Innamorato del matrimonio

In questi giorni, cominciando già a preparare alcuni importanti incontri di quest’anno appena iniziato, sto riflettendo su questo: “Come mai, anche di fronte al fallimento, resto innamorato del matrimonio?”.

Effettivamente è una cosa un po’ illogica, non è normale, perché quando vieni ferito da qualcosa o qualcuno, l’istinto è quello di allontanarsi, abbandonare, lasciar perdere. Per questo in tanti gruppi, nei social, molti affermano che, se potessero tornare indietro, farebbero scelte diverse e non pronuncerebbero quel famoso “sì”, considerando così il coniuge un peso di cui si sono liberati.

Da una parte comprendo il loro modo di ragionare, ma io rifarei tutto, perché quello che sono ora, deriva da tutto ciò che è successo prima, sbagli compresi; poi, anche solo per le figlie, passerei nuovamente attraverso la tragedia della separazione.

Molto dipende da come si reagisce di fronte alle sfide della vita; a volte, solo quando perdi qualcosa, ne apprezzi la bellezza e l’importanza e capisci quante cose non siano scontate: ricordo all’inizio della separazione, quando tornavo nella nuova abitazione, la casa era silenziosa, vuota, priva del calore e della vivacità che avevano sempre caratterizzato la nostra famiglia. In quel momento, mi resi conto di quanto mi mancassero le piccole cose: il profumo della cena in preparazione, la confusione generata dalle figlie e persino le discussioni che facevano parte della vita quotidiana.

Quando avviene una separazione, è facile cadere nella tentazione di vedere il matrimonio come un fallimento irrimediabile, ma se ci si ferma a guardare con gli occhi della fede, si può scorgere in quel dolore una chiamata a vivere la fedeltà in modo nuovo.

Ritengo che la mia non sia semplicemente testardaggine, ma la risposta a una vocazione che ho sempre avuto e che mi porta a lottare per le famiglie, ad amare il Sacramento in qualsiasi condizione, a fare il tifo per le coppie in difficoltà e a stare bene con i bambini e le persone.

Spesso mi chiedono: “Ma come fai a rimanere fedele a un matrimonio che non esiste più nella pratica?”. La mia risposta è semplice: il matrimonio non è solo un progetto umano, se lo fosse, sarebbe facile abbandonarlo quando le cose vanno male.

Infatti, umanamente i conti non tornano, c’è una gioia profonda nel sapere che sto vivendo una vocazione che trascende le mie debolezze/difficoltà e ogni giorno è una nuova opportunità per affidarmi a Dio, per crescere nella fede e nell’amore.

Questo è accompagnato da miracoli nella mia vita, a cominciare da aspetti caratteriali/personali come il saper gestire la rabbia, il perdono e la castità che non so spiegarmi, per proseguire con tutte le persone che conosco, fino ad arrivare a proposte, collaborazioni e momenti di crescita che mai mi sarei aspettato.

Il matrimonio, anche se ferito, continua a essere un dono che illumina la mia vita: il Sacramento è più grande di ogni difficoltà e conduce alla pienezza dell’amore; e io, nonostante tutto, sono sempre più innamorato del matrimonio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Le zone d’ombra

 Sal 2 Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane». E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore.

Questo è il Salmo offerto nella Santa Messa odierna, il giorno dopo l’Epifania del Signore, infatti la Chiesa insiste sul concetto del Figlio del Padre; quel Bambino è davvero il Figlio di Dio, Colui che è il Re dei Re.

Ed è proprio su questo particolare che vogliamo fissare la nostra attenzione oggi, e cioè che non è un bambino qualunque che nasce poveramente e poi da grande farà grandi cose poiché è destinato a diventare un re, no. Lui fin dall’eternità era il Re dei Re che ha preso la decisione di salvarci e di entrare nel tempo, e per far questo ha assunto la nostra natura umana.

Con la sua vita umana Lui ha come sigillato la sua regalità portandola al culmine, non perché prima non fosse re, ma perché con i meriti della sua Passione, Morte e Resurezione l’ha portata a compimento, si è acquistato come il diritto di essere Re.

Quando si trovò innanzi a Pilato, Gesù specificò che tipo di regalità abbia:  (Gv 18,36) Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»

Quindi su quali terre esercita la propria regalità Gesù?

Prima di capire questo bisogna fare una premessa: Gesù non è come i re di questo mondo che esercitano il potere a prescindere dai sudditi, Gesù invece è un re che esercita la propria regalità solo se è l’uomo a volerla accogliere, in sostanza non è un dominio coercitivo ma un dominio d’amore.

Il Salmo sopracitato ci dà un aiuto: ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane.

Cari sposi, Gesù non vuole essere il re solo di una parte della nostra vita, Lui vuole tutto perché l’Amore vuole sempre tutto. Allora dobbiamo chiederci quali sono le zone in cui non abbiamo ancora permesso a Gesù di esercitare la Sua regalità. Ci sono ancora delle zone d’ombra nella nostra vita di mariti o di mogli?

Il Salmo ci rassicura sul fatto che Gesù abbia a cuore anche quelle zone d’ombra che nel Salmo sono chiamate le terre più lontane. Sono terre lontane dalla Grazia, o meglio, dal dominio d’amore di Colui che è l’Amore.

Coraggio sposi, il Signore Gesù non si schifa di essere Re anche di quelle zone d’ombra del nostro cuore, della nostra vita, Lui desidera intronizzarsi anche nelle terre più lontane affinché tutta la nostra vita resti sotto il Suo dominio d’Amore che è l’unico salva.

Giorgio e Valentina.

I Doni dei Magi e il Matrimonio: Un’Amore Sacro

Oggi è l’Epifania del Signore. Mi permette di soffermarmi non tanto sul significato di questa festa, ma in particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Non sono doni scelti a caso, ma racchiudono significati profondi. Immagino Giuseppe quando ha visto arrivare mirra e incenso: non deve essere stato facile comprendere subito il valore di quei doni. L’oro, invece, probabilmente è stato accolto con più immediatezza. Ma cosa vogliono ricordare questi doni? E cosa possono insegnare a noi sposi?

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono per il re e simboleggia la preziosità e la centralità della persona amata. Quando mi sono sposato, stavo dicendo a Luisa che lei sarebbe stata per sempre la creatura più preziosa per me, seconda solo a Dio. Sant’Agostino ci ricorda: “Ama e fa’ ciò che vuoi”, perché quando amiamo veramente, tutto si ordina secondo il bene. Il matrimonio funziona solo se entrambi gli sposi riconoscono questa regalità reciproca, mettendo il coniuge prima di qualsiasi altra cosa: famiglia d’origine, lavoro, interessi o persino i figli. Come insegna Papa Francesco: “Amare significa avere cura e rispettare, costruire legami concreti che resistano anche quando la tempesta tenta di spezzarli”. Solo amando il nostro sposo o la nostra sposa come priorità, tutto il resto troverà il suo giusto ordine.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono sacerdotale, il simbolo del sacro. Il nostro matrimonio è un sacramento, e dal momento del nostro “sì”, il nostro amore non ci appartiene più solo a noi: diventa di Dio. Come sposi, diventiamo segni vivi del Suo amore. San Giovanni Paolo II, parlando del sacramento del matrimonio, afferma: “Il matrimonio cristiano è un segno dell’amore di Cristo e della Chiesa, amore che trova la sua più alta espressione nel dono totale di sé”. Ogni gesto d’amore, ogni carezza, ogni parola di incoraggiamento diventa un gesto sacro, un atto di Dio che passa attraverso di noi. Anche l’intimità fisica acquisisce un significato liturgico, perché è espressione di un amore che si dona, non che si usa. È per questo che dobbiamo viverla con purezza di cuore e rispetto reciproco.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra, forse il dono più difficile da comprendere, simboleggia il sacrificio. Nel donarla, diciamo al nostro sposo o alla nostra sposa che siamo pronti a morire per lui o per lei. Non si tratta solo della morte fisica, ma della morte del nostro egoismo e del nostro orgoglio. La morte di una volontà incentrata su noi stessi per aprirsi al bene dell’altro. San Francesco d’Assisi ci esorta: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge a vita eterna”. Allo stesso modo, il matrimonio ci chiama a morire al nostro egocentrismo, per fare spazio all’altro.

Morire al proprio orgoglio significa accettare di non avere sempre ragione e abbattere le barriere che dividono. Il matrimonio non è un luogo di rivendicazioni, ma una comunità d’amore dove si vive la libertà di mostrarsi fragili, sicuri di essere perdonati. Morire alla propria volontà significa accettare che l’altro non sarà mai perfetto secondo i nostri schemi. Come diceva Santa Teresa di Lisieux: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Ho sposato Luisa, che è meravigliosa proprio perché diversa da me, perché libera di essere se stessa. Il mio compito è amarla nella sua unicità, non cercando di cambiarla, ma accogliendola come dono prezioso di Dio.

Alla luce dei doni dei Magi, possiamo vedere che il matrimonio è una chiamata alta e sacra: è regalità, sacerdozio e sacrificio, tutto intrecciato nell’amore che riflette quello di Dio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto i doni dei Magi, così anche noi siamo chiamati a vivere il nostro matrimonio come un dono prezioso, offerto a Dio e custodito nella grazia del sacramento.

Antonio e Luisa

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Natale, dono, matrimonio

Cari sposi, tempo di Natale e abbiamo ancora freschi i regali scartati, sia quelli fatti che quelli ricevuti. Natale, tempo di doni e presenti, di sorprese liete da chi ci vuole bene. Ma Natale è pur un tempo di rimembranze e memorie: chi di noi non è riandato nei giorni scorsi ai momenti vissuti in famiglia da piccoli? Per qualcuno questo può essere stato fonte di grande gioia, per altri magari di tristezza. Ma di certo tutti abbiamo rivisitato, anche solo per poco, con la nostra mente i nostri inizi.

Già, gli inizi. Ci insegna la Parola che Natale è associato inscindibilmente al Principio, al vero Inizio della nostra esistenza. E cosa troviamo ai nostri esordi? Che è avvenuto agli esordi della nostra vita? Non cadiamo nell’errore né di esaltare o sminuire la famiglia da cui proveniamo. Gesù per primo ha voluto che una povera mangiatoia fosse il primo luogo in cui dimorare e ha scelto di inserirsi nel lignaggio di Giuseppe, che sappiamo con esattezza storica non esser stato proprio un nugolo di santi.

Il Signore oggi ci ricorda che agli albori della nostra esistenza c’è unicamente l’Amore, quello eterno e incrollabile, precedente ad ogni nostro merito o scelta. E la bella notizia è che noi, proprio per l’Incarnazione, siamo stati innestati e inseriti in quel preciso Amore e non esiste marcia indietro, non ci sono ripensamenti o riconsiderazioni. Una verità, questa che, sola, basterebbe ad alimentare la nostra riflessione e meditazione per il resto della vita.

Quanto è importante e riflettere su questo Vangelo, sulle verità che da Esso sgorgano! Ne abbiamo tutti un bisogno urgente. Tant’è che ovunque guardiamo, in ogni ambito della vita che ci circonda, tutto è un factum, un qualcosa di realizzato artificialmente, un prodotto vendibile. Da qui la tentazione di essere risucchiati e assimilati al mainstream: “la mia vita è cosa mia, mi appartiene, ne posso fare ciò che voglio…”.

Per di più, vige la dittatura del presente, il pensiero woke sprezzante di ogni senso di appartenenza e legame con le nostre origini. Ma proprio Gesù, qualora avesse dovuto far discernimento su aspetti concreti del suo vissuto, ha sempre fatto riferimento al Principio.

Ed ecco che il riferimento agli sposi diviene naturale. In effetti, il vostro amore nuziale non è una autoproduzione di voi coniugi, sebbene abbiate alle spalle una lunga storia nella quale a un certo punto è intervenuta una scelta precisa. È pur vero che “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (S. Agostino, Sermo CLXIX, 13) e che la libertà è costitutiva dell’amore.

Eppure, il vostro legame ha avuto la sua sorgente nell’Amore di Dio e in esso può trovare sempre la forza di perseverare e soprattutto crescere. Come ricorda don Renzo, l’amore sponsale è una “convocazione”, cioè una chiamata a due ad accogliere un Amore più grande del proprio.

Natale tempo quindi di regali. Pensate al vostro amore come un dono ricevuto, arricchito e abbellito infinitamente dalla grazia sacramentale. Quante volte ricorre la parola “dono” in Amoris laetitia e Familiaris consortio, proprio a sottolineare quanto è grande il vincolo che vi unisce!

Perciò, cari sposi, mentre ringraziamo e lodiamo il Signore per essere stato il nostro Dono più grande, al tempo stesso vi invito a vedere la vostra storia intimamente connessa alla Sua.

ANTONIO E LUISA

Cari sposi, non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Come ricordava San Giovanni Paolo II, “La famiglia che prega unita, resta unita.” Solo con la preghiera possiamo aprire il nostro cuore allo Spirito Santo, imparare a donarci all’altro e accogliere il suo dono con i nostri e i suoi limiti. Padre Luca ha ragione nel dirci di tornare al principio della nostra storia per trovare la presenza di Dio, ma quel principio non è solo un ricordo: va reso vivo e attuale ogni giorno.L’amore deve essere continuamente rinnovato nella grazia di Cristo. Gesù, infatti, ci ha promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Riscopriamo questa presenza viva nel nostro matrimonio, fonte di forza e di gioia.

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Il sesso esprime pienamente l’amore solo nel matrimonio

Il sesso è per il matrimonio: un dono di Dio da vivere pienamente

Per me e Luisa è sempre stata una certezza su cui costruire la nostra relazione, e più passa il tempo, più ci convinciamo che sia così. Il sesso non è un “istinto” incontrollabile né qualcosa di necessario allo sviluppo della persona. È invece un dono sacro, un linguaggio dell’amore che trova il suo pieno significato e la sua bellezza all’interno del matrimonio. Quanto è diventato più bello e più profondo con il crescere della nostra relazione tutta, vissuta all’interno di una promessa di fedeltà e di esclusività che è per la vita.

Troppe persone oggi vedono il matrimonio come un di più, qualcosa di vecchio che non serve più. Altri che si credono moralmente migliori vedono nel matrimonio un modo per regolare il desiderio sessuale e finalmente dare sfogo alle proprie voglie senza sensi di colpa. Ma queste visioni impoveriscono entrambe il significato profondo del sacramento matrimoniale. Come scriviamo ne L’ecologia dell’amore, “la sessualità è un’energia che può essere orientata verso un amore fecondo, non è mai una condanna né un dovere”.

Fiducia nella persona e nella vocazione matrimoniale

Considerare il matrimonio unicamente come un rimedio alle passioni è avere poca fiducia nella capacità dell’essere umano di vivere virtuosamente e sottovalutare la bellezza della vocazione matrimoniale. Chi non sperimenta il sesso prima del matrimonio non è un supereroe né un santo per definizione. La castità, vissuta con libertà e consapevolezza, è una virtù possibile per tutti, come lo è la pazienza, la generosità o l’umiltà.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, affermava: “L’amore umano diventa il luogo privilegiato della rivelazione di Dio quando è vissuto nella verità del dono totale di sé.Questo significa che la sessualità non deve essere ridotta a un problema morale, ma accolta come una dimensione dell’amore che si realizza pienamente solo nel dono reciproco e totale.

La chiave per vivere bene la sessualità

Vivere la sessualità bene non è più difficile che vivere altre virtù, come quella di non giudicare o di essere pazienti. La chiave è comprendere a cosa serve il sesso: non è un fine, ma un mezzo per esprimere amore e per costruire unità nel matrimonio. Fuori dal matrimonio, il sesso perde il suo significato profondo e la sua capacità di essere un linguaggio duraturo.

San Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, ci ricorda: “L’amore coniugale è, per sua natura, totale: una forma di comunione che non è momentanea, ma continua per tutta la vita.” Questo amore totale si riflette nella sessualità vissuta come dono e impegno reciproco.

Non disprezzare il dono di Dio

Spesso si rischia di considerare il sesso come qualcosa di sporco o, al contrario, di idolatrarlo come se fosse l’unico mezzo per essere felici. Entrambe queste visioni sono sbagliate. Il sesso è un dono di Dio, pensato per unire i coniugi e aprirli alla fecondità.

Sant’Agostino affermava: “L’amore che unisce marito e moglie in una carne sola è un grande mistero, riflesso dell’amore tra Cristo e la Chiesa.” Questo mistero ci invita a vivere il sesso come un atto sacro, senza disprezzarlo né banalizzarlo.

Vocazione e discernimento

La vocazione matrimoniale non è scontata. Come per ogni vocazione, è necessario un discernimento profondo, che coinvolga il cuore, la mente e lo spirito. Sempre ne L’ecologia dell’amore scriviamo: “Il matrimonio non è un sentimento o una decisione improvvisa, ma una chiamata personale di Dio a vivere un amore che diventa fecondo.” Il discernimento aiuta a comprendere se siamo chiamati a questa vocazione e come viverla in pienezza.

Godetevi il sesso e i figli nel matrimonio

Una sessualità vissuta con amore e rispetto nel matrimonio rafforza l’unione tra i coniugi e li rende collaboratori di Dio nella generazione e nell’educazione dei figli. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, sottolinea: “La sessualità non è un mezzo di sfruttamento né di possesso, ma una realtà meravigliosa data da Dio per esprimere amore.

Una coppia che vive questa dimensione con gioia e consapevolezza non solo si unisce di più, ma trasmette ai figli un modello di amore autentico, fondato sul rispetto e sulla comunione.

In conclusione, vivere il sesso nel matrimonio è un modo per glorificare Dio, coltivare l’amore coniugale e crescere insieme come famiglia. Non disprezziamo questo dono, ma accogliamolo con gratitudine e responsabilità.

Antonio e Luisa

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Lo sguardo: un dono originario per la comunione

Il Senso Profondo della Creaturalità Umana
In Genesi veniamo trasportati in un viaggio ontologico dentro al senso profondo della nostra creaturalità come figli di Dio e della differenza sessuale uomo-donna. Il senso profondo di quest’ultima è proprio la Comunione d’Amore. Partecipiamo come immagine e somiglianza di Dio non soltanto nel corpo, ma anche alla Trinità nella relazione sponsale che si genera tra ISH (il maschio nella Genesi) e ISHA (la femmina nella Genesi).

Dio Creatore e la Creazione come Dono
Dio Creatore e Padre ha creato (barà, verbo ebraico del creare di Dio che indicherebbe di per sé l’opera del taglialegna o dello scultore) attraverso la sua Paola Creatrice la Creazione come un Dono per l’essere umano (adam in Genesi) affinché lo custodisse e con il suo lavoro (che non è entrato nella vita umana come una maledizione successiva al peccato originale, ma era già presente prima, e anzi era un nobile incarico affidatogli) se ne prendesse cura, traendone nutrimento, adducendo bene a ciò che era già buono (“Dio vide che era cosa buona”).

Lo Sguardo Benedícente di Dio
Proprio quest’ultimo versetto, “Dio vide che era cosa buona”, ci mostra come Dio utilizza il senso della vista sotto la veste di SGUARDO BENEDICENTE nei confronti delle creature; sguardo che non scomparirà nemmeno dopo l’avvenimento del peccato originale.

L’Essere Umano come Immagine di Dio Trinità
Dio crea l’essere umano non in un giorno a se stante, ma al termine del sesto giorno, quando già aveva dato alla luce altre creature, appartenenti al mondo animale, ma a differenza degli altri esseri, Dio riserva all’adam una cura particolare. Infatti entra in gioco il plurale trinitario rispetto al singolare divino usato fino ad ora, insieme a parole di benedizione più esplicite, affinché l’adam, nella sua declinazione maschile e femminile, già presente, sia l’immagine e somiglianza di Dio Trinità nel mondo, allo scopo di vicariarLo nel prendersi cura della Natura (“dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi 1,26)).

Unità nella Differenza Sessuale
Pertanto, il senso profondo legato al maschile e al femminile, creati insieme in adam ma diversi fin dall’origine, mostra come essi siano chiamati all’unità nella differenza sessuale per manifestare l’immagine di Dio nel mondo prendendosene cura.

La Promessa di Dio all’Essere Umano
Tornando alle parole esplicite che Dio riserva all’essere umano, esse sono una Promessa e non un patto di alleanza con delle condizioni, come avverrà in seguito con Noè. Promessa che non revocherà nemmeno dopo il peccato, dopo l’adulterio della coppia nei Suoi confronti: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate…”.

Lo Sguardo Benedícente verso il Maschile e il Femminile
Questo SGUARDO BENEDICIENTE Dio lo elargisce anche all’essere umano in due declinazioni diverse. Il maschile riceve lo sguardo stesso, o più precisamente riceve la capacità di guardare all’altro cogliendone la Bellezza profonda. Il femminile, analogamente, riceve la sensibilità allo sguardo dell’altro per poter entrare in relazione intima con lui, ricevendone sicurezza e quindi protezione e cura. È primariamente attraverso lo sguardo, infatti, che passa il primo contatto con l’altro, specialmente in una relazione tra uomo e donna, che segna profondamente il tipo e la qualità di rapporto che si instaurerà tra i due. All’origine questa comunione era perfetta, improntata all’Amore, alla Vita Feconda e alla Custodia.

Il Significato dello Sguardo
A cosa serve all’uomo questo sguardo? Serve a riconoscere il Prodigio che Dio ha fatto nel Creato e nelle creature, che appare come Bellezza, che non ha necessariamente a che fare con quella fisica-estetica, anche se sicuramente ne partecipa, ma afferisce a qualcosa di molto più profondo. Dio ha impresso nell’essere umano la Sua Vita e lo ha chiamato all’esistenza come qualcosa di “molto buono”, perciò esso ha una dignità che nessuno ha il diritto di sottrargli o di scalfirla in qualche modo. Quindi questo sguardo sensibile alla Bellezza dell’altro e alla Bellezza del Creato porta l’uomo, in primo luogo a lodare Dio, e in secondo luogo, proprio mosso dalla commozione e dalla gratitudine per questa Bellezza, a prendersene cura, custodirla e ad arrivare a dare la sua stessa vita per proteggerLa. Questa è la chiamata dell’uomo ed è per viverla che ha ricevuto anche un altro dono da Dio: la forza. Forza che è sia fisico-muscolare ma, molto di più, interiore-spirituale. È proprio la Bellezza ad essere la forza del cuore dell’uomo, capace di muoverlo al dono totale di sé.

Il Significato dello Sguardo per la Donna
A cosa serve alla donna questo sguardo? La donna è sensibile allo sguardo dell’altro, che le serve per aprirsi alla sua accoglienza e riempirsi di vita, per sentirsi guardata da uno sguardo benedicente, che dice bene di lei, di cui si può fidare, proprio perchè guardata nella sua Bellezza originariamente impressa in lei da Dio stesso. La donna è fatta per vivere dello sguardo di qualcuno che rifletta lo sguardo che Dio le riserva. Ed è in questo sguardo, dentro ad esso, che ella può esprimere, insieme al maschio, tutta la sua fecondità generativa femminile.

La Ferita dello Sguardo dopo il Peccato
Cosa succede a questo sguardo dopo il peccato? Per quanto riguarda l’uomo, il peccato va a ferirne gli occhi, il suo stesso sguardo, rendendolo uno sguardo disordinato, che lo porta, da un lato, a diventare ipovedente di fronte alla Bellezza e, seguentemente, a volersi impadronire della Bellezza, o di ciò che gli appare erroneamente per tale, riducendola ad oggetto di consumo, a suo esclusivo vantaggio e profitto egoista.

Molte delle fatiche dell’uomo, infatti, nascono proprio dal suo sguardo, basti pensare all’esempio più eclatante costituito dalla pornografia, ma tale ferita lavora anche in modo molto più subdolo e la cultura attuale, purtroppo, invece che promuovere l’uomo nella sua originaria natura di custode, lo svantaggia amaramente, riducendolo a “surrogato animale” preda dei suoi istinti, con tutte le conseguenze che questo comporta e che popolano la cronaca odierna. La ferita, dicevamo sopra, non riguarda solo l’altro da sé, ma anche la Natura, portandolo a non adempiere al compito che Dio gli ha affidato, ossia di custodia, ma a servirsene per un guadagno immediato e personale.

La Ferita dello Sguardo nella Donna dopo il Peccato
Per quanto riguarda la donna, invece, il peccato entra in lei deformando la sua sapiente scelta su a chi rivolgere la richiesta di essere guardata, per trovare riflesso in quello sguardo, la sua amabilità, la sua essenza e la sua missione. La rende mendicante di sguardi. Questua nelle relazioni che vive l’affermazione di ciò che lei è. Ma lo fa, sia in modo sbagliato, che alle persone talvolta inadeguate. In modo sbagliato: elemosina sguardi che richiamano l’attenzione sulla sua carne invece che al suo spirito-corpo, vera sede della sua Bellezza.

Permette una facile oggettivazione attraverso comportamenti spicciolamene seduttivi e presentazioni di sé superficiali e esteticamente snaturanti (ad esempio le chirurgie plastiche correttive) od omologanti (ad esempio una moda e un trucco che non ne esaltano l’originalità soggettiva ma appiattiscono su un unico modello di apparente compiacimento estetico).

Agendo in questo modo è essa stessa a operare un pericoloso riduzionismo sulla sua natura femminile. Alle persone inadeguate: il primo errore lo commette quando rivolge la richiesta di tale sguardo, prima agli esseri viventi che a Dio, fonte da cui trarrebbe la consapevolezza della sua Bellezza originaria, e in seguito volendo essere guardata da coloro che le portano ferite e morte invece che guarigione e vita.

Come Uscire dalla Ferita?
La Redenzione avvenuta attraverso il sacrificio della Croce di Cristo ha riportato l’ordine originario e la guarigione dalle ferite, ma molto di più la possibilità di assumere la stessa natura umana-divina di Cristo. Realtà a cui è possibile accedere solo attraverso l’esercizio della nostra libertà, pronunciando lo stesso fiat di Maria. Attraverso questo “si”, non solo uomini e donne possono recuperare i loro doni originali, ma assumere su se stessi la natura di Cristo, sia in termini di sguardo, che in termini di coscienza imperturbabile della propria essenziale Bellezza. Solo questo può permettere agli uomini e alle donne del nostro tempo di entrare davvero in comunione vicendevole e mostrare l’immagine trinitaria d’Amore di Dio nel mondo, per poter collaborare con Cristo nel trasfigurarlo secondo il Suo Piano d’Amore.

Giorgia Sartori

Sappiamo chiedere aiuto?

Tratto da una storia vera. Di solito questa importante informazione è data all’inizio dei film che non sono frutto della fantasia di registi o sceneggiatori ma che possiedono fondamento nella realtà. Tale sarà anche il contenuto dell’articolo di oggi, il primo che ho l’onore di scrivere nel nuovo anno. Non semplicemente trecentosessantacinque giorni uno dopo l’altro ma un autentico Anno Nuovo, ossia un periodo inedito, bello, pieno in cui riscoprire la fede, camminando nella speranza. Il Giubileo appena iniziato ci sprona proprio a questo; e, con tanta gioia ed entusiasmo, anch’io lo auguro a ciascuno di voi, a ciascuno di noi.

Dunque, dicevamo, un articolo tratto da una storia vera. Già perché, qualche tempo fa, un episodio realmente accaduto mi ha obbligata a pormi delle domande, che condivido oggi con voi. Siamo capaci di chiedere aiuto? O pretendiamo che siano gli altri a darcelo quasi in automatico, senza aver alzato noi per primi la mano? Vediamo le persone attorno a noi come esseri umani o come esclusivi distributori di supporto? E, soprattutto, nelle richieste di aiuto siamo umili o esigenti?

Un noto detto della saggezza popolare recita: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. L’ho sentito ripetere così tante volte quand’ero piccola! Adesso i proverbi sono piuttosto snobbati, li usa solo più la fetta più adulta della popolazione. È un peccato, perché le verità e i consigli che si portano appresso, spesso fruttando rime o altri giochi letterari, restano impressi non solo nella memoria ma anche nel cuore. Quell’organo che troppo volte rendiamo duro, freddo, insensibile. Ma che tanto ci aiuterebbe a far andar meglio le cose. L’espressione di cui sopra è contenuta anche nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, in cui leggiamo: “Dio dice: aiutati, che ti aiuterò“.

Chiedere aiuto è un gesto di grande coraggio. Ci obbliga a uscire dalla nostra zona di confort. Ci fa esporre. Ci fa vedere per quello che realmente siamo: uomini e donne che possono avere delle difficoltà, delle debolezze, dei problemi, delle fatiche. Ci costringe a togliere la maschera dei sorrisi forzati e ci mostra nelle nostre fragilità. Il mondo detesta tutto questo. Bisogna presentarsi sempre perfetti, bellissimi, in formissima. L’apparenza conta più della sostanza. L’avere più dell’essere. Chiedere aiuto, far sapere che abbiamo bisogno di una mano, scardina queste finte certezze e spinge – chi chiede e chi viene in soccorso – verso la realtà, esattamente per come essa è.

Gesù prima di compiere un grande miracolo – quello della guarigione del cielo Bartimeo – gli ha domandato: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Lc 18, 41). La richiesta può sembrare quanto meno strana perché Dio sa benissimo ciò di cui abbiamo bisogno. Se Gesù ha fatto questa domanda, però, sappiamo che non è casuale e che c’è un motivo ben preciso. Ed è lo stesso per il quale è necessario confessarsi personalmente a un sacerdote. Motivazione che risponde al nome di: umiltà.

Chiedere aiuto, dunque, significa essere umili perché non possiamo pretendere che gli altri capiscano il nostro bisogno di essere sostenuti se non siamo noi a dirglielo, a farglielo sapere, a farglielo capire. Se a ciascuno di noi appaiono evidenti le proprie necessità, dobbiamo renderci conto che non è così per il resto del mondo. Non è scontato che, sempre e comunque, ci si accorga dei bisogni e delle esigenze.

A volte è talmente lampante che non sono necessarie parole ma altre non è così. Soprattutto nel mondo iper virtualizzato ed iper virtualizzante come quello attuale. I social dominano le nostre comunicazioni: se non ci si conosce direttamente, o se ci si avvale solo di comunicazioni scritte, se l’SOS non parte forte e chiaro è quasi impossibile porgere la mano, o non è possibile farlo velocemente e con modalità ideonee. Quindi è ingiusto accusare gli altri di non saper aiutare se non glielo si chiede. Ecco perché è necessaria una buona dose di umiltà.

Atteggiamento, virtù, caratteristica che apre il cuore di Dio e i cuori degli uomini. Questo vale per tutti i rapporti: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con fratelli e sorelle, con parenti, amici, colleghi e quant’altri. Maria stessa, nella splendida preghiera del Magnificat, dice: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Potrebbe essere un valido proposito per l’Anno Nuovo; non solo aiutare di più e meglio gli altri ma, nello stesso momento, imparare a farsi aiutare, mettendosi umilmente a nudo. Davanti agli uomini ma soprattuto davanti a Dio.

Fabrizia Perrachon

Vuoi essere felice? Abbraccia le tue ferite

Siamo nel 2025. Il 2024 è finito. Un anno difficile ma bellissimo. Quest’anno è stato per me un viaggio profondo, un percorso che mi ha portato a guardare dentro le parti più fragili e dimenticate di me stesso. Come mai prima, mi sono preso cura della mia parte più debole. Ho affrontato i fantasmi del mio passato, quelli legati alla mia infanzia e alla mia adolescenza, che per troppo tempo ho ignorato. Ho guardato le mie ferite, le ho riconosciute, e infine le ho abbracciate. Questo gesto, così semplice e allo stesso tempo così complesso, ha cambiato il mio cuore.

Ciò che non si guarda in faccia ci domina. Ciò che si guarda in faccia si supera”, scrive Luigi Maria Epicoco ne La forza della mitezza. Per anni ho cercato di nascondere quelle ferite in un angolo oscuro del mio cuore, credendo che riguardassero solo il passato e che non avessero potere sul presente. Ma era un’illusione. Quelle ferite non erano altro che il grido di un bambino dentro di me, un bambino che voleva essere amato, accolto, compreso, incoraggiato e sostenuto. I miei genitori non sono riusciti a farlo, non perché non mi amassero, ma perché non erano capaci di darmi ciò che non avevano mai ricevuto.

Ho iniziato un percorso terapeutico e mi sono messo in gioco per diventare counsellor. Questo mi ha permesso di fare pace con quel bambino interiore, di abbracciarlo e di dargli finalmente quell’amore che aspettava da tanto tempo. Roberto e Claudia, di Amati per amare, mi hanno guidato in questo cammino. Mi hanno fatto comprendere che quelle ferite non vanno silenziate ma ascoltate, perché abbracciando loro, riesci finalmente ad abbracciare quel bambino che è ancora dentro di te. Queste parole risuonano profondamente nel mio cuore.

Il cambiamento non è stato solo interiore. Abbracciando le mie ferite, ho aperto un canale emotivo che sembrava bloccato da anni. Questo mi ha permesso di essere un padre diverso. Prima, nella mia freddezza e nel mio distacco, credevo che i miei figli dovessero cavarsela da soli, così come io ero stato costretto a fare. Ora, invece, provo empatia per loro, li ascolto di più e sono più presente nelle loro vite. Ho imparato a trasmettere l’amore tenero e concreto che vivo ogni giorno con Luisa anche nell’ambito genitoriale. Scrivere queste parole mi commuove, perché sento che sto diventando la versione migliore di me stesso, non solo per me ma per la mia famiglia.

Uno degli aspetti più profondi di quest’anno è stato il perdono. Sono riuscito a vedere i miei genitori con occhi nuovi. Li ho perdonati per il male che, involontariamente, mi hanno fatto, e li ho ringraziati per il bene che, con tutto l’amore possibile, hanno cercato di darmi. Luigi Maria Epicoco scrive: “Il perdono non è negare il male ricevuto, ma smettere di esserne prigionieri”. Ed è proprio questo che ho vissuto. Perdonare i miei genitori ha liberato non solo loro, ma anche me. Mi sono sentito leggero, come se un macigno fosse stato tolto dal mio cuore.

Ho chiesto scusa ai miei figli più grandi per le volte in cui sono stato distante. Ringrazio Dio per avermi dato questa opportunità di guarigione e riconciliazione. Le ferite, una volta accolte, non sono più solo fonte di dolore, ma diventano un’occasione per fare esperienza di amore, misericordia e bisogno. Ho capito che non mi basto, che ho bisogno degli altri e, soprattutto, di Dio.

In questo tempo di riflessione, ho imparato a ringraziare non solo per le cose belle, come mia moglie, i miei figli, gli amici e il mio lavoro, ma anche per le difficoltà e le fragilità. “La croce non è il fallimento di Dio, ma il suo modo di stare accanto a noi nel nostro fallimento”, scrive ancora Epicoco. Ogni fallimento che ho vissuto nella mia vita è stato un passo verso una maggiore consapevolezza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Mi ha avvicinato a Dio più di quanto abbiano fatto i successi o i riconoscimenti.

Oggi, alla fine di questo anno, voglio augurare a chiunque legga queste parole di non vergognarsi delle proprie ferite. Non nascondetele, non cercate di dimenticarle. Prendetevene cura, abbracciatele, perché solo così potrete incamminarvi verso un amore autentico, libero, e verso relazioni profonde e vere. Dio non ci ama nonostante le nostre fragilità, ma proprio attraverso di esse. E in questo amore possiamo trovare la forza per continuare a crescere, ad amare e a sperare.

Grazie, 2024, per le lezioni che mi hai insegnato. Grazie a Dio per essere stato accanto a me in ogni passo di questo cammino.

Antonio

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Un tripudio di gloria… e tra noi?

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta. Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.

Questo bel Salmo lo troviamo nella Liturgia della Santa Messa di oggi, come si può notare è un Salmo di lode al Signore. Nella traduzione italiana troviamo una serie di verbi che danno proprio l’idea di una festa: cantate (usato 3volte), benedite, annunciate, gioiscano, esultino, risuoni, sia in festa, acclamino.

Chi si è fatto un’idea di Chiesa sempre triste, soporifera, noiosa, barbosa… deve necessariamente rivedere le proprie posizioni poiché basterebbe prestare un minimo di attenzione, quantomento ai testi delle preghiere e delle orazioni, per restare stupefatti da tanta esultanza.

Ma tutto questo tripudio si deve solo al Bambino del presepio, o meglio, è frutto solamente di tanti bei sentimenti teneramente natalizi suscitati dal recente presepio? Oppure c’è di più?

La grandezza di un Dio Creatore che prende la carne di creatura è un mistero insondabile per la mente umana, ma c’è un grande santo italiano, S.Alfonso Maria De’ Liguori, che ha riassunto in poche poetiche parole questo Mistero dell’Incarnazione: A Te, che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, oh mio Signore.

È proprio di questa grandezza e onnipotenza di Dio che vengono intessute le lodi nelle parole della Chiesa. Ma quanto loda la Chiesa il proprio Signore? Tanto, tantissimo, o solamente a Natale e Pasqua?

Esclusa la Santa Messa, la preghiera ufficiale della Chiesa, la Liturgia delle Ore, ovvero l’Ufficio divino (detto anche Breviario), ha 7 appuntamenti quotidiani per la preghiera. Questo numero non è stato scelto a caso, esso è un numero che simboleggia il sempre (cfr la risposta di Gesù a Pietro di perdonare 70 volte 7), quindi dire che la Chiesa canta le lodi del Suo Signore 7 volte al giorno è come dire che le canta sempre. Il Catechismo (n 1174) ci conferma e offre l’assist per noi sposi:

Fedeli alle esortazioni apostoliche di pregare incessantemente, questa celebrazione (la Liturgia delle Ore) è costituita in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode di Dio. Essa costituisce la preghiera pubblica della Chiesa nella quale i fedeli (chierici, religiosi e laici) esercitano il sacerdozio regale dei battezzati. Celebrata nella forma approvata dalla Chiesa, la liturgia delle Ore è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera di Cristo, con il suo corpo, al Padre.

Gli sposi non sono forse segno della sponsalità di Cristo e della Sua Chiesa (cfr Ef5,25-32)?

Se la Chiesa sposa intesse le lodi del Suo Sposo almeno 7 volte al giorno (numero simbolo del sempre), e se noi sposi siamo segno sensibile ed efficace di questa sponsalità, non è che forse dovremmo imitare la Chiesa sposa?

Quante volte al giorno gli sposi intessono le lodi l’uno dell’altra?

Dovremmo esercitarci di più in questa virtù, è un esercizio benefico sotto diversi punti di vista: sia psicologico che affettivo, sia spirituale che sentimentale, sia morale che sacramentale. È un’arma che ci protegge dall’infedeltà, che custodisce l’indissolubilità, che rende sempre più tenace l’unicità, che alimenta la fecondità e che costruisce la socialità.

Tutto il matrimonio ne trae beneficio, quando parliamo del nostro consorte dovremmo usare verbi simili a quelli del Salmo: cantare, benedire, annunciare, gioire, esultare, risuonare, stare in festa, acclamare. Gli sposi che si amano come Cristo sposo e la Chiesa, Sua sposa, sono come un presepio vivente. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

Il deserto è un passaggio necessario

Iniziamo oggi il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. La sposa sta per incontrare il suo sposo. Ricordate che non c’è un ordine cronologico nel Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Che cos’è quel che sale dal deserto

come una colonna di fumo,

esalante fragranza di mirra e d’incenso

con profumi di ogni genere?

Il Corteo della Sposa: Un Incontro Atteso

Finalmente l’attesa è finita! Il corteo della sposa sta arrivando e gli sposi possono finalmente incontrarsi. Questa scena richiama la gioia profonda dell’incontro nuziale, che non è solo un evento sociale, ma un sacramento e un simbolo dell’amore di Dio per l’umanità. Come diceva San Giovanni Crisostomo: “Il matrimonio è il mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa”. L’arrivo della sposa, accompagnata dal corteo, è un’immagine che coinvolge tutti i sensi: la vista – la colonna di fumo che si alza all’orizzonte; l’olfatto – il profumo di essenze e fiori; l’udito – i canti e le risa di gioia. Questo incontro è segno di una pienezza raggiunta, di un amore che si dona totalmente.

Il Deserto: Un Luogo di Trasformazione

Il corteo sale dal deserto, un luogo che, nella tradizione biblica, rappresenta l’aridità e la prova, ma anche la trasformazione. Il deserto è dove Israele ha incontrato Dio e dove ogni anima incontra se stessa. Santa Teresa d’Avila, nel suo cammino spirituale, parlava spesso del deserto interiore: “Per arrivare alla sorgente di Dio, bisogna passare attraverso la sete”. Anche la Sulamita, nel Cantico dei Cantici, rappresenta ognuno di noi: fragile, smarrita, ma desiderosa di un incontro d’amore.

Anch’io sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore. Questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire.

Ogni coppia, nel matrimonio, affronta momenti di deserto: difficoltà, incomprensioni, crisi. Come ricorda Papa Francesco: “Non esiste famiglia perfetta. Non abbiamo paura della fragilità, perché la grazia di Dio è più forte delle nostre debolezze”. Il deserto, dunque, non è la fine, ma un passaggio necessario per riscoprire il senso profondo del dono reciproco.

Lasciare l’Egitto: Un Atto di Libertà

Anche io ci sono passato ed è stato un passaggio verso la liberazione. Ho abbandonato il mio Egitto, che era vita sicura, ma vita di schiavitù… Serve coraggio per lasciare ciò che è noto, ma che ci imprigiona, per intraprendere un cammino verso la libertà. San Giovanni Paolo II, nella sua “Teologia del Corpo”, spiegava: “L’amore autentico è esigente. Esso richiede sacrificio e rinuncia”. Come il popolo di Israele, ogni sposo è chiamato a lasciare l’“Egitto” dell’egoismo e dell’autosufficienza per vivere una vita di donazione e comunione.

Questa scelta comporta sfide, ma anche grandi ricompense. Santa Gianna Beretta Molla, parlando del matrimonio, diceva: “L’amore coniugale richiede una totale dedizione e il coraggio di affrontare insieme ogni prova”. Solo abbandonando le catene del passato si può costruire un futuro di autentica libertà e unità.

La Sposa Pronta: La Pienezza dell’Amore

Dopo aver attraversato il deserto, la Sulamita è pronta per il suo sposo. Ha riconosciuto la propria fragilità e si è aperta alla misericordia di Dio. Questo momento di pienezza e verità è l’essenza del matrimonio cristiano. San Tommaso d’Aquino definiva il matrimonio “una comunione di vita orientata alla perfezione dell’amore”. Il matrimonio non serve a darci ciò che non abbiamo. Serve a donare ciò che siamo.

Questo amore non è statico, ma dinamico. Papa Benedetto XVI, nella “Deus Caritas Est”, affermava: “L’amore non è mai qualcosa di già dato, ma qualcosa che matura e cresce”. Gli sposi, accogliendosi nelle loro imperfezioni, diventano segno visibile dell’amore di Dio, che è fedele e inesauribile.

Il Matrimonio: Un Sacrificio Gioioso

La festa del matrimonio, con i suoi colori, profumi e suoni, celebra non solo l’unione degli sposi, ma anche il loro sacrificio gioioso. San Francesco di Sales descriveva il matrimonio come “una danza, dove ognuno cerca il bene dell’altro”. Questa danza, però, richiede armonia, pazienza e perdono.

Dal Deserto alla Festa

Il corteo della Sulamita, che attraversa il deserto e arriva alla festa, è un invito alla speranza. San Giovanni Paolo II incoraggiava i giovani e gli sposi a “non avere paura dell’amore”, ricordando che “L’amore è la vocazione fondamentale di ogni uomo”. Anche nei momenti più difficili, l’amore è capace di rifiorire.

Il matrimonio cristiano è, dunque, un cammino di santità. Come diceva Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”, perché nell’amore vero – sottolineo vero – c’è sempre la presenza di Dio. Affrontare insieme il deserto e celebrare la festa è ciò che rende il matrimonio un sacramento di speranza e un segno visibile della grazia divina.

Conclusione

Il matrimonio è un viaggio che inizia con l’attesa e si compie nell’amore. Attraverso il deserto delle difficoltà e la festa della celebrazione, gli sposi sono chiamati a vivere un amore che riflette quello di Cristo per la Chiesa. Come ha detto Papa Giovanni Paolo II: “Non c’è gioia più grande che vivere per chi si ama”. Nel dono reciproco, gli sposi diventano segno della presenza di Dio nel mondo, trasformando ogni momento in un’occasione di grazia e santificazione.

Antonio e Luisa

Sacra e ordinaria Famiglia

Cari sposi nella gioia dell’Ottava di Natale, in cui stiamo vivendo il prolungarsi del giorno di Natale, celebriamo oggi la Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

Tale festa risale al 1600 quando veniva celebrata localmente mentre fu papa Benedetto XV che nel 1921 la estese a tutta la Chiesa, fissandola alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania. Poi, papa Giovanni XXIII la spostò alla prima domenica dopo l’Epifania mentre oggi è celebrata nella domenica dopo il Natale o, in alternativa, il 30 dicembre negli anni in cui il Natale cade di domenica.

Motivo di tale rilevanza liturgica fu il desiderio di offrire un esempio e una testimonianza viva per tutte le coppie e famiglie dal momento che Gesù, Maria e Giuseppe sono certamente eccezionali ma condividono anche caratteristiche ordinarie ed è per questo che nella Preghiera Colletta leggiamo: “O Dio, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita”. È un ideale praticabile quello che ci offre la Chiesa, non un obiettivo astruso.

 Per cui, alla luce di tutto ciò, scorgiamo almeno tre grandi lezioni che mostrano una famiglia sì santa ma che è divenuta tale a partire da circostanze davvero comuni.

Per prima cosa, vorrei mettere in luce la solidità della relazione nuziale tra Maria e Giuseppe, difatti era accaduto qualcosa di molto grave che poteva mettere a rischio il rapporto. Non oso immaginare il loro stato animico vissuto in quei tre giorni: insonnia, angoscia, senso di colpa, paura del giudizio divino… i genitori che leggono sanno bene cosa si prova quando un figlio si fa male, anche solo per una caduta, a causa di una disattenzione o mancanza di attenzione.

Umanamente parlando, quale sarebbe stato la naturale conseguenza tra di essi? Forse la colpevolizzazione reciproca o un litigio furibondo, oppure il rimprovero sulla mancata responsabilità… ecc.

Mi si può obiettare: “ma di certo l’evangelista ha voluto benignamente glissare per non mettere in cattiva luce perlomeno Maria” … In realtà la Sacra Scrittura non ha mai fatto sconti circa i limiti e le difficoltà anche in coppie molto celebri e sante. Vediamo alcuni esempi: quando Abramo e Sara incontrano i tre personaggi misteriosi presso le querce di Mamre quest’ultima ebbe una sonora risata alla notizia della sua futura gravidanza, motivo per cui venne pubblicamente ripresa dal marito (Gen 18, 15); oppure il commento umiliante che Anna fece del marito Tobi, “dove sono le tue elemosine?  Lo si vede bene dal come sei ridotto!” (Tb 2, 14); o addirittura l’uscita pesantemente offensiva di Rama a Giobbe, peraltro gravemente ammalato: “benedici Dio e poi muori” (Gb 2, 9).

Il silenzio su ogni possibile discordia parla chiaro: Maria e Giuseppe si volevano veramente bene ed avevano imparato sulla loro pelle a rispettarsi, a dominare il proprio carattere, a dirsi le cose nel modo giusto.

In secondo luogo, vorrei evidenziare il fatto che la reazione di Gesù, appena ritrovato, lascia Maria e Giuseppe spiazzati. Quindi significa che, in quanto genitori e credenti, erano nondimeno in cammino. Il convivere con Gesù non li esimeva dal dover anch’essi progredire, far fatica, a volte trovarsi nel dubbio e nell’oscurità. Esattamente come voi, che avete Gesù presente sacramentalmente nella vostra coppia e con cui potete far sempre riferimento per avere luce e forza nel pellegrinare della vita.

Infine, mi piace molto il fatto che l’assenza di Gesù percepita solo al terzo giorno. A parte che è un chiaro riferimento alla Risurrezione, ma qui vorrei soffermarmi piuttosto sulla grande fiducia che i genitori avevano accordato al Figlio. Una fiducia che è riflesso anzitutto di fiducia e abbandono in Dio degli stessi genitori. Una fiducia che poi passa a loro due e da loro due al Figlio.

E così, Maria e Giuseppe avevano cresciuto il loro figlio, concedendoGli sempre più libertà e non volendolo trattenere possessivamente e ansiosamente nelle loro spire. Che lezione questa per certi genitori odierni!

Cari sposi, coraggio! La Sacra Famiglia è un esempio luminoso ma è anche un dono che vi è stato concesso nel matrimonio e a cui potete sempre attingere, come ci ricorda Papa Francesco. “Dall’esempio e dalla testimonianza della Santa Famiglia, ogni famiglia può trarre indicazioni preziose per lo stile e le scelte di vita, e può attingere forza e saggezza per il cammino di ogni giorno” (Angelus 27 dicembre 2015).

ANTONIO E LUISA

Maria e Giuseppe sono così! Così ordinariamente straordinari. E’ vero! La loro relazione fu vissuta nella verginità. Una via straordinaria che non è la nostra. Eppure non commettiamo l’errore di confondere la verginità con la mancanza di tenerezza e di complicità. Essi non sono figure distanti o “fredde”, ma incarnano un amore pieno di delicatezza e profondità, un’intimità fatta, pur escludendo l’amplesso, di gesti teneri e di servizio reciproco. Una intimità radicata nel dono totale di sé. Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Custos, scrive che Giuseppe amò Maria con un amore “sponsale, che giunge fino al dono totale di sé”. Questo dono si traduceva in gesti quotidiani di attenzione e cura. La loro verginità non è mancanza, ma pienezza di un amore che si esprime nella fiducia reciproca e nella capacità di sostenersi a vicenda nei momenti difficili. Tra loro vi era una complicità autentica, fatta di sguardi, parole e silenzi condivisi, in cui si coglieva la presenza di Dio. Il loro esempio invita ogni coppia a coltivare la tenerezza come segno di un amore vero e duraturo.

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Il mio Natale da separato? Mai da solo ma sempre per gli altri

In queste feste natalizie Antonio mi ha chiesto di scrivere un articolo su come un papà separato (fedele) passa il Natale, quindi eccomi qui a raccontare la mia esperienza.

Natale e Pasqua rappresentano i momenti più importanti dell’anno per noi cristiani e per questo richiedono un periodo di preparazione adeguato, rispettivamente l’Avvento (quattro domeniche) e la Quaresima (quaranta giorni). Il Natale è la festa della famiglia e mi piace tantissimo, ma, per me (anche se credo di poter parlare in nome di tutti i separati) è accompagnata anche da un sottile velo di tristezza, specialmente quando è l’anno in cui le figlie non sono con me (in genere, infatti, i figli passano un Natale con la mamma e uno con il papà ad anni alterni). Si prova un po’ di malinconia, anche se è passato tanto tempo dalla separazione, perché il Sacramento del matrimonio ci chiama all’unità e, quando questa non c’è, manca qualcosa, almeno sotto l’aspetto umano-terreno (anche se so che in Dio siamo una carne sola).

Naturalmente, quando ci sono le figlie, si decide insieme cosa fare e dove andare: ad esempio quest’anno, nella vigilia, siamo andati a fare un giro a San Marino, in modo da tornare in tempo per la messa notturna nella nostra parrocchia; poi di consueto, il pranzo di Natale con i parenti, lo scambio dei regali e i giochi a carte insieme.

Nell’anno in cui invece sono senza figlie, cerco di non rimanere da solo, perché in una notte così speciale anche noi separati possiamo trasmettere la bellezza del matrimonio. Bellezza che si esprime in tutte le relazioni e che ci permette così di collaborare a costruire la Chiesa, famiglia grande.

Quello che ho fatto negli ultimi anni è stato interpretare il “Babbo Natale” per la parrocchia: le famiglie con bambini comunicavano al parroco la via e l’orario indicativo (dalle 21 alle 23) e con alcune persone disponibili ci dividevamo le zone da raggiungere dopo cena.

La parrocchia metteva a disposizione gli abiti, le barbe e le parrucche e ognuno di noi aveva un autista (avremmo avuto difficoltà a guidare vestiti in quel modo) che portava anche una bottiglia di spumante a ogni famiglia raggiunta; chi ci aveva chiamato faceva quasi sempre un’offerta per i più bisognosi della zona e questo era un grande stimolo a impegnarmi.

Quanto mi sono divertito! Ho passato delle vigilie di Natale indimenticabili. Appena arrivavamo, ci aspettavano i genitori o i parenti per consegnarci i regali di nascosto, ad esempio in sacchi pieni di giocattoli. A volte trovavo anche più famiglie riunite per il tradizionale cenone, io entravo in casa con le solite frasi di Babbo Natale “Oh-Oh-Oh, Merry Christmas” o “Buon Natale” sotto gli sguardi meravigliati di tutti i bambini (anche se qualcuno si spaventava e scappava).

Poi mi davano una sedia (Babbo Natale è anziano e stanco), da seduto tiravo fuori tutti regali, uno per uno, leggendo il nome che c’era scritto sopra e così i bambini si avvicinavano, chi mi tirava la barba, chi mi abbracciava, chi mi diceva la poesia imparata a scuola, chi una lettera indirizzata a Gesù bambino, mentre ovviamente tutti scattavano foto o realizzavano video (qualcuno addirittura mi ha consegnato dei disegni che conservo con cura, in uno c’è scritto “Babbo Natale ti voglio bene”). Secondo la situazione, facevo domande ai bambini, parlavo delle renne parcheggiate con la slitta sul tetto della casa o assecondavo qualche loro curiosità.

Devo dire che in alcuni casi ho fatto fatica a non commuovermi e non è mancato di consegnare anche il regalo alla nonna novantenne, seduta vicino al camino o alla stufa. Una volta mi avevano fatto trovare una carretta stracarica di regali, in bilico uno sopra l’altro e dopo aver fatto pochi passi, tra il terreno sconnesso, il vestito e il buio, li ho fatti cadere tutti in terra!

Qualche anno sono venute con me anche le figlie vestite da elfo, anche loro si sono divertite tanto e mi hanno dato una mano importante a trasportare tutti i regali e a creare atmosfera.

I bambini hanno una capacità unica di stupirsi, di amare e di esercitare la tenerezza, tutte cose che noi adulti spesso perdiamo o facciamo fatica a mettere in pratica, forse anche per non essere giudicati o presi in giro: loro non hanno filtri, quello che provano è puro, senza doppi fini. Far sorridere un bambino e generare gioia e stupore, è qualcosa che ti scalda il cuore e alimenta la pace e la serenità.

Visitare queste case ed entrare in contatto con tutte queste famiglie prima della messa di Natale, mi ha aiutato a entrare nel modo giusto in questa festa del Bambino-Dio che nasce per noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Sant’Agostino: Amore e Santificazione nel Matrimonio

Sant’Agostino ha riflettuto profondamente sull’amore coniugale e sulla carità, due temi centrali nella sua visione del matrimonio come vocazione sacra e via di santificazione. Secondo Agostino, l’amore tra marito e moglie non è solo un affetto umano, ma può e deve essere elevato dalla carità, intesa come amore cristiano che ha origine in Dio. Per lui, l’amore coniugale è un modo concreto di vivere l’amore divino, attraverso la donazione reciproca e il superamento dell’egoismo, ed è proprio la carità che permette ai coniugi di vivere pienamente la loro vocazione cristiana.

Vediamo di seguito come Sant’Agostino concepisce il rapporto tra amore coniugale e carità. Alla fine di questa riflessione potrete rendervi conto da soli come Agostino sia ancora attualissimo e come la Chiesa, a differenza di ciò che si racconta, non ha mai mutato il suo modo di intendere il matrimonio.

1. La Carità come Fondamento dell’Amore Coniugale

Per Sant’Agostino, l’amore coniugale deve essere radicato nella carità cristiana. Egli distingue tra l’amore naturale, che è una componente essenziale della relazione matrimoniale, e la carità, che rappresenta un livello superiore di amore. La carità, infatti, è un dono di Dio che trasforma l’amore umano rendendolo disinteressato e orientato al bene dell’altro. Agostino sottolinea che, senza la carità, l’amore coniugale rischia di diventare egoistico o possessivo, mentre la carità consente ai coniugi di vivere il matrimonio come un atto di mutua donazione, riflettendo l’amore di Dio per l’umanità.

2. L’Amore come Donazione Reciproca

Sant’Agostino descrive l’amore coniugale come una forma di dono reciproco, in cui ciascun coniuge si offre all’altro non solo per il proprio piacere o soddisfazione, ma per il bene dell’altro. Questa visione del matrimonio è profondamente cristiana e richiama il sacrificio di Cristo per la Chiesa. Per Agostino, i coniugi sono chiamati a imitare l’amore di Cristo attraverso il dono di sé, che implica sacrificio, pazienza e comprensione. Egli vede quindi il matrimonio come una scuola di carità, in cui i coniugi imparano a superare le proprie limitazioni e a crescere nell’amore per Dio e per l’altro.

3. L’Amore Coniugale come Via di Santificazione

Agostino considera il matrimonio una via di santificazione, grazie alla carità che anima l’amore coniugale. Secondo il santo, la vita matrimoniale offre molte occasioni per esercitare le virtù cristiane come l’umiltà, la pazienza e il perdono. Le difficoltà e le sfide quotidiane del matrimonio non sono viste come ostacoli, ma come opportunità per crescere spiritualmente e diventare persone migliori. La carità consente ai coniugi di affrontare queste prove con una prospettiva cristiana, accettando i sacrifici e le sofferenze come parte del cammino verso Dio.

4. La Carità nella Cura dei Figli

La carità si manifesta anche nell’amore per i figli, che Agostino considera un aspetto fondamentale del matrimonio cristiano. La carità spinge i genitori non solo a prendersi cura dei bisogni materiali dei figli, ma anche a educarli nella fede, insegnando loro i valori cristiani e mostrando loro l’amore di Dio. Agostino considera questa responsabilità come un compito sacro, che richiede ai genitori di vivere la loro vocazione con dedizione e impegno. La carità, quindi, permea l’intera vita familiare, trasformando il matrimonio e la genitorialità in un cammino di crescita spirituale.

5. L’Amore Coniugale come Riflessione dell’Amore Divino

Per Agostino, l’amore coniugale è un riflesso dell’amore divino, che si manifesta nella vita terrena attraverso il vincolo matrimoniale. Egli vede il matrimonio come un’immagine dell’unione tra Cristo e la Chiesa, un legame di amore eterno e indissolubile. Questa visione del matrimonio come riflesso dell’amore divino implica che i coniugi siano chiamati a vivere la loro unione con un impegno profondo, consapevoli che il loro amore è un segno della presenza di Dio nel mondo. La carità permette ai coniugi di vivere questo amore come una vocazione sacra, non solo per il proprio bene, ma anche come testimonianza della fede cristiana.

Conclusione

In sintesi, per Sant’Agostino l’amore coniugale è inseparabile dalla carità, che lo eleva e lo purifica. Attraverso la carità, l’amore tra marito e moglie si trasforma in una donazione reciproca e in un cammino di santificazione, che non solo rafforza l’unione coniugale, ma permette ai coniugi di testimoniare l’amore di Dio nel mondo. L’insegnamento di Agostino sull’amore coniugale e la carità rimane un punto di riferimento fondamentale nella tradizione cristiana, offrendo una visione del matrimonio come vocazione e missione, radicata nell’amore divino e orientata alla crescita spirituale.

Antonio e Luisa

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La Verità è una spada

La Verità è una spada, si sa. E anche fra noi sposi c’è chi la brandisce con veemenza. Mi sono accorta, ultimamente, che le crociate non sono mai veramente finite. Che ancora oggi abbiamo tutti – nessuno escluso – la tendenza ad armarci di tutto punto e scendere in battaglia contro le pagliuzze negli occhi dei fratelli.

Sì, per noi cristiani la Verità è Cristo e la Chiesa custodisce i suoi insegnamenti. Ciò che dice e propone, ispirato dallo Spirito Santo, è parola che sgorga dal Vangelo, dalla ricerca di Dio e del bene maggiore nella vita di ognuno. Non è relativa, questa Verità. Tuttavia, non ha bisogno di essere difesa poiché si difende da sola.

L’esempio di Giovanni il Battista e di Cristo

Penso a Giovanni il Battista alla corte di Erode, che ammonisce severamente e per questo va incontro al martirio. Sì, perché quello era lo stile di Giovanni, lui che doveva preparare la venuta al Cristo. Giovanni non sbagliava, i mezzi termini non gli appartenevano, la sua missione era chiara.

Anche Gesù non era meno netto e duro, a volte con i suoi stessi discepoli: la pagina del Vangelo dove rovescia i tavoli dei mercanti nel Tempio fa cadere (se mai ce ne fosse bisogno) la nostra immaginetta di un Dio che tutto permette e tollera, un Dio senza Verità.

Un Dio autentico, non relativo

Molto spesso abbiamo anche inconsciamente introiettato un’immagine del Signore come di uno per cui tutto è relativo. Tutto ha valore quindi nulla ha veramente valore. Un Dio che perdona indipendentemente da noi. Per cui, in ogni cosa, tutti vanno accontentati, perché Egli accontenterebbe certamente tutti.

Gesù ci ha detto di essere Via e Vita ma ha aggiunto Verità. Poteva metterci “gioia”, “misericordia”, “diritto”, “fuoco”, “fede”, “Amore” o che so io. Ha scelto “Verità” quindi deve essere qualcosa di importante.

Come annunciare la Verità

So di amici che hanno tagliato ogni ponte con coetanei conviventi per averli ammoniti della gravità della loro azione. Se la Verità resta tale e non cambia anche se i tempi cambiano, è altresì vero che ci sono molti modi di comunicarla, come anche di comunicare la fede. Soprattutto oggi, altri tempi rispetto a quelli di Giovanni.

La migliore predica è la tua vita, la tua testimonianza: opere, fatti concreti. Vuoi testimoniare la bellezza del Matrimonio? Bene, non fare crociate, non minacciare di fuoco eterno, ma prima di tutto annuncia cosa stai vivendo e… vivilo!

La Verità si difende da sola

Cristo divide anche se non dice niente. Un crocifisso a scuola divide più che lo Spread o un referendum. Perché lo fa? Perché testimonia. Rappresenta uno morto in croce per Amore, non ha bisogno di dire nulla. Ha già detto tutto.

Puoi lasciar fare alla Verità il suo corso, puoi essere un annunciatore ma non giudice severo. Il risultato è comunque fuori dalla tua portata poiché non hai il potere di convertire nessuno.

La Verità è una spada nella roccia, si difende da sola, non necessita di crociati pronti a spargere sangue pur di vincere. Sì, la battaglia c’è, ma le nostre armi non sono quelle della violenza, anche verbale. Possiamo fare di meglio

Giada @Nesentilavoce

La tregua di Natale

Un giorno d’inizio Avvento mio figlio mi ha chiesto: «Mamma, perché un giovedì non scrivi un articolo del blog sulla tregua di Natale?». Sono rimasta stupita: notevolmente, piacevolmente stupita! L’idea del contenuto di oggi, quindi, è merito suo, un ragazzino di undici anni e mezzo che, fin da piccolo, è stato un grande appassionato di storia. Un appassionato dal cuore tenero e sensibile, che vede il passato non solo come elenco di date e di fatti ma come un intreccio di vite e di anime, al quale bisogna guardare anche con gli occhi della fede.

Dunque, che cosa s’intende con l’espressione la “tregua di Natale”? Negli anni ottanta, lo storico statunitense Stanley Weintraub scrisse un libro dal titolo “Silent Night: the story of the World War I Christmas truce” (ossia “Notte silenziosa: la storia della tregua di Natale della prima guerra mondiale”), nel quale ricostruì la vicenda realmente accaduta nei giorni tra il 24 e il 26 dicembre 1914 nei pressi della cittadina belga di Ypres. Lì si trovavano opposti gli schieramenti inglese e tedesco, ciascuno asserragliato nelle proprie fangose e terribili trincee. La vita dei soldati era allucinante, con condizioni igienico-sanitarie – e non solo – spaventose. Fu così che iniziarono a scaturire gesti di solidarietà tra nemici. Questi poveri uomini, insomma, logorati da circostanze insopportabili, avevano compreso che, al di là della barricata, c’erano persone come loro, che si trovavano lì solo perché obbligate.  Che senso aveva uccidere un ragazzo come te, che non aveva fatto nulla di male? Perché togliere la vita a un essere umano solo perché di un’altra nazionalità?

Questi atteggiamenti tolleranti non erano per nulla ben visti dai superiori. Si rischiava di essere accusati di tradimento. Il cuore, però, vinse sull’odio proprio alla vigilia di Natale. Nel suo libro Weintraub riporta la testimonianza del soldato tedesco Kurt Zehmisch, che affermò: “Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’altra parte giunsero fischi di gioia e applausi. Tutti compresero che stava accadendo qualcosa di grandioso, tant’è che, proprio la mattina del 25 dicembre, dallo schieramento tedesco si alzarono dei cartelli con scritto “Buon Natale” e “Non sparate, noi non spariamo“. Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco […] e poco dopo eravamo tutti in festa“, scrisse il soldato inglese Dougan Charter in una lettera alla famiglia.

Nei libri di storia difficilmente questa vicenda trova posto, anche se si sta diffondendo sempre di più. L’artista inglese Mike Harding ne ha scritto una canzone, dal titolo “Christmas 1914”. Potete trovare il testo originale e completo a questo link. Ne riporto la traduzione perché merita veramente.

“La vigilia di Natale del 1914 le stelle ardevano, ardevano luminose e lungo tutto il fronte occidentale i cannoni giacevano immobili e silenziosi. Gli uomini dormivano nelle trincee. Al freddo e al buio, e lontano dietro le linee un cane del villaggio cominciò ad abbaiare. Alcuni giacevano pensando alle loro famiglie. Alcuni cantavano canzoni mentre altri erano silenziosi, rotolando sigarette e giocando a vantarsi per trascorrere quella notte di Natale. Ma mentre osservavano le trincee tedesche qualcosa si mosse nella terra di nessuno. E attraverso l’oscurità arrivò un soldato con una bandiera bianca in mano. Poi da entrambe le parti arrivarono di corsa uomini, attraversando la terra di nessuno, attraverso il filo spinato, il fango e le buche di granate. Stavano lì timidamente stringendosi la mano. Fritz tirò fuori sigari e brandy, Tommy portò carne in scatola e sigarette. Stavano lì a parlare, cantare, ridere, mentre la luna splendeva sulla terra di nessuno. Il giorno di Natale giocavamo tutti a calcio nel fango della terra di nessuno; Tommy portò del budino di Natale, Fritz fece uscire una band tedesca. Quando ci batterono a calcio ci dividemmo tutto il cibo e le bevande e Fritz mi mostrò una foto sbiadita di una ragazza dai capelli scuri a Berlino”.

La “No Man’s Land“, la “Terra di Nessuno” è il buio del cuore. La zona d’ombra, la trincea piena di cose e di sentimenti negativi. Ma è lì che fa breccia, che entra il Bambino Gesù con la Sua luce, con la Sua nascita, con la Sua misericordia. La “terra di nessuno” diventa la “tregua di Natale”, alla quale ciascuno di noi è chiamato. Tregua da tutto ciò che è male, cattiveria, divisione. Che a volte è presente anche nelle nostre coppie, nelle nostre famiglie. Se nasciamo della Sua nascita allora semineremo e saremo tregua anche noi. E, forse, non sarà solo una pausa dalle divisioni della nostra vita ma l’inizio di un cammino di pace e di unità.

Fabrizia Perrachon

Il Natale è il “qui e ora” della nostra redenzione

Carissimi sposi, è Natale. Con esso giunge una straordinaria opportunità per riscoprire il senso più profondo della nostra vocazione matrimoniale. È anche un momento per riscoprire il senso della nostra salvezza. Non è solo una festa e un momento di riunioni familiari e regali. È l’evento che segna la storia. Dio si è fatto uomo per noi. Come sottolinea don Fabio Rosini nelle sue catechesi, il Natale è il “qui e ora” della nostra redenzione. È Dio che entra nella nostra storia concreta, nelle nostre case, nei nostri cuori.

Pensate al presepe, quella rappresentazione così cara alla nostra tradizione cristiana. San Francesco d’Assisi lo ha introdotto per farci comprendere la concreta realtà dell’Incarnazione. Dio è venuto tra noi in una famiglia. Non è venuto in un palazzo. Non è giunto in un tempio fastoso. È nato in una grotta, accolto da Maria e Giuseppe. Questi sposi santi hanno vissuto pienamente il loro “sì” a Dio. Maria e Giuseppe non sono stati spettatori passivi: hanno accolto il mistero e si sono lasciati trasformare da esso. Questo è un invito per voi, cari sposi. Accogliamo Cristo nelle nostre vite, nei nostri matrimoni e nei nostri piccoli e grandi gesti quotidiani.

La nascita di Gesù ci insegna una grande lezione. La salvezza non arriva attraverso un’azione spettacolare. Arriva con la mitezza e la semplicità. Nel libro La forza della mitezza di Luigi Maria Epicoco, troviamo parole che illuminano il nostro cammino: “Dio non ci salva con la potenza, ma con la vulnerabilità. L’onnipotenza di Dio si manifesta nel fragile corpo di un bambino.” Questa è una lezione potente per il matrimonio. La forza dell’amore non sta nel dominio, ma nel servizio reciproco. Sta nella capacità di donarsi e di accogliere l’altro con le sue debolezze.

Un film che può ispirarvi è La vita è meravigliosa di Frank Capra. In questa storia, George Bailey scopre, attraverso un viaggio spirituale, quanto la sua vita abbia influito positivamente su chi lo circonda. Questo ci ricorda che ogni piccolo gesto di amore e sacrificio nel matrimonio ha un peso eterno. Come sposi, siamo chiamati a costruire, giorno dopo giorno, una casa che sia immagine della casa di Betlemme: un luogo dove Cristo possa nascere e dimorare.

Il Natale ci invita anche a guardare al futuro con speranza. L’angelo dice a Giuseppe: “Non temere” (Mt 1,20). Queste parole sono rivolte a ciascuno di noi. Non temiamo le sfide del matrimonio, le difficoltà che possono sorgere. Il Dio che ha scelto di farsi piccolo per noi è il Dio che cammina con noi, che ci sostiene e ci guida. Il nostro “sì” quotidiano, il nostro impegno a rinnovare l’amore reciproco, è il segno della presenza viva di Dio nel mondo.

Lasciamo che il Natale trasformi il nostro matrimonio. Dedichiamo del tempo alla preghiera insieme, magari davanti al presepe. Leggiamo la Parola di Dio e lasciamo che illumini le nostre scelte. Facciamo dei gesti concreti di carità, perché nel donare agli altri si riscopre la gioia del dono reciproco. E, soprattutto, ricordiamo che il più grande dono che possiamo farci l’uno all’altro è la nostra presenza piena di amore e fiducia.

Concludo con un pensiero di Papa Francesco: “La famiglia è il luogo dove si impara ad amare, il centro irradiante di amore, dove l’amore di Dio si fa carne.” Il Natale ci chiama a essere questo luogo d’amore, una testimonianza vivente della gioia e della speranza che Cristo ci dona.

Buon Natale a voi e alle vostre famiglie. Che il Signore, nato per noi, rinnovi il vostro amore e vi colmi di pace.

Antonio e Luisa

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Dio nasce? Riscopritelo in voi

Tra poche ore sarà Natale. Come ci siamo preparati? Qualcuno avrà pregato di più, qualcuno avrà recitato la novena, qualcuno avrà fatto adorazione davanti al Santissimo. Ci sono tanti modi per preparare il nostro cuore alla nascita di Gesù che si rinnoverà anche quest’anno. Eppure credo non sia sufficiente. Almeno per me non lo è stato. Quest’anno ho avuto davvero poco tempo per preparare il cuore. Sentivo chestavo perdendo un’occasione. Mancava qualcosa. Mancava un po’ di tempo per me e Luisa, solo nostro.

Anche quest’anno tempo per noi ce n’è stato poco. Presi da mille impegni e con i figli sempre in giro per casa. Non c’è stato molto spazio per avere un tempo solo nostro. Grazie a Dio conosciamo l’importanza di trovarlo e un minimo lo abbiamo voluto trovare.

Il tempo è superiore allo spazio”, ci ricorda Papa Francesco in Evangelii Gaudium. Questo tempo, dedicato a noi, aveva bisogno di essere riempito di presenza, di significato, di amore.

Per questo abbiamo deciso di uscire a passeggio per il centro di Bergamo prima che arrivasse il Natale. Eravamo solo io e lei. Questo non succedeva da qualche settimana. Nulla, durante questo Avvento, è riuscito ad aprire il mio cuore come quelle tre ore trascorse insieme a Luisa. Tenersi per mano, parlare di noi, del nostro amore, di quanto fosse bello stare insieme. Passeggiare senza fretta e senza meta in mezzo a tante persone affaccendate nella ricerca dell’ultimo regalo. Guardarsi ancora e riscoprirsi ancora innamorati.L’amore non consiste nel guardarsi l’un l’altro, ma nel guardare insieme nella stessa direzione”, scriveva Antoine de Saint-Exupéry.

Credo che quei momenti passati insieme siano stati la miglior preparazione per il nostro Natale. Sono stati preghiera! Riconoscendo la bellezza di essere lì insieme, mano nella mano. Anche dopo ventidue anni di matrimonio, abbiamo preparato il cuore al Natale. Non potevamo fare di meglio.

La meraviglia di cui abbiamo fatto esperienza nello stare insieme ci ha permesso di riconoscere la meraviglia che opera nella nostra vita attraverso la Grazia.Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla croce, ma rende presente questo amore nell’unione degli sposi”, dice Papa Benedetto XVI. Abbiamo riconosciuto quanto, attraverso l’altro, Dio si faccia presente e sia amore concreto e visibile per noi. Abbiamo riconosciuto l’uno nello sguardo dell’altra quella scintilla divina che rende la nostra vita densa di significato e di senso, e per questo bella.

Dedicando quel tempo solo a noi abbiamo permesso che il nostro cuore si scrostasse da tutte quelle preoccupazioni, incombenze e impegni che caratterizzano la nostra quotidianità come quella di tutte le famiglie. La nostra passeggiata ci ha aiutato a svestire i panni di Marta e ad indossare quelli di Maria. Ricordate le due sorelle di Lazzaro? “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria” (Lc 10, 41-42). Ecco, noi spesso siamo come Marta. Tante cose da fare. Senza alzare gli occhi per contemplare lo Sposo. Riscoprirci belli serve proprio a contemplare, attraverso il nostro amore, Lui che è l’Amore.

Cosa ci può essere di meglio di questo per prepararsi al Natale? Cari sposi, nella vostra preparazione, non dimenticate di dedicare del tempo anche alla vostra coppia, al vostro amore. Non è meno preghiera. Non è meno importante che alzare lo sguardo direttamente a Gesù. “Gesù non è solo nei Cieli ma è nel vostro amore. Gesù è presente sacramentalmente nella vostra relazione e non chiede altro di poter nuovamente nascere lì, nel vostro ‘noi’, per permettere a voi di sperimentare attraverso il vostro matrimonio e il vostro amore, limitato e imperfetto, quello che è il Suo amore infinito e perfetto”. Così scrive Luigi Maria Epicoco in uno dei suoi commenti sul Vangelo.

Solo così sarà davvero Natale.

Antonio e Luisa

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Tu costruisci una casa a me?

Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16) Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’, e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

Solitamente preferiamo riportare solo alcune frasi di un brano, questa volta vi chiediamo il piccolo sforzo di leggere il brano scelto dalla Liturgia odierna per intero: è la prima lettura della S.Messa feriale, non è già quella della Vigilia del Natale. Lo sforzo della lettura integrale ci è parso opportuno per due motivi: il primo semplicemente perché la Parola di Dio possa trovare un pochetto più di spazio nella nostra quotidianità che si prepara al grande giorno del Natale del Signore, e in secondo luogo affinché possiate trovare i vari riferimenti a cui accenneremo in questo articolo.

Ovviamente il focus del brano per un giorno come la Vigilia del Natale è nella parte finale, nella quale si allude a Gesù, che è quel discendente di Davide il cui trono sarà stabile per sempre e che Dio chiamerà figlio.

Abbiamo già ricordato negli articoli precedenti, come tutta la Liturgia dell’Avvento verta verso l’arrivo del Salvatore, non nasce infatti un bambino come tutti gli altri, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo. La nostra attenzione si è spostata però anche su altri particolari: il rapporto tra il re Davide ed il profeta Natan, il rapporto che ognuno di essi ha con Dio ed il riposo dai nemici.

Siamo consapevoli del fatto che oggi molti lettori si aspettino un articolo a sfondo natalizio, ma pian piano noterete poi come le riflessioni che vi proponiamo vadano comunque in direzione del Natale. Cominciamo quindi con ordine.

Il re Davide non si dà riposo dai nemici da sé, ma glielo concede il Signore; nonostante sia re ed abbia comandato il proprio esercito per difendersi dai nemici, rimanda la propria condizione ad una concessione da parte di Dio. Molti sposi combattono da soli contro i propri nemici, vale a dire contro le proprie fragilità, difetti e peccati, ma lo fanno convinti di essere gli artefici da se stessi del proprio “successo”, e si ritrovano spesso a stringere un pugno di mosche, poiché non solo senza di Lui non possiamo fare niente, ma da soli facciamo anche peggio. Con la nostra volontà e la Sua Grazia si può ribaltare completamente un matrimonio da fallimentare a portatore di vino nuovo migliore del primo vino.

Nonostante il re Davide abbia piena autorità chiede consiglio al profeta Natan. Ma non è solo un’opinione quella richiesta a Natan, al pari di quelle che i vari governanti chiedono alla cerchia ristretta dei propri consiglieri. In questo caso Davide vuole luce sul proprio modo di gestire l’autorità. E’ un gesto che fa capire come Davide sappia benissimo di essere come uno che fa le veci del vero re, il Signore Dio, e che quindi ogni sua decisione debba essere in qualche modo derivata da Colui dal quale dipende ogni paternità/autorità. Gli sposi hanno l’autorità di essere l’uno per l’altra segno efficace e sensibile di Cristo stesso, e questa autorità si estende ai figli o ai sottoposti in genere. Devono quindi continuamente purificare il proprio cuore affinché nel loro operato si rispecchi, anche se imperfettamente e solo in parte, la volontà di Dio.

Natan risponde a Davide che le sue intenzioni erano buone e gli dà il proprio benestare, ma non ha ancora fatto i conti con l’oste. Non sappiamo il perché Natan abbia risposto così al re, sembra una risposta troppo frettolosa, spesso i profeti sentenziano dopo aver pregato o digiunato sulla questione posta loro, questa volta Natan sembra troppo sicuro di sé.. non sappiamo la verità. Possiamo solo dedurre qualcosa dal fatto che Dio abbia ribaltato non solo i piani del re Davide ma anche dello stesso Natan probabilmente perché in buona sostanza Dio fa capire a Natan chi è che comanda, chi è Dio e chi è creatura. Non voi costruite una casa a me, ma … Il Signore ti annuncia che farà a te una casa.

E la casa che Dio farà sarà la casa della Grazia operata dal Salvatore, una casa che sarà stebile per sempre.

Ecco cari sposi, il Salvatore è Colui che ha assunto la nostra natura umana per salvarci e darci riposo dai nemici infernali, è Colui che ci dona l’autorità dei figli di Dio e dei sacramenti viventi l’uno per l’altra, è Colui che non solo ci ha già preparato una casa, ma è già Lui la nostra casa.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina

L’amore è sempre una sorpresa

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti strani. Dove è andato Salomone? Perché la Sulamita è restata sola? Lo scopriremo oggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Sul mio letto, lungo la notte,

ho cercato l’amore dell’anima mia;

l’ho cercato, ma non l’ho trovato!

Mi alzerò e farò il giro della città,

per le strade e per le piazze;

cercherò l’amore dell’anima mia.

L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda:

«Avete visto l’amore dell’anima mia?».

Le avevo appena oltrepassate,

quando ho trovato l’amore dell’anima mia.

L’ho stretto forte a me e non lo lascerò

finché non l’avrò introdotto in casa di mia madre,

nella camera di colei che mi ha concepito.

D’improvviso la scena cambia. Da una situazione rassicurante e luminosa si passa alle tenebre della notte. Vedremo che capiterà ancora nel proseguo. Un’altra volta, come a sottolineare gli alti e i bassi della relazione sponsale. La Sulamita si sveglia e si ritrova da sola. Lì nel talamo nuziale, in quel recinto sacro, lui non c’è. Il talamo, segno di un noi che si fa concretezza, diventa luogo di paura e solitudine.

Il Cantico è un continuo perdersi e ritrovarsi. Un continuo equilibrio da ricercare e ritrovare. Noi non siamo mai uguali. Ogni giorno cambiamo e di conseguenza cambia anche la nostra relazione. Lei lo cerca e non lo trova. Quando crediamo di conoscere l’altro, ecco che ci sorprende. Viviamo nelle nostre sicurezze, nel nostro pigro scivolare nell’abitudine. Ormai sappiamo ogni cosa l’uno dell’altra. Ci illudiamo di sapere ogni cosa. In realtà, l’altro (con altro intendo sia lui che lei) resta un mistero sempre.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “L’amore vero è un dono, e ogni dono autentico è sempre una sorpresa”. Questo mistero dell’altro ci sfida a non cadere nell’illusione di possederlo, ma a scoprirlo ogni giorno come un dono nuovo. Un’alterità che è continuamente chiamata a scegliere tra il bene e il male, tra il rassegnarsi alla sua debolezza e l’aggrapparsi alla forza che viene da Dio.

A volte non lo ritroviamo. Non lo troviamo lì dove ci aspettavamo di trovarlo. Non lo troviamo in quell’atteggiamento, in quel modo di pensare, in quella reazione. Non dobbiamo per questo rassegnarci ed aspettarlo passivamente, attendendo che si comporti come noi ci aspettiamo. Dobbiamo, al contrario, uscire da noi stessi, dalla nostra sicurezza e andarlo a cercare. Una relazione è bella quando accoglie i cambiamenti, le sorprese, le debolezze e anche gli errori.

Papa Francesco sottolinea che “L’amore è più forte di un momento di crisi; l’amore ci permette sempre di ricominciare” (Amoris Laetitia, 119). Questo implica un coraggio che supera le ferite dell’orgoglio e le barriere del pregiudizio. Salomone è felice di lasciarsi trovare, ma ancor di più è felice che la sua amata è disposta a cercarlo ovunque, qualsiasi strada lui abbia preso.

Fondamentale notare come lei lo trovi solo dopo aver oltrepassato le guardie di ronda. Le guardie rappresentano i nostri pregiudizi, la nostra rigidità, il nostro egoismo e il nostro orgoglio ferito. La Sulamita trova il suo amato solo quando riesce ad andare oltre tutto questo, quando riesce a mettere l’amore per il suo sposo sopra ogni altra cosa. San Tommaso d’Aquino afferma che “L’amore è un atto della volontà che tende al bene dell’altro come fosse il proprio bene”. L’amore vero supera ogni ostacolo per mettersi al servizio dell’altro.

Una volta essersi stretto al cuore il suo amato, fa qualcosa di meraviglioso. Un’altra immagine stupenda. Lo conduce nella casa della madre. Nella parte più intima. Dove lei è stata concepita ed ha visto la luce. L’amato è condotto nella stanza della vita: è una relazione che va sempre più in profondità, al cuore, sede delle decisioni, dei sentimenti, della volontà. La Sulamita vuole essere sempre più una cosa sola con lui, tanto da voler condividere tutta la sua storia fin dall’inizio. Lei è nata grazie a sua madre, ma con lui è rinata in una nuova creazione, in una creazione d’amore che da due creature ne ha forgiata una sola tanto i due sono stretti l’uno all’altra.

Sant’Agostino ci insegna che “Amare significa voler essere una cosa sola”. In questa unione profonda tra la Sulamita e il suo amato si riflette il mistero dell’unità sponsale: un amore che non solo accoglie, ma rinnova, ricrea e rende nuove tutte le cose.

Antonio e Luisa

La gioia del credere

Cari sposi, oggi riprendiamo una scena evangelica, la visitazione, che anche in altri momenti dell’anno è messa al centro della liturgia. Oggi, ormai al termine dell’Avvento, è il grand finale prima della solennità del Natale soprattutto a motivo della gioia che pervade i cuori delle protagoniste.

Appunto, un quadro gioioso, tenero, ma direi anche commovente. Due donne, molto diverse per cultura ed età, sono stracontente perché il Signore ha mantenuto le Sue promesse. Da una parte ha tolto la vergogna della sterilità, dall’altra ha dato la conferma ad un progetto che sembrava umanamente impensabile. Per entrambe la realtà è pregna di un senso più alto e incantevole.

Ma i retroscena, almeno per Maria, di quanto leggiamo non sono affatto così idilliaci. Per prima cosa Maria è incinta di qualche settimana e le donne che leggono sanno bene cosa significhi. Difatti, iniziano le prime nausee e conati di vomito, qualche gonfiore, affaticamenti vari, dolori lombari… eppure, con tutto ciò, ha solo fretta di andare a vedere sua cugina; la quale non è dall’altra parte di Nazareth ma a oltre 100 km di distanza, un viaggio che ha fatto a piedi, pur essendo solo una ragazza di 14-15 anni.

In secondo luogo, proprio a causa dell’annuncio angelico, Maria sta vivendo una prova interiore che avrebbe potuto gettarla nella depressione più nera. Questa gravidanza inaspettata e inspiegabile le stava causando non solo l’incomprensione delle persone a lei più care ma persino condannarla alla morte per lapidazione. Quali pensieri e dubbi non avranno offuscato la leggerezza della sua età! Che macigni interiori avrà dovuto caricare da sola, senza poter contare sulla consolazione e comprensione di nessuna persona!

Eppure – così leggiamo – tutto ciò non la schiacciò o prostrò nel dolore ma al contrario “si alzò”, in greco “Ἀναστᾶσα”, medesimo verbo di “anastasis, resurrezione”. I suoi occhi e il suo cuore non si sono rattrappiti su sé stessa ma solo verso il Signore ed è per questo che, come indica il testo, fa ogni cosa bene, con cura, con slancio per andare a trovare sua cugina Elisabetta.

Dice infatti Papa Francesco che “Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia. Maria dona a Elisabetta la gioia di Gesù, la gioia che portava nel cuore e nel grembo” (Papa Francesco, 19 dicembre 2021).

Che grande è Maria nonostante la sua giovanissima età! Che maturità e grandezza d’anima ci sta testimoniando, noi che spesso ci smarriamo per molto meno!

Ad ogni modo questa gioia incontenibile che la pervase non appena realizzò, vedendo il pancione di Elisabetta, che l’Angelo aveva detto una cosa vera, questa gioia è fondata in definitiva sulla certezza che Dio è con noi, che è Presente, che è veritiero e non ci lascia mai soli. È la gioia che si tramuta in beatitudine: beata colei che ha creduto nella fedeltà di Dio!

Pertanto, cari sposi, quella gioia può essere anche la vostra. Sarete beati voi sposi se crederete alla Presenza che portate in voi! Ricordiamo spesso questo passaggio di Amoris laetitia così fondamentale per la vostra vita: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiana” (n. 315).

Dio è in mezzo a voi, analogamente a come lo era quel pomeriggio a Ain Karim, nel cortile della casa di Zaccaria. Possiate sempre farne memoria e gioire con Lui in ogni momento della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Come Maria si mette in viaggio verso Elisabetta, ogni matrimonio è un cammino verso l’altro, un viaggio di dono e incontro. Essere “beati” nel matrimonio non significa avere un matrimonio perfetto, privo di fatiche, dolori, imprevisti. Significa credere nelle promesse di Dio, sempre. Significa credere che l’Amore di Dio e più grandi qualsiasi tempesta stiamo affrontando. La nostra unione è un’eco del saluto di Maria ad Elisabetta. Un incontro che genera vita, speranza e gioia, alimentato dalla presenza viva del Signore.

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È la fragilità amata e condivisa che ci rende forti

La Fragilità che Dura: Una Fiaba d’Amore e di Grazia

C’era una volta, in un regno incantato, una coppia di giovani sposi, Francesco e Chiara. Il giorno del loro matrimonio, il re del regno fece loro un dono speciale: una coppa di cristallo finemente lavorata, la cui bellezza lasciava senza fiato.

“La vostra unione,” disse il re, “è come questa coppa. Splendida e preziosa, ma fragile. Se la custodirete con attenzione, durerà per sempre. Se invece la trascurerete o la colpirete, si spezzerà.”

Francesco e Chiara presero il dono con gratitudine e lo posero al centro della loro casa, promettendo di prendersene cura con amore.

I Primi Giorni di Gioia

All’inizio, tutto sembrava perfetto. La coppa di cristallo brillava sotto la luce del sole, e Francesco e Chiara erano felici. Ogni giorno si impegnavano a dimostrarsi amore e rispetto. Quando uno di loro era stanco o scoraggiato, l’altro lo incoraggiava.

“Guarda come splende,” diceva Chiara ogni mattina. “È perché riflette la nostra gioia,” rispondeva Francesco.

Le Prime Crepe

Ma col passare del tempo, arrivarono le difficoltà. Francesco, preso dal lavoro, tornava spesso a casa tardi e stanco, dimenticandosi di ascoltare Chiara. Lei, delusa, iniziò a rispondere con parole fredde e distaccate.

Una sera, dopo un litigio particolarmente acceso, Francesco sbatté la porta e la coppa tremò sul suo piedistallo. Quando tornarono a guardarla, videro una piccola crepa lungo il bordo.

“È tutta colpa tua,” disse Francesco. “No, sei tu che non ti preoccupi più di noi,” rispose Chiara. La coppa sembrava sul punto di spezzarsi, e con essa il loro amore.

Un Aiuto Inaspettato

Disperati, decisero di chiedere consiglio a un vecchio saggio che viveva nella foresta. L’uomo li accolse con un sorriso e, ascoltata la loro storia, disse: “La coppa non si spezza solo per i colpi, ma per la mancanza di cura. Ogni crepa può essere riparata, ma solo con l’oro dell’amore e la colla del perdono.”

“L’oro dell’amore?” chiese Chiara. “E la colla del perdono?” aggiunse Francesco.

“L’oro dell’amore sono i gesti quotidiani di gentilezza e servizio, anche quando non ne avete voglia. La colla del perdono è la capacità di chiedere scusa e di accettare le scuse dell’altro, senza rancore.”

La Cura della Coppa

Francesco e Chiara tornarono a casa con un nuovo proposito. Ogni giorno, iniziarono a dedicarsi l’uno all’altra con piccoli gesti: Francesco ascoltava le storie di Chiara, e lei preparava con amore i suoi piatti preferiti. Quando litigavano, impararono a chiedersi scusa prima che il sole tramontasse, come il saggio aveva insegnato loro.

A ogni atto d’amore e perdono, la coppa sembrava ripararsi da sola. La crepa, che inizialmente appariva come una ferita, ora era riempita d’oro, rendendo la coppa ancora più preziosa e unica.

La Prova Finale

Un giorno, una grande terremoto si abbatté sul regno. La casa di Francesco e Chiara tremò, e la coppa cadde dal suo piedistallo. Francesco e Chiara corsero a raccoglierla, temendo il peggio.

Con sorpresa, scoprirono che la coppa era intatta. Le riparazioni d’oro l’avevano resa più resistente di quanto avessero immaginato. Abbracciandosi, compresero che il loro amore, pur fragile, era diventato forte grazie alla cura e alla grazia che avevano ricevuto.

Un Amore Eterno

Da quel giorno, Francesco e Chiara continuarono a custodire la coppa, non come un oggetto da proteggere, ma come un simbolo del loro amore. Compresero che la fragilità non è una debolezza, ma un invito a prendersi cura di ciò che è prezioso.

E così vissero, non perfetti ma fedeli, dimostrando che anche le crepe possono diventare ornamenti d’oro, e che l’amore vero, come la coppa di cristallo, può durare per sempre se affidato a Dio e alla dedizione quotidiana.

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Una croce condivisa è una croce alleggerita

Siamo Daniela e Claudio, sposati da 35 anni con 2 figli, dopo il primo periodo di innamoramento sono emerse le differenze caratteriali tra noi. Le nostre diverse vedute e sensibilità nel tempo ci hanno allontanato. Piano piano, come su un piano inclinato, ci hanno resi indifferenti l’uno all’altra fino a quando la presenza dell’altro ci risultava esasperante. Non ci si sopportava più. Screzi e discussioni, anche per futili motivi, erano all’ordine del giorno. La stima e il rispetto iniziarono lentamente a sgretolarsi.

Non avevamo fatto i conti con il nostro vissuto, con le nostre ferite e con il nostro carattere. Non eravamo abituati a metterci in discussione. Era sempre colpa dell’altro, mai la nostra. Entrambi, concentrati sulla nostra sofferenza, non ci sentivamo capiti. Credevamo che l’amore fosse finito.

Nessuno conosceva il nostro dramma, neanche le persone a noi vicine. Eravamo così bravi a nascondere il nostro malessere. Apparentemente sembravamo una coppia senza problemi. Al termine dell’ennesima discussione decidemmo di porre fine a questa relazione che produceva solo rabbia e frustrazione.

Una croce condivisa è una croce alleggerita.

Sul calvario del nostro matrimonio abbiamo incontrato il nostro cireneo: la comunità di Retrouvaille. Una comunità costituita da coppie rinate, coppie che come noi avevano vissuto storie di sofferenza. Ci hanno condiviso  le loro storie personali. E’ stato bello sentirsi compresi.

Grazie al metodo Retrouvaille siamo riusciti a lavorare sulla nostra relazione, abbiamo ricominciato a comunicare in maniera costruttiva. Con l’impegno abbiamo compreso che era possibile ricostruire la nostra storia. Partendo proprio dalle macerie di ciò che sembrava crollato ci siamo riscoperti.

Oggi la nostra vulnerabilità è diventata la nostra forza. Non è stato facile mettersi a nudo, mostrare le nostre imperfezioni e i nostri sbagli. Ora riusciamo a dialogare senza giudizi con accoglienza e rispetto. Retrouvaille ci ha insegnato che l’amore non è solo un sentimento, ma una decisione. Un’azione continua che fa crescere l’amore. I sentimenti di per sè non sono ne’ buoni ne’ cattivi, sono volubili, cambiano continuamente, in base agli eventi e alle situazioni che viviamo.

Abbiamo riscoperto il valore del Sacramento che ci ha unito. Con il sacramento Cristo è stato messo al centro della nostra famiglia. In Retrouvaille abbiamo visto e fatto esperienza della Chiesa in uscita, tanto citata da papa Francesco. Come Gesù mandava i discepoli a due a due in missione, anche noi ci sentiamo missionari di speranza. Possiamo essere quel segno sacro che agisce in virtù della grazia ricevuta. Ciò dà senso alle nostre ferite.

Ora possiamo toccarle con mano, guardarle e donarle, affinchè producano speranza in chi si trova in quella strada in salita. Aiutare le altre coppie sofferenti, attraverso la nostra testimonianza, è diventata un’esigenza, scaturita dalla gratitudine verso Retrouvaille e verso Dio. Retrouvaille è una comunità di salvati che salvano, un sostegno nelle difficoltà. Certo il cammino il lungo e in salita, ma con Retrouvaille non siamo soli, coinvolti come scalare una montagna in cordata, sapendo che se lasci la presa qualcun altro ti sosterrà e per questo anche la fatica fa meno paura.

Daniela e Claudio – Retrouvaille Italia

L’occasione speciale

Oggi ricorre il Santo di cui mio marito porta il nome quindi, mi sono detta, questa è l’occasione speciale per ricordargli tutto il mio amore e il mio affetto. Ma poi, pensandoci meglio, mi sono chiesta: c’è davvero bisogno di un giorno particolare per farlo oppure …? Ho cercato di andare un po’ più a fondo e la risposta che mi sono data è stata: no.

Non c’è assoluta, indispensabile e soprattutto unica necessità di una data speciale per manifestare i nostri sentimenti al coniuge perché dovremmo cercare di farlo costantemente, al di là di onomastici, compleanni, anniversari e quant’altro.

Nella formula del matrimonio cattolico, infatti, leggiamo: “Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Balzano subito agli occhi due particolari mica da ridere: “sempre” e “tutti i giorni”. Un piccolo approfondimento linguistico può esserci utile. Nell’enciclopedia Treccani online, troviamo quanto segue:

Con continuità ininterrotta, senza termine di tempo (cioè senza fine, e talora senza principio); estens., per un tempo lunghissimo, nel passato o nel futuro: Dio è s. stato e s. sarà (qui sempre coincide con eternamente); ora e s.; è s. stato così; la bellezza sarà s. ammirata […]L’avverbio che è in diretta contrapposizione a sempre è mai (ho s. sperato equivale a non ho mai disperato); talora collocati vicino per un’antitesi più o meno intenzionale […]Altre volte indica più espressamente la frequenza, spec. di fatti che si ripetono in modo da dar l’impressione d’una continuità quasi ininterrotta: hai s. da protestare!; è s. qui a darmi noia; ma se glielo dico s., io!; s. guai!, s. scenate!, s. rimproveri!, ecc. O di fatti e situazioni che, per essere soliti, si considerano come normali e ordinarî: è un posto dove tira s. vento; questo treno arriva s. in ritardo; li vedo s. insieme [1]

Dunque, anche dal solo punto di vista grammaticale, l’avverbio “sempre” indica qualcosa di potente,  duraturo e continuativo che, abbracciando il passato, avvolge il presente e si proietta nel futuro. Molto interessante è anche il richiamo al fatto che “sempre”, calato nel quotidiano, diventa qualcosa di ordinario, di abituale (dal latino habitus ossia cucito addosso a noi, fatto apposta per starci bene).

Ecco allora che il quotidiano dell’amore sponsale è qualcosa che ci ricopre come un vestito realizzato su misura, intessuto dal miglior sarto possibile: Nostro Signore. Abito che solo in Lui si può rinnovare pur continuando a essere se stesso, adattandosi ai cambiamenti che inevitabilmente attraversano, nell’arco dell’esistenza, qualsiasi coppia. Un abito che segue coloro che lo indossano, calandosi nella vita di tutti i giorni e diventando, così, un “sempre” conservativo e nello stesso momento in grado di innovarsi e rinvigorirsi.

Un “sempre” che diventa abitudine non per la noia degli anni passati insieme e la monotonia dell’uguale a se stesso ma in virtù della promessa di Dio di essere fondamento, sigillo e compimento dell’unione sponsale.

Un “sempre” che diventa “tutti i giorni” e che richiede il nostro impegno attento, devoto, sincero. Un “sempre” che non è «sei sempre così», «fai sempre così», «dici sempre così», «sei sempre stato/stata così», «hai sempre un motivo per lamentarti», «sei sempre il solito/la solita» e via dicendo. Ma un «desidero amarti sempre di più», «desidero camminare sempre più unito/a a te», «mettiamo sempre Dio al primo posto nella nostra coppia», «dimostriamoci sempre meglio il nostro affetto di coniugi».  

Quale momento migliore, allora, che farlo nel “tutti i giorni”? Non ci saranno più, semplicemente, occasioni speciali che, se pur belle, passano e volano via. “Tutti i giorni” diventeranno propizi per amarsi, nel sempre quotidiano come anticipo del sempre eterno. Questo non vuol dire sminuire i giorni particolari del calendario, quelli che cerchiamo di rosso o che sottolineiamo più volte. Questo significa riconoscere la straordinarietà del vincolo sponsale che dal “sempre” di Dio si fa “tutti i giorni” per te e per me. E che sta a noi cogliere, coltivare, far crescere, fortificare e testimoniare.

Fabrizia Perrachon


[1] Definizione completa al link https://www.treccani.it/vocabolario/sempre/

La castità è scritta in noi

L’Influenza dell’Amplesso Fisico nell’Unione Psicofisica e il Valore della Castità Cristiana

L’amplesso fisico, comunemente inteso come atto sessuale, rappresenta molto più di un mero incontro tra corpi. Esso costituisce una delle esperienze più profonde di connessione psicofisica tra due individui, con radici biologiche, emotive e spirituali. Noi cristiani crediamo nell’unità della persona umana. Tutto interagisce con tutto in un intreccio tra anima, psiche, cuore e corpo.

La castità è esattamente questo. Vivere ogni gesto nella verità integrale della persona. Nulla a che vedere con l’astinenza. La castità è una scelta morale. Cosa vuol dire? La morale cristiana non consiste prima di tutto in una serie di divieti, ma in una scelta per il bene, una scelta per la verità, una scelta per il vero amore che diventa dono di sé. (Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 5 giugno 2006).

La morale cattolica insegna che la dimensione sessuale non può essere separata dal contesto del dono totale e indissolubile tra i coniugi. È in questo orizzonte che si colloca il valore della castità, che non reprime, ma ordina la sessualità verso il bene autentico dell’amore. Quando il corpo esprime la stessa verità di tutta la persona.

Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’amore coniugale si esprime in modo autentico quando i coniugi si donano totalmente l’uno all’altro, senza riserve né condizioni. Il linguaggio del corpo, espresso nell’unione sessuale, deve riflettere questa verità.” (Familiaris Consortio, 32)

I corpi nell’amplesso generano una comunione che poi però, se non vissuta all’interno dell’unione sponsale, non esiste – o esiste solo parzialmente – nel resto della persona. Cosa intendo dire? Facciamo parlare il nostro corpo.

L’Amplesso Fisico tra Connessione e Incompiutezza

L’amplesso fisico è un’esperienza che coinvolge profondamente il corpo e la mente. Durante questo momento di intimità, il corpo umano rilascia ormoni e neurotrasmettitori che rafforzano il legame tra i partner:

  • L’ossitocina, nota come “ormone dell’amore”, intensifica fiducia e affiliazione, rendendo il rapporto un luogo privilegiato di vicinanza e connessione.
  • La dopamina e le endorfine creano piacere, alleviano tensioni e generano un senso di benessere condiviso.

Questi processi fisiologici riflettono una piena intimità a livello corporeo, ma questa spesso non coincide con una reale pienezza a livello emotivo o spirituale. La sensazione di vuoto o tristezza che talvolta segue l’atto sessuale – descritta già dagli antichi romani con l’espressione “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”) – non è il frutto di norme morali o di sensi di colpa imposti, ma di un’incompiutezza intrinseca al gesto stesso quando non è radicato in un legame profondo e significativo.

Numerosi esperti e anche l’insegnamento cristiano sottolineano che l’intimità fisica raggiunge la sua pienezza solo all’interno di una relazione che abbracci tutto il significato dell’amore. L’atto sessuale, in questo contesto, diventa non solo un’esperienza di piacere, ma un’espressione totale di amore, fiducia e apertura reciproca.

La castità pre-matrimoniale diventa quindi una scuola di attesa e rispetto, capace di preservare la forza creativa dell’amplesso per il momento in cui esso può esprimere pienamente il suo significato, come dono reciproco e apertura alla vita.

2. L’Unione Psichica e Relazionale nella Castità

L’esperienza sessuale, nella visione cristiana, non si limita alla dimensione fisica ma coinvolge profondamente l’anima e la relazione. Il senso di vulnerabilità e apertura che accompagna l’amplesso richiede una base solida di fiducia e amore incondizionato, che trova il suo culmine nel sacramento del matrimonio. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, afferma: “La castità non è una negazione, ma la piena integrazione della sessualità nella persona. Essa libera l’amore da ogni egoismo e lo apre al dono totale di sé.

  • La castità è un cammino di maturazione: educa la persona a vivere la sessualità come dono, non come possesso.
  • L’attesa, lungi dall’impoverire la relazione, la arricchisce di significati più profondi, coltivando un linguaggio d’amore che va oltre il gesto fisico.

3. Il Senso Ultimo: Un Amore Totale e Trascendente

Il cristianesimo vede nell’amplesso fisico un segno della donazione totale tra i coniugi, un gesto che riflette l’amore di Cristo per la Chiesa. Questa prospettiva eleva l’atto sessuale al di sopra della mera dimensione biologica o emozionale, inserendolo in una dinamica di trascendenza.

Come afferma Papa Benedetto XVI: “La sessualità umana non è semplicemente biologica, ma riguarda l’uomo nella totalità della sua esistenza. Nel matrimonio cristiano, essa diventa linguaggio dell’amore, un amore che è fedele, esclusivo e aperto alla vita.” (Deus Caritas Est, 11)

La castità non sminuisce, ma orienta il desiderio umano verso la verità dell’amore: un amore che è libero, totale, fedele e aperto alla vita. È in questa logica che l’amplesso diventa un linguaggio sacro, capace di celebrare il mistero dell’unione tra corpo e spirito. San Giovanni Crisostomo dice: “Quando marito e moglie sono uniti nell’amore, essi sono come una lira suonata in armonia dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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La speranza che abitiamo (anche in rete)

Tutto il mondo cattolico è in pieno fermento per l’inizio dell’anno Giubilare. Com’è giusto che sia. In ogni dove sono stati organizzati incontri di preghiera, convegni, testimonianze, conferenze e catechesi. Tutto questo è in preparazione a questo anno di grazia. Pure sul web!

È risaputo che la Chiesa abbia aperto cuore e porte alla cultura e al mondo digitale, utilizzando le risorse di internet con scopi sinodali e di evangelizzazione. A seguito della GMG ’23 di Lisbona è nata La Chiesa ti ascolta. Si tratta di una realtà mondiale e significativa per la Chiesa e per il territorio digitale che hanno accolto la richiesta di Papa Francesco ad essere una “Chiesa in uscita”.

La Chiesa si sta impegnando a creare una comunità di persone che sposano la stessa missione e che spontaneamente annunciano con fede e con la propria creatività il messaggio evangelico alle innumerevoli persone presenti in rete, abitando i social in modo consapevole e portandoci la Chiesa. Dove sta l’uomo deve stare la Chiesa (mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della Comunicazione).

Tale mandato è considerato così importante da entrare nel pieno flusso missionario della Chiesa che ha destinato due giorni, il 28 e il 29 luglio 2025, al Giubileo dei missionari e degli influencer cattolici di tutto il mondo.

Ma torniamo a noi! Sabato scorso ho avuto il piacere di partecipare al webinar con il Pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, mons. Rino Fisichella, che ci ha illuminato riguardo al significato profondo del Giubileo e ispirato su come possiamo essere autentici missionari di speranza -anche- attraverso i nostri social media.  

Il leitmotiv era, chiaramente, la speranza, essendo questo il tema centrale del Giubileo: “Pellegrini di Speranza“, tema che richiama l’attenzione sull’importanza del pellegrinaggio come metafora del viaggio della vita, un percorso di speranza verso la redenzione e la pace interiore.

È necessaria la speranza?“, “Cosa c’è dietro ad essa?“, “È vero che la speranza non delude?“, queste sono le tre domande che hanno animato l’intervento di mons. Fisichella. Le risposte possono sembrare scontate e semplici: ““, “Dio“, “ovviamente sì!“.

Ma la verità è che se crediamo di sapere tutto sulla speranza, abbiamo ancora un viaggio lungo da fare. La speranza è dà Dio. Il Giubileo vuole condurci a Lui. È necessario capire nella propria vita cosa vuol dire avere lo sguardo inchiodato alla speranza nonostante tutto e ad essere animati da lei. Serve essere testimoni visibili e credibili della speranza che è in noi e occorre assumersi la responsabilità di tenere viva la speranza in noi e attorno a noi.

Questa è la responsabilità dei cristiani in un mondo disperato. Talvolta, esso si nutre di una speranza illusoria creata da mani d’uomo. La speranza non dipende da noi, ma se in noi è come una fiaccola accesa, per opera dello Spirito Santo, allora dobbiamo custodirla e portarla lì dove non c’è luce, perché “il proposito della speranza è la salvezza e la salvezza è universale” (mons. Fisichella). Universale come Dio, universale come la Chiesa, infatti è la Chiesa il mio soggetto che spera.

Ma come è possibile questo? Il Vangelo e la bellezza sono il linguaggio universale della speranza.

Buon cammino a tutti e a tutte!

Francesca Parisi

Un amore personalizzato

Dal Sal 24 (25) Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. 

Questo è l’estratto del Salmo 24(25) che abbiamo pregato ieri nella S.Messa. La madre Chiesa ci aiuta ad entrare nella novena di Natale ricordandoci che il Bambino che stiamo aspettando altro non è che il Dio della mia salvezza.

Tutte le nostre richieste al Signore, tutto il nostro sforzo del periodo di Avvento deve avere il suo punto focale nel fatto che Colui che aspettiamo è il nostro Salvatore, ma non un salvatore dozzinale, che prende un popolo e ne fa di tutti un fascio unico, ma un Salvatore personale.

Cari sposi, noi abbiamo un Dio che si è interessato talmente a noi che ci ha donato l’uno all’altra affinché il Suo amore e la Sua misericordia non fossero dozzinali, ma personalizzati … un amore su misura per noi.

Nella preghiera del Salmo di cui sopra ci sono diversi verbi, i quali convogliano verso un unico punto; fammi conoscere, insegnami, guidami, istruiscimi… tutte richieste con un minimo denominatore comune: perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Se uno ci sentisse pregare, oppure se ci incontrasse per strada, capirebbe il perché delle nostre azioni?

Qualche collega o vicino di casa ci potrebbe chiedere le motivazioni della nostra fede e/o della nostra pratica religiosa, e a quel punto cosa potremmo rispondere? Col Catechismo in mano? Ovviamente no.

Un giorno di questi un collega ha detto di ammirare la tranquillità e la serenità con cui affrontiamo ogni giorno i problemi sul lavoro, ma cos’è che ci fa stare sereni e tranquilli anche di fronte alle problematiche? Il sapere che alle 17 timbriamo l’uscita e chi s’è visto s’è visto? Certo che no.

Il motivo di tutto ciò non si spiega col Catechismo in mano, ma si spiega con le parole di questo Salmo: perché sei tu il Dio della mia salvezza. Eravamo dei perduti a causa del peccato e Lui ci ha tratto in salvo. Siamo stati scelti a causa del nostro curriculum? No. Eletti per Grazia affinché gli intelligentoni del mondo restino confusi.

Cari sposi, tutta la vita matrimoniale, gli sforzi per combattere le nostre povertà, le angustie della vita, i sacrifici per i figli, ecc… sono solo dei doveri richiesti dal nostro stato di vita? Fosse solo così saremmo dei poveretti da compatire. Ogni gesto di amore sponsale porta con sè la potenza della riconoscenza, la forza della riconoscenza e della gratitudine verso un Amore che ci ha preceduti e che ci ha già salvati, perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Quando vogliamo sdebitarci di un amore immeritato siamo disposti ad affrontare qualsiasi avversità pur di restituire l’amore ricevuto. Se è così nell’amore umano perché non dovrebbe esserlo verso Dio che ci ha elevati a dignità di sacramento vivente? Coraggio sposi, il Natale del Salvatore si avvicina.

Giorgio e Valentina.

Il mio diletto è mio e io sono sua

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti meravigliosi. Il mio diletto è mio! C’è del possesso? In realtà no, c’è l’amore autentico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio diletto è mio e io sono sua;

di lui che pascola fra i gigli.

Prima che spiri la brezza del giorno

e si allunghino le ombre,

ritorna, amore mio,

somigliante a una gazzella

o a cerbiatto,

sopra i monti dei profumi.

L’Amore del Cantico: Una Sintesi della Bibbia

Il mio diletto è mio e io sono sua. Questa affermazione della Sulamita è il centro del Cantico dei Cantici. In una frase è condensato l’intero libro della Bibbia. È condensato il significato dell’amore, quello vero, quello di Dio. Ci rimanda direttamente alla Genesi. Dopo che Adamo ed Eva mangiarono dall’albero, Dio disse alla donna: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. Nel Cantico c’è l’amore delle origini. Nel Cantico c’è l’amore riportato all’armonia e all’ecologia (verità naturale) dell’ordine posto dal Creatore.

Un Amore Integrale e Redento

Un amore che rende l’uno dell’altra. Un amore esclusivo, un amore erotico, un amore agapico, un amore d’amicizia, un amore che non tralascia nulla e per questo rende i due sposi l’uno dell’altra. Non per dominio come accade nella Genesi, ma per mutua donazione reciproca, donazione in anima e corpo.

Noi possiamo amare così, possiamo tornare all’amore delle origini, raccontato nel Cantico, grazie a Gesù. Grazie al nostro amore redento dal sacrificio di Cristo. Grazie quindi al sacramento del matrimonio. Il sacramento del matrimonio, per chi lo sceglie e lo vive con fede, non è un istituto giuridico e sociale frutto del patriarcato e dove la donna viene imprigionata in un ruolo di servizio – come piace definirlo oggi – ma diventa luogo di vera liberazione.

San Giovanni Paolo II ci ricorda: “Il sacramento del matrimonio è segno dell’amore di Dio per l’umanità, un amore redento e trasformato nella grazia” (Catechesi sull’amore umano, 15 settembre 1982).

Il sacramento del matrimonio opera una vera guarigione. Prende il nostro amore umano ferito dal peccato originale, incapace di esprimere e vivere un amore ecologico e autentico, e lo riporta all’ordine delle origini, lo riporta alla bellezza che Dio aveva in mente, quando ha pensato di creare l’uomo e la donna perché diventassero una carne sola.

La Gioia dell’Appartenenza Reciproca

Io sono della mia sposa e lei è per me. È bellissimo sentire di appartenerci. È bellissimo sapere che l’altra, nella libertà dei figli di Dio, ha deciso, nella sua piena libertà, di donare tutto il suo spirito e tutto il suo corpo a me e solo a me. È bellissimo sapere come da questo amore siano nati 5 figli. Persone e figli di Dio che vivranno per l’eternità grazie al nostro amore e grazie al fatto che Dio ci ha resi partecipi della creazione.

È bellissimo ogni giorno vissuto in questo modo. Sta a noi non rovinare tutto questo. Sta a noi impegnarci ogni giorno nel combattimento spirituale contro i nostri peccati e i nostri vizi. Sta a noi attingere alla forza della Grazia. Sta a noi dare tutto per l’altro nel servizio e nei gesti di tenerezza quotidiani. San Giovanni Paolo II sottolinea: “L’amore sponsale è un cammino che conduce alla santità, perché trasfigura le relazioni umane in una comunione divina” (Familiaris Consortio, n. 13).

La Sessualità: Un Dono di Dio

Voglio terminare con le parole che Papa Francesco ha donato ad alcuni giovani francesi, il 17 settembre del 2018: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio.”

Questa è la sessualità del Cantico. Questa è la sessualità che supera il peccato originale. Questa è la sessualità redenta dal sangue di Cristo. Non buttiamo alle ortiche un dono tanto grande e pagato a un prezzo così alto dal nostro Dio. Impegniamoci a fondo per viverla in pienezza ed essere felici.

Antonio e Luisa

Ottima domanda

Cari sposi, nella tradizione liturgica la terza domenica di Avvento è detta in Gaudete a motivo delle due letture e del cantico di Isaia. «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino». Gioia ed esultanza per oggi a causa della sempre maggior vicinanza del Natale del Signore.

Ma al centro del messaggio evangelico oggi non vi è una gioia superficiale bensì una vera e propria richiesta di conversione che Giovanni Battista rivolge a diverse categorie di persone. La conversione è collegata alla prossimità di Gesù che, nascendo, diventerà lo spartiacque dell’umanità, tra chi Lo accoglierà e chi Lo rifiuterà. Semmai la gioia è il risultato della conversione!

Da qui, pertanto viviamo sì un giorno di gioia, ma assieme ad un vero spirito di penitenza che emerge preponderante dalla triplice domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. Una situazione simile la troviamo anche nel giorno di Pentecoste quando le parole infuocate di Pietro smossero il cuore degli ascoltatori ed essi dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

Le opere in cui si manifesta il mutamento di vita e la seria penitenza sono l’amore sincero del prossimo, lo spartire con gli altri quello che si ha perché è in definitiva la condivisione la prova del 9 della vera conversione.

Interessante è che Giovanni non pretende dai suoi fedeli un cambio drastico e improvviso di vita bensì “piccoli passi possibili”, gesti concreti di misericordia e di servizio e rispetto per il prossimo. È questa la via del vero cambio, quando il cuore si apre lentamente alla grazia e a poco a poco la condotta cambia senza strepito.

Ma anche ai vituperati pubblicani, simbolo di vile cupidigia di soldi unita al tradimento verso il proprio popolo, viene aperta una strada di salvezza perché Gesù non vuole escludere nessuno! Che consolante vedere fin dove si spinge Gesù!

E sorprende che Giovanni non impone che dalla mattina alla sera essi si dimettano dal loro odiato mestiere ma che si comportino equamente, esattamente quanto accadde a uno di loro, Zaccheo, dopo aver incontrato Gesù.

E così via… la pluralità di situazioni a cui si interfaccia Giovanni sono segno che Gesù chiama tutti e in qualsiasi situazioni esso si trovi. Chiama giovani, adulti, coppie, single, separati, divorziati… tristi, allegri, in crisi, entusiasti… ad ognuno è proposto un passo in più verso Lui.

Di sicuro anche voi sposi siete invitati a rivolgere a Cristo la medesima domanda: “e noi che siamo coniugati, cosa dobbiamo fare?”. Quando si incontra Cristo e lo si accoglie nel cuore, lo sappiamo bene dal Vangelo, inevitabilmente ci si pone poi tale domanda: “Piuttosto, è il cuore toccato dal Signore, è l’entusiasmo per la sua venuta che porta a dire: cosa dobbiamo fare?” (Angelus, 12 dicembre 2021).

Vi auguro, cari sposi, pertanto, di guardare e lasciarvi guardare da Cristo e sia Lui a rispondere a questa domanda così importante per le nostre vite.

ANTONIO E LUISA

Vorremmo soffermarci su un versetto in particolare: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto. Come decifrare queste parole di Gesù nella nostra vita? Come vivere queste parole di Gesù nel matrimonio? San Giovanni Paolo II insegnava: «L’amore vero è esigente. È un amore che si dona, che vuole il bene dell’altro, senza calcoli». Semplicemente non facciamo calcoli. Ci sono periodi in cui io Antonio posso dare di più e lo faccio. Anche quando Luisa è nervosa, stressata, preoccupata o arida. Condivido le mie due tuniche con lei e ciò non mi impoverisce ma mi rende più ricco. Perché l’amore donato gratuitamente scalda il cuore e permette di superare momenti di distanza e sconforto. A volte lo faccio io e a volte è Luisa che mi dona una delle sue tuniche. Ed è bellissimo così.

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Un matrimonio fragile sa di eterno se custodito

La Fragilità e la Relazione Matrimoniale: Una Visione Cattolica

La frase di Nassim Nicholas Taleb “Essere fragili non è la stessa cosa che essere obsoleti. Colpisci un bicchiere e non durerà un momento; basta non colpirlo e durerà per migliaia di anni” offre una profonda riflessione sul matrimonio. Anche le relazioni più belle e durature possono apparire fragili, ma questa fragilità non implica inutilità o essere destinate al fallimento. Con una chiave cattolica, possiamo vedere questa immagine attraverso la luce della fede e degli insegnamenti della Chiesa.

1. Evitare Colpi Inutili: L’Amore Come Scelta Quotidiana

San Giovanni Paolo II ha affermato: “L’amore non è una cosa che si impara, e tuttavia non c’è niente di più importante da imparare”. Come un bicchiere fragile che dura se non viene colpito, così una relazione matrimoniale richiede di evitare comportamenti distruttivi come la mancanza di rispetto, il tradimento e l’indifferenza. Ogni giorno è un’occasione per scegliere di amare e costruire. L’amore non è solo un sentimento, ma una decisione costante di donarsi all’altro.

Un matrimonio prospera quando entrambe le parti si impegnano a non infliggersi ferite emotive attraverso parole dure o gesti scortesi. “Le parole gentili sono brevi e facili da dire, ma la loro eco è eterna”, disse Santa Teresa di Calcutta. Non esiste dire sono fatto così. La nostra promessa matrimoniale non ci preclude l’errore – sarebbe impossibile – ma ci chiede di impegnarci a fondo per farne sempre meno e migliorare il nostro atteggiamento verso il rispetto della sensibilità dell’altro.

2. Manutenzione e Cura: Il Sacramento Come Fonte di Grazia

Il matrimonio cristiano è un sacramento che riceve forza dalla grazia divina. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, insegna: “L’amore che ci unisce è sostenuto dalla grazia del sacramento, che è una forza interiore permanente, offerta dallo Spirito Santo”. La cura quotidiana attraverso la preghiera comune, il dialogo sincero e i piccoli gesti d’amore protegge la relazione come il vetro che dura se custodito con attenzione.

Questa cura implica anche il perdono reciproco. San Francesco di Sales – frase poi ripresa da papa Francesco – insegnava: “Non lasciate mai che il sole tramonti sulla vostra rabbia”. Prendersi cura del proprio coniuge significa anche essere attenti ai suoi bisogni e mostrare affetto attraverso atti concreti di servizio.

3. Fragilità Non Significa Debolezza: La Forza nella Debolezza

San Paolo scrive: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). La fragilità non è sinonimo di inutilità, ma di una vulnerabilità che può trasformarsi in forza quando viene affidata a Dio. Le coppie sono chiamate a riconoscere i propri limiti e a crescere insieme attraverso il perdono e l’umiltà. Accettare la propria fragilità permette di costruire una relazione fondata sulla verità. La trasparenza e l’apertura generano fiducia e rafforzano il legame. Sant’Agostino affermava: “La misura dell’amore è amare senza misura”, un invito a superare l’orgoglio per abbracciare l’amore vero.

4. Costruire Resilienza: L’Antifragilità nella Fede

Una relazione non solo sopravvive alle difficoltà, ma può diventare più forte se affrontata con fede e speranza. Come disse Sant’Agostino: “Dio non ti avrebbe dato il desiderio di ciò che sembra impossibile se non ti avesse dato anche la possibilità di realizzarlo”. Affrontare insieme le crisi permette di crescere nell’amore autentico, che è sacrificio e donazione. Superare le sfide rafforza il vincolo matrimoniale, rendendolo più profondo e stabile. Papa Benedetto XVI ha detto: “L’amore vero è un cammino che implica sacrificio, pazienza e perdono”.

L’Amore Che Dura nel Tempo

La fragilità del matrimonio non è una condanna, ma un invito alla cura continua e alla fiducia nella grazia di Dio. Come il bicchiere che dura se non viene colpito, così l’amore matrimoniale può resistere e fiorire attraverso la preghiera, il rispetto reciproco e la fedeltà. San Giovanni della Croce ci ricorda: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. È nell’amore vissuto ogni giorno che un matrimonio fragile diventa eterno, un segno visibile della presenza di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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Il Matrimonio Secondo Pinocchio /44 Da Burattini a Figli di Dio

Con questo articolo finisce il nostro itinerario dentro questo racconto, e l’ultimo capitolo contiene pagine molto emozionanti, in particolar modo la descrizione di Pinocchio che si sveglia non più burattino di legno ma bambino vero. Le parole che usa il Collodi hanno un che di magico poiché descrivono con la sua arte, forse inconsapevolmente, il cambiamento che avviene quando muore il nostro uomo vecchio e cominciamo a vivere da veri figli di Dio: l’uomo nuovo descritto da San Paolo nella lettera agli Efesini.

Vogliamo quindi porre un ultimo sguardo a questo racconto con gli occhi della fede, e lo facciamo mettendo in evidenza qualche frase.

Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro.

Accade proprio così perché la conversione del cuore investe il corpo, il quale emana una luce diversa, una pace prima sempre sospirata e mai ottenuta, una serenità costante che prima era solo illusoria di pochi istanti, lo sguardo cambia perché ci sono occhi nuovi.

Pinocchio vede cambiato non solo se stesso, ma tutto attorno a sé: la casa non è più una capanna, il vestiario è nuovo con berretto e gli stivali di pelle, in tasca si trova un portamonete d’avorio con 40 zecchini d’oro al posto dei 40 soldi di rame che lui stesso s’era guadagnato col lavoro, ritrova il babbo sano ed arzillo e di buon’umore. Insomma, tutto è nuovo e più bello e più dignitoso.

Anche per gli sposi che ritrovano il sacramento perduto può avvenire tutto ciò, con la differenza che nel racconto di Pinocchio le cose cambiano davvero, mentre invece per noi sposi sovente la vita e le cose attorno a noi restano uguali a prima, o meglio, restano uguali e sono diverse nello stesso tempo.

Uguali perché magari il lavoro, la casa, il traffico, il coniuge, i figli, l’automobile, i suoceri, il capoufficio, i colleghi, il mutuo, il parroco, il vicino di casa… (e chi più ne ha più ne metta) restano quelli di prima con le loro luci e le loro ombre, ma diversi perché è cambiato il nostro sguardo, li vediamo con occhi nuovi, siamo noi ad essere cambiati.

E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

Eccolo là – rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato ad una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: – Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!… –

Con queste poche righe si conclude la storia del burattino che tanto ci somiglia perché ancora stiamo come in esilio su questa terra, e quindi ci rispecchiamo nelle sue fragilità e nelle sue debolezze, ma anche nella sua capacità di rendersi conto di aver sbagliato e di pentirsene.

Ci ritroviamo nel suo desiderio di ritornare alla casa del babbo (il Padre) ed anche nei suoi ostinati tentativi di seguire le indicazioni della coscienza, quel suo e nostro continuo cadere e rialzarsi, quel suo e nostro anelito ad una vita più piena di significati.

Cari sposi, vi invitiamo a leggere queste ultime righe che abbiamo riportato non solo come l’uomo nuovo che guarda il vecchio se stesso ma anche e soprattutto come la visione che l’uomo ha di se stesso quando sarà nell’aldilà.

Dal Purgatorio o dal Paradiso guarderemo noi stessi e la nostra coppia nel tempo esclamando come Pinocchio: “Com’ero buffo… [Com’eravamo buffi] ” …quando litigavamo per ogni cosa, quando facevamo i superbi o gli altezzosi, quando facevamo i permalosi, quando non ci guardavamo l’un l’altra con gli occhi di Cristo.

Cari sposi, il Paradiso ed il tempo presente sono misteriosamente legati, anche se per ora il Paradiso ci appare futuro, ma quando saremo fuori dal rigido schema del tempo, ci sarà un eterno presente che ci svelerà ogni cosa.

Possiamo vivere il nostro Matrimonio come dei burattini di legno oppure aspirare a diventare dei ragazzini veri, dei veri figli del Padre; se cominciamo a vivere la condizione di figli, il Paradiso si farà già misteriosamente presente, come una sorta di assaggio, una pregustazione, quasi fosse un’antipasto.

Coraggio sposi, ora tocca a noi scrivere un racconto come fece il Collodi, ma la nostra storia non deve restare stampata su carta, noi possiamo scriverla con la nostra vita sponsale quotidiana, resterà stampata nei cuori e nelle vite di chi abbiamo amato.

Giorgio e Valentina.