L’occasione speciale

Oggi ricorre il Santo di cui mio marito porta il nome quindi, mi sono detta, questa è l’occasione speciale per ricordargli tutto il mio amore e il mio affetto. Ma poi, pensandoci meglio, mi sono chiesta: c’è davvero bisogno di un giorno particolare per farlo oppure …? Ho cercato di andare un po’ più a fondo e la risposta che mi sono data è stata: no.

Non c’è assoluta, indispensabile e soprattutto unica necessità di una data speciale per manifestare i nostri sentimenti al coniuge perché dovremmo cercare di farlo costantemente, al di là di onomastici, compleanni, anniversari e quant’altro.

Nella formula del matrimonio cattolico, infatti, leggiamo: “Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Balzano subito agli occhi due particolari mica da ridere: “sempre” e “tutti i giorni”. Un piccolo approfondimento linguistico può esserci utile. Nell’enciclopedia Treccani online, troviamo quanto segue:

Con continuità ininterrotta, senza termine di tempo (cioè senza fine, e talora senza principio); estens., per un tempo lunghissimo, nel passato o nel futuro: Dio è s. stato e s. sarà (qui sempre coincide con eternamente); ora e s.; è s. stato così; la bellezza sarà s. ammirata […]L’avverbio che è in diretta contrapposizione a sempre è mai (ho s. sperato equivale a non ho mai disperato); talora collocati vicino per un’antitesi più o meno intenzionale […]Altre volte indica più espressamente la frequenza, spec. di fatti che si ripetono in modo da dar l’impressione d’una continuità quasi ininterrotta: hai s. da protestare!; è s. qui a darmi noia; ma se glielo dico s., io!; s. guai!, s. scenate!, s. rimproveri!, ecc. O di fatti e situazioni che, per essere soliti, si considerano come normali e ordinarî: è un posto dove tira s. vento; questo treno arriva s. in ritardo; li vedo s. insieme [1]

Dunque, anche dal solo punto di vista grammaticale, l’avverbio “sempre” indica qualcosa di potente,  duraturo e continuativo che, abbracciando il passato, avvolge il presente e si proietta nel futuro. Molto interessante è anche il richiamo al fatto che “sempre”, calato nel quotidiano, diventa qualcosa di ordinario, di abituale (dal latino habitus ossia cucito addosso a noi, fatto apposta per starci bene).

Ecco allora che il quotidiano dell’amore sponsale è qualcosa che ci ricopre come un vestito realizzato su misura, intessuto dal miglior sarto possibile: Nostro Signore. Abito che solo in Lui si può rinnovare pur continuando a essere se stesso, adattandosi ai cambiamenti che inevitabilmente attraversano, nell’arco dell’esistenza, qualsiasi coppia. Un abito che segue coloro che lo indossano, calandosi nella vita di tutti i giorni e diventando, così, un “sempre” conservativo e nello stesso momento in grado di innovarsi e rinvigorirsi.

Un “sempre” che diventa abitudine non per la noia degli anni passati insieme e la monotonia dell’uguale a se stesso ma in virtù della promessa di Dio di essere fondamento, sigillo e compimento dell’unione sponsale.

Un “sempre” che diventa “tutti i giorni” e che richiede il nostro impegno attento, devoto, sincero. Un “sempre” che non è «sei sempre così», «fai sempre così», «dici sempre così», «sei sempre stato/stata così», «hai sempre un motivo per lamentarti», «sei sempre il solito/la solita» e via dicendo. Ma un «desidero amarti sempre di più», «desidero camminare sempre più unito/a a te», «mettiamo sempre Dio al primo posto nella nostra coppia», «dimostriamoci sempre meglio il nostro affetto di coniugi».  

Quale momento migliore, allora, che farlo nel “tutti i giorni”? Non ci saranno più, semplicemente, occasioni speciali che, se pur belle, passano e volano via. “Tutti i giorni” diventeranno propizi per amarsi, nel sempre quotidiano come anticipo del sempre eterno. Questo non vuol dire sminuire i giorni particolari del calendario, quelli che cerchiamo di rosso o che sottolineiamo più volte. Questo significa riconoscere la straordinarietà del vincolo sponsale che dal “sempre” di Dio si fa “tutti i giorni” per te e per me. E che sta a noi cogliere, coltivare, far crescere, fortificare e testimoniare.

Fabrizia Perrachon


[1] Definizione completa al link https://www.treccani.it/vocabolario/sempre/

La castità è scritta in noi

L’Influenza dell’Amplesso Fisico nell’Unione Psicofisica e il Valore della Castità Cristiana

L’amplesso fisico, comunemente inteso come atto sessuale, rappresenta molto più di un mero incontro tra corpi. Esso costituisce una delle esperienze più profonde di connessione psicofisica tra due individui, con radici biologiche, emotive e spirituali. Noi cristiani crediamo nell’unità della persona umana. Tutto interagisce con tutto in un intreccio tra anima, psiche, cuore e corpo.

La castità è esattamente questo. Vivere ogni gesto nella verità integrale della persona. Nulla a che vedere con l’astinenza. La castità è una scelta morale. Cosa vuol dire? La morale cristiana non consiste prima di tutto in una serie di divieti, ma in una scelta per il bene, una scelta per la verità, una scelta per il vero amore che diventa dono di sé. (Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 5 giugno 2006).

La morale cattolica insegna che la dimensione sessuale non può essere separata dal contesto del dono totale e indissolubile tra i coniugi. È in questo orizzonte che si colloca il valore della castità, che non reprime, ma ordina la sessualità verso il bene autentico dell’amore. Quando il corpo esprime la stessa verità di tutta la persona.

Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’amore coniugale si esprime in modo autentico quando i coniugi si donano totalmente l’uno all’altro, senza riserve né condizioni. Il linguaggio del corpo, espresso nell’unione sessuale, deve riflettere questa verità.” (Familiaris Consortio, 32)

I corpi nell’amplesso generano una comunione che poi però, se non vissuta all’interno dell’unione sponsale, non esiste – o esiste solo parzialmente – nel resto della persona. Cosa intendo dire? Facciamo parlare il nostro corpo.

L’Amplesso Fisico tra Connessione e Incompiutezza

L’amplesso fisico è un’esperienza che coinvolge profondamente il corpo e la mente. Durante questo momento di intimità, il corpo umano rilascia ormoni e neurotrasmettitori che rafforzano il legame tra i partner:

  • L’ossitocina, nota come “ormone dell’amore”, intensifica fiducia e affiliazione, rendendo il rapporto un luogo privilegiato di vicinanza e connessione.
  • La dopamina e le endorfine creano piacere, alleviano tensioni e generano un senso di benessere condiviso.

Questi processi fisiologici riflettono una piena intimità a livello corporeo, ma questa spesso non coincide con una reale pienezza a livello emotivo o spirituale. La sensazione di vuoto o tristezza che talvolta segue l’atto sessuale – descritta già dagli antichi romani con l’espressione “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”) – non è il frutto di norme morali o di sensi di colpa imposti, ma di un’incompiutezza intrinseca al gesto stesso quando non è radicato in un legame profondo e significativo.

Numerosi esperti e anche l’insegnamento cristiano sottolineano che l’intimità fisica raggiunge la sua pienezza solo all’interno di una relazione che abbracci tutto il significato dell’amore. L’atto sessuale, in questo contesto, diventa non solo un’esperienza di piacere, ma un’espressione totale di amore, fiducia e apertura reciproca.

La castità pre-matrimoniale diventa quindi una scuola di attesa e rispetto, capace di preservare la forza creativa dell’amplesso per il momento in cui esso può esprimere pienamente il suo significato, come dono reciproco e apertura alla vita.

2. L’Unione Psichica e Relazionale nella Castità

L’esperienza sessuale, nella visione cristiana, non si limita alla dimensione fisica ma coinvolge profondamente l’anima e la relazione. Il senso di vulnerabilità e apertura che accompagna l’amplesso richiede una base solida di fiducia e amore incondizionato, che trova il suo culmine nel sacramento del matrimonio. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, afferma: “La castità non è una negazione, ma la piena integrazione della sessualità nella persona. Essa libera l’amore da ogni egoismo e lo apre al dono totale di sé.

  • La castità è un cammino di maturazione: educa la persona a vivere la sessualità come dono, non come possesso.
  • L’attesa, lungi dall’impoverire la relazione, la arricchisce di significati più profondi, coltivando un linguaggio d’amore che va oltre il gesto fisico.

3. Il Senso Ultimo: Un Amore Totale e Trascendente

Il cristianesimo vede nell’amplesso fisico un segno della donazione totale tra i coniugi, un gesto che riflette l’amore di Cristo per la Chiesa. Questa prospettiva eleva l’atto sessuale al di sopra della mera dimensione biologica o emozionale, inserendolo in una dinamica di trascendenza.

Come afferma Papa Benedetto XVI: “La sessualità umana non è semplicemente biologica, ma riguarda l’uomo nella totalità della sua esistenza. Nel matrimonio cristiano, essa diventa linguaggio dell’amore, un amore che è fedele, esclusivo e aperto alla vita.” (Deus Caritas Est, 11)

La castità non sminuisce, ma orienta il desiderio umano verso la verità dell’amore: un amore che è libero, totale, fedele e aperto alla vita. È in questa logica che l’amplesso diventa un linguaggio sacro, capace di celebrare il mistero dell’unione tra corpo e spirito. San Giovanni Crisostomo dice: “Quando marito e moglie sono uniti nell’amore, essi sono come una lira suonata in armonia dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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La speranza che abitiamo (anche in rete)

Tutto il mondo cattolico è in pieno fermento per l’inizio dell’anno Giubilare. Com’è giusto che sia. In ogni dove sono stati organizzati incontri di preghiera, convegni, testimonianze, conferenze e catechesi. Tutto questo è in preparazione a questo anno di grazia. Pure sul web!

È risaputo che la Chiesa abbia aperto cuore e porte alla cultura e al mondo digitale, utilizzando le risorse di internet con scopi sinodali e di evangelizzazione. A seguito della GMG ’23 di Lisbona è nata La Chiesa ti ascolta. Si tratta di una realtà mondiale e significativa per la Chiesa e per il territorio digitale che hanno accolto la richiesta di Papa Francesco ad essere una “Chiesa in uscita”.

La Chiesa si sta impegnando a creare una comunità di persone che sposano la stessa missione e che spontaneamente annunciano con fede e con la propria creatività il messaggio evangelico alle innumerevoli persone presenti in rete, abitando i social in modo consapevole e portandoci la Chiesa. Dove sta l’uomo deve stare la Chiesa (mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della Comunicazione).

Tale mandato è considerato così importante da entrare nel pieno flusso missionario della Chiesa che ha destinato due giorni, il 28 e il 29 luglio 2025, al Giubileo dei missionari e degli influencer cattolici di tutto il mondo.

Ma torniamo a noi! Sabato scorso ho avuto il piacere di partecipare al webinar con il Pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, mons. Rino Fisichella, che ci ha illuminato riguardo al significato profondo del Giubileo e ispirato su come possiamo essere autentici missionari di speranza -anche- attraverso i nostri social media.  

Il leitmotiv era, chiaramente, la speranza, essendo questo il tema centrale del Giubileo: “Pellegrini di Speranza“, tema che richiama l’attenzione sull’importanza del pellegrinaggio come metafora del viaggio della vita, un percorso di speranza verso la redenzione e la pace interiore.

È necessaria la speranza?“, “Cosa c’è dietro ad essa?“, “È vero che la speranza non delude?“, queste sono le tre domande che hanno animato l’intervento di mons. Fisichella. Le risposte possono sembrare scontate e semplici: ““, “Dio“, “ovviamente sì!“.

Ma la verità è che se crediamo di sapere tutto sulla speranza, abbiamo ancora un viaggio lungo da fare. La speranza è dà Dio. Il Giubileo vuole condurci a Lui. È necessario capire nella propria vita cosa vuol dire avere lo sguardo inchiodato alla speranza nonostante tutto e ad essere animati da lei. Serve essere testimoni visibili e credibili della speranza che è in noi e occorre assumersi la responsabilità di tenere viva la speranza in noi e attorno a noi.

Questa è la responsabilità dei cristiani in un mondo disperato. Talvolta, esso si nutre di una speranza illusoria creata da mani d’uomo. La speranza non dipende da noi, ma se in noi è come una fiaccola accesa, per opera dello Spirito Santo, allora dobbiamo custodirla e portarla lì dove non c’è luce, perché “il proposito della speranza è la salvezza e la salvezza è universale” (mons. Fisichella). Universale come Dio, universale come la Chiesa, infatti è la Chiesa il mio soggetto che spera.

Ma come è possibile questo? Il Vangelo e la bellezza sono il linguaggio universale della speranza.

Buon cammino a tutti e a tutte!

Francesca Parisi

Un amore personalizzato

Dal Sal 24 (25) Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. 

Questo è l’estratto del Salmo 24(25) che abbiamo pregato ieri nella S.Messa. La madre Chiesa ci aiuta ad entrare nella novena di Natale ricordandoci che il Bambino che stiamo aspettando altro non è che il Dio della mia salvezza.

Tutte le nostre richieste al Signore, tutto il nostro sforzo del periodo di Avvento deve avere il suo punto focale nel fatto che Colui che aspettiamo è il nostro Salvatore, ma non un salvatore dozzinale, che prende un popolo e ne fa di tutti un fascio unico, ma un Salvatore personale.

Cari sposi, noi abbiamo un Dio che si è interessato talmente a noi che ci ha donato l’uno all’altra affinché il Suo amore e la Sua misericordia non fossero dozzinali, ma personalizzati … un amore su misura per noi.

Nella preghiera del Salmo di cui sopra ci sono diversi verbi, i quali convogliano verso un unico punto; fammi conoscere, insegnami, guidami, istruiscimi… tutte richieste con un minimo denominatore comune: perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Se uno ci sentisse pregare, oppure se ci incontrasse per strada, capirebbe il perché delle nostre azioni?

Qualche collega o vicino di casa ci potrebbe chiedere le motivazioni della nostra fede e/o della nostra pratica religiosa, e a quel punto cosa potremmo rispondere? Col Catechismo in mano? Ovviamente no.

Un giorno di questi un collega ha detto di ammirare la tranquillità e la serenità con cui affrontiamo ogni giorno i problemi sul lavoro, ma cos’è che ci fa stare sereni e tranquilli anche di fronte alle problematiche? Il sapere che alle 17 timbriamo l’uscita e chi s’è visto s’è visto? Certo che no.

Il motivo di tutto ciò non si spiega col Catechismo in mano, ma si spiega con le parole di questo Salmo: perché sei tu il Dio della mia salvezza. Eravamo dei perduti a causa del peccato e Lui ci ha tratto in salvo. Siamo stati scelti a causa del nostro curriculum? No. Eletti per Grazia affinché gli intelligentoni del mondo restino confusi.

Cari sposi, tutta la vita matrimoniale, gli sforzi per combattere le nostre povertà, le angustie della vita, i sacrifici per i figli, ecc… sono solo dei doveri richiesti dal nostro stato di vita? Fosse solo così saremmo dei poveretti da compatire. Ogni gesto di amore sponsale porta con sè la potenza della riconoscenza, la forza della riconoscenza e della gratitudine verso un Amore che ci ha preceduti e che ci ha già salvati, perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Quando vogliamo sdebitarci di un amore immeritato siamo disposti ad affrontare qualsiasi avversità pur di restituire l’amore ricevuto. Se è così nell’amore umano perché non dovrebbe esserlo verso Dio che ci ha elevati a dignità di sacramento vivente? Coraggio sposi, il Natale del Salvatore si avvicina.

Giorgio e Valentina.

Il mio diletto è mio e io sono sua

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Affrontiamo ora dei versetti meravigliosi. Il mio diletto è mio! C’è del possesso? In realtà no, c’è l’amore autentico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio diletto è mio e io sono sua;

di lui che pascola fra i gigli.

Prima che spiri la brezza del giorno

e si allunghino le ombre,

ritorna, amore mio,

somigliante a una gazzella

o a cerbiatto,

sopra i monti dei profumi.

L’Amore del Cantico: Una Sintesi della Bibbia

Il mio diletto è mio e io sono sua. Questa affermazione della Sulamita è il centro del Cantico dei Cantici. In una frase è condensato l’intero libro della Bibbia. È condensato il significato dell’amore, quello vero, quello di Dio. Ci rimanda direttamente alla Genesi. Dopo che Adamo ed Eva mangiarono dall’albero, Dio disse alla donna: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. Nel Cantico c’è l’amore delle origini. Nel Cantico c’è l’amore riportato all’armonia e all’ecologia (verità naturale) dell’ordine posto dal Creatore.

Un Amore Integrale e Redento

Un amore che rende l’uno dell’altra. Un amore esclusivo, un amore erotico, un amore agapico, un amore d’amicizia, un amore che non tralascia nulla e per questo rende i due sposi l’uno dell’altra. Non per dominio come accade nella Genesi, ma per mutua donazione reciproca, donazione in anima e corpo.

Noi possiamo amare così, possiamo tornare all’amore delle origini, raccontato nel Cantico, grazie a Gesù. Grazie al nostro amore redento dal sacrificio di Cristo. Grazie quindi al sacramento del matrimonio. Il sacramento del matrimonio, per chi lo sceglie e lo vive con fede, non è un istituto giuridico e sociale frutto del patriarcato e dove la donna viene imprigionata in un ruolo di servizio – come piace definirlo oggi – ma diventa luogo di vera liberazione.

San Giovanni Paolo II ci ricorda: “Il sacramento del matrimonio è segno dell’amore di Dio per l’umanità, un amore redento e trasformato nella grazia” (Catechesi sull’amore umano, 15 settembre 1982).

Il sacramento del matrimonio opera una vera guarigione. Prende il nostro amore umano ferito dal peccato originale, incapace di esprimere e vivere un amore ecologico e autentico, e lo riporta all’ordine delle origini, lo riporta alla bellezza che Dio aveva in mente, quando ha pensato di creare l’uomo e la donna perché diventassero una carne sola.

La Gioia dell’Appartenenza Reciproca

Io sono della mia sposa e lei è per me. È bellissimo sentire di appartenerci. È bellissimo sapere che l’altra, nella libertà dei figli di Dio, ha deciso, nella sua piena libertà, di donare tutto il suo spirito e tutto il suo corpo a me e solo a me. È bellissimo sapere come da questo amore siano nati 5 figli. Persone e figli di Dio che vivranno per l’eternità grazie al nostro amore e grazie al fatto che Dio ci ha resi partecipi della creazione.

È bellissimo ogni giorno vissuto in questo modo. Sta a noi non rovinare tutto questo. Sta a noi impegnarci ogni giorno nel combattimento spirituale contro i nostri peccati e i nostri vizi. Sta a noi attingere alla forza della Grazia. Sta a noi dare tutto per l’altro nel servizio e nei gesti di tenerezza quotidiani. San Giovanni Paolo II sottolinea: “L’amore sponsale è un cammino che conduce alla santità, perché trasfigura le relazioni umane in una comunione divina” (Familiaris Consortio, n. 13).

La Sessualità: Un Dono di Dio

Voglio terminare con le parole che Papa Francesco ha donato ad alcuni giovani francesi, il 17 settembre del 2018: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio.”

Questa è la sessualità del Cantico. Questa è la sessualità che supera il peccato originale. Questa è la sessualità redenta dal sangue di Cristo. Non buttiamo alle ortiche un dono tanto grande e pagato a un prezzo così alto dal nostro Dio. Impegniamoci a fondo per viverla in pienezza ed essere felici.

Antonio e Luisa

Ottima domanda

Cari sposi, nella tradizione liturgica la terza domenica di Avvento è detta in Gaudete a motivo delle due letture e del cantico di Isaia. «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino». Gioia ed esultanza per oggi a causa della sempre maggior vicinanza del Natale del Signore.

Ma al centro del messaggio evangelico oggi non vi è una gioia superficiale bensì una vera e propria richiesta di conversione che Giovanni Battista rivolge a diverse categorie di persone. La conversione è collegata alla prossimità di Gesù che, nascendo, diventerà lo spartiacque dell’umanità, tra chi Lo accoglierà e chi Lo rifiuterà. Semmai la gioia è il risultato della conversione!

Da qui, pertanto viviamo sì un giorno di gioia, ma assieme ad un vero spirito di penitenza che emerge preponderante dalla triplice domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. Una situazione simile la troviamo anche nel giorno di Pentecoste quando le parole infuocate di Pietro smossero il cuore degli ascoltatori ed essi dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

Le opere in cui si manifesta il mutamento di vita e la seria penitenza sono l’amore sincero del prossimo, lo spartire con gli altri quello che si ha perché è in definitiva la condivisione la prova del 9 della vera conversione.

Interessante è che Giovanni non pretende dai suoi fedeli un cambio drastico e improvviso di vita bensì “piccoli passi possibili”, gesti concreti di misericordia e di servizio e rispetto per il prossimo. È questa la via del vero cambio, quando il cuore si apre lentamente alla grazia e a poco a poco la condotta cambia senza strepito.

Ma anche ai vituperati pubblicani, simbolo di vile cupidigia di soldi unita al tradimento verso il proprio popolo, viene aperta una strada di salvezza perché Gesù non vuole escludere nessuno! Che consolante vedere fin dove si spinge Gesù!

E sorprende che Giovanni non impone che dalla mattina alla sera essi si dimettano dal loro odiato mestiere ma che si comportino equamente, esattamente quanto accadde a uno di loro, Zaccheo, dopo aver incontrato Gesù.

E così via… la pluralità di situazioni a cui si interfaccia Giovanni sono segno che Gesù chiama tutti e in qualsiasi situazioni esso si trovi. Chiama giovani, adulti, coppie, single, separati, divorziati… tristi, allegri, in crisi, entusiasti… ad ognuno è proposto un passo in più verso Lui.

Di sicuro anche voi sposi siete invitati a rivolgere a Cristo la medesima domanda: “e noi che siamo coniugati, cosa dobbiamo fare?”. Quando si incontra Cristo e lo si accoglie nel cuore, lo sappiamo bene dal Vangelo, inevitabilmente ci si pone poi tale domanda: “Piuttosto, è il cuore toccato dal Signore, è l’entusiasmo per la sua venuta che porta a dire: cosa dobbiamo fare?” (Angelus, 12 dicembre 2021).

Vi auguro, cari sposi, pertanto, di guardare e lasciarvi guardare da Cristo e sia Lui a rispondere a questa domanda così importante per le nostre vite.

ANTONIO E LUISA

Vorremmo soffermarci su un versetto in particolare: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto. Come decifrare queste parole di Gesù nella nostra vita? Come vivere queste parole di Gesù nel matrimonio? San Giovanni Paolo II insegnava: «L’amore vero è esigente. È un amore che si dona, che vuole il bene dell’altro, senza calcoli». Semplicemente non facciamo calcoli. Ci sono periodi in cui io Antonio posso dare di più e lo faccio. Anche quando Luisa è nervosa, stressata, preoccupata o arida. Condivido le mie due tuniche con lei e ciò non mi impoverisce ma mi rende più ricco. Perché l’amore donato gratuitamente scalda il cuore e permette di superare momenti di distanza e sconforto. A volte lo faccio io e a volte è Luisa che mi dona una delle sue tuniche. Ed è bellissimo così.

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Un matrimonio fragile sa di eterno se custodito

La Fragilità e la Relazione Matrimoniale: Una Visione Cattolica

La frase di Nassim Nicholas Taleb “Essere fragili non è la stessa cosa che essere obsoleti. Colpisci un bicchiere e non durerà un momento; basta non colpirlo e durerà per migliaia di anni” offre una profonda riflessione sul matrimonio. Anche le relazioni più belle e durature possono apparire fragili, ma questa fragilità non implica inutilità o essere destinate al fallimento. Con una chiave cattolica, possiamo vedere questa immagine attraverso la luce della fede e degli insegnamenti della Chiesa.

1. Evitare Colpi Inutili: L’Amore Come Scelta Quotidiana

San Giovanni Paolo II ha affermato: “L’amore non è una cosa che si impara, e tuttavia non c’è niente di più importante da imparare”. Come un bicchiere fragile che dura se non viene colpito, così una relazione matrimoniale richiede di evitare comportamenti distruttivi come la mancanza di rispetto, il tradimento e l’indifferenza. Ogni giorno è un’occasione per scegliere di amare e costruire. L’amore non è solo un sentimento, ma una decisione costante di donarsi all’altro.

Un matrimonio prospera quando entrambe le parti si impegnano a non infliggersi ferite emotive attraverso parole dure o gesti scortesi. “Le parole gentili sono brevi e facili da dire, ma la loro eco è eterna”, disse Santa Teresa di Calcutta. Non esiste dire sono fatto così. La nostra promessa matrimoniale non ci preclude l’errore – sarebbe impossibile – ma ci chiede di impegnarci a fondo per farne sempre meno e migliorare il nostro atteggiamento verso il rispetto della sensibilità dell’altro.

2. Manutenzione e Cura: Il Sacramento Come Fonte di Grazia

Il matrimonio cristiano è un sacramento che riceve forza dalla grazia divina. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, insegna: “L’amore che ci unisce è sostenuto dalla grazia del sacramento, che è una forza interiore permanente, offerta dallo Spirito Santo”. La cura quotidiana attraverso la preghiera comune, il dialogo sincero e i piccoli gesti d’amore protegge la relazione come il vetro che dura se custodito con attenzione.

Questa cura implica anche il perdono reciproco. San Francesco di Sales – frase poi ripresa da papa Francesco – insegnava: “Non lasciate mai che il sole tramonti sulla vostra rabbia”. Prendersi cura del proprio coniuge significa anche essere attenti ai suoi bisogni e mostrare affetto attraverso atti concreti di servizio.

3. Fragilità Non Significa Debolezza: La Forza nella Debolezza

San Paolo scrive: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). La fragilità non è sinonimo di inutilità, ma di una vulnerabilità che può trasformarsi in forza quando viene affidata a Dio. Le coppie sono chiamate a riconoscere i propri limiti e a crescere insieme attraverso il perdono e l’umiltà. Accettare la propria fragilità permette di costruire una relazione fondata sulla verità. La trasparenza e l’apertura generano fiducia e rafforzano il legame. Sant’Agostino affermava: “La misura dell’amore è amare senza misura”, un invito a superare l’orgoglio per abbracciare l’amore vero.

4. Costruire Resilienza: L’Antifragilità nella Fede

Una relazione non solo sopravvive alle difficoltà, ma può diventare più forte se affrontata con fede e speranza. Come disse Sant’Agostino: “Dio non ti avrebbe dato il desiderio di ciò che sembra impossibile se non ti avesse dato anche la possibilità di realizzarlo”. Affrontare insieme le crisi permette di crescere nell’amore autentico, che è sacrificio e donazione. Superare le sfide rafforza il vincolo matrimoniale, rendendolo più profondo e stabile. Papa Benedetto XVI ha detto: “L’amore vero è un cammino che implica sacrificio, pazienza e perdono”.

L’Amore Che Dura nel Tempo

La fragilità del matrimonio non è una condanna, ma un invito alla cura continua e alla fiducia nella grazia di Dio. Come il bicchiere che dura se non viene colpito, così l’amore matrimoniale può resistere e fiorire attraverso la preghiera, il rispetto reciproco e la fedeltà. San Giovanni della Croce ci ricorda: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. È nell’amore vissuto ogni giorno che un matrimonio fragile diventa eterno, un segno visibile della presenza di Dio nel mondo.

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Il Matrimonio Secondo Pinocchio /44 Da Burattini a Figli di Dio

Con questo articolo finisce il nostro itinerario dentro questo racconto, e l’ultimo capitolo contiene pagine molto emozionanti, in particolar modo la descrizione di Pinocchio che si sveglia non più burattino di legno ma bambino vero. Le parole che usa il Collodi hanno un che di magico poiché descrivono con la sua arte, forse inconsapevolmente, il cambiamento che avviene quando muore il nostro uomo vecchio e cominciamo a vivere da veri figli di Dio: l’uomo nuovo descritto da San Paolo nella lettera agli Efesini.

Vogliamo quindi porre un ultimo sguardo a questo racconto con gli occhi della fede, e lo facciamo mettendo in evidenza qualche frase.

Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro.

Accade proprio così perché la conversione del cuore investe il corpo, il quale emana una luce diversa, una pace prima sempre sospirata e mai ottenuta, una serenità costante che prima era solo illusoria di pochi istanti, lo sguardo cambia perché ci sono occhi nuovi.

Pinocchio vede cambiato non solo se stesso, ma tutto attorno a sé: la casa non è più una capanna, il vestiario è nuovo con berretto e gli stivali di pelle, in tasca si trova un portamonete d’avorio con 40 zecchini d’oro al posto dei 40 soldi di rame che lui stesso s’era guadagnato col lavoro, ritrova il babbo sano ed arzillo e di buon’umore. Insomma, tutto è nuovo e più bello e più dignitoso.

Anche per gli sposi che ritrovano il sacramento perduto può avvenire tutto ciò, con la differenza che nel racconto di Pinocchio le cose cambiano davvero, mentre invece per noi sposi sovente la vita e le cose attorno a noi restano uguali a prima, o meglio, restano uguali e sono diverse nello stesso tempo.

Uguali perché magari il lavoro, la casa, il traffico, il coniuge, i figli, l’automobile, i suoceri, il capoufficio, i colleghi, il mutuo, il parroco, il vicino di casa… (e chi più ne ha più ne metta) restano quelli di prima con le loro luci e le loro ombre, ma diversi perché è cambiato il nostro sguardo, li vediamo con occhi nuovi, siamo noi ad essere cambiati.

E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

Eccolo là – rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato ad una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: – Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!… –

Con queste poche righe si conclude la storia del burattino che tanto ci somiglia perché ancora stiamo come in esilio su questa terra, e quindi ci rispecchiamo nelle sue fragilità e nelle sue debolezze, ma anche nella sua capacità di rendersi conto di aver sbagliato e di pentirsene.

Ci ritroviamo nel suo desiderio di ritornare alla casa del babbo (il Padre) ed anche nei suoi ostinati tentativi di seguire le indicazioni della coscienza, quel suo e nostro continuo cadere e rialzarsi, quel suo e nostro anelito ad una vita più piena di significati.

Cari sposi, vi invitiamo a leggere queste ultime righe che abbiamo riportato non solo come l’uomo nuovo che guarda il vecchio se stesso ma anche e soprattutto come la visione che l’uomo ha di se stesso quando sarà nell’aldilà.

Dal Purgatorio o dal Paradiso guarderemo noi stessi e la nostra coppia nel tempo esclamando come Pinocchio: “Com’ero buffo… [Com’eravamo buffi] ” …quando litigavamo per ogni cosa, quando facevamo i superbi o gli altezzosi, quando facevamo i permalosi, quando non ci guardavamo l’un l’altra con gli occhi di Cristo.

Cari sposi, il Paradiso ed il tempo presente sono misteriosamente legati, anche se per ora il Paradiso ci appare futuro, ma quando saremo fuori dal rigido schema del tempo, ci sarà un eterno presente che ci svelerà ogni cosa.

Possiamo vivere il nostro Matrimonio come dei burattini di legno oppure aspirare a diventare dei ragazzini veri, dei veri figli del Padre; se cominciamo a vivere la condizione di figli, il Paradiso si farà già misteriosamente presente, come una sorta di assaggio, una pregustazione, quasi fosse un’antipasto.

Coraggio sposi, ora tocca a noi scrivere un racconto come fece il Collodi, ma la nostra storia non deve restare stampata su carta, noi possiamo scriverla con la nostra vita sponsale quotidiana, resterà stampata nei cuori e nelle vite di chi abbiamo amato.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio non aggiunge nulla? La testimonianza di Lucia

Molti credono che il matrimonio in Chiesa non porti “nulla di nuovo”: non serve, in quanto non aggiunge niente all’amore di una coppia. Certo, aggiunge poco o nulla se gli sposi non accolgono la presenza di Dio in loro, tra loro. Quel dono va fa fatto fruttare con fede, altrimenti resta un tesoro sepolto. Il punto è che il Signore non può amarci e arricchirci contro la nostra volontà. Se, però, “sposarsi in chiesa” diventa “sposarsi in Cristo” allora cambia tutto. Segue la testimonianza di Lucia, una storia molto delicata e travagliata che, però, ci dà tanta luce.

Sono Lucia e, da alcuni anni, sono seguita dal mio vescovo, un esorcista. Tutti i vescovi sono esorcisti, lo so, ma quello della mia diocesi ha accolto il ministero, lo pratica, e mi sta aiutando a guarire da una situazione particolare, di cui non parlo quasi con nessuno, perché le poche volte in cui l’ho fatto – anche con i sacerdoti – ho trovato poca comprensione, se non indifferenza e resistenza.

Alcuni, poi, ci credono, ma dicono che la mia esperienza “impressioni” e che raccontarla può fare più male che bene. Eppure, è la mia storia, è qualcosa che vivo quotidianamente e se Dio permette una simile croce sicuramente ci deve essere dietro un bene più grande. E io voglio essere testimone della luce, non delle tenebre.

Mia nonna, che non ho mai conosciuto di persona, era satanista. Risalgono a quando aveva quattro anni i primi ricordi che mia madre aveva di una messa nera. Spesso diceva a noi figli, in adolescenza, di guardarci bene da queste cose: perché chi pratica l’occulto non lo fa “per scherzo”.

Una volta divenuta adulta, mia madre ha conosciuto e sposato un uomo di chiesa. I miei, insieme, hanno scelto Gesù, ma questo è costato molto a entrambi, perfino minacce di una certa gravità. Sono riusciti ad allontanarsi da mia nonna e dal suo giro, senza che ci fossero ripercussioni fisiche.

Eppure, mamma non è “guarita automaticamente”. Troppe volte mia nonna con i suoi “compagni” aveva operato riti su di lei.

Non so molto sulle modalità in cui avvenivano queste cose, mamma ha cercato di preservarci da tanta bruttura: ho saputo solo vagamente di galline sgozzate e sacrificate a Satana, di ostie consacrate profanate, di amuleti maledetti. Mia madre era costretta, da piccola, a portare indosso uno di quegli oggetti, sul petto, perché il suo cuore doveva essere “consacrato a Satana”.

Non chiedetemi come si possa arrivare a una simile perversione nella vita e come si possa fare questo ad una bambina. Non me ne capacito. Oggi so solo che tutto questo non si cancella in un giorno.

Io e i miei fratelli siamo cresciuti nel cortile di un convento, dove mia madre “andava a parlare” con un frate che era anche sacerdote. Io non sapevo cosa succedesse lì dentro, l’ho saputo solo una volta diventata più grande: mia madre, in quel convento, riceveva esorcismi, mio padre stava al suo fianco, mentre noi bambini, ignari, giocavamo fuori, con i cagnolini, insieme agli altri frati (super simpatici, questo lo ricordo bene!).

I miei genitori temevano che la nonna, nel suo ambiente, continuasse a farci del male, anche da lontano. Per questo non ci siamo mai allontanati dai sacramenti e da una vita di preghiera assidua, quotidiana. Mentre dico questo, voglio sottolineare che mamma è stata per me una vera testimone di fede, di quella fede che “ti salva letteralmente dal male”. Si è aggrappata a Gesù e lui l’ha riempita di grazie, nonostante non le abbia risparmiato le sofferenze. Però, in effetti, quello che è toccato a mia madre è toccato, in parte, anche a noi tre figli.

Per quanto riguarda me, era fine novembre del 2012, avevo vent’anni, mi ero da poco fidanzata con il mio attuale marito, quando ho avuto le prime manifestazioni fisiche dell’infestazione. Eravamo in un grande santuario dedicato alla Madonna, quando, durante la messa prefestiva di quel sabato, già all’inizio della celebrazione, i miei occhi hanno iniziato a ruotare verso l’alto (mi capita tutt’ora e, spesso, soprattutto durante la Consacrazione, devo mettere le mani davanti agli occhi per nascondere quella reazione involontaria e non impressionare i presenti).

Quel giorno di novembre, per la prima volta, ho visto la mia pancia muoversi avanti e indietro (senza che io facessi nulla) ogni volta che il sacerdote pronunciava il nome di Gesù o dello Spirito Santo.

Sentivo anche le gambe tremare. Al momento della comunione non riuscivo a ingoiare l’ostia, c’era qualcosa che faceva ostruzione nella gola. Mi sentivo soffocare. Quello è stato solo l’inizio.

Non voglio suggestionare nessuno, sono situazioni rarissime. E vorrei anche dire che l’azione ordinaria del diavolo (molto più nascosta) con cui tutti abbiamo a che fare, è sicuramente peggio: la vessazione è dolorosissima, ma per l’anima è “peggio” fare il volere di questo nemico, non riconoscendolo nei pensieri e nei consigli sbagliati che dà al nostro cuore. Insomma, peggio non credere nella sua esistenza che doverci combattere. La lotta spirituale contro di lui, in realtà, avvicina tantissimo a Cristo.

Tornando al racconto, nei giorni, nelle settimane, negli anni a seguire il malessere interiore, le manifestazioni fisiche sono aumentate. Da allora il combattimento è stato incessante, ma con Gesù ho sempre saputo che non dovevo temere.

Ricordo che, da studentessa fuori sede, a volte camminavo per strada per tornare a casa e quasi mi bloccavo per il peso di quella presenza che mi schiacciava. Entravo in chiesa, facevo un segno di croce con l’acqua benedetta, ed era come un refrigerio. Recuperavo le forze e riuscivo a rimettermi in cammino fino a casa. Dio non mi ha mai lasciata, mai.

Da un po’ di tempo sto meglio, i fastidi sono più lievi, sebbene la presenza ci sia ancora e faccia male, ma l’amarezza più grande è avere una “malattia” che per la maggior parte delle persone (compresi sacerdoti!) non esiste. Quanti mi hanno detto, più o meno carinamente, che è tutto frutto della mia fantasia. Capite che fa male sentirsi dire questo, quando tu passi una vita normale fino ai 20 anni, poi, ad un certo punto, devi trascorrere la vita universitaria a nasconderti in bagno perché non riesci a “contenere” i segni di una presenza (che tu senti e riconosci come estranea!) che ti “abita” contro la tua volontà!

Non voglio fare polemica: capisco, davvero, capisco chi non riesce a comprendere… se non lo vivi, le cose sono due: o ti fidi del Vangelo (Gesù parla continuamente di spiriti impuri e persone disturbate in modo anche serio) e di chi te lo racconta …o non puoi sapere cosa significhi e ne prendi le distanze pensando che sia da “creduloni”.

Ad ogni modo, il motivo per cui scrivo qui è che voglio sottolineare il fastidio del diavolo verso il matrimonio. Gioele, fidanzato con me da pochissimo quando tutto questo è venuto alla luce, mi è stato sempre vicino e, seppure a volte si sentisse inadeguato rispetto alla situazione, non ha mai dubitato di noi e di un futuro con me. Dopo tre anni insieme, mi ha chiesto di sposarlo.

Ricordo ancora che da fidanzati, quando ero in preda alla vessazione che si manifestava in modo violento (succedeva soprattutto quando io e Gioele eravamo soli), quando non riuscivo ad alzarmi da una sedia o da un letto per il malessere generalizzato o quando urlavo, lui si metteva lì, vicino a me, pregava il rosario per me e pian piano la situazione rientrava; se eravamo in macchina, con lucidità lui accostava e pregava. Oppure mi accompagnava in chiesa, dove, davanti al tabernacolo, il demonio si calmava. (Il demonio si sottomette solo a Cristo!).

La nostra situazione, però, è cambiata da quando siamo sposati: in Gioele il demonio, da quel momento, riconosce Gesù, allo stesso modo in cui lo riconosce nella Confessione e nell’Eucaristia.

Da fidanzati Gioele pregava, ma non rappresentava Cristo stesso per il diavolo come invece succede da otto anni a questa parte (esattamente dal giorno del nostro matrimonio). Mi credete se vi dico che la stola del mio esorcista e la mano di mio marito (lo ripeto, dal giorno della consacrazione nuziale), su quegli occhi che ruotano impazziti hanno lo stesso effetto? Scende su di me la stessa grazia. Il diavolo trema davanti alla fede benedetta, come trema davanti al crocifisso che il vescovo usa durante le sue benedizioni.

E quando facciamo l’amore (dobbiamo pregare molto prima, perché il demonio mi considera erroneamente “sua” e non vuole che mi doni a mio marito), la pace che vivo è una pace dell’anima. Il diavolo trema letteralmente durante ogni amplesso. Ciò che gli sposi cristiani sanno per fede, io lo sperimento: in ogni atto coniugale avverto la discesa dello Spirito Santo, che rinnova il sacramento. Lo avverto perché il demonio trema, come quando ricevo la comunione.

Ditemi pure che sono pazza: ho sofferto così tanto e ho visto così chiaramente ciò che vi sto dicendo, che i vostri giudizi non mi offendono, né hanno potere di cancellare qualcosa che sperimento e pure con una grande intensità. Oggi so cosa significa il buio dell’inferno, so cosa significa essere tormentati nel profondo e so cosa significa che Gesù lotta per noi e vince, alla fine, le tenebre.

Se racconto la mia storia – a costo di sembrare visionaria – non è per avere compassione, né per spaventarvi: è per dirvi di confidare in Gesù e di restare nella Chiesa anche se a volte delude. E perché sappiate quale grandezza abbiamo nei sacramenti, anche in quello del matrimonio, spesso troppo sottovalutato…

Voglio lasciarvi con un messaggio di speranza: tutto concorre al bene per coloro che amano Dio, anche il male, anche l’azione stessa del demonio! Non si contano le grazie che Dio mi ha donato, non si contano i frutti di bene, le scoperte che ho fatto sul suo amore. Se voi mi chiedeste che cosa mi ha lasciato, soprattutto, questa prova durissima, io vi direi “Tante benedizioni”. Attraverso questa croce grande, ho visto tanto, tanto bene e – paradossalmente, lo so – ho smesso di avere paura del demonio. Perché ho capito quanto Dio mi ama e che gli spiriti impuri si sottomettono a Lui. Oggi so che nulla potrà mai strappare la mia mano da quella di Gesù: nemmeno il diavolo in persona!

Cecilia Galatolo

Nove storie a Natale

Cos’hanno in comune un presepe che non piace a nessuno, una bambina capricciosa e un letto vuoto? Una manager in carriera, una biblioteca da poco inaugurata e la cometa dei Re Magi? E cosa, infine, un abete nano, un calendario dell’avvento sui generis e una gara di torte? Il mio nuovo libro, “Nove storie a Natale” è tutto questo e molto di più: nove tappe per grandi e piccini che faranno emozionare, ridere, piangere e riflettere, in maniera mai scontata, sul vero significato dell’evento più importante della storia, cui siamo chiamati a guardare con fiducia e speranza.

L’importanza di scrivere storie di Natale

Come spiego nell’introduzione:

Sono già state scritte centinaia, migliaia di storie di Natale; se questo, da una parte, potrebbe scoraggiare a pensarne di nuove, dall’altra significa una cosa fondamentale: non è solo un periodo dell’anno che, in un modo o nell’altro ci emoziona, ma qualcosa che ci coinvolge totalmente e profondamente. Ecco perché ha ancora senso scriverne e parlarne ed ecco perché Nove storie a Natale può essere un piccolo, fedele compagno di viaggio per questi giorni speciali, un amico silenzioso e discreto da condividere in famiglia, con i bambini o gli amici dato che la narrazione si rivolge a tutti e i contenuti sono davvero coinvolgenti per qualsiasi fascia d’età, dai racconti per bambini a quelli per i “grandi”, dalle riflessioni attuali a quelle senza tempo, dal dolore alla gioia, dal buio alla luce.

Nove storie a Natale può essere letto in Avvento, nei nove giorni che precedono il venticinque dicembre, durante l’intero periodo natalizio o, perché no, proprio a Natale, tra il presepe e l’albero, insieme con chi desideriamo condividere qualcosa di semplice ma solenne allo stesso momento. Un agile libretto che aiuterà a rallentare in mezzo alla frenesia con cui, troppo spesso, si vivono queste settimane, rischiando di perdere di vista ciò – ma soprattutto chi – è davvero importante, a cominciare dal Protagonista indiscusso. Nove storie a Natale scalderà il cuore, permettendo di riflettere, sorridere, piangere, ringraziare e sperare.

Un ringraziamento sincero

Un grazie sincero, fin da ora, a tutti coloro che lo acquisteranno, diffonderanno, regaleranno, leggeranno e recensiranno, condividendo così la bellezza del vero 25 dicembre, quello in cui Gesù viene ad abitare il cuore dell’uomo. Sì perché Natale non è solo un giorno, Natale è scoprire la potenza di una speranza che si è fatta corpo per permettere alla nostra anima di guardare al Cielo con gioia, felicità e abbandono.

Il Natale come aurora della liberazione

Il santo sacerdote Guido Maria Conforti (1865-1931) affermò:

“Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione.”

È proprio questo il senso della venuta di Gesù che sta a noi scoprire, o riscoprire, vivere e rivivere ogni giorno e non soltanto nel mese di dicembre ciascun giorno che ci viene donato. Troppe volte, infatti, diamo per scontato tutto e tutti mentre il Bambinello, nato umilissimo e poverissimo, c’invita a un cambio radicale di prospettiva, cambio verso la speranza, che non a caso sarà anche il tema del Giubileo 2025, ormai imminente.

Lasciarsi stupire dalla semplicità

Lasciamoci stupire ancora, con dolcezza e serenità, perché è nelle cose semplici che il Signore ci parla. E Nove storie a Natale ne è un’ulteriore piccola, grande dimostrazione.

Fabrizia Perrachon

P.S.: trovate il libro nello store online di Youcanprint a questo link, su Amazon a questo link e già disponibile anche nelle altre librerie online (Mondadori, Feltrinelli, ecc … ). Se preferite rivolgervi a un negozio fisico, potete farlo! Basta semplicemente comunicare titolo e autore (autrice in questo caso).

Matrimonio e celibato. Per una teologia nuziale del cristiano

Il nuovo libro del teologo p. Manuel Valenzisi, sacerdote francescano della provincia umbra, si presenta come un’originale proposta sulle vocazioni matrimoniali e celibatarie, illuminata da uno sguardo sul Mistero di Cristo, quale Mistero di Alleanza nuziale tra Dio e uomo, Cristo e la Chiesa, e fondamento di ogni comunione tra gli uomini, specialmente tra uomo e donna.

L’autore, desideroso di accompagnare chi è in cerca della propria chiamata o vuole approfondirla, afferma che la sua ricerca si nutre non solo di riflessioni personali, ma è frutto della comunione dei santi e i compagni di fede qui in terra.

Con un approccio altamente speculativo, sintetico e chiaro nel linguaggio, il volume, suddiviso in quattro capitoli, intreccia sapientemente diritto canonico, dogmatica e spiritualità.

Attraverso un’analisi critica accurata, condotta a partire dalle fonti più autorevoli, Valenzisi dimostra l’origine socio-giuridica e non teologica della nozione classica di “stati di vita”, suggerendo un nuovo vocabolario per comprendere profondamente le vocazioni cristiane.

Egli riserva particolare attenzione al matrimonio e al celibato per il Regno, considerandole “vocazioni paradigmatiche”, senza trascurare il celibato vissuto da molti laici non sposati, i cosiddetti single, soggetti spesso a umilianti pregiudizi, e aprendo, così, una pista di riflessione assai promettente per la teologia e la pastorale della Chiesa.

Nel capitolo finale, l’Eucaristia viene identificata come il culmine e la fonte di quel Mistero nuziale che le vocazioni matrimoniale e celibataria rappresentano secondo modalità opposte e reciprocamente feconde.

In definitiva, con rigore e competenza, l’opera di Valenzisi si propone di rivitalizzare il dibattito sulle vocazioni in modo inclusivo e profondo.

Pamela Salvatori

Link all’estratto Link per l’acquisto

Booktrailer:

Stupore e Matrimonio: Un Legame Speciale

Il tempo passa molto velocemente per me in questo periodo, preso dal lavoro, dalla famiglia e da tanti impegni legati ai separati e alla diocesi: mi sto accorgendo che il periodo di Avvento è più occupato dai regali da fare e dall’organizzazione delle feste, che da un tempo di qualità dedicato a contemplare Chi sta per nascere. Spesso, infatti, siamo presi dall’abitudine e ci dimentichiamo di fermarci e lasciare che la meraviglia entri nei nostri cuori.

Lo Stupore come Grazia

Lo stupore non è solo una reazione istintiva a qualcosa di sorprendente o inatteso, ma un invito a fermarci, a riflettere, a rendere grazie per ciò che ci è stato donato e questo lo aveva ben capito San Francesco che ha inventato il presepe proprio per immedesimarsi meglio in questo evento unico.

Matrimonio: Sorgente di Acqua Viva

Il Sacramento del Matrimonio è un dono che, se non vissuto con gratitudine e stupore, può diventare routine, abitudine. La realtà del matrimonio, così come quella dell’Eucaristia, non è un regalo che ci viene dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua viva, che ogni giorno ci chiama a immergerci in essa, a scoprire nuovi strati di verità, di amore, di relazione. Non dovremmo mai dare per scontato il nostro matrimonio, così come non dovremmo mai smettere di essere stupiti dalla presenza di Dio nella nostra vita, che è vivo e presente nel Sacramento.

La Grazia dello Stupore nelle Piccole Cose

Lo stupore è una grazia che ci spinge a non accontentarci, a non fermarci, ma a crescere. Mi viene in mente quanto le nostre figlie ci abbiano stupito, fin da piccole, con la loro curiosità insaziabile, il loro desiderio di esplorare il mondo e di scoprire cose nuove; ogni piccolo passo per loro, dal primo bagnetto alla prima pappetta, era un grande passo verso la meraviglia e noi, guardando i loro occhi, riscoprivamo anche la bellezza e la semplicità di cose che ormai davamo per scontate.

La Meraviglia nel Cammino di Coppia

Questa spinta a meravigliarci condiziona anche il cammino come coppia: quando ci abituiamo troppo all’altro, quando smettiamo di essere sorpresi dal suo sguardo, dalle sue parole, dai suoi gesti, allora la vita matrimoniale perde qualcosa e l’abitudine, come un veleno silenzioso, inizia a corrodere l’amore.

Sorprendersi per Amarsi

Se un partner riesce a sorprenderci con una parola gentile, un gesto di comprensione, una risposta che non ci aspettavamo, ecco che ritorna la bellezza della relazione: per questo quando ci sono relazioni un po’ spente o in crisi, consiglio sempre di fare qualcosa d’inaspettato, qualcosa che sorprenda l’altro, del tipo: “Ho organizzato tutto, stasera andiamo fuori a cena e poi a vedere quel film che desideravi guardare”.

Stupore nella Separazione

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

L’Avvento e il Mistero della Meraviglia

Nel periodo di Avvento, siamo chiamati a riflettere sul grande Mistero che ha preso forma in Maria, una giovane donna che si è trovata davanti a qualcosa di immensamente più grande di lei, qualcosa che non riusciva a comprendere del tutto: si meraviglia esclamando “Come è possibile?”, come ogni cuore umano che si apre alla presenza divina.

Un Natale di Silenzio e Stupore

Ecco, in questo Natale, il mio desiderio è di poter rimanere in silenzio davanti al presepe, magari con le mie figlie, cercando di vedere, tra le luci, la bellezza del Bambino che nasce. Voglio fermarmi a contemplare quel dono straordinario che è la venuta di Cristo, senza aspettarmi nulla di più; forse allora sarà davvero un Natale diverso, un Natale che non ha bisogno di regali spettacolari, ma che trova la sua pienezza nel semplice stupore di essere amati da Dio, che è venuto per ciascuno di noi con tenerezza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Maria, Madre e Figlia: Riflessioni sull’Omelia di Papa Francesco. Maria figlia.

Durante la Messa dell’otto dicembre Papa Francesco ci ha regalato una bellissima omelia su Maria. La Madonna vista come donna. Pienamente donna. Donna che è figlia, donna che è moglie e donna che è madre. Mi è piaciuta tantissimo tanto che ho deciso di farne una serie di tre riflessioni. Oggi iniziamo con Maria figlia. Il Papa ha affermato:

Prima di tutto guardiamo all’Immacolata come figlia. Della sua infanzia i Testi sacri non parlano. Il Vangelo ce la presenta invece, al suo ingresso sulla scena della storia, come una giovane ragazza ricca di fede, umile e semplice. È la “vergine” (cfr Lc 1,27), nel cui sguardo si riflette l’amore del Padre e nel cui Cuore puro la gratuità e la riconoscenza sono il colore e il profumo della santità. Qui la Madonna ci appare bella come un fiore cresciuto inosservato e finalmente pronto a sbocciare nel dono di sé. Perché la vita di Maria è un continuo dono di sé.

Maria, come figlia di Dio, ci offre numerosi insegnamenti preziosi per la nostra vita spirituale e quotidiana. Ecco alcuni spunti:

1. Fiducia totale nel Padre

Maria ci insegna a fidarci pienamente di Dio, anche quando il Suo piano non è immediatamente comprensibile. Il suo fiat (“Avvenga di me secondo la tua parola” – Lc 1,38) è l’esempio perfetto di abbandono fiducioso alla volontà divina. Come ha detto Papa Benedetto XVI: Maria ci invita a mettere Dio al primo posto e a fidarci di Lui, che ci guida come un Padre amorevole.

Come Maria si è fidata pienamente del piano di Dio, gli sposi sono chiamati a fidarsi l’uno dell’altro e del progetto che Dio ha per loro.

2. Umiltà e disponibilità

Come figlia, Maria vive nella totale consapevolezza di essere amata da Dio e risponde con umiltà e apertura. Non si vanta del privilegio ricevuto, ma lo accoglie come un dono da condividere con l’umanità. San Bernardo di Chiaravalle diceva: Maria è l’umile serva che riconosce la propria piccolezza e lascia a Dio tutto il merito.

Maria insegna a vivere l’amore con umiltà, senza cercare di mettersi al centro, ma mettendosi al servizio. Questo atteggiamento può ispirare gli sposi a donarsi l’uno all’altro con generosità.

3. Obbedienza filiale

Maria ci insegna che la vera libertà nasce dall’obbedienza. La sua sottomissione alla volontà del Padre non è passività, ma un atto di amore consapevole. San Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: Maria è la figlia obbediente che vive ogni istante per glorificare il Padre, seguendo con prontezza ogni Suo desiderio.

Maria insegna ad accogliere con fede e pazienza le sfide, vedendole come parte del cammino verso una maggiore santità.

4. Gratitudine verso Dio

Maria è modello di riconoscenza. Il suo canto, il Magnificat (Lc 1,46-55), è un’esplosione di gratitudine verso Dio, che ha compiuto grandi cose in lei. Papa Francesco ci ricorda: Maria è la donna del sì e del grazie. Insegna che la gioia vera nasce dal riconoscere l’amore di Dio nella nostra vita. (Omelia, 15 agosto 2013)

Il Magnificat di Maria ricorda agli sposi di ringraziare Dio per il dono del loro amore e di riconoscere ogni giorno le benedizioni nella loro vita.

5. Vivere come figli amati

Maria vive la sua relazione con Dio come una figlia che sa di essere amata infinitamente. Questo amore la rende capace di affrontare con forza e serenità le difficoltà. Anche noi possiamo imparare a vivere con questa consapevolezza. San Giovanni Paolo II scriveva: In Maria vediamo cosa significa essere figli di Dio: accettare il Suo amore, corrispondere ad esso e lasciarsi trasformare. (Redemptoris Mater, 18)

La vita di Maria è un abbandono completo allo Spirito Santo. Maria la piena di Grazia. Per noi sposi significa aprire il cuore alla Grazia del sacramento del matrimonio. Che il nostro amore rifletta il Suo amore.

6. Essere strumenti di amore

Maria ci insegna, infine, che essere figli di Dio significa diventare canali del Suo amore per il mondo. La sua vita è un dono continuo per gli altri, a partire dal suo ruolo di Madre del Salvatore.

La vita di Maria è un continuo dono di sé. Per gli sposi, questo significa imparare a rinunciare all’egoismo per costruire un amore autentico e duraturo.

Antonio e Luisa

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La nostra parte

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,17-26) Un giorno Gesù stava insegnando. […] Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». […] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.

Questa volta prendiamo spunto dal Vangelo di ieri che abbiamo riportato non nella sua interezza ma soltanto per le poche frasi che aiutano la nostra riflessione.

Innanzitutto dobbiamo precisare che questo è un episodio raccontato nei tre Vangeli sinottici. Ogni evangelista mette in luce un particolare piuttosto che un altro. Proprio come accade quando sentiamo da più persone raccontarci un’esperienza che li accomuna, ogni racconto non sarà esattamente uguale all’altro. Ogni persona lo racconterà filtrato dai propri occhi e dalla propria personalità. Tuttavia, l’esperienza è la stessa e l’evento accaduto è il medesimo. Con queste semplici premesse affrontiamo il brano della guarigione del paralitico.

Non trovate strano che questi uomini abbiano tutta questa fretta, quasi importuni, ossessionati dal presentare a Gesù l’amico paralitico? Non potevano aspettare che finisse di predicare? Non bastava mettersi in fila come tutti gli altri? E dov’erano i bodyguard di Gesù, non si sono accorti che questi stavano saltando la fila?

Non cercheremo tanto di dare risposta a queste legittime domande. Cercheremo di scoprire l’insegnamento che si cela dietro a questo evento realmente accaduto.

È curioso notare come Gesù operi il miracolo a beneficio del paralitico per la fede dei suoi amici. Non avviene a causa di una richiesta del paralitico stesso. Il malato non apre bocca fino alla guarigione e solo per glorificare Dio. Il primo miracolo che opera Gesù non è nel corpo. Non è quello eclatante ed evidente. È quello che avviene nell’anima.

L’anima ha la priorità perché immortale. Il nostro corpo è certamente imprescindibile poiché ci salviamo con e attraverso di esso. Tuttavia, è un corpo corruttibile, un corpo che consegniamo alla terra … in attesa della risurrezione finale con il nostro corpo purificato, glorioso ed immarcescibile. Non dobbiamo quindi né disprezzarlo né idolatrarlo, ma trattarlo come tempio dello Spirito Santo, secondo l’insegnamento di San Paolo.

Come trattiamo il corpo nostro e quello del nostro coniuge? Come tempio dello Spirito Santo o no?

Spesso si legge questo episodio con gli occhi del paralitico. Immedesimandosi in lui, siamo portati a riflettere e fare l’esame di coscienza. Anche noi abbiamo dentro una malattia che ci paralizza nel cammino di santità. Forse non sarà una malattia del corpo. Tuttavia, certamente qualche malanno nell’anima lo troviamo tutti. E la paralisi maggiore in questo percorso è il peccato per antonomasia, ossia il cosiddetto peccato mortale. E quest’analisi è senz’altro giusta e indefettibile.

Pochi però provano a leggere l’accaduto ponendosi nei panni degli amici che portano il lettuccio del paralitico. L’avranno portato da Gesù contro la sua volontà? Oppure sarà stato lui a chiedere loro un favore? Non si sa. Possiamo fare solo ipotesi. Quel che è certo è che da solo non ce l’avrebbe fatta. Non avrebbe quindi ottenuto il perdono dei peccati (prima) e la guarigione miracolosa del corpo (dopo).

Quanti sposi si pongono come quegli amici testardi e portano da Gesù qualche altra coppia? A volte basta accompagnare uno dei due sposi. Da solo, non riuscirebbe a piazzarsi davanti a Gesù. Chi di noi lo fa? Chi di noi mette in questo gesto tutta la fede testarda e quasi ossessionata degli amici del paralitico?

Coraggio sposi, non temiamo di calare dal tetto qualche persona amica e piazzarla davanti a Gesù… quando è lì, poi ci pensa Gesù, noi abbiamo finito la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Le piccole volpi: un pericolo sottovalutato

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Fanno la loro comparsa dei “teneri animaletti“. Sono davvero così innocui? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Catturate per noi le volpi,

le volpi piccoline

che devastano le vigne:

le nostre vigne in fiore!

Nel Cantico dei Cantici, l’immagine delle piccole volpi sembra inizialmente tenera e innocua. Tuttavia, il testo ci invita a vigilare attentamente: queste piccole volpi possono essere letali per la vigna in fiore. Ma cosa rappresentano queste “volpi” nella vita matrimoniale?

San Giovanni Paolo II, nel suo magistero sulla famiglia, sottolineava che l’amore coniugale deve essere continuamente curato, poiché anche i piccoli gesti di disattenzione possono minare la solidità del rapporto. “L’amore autentico è esigente, ma proprio per questo è fonte di vera libertà” (Familiaris Consortio, n. 14).

Una vigna rigogliosa

Il matrimonio, all’inizio, è spesso paragonabile a una vigna fiorita: piena di colori, profumi, bellezza e promesse di frutti abbondanti. È una stagione di gioia che dona sostanza e fondamento alla vita degli sposi. Tuttavia, come ogni vigna, anche la relazione matrimoniale è fragile e può essere attaccata, non necessariamente da eventi straordinari, ma da piccole minacce quotidiane.

Le piccole volpi: cosa sono?

Le piccole volpi sono le mancanze quotidiane, le abitudini dannose e le omissioni apparentemente insignificanti. Non sono i “grandi uragani” della vita, come lutti o tradimenti, a distruggere molti matrimoni, ma piuttosto queste piccole insidie trascurate. Giovanni Paolo II ci ricorda: “La grande tentazione del matrimonio è la routine, che rischia di spegnere il fuoco dell’amore. È necessario un rinnovamento continuo del dono reciproco” (Homilia sobre el Matrimonio, 1980).

Esempi di piccole volpi nella vita matrimoniale includono:

  • Non salutare il coniuge al momento di uscire o tornare a casa.
  • Evitare momenti di tenerezza o dialogo, rifugiandosi invece in distrazioni come televisione o smartphone.
  • Trascurare la preghiera e l’unione spirituale come coppia.
  • Lasciarsi sopraffare dalla stanchezza e non coltivare l’intimità fisica.

Il pericolo degli sciacalli

Secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, l’ebraico antico utilizza lo stesso termine per indicare sia le volpi sia gli sciacalli. Gli sciacalli, che si cibano di carogne, diventano un simbolo delle “morti relazionali” che si accumulano nel tempo, se non affrontate. San Giovanni Paolo II ci esorta: “Non abbiate paura delle difficoltà della vita familiare. Esse possono essere superate con l’amore, la pazienza e la grazia di Dio” (Familiaris Consortio, n. 13).

Scacciare le piccole volpi

Per salvaguardare la bellezza della vigna matrimoniale, è necessario identificare queste piccole volpi e scacciarle con determinazione. Gli sposi sono chiamati a un rinnovamento costante, a prendersi cura del loro rapporto con impegno e creatività. Come insegna Giovanni Paolo II: “L’amore si consolida e si rinnova nel dono di sé quotidiano, nelle attenzioni piccole e grandi che rafforzano il legame e rendono il matrimonio sempre più simile al sogno di Dio per l’uomo e la donna” (Catechesi sull’Amore Umano, 1981).

Il matrimonio è una vigna preziosa, affidata alle nostre mani. Sta a noi coltivarla con cura, liberarla dalle piccole volpi e proteggerla dagli sciacalli, affinché possa continuare a fiorire e portare frutti di amore e gioia.

Antonio e Luisa

Sì, lo voglio

Cari sposi, questa seconda domenica di Avvento coincide con la solennità dell’Immacolata. Di per sé questa festa fa riferimento all’attimo in cui Maria è stata concepita a conseguenza di un atto di amore tra Gioacchino ed Anna. Nel momento stesso in cui Maria diventa persona, viene simultaneamente protetta da ogni influsso del peccato originale, caso unico in una persona umana nell’arco di tutta la storia.

Tuttavia, il Vangelo odierno non fa riferimento a ciò ma piuttosto ci mostra il risultato e il motivo per cui Le è stata riservata una tale grazia: divenire terreno fertile per accogliere il Verbo. Ed ecco allora il brano dell’Annunciazione.

Il succo della vicenda è che Maria, a sua insaputa, viene coinvolta in un piano di salvezza meraviglioso e straordinario. Lei sarebbe divenuta la Mamma di Dio e pertanto anche la Madre della Chiesa, cioè di noi tutti.

Aveva circa 15 anni quando accadde la scena che ci presenta l’evangelista Luca. A quell’età, quali sogni e speranze potevano essere presenti nel suo cuore? Cosa desiderava per la sua vita? Di sicuro tante aspettative, in accordo a quel Suo cuore generoso. Mai, però, avrebbe sospettato quanto le riservava la Provvidenza.

Il fatto sconvolgente è che Maria acconsente in poco tempo a un cambio drastico di piani. Proviamo a metterci nei suoi panni: come reagiamo noi davanti agli svarioni della vita? Pensiamo all’irruzione di una malattia che modifica stili di vita, economia, relazioni interpersonali, ecc.? Oppure all’arrivo di un figlio, con il turbine di sconquassamenti in ogni ambito della vita di una famiglia?

Spesso situazioni simili richiedono un tempo congruo di assimilazione e di interiorizzazione prima di poter dire che abbiamo fatto pace e accolto nella fede quanto ci accade. Invece, Maria, praticamente su due piedi, dice “sì, lo voglio”. Ma che cuore magnanimo e che fede smisurata aveva questa ragazza!

Cosa può insegnare agli sposi l’assenso sollecito e solerte di Maria?

Anzitutto che siamo nati per far parte di un grande disegno di amore. Dio ci ha associati al Suo piano di salvezza e ha pensato al nostro ruolo migliore. È ciò che Maria ha intuito da subito e per tutta la sua vita lo ha recepito e fatto Suo in maniera sempre più consapevole.

Tuttavia, si può dire con certezza che il “fiat” riguarda un consenso matrimoniale a tutti gli effetti, cioè Maria vuole aderire alla volontà di Dio fino in fondo sebbene implichi accogliere qualcosa che non comprende del tutto e in parte La spaventa.

Papa Giovanni Paolo II, a tale riguardo dice qualcosa di molto forte:

In queste nozze divine con l’umanità Maria risponde all’annuncio dell’angelo con l’amore di una sposa capace di rispondere e di adeguarsi alla scelta divina in maniera perfetta. […] Soltanto questo perfetto amore sponsale, profondamente radicato nella sua completa donazione verginale a Dio, poteva far sì che Maria divenisse «Madre di Dio» in modo consapevole e degno, nel mistero dell’incarnazione” (Giovanni Paolo II, udienza 2 maggio 1990).

Ecco, allora, cari sposi che la solennità dell’Immacolata parla anche di voi, della chiamata ad entrare come coppia in quel Progetto a cui il Signore da sempre ha associato. Un piano che porta con sé fecondità e felicità, sebbene a volte passi per vie non sempre decifrabili. L’esempio della Vergine vi sia di testimonianza e la Sua guida una potente intercessione.

ANTONIO E LUISA

Molti giovani temono le scelte definitive, preferendo il non definitivo per paura di sbagliare e non poter tornare indietro. Cercano garanzie, specialmente riguardo al matrimonio, temendo il fallimento. Così, però, rinunciano al progetto di Dio, perdendo la pienezza della vita e la pace del cuore di chi dice sì a Lui. Rendono precaria la loro vita e i loro affetti. Noi, sposi maturi, siamo chiamati a testimoniare che il sì a Dio, espresso nel sì al coniuge, è fonte di gioia. Meglio rischiare e vivere appieno, che non scegliere affatto. Maria ci ispiri con il suo fiat!

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Il Matrimonio e le Trappole di satana

La relazione tra gli sposi e la crescita personale di ogni persona passano attraverso il perfezionamento verso il bene e la verità di ogni componente umana. Noi cristiani quindi non possiamo sottovalutare che abbiamo un’anima. La nostra parte più trascendente. Per questo non possiamo disinteressarci dell’influsso di satana nella nostra vita. So che tanti fanno fatica a crederci ma credo che siano verità che fanno parte della nostra fede e vanno conosciute.

Il matrimonio cristiano è una vocazione sacra che riflette l’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Per questo motivo, il diavolo lo odia e tenta in ogni modo di distruggerlo. Come ha ricordato Papa Francesco: “Il demonio ha due armi potenti per distruggere la Chiesa: le divisioni e il denaro. Il matrimonio è immagine della Chiesa, e dunque il demonio lavora per seminare discordia anche tra gli sposi.”

Questa battaglia spirituale si manifesta sia con tentazioni ordinarie che straordinarie, come ossessioni, vessazioni o, nei casi più gravi, possessioni. Tuttavia, gli sposi che vivono l’amore coniugale nella gratuità e nella totale donazione non hanno nulla da temere. San Giovanni Paolo II ci ha insegnato che: “L’amore vero si realizza nel dono sincero di sé. Gli sposi che vivono questa realtà partecipano dell’amore stesso di Dio.” Ma siccome la maggior parte di noi fatica a raggiungere tali vette, è essenziale essere consapevoli delle trappole che il demonio usa per allontanarci dal piano di Dio.

1) Le sedute spiritiche, pozioni magiche, magia bianca e nera.

Papa Benedetto XVI ha sottolineato la pericolosità di queste pratiche: “Nel tentativo di dominare il futuro o influenzare eventi al di fuori della volontà divina, l’uomo si apre a forze oscure che lo portano lontano da Dio. Solo la luce di Cristo libera dal potere delle tenebre.” Queste attività, spesso mascherate da innocue curiosità, sono in realtà porte spalancate verso l’occultismo e il demonio.

2) Cartomanti, occultisti e guaritori.

A coloro che si rivolgono a maghi e cartomanti per problemi di salute, lavoro o amore, Papa Francesco ha ricordato: “Rivolgersi agli indovini o a chi promette di risolvere i problemi con mezzi magici significa negare la fiducia in Dio. Questo è peccato contro il primo comandamento.” Queste pratiche possono sembrare efficaci inizialmente, ma conducono a schiavitù spirituale, truffe e manipolazioni. Secondo l’Osservatorio Antiplagio Italiano, 12 milioni di italiani cadono in queste trappole, soprattutto tramite internet e social media.

3) La televisione come veicolo di occultismo.

In molte trasmissioni televisive si promuovono maghi, astrologi e stregoni. San Giovanni Paolo II avvertiva: “I mezzi di comunicazione sociale hanno una responsabilità speciale nel formare le coscienze. La diffusione di pratiche occulte contribuisce a una cultura della morte e della confusione spirituale.”

4) Internet e social media.

Papa Francesco ha messo in guardia contro l’uso improprio del web: “Internet è un dono di Dio, ma quando diventa un veicolo di odio, menzogna o pratiche che offendono Dio, si trasforma in uno strumento del maligno.” Contenuti legati al satanismo, al rock estremo o all’occultismo abbondano online, avvicinando le persone, soprattutto i giovani, a pericoli spirituali.

5) Tatuaggi e piercing con significati occulti.

Sebbene non sempre siano problematici, quando tatuaggi e piercing si ispirano a simboli satanici o esoterici, rappresentano una profanazione del corpo. Come ricorda San Giovanni Paolo II: “Il corpo è chiamato a glorificare Dio e non può essere strumento di idolatria o simbolo di ribellione.”

6) La pornografia: una ribellione al progetto di Dio sugli sposi.

La pornografia è una delle trappole più diffuse e devastanti. Papa Francesco ha definito questo fenomeno un “attentato alla dignità umana”, aggiungendo: “La pornografia distrugge i legami d’amore e rende schiavi del piacere egoistico, privando l’uomo della capacità di amare veramente.” L’ossessione per il piacere conduce alla perversione e, nei casi più gravi, al satanismo.

7) La massoneria.

La massoneria è stata più volte condannata dalla Chiesa per i suoi legami con pratiche esoteriche e culti contrari a Dio. Papa Leone XIII, nella sua enciclica Humanum genus, scrisse: “La massoneria cerca di sovvertire l’ordine cristiano, promuovendo un’umanità separata da Dio, sotto l’apparenza di benevolenza e progresso.” Le testimonianze confermano l’uso di riti magici e la venerazione di Lucifero in alcuni ambienti massonici.

8) La maledizione generazionale.

Papa Francesco ha più volte richiamato l’importanza di benedire, non maledire: “La benedizione è un dono che porta pace e vita. La maledizione, al contrario, nasce dal cuore chiuso a Dio e alimenta il male.” Maledire i figli o rivolgersi a maghi per potenziare tali maledizioni è un grave peccato e un pericolo spirituale.

9) La separazione coniugale.

La separazione è una ferita dolorosa, spesso sfruttata dal maligno per alimentare odio e risentimento. Papa Benedetto XVI ha detto: “Il perdono tra gli sposi è l’unica via per superare le crisi e aprirsi alla grazia di Dio, che può trasformare anche le situazioni più difficili.” Quando si cede al risentimento, si può cadere nella tentazione di vendette spirituali pericolose.

10) Halloween e l’occultismo.

Padre Francesco Bamonte, vicepresidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti, ha dichiarato: “Halloween, pur presentato come gioco innocente, abitua i giovani a una mentalità che banalizza il male e apre alla fascinazione per l’occulto. La mia esperienza come quella di altri esorcisti, mostra come la ricorrenza di Halloween incluso il tempo che la prepara, sia di fatto per alcuni giovani, un momento privilegiato con realtà varie o comunque legate al mondo dell’occultismo, con conseguenze gravi non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Papa Francesco ci ricorda che l’unica vera festa è quella della comunione con i santi: “Celebriamo la santità, non il male. Siate santi, perché Dio è santo.”

Queste sono alcune delle trappole che ci possono irretire, dobbiamo essere sempre vigilanti e radicarci, fonderci in Gesù Cristo e Maria. Bisogna avere l’umiltà di rivolgersi agli esorcisti in modo da affrontare correttamente i disturbi fisici e mentali a cui non ci sono spiegazioni mediche. Questi sono tempi di prova, ma anche di speranza, siamo in piena Apocalisse, alziamo il capo perché la nostra liberazione è vicina. Siccome Gesù è infinitamente buono, ci ha donato nuove esagerazioni d’amore tramite i Libri di Cielo vergati da Luisa Piccarreta per darci lo strumento per fonderci completamente in Lui e sconfiggere definitivamente il demonio. Nel volume 17 del 22 settembre 1924 dice: “ Figlia mia sono proprio loro ( i demoni); vorrebbero che non scrivessi sulla mia Volontà e quando ti veggono scrivere Verità importanti sul vivere nel mio Volere, soffrono un doppio inferno e tormentano di più i dannati; temono tanto che potessero uscire questi scritti sulla mia Volontà, perché si veggono perduto il loro regno sulla terra, acquistato da loro quando l’uomo, sottraendosi dalla Volontà Divina, diedero libero il passo alla sua volontà umana”.
Che meraviglia! Entriamo nella Volontà Divina leggendo i 36 volumi– Libro di Cielo-, facendo diventare ogni verità di Gesù la nostra vita ed entriamo nell’Avvento del Regno di Dio!

Riccardo Rossi e Antonio De Rosa

Fonti per questo articolo:

L’omicida sconfitto, libro,  autore Fra Benigno esorcista
La mia esperienza di esorcista, libro, autore Cataldo Migliazzo (sacerdote ora in Cielo)
Il diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio, libro, autore Fra Benigno
Libro di Cielo, volume 17, diario della Piccola figlia della Divina Volontà Luisa Piccarreta
Testimonianza di un ex massone Maurice Caillet:  https://www.youtube.com/watch?v=Y62cFFgmYEg&t=994s
Intervista a Padre Francesco Bamonte presidente dell’Associazione internazionale esorcisti su Hallowen: https://archivio.agensir.it/2018/10/31/halloween-e-una-festa-pericolosa-parlano-gli-esorcisti-non-e-un-gioco-innocente-ma-un-progetto-contro-il-cristianesimo/
Osservatorio Antiplagio: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/05/17/osservatorio-antiplagio-20-degli-italiani-si-rivolge-ai-maghi_4da5ebec-aeb5-40c7-bd6e-18cd563fc582.html

Per approfondire le verità di Cielo: https://www.adveniatregnumtuum.it/

Uno specchio senza sconti che rivela chi siamo

Il matrimonio cristiano è curativo. Parlando con un’amica terapeuta abbiamo condiviso la convinzione che l’amore gratuito e l’accoglienza gratuita che il nostro coniuge ci dona, di tutta la nostra persona, anche nelle parti meno amabili, possano davvero aiutarci a guardarci con uno sguardo diverso, a vederci preziosi e a superare determinate ferite scaturite dalla paura di non essere amati o desiderati. Esattamente come accade nella relazione con Gesù. Ci guarisce dalle nostre paure.

Il romanzo La storia infinita di Michael Ende offre molteplici immagini simboliche che rimandano a temi profondi, tra cui proprio questo. Uno degli episodi più memorabili è quello dello Specchio di Atreiu, nel quale il giovane protagonista, per proseguire il suo viaggio, deve affrontare uno specchio che riflette la verità più profonda di chi vi si specchia. Atreiu, nell’istante in cui si guarda, vede non solo sé stesso, ma anche le parti nascoste e inconfessate del proprio animo. È uno specchio spietato, che non lascia spazio a inganni o apparenze: chiunque si guardi è costretto a confrontarsi con la verità del proprio essere, anche con i propri limiti e paure più intime. Questo momento riflette il tema dell’autoconoscenza e dell’accettazione delle proprie fragilità come un passo essenziale per la crescita personale.

Questo concetto dello specchio può essere metaforicamente applicato alla relazione matrimoniale, in particolare nel contesto del matrimonio cristiano. Nella visione cristiana, il coniuge diventa uno specchio attraverso il quale possiamo vedere noi stessi in modo autentico e veritiero, riflettendo sia gli aspetti luminosi sia quelli più oscuri del nostro essere. Il sacramento del matrimonio, infatti, invita i coniugi a vivere una dimensione di trasparenza e accettazione reciproca.

Gli ultimi papi hanno espresso più volte questo concetto. Lo ha fatto Giovanni Paolo II: “Nel matrimonio, l’uomo e la donna si trovano di fronte a loro stessi, a volte vedendo riflessi i propri limiti, ma imparano a crescere nell’amore e nella comunione” (Udienza Generale, 18 agosto 1982). Lo ha fatto anche Benedetto XVI: “L’amore tra marito e moglie è segnato dal confronto continuo con l’altro, che ci rimanda la nostra vera immagine, inclusi i difetti, e ci chiama a migliorare e crescere insieme” (Deus Caritas Est, 17).

Così come Atreiu vede riflesso tutto di sé nello specchio, anche nel matrimonio cristiano ci confrontiamo con l’immagine di noi stessi che l’altro ci rimanda, un’immagine che non possiamo sempre controllare o plasmare secondo i nostri desideri.

Lo sguardo del coniuge diventa allora uno specchio che rivela le parti di noi stessi che vorremmo nascondere. In una relazione autentica, l’altro ci spinge a rivelare le nostre fragilità, le paure e le insicurezze. È uno specchio che non inganna e non addolcisce la realtà, ma che ci permette di vedere chi siamo veramente, anche quando ci risulta difficile o doloroso. Nel matrimonio cristiano, questa verità ha un valore particolare: il coniuge, lungi dall’essere un semplice osservatore, è chiamato ad amare l’altro nella sua totalità, accogliendo non solo le qualità ma anche le debolezze. Questo sguardo non giudicante, ispirato dall’amore di Cristo, permette a entrambi i coniugi di accettare sé stessi e di crescere insieme nella santità.

L’analogia dello specchio, quindi, sottolinea come il matrimonio sia un percorso di trasformazione interiore. Guardarsi nello specchio di un altro significa accettare di mettere da parte l’orgoglio, riconoscere i propri errori e lavorare per diventare una versione migliore di sé, in un cammino condiviso che punta all’unità e all’amore. In questo processo, entrambi i coniugi sono continuamente chiamati a scegliere di rimanere insieme nonostante le imperfezioni reciproche, perché l’amore coniugale è innanzitutto una decisione, un impegno che viene rinnovato ogni giorno.

Infine, mentre Atreiu affronta il suo specchio come un singolo eroe, nel matrimonio cristiano l’esperienza dello specchio è condivisa. Non si tratta di un viaggio individuale, ma di un cammino che si compie insieme, sostenendosi a vicenda. La relazione matrimoniale diventa così uno spazio sacro in cui ciascuno può crescere attraverso l’altro, specchiandosi in lui o lei e trovando non solo i propri limiti ma anche la capacità di superarli. La forza di questo percorso deriva proprio dal fatto che, come nello specchio di Atreiu, la verità che vediamo riflessa non è mai fine a sé stessa, ma è sempre un invito a migliorare, a diventare più autentici, più capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Non un pacchetto da scartare ma …

L’Avvento è iniziato e poche settimane ci separano, ormai, dal Santo Natale. Sì, mi piace definirlo così perché non è il Natale commerciale di pandori, panettoni, mangiate o quant’altro ma il giorno in cui ricordiamo, celebriamo, riattualizziamo l’evento degli eventi: la nascita di Gesù in questo nostro mondo. La nascita di Dio come uomo. L’eternità che si fa tempo. L’infinito che si fa finito nel corpo di un neonato. L’Onnipotente che si fa indifeso, tenero, bisognoso di una mamma e di un papà.

Incoerenza e distrazioni natalizie

Chiarito questo, purtroppo dobbiamo ammettere di essere – tutti – poco coerenti e poco costanti. Poco coerenti perché troppe volte e troppo spesso mettiamo in cima alla lista delle preoccupazioni quella di che doni fare. E poco costanti perché, distratti dalla frenesia e dalla corsa ai regali di questo periodo, preghiamo poco. Molto meno di quello che dovremmo. Perdiamo tempo in fila ai negozi ma ne passiamo poco in meditazione, pensando a ciò che Dio ha fatto per noi. C’importa di più riuscire ad accaparrare un’offerta, magari sfumata nel Black Friday, che l’occasione di una buona confessione. C’interessa di più l’apparenza delle cose che la verità dell’anima.

Un regalo originale e autentico

Ma un’alternativa c’è. È un regalo davvero originale. Che non c’è mai stato prima. Un regalo in grado di sopperire alla nostra scarsità di coerenza e di costanza di cui sopra. Non un pacchetto da scartare, non un gioiello da esibire, non un modello di smartphone da far invidia a tutto il vicinato. Molto, molto di più! Un dono. Dono nel vero, autentico, liberante senso della parola ossia qualcosa di gratuito, di bello, di spontaneo, senza aspettarsi nulla in cambio. Una carezza, un gesto bellissimo d’amore puro. E che, proprio come il sorriso della celebre poesia di Padre Faber, “Rende felice il cuore: arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona”.

La Cappella per i bimbi “nati in Cielo”

Si tratta della possibilità di dare il proprio libero contributo per un progetto straordinario. Ispirazione che i Padri Carmelitani Scalzi di Arenzano (GE) stanno realizzando proprio all’interno del loro Santuario, dedicato al Bambin Gesù di Praga. Sto parlando della Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti. I Padri Carmelitani sono sempre molto attenti a questo tema e a quello dell’infanzia sofferente, tant’è che da anni ogni 28 del mese (giorno che richiama il 28 dicembre, memoria liturgica dei Santi Martiri Innocenti) ci si riunisce con loro in preghiera proprio per questa intenzione. Ora abbiamo la bella (e imperdibile) opportunità per aiutarli concretamente con un gesto di carità ed accelerare, così, le tempistiche per la realizzazione della Cappella. Diventerà, senza dubbio, un luogo importantissimo di preghiera: sia fisico (perché chiunque potrà recarvisi) sia spirituale (perché con il cuore, a qualunque ora del giorno o della notte, potremo affidare le nostre preghiere, intenzioni, speranze). Un punto di riferimento, insomma, per quella che possiamo a tutti gli effetti definire la teologia del valore della vita dei bambini non nati e di quelli che soffrono. La costruzione è già partita e la durata dei lavori dipenderà dai contributi che arriveranno.

“A Natale puoi”: un invito alla generosità

Una celebre pubblicità viene trasmessa accompagnata dall’inconfondibile motivetto “A Natale puoi”. Già, possiamo. Possiamo fare qualcosa di nuovo, di grandioso, di generoso. Non servono chissà che cifre. Ognuno sa quel che è in grado di donare. Ma l’importante è farlo, e farlo con il cuore. Luoghi sacri come la Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti non sono ancora così diffusi. Mentre è assai alto il nome di persone coinvolte in tutto quello che essa rappresenta. E il Santo Natale è il momento propizio per aprire il cuore, non solo e non tanto il portafoglio spendendo per cose inutili, che lasciano un senso d’indifferenza e di vuoto nell’averle regalate o nell’averle ricevute. Il Santo Natale è il momento propizio per svuotarci del superfluo e accorgersi degli altri, delle difficoltà, delle fatiche, dei dolori degli altri. Gesù è nato proprio per questo. Facciamo nostro tale originalissimo dono! Partecipiamo e diffondiamo. Sarà molto più bello aver – e averci – dato tale opportunità piuttosto che scartare l’ennesimo pacchetto, magari contenente qualcosa che non è o non ci è piaciuto. Anche perché, c’è una cosa molto importante da ricordare: “il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Fabrizia Perrachon

P.S.: chi volesse donare, può farlo trasmettendo la propria offerta tramite il seguente IBAN: IT21D0760101400000000002170 intestato a Santuario del Bambin Gesù di Arenzano (già utilizzato da anni, per le offerte al Santuario di Arenzano. Consiglio di specificare nella causale il motivo della donazione).  Il sito ufficiale è: https://www.gesubambino.org/

Scienza e Fede: Come Gestire le Discussioni con Amore

Un litigio può divampare in pochi istanti, ma altrettanto velocemente può essere disinnescato. Uno studio recente dell’Università di St. Andrews, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, ha rivelato che una pausa di soli cinque secondi è sufficiente per interrompere l’escalation emotiva durante una discussione. Analizzando 81 coppie, i ricercatori hanno scoperto che questa breve pausa aiuta a ridurre l’effetto degli ormoni dello stress che si accumulano durante un conflitto.

Nel momento in cui ci si ferma, si attiva un processo di riflessione che consente di tornare a un equilibrio emotivo, favorendo una comunicazione più chiara e pacata. Ma questo principio, che la scienza documenta, trova un’eco straordinaria nella spiritualità cattolica, dove la gestione del conflitto è spesso associata a virtù come la mitezza, la pazienza e l’umiltà.

La saggezza dei santi sulla gestione dei conflitti

San Francesco di Sales, noto per il suo temperamento pacifico e per i suoi insegnamenti sulla dolcezza, scriveva: “Nulla vince più dolcemente e saldamente della mitezza.”
Questa virtù, secondo il santo, è essenziale per affrontare le tensioni con uno spirito di riconciliazione e rispetto reciproco. Fermarsi per cinque secondi, come suggerisce lo studio, è un atto di mitezza che spezza il ciclo della reattività impulsiva.

Allo stesso modo, Santa Teresa di Lisieux, nelle sue lettere, sottolineava l’importanza di non reagire d’impulso: “Quando sento nascere in me una parola aspra, mi sforzo di sorridere e di cambiare tono. Questa è la mia piccola vittoria.”
La “pausa” scientifica diventa così un momento di grazia in cui scegliere di rispondere con amore anziché con rabbia.

Le parole dei papi: una guida per la pace familiare

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la pazienza e il dialogo: “Non lasciate mai finire la giornata senza fare la pace. Mai.”
L’appello del Papa richiama l’importanza di riconciliarsi, ma anche di prevenire l’escalation dei conflitti. La pausa di cinque secondi suggerita dalla scienza potrebbe essere proprio il punto di partenza per applicare questo consiglio nella vita quotidiana.

Anche San Giovanni Paolo II, parlando del matrimonio come “via di santità”, esortava a praticare l’ascolto attivo e il perdono: “La famiglia si costruisce ogni giorno attraverso gesti d’amore e perdono reciproco.”
Una pausa breve, in cui sospendere ogni giudizio, è un gesto d’amore che apre alla comprensione e alla misericordia, pilastri fondamentali di ogni relazione cristiana.

Scienza e fede: una convergenza significativa

Lo studio dell’Università di St. Andrews ci ricorda quanto il nostro cervello sia influenzato dagli ormoni dello stress. Quando discutiamo, il cortisolo e l’adrenalina prendono il sopravvento, offuscando la capacità di pensare razionalmente. Fermarsi per cinque secondi non è solo una pausa fisica, ma un atto che consente alla mente di tornare lucida.

Nella prospettiva cristiana, questa pausa può essere trasformata in un momento di preghiera o invocazione interiore. Un’Ave Maria sussurrata o una semplice richiesta di aiuto a Dio può dare una dimensione spirituale a quel tempo di riflessione, trasformandolo in un’occasione per cercare la pace del cuore.

Un cammino di conversione quotidiana

Litigare fa parte della natura umana, ma il modo in cui affrontiamo il conflitto rivela chi siamo e quali valori ci guidano. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).
Questa frase ci invita a risolvere i contrasti con rapidità e a non permettere che la rabbia prenda il sopravvento.

La scienza ci offre strumenti pratici per gestire le tensioni, ma è nella luce della fede che troviamo la motivazione più profonda: amare come Cristo ci ha amati, con pazienza, perdono e mitezza. La pausa di cinque secondi, dunque, può essere non solo una tecnica psicologica, ma anche un momento di grazia che trasforma il conflitto in opportunità di crescita personale e spirituale.

In un mondo frenetico, imparare a fermarsi, respirare e riflettere è un’arte preziosa, che la scienza e la fede, insieme, ci insegnano a coltivare.

Antonio e Luisa

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Fame d’amore

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37) […] Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». […] Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo Vangelo sarà letto nella Santa Messa di domani, ormai il quarto giorno di questo Avvento, e, probabilmente, la Chiesa ci propone questo brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci per farci comprendere che quel bambino che stiamo aspettando è veramente Dio fatto uomo. Altrimenti quale uomo potrebbe compiere miracoli così eclatanti se non fosse Dio?

Ma al di là della famosa scena miracolosa vogliamo proporvi la riflessione sulla frase di Gesù, infatti non abbiamo riportato il brano nella sua interezza, ma ci siamo limitati a ciò che serviva per la meditazione.

Sicuramente i protagonisti di quella vicenda avranno vissuto l’evento per la cruda realtà che a loro si mostrava, però non v’è dubbio che l’evangelista Matteo abbia riflettuto bene su cosa scrivere nel suo “reportage” e di come descrivere i fatti. Tutti i Padri della Chiesa concordano nel vedere la moltiplicazione dei pani e dei pesci come una prefigura dell’Eucarestia, ed è proprio in questo ambito che si muove la nostra riflessione.

Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Noi vediamo in questi tre giorni la simbologia dei tre giorni di Cristo nel sepolcro. Ed infatti non c’è da mangiare. Quando si sta in una condizione mortifera non solo non si mangia, ma niente sfama. Ossia quando si vive una condizione in cui sembra morta la relazione col proprio coniuge, sembrano morte anche le altre relazioni, morte degli affetti, morte dell’entusiasmo di vivere, si vive insomma come una morte nel cuore, la quale morte invade tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. Gesù mostra anche una tenerezza e una concretezza umane che zittiscono i fautori del Gesù simbolico e non storico. Gesù sa che quando abbiamo la morte nel cuore nulla sfama, perché la fame del cuore è la fame di amore. Ed il Suo desiderio è quello di non lasciarci a bocca asciutta, altrimenti veniamo meno lungo il cammino della vita, ovvero ci scoraggeremmo se non avessimo il nutrimento d’amore necessario.

Questa attenzione alla vera fame del cuore è stata raccolta dalla sposa di Cristo, la Chiesa, la quale ha fatto in modo di non lasciarci mai senza quel pane di Amore che nutre il cuore, l’Eucarestia.

Cari sposi, se non vogliamo scoraggiarci lungo il cammino della vita matrimoniale, è necessario che diamo da mangiare al nostro cuore l’unico vero cibo che non perisce e che è farmaco di immortalità: l’Eucarestia, maestra di una vita spesa per amore. Se vogliamo imparare ad amarci sempre di più e sempre meglio bisogna che cominciamo in questo Avvento a considerare l’opportunità di aggiungere qualche Santa Messa infrasettimanale completata dalla santa comunione.

E’ lo stesso Gesù che mostra di preoccuparsi della nostra fame d’amore.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Coraggio sposi, perché l’Eucarestia non toglie niente, ma dona tutto ed in abbondanza, addirittura ne avanza perché è talmente grande che ci supera ed arriva anche a chi ci incontra. Quando il cuore vive questa esperienza non è un cuore gonfio, ma un cuore traboccante di Amore, ce n’è di più di quel che serve.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Fammi scorgere il tuo volto

Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Alzati, amica mia, mia incantevole, e vieni via!

Mia colomba che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

fammi scorgere il tuo volto,

fammi ascoltare la tua voce,

perché la tua voce è soave, il tuo volto è leggiadro.

“Alzati e vieni! Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente.”

Queste parole del Cantico dei Cantici sono un invito a vivere un amore profondo. Uno sguardo che accoglie l’altro senza giudizi, barriere o paure.

Non temere i tuoi difetti

“Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia.” L’amore vero vede oltre le imperfezioni. Tutto ciò che siamo, anche le nostre fragilità, diventa bellezza per chi ci ama. Come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.”

Lo sguardo che riduce

Il contrario dello sguardo d’amore è lo sguardo pornografico. Questo sguardo non vede l’interezza della persona, ma la riduce a un oggetto. Quante volte, nei discorsi comuni, le donne vengono identificate con una parte del loro corpo? Questo sguardo non permette di amare davvero. Come ammonisce Papa Francesco: “L’amore non si può comprare o vendere. È un dono gratuito.”

Lo sguardo puro dello sposo

Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Egli riesce a cogliere la bellezza totale dell’amata.“Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante.” Questo sguardo non possiede, ma rispetta. Riconosce la persona come un mistero da amare. Come diceva San Francesco di Sales: “La vera bellezza, come l’amore vero, nasce dal cuore.”

Uno sguardo che libera

La Sulamita, guardata con amore puro, si sente libera di mostrarsi senza difese. Lo sposo non la usa, ma la accoglie. Questo sguardo è anche un sostegno. San Giovanni Crisostomo scriveva: “Il marito deve rispettare la moglie non come una schiava, ma come un’anima libera. Nulla la rende più felice del sentirsi amata.”

Cari uomini, purifichiamo il nostro sguardo

Davvero il nostro sguardo, cari uomini, deve essere purificato. Le nostre spose percepiscono se le guardiamo con amore autentico o con uno sguardo inquinato. Questo cambiamento richiede impegno. Costa fatica. Ma porta una grande trasformazione nella relazione.

Quando recuperiamo lo sguardo d’amore del Cantico, la relazione diventa un vero canto. Come disse San Paolo: “Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa.”

Diventiamo protagonisti del Cantico

Dio ci ha donato il Cantico dei Cantici per viverlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. È una strada impegnativa, ma è la via per trasformare il nostro amore in un riflesso del Suo. Questa è la via.

Antonio e Luisa

Avvento, allegoria di vita

Cari sposi, iniziamo oggi il Santo Avvento. Leggendo le letture percepiamo uno stile assai diverso da quello sentimentale e sdolcinato proprio di questo periodo. Non vi preoccupate. Le descrizioni di cataclismi cosmici, come in questo contesto, sono solo modi di dire. Difatti, come si può rilevare anche in altri passaggi, chi ha scritto al Bibbia ne è fatto uso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. È così che va inteso l’uso di immagini forti. Questo serve a metterci sull’attenti perché il Signore sta per fare una cosa nuova.

E la cosa nuova altro non è che l’Incarnazione, il momento chiave che ha diviso in due tutta la storia umana. È un fatto avvenuto in modo quasi surrettizio e volutamente nell’ombra. Questo è il motivo per cui, ed è appunto un insegnamento di oggi, è quanto mai importante da parte nostra essere pronti e solerti.

Lasciatemi dire quanto sia difficile vivere in atteggiamento di ascolto e silenzio il tempo di Avvento! Un periodo in cui abbondano eventi, feste, cene e in cui il consumismo dà il “meglio” di sé. Come credenti, siamo doppiamente invitati ad affrontarlo in maniera semplice e sanamente distaccati dal mondo.

Perciò, mi piace riportare un brano di Papa Benedetto. In questo brano, egli parla di come si viveva la vigilanza nella Chiesa delle origini. In definitiva, descrive il tempo di Avvento. “In questa duplicità del modo di lettura è chiaramente visibile la peculiarità dell’attesa cristiana della venuta di Gesù. È al tempo stesso il grido: «Vieni!» e la certezza piena di gratitudine: «Egli è venuto». Dalla Didachē (intorno all’anno 100) sappiamo che questo grido faceva parte delle preghiere liturgiche della Celebrazione eucaristica dei primi cristiani, e qui si ha anche in concreto l’unità dei due modi di lettura. I cristiani invocano la venuta definitiva di Gesù e vedono al contempo con gioia e gratitudine che Egli già ora anticipa questa sua venuta, già ora entra in mezzo a noi. Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza” (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, LEV, Città del Vaticano, 2011, p. 320).

Da qui si comprende bene un fatto che ci è quanto mai utile oggi: l’attesa gioiosa. Ma che senso ha “far finta” che Gesù torni a nascere? È avvenuto storicamente una volta per tutte 2000 anni fa. In realtà, la liturgia è un modo per rendere attuale e presente il Signore Risorto in mezzo a noi. In questo modo, l’Avvento altro non è che una metafora di tutta la vita cristiana per aiutarci a guardare sempre a Cristo che cammina vicino a noi.

Difatti, proprio grazie alla liturgia, Gesù è vivo e risorto! Allora vivendo e partecipando in essa, noi davvero possiamo stare assieme a Gesù, accoglierLo quale amico e Sposo della coppia.

Cari sposi, Gesù è già in mezzo a voi, analogamente al fatto che si è già reso presente nell’Incarnazione e ha prolungato nel sacramento del matrimonio la Sua esistenza. Vogliamo oggi perciò ascoltare la Chiesa che, come buona Mamma, raccomanda vigilanza, cura e attenzione saper accompagnare e convivere con il Signore che abita presso di voi.

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo, come ha ben spiegato padre Luca, ci invita a essere vigilanti e a tenerci pronti. Ci invita a vegliare e a tenerci pronti per accogliere il Signore. Don Fabio Rosini sottolinea che “l’essenziale è non perdere la relazione con Cristo”. Per gli sposi cristiani, ciò significa preservare il tempo per la preghiera e per la vita spirituale, nonostante gli impegni quotidiani. Come nella coppia è vitale coltivare l’intimità e l’amore reciproco, così è fondamentale nutrire il rapporto con Gesù.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /43 La conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

Rieccoci ancora all’ultimo capitolo di questo racconto straordinario che il Collodi confezionò un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Abbiamo visto la volta scorsa come il Gatto e la Volpe impersonifichino coloro che muoiono impenitenti, ma poi Pinocchio fa un altro incontro.

Ritrova il suo vecchio compagno di merende Lucignolo, ma non c’è il tempo per i convenevoli poiché gli muore tra le braccia praticamente. E muore da asino. Una fine non molto dissimile dagli impenitenti, qui v’è l’insegnamento che chi sceglie liberamente di diventare asino e vivere così, muore da asino. Questa volta però le lacrime rigano il volto del burattino poiché un pezzo di vita importante era stato condiviso con Lucignolo, ma poi Pinocchio non si era rassegnato all’imbestiamento. Lacrime di tristezza per la fine del suo amico, ma forse lacrime che gli ricordano che se non avesse corrisposto alla voce della coscienza avrebbe avuto la stessa infausta fine.

E poi ritorna ancora la Fata sotto diverse sembianze, non si mostra a lui com’è veramente, quasi a sottolinearne l’umiltà. Si mostra a lui nel suo vero aspetto solo in sogno. La Fata non si stanca di provarci e riprovarci con Pinocchio, lo mette alla prova per saggiare le sue vere intenzioni, il suo amore. E’ solo quando lui dimostra di amare con i fatti che lei lo trasforma in bambino vero.

Ed è proprio quello che fa la Chiesa con noi sposi: non ci dà, per così dire, la pappa pronta. Ci mostra la via da seguire, ci dona le regole dell’autentico amore sponsale ma aspetta pazientemente che siamo noi a decidere di volerle seguire per il nostro bene. Facciamo un esempio terra terra così non diamo adito a malintesi.

Tutti conosciamo quei cartelli posti all’interno delle toilette comuni: “Per il rispetto di tutti si prega di tenere pulito“. Ecco, la frase più giusta per un autentico cambiamento sarebbe questa: “Per il rispetto della tua dignità di persona umana si prega di tenere pulito“.

La prima frase chiede un cambiamento per un bene comune, la seconda, invece, va alla radice del cambiamento. La prima frase parla di un gesto nobile ma potrebbe essere sterile, ovvero non necessita del cambiamento del cuore perché si potrebbe tenere pulito il locale ma con lamentele oppure con disprezzo, mentre la seconda richiede un combiamento del cuore. Cioè la conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

La Chiesa ci dona delle regole di vita non per non far star male gli altri, il che sarebbe già nobile e bello, ma per santificare noi stessi.

Visto così il matrimonio assume tutta un’altra connotazione. Mi santifico cambiando il mio cuore per elevarlo alla sua alta dignità di figlio di Dio e facendolo amo meglio e di più mio marito o mia moglie.

Coraggio sposi, prendiamo esempio da Pinocchio.

Giorgio e Valentina.

Contemplare per evangelizzare con l’amore

Evangelizzare: un’opera comunitaria

Ed eccoci arrivati all’ultima lettera della parola CONTEMPLARE, che vogliamo associare a quell’opera a cui tutti i battezzati sono chiamati: evangelizzare. Propriamente, questa parola deriva dal latino tardo evangelizare, cioè predicare il Vangelo e, più comunemente, condurre alla fede.

Evangelizzare è sempre un servizio ecclesiale: mai solitario, mai isolato, mai individualistico. Il vero architetto dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo. Questo servizio avviene sempre in ecclesia, cioè in comunità, e senza fare proselitismo; altrimenti, non sarebbe vera evangelizzazione. L’evangelizzatore, infatti, trasmette sempre ciò che ha ricevuto. Come dice san Paolo: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso…» (1 Cor 11,23).

L’amore degli sposi: riflesso dell’amore di Cristo

E noi sposi, cosa abbiamo ricevuto? Con il sacramento del Matrimonio siamo resi partecipi dello stesso amore di Cristo. Mediante il dono dello Spirito Santo, ci viene donata la capacità di vivere questo Amore nel nostro amore e di trasmetterlo. Papa Francesco, nel n. 67 di Amoris Laetitia, afferma: «In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica, così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino».

La missione degli sposi

Ogni coppia di sposi è chiamata ad essere missionaria. Il decreto Ad gentes (n. 2), documento sull’attività missionaria della Chiesa, ci ricorda che l’amore di Dio Padre è una sorgente che per la sua immensa e misericordiosa benevolenza liberatrice ci crea e, inoltre, per grazia ci chiama a partecipare alla sua vita e alla sua gloria. Questa è la nostra vocazione. Egli, per pura generosità, ha effuso e continua a effondere la sua divina bontà, in modo che, come di tutti è il creatore, così possa essere anche “tutto in tutti” (1 Cor 15,28), procurando insieme la sua gloria e la nostra felicità.

L’amore di Dio, un dono per tutti

Siamo dunque chiamati, come cristiani e come sposi, a diffondere l’amore di Dio Padre a ogni essere umano, non un gruppetto soltanto, ma tutti, sia battezzati che non battezzati, nessuno escluso. Cari sposi, tutto questo ci porta a comprendere che lo zelo per l’evangelizzazione non è un semplice entusiasmo, ma è una grazia di Dio che dobbiamo custodire.

Custodire lo zelo nella quotidianità

Noi, come coppia, ci impegniamo a custodire questo zelo attraverso la contemplazione quotidiana di quell’invito che Maria fece ai servitori alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Nel quotidiano, qualsiasi modo Cristo ci indichi per evangelizzare – per «Riempire d’acqua le anfore» (Gv 2,7) – facciamolo. In particolare Cristo ci invita a:

  • incontrare i cuori più feriti attraversando i “deserti interiori”;
  • creare nuovi modi per rendere servizio al Vangelo e all’umanità.

L’evangelizzazione, come abbiamo detto, è un servizio e, per gli sposi, una missione specifica.


Esercizio spirituale

Poiché la scelta di “sposarsi nel Signore” contiene anche una dimensione missionaria, ciò richiede molto coraggio. Oggi chiediamo al Signore questa grazia: di riscoprire il “tesoro” di questa vocazione e di “distribuirlo” agli altri.


Preghiera allo Spirito Santo

O Spirito del Signore,
donaci il coraggio di evangelizzare
per riempire l’anfora di ogni cuore
non tanto con le parole
ma con il nostro amore sponsale, riflesso del Tuo.
Donaci il coraggio di amare senza temerità.
Donaci il coraggio di amare con continuità
anche chi non è amabile.
Donaci il coraggio di amare tutti:
chi rimane, chi va via, chi arriva.
Donaci il coraggio di amare sempre
senza irritarci anche in mezzo agli abbandoni.
Donaci il coraggio di amare pregando
e di pregare amando.
Solo così potremo evangelizzare,
avendo come fondamento
la contemplazione della volontà dello Sposo
per la nostra vita coniugale.
Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Le date non sono mai casuali

Sono sempre stata convinta che le date, nelle nostre vite, non siano mai casuali. E sposo al cento per cento ciò che diceva San Pio da Pietrelcina: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Me ne rendo conto ogni giorno di più. Non solo nelle mie “coincidenze” ma anche in quelle di marito, figli, genitori, amici, ecc … Superstizione? Suggestione? Caso? Direi proprio di no! Direi un convinto “assolutamente no”! Non solo perchè non credo in nessuna di queste cose. Ma perchè c’è molto di più. C’è qualcosa di più. C’è Qualcuno di più. Amo dire che le “coincidenze” sono la firma di Dio, ossia il modo attraverso cui ci parla, nel quotidiano.

Attraverso cui comunica con noi. Attraverso cui vuole farci capire che non siamo soli ma che Lui c’è sempre. È con noi, accanto a noi. Anche se non lo vediamo. Anche se facciamo fatica ad accettare quello che succede. Anche se, a volte, saremmo tentati di gettare tutto al vento. Sogni, speranze, conquiste, persino noi stessi.

Pure in questo freddo mese di novembre ci sono delle coincidenze che accompagnano me e mio marito. Il giorno 27, in cui si ricorda la Medaglia Miracolosa, sarebbe stata la DPP (data presunta del parto) del nostro primogenito. Sarebbe dovuto/a nascere il 27 novembre 2012. Quando, rimasta incinta per la prima volta, ho calcolato la famigerata DPP e mi sentivo in una botte di ferro. Cosa può esserci di meglio che partorire in un giorno come quello?

Ma – lo sappiamo – Dio non ragiona così. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Ogni anno, il 27 novembre, per noi non è solo il ricordo del meraviglioso pegno dell’amore di Maria Santissima per l’umanità. Per noi è la data in cui ricordare quanto siamo piccoli davanti al Signore. E quanto dobbiamo imparare a fidarci di Lui.

Il 27 novembre 2012 non tenevamo in braccio un/una neonato/a, eravamo in attesa del nostro secondo figlio. Un’attesa tutt’altro che semplice. Minaccia d’aborto immediatamente dopo aver fatto il test. Avrebbe potuto essere il secondo aborto spontaneo in sei mesi. Una gravidanza passata a pregare, e sperare. Una gravidanza con appoggiata sul pancione l’immagine di Don Silvio Galli, Servo di Dio salesiano di cui è in corso il processo di beatificazione, e nei cui atti, tra tante, c’è anche la mia testimonianza.

E quel 27 novembre, giorno quasi in sospeso. Per noi ma non per Dio. Un giorno in cui ricordare non una “nascita mancata” ma la rinascita. La nostra rinascita. La rinascita della nostra fiducia in Gesù e Maria. La stessa a cui siamo chiamati tutti noi, ogni giorno. Anche attraverso la voce del Padre, che ci sussurra il suo amore e la sua onnipotenza attraverso le date, le coincidenze, le “Dio-incidenze”, come tanti le definiscono.

In tutto questo, una “coincidenza” nella “coincidenza”. Qualche tempo fa abbiamo conosciuto una bellissima coppia di giovani sposi. Anche loro, come noi, con una creaturina nata direttamente in Cielo. Parlando, abbiamo scoperto che le DDP di queste nostre “gravidanze celesti” erano vicinissime. Possiamo dire quasi le stesse. Così noi mamme abbiamo deciso di pregare la novena alla Medaglia Miracolosa l’una per l’altra. L’una per le intenzioni del cuore dell’altra. Senza sapere esattamente quali sono. Il Cielo le conosce. Ed è questo che conta.

Ecco come le prove della vita si possono trasformare da tragedie senza senso (prospettiva del mondo) a occasioni di resurrezione (prospettiva del Cielo). Se ci fermiamo esclusivamente al muro del dolore, troveremo davanti a noi una barricata che non riusciremo a superare. Peggio della Muraglia cinese. Ma se ci affidiamo a Dio, se ci abbandoniamo a Lui, tutto sarà diverso. In noi e in chi ci è vicino.

Ed ecco perché dobbiamo riscoprire o imparare a leggere questi fatti, questi avvenimenti. Non come cultori della Smorfia napoletana ma come figli amati. Amati da un Padre che vuole il nostro Bene. Da sempre e per sempre. E che, se non capiamo in altro modo, ce lo dice anche così, attraverso le “combinazioni”.

Perché “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile. Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139, 1-7).

Le date non sono mai casuali. Non vi fidate di me? Fidatevi di Dio! Non resterete delusi.

Fabrizia Perrachon

Non è nostro compito giudicare la Chiesa

È molto facile parlare con le persone e sentire pesanti critiche alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi e questo accade non solo con chi non frequenta, ma anche quando l’interlocutore è uno che si professa cattolico praticante.

Certamente ci possono essere aspetti della dottrina o del comportamento del Papa o dei Vescovi che non condividiamo o che addirittura ci fanno soffrire, ma non è criticando o sparlando che si risolvono le difficoltà, né divenendo diffusori di divisione e contestazione che possiamo pensare di guarire questo male, che, anzi, così si moltiplica.

Non è nostro compito giudicare il Papa o un Vescovo, anche perché non abbiamo né la preparazione, né la conoscenza profonda dei fatti: certo, è nostro diritto, e in parte anche un dovere, esprimere il nostro punto di vista o il disappunto su alcuni temi o situazioni che conosciamo bene, verso il Vescovo o altra autorità, ma va fatto con umiltà e facendo sentire il nostro amore e la nostra obbedienza.

In particolare, gli sposi, in forza del Sacramento sono chiamati alla fedeltà al coniuge: che senso avrebbe essere fedeli a una persona, se poi non lo si è verso una Chiesa che può anche tradire (e la storia ce lo insegna), ma rimane la Sposa per cui Gesù ha dato la vita? A maggior ragione, chi ha subito il tradimento, ma ha scelto di essere fedele e di continuare ad amare nonostante tutto, non può abbassarsi a questa logica di critiche e maldicenze.

D’altra parte, i Papi e i Vescovi passano, ma l’amore resta.

Non si tratta ripeto, di far finta di niente, potrei scrivere pagine e pagine su cose che non condivido e che non approvo, anche oggettivamente condivisibili (alcune persone considerano pazzo chi sceglie di rimanere fedele a un coniuge che se n’è andato e lo deridono), ma poi?

Quale beneficio otterrei criticando e al limite anche prendendo la ragione? Assolutamente niente, sarebbe come parlare male del mio coniuge (e so per esperienza che quando siamo a questo livello, la separazione non è troppo lontana).

Sant’Agostino al riguardo era chiaro: “La Chiesa è un cantiere, un’opera in costruzione, dove il lavoro del Vangelo è sempre in corso. Non criticate i mattoni mancanti, ma pregate per i muratori.

Anche la prima Chiesa, rappresentata da Pietro, mi risulta che abbia tradito, ma Gesù ha voluto comunque fondarla su quella pietra, proprio perché alla fine non conteranno gli errori commessi, ma quanto abbiamo investito nell’amore, in particolare verso chi non è bravo, chi non è competente e chi tradisce. Certo è facile volere bene ad un coniuge che è come lo vogliamo, bello, amabile, servizievole, che si dedica ai figli, così come vogliamo bene senza difficoltà a Papa Santo, a un Vescovo eccellente e a un parroco che fa belle omelie, ma forse il nostro amore vero viene fuori quando non è istintivo, naturale e scontato.  

Si, perché gli Sposi sono Chiesa in miniatura, esattamente piccola Chiesa domestica. In famiglia non ci sono contrasti, divergenze e litigate? Certo che sì! Ma si cerca di risolvere i problemi internamente con amore, pazienza, tenerezza, perdono e preghiera, senza andare in giro a raccontare i nostri malumori agli altri.

Non è il periodo in cui perdere tempo con le parole, ma quello di testimoniare con la vita la qualità d’amore che scaturisce dal Sacramento del matrimonio.

C’è infatti il pericolo di lasciarsi trascinare in questa confusione che passa anche attraverso informazioni manipolate e che rischia di dividerci in gruppi pro/contro il Papa, tradizionalisti/progressisti e così via, perdendo solo tempo prezioso. Non possiamo essere di parte, sarebbe come amare solo quello che ci piace del nostro coniuge: io scelgo di amare tutto, come fa Gesù con me e come sta facendo con la Sua Chiesa Sposa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Di chi siamo?

Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo Salmo è stato proclamato nella Santa Messa di ieri, anche se non scelto appositamente ma ben si addice alla santa di cui si faceva memoria nella Liturgia: Santa Caterina d’Alessandria. Ella incarnò perfettamente la frase del Salmo “ Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.“, poiché a soli 18 anni convertì numerose persone della corte del re Massimino e morì vergine e martire per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.

Già ci basterebbe per oggi meditare sulla vita di questa santa, testimone della fede, per fare un serio esame di coscienza su come noi genitori prepariamo ed educhiamo i nostri figli alla vita di fede. Noi genitori moderni che, spesso, ci facciamo remore a dire qualche no ai nostri figli perché sennò, poverini, potrebbero rimanere esclusi dai loro compagni di classe, rischiando di venire additati perché cristiani e, quindi, ci pieghiamo alla dittatura del pensiero unico e predominante, ovvero all’anticristianesimo.

Ma la Cresima non serve più a niente?

Non vogliamo polemizzare ma solo stimolare la riflessione, l’analisi e la conversione semmai. Ma da dove nasce la forza della testimonianza (Dal lat. cristiano martyrium, dal gr. martýrion ‘testimonianza’ •secc. XI-XII.) di cui S.Caterina ne è un limpido esempio?

Sgorga naturalmente dalla fede, la quale a sua volta ha alcuni punti fermi, alcuni fondamenti, uno dei quali è la prima frase del Salmo sopracitato: “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

Cari sposi, se sostiamo un attimo a meditare questa frase d’esordio del Salmo 23, scopriamo che anche il nostro matrimonio è del Signore, ovvero il Sacramento vivente che noi siamo appartiene al Signore, noi siamo suoi, non ci possediamo l’un l’altra per noi stessi, ma apparteniamo l’uno all’altra nel Signore.

Riscoprire ogni giorno che il nostro matrimonio non è una nostra creatura, ma è del Signore, aiuta a dare la forza del martirio, poiché ogni gesto diventa martirio, ossia testimonianza di un Amore che ci sorpassa e che ci precede.

Noi coniugi sacramento vivente, siamo come l’avanguardia della Chiesa, siamo come il reparto avanzato, dal nostro sacro connubio e dall’educazione della prole derivano i nuovi santi, i nuovi martiri della fede, i nuovi santi sacerdoti e le nuove sante monache.

Cari sposi, abbiamo un ministero: Dio ci ha affidato il nostro coniuge per renderlo santo ed insieme ci ha costituito Chiesa domestica perché la nostra casa sia la fucina dei nuovi santi.

Coraggio sposi, abiamo una missione molto più importante di 007.

Giorgio e Valentina.

L’inverno è passato, è cessata la pioggia

Che meraviglia questo libro della Bibbia. Io ne sono innamorato. Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Parla il mio diletto e mi dice:

L’amato

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni via!

Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata via;

i fiori riappaiono nei campi,

la stagione dei canti è tornata

e la voce della tortora si fa udire nella campagna.

Il fico ha maturato i suoi primi frutti

e le viti in fiore spandono la loro fragranza.

Nel prosieguo del Cantico, l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente capitolo. Egli desidera ardentemente la sua bella, ma, prestando sempre attenzione a non violare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sé, ma senza mai forzarla.

“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni via!” (Ct 2,10).
Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. È un ordine, allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare la forza dell’amore autentico. Non una forza che obbliga, ma un amore che attira. Questa forza irresistibile, che attrae potentemente il cuore come una calamita, è spiegata nei versi successivi.

Come sempre nel Cantico, la natura che circonda i due amanti è manifestazione e segno della loro natura profonda. Essa simboleggia un’armonia perfetta tra visibile e invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi e quanto essi manifestano attraverso il corpo. L’amore è così. L’amore autentico crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

“Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata via.” (Ct 2,11)
Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. È il risveglio da un letargo. Ma un inverno non arido: un inverno in cui è piovuto, un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera. È stato un tempo per preparare il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo, ad accogliere e riconoscere l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, in cui l’amore non si sentiva e non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore era freddo, privo di calore, passione e sentimento per il nostro coniuge. Che tipo di inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi?

Mi spiego meglio: avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia, o avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? È importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. San Giovanni Paolo II ci ricorda: “L’amore non è mai qualcosa di compiuto; esso cresce e matura nel corso della vita.” (da Familiaris Consortio). Questo significa continuare a donarsi anche quando costa fatica, anche quando la routine quotidiana sembra schiacciarci, anche quando l’intimità diventa sempre più difficile.

Solo così, continuando ad amare l’altro nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno per la primavera, per la rinascita della nostra relazione. Se non molliamo, la primavera tornerà: questo è certo. E tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata e colorata quanto più avremo preparato il terreno durante l’inverno.

“Il fico ha maturato i suoi primi frutti e le viti in fiore spandono la loro fragranza.” (Ct 2,13)
Non sono due frutti a caso. Il fico è segno di fecondità, la vite è segno di gioia e pienezza. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Tutto è grazia.” Anche gli inverni, che sembrano momenti di desolazione, possono diventare tempo di preparazione per un amore più grande, più profondo.

Sta a noi fare in modo che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma, al contrario, siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi. San Francesco di Sales ci insegna: “La misura dell’amore è amare senza misura.” E l’amore, in tutte le stagioni, può rifiorire, se lo curiamo con fiducia e perseveranza.

Antonio e Luisa

Un regno poco visibile ma reale

Cari sposi, oggi l’anno liturgico si conclude. Che significa? Vuol dire che la Chiesa ci insegna a vivere il tempo presente nella prospettiva dell’eternità, della Vera Vita. Perciò, la solennità odierna ci ricorda che tutto è in mano al Signore e nulla di quanto accade Gli sfugge.

Eppure, è altrettanto vero che rivolgersi a Gesù dandogli del “Re, Sire o Maestà” non era lì per lì di Suo gradimento. In effetti, Gesù ha rifuggito ogni occasione in cui il popolo, intendeva proclamarlo re e sovrano di Israele, essendo un titolo sconveniente ai fini della comprensione autentica del Vangelo. Tuttavia, il Suo non è un rifiuto assoluto perché come vediamo oggi, Cristo sa benissimo di essere re.

Ma vediamo più in dettaglio: quando Gesù accetta di definirsi re e in quali condizioni? Perché questo ci dice molto su come egli concepisce la Sua regalità. A ben vedere, Egli si fregia della corona reale nel momento di massima debolezza e umiliazione dal punto di vista umano. La scena che oggi la liturgia focalizza nel Vangelo è quando Lui è stato flagellato e coronato di spine, con un mantello e una canna in mano come scherno dei soldati. In tali condizioni pietose e strazianti fu portato davanti a Pilato.

Solo adesso Gesù può svelare la sua regalità: non certo durante la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, la guarigione di Bartimeo o l’entrata trionfale in Gerusalemme… troppo facile e scontato.

Qualcosa di simile lo possiamo affermare della prima letture. Lì il profeta Daniele preannuncia il Messia esattamente in un tempo di grande sofferenza e persecuzione quale fu il regno di Antioco IV Epìfane nei confronti del popolo ebraico.

Come mai che la proclamazione dell’onnipotenza di Dio avviene per lo più nei momenti di insicurezza, di debolezza, di incertezza, di povertà? Sarà che aveva ragione Marx nel definire la religione una sorta di stordimento per alleviare il dolore e dorare la pillola?

O piuttosto che forse solo nella fede pura possiamo credere che il re del mondo sia davvero Cristo? Pare proprio così: è nella fede che riceviamo il dono di vedere oltre le circostanze nelle quali siamo immersi e che potrebbero facilmente confonderci o darci uno sguardo errato. Il Suo Regno pertanto è quanto mai vero e reale benché poco visibile a certi occhi sbadati…

Ma veniamo a voi sposi: quando e come vivete la regalità di Cristo? Magari tra chi legge ci sarà pure qualcuno dal sangue blu, imparentato con nobili casati… Questo non è affatto rilevante perché voi sposi partecipate per la grazia sacramentale della regalità di Cristo. Ma attenzione! Di questa regalità che abbiamo appena visto.

Ce lo spiega bene S. Giovanni Paolo II, il quale ha pubblicato l’Esortazione apostolica Familiaris consortio proprio durante la festività di Cristo Re, ha scritto: “Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (Familiaris consortio, 49) e il Concilio Vaticano II osa molto di più nel dire: “La famiglia cristiana proclama a voce alta le virtù del Regno” (Lumen gentium, 35).

Ecco allora che voi sposi, similmente a Gesù, vivete la vostra regalità nella misura in cui tentate tenacemente di essere chiesa domestica, sebbene tutto ciò passi a volte da un apparente fallimento, tra sofferenze e problemi. Come Gesù ci ha dato la vita non tra applausi e premi, pure voi siete fedeli seguaci del Re quando vi amate con il Suo amore anche in mezzo a difetti e mancanze.

Cari sposi, abbiate fiducia che la grazia divina può attecchire e fruttificare in voi nonostante l’umana imperfezione ma a patto che i vostri cuori siano decisi e motivati nel lasciarvi guidare ed essere al servizio di Gesù, Re delle nostre vite e dei nostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio cristiano, il verbo regnare si declina in “servire”. Servire assume una duplice valenza. Mettersi al servizio del coniuge significa offrirsi con gratuità, mettendo l’altro al centro, come Cristo che lava i piedi ai discepoli. Questo servizio non è sottomissione, ma dono reciproco, una scelta quotidiana di amore che si rinnova nel dialogo e nel sacrificio. Al tempo stesso, servire vuol dire essere utili: contribuire alla crescita dell’altro, sostenendolo nelle sue fragilità e gioendo dei suoi successi. In questa prospettiva, il matrimonio diventa un luogo di santificazione, dove il servizio si trasforma in comunione e l’amore diventa riflesso dell’amore di Dio.

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