Quando lo Sguardo Guarisce: Amore e Cambiamento nel Matrimonio

In un tempo in cui la bellezza è misurata in pixel e giovinezza, e il corpo femminile è spesso visto come oggetto da consumare più che mistero da contemplare, riscoprire il valore dello sguardo del marito è un atto rivoluzionario. Uno sguardo che non misura, ma ama. Che non paragona, ma riconosce. Che non pretende, ma accoglie. Questo sguardo ha il potere di trasfigurare il corpo della moglie, di renderlo luogo di rivelazione e non di vergogna, di farne sacramento e non oggetto.

Lo sguardo che rinvia a Dio

Nel libro della Genesi, Adamo, alla vista della donna, esclama: “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa” (Gen 2,23). È un grido di stupore, non di analisi. Non valuta. Non confronta. Si meraviglia. E la meraviglia è il primo passo verso l’amore vero.

Quando un marito guarda la moglie con questo sguardo, soprattutto nei momenti di trasformazione del suo corpo – durante la gravidanza, nel post-parto, o negli anni che segnano la pelle e scoloriscono i capelli – egli partecipa al mistero stesso di Dio che guarda la sua creatura e dice: “Ecco, è cosa molto buona” (Gen 1,31).

Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “L’amore vero sa riconoscere la bellezza anche quando il tempo l’ha coperta di rughe, perché vede ciò che l’occhio da solo non vede: il cuore, la fedeltà, la storia condivisa, la lotta fatta insieme.”

Quando lo sguardo guarisce

Molte donne, nel corso del matrimonio, si ritrovano a vivere un corpo che cambia, e con esso cambia anche la percezione che hanno di sé. I chili in più della maternità, le cicatrici del parto, il seno che non è più tonico come una volta, la stanchezza che si legge nei lineamenti: tutte queste cose rischiano di farle sentire meno desiderabili, meno donne, meno amate.

Eppure, proprio in quei momenti, il modo in cui il marito la guarda può diventare balsamo e profezia. Balsamo, perché lenisce la ferita dell’insicurezza; profezia, perché dice: “Tu sei ancora più bella, perché ora il tuo corpo racconta di amore dato, di vita donata, di fedeltà vissuta”.

Il terapeuta e autore Gary Thomas, nel suo libro Sacred Marriage, sottolinea che: “Il matrimonio non è stato pensato per renderci semplicemente felici, ma per renderci santi. E la santità passa anche da uno sguardo che accoglie il corpo dell’altro come terreno sacro, anche quando cambia.”

L’eros che si purifica

Lo sguardo del marito può essere erotico senza essere pornografico. L’eros purificato è la capacità di vedere l’altro non come corpo da possedere, ma come mistero da onorare. E quando questo avviene, la donna si sente scelta, amata, riconosciuta. Non solo per quello che appare, ma per quello che è: un dono.

Certo, anche il marito vive le sue fatiche. Anche lui può sentire il peso del tempo, la tentazione della fuga nel virtuale, il confronto con immagini irreali. Ma se sceglie di custodire il proprio sguardo, se decide di restare fedele anche con gli occhi, diventa canale della benedizione di Dio per la propria sposa. A tal riguardo Romano Guardini scrive: “L’amore vero rende bella la persona amata, perché la guarda non secondo criteri mondani, ma secondo lo sguardo di Dio.”

Una bellezza unica e soggettiva

Ogni marito che ama profondamente sa che la bellezza di sua moglie non è quella delle riviste o delle foto ritoccate dai filtri di Instagram. È fatta di tratti unici, imperfetti e meravigliosi. È quella bellezza soggettiva, cioè riconosciuta solo da chi ama. Perché solo l’amore trasfigura.

La moglie non ha bisogno di sapere se è “bella” nel senso oggettivo. Ha bisogno di sentirsi amata nella sua verità attuale, accolta nel suo corpo presente, anche se diverso da quello del giorno delle nozze. L’amore del marito può fare questo miracolo quotidiano: trasformare le rughe in memorie condivise, le smagliature in cicatrici di vita donata, la stanchezza in tenerezza reciproca.

Lo sguardo come sacramento

In una coppia cristiana, lo sguardo del marito può diventare sacramento: segno visibile di una grazia invisibile. Quando un marito guarda la moglie con amore casto, tenero e riconoscente, egli sta testimoniando il modo in cui Dio guarda ciascuno di noi. Con uno sguardo che non si scandalizza delle ferite, ma le trasforma in gloria.

Ecco allora che lo sguardo puro del marito diventa custode dell’intimità della moglie, protezione del suo valore, specchio del suo essere amata per sempre.

Una sfida e una vocazione

Ogni marito è chiamato a questo: a guardare la propria moglie come Dio guarda la Chiesa (cfr. Ef 5,25-27). A rispecchiare nel suo sguardo la tenerezza del Cristo che ama, purifica, solleva, consola.

Non è un compito facile. Ma è una vocazione meravigliosa. Una vocazione che passa da scelte piccole, quotidiane. Perché questo sguardo, così pieno di grazia, non nasce per caso. È frutto di una intimità coltivata con fedeltà, giorno dopo giorno. Senza tempo dedicato, senza gesti di cura, senza dialogo profondo, lo sguardo rischia di diventare distratto, opaco, superficiale.

Perché un marito possa continuare a vedere nella moglie la bellezza che il tempo non cancella, è necessario che i due non si perdano di vista. Non solo nello sguardo esteriore, ma in quello del cuore. Serve custodire momenti di tenerezza, di ascolto autentico, di presenza reciproca. Serve proteggere la dimensione dell’intimità – quella fisica e quella affettiva – come si custodisce una sorgente preziosa, perché da lì scaturisce la forza per attraversare ogni cambiamento.

Antonio e Luisa

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Non Tutto è sulle Nostre Spalle

Dalla preghiera di Colletta di questa settimana: “O Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni, e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici sempre con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…”

La Chiesa in questa settimana fa pregare il sacerdote con questa invocazione di aiuto: è una preghiera accorata che il sacerdote rivolge al Padre a nome nostro, prega lui al posto nostro, si mette in mezzo tra noi e il Padre.

L’azione mediatrice tra Dio ed il suo popolo è quella propria del sacerdote, e normalmente non ci si fa troppo caso, però è in occasioni come questa che essa si rende evidente ed esplicita, e questo ci dà l’avvio alla nostra riflessione.

Quando una coppia si sposa, non lo fa per se stessa come se fosse una cosa privata che non ha a che fare con le altre persone, con la società, con la Chiesa tutta. La Chiesa ha tutto l’interesse a curare la preparazione dei fidanzati al Sacramento del Matrimonio, poichè essi si preparano a diventare un dono per tutta la Chiesa come sposi in Cristo.

L’amore che unisce gli sposi non è solo farina del loro sacco, ma ha un’origine in Colui che è l’Amore: Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore ( 1Gv 4, 7-8 ).

Non stiamo parlando del sentimento chiamato amore, ma della scelta di amare, della volontà di amare che si traduce in vita concreta di ogni giorno.

La Chiesa quindi dona agli sposi ciò che di più caro ha: Gesù e la Sua presenza nei Sacramenti di cui essa è amministratrice. La Chiesa dona il Sacramento del Matrimonio e poi lo custodisce attraverso diverse azioni, tra cui la preghiera sacerdotale di cui sopra ne abbiamo riportato un chiaro esempio.

Gli sposi confermano l’invocazione di tale preghiera di Colletta perché nel loro consenso così si esprimono : “[…] Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre […]”. Nel giorno solenne dell’inizio del loro matrimonio, gli sposi stessi dichiarano di non farcela da soli, ma di aver bisogno della grazia di Cristo per poter amare secondo le parole che esprimono nel consenso, ma anche il sacerdote usa quasi le stesse parole nella Colletta: poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici sempre con la tua grazia.

Senza il Suo aiuto, senza la Sua grazia si corre il rischio che tutto il nostro amore rimanga nelle intenzioni e non si traduca in azioni: perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.

Cari sposi, nella difficile arte di amare il nostro coniuge non siamo mai soli se restiamo fedeli al Signore. Coraggio allora, come recita il vecchio adagio, “Aiutati che il Ciel ti aiuta”.

Giorgio e Valentina

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La Differenza: tra Conflitto e Opportunità

Siamo ancora lì, in quei versetti del Cantico dove la Sulamita si lascia andare. Non sta semplicemente parlando: lo contempla. È il suo re, il suo amato. Lo guarda e lo descrive con stupore, con una meraviglia che non è solo estetica ma profondamente affettiva, quasi adorante. Si sono ritrovati, dopo il buio della notte. E adesso lei lo vede di nuovo. Lo riconosce. Lo ama. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo vogliamo restare qui, su quel confine misterioso tra il maschile e il femminile. Una differenza che, sì, a volte può sembrare notte – distanza, incomprensione, silenzio. Ma che in realtà è proprio ciò che rende possibile la luce, l’incontro, la rivelazione.

L’amore maturo richiede anche di accettare i limiti e le imperfezioni dell’altro, non solo di celebrarne i pregi. La differenza tra i due – temperamento, sensibilità, modi di comunicare – a volte genera incomprensioni. Uomini e donne, come sottolinea Costanza Miriano, sono differenti in molti aspetti del loro modo di pensare e sentire, ed è facile cadere in alcune trappole: “La tentazione femminile per eccellenza è quella di controllare tutto… essendo [la donna] l’elemento forte della coppia. … La tentazione per eccellenza dei maschi è invece quella dell’egoismo e di non mettere tutto di sé nella relazione… ritirarsi nella propria caverna”.

Questa osservazione, pur generale, riflette dinamiche comuni: spesso la donna, più attenta al dettaglio relazionale, vorrebbe plasmare il partner a sua immagine (“ti miglioro io”, ironizza la stessa Miriano altrove), mentre l’uomo tende a sfuggire quando il rapporto si fa impegnativo, chiudendosi in sé. Queste tendenze opposte possono essere fonte di attrito – lei si sente trascurata, lui si sente assediato – ma sono anche il frutto della complementarità con cui siamo fatti.

La donna è spesso dotata di una sensibilità particolare per le relazioni, una capacità di connessione emotiva e di cura che costituisce una forza per la coppia; l’uomo d’altro canto porta una stabilità diversa, un orientamento all’azione e alla protezione che completa e sostiene. Invece di essere motivo di conflitto perenne, le differenze possono diventare una ricchezza se vengono riconosciute e accolte con amore. “Dobbiamo imparare a volerci bene in questa differenza e a perdonarci quotidianamente”, esorta Miriano.

In fondo, il Cantico celebra proprio questa dinamica: due amanti diversi ma complementari, lui paragona lei a un giardino chiuso in fiore, lei paragona lui a un maestoso albero di cedro – immagini diverse ma entrambe poetiche e potenti, che messi insieme danno l’idea di un giardino dove convivono bellezza e solidità, delicatezza e forza.

Amarsi nella differenza richiede umiltà e ascolto: capire che l’altro non sarà mai un nostro doppio, ma proprio per questo può sorprenderci e arricchirci. Richiede anche quel perdono quotidiano di cui parla Miriano: saper sorvolare sui piccoli torti, o perdonare quelli grandi, mantenendo la rotta verso il bene che si vede nell’altro.

La crisi, allora, da minaccia diventa occasione. Come è accaduto alla sposa e allo sposo del Cantico, che dopo lo smarrimento della notte sembrano ritrovarsi con un amore ancor più forte, così ogni coppia può uscire da una tempesta più unita di prima. Costanza Miriano, parlando del matrimonio, lo descrive come “una chiamata alla conversione”, sottolineando che persino le difficoltà coniugali possono rappresentare “un’opportunità unica per il cambiamento personale e spirituale”.

Sono parole importanti: vuol dire che nell’affrontare i momenti difficili ciascuno dei due è chiamato a crescere, a limare il proprio egoismo, a tirare fuori una pazienza e un amore più grandi. “La diversità tra uomo e donna – afferma Miriano – è parte del disegno divino e la sfida per le coppie è imparare a crescere insieme, affrontando le difficoltà”. In tale prospettiva, ogni riconciliazione dopo un conflitto diventa un ri-partire insieme, su basi via via più solide.

L’amore non rimane statico: attraversa prove, cambia forma, ma può approfondirsi e rigenerarsi se i partner accettano di mettersi in gioco. Quante volte si sente dire da coppie mature che le crisi affrontate hanno insegnato loro qualcosa, rendendoli più uniti? Il matrimonio è un lavoro che va seguito ogni giorno… Sempre occorre ripartire e crederci perché l’amore non è un singolo atto, ma un processo vivo, un cammino a due che dura tutta la vita.

La scena del Cantico dei Cantici ci mostra proprio un momento di questo cammino: c’è stata una caduta, ma c’è anche una riparazione, e la passione rinnovata dei due amanti suggerisce che ora il loro legame è ancora più consapevole e saldo.

Antonio e Luisa

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Divina somiglianza

Cari sposi, riordinando gli album di foto di famiglia, sono incappato nel più antico di tutti, datato a metà ‘800 e ho potuto nuovamente vedere il mio trisavolo, in un dagherrotipo ormai scolorito e leggermente ammuffito. Mi ha fatto piacere ritornare con la memoria ai miei avi e certamente ho notato una certa somiglianza, che risalta nei loro volti, fino alla mia famiglia. Tuttavia, se mai potessimo andare indietro nel tempo e magari avere anche le foto dei nostri più lontani antenati, constateremmo la grande differenza di volto, statura, tratti somatici, che – va da sé – si perde lungo il corso del tempo.

Cosa fa sì che io appartenga in fin dei conti alla mia famiglia, al mio cognome? Probabilmente qualche linea genetica ma anche quella, nei secoli, si dilegua. Sorge allora una domanda: chi mi dà l’identità, se non il mio casato e la mia terra di origine? Tutte cose, in fin dei conti, relative se guardiamo la storia da un punto di vista più distaccato.

Ma quel che dovrebbe sorprenderci è constatare il nostro legame con Dio, in modo particolare con la Santissima Trinità. Non è per nulla azzardato affermare che noi Le apparteniamo e ciascuno ha, che lo senta o meno, un legame personalissimo con il Padre, il Figlio e lo Spirito, creatosi a partire dal Battesimo.

Può accadere che l’affermare queste frasi o simili, dal denso spessore teologico, possa indurre un certo scetticismo o quanto meno ci può lasciare a bocca aperta senza poter dir nulla. In realtà, la presenza in noi della Trinità è performante, è fonte di comunione, è slancio verso l’altro e freno a chiuderci in noi stessi.

Tutto ciò risplende di particolar luce per voi sposi, che siete un Suo riflesso (Amoris laetitia 11). I vescovi italiani sono ancora più espliciti quando affermano: “il mistero della comunione che esiste in seno alla Trinità diventa la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema della comunione della Chiesa” (CEI, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 1) e quindi a quel Mistero occorre risalire anche per il matrimonio, se è vero che esso è indicato da S. Paolo come grande sacramento della comunione Cristo-chiesa (Ef 5, 32). Difatti, il matrimonio incarna, sebbene in modo parziale, quel mistero che Gesù presenta dicendo, nell’ultima cena: “Come Tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola!” (Gv 17,21). L’unità del Padre e del Figlio è né più né meno che quella realizzata dall’unità dello Spirito ed è donata a voi sposi nel matrimonio.

Quindi, il vivere nella Trinità, essendone un riflesso, porta poi a una meravigliosa conseguenza, come ha sottolineato un grande teologo, Padre Pierre Adnès, esperto di matrimonio:

la coppia feconda rappresenta in realtà nientemeno che l’intima fecondità trinitaria […]. L’unione della coppia è un’immagine dell’unità d’amore che unisce la prima e la seconda Persona della Trinità e che fa loro produrre insieme una terza Persona, lo Spirito santo, simile a loro, che suggella e corona la loro unione.”

Cioè, la fecondità della coppia è già insita nell’essere immagine trinitaria! Si tratta di esserne consapevoli e di chiedere sempre la grazia affinché vi siano i frutti concreti.

Cari sposi, non abbiate paura della vostra divina somiglianza alla Trinità, piuttosto diventiate sempre più coscienti di tale dono e invocate lo Spirito che ogni giorno possa continuare la Sua opera di trasformazione in voi.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, siamo chiamati a essere immagine vivente della Trinità: un amore che non trattiene, ma si dona. Ogni gesto quotidiano – una carezza, un bicchiere d’acqua, un silenzio paziente – può diventare riflesso dell’amore trinitario, che è comunione, dono reciproco, accoglienza. Quando scegliamo di servire invece di pretendere, di comprendere invece di giudicare, rendiamo visibile il volto di Dio nella nostra casa. Come il Padre, il Figlio e lo Spirito si amano in un dialogo eterno d’amore, così anche noi, con la nostra tenerezza concreta, possiamo trasformare la vita ordinaria in una manifestazione della presenza di Dio.

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Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie

Nella Genesi leggiamo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”. Un versetto che abbiamo sentito tante volte, soprattutto nei matrimoni. Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi davvero “lasciare padre e madre”? Non solo in senso pratico, ma anche interiore?

La verità è che ognuno di noi, quando ama, porta dentro una storia. E molto di quella storia si è scritta quando eravamo piccoli, nel rapporto con mamma e papà. Sono loro che, nel bene o nel male, hanno segnato il nostro modo di stare al mondo e di cercare amore.

In psicologia si parla di copione di vita: un insieme di esperienze, emozioni e decisioni interiori che abbiamo preso da bambini e che, spesso senza accorgercene, ci guidano anche da adulti. È come se dentro di noi ci fosse un bambino che ancora aspetta di essere visto, accolto, riconosciuto. E quando ci innamoriamo, quel bambino si risveglia.

L’innamoramento: dolce simbiosi

All’inizio di una storia, tutto sembra perfetto. Siamo felici, completi, pieni di entusiasmo. È la fase dell’innamoramento, in cui si vive una forte simbiosi: due persone che si fondono quasi in una sola. È come se finalmente avessimo trovato ciò che ci mancava. E in un certo senso è vero: inconsciamente, nel partner rivediamo tratti familiari, qualcosa di mamma o di papà che ci faceva sentire al sicuro… oppure che ci è mancato e ora cerchiamo di colmare.

Questa fase è bellissima, piena di emozione e idealizzazione. Anche la chimica ci mette del suo: la dopamina (un neurotrasmettitore del piacere) ci fa sentire su di giri, come se l’altro fosse la risposta a tutti i nostri bisogni. Ma questa simbiosi, seppur naturale all’inizio, non può durare per sempre.

Dopo l’idillio, la realtà

Dopo circa 18 mesi – a volte prima, a volte dopo – le differenze iniziano a emergere. L’altro non è più solo “quello che mi completa”, ma anche una persona diversa da me, con i suoi limiti, le sue fragilità. È qui che cominciano i conflitti.

E non è un caso. Quando la realtà si affaccia, vengono fuori quei copioni infantili che ci portiamo dentro. Una parola, un gesto, un silenzio possono riattivare vecchie ferite: la paura di non essere amati, il timore del rifiuto, la rabbia per non essere ascoltati. In quei momenti, non stiamo solo litigando con il partner: stiamo facendo i conti con il nostro bambino interiore, quello che – ancora oggi – cerca approvazione, attenzione, cura.

I conflitti parlano delle nostre ferite

Quante volte ci siamo trovati a discutere per cose apparentemente banali, ma con un’intensità che sembra esagerata? È perché, in quei momenti, non stiamo reagendo da adulti, ma da bambini feriti. Quel marito che si sente criticato e si chiude… magari è lo stesso bambino che si sentiva giudicato da un genitore troppo esigente. Quella moglie che si sente trascurata… forse è la stessa bambina che si sentiva invisibile in famiglia.

Senza rendercene conto, mettiamo in scena le stesse dinamiche vissute da piccoli. Ed è qui che può nascere un circolo vizioso: ci feriamo a vicenda, ci accusiamo, ci allontaniamo. Ma se diventiamo consapevoli di questi meccanismi, possiamo interrompere il copione e riscrivere la nostra storia.

L’amore che guarisce

Il conflitto non è per forza qualcosa da evitare. Al contrario, può diventare un’occasione di guarigione. Se impariamo a riconoscere il bambino ferito dentro di noi – e anche in chi ci sta accanto – allora possiamo iniziare a prenderci cura l’uno dell’altro in modo nuovo. Possiamo diventare per l’altro quel “buon genitore” che ascolta, accoglie, rassicura.

In psicologia si parla di self-reparenting, cioè il processo con cui impariamo a darci da soli, o a ricevere nella relazione, quell’amore incondizionato che magari ci è mancato da piccoli. Nella coppia, questo significa imparare ad ascoltarsi davvero, a validare le emozioni dell’altro, a offrire carezze emotive invece che giudizi. È un cammino che richiede tempo, ma che porta a una intimità più profonda.

Lasciare davvero padre e madre

Alla luce di tutto questo, il comando biblico “lasciare padre e madre” assume un significato ancora più profondo. Non si tratta solo di andare a vivere altrove. Si tratta di uscire dai copioni ereditati, da quei modi automatici di cercare amore e di reagire al dolore, per costruire insieme qualcosa di nuovo.

Significa riconoscere le proprie ferite senza esserne schiavi. Significa scegliere ogni giorno di amare non per bisogno, ma per libertà. Perché io ti vedo, ti accolgo, ti scelgo… non perché mi ricordi qualcuno che ho perso, ma perché con te posso crescere. Insieme.

L’amore, se vissuto con consapevolezza, è davvero – come diceva Eric Berne – la “psicoterapia della natura”. È un cammino che parte dalla simbiosi, passa attraverso il conflitto, e può arrivare a una nuova unione più matura. Una relazione in cui ci si ama non per colmare un vuoto, ma per condividere un cammino. Dove psicologia e fede non si escludono, ma si intrecciano. Dove ogni ferita può diventare occasione di guarigione, ogni crisi un’opportunità di rinascita.

E così, lasciando davvero padre e madre, impariamo ad essere adulti che sanno amare con cuore libero. Perché l’amore vero non è fusione, ma scelta quotidiana. È costruzione. È un “sì” che si rinnova, con pazienza, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Beati siete Voi, Sposi Pellegrini, quando Contemplate il vostro Cammino Familiare e lo scoprite pieno di Tenerezza

Cari sposi, proseguendo il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”, facciamo il terzo passo.  

Questo terzo passo ci porta a contemplare, a guardare con gli occhi del cuore, il cammino che finora abbiamo percorso insieme.

Tra alti e bassi, tra salite e discese, tra pietre e buche, scorgiamo ancora bagliori di luce che illuminano la strada del nostro matrimonio facendoci scoprire tutta la tenerezza di cui siamo portatori. A tal proposito ci piace riportare ciò che dice don Carlo Rocchetta:

La strada del matrimonio è percorribile solo da coloro che custodiscono il dono della tenerezza e si impegnano a rimanervi fedeli ogni giorno. La patologia dell’amore nuziale comincia quando gli sposi non sono più capaci di tenerezza o non rinascono in essa a ogni stagione della loro vita.      

Gli sposi capaci tenerezza non sono deboli o tanto meno ingenui; al contrario, sono talmente forti e sicuri di sé da potersi permettere di non indossare alcuna maschera o copione. Gli sposi capaci di tenerezza sono sorridenti, trasparenti, liberi di essere vulnerabili e di provare emozioni, disposti a cambiare insieme e a camminare mano nella mano. Gli sposi capaci di tenerezza hanno occhi che brillano e tendono a volgersi l’ uno all’altro con struggente amabilità e verso l’Altissimo con giocosa gratitudine. La loro tenerezza si esprime come una passione delicata e sicura. E Dio vive nei loro cuori come un sole che sorge al mattino e li fa splendere della sua luce al cospetto del mondo.…

Molti confondono la “tenerezza” con il “tenerume”. La prima è sensibilità affettiva e richiede una grande fortezza d’animo. Il secondo è un sentimento debole, fatto solo di smancerie e svenevolezze superficiali.

Chi sceglie la tenerezza come progetto di vita è una persona matura, coraggiosa, che sa andare contro corrente…  La tenerezza è beatitudine. Siamo talmente costituiti come esseri di tenerezza che ogni briciola di tenerezza in noi, per quanto difettosa o limitata, ci fa avvertire la nostalgia di Dio e della suo infinito Amore. Dio è tenerezza amante: coloro che si lasciano avvolgere da Lui vivono, fin da questa terra, un’esperienza di beatitudine celeste. E che cosa c’è di più sublime?»

È tutto questo che ci conduce, come suggerì Tobi nel suo cantico di ringraziamento (Tb 13,7), a “contemplare ciò che (il Signore) ha operato con noi e ringraziatelo con tutta la voce; benediciamo il Signore della giustizia ed esaltiamo il re dei secoli”.

Che ognuna delle vostre coppie possa avere quello “sguardo di aquila” per scendere nella profondità del nostro amore e scoprire ciò che Dio vi dona ogni giorno.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Gettare il Mantello: la Guarigione delle Relazioni passa per la Vulnerabilità

Nel corso dell’udienza generale dell’11 giugno 2025, Papa Leone XIV ha offerto una delle immagini più potenti della sua catechesi: Bartimeo, il cieco di Gerico, che per andare incontro a Gesù getta via il suo mantello. Un gesto semplice, ma carico di significato. Il Pontefice ha invitato le famiglie, le coppie, i fedeli, a meditare su cosa significhi “gettare il mantello” nella propria vita, specialmente nelle relazioni. Perché proprio lì, dove amiamo e dove soffriamo, si gioca la nostra più vera guarigione.

Il mantello: rifugio o prigione?

Nel mondo biblico, il mantello non era solo un capo d’abbigliamento. Era la casa del povero, la sua coperta di notte, la sua identità pubblica. Persino la Legge mosaica (Es 22,25-26) lo tutelava. Togliere il mantello a un mendicante significava spogliarlo della sua unica sicurezza.

Eppure – come ha sottolineato il Papa – Bartimeo lo getta via. Perché? Perché c’è un’urgenza più grande: quella di guarire. Perché ciò che fino a ieri ti ha protetto, può diventare oggi ciò che ti impedisce di camminare.

Nelle nostre relazioni accade lo stesso. Anche noi abbiamo “mantelli” che ci portiamo addosso: atteggiamenti di controllo, risentimenti accumulati, sarcasmi difensivi, silenzi ostili, copioni di coppia. Sono le corazze che ci siamo costruiti per sopravvivere, ma che – nel tempo – hanno finito per soffocarci.

L’Analisi Transazionale e il mantello del Copione

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita: decisioni prese nell’infanzia per adattarsi, per ottenere amore o evitare dolore. Il mantello è proprio questo: una strategia di sopravvivenza diventata identità. Ma nessuna relazione matura può fiorire finché restiamo nascosti sotto il nostro vecchio modo di reagire. Come Bartimeo, dobbiamo gettare il mantello del copione e scegliere la libertà adulta, l’incontro vero.

Vulnerabilità: la via della guarigione

Bartimeo non si alza “coperto”. Si alza nudo, vulnerabile, cieco e bisognoso. E proprio in quella nudità riceve la vista. Così è anche nel matrimonio cristiano: non ci si guarisce a colpi di ragione o di strategie, ma lasciandosi vedere nell’amore. Quando uno dei due coniugi ha il coraggio di dire “ho paura”, “mi sento solo”, “ho bisogno di te”, allora qualcosa si apre. La verità, se detta con amore, è sempre feconda.

Ma non si può essere vulnerabili se si resta legati alle proprie sicurezze. L’orgoglio, la rigidità, il bisogno di avere ragione, il passato non elaborato… sono tutti mantelli da gettare.

L’amore non si protegge, si espone

Papa Leone XIV ha ricordato che la fede non è una copertura per proteggerci dal dolore, ma una chiamata ad attraversarlo con speranza. Nella coppia questo significa non fuggire dal conflitto, non zittire le ferite, ma portarle a Gesù, insieme.

Il Vangelo ci mostra che la guarigione avviene solo dopo che Bartimeo si espone. Anche noi possiamo guarire quando smettiamo di mendicare l’amore e iniziamo a camminare nella verità. Gesù ci domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Ma non potrà farlo, finché noi non saremo disposti a lasciare andare ciò che ci tiene immobili.

In un tempo in cui le relazioni sono spesso bloccate da ferite non dette, da paure mascherate da rabbia, da automatismi emotivi, questa immagine evangelica diventa profezia per la coppia cristiana: guarire si può, ma solo a patto di gettare il mantello. Solo se scegliamo di non restare aggrappati a ciò che “funzionava” nel passato, ma non serve più oggi. Solo se ci lasciamo vedere. Solo se osiamo amare senza protezione.

E allora sì, come Bartimeo, potremo seguire Gesù lungo la via. Ma non più da mendicanti. Da guariti. Insieme.

Antonio e Luisa

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Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù

Questa frase sintetizza perfettamente l’amore coniugale cristiano. Un “io” e un “te” che diventano un “noi”, che diventano il “noi”. Un noi unico, indissolubile, bellissimo. Pensato da Dio, voluto da Dio, donato da Dio. L’equazione funziona solo se è presente il fattore centrale e unificante: Gesù. Da un punto di vista squisitamente matematico, l’equazione, infatti, è definita come un’uguaglianza tra due espressioni in cui almeno una contiene una o più variabili, chiamate incognite. L’obiettivo è trovare il valore dell’incognita che rende vera l’equazione.

In altre parole, un’equazione è come una bilancia in equilibrio: un lato deve essere uguale all’altro. Per risolvere un’equazione si cercano valori che, sostituiti alle incognite, rendano uguali i pesi delle due parti. Nell’equazione dell’amore sponsale l’incognita è facilmente individualibe: risponde al nome di Gesù.

La frase che dà il titolo a questo articolo è stata pronunciata da Don Silvio Galli, Servo di Dio, di cui proprio oggi – 12 giugno – ricorre il dies natalis, quello, cioè, in cui nacque al Cielo. Don Silvio è stato un sacerdote ed esorcista salesiano che ha dedicato agli altri tutta la sua vita, operando a Chiari, un paesino in provincia di Brescia. Chi ci conosce sa che mio marito ed io dobbiamo moltissimo a Don Silvio. E, anche chi non ci conosce, può scoprire qui qualcosa in più.

Noi, a Don Silvio, vogliamo un bene dell’anima. Ma la bella notizia è che Don Silvio ne ha voluto così, di bene, a ogni persona che ha incontrato in vita e che sta incontrando anche ora, che è nella Vita vera. Prima di scrivere questo articolo ho chiesto a lui di aiutarmi. Aiutarmi a trovare le parole giuste. Non tanto le mie quanto le sue. E, così, ho trovato questa massima stupenda all’interno di una raccolta delle sue omelie e mi ha colpito subito tantissimo. Perchè calza a pennello con la missione sponsale.

E ci sprona a riflettere sull’equilibro: com’è difficile trovarlo e soprattutto mantenerlo! A volte i coniugi si sentono come funamboli, sospesi sul filo sottilissimo dell’“io speriamo che me la cavo”, con il rischio concreto di cadere e sfracellarsi.

Il problema abita proprio la condizione dell’io: se si resta abbarbicati nella prima parte dell’equazione (“io” e “te”) non si troverà mai la “quadra”, l’equilibrio che la rende vera. Se si riescono a superare gli ostacoli del relativismo e dell’egoismo, ponendo Gesù al centro, allora l’operazione darà finalmente il giusto risultato.

Il segreto sta in questo: possiamo fare ore e ore di calcoli ma niente funzionerà se non abbandoniamo l’idea di dover programmare ogni aspetto della nostra vita – e della nostra coppia – escludendo però Chi permette l’equilibrio, il risultato, la realtà di quell’uguale. Che non è soltanto una semplice addizione (“io” più “te”) ma molto, molto di più. Molto, molto di meglio. Un essere uniti tra di noi perché si è uniti per Cristo, con Cristo e in Cristo.

Gesù in noi; noi in Gesù non è soltanto uno scambio in virtù della proprietà invariantiva (cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia). Non stiamo facendo 3+2 o 2+3. Gesù dev’essere in noi e noi in Lui. Non è la stessa cosa. E non è scontato. Ma è la svolta.

Proseguiva, infatti, Don Silvio: “Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù. Mai nessuna unità è così grande, così affermata, così realizzata come questa unione che ci conferisce Cristo Gesù: la Comunione!”. La Comunione Eucaristica (“Gesù in noi”) e la comunione sponsale (“noi in Gesù”). Meraviglia delle meraviglie! La somma corretta, l’equazione perfetta, l’espressione riuscita. Perché se è vero che la matematica è in qualsiasi cosa umana, e in qualsiasi legge chimico-fisica, è altrettanto vero che non c’è solo l’aritmetica dei numeri. C’è anche quella del cuore. Decisamente più importante della prima. E che, se non impariamo a conoscere, rimarremo sempre intrappolati nel “non siamo riusciti a risolvere”.

Concludeva Don Silvio: “L’Eucaristia nei segni sensibili con cui ci viene presentata, è figura della Chiesa, è simbolo dell’unità della comunità cristiana, è immagine del corpo mistico”. Ecco il centro, ecco il fondamento, ecco la formula da scolpire dell’anima. “Fare di Cristo il cuore del mondo“, si è detto, letto e sentito molte volte. Ma se Cristo non è il cuore degli sposi, se Cristo non è il cuore del “noi” nuziale allora non potremmo mai trovarLo sulle strade del mondo. Siano essere assolate o polverose, affollate o desertiche. Non potremmo mai trovare il Bello e il Vero nell’astratto se prima non è nel nostro concreto, nella nostra unione, nella nostra intimità. Ecco allora che Don Silvio, nella sua disarmante umiltà, ha reso semplice un concetto enorme: “Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù”.

Fabrizia Perrachon

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Scelte e Libertà Personale

Oggi mi ricollego a due articoli, Mio marito è anaffettivo e io ho fame d’amore e Trasformare la fame d’amore in libertà personale in cui Antonio e Luisa rispondono molto correttamente a una domanda di una donna: “Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore”. Desidero portare anche la mia esperienza di vita e il mio punto di vista, integrando quello che è stato già scritto con alcune sottolineature.

Resistere o scegliere.

È verissimo, anche se uno lo fa per buoni motivi, non si può passare una vita nel resistere, pensando che quello che sta succedendo sia un ingiustizia e una croce da sopportare e basta. Mi dispiace dirtelo cara sorella, ma per quanto tu sia forte e volenterosa, non potrai farlo per molto tempo, perché prima o poi questo peso ti sembrerà insostenibile e non più sopportabile: la strada invece da percorrere è quella della scelta, cioè io liberamente scelgo cosa fare e in questo caso di restare.

Può sembrare una sottigliezza, una differenza irrilevante, ma qui non si tratta di fare una scelta una volta per tutte, come quando vai a comprare una casa bellissima in cui decidi e quella sarà la tua abitazione per la maggior parte della tua vita: no, qui si tratta di alzarsi ogni mattina e scegliere da che parte stare e solo il sentirsi protagonisti, cambia molto le cose. Si passa così dal “devo fare” a “voglio fare”, cioè ci sono delle motivazioni importanti alla base del mio comportamento. Come ho detto anche altre volte, non si tratta di giocare in difesa e di opporsi agli eventi, ma di ribaltare il gioco e buttarsi in attacco.

Le persone non si possono cambiare.

Purtroppo questo è un errore in cui cadono in tanti e addirittura c’è chi si sposa con questa missione: “alla fine riuscirò a cambiarlo/a”; in realtà noi non abbiamo nessun potere sulle decisioni altrui, a malapena riusciamo a intervenire sulle nostre. Il nostro carattere, le nostre mancanze, i difetti e le tendenze probabilmente ce li porteremo dietro per tutta la vita, non riusciamo a modificare noi stessi e pretendiamo di cambiare gli altri. È assurdo! L’unica cosa che possiamo fare è agire su di noi, so che è una cosa faticosa e che richiede un grande sforzo, ma è l’unico terreno in cui possiamo lavorare (ovviamente è più facile attribuire la colpa ai comportamenti altrui).

Nella vita mi sono trovato a cambiare diverse volte i miei punti di vista e meno male! Bisogna anche avere il coraggio di dire “ho cambiato idea”, oppure “non avevo considerato alcuni aspetti”. Io credo che la maturità di una persona sia anche quella di ammettere questo e cambiare nel tempo.

La fame d’amore.

Giustamente dici che tu hai fame d’amore, hai ragione, il desiderio di essere amati è una caratteristica che ci accompagna sempre, fin da quando siamo piccoli e alla fine è probabilmente quello che ci rende felici. Tanto è vero che a volte, per racimolare un po’ d’amore, siamo disposti anche a fare cose che non ci piacciono e accettare relazioni non paritarie o basate su compromessi.

Ma il punto è proprio questo: possiamo vivere mendicando l’amore o possiamo imparare a nutrirci di amore in un altro modo, un modo più libero e più maturo; e qui vengo alla parte che mi sta più a cuore. Tu non sei solo una moglie che ha fame d’amore, tu sei una figlia di Dio e quella fame profonda che senti dentro, può essere nutrita da un amore che non dipende dal comportamento di tuo marito. Il tuo valore non dipende dal numero di carezze o di parole dolci che ricevi. Il tuo cuore non può essere in ostaggio delle carenze di tuo marito.

Certo, non è facile, non sto dicendo che devi farti bastare tutto o accettare ogni mancanza e che tuo marito non abbia delle responsabilità, ma sto affermando che c’è una via per vivere bene anche lì dove manca il calore umano: è la via del dono. Sto dicendo che prima di essere sposa, sei amata, non da un Dio lontano, freddo o astratto, ma da un Dio che si fa vicino, tenero, concreto, che ti guarda, ogni giorno, con occhi pieni di affetto.

Sì, tu sei amata, anche ora, anche in mezzo a questa tua frustrazione, anche nella tua solitudine e se questa verità diventa il tuo nutrimento quotidiano, allora cambia tutto. Non sarà più tuo marito a decidere se tu ti sentirai amata o meno, non sarà più il suo silenzio, la sua durezza, la sua distanza a determinare la tua gioia di vivere.

Ecco la libertà personale di cui parlano Antonio e Luisa, è una libertà vera, non teorica, è libertà di amare senza attendersi sempre qualcosa in cambio, di scegliere ogni giorno che tipo di persona vuoi essere, di camminare, anche tra le lacrime, senza perdere la dignità e la speranza.

Certo, è un cammino lungo e ci saranno giorni in cui ti sembrerà tutto inutile, in cui dirai: “Ma perché devo essere sempre io quella che si mette in discussione?”. Eppure, è proprio lì che nasce un amore nuovo, un amore libero, non schiavo del bisogno, non più impaurito o ricattato, ma saldo. Dove prima c’era solo angoscia, ora c’era una pace interiore, una serenità che nessuno può togliere. Smetti di chiederti se tuo marito ti ama, chiediti: “sono io un dono per lui?

Non sei sola

Infine, un ultimo pensiero: non sei sola. Nella tua solitudine, nella tua fame d’amore, nella tua stanchezza… Cristo è con te e con te c’è la Chiesa, ci siamo noi, c’è chi prega ogni giorno per le famiglie, specialmente quelle ferite e in cui gli sposi sono in difficoltà: in particolare tanti fratelli e sorelle lasciati dal coniuge che non hanno smesso di credere nell’amore.

Cara sorella, la tua fame d’amore non è una condanna, è un’opportunità ad amare più in profondità, ad affidarti totalmente, a diventare un segno vivo di Cristo Sposo, che ama anche quando è rifiutato, che resta anche quando viene ignorato, che dona se stesso fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Lo Spirito che Guarisce le Ferite e Apre Nuove Strade

Domenica scorsa, Papa Leone XIV ci ha regalato parole luminose sullo Spirito Santo. Parole che, se ascoltate con il cuore e non solo con le orecchie, diventano vita concreta. “Lo Spirito – ha detto – apre le frontiere anche nelle nostre relazioni… trasforma i pericoli nascosti che inquinano le relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni”.

Ecco, queste non sono solo belle immagini. Sono dinamiche vere, quotidiane. Sono gli ingorghi relazionali in cui spesso restiamo bloccati. Sono le gabbie interiori che ci impediscono di amare in modo pieno, libero, evangelico.

Non siamo liberi come pensiamo

La verità è che non basta desiderare il bene per viverlo. Non basta nemmeno avere una fede sincera. Se dentro di noi abitano ferite mai guarite, copioni inconsci che ci spingono a reagire in automatico, è come se fossimo prigionieri. Prigionieri di vecchie frasi, di dinamiche apprese, di emozioni congelate. Chi ha studiato un po’ di Analisi Transazionale lo sa: siamo pieni di “copioni” che risalgono all’infanzia e che continuano a condizionare il nostro modo di amare, di reagire, di scegliere.

Lo Spirito Santo non cancella tutto questo con una bacchetta magica. Ma ci dà la forza – e la grazia – di entrare in quel groviglio, senza esserne schiacciati, e di riscrivere con Dio una storia nuova. La libertà vera non è fare quello che ci viene spontaneo. La libertà vera è scegliere il bene anche quando tutto in noi ci porterebbe altrove.

Quando reagiamo, invece di amare

Succede spesso nelle relazioni: una parola sbagliata, uno sguardo storto, un silenzio… e scattano in noi meccanismi automatici. Reagiamo per ferire, ci chiudiamo, ci sentiamo rifiutati. Non stiamo decidendo: stiamo semplicemente “eseguendo” qualcosa che è stato scritto dentro di noi molto tempo fa.

Eppure – lo sappiamo – lo Spirito Santo non si impone. Si offre, si invoca, si accoglie. Ma non entra dove il cuore è murato. Ecco perché, se vogliamo davvero essere guidati da Lui, dobbiamo anche metterci a lavorare: psicologicamente, spiritualmente, emotivamente. Non per diventare perfetti, ma per diventare liberi. Liberi di amare davvero.

Pregare sì, ma anche guarire

C’è una spiritualità che rischia di diventare fuga. Una spiritualità che ci fa invocare lo Spirito, ma non ci porta mai a guardare in faccia le nostre ferite, la rabbia che ci abita, le paure che ci paralizzano. In realtà, lo Spirito Santo non bypassa il nostro vissuto: ci entra dentro. Vuole passare proprio da lì. Ma per farlo, ha bisogno che glielo permettiamo.

E questo è un lavoro che richiede umiltà e consapevolezza. Talvolta anche un accompagnamento psicologico serio. Non è segno di poca fede: è un atto di coraggio. È dire: “Signore, voglio che tu entri anche qui, dove mi vergogno, dove ho ancora rabbia, dove ho paura di essere debole”.

Amore e violenza: non basta dire “ti amo”

Papa Leone ha toccato un punto doloroso e verissimo: la violenza nelle relazioni. Ha parlato – con voce rotta – dei femminicidi, ma ha anche indicato l’origine spirituale di certe dinamiche malate. A volte, quella che chiamiamo “relazione d’amore” è in realtà un luogo di controllo, dominio, paura. Non sempre fisica, ma spesso psicologica, emotiva, verbale. E tutto questo, dice il Papa, lo Spirito può trasformarlo, ma solo se glielo permettiamo.

Se invochiamo il suo fuoco, ma non gli apriamo le stanze più buie del cuore, continueremo a ripetere gli stessi schemi. Continueremo a chiedere all’altro ciò che dovremmo chiedere solo a Dio: di riempire i nostri vuoti, di guarire le nostre ferite, di confermare il nostro valore.

Lo Spirito ci educa a scegliere

Educare le passioni, superare la paura del diverso, vincere la rigidità… sono tutte azioni spirituali e umane insieme. Non basta invocare lo Spirito come se fosse un sedativo: è un fuoco che illumina ma anche brucia ciò che è falso. È una presenza che ci accompagna, ma ci chiede anche di diventare adulti nella fede. Di smettere di reagire “a pelle” e cominciare a scegliere con amore, a discernere, a decidere.

Un cuore guarito ama meglio

Solo un cuore guarito può accogliere lo Spirito in pienezza. Solo un cuore guarito può amare senza pretendere, senza difendersi, senza manipolare. Solo un cuore guarito può diventare quel tempio vivente dove l’amore del Padre e del Figlio può davvero “prendere dimora”, come dice il Vangelo. E allora sì, tutto cambia. Le relazioni si aprono. Le ferite diventano canali di grazia. I conflitti si trasformano in occasioni di verità.

Lo Spirito non ci toglie la fatica, ma ci dà una forza nuova per affrontarla. E se ci lasciamo guarire – davvero, fino in fondo – ci accorgeremo che l’amore non è un rischio da evitare, ma una vocazione da vivere con libertà e profondità.

Antonio e Luisa

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Opera Buona vs Cuore

Dal Vangelo di Matteo (Mt 5,16) «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.  Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli»

Questo brano del Vangelo è abbastanza famoso e spesso ci si concentra sulle caratteristiche ora del sale ora della luce, ma quasi mai si ragiona sulla parte finale, ove Gesù spiega il perché della sua esortazione.

Non dobbiamo nemmeno dimenticare il fatto che, se è vero che ad essere sale e luce sono i discepoli di Gesù, ovvero tutti i battezzati, è ancor più vero che tra questi discepoli rivestono un ruolo tutto particolare e prezioso gli sposi in Cristo.

E noi sposi sacramentati siamo sale e luce non in virtù di chissà quali doti personali, ma in virtù del fatto stesso di essere uno in Cristo, poichè sacro è il vincolo che ci lega, sacro poiché questo legame è Cristo stesso. Senza di Lui cadrebbe tutto come un castello di carta.

Ma questa è ancora solo la premessa alla nostra riflessione, avevamo infatti anticipato di affrontare il motivo per cui Gesù ci sprona a vivere come sale e luce, e lo troviamo alla fine: perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Non è raro incontrare coppie che si donano con tanto entusiasmo in qualche servizio ora in parrocchia ora in gruppi di preghiera ora in associazioni cattoliche di stampo vario. Ed è altrettanto frequente notare quanta energia venga impiegata dalla coppia pur di portare a termine il proprio impegno/servizio.

C’è chi sacrifica le proprie ferie, mette in secondo piano i mestieri di casa, sottrae tempo al lavoro, mette a disposizione i propri beni, e la lista è in continuo aggiornamento… ma il cuore dov’è? Riformuliamo la domanda alla guisa di Gesù: perché fate tutto ciò? Qual è il motivo?

Dobbiamo sempre vigilare su noi stessi, poiché anche dietro a queste azioni benefiche si nasconde l’insidia del demonio, il quale non vede l’ora di appagare i nostri sensi subito. Ad esempio potremmo aiutare a vario titolo le persone più indigenti (mense poveri, caritas, aiuti umanitari terzo mondo, ecc…) ma solo per far tacere il nostro senso di colpa per essere nati in una famiglia ricca oppure per il senso di colpa di esserci costruiti (con mezzi poco leciti) una vita facoltosa oppure ancora per autoassolverci dal condurre una vita da nababbi.

Non stiamo dicendo che queste opere siano cattive, al contrario, sono opere nobili e buone, e le persone vanno incoraggiate affinché continuino ad esserci queste opere buone. Il problema che pone Gesù sta nel cuore dell’uomo, sta nella motivazione che spinge a compiere l’opera.

Restando ancora un attimo sui nostri esempi si potrebbe obiettare che la persona indigente riceve comunque il bene, ed è vero, poichè per essa poco importa la motivazione del cuore di chi dona, anzi, nemmeno forse la conosce e la vede.

Questa verità però non toglie nulla alla vigilanza che noi dobbiamo avere nei confronti dei nostri atti, anzi, semmai dovremmo imparare a riconoscere cosa ci spinge a compiere tali gesti.

Vi provochiamo con una domanda scomoda e diretta prendendo l’esempio di una donna santa: la famosissima S.Teresa di Calcutta, compiva i gesti che l’hanno resa famosa e santa per sentirsi importante, per sentirsi dire grazie, per sentirsi a posto con la coscienza (come nel nostro esempio)? Oppure li compiva per rendere Gloria a Dio, per portare le più tante anime a Dio, per strappare le anime al diavolo e al suo inferno?

Se anche noi, guardando alla vita santa di Madre Teresa di Calcutta, rendiamo grazie a Dio Padre che è nei cieli, allora la santa ha fatto centro perché ha compiuto ciò che ha detto Gesù: perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Cari sposi, questa è una sana provocazione anche per il nostro matrimonio: amiamo il nostro coniuge sempre più e meglio, perché sentendosi amato così tanto renda gloria a Dio Padre che è nei cieli. Allora il nostro matrimonio avrà fatto centro.

E le nostre miserie? Resteranno lì per tenerci i piedi incollati a terra, per tenerci le ali abbassate, altrimenti il nostro ego comincerebbe ad ingigantirsi troppo, e la superbia prenderebbe il sopravvento. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

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La Bellezza dell’Amore Reciproco nel Cantico

Nei versetti che seguono la Sposa del Cantico si lascia andare a una descrizione meravigliosa e meravigliata dell’amato. Cosa possiamo dedurre? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio dôdì è radioso e vermiglio, riconoscibile fra mille e mille. Il suo capo è oro, oro fino, i suoi riccioli fronde di palma, neri come il corvo. I suoi occhi come colombe su rivoli d’acqua; i suoi denti bagnati nel latte, ben ordinati tra loro. Le sue guance come aiuole di balsamo, aiuole di profumi; le sue labbra come gigli che stillano mirra fluida. Le sue mani impreziosite con anelli d’oro, adorne di gemme di Tarsis. Il suo petto come avorio levigato, ricoperto di zaffiri. Le sue gambe sono colonne di alabastro, posate su basi d’oro fino. Il suo aspetto come il Libano, magnifico come i cedri.

Mentre la sposa parla, tutto il corpo di lui è percorso dallo sguardo innamorato dell’amata. Gli occhi di lei scorrono sul volto di lui, soffermandosi su ogni particolare con stupore quasi sacro. Il capo del suo amato le appare come oro puro, simbolo di nobiltà e preziosità; i suoi capelli sono folti e neri, belli come grappoli di palma, segno di vigore giovanile. Lo sguardo di lei indugia poi sugli occhi di lui, che sono per lei profondi e placidi “come colombe su ruscelli d’acqua” – occhi limpidi in cui ci si potrebbe immergere e dolcemente naufragare. Le guance di lui profumano di aromi come giardini di balsamo in fiore, evocando tenerezza e conforto; le labbra, morbide come gigli, nascondono “aromi inebrianti” di mirra.

Ecco poi le mani dell’amato: solide e armoniose, simili ad anelli d’oro cesellato e tempestato di gemme – mani forti e al tempo stesso preziose, fatte per proteggere e accarezzare. Il petto e il ventre di lui appaiono alla donna come una scultura d’avorio lucente ornata di zaffiri, calda al tatto e levigata: il centro del suo essere le parla di purezza e dedizione, un cuore integro e luminoso.

Infine, le gambe dell’amato sono colonne di alabastro su basi d’oro, robuste e stabili, che lo sorreggono con la forza sicura di un pilastro. Nell’insieme, egli le sembra imponente e maestoso “come i cedri del Libano”, alberi giganti colmi di storia e mistero, forti ma eleganti.

Eppure, tutta questa possanza non intimorisce la sposa: al contrario, ella la celebra con compiacimento affettuoso, sapendo che dietro la statura imponente c’è il “tenero amante, pronto a donare… le delizie del suo palato”. Ogni metafora – oro, profumo, gigli, avorio, cedro – diventa espressione del desiderio che lei prova e della dedizione con cui lo onora.

Nominare le parti del corpo dell’amato, una ad una, equivale per la sposa a prendersi cura di lui con lo sguardo e con la parola: è un modo per dire “ti vedo, ti riconosco, ti amo in ogni tuo aspetto”. Attraverso questa lode minuziosa, la donna sembra quasi voler abbracciare l’intera persona dell’uomo amato, corpo e anima insieme, con gli occhi del cuore.

Questa scena del Cantico dei Cantici ci offre uno sguardo straordinariamente moderno e paritario sull’amore di coppia. In un testo antico ci aspetteremmo forse che fosse l’uomo a tessere le lodi della bellezza femminile – e infatti nel Cantico accade anche questo: altrove è lo sposo a descrivere il corpo di lei con immagini ardenti e vivide, esaltando i capelli della donna come un gregge di capre sulle colline, i suoi denti bianchi e perfetti come pecore appena tosate, le labbra come nastri scarlatti e il suo collo eretto come una torre. Ma qui i ruoli si ribaltano: nel brano di Ct 5,10-16 è la donna a prendere la parola, e il suo elogio dell’amato non è meno intenso o sensuale di quello dell’uomo.

C’è una differenza evidente tra le due descrizioni che esalta la complementarietà uomo-donna. La descrizione che canta la bellezza maschile è centrata su ciò che la donna non ha, ma che per lei è fonte di fascino e di attrattiva. È una descrizione di una bellezza virile e forte. La bellezza femminile, cantata da Salomone, era invece piena di dolcezza e sinuosità. Una bellezza forte contro una bellezza accogliente e feconda. Entrambe le descrizioni sono molto incentrate sul corpo e sulle parti dello stesso che riempiono gli occhi dei due amanti.

Amore reciproco, dunque, reciprocità di desiderio e di sguardi: entrambi i membri della coppia, l’uomo e la donna, si riconoscono a vicenda come preziosi e insostituibili. Questa reciprocità è al cuore dell’esperienza amorosa autentica. Ciascuno diventa, agli occhi dell’altro, “l’unico al mondo”, senza paragoni possibili. La sposa lo dice chiaramente: il suo diletto si distingue fra mille e mille, è unico tra una miriade di altri uomini. Allo stesso modo, per lui, anche lei è “unica al mondo” – come proclamerà più avanti il Cantico, «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta» (Ct 6,9).

Questo riconoscersi unici e speciali l’un l’altro alimenta l’amore e lo rende saldo. In psicologia si sottolinea che l’ammirazione reciproca è davvero un ingrediente fondamentale dell’amore di coppia: “L’amore implica sempre una buona dose di ammirazione reciproca… L’ammirazione rappresenta il principio di ciò che potrebbe trasformarsi in una storia d’amore, perché implica che riconosciamo nell’altro delle qualità che lo rendono unico e diverso… È proprio questa diversità a far sì che la nostra attenzione si concentri su di lui/lei, e che il partner sia insostituibile per noi” (lamenteemeravigliosa.it).

Non è mera idealizzazione romantica: è un vedere l’altro in profondità, riconoscerne il valore intrinseco, la specifica bellezza che lo rende diverso da chiunque altro. È grazie a questo sguardo di ammirazione che l’amato e l’amata, nel Cantico, si chiamano a vicenda “amico mio” e “amica mia”, oltre che “amato” e “amata”: ciascuno trova nell’altro non solo attrazione sensuale, ma anche una risonanza profonda, una fiducia complice, un’amicizia amorosa fatta di stima e rispetto. In effetti, come suggerisce la psicologa Ana Villarrubia, avere un partner che ammiriamo ci riempie di orgoglio (in senso buono) e sicurezza, perché sentiamo di aver scelto qualcuno di grande valore – e sapere di essere a nostra volta ammirati dall’altro ci conferma nel nostro valore.

Nasce così un circolo virtuoso: l’amore nutre l’ammirazione e l’ammirazione rafforza l’amore. I due sguardi, maschile e femminile, diversi e complementari, costruiscono una visione reciproca positiva che protegge la relazione anche nelle prove.

Certo, l’idealizzazione assoluta dell’altro può essere rischiosa se rifiuta di vedere i difetti reali; ma il Cantico dei Cantici, pur nella sua esaltazione poetica, non è ingenuo riguardo alle difficoltà. Proprio la cornice narrativa dei versetti citati ci parla di una crisi attraversata dai due amanti: c’è stata una mancanza d’incontro, un momento di smarrimento e paura (Ct 5,2-8). L’amato è venuto a cercarla nel cuore della notte, lei esitava, e ora lui si è allontanato; la donna, colta dal rimorso, esce nella notte per ritrovarlo e subisce persino violenza da parte delle guardie urbane.

È un passaggio drammatico: perfino l’amore più bello può conoscere notti oscure, incomprensioni, il timore di perdersi. Tuttavia, ciò che colpisce è come la sposa reagisce a questa crisi. Ella non si chiude nel risentimento, non si dispera credendo l’amore finito: al contrario, rilancia l’amore con nuova forza, ricordando a se stessa e dichiarando agli altri chi è davvero per lei l’uomo che ama.

Questa risposta suggerisce qualcosa di profondo: nei momenti di distanza o conflitto, ricordare le qualità dell’altro, rivivere mentalmente (o a voce alta) ciò che ci ha fatti innamorare, può riaccendere il sentimento e la motivazione a ricongiungersi. È un atto di fedeltà e speranza che anticipa la riconciliazione. La sposa del Cantico, elencando le doti dell’amato, in fondo sta custodendo la presenza di lui nel cuore, finché potrà riabbracciarlo. E di fatto, subito dopo questa lode appassionata, i due amanti nel poema biblico si ritrovano e si riconciliano (Ct 6, che segue). Il potere di questa lode è stato di richiamare l’amato alla relazione, di ricucire lo strappo attraverso il riconoscimento dell’altro inteso come memoria attiva del bene.

Nella vita quotidiana delle coppie, anche noi possiamo vivere qualcosa di simile: dopo un litigio o un allontanamento, decidere di mettere a fuoco ciò che apprezziamo dell’altro – invece di rimuginare solo su ciò che non va – è spesso la chiave per sciogliere il ghiaccio e riavvicinarsi. Gli esperti di relazioni di coppia concordano su questo punto: mantenere vivo l’apprezzamento è essenziale per superare le crisi. Ad esempio, i noti studi di John Gottman mostrano che una delle antidoti più efficaci al disprezzo e alla negatività è coltivare tenerezza e ammirazione verso il partner, esprimendole attivamente.

Anche quando l’infatuazione iniziale – quella fase di passione cieca che gli psicologi chiamano limerenza – svanisce col tempo, l’amore può trasformarsi invece di spegnersi: diventa meno idealizzato forse, ma più profondo, più solido. Affinché ciò accada, è necessario nutrire il legame con gesti e parole di affetto sincero. Come scrive la terapeuta Carolina Traverso, “esprimere affetto e ammirazione è un modo per tenere con sé gli aspetti positivi della fase di innamoramento, una volta passata l’idealizzazione del partner”.

In pratica, continuare a dire “tu sei bello/bella ai miei occhi, ecco ciò che amo di te” mantiene accesa la fiamma anche quando la routine e i piccoli difetti quotidiani potrebbero offuscarla. È l’opposto del dare l’altro per scontato. Anche dopo anni, il potere del riconoscimento reciproco consiste nel vedere e apprezzare il partner come ineguagliabile e prezioso, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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L’Alleato Numero Uno

Cari sposi, oggi celebriamo con gioia una grande solennità, la Pentecoste. Al 50° giorno dalla Pasqua, lo Spirito Santo prorompe con la sua potenza sugli apostoli e sulla piccola comunità cristiana a Gerusalemme. Inizia ufficialmente la Chiesa, gli apostoli diventano così grandi evangelizzatori fino ai confini del mondo allora conosciuto e capaci di morire per Gesù, loro che poche settimane prima si erano dimostrati codardi. La Sposa di Cristo oggi iniziò il suo tempo di annuncio in ogni parte del mondo.

Questa festa ha per voi sposi un tono molto speciale, anzi, direi quasi che siete interpreti privilegiati del suo significato nel mondo.

Anzitutto lo Spirito scende in forma di fuoco, un elemento non per nulla casuale ma anzi spessissimo usato come metafora dell’amore, come già ci insegna il Cantico: “I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente” (Ct 8,6).

In questo senso ci dice Papa Benedetto: “Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore” (Omelia di Pentecoste 2010).

Prendo spunto da queste sue parole per affermare che lo Spirito è Colui che porta a pienezza il vostro amore, anzi, è il migliore alleato di voi sposi se volete vivere a fondo la vostra chiamata matrimoniale.

La parola greca “Paraclito” è tradotta in latino come “Avvocato”. In senso lato l’avvocato è chiunque ci sta vicino, ci accompagna nella quotidianità, ci soccorre nei piccoli o grandi bisogni, ci dà buoni consigli nei dubbi, ci offre un esempio coerente e attraente e soprattutto ci difende nei momenti duri. Ed è esattamente ciò che vorrebbe tanto fare lo Spirito nella vostra vita, purché Glielo permettiate con un ascolto attento e fedele.

Un grande teologo ortodosso russo, laico e sposato, Pavel Evdokimov, ha scritto pagine di grande profondità sulla relazione che c’è tra gli sposi e lo Spirito: “L’amore umano è assunto nel mistero dell’Amore divino, è trasfigurato dallo Spirito Santo, che viene invocato sugli sposi come viene invocato sul pane e sul vino nell’Eucaristia” (Pavel Evdokimov, Il sacramento dell’amore, cap. V).

Questa frase ci ricorda che il matrimonio contiene una consacrazione allo Spirito Santo della relazione nuziale, analoga a quella eucaristica. Con quel gesto, voi avete dato via libera allo Spirito di fare di voi una chiesa domestica, una casa come Tempio in cui Lui può abitare, un amore che può assomigliare un po’ di più all’Amore che Gesù ha per la Chiesa.

Vediamo un passaggio del Concilio Vaticano II in cui si menziona l’azione dello Spirito a Pentecoste: “Egli (Lo Spirito Santo) introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo” (Lumen gentium 4)

Provate ora a sostituire la parola “Chiesa” con “matrimonio”. Il cambio è soprendentemente riuscito ma soprattutto lecito per il fatto che siete chiesa domestica, piccola chiesa rispetto alla grande Chiesa universale.

E allora, se è davvero così, vediamo brevemente i meravigliosi effetti che lo Spirito produce in quelle coppie che si abbandonano alla sua azione:

In primo luogo, se lo Spirito ha consacrato il vostro amore, vuol dire che Egli si impegna quotidianamente affinché sia capace di diventare icona dell’Amore sposale di Gesù, quindi un amore potenzialmente eroico, indissolubile e indistruttibile.

Inoltre, lo Spirito Santo educa, purifica, unifica e trasfigura l’amore umano. Pensiamo infatti alla Sequenza allo Spirito quando diciamo: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò ch’è sviato”. Che meraviglia sapere che Egli purifica ciò che sporca una relazione, guarisce dalle ferite relazionali, porta calore là dove si è creata distanza o freddezza, modifica comportamenti errati…

Da ultimo – per modo di dire – lo Spirito, che è la Comunione tra il Padre e il Figlio, regala incessantemente tale comunione ai coniugi. È quell’olio lubrificante che elimina le asperità, è quella colla che mantiene attaccati anche nelle prove. E poi questa unità da voi sposi la effonde su tutta la famiglia, annullando le divisioni e abbattendo i muri.

Vorrei concludere proprio con un accenno su questo punto, pronunciato recentemente da Papa Leone nel Giubileo delle famiglie. Nel fondo sta parlando proprio dell’opera dello Spirito:

La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa” (Omelia nel giubileo delle famiglie, nonni e anziani).

Cari sposi, vi invito a familiarizzarvi di continuo con la sua dolce Presenza nel vostro amore, a invocarLo spesso, a renderLo partecipe delle vostre scelte e decisioni, a gioire con Lui per le grazie e i doni ricevuti. Vedrete allora la differenza di poter contare sul vostro principale alleato nel cammino di vita matrimoniale.

ANTONIO E LUISA

Per sintetizzare i pensieri di don Luca possiamo dire che nel matrimonio siamo consacrati: la nostra relazione appartiene prima a Dio che a noi stessi. Quando viviamo l’amore con gesti quotidiani di cura, servizio e tenerezza, il nostro amore diventa via di salvezza, sacrificio sacro e offerta a Dio. Anche le fatiche familiari più ordinarie, se vissute con amore, diventano azioni sante. Ma se viviamo l’unione per egoismo, senza donarci, tradendo l’amore, compiamo un sacrilegio: rubiamo a Dio ciò che gli appartiene.

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Quando l’Amore non Riempie più il Vuoto

“Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
In questa frase Gesù ci dice tutto. Ma spesso noi la ascoltiamo con le orecchie della devozione e non con quelle della vita quotidiana. Eppure, lì dentro c’è una svolta che può cambiare radicalmente il nostro modo di amare: l’amore vero non è prendere. È dare. Non è colmare un vuoto. È scegliere qualcuno, anche quando non ci consola più.

L’amore non nasce dal vuoto: nasce dalla libertà

Nel nostro cammino di coppia, spesso ci imbattiamo in questa dinamica: quando l’altro non fa quello che desideriamo, quando non ci consola, quando ci lascia inascoltati… ci arrabbiamo. Non perché non ci ama, ma perché non riempie quel buco profondo che ci portiamo dentro. Allora lo accuseremo. Lo rifiuteremo. Diremo: “non mi capisci, non mi ami”. Ma la verità è che stiamo chiedendo a lui o a lei ciò che nemmeno Dio chiede di essere.

E qui emerge un nodo cruciale anche nell’ottica dell’Analisi Transazionale: quando agiamo mossi dal nostro Bambino ferito, cerchiamo nell’altro una carezza, un conforto, un contenimento… e chiamiamo tutto questo “amore”. Ma l’amore vero nasce solo da una scelta dell’Adulto interiore: quella parte di noi che è libera, responsabile, capace di verità.

Usare gli altri non è amare

Abbiamo bisogno di smascherare una menzogna diffusa anche nei matrimoni cristiani: non tutto ciò che si chiama amore… è amore. Perché a volte usiamo le persone per non sentire la nostra solitudine. Per non guardarci dentro. Perché abbiamo paura del vuoto.

Ecco perché l’amore maturo – quello che somiglia a Cristo – non è lasciarsi evangelizzare dal proprio vuoto, ma disobbedire a quel vuoto, dicendo: “io sono una persona ferita… ma la cosa più interessante della mia vita, non sono le mie ferite. Sei tu”. Ci vuole santità per amare così. Ci vuole una libertà che solo Dio può donare.

La trappola della colpa: chi è il responsabile della mia infelicità?

Quando in un matrimonio si smette di essere felici, la prima reazione è spesso la ricerca del colpevole. È un meccanismo antico, presente già in Genesi: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero…” (Gen 3,12). È colpa tua. È colpa mia. È colpa di Dio.

Ma la verità è che la domanda è sbagliata. Non è “chi è il colpevole?”. È: “Come ne usciamo senza farci a pezzi?” Colpevolizzare non salva. Né l’altro né se stessi. E questo vale sia per il Genitore Normativo che giudica e punisce (“è tutta colpa sua”), sia per il Bambino Adattato che si umilia e si annulla (“sono io che sbaglio sempre”). In entrambi i casi… si esce dalla via dell’amore.

La santità non è perfezione: è resistenza al male

Gesù non ci ha mai promesso che le relazioni sarebbero state sempre felici. Ma ci ha insegnato come restare umani anche quando l’altro smette di esserlo. A volte non possiamo cambiare chi ci sta ferendo. Ma possiamo decidere come viverci quel dolore.
Possiamo scegliere di non lasciarci incattivire. Questa è la santità: non la fine del conflitto, ma la libertà di non lasciare che quel conflitto tiri fuori il peggio di noi.

È una santità che nasce nel quotidiano. Nella carne. Nei silenzi. Nei pianti nascosti in bagno. Nel perdono dato anche quando l’altro non chiede scusa. Non è facile. Ma è possibile… presso Dio.

L’amore cristiano non è una dipendenza reciproca, ma una reciprocità liberata

Gesù dice: “Anche i pagani amano quelli che li amano” (cfr. Mt 5,46). La reciprocità, in sé, è una cosa bellissima. Ma non può essere la base unica del nostro amore. Perché quando viene meno – e prima o poi, capita – resta solo una domanda: “Chi sono io, anche quando tu non mi ami come vorrei?”

Ed è lì che nasce il cristianesimo – la nostra sequela di Cristo – nel matrimonio: quando smetto di amare per ricevere qualcosa in cambio, e comincio ad amare perché Cristo mi ha amato per primo.

Conclusione: l’amore che resta, anche quando fa male

Forse ti aspettavi che l’altro ti rendesse felice. Ma la verità è che nessuno, da solo, può fare questo miracolo. Solo Dio può riempire il vuoto. Tu puoi amare. Puoi scegliere. E puoi lasciarti salvare dentro l’amore che resiste. La santità non è un ideale per supereroi. È un amore che resta. Che non smette. Che si affida. Che dice: “Io non sono il mio dolore. E tu… vali più delle mie ferite.”

Antonio e Luisa

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Diario di un Fidanzamento Cristiano – Nati per Amare in Pienezza

VI COMANDAMENTO: NON COMETTERE ATTI IMPURI

“Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”- Gv 15,10.

Cari lettori, la volta scorsa (clicca per leggere gli articoli precedenti) vi ho raccontato la gioia del primo bacio con Alessandro e la preziosa serata del 15 agosto 2019. In questo articolo tratterò di un tema bellissimo, ovvero quali sono le modalità per custodire e far crescere l’amore nel fidanzamento, così che esso arrivi pronto per il Sacramento del Matrimonio.

Quando riceviamo un sacramento infatti, scende lo Spirito Santo che ci trasforma interiormente, ma Egli agisce su quello che trova: poiché corpo e anima non sono scindibili nella vita terrena, le due cose sono sempre collegate. Il modo in cui facciamo maturare la nostra dimensione umana, caratteriale e relazionale, così come quello in cui scegliamo di vivere la corporeità, è frutto di un cammino e di una crescita che, nel tempo del fidanzamento, siamo chiamati a vivere bene per una sola ragione: essere felici. Vi ricordate l’immagine della Perla Preziosa di cui parla Gesù?

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.»  Mt 13

Possiamo associare la perla preziosa alla nostra vocazione verso la sponsalità. Quindi che cosa siamo chiamati a vendere per comprarla? Cosa siamo disposti a buttare per essere felici?

La risposta ci viene dal temutissimo SESTO comandamento, ovvero “Non commettere atti impuri”! Dico temutissimo, perché molte persone, anche “cristiane” lo considerano un impedimento, un ostacolo alla realizzazione del piacere personale. Altri lo ritengono sorpassato, un retaggio dei secoli passati, nei quali forse era ancora possibile viverlo perché magari i fidanzamenti duravano molto poco…No, niente di tutto questo!

Spesso sentiamo i comandamenti indicati anche con un’espressione più profonda: parole di vita. E in effetti, anche il VI comandamento è una parola che ci è stata donata per guidarci verso la felicità. Sì, perché ogni persona è veramente felice quando si sente amata e quando riesce ad amare. Ed è proprio questa la bussola che ci orienta nel cammino dell’amore autentico.

Ecco che allora ci sono dei no da dire per un sì più grande. Cito un articolo – del quale metto il link – anche se credo che tutti sappiano quali sono questi no:

«Il sesto comandamento non proibisce solo l’adulterio, ma anche tutto l’uso indebito della sessualità con altri o da soli.  Ad esempio la masturbazione continua a essere un uso indebito della sessualità e quindi un peccato da confessare.»

Come fidanzati siamo forse dei supereroi? Così bravi e senza macchia da essere perfetti? La risposta è no, ecco perché esiste il bellissimo Sacramento della Riconciliazione. Posso dire però che Alessandro ed io abbiamo dato peso e valore al VI comandamento e cerchiamo di viverlo sempre meglio. Quali solo i regali? Sapete che quando si sceglie di camminare nella strada di Gesù c’è sì una fatica a volte («Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» Mt 11), ma si sperimenta una serenità e una gioia che non viene da noi. Provo di seguito a raccontare i doni che questo comandamento ci vuole fare se lo accogliamo:

  • Superare l’egocentrismo e imparare a vedere l’altro con i suoi difetti e pregi;
  • Migliorarci per l’altro lì dove siamo carenti;
  • Dare valore al dialogo per sciogliere tutti i nodi prima del matrimonio;
  • Coltivare il linguaggio verbale e non verbale della tenerezza e della dolcezza;
  • Scorgere nell’altro una bellezza sempre più grande;
  • Vivere come se le fiabe che abbiamo amato nella nostra infanzia fossero davvero reali;
  • Comprendere che questo amore si prepara all’indissolubilità e all’eternità;
  • Sperimentare cosa significa amare davvero una persona.

Tutto ciò vi sembra cosa da poco? Credo di poter affermare che queste siano le basi di un matrimonio felice che non si distruggerà mai anche quando arriveranno le tempeste della vita.

Ringrazio una cara amica che, da qualche tempo, si sta riavvicinando alla fede e che, durante il viaggio di ritorno da un pellegrinaggio a Roma per il Giubileo, mi ha chiesto il significato della Confessione. Le ho spiegato che, in genere, l’esame di coscienza si compie a partire dai comandamenti. Poi siamo arrivate a parlare del VI, e in quel momento le ho detto: «Ti spiego con calma, perché questo è difficile. Non voglio banalizzare la spiegazione»

Poi attraverso messaggi audio le ho spiegato al meglio delle mie possibilità. Basta semplicemente riflettere usando solo il nostro intelletto, per capire che la castità nel fidanzamento porta benefici umani, relazionali e spirituali. Per questo vi lascio dei link a dei video particolarmente preziosi, un link a un articolo e il link alla pagina del “Catechismo della Chiesa Cattolica”.

Al numero 2331 del Catechismo leggiamo una frase bellissima: «Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione e di amore. Creandola a sua immagine […] Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione». 

Il prossimo mese vi darò notizia di un servizio svolto da un’associazione di Milano, la quale mette in contatto scritto persone dai 30 ai 50 anni più o meno che condividono principi cattolici e che per varie ragioni non hanno ancora conosciuto la persona giusta per loro. Tutto ciò alla prossima puntata!

Un abbraccio affettuoso,

Eleonora e Alessandro

(Accogliamo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli. Potete scriverci a eleonoraealessandro4@gmail.com o commentare nel blog.)

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NEWS!!!

Abbiamo aperto una community Telegram nella quale condividere pensieri e contenuti sul fidanzamento e sul matrimonio. E’ rivolta soprattutto ai giovani, anche a coloro che non sono fidanzati, ma che apprezzano la bellezza di queste tematiche. Metto qui il QR CODE che vi rimanda subito a Telegram.

VI ASPETTIAMO!!!

Una Madre Bellissima

La mamma è sempre la mamma”, si dice: come non essere d’accordo con questa espressione popolare! Ciascuno di noi porta nel cuore la propria madre, è il nostro primo grande amore.

Purtroppo non tutte le maternità sono serene e lineari; alcune gravidanze non sono cercate o desiderate, altre ancora si fanno attendere a lungo e, a volte, non arrivano mai. Una donna può sentirsi mamma fin da piccola, quando gioca sognante con le bambole, opppure non sentire questa vocazione in sé.

Da adulta, poi, diventa la genitrice premurosa e attenta che non si aspettava nemmeno oppure fa fatica a riconoscersi in questo ruolo. Vivendolo male, con fatica e insofferenza, trasmette ai figli la mancanza di affetto che, nel peggiore dei casi, può infliggere ferite ed inquinare il rapporto per tutta la vita.

Insomma, le casistiche sono molteplici e non basterebbe un manuale intero a raccoglierle, descriverle e spiegarle.  Quello che è importante sottolineare è l’importanza di sentirsi accolti dalla propria mamma. Il legame madre-figlio è uno dei più complessi e significativi dell’esperienza umana. La figura materna riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo, sociale e psicologico del bambino. Sentirsi amati dalla mamma è un aspetto cruciale di questo legame, poiché influisce profondamente sulla nostra identità e sulle relazioni future.

Fin dai primi momenti della vita, la madre rappresenta il punto di riferimento per eccellenza. La sua presenza costante, il suo abbraccio, il suono della sua voce, il suo stesso profumo, sono elementi che contribuiscono a creare un ambiente sicuro e protetto. Questo “rifugio” aiuta il bambino a esplorare il mondo circostante con fiducia. Sentirsi accolti significa ricevere un messaggio chiaro: “Tu sei amato, sei importante”. Questo senso di appartenenza è essenziale per lo sviluppo di una buona autostima.

Tutto questo lo si ritrova in una statua nuovissima e bellissima: la “Madre dei bambini nati in Cielo”, appena collocata presso l’omonima cappellina all’interno del Santuario del Bambin Gesù di Praga ad Arenzano (GE), ufficialmente inaugurata venerdì 30 maggio scorso da S.E. il Cardinale Angelo Bagnasco. L’opera in ceramica è merito dell’artista ligure Luca Damonte che, dopo dici mesi d’impegno, ha donato al mondo un autentico capolavoro.

La “Madre dei bambini nati in Cielo”, quasi a grandezza naturale, rappresenta una Madonna del quotidiano, come amo definirLa. Il suo volto non richiama vip o attrici dello star system ma l’espressione di una madre che accoglie, riceve, comprende, consola. Lunghi dall’essere giudicante, il Suo sguardo cattura l’attenzione e il cuore. Braccia aperte, Gesù Bambino nel pancione, manto che accoglie dodici bambini: queste sono le sue stupende caratteristiche.

Dodici bimbi tra cui si riconoscono piccini non nati, bambini sofferenti o impauriti, altri che pregano o dormono, un altro ancora che porta in braccio un esserino cui è stato impedito di nascere. Ma non è certo la tristezza a dominare la scena bensì la speranza. La speranza che sotto la protezione di Maria – quel manto accogliente, così sapientemente plasmato dallo scultore – tutto può cambiare, a cominciare dal nostro cuore.

Perché è da lì, e soltanto da lì, che le cose potranno migliorare, in noi e attorno a noi. Dio perdona, sempre, ma noi dobbiamo pentirci. E la “Madre dei bambini nati in Cielo” ce lo dice in modo potente, nel suo silenzio mistico, con il suo volto di madre. Una Madre bellissima.

Nella nostra società in cui tutto è immagine, è meraviglioso che ci siano ancora artigiani del sacro che vivano il loro mestiere come un percorso spirituale. Soltanto in questo modo le loro opere non saranno soltanto un abbellimento estetico, un “di più”, ma saranno il centro da cui partire per riflettere e pregare.

Coraggio mamme, coraggio papà! Qualunque dolore, angoscia, malattia, perdita o decisione ci siano state le vostro passato, la “Madre dei bambini nati in Cielo” invita a guardare avanti, non indietro. Poniamoci tutti sotto quel manto, accanto ai dodici bambini rappresentati. Dodici discepoli di una teologia dell’infanzia che sta soffiando come vento potente nella Chiesa, profezia come si sta realizzando.

Perché, come ha detto Papa Leone nell’omelia di domenica 1° giugno, Giubileo dei bambini e delle famiglie: “La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa”.

Fabrizia Perrachon

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Restare Accanto. L’Amore che Accompagna

Nel Vangelo di Luca, l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è uno dei racconti pasquali più densi di tenerezza e rivelazione. Due uomini delusi, feriti, se ne vanno da Gerusalemme. Camminano via dalla città dove hanno visto morire le loro speranze, lontano dalla comunità, lontano da ciò che era stato annunciato come la salvezza. Eppure è proprio lungo quella strada di allontanamento che Gesù si fa vicino. Senza condannarli, senza rimproverarli, li raggiunge nel loro disincanto e comincia a camminare con loro.

Questa immagine ha qualcosa di profondamente umano e divinamente pedagogico: Gesù resta, cammina, ascolta, interpreta, condivide il pane. E così li conduce alla verità. Ma lo fa senza fretta, senza forzature. È la pedagogia dell’amore che non giudica, ma accompagna. È lo stile dell’amore di Dio.

Quando l’altro si allontana

All’interno del matrimonio cristiano, capita – e non raramente – che uno dei due sposi attraversi momenti di crisi. Crisi di fede, crisi di senso, crisi di desiderio. A volte questa crisi si manifesta in modo esplicito: l’allontanamento dalla Chiesa, dal sacramento, dalla preghiera. Altre volte è più sottile, nascosta: una freddezza interiore, una chiusura, uno sguardo spento che non sogna più. Sono momenti in cui sembra che l’altro si stia “allontanando da Gerusalemme”.

Ed è qui che il Vangelo ci offre una chiave preziosa: non sempre chi si allontana sta tradendo; spesso sta solo cercando di non morire dentro. Come i discepoli di Emmaus, si va via quando non si riesce più a credere, quando il dolore è più forte della speranza. Ma Gesù non si scandalizza. E l’amore coniugale cristiano, se vuole essere immagine dell’amore di Cristo, è chiamato a fare lo stesso.

L’amore che cammina insieme

C’è un verbo che dovrebbe essere scolpito nel cuore di ogni coppia: accompagnare. Non significa “sopportare passivamente” l’altro, né “aspettare che torni come prima”. Accompagnare, nella sua radice latina, significa “condividere il pane”. È un gesto quotidiano, semplice, concreto: essere lì, continuare a camminare insieme, anche quando non ci si capisce, anche quando si è delusi, anche quando si è stanchi. Il vero amore non scappa davanti alla crisi dell’altro, ma resta.

Gesù, sulla via di Emmaus, ascolta prima di parlare. Chiede: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?” (Lc 24,17). Non impone la verità, ma fa domande. Lascia che parlino, che sfoghino il dolore, che esprimano la loro confusione. Quante volte, invece, tra marito e moglie, si tende a giudicare, correggere, zittire, voler riportare l’altro alla “giusta via” con forza, invece che con compassione!

Dare tempo alla verità di farsi strada

Nel matrimonio cristiano, la verità non è un possesso da difendere, ma una luce da attendere insieme. La verità dell’amore, della fede, della vocazione si fa strada lentamente, come accade per quei due discepoli che solo alla fine riconoscono Gesù “nello spezzare il pane”. Fino a quel momento, erano ciechi. Ma Gesù non li ha lasciati. Ha atteso con pazienza, ha seminato con delicatezza, ha condiviso la strada.

Così anche tra sposi: ci saranno tempi in cui l’altro non crede più nel sacramento, non sente più la vicinanza di Dio, ha smesso di pregare o si rifugia in illusioni, chiusure, paure. Ma proprio in quel momento, l’amore fedele dell’altro sposo può diventare come la presenza silenziosa di Cristo: discreta, mite, perseverante. Non è il tempo di “insegnare”, ma di stare. Non di convertire, ma di restare.

L’arte dell’attesa

Amare come Cristo ha amato è anche saper attendere. È dare all’altro il tempo necessario perché torni a credere, anche quando la fede sembra morta. Questo tempo non è tempo perso, ma tempo seminato. In esso si nasconde la speranza pasquale. Come diceva Don Tonino Bello: “La speranza è come un bambino che si addormenta sereno, anche se attorno infuria la tempesta.” E non è forse così che si ama nel matrimonio? Sperando contro ogni speranza (Rm 4,18), anche quando l’altro sembra irriconoscibile.

La grazia del “restare”

Rimanere accanto a chi si allontana è una delle forme più alte della carità coniugale. È lì che l’amore si purifica da ogni pretesa e si fa dono puro. È lì che la fedeltà si trasforma in grazia. Quando non ci si ama più “perché”, ma “nonostante tutto”. Quando non si cerca l’altro per ricevere, ma per testimoniare che l’amore vero non si arrende.

E spesso accade un miracolo: come i discepoli di Emmaus, anche l’altro, a un certo punto, può riconoscere una Presenza proprio attraverso quella fedeltà discreta. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre ci parlava lungo la via?” (Lc 24,32). L’amore fedele fa ardere il cuore anche quando tutto sembra freddo.

Antonio e Luisa

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Papa Leone: il Matrimonio è Canone dell’Amore

Domenica scorsa, rivolgendosi alle famiglie, Papa Leone ha sottolineato un aspetto di grande rilievo, passato forse troppo inosservato: il matrimonio non è solo un ideale da inseguire, ma un canone – cioè la forma concreta e piena dell’amore. Un’affermazione che merita di essere approfondita, perché cambia radicalmente il modo in cui guardiamo alla vocazione coniugale.

Papa Leone ha usato, sebbene pronunciate con sua consueta dolcezza, parole potenti. Perché un “canone” non è un’aspirazione, ma una regola viva. È l’insieme delle caratteristiche che definiscono qualcosa nella sua verità più piena. Il matrimonio, dunque, non è una bella idea, ma il “metro” con cui si misura l’amore vero. Non è l’ombra del sentimento, ma il suo corpo. E questo cambia tutto.

L’amore ha bisogno di un corpo

Nel mondo contemporaneo, l’amore è spesso ridotto a emozione passeggera, a spontaneità istintiva, a coerenza con il proprio sentire. Ma se l’amore non ha forma, se non ha un contenitore, se non ha un confine che lo protegga, rischia di svanire nel tempo. Il matrimonio sacramentale è quel “corpo” dato all’amore, quel limite che non mortifica ma custodisce.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore ha bisogno di una forma per restare fedele a se stesso. E questa forma non è una prigione, ma un grembo. Non è un recinto, ma un’alleanza.

Il matrimonio è l’alleanza che dà carne all’amore. È quella struttura che lo tiene in piedi anche quando la passione traballa, quando il desiderio si affievolisce, quando la stanchezza sembra spegnere l’incanto. È ciò che permette all’amore di superare il tempo e le sue intemperie.

Un amore che trasforma, non che consuma

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ci mette in guardia da un amore che consuma l’altro invece di donarsi. Parla di “una cultura del provvisorio” che ha svuotato di senso la fedeltà, e ci invita a recuperare un amore che sia scelta radicale, dono totale, percorso spirituale. Solo un amore così può davvero essere “canone”: cioè misura e non solo sogno.

Il matrimonio, infatti, non è il luogo dove si esaudiscono tutti i desideri, ma dove si purificano. È la fucina nella quale l’amore diventa adulto. Dove si passa dall’innamoramento all’amare. E questo richiede tempo, pazienza, perdono, sacrificio.

L’illusione dell’amore perfetto

Dal punto di vista psicologico, questa visione del matrimonio come canone risponde a un bisogno profondo dell’anima: quello di essere contenuta, strutturata, guidata. Come spiega l’Analisi Transazionale, ogni persona ha dentro di sé tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. L’amore immaturo è spesso dominato dal Bambino: desidera essere accolto senza condizioni, cerca emozioni forti, teme il rifiuto. Ma l’amore maturo deve passare attraverso l’Adulto, capace di scegliere, di restare, di integrare. Il matrimonio è lo spazio in cui questo passaggio può avvenire, se vissuto nella verità.

Molte coppie entrano nel matrimonio con l’idea che l’altro colmerà ogni loro vuoto. Ma come dice ancora Epicoco, “nessuno può essere il Salvatore dell’altro”. Solo Cristo salva. Il coniuge non è Dio, ma un compagno di pellegrinaggio, ferito e bisognoso di grazia. Il matrimonio non è il paradiso, ma il sentiero per arrivarci.

Quando la legge è grazia

Per questo il matrimonio è sì una legge, ma una legge redenta. Non imposta dall’esterno, ma accolta nel cuore. È come la liturgia: ripetitiva, sì, ma vitale. I riti della vita coniugale — il buongiorno, il pasto condiviso, l’atto di perdono, l’abbraccio della sera — sono i “riti liturgici” dell’amore che trovano il culmine nel gesto sacramentale che è l’amplesso. E come ci ricorda il Catechismo, “la grazia del sacramento è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi” (CCC 1641). La grazia non elimina la fatica, ma la trasfigura.

Il matrimonio è canone dell’amore perché ci obbliga a uscire dal narcisismo, dalla logica del “finché mi va”, e ci educa alla comunione. Solo così l’amore non diventa un capriccio, ma una vocazione.

Una chiamata alla verità dell’amore

Allora il punto non è: “Questo matrimonio mi rende felice?”. Ma: “Questo matrimonio mi sta facendo diventare più vero, più libero, più capace di amare?”. È il passaggio dalla logica del bisogno a quella del dono.

Il matrimonio, dunque, non è la scenografia dell’amore, ma il suo canone. È il luogo dove l’amore diventa carne, si struttura, cresce, si purifica, e — se lasciamo entrare Dio — si trasfigura. Non sarà mai perfetto. Ma sarà reale. E sarà fecondo. Perché ciò che ha forma può durare. Ciò che ha radici può fiorire.

E questo è il vero miracolo del matrimonio: non essere il luogo delle emozioni perfette, ma delle scelte fedeli. Non essere il sogno dell’amore, ma la sua verità.

Antonio e Luisa

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Mai Soli

Dalla Prima Lettura di domenica scorsa, l’Ascensione:

Dagli Atti degli Apostoli At 1,1-11 «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.

Questo brano è posto all’inizio del Libro degli Atti degli Apostoli, è come se da questo evento, l’Ascensione, dipendesse tutto il resto descritto nei capitoli seguenti. I latini direbbero “Conditio sine qua non”: una condizione necessaria, senza la quale gli Apostoli non avrebbero potuto compiere quegli atti descritti poi più avanti.

E questo cosa dice a noi sposi? Spesso tra di noi succede che ci si dice “lo sai che ti amo” e, a volte, l’altro ci risponde con una frase simile: “Sì, sì, dici sempre così. È inutile dirmi ti amo ti amo…..ma poi in concreto non fai niente per dimostrarlo“. Se a qualche coppia non fossse mai accaduto è perché non sono umani, vengono da una altra galassia nella quale non esistono litigi ed incomprensioni tra maschio e femmina. Diffidate dai coniugi che dicono di non litigare mai………diffidare dalle imitazioni!

Anche nella nostra esperienza tocchiamo con mano che bisogna passare dalle parole ai fatti, anzi agli……atti, un po’ come gli Apostoli che passano finalmente agli atti, sì, ma solo dopo l’Ascensione. Cioè? Sembra quasi che le tre persone della Santissima Trinità abbiano inventato la staffetta….alle origini del mondo entra in scena il Padre, poi con l’Incarnazione tocca al Figlio, il quale con l’Ascensione passa il gioco allo Spirito Santo e… finalmente arrivano gli atti pieni di Spirito Santo cosicché gli Apostoli da pavidi diventano coraggiosi, da timidi a testimoni focosi, da pescatori semplici a pescatori di uomini per il Regno di Dio.

Cos’è successo di così grosso da trasformare gli Apostoli? È sceso lo Spirito Santo! Ma prima di tutto ciò dobbiamo vivere l’Ascensione come un fatto realmente accaduto all’uomo-Dio, Cristo Gesù. Infatti cosa significa la Sua Ascensione, se non che prima era disceso? E’ disceso per condividere la nostra natura umana (tranne il peccato) ma poi ha dovuto ritornare da dove era venuto (l’Ascensione), e per non lasciarci soli ci ha mandato lo Spirito Santo.

Ancora una volta, sposi carissimi, dobbiamo re-imparare a tradurre in atti il nostro amore per Dio e comunicarlo al nostro coniuge in primis. La nostra “conditio sine qua non” è che dobbiamo invocare lo Spirito Santo altrimenti non se ne fa niente.

Giorgio e Valentina.

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Coltivare il Giardino dell’Amore

L’Eden è davvero una condizione perduta per sempre? In questo capitolo ci interroghiamo su questa domanda, prima di tornare ai versetti del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La notte è passata e un nuovo giorno torna a illuminare il giardino dell’amore. Nel Cantico dei Cantici vediamo la sposa Sulamita contemplare con meraviglia il suo amato dopo averlo ritrovato: la luce ricompare dopo l’oscurità della distanza. «Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi…» – canta lo sposo nel Cantico nel secondo poema, annunciando la fine dell’inverno relazionale. Questa dinamica di luce e ombra, di inverno e primavera, percorre tutta la narrazione sacra: il Cantico non è una storia lineare, senza inizio né fine definita, ma un ciclo d’amore fatto di partenze e ricongiungimenti, di notti buie e aurore luminose.

In questa poesia millenaria riconosciamo la trama delle nostre vite. Anche la nostra storia d’amore vive di alti e bassi, di distanze e riavvicinamenti, in un cerchio che sembra non chiudersi mai. Non esistono relazioni che restino sempre uguali a sé stesse: l’amore o cresce e si rafforza, oppure declina diventando più fragile, seguendo una spirale ascendente o discendente. È importante esserne consapevoli nel cammino di coppia: ogni crisi può essere seguita da una nuova crescita, ogni notte può conoscere una nuova alba se troviamo la forza di riscoprirci e abbracciarci di nuovo. L’amore vive di questa alternanza vitale e ci chiama a non arrenderci mai all’oscurità definitiva.

Un amore vivo da coltivare ogni giorno

Proprio perché l’amore non rimane mai uguale, esso non va mai dato per scontato. L’amore coniugale è una realtà viva e in continua evoluzione, che richiede cura costante. Potremmo essere tentati di trattare la relazione come un oggetto d’arredo – qualcosa che, una volta messo al suo posto, non richiede altro che una spolverata ogni tanto. Ma il matrimonio non è un armadio immobile: è una pianta delicata che ha bisogno di essere annaffiata e accudita ogni giorno. Papa Francesco lo ha espresso con un’efficace metafora: il matrimonio somiglia a una pianta viva da curare quotidianamente, non a un mobile vecchio che basta pulire di rado. Occorre vigilare sullo stato di questa pianta, “vedere come sta, darle acqua”, come suggerisce il Papa argentino, perché solo così essa può crescere forte e rigogliosa. Se invece lasciamo che la polvere dell’abitudine la ricopra, il rischio è che il nostro rapporto appassisca lentamente.

L’amore di coppia è un dono prezioso, una realtà viva che attraversa varie stagioni. Nessuna fase della vita familiare giustifica la negligenza: la fiamma dell’affetto va alimentata anche quando arrivano i figli, anche nelle difficoltà del lavoro e della routine. Ricordiamoci che “il dono più prezioso per i figli” – come sottolinea ancora Papa Francesco – “non sono le cose, ma l’amore dei genitori… cioè la relazione coniugale”. I bambini traggono sicurezza e gioia nel vedere mamma e papà amarsi sinceramente. Per questo siamo incoraggiati a non trascurare la famiglia, ma anzi a mettere la cura del legame sponsale al primo posto. In sostanza, coltivare ogni giorno la “pianta” del matrimonio significa prendersi cura di noi stessi in quanto coppia: dedicarsi tempo, ascoltarsi, giocare insieme, sostenersi a vicenda. Sono queste attenzioni quotidiane – semplici ma costanti – a mantenere verdeggiante il giardino dell’amore nel quale anche i figli possono trovare riparo e nutrimento emotivo.

Il giardino nuziale: dall’Eden al Cantico

Sin dall’inizio, la Bibbia presenta l’amore umano con l’immagine di un giardino fertile e luminoso. Nel racconto della Genesi, prima del peccato, l’unione tra l’uomo e la donna fioriva nel giardino dell’Eden, dove tutto era dono e delizia.

Adamo ed Eva vivevano un rapporto pieno e armonioso, circondati dalla bellezza di una creazione incontaminata e vivificante. In quel paradiso originario – “giardino di delizie” secondo il significato antico della parola Eden – ogni cosa era provvista in abbondanza e l’amore reciproco non costava fatica. L’uomo e la donna potevano godere l’uno dell’altra e dei frutti della terra senza sforzo, in una comunione spontanea con Dio, tra loro e con il creato. Quel giardino primordiale simboleggia l’ideale di un amore pieno di vita, gratuito e in perfetta sintonia con la volontà divina.

Anche nel Cantico dei Cantici ritorna potente questa simbologia del giardino. Salomone, celebrando l’amore sponsale, paragona la sua sposa a un giardino incantato, chiuso e prezioso, colmo di piante aromatiche e fonti d’acqua viva. La sposa è come un paradiso segreto in cui il suo diletto ama perdersi.

Queste parole poetiche evocano un luogo di meraviglia e di abbondanza. Non vi ricorda nulla questa descrizione? Anche a noi, come all’autore sacro, essa richiama alla mente il giardino perduto dell’Eden, il paradiso terrestre in cui l’amore era puro e totale. Nel Cantico, infatti, il giardino nuziale rappresenta l’amore tra l’uomo e la donna nella sua pienezza: è immagine dell’amore erotico ma allo stesso tempo oblativo, fatto di tenerezza concreta nei gesti e dolcezza nelle parole.

Ogni frutto delizioso, ogni aroma e colore cantato nel brano biblico rimanda alla gioia, alla meraviglia, alla pienezza dei sensi e del cuore che l’amore autentico sa donare. È uno scenario di festa e di incanto, nel quale i due innamorati sperimentano una comunione profonda.

Eppure, sorge spontanea una domanda: come è possibile tutto ciò per noi, figli di Adamo? L’uomo e la donna del Cantico – proprio come ciascuno di noi – portano in sé l’eredità della caduta, della fragilità e dell’egoismo. Siamo nati dopo il peccato originale, conosciamo la fatica di amarci davvero e i limiti della nostra condizione. Come possiamo allora tornare a quel paradiso di intimità e di gioia simboleggiato dal giardino?

La Parola di Dio ci assicura che è possibile rivivere, almeno in parte, l’armonia delle origini. L’amore umano, pur ferito, può essere redento e condotto a una nuova pienezza. Nel Cantico dei Cantici Dio ci sussurra che possiamo ritrovare l’Eden nel nostro rapporto di coppia – ma, attenzione, non sarà più un dono automatico come quello delle origini. Dopo il peccato, quel giardino di beatitudine non si conserva da sé: va conquistato di nuovo e custodito con impegno.

Del resto, la dimensione sponsale del nostro amore è talmente profonda che la Scrittura la adopera per parlare dell’amore stesso di Dio verso l’umanità. In questo senso l’amore coniugale umano diviene segno e riflesso dell’amore divino: nel dono reciproco degli sposi si rispecchia il dono di Dio, e la Grazia scende ad arricchire e sostenere la loro unione. Proprio perché porta in sé l’impronta di Dio, l’amore sponsale è chiamato a una qualità “paradisiaca” – ed è la Grazia a renderlo possibile, senza però sostituirsi alla nostra libertà e responsabilità.

La fatica e la grazia nell’amore reciproco

Se l’Eden originario non richiedeva sforzo, il nuovo Eden dell’amore coniugale esige invece lavoro e dedizione quotidiana. Il “giardino” della nostra relazione va dissodato, seminato e irrigato ogni giorno con pazienza. Ogni fiore di tenerezza e ogni pianta aromatica di gentilezza vanno coltivati con gesti concreti: attenzione, ascolto, perdono, rispetto.

Ogni creatura che popola il giardino – i simbolici “animali” che rappresentano la vitalità e la ricchezza della vita insieme – va nutrita con attenzioni reciproche costanti. Non esiste più, dopo la caduta, un giardino dell’amore che si mantenga rigoglioso da solo, senza la nostra cura. Se smettiamo di impegnarci, quel giardino pian piano si inaridisce fino a diventare un deserto relazionale. Ma se invece ce ne prendiamo cura a due mani, con perseveranza e dolcezza, vedremo rifiorire paradisi di intimità nel cuore della vita quotidiana.

La nostra relazione di sposi è quel giardino affidato alle nostre cure. Solo coltivandolo giorno per giorno – insieme, in reciprocità – potremo evitare di smarrirci nella desolazione e davvero fare esperienza di un piccolo paradiso in terra. Certo, viviamo tutto ciò nei limiti della nostra umanità imperfetta e fragile. Ci saranno stagioni di siccità e momenti in cui zappare il terreno del cuore costerà fatica e sacrificio.

Ma proprio quando l’impegno sincero si unisce alla Grazia di Dio, il miracolo dell’amore si rinnova. La fatica condivisa diventa feconda; il perdono reciproco risana le ferite; la routine quotidiana si trasfigura in un cammino di santificazione. L’amore sponsale è davvero un dono e al contempo un compito: dono meraviglioso che Dio fa a una coppia chiamandola a unirsi, e compito affidato alla libertà dei coniugi di amarsi l’un l’altro come Lui li ha amati. Ogni giorno, con umiltà e creatività, siamo invitati a lavorare in questo giardino sapendo che ogni sforzo vale infinitamente la pena. Il frutto che ne scaturisce, infatti, è una comunione d’amore intensa e gioiosa, che vale ben più di tutta la fatica spesa – perché in essa palpita la presenza vivificante di Dio stesso, e il suo Amore rende possibile il nostro.

Antonio e Luisa

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Onorare il Corpo Porta in Cielo

Cari sposi, celebriamo oggi una solennità dal sapore più che mai celeste, la festa non solo del ritorno al Cielo di Gesù quanto del suo averci preceduto di là, accanto al Padre. Una festa, quindi, che ci riguarda in modo speciale perché “anche se il nostro corpo mortale passa attraverso la dissoluzione nella polvere della terra, tutto il nostro io redento è proteso verso l’alto e verso Dio, seguendo Cristo come guida” (Giovanni Paolo II, Udienza del 24 maggio 2000).

Infatti, nell’Ascensione si dà pieno compimento alla Risurrezione e in un certo senso anche alla stessa Incarnazione del Verbo. Difatti Gesù risorto vive una situazione provvisoria, desidera restare altri 40 giorni per far comprendere ai suoi la verità e la concretezza di quanto era accaduto: era proprio Lui! Era veramente Risorto! Non era sufficiente per gli 11 vederlo un paio di volte per rendersi conto dell’oggettività di quanto era accaduto il Terzo Giorno dopo la morte sul Golgota.

Ma trascorsi quei giorni, Gesù doveva tornare al Padre, stavolta però con il suo corpo umano. L’ascensione è quindi la glorificazione anticipata della nostra natura, di un corpo umano che già vive nella gloria del Padre. Ci ricorda sempre Giovanni Paolo II che:

«Le parole dei Sinottici attestano che lo stato dell’uomo nell’“altro mondo” sarà non soltanto uno stato di perfetta spiritualizzazione, ma anche di fondamentale “divinizzazione” della sua umanità. I “figli della risurrezione” – come leggiamo in Luca 20,36 – non soltanto “sono uguali agli angeli”, ma anche “sono figli di Dio”. […] Bisogna aggiungere che qui si tratta non soltanto di un grado diverso, ma in certo senso di un altro genere di “divinizzazione”. La partecipazione alla natura divina, la partecipazione alla vita interiore di Dio stesso, penetrazione e permeazione di ciò che è essenzialmente umano da parte di ciò che è essenzialmente divino, raggiungerà allora il suo vertice, per cui la vita dello spirito umano perverrà ad una tale pienezza, che prima gli era assolutamente inaccessibile» (Giovanni Paolo II, Udienza del 9 dicembre 1981).

Cosicché, la nostra vocazione cristiana è totalizzante e non si limita alla dimensione spirituale ma coinvolge tutta la persona, dalla testa ai piedi, psiche-corpo-spirito.

Quanto bene, pertanto, ci fa il ricordare che siamo fatti per il Cielo, per la nostra definitiva Casa e che Gesù si è anticipato là per prepararcela. Tutto ciò non fa che relativizzare ogni situazione, bella o difficile, che possiamo vivere nel presente. Un grande filosofo, mistico e scienziato quale Pavel Florenskij, durante la sua prigionia nel gulag nelle Isole Solovki, ce ne dà una testimonianza audace:

Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete” (N. Valentini – L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemiLe lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano 2000, p. 418).

Tutta questo grande patrimonio spirituale per voi sposi si può tradurre in modo molto concreto. Gesù anzitutto chiede agli apostoli di essere testimoni delle cose meravigliose che hanno vissuto assieme a Lui e perciò promette lo Spirito come quella forza necessaria per dare testimonianza. È quanto è accaduto anche nella vostra storia, dal momento che, nel rito, lo stesso Spirito è sceso su di voi con potenza, voi non siete così diversi da loro perché il medesimo Spirito ha preso dimora nel vostro amore.

Ma, lo sapete bene, la testimonianza sponsale non si misura sulla falsariga di un missionario sacerdote o religioso bensì ha uno stile proprio ed è sempre la festa odierna a insegnarcelo. È il vostro corpo e l’onore vicendevole che dimostrate il principale mezzo di testimonianza: “Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: il spirituale e il divino” (Giovanni Paolo II, Udienza del 20 febbraio 1980).

Nel rito vi siete promessi di onorarvi mutuamente e questo passa in primo luogo dall’onorare i vostri corpi. Il matrimonio è il “sacramento del corpo”, che gli conferisce quella dignità e quell’onore proprio in virtù della nostra chiamata alla vita beata con tutta la nostra persona.

Cari sposi, non stancatevi anche con il passare del tempo di amarvi e onorarvi nel corpo, con quella delicatezza e tenerezza che vi è affidata come compito e missione speciale. Siate consapevoli del gran bene che fate non solo a voi stessi ma dell’autentica testimonianza che offrite verso l’esterno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha colto nel segno. Il Vangelo ci spinge a non separare mai l’amore da ciò che lo incarna: l’intimità non è un accessorio del matrimonio, ma una sua grammatica essenziale. Se il corpo diventa luogo di rispetto, ascolto e dono, allora tutto il resto sarà autentico. Ma se nella carne c’è dominio o freddezza, allora anche lo spirito vacilla. L’amore vero è totale, o non è. Da come viviamo la nostra intimità si può capire molto della qualità della relazione tutta.

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Trasformare la Fame d’Amore in Libertà Personale

All’articolo di ieri mancava forse un pezzo. Un commento su facebook mi ha fatto infatti riflettere. Il commento conteneva una domanda:  Che se si resta da vittima o si resta da donna adulta e libera, la sostanza non cambia, penso che questa fame d’amore di cui lei parla resterà lo stesso se l’altra persona non vuol cambiare. E a questo punto faccio la domanda diretta, in che senso si può “curare e risorgere” e cioè in che modo questa donna può accettare ed essere felice se non riceve questo amore? Proverò a dare una risposta, consapevole che non potrà mai essere esauriente perché ogni storia è unica. E la fatica resta. Quella fa parte del pacchetto. Non esistono bacchette magiche, ma una libertà da conquistare con fatica e portando la croce.

Nell’articolo di ieri davo una risposta a una donna che si sentiva intrappolata in una relazione con un marito anaffettivo. Ce ne sono tante di queste storie. Ci sono donne che restano nel loro matrimonio, ma con il cuore spezzato. Fedeli alla promessa fatta, legate ai figli o alla coscienza cristiana, ma profondamente sole. Vivono accanto a un marito anaffettivo: silenzioso, distante, incapace di abbracciare o guardare con tenerezza. E si chiedono, spesso in segreto: “È peccato desiderare amore? È giusto rimanere, anche se lui non cambia? Posso essere nella pace e nella gioia, pur vivendo con questa fame d’amore non sfamata?”

A queste domande vogliamo rispondere con rispetto e verità, intrecciando luce del Vangelo, psicologia relazionale e il magistero della Chiesa. Perché si può restare, non da vittime, ma da donne adulte nella fede, capaci di scegliere nella libertà e di trovare, in Dio, quella gioia che non dipende solo da chi ci sta accanto.

1. Il desiderio d’amore è legittimo, non è peccato

Desiderare amore, tenerezza, ascolto, contatto non è una colpa. È un bisogno umano, profondamente inscritto nel nostro cuore. Dio stesso ha messo in noi questa sete. Il matrimonio non è un contratto freddo, ma una comunione di vita e di amore (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1601). Quando uno dei due coniugi non riesce a comunicare affetto, la relazione si svuota, e l’altro soffre.

Tuttavia, il desiderio legittimo non giustifica scorciatoie sbagliate: tradimenti, fantasie, o dipendenze affettive alternative. La sfida è più profonda: imparare a trasformare quella fame non soddisfatta in offerta e in libertà, evitando di restare prigioniere del dolore.

2. Restare da vittime o restare da donne adulte?

Sempre ieri abbiamo ribadito come restare nel matrimonio senza ricevere amore può essere vissuto in due modi:

  • Da vittime, adattate, mute, spente, convinte che “tanto non c’è altra scelta”. È il copione del Bambino Adattato, secondo l’Analisi Transazionale: quella parte di noi che accetta tutto, per paura del rifiuto o per senso del dovere. Rimanere in questa posizione logora l’anima e svilisce la dignità.
  • Oppure da donne adulte, libere e consapevoli, che scelgono ogni giorno di esserci, per fedeltà a un valore più grande. È lo stato dell’Adulto, che non si lascia guidare dal dolore ma dalla verità. È la donna che dice: “Soffro, ma non mi rassegno. Scelgo di restare, non perché devo, ma perché voglio essere fedele a Dio, a me stessa e alla mia vocazione”.

Come insegna san Giovanni Paolo II: “L’uomo è responsabile della propria vita: è chiamato a cercare la verità e ad attuarla liberamente” (Veritatis Splendor, n. 34). La fedeltà, se non è frutto di una scelta libera, non porta frutto.

3. Non si cambia l’altro, ma si può cambiare il proprio sguardo

Nel dolore di chi non è amato come vorrebbe, si nasconde una tentazione: pensare che solo se lui cambierà, allora io starò meglio. Ma questa attesa spesso è sterile. Nessuno può cambiare un altro essere umano contro la sua volontà. Invece, si può cambiare il proprio modo di stare nella relazione: non più nel risentimento o nella frustrazione, ma nell’accoglienza e nella verità.

Amoris Laetitia ci invita a vedere l’altro “così com’è” (n. 92): non per rassegnazione, ma per compassione. Non per rinunciare all’amore, ma per non aspettare da chi non può dare ciò che non sa nemmeno di non avere.

4. La croce accolta nel Signore genera una gioia diversa

Vivere accanto a un marito anaffettivo può diventare una croce quotidiana. Ma la croce, unita a Cristo, non schiaccia: trasfigura. Lo ricorda papa Francesco in Amoris Laetitia (n. 317): “Nei giorni amari della famiglia, c’è una unione con Gesù abbandonato… che trasforma le difficoltà in offerta d’amore.”

Quella fame di affetto può diventare una via di purificazione del cuore, che si apre sempre di più all’amore di Dio. Non come fuga, ma come sorgente inesauribile: un Amore che ci riconosce, ci guarda, ci tocca con misericordia. Non è la gioia rumorosa del benessere esterno, ma la pace profonda di chi sa di non essere mai sola.

5. Percorsi concreti per vivere da donne libere e in pace

Questa trasformazione richiede un cammino. Restare nel matrimonio non basta: bisogna restare da vive. Ecco alcune strade possibili:

  • Vita sacramentale costante, in particolare l’Eucaristia e la Riconciliazione: lì si riceve l’Amore che colma.
  • Accompagnamento spirituale: qualcuno che ascolti e accompagni, senza giudicare.
  • Percorso psicologico individuale: per curare le proprie ferite e uscire dal copione infantile.
  • Cura di sé: corpo, tempo, relazioni. La donna che si ama, risplende anche nel dolore.
  • Relazioni sane: amiche, comunità, gruppi di condivisione. L’amore circola, anche altrove.

Conclusione: una fedeltà che libera

Rimanere in un matrimonio dove l’amore non si sente più può essere una scelta di santità, ma solo se è fatta con libertà e verità. Non per paura. Non per masochismo. Ma per amore: di Dio, dell’altro e di sé. Chi resta così non è sconfitta, ma è già risorta. Perché sa amare senza essere amata come vorrebbe, e trova in Dio ciò che il cuore umano non riesce a donare. E questa, sì, è la pace vera. Quella che il mondo non dà, ma che lo Spirito sa custodire nel cuore delle donne forti.

Antonio e Luisa

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Mio Marito è Anaffettivo. E Io ho Fame d’Amore

Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore.” Una risposta a cuore aperto. Qualche giorno fa, sotto un nostro post, una donna ha scritto un commento che non posso ignorare. Lo tengo anonimo, per rispetto, ma lo riporto nella sua essenza, perché parla a tantissime altre:

“Sono sposata da anni. Ho sempre cercato di essere fedele, ma mio marito è freddo, distante. Non mi tocca, non mi abbraccia, non mi guarda. E io ho una fame d’amore che mi brucia dentro. È peccato desiderare una relazione in cui sentirmi amata?”

A questa donna – e a tante altre che si riconoscono – voglio rispondere con delicatezza, ma anche con verità. Come uomo di fede e come quanto ho appreso nei miei studi delle relazioni attraverso l’Analisi Transazionale, non posso tacere. Perché questa non è una semplice domanda: è una soglia sacra.

Il desiderio d’amore non è mai un peccato

Inizia tutto da qui: non è peccato desiderare amore. È umano, ed è santo. Dio stesso ha messo in noi la nostalgia della tenerezza, della reciprocità, della comunione profonda. Anche nel matrimonio, il desiderio di essere guardata, accarezzata, cercata, è parte della nostra vocazione. Essere sposa non significa essere un’ombra fedele ma muta. Significa essere viva, capace di amare e di essere amata. Il tuo desiderio, dunque, non va represso. Va ascoltato. È la tua bambina interiore che reclama amore e riconscimento, che vuole sentirsi preziosa per qualcuno. Ma poi bisogna decidere come rispondere.

Due modi di restare

Qui sta il cuore del discernimento. Quando sei sposata con un uomo che non ti offre più amore né relazione, puoi restare in due modi:

1. Restare da vittima. È quando ti dici: “È la mia croce. Dio vuole questo da me. Non posso cambiare nulla.” È il copione del Bambino Adattato, che dice sempre sì per paura, per senso del dovere, per non disubbidire al “genitore interiore” che impone regole senza amore. Questo tipo di fedeltà può sembrare eroica, ma non trasforma nulla. E alla lunga spegne anche te.

2. Restare da donna adulta e libera. È quando invece dici: “Io resto, ma non da rassegnata. Resto perché credo ancora nella promessa. Ma voglio essere vera. Voglio dire che soffro. Voglio che lui lo sappia. E se non cambia, allora io cresco. Io mi curo. Io risorgo.”

Questa è la fedeltà non come schiavitù, ma come scelta. La scelta dell’Adulto interiore, che non si vendica né fugge, ma affronta la realtà con coraggio, responsabilità e amore. È qui che la tua vita cambia. Perché restare con libertà è diverso da rimanere incatenata.

Il Vangelo non premia la finzione

Gesù non ha mai elogiato le maschere. Ha sempre amato chi aveva il coraggio di dire: “Signore, sto male”. E allora anche tu puoi – anzi, devi – dire al tuo sposo che il vostro matrimonio ha bisogno di una svolta. Non come accusa, ma come invito sincero: “Ho bisogno di sentirti vicino. Il nostro matrimonio ha bisogno di cure. Vuoi farlo con me?” Se lui accoglie, allora inizia un cammino terapeutico e spirituale. Magari di coppia. Se lui rifiuta, allora inizia comunque un cammino: il tuo. Perché Dio ti chiede di essere viva, non solo fedele.

La croce non è mai passiva

Sì, il matrimonio è anche croce. Ma la croce di Cristo è attiva, non subita. È una donazione piena, libera, consapevole. Non è rassegnazione. È amore che si dona fino in fondo, senza perdere la verità di sé. Rimanere in un matrimonio dove non c’è tenerezza non significa fingere che vada tutto bene. Significa, se lo scegli nella fede, trasformare quel vuoto in offerta viva. Ma solo se sei davvero libera di scegliere.

Per concludere: scegli la verità, non la rassegnazione

A te, donna che mi scrivi con il cuore stanco e affamato, dico: Dio ti ama. E ti vuole viva. Non sta dalla parte del gelo affettivo, né ti chiede di spegnerti per essere santa. Ti chiede di scegliere ogni giorno, nella libertà. Anche il dolore, anche la croce, se lo fai per amore. Ma non per paura.

Perché la fedeltà vera non è tacere. È restare nella verità, nella dignità, nella speranza. E questa, anche se lui non cambia, può cambiare te.

Antonio e Luisa

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Un Matrimonio Risorto ma che non Nasconde le Ferite

Siamo Antonio e Elsa, sposati da 28 anni, abbiamo 2 figli, e facciamo parte della comunità Retrouvaille Sud. Abbiamo partecipato al programma alcuni anni fa e dopo un cammino tortuoso, con frenate brusche e ripensamenti sul nostro futuro di vita insieme, ci siamo ritrovati.

La svolta, nella nostra relazione, è avvenuta, quando abbiamo compreso che la strada da intraprendere non era quella di aggiustare il nostro matrimonio lacerato, piuttosto la sfida che ci attendeva era quella di ricrearne uno nuovo, più intrigante e interessante, fatto su misura per noi, come un abito buono, quello delle grandi occasioni.

Abbiamo sperimentato la caduta, la miseria e la solitudine, attraverso una passione lunga e tormentata, fatta di incomprensioni, muri altissimi alzati tra di noi, indifferenza e silenzi assordanti, tutti ingredienti amplificati dalla morte della nostra relazione, della coppia. Dopo esserci smarriti, completamente soli, non riuscivamo più ad uscire dal torpore pregno di angoscia e senso di abbandono.

I miei errori (Antonio) avevano destabilizzato la mia famiglia e creato un vuoto enorme. Ho cominciato ad attraversare un deserto fatto di solitudine e di tristezza. Ho sperimentato la vergogna, la povertà spirituale, la morte sociale, lavorativa e intellettuale. Nulla aveva più un senso. Ho vissuto e subito, la passione e morte, nera di vergogna, grigia di sporcizia, rossa di sangue.

In quei momenti, dove tutto sembrava perduto, nello sconforto totale, ho percepito una presenza tangibile, una carezza amorevole. Ho sentito forte la presenza del Signore al mio fianco, tenero e accogliente, chinato non la mano tesa. Come ad esortarmi nel rialzarmi. Io, il misero, per terra, lui, a me vicino, la misericordia.

Lo stesso valeva per me, (Elsa). Antonio non poteva avermi fatto tutto questo. Non lui, non il mio principe azzurro. Tutto intorno mi diceva di lasciarlo, di abbandonarlo al suo destino, che in fondo se lo era meritato. Infatti, ci siamo separati. Mesi vissuti lontani dalle nostre aspettative, dai nostri progetti, a pensare e ripensare agli anni buttati al vento. Al tempo perduto e mai più recuperabile.

Ho sperimentato la rabbia, il rancore, il desiderio di vendetta, ma non bastava. Era come una spirale infinita, in un crescendo di cattiveria e delusione, sentimenti orrendi e dilanianti. Come stritolata da una morsa, che soffocava in me qualsiasi velleità di riconciliazione.

Abbiamo conosciuto Retrouvaille per caso, ma non abbiamo esitato un istante a partecipare al programma. Erano già passati alcuni mesi da quando avevamo iniziato a cercare di ricostruire il nostro matrimonio: ci stavamo impegnando, sì, ma sentivamo che mancava qualcosa. C’era come un limite invisibile, un blocco che non riuscivamo a superare. Non andava come speravamo.

È stato solo in un secondo momento, quando abbiamo scelto di rimanere all’interno della comunità come ‘servi inutili’, mettendoci in ascolto delle ferite di altre coppie, che qualcosa in noi è davvero cambiato. Offrendo tempo, accoglienza, presenza… abbiamo scoperto il valore del dono. Il valore profondo della gratuità.

Grazie al servizio reso alla comunità, ci capita oggi di incontrare altre coppie come noi, bisognose di conforto, assetate di parole buone. Essere per loro segno di speranza, speranza di rinascita a vita nuova, e vederle vivere in armonia la loro unione, ci stimola a fare di più. Ci piace “dire bene”, benedire la loro unione anche attraverso le nostre miserie e le ferite ormai rimarginate. Come Gesù, che per farsi riconoscere dai suoi discepoli – entrando a porte chiuse, lungo la strada con i due di Emmaus, o davanti a Tommaso – non ha esitato a mostrare le sue ferite.

Seguendo il suo esempio, non usiamo parole o formule magiche, parliamo con il cuore colmo di gioia, parliamo del nostro vissuto, fatto di contraddizioni, sofferenza e lacrime. Mettiamo a nudo le nostre iniquità, mostriamo le ferite, proprio come Gesù ha fatto con chi non lo ha riconosciuto. Raccontiamo con occhi accesi di speranza la nostra Pasqua. Un passaggio (Pasqua) vissuto dalla passione, attraversando la morte fino alla resurrezione.

Ci impegniamo nel portare un messaggio nuovo. Vogliamo raccontare la bellezza della coppia, con in mezzo lo Sposo. Raccontare lo stupore nel guardare il Signore attraverso gli occhi l’uno dell’altro. Riconoscere in Dio, l’autore dell’opera d’arte più bella da lui concepita e compiuta: la famiglia. Ci riconosciamo in lui, testimone d’onore della nostra unione, presente nel giorno delle nozze. Descrivere la meraviglia di una relazione nel matrimonio, diventa uno stimolo costante per andare avanti e continuare “il percorso rinnovato” grazie a quanto fatto con Retrouvaille e con la presenza di Dio nel nostro sacramento

Elsa & Antonio (Retrouvaille Italia)

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Chi sono i “Dink”?

Avete mai sentito parlare dei “Dink”? No, non è una parolaccia né un nuovo gruppo musicale. “Dink” è l’acronimo inglese per indicare i “Double Income No Kids” ossia le coppie senza figli (= “No Kids”) e con doppio stipendio (=“Double Income”, appunto doppia entrata). Il termine è molto noto oltralpe ma, personalmente, non avevo mai sentito quest’espressione, almeno fino a qualche mese fa.

Per caso ho letto un post su Instagram de ilmessaggero.it che spiega: “Le famiglie cosiddette kids free sono in aumento, anche in Italia. Secondo l’Istituto di statistica il numero medio di figli per donna scende arrivando a 1.20, in flessione rispetto agli anni scorsi (nel 2022 era 1.24) e la stima provvisoria elaborata sui primi 7 mesi del 2024 evidenzia una fecondità pari a 1.21. Ma aumentano anche le famiglie che scelgono consapevolmente di non volere figli, per vivere una vita più “appagante” a livello individuale, concentrandosi sulla relazione a due e sugli obiettivi di carriera.  A sostegno di queste scelte è stata persino istituita una giornata celebrativa, l’International Childfree Day (1° agosto).

È ancora l’Istat, nel report Famiglie, soggetti sociali e ciclo di vita, a indicare che il 45,4% delle donne tra 18 e 49 sceglie di non diventare madre e il 22,2% non vuole figli nei 3 anni successivi, né in futuro. Per il 17,4% la maternità semplicemente non rientra nei propri progetti di vita. Dati analoghi arrivano da Inghilterra e Galles, dove un sondaggio di YouGov del 2020 mostrava come il 51% dei 35-44enni non aveva figli, né programmava di averne. Anche negli Usa è aumentato il numero di famiglie Childfree (44% nel 2021 nella stessa fascia di età, in aumento rispetto al 37% nel 2018).

Gli americani li definiscono “Dink” (Double Income No Kids, due stipendi e niente figli).[1]

Sono rimasta a bocca aperta di quanto avevo appena letto. E che mi ha riempito d’amarezza e, nello stesso momento, mi ha fatto riflettere profondamente. Riflettere profondamente sul bi-polarismo di massa di cui – evidentemente soffriamo. Come possono convivere, nella stessa società, il diritto del figlio a tutti i costi e la celebrazione del non volerne? Com’è possibile che si attuino soluzioni contro l’etica e la morale pur di tornare a casa con un pupetto o una pupetta e nello stesso momento ci sia addirittura la giornata mondiale per i (volutamente) senza figli? Forse la storia del termine, mi sono detta, potrebbe aiutarmi a capire. O, quantomeno, ad essere più informata. Sì, perché, la coppia “Doppio reddito senza figli” non indica quella che cerca o desidera un erede ma quella che deliberatamente decide di non averne. Ma cosa significa davvero questa scelta?

Il termine “Dink” nasce negli Anni Ottanta negli Stati Uniti, in un crescente contesto di cosiddetta emancipazione femminile e di cambiamenti nelle dinamiche familiari. Le coppie “Dink” sono generalmente composte da due adulti che condividono una vita insieme e che spesso hanno un reddito elevato o almeno stabile. La scelta di non avere figli può derivare da motivazioni diverse: desiderio di libertà, carriera, interessi personali, preoccupazioni economiche o ambientali, o semplicemente una preferenza di vita. Non siamo qui a giudicare nessuno, sia ben chiaro. Ognuno è libero di fare le sue scelte. Stando attenti, però, a non far star male le altre persone. Voglio dire: sono tante le coppie che non riescono ad avere un bambino, e ne soffrono terribilmente. A volte arrivano anche a separarsi. Allora, questa è la domanda delle domande, che senso ha celebrare una scelta – con tanto di ricorrenza internazionale – se la situazione è causa di profonda infelicità e profonda frustrazione per altri?  È come se venisse istituita la giornata mondiale del mangiare a più non posso quando ci sono milioni di esseri umani che muoiono di fame. Non ha alcun senso. Allora perché esaltare – o, più o meno velatamente – instillare il desiderio di emulare volutamente i “Dink”? O che faccia cool esserlo?

Dietro, davanti e di lato a tutto questo il rischio è che si accumulino tanto egoismo, tanti vuoti e tanta mancanza di rispetto. Non solo nei confronti di chi non riesce ad avere figli ma anche di chi, un figlio, l’ha perso. Prima che nascesse, per malattia, a causa di un incidente, magari anche per suicidio. Il rischio è quello di vendere egocentrismo spacciato per libertà e paura di fare dei sacrifici per emancipazione. Gesù l’ha detto chiaramente: “La verità di farà liberi” (Gv 8, 32). E ancora, nel colloquio con Lui prima della crocifissione, Pilato gli domanda: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38). Chiediamocelo anche noi. Chiediamoci che cos’è la verità. Il Signore ci risponderà, se noi sapremo essere sinceri e aprire il cuore.

Fabrizia Perrachon

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[1] Post completo disponibile al link https://www.instagram.com/p/DE5o3W1tFuA/?igsh=aWFrNDN6c2VqN3Uy

Amore: tra Sentimento e verità

Spesso leggo nei commenti, sui social, frasi del tipo: “La famiglia è dove c’è amore”, in genere riguardo a discorsi su relazioni di persone aventi lo stesso sesso o famiglie allargate. Certamente è vero, l’amore dovrebbe essere il centro di tutto, ma di quale amore stiamo parlando?

Perché io credo che ci sia molta confusione: oggi l’amore è percepito come sentimento soggettivo, emozione del momento, affinità emotiva o attrazione fisica. In nome dell’amore si giustifica tutto: scelte di vita, separazioni, trasgressioni, perfino il tradimento e omicidi. Eppure, se vogliamo parlare seriamente di amore, dobbiamo iniziare a riconoscerne l’origine, la verità e il fine (che essenzialmente è la santificazione nostra e di chi ci sta intorno).

Quando parliamo di “famiglia”, non possiamo ridurre il discorso a ciò che sentiamo, ma dobbiamo elevarci a ciò che Dio ha rivelato. L’amore che fonda la famiglia – quella vera, secondo il disegno di Dio – è un amore che genera, che si apre alla vita, che unisce un uomo e una donna nella complementarità dei sessi. È un amore fecondo che si realizza nella donazione totale e irrevocabile di sé all’altro, anche quando la vita coniugale attraversa momenti duri, persino quando si spezza nella convivenza, ma resta viva nella fedeltà della promessa.

Per noi cristiani, l’amore ha un volto: è Gesù Cristo. In Lui vediamo che l’amore vero è dono totale di sé, fino alla fine, fino alla croce. Non è sentimento passeggero, non è attrazione, non è bisogno, è un amore che si fa servizio, sacrificio, fedeltà.

Proprio domenica scorsa, Gesù nel vangelo diceva che “Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23), questo deve essere il filtro con cui testare quello che viviamo. Quello che provo, quello che faccio, quello verso cui vengo attratto è secondo l’insegnamento di Gesù, i comandamenti, tutte le numerose parole che ci ha detto e che la Chiesa continua a ricordarci dopo duemila anni?

Gesù ci dice chiaramente che se Gli vogliamo bene, la conseguenza diretta è seguirlo e mettere in pratica: detto così sembra quasi un’imposizione, in realtà dovrebbe essere la risposta ad un Amore sconfinato. Mi vengono in mente le prove d’amore che si chiedono a volte nella coppia e che sono più richieste egoistiche e dettate da ferite varie: “Se davvero mi ami, devi fare questo e quest’altro”.

In realtà Chi lo dice, per primo ci ha mostrato cosa è davvero l’Amore, morendo per noi e lasciandoci un manuale d’istruzione per la nostra felicità e per una vita in pienezza. Non è possibile affermare di credere in Dio e poi gestire la nostra vita secondo quello che vogliamo noi: mi sono accorto che in tante persone c’è questa profonda divisione tra il credere/devozione e la condotta di vita, come se fosse possibile svincolare le due cose. Tanti ritengono che amore è quello che mi fa stare bene, che mi soddisfa, che non crea problemi, che mi dà ragione, che esegue gli ordini: anche ammesso che fosse possibile, siamo all’opposto del Sacramento del matrimonio.

Ogni essere umano è chiamato all’amore, perché creato a immagine di Dio, ma la verità dell’amore dipende dalla sua conformità al disegno di Dio. Se due donne, tramite i soldi, i progressi della medicina e un donatore, riescono ad avere un figlio da crescere, dovranno comunque un giorno spiegargli che comunque un papà ce l’ha, anche se non lo conoscerà mai o è sconosciuto, perché la verità è che la vita può nascere solo dall’unione di un uomo e una donna (non entro poi nel merito sulla considerazione dei figli come diritto e non come dono immenso).

Non siamo noi a decidere cos’è l’amore, è Dio che ha scritto nel nostro cuore il desiderio di amare e di essere amati, ma questo desiderio, se non viene illuminato dalla grazia, può perdersi, deviare, confondersi. Non possiamo costruire l’amore vero senza Dio. Ogni tentativo umano, ogni ideologia che pretende di ridefinire la famiglia o il matrimonio, rischia di crollare, come una casa costruita sulla sabbia.

È tempo di tornare a parlare di verità, non solo di emozioni, di educare all’amore, non solo di assecondarlo, di proporre, con umiltà ma anche con coraggio, la bellezza del progetto di Dio sull’uomo, sulla donna, sulla famiglia. Allora sì, la famiglia è dove c’è amore: ma quell’amore deve avere un Nome, una forma, una verità e un obbiettivo, solo l’amore che si radica nella volontà di Dio può davvero costruire una casa che resiste alle tempeste.

Una cultura che smarrisce la verità dell’amore rischia di produrre generazioni fragili, incapaci di donarsi, abituate a sostituire la realtà con il desiderio; eppure, la verità non è nemica della libertà: la libera, la orienta, la rende piena. Anche quando questa verità è scomoda, anche quando ci chiede di rinunciare a qualcosa, perché alla fine, la vera libertà nasce dalla verità; e la verità è che non ogni unione può dirsi famiglia, non ogni sentimento è amore che salva, non ogni desiderio è giusto solo perché è forte.

Forse non tutti capiranno queste parole, ma non importa: l’importante è continuare a testimoniarle, con umiltà, ma senza paura, perché la verità, quando è vissuta con amore, parla da sola e può, un giorno, toccare il cuore anche di chi oggi la rifiuta.

L’Amore, quello vero, non si inventa, si scopre e, una volta scoperto, si custodisce, fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Una Casa Viva

Questa è la Prima Lettura di ieri, memoria di San Filippo Neri:

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,11-15) Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedònia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

Questo breve brano ci racconta in particolare della fede semplice e genuina di una donna di nome Lidia, di lei ci sono giunte solo poche e scarne informazioni, ma sono quelle essenziali per fare qualche riflessione.

La prima riflessione è che tra i primi discepoli del Signore, spiccano le donne. Ma perché? Dobbiamo innanzitutto sapere che eravamo agli albori del cristianesimo, il quale non era ancora ben visto se non addirittura osteggiato e perseguitato, la cultura dominante non dava troppa importanza al valore delle donne, perciò per esse era abbastanza semplice passare inosservate nel recarsi al luogo della preghiera. Sappiamo che la salvezza di Dio passa attraverso l’umanità, anche quando tutto sembra remare contro, ed infatti il Signore ha usato questa situazione contingente della società volgendola a proprio favore; se le donne fossero state seguite dai persecutori non avremmo avuto quella rapida diffusione del Vangelo che invece si è verificata.

La seconda riflessione che la fede è passata da Lidia al resto della propria famiglia, qualcuno potrebbe dire che era una consuetudine all’epoca, però di fatto sono stati battezzati tutti i membri della famiglia, ed è ragionevole pensare che per famiglia si intendesse includere anche genitori o parenti stretti, forse anche la servitù, oltre a coniugi e figli. Ma aldilà del numero dei componenti del nucleo familiare vogliamo mettere in luce come dal cuore di una mamma di casa, la fede si irradia anche nel cuore di tutti quasi per osmosi.

La terza ed ultima riflessione è che in quella casa sono stati ospitati due tra i più grandi evangelizzatori, e dai racconti degli Atti, non era nè la prima nè l’ultima volta. Non ci viene raccontato cosa accadeva in quelle case durante il soggiorno degli Apostoli, ma possiamo supporre che quelle case diventassero come delle moderne aule di catechismo, come delle oasi di preghiera, come dei piccoli templi ospitando quella che poi verrà chiamata Santa Messa. E sicuramente gli Apostoli traevano grandi insegnamenti da questi soggiorni casalinghi, poiché se loro predicavano la fede nel Signore Gesù annunciando la Sua Salvezza, le mamme di quella casa erano l’incarnazione di quella fede raccontata da essi.

Questi episodi ci testimoniano di come i due Sacramenti dell’Ordine e del Matrimonio siano vitali l’uno per l’altro, in un continuo sostegno ed arricchimento reciproco. Le mamme e le spose quindi, hanno un grandissimo ed elevato compito nell’essere fede incarnata, il compito di arrivare al cuore di tutti i membri della casa, a volte anche senza parole. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Cosa ha Mai il Tuo Diletto più di Ogni Altro Amato

Perchè lui è diverso da tutti gli altri? In questo capitolo affrontiamo l’unicità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Che cosa ha mai il tuo diletto più di ogni altro amato, o incantevole tra le donne? Che cosa ha mai tuo diletto più di ogni altro amato, perché tu ci scongiuri con tanta insistenza?

La notte è passata. Non che siano finiti i problemi, le fatiche, le incomprensioni. Ma la Sulamita ora ha uno sguardo nuovo. Come accade dopo ogni notte dell’anima, la luce torna piano, e ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è cambiato. La sposa del Cantico non è più la stessa: si è rivestita di un nuovo mantello, non quello che le avevano strappato le guardie nella notte, ma un mantello fatto di comprensione, di libertà, di amore maturo.

Il coro, intorno a lei, è spiazzato. «Ma che ci trovi in lui?» sembrano dire. Non è mica perfetto. Se n’è andato. Ti ha lasciata sola nella notte. Non ti ha capita. Eppure lei insiste: è lui il mio diletto. Non uno come tanti. Non uno qualsiasi.

In questo passaggio si gioca uno dei punti più alti della spiritualità dell’amore umano: l’unicità dell’altro. In una cultura dove tutto è sostituibile, anche le persone, la Sulamita ci dice che no, l’amore vero rende l’altro unico. Irripetibile. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che ho deciso di fermare il mio sguardo. “Tutto di lui è amabile”, dirà poco dopo. Anche le sue fragilità, anche i suoi silenzi.

Lo psicologo Viktor Frankl diceva che l’amore è l’unico modo per cogliere in modo pieno l’essere più profondo dell’altro. Solo l’amore ci fa superare l’apparenza. Ed è quello che la Sulamita ha fatto: ha attraversato la notte, si è persa, ha cercato, è stata ferita. Ma ha scelto. Ha scelto di restare fedele all’immagine più vera del suo amato. Non a quella offuscata dalla delusione o dalla distanza.

Quante volte nel matrimonio arrivano domande simili. Ma chi te lo fa fare? Perché continui a credere in lui o in lei? Perché resti, se potresti rifarti una vita? Ed è proprio lì che si gioca la qualità del nostro amore. Quando smette di essere amore-contratto e diventa amore-alleanza. Quando non è più amore che cerca una gratificazione, ma amore che ha preso la forma della fedeltà.

Don Luigi Maria Epicoco in una sua catechesi lo dice così: «Non c’è amore vero se non c’è una croce nel mezzo». Non per esaltare il dolore, ma per dire che solo un amore che attraversa anche l’incomprensione, la noia, la fragilità, può fiorire davvero. La Sulamita non idealizza più il suo sposo: lo ama così com’è. Anzi, lo trova ancora più bello dopo la notte.

Mi ha colpito una frase di una catechesi: «La fede nuziale è un segno di clausura. Una coppia sposata è chiusa insieme». Come se il matrimonio fosse un monastero a due. Non una prigione, ma un luogo dove si entra e si resta, anche quando il vento soffia forte fuori. E dentro, ci si plasma. Ci si lima. Ci si ama davvero.

Quando smettiamo di pensare che il nostro partner debba rispondere a tutti i nostri bisogni, iniziamo ad amarlo davvero. Perché lo scegliamo. Perché vediamo in lui o in lei un dono. E perché sappiamo che anche attraverso quella sua fatica, quella sua parte che non ci piace, noi stiamo crescendo.

In Analisi Transazionale si direbbe che l’amore vero nasce dall’adulto interiore: non è una reazione automatica del bambino che ha paura di restare solo, né il giudizio rigido del genitore che ama solo se l’altro si comporta bene. È una scelta consapevole. Responsabile. Libera.

Ecco perché la Sulamita lascia a bocca aperta il coro. Perché in un mondo di amori usa e getta, lei resta. Lei ama. Lei testimonia che l’amore, quello vero, quello che ti cambia la vita, è fatto di perseveranza, di memoria, di fiducia oltre le prove.

Nel volto imperfetto del suo amato, lei vede qualcosa che gli altri non vedono. Vede l’uomo della promessa. L’uomo che, pur con le sue fughe, è stato scelto. L’uomo che può ancora rinascere nell’incontro con lei.

E allora l’amore umano torna ad essere quello che Dio ha pensato: un’avventura grande, fragile e bellissima, dove ci si prende per mano non perché tutto va bene, ma perché ci si riconosce dono. E ci si sceglie ogni giorno, anche nella notte.

Antonio e Luisa

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La Vera Pace, in Cammino Verso lo Sposo

Cari sposi, può essere che nella vostra vita vi sia toccato di presenziare il momento in cui una persona cara rivela di essere gravemente malata. Un colpo durissimo, un fulmine a ciel sereno, un drastico cambio nel ménage familiare. D’istinto si cerca di essere vicini, di consolare, di farsi prossimo al tempo stesso che avvertiamo tutta la nostra impotenza.

Gesù, nel brano di oggi, occupa questo posto dal momento che siamo all’interno del “Discorso di addio”, pronunciato poche ore prima della sua Passione. Ma ecco l’incredibile: è Gesù stesso a infondere coraggio agli apostoli che, confusi e sconvolti, non potevano credere a quelle parole, Lui stesso, nel pieno del suo turbamento e angoscia interiore che di lì a poco lo porteranno a sudare sangue, sta coccolando i suoi con parole piene di dolcezza e consolazione: “non siate turbati, abbiate fiducia”.

Solo una persona perdutamente innamorata può comportarsi così, che grande è il Cuore di Gesù! Con ragione suor Faustina appuntava nel suo diario: “La Mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità” (Diario, 699).

Ma, il dono della Pace di Gesù non è un accessorio, un optional nella sua vita, perché Lui stesso è la pace, come ci insegna San Paolo: «Egli, infatti, è la nostra pace» (Ef 2,14). Cristo impersona la pace dato che, con la Passione, Morte e Risurrezione, Lui ha riconciliato Dio e l’uomo e ha messo pace tra gli uomini stessi, anzitutto tra Giudei e pagani. Ogni cellula del suo corpo, ogni parte del suo comportamento esprime tale Pace.

La pace è quindi un dono relazionale, il frutto della comunione ristabilita con Cristo e nel Corpo di Cristo, come ancora ci ricorda San Paolo: “Giustificati per la fede, abbiamo pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). Che differenza corre tra questa pace di Gesù e quella che offre il mondo (pensiamo a tutti i sacrosanti sforzi per la pace in Ucraina e in Palestina)! Gesù ci offre la pace tramite il dono di sé, tramite il suo sacrificio redentore, con il suo esempio; in cambio, non al massimo siamo capaci di compromessi e di do ut des.

Sant’Agostino ci ricorda che, per il Battesimo, Gesù è “interior intimo meo et superior summo meo più interiore del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (Le Confessioni, III,6,11). Quindi la Sua Pace è già potenzialmente in noi, anche se non ce ne accorgiamo. È quel tesoro nascosto nel campo che dobbiamo riscoprire di continuo e lasciar agire in noi. Per questo, sempre S. Agostino, ci ricorda che è la preghiera del cuore il modo con cui lasciamo fare a Gesù in noi.

Se questo vale per tutti, per voi sposi c’è un accento in più. La viva presenza di Cristo nella vostra relazione vi rende Sposi portatori di pace, quella pace che Gesù vuole radicare nel vostro rapporto. Proprio a motivo del fatto che il mondo maschile e femminile sono fondamentalmente diversi e tendono al conflitto, ecco allora che Gesù, con la grazia del matrimonio, vuole “abbattere il muro di divisione”.

Sulla irriducibile differenza uomo/donna si sono versati fiumi di inchiostro e qui l’atteggiamento più comune sfocia nel cercare la consapevolezza della propria diversità, oppure si risolve il tutto con la teoria della fluidità di genere e la decostruzione dei cosiddetti “stereotipi culturali”.

In realtà, la pace tra uomo e donna, tra marito e moglie, e quindi la vera comunione, al di là dei battibecchi triviali o dei sani confronti pur nella divergenza di opinioni, passa dalla sequela di Cristo Sposo. Solo nella misura in cui una coppia opta consapevolmente di lasciarsi guidare dallo Sposo potrà iniziare a sperimentare la vera pace.

Ce lo spiega magistralmente l’allora Card. Ratzinger in un documento profetico, scritto a quattro mani assieme a Giovanni Paolo II: “«Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… non c’è più uomo né donna», scrive San Paolo ai Galati (3,27-28). L’Apostolo non dichiara qui decaduta la distinzione uomo-donna che altrove dice appartenere al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l’inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell’uomo e della donna sono superabili e superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione dell’uomo e della donna, che, del resto, accompagna fino alla fine la rivelazione biblica. Nell’ora finale della storia presente, mentre si profilano nell’Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» (Ap21,1), viene presentata in visione una Gerusalemme femminile «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). La rivelazione stessa si conclude con la parola della Sposa e dello Spirito che implorano la venuta dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20)” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo,12).

ANTONIO E LUISA

Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23): è questa la chiave della presenza di Dio tra gli sposi. Dal giorno del matrimonio, Dio non abita in noi automaticamente: prende dimora solo se Gli apriamo il cuore, se scegliamo ogni giorno di seguirLo nel concreto, nella fatica di amarci come Cristo ci ama. L’amore coniugale diventa allora un tabernacolo vivente, ma solo quando è illuminato dalla Parola, nutrito dai sacramenti e offerto nella libertà. La fedeltà, il perdono, la tenerezza: tutto può essere abitato da Dio… se siamo noi a lasciare spazio, a scegliere la Sua via e non la nostra.

Antonio e Luisa

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Amare con il Corpo: la Vocazione Visibile dell’Invisibile

Viviamo in un tempo in cui il corpo sembra avere significati ambivalenti: viene idolatrato o bistrattato, ostentato o nascosto, quasi mai ascoltato. Eppure, proprio il corpo veicola una delle domande più vere dell’esistenza: “Per chi sono io?”. È un interrogativo inevitabile, che nasce dall’esperienza stessa di essere persone umane: bio-psico-sociali e aperte alla trascendenza.

Sin dal libro della Genesi vediamo come l’uomo – Adamo – prende coscienza della propria identità grazie al suo corpo: scopre di appartenere al creato, ma anche di essere diverso dagli animalia. Scrive san Giovanni Paolo II: «l’uomo creato si trova, fin dal primo momento della sua esistenza, di fronte a Dio quasi alla ricerca […] della propria identità» (UDC 5,5). Solo quando il Creatore gli presenta Eva il suo stupore rivela che ha trovato il senso del proprio essere: «Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (Gen 2,23). Attraverso il corpo che li avvicina e li distingue i due si ri-conoscono: se la dualità è un punto di partenza, l’unità è il punto di arrivo.

Proprio a partire dall’uomo delle origini e da lì leggendo la realtà dell’uomo storico, il tesoro inestimabile della Teologia del corpo ci aiuta a comprendere il significato altissimo della corporeità. Proprio nella differenza sessuale ci si rivela il carattere sponsale del corpo e quindi l’ermeneutica del dono: l’uomo e la donna, nel loro essere compiuti e al contempo complementari, testimoniano che la pienezza dell’esistenza si raggiunge nella relazione. Questa dinamica, che trova una prima espressione nell’eros, trova il suo compimento quando si apre all’agape: se infatti quello muove i corpi a cercarsi quale forza che fa tendere l’uno verso l’altra, questo garantisce l’incontro.

L’amore oblativo trasforma il desiderio in dono e fa sì che la persona non resti confinata al piano dell’emozione e dell’istinto, ma si apra a una progettualità che diviene pienezza. Scrive il Papa della famiglia: «L’amore […] sprigiona una particolare esperienza del bello, che si accentra su ciò che è visibile, ma coinvolge contemporaneamente la persona intera» (UDC 108,6). Amare con il corpo significa, allora, vivere la propria corporeità come via per entrare in comunione con l’altro: è nella tenerezza, nella cura, nel cadenzare quotidiano di gesti di attenzione e servizio che il corpo diventa sacramento, luogo di rivelazione di Dio.

Per vivere questa promessa di compimento è però condizione necessaria avere nel cuore e nella mente il vero volto di Dio. Troppo spesso ci sono state veicolate immagini sbagliate e distorte, lontane dalla Rivelazione che il Figlio ci ha fatto del Padre. Pensiamo al Dio giudice, che osserva con severità le nostre colpe e punisce l’errore, generando paura e vergogna; al Dio contabile, che misura i nostri meriti e assegna premi o castighi, facendo dell’amore una prova da superare; al Dio efficiente, che esige perfezione e risultati, trasformando il nostro desiderio di essere amati in ansia da prestazione. C’è anche il Dio intellettuale, figlio di dimostrazioni e schemi, che esclude la dimensione affettiva, o il Dio magico, buono solo quando le cose vanno bene, ma pronto a essere rinnegato nei momenti difficili.

Queste immagini deformano non solo la nostra dimensione spirituale, ma anche quella sociale. Se il nostro volto di Dio è sospettoso, esigente o lontano, anche il nostro modo di amare sarà segnato dal controllo, dal timore o dal disincanto. Al contrario, il Dio rivelato da Gesù Cristo è un Dio vicino, che per primo ha scelto il corpo come modalità di relazione; è il Dio creatore e misericordioso, che ci ha voluti con amore eterno, che ci cerca instancabilmente, che ci guarda con tenerezza.

In questa prospettiva, l’intimità coniugale può diventare “un luogo sacramentale”, un’esperienza in cui Dio si rende presente come protagonista, insieme alla coppia. Non si tratta di atti meramente fisici, ma di un incontro che può sanare, rinnovare promesse e rafforzare legami. Lungi dall’essere un’idea romantica o un sotterfugio per legalizzare disordini e vizi, amare con il corpo è l’unico modo per essere persone sane e felici. Si tratta di scegliere ogni giorno di essere per l’altro: di non usare ma accogliere, di non consumare ma custodire. Facciamo esperienza di un cammino esigente, fatto di ascolto, di pazienza, di perdono, di continuo lavoro su se stessi, che conduce alla gioia piena. È la via ordinaria della santità, quella che passa per i gesti più semplici e autentici dell’amore umano.

In un tempo che tende a svuotare il corpo del suo significato, l’esperienza dell’amore vissuto nella carne ci restituisce una profezia di speranza. Ogni corpo, con la sua storia e le sue ferite, resta portatore di una bellezza inviolabile, di una verità che nessuna cultura dello scarto potrà mai cancellare. Amare con il corpo, allora, non è solo possibile: è urgente. È l’atto più umano e più divino che possiamo compiere.

Giovanna Valsecchi

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