasformare le Ferite in un Nuovo Inizio

Quello che leggerai in questo articolo non è frutto dello studio, ma frutto di un’esperienza forte che mi ha fatto toccare con mano che le cose che leggiamo nella Sacra Scrittura sono Parole di vita. Magari hai sperimentato o sperimenterai il tuo momento di fragilità, il momento in cui la vita ti travolge quando meno te lo aspetti e con la cosa che non avevi né programmato, né mai minimamente pensato. E quando succede ti accorgi di quanto era solido ciò che avevi costruito o pensato di aver costruito, ma soprattutto su “chi” avevi costruito o lo stavi costruendo.

Mi presento.

Sono fra Luca, ho 44 anni e sono frate minore Cappuccino dal 12 Settembre 2014. Due anni fa sono stato ordinato sacerdote : 23 Aprile 2023. La data la scrivo affinché quello che stai per leggere lo potrai capire alla luce della grazia di Dio.

L’evento che ha travolto la mia vita, ma non solo la mia, è stata la scoperta del tumore e poi la morte di mio padre. Dall’infanzia alla fase matura sono stati anni in cui ho sentito la mancanza di papà perché era sempre al lavoro e quando tornava voleva sentire il telegiornale, quindi non c’era spazio per la condivisione. La domenica poi andava a prendersi cura degli olivi. Questa sua assenza mi faceva sentire un vuoto enorme dentro, come se per me papà non avesse né spazio, né tempo. Solo dopo l’entrata in convento nel 2012 miracolosamente c’è stato non solo un riavvicinamento, ma lui era il primo che mi veniva ad abbracciarmi quando tornavo a casa: quell’abbraccio che attendevo da una vita finalmente era arrivato.

Ma nel Gennaio del 2022 ecco che tutto incominciò a prendere una piega strana. All’inizio mamma trova strana la tosse che in quel periodo aveva papà, tanto che contatta il dottore che però sminuisce il problema. Solo con insistenza ha potuto fare una RX. Da lì viene fuori una piccola macchia nei polmoni, ma il dottore ci rassicura del fatto che con una semplice operazione si sarebbe risolto il problema. Passa qualche settimana e facciamo fare a papà una risonanza e il risultato ha aperto letteralmente il terreno sotto i nostri piedi. I dottori ci dissero che purtroppo per mio padre non c’era più tempo: solo tre settimane… facendo il conto sarebbe dovuto morire per Pasqua!!!

In quel frangente c’era poco da tempo per pensare. Ci siamo affidati alla Misericordia di Dio, termine non a caso: anche questo lo capirai andando avanti nella lettura. Io stavo terminando l’ultimo anno della Facoltà Teologica e chiedo al Ministro Provinciale di avvicinarmi a casa per passare almeno il pomeriggio a casa con papà. Anche se avevo da studiare, il mio desiderio era di passare tutto il tempo possibile con lui.

Passano i giorni e papà ovviamente si fa sempre più debole e magro… Finisce la sabbia nella clessidra, ma papà non vuole lasciarci soli… Passata la Pasqua, ci prepariamo perché ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e quindi ogni gesto assume una lentezza, una cura unica.

Arriva la domenica della Divina Misericordia, il 24 Aprile 2022. Papà muore proprio in quel giorno. Il mio sguardo va ad un’icona regalata a mamma nel periodo dell’accoglienza (2012 – 2013) e che lei aveva messo proprio nella camera da letto : l’immagine della Divina Misericordia.

Nel frattempo decido di finire la Facoltà dando tutti gli esami e consegnando la tesi perché a settembre avrei iniziato la vita in un’altra fraternità. Finita la Facoltà vengo ordinato diacono nel Settembre del 2022. Passano un pò di mesi e vado a parlare con il Vescovo per fissare la data dell’ordinazione sacerdotale. Quando me la dice rimango pietrificato, non sapevo cosa dire… La data che mi propose era il 23 Aprile… quindi avrei celebrato la mia prima messa il 24 Aprile … ad un anno dalla morte di papà, io avrei celebrato la mia prima messa per cantare un canto di grazie al Padre … senza pensarci due volte accettai.

Che cosa ho imparato da questo evento?

  • Non importa cosa ti capita, ciò che conta è come lo affronti (cit. Francesco dei 5p2p);
  • Ogni ferita è la porta d’ingresso per Dio, per la Sua grazia, per la Sua Misericordia. Dio interviene, agisce nei momenti in cui non ce la fai, se Lo lasci entrare;
  • Ogni ferita è il luogo dove la Misericordia di Dio si rivela.

Che cosa ho vissuto dopo questo evento?

Una volta vissuta questa ferita con Dio è avvenuto un passaggio, una Pasqua: dal deserto, alla vita nuova. Il Signore mi ha fatto incontrare persone che hanno vissuto o che stavano vivendo la mia ferita, donandomi la forza e la capacità:

  • come fossi un novello Mosè, di accompagnare queste persone nel deserto che si vive durante un evento simile;
  • come fossi un novello Noè, di traghettare al porto sicuro queste persone nella tempesta delle emozioni e nella perdita di sogni, desideri.

Che cosa ti invito a vivere nelle tue ferite?

  • Fermati, ascoltati e dai un nome a quella ferita;
  • Apri il tuo cuore a Dio ed effondi su di Lui, come Maria di Betania con il vasetto di alabastro, ciò che ci sta dentro;
  • Lascia che Dio si prenda cura di te: lasciati guidare, accompagnare;
  • Chiedi preghiere per te ad una comunità, ad una fraternità;
  • Cerca momenti di preghiera per stare con Dio perché è Lui la vita, il futuro, la mèta
  • Apriti ai bisogni degli altri e noterai che non sei solo a vivere quella ferita.

Quindi :

  • se ti sembra di non trovare una via, ricordati che Dio apre il mare mentre cammini;
  • se la tempesta ti travolge, sappi che basta far salire Gesù sulla tua barca perché tutto si plachi;
  • se porti nel cuore una ferita, questa può diventare l’inizio di una vita nuova.

Fra Luca Bruno

Se vuoi, camminiamo insieme! Scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

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Il nostro cuore è chiuso al traffico: è una ZTL

Salmo 120 Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenta, non prende sonno, il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Questo scorso fine settimana si è tenuto a Loreto il ritiro conclusivo della “Scuola nuziale 2024/25“, noi dell’equipe siamo arrivati già al Venerdì sera per i preparativi; eravamo da una parte tranquilli perché eravamo riusciti a giocare d’anticipo di mezza giornata rispetto all’inizio del ritiro, e dall’altra sentivamo tutta la responsabilità non tanto che tutti gli ingranaggi girassero bene quanto piuttosto che fosse sorgente di Grazia per i partecipanti.

Siccome il Signore è uno che conosce bene i Suoi polli, per sostenerci ogni tanto ci regala qualche prezioso aiuto o suggerimento; e così ecco che arriva il Salmo sopra riportato presente nei vespri di Venerdì sera.

Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? In qualche frangente dei preparativi alzavamo gli occhi al cielo chiedendoci appunto come avremmo fatto a risolvere questo o quello; la risposta del Signore è precisa : Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.

Era la Parola giusta al momento giusto. Può succedere che quando si organizzano eventi di questo tipo ci si lasci fagocitare dalle preoccupazioni circa la riuscita di tutto, e allora ci si accartoccia il cervello cercando di non lasciare nulla di imprevisto, prevedendo anche il non prevedibile.

Naturalmente non stiamo affermando che non bisogni pianificare tutto nei minimi particolari, ma che questo non diventi affanno per il cuore, altrimenti soffochiamo lo Spirito Santo il quale, probabilmente, avrebbe tanta voglia di agire, ma rimane come intrappolato nei nostri meccanismi umani.

Il rischio è che tutto funzioni alla perfezione, al pari di un orologio svizzero, ma resti tutto sul piano orizzontale, sul piano umano, un bell’evento umano con una patina di spiritualità, quasi come una spolveratina di zucchero a velo per tentare di mascherare la torta bruciata sotto.

Alla fine di un evento cristiano (come un ritiro, una catechesi, un congresso, una predica, un pellegrinaggio …) bisogna un po’ saper tirare le conclusioni, non tanto come fanno i manager d’azienda al fine di migliorare la prestazione X o Y, ma come farebbe una comunità che ha a cuore la salute spirituale dei propri fedeli.

Dobbiamo sempre tener ben presente la famosa locuzione latina “Salus animarum suprema lex esto“, ovvero “la salvezza delle anime sia la legge suprema”. Grati al Signore di averci incoraggiato con questa Sua Parola, abbiamo cominciato l’avventura con la certezza e la serenità che il nostro custode, il Signore, Non si addormenta, non prende sonno. E’ questa serena certezza e fiducia che permette di ridimensionare anche tutti gli inconvenienti.

Cari sposi, questo è lo stile di vita che il nostro matrimonio deve avere. Lasciamo passare lo Spirito Santo e non impediamoGli di passare con le nostre strade chiuse al trafffico. A volte il nostro cuore, la nostra vita, sembra una ZTL, sempre chiusa al traffico per paura di chissà quale inquinamento. Coraggio allora, questo Tempo Pasquale ci sproni ad aprire le nostre ZTL spirituali.

Giorgio e Valentina

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È solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Fabrizia, in occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, ha scritto su questo blog delle bellissime riflessioni che mi hanno dato tanti spunti. Oggi, quindi, voglio parlare del lavoro che mi sta più a cuore: non quello che faccio fuori casa, ma quello che faccio dentro di me. È un lavoro silenzioso, nascosto, faticoso, ma profondamente liberante. È il lavoro di accogliere il mio bambino interiore, imparare ad ascoltarlo e a volergli bene. Solo così ho potuto iniziare davvero ad abbracciare anche i miei figli.

L’Analisi Transazionale, che tanto mi sta aiutando nel cammino spirituale e umano, parla di tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Per anni ho agito da Genitore Normativo Negativo: severo, giudicante, impaziente. Perché mio padre era così con me. Vedevo solo ciò che non funzionava, ciò che andava corretto. Mi arrabbiavo facilmente, convinto che fosse il modo giusto per educare.

Ma dentro di me c’era un bambino ferito, che non chiedeva altro che essere ascoltato. C’era un bisogno antico di tenerezza, di approvazione, di sentirsi visto. E non potevo davvero essere padre finché non ho permesso a quel bambino di esistere, finché non ho smesso di vergognarmi delle mie fragilità.

Scrive Luigi Maria Epicoco: “San Giuseppe è il santo della tenerezza silenziosa. Non fa grandi discorsi, ma custodisce. E custodire vuol dire anche accettare le proprie ferite senza nasconderle, senza scappare.”

Ecco, in questo tempo ho imparato che per custodire i miei figli, dovevo prima custodire me stesso. Accogliere le mie emozioni, anche quelle scomode. Riconoscere le paure, il senso di inadeguatezza, la fatica di essere uomo. È un lavoro interiore che mi chiede tempo, coraggio e tanta grazia. Ma è anche il lavoro che dà più frutto. Un terapeuta di Analisi Transazionale, Muriel James, scriveva: “Il Bambino interiore è la parte più viva, creativa e vulnerabile di noi. Se non lo accogliamo, rischiamo di diventare adulti efficienti ma emotivamente vuoti.”

Ed è proprio accogliendo quel bambino in me che ho potuto cambiare come padre. Sto imparando a passare da un Genitore Normativo a un Genitore Empatico. A vedere non solo gli errori, ma anche le difficoltà e l’impegno dei miei figli. A dire loro grazie per quello che sono, a incoraggiarli invece di correggerli continuamente. E da lì… vedo che stanno cambiando le cose. Vedo nei loro occhi una fiducia nuova, una gioia che prima era soffocata. Vedo che la relazione si fa più vera, più libera, più reciproca.

E oggi, con commozione, voglio dire grazie ai miei figli. Grazie perché, senza saperlo, mi hanno aiutato a rimettermi in cammino. La relazione con loro, all’inizio, è stata difficile. Hanno mostrato disagio, ferite, silenzi che mi hanno interrogato nel profondo. Mi sono posto delle domande, domande vere, scomode. E proprio da quelle domande è nato il lavoro su me stesso. Non per cercare colpe da espiare, ma perché non volevo lasciare che il dolore diventasse destino.

Perché – e questo lo sento profondamente – non è importante avere rimorsi o rimpianti, ma riconoscere che c’è ancora tutto un futuro su cui lavorare. Un futuro da costruire insieme, giorno per giorno, con gesti nuovi, parole vere, e quella tenerezza che non è debolezza, ma forza redenta.

E qui, nel mio cammino da padre, riscopro la figura di Dio Padre. Non come un giudice severo, pronto a punire, ma come quel Padre tenero e accogliente che Gesù ci ha rivelato. Un Padre che ci viene incontro quando siamo ancora lontani, che ci rialza quando cadiamo, che ci guarda con amore anche quando sbagliamo.

“Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E in Gesù, uomo mite e forte, accolgo ogni giorno un riflesso di ciò che anch’io, nella mia piccolezza, posso diventare: un padre che ama senza condizioni, come San Giuseppe. Come Dio.

Il lavoro su di sé non si vede, non si misura, non si paga. Ma cambia tutto. Perché è solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Antonio e Luisa

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Solo con Gesù c’è futuro

Cari sposi, ci stiamo addentrando in questo meraviglioso tempo di Pasqua. La sua bellezza sta nel fatto che viviamo nella memoria di Cristo Risorto ma soprattutto la Chiesa lo ha istituito perché vuole rivivere ogni anno l’esperienza degli apostoli che per 40 giorni hanno convissuto con Gesù Risorto e hanno atteso per altri 10 l’avvento dello Spirito.

In effetti, oggi vediamo la terza apparizione di Gesù agli apostoli. La prima è stata il giorno stesso in cui è risorto, la seconda otto giorni dopo, la terza è quella odierna. Ma pare che nel frattempo siano successe già alcune cose rilevanti, difatti gli apostoli tornano nella loro terra e non sono più 11 ma solo 7, i quali sembra vogliano tornare alla loro vita precedente, che per molti di loro si basava sulla pesca nel lago di Gennesareth.

La prima grande lezione del Vangelo è che la Pasqua può diventare l’elemento centrale della nostra vita a condizione di permettere a Gesù di entrare di fatto nel nostro cuore. Al contrario, una fede di idee o sentimenti ha breve durata e l’ordinarietà prende il sopravvento prima a poi. Si vede qui che gli apostoli devono ancora “digerire” la novità della Risurrezione e il loro cuore non è del tutto convertito.

Ma, proprio per questo, quanto è consolante vedere che è Gesù a prendere sempre l’iniziativa e a non lasciarci cadere nelle nostre solite faccende. Lui, in modo del tutto imprevedibile, si rende presente ai suoi amati apostoli e permette che facciano una grande pesca oltre a far trovare pronta la colazione. Un dettaglio questo di squisita fraternità, se non addirittura di maternità.

Dopo aver mangiato e condiviso tante cose attorno a quel fuoco, Gesù prende Pietro in disparte e vuole fare quattro chiacchiere con lui; sappiamo bene che questo dialogo è di fatto l’epilogo dei tre rinnegamenti. Gesù non permette che Pietro sia ricordato come colui che è venuto meno alla fedeltà ma come chi ha saputo rialzarsi per tutte le volte che è caduto. È semplicemente grandiosa la misericordia di Gesù!

In tutto ciò, quali sono le lezioni che voi sposi potete imparare? Penso proprio che siano molto ricche e profonde. Il primo dettaglio è che Gesù volutamente si “nasconde” nella vita ordinaria, in un certo qual modo ha permesso che gli apostoli siano tentati di appiattirsi nel solito tran tran perché è proprio lì che vuole essere trovato e non solo in circostanze eccezionali! Ma ci vogliono gli occhi della fede per saperLo trovare ed è infatti San Giovanni chi si accorge di Gesù, lui, l’apostolo contemplativo e che ha appoggiato il suo capo sul Cuore di Cristo. Ecco che la preghiera e la vita interiore per voi sposi sono l’unica chance di saper trovare Gesù nelle mille occupazioni che vi tocca affrontare ogni giorno.

In secondo luogo, oggi ammiriamo la “pedagogia” di Gesù nel come sa far crescere gli apostoli e sappiamo bene quanto Lui desideri farla diventare parte della vostra capacità di amarvi. Gesù, lo sappiamo bene, non ha mai avuto peli sulla lingua e quando c’era da rimproverare l’ha fatto senza riguardo di persona. Eppure, qui, con Pietro, che già una volta è stato redarguito pubblicamente, Lui non ha una briciola di risentimento, di rancore, di acredine per quello che ha fatto la notte dopo l’Ultima Cena. Piuttosto le tre domande – “mi ami?” –  significano che Gesù guarda avanti e che crede in Pietro, si vuole fidare di lui e della sua capacità di amore. Altro grande invito alla misericordia e alla magnanimità per voi sposi.

In terzo luogo, è bellissimo notare come Gesù ha preparato ogni cosa oggi nei minimi dettagli per dare un ulteriore lezione ai suoi. Come tre anni prima sulle stesse rive di quel lago, dopo la prima pesca miracolosa, avvenne la chiamata ufficiale a seguirLo, anche oggi Gesù ricrea la medesima situazione per tornare a chiamare Pietro, e con Lui, tutti gli altri. Difatti, nelle tre domande Gesù si rivolge a lui con “Simone”, il suo nome originale, volendo sottolineare un nuovo inizio. Sì, perché con il Signore ci può essere sempre una ripartenza, nonostante i nostri peccati.

E in questo stesso senso, Gesù oggi vi ricorda chi siete – sposi cristiani -, a quale missione vi ha chiamati – rendere presente l’amore di Cristo – e soprattutto vi ricorda che il motore di tutto nella vita è solo l’amore di Cristo e l’amore per Cristo. Quanto abbiamo bisogno che Gesù ci ricordi in continuazione la nostra identità e missione, perché il rischio è di essere fagocitati dall’ambiente circostante!

Cari sposi, sulle rive delle vostre vite oggi e sempre vi aspetta il Risorto per ricordarvi che Lui cammina con voi e continua a sollecitarvi a dare il meglio di voi nella vocazione di sposi.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è un simbolo di resurrezione per tante coppie che scelgono di non cedere al fallimento. A volte la vita sembra un deserto: reti vuote, fatica inutile, voglia di mollare. Ma c’è chi si aggrappa alla promessa fatta sull’altare, si fida e getta ancora le reti, anche senza capire. È lì che Cristo opera: trasforma il nulla in pienezza. Come a Cana, dove l’acqua diventa vino grazie all’obbedienza dei servi. Anche oggi, la Chiesa propone vie che sembrano folli, ma chi ascolta può scoprire una gioia profonda, frutto della fede, della perseveranza e dell’incontro con Gesù risorto.

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Via, verità e vita per gli sposi

Nel Vangelo di Giovanni di oggi, Gesù si presenta come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Questa auto-rivelazione di Cristo getta luce anche sulla vocazione degli sposi cristiani e sulla dimensione spirituale della loro intimità.

Cristo Via

Egli è la via ossia il cammino che i coniugi sono chiamati a percorrere insieme. Il matrimonio non è un percorso auto-referenziale, chiuso in due, ma un viaggio verso Dio, in cui marito e moglie si aiutano a vicenda a progredire nella fede e nell’amore. Gesù è la strada maestra sulla quale la coppia cammina, soprattutto nei momenti difficili: imitando il suo amore sacrificiale, gli sposi imparano a portare la croce l’uno dell’altro, a perdonarsi settanta volte sette, a servire con umiltà lavandosi i piedi. Nella vita quotidiana, “seguire Gesù via” significa mettere al centro i suoi insegnamenti – come il rispetto, la fedeltà, il “dare la vita” per l’altro – orientando così anche la vita sessuale secondo il disegno divino e non secondo le mode del mondo. In questo senso la via del matrimonio è un cammino di santificazione: la coppia, passo dopo passo, attraverso le gioie e le prove, si avvicina insieme a Dio.

Cristo Verità

Egli è la verità che illumina il senso del matrimonio e della sessualità. In un’epoca di confusione etica e relativismo, gli sposi cristiani trovano in Gesù la verità su cosa sia l’amore vero. Io sono la Verità – dice il Signore – e questa Verità rende liberi (cfr. Gv 8,32): liberi dalle menzogne che il mondo spesso racconta sul sesso (ridotto a gioco o consumo) e sul matrimonio (visto come contratto revocabile). Riferirsi a Cristo Verità significa per la coppia accogliere il progetto originario di Dio sull’amore umano: “maschio e femmina li creò” (Gen 1,27) per una comunione fedele e aperta alla vita.

Significa riconoscere che vi è una verità inscritta nella differenza sessuale e nella complementarità, che l’atto coniugale ha una verità intrinseca (unitiva-procreativa) da rispettare​. Gli sposi sono chiamati a vivere nella luce della verità di Cristo, cioè nell’autenticità, senza ipocrisie né doppiezze: verità reciproca (onestà, trasparenza, fiducia) e verità interiore (retta coscienza davanti a Dio). Applicato all’intimità, questo implica vivere la sessualità in modo autentico, come linguaggio di amore sincero e fedele, senza cadere in pratiche contrarie alla dignità dell’altro o alla natura dell’atto (come la contraccezione deliberata che chiude all’accoglienza della vita). La verità di Cristo insegna anche la dignità della persona: l’altro non è un oggetto per il mio piacere, ma un figlio di Dio affidato al mio amore. Così, i coniugi che si lasciano guidare da Gesù Verità costruiscono la loro intimità sulla roccia (cfr. Mt 7,24-25) dei valori evangelici, immuni ai venti delle false ideologie.

Cristo Vita

Egli è la vita, colui che porta la pienezza della vita divina. Un matrimonio cristiano autentico è radicalmente aperto alla vita, non solo perché genera figli, ma perché vive di quella vitalità spirituale che proviene da Cristo risorto.

Io sono la Vita – dice Gesù – e infatti insegna: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Questa abbondanza di vita si manifesta nella coppia in vari modi. Anzitutto con l’apertura alla trasmissione della vita: la fecondità fisica (e, quando non è possibile, quella spirituale e adottiva) è il segno evidente di un amore che trabocca e vuole condividere il dono ricevuto. Ogni nuova vita concepita è un miracolo che testimonia la presenza vivificante di Dio tra gli sposi.

Ma anche al di là dei figli, Cristo-Vita anima l’amore coniugale dall’interno: con la grazia del sacramento, Egli rende gli sposi capaci di amare oltre le proprie forze naturali, infondendo vitalità alle virtù (pazienza, mansuetudine, perdono, creatività…). Quando i coniugi pregano insieme, quando partecipano all’Eucaristia, attingono linfa da Cristo vite (cfr. Gv 15,5) e il “circolo” del loro amore si apre per accogliere la vita di Dio.

Questa vita divina li aiuta, ad esempio, a superare momenti di “morte” relazionale (crisi, aridità, noia) con rinnovata speranza; li guarisce da ferite interiori che impediscono l’intimità; li spinge ad uscire da sé per fare il bene (la carità verso altre famiglie, il servizio in parrocchia…). In sintesi, se Cristo è davvero al centro del matrimonio, la coppia sperimenta una fecondità a tutto tondo: “coopera con Dio non soltanto nel generare alla vita naturale, ma anche nel coltivare i germi della vita divina” nei cuori​.

Apertura alla vita, dunque, non significa solo apertura ai figli, ma anche apertura alla “vita eterna” già ora: gli sposi comunicano tra loro la vita di Cristo (santificante) attraverso l’amore reciproco, e insieme la trasmettono ai figli e alla comunità. In questo senso la coppia cristiana è chiamata a essere un segno pasquale nel mondo: con l’amore fecondo e gioioso testimonia che Cristo vive.

In definitiva, l’affermazione “Io sono la via, la verità e la vita” applicata al matrimonio richiama gli sposi a fondare la loro intimità in Cristo. Egli è la Via da seguire (il modello e la guida del loro amore), la Verità da accogliere (il criterio per discernere il bene autentico nella vita sessuale e familiare) e la Vita da condividere (la fonte di grazia che rende fecondo e santo il loro amore). Così, la comunione coniugale diventa un luogo teologico: una piccola strada verso Dio (via), uno spazio di manifestazione della verità su Dio-Amore (verità) e un focolare in cui arde la vita di Cristo (vita).

Antonio e Luisa

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Diario di un fidanzamento cristiano – Bacio di stelle

Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione […] lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Genesi 15

Cari lettori, la volta scorsa (clicca qui per leggere quanto già pubblicato) ci siamo interrotti al momento del primo incontro tra me e Alessandro. Come già accennato abbiamo iniziato a uscire con frequenza per conoscerci soprattutto nell’estate 2019. Ricordo che spesso ci davamo appuntamento per fare delle passeggiate dopo cena lungo le piste ciclabili della zona, immerse nel verde. Durante quelle occasioni provavo sempre delle belle emozioni, soprattutto sentivo molta serenità, perché Alessandro è una persona che riesce a trasmettere la sua tranquillità e la sua positività.

Ero sempre molto felice quando si presentava il momento di uscire da casa per andare a incontrarlo. Durante quelle passeggiate ho scoperto una delle sue passioni più affascinanti: conosceva in modo sorprendente il cielo stellato e sapeva raccontarne i mutamenti a seconda delle stagioni. Fu lui a insegnarmi a riconoscere il “Triangolo estivo” e i nomi delle tre stelle che lo formano: Deneb, Vega e Altair.

Gran parte dei nomi stellari provengono infatti dalla cultura greca e araba. Non so se vi è capitato nelle notti precedenti o successive a San Lorenzo (10 agosto) di mettervi all’aperto ad osservare con gli occhi all’insù il cielo notturno, forse questa è un’abitudine che si è un po’ persa, ma basta poco per rimanere meravigliati:

«Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato» (Salmo 8)

Penso di poter dire che ci siamo innamorati rapidamente, in realtà avevo la sensazione di conoscerlo da tanto tempo…

La sera del 15 agosto 2019, solennità dell’Assunzione di Maria al cielo, abbiamo deciso di andare alla messa dopo cena, organizzata dalla parrocchia della quale Alessandro fa parte. In tale occasione viene organizzata ogni anno la S. Messa, presso una croce illuminata, su un colle della zona, e le persone portano in processione fiaccole accese, un’immagine molto bella da vedere. Dopo la liturgia ci siamo spostati a fare una delle nostre osservazioni stellari e in quella sera così speciale è sbocciato il nostro primo bacio…penso di poter dire sotto lo sguardo di Maria.

E’ nell’ordinarietà della vita quotidiana e nelle occasioni di fede che siamo chiamati a vivere che possiamo fare esperienza dell’amore di Dio per noi. Egli non è lontano da noi, si lascia trovare da chi lo cerca. Grazie Signore per il dono del nostro incontro.

Il prossimo mese parleremo di un tema speciale, il VI comandamento. Alla prossima,

Eleonora e Alessandro

(Accogliamo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli. Potete scriverci a eleonoraealessandro4@gmail.com). Chi lo desidera può commentare direttamente tramite il blog.

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Oggi, un Padre Deve Fare Testimonianza di Se Stesso

Primo maggio, su coraggio”, recitava una famosissima canzone italiana del 1977. Ma c’è molto più di questo. Il primo maggio è la festa di San Giuseppe Lavoratore. Il primo maggio è l’inizio del mese dedicato a Maria Santissima e al Santo Rosario. Il primo maggio, quest’anno, è il Primo Giovedì del mese, dedicato all’Adorazione Eucaristica e alla preghiera per le vocazioni. Una bella tripletta celeste, vero?

Potremmo stare ore – e pagine – a parlare di questo e non basterebbero né il tempo né lo spazio del blog. Inoltre, non dimentichiamo che la Chiesa sta vivendo un momento importantissimo e delicato. Dobbiamo pregare con tutto il cuore e con tutta l’anima per l’elezione del nuovo pontefice. Il Conclave è alle porte. Come si recita nella preghiera alla Divina Misericordia: “Dio, Padre Misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.”

Detto questo, è bello fermarci a pensare alla figura di San Giuseppe, ricordato il primo maggio proprio come lavoratore. Quanti padri lavorano per il benessere delle proprie famiglie! Quanti padri, al contrario, sono in difficoltà perché senza occupazione o sfruttati! Quanti padri ammalati, con l’angoscia di non poter provvedere al sostegno economico! Quante situazioni diverse, quante soddisfazioni ma anche quante angustie! E una domanda che bussa, prepotente, alla porta del cuore: ma il lavoro è solo quello fisico, materiale, con profitto economico? Oppure anche quello morale, spirituale, affettivo, educativo?

Essendo, San Giuseppe, sia padre che lavoratore, non possiamo ignorare il binomio che oggi ci viene suggerito. E così mi torna alla mente l’intervista che ha rilasciato qualche tempo fa a La Stampa Luca Zingaretti. Il noto attore ha dichiarato: “Per educare un figlio oggi, un padre deve fare testimonianza di se stesso. Non a chiacchiere, ma con i fatti, con le abitudini, con le sveglie all’alba per andare a lavorare, con la capacità di prendersi cura in ogni caso”.

San Giuseppe, per Gesù, è stato tutto questo. Lo ha accolto quanto tutti sospettavano della gravidanza di Maria. È fuggito in Egitto per proteggerlo. È tornato a Nazareth quando Dio glielo ha comandato. Ha dato il suo esempio di genitore e di artigiano, insegnandogli a diventare falegname. Chissà quanto sudore, quante spine nelle mani, quanta fatica piallare quel legno! Ma anche quanto amore, quanta dedizione, quanta tenerezza nel far crescere il Figlio di Dio come suo!

Ecco la “testimonianza di se stesso”: non spacciarsi per super-eroi senza difetti né peccati ma mettercela tutta, senza arrendersi alla prima difficoltà. Non fingere che la vita siano solo successo, traguardi raggiunti, limiti superati, vacanze di lusso, cene o milioni di follower sui social. Ma la semplicità di un quotidiano che eleva al Cielo, alla santità cui siamo tutti chiamati. Non stupire con irreali effetti speciali ma pregare insieme ai propri figli. Curarli quando sono malati. Leggere una storia prima di addormentarsi. Farsi tenere coccole. Giocare anche quando si avrebbe soltanto voglia di riposare. Esserci. Con la mente, il cuore, l’anima. Con se stessi. Con i pregi e con i difetti ma soprattutto con l’autenticità e l’impegno.

Dare l’esempio, allora, non sarà più soltanto il simulacro di un curriculum pieno di “ho fatto questo” o di “ho fatto quest’altro”. Oppure di “sono un buono a nulla”, “non so fare niente”, “non ho voglia”, “non ci penso proprio”. Piuttosto “faccio questo per amore e con amore”, “lo faccio per te”, “ci provo perché ti voglio bene”, “non mi arrendo perché desidero educarti a non arrenderti”, “coraggio, ci sono io”. I figli sono molto intelligenti e non si fanno ingannare dalle belle storielle. Forse, un tempo, era più semplice. Oggi no.

Dio, per primo, ci ha dato l’esempio. Dio, per primo, si è mostrato come Padre. Dio, per primo, ci ha insegnato a chiamarlo papà. Questo è il lavoro principale, quello non retribuito con la valuta del mondo, quello meno scontato, quello più difficile e sempre più raro. Non l’alibi per non fare nulla. Non la scusa per non fare nient’altro. Ma la luce della paternità coniugata con l’essere “umili lavoratori nella vigna del Signore”, come disse Benedetto XVI nel suo primo discorso da Papa. In questo modo – e grazie a San Giuseppe – il primo maggio avrà un senso. Vero, pieno, di sostanza. E non più soltanto uno slogan un po’ attempato né una sterile e vuota propaganda di facciata.

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Fabrizia Perrachon

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La Separazione: Perdita di Legami Familiari e Amicali

Oggi voglio parlare di un aspetto della separazione che non ho mai trattato: quando ci si divide dal coniuge, non è l’unica separazione che avviene. Infatti, quando la coppia si frantuma, tipicamente avviene anche una frattura con parenti e amici.

In prima impressione può sembrare qualcosa di normale e di poco conto, rispetto all’importanza della moglie o del marito: in realtà, almeno personalmente, ma anche secondo tante altre persone con cui ho parlato, è stato qualcosa di molto doloroso e difficile da accettare.

Ad esempio, consideravo i mie suoceri come la mia famiglia, condividevo con loro molti pranzi della domenica e poiché erano anziani, li aiutavo nei lavori di campagna, come la vendemmia o la raccolta delle olive. Trovarsi all’improvviso a non poter più frequentarli e ridursi a qualche telefonata ogni tanto (poi eliminate anche quelle) è stato difficile da digerire: ho provato a cercare di andarli a trovare ogni tanto, ma mi è stato detto che era meglio non farlo più, vista la situazione.

Analogo discorso per tutti gli altri parenti da parte di mia moglie e gli amici in comune che ad un certo punto si sono schierati da una delle due parti, come se fosse una guerra. Addirittura qualcuno mi ha bloccato telefonate e messaggi, proprio per non ricevere nemmeno più gli auguri di Natale, Pasqua e compleanno. Questo ha influito anche sulla vita delle figlie, perché comunque si sono trovate a vivere questo cambiamento ed è stato detto loro anche di non farmi sapere ciò che non mi riguardava più.

Io ritengo che, al di là della parentela, se c’è una relazione di amicizia e affetto che dura da tempo, sia importante coltivarla, siamo tutti fratelli e sorelle sempre o solo quando ci fa comodo? Da una parte questo è stato anche un test anche per capire chi effettivamente mi voleva bene e chi no.

Quando vivevo ancora con mia moglie c’era una parente/amica con una figlia che aveva delle difficoltà in matematica e, sapendo che potevo aiutarla, mi ha chiesto se ero disponibile per farle delle ripetizioni: così per un certo periodo, quando uscivo la sera dal lavoro, la figlia veniva a casa mia e facevamo matematica, fino a quando è riuscita a recuperare le insufficienze.

Naturalmente io l’ho fatto per dare una mano e quando mi ha chiesto il conto, non ho voluto assolutamente niente, ero solo contento di essere stato utile in qualcosa e di aver fatto del bene a una ragazza.

Dopo poco che mia moglie mi aveva chiesto la separazione, ho trovato (casualmente) questa parente/amica a fare la spesa e ci siamo messi a parlare. Ho chiesto se avesse saputo di quello che stava succedendo e, dopo una sua risposta affermativa, le ho chiesto: ”Potresti farmi il favore di scambiare due parole con mia moglie, visto che hai ottimi rapporti col lei, per cercare di aiutarla?”. Lei: “Mi dispiace, ma io non voglio intromettermi nei vostri rapporti”. E io: “Capisco, grazie comunque”.

Ho ripensato tante volte a questo fatto e per me è stata come una pugnalata: ma come, quando hai avuto bisogno tu, io mi sono fatto in quattro per aiutarti, non ti ho preso un euro e ora che ti chiedo dieci minuti per parlare con una persona, non ne vuoi sapere? E questo è solo un esempio, ce ne sono stati anche peggiori che però non voglio raccontare, visto che riguardano delle persone a me vicine.

Che un coniuge, a un certo punto della vita, viva un momento di difficoltà e crisi, dovuti a vari fattori, ci può stare, capisco e comprendo un attimo di sbandamento; mi risulta difficile da accettare la spaccatura con tutte le altre persone che ruotano intorno e che, invece di fregarsene, dovrebbero stringersi intorno alla coppia e fare il possibile per tenerla unita.

Forse ingenuamente mi fidavo di tante persone/parenti che al momento del bisogno si sono rivelate veramente, ma al contrario ho incontrato persone sconosciute che mi hanno aiutato come un fratello, in particolare all’interno della Fraternità Sposi per Sempre.

Quando l’anno scorso ho ricevuto un sms in cui mi si comunicava la morte di mio suocero, mi è dispiaciuto veramente tanto non averlo potuto salutare in vita, poiché da tanto tempo non lo rivedevo, non sapevo nemmeno che si era ammalato: ad ogni modo sono andato al suo funerale mettendomi in fondo alla chiesa per dare meno fastidio possibile, lontano anche dalle figlie che erano in prima fila; penso che alla fine la preghiera sia la cosa più importante e so che lui ora sa quanto gli volevo bene.

Purtroppo ovunque c’è divisione, è sicuro che lì c’è il diavolo che appunto si traduce con “divisore”; al contrario Dio è comunione e amore: questo articolo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, conferma ancora una volta quanto le separazioni siano un male non solo per la coppia, ma per tutta la società.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Scambio di Cuori

Oggi la Chiesa celebra la festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia e d’Europa; inutile dire che questa donna ha un’importanza di non poco conto per la vita della Chiesa, sotto tanti punti di vista.

Come nostra consuetudine ci limiteremo ad approfondire solo un aspetto tra quelli possibili, un po’ come quando i vetri di una finestra sono appannati però ci si limita a pulire solo una piccola zona sufficiente per dare una sbirciatina di fuori. Similmente daremo una sbirciatina alla santità di Santa Caterina attraverso uno degli aspetti che l’ha caratterizzata: lo sposalizio mistico con Gesù.

A chi, tra gli sposi che stanno leggendo, si stesse chiedendo cosa c’entri tutto ciò rispetto al proprio matrimonio, invitiamo a pazientare nella lettura. L’immagine che abbiamo utilizzato in frontespizio è un quadro di autore ignoto che raffigura un’esperienza mistica avuta dalla Santa e raccontata ai posteri dal suo confessore; fu una visione mistica nella quale Gesù le disse: “Ecco carissima figlia mia, siccome io l’altro giorno ti tolsi il tuo cuore, così ora ti do il mio per il quale tu sempre vivi“. E questa visione fece eco alla precedente nella quale Gesù le diede l’anello -visibile solo a lei- del succitato sposalizio mistico.

Potremmo dire che la seconda visione spiega la prima, poiché negli sposi avviene proprio questo scambio di cuori, questa sorta di commercio di cuori: il cuore dell’uno comincia a ragionare, vedere, capire… vivere la vita insomma, in simbiosi col cuore dell’altra e viceversa. Noi abbiamo avuto la grazia di ricevere diverse testimonianze di coppie sposate da più di 60 anni, le quali ci hanno confermato che che i loro due cuori ormai battevano all’unisono.

E’ proprio questa l’esperienza meravigliosa che siamo chiamati a vivere giorno dopo giorno: due cuori all’unisono ancor più intimamente ed ancor prima e meglio rispetto all’unione dei corpi. Ma tutto ciò diventa impossibile senza la Grazia, perché i nostri cuori umani sono feriti, poveri, deboli, fragili; c’è bisogno allora di un altro cuore che alimenti i nostri due: e questo è il cuore di Cristo.

Abbiamo bisogno di un trapianto di cuore come quello avvenuto per Santa Caterina, solo così potremo amare il nostro coniuge come Cristo lo ama.

Cari sposi, il nostro Sacramento ci tiene legati al cuore di Gesù, senza di Lui il nostro amore perde la sua linfa vitale, come il tralcio che secca se reciso dalla vite. Ce lo spiega bene Santa Caterina in una frase contenuta in una sua lettera indirizzata ad una donna che viveva di prostituzione, alla quale ella ricorda la sua dignità di figlia di Dio, ma andrebbe meditata anche da noi sposi, perché anche noi siamo stati fatti membra del corpo mistico di Cristo.

Dalle Lettere di Santa Caterina (CCLXXVI – A una Meretrice in Perugia) Oimè, oimè che a pensare che tu abbia perduta la memoria del tuo Creatore, e che tu non vedi che tu se’ fatta come il membro che è tagliato dal corpo, che, essendo tagliato, subito si secca: e così tu essendo tagliata e divisa da Cristo per lo peccato mortale, se’ fatta come ’l legno arido e secco, senza neuno frutto.

Giorgio e Valentina

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Un fremito mi ha sconvolta: Amore e Vulnerabilità Femminile

Dopo l’interruzione per il periodo di Pasqua, riprendiamo oggi le riflessioni sul Cantico dei Cantici. E partiamo alla grande. Con dei versetti audaci edespliciti. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il mio dôdì ha introdotto la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.

Il Cantico dei Cantici è uno dei testi più audaci della Bibbia. Come scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Nel Cantico la sessualità non è mai banalizzata né ridotta a istinto: è elevata a linguaggio dell’amore, spazio della tenerezza e della reciprocità.” (G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, 2005)

Qui l’amore non è idealizzato né nascosto dietro veli di imbarazzo: è concreto, ardente, appassionato. Il diletto cerca l’amata, ma la porta è chiusa. Lei sente la sua presenza, ne avverte il desiderio, e insieme prova paura. Paura di lasciarsi andare. Paura di perdere il controllo. Perché abbandonarsi è sempre un rischio: è permettere all’altro di entrare, non solo nel corpo, ma nel luogo più sacro della propria intimità.

Molte donne vivono questa tensione interiore. Come osserva padre Giovanni Cucci, psicologo e gesuita: “L’amore vero espone alla vulnerabilità: chi ama si mette in una condizione di rischio. Questo spaventa, soprattutto quando si portano cicatrici profonde.” (G. Cucci, La forza della fragilità, 2018)

Storie di ferite, tradimenti, delusioni possono irrigidire il cuore e il corpo. Anche quando il desiderio di abbandonarsi è forte, qualcosa trattiene: una paura sottile, radicata. Questa dinamica, pur toccando anche gli uomini, nella donna trova una manifestazione fisica più evidente. Nel rapporto sessuale la donna è chiamata ad accogliere dentro di sé l’uomo. Non è solo una questione anatomica: è un atto emotivamente e spiritualmente impegnativo. Come sottolinea Marco Scarmagnani, consulente familiare cattolico: “Accogliere è un gesto di fiducia totale: significa dire all’altro ‘ti accolgo dentro di me’, non solo nel corpo, ma nel cuore e nell’anima.” (M. Scarmagnani, Amore grande, 2022)

La cultura pornografica, che molti hanno assorbito inconsapevolmente fin dall’adolescenza, banalizza l’intimità fisica, riducendola a divertimento o a sfogo. Ma la verità è diversa. Il rapporto fisico tra sposi è un sacramento vissuto nel corpo: una finestra sull’invisibile, un’icona del dono totale.

È falso che il desiderio si consumi col tempo. Se l’amore cresce, anche l’unione fisica si fa più intensa, più vera, più profonda. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “La fedeltà nel tempo non spegne la passione, ma la purifica, la rafforza e la rende capace di toccare le radici dell’essere.” (L.M. Epicoco, La forza della mitezza, 2021)

Se invece la paura domina, il corpo si chiude, l’intimità si spegne e il piacere stesso viene meno. L’atto che dovrebbe essere dono diventa tensione e sofferenza. Ma il matrimonio cristiano, vissuto nella verità e nella pazienza, può guarire anche le ferite più profonde. È necessario però un doppio cammino:

  • La donna è chiamata a un lento e coraggioso lavoro su sé stessa: imparare a fidarsi, a riconoscere e accogliere la propria vulnerabilità come una forza e non come una minaccia.
  • L’uomo è chiamato a educare il suo desiderio: imparare a non violare, ma a rispettare; imparare a corteggiare con tenerezza; imparare a cercare l’unione e non il possesso.

Il dono fisico tra sposi, se vissuto con rispetto, fiducia e abbandono, diventa una porta spalancata sul mistero stesso di Dio. Non una fuga dalla fatica della vita, ma un anticipo della comunione eterna. Aprire quella porta non è mai facile. Ma chi ha il coraggio di aprirla, scopre la gioia di essere, finalmente, accolto e amato per sempre.

Antonio e Luisa

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Dio non si stanca mai di perdonare

Cari sposi, abbiamo negli occhi e nel cuore le immagini del funerale di Papa Francesco, l’evento che ci ha scosso tutti e ci ha riempito il cuore di commozione per un uomo che ha speso tutta la sua vita fino all’ultimo per Gesù e per la Chiesa. Papa Francesco è passato alla Casa del Padre proprio nella novena alla Divina Misericordia, come del resto anche Giovanni Paolo II. Non sono dettagli superficiali ma vere “Dio-incidenze” che gettano luce sul senso dell’esistenza del defunto.

Oggi la Chiesa celebra la Divina Misericordia, una tema molto caro a Papa Francesco; ricordiamo che il Giubileo straordinario nell’anno 2015 fu proprio dedicato ad Essa e l’anno successivo venne pubblicata Amoris laetitia, volendo così offrire a tutte le famiglie un segno chiaro di misericordia ed una motivazione a viverla anzitutto tra i suoi membri.

Una delle prime frasi di Papa Francesco, divenute celebri, è stata pronunciata nell’Angelus del 17 marzo del 2013: “Dio non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.”

La misericordia è uno degli attributi più importanti di Dio, secondo quanto insegna Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia (n. 13) e domandiamoci qual è il legame con il Vangelo odierno. Difatti, la Liturgia ci pone dinanzi l’incontro di Gesù con gli Apostoli; quest’ultimi ancora impauriti e non del tutto saldi nella fede, ricevettero dal Risorto una parola che è più di un saluto: “Shalom”. Non era solo l’equivalente ebraico del nostro “buongiorno” ma un vero e proprio regalo di amore. Donando la pace Gesù sta “trasferendo” negli apostoli il frutto della sua Morte e Risurrezione, motivo per cui soffiò lo Spirito per renderli davvero capaci di generare pace.

La grande Misericordia, uscita dal Cuore trafitto di Gesù, viene effusa sugli apostoli, senza che loro ne fossero degni o glieLo avessero chiesto prima. Si tratta di un Regalo infinito di Gesù che vuole curare la nostra povertà e fragilità, frutto dei nostri peccati.

Ma ecco allora che, a questo punto, il collegamento con voi sposi diventa ben chiaro. Voi siete capaci di fare altrettanto come gli apostoli, pur nel vostro piccolo. Mi piace inserire qui le stesse parole di Papa Francesco rivolte a voi:

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo «abita» nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24) (Lettera agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris laetitia”).

Certo, per fare questo occorre “volgersi alla Misericordia”, come Gesù disse a Suor Faustina: “L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia” (Diario, pag. 84). Volgersi significa chiederla, impetrarla, supplicarla perché ci si considera poveri e deboli, mendicanti di un tipo di amore che non possiamo procurarci noi.

 Cari sposi, che grande festa è oggi! Siamo di festa perché non dobbiamo più vergognarci del nostro essere peccatori ma esporlo fiduciosamente ai raggi dell’Amore misericordioso di Dio e confidare nel potenziale di perdono che Egli ha messi nei nostri cuori! Guardate quei poveri apostoli, poco prima avevano rinnegato Gesù, l’avevano abbandonato nel Getsemani e adesso sono pieni di Spirito, pronti a ridonarlo a tutti. Ebbene, questa è anche la vostra missione e la vostra condizione: miseri sì, ma investiti dalla Misericordia di Dio e capaci di essere strumento di perdono e di concordia.

ANTONIO E LUISA

Quando riconosciamo la nostra imperfezione e la misericordia che Dio ci ha donato, nasce in noi uno sguardo nuovo verso il nostro coniuge. Non amiamo più in base ai meriti o ai difetti, ma come chi sa di essere stato perdonato e vuole perdonare. La misericordia ricevuta diventa misericordia offerta: pazienza, comprensione, fedeltà. Ogni limite dell’altro non è più una condanna, ma un’occasione di amare di più. Così, il matrimonio diventa un riflesso della tenerezza infinita di Dio.

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Fede e Matrimonio: Gettare le Reti con Fiducia

Il Vangelo di ieri mi ha riportato al percorso dei 10 comandamenti di don Fabio Rosini. Probabilmente per chi ha fatto quel corso dirò qualcosa che già sa. Cercherò di rielaborarlo in chiave sponsale.

Pietro e altri discepoli sono usciti a pescare. Tutta la notte non hanno preso nulla. Tornano sconsolati quando un uomo gli chiede di tornare in mare e di gettare le reti a destra. Perché un pescatore, che conosce il proprio lavoro, che sa come si pesca, che sa che di giorno è molto difficile pescare, decide di dar retta a quell’uomo? Per giunta, che gli chiede di gettare le reti a destra. Cioè di lanciarle con il braccio sinistro, il più debole. È una richiesta assurda. Eppure Pietro lo fa. E pesca una gran quantità di pesci: ben 153 grossi pesci. Un numero non casuale: 153 erano i pesci allora conosciuti. Indica la pienezza. Solo dopo Pietro riconosce in quell’uomo il suo Maestro: Gesù.

Questo racconto credo possa rappresentare la storia di resurrezione di tante coppie che non hanno voluto cedere al fallimento del loro matrimonio. A volte, nel buio della vita coniugale, non “peschi” nulla. Ti sembra di affannarti invano: il dialogo non funziona, l’intimità si spegne, la tenerezza scompare. Cominci a pensare che forse è meglio mollare, andarsene, accettare il fallimento.

Ma c’è qualcuno che non molla. Uno dei due, a volte entrambi, ascoltano quella promessa fatta il giorno delle nozze. Non perché sentono ancora emozioni, ma perché si fidano. E allora gettano di nuovo le reti. Non a sinistra, con la forza, con la logica umana, ma a destra con il braccio debole, cioè con quella parte di sé che accetta di fidarsi anche senza capire, anche quando si è stanchi, anche quando l’amore sembra esaurito.

È lì che Gesù può fare il miracolo.

Anche la sessualità — spesso vista solo come piacere o prestazione — può diventare una rete piena, se lasciamo che Gesù entri nella barca della nostra intimità. Nella crisi, nel silenzio, nel rifiuto reciproco, si può gettare di nuovo la rete… non per dovere, ma per fede. Perché Gesù è capace di trasformare una sessualità sterile in una sessualità redenta, dove il corpo non è solo strumento di piacere, ma linguaggio di dono e riconciliazione.

Don Luigi Maria Epicoco, parlando dell’amore coniugale, scrive: “La carne, nel cristianesimo, non è mai un ostacolo alla santità, ma il suo luogo. Non si ama davvero se non si ama anche con il corpo. Ma il corpo può dire amore solo quando è attraversato dalla verità, dalla fedeltà, dalla castità, cioè dalla capacità di non prendere, ma di donare”.

Ecco allora la chiave sponsale: gettare le reti “a destra” significa anche questo. Fidarsi che l’amore passa per la carne, ma non si esaurisce nella carne. Che la tenerezza coniugale, anche fisica, quando è offerta come dono e non come pretesa, può diventare uno spazio sacro, uno dei luoghi in cui Cristo risorge nelle nostre vite.

Non è la prima volta che Gesù chiede qualcosa di apparentemente folle. Alle nozze di Cana, la gioia stava per finire: il vino era finito. Eppure, quei servi, obbedendo a Maria, riempirono le giare d’acqua. Una richiesta assurda. Ma fu quell’obbedienza, quell’atto “inutile” agli occhi del mondo, che permise il primo miracolo di Gesù. L’acqua diventò vino. La tristezza diventò festa. La mancanza diventò abbondanza.

Ecco: a volte la Chiesa propone per il matrimonio una via che sembra folle. Il perdono anche quando l’altro non cambia, la fedeltà anche quando la passione si spegne. Ma se getti la rete dove Lui ti dice, anche se non capisci, la pienezza arriva. Forse non subito, forse non come ti aspettavi. Ma arriva.

E allora, quella rete piena di pesci, quella carne che prima era solo stanchezza e chiusura, può diventare corpo donato, può diventare luogo di comunione, può diventare luogo santo.

Chi riesce ad andare oltre la follia apparente e ad ascoltare quanto Gesù dice attraverso la sua Chiesa può davvero sperimentare una gioia e una pienezza che pochi riescono a raggiungere.

Una gioia data dalla resurrezione. Dall’incontro con Gesù risorto… proprio lì, nel cuore del proprio matrimonio.

Antonio e Luisa

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Accoglienza e Verità: Un dialogo possibile tra Francesco e Giovanni Paolo II

Mi sono immaginato l’incontro in cielo tra due grandi del nostro tempo. In un’immaginaria sala colma di luce, due figure si incontrano: Papa Francesco, volto di una Chiesa che accoglie e abbraccia, e San Giovanni Paolo II, custode ardente della verità e della dottrina cattolica. Tra loro non vi è contrapposizione, ma un dialogo profondo, nato dall’amore per Cristo e la sua Chiesa. Si confrontano, si ascoltano, si interrogano. Perché l’accoglienza e la verità non si escludono, ma si richiamano reciprocamente in un’armonia che solo lo Spirito sa orchestrare.

Francesco apre con tono sereno: “La Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.” La sua voce è quella di un pastore che ha camminato nelle periferie del mondo, che ha visto il dolore, la solitudine, le fragilità dell’uomo moderno. “Non possiamo aspettare che le persone siano perfette per annunciare loro il Vangelo. L’ospedale da campo si allestisce dove i feriti si trovano, non dopo che sono guariti.

Giovanni Paolo II lo guarda con affetto, ma anche con fermezza. “L’uomo non può vivere senza verità. È la verità che lo libera, che gli dà senso, che gli dona dignità.” La sua voce è solida, radicata in anni di lotta contro il relativismo e i totalitarismi. “L’amore vero – dice – non si oppone mai alla verità. Anzi, solo chi ama davvero dice la verità, anche quando costa.

Francesco annuisce, ma rilancia: “Certo, ma come possiamo trasmettere la verità a cuori feriti, se non passiamo prima dalla porta della misericordia?” Parla di una Chiesa che sa piangere, che sa attendere i tempi di Dio nelle persone. “Il tempo è superiore allo spazio – ripete spesso – e la realtà è superiore all’idea. Non possiamo ingabbiare la grazia in schemi rigidi.

Giovanni Paolo II sorride appena, poi risponde: “È vero, ma senza la luce della dottrina, rischiamo di confondere misericordia con permissivismo. La verità evangelica non è un peso, è una luce sul cammino.” Ricorda le parole pronunciate a Veritatis Splendor: “Non c’è libertà senza verità. La coscienza non crea la verità, la scopre.”

Nel dialogo, i due si avvicinano. Francesco riconosce: “Senza dottrina, l’accoglienza diventa generica, quasi sentimentale. La misericordia stessa ha bisogno di una struttura che la sostenga.” E Giovanni Paolo II riconosce a sua volta: “La dottrina che non si fa carne nella compassione, rischia di diventare sterile, giudicante. Cristo non ha condannato l’adultera, ma l’ha sollevata e poi le ha detto: ‘Va’ e non peccare più.’”

La sintonia cresce. Entrambi ammettono che la sfida non è scegliere tra accoglienza e verità, ma tenerle insieme in un equilibrio vitale, che solo la preghiera e il discernimento possono custodire. In fondo, Gesù stesso è la perfetta sintesi di questa tensione: pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).

Due approcci, una sola Chiesa

Il falso dilemma tra misericordia e dottrina si dissolve nel riconoscere che ogni epoca ha bisogno di accenti diversi. Giovanni Paolo II ha parlato a un mondo confuso dopo le ideologie del Novecento. Aveva bisogno di stabilità, di identità, di ancoraggi profondi. La sua dottrina, solida e luminosa, ha offerto un faro a intere generazioni. Papa Francesco, invece, parla a un mondo ferito, sradicato, disorientato dall’individualismo e dalla cultura dello scarto. Il suo linguaggio di accoglienza, ascolto, prossimità, è balsamo per chi si sente escluso.

Non è questione di “migliore” o “peggiore”, ma di discernere ciò che lo Spirito chiede alla Chiesa in un dato tempo storico. In un mondo in cui tanti si allontanano non perché hanno dubbi sulla dottrina, ma perché non si sentono amati o compresi, l’accoglienza è la prima porta della verità. Ma una volta entrati, serve anche la fermezza di un annuncio che non tradisce il Vangelo, che non relativizza il bene e il male, che osa ancora dire “no” e “sì” con chiarezza.

Discernere con fiducia

Come capire cosa richiede oggi la Chiesa? Come evitare di cadere o nel dogmatismo freddo o nel buonismo vago? La risposta non è nel gusto personale o nella reazione emotiva. Serve discernimento spirituale, ascolto dello Spirito, preghiera comunitaria. E serve fiducia: fiducia nella Chiesa, che, pur tra fragilità umane, è guidata da Cristo; fiducia nei Papi, che non sono padroni della verità ma suoi servitori; fiducia che Dio scrive diritto anche sulle righe storte della storia.

In un tempo in cui la verità viene talvolta strumentalizzata e l’accoglienza svuotata di contenuto, la Chiesa è chiamata a essere madre e maestra: tenera nel cuore, salda nel fondamento. E noi, figli di questo tempo, camminiamo insieme. Non scegliamo tra Francesco o Giovanni Paolo. Preghiamo per saperli ascoltare entrambi. Perché in ciascuno di loro c’è qualcosa dello Spirito che parla oggi alla nostra vita.

Antonio e Luisa

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La misericordia nuziale

Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6, 36). «Ah no, io mio marito non lo sopporto più: lascia sempre il tubetto del dentifricio aperto». «Mia moglie? Ha messo su tanti di quei chili da quando l’ho conosciuta … non la posso guardare!». «Mio marito non è capace a far niente». «Mia moglie si trascura, non provo più niente per lei». «Mio marito è un brontolone, non resisto con lui un giorno di più». «Quante volte te lo devo ripetere che devi spegnere la luce se non sei più in una stanza?!». «E io quante volte devo dirtelo che il bagno va lasciato pulito?!». «Ti lamenti sempre per tutto». «Anche tu».

No, non è l’incipit di una commedia teatrale ma la – triste – realtà di molte nostre giornate. Di molti matrimoni. Ma come, non dovevamo essere misericordiosi gli uni verso gli altri? Se non si è misericordiosi verso “l’estraneo più intimo che c’è”, il coniuge appunto, con chi possiamo esserlo? “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1 Gv 4, 20). E chi può – anzi deve – essere il primo destinatario della misericordia? Se siamo sposati, è ovviamente il coniuge! Ma, allora, che cos’è la misericordia nuziale? Come si manifesta? Come si vive? Come si realizza?

Il matrimonio cristiano è il sacramento della Misericordia per eccellenza. Promettendo solennemente – davanti a Dio – di amare e onorare l’altro per tutta la vita e in tutte le condizioni (in salute e in malattia) è proprio alla Misericordia che ci si affida. Non più e non solo come singoli ma come coppia.

Guardare la moglie o il marito con gli occhi della misericordia significa amarlo come lo amerebbe – e lo ama! – Dio. Significa donare senza la pretesa di ricevere. Perdonare prima che esigere di essere perdonati. E significa attuare la Misericordia di Dio nella misericordia umana.

Fatta anche di piccole cose quotidiane. Di tubetti di dentifricio e chili di troppo. Di capelli spettinati o di quel vestito che a noi proprio non piace. Di pancetta e cellulite. Dell’altro che vorremmo sempre scattante, simpatico, allegro, in forma, brillante. Ma che, al contrario, può essere noioso, triste, impacciato, stanco, malato.

Questa è la misericordia nuziale: guardare l’altro come lo guarda Dio prima di come lo guarderemmo noi. O almeno, provarci. A Dio interessano l’amore, l’impegno, la dedizione e la fedeltà ben prima di tutto il resto. Ben prima dei limiti e dei difetti. E così dovremmo cercare di fare anche noi. Vedere il bello, vedere il dono, vedere la Grazia nell’altro e dell’altro. Prima di tutto il resto.

Parlare di questo, oggi, significa voler celebrare con semplicità, ma altrettanta concretezza, ciò che ci suggerisce la Chiesa. La prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta Domenica in Albis (da colore delle vesti bianche indossate nel momento del battesimo, che i fedeli deponevano in quel giorno) è la grande festa della Divina Misericordia. Quest’anno, poi, è ancor più speciale: ricorrono i venticinque anni dall’approvazione ufficiale del culto, per volere di San Giovanni Paolo II. E ricorrono anche i venticinque anni dalla canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, cui Gesù rivelò questo messaggio importantissimo.  Non possiamo, quindi, voltarci dall’altra parte. Far finta che tutto questo non esista o, peggio, che non ci riguardi.

Per pregare la Divina Misericordia bisogna averla sperimentata. Bisogna cercare di viverla. Bisogna cercare di donarla. E tutti noi l’abbiamo ricevuta nel momento stesso in cui siamo nati. Come preghiamo nelle litanie: “Misericordia di Dio, che dal nulla ci chiamasti all’esistenza: confidiamo in Te!”. E ancora: “Misericordia di Dio, che ispiri speranza contro ogni speranza: confidiamo in Te!”.

Pazienza, allora, se l’altro non è esattamente come lo vorrei. Pazienza se quel difetto da cui lotta – lui/lei per primo, magari da anni – continua a darmi fastidio. Mi allena alla misericordia! Pazienza se non è perfetto, perché non lo sono neanch’io! Ma insieme – con la benedizione del nostro sacramento – siamo immagine di Dio e apostoli anche noi, come Santa Faustina, della Misericordia. Se sappiamo essere misericordiosi. Che non è il black friday dell’amore o l’indulto dei difetti ma il saper andare oltre per vedere l’Oltre, quello di Dio. Che ci ha amati per primi. Prima dei nostri peccati e delle nostre piccolezze. Prima che Gli dicessimo sì. Prima che ci dicessimo sì. Perché Lui aveva già puntato tutto su di noi.

Fabrizia Perrachon

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Papa Francesco, (San) Carletto e i miracoli eucaristici di Buenos Aires

Chi avrebbe mai detto che domenica 27 aprile 2025 – festa della Divina Misericordia – non si sarebbe tenuta la canonizzazione di Carlo Acutis? Eppure la morte di Papa Francesco ha scombinato i piani umani e posticipato questo evento importante. Sappiamo, al di là della cerimonia ufficiale, che (San) Carletto abita in Cielo. E siamo sicuri che non è per nulla offeso di questa momentanea sospensione. D’altronde si sa: a volte le cose belle si fanno aspettare e se il Buon Dio ha voluto così, ci saranno dei motivi più che validi. Lo capiremo. Proprio come quando Gesù, lavandogli i piedi, disse a Pietro: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo” (Gv 13, 9).

C’è un sogno molto forte che la sua mamma, Antonia Salzano, ha reso pubblico qualche mese fa. San Francesco di Assisi le avrebbe detto: “Tuo figlio occupa un posto molto alto nel cielo e, dopo essere stato canonizzato, arriverà una generazione di Santi”. Non perdiamo la speranza e offriamo il sacrificio dell’attesa, certi che non saremo delusi e che si compirà qualcosa di grande nella Chiesa.

Ecco perché è molto importante pregare in questi giorni sia per il Papa defunto e per il Papa futuro; c’è in gioco in futuro della Sposa di Cristo, ossia di tutti noi. Del mondo intero. “Misericordia di Dio, che abbracci tutto l’universo, confidiamo in Te”, stiamo pregando nelle litanie in questi giorni di novena. Crediamo fermamente a queste parole, facciamole nostre e sentiamoci, oggi più mai, un’unica grande famiglia. Cattolica, apostolica, universale.

Aspettando di poter finalmente chiamare Carlo “Santo”, mi è subito venuto alla mente il legame che aveva con l’Eucarestia e con i prodigi del Corpo e del Sangue di Cristo. Da genio dell’informatica – e dello spirito – Carletto aveva ideato un sito internet e dei cartoni animati sui miracoli eucaristici. Centro! Già parecchi anni fa, un ragazzino aveva capito che i moderni mezzi tecnologici, se usati bene, possono essere un valido strumento di evangelizzazione. Tra i vari casi presentati, ci sono anche ben tre miracoli eucaristici avvenuti negli Anni Novanta a Buenos Aires. Quando, “guarda caso”, il cardinale era Jorge Mario Bergoglio.

Un legame tra i due apparentemente lontano ma che proprio in questi giorni si fa presente e merita la nostra riflessione. Chi avrebbe detto, allora, che proprio negli stessi giorni si sarebbero “incrociati” la canonizzazione dell’uno e i funerali dell’altro? E mica di due “qualsiasi”!

Avvenuti nel 1992, nel 1994 e del 1996, i diversi miracoli eucaristici hanno riguardato casi documentati di Particole che, dopo la consacrazione, mostravano segni di sangue o di carne umana. Questi eventi furono spesso accompagnati da testimonianze di sacerdoti, fedeli e testimoni oculari che descrivevano in che modo esse si trasformassero o si presentassero con caratteristiche sorprendenti.

Uno dei casi più emblematici avvenne nell’agosto del 1996 nella chiesa di Santa Maria a Buenos Aires, quando un sacerdote notò che un’Ostia consacrata aveva cambiato colore e aveva assunto un aspetto di tessuto umano. La Chiesa locale avviò un’indagine approfondita, analizzando campioni e conducendo esami scientifici per verificare l’autenticità del fenomeno. I risultati furono sorprendenti: le analisi confermarono che si trattava di carne umana, compatibile con tessuti muscolari, e che il sangue presente era di origine umana.

La richiesta di compiere ricerche scientifiche approfondite fu portata a Bergoglio, che approvò. Questi fatti prodigiosi furono volutamente tenuti lontani dai riflettori mediatici su richiesta del parroco e dei fedeli. La notizia è diventata più nota dopo che Bergoglio è stato nominato Papa. Eppure Carletto ci era arrivato ben prima!

Lo stesso Carletto che compirà egli stesso dei miracoli che – riconosciuti dalla Chiesa – lo hanno portato a essere proclamato prima Beato e poi Santo. Che meraviglie compie il Signore! Lui avrebbe detto: “La santità è sempre originale: non c’è santità di fotocopia, la santità è originale, è la mia, la tua, di ognuno di noi. È unica e irripetibile.” Carissimo (San) Carletto, possiamo aspettare, sappiamo aspettare. Ora siamo chiamati a pregare per il Papa che fu e il Papa che sarà. Poi, gioiremo tutti per te, per la tua proclamazione. Non aggiungerà nulla che già la tua anima non possiede ma noi potremo vantarci di avere un amico Santo. L’amico della porta accanto. L’amico giovane e sorridente. L’amico geniale e intelligente, l’amico generoso e gioiosamente assorto in preghiera.  L’amico che ci ha insegnato tanto e che – siamo certi – avrà da insegnarci ancora di più.

Fabrizia Perrachon

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L’arte di rovinare i matrimoni: romanzo per riflettere sul matrimonio sacramento

Lasciate che mi presenti: Il mio nome è Zecca. O meglio, è il nome che mi è stato assegnato quando mi sono unito al gruppo dei ribelli. Avete presente le mosche e le zanzare, che si aggirano nella vostra stanza, di notte, mentre voi vorreste solo dormire? Ecco, noi diavoli siamo questo, ma nelle vostre relazioni. Non so se lo sapete, ma anche i demoni vanno a scuola. Dopo tre anni di studio, ho conseguito la laurea che mi permetteva di diventare ‘disturbatore di base’. Desideravo però proseguire e specializzarmi in qualcosa. Così mi sono iscritto nella scuola che si occupa di insegnare a rubare la purezza e distruggere famiglie…

Dal libro “L’arte di rovinare i matrimoni. La missione di un giovane apprendista diavolo” (Mimep Docete, 2023)

Oggi vorrei parlarvi un po’ di questo romanzo, che, sebbene si serva della fantasia, affronta temi profondamente reali e sempre attuali. Al centro, c’è una coppia di sposi con un bambino: questa famiglia felice deve essere distrutta. Il demone – protagonista del racconto – vuole ottenere, infatti, facendo separare i due coniugi, una “laurea specialistica” che gli consenta di agire nel mondo con professionalità. Per raggiungere il suo scopo e superare l’esame, ha un aiutante (anche se fa tutt’altro che aiutarlo), Piattola, un demone molto impacciato e, agli occhi di Zecca, inutile e fastidioso.

I due, per vicissitudini che non spiego per non fare spoiler, sono “costretti” a collaborare. La coppia, sposata in Cristo, inizialmente resiste. Quand’è che i demoni sembrano avere la meglio? Quando i due sposi smettono di pregare, quando smettono di fidarsi di Dio e di credere che Lui ha un progetto di bene sulle loro vite.

Non posso svelarvi oltre, ma posso dirvi che il libro intende portare un messaggio di speranza. Ogni matrimonio è “sotto attacco” e tante possono essere le tentazioni. Si può arrivare persino ad una vera e propria rottura, all’apparenza irreparabile. L’amore può morire. Questo lo sappiamo tutti. Ciò che voglio dirvi col mio libro, però, è che può anche risorgere. Come?

Abbiamo bisogno di una fede piccola quanto un granello di senape e di buoni amici, che sappiano aver cura di noi quando non abbiamo, per primi, cura di noi stessi. Un altro tassello fondamentale? L’umiltà per chiedere scusa e ricominciare.

Ambientato a tratti sulla Terra, a tratti all’Inferno, ma con lo sguardo sempre rivolto al Paradiso, il libro non banalizza l’esistenza del demonio, né vuole terrificare il lettore. Utilizzando una storia di fantasia, simile ad una favola moderna che segue le orme de “Le lettere di Berlicche” di C.S. Lewis, vuole offrire un piccolo aiuto per ritrovare la fede nell’Onnipotente, anche di fronte alle tentazioni più grandi. Smascherando gli inganni del diavolo (quelli sì che sono reali!) e mostrando la superiorità di Dio, vorrei che il lettore arrivasse a chiedersi, come san Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”

Un libro per sorridere molto e commuoversi; per scoprire la grande potenza del sacramento del matrimonio e per capire che l’indissolubilità non è tanto “opera nostra”, quanto un “dono da accogliere”. Il “per sempre” dobbiamo volerlo, ma con le sole nostre forze è un’impresa titanica.

Rovinare un matrimonio significa compromettere la comunione degli sposi. Lasciare che sia Dio a modellare la nostra relazione significa, invece, far sì che la comunione cresca o ritorni in tutta la sua bellezza, anche dopo le tempeste peggiori. A Luca e Chiara del mio libro succede, a me, a noi, a voi?

Per acquistare o regalare il libro: L’arte di rovinare i matrimoni | Casa Editrice Mimep Docete

Cecilia Galatolo

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Papa Francesco e il matrimonio cristiano: amore e verità

Come le parole e i gesti di Papa Francesco hanno trasformato il mio modo di vivere e testimoniare il sacramento del matrimonio.

Ci sono parole che non solo ci parlano, ma ci cambiano dentro. Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia cristiana, per me è stata una di queste. Non un semplice documento da studiare, ma una luce gentile e salda che ha rivoluzionato – passo dopo passo – il mio modo di vivere e raccontare il matrimonio cristiano.

Papa Francesco non è stato un Papa facile per me

Devo confessarlo: per me Papa Francesco, all’inizio, è stato un Papa difficile. Provenivo da una formazione molto dottrinale, quasi rigida. Mi sentivo al sicuro nella chiarezza dei principi, nelle definizioni nette, nel timore che “accogliere” significasse tradire la verità.

Poi è arrivato lui. Con parole nuove, con gesti sorprendenti, con una pastorale più tenera che assertiva. All’inizio ho fatto resistenza. Ma non ho chiuso il cuore. Ho ascoltato, ho letto, ho pregato. E mi sono accorto di qualcosa di profondo: Papa Francesco non annacqua la dottrina, ma la immerge nella storia concreta delle persone. Non abbassa l’ideale, ma ci cammina accanto mentre lo rincorriamo.

Ogni Papa parla alla sua epoca

Non è una questione di “meglio” o “peggio”. I Papi che lo hanno preceduto non sono stati da meno: San Giovanni Paolo II mi ha insegnato la grandezza antropologica del matrimonio, Benedetto XVI la profondità spirituale dell’amore coniugale. Ma ogni Papa parla a una società diversa. E ogni epoca ha bisogno di uno stile, di un tono, di un linguaggio specifico.

Papa Francesco è il Papa della misericordia incarnata. Il Papa che ha portato il Vangelo nelle crepe della realtà, senza sconti ma con una compassione disarmante. Con lui, la verità è rimasta intatta, ma ha assunto il volto della tenerezza.

Il matrimonio cristiano: fragile, reale, bellissimo

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa” (Amoris Laetitia, 1). Questa frase ha cambiato tutto. Papa Francesco non idealizza il matrimonio: lo abbraccia per quello che è. Un sacramento vero, vissuto tra litigi e perdoni, tra la stanchezza e la speranza, tra i piatti da lavare e le carezze prima di dormire.

Il sacramento del matrimonio non è una vetta da scalare con le forze umane, ma una chiamata alla santità da vivere ogni giorno, con l’aiuto della grazia. Le parole del Papa mi hanno aiutato a rivedere la mia relazione con mia moglie, a riscoprire che i piccoli gesti quotidiani sono spesso più sacramenti della celebrazione stessa.

Dottrina e misericordia: un equilibrio possibile

Una delle frasi che più mi ha colpito è: “Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo” (AL 297).

Non è relativismo. È Vangelo puro. È il cuore stesso del cristianesimo. La dottrina del matrimonio cristiano non viene mai negata, ma proposta come ideale alto, verso il quale tendere con l’accompagnamento della comunità ecclesiale.

In questi anni, ho imparato a riconoscere in Papa Francesco il volto di un pastore che ascolta. Non è un teologo che parla dall’alto, ma un padre che si siede accanto alle famiglie, le guarda negli occhi, le benedice nei loro slanci e anche nei loro fallimenti.

Durante i Sinodi sulla famiglia ha ascoltato voci di tutto il mondo. Ha celebrato matrimoni in volo, ha stretto mani rugose, ha baciato bambini, ha pianto con chi piangeva. Ha riportato il sacramento del matrimonio alla sua forma più vera: un cammino di santità quotidiana.

Papa Francesco nel solco dei suoi predecessori

Con il tempo ho capito: Papa Francesco è in piena continuità con i suoi predecessori, ma con un cuore che parla alla nostra epoca ferita. Non contraddice, ma completa. Non rimpiazza, ma amplia. Ogni Papa è un dono per il tempo che vive, e il suo stile pastorale è una risposta a quello che il mondo, oggi, ha più sete di sentire: amore, verità, accoglienza.

Grazie, Papa Francesco

Oggi posso dire con gratitudine che Amoris Laetitia ha cambiato il mio modo di essere marito, credente, testimone. Mi ha insegnato che l’amore vero non è solo un sogno da inseguire, ma una realtà fragile e divina da custodire con coraggio, giorno dopo giorno.

E per questo, Papa Francesco, ti dico grazie. Anche se all’inizio ti ho fatto resistenza, oggi ti riconosco come uno dei doni più preziosi che Dio ha fatto alla mia fede e alla mia famiglia.

Antonio e Luisa

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Ci pensa solo Lui?

Sal 32 (33) Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra. Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.

Questo è il Salmo proposto nella Santa Messa odierna, il Martedì fra l’ottava di Pasqua. Nonostante la Chiesa di quaggiù stia vivendo un momento delicato dopo la recente morte di Papa Francesco, la Chiesa come sposa di Cristo non smette di annunciare la vittoria del suo sposo sulla morte e sul peccato, ed è proprio questa vittoria del Signore Gesù, conquistata sulla Croce, che dona una nuova prospettiva alle cose di questo mondo, compreso il dolore e lo sgomento per Papa Francesco.

Ce lo conferma anche l’inizio del Salmo sopracitato: Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Se Lui è fedele a se stesso in eterno, non come noi, allora significa che davvero le redini della storia sono in mano a Colui che sappiamo essere il Re dei Re, il Re dei secoli, e quindi anche della storia, compresa la fragile situazione di un nuovo Conclave per eleggere il nuovo Papa.

Ma questa visione non vale solo per la situazione della Chiesa di questi giorni, ma soprattutto vale per la nostra vita matrimoniale di tutti i giorni. Gli sposi sacramentati sanno che il Signore si è impegnato con loro per fornirli di tutti gli strumenti della Grazia necessari per compiere il proprio dovere e santificarsi nella via matrimoniale.

Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito“, ve la ricordate questa frase? L’abbiamo sentita nel giorno del rito delle nostre nozze, ed è una frase di Gesù riportata dall’evangelista Matteo. Se dunque Retta è la parola del Signore -citando il Salmo- significa che, in ultima analisi, la decisione di unirsi in matrimonio è sì in capo ai due fidanzati, ma non è tutta farina del loro sacco; in realtà i due fidanzati -dopo un congruo tempo di fidanzamento- sono giunti alla convinzione che il Signore li ha chiamati ad essere uno in Lui.

Sicché il matrimonio è la felice cooperazione tra il disegno del Signore e la libera volontà dell’uomo di aderire a tale disegno, o progetto, o vocazione che dir si voglia.

Quando sopraggiungono le difficoltà matrimoniali, possiamo imputare tale danno al Signore, o piuttosto ce le siamo procurate da soli? Se Lui è fedele in ogni Sua opera, allora quando la relazione non gira per il verso giusto non può essere a causa di una Sua presunta infedeltà, altrimenti che opera di Dio sarebbe? Quando il matrimonio vive una fase di stanca non possiamo definirla un’opera del Signore, ma allora come fare ad uscirne?

Proprio lasciando agire Lui in noi, proprio lasciandolo entrare nei nostri sepolcri del cuore per farci risorgere, cosicché sia un’opera del Signore.

Cari sposi, la Pasqua di Cristo deve ancora manifestare tutta la sua potenza dentro il nostro matrimonio, tutta la sua forza di risurrezione dentro la nostra relazione. A volte i cambiamenti ci fanno paura perché temiamo di perdere qualcosa di noi, come se quello che il Signore ci chiede ci faccia perdere la nostra dignità. In realtà non abbiamo nulla da temere, siamo uno in Colui che fa nuove tutte le cose, compreso il nostro matrimonio. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Nel cuore di chi ama: la resurrezione vista dagli sposi

Il mattino della resurrezione non fu accompagnato da fanfare, né da cieli squarciati dalla gloria. Fu un mattino come tanti. Grigio, incerto, intriso ancora del dolore dei giorni precedenti. Ma proprio in quell’alba silenziosa, due discepoli correvano verso un sepolcro. Uno era Pietro, il primo chiamato. L’altro… non ha nome. Il Vangelo lo chiama soltanto così: il discepolo amato.

È sorprendente che proprio lui, tra i pochissimi rimasti sotto la Croce, tra coloro che hanno visto morire l’Amore, sia anche il primo a “vedere e credere”. Non c’era nulla da vedere, se non delle bende piegate. Eppure, il suo cuore vide oltre. Vide qualcosa che gli altri non potevano ancora comprendere. Perché?

Forse proprio perché lui aveva amato. E forse perché aveva lasciato che Gesù lo amasse fino in fondo. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore autentico ci fa vedere cose che altri non vedono. È l’amore che ci permette di intuire, di leggere tra le righe, di credere anche quando non tutto è chiaro.

Il discepolo amato non ha un nome, e questa non è una dimenticanza dell’evangelista. Sappiamo che è lo stesso Giovanni. È una scelta teologica, spirituale. Quel discepolo sei tu. Quel discepolo posso essere io. Ogni volta che scegliamo di vivere da amati, ogni volta che il nostro cuore si lascia toccare dall’amore di Cristo e rimane con Lui anche nella sofferenza, allora iniziamo a vedere la resurrezione.

Questa esperienza interroga profondamente anche la vita matrimoniale. Nel matrimonio si corre spesso verso un sepolcro. Verso una ferita aperta. Verso una distanza che non si sa più come colmare. Quante volte si ha la sensazione che qualcosa sia morto: la tenerezza, la fiducia, la complicità. Eppure, proprio in quelle situazioni, se si è vissuta un’intimità profonda con Gesù, si può imparare a vedere anche nel buio. A credere anche senza prove. A riconoscere che l’amore, quando è vero, non finisce.

È solo attraverso l’esperienza dell’intimità — quella dell’Ultima Cena, quando il discepolo posa il capo sul petto del Maestro — che nasce la capacità di restare anche sotto la Croce. E chi rimane sotto la Croce, può riconoscere la resurrezione.

Gli sposi che, nel tempo, hanno costruito una relazione con Dio, che hanno pregato insieme, perdonato insieme, lottato insieme, diventano come quel discepolo amato. Non necessariamente più intelligenti o più spirituali degli altri. Ma abitati da una memoria d’amore che li tiene in piedi quando tutto intorno vacilla.

Don Fabio Rosini dice: “La fedeltà è la forma più alta dell’amore, perché dice: ‘Io sto. Anche se tu non ci sei, io sto’. E solo così si attraversa la morte per vedere la vita.” Nel matrimonio cristiano, la fedeltà non è una costrizione, ma una forma di visione: è lo sguardo che rimane quando tutti se ne vanno. È l’alleanza che non si spezza, nemmeno quando i sentimenti si fanno fragili, nemmeno quando l’altro sembra lontano. È la scelta di restare amati, anche quando non si riesce ad amare.

E questa fedeltà — che è spesso silenziosa, fatta di piccoli gesti quotidiani, di rinunce non dette, di dolori custoditi — è la condizione perché anche noi, come il discepolo amato, possiamo “vedere e credere”. Anche se non capiamo tutto. Anche se le Scritture — come dice Giovanni — non sono ancora pienamente comprese. Perché l’amore precede la comprensione. L’amore apre la porta della fede.

Scrive ancora Epicoco: “Il sepolcro vuoto è il segno che l’amore non muore. Ma solo chi ha amato davvero può crederci, anche senza vedere.Questo vale anche per ogni coppia che si sente stanca, smarrita, sfinita. Il sepolcro vuoto non è solo il simbolo della resurrezione di Cristo, ma anche del fatto che l’Amore, quello vero, può sempre rinascere. Anche dopo ferite profonde. Anche dopo errori gravi. Anche quando tutto sembra perduto.

Il discepolo amato non ha nome, perché quel nome possiamo metterlo noi. Possiamo scrivere il nostro — quello di una sposa che ha scelto di perdonare, quello di uno sposo che ha scelto di rimanere, quello di una coppia che nonostante tutto ha detto: “Noi ci siamo ancora”.

Ed è lì, proprio lì, che il Signore si fa vedere. E la fede diventa visione. E il cuore riconosce, come quel mattino lontano: è tutto vero, l’Amore è risorto.

Antonio e Luisa

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Amore sempre vivo

Cari sposi, Cristo è Risorto, è veramente risorto!

Oggi proclamiamo e celebriamo il centro della nostra fede, la Buona Notizia per eccellenza. È un fatto reale che ha cambiato per sempre la storia umana, provato da diversi eventi, dalla tomba vuota, alle testimonianze oculari di così tante persone, dall’effusione del sangue di centinaia di migliaia di persone alla prova delle Sacre Scritture… Non è la sede per parlare di questo ma è bene ricordarlo. Non cristiani poggiamo i piedi su una fede salda, a cui la storia umana pure rende ragione:

La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio” (Catechismo della Chiesa cattolica, 656).

E cosa c’entra la Risurrezione storica di Gesù con la mia vita? Papa Francesco ci dona una risposta sfidante: “che cosa significa risuscitare? La risurrezione di tutti noi avverrà nell’ultimo giorno, alla fine del mondo, ad opera della onnipotenza di Dio, il quale restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima, in forza della risurrezione di Gesù. Questa è la spiegazione fondamentale: perché Gesù è risorto noi resusciteremo; noi abbiamo la speranza nella risurrezione perché Lui ci ha aperto la porta a questa risurrezione. E questa trasformazione, questa trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui. Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Ma questa non è una bugia! Questo è vero. Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. Ma voi credete che Gesù è vivo? E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi” (Udienza 4 dicembre 2013).

Quello che sorprende è che la novità della Risurrezione parte sempre dalla morte del Venerdì Santo. Difatti, Pietro e Giovanni vedono il sudario e le bende in cui Gesù era stato legato, mentre Tommaso deve mettere le dita nelle ferite della crocefissione. Come a dire: solo se c’è stata morte, ci sarà risurrezione.

Tale realtà ha un aggancio importante per la vita di coppia. Difatti, la Chiesa insegna che “in virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» («Gaudium et Spes», 49)” (Familiaris consortio, 56).

Vale a dire che voi sposi siete un segno di Cristo morto e risorto, ci rendete presente la Sua morte e risurrezione ogni volta che vi amate, vi perdonate, vi servite e vi accogliete, seppur nell’imperfezione e nei difetti.

Quante volte ho contemplato sia il Golgota che il Sepolcro vuoto in tante coppie normali e comuni! Di questo ringrazio anzitutto il Signore che ha voluto così ma anche ringrazio voi per la capacità di generare vita dalle vostre piccole e grandi morti.

Cari sposi, nell’augurarvi una Santa Pasqua, vi invito nuovamente a ricordare che è proprio il Risorto ad aver preso dimora nel vostro amore. Se Cristo è risorto ed è vivo ancora nel 2025, vuol dire che il vostro amore è vivo e può esserlo sempre, fino alla vita eterna.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, ogni crisi attraversata con fede diventa un passaggio pasquale. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “la croce è l’unico luogo dove l’amore non è confuso con il possesso“. Anche tra sposi, si ama davvero solo quando si è disposti a “morire” al proprio egoismo. E proprio lì, dove sembra finire tutto, Dio può far rinascere un amore più puro. Don Fabio Rosini ricorda che “la resurrezione non è un ritorno al passato, ma un salto in avanti“. Così, ogni ferita sanata nella coppia diventa un segno della Pasqua vissuta: luce che nasce dalle nostre oscurità.

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E li amò sino alla fine

Siamo nel cuore della Settimana Santa, ormai giunti quasi al traguardo di questo cammino vissuto accanto a Gesù. Un cammino cominciato con il Mercoledì delle Ceneri, occasione in cui abbiamo potuto liberarci delle maschere che spesso nascondono non solo i nostri limiti, ma anche le nostre qualità. Ed eccoci ora qui, a pochi passi dal Golgota. Abbiamo partecipato alla cena insieme a Gesù, godendo delle ultime preziose ore accanto a Lui.

Provate a fermarvi per un momento a ripensare all’Ultima Cena: vi siete mai chiesti cosa potesse provare Gesù in quel momento? Essere seduto a tavola con la consapevolezza che la fine della sua vita terrena era ormai vicina, ma soprattutto portando nel cuore il dolore di sapere che sarebbe stato tradito proprio da qualcuno che considerava vicino, un amico fidato.

Quante volte anche noi, nella nostra vita, abbiamo sofferto come Lui? Quante volte anche noi ci siamo comportati da traditori? Quante volte ci siamo sentiti abbandonati e soli? Quante volte, accecati dal nostro egoismo, non siamo riusciti a vegliare accanto a chi aveva bisogno? E quante altre, presi dai mille impegni quotidiani, abbiamo dimenticato di dedicare tempo prezioso per accostarci ai sacramenti?

Questa settimana rappresenta per noi un invito a lasciarci amare fino alla fine. La Passione può sembrare apparentemente uguale ogni anno, eppure racchiude sempre, per chi sa accoglierla, la certezza di una promessa: la morte non è la fine, ma l’inizio di una vita infinita, la vita eterna. È la certezza di poter ritrovare il Suo amore nel Tabernacolo, ogni giorno, fino alla fine.

Simona Arcidiacono

Antonio e Luisa

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Lezioni di Amore dalla Croce: Sette Parole per gli Sposi

Siamo giunti così al sabato santo. Questa sera vivremo la veglia pasquale. Senza la Pasqua nulla avrebbe senso. Pochi ci riflettono, ma su quella croce Cristo ha celebrato le sue nozze con noi. La croce è stata il talamo consacrato, l’altare del dono totale. È lì che Gesù ha offerto tutto di sé, fino all’estremo sacrificio della sua vita. Questo amore, inchiodato alla croce, rappresenta un modello supremo che ogni coppia di sposi dovrebbe guardare e imitare. In quel momento drammatico e solenne, Gesù ci lascia sette ultime parole che possiamo declinare concretamente nella vita matrimoniale.

1. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
L’amore autentico perdona sempre, anzi, va oltre: intercede presso Dio e offre la propria vita per la salvezza del coniuge. Noi sposi viviamo così, o ci lasciamo dominare da rancore e orgoglio?

«Non stancatevi mai di chiedervi perdono. Non lasciate che una giornata finisca senza fare pace» – Papa Francesco

2. «Oggi sarai con me in Paradiso».
L’amore vero non si ferma al passato, dimentica facilmente il male subito e ricorda con gratitudine il bene ricevuto. Chi ama davvero, di fronte al pentimento, rinnova sempre la fiducia nel proprio coniuge.

«L’amore non serba rancore, non tiene conto del male ricevuto» – 1Corinzi 13,5

3. «Donna, ecco tuo figlio…».
Chi ama veramente ha lo sguardo sempre rivolto verso l’altro. Gesù, morendo sulla croce, pensa ancora ai bisogni delle persone che ama, non ai propri. Questo è l’atteggiamento che ogni coppia dovrebbe coltivare.

«L’amore vero si manifesta proprio nel momento in cui, potendo scegliere se salvare sé stessi o donarsi per gli altri, si sceglie di donarsi. È questa la logica della Croce, la logica che Gesù ci insegna: amare significa morire ai propri egoismi per far vivere l’altro. È ciò che rende autentica ogni relazione e in particolare il matrimonio cristiano.» – Luigi Maria Epicoco, La forza della mitezza)

4. «Ho sete».
Ognuno di noi è fatto per amare ed essere amato. Gesù sulla croce ha sete, sete fisica e sete d’amore. Anche noi sposi non dobbiamo smettere mai di dissetarci alla fonte autentica dell’amore, che è Dio stesso. Niente altro può soddisfare davvero il cuore.

«Il cuore umano ha sete d’infinito, perché è stato creato per l’Infinito» – Benedetto XVI

5. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Tutti viviamo, prima o poi, momenti di solitudine e dolore profondo. Ci saranno tempi in cui il nostro matrimonio diventerà una croce pesante, dove Dio sembrerà assente. Non perdiamo coraggio! Anche Gesù ha vissuto questo, insegnandoci a resistere e confidare.

«Quando attraverserai le acque sarò con te; i fiumi non ti sommergeranno» – Isaia 43,2

6. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».
È essenziale riconoscere che il nostro coniuge non è Dio. Non è lui o lei che può colmare totalmente il nostro cuore o dare senso assoluto alla nostra vita. Solo affidandoci completamente a Dio possiamo amare liberamente e incondizionatamente.

«Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te» – Sant’Agostino

7. «È compiuto».
Il nostro amore trova compimento quando riesce a superare egoismi e difficoltà. Solo così ogni nostra sofferenza, ogni nostra “piccola morte”, diventa occasione di resurrezione e di nuova vita per noi, per il nostro coniuge e per la nostra relazione.

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» – Giovanni 12,24

Antonio e Luisa

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Venerdì Santo: Riflessioni sulla Sofferenza e sull’Amore

Il Venerdì Santo ci costringe a guardare in faccia il dolore. Non quello ideale, simbolico, poetico. Ma quello vero, nudo, spesso incomprensibile. E ci chiede: come lo affronti? Da che parte di te rispondi?

Mi ha colpito una riflessione di don Fabio Rosini: Gesù non è stato l’uomo che ha subito il supplizio più crudele della storia. E allora cos’è che rende così unica la Sua sofferenza? La risposta non sta nel “quanto” ha sofferto, ma nel “come” ha scelto di attraversare quella sofferenza. Non come vittima passiva o martire solitario, ma come uomo radicato in una relazione d’amore con il Padre, capace di fidarsi fino alla fine. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “Non è la sofferenza a salvarci, ma l’amore con cui si soffre. Ed è per questo che la Croce di Cristo è diversa da tutte le altre.” (La forza della mitezza, 2020)

In termini di Analisi Transazionale, possiamo dire che Gesù non ha agito da “Bambino adattato” che subisce, né da “Genitore punitivo” che si impone, ma da Adulto pienamente libero, sorretto da un Genitore affettivo interiore — il Padre. Non ha cercato un capro espiatorio, scegliendo invece la via della verità e della fiducia.

Anche il Getsemani non è un intermezzo secondario. È un momento chiave, dove Gesù vive un vero contatto con la propria umanità. È lì che affronta la paura, la solitudine, il senso di abbandono. È lì che “sceglie” consapevolmente. Anche per noi, ogni Getsemani è una palestra spirituale: o scappiamo, oppure entriamo in contatto profondo con noi stessi e con Dio.

Molti pensano che la fede serva a evitare il dolore. Ma Dio non è un “Genitore Magico” che esaudisce ogni desiderio purché si preghi abbastanza. Non funziona così. Se viviamo la fede come se fosse un contratto (“io faccio il bravo, tu mi proteggi dal dolore”), stiamo mettendo in atto un copione infantile. È la fede magica, che spesso si trasmette come un’eredità inconsapevole.

Ma non è fede: è superstizione spirituale. È un modo per evitare il contatto col dolore, non per attraversarlo. Come ha detto Papa Francesco: “La fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma è una lampada che guida i nostri passi nella notte.” (Lumen Fidei, 57) E ancora Benedetto XVI: “Il cristiano sa che il dolore non è l’ultima parola, ma una porta che, se vissuta con amore, conduce alla gloria.” (Spe Salvi, 39)

Se viviamo la fede come un contratto — io ti prego, tu mi proteggi — stiamo operando da un copione infantile. Questo è uno dei nodi più forti dell’Analisi Transazionale: molte sofferenze diventano insopportabili non per il dolore in sé, ma per l’interpretazione che ne diamo, spesso filtrata da uno stato dell’Io Bambino, ferito, bisognoso, non ascoltato.

Il dolore che viviamo nel matrimonio, ad esempio, può diventare una fucina di crescita o una trappola. Tutto dipende da quale parte di noi lo affronta. E da quale idea di Dio ci portiamo dentro. “Se pensiamo che Dio sia un contabile celeste che ci punisce quando sbagliamo, allora la sofferenza ci sembrerà una condanna. Ma se ci scopriamo figli amati, anche la Croce diventa occasione di risurrezione.” (La scelta di Etty, 2016)

Ecco perché non si può improvvisare. Come Gesù si è preparato al Venerdì Santo, anche noi dobbiamo farlo. La preghiera, i sacramenti, l’adorazione, la Parola sono strumenti per allenare il nostro Io Adulto spirituale. Non bastano le emozioni o i buoni propositi. Serve una relazione viva, concreta, quotidiana, con Dio. Un Padre che ci parla, ci sostiene, ci corregge e ci ama.

E poi ci sono testimoni che ci illuminano. Penso a Chiara Corbella Petrillo, una giovane moglie e madre che ha attraversato il Venerdì Santo più di una volta. Non era un’eroina. Era una donna reale, fragile, ma con una fede radicata in Dio. Non ha evitato il dolore. Lo ha abitato da figlia. E così l’ha trasformato.

Le parole che scrive per il piccolo Davide Giovanni sono uno squarcio potente sulla verità: “Ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini… Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto.

Sono parole che demoliscono i copioni e ci riportano all’essenziale. Chiara non nega il dolore. Ma non lo adora nemmeno. Lo riconosce, lo attraversa, e lascia che la grazia di Dio ne faccia qualcosa di nuovo. È la logica della Croce.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Ma si può vivere come figli. E questo fa tutta la differenza. Perché chi attraversa il Venerdì Santo da figlio, può risorgere. Anche il suo matrimonio può risorgere. Anche la sua fede può rifiorire. E allora sì, capiamo che nulla ci appartiene. Ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Lavarsi i piedi nel matrimonio. L’amore inginocchiato e libero

Un gesto così semplice, un Vangelo così profondo

Nella sera dell’ultima cena, quando l’aria era carica di attesa e mistero, Gesù compie un gesto che ancora oggi spiazza, interroga, commuove: si alza da tavola, si cinge un asciugamano, versa dell’acqua in un catino e lava i piedi ai suoi discepoli. È il Maestro che si inginocchia davanti agli amici. È Dio che si abbassa per servire.

Nel gesto della lavanda dei piedi, il Vangelo diventa corpo. E in quel corpo piegato, inginocchiato, noi sposi possiamo vedere un’icona luminosa del nostro amore: non un amore in piedi, rivendicativo o calcolatore, ma un amore che si china, che serve, che si sporca le mani e il cuore per il bene dell’altro.

L’amore con il grembiule: la vocazione degli sposi

Il matrimonio cristiano non è un palcoscenico su cui brillare, ma un grembiule da indossare. Chi ama veramente sa mettersi in ginocchio: non per sottomettersi, ma per sollevare l’altro; non per perdere dignità, ma per restituirla all’altro quando vacilla.

Quando uno sposo lava i piedi alla propria sposa, lo fa con gesti concreti: ascoltandola quando è stanca, tenendole la mano quando ha paura, portando pazienza quando le parole diventano pungenti. E lei, allo stesso modo, lava i piedi del marito ogni volta che lo sostiene nelle sue fragilità, che crede in lui anche quando lui stesso vacilla, che lo ama senza misura anche quando non lo meriterebbe. L’amore vero è un inginocchiarsi quotidiano, è un piegarsi che non umilia ma innalza.

Gesù lo ha fatto nella libertà: il dono non è mai schiavitù

C’è però un aspetto che spesso viene taciuto o frainteso, soprattutto da chi guarda al Vangelo con l’occhio del sospetto o con le lenti distorte di certe letture religiose sbilanciate e bigotte: Gesù lava i piedi nella piena libertà. Nessuno glielo chiede. Nessuno lo obbliga. Non lo fa perché si sente inferiore. Non lo fa per manipolare. Non lo fa per essere approvato. Lo fa perché ama. E l’amore, quando è vero, è libero. Pienamente libero.

Nel matrimonio, servire l’altro non è mai diventare zerbini, non è subire umiliazioni, non è spegnersi per evitare il conflitto. Il gesto della lavanda dei piedi dice: io voglio il tuo bene, anche a costo di scomodarmi, anche a costo di piegarmi, ma non perderò mai la mia libertà interiore. Lo sposo e la sposa che si servono a vicenda non sono in catene, ma scelgono ogni giorno di donarsi. Il dono è autentico solo se nasce da un cuore libero, non da un obbligo, da un ricatto o da una paura.

Quando il gesto viene strumentalizzato: attenzione ai falsi profeti

Purtroppo, ci sono voci – anche in ambito religioso – che distorcono questo gesto meraviglioso. Alcuni lo usano per giustificare relazioni squilibrate, dinamiche tossiche, ruoli stereotipati. Altri insinuano che dietro il “servire” ci sia sempre un meccanismo di potere, una fragilità irrisolta, una strategia di controllo.

Ma Gesù non ha lavato i piedi per ottenere qualcosa. Lo ha fatto sapendo bene chi era. L’evangelista Giovanni lo sottolinea con forza: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… e che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, si alzò da tavola e lavò i piedi ai discepoli”. Lo fa sapendo chi è. Solo chi è libero e consapevole può amare davvero. Non lasciamo che il cinismo o le paure di chi guarda solo con gli occhi della ferita intacchino la bellezza del Vangelo. Chi ama non si annulla, ma si dona. Chi serve non si svende, ma si offre. E chi si inginocchia per amore, non perde dignità: la ritrova, la moltiplica.

Il matrimonio è un catino d’acqua condiviso

In ogni casa cristiana dovrebbe esserci, almeno simbolicamente, un catino e un asciugamano. Non come cimeli sacri, ma come promemoria quotidiano: hai lavato oggi i piedi a tua moglie? Hai lavato oggi i piedi a tuo marito? E se un giorno uno dei due è troppo stanco, troppo ferito, troppo chiuso per farlo… l’altro può iniziare. Può chinarsi per primo. Non perché è migliore, ma perché crede nel potere disarmante dell’amore. Il matrimonio è questo: due persone che si alternano a lavare i piedi l’uno all’altra. E ogni volta che lo fanno, il Vangelo torna a farsi carne tra le mura domestiche.

Inginocchiarsi non per essere piccoli, ma per far grande l’altro

Sposarsi non è dirsi “ti amo” una volta sola, ma rinnovare ogni giorno quel “ti servirò”. Con pazienza, con dolcezza, con umiltà. Inginocchiarsi davanti all’altro non è umiliarsi, ma esaltarlo. È dire: “la tua vita conta più del mio orgoglio”. Gesù ci ha mostrato la via. Ci ha lasciato un catino, un asciugamano e un gesto. Non per obbligarci, ma per liberarci. E allora, cari sposi, non abbiate paura di inginocchiarvi. Fatelo nella verità, nella libertà, nella tenerezza. È lì che l’amore fiorisce.

Antonio e Luisa

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Una preghiera in eredità

Sono i giorni più importanti dell’anno liturgico quelli del Triduo Pasquale. Durante la Santa Messa in Coena Domini suoneranno per l’ultima volta le campane. Poi, silenzio. Fino al mattino di Pasqua, trionfo della vita.

“Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,15 e 34-35).

Queste parole di Gesù arrivano dritte al cuore. Esempio, amore per gli altri, carità: esistono ancora questi valori nella nostra società? Abitano ancora le nostre coscienze, le nostre relazioni, le nostre famiglie? Ti voglio bene a prescindere o solo perché mi torna comodo? Siamo amici solo se è vantaggioso per me? Per quale motivo ci sposiamo? E – forse ancor di più – per quale stiamo insieme? Che testimonianza diamo di cristiani, di sposi, di coppia, di genitori, di colleghi, ecc …?

E così che mi è tornata in mente una preghiera bellissima, semplice ma molto potente. La preghiera che una mia partente – suora nell’Istituto della Sacra Famiglia (Isnardine) – recitava ogni giorno. Non nel senso teatrale del termine ma nel senso spirituale. Recitare come respirare, vivere, assaporare, offrire. Suora che aveva un affetto grande per i suoi tanti nipoti e che ha consumato le sue ultime sofferenze terrene proprio nel periodo quaresimale e nel Triduo pasquale. Trasfigurata dal dolore ma trasfigurata, poi, nel Cielo della vita che più non muore. La sua preghiera diceva:

Padre Santo, 

ti offro questa giornata secondo le intenzioni per le quali il tuo Figlio Gesù

si è fatto uomo, è morto ed è risorto.

Ti raccomando tutte le persone che ho incontrato e incontrerò nella mia vita,

quelle verso le quali ho dei doveri di giustizia e di carità,

quelle che si sono raccomandate in particolar modo alle mie preghiere

e alle quali ho promesso il mio aiuto:

conservale nella grazia, aiutale nelle loro necessità materiali e spirituali,

richiama quelle che si trovano nel peccato.

Ogni momento di questa giornata sia un atto di amore per Te,

una riparazione del male fatto, del bene non fatto e del bene fatto male.

Ti raccomando tutte le anime del Purgatorio, quelle più dimenticate

e quelle che vi si trovano , forse, per causa mia. 

Vergine Santissima, tu che hai offerto Gesù all’Eterno Padre,

offrimi oggi con Lui e aiutami a compiere sempre e comunque la volontà di Dio,

affinché questa giornata sia una continua Messa vissuta per la mia e altrui santificazione.

Amen”

Non aggiungo altro, per non sciupare la celestialità che emana la preghiera. Ve la dono, proprio come anch’io l’ho avuta in dono. Eredità preziosissima che porterò sempre con me. Che siano queste ore santissime a ispirare nei nostri cuori il maggior amore possibile, il maggior bene possibile, la maggior fede possibile. E allora domenica potremo davvero far nostro il canto: “ Il mattino di Pasqua nel ricordo di Lui siamo andate al sepolcro: non era più là! Senza nulla sperare, con il cuore sospeso, siamo andati al sepolcro: non era più là! Il Signore è risorto: cantate con noi! Egli ha vinto la morte Alleluia! Alleluia, Alleluia, Alleluia, Alleluia!

Fabrizia Perrachon

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Speranza: Promessa Compiuta

L’immagine allegata all’articolo di oggi è la locandina del XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Morlupo (Roma) dal 18 al 22 agosto, sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è Speranza: promessa compiuta”. Noi lo chiamiamo “convegno”, ma nel tempo lo abbiamo trasformato da una serie di catechesi con diversi relatori, a un ritiro spirituale in cui alterniamo momenti di riflessione e preghiera a laboratori e serate ludiche: questo infatti è quello che ci aiuta di più nel nostro cammino (fra l’altro dedicheremo una giornata intera all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro).

Sicuramente chi sta leggendo conoscerà persone separate o divorziate e può valutare se informarli di questo evento che potrebbe cambiare positivamente la loro vita, com’è successo a me diversi anni fa.

Approfitto del titolo del convegno per parlare un po’ della speranza, uno dei termini più usati in quest’anno, proprio per il giubileo dedicato a questo tema. Che cosa è per me la speranza?

In passato significava il compimento dei miei desideri ed era quasi un’illusione consolatoria: prima o poi verrò soddisfatto e le mie attese saranno ripagate. Però, quando ti ritrovi a perdere un familiare stretto per il quale avevi tanto pregato, oppure vedi che la persona che hai amato di più nella vita ti considera sempre più un estraneo, capisci che forse non è questa la speranza vera.

Infatti, ritengo che la speranza sia la certezza che Dio mantiene ciò che promette, perché è un Dio fedele. Dio promette che non andrà tutto bene, ma che la nostra vita ha un senso, una missione, uno scopo unico che conduce al bene e misteriosamente s’intreccia con tutte le strade delle persone che incontriamo. Anche quando sembra che la notte sia sempre più buia e che davvero non ci sia un limite al male che avanza, Dio semina la speranza che non è “umana”, basata sulla probabilità che qualcosa cambi, ma una speranza (teologale), ancorata nella croce e risurrezione di Cristo.

Lui ha promesso che non ci avrebbe mai lasciati soli, e se vogliamo, possiamo sentire la Sua presenza, anche se non vediamo niente. In un primo tempo speravo che mia moglie cambiasse idea, che tornasse sui suoi passi e poiché questo non accadeva, pensavo che fossi io il problema, magari non me lo meritavo, oppure pregavo poco, oppure mi comportavo male. In realtà stavo seguendo solo un mio desiderio che, per quanto oggettivamente buono e giusto, non può prevaricare la libertà di un’altra persona.

Inoltre devo ammettere che in alcuni casi non è possibile che ci sia un ricongiungimento dei coniugi dopo tanto tempo dalla separazione, se non c’è una vera conversione e degli aiuti esterni validi: sarebbe come voler far unire due rette che oramai sono parallele.

Ricordo che l’obiettivo del matrimonio è essere segno e testimonianza dell’amore di Dio e che la missione va avanti anche se il coniuge non vive più con noi e che anzi, proprio la sua mancanza può richiamare ancora di più la Presenza.

La mia speranza quindi, in questo momento, non è quella di riunire la famiglia, come nei finali felici dei film romantici, della serie “e vissero tutti felici e contenti”, ma sapere che c’è un Padre che mi ama e che sicuramente agisce per il mio bene. Un padre non risolve le difficoltà al figlio, ma gli insegna come superarle e a fidarsi completamente; quante volte ho rassicurato le mie figlie sullo scivolo o altri giochi: “Stai tranquilla, ci sono qui io a prenderti, non avere paura!

Ogni giorno la nostra speranza riprende vigore e forza davanti all’altare, nell’Eucarestia troviamo la forza per camminare, la luce per capire, la pace per accettare. Gesù Eucarestia è il nostro Sposo fedele, colui che non ci lascia mai, è lì che impariamo che l’amore vero non è fatto solo di emozioni, ma di fedeltà, sacrificio e dono.

Il Signore non ci ha promesso una vita senza lacrime, ma ci ha promesso che ogni lacrima sarà asciugata. Noi crediamo che un giorno, quella promessa di tornare al Padre, cominciata con il nostro battesimo, sarà pienamente compiuta.

Viviamo già un anticipo di quella pienezza ogni volta che perdoniamo, ogni volta che scegliamo di non restituire male per male, ogni volta che invochiamo lo Spirito per trasformare la nostra solitudine in preghiera. In questo modo, la nostra speranza non è vana, ma reale, concreta, viva.

La speranza è vedere le persone cambiare, partecipare a una cena con altre coppie dopo una testimonianza, circondati da bambini che giocano, è osservare un piccolo che s’inginocchia quando gli dici: “Guarda, lì c’è Gesù”. Continuiamo a camminare, con la certezza che la promessa fatta da Dio si compirà.

Clicca per scaricare la locandina

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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