Matrimonio e celibato. Per una teologia nuziale del cristiano

Il nuovo libro del teologo p. Manuel Valenzisi, sacerdote francescano della provincia umbra, si presenta come un’originale proposta sulle vocazioni matrimoniali e celibatarie, illuminata da uno sguardo sul Mistero di Cristo, quale Mistero di Alleanza nuziale tra Dio e uomo, Cristo e la Chiesa, e fondamento di ogni comunione tra gli uomini, specialmente tra uomo e donna.

L’autore, desideroso di accompagnare chi è in cerca della propria chiamata o vuole approfondirla, afferma che la sua ricerca si nutre non solo di riflessioni personali, ma è frutto della comunione dei santi e i compagni di fede qui in terra.

Con un approccio altamente speculativo, sintetico e chiaro nel linguaggio, il volume, suddiviso in quattro capitoli, intreccia sapientemente diritto canonico, dogmatica e spiritualità.

Attraverso un’analisi critica accurata, condotta a partire dalle fonti più autorevoli, Valenzisi dimostra l’origine socio-giuridica e non teologica della nozione classica di “stati di vita”, suggerendo un nuovo vocabolario per comprendere profondamente le vocazioni cristiane.

Egli riserva particolare attenzione al matrimonio e al celibato per il Regno, considerandole “vocazioni paradigmatiche”, senza trascurare il celibato vissuto da molti laici non sposati, i cosiddetti single, soggetti spesso a umilianti pregiudizi, e aprendo, così, una pista di riflessione assai promettente per la teologia e la pastorale della Chiesa.

Nel capitolo finale, l’Eucaristia viene identificata come il culmine e la fonte di quel Mistero nuziale che le vocazioni matrimoniale e celibataria rappresentano secondo modalità opposte e reciprocamente feconde.

In definitiva, con rigore e competenza, l’opera di Valenzisi si propone di rivitalizzare il dibattito sulle vocazioni in modo inclusivo e profondo.

Pamela Salvatori

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Booktrailer:

Stupore e Matrimonio: Un Legame Speciale

Il tempo passa molto velocemente per me in questo periodo, preso dal lavoro, dalla famiglia e da tanti impegni legati ai separati e alla diocesi: mi sto accorgendo che il periodo di Avvento è più occupato dai regali da fare e dall’organizzazione delle feste, che da un tempo di qualità dedicato a contemplare Chi sta per nascere. Spesso, infatti, siamo presi dall’abitudine e ci dimentichiamo di fermarci e lasciare che la meraviglia entri nei nostri cuori.

Lo Stupore come Grazia

Lo stupore non è solo una reazione istintiva a qualcosa di sorprendente o inatteso, ma un invito a fermarci, a riflettere, a rendere grazie per ciò che ci è stato donato e questo lo aveva ben capito San Francesco che ha inventato il presepe proprio per immedesimarsi meglio in questo evento unico.

Matrimonio: Sorgente di Acqua Viva

Il Sacramento del Matrimonio è un dono che, se non vissuto con gratitudine e stupore, può diventare routine, abitudine. La realtà del matrimonio, così come quella dell’Eucaristia, non è un regalo che ci viene dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua viva, che ogni giorno ci chiama a immergerci in essa, a scoprire nuovi strati di verità, di amore, di relazione. Non dovremmo mai dare per scontato il nostro matrimonio, così come non dovremmo mai smettere di essere stupiti dalla presenza di Dio nella nostra vita, che è vivo e presente nel Sacramento.

La Grazia dello Stupore nelle Piccole Cose

Lo stupore è una grazia che ci spinge a non accontentarci, a non fermarci, ma a crescere. Mi viene in mente quanto le nostre figlie ci abbiano stupito, fin da piccole, con la loro curiosità insaziabile, il loro desiderio di esplorare il mondo e di scoprire cose nuove; ogni piccolo passo per loro, dal primo bagnetto alla prima pappetta, era un grande passo verso la meraviglia e noi, guardando i loro occhi, riscoprivamo anche la bellezza e la semplicità di cose che ormai davamo per scontate.

La Meraviglia nel Cammino di Coppia

Questa spinta a meravigliarci condiziona anche il cammino come coppia: quando ci abituiamo troppo all’altro, quando smettiamo di essere sorpresi dal suo sguardo, dalle sue parole, dai suoi gesti, allora la vita matrimoniale perde qualcosa e l’abitudine, come un veleno silenzioso, inizia a corrodere l’amore.

Sorprendersi per Amarsi

Se un partner riesce a sorprenderci con una parola gentile, un gesto di comprensione, una risposta che non ci aspettavamo, ecco che ritorna la bellezza della relazione: per questo quando ci sono relazioni un po’ spente o in crisi, consiglio sempre di fare qualcosa d’inaspettato, qualcosa che sorprenda l’altro, del tipo: “Ho organizzato tutto, stasera andiamo fuori a cena e poi a vedere quel film che desideravi guardare”.

Stupore nella Separazione

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

L’Avvento e il Mistero della Meraviglia

Nel periodo di Avvento, siamo chiamati a riflettere sul grande Mistero che ha preso forma in Maria, una giovane donna che si è trovata davanti a qualcosa di immensamente più grande di lei, qualcosa che non riusciva a comprendere del tutto: si meraviglia esclamando “Come è possibile?”, come ogni cuore umano che si apre alla presenza divina.

Un Natale di Silenzio e Stupore

Ecco, in questo Natale, il mio desiderio è di poter rimanere in silenzio davanti al presepe, magari con le mie figlie, cercando di vedere, tra le luci, la bellezza del Bambino che nasce. Voglio fermarmi a contemplare quel dono straordinario che è la venuta di Cristo, senza aspettarmi nulla di più; forse allora sarà davvero un Natale diverso, un Natale che non ha bisogno di regali spettacolari, ma che trova la sua pienezza nel semplice stupore di essere amati da Dio, che è venuto per ciascuno di noi con tenerezza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Maria, Madre e Figlia: Riflessioni sull’Omelia di Papa Francesco. Maria figlia.

Durante la Messa dell’otto dicembre Papa Francesco ci ha regalato una bellissima omelia su Maria. La Madonna vista come donna. Pienamente donna. Donna che è figlia, donna che è moglie e donna che è madre. Mi è piaciuta tantissimo tanto che ho deciso di farne una serie di tre riflessioni. Oggi iniziamo con Maria figlia. Il Papa ha affermato:

Prima di tutto guardiamo all’Immacolata come figlia. Della sua infanzia i Testi sacri non parlano. Il Vangelo ce la presenta invece, al suo ingresso sulla scena della storia, come una giovane ragazza ricca di fede, umile e semplice. È la “vergine” (cfr Lc 1,27), nel cui sguardo si riflette l’amore del Padre e nel cui Cuore puro la gratuità e la riconoscenza sono il colore e il profumo della santità. Qui la Madonna ci appare bella come un fiore cresciuto inosservato e finalmente pronto a sbocciare nel dono di sé. Perché la vita di Maria è un continuo dono di sé.

Maria, come figlia di Dio, ci offre numerosi insegnamenti preziosi per la nostra vita spirituale e quotidiana. Ecco alcuni spunti:

1. Fiducia totale nel Padre

Maria ci insegna a fidarci pienamente di Dio, anche quando il Suo piano non è immediatamente comprensibile. Il suo fiat (“Avvenga di me secondo la tua parola” – Lc 1,38) è l’esempio perfetto di abbandono fiducioso alla volontà divina. Come ha detto Papa Benedetto XVI: Maria ci invita a mettere Dio al primo posto e a fidarci di Lui, che ci guida come un Padre amorevole.

Come Maria si è fidata pienamente del piano di Dio, gli sposi sono chiamati a fidarsi l’uno dell’altro e del progetto che Dio ha per loro.

2. Umiltà e disponibilità

Come figlia, Maria vive nella totale consapevolezza di essere amata da Dio e risponde con umiltà e apertura. Non si vanta del privilegio ricevuto, ma lo accoglie come un dono da condividere con l’umanità. San Bernardo di Chiaravalle diceva: Maria è l’umile serva che riconosce la propria piccolezza e lascia a Dio tutto il merito.

Maria insegna a vivere l’amore con umiltà, senza cercare di mettersi al centro, ma mettendosi al servizio. Questo atteggiamento può ispirare gli sposi a donarsi l’uno all’altro con generosità.

3. Obbedienza filiale

Maria ci insegna che la vera libertà nasce dall’obbedienza. La sua sottomissione alla volontà del Padre non è passività, ma un atto di amore consapevole. San Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: Maria è la figlia obbediente che vive ogni istante per glorificare il Padre, seguendo con prontezza ogni Suo desiderio.

Maria insegna ad accogliere con fede e pazienza le sfide, vedendole come parte del cammino verso una maggiore santità.

4. Gratitudine verso Dio

Maria è modello di riconoscenza. Il suo canto, il Magnificat (Lc 1,46-55), è un’esplosione di gratitudine verso Dio, che ha compiuto grandi cose in lei. Papa Francesco ci ricorda: Maria è la donna del sì e del grazie. Insegna che la gioia vera nasce dal riconoscere l’amore di Dio nella nostra vita. (Omelia, 15 agosto 2013)

Il Magnificat di Maria ricorda agli sposi di ringraziare Dio per il dono del loro amore e di riconoscere ogni giorno le benedizioni nella loro vita.

5. Vivere come figli amati

Maria vive la sua relazione con Dio come una figlia che sa di essere amata infinitamente. Questo amore la rende capace di affrontare con forza e serenità le difficoltà. Anche noi possiamo imparare a vivere con questa consapevolezza. San Giovanni Paolo II scriveva: In Maria vediamo cosa significa essere figli di Dio: accettare il Suo amore, corrispondere ad esso e lasciarsi trasformare. (Redemptoris Mater, 18)

La vita di Maria è un abbandono completo allo Spirito Santo. Maria la piena di Grazia. Per noi sposi significa aprire il cuore alla Grazia del sacramento del matrimonio. Che il nostro amore rifletta il Suo amore.

6. Essere strumenti di amore

Maria ci insegna, infine, che essere figli di Dio significa diventare canali del Suo amore per il mondo. La sua vita è un dono continuo per gli altri, a partire dal suo ruolo di Madre del Salvatore.

La vita di Maria è un continuo dono di sé. Per gli sposi, questo significa imparare a rinunciare all’egoismo per costruire un amore autentico e duraturo.

Antonio e Luisa

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La nostra parte

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,17-26) Un giorno Gesù stava insegnando. […] Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». […] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.

Questa volta prendiamo spunto dal Vangelo di ieri che abbiamo riportato non nella sua interezza ma soltanto per le poche frasi che aiutano la nostra riflessione.

Innanzitutto dobbiamo precisare che questo è un episodio raccontato nei tre Vangeli sinottici. Ogni evangelista mette in luce un particolare piuttosto che un altro. Proprio come accade quando sentiamo da più persone raccontarci un’esperienza che li accomuna, ogni racconto non sarà esattamente uguale all’altro. Ogni persona lo racconterà filtrato dai propri occhi e dalla propria personalità. Tuttavia, l’esperienza è la stessa e l’evento accaduto è il medesimo. Con queste semplici premesse affrontiamo il brano della guarigione del paralitico.

Non trovate strano che questi uomini abbiano tutta questa fretta, quasi importuni, ossessionati dal presentare a Gesù l’amico paralitico? Non potevano aspettare che finisse di predicare? Non bastava mettersi in fila come tutti gli altri? E dov’erano i bodyguard di Gesù, non si sono accorti che questi stavano saltando la fila?

Non cercheremo tanto di dare risposta a queste legittime domande. Cercheremo di scoprire l’insegnamento che si cela dietro a questo evento realmente accaduto.

È curioso notare come Gesù operi il miracolo a beneficio del paralitico per la fede dei suoi amici. Non avviene a causa di una richiesta del paralitico stesso. Il malato non apre bocca fino alla guarigione e solo per glorificare Dio. Il primo miracolo che opera Gesù non è nel corpo. Non è quello eclatante ed evidente. È quello che avviene nell’anima.

L’anima ha la priorità perché immortale. Il nostro corpo è certamente imprescindibile poiché ci salviamo con e attraverso di esso. Tuttavia, è un corpo corruttibile, un corpo che consegniamo alla terra … in attesa della risurrezione finale con il nostro corpo purificato, glorioso ed immarcescibile. Non dobbiamo quindi né disprezzarlo né idolatrarlo, ma trattarlo come tempio dello Spirito Santo, secondo l’insegnamento di San Paolo.

Come trattiamo il corpo nostro e quello del nostro coniuge? Come tempio dello Spirito Santo o no?

Spesso si legge questo episodio con gli occhi del paralitico. Immedesimandosi in lui, siamo portati a riflettere e fare l’esame di coscienza. Anche noi abbiamo dentro una malattia che ci paralizza nel cammino di santità. Forse non sarà una malattia del corpo. Tuttavia, certamente qualche malanno nell’anima lo troviamo tutti. E la paralisi maggiore in questo percorso è il peccato per antonomasia, ossia il cosiddetto peccato mortale. E quest’analisi è senz’altro giusta e indefettibile.

Pochi però provano a leggere l’accaduto ponendosi nei panni degli amici che portano il lettuccio del paralitico. L’avranno portato da Gesù contro la sua volontà? Oppure sarà stato lui a chiedere loro un favore? Non si sa. Possiamo fare solo ipotesi. Quel che è certo è che da solo non ce l’avrebbe fatta. Non avrebbe quindi ottenuto il perdono dei peccati (prima) e la guarigione miracolosa del corpo (dopo).

Quanti sposi si pongono come quegli amici testardi e portano da Gesù qualche altra coppia? A volte basta accompagnare uno dei due sposi. Da solo, non riuscirebbe a piazzarsi davanti a Gesù. Chi di noi lo fa? Chi di noi mette in questo gesto tutta la fede testarda e quasi ossessionata degli amici del paralitico?

Coraggio sposi, non temiamo di calare dal tetto qualche persona amica e piazzarla davanti a Gesù… quando è lì, poi ci pensa Gesù, noi abbiamo finito la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Le piccole volpi: un pericolo sottovalutato

Proseguiamo con il testo del Cantico dei Cantici. Fanno la loro comparsa dei “teneri animaletti“. Sono davvero così innocui? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Catturate per noi le volpi,

le volpi piccoline

che devastano le vigne:

le nostre vigne in fiore!

Nel Cantico dei Cantici, l’immagine delle piccole volpi sembra inizialmente tenera e innocua. Tuttavia, il testo ci invita a vigilare attentamente: queste piccole volpi possono essere letali per la vigna in fiore. Ma cosa rappresentano queste “volpi” nella vita matrimoniale?

San Giovanni Paolo II, nel suo magistero sulla famiglia, sottolineava che l’amore coniugale deve essere continuamente curato, poiché anche i piccoli gesti di disattenzione possono minare la solidità del rapporto. “L’amore autentico è esigente, ma proprio per questo è fonte di vera libertà” (Familiaris Consortio, n. 14).

Una vigna rigogliosa

Il matrimonio, all’inizio, è spesso paragonabile a una vigna fiorita: piena di colori, profumi, bellezza e promesse di frutti abbondanti. È una stagione di gioia che dona sostanza e fondamento alla vita degli sposi. Tuttavia, come ogni vigna, anche la relazione matrimoniale è fragile e può essere attaccata, non necessariamente da eventi straordinari, ma da piccole minacce quotidiane.

Le piccole volpi: cosa sono?

Le piccole volpi sono le mancanze quotidiane, le abitudini dannose e le omissioni apparentemente insignificanti. Non sono i “grandi uragani” della vita, come lutti o tradimenti, a distruggere molti matrimoni, ma piuttosto queste piccole insidie trascurate. Giovanni Paolo II ci ricorda: “La grande tentazione del matrimonio è la routine, che rischia di spegnere il fuoco dell’amore. È necessario un rinnovamento continuo del dono reciproco” (Homilia sobre el Matrimonio, 1980).

Esempi di piccole volpi nella vita matrimoniale includono:

  • Non salutare il coniuge al momento di uscire o tornare a casa.
  • Evitare momenti di tenerezza o dialogo, rifugiandosi invece in distrazioni come televisione o smartphone.
  • Trascurare la preghiera e l’unione spirituale come coppia.
  • Lasciarsi sopraffare dalla stanchezza e non coltivare l’intimità fisica.

Il pericolo degli sciacalli

Secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, l’ebraico antico utilizza lo stesso termine per indicare sia le volpi sia gli sciacalli. Gli sciacalli, che si cibano di carogne, diventano un simbolo delle “morti relazionali” che si accumulano nel tempo, se non affrontate. San Giovanni Paolo II ci esorta: “Non abbiate paura delle difficoltà della vita familiare. Esse possono essere superate con l’amore, la pazienza e la grazia di Dio” (Familiaris Consortio, n. 13).

Scacciare le piccole volpi

Per salvaguardare la bellezza della vigna matrimoniale, è necessario identificare queste piccole volpi e scacciarle con determinazione. Gli sposi sono chiamati a un rinnovamento costante, a prendersi cura del loro rapporto con impegno e creatività. Come insegna Giovanni Paolo II: “L’amore si consolida e si rinnova nel dono di sé quotidiano, nelle attenzioni piccole e grandi che rafforzano il legame e rendono il matrimonio sempre più simile al sogno di Dio per l’uomo e la donna” (Catechesi sull’Amore Umano, 1981).

Il matrimonio è una vigna preziosa, affidata alle nostre mani. Sta a noi coltivarla con cura, liberarla dalle piccole volpi e proteggerla dagli sciacalli, affinché possa continuare a fiorire e portare frutti di amore e gioia.

Antonio e Luisa

Sì, lo voglio

Cari sposi, questa seconda domenica di Avvento coincide con la solennità dell’Immacolata. Di per sé questa festa fa riferimento all’attimo in cui Maria è stata concepita a conseguenza di un atto di amore tra Gioacchino ed Anna. Nel momento stesso in cui Maria diventa persona, viene simultaneamente protetta da ogni influsso del peccato originale, caso unico in una persona umana nell’arco di tutta la storia.

Tuttavia, il Vangelo odierno non fa riferimento a ciò ma piuttosto ci mostra il risultato e il motivo per cui Le è stata riservata una tale grazia: divenire terreno fertile per accogliere il Verbo. Ed ecco allora il brano dell’Annunciazione.

Il succo della vicenda è che Maria, a sua insaputa, viene coinvolta in un piano di salvezza meraviglioso e straordinario. Lei sarebbe divenuta la Mamma di Dio e pertanto anche la Madre della Chiesa, cioè di noi tutti.

Aveva circa 15 anni quando accadde la scena che ci presenta l’evangelista Luca. A quell’età, quali sogni e speranze potevano essere presenti nel suo cuore? Cosa desiderava per la sua vita? Di sicuro tante aspettative, in accordo a quel Suo cuore generoso. Mai, però, avrebbe sospettato quanto le riservava la Provvidenza.

Il fatto sconvolgente è che Maria acconsente in poco tempo a un cambio drastico di piani. Proviamo a metterci nei suoi panni: come reagiamo noi davanti agli svarioni della vita? Pensiamo all’irruzione di una malattia che modifica stili di vita, economia, relazioni interpersonali, ecc.? Oppure all’arrivo di un figlio, con il turbine di sconquassamenti in ogni ambito della vita di una famiglia?

Spesso situazioni simili richiedono un tempo congruo di assimilazione e di interiorizzazione prima di poter dire che abbiamo fatto pace e accolto nella fede quanto ci accade. Invece, Maria, praticamente su due piedi, dice “sì, lo voglio”. Ma che cuore magnanimo e che fede smisurata aveva questa ragazza!

Cosa può insegnare agli sposi l’assenso sollecito e solerte di Maria?

Anzitutto che siamo nati per far parte di un grande disegno di amore. Dio ci ha associati al Suo piano di salvezza e ha pensato al nostro ruolo migliore. È ciò che Maria ha intuito da subito e per tutta la sua vita lo ha recepito e fatto Suo in maniera sempre più consapevole.

Tuttavia, si può dire con certezza che il “fiat” riguarda un consenso matrimoniale a tutti gli effetti, cioè Maria vuole aderire alla volontà di Dio fino in fondo sebbene implichi accogliere qualcosa che non comprende del tutto e in parte La spaventa.

Papa Giovanni Paolo II, a tale riguardo dice qualcosa di molto forte:

In queste nozze divine con l’umanità Maria risponde all’annuncio dell’angelo con l’amore di una sposa capace di rispondere e di adeguarsi alla scelta divina in maniera perfetta. […] Soltanto questo perfetto amore sponsale, profondamente radicato nella sua completa donazione verginale a Dio, poteva far sì che Maria divenisse «Madre di Dio» in modo consapevole e degno, nel mistero dell’incarnazione” (Giovanni Paolo II, udienza 2 maggio 1990).

Ecco, allora, cari sposi che la solennità dell’Immacolata parla anche di voi, della chiamata ad entrare come coppia in quel Progetto a cui il Signore da sempre ha associato. Un piano che porta con sé fecondità e felicità, sebbene a volte passi per vie non sempre decifrabili. L’esempio della Vergine vi sia di testimonianza e la Sua guida una potente intercessione.

ANTONIO E LUISA

Molti giovani temono le scelte definitive, preferendo il non definitivo per paura di sbagliare e non poter tornare indietro. Cercano garanzie, specialmente riguardo al matrimonio, temendo il fallimento. Così, però, rinunciano al progetto di Dio, perdendo la pienezza della vita e la pace del cuore di chi dice sì a Lui. Rendono precaria la loro vita e i loro affetti. Noi, sposi maturi, siamo chiamati a testimoniare che il sì a Dio, espresso nel sì al coniuge, è fonte di gioia. Meglio rischiare e vivere appieno, che non scegliere affatto. Maria ci ispiri con il suo fiat!

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Il Matrimonio e le Trappole di satana

La relazione tra gli sposi e la crescita personale di ogni persona passano attraverso il perfezionamento verso il bene e la verità di ogni componente umana. Noi cristiani quindi non possiamo sottovalutare che abbiamo un’anima. La nostra parte più trascendente. Per questo non possiamo disinteressarci dell’influsso di satana nella nostra vita. So che tanti fanno fatica a crederci ma credo che siano verità che fanno parte della nostra fede e vanno conosciute.

Il matrimonio cristiano è una vocazione sacra che riflette l’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Per questo motivo, il diavolo lo odia e tenta in ogni modo di distruggerlo. Come ha ricordato Papa Francesco: “Il demonio ha due armi potenti per distruggere la Chiesa: le divisioni e il denaro. Il matrimonio è immagine della Chiesa, e dunque il demonio lavora per seminare discordia anche tra gli sposi.”

Questa battaglia spirituale si manifesta sia con tentazioni ordinarie che straordinarie, come ossessioni, vessazioni o, nei casi più gravi, possessioni. Tuttavia, gli sposi che vivono l’amore coniugale nella gratuità e nella totale donazione non hanno nulla da temere. San Giovanni Paolo II ci ha insegnato che: “L’amore vero si realizza nel dono sincero di sé. Gli sposi che vivono questa realtà partecipano dell’amore stesso di Dio.” Ma siccome la maggior parte di noi fatica a raggiungere tali vette, è essenziale essere consapevoli delle trappole che il demonio usa per allontanarci dal piano di Dio.

1) Le sedute spiritiche, pozioni magiche, magia bianca e nera.

Papa Benedetto XVI ha sottolineato la pericolosità di queste pratiche: “Nel tentativo di dominare il futuro o influenzare eventi al di fuori della volontà divina, l’uomo si apre a forze oscure che lo portano lontano da Dio. Solo la luce di Cristo libera dal potere delle tenebre.” Queste attività, spesso mascherate da innocue curiosità, sono in realtà porte spalancate verso l’occultismo e il demonio.

2) Cartomanti, occultisti e guaritori.

A coloro che si rivolgono a maghi e cartomanti per problemi di salute, lavoro o amore, Papa Francesco ha ricordato: “Rivolgersi agli indovini o a chi promette di risolvere i problemi con mezzi magici significa negare la fiducia in Dio. Questo è peccato contro il primo comandamento.” Queste pratiche possono sembrare efficaci inizialmente, ma conducono a schiavitù spirituale, truffe e manipolazioni. Secondo l’Osservatorio Antiplagio Italiano, 12 milioni di italiani cadono in queste trappole, soprattutto tramite internet e social media.

3) La televisione come veicolo di occultismo.

In molte trasmissioni televisive si promuovono maghi, astrologi e stregoni. San Giovanni Paolo II avvertiva: “I mezzi di comunicazione sociale hanno una responsabilità speciale nel formare le coscienze. La diffusione di pratiche occulte contribuisce a una cultura della morte e della confusione spirituale.”

4) Internet e social media.

Papa Francesco ha messo in guardia contro l’uso improprio del web: “Internet è un dono di Dio, ma quando diventa un veicolo di odio, menzogna o pratiche che offendono Dio, si trasforma in uno strumento del maligno.” Contenuti legati al satanismo, al rock estremo o all’occultismo abbondano online, avvicinando le persone, soprattutto i giovani, a pericoli spirituali.

5) Tatuaggi e piercing con significati occulti.

Sebbene non sempre siano problematici, quando tatuaggi e piercing si ispirano a simboli satanici o esoterici, rappresentano una profanazione del corpo. Come ricorda San Giovanni Paolo II: “Il corpo è chiamato a glorificare Dio e non può essere strumento di idolatria o simbolo di ribellione.”

6) La pornografia: una ribellione al progetto di Dio sugli sposi.

La pornografia è una delle trappole più diffuse e devastanti. Papa Francesco ha definito questo fenomeno un “attentato alla dignità umana”, aggiungendo: “La pornografia distrugge i legami d’amore e rende schiavi del piacere egoistico, privando l’uomo della capacità di amare veramente.” L’ossessione per il piacere conduce alla perversione e, nei casi più gravi, al satanismo.

7) La massoneria.

La massoneria è stata più volte condannata dalla Chiesa per i suoi legami con pratiche esoteriche e culti contrari a Dio. Papa Leone XIII, nella sua enciclica Humanum genus, scrisse: “La massoneria cerca di sovvertire l’ordine cristiano, promuovendo un’umanità separata da Dio, sotto l’apparenza di benevolenza e progresso.” Le testimonianze confermano l’uso di riti magici e la venerazione di Lucifero in alcuni ambienti massonici.

8) La maledizione generazionale.

Papa Francesco ha più volte richiamato l’importanza di benedire, non maledire: “La benedizione è un dono che porta pace e vita. La maledizione, al contrario, nasce dal cuore chiuso a Dio e alimenta il male.” Maledire i figli o rivolgersi a maghi per potenziare tali maledizioni è un grave peccato e un pericolo spirituale.

9) La separazione coniugale.

La separazione è una ferita dolorosa, spesso sfruttata dal maligno per alimentare odio e risentimento. Papa Benedetto XVI ha detto: “Il perdono tra gli sposi è l’unica via per superare le crisi e aprirsi alla grazia di Dio, che può trasformare anche le situazioni più difficili.” Quando si cede al risentimento, si può cadere nella tentazione di vendette spirituali pericolose.

10) Halloween e l’occultismo.

Padre Francesco Bamonte, vicepresidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti, ha dichiarato: “Halloween, pur presentato come gioco innocente, abitua i giovani a una mentalità che banalizza il male e apre alla fascinazione per l’occulto. La mia esperienza come quella di altri esorcisti, mostra come la ricorrenza di Halloween incluso il tempo che la prepara, sia di fatto per alcuni giovani, un momento privilegiato con realtà varie o comunque legate al mondo dell’occultismo, con conseguenze gravi non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Papa Francesco ci ricorda che l’unica vera festa è quella della comunione con i santi: “Celebriamo la santità, non il male. Siate santi, perché Dio è santo.”

Queste sono alcune delle trappole che ci possono irretire, dobbiamo essere sempre vigilanti e radicarci, fonderci in Gesù Cristo e Maria. Bisogna avere l’umiltà di rivolgersi agli esorcisti in modo da affrontare correttamente i disturbi fisici e mentali a cui non ci sono spiegazioni mediche. Questi sono tempi di prova, ma anche di speranza, siamo in piena Apocalisse, alziamo il capo perché la nostra liberazione è vicina. Siccome Gesù è infinitamente buono, ci ha donato nuove esagerazioni d’amore tramite i Libri di Cielo vergati da Luisa Piccarreta per darci lo strumento per fonderci completamente in Lui e sconfiggere definitivamente il demonio. Nel volume 17 del 22 settembre 1924 dice: “ Figlia mia sono proprio loro ( i demoni); vorrebbero che non scrivessi sulla mia Volontà e quando ti veggono scrivere Verità importanti sul vivere nel mio Volere, soffrono un doppio inferno e tormentano di più i dannati; temono tanto che potessero uscire questi scritti sulla mia Volontà, perché si veggono perduto il loro regno sulla terra, acquistato da loro quando l’uomo, sottraendosi dalla Volontà Divina, diedero libero il passo alla sua volontà umana”.
Che meraviglia! Entriamo nella Volontà Divina leggendo i 36 volumi– Libro di Cielo-, facendo diventare ogni verità di Gesù la nostra vita ed entriamo nell’Avvento del Regno di Dio!

Riccardo Rossi e Antonio De Rosa

Fonti per questo articolo:

L’omicida sconfitto, libro,  autore Fra Benigno esorcista
La mia esperienza di esorcista, libro, autore Cataldo Migliazzo (sacerdote ora in Cielo)
Il diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio, libro, autore Fra Benigno
Libro di Cielo, volume 17, diario della Piccola figlia della Divina Volontà Luisa Piccarreta
Testimonianza di un ex massone Maurice Caillet:  https://www.youtube.com/watch?v=Y62cFFgmYEg&t=994s
Intervista a Padre Francesco Bamonte presidente dell’Associazione internazionale esorcisti su Hallowen: https://archivio.agensir.it/2018/10/31/halloween-e-una-festa-pericolosa-parlano-gli-esorcisti-non-e-un-gioco-innocente-ma-un-progetto-contro-il-cristianesimo/
Osservatorio Antiplagio: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/05/17/osservatorio-antiplagio-20-degli-italiani-si-rivolge-ai-maghi_4da5ebec-aeb5-40c7-bd6e-18cd563fc582.html

Per approfondire le verità di Cielo: https://www.adveniatregnumtuum.it/

Uno specchio senza sconti che rivela chi siamo

Il matrimonio cristiano è curativo. Parlando con un’amica terapeuta abbiamo condiviso la convinzione che l’amore gratuito e l’accoglienza gratuita che il nostro coniuge ci dona, di tutta la nostra persona, anche nelle parti meno amabili, possano davvero aiutarci a guardarci con uno sguardo diverso, a vederci preziosi e a superare determinate ferite scaturite dalla paura di non essere amati o desiderati. Esattamente come accade nella relazione con Gesù. Ci guarisce dalle nostre paure.

Il romanzo La storia infinita di Michael Ende offre molteplici immagini simboliche che rimandano a temi profondi, tra cui proprio questo. Uno degli episodi più memorabili è quello dello Specchio di Atreiu, nel quale il giovane protagonista, per proseguire il suo viaggio, deve affrontare uno specchio che riflette la verità più profonda di chi vi si specchia. Atreiu, nell’istante in cui si guarda, vede non solo sé stesso, ma anche le parti nascoste e inconfessate del proprio animo. È uno specchio spietato, che non lascia spazio a inganni o apparenze: chiunque si guardi è costretto a confrontarsi con la verità del proprio essere, anche con i propri limiti e paure più intime. Questo momento riflette il tema dell’autoconoscenza e dell’accettazione delle proprie fragilità come un passo essenziale per la crescita personale.

Questo concetto dello specchio può essere metaforicamente applicato alla relazione matrimoniale, in particolare nel contesto del matrimonio cristiano. Nella visione cristiana, il coniuge diventa uno specchio attraverso il quale possiamo vedere noi stessi in modo autentico e veritiero, riflettendo sia gli aspetti luminosi sia quelli più oscuri del nostro essere. Il sacramento del matrimonio, infatti, invita i coniugi a vivere una dimensione di trasparenza e accettazione reciproca.

Gli ultimi papi hanno espresso più volte questo concetto. Lo ha fatto Giovanni Paolo II: “Nel matrimonio, l’uomo e la donna si trovano di fronte a loro stessi, a volte vedendo riflessi i propri limiti, ma imparano a crescere nell’amore e nella comunione” (Udienza Generale, 18 agosto 1982). Lo ha fatto anche Benedetto XVI: “L’amore tra marito e moglie è segnato dal confronto continuo con l’altro, che ci rimanda la nostra vera immagine, inclusi i difetti, e ci chiama a migliorare e crescere insieme” (Deus Caritas Est, 17).

Così come Atreiu vede riflesso tutto di sé nello specchio, anche nel matrimonio cristiano ci confrontiamo con l’immagine di noi stessi che l’altro ci rimanda, un’immagine che non possiamo sempre controllare o plasmare secondo i nostri desideri.

Lo sguardo del coniuge diventa allora uno specchio che rivela le parti di noi stessi che vorremmo nascondere. In una relazione autentica, l’altro ci spinge a rivelare le nostre fragilità, le paure e le insicurezze. È uno specchio che non inganna e non addolcisce la realtà, ma che ci permette di vedere chi siamo veramente, anche quando ci risulta difficile o doloroso. Nel matrimonio cristiano, questa verità ha un valore particolare: il coniuge, lungi dall’essere un semplice osservatore, è chiamato ad amare l’altro nella sua totalità, accogliendo non solo le qualità ma anche le debolezze. Questo sguardo non giudicante, ispirato dall’amore di Cristo, permette a entrambi i coniugi di accettare sé stessi e di crescere insieme nella santità.

L’analogia dello specchio, quindi, sottolinea come il matrimonio sia un percorso di trasformazione interiore. Guardarsi nello specchio di un altro significa accettare di mettere da parte l’orgoglio, riconoscere i propri errori e lavorare per diventare una versione migliore di sé, in un cammino condiviso che punta all’unità e all’amore. In questo processo, entrambi i coniugi sono continuamente chiamati a scegliere di rimanere insieme nonostante le imperfezioni reciproche, perché l’amore coniugale è innanzitutto una decisione, un impegno che viene rinnovato ogni giorno.

Infine, mentre Atreiu affronta il suo specchio come un singolo eroe, nel matrimonio cristiano l’esperienza dello specchio è condivisa. Non si tratta di un viaggio individuale, ma di un cammino che si compie insieme, sostenendosi a vicenda. La relazione matrimoniale diventa così uno spazio sacro in cui ciascuno può crescere attraverso l’altro, specchiandosi in lui o lei e trovando non solo i propri limiti ma anche la capacità di superarli. La forza di questo percorso deriva proprio dal fatto che, come nello specchio di Atreiu, la verità che vediamo riflessa non è mai fine a sé stessa, ma è sempre un invito a migliorare, a diventare più autentici, più capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Non un pacchetto da scartare ma …

L’Avvento è iniziato e poche settimane ci separano, ormai, dal Santo Natale. Sì, mi piace definirlo così perché non è il Natale commerciale di pandori, panettoni, mangiate o quant’altro ma il giorno in cui ricordiamo, celebriamo, riattualizziamo l’evento degli eventi: la nascita di Gesù in questo nostro mondo. La nascita di Dio come uomo. L’eternità che si fa tempo. L’infinito che si fa finito nel corpo di un neonato. L’Onnipotente che si fa indifeso, tenero, bisognoso di una mamma e di un papà.

Incoerenza e distrazioni natalizie

Chiarito questo, purtroppo dobbiamo ammettere di essere – tutti – poco coerenti e poco costanti. Poco coerenti perché troppe volte e troppo spesso mettiamo in cima alla lista delle preoccupazioni quella di che doni fare. E poco costanti perché, distratti dalla frenesia e dalla corsa ai regali di questo periodo, preghiamo poco. Molto meno di quello che dovremmo. Perdiamo tempo in fila ai negozi ma ne passiamo poco in meditazione, pensando a ciò che Dio ha fatto per noi. C’importa di più riuscire ad accaparrare un’offerta, magari sfumata nel Black Friday, che l’occasione di una buona confessione. C’interessa di più l’apparenza delle cose che la verità dell’anima.

Un regalo originale e autentico

Ma un’alternativa c’è. È un regalo davvero originale. Che non c’è mai stato prima. Un regalo in grado di sopperire alla nostra scarsità di coerenza e di costanza di cui sopra. Non un pacchetto da scartare, non un gioiello da esibire, non un modello di smartphone da far invidia a tutto il vicinato. Molto, molto di più! Un dono. Dono nel vero, autentico, liberante senso della parola ossia qualcosa di gratuito, di bello, di spontaneo, senza aspettarsi nulla in cambio. Una carezza, un gesto bellissimo d’amore puro. E che, proprio come il sorriso della celebre poesia di Padre Faber, “Rende felice il cuore: arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona”.

La Cappella per i bimbi “nati in Cielo”

Si tratta della possibilità di dare il proprio libero contributo per un progetto straordinario. Ispirazione che i Padri Carmelitani Scalzi di Arenzano (GE) stanno realizzando proprio all’interno del loro Santuario, dedicato al Bambin Gesù di Praga. Sto parlando della Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti. I Padri Carmelitani sono sempre molto attenti a questo tema e a quello dell’infanzia sofferente, tant’è che da anni ogni 28 del mese (giorno che richiama il 28 dicembre, memoria liturgica dei Santi Martiri Innocenti) ci si riunisce con loro in preghiera proprio per questa intenzione. Ora abbiamo la bella (e imperdibile) opportunità per aiutarli concretamente con un gesto di carità ed accelerare, così, le tempistiche per la realizzazione della Cappella. Diventerà, senza dubbio, un luogo importantissimo di preghiera: sia fisico (perché chiunque potrà recarvisi) sia spirituale (perché con il cuore, a qualunque ora del giorno o della notte, potremo affidare le nostre preghiere, intenzioni, speranze). Un punto di riferimento, insomma, per quella che possiamo a tutti gli effetti definire la teologia del valore della vita dei bambini non nati e di quelli che soffrono. La costruzione è già partita e la durata dei lavori dipenderà dai contributi che arriveranno.

“A Natale puoi”: un invito alla generosità

Una celebre pubblicità viene trasmessa accompagnata dall’inconfondibile motivetto “A Natale puoi”. Già, possiamo. Possiamo fare qualcosa di nuovo, di grandioso, di generoso. Non servono chissà che cifre. Ognuno sa quel che è in grado di donare. Ma l’importante è farlo, e farlo con il cuore. Luoghi sacri come la Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti non sono ancora così diffusi. Mentre è assai alto il nome di persone coinvolte in tutto quello che essa rappresenta. E il Santo Natale è il momento propizio per aprire il cuore, non solo e non tanto il portafoglio spendendo per cose inutili, che lasciano un senso d’indifferenza e di vuoto nell’averle regalate o nell’averle ricevute. Il Santo Natale è il momento propizio per svuotarci del superfluo e accorgersi degli altri, delle difficoltà, delle fatiche, dei dolori degli altri. Gesù è nato proprio per questo. Facciamo nostro tale originalissimo dono! Partecipiamo e diffondiamo. Sarà molto più bello aver – e averci – dato tale opportunità piuttosto che scartare l’ennesimo pacchetto, magari contenente qualcosa che non è o non ci è piaciuto. Anche perché, c’è una cosa molto importante da ricordare: “il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Fabrizia Perrachon

P.S.: chi volesse donare, può farlo trasmettendo la propria offerta tramite il seguente IBAN: IT21D0760101400000000002170 intestato a Santuario del Bambin Gesù di Arenzano (già utilizzato da anni, per le offerte al Santuario di Arenzano. Consiglio di specificare nella causale il motivo della donazione).  Il sito ufficiale è: https://www.gesubambino.org/

Scienza e Fede: Come Gestire le Discussioni con Amore

Un litigio può divampare in pochi istanti, ma altrettanto velocemente può essere disinnescato. Uno studio recente dell’Università di St. Andrews, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, ha rivelato che una pausa di soli cinque secondi è sufficiente per interrompere l’escalation emotiva durante una discussione. Analizzando 81 coppie, i ricercatori hanno scoperto che questa breve pausa aiuta a ridurre l’effetto degli ormoni dello stress che si accumulano durante un conflitto.

Nel momento in cui ci si ferma, si attiva un processo di riflessione che consente di tornare a un equilibrio emotivo, favorendo una comunicazione più chiara e pacata. Ma questo principio, che la scienza documenta, trova un’eco straordinaria nella spiritualità cattolica, dove la gestione del conflitto è spesso associata a virtù come la mitezza, la pazienza e l’umiltà.

La saggezza dei santi sulla gestione dei conflitti

San Francesco di Sales, noto per il suo temperamento pacifico e per i suoi insegnamenti sulla dolcezza, scriveva: “Nulla vince più dolcemente e saldamente della mitezza.”
Questa virtù, secondo il santo, è essenziale per affrontare le tensioni con uno spirito di riconciliazione e rispetto reciproco. Fermarsi per cinque secondi, come suggerisce lo studio, è un atto di mitezza che spezza il ciclo della reattività impulsiva.

Allo stesso modo, Santa Teresa di Lisieux, nelle sue lettere, sottolineava l’importanza di non reagire d’impulso: “Quando sento nascere in me una parola aspra, mi sforzo di sorridere e di cambiare tono. Questa è la mia piccola vittoria.”
La “pausa” scientifica diventa così un momento di grazia in cui scegliere di rispondere con amore anziché con rabbia.

Le parole dei papi: una guida per la pace familiare

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la pazienza e il dialogo: “Non lasciate mai finire la giornata senza fare la pace. Mai.”
L’appello del Papa richiama l’importanza di riconciliarsi, ma anche di prevenire l’escalation dei conflitti. La pausa di cinque secondi suggerita dalla scienza potrebbe essere proprio il punto di partenza per applicare questo consiglio nella vita quotidiana.

Anche San Giovanni Paolo II, parlando del matrimonio come “via di santità”, esortava a praticare l’ascolto attivo e il perdono: “La famiglia si costruisce ogni giorno attraverso gesti d’amore e perdono reciproco.”
Una pausa breve, in cui sospendere ogni giudizio, è un gesto d’amore che apre alla comprensione e alla misericordia, pilastri fondamentali di ogni relazione cristiana.

Scienza e fede: una convergenza significativa

Lo studio dell’Università di St. Andrews ci ricorda quanto il nostro cervello sia influenzato dagli ormoni dello stress. Quando discutiamo, il cortisolo e l’adrenalina prendono il sopravvento, offuscando la capacità di pensare razionalmente. Fermarsi per cinque secondi non è solo una pausa fisica, ma un atto che consente alla mente di tornare lucida.

Nella prospettiva cristiana, questa pausa può essere trasformata in un momento di preghiera o invocazione interiore. Un’Ave Maria sussurrata o una semplice richiesta di aiuto a Dio può dare una dimensione spirituale a quel tempo di riflessione, trasformandolo in un’occasione per cercare la pace del cuore.

Un cammino di conversione quotidiana

Litigare fa parte della natura umana, ma il modo in cui affrontiamo il conflitto rivela chi siamo e quali valori ci guidano. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).
Questa frase ci invita a risolvere i contrasti con rapidità e a non permettere che la rabbia prenda il sopravvento.

La scienza ci offre strumenti pratici per gestire le tensioni, ma è nella luce della fede che troviamo la motivazione più profonda: amare come Cristo ci ha amati, con pazienza, perdono e mitezza. La pausa di cinque secondi, dunque, può essere non solo una tecnica psicologica, ma anche un momento di grazia che trasforma il conflitto in opportunità di crescita personale e spirituale.

In un mondo frenetico, imparare a fermarsi, respirare e riflettere è un’arte preziosa, che la scienza e la fede, insieme, ci insegnano a coltivare.

Antonio e Luisa

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Fame d’amore

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37) […] Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». […] Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo Vangelo sarà letto nella Santa Messa di domani, ormai il quarto giorno di questo Avvento, e, probabilmente, la Chiesa ci propone questo brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci per farci comprendere che quel bambino che stiamo aspettando è veramente Dio fatto uomo. Altrimenti quale uomo potrebbe compiere miracoli così eclatanti se non fosse Dio?

Ma al di là della famosa scena miracolosa vogliamo proporvi la riflessione sulla frase di Gesù, infatti non abbiamo riportato il brano nella sua interezza, ma ci siamo limitati a ciò che serviva per la meditazione.

Sicuramente i protagonisti di quella vicenda avranno vissuto l’evento per la cruda realtà che a loro si mostrava, però non v’è dubbio che l’evangelista Matteo abbia riflettuto bene su cosa scrivere nel suo “reportage” e di come descrivere i fatti. Tutti i Padri della Chiesa concordano nel vedere la moltiplicazione dei pani e dei pesci come una prefigura dell’Eucarestia, ed è proprio in questo ambito che si muove la nostra riflessione.

Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Noi vediamo in questi tre giorni la simbologia dei tre giorni di Cristo nel sepolcro. Ed infatti non c’è da mangiare. Quando si sta in una condizione mortifera non solo non si mangia, ma niente sfama. Ossia quando si vive una condizione in cui sembra morta la relazione col proprio coniuge, sembrano morte anche le altre relazioni, morte degli affetti, morte dell’entusiasmo di vivere, si vive insomma come una morte nel cuore, la quale morte invade tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. Gesù mostra anche una tenerezza e una concretezza umane che zittiscono i fautori del Gesù simbolico e non storico. Gesù sa che quando abbiamo la morte nel cuore nulla sfama, perché la fame del cuore è la fame di amore. Ed il Suo desiderio è quello di non lasciarci a bocca asciutta, altrimenti veniamo meno lungo il cammino della vita, ovvero ci scoraggeremmo se non avessimo il nutrimento d’amore necessario.

Questa attenzione alla vera fame del cuore è stata raccolta dalla sposa di Cristo, la Chiesa, la quale ha fatto in modo di non lasciarci mai senza quel pane di Amore che nutre il cuore, l’Eucarestia.

Cari sposi, se non vogliamo scoraggiarci lungo il cammino della vita matrimoniale, è necessario che diamo da mangiare al nostro cuore l’unico vero cibo che non perisce e che è farmaco di immortalità: l’Eucarestia, maestra di una vita spesa per amore. Se vogliamo imparare ad amarci sempre di più e sempre meglio bisogna che cominciamo in questo Avvento a considerare l’opportunità di aggiungere qualche Santa Messa infrasettimanale completata dalla santa comunione.

E’ lo stesso Gesù che mostra di preoccuparsi della nostra fame d’amore.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Coraggio sposi, perché l’Eucarestia non toglie niente, ma dona tutto ed in abbondanza, addirittura ne avanza perché è talmente grande che ci supera ed arriva anche a chi ci incontra. Quando il cuore vive questa esperienza non è un cuore gonfio, ma un cuore traboccante di Amore, ce n’è di più di quel che serve.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Fammi scorgere il tuo volto

Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Alzati, amica mia, mia incantevole, e vieni via!

Mia colomba che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

fammi scorgere il tuo volto,

fammi ascoltare la tua voce,

perché la tua voce è soave, il tuo volto è leggiadro.

“Alzati e vieni! Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente.”

Queste parole del Cantico dei Cantici sono un invito a vivere un amore profondo. Uno sguardo che accoglie l’altro senza giudizi, barriere o paure.

Non temere i tuoi difetti

“Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia.” L’amore vero vede oltre le imperfezioni. Tutto ciò che siamo, anche le nostre fragilità, diventa bellezza per chi ci ama. Come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.”

Lo sguardo che riduce

Il contrario dello sguardo d’amore è lo sguardo pornografico. Questo sguardo non vede l’interezza della persona, ma la riduce a un oggetto. Quante volte, nei discorsi comuni, le donne vengono identificate con una parte del loro corpo? Questo sguardo non permette di amare davvero. Come ammonisce Papa Francesco: “L’amore non si può comprare o vendere. È un dono gratuito.”

Lo sguardo puro dello sposo

Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Egli riesce a cogliere la bellezza totale dell’amata.“Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante.” Questo sguardo non possiede, ma rispetta. Riconosce la persona come un mistero da amare. Come diceva San Francesco di Sales: “La vera bellezza, come l’amore vero, nasce dal cuore.”

Uno sguardo che libera

La Sulamita, guardata con amore puro, si sente libera di mostrarsi senza difese. Lo sposo non la usa, ma la accoglie. Questo sguardo è anche un sostegno. San Giovanni Crisostomo scriveva: “Il marito deve rispettare la moglie non come una schiava, ma come un’anima libera. Nulla la rende più felice del sentirsi amata.”

Cari uomini, purifichiamo il nostro sguardo

Davvero il nostro sguardo, cari uomini, deve essere purificato. Le nostre spose percepiscono se le guardiamo con amore autentico o con uno sguardo inquinato. Questo cambiamento richiede impegno. Costa fatica. Ma porta una grande trasformazione nella relazione.

Quando recuperiamo lo sguardo d’amore del Cantico, la relazione diventa un vero canto. Come disse San Paolo: “Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa.”

Diventiamo protagonisti del Cantico

Dio ci ha donato il Cantico dei Cantici per viverlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. È una strada impegnativa, ma è la via per trasformare il nostro amore in un riflesso del Suo. Questa è la via.

Antonio e Luisa

Avvento, allegoria di vita

Cari sposi, iniziamo oggi il Santo Avvento. Leggendo le letture percepiamo uno stile assai diverso da quello sentimentale e sdolcinato proprio di questo periodo. Non vi preoccupate. Le descrizioni di cataclismi cosmici, come in questo contesto, sono solo modi di dire. Difatti, come si può rilevare anche in altri passaggi, chi ha scritto al Bibbia ne è fatto uso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. È così che va inteso l’uso di immagini forti. Questo serve a metterci sull’attenti perché il Signore sta per fare una cosa nuova.

E la cosa nuova altro non è che l’Incarnazione, il momento chiave che ha diviso in due tutta la storia umana. È un fatto avvenuto in modo quasi surrettizio e volutamente nell’ombra. Questo è il motivo per cui, ed è appunto un insegnamento di oggi, è quanto mai importante da parte nostra essere pronti e solerti.

Lasciatemi dire quanto sia difficile vivere in atteggiamento di ascolto e silenzio il tempo di Avvento! Un periodo in cui abbondano eventi, feste, cene e in cui il consumismo dà il “meglio” di sé. Come credenti, siamo doppiamente invitati ad affrontarlo in maniera semplice e sanamente distaccati dal mondo.

Perciò, mi piace riportare un brano di Papa Benedetto. In questo brano, egli parla di come si viveva la vigilanza nella Chiesa delle origini. In definitiva, descrive il tempo di Avvento. “In questa duplicità del modo di lettura è chiaramente visibile la peculiarità dell’attesa cristiana della venuta di Gesù. È al tempo stesso il grido: «Vieni!» e la certezza piena di gratitudine: «Egli è venuto». Dalla Didachē (intorno all’anno 100) sappiamo che questo grido faceva parte delle preghiere liturgiche della Celebrazione eucaristica dei primi cristiani, e qui si ha anche in concreto l’unità dei due modi di lettura. I cristiani invocano la venuta definitiva di Gesù e vedono al contempo con gioia e gratitudine che Egli già ora anticipa questa sua venuta, già ora entra in mezzo a noi. Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza” (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, LEV, Città del Vaticano, 2011, p. 320).

Da qui si comprende bene un fatto che ci è quanto mai utile oggi: l’attesa gioiosa. Ma che senso ha “far finta” che Gesù torni a nascere? È avvenuto storicamente una volta per tutte 2000 anni fa. In realtà, la liturgia è un modo per rendere attuale e presente il Signore Risorto in mezzo a noi. In questo modo, l’Avvento altro non è che una metafora di tutta la vita cristiana per aiutarci a guardare sempre a Cristo che cammina vicino a noi.

Difatti, proprio grazie alla liturgia, Gesù è vivo e risorto! Allora vivendo e partecipando in essa, noi davvero possiamo stare assieme a Gesù, accoglierLo quale amico e Sposo della coppia.

Cari sposi, Gesù è già in mezzo a voi, analogamente al fatto che si è già reso presente nell’Incarnazione e ha prolungato nel sacramento del matrimonio la Sua esistenza. Vogliamo oggi perciò ascoltare la Chiesa che, come buona Mamma, raccomanda vigilanza, cura e attenzione saper accompagnare e convivere con il Signore che abita presso di voi.

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo, come ha ben spiegato padre Luca, ci invita a essere vigilanti e a tenerci pronti. Ci invita a vegliare e a tenerci pronti per accogliere il Signore. Don Fabio Rosini sottolinea che “l’essenziale è non perdere la relazione con Cristo”. Per gli sposi cristiani, ciò significa preservare il tempo per la preghiera e per la vita spirituale, nonostante gli impegni quotidiani. Come nella coppia è vitale coltivare l’intimità e l’amore reciproco, così è fondamentale nutrire il rapporto con Gesù.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /43 La conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

Rieccoci ancora all’ultimo capitolo di questo racconto straordinario che il Collodi confezionò un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Abbiamo visto la volta scorsa come il Gatto e la Volpe impersonifichino coloro che muoiono impenitenti, ma poi Pinocchio fa un altro incontro.

Ritrova il suo vecchio compagno di merende Lucignolo, ma non c’è il tempo per i convenevoli poiché gli muore tra le braccia praticamente. E muore da asino. Una fine non molto dissimile dagli impenitenti, qui v’è l’insegnamento che chi sceglie liberamente di diventare asino e vivere così, muore da asino. Questa volta però le lacrime rigano il volto del burattino poiché un pezzo di vita importante era stato condiviso con Lucignolo, ma poi Pinocchio non si era rassegnato all’imbestiamento. Lacrime di tristezza per la fine del suo amico, ma forse lacrime che gli ricordano che se non avesse corrisposto alla voce della coscienza avrebbe avuto la stessa infausta fine.

E poi ritorna ancora la Fata sotto diverse sembianze, non si mostra a lui com’è veramente, quasi a sottolinearne l’umiltà. Si mostra a lui nel suo vero aspetto solo in sogno. La Fata non si stanca di provarci e riprovarci con Pinocchio, lo mette alla prova per saggiare le sue vere intenzioni, il suo amore. E’ solo quando lui dimostra di amare con i fatti che lei lo trasforma in bambino vero.

Ed è proprio quello che fa la Chiesa con noi sposi: non ci dà, per così dire, la pappa pronta. Ci mostra la via da seguire, ci dona le regole dell’autentico amore sponsale ma aspetta pazientemente che siamo noi a decidere di volerle seguire per il nostro bene. Facciamo un esempio terra terra così non diamo adito a malintesi.

Tutti conosciamo quei cartelli posti all’interno delle toilette comuni: “Per il rispetto di tutti si prega di tenere pulito“. Ecco, la frase più giusta per un autentico cambiamento sarebbe questa: “Per il rispetto della tua dignità di persona umana si prega di tenere pulito“.

La prima frase chiede un cambiamento per un bene comune, la seconda, invece, va alla radice del cambiamento. La prima frase parla di un gesto nobile ma potrebbe essere sterile, ovvero non necessita del cambiamento del cuore perché si potrebbe tenere pulito il locale ma con lamentele oppure con disprezzo, mentre la seconda richiede un combiamento del cuore. Cioè la conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

La Chiesa ci dona delle regole di vita non per non far star male gli altri, il che sarebbe già nobile e bello, ma per santificare noi stessi.

Visto così il matrimonio assume tutta un’altra connotazione. Mi santifico cambiando il mio cuore per elevarlo alla sua alta dignità di figlio di Dio e facendolo amo meglio e di più mio marito o mia moglie.

Coraggio sposi, prendiamo esempio da Pinocchio.

Giorgio e Valentina.

Contemplare per evangelizzare con l’amore

Evangelizzare: un’opera comunitaria

Ed eccoci arrivati all’ultima lettera della parola CONTEMPLARE, che vogliamo associare a quell’opera a cui tutti i battezzati sono chiamati: evangelizzare. Propriamente, questa parola deriva dal latino tardo evangelizare, cioè predicare il Vangelo e, più comunemente, condurre alla fede.

Evangelizzare è sempre un servizio ecclesiale: mai solitario, mai isolato, mai individualistico. Il vero architetto dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo. Questo servizio avviene sempre in ecclesia, cioè in comunità, e senza fare proselitismo; altrimenti, non sarebbe vera evangelizzazione. L’evangelizzatore, infatti, trasmette sempre ciò che ha ricevuto. Come dice san Paolo: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso…» (1 Cor 11,23).

L’amore degli sposi: riflesso dell’amore di Cristo

E noi sposi, cosa abbiamo ricevuto? Con il sacramento del Matrimonio siamo resi partecipi dello stesso amore di Cristo. Mediante il dono dello Spirito Santo, ci viene donata la capacità di vivere questo Amore nel nostro amore e di trasmetterlo. Papa Francesco, nel n. 67 di Amoris Laetitia, afferma: «In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica, così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino».

La missione degli sposi

Ogni coppia di sposi è chiamata ad essere missionaria. Il decreto Ad gentes (n. 2), documento sull’attività missionaria della Chiesa, ci ricorda che l’amore di Dio Padre è una sorgente che per la sua immensa e misericordiosa benevolenza liberatrice ci crea e, inoltre, per grazia ci chiama a partecipare alla sua vita e alla sua gloria. Questa è la nostra vocazione. Egli, per pura generosità, ha effuso e continua a effondere la sua divina bontà, in modo che, come di tutti è il creatore, così possa essere anche “tutto in tutti” (1 Cor 15,28), procurando insieme la sua gloria e la nostra felicità.

L’amore di Dio, un dono per tutti

Siamo dunque chiamati, come cristiani e come sposi, a diffondere l’amore di Dio Padre a ogni essere umano, non un gruppetto soltanto, ma tutti, sia battezzati che non battezzati, nessuno escluso. Cari sposi, tutto questo ci porta a comprendere che lo zelo per l’evangelizzazione non è un semplice entusiasmo, ma è una grazia di Dio che dobbiamo custodire.

Custodire lo zelo nella quotidianità

Noi, come coppia, ci impegniamo a custodire questo zelo attraverso la contemplazione quotidiana di quell’invito che Maria fece ai servitori alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Nel quotidiano, qualsiasi modo Cristo ci indichi per evangelizzare – per «Riempire d’acqua le anfore» (Gv 2,7) – facciamolo. In particolare Cristo ci invita a:

  • incontrare i cuori più feriti attraversando i “deserti interiori”;
  • creare nuovi modi per rendere servizio al Vangelo e all’umanità.

L’evangelizzazione, come abbiamo detto, è un servizio e, per gli sposi, una missione specifica.


Esercizio spirituale

Poiché la scelta di “sposarsi nel Signore” contiene anche una dimensione missionaria, ciò richiede molto coraggio. Oggi chiediamo al Signore questa grazia: di riscoprire il “tesoro” di questa vocazione e di “distribuirlo” agli altri.


Preghiera allo Spirito Santo

O Spirito del Signore,
donaci il coraggio di evangelizzare
per riempire l’anfora di ogni cuore
non tanto con le parole
ma con il nostro amore sponsale, riflesso del Tuo.
Donaci il coraggio di amare senza temerità.
Donaci il coraggio di amare con continuità
anche chi non è amabile.
Donaci il coraggio di amare tutti:
chi rimane, chi va via, chi arriva.
Donaci il coraggio di amare sempre
senza irritarci anche in mezzo agli abbandoni.
Donaci il coraggio di amare pregando
e di pregare amando.
Solo così potremo evangelizzare,
avendo come fondamento
la contemplazione della volontà dello Sposo
per la nostra vita coniugale.
Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Le date non sono mai casuali

Sono sempre stata convinta che le date, nelle nostre vite, non siano mai casuali. E sposo al cento per cento ciò che diceva San Pio da Pietrelcina: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Me ne rendo conto ogni giorno di più. Non solo nelle mie “coincidenze” ma anche in quelle di marito, figli, genitori, amici, ecc … Superstizione? Suggestione? Caso? Direi proprio di no! Direi un convinto “assolutamente no”! Non solo perchè non credo in nessuna di queste cose. Ma perchè c’è molto di più. C’è qualcosa di più. C’è Qualcuno di più. Amo dire che le “coincidenze” sono la firma di Dio, ossia il modo attraverso cui ci parla, nel quotidiano.

Attraverso cui comunica con noi. Attraverso cui vuole farci capire che non siamo soli ma che Lui c’è sempre. È con noi, accanto a noi. Anche se non lo vediamo. Anche se facciamo fatica ad accettare quello che succede. Anche se, a volte, saremmo tentati di gettare tutto al vento. Sogni, speranze, conquiste, persino noi stessi.

Pure in questo freddo mese di novembre ci sono delle coincidenze che accompagnano me e mio marito. Il giorno 27, in cui si ricorda la Medaglia Miracolosa, sarebbe stata la DPP (data presunta del parto) del nostro primogenito. Sarebbe dovuto/a nascere il 27 novembre 2012. Quando, rimasta incinta per la prima volta, ho calcolato la famigerata DPP e mi sentivo in una botte di ferro. Cosa può esserci di meglio che partorire in un giorno come quello?

Ma – lo sappiamo – Dio non ragiona così. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Ogni anno, il 27 novembre, per noi non è solo il ricordo del meraviglioso pegno dell’amore di Maria Santissima per l’umanità. Per noi è la data in cui ricordare quanto siamo piccoli davanti al Signore. E quanto dobbiamo imparare a fidarci di Lui.

Il 27 novembre 2012 non tenevamo in braccio un/una neonato/a, eravamo in attesa del nostro secondo figlio. Un’attesa tutt’altro che semplice. Minaccia d’aborto immediatamente dopo aver fatto il test. Avrebbe potuto essere il secondo aborto spontaneo in sei mesi. Una gravidanza passata a pregare, e sperare. Una gravidanza con appoggiata sul pancione l’immagine di Don Silvio Galli, Servo di Dio salesiano di cui è in corso il processo di beatificazione, e nei cui atti, tra tante, c’è anche la mia testimonianza.

E quel 27 novembre, giorno quasi in sospeso. Per noi ma non per Dio. Un giorno in cui ricordare non una “nascita mancata” ma la rinascita. La nostra rinascita. La rinascita della nostra fiducia in Gesù e Maria. La stessa a cui siamo chiamati tutti noi, ogni giorno. Anche attraverso la voce del Padre, che ci sussurra il suo amore e la sua onnipotenza attraverso le date, le coincidenze, le “Dio-incidenze”, come tanti le definiscono.

In tutto questo, una “coincidenza” nella “coincidenza”. Qualche tempo fa abbiamo conosciuto una bellissima coppia di giovani sposi. Anche loro, come noi, con una creaturina nata direttamente in Cielo. Parlando, abbiamo scoperto che le DDP di queste nostre “gravidanze celesti” erano vicinissime. Possiamo dire quasi le stesse. Così noi mamme abbiamo deciso di pregare la novena alla Medaglia Miracolosa l’una per l’altra. L’una per le intenzioni del cuore dell’altra. Senza sapere esattamente quali sono. Il Cielo le conosce. Ed è questo che conta.

Ecco come le prove della vita si possono trasformare da tragedie senza senso (prospettiva del mondo) a occasioni di resurrezione (prospettiva del Cielo). Se ci fermiamo esclusivamente al muro del dolore, troveremo davanti a noi una barricata che non riusciremo a superare. Peggio della Muraglia cinese. Ma se ci affidiamo a Dio, se ci abbandoniamo a Lui, tutto sarà diverso. In noi e in chi ci è vicino.

Ed ecco perché dobbiamo riscoprire o imparare a leggere questi fatti, questi avvenimenti. Non come cultori della Smorfia napoletana ma come figli amati. Amati da un Padre che vuole il nostro Bene. Da sempre e per sempre. E che, se non capiamo in altro modo, ce lo dice anche così, attraverso le “combinazioni”.

Perché “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile. Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139, 1-7).

Le date non sono mai casuali. Non vi fidate di me? Fidatevi di Dio! Non resterete delusi.

Fabrizia Perrachon

Non è nostro compito giudicare la Chiesa

È molto facile parlare con le persone e sentire pesanti critiche alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi e questo accade non solo con chi non frequenta, ma anche quando l’interlocutore è uno che si professa cattolico praticante.

Certamente ci possono essere aspetti della dottrina o del comportamento del Papa o dei Vescovi che non condividiamo o che addirittura ci fanno soffrire, ma non è criticando o sparlando che si risolvono le difficoltà, né divenendo diffusori di divisione e contestazione che possiamo pensare di guarire questo male, che, anzi, così si moltiplica.

Non è nostro compito giudicare il Papa o un Vescovo, anche perché non abbiamo né la preparazione, né la conoscenza profonda dei fatti: certo, è nostro diritto, e in parte anche un dovere, esprimere il nostro punto di vista o il disappunto su alcuni temi o situazioni che conosciamo bene, verso il Vescovo o altra autorità, ma va fatto con umiltà e facendo sentire il nostro amore e la nostra obbedienza.

In particolare, gli sposi, in forza del Sacramento sono chiamati alla fedeltà al coniuge: che senso avrebbe essere fedeli a una persona, se poi non lo si è verso una Chiesa che può anche tradire (e la storia ce lo insegna), ma rimane la Sposa per cui Gesù ha dato la vita? A maggior ragione, chi ha subito il tradimento, ma ha scelto di essere fedele e di continuare ad amare nonostante tutto, non può abbassarsi a questa logica di critiche e maldicenze.

D’altra parte, i Papi e i Vescovi passano, ma l’amore resta.

Non si tratta ripeto, di far finta di niente, potrei scrivere pagine e pagine su cose che non condivido e che non approvo, anche oggettivamente condivisibili (alcune persone considerano pazzo chi sceglie di rimanere fedele a un coniuge che se n’è andato e lo deridono), ma poi?

Quale beneficio otterrei criticando e al limite anche prendendo la ragione? Assolutamente niente, sarebbe come parlare male del mio coniuge (e so per esperienza che quando siamo a questo livello, la separazione non è troppo lontana).

Sant’Agostino al riguardo era chiaro: “La Chiesa è un cantiere, un’opera in costruzione, dove il lavoro del Vangelo è sempre in corso. Non criticate i mattoni mancanti, ma pregate per i muratori.

Anche la prima Chiesa, rappresentata da Pietro, mi risulta che abbia tradito, ma Gesù ha voluto comunque fondarla su quella pietra, proprio perché alla fine non conteranno gli errori commessi, ma quanto abbiamo investito nell’amore, in particolare verso chi non è bravo, chi non è competente e chi tradisce. Certo è facile volere bene ad un coniuge che è come lo vogliamo, bello, amabile, servizievole, che si dedica ai figli, così come vogliamo bene senza difficoltà a Papa Santo, a un Vescovo eccellente e a un parroco che fa belle omelie, ma forse il nostro amore vero viene fuori quando non è istintivo, naturale e scontato.  

Si, perché gli Sposi sono Chiesa in miniatura, esattamente piccola Chiesa domestica. In famiglia non ci sono contrasti, divergenze e litigate? Certo che sì! Ma si cerca di risolvere i problemi internamente con amore, pazienza, tenerezza, perdono e preghiera, senza andare in giro a raccontare i nostri malumori agli altri.

Non è il periodo in cui perdere tempo con le parole, ma quello di testimoniare con la vita la qualità d’amore che scaturisce dal Sacramento del matrimonio.

C’è infatti il pericolo di lasciarsi trascinare in questa confusione che passa anche attraverso informazioni manipolate e che rischia di dividerci in gruppi pro/contro il Papa, tradizionalisti/progressisti e così via, perdendo solo tempo prezioso. Non possiamo essere di parte, sarebbe come amare solo quello che ci piace del nostro coniuge: io scelgo di amare tutto, come fa Gesù con me e come sta facendo con la Sua Chiesa Sposa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Di chi siamo?

Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo Salmo è stato proclamato nella Santa Messa di ieri, anche se non scelto appositamente ma ben si addice alla santa di cui si faceva memoria nella Liturgia: Santa Caterina d’Alessandria. Ella incarnò perfettamente la frase del Salmo “ Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.“, poiché a soli 18 anni convertì numerose persone della corte del re Massimino e morì vergine e martire per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.

Già ci basterebbe per oggi meditare sulla vita di questa santa, testimone della fede, per fare un serio esame di coscienza su come noi genitori prepariamo ed educhiamo i nostri figli alla vita di fede. Noi genitori moderni che, spesso, ci facciamo remore a dire qualche no ai nostri figli perché sennò, poverini, potrebbero rimanere esclusi dai loro compagni di classe, rischiando di venire additati perché cristiani e, quindi, ci pieghiamo alla dittatura del pensiero unico e predominante, ovvero all’anticristianesimo.

Ma la Cresima non serve più a niente?

Non vogliamo polemizzare ma solo stimolare la riflessione, l’analisi e la conversione semmai. Ma da dove nasce la forza della testimonianza (Dal lat. cristiano martyrium, dal gr. martýrion ‘testimonianza’ •secc. XI-XII.) di cui S.Caterina ne è un limpido esempio?

Sgorga naturalmente dalla fede, la quale a sua volta ha alcuni punti fermi, alcuni fondamenti, uno dei quali è la prima frase del Salmo sopracitato: “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

Cari sposi, se sostiamo un attimo a meditare questa frase d’esordio del Salmo 23, scopriamo che anche il nostro matrimonio è del Signore, ovvero il Sacramento vivente che noi siamo appartiene al Signore, noi siamo suoi, non ci possediamo l’un l’altra per noi stessi, ma apparteniamo l’uno all’altra nel Signore.

Riscoprire ogni giorno che il nostro matrimonio non è una nostra creatura, ma è del Signore, aiuta a dare la forza del martirio, poiché ogni gesto diventa martirio, ossia testimonianza di un Amore che ci sorpassa e che ci precede.

Noi coniugi sacramento vivente, siamo come l’avanguardia della Chiesa, siamo come il reparto avanzato, dal nostro sacro connubio e dall’educazione della prole derivano i nuovi santi, i nuovi martiri della fede, i nuovi santi sacerdoti e le nuove sante monache.

Cari sposi, abbiamo un ministero: Dio ci ha affidato il nostro coniuge per renderlo santo ed insieme ci ha costituito Chiesa domestica perché la nostra casa sia la fucina dei nuovi santi.

Coraggio sposi, abiamo una missione molto più importante di 007.

Giorgio e Valentina.

L’inverno è passato, è cessata la pioggia

Che meraviglia questo libro della Bibbia. Io ne sono innamorato. Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Parla il mio diletto e mi dice:

L’amato

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni via!

Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata via;

i fiori riappaiono nei campi,

la stagione dei canti è tornata

e la voce della tortora si fa udire nella campagna.

Il fico ha maturato i suoi primi frutti

e le viti in fiore spandono la loro fragranza.

Nel prosieguo del Cantico, l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente capitolo. Egli desidera ardentemente la sua bella, ma, prestando sempre attenzione a non violare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sé, ma senza mai forzarla.

“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni via!” (Ct 2,10).
Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. È un ordine, allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare la forza dell’amore autentico. Non una forza che obbliga, ma un amore che attira. Questa forza irresistibile, che attrae potentemente il cuore come una calamita, è spiegata nei versi successivi.

Come sempre nel Cantico, la natura che circonda i due amanti è manifestazione e segno della loro natura profonda. Essa simboleggia un’armonia perfetta tra visibile e invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi e quanto essi manifestano attraverso il corpo. L’amore è così. L’amore autentico crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

“Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata via.” (Ct 2,11)
Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. È il risveglio da un letargo. Ma un inverno non arido: un inverno in cui è piovuto, un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera. È stato un tempo per preparare il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo, ad accogliere e riconoscere l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, in cui l’amore non si sentiva e non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore era freddo, privo di calore, passione e sentimento per il nostro coniuge. Che tipo di inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi?

Mi spiego meglio: avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia, o avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? È importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. San Giovanni Paolo II ci ricorda: “L’amore non è mai qualcosa di compiuto; esso cresce e matura nel corso della vita.” (da Familiaris Consortio). Questo significa continuare a donarsi anche quando costa fatica, anche quando la routine quotidiana sembra schiacciarci, anche quando l’intimità diventa sempre più difficile.

Solo così, continuando ad amare l’altro nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno per la primavera, per la rinascita della nostra relazione. Se non molliamo, la primavera tornerà: questo è certo. E tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata e colorata quanto più avremo preparato il terreno durante l’inverno.

“Il fico ha maturato i suoi primi frutti e le viti in fiore spandono la loro fragranza.” (Ct 2,13)
Non sono due frutti a caso. Il fico è segno di fecondità, la vite è segno di gioia e pienezza. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Tutto è grazia.” Anche gli inverni, che sembrano momenti di desolazione, possono diventare tempo di preparazione per un amore più grande, più profondo.

Sta a noi fare in modo che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma, al contrario, siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi. San Francesco di Sales ci insegna: “La misura dell’amore è amare senza misura.” E l’amore, in tutte le stagioni, può rifiorire, se lo curiamo con fiducia e perseveranza.

Antonio e Luisa

Un regno poco visibile ma reale

Cari sposi, oggi l’anno liturgico si conclude. Che significa? Vuol dire che la Chiesa ci insegna a vivere il tempo presente nella prospettiva dell’eternità, della Vera Vita. Perciò, la solennità odierna ci ricorda che tutto è in mano al Signore e nulla di quanto accade Gli sfugge.

Eppure, è altrettanto vero che rivolgersi a Gesù dandogli del “Re, Sire o Maestà” non era lì per lì di Suo gradimento. In effetti, Gesù ha rifuggito ogni occasione in cui il popolo, intendeva proclamarlo re e sovrano di Israele, essendo un titolo sconveniente ai fini della comprensione autentica del Vangelo. Tuttavia, il Suo non è un rifiuto assoluto perché come vediamo oggi, Cristo sa benissimo di essere re.

Ma vediamo più in dettaglio: quando Gesù accetta di definirsi re e in quali condizioni? Perché questo ci dice molto su come egli concepisce la Sua regalità. A ben vedere, Egli si fregia della corona reale nel momento di massima debolezza e umiliazione dal punto di vista umano. La scena che oggi la liturgia focalizza nel Vangelo è quando Lui è stato flagellato e coronato di spine, con un mantello e una canna in mano come scherno dei soldati. In tali condizioni pietose e strazianti fu portato davanti a Pilato.

Solo adesso Gesù può svelare la sua regalità: non certo durante la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, la guarigione di Bartimeo o l’entrata trionfale in Gerusalemme… troppo facile e scontato.

Qualcosa di simile lo possiamo affermare della prima letture. Lì il profeta Daniele preannuncia il Messia esattamente in un tempo di grande sofferenza e persecuzione quale fu il regno di Antioco IV Epìfane nei confronti del popolo ebraico.

Come mai che la proclamazione dell’onnipotenza di Dio avviene per lo più nei momenti di insicurezza, di debolezza, di incertezza, di povertà? Sarà che aveva ragione Marx nel definire la religione una sorta di stordimento per alleviare il dolore e dorare la pillola?

O piuttosto che forse solo nella fede pura possiamo credere che il re del mondo sia davvero Cristo? Pare proprio così: è nella fede che riceviamo il dono di vedere oltre le circostanze nelle quali siamo immersi e che potrebbero facilmente confonderci o darci uno sguardo errato. Il Suo Regno pertanto è quanto mai vero e reale benché poco visibile a certi occhi sbadati…

Ma veniamo a voi sposi: quando e come vivete la regalità di Cristo? Magari tra chi legge ci sarà pure qualcuno dal sangue blu, imparentato con nobili casati… Questo non è affatto rilevante perché voi sposi partecipate per la grazia sacramentale della regalità di Cristo. Ma attenzione! Di questa regalità che abbiamo appena visto.

Ce lo spiega bene S. Giovanni Paolo II, il quale ha pubblicato l’Esortazione apostolica Familiaris consortio proprio durante la festività di Cristo Re, ha scritto: “Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (Familiaris consortio, 49) e il Concilio Vaticano II osa molto di più nel dire: “La famiglia cristiana proclama a voce alta le virtù del Regno” (Lumen gentium, 35).

Ecco allora che voi sposi, similmente a Gesù, vivete la vostra regalità nella misura in cui tentate tenacemente di essere chiesa domestica, sebbene tutto ciò passi a volte da un apparente fallimento, tra sofferenze e problemi. Come Gesù ci ha dato la vita non tra applausi e premi, pure voi siete fedeli seguaci del Re quando vi amate con il Suo amore anche in mezzo a difetti e mancanze.

Cari sposi, abbiate fiducia che la grazia divina può attecchire e fruttificare in voi nonostante l’umana imperfezione ma a patto che i vostri cuori siano decisi e motivati nel lasciarvi guidare ed essere al servizio di Gesù, Re delle nostre vite e dei nostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio cristiano, il verbo regnare si declina in “servire”. Servire assume una duplice valenza. Mettersi al servizio del coniuge significa offrirsi con gratuità, mettendo l’altro al centro, come Cristo che lava i piedi ai discepoli. Questo servizio non è sottomissione, ma dono reciproco, una scelta quotidiana di amore che si rinnova nel dialogo e nel sacrificio. Al tempo stesso, servire vuol dire essere utili: contribuire alla crescita dell’altro, sostenendolo nelle sue fragilità e gioendo dei suoi successi. In questa prospettiva, il matrimonio diventa un luogo di santificazione, dove il servizio si trasforma in comunione e l’amore diventa riflesso dell’amore di Dio.

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Un Cammino di Rinascita: la scoperta di una sessualità santa

Ciao, sono Paolo, e voglio condividere con voi un pezzo importante della mia vita insieme a Grazia, mia moglie da nove anni. Abbiamo sei figli e una storia che ci ha fatto riscoprire il significato profondo del matrimonio e dell’apertura alla vita.

Quando ci siamo sposati, eravamo consapevoli che il matrimonio cristiano implica l’apertura alla vita. Tuttavia, inizialmente pensavamo che questo significasse semplicemente avere figli. Questa visione limitata ci ha portato a vivere momenti di difficoltà dopo la nascita del nostro secondo figlio, venuto al mondo a soli 14 mesi di distanza dal primo.

Accogliere i nostri primi due bambini è stato un momento di gioia immensa, ma presto le fatiche hanno preso il sopravvento. Eravamo stanchi e impauriti all’idea di avere altri figli. Ci domandavamo: “Perché Dio ci chiede questo? Non vede i costi, le difficoltà, la fatica di crescere una famiglia?

Abbiamo così iniziato a usare i metodi naturali, ma con una mentalità contraccettiva. Non li vivevamo come un’apertura alla volontà di Dio, ma come un mezzo per evitare nuove gravidanze. Questo atteggiamento non ha fatto che peggiorare la nostra situazione, portandoci infine a ricorrere al coito interrotto, una scelta che ha avuto conseguenze devastanti.

Una Crisi Profonda

Questa pratica, oltre a essere contro natura, ci faceva sentire infelici e insoddisfatti. Io mi sentivo frustrato, mentre Grazia si sentiva usata. Questo si rifletteva pesantemente sulla nostra relazione: io ero sempre più egoista, poco presente in casa, e le liti tra noi si facevano sempre più frequenti e pesanti.

La distanza emotiva tra di noi crebbe a tal punto che iniziai una relazione con un’altra donna. Questo tradimento, durato nove mesi, raggiunse il culmine quando sia mia moglie sia la mia amante rimasero incinte nello stesso periodo.

Queste due gravidanze non pianificate hanno aperto una ferita profonda. Dopo tre mesi, entrambe le donne hanno avuto aborti spontanei a una settimana di distanza l’una dall’altra. È stato un momento di grande dolore, ma anche di riflessione.

Ricominciare da Zero

Quei due bambini in cielo sono stati per noi degli angeli, strumenti che Dio ha usato per darci una seconda possibilità. Questo dolore condiviso ci ha spinto a rimettere in discussione tutto: il nostro matrimonio, la nostra fede, il nostro approccio alla vita. Abbiamo capito che l’apertura alla vita non è solo avere figli, ma lasciarsi guidare dal grande mistero dell’amore di Dio, anche nelle difficoltà.

Abbiamo riscoperto il valore del sacramento del matrimonio, un luogo dove Dio si manifesta e trasforma le fragilità in occasioni di salvezza. L’intimità coniugale non è solo il luogo dove si generano figli, ma un’alleanza in cui Cristo è presente, trasformando ogni gesto d’amore in un dono reciproco.

Una Nuova Vita

Tre mesi dopo questi eventi, Grazia rimase incinta di due gemelli, che sono nati esattamente un anno dopo gli aborti spontanei. La loro nascita è stata per noi un segno concreto della misericordia di Dio e della Sua fedeltà al nostro cammino di coppia.

Sul muro della nostra camera, dietro al letto matrimoniale, abbiamo posto un quadro con una frase del preconio pasquale: “O felice colpa che meritò un così grande Salvatore.” Questa frase ci ricorda ogni giorno che, attraverso le nostre fragilità, Dio può compiere grandi cose, trasformando il peccato in grazia e il dolore in redenzione.

Il Nostro Augurio

Oggi siamo consapevoli che vivere l’apertura alla vita ci rende più fedeli, più uniti, e più vicini al progetto che Dio ha per noi. Speriamo che la nostra testimonianza possa essere di aiuto a chi vive momenti di difficoltà nel matrimonio, mostrando che è sempre possibile ricostruire, quando ci si affida alla potenza dell’amore di Dio.

Con affetto,
Paolo e Grazia

Contraccezione e Matrimonio: Riscoprire l’Amore Autentico

L’avvento della pillola contraccettiva nel 1959 ha segnato un punto di svolta nella percezione della sessualità. Da quel momento, vivere il sesso indipendentemente dalla possibilità di procreare è diventato socialmente accettato. Tuttavia, la Chiesa cattolica, con il suo Magistero, ha mantenuto salda la sua posizione, ribadendo che la contraccezione non giova al matrimonio. Ma perché?

San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale trova nella donazione totale e reciproca la sua verità più profonda”. In questo contesto, l’enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, pubblicata nel 1968, ha profeticamente descritto le “gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite”. Conseguenze che, allora, sembravano lontane, ma che oggi si rivelano drammaticamente attuali.

La formazione: un’urgenza per i cattolici

Una scena memorabile del film “Divorzio all’italiana” recita: “In amore non ci sono regole, ma il cuore… il cuore non mente mai”. Tuttavia, senza una corretta formazione, anche il cuore può essere sviato. La mancanza di educazione a una sessualità autentica rappresenta uno dei maggiori ostacoli per molte coppie. Senza una guida, sia i laici che i consacrati possono considerare la contraccezione come una soluzione praticabile, ignorando il danno che arreca alla relazione coniugale.

San Giovanni Paolo II, con la sua Teologia del Corpo, ci ha lasciato un tesoro inestimabile per comprendere come la sessualità sia parte del disegno divino. La mancanza di formazione su questi temi rischia di minare il solido insegnamento della Chiesa, portando molti a sottovalutare le conseguenze della contraccezione.

La contraccezione e le sue implicazioni

1. La donazione completa viene compromessa

La sessualità, spiega Papa Francesco in Amoris Laetitia, è un linguaggio che comunica amore e dedizione totale: “Ogni atto sessuale nel matrimonio dovrebbe essere aperto alla trasmissione della vita”.

Tuttavia, la contraccezione impedisce questa apertura, trattenendo una parte essenziale di sé. Un matrimonio non diventa più libero eliminando la fertilità; al contrario, si allontana dalla pienezza dell’unione. Il sesso, ridotto a ricerca del piacere, perde il suo significato più profondo e rischia di diventare vuoto e egoistico. Nel celebre film “La vita è bella”, Guido sussurra a Dora: “La tua presenza rende ogni momento eterno”. Analogamente, l’atto coniugale dovrebbe rappresentare questa eternità nella sua apertura alla vita.

2. Il corpo diventa un oggetto

Papa Paolo VI, in Humanae Vitae, aveva previsto: “Si potrebbe temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche contraccettive, finisca per perdere il rispetto per la donna”.

Oggi, questa profezia trova conferma in molte testimonianze di donne che si sentono usate, percependo il proprio corpo come mero strumento di piacere. La contraccezione non solo altera la dinamica della relazione, ma può anche ridurre il partner a un oggetto, privando il rapporto di rispetto e amore autentico. Un celebre dialogo di “Matrimonio all’italiana” illustra questa dinamica: “Mi hai usata come una cosa, e le cose si buttano via quando non servono più”. Un monito che invita a riflettere sull’importanza di riscoprire il valore dell’altro come persona. Il tutto è naturalmente aggravato dalla diffusione capillare della pornografia.

Un invito a riscoprire l’autenticità del matrimonio

Molte coppie, inizialmente scettiche, hanno scoperto che eliminare i contraccettivi dalla loro vita coniugale ha portato a una rinascita del loro rapporto. La condivisione della fertilità diventa così un simbolo di fiducia e apertura, un dono reciproco che rafforza l’unione. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Non possiamo fare grandi cose, ma piccole cose con grande amore”. Anche la scelta di vivere la sessualità in modo autentico e aperto alla vita è una piccola grande azione che costruisce l’amore coniugale.

La nostra testimonianza

In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Dopo un anno siamo tornati, con molta più consapevolezza e convizione, ai metodi naturali.

In conclusione, le parole di Papa Paolo VI risuonano come una chiamata alla riflessione: “L’autentico amore coniugale esige la pienezza e la generosità della donazione reciproca”. Solo abbracciando questa visione possiamo sperare in matrimoni più forti, uniti e fecondi e in una sessualità davvero appagante e vivificante.

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Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato”, recita Retrouvaille. Nella società odierna, dominata dall’apparenza e dai social media, nascondere le proprie debolezze è diventata quasi una necessità. Come coppie, spesso ci sforziamo di dare l’immagine che tutto vada bene, anche quando la realtà è ben diversa.

Sogni infranti e realtà quotidiana

Ci siamo sposati con le migliori intenzioni del mondo, desiderosi di coronare i nostri sogni d’amore coltivati durante il fidanzamento: non litigare mai, creare armonia tra di noi e con i figli che sarebbero nati.

Ma ben presto ci siamo scontrati con la realtà. Orari di lavoro incompatibili ci impedivano di trascorrere tempo insieme. Il poco tempo a disposizione lo passavamo comunicandoci le cose da fare in casa o con i figli, ma senza dialogo. Sembravamo estranei sotto lo stesso tetto.

Così, senza accorgercene, abbiamo costruito un muro trasparente di incomprensioni. La nostra relazione era diventata stanca e pesante, con litigi e conflitti frequenti, spesso per futili motivi. All’esterno, però, mantenevamo una facciata di perbenismo, da coppia perfetta.

Stavamo innaffiando un sottile rancore, un “non ti sopporto” crescente che ci faceva star male. Costruivamo il nostro rapporto come un castello di sabbia: apparentemente solido, ma destinato a crollare alla prima onda.

Il momento della svolta

Poi è arrivato quel benedetto momento. Consapevoli di aver naufragato il nostro matrimonio, con l’acqua alla gola, siamo approdati a Retrouvaille. Lì abbiamo ricevuto aiuto, desiderando riprovarci. Abbiamo riscoperto che quell’amore, che ci eravamo promessi, era vero. Era sepolto da una coltre di cenere, ma c’era ancora.

Grazie a Retrouvaille, abbiamo imparato a comunicare davvero. Ci sono stati dati strumenti pratici per riscoprire il dialogo e l’intimità, fondamentali per superare i conflitti.

Un cammino che continua

Oggi stiamo continuando questo percorso, tutt’altro che semplice, rimuovendo mattone dopo mattone quel muro di separazione. Stiamo lasciandoci alle spalle quella sofferenza che, però, non va dimenticata.

Quel dolore è prezioso. Ci ha umiliato, ferito e portato alla consapevolezza della nostra crisi. Ci ha obbligato a prenderla in mano, facendoci scendere dal piedistallo in cui ci eravamo posti. Ora siamo più sensibili verso quelle coppie che vivono le loro difficoltà, senza emettere giudizi o sentenze.

Un dolore fecondo

Il nostro dolore non è stato vano. È diventato fecondo, un dono per chi, come noi, cerca di ritrovarsi. Abbiamo imparato che non è una debolezza soffrire, ma non condividerlo lo è. Quando abbiamo scelto di condividere il nostro passato di crisi, abbiamo trovato la forza di rinascere.

Orazio e Cinzia – Retrouvaille

La differenza del e nel matrimonio

Nelle ultime settimane mi sono trovata, con mio figlio, a ripassare regole, definizioni e proprietà delle quattro operazioni matematiche. Quando siamo arrivati alla sottrazione, il termine differenza ha attirato la mia attenzione. Lo utilizziamo moltissimo nella vita quotidiana, in espressioni come “Che differenza c’è/fa?”, “Non capisco che differenza fa”, “Vogliamo fare la differenza”, “Non c’è alcuna differenza”, “A differenza di”, “La differenza tra te e me”, “Per me non fa differenza”, “C’è una bella differenza tra”, ecc …

Ma allora questa differenza, è solo il risultato di una sottrazione di qualcuno da qualcuno, di qualcuno da qualcosa o di qualcosa da qualcos’altro? È sempre e solo sinonimo del termine matematico “resto”? Oppure può essere qualcosa di più?

Sono convinta che la differenza, del e nel matrimonio, sia molto di più che il semplice risultato di un’espressione o di un’equazione. Nell’unione sponsale la differenza la fa il sacramento.

Non il semplice patto tra persone, quasi fosse un accordo esclusivamente economico, materiale e di comodo. È l’alleanza tra un uomo, una donna e Dio, tra un “noi” e “Lui”, tra “noi” e “Te”. Dove il “noi” non è semplicemente un “io+io” o un “tu+tu” ma un mistero di unione fisica e spirituale che riceve una benedizione enorme, duratura, forte. La differenza è Cristo!

La differenza è che “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18). La differenza è che “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2, 18). La differenza è che io senza di te sono meno che io con te. La differenza è che insieme siamo più che “1+1”, siamo una potenza, una potenza non solo matematica ma di cuore, di corpo, di anima. La differenza è che un uomo e una donna diventano l’immagine dell’amore di Dio.

Differenza che senza la benedizione del sacramento troppe volte si sgretola, si spezza, si deteriora, si consuma. Insinuando dubbi che il matrimonio sia realmente una cosa bella, che vale la pena fare o per il quale vale la pena lottare. Rompendo le speranze di quanti ci credevano. Ferendo il cuore, non solo umano ma anche quello divino.  

Certo, potrete obiettare, anche sposi cristiani di dividono. Purtroppo accade, non possiamo negarlo. Ma siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi “sposarsi in Chiesa”? Lo facciamo per convenzione sociale, per assecondare qualcuno o perché siamo autenticamente liberi e consapevoli della scelta? Sappiamo che senza la nostra partecipazione la Grazia non compie il miracolo? Sappiamo che senza la fede quella benedizione, non accolta nell’intimo, non può fare ciò che non facciamo noi? Come affermava Sant’Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te “(Sermo CLXIX, 13).

Siamo, dunque, ancora convinti che “Non c’è alcuna differenza” tra un’unione esclusivamente umana ed una arricchita, abbellita, adornata dal divino? Davvero ci poniamo ancora la domanda “Che differenza c’è/fa?” tra un matrimonio civile e uno religioso? Siamo ancora del parere che “Per me non fa differenza”, basta che due persone si vogliano bene? Altrettanto, sappiamo essere misericordiosi e non giudicare, affermando che “La differenza tra te e me” è che siamo sposati in chiesa e voi no? Oppure che “A differenza di” io sono bello e bravo e tu sei brutto e cattivo? Non possiamo promuovere la Verità accantonando la carità.

Un caro amico sacerdote me lo ha ripetuto più volte che nel dire la verità del Vangelo bisogna sempre usare modalità adeguate e un atteggiamento mite e cordiale perché non sempre siamo pronti ad accogliere la verità nuda e cruda. E sbatterla in faccia provocherebbe l’effetto contrario. Questo non significa che dobbiamo tradire, sovvertire o travisare la Parola ma diffonderla con dolcezza perché “uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Il più delle volte è l’esempio a dire più di mille parole. Quasi sempre fa più la testimonianza di tanti discorsi. Non solo perché “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” ma perché il Vangelo fatto carne tocca veramente i cuori. Anche quelli più induriti. Come magistralmente ha scritto San Paolo: “Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3, 22-24). La differenza, ben prima e ben più di noi, la fa il Signore. Noi possiamo farla se, e solo se, rimaniamo in Lui e noi il Lui. Il noi sponsale, il noi più grande, il noi più bello!

Fabrizia Perrachon

Fecondità oltre la fertilità

Un privilegio frainteso

Qualche settimana fa ho condiviso su Instagram lo stato di una ragazza che scriveva di quanto fosse stanca di leggere commenti di adulti ricorsi alla pratica dell’utero in affitto, i quali sostenevano che i loro figli erano felici. La ragazza sottolineava che bisogna aspettare che questi figli crescano e scoprano l’inganno che c’è dietro. Il giorno dopo, tra i vari commenti, ho trovato un messaggio di una mia cara amica: “Giorgia, ma dal nostro punto di vista privilegiato non possiamo dire nulla… e poi non c’è niente di male…”

Di questa frase mi hanno colpito due cose. La prima è la parola privilegio, come se noi fossimo al di sopra di altre coppie. Non è così! La seconda è l’espressione “non c’è niente di male”. Questo è un grande inganno.

I figli non sono un diritto

I figli sono un dono, per tutti!
I miei figli sono un dono per me, per mio marito, per i loro fratelli e per tutta la società.
I tuoi figli sono un dono per te, per tuo marito, per i loro fratelli e per la società.
I nostri figli sono un dono anche per quelle coppie che naturalmente non li possono avere.

I figli non sono una risposta a un bisogno.
I figli non sono un capriccio da soddisfare.
I figli non sono una merce.

Noi siamo cooperatori della creazione. Siamo creature, non creatori. Siamo noi stessi figli e siamo chiamati a guardare tutti come figli, essendo corresponsabili della crescita degli altri.

Fecondità e fertilità: due realtà diverse

Fecondità e fertilità non sono sinonimi. La fertilità è il dono di generare vita nella carne. Ripeto: dono. La fecondità, invece, è un atteggiamento. È il riconoscimento che il nostro amore ha un’origine divina ed è destinato a essere donato al di fuori di noi.

Essere fecondi ci richiama alla corresponsabilità: la nostra paternità e maternità vanno oltre i nostri figli. La mia prima responsabilità è verso il mio coniuge. Sono chiamata a farlo crescere, a farlo sentire più uomo e più padre, così come lui è chiamato a far crescere me, a farmi sentire più donna e più madre. Il primo “figlio” della coppia è il noi. È il donarsi reciproco che diventa sorgente di vita. Poi, insieme, ci apriamo al mondo là fuori, dove ci sono i figli, di carne e di cuore.

Educare alla fecondità

Si è smesso di educare e insegnare che si può essere fecondi e generativi anche senza avere figli naturali. Una grande testimonianza d’amore viene proprio da quelle coppie che non hanno figli, ma ci ricordano che tutto è dono! Bisogna ricordarsi che una coppia senza figli può essere feconda e generare vita, così come una coppia con figli può essere sterile, non feconda.

Se cadiamo nell’errore di pensarci privilegiati, rischiamo di credere che il compimento dell’amore di coppia sia avere dei figli. Non è così.

Una testimonianza personale

In molti articoli del mio blog ho scritto che è un privilegio avere Chiara come figlia, ma lo scrivo nell’ottica della sua Sindrome di Down. Ancora oggi, non mi capacito del fatto di essere stata scelta come sua mamma. Lei, con la sua vita e la Sindrome di Down, è un dono per me, per Cosimo, per la nostra coppia e per tutti quelli che incontra. Ma nessuno dei nostri figli è nato per riempire un vuoto; non sono stati un “bisogno”.

Come dice una coppia che conosco bene: “Non si diventa padri e madri per meriti sul campo. Non si ama per avere figli. L’amore non ha bisogno di giustificazioni; non perché dà la vita l’amore è buono, ma perché è buono che dà la vita!”

Fecondità oltre la fertilità

Ho cercato di affrontare questo tema con delicatezza, consapevole che non mi appartiene del tutto. Tuttavia, mi sento chiamata a condividere storie di fecondità oltre la fertilità. Ho scritto ad alcune coppie che per noi sono importanti. Le loro storie e testimonianze sono luce. Una coppia di amici mi ha risposto così:

Come abbiamo scoperto la fecondità matrimoniale? Bevendo da un calice amaro che ci ha permesso di scoprire la volontà di Dio per noi. Sì, avete letto bene: Famiglia lo siamo anche senza figli che portano il nostro DNA. Abbiamo aperto il nostro cuore ai giovani, prima in una Casa Famiglia, poi nel servizio al nostro oratorio. Essere genitori e famiglia per un oratorio è la cosa più bella del mondo per noi. Dio ha realizzato le nostre preghiere in un modo inaspettato e moltiplicato. Affidatevi a Lui.

Essere fecondi significa riconoscere che il nostro amore, che è dono, è destinato a essere condiviso. Che si abbiano figli di carne o no, la fecondità matrimoniale è una chiamata a generare vita e amore nel mondo. Ognuno può scoprire questa vocazione unica affidandosi alla volontà di Dio.

Giorgia e Cosimo

Amen all’Eucaristia: Accogliere la Grazia e Trasformare la Vita

Saulo è caduto nella polvere sulla strada di Damasco. Solo in quel momento, accecato dalla luce divina, ha potuto udire le parole di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9,4). Parole che gli hanno chiuso il vecchio sguardo e, al contempo, gli hanno aperto una vista nuova, quella della fede. La sua caduta rappresenta un’esperienza che molti di noi conoscono. Spesso è necessario cadere nella polvere del fallimento, del dolore e dell’umiliazione. Solo così possiamo scoprire il nostro bisogno di Dio. Come scrive Sant’Agostino: “Il Signore si è chinato fino a noi per sollevarci, e noi, nell’umiltà, siamo chiamati a riconoscere la nostra fragilità” (Confessioni).

Anche io, come molti, ho dovuto assaporare la polvere dell’insuccesso. Solo così ho capito la mia debolezza e il mio bisogno di Cristo. Gesù lo sa, e proprio per questo ha scelto di farsi piccolo. “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse partecipare alla vita divina” (San Leone Magno). Si è fatto piccolo al punto da divenire una semplice particola. Così può entrare nel nostro cuore durante la Santa Eucarestia. Egli ci dona la vera forza, quella che non viene dal mondo ma dal cielo. Papa Francesco ci ricorda: “Gesù viene a noi non in forma maestosa, ma in un pezzo di pane, per essere parte della nostra vita, per condividere con noi la nostra umanità” (Evangelii Gaudium, 24).

Quando riceviamo l’Eucarestia, Gesù entra in noi con commozione e trepidazione, aspettando il nostro “amen”. Questo piccolo assenso è spesso pronunciato distrattamente. Tuttavia, ha un significato profondo. Significa accoglierlo nel nostro cuore e riconoscerlo come nostro Signore e Salvatore. San Tommaso d’Aquino scrive: “Nell’Eucarestia, Cristo si dona totalmente, ma attende il nostro sì per dimorare in noi. È un dono di amore che chiede di essere accolto” (Summa Theologiae, III, q. 73).

Quell’amen, così semplice, è il nostro lasciapassare per ricevere la grazia e tornare a casa trasformati. Non siamo più gli stessi quando accettiamo Cristo in noi. Siamo rinnovati, capaci di amare con un amore che va oltre le nostre forze. Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’Eucarestia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana. In essa, l’amore di Cristo ci rinnova, rendendoci capaci di amare come Lui ha amato” (Ecclesia de Eucharistia, 11).

Non dobbiamo illuderci di essere bravi o di poter amare davvero senza l’aiuto dell’Amore stesso, che è Dio. Senza di Lui, torneremo presto a mangiare la polvere delle nostre cadute e dei nostri limiti. Gesù ci avverte: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15,5). Solo affidandoci completamente a Lui possiamo sperimentare il vero amore. Questo amore ci permette di amare il nostro coniuge, i nostri figli e i nostri fratelli con un cuore puro e sincero.

In questo percorso di fede, riconoscere la nostra debolezza è la chiave per aprirci alla forza di Cristo. San Paolo scrive: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.” (2 Corinzi 12,9). È nella nostra debolezza, nel nostro “mangiare la polvere”, che possiamo incontrare il Signore. Egli si fa vicino a noi, piccolo come una particola. È grande come l’Amore infinito che ci rinnova.

Quando diciamo “amen” all’Eucarestia, diciamo “amen” alla vita nuova che Dio ci offre, una vita che è capace di trasformare non solo noi stessi, ma anche le nostre famiglie e il mondo intorno a noi.

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Di che parliamo noi sposi?

Sal 14 (15) Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Questo è il Salmo proposto nella S.Messa odierna, come potete notare è piuttosto corto ma denso e racchiude in poche frasi tutta una vita di santità. Noi limiteremo la nostra riflessione ad una sola espressione: “dice la verità che ha nel cuore“. Essa non può essere estrapolata dal suo contesto, e quindi la evidenziamo ma tenendola sempre collegata alle altre espressioni, così come succede nella vita dei santi.

I santi sono coloro che hanno vissuto le virtù in modo eroico. Ogni santo è un’eccellenza in una virtù o in un aspetto particolare di essa. Tuttavia, anche le altre virtù sono state vissute e praticate nella sua vita santa. Per esempio non esiste un santo vergine che sia stato avaro, oppure un santo campione dell’umiltà che sia stato iracondo. Quindi anche noi prenderemo in esame solo un’espressione ma dobbiamo considerarla come un tassello di un puzzle.

Il nostro carissimo padre Bardelli ci ripeteva spesso il famoso proverbio: “la lingua batte dove il dente duole“. Stava parlando a dei giovani in cammino verso la scoperta dell’autentica verità sulla propria sessualità maschile o femminile, e ci mostrò la verità di questo proverbio facendoci notare come spesso la pornografia (con i suoi derivati come l’impudicizia) era entrata a pieno titolo non solo nella testa, ma anche nel costume e nei discorsi, come ad esempio nei modi di parlare, le allusioni nascoste dietro l’ironia, le risatine impure, le barzellette e così via.

Così c’insegnò a vivere la castità anche della lingua. Bastava misurare quanto quella impurità fosse presente nel proprio parlare. In questo modo, si poteva capire a che punto si stesse del cammino personale verso la virtù della castità.

Ecco quindi che l’espressione del Salmo che abbiamo preso in esame trova il suo giusto collocamento dentro la nostra vita di sposi.

Cari sposi, ognuno faccia verità su se stesso/a per poter cominciare quel bellissimo cammino di liberazione dalla schiavitù dell’impurità. E questo cammino renderà ancora più bello, vero e profondo il nostro rapporto sponsale. Esso arricchirà anche l’atto coniugale che è il gesto più intimo degli sposi. È quell’unione dei corpi che il Creatore ha pensato per noi.

Coraggio sposi, le nostre parole siano traboccanti dell’amore di Cristo che alberga nel nostro cuore così come ci insegna Gesù nel vangelo di Luca: “La bocca dell’uomo infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).

Dipende da noi cosa vogliamo far sovrabbondare nel cuore. Buon cammino di purificazione.

Giorgio e Valentina.

L’amore si nutre nel rispetto

Dopo esserci soffermati sulla ambabilità possiamo iniziare oggi il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Un rumore…! Il mio diletto!

Eccolo, viene,

a salti per i monti,

a balzi per le colline.

Somiglia, il mio diletto, a un capriolo

o a un cerbiatto.

Eccolo, si è fermato, in piedi,

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia tra le inferriate.

Dopo aver messo in chiaro i presupposti necessari per rispondere alla chiamata all’amore, al desiderio di amore della Sulamita, possiamo addentrarci nel secondo poema. Da queste prime righe traspare tutta la gioia, la sorpresa e l’emozione che l’avvicinarsi dell’amato provoca nella Sulamita. Arriva dai monti. Eccolo è dietro al muro.

La Sulamita ripensa ai momenti di intimità e complicità che già ha vissuto con lui. Momenti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore. Momenti che sono ricchezza messa da parte. Ricchezza da spendere nei periodi di aridità. Fare memoria della gioia per desiderare di viverla ancora. “La memoria dell’amore è una forza che spinge a camminare avanti, anche nei momenti di difficoltà” (Amoris Laetitia).

L’amato è immagine della giovinezza. Viene paragonato infatti ad un cerbiatto. La giovinezza, nell’amore, non si perde. Se ci prendiamo cura della nostra relazione, il nostro amore non diventerà mai qualcosa di vecchio e grinzoso. Non deperirà fino a morire. Resterà giovane per sempre. Come mi è capitato di vedere alcuni giorni fa. Ho incrociato, lungo la strada, una coppia di sposi anziani. Si tenevano per mano come due ragazzini. Il loro amore era ancora giovane, bello, vivo. L’amore dà forza, l’amore dà energia, l’amore è una spinta ad andare verso l’amata, a donarsi a lei.

L’amato, Salomone, non arriva faticando, arriva saltando su per i monti. L’innamoramento è così. Rende sopportabile e bella qualsiasi fatica. Questo innamorato non è però un predatore. Non è uno che si prende con la forza quello che vuole. È, al contrario, un uomo che, rapito dalla meraviglia di quella donna, si pone con grande rispetto innanzi a lei. Percepisce in lei un mistero grande. Percepisce in lei la sua stessa dignità regale. È una regina, è figlia di Re. È figlia di Dio. “L’amore non è mai qualcosa di imposto, ma sempre una scelta libera, rispettosa e attenta” (Mulieris Dignitatem)

Così, seppur stia bruciando dal desiderio di unirsi a lei, non entra d’improvviso. Non vuole violare la sensibilità di quella creatura tanto bella. Non vuole spaventarla. Allora non entra e aspetta dietro al muro che sia lei a chiamarlo. Guarda dalla finestra e attraverso le inferriate per riuscire almeno a vederla e a godere della sua vista. Lo fa per farsi presente. Tuttavia, attende che sia lei ad aprire. Aspetta che sia lei a chiamarlo al di là di quel muro che li divide. Quanto possiamo imparare, noi uomini, da questo atteggiamento di autentico rispetto di Salomone! Lo sposo del Cantico è maestro per noi. Siamo capaci di accostarci con lo stesso rispetto alla nostra sposa? Sappiamo attendere che sia lei ad aprirci il suo cuore e la sua intimità? La pazienza nell’amore è la dimostrazione più alta del rispetto che si può offrire all’altro (Sant’Agosino)

Ci impegniamo per renderci amabili e per ravvivare il fuoco dell’amore con una continua cura e attenzione verso la nostra sposa? La mettiamo al centro della nostra tenerezza? La tenerezza è l’amore reso tangibile, il linguaggio silenzioso che parla al cuore (Deus Caritas Est). Sono domande importanti da farsi e su cui riflettere. Noi uomini siamo molto diversi dalla donna. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata e curata per abbandonarsi all’intimità.

Noi uomini spesso pretendiamo invece di vivere l’intimità senza alcuna preparazione. Questo distrugge la relazione e umilia profondamente la donna. La fa sentire usata e non amata. Questo atteggiamento, poco rispettoso e che nulla ha in comune con l’amore, alla lunga provoca il deserto sessuale nella coppia. Lei si scoprirà arida. Non avrà più alcun desiderio di unirsi a lui. Lui cercherà altrove il modo di riempire il vuoto sessuale. Questa è la fine di tanti matrimoni. È triste dirlo. Questa è la povertà in cui tante coppie versano. Basterebbe poco per essere felici. Basterebbe nutrire quella relazione con un amore autentico.

Antonio e Luisa

Il fine non coincide con la fine

Cari sposi, sebbene ci troviamo nel bel mezzo dell’anno civile, oramai a un niente dal vortice natalizio, con tutte le feste, cene, saggi, regali… e l’estate con le ferie risulti un lontanissimo miraggio, per la liturgia c’è aria di fine. Infatti, domenica prossima la solennità di Cristo Re chiuderà il tempo ordinario per dare inizio all’attesa della Venuta di Cristo. Già da alcune domeniche quindi stiamo odorando questo clima ed oggi lo viviamo in modo particolare.

Gioia e Speranza

Tutto ciò non deve creare un senso di ansia bensì di gioia perché stiamo andando incontro alla Verità, a Colui che dà il senso ultimo alla nostra vita. Ci ricorda Papa Francesco:

Non è in primo luogo un discorso sulla fine del mondo, piuttosto è l’invito a vivere bene il presente, ad essere vigilanti e sempre pronti per quando saremo chiamati a rendere conto della nostra vita. […] La storia dell’umanità, come la storia personale di ciascuno di noi, non può essere compresa come un semplice susseguirsi di parole e di fatti che non hanno un senso. Non può essere neppure interpretata alla luce di una visione fatalistica, come se tutto fosse già prestabilito secondo un destino che sottrae ogni spazio di libertà, impedendo di compiere scelte che siano frutto di una vera decisione. Nel Vangelo di oggi, piuttosto, Gesù dice che la storia dei popoli e quella dei singoli hanno un fine e una meta da raggiungere: l’incontro definitivo con il Signore” (Angelus 18 novembre 2018).

Il Significato Sponsale

L’incontro con Gesù è visto nella Sacra Scrittura come un vero e proprio matrimonio; il libro dell’Apocalisse ce lo descrive come le nozze dell’Agnello (Cristo) con la sua Sposa (la Chiesa). Questo è l’orizzonte delle nostre vite e la liturgia ce lo ricorda, casomai il ritmo delle nostre giornate ce lo facesse dimenticare.

La Grazia del Matrimonio

Voi sposi avete ricevuto il dono del vincolo matrimoniale, questa grazia che rende presente in voi l’Amore di Cristo per la Chiesa. In effetti, avete già ricevuto l’anticipo, la caparra delle nozze definitive. Ecco allora che per voi questa liturgia vi sprona e vi motiva a fare memoria quotidiana che il dono ricevuto è da scartare e coltivare continuamente, senza mai darlo per assodato e scontato, una conquista da raggiungere di continuo.

Vivere il Regno di Dio

Cari sposi, il tempo presente è un regalo che il Signore vi concede per incarnare e mettere in pratica già da adesso il Regno di Dio. Chiediamo la grazia di saper cogliere ogni opportunità, per piccola che sia, che il Signore vi offre per essere riflesso di quel volto di Gesù che ama la sua Chiesa Sposa.

ANTONIO E LUISA

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore”. Queste parole possono ricordare i momenti più difficili della vita matrimoniale, quando sembra che la luce della gioia e della speranza si spenga. Il cammino degli sposi è segnato da tribolazioni e incertezze, ma è proprio in questi momenti che si è chiamati a una fede più grande. La crisi può essere vista come un’occasione di purificazione e di rinnovamento, un invito a vegliare insieme, a sostenersi e a ricordare che la promessa d’amore fatta nel sacramento è una realtà che supera ogni oscurità. Il matrimonio riuscito non è quello che non viene toccato dal dolore e dalle incertezze, ma è quello dove gli sposi riescono a non smettere di credere che il loro amore, sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere più forte di tutto.

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«Cari genitori, a voi è affidato … abbiatene cura»

Proseguiamo a raccontare il sacramento del Battesimo in riferimento alla Chiesa tutta e alla Chiesa domestica in particolare. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati

Rinascere dallo Spirito: Il rito della vestizione

Il battezzato, dopo essere stato “denudato” e immerso nelle acque per rinascere dallo Spirito, viene ricoperto dalle nuove vesti di salvezza. Il sacerdote proclama:

«Sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna».

La chiesa domestica può vedere in questa monizione la riformulazione della promessa iniziale assunta nei riti di accoglienza.

“Nuova creatura e ti sei rivestita di Cristo”

Anticamente questo momento liturgico era molto visibile. Oggi dobbiamo immaginarlo: il bambino, dopo aver ricevuto un poco d’acqua sul capo, viene rivestito di una piccola vestina bianca che di solito è a modo di cappa.

«Che diremo dunque? … anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6, 1-4).

Se il battezzato è un bambino, la chiesa domestica accoglierà la nuova creatura rivestita di Cristo impegnandosi ad educarla nei sentimenti di Cristo Gesù del servizio e dell’obbedienza: «spogliò se stesso assumendo la condizione di servo», «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce» (cfr Filippesi 2,5-11).

“Questa veste bianca è segno della tua nuova dignità”

Questa veste è particolare poiché «né tarma né ruggine consumano» (Mt 6, 20).

La dignità di figlio di Dio è indelebile, nessuno potrà annullarla perciò si viene battezzati una sola volta. A questo punto l’assemblea potrebbe esclamare il suo stupore: «ossa delle mie ossa, carne della mia carne»! Sta partecipando ad un nuovo innesto in Cristo, sta dando alla luce un nuovo figlio di Dio. È uno stupore nuziale! Sì, perché il mistero della vestizione manifesta la grazia nuziale.

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27).

“Con le parole e con l’esempio dei tuoi cari portala senza macchia per la vita eterna”

Quando Dio ad Adamo chiese dopo il peccato «dove sei?» la reazione fu il nascondimento. Adamo ebbe paura di Dio e della sua domanda, invece Dio avrebbe voluto mostrargli le conseguenze della sua scelta, il fatto che stava percorrendo la strada angusta e mortifera. Il battezzato, invece, è reso nuovamente la persona capace di rivolgersi a Dio e «affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi sono nascosto”. Qui inizia il cammino dell’uomo. Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano» (M. Buber, il cammino dell’uomo).

La monizione liturgica della vestizione è l’invito a riprendere il cammino interrotto a causa del peccato originale. Ora il vecchio Adamo non c’è più, il nuovo Adamo-Cristo, il Primogenito, l’ha giustificato per farlo nuovamente dialogare con Dio, con l’altro e con il creato, e uscito dal nascondimento immetterlo sulla via del ritorno alla casa del Padre. La veste candida ci ricorda il cammino della vita che attende il battezzato: «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito» (Galati 5,25).

Fin quando, arrivati dalla grande tribolazione, rivestiti di queste vesti candide lavate nel sangue dell’Agnello, saremo accolti insieme alla moltitudine proveniente da ogni parte della terra, «non avremo più fame né avremo più sete, non ci colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello che sarà il nostro pastore ci guiderà alle fonti delle acque della vita e Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi» (Ap 7,16-17).

La luce di Cristo: il cero pasquale

Dopo la vestizione il sacerdote consegna il cero che uno della famiglia accenderà al cero pasquale.

«A voi è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli».

La realtà battesimale non è una benedizione che agisce esteriormente alla persona come la promessa di Dio ad accompagnare, ma è il rinnovamento interiore, sempre presente e certo di Dio, disponibile ad illuminare il cammino «dentro e fuori» per la visione della Realtà.

La chiesa domestica: cura e perseveranza nella fede

La chiesa domestica si prenderà cura della perseveranza del battezzato nel servizio e nell’obbedienza alla fede affinché, rivestito di Cristo e illuminato da Cristo, insieme ai santi, vada incontro al Signore che viene.

Don Antonio Marotta