Quando l’Amore non Riempie più il Vuoto

“Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
In questa frase Gesù ci dice tutto. Ma spesso noi la ascoltiamo con le orecchie della devozione e non con quelle della vita quotidiana. Eppure, lì dentro c’è una svolta che può cambiare radicalmente il nostro modo di amare: l’amore vero non è prendere. È dare. Non è colmare un vuoto. È scegliere qualcuno, anche quando non ci consola più.

L’amore non nasce dal vuoto: nasce dalla libertà

Nel nostro cammino di coppia, spesso ci imbattiamo in questa dinamica: quando l’altro non fa quello che desideriamo, quando non ci consola, quando ci lascia inascoltati… ci arrabbiamo. Non perché non ci ama, ma perché non riempie quel buco profondo che ci portiamo dentro. Allora lo accuseremo. Lo rifiuteremo. Diremo: “non mi capisci, non mi ami”. Ma la verità è che stiamo chiedendo a lui o a lei ciò che nemmeno Dio chiede di essere.

E qui emerge un nodo cruciale anche nell’ottica dell’Analisi Transazionale: quando agiamo mossi dal nostro Bambino ferito, cerchiamo nell’altro una carezza, un conforto, un contenimento… e chiamiamo tutto questo “amore”. Ma l’amore vero nasce solo da una scelta dell’Adulto interiore: quella parte di noi che è libera, responsabile, capace di verità.

Usare gli altri non è amare

Abbiamo bisogno di smascherare una menzogna diffusa anche nei matrimoni cristiani: non tutto ciò che si chiama amore… è amore. Perché a volte usiamo le persone per non sentire la nostra solitudine. Per non guardarci dentro. Perché abbiamo paura del vuoto.

Ecco perché l’amore maturo – quello che somiglia a Cristo – non è lasciarsi evangelizzare dal proprio vuoto, ma disobbedire a quel vuoto, dicendo: “io sono una persona ferita… ma la cosa più interessante della mia vita, non sono le mie ferite. Sei tu”. Ci vuole santità per amare così. Ci vuole una libertà che solo Dio può donare.

La trappola della colpa: chi è il responsabile della mia infelicità?

Quando in un matrimonio si smette di essere felici, la prima reazione è spesso la ricerca del colpevole. È un meccanismo antico, presente già in Genesi: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero…” (Gen 3,12). È colpa tua. È colpa mia. È colpa di Dio.

Ma la verità è che la domanda è sbagliata. Non è “chi è il colpevole?”. È: “Come ne usciamo senza farci a pezzi?” Colpevolizzare non salva. Né l’altro né se stessi. E questo vale sia per il Genitore Normativo che giudica e punisce (“è tutta colpa sua”), sia per il Bambino Adattato che si umilia e si annulla (“sono io che sbaglio sempre”). In entrambi i casi… si esce dalla via dell’amore.

La santità non è perfezione: è resistenza al male

Gesù non ci ha mai promesso che le relazioni sarebbero state sempre felici. Ma ci ha insegnato come restare umani anche quando l’altro smette di esserlo. A volte non possiamo cambiare chi ci sta ferendo. Ma possiamo decidere come viverci quel dolore.
Possiamo scegliere di non lasciarci incattivire. Questa è la santità: non la fine del conflitto, ma la libertà di non lasciare che quel conflitto tiri fuori il peggio di noi.

È una santità che nasce nel quotidiano. Nella carne. Nei silenzi. Nei pianti nascosti in bagno. Nel perdono dato anche quando l’altro non chiede scusa. Non è facile. Ma è possibile… presso Dio.

L’amore cristiano non è una dipendenza reciproca, ma una reciprocità liberata

Gesù dice: “Anche i pagani amano quelli che li amano” (cfr. Mt 5,46). La reciprocità, in sé, è una cosa bellissima. Ma non può essere la base unica del nostro amore. Perché quando viene meno – e prima o poi, capita – resta solo una domanda: “Chi sono io, anche quando tu non mi ami come vorrei?”

Ed è lì che nasce il cristianesimo – la nostra sequela di Cristo – nel matrimonio: quando smetto di amare per ricevere qualcosa in cambio, e comincio ad amare perché Cristo mi ha amato per primo.

Conclusione: l’amore che resta, anche quando fa male

Forse ti aspettavi che l’altro ti rendesse felice. Ma la verità è che nessuno, da solo, può fare questo miracolo. Solo Dio può riempire il vuoto. Tu puoi amare. Puoi scegliere. E puoi lasciarti salvare dentro l’amore che resiste. La santità non è un ideale per supereroi. È un amore che resta. Che non smette. Che si affida. Che dice: “Io non sono il mio dolore. E tu… vali più delle mie ferite.”

Antonio e Luisa

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Diario di un Fidanzamento Cristiano – Nati per Amare in Pienezza

VI COMANDAMENTO: NON COMETTERE ATTI IMPURI

“Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”- Gv 15,10.

Cari lettori, la volta scorsa (clicca per leggere gli articoli precedenti) vi ho raccontato la gioia del primo bacio con Alessandro e la preziosa serata del 15 agosto 2019. In questo articolo tratterò di un tema bellissimo, ovvero quali sono le modalità per custodire e far crescere l’amore nel fidanzamento, così che esso arrivi pronto per il Sacramento del Matrimonio.

Quando riceviamo un sacramento infatti, scende lo Spirito Santo che ci trasforma interiormente, ma Egli agisce su quello che trova: poiché corpo e anima non sono scindibili nella vita terrena, le due cose sono sempre collegate. Il modo in cui facciamo maturare la nostra dimensione umana, caratteriale e relazionale, così come quello in cui scegliamo di vivere la corporeità, è frutto di un cammino e di una crescita che, nel tempo del fidanzamento, siamo chiamati a vivere bene per una sola ragione: essere felici. Vi ricordate l’immagine della Perla Preziosa di cui parla Gesù?

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.»  Mt 13

Possiamo associare la perla preziosa alla nostra vocazione verso la sponsalità. Quindi che cosa siamo chiamati a vendere per comprarla? Cosa siamo disposti a buttare per essere felici?

La risposta ci viene dal temutissimo SESTO comandamento, ovvero “Non commettere atti impuri”! Dico temutissimo, perché molte persone, anche “cristiane” lo considerano un impedimento, un ostacolo alla realizzazione del piacere personale. Altri lo ritengono sorpassato, un retaggio dei secoli passati, nei quali forse era ancora possibile viverlo perché magari i fidanzamenti duravano molto poco…No, niente di tutto questo!

Spesso sentiamo i comandamenti indicati anche con un’espressione più profonda: parole di vita. E in effetti, anche il VI comandamento è una parola che ci è stata donata per guidarci verso la felicità. Sì, perché ogni persona è veramente felice quando si sente amata e quando riesce ad amare. Ed è proprio questa la bussola che ci orienta nel cammino dell’amore autentico.

Ecco che allora ci sono dei no da dire per un sì più grande. Cito un articolo – del quale metto il link – anche se credo che tutti sappiano quali sono questi no:

«Il sesto comandamento non proibisce solo l’adulterio, ma anche tutto l’uso indebito della sessualità con altri o da soli.  Ad esempio la masturbazione continua a essere un uso indebito della sessualità e quindi un peccato da confessare.»

Come fidanzati siamo forse dei supereroi? Così bravi e senza macchia da essere perfetti? La risposta è no, ecco perché esiste il bellissimo Sacramento della Riconciliazione. Posso dire però che Alessandro ed io abbiamo dato peso e valore al VI comandamento e cerchiamo di viverlo sempre meglio. Quali solo i regali? Sapete che quando si sceglie di camminare nella strada di Gesù c’è sì una fatica a volte («Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» Mt 11), ma si sperimenta una serenità e una gioia che non viene da noi. Provo di seguito a raccontare i doni che questo comandamento ci vuole fare se lo accogliamo:

  • Superare l’egocentrismo e imparare a vedere l’altro con i suoi difetti e pregi;
  • Migliorarci per l’altro lì dove siamo carenti;
  • Dare valore al dialogo per sciogliere tutti i nodi prima del matrimonio;
  • Coltivare il linguaggio verbale e non verbale della tenerezza e della dolcezza;
  • Scorgere nell’altro una bellezza sempre più grande;
  • Vivere come se le fiabe che abbiamo amato nella nostra infanzia fossero davvero reali;
  • Comprendere che questo amore si prepara all’indissolubilità e all’eternità;
  • Sperimentare cosa significa amare davvero una persona.

Tutto ciò vi sembra cosa da poco? Credo di poter affermare che queste siano le basi di un matrimonio felice che non si distruggerà mai anche quando arriveranno le tempeste della vita.

Ringrazio una cara amica che, da qualche tempo, si sta riavvicinando alla fede e che, durante il viaggio di ritorno da un pellegrinaggio a Roma per il Giubileo, mi ha chiesto il significato della Confessione. Le ho spiegato che, in genere, l’esame di coscienza si compie a partire dai comandamenti. Poi siamo arrivate a parlare del VI, e in quel momento le ho detto: «Ti spiego con calma, perché questo è difficile. Non voglio banalizzare la spiegazione»

Poi attraverso messaggi audio le ho spiegato al meglio delle mie possibilità. Basta semplicemente riflettere usando solo il nostro intelletto, per capire che la castità nel fidanzamento porta benefici umani, relazionali e spirituali. Per questo vi lascio dei link a dei video particolarmente preziosi, un link a un articolo e il link alla pagina del “Catechismo della Chiesa Cattolica”.

Al numero 2331 del Catechismo leggiamo una frase bellissima: «Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione e di amore. Creandola a sua immagine […] Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione». 

Il prossimo mese vi darò notizia di un servizio svolto da un’associazione di Milano, la quale mette in contatto scritto persone dai 30 ai 50 anni più o meno che condividono principi cattolici e che per varie ragioni non hanno ancora conosciuto la persona giusta per loro. Tutto ciò alla prossima puntata!

Un abbraccio affettuoso,

Eleonora e Alessandro

(Accogliamo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli. Potete scriverci a eleonoraealessandro4@gmail.com o commentare nel blog.)

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NEWS!!!

Abbiamo aperto una community Telegram nella quale condividere pensieri e contenuti sul fidanzamento e sul matrimonio. E’ rivolta soprattutto ai giovani, anche a coloro che non sono fidanzati, ma che apprezzano la bellezza di queste tematiche. Metto qui il QR CODE che vi rimanda subito a Telegram.

VI ASPETTIAMO!!!

Una Madre Bellissima

La mamma è sempre la mamma”, si dice: come non essere d’accordo con questa espressione popolare! Ciascuno di noi porta nel cuore la propria madre, è il nostro primo grande amore.

Purtroppo non tutte le maternità sono serene e lineari; alcune gravidanze non sono cercate o desiderate, altre ancora si fanno attendere a lungo e, a volte, non arrivano mai. Una donna può sentirsi mamma fin da piccola, quando gioca sognante con le bambole, opppure non sentire questa vocazione in sé.

Da adulta, poi, diventa la genitrice premurosa e attenta che non si aspettava nemmeno oppure fa fatica a riconoscersi in questo ruolo. Vivendolo male, con fatica e insofferenza, trasmette ai figli la mancanza di affetto che, nel peggiore dei casi, può infliggere ferite ed inquinare il rapporto per tutta la vita.

Insomma, le casistiche sono molteplici e non basterebbe un manuale intero a raccoglierle, descriverle e spiegarle.  Quello che è importante sottolineare è l’importanza di sentirsi accolti dalla propria mamma. Il legame madre-figlio è uno dei più complessi e significativi dell’esperienza umana. La figura materna riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo, sociale e psicologico del bambino. Sentirsi amati dalla mamma è un aspetto cruciale di questo legame, poiché influisce profondamente sulla nostra identità e sulle relazioni future.

Fin dai primi momenti della vita, la madre rappresenta il punto di riferimento per eccellenza. La sua presenza costante, il suo abbraccio, il suono della sua voce, il suo stesso profumo, sono elementi che contribuiscono a creare un ambiente sicuro e protetto. Questo “rifugio” aiuta il bambino a esplorare il mondo circostante con fiducia. Sentirsi accolti significa ricevere un messaggio chiaro: “Tu sei amato, sei importante”. Questo senso di appartenenza è essenziale per lo sviluppo di una buona autostima.

Tutto questo lo si ritrova in una statua nuovissima e bellissima: la “Madre dei bambini nati in Cielo”, appena collocata presso l’omonima cappellina all’interno del Santuario del Bambin Gesù di Praga ad Arenzano (GE), ufficialmente inaugurata venerdì 30 maggio scorso da S.E. il Cardinale Angelo Bagnasco. L’opera in ceramica è merito dell’artista ligure Luca Damonte che, dopo dici mesi d’impegno, ha donato al mondo un autentico capolavoro.

La “Madre dei bambini nati in Cielo”, quasi a grandezza naturale, rappresenta una Madonna del quotidiano, come amo definirLa. Il suo volto non richiama vip o attrici dello star system ma l’espressione di una madre che accoglie, riceve, comprende, consola. Lunghi dall’essere giudicante, il Suo sguardo cattura l’attenzione e il cuore. Braccia aperte, Gesù Bambino nel pancione, manto che accoglie dodici bambini: queste sono le sue stupende caratteristiche.

Dodici bimbi tra cui si riconoscono piccini non nati, bambini sofferenti o impauriti, altri che pregano o dormono, un altro ancora che porta in braccio un esserino cui è stato impedito di nascere. Ma non è certo la tristezza a dominare la scena bensì la speranza. La speranza che sotto la protezione di Maria – quel manto accogliente, così sapientemente plasmato dallo scultore – tutto può cambiare, a cominciare dal nostro cuore.

Perché è da lì, e soltanto da lì, che le cose potranno migliorare, in noi e attorno a noi. Dio perdona, sempre, ma noi dobbiamo pentirci. E la “Madre dei bambini nati in Cielo” ce lo dice in modo potente, nel suo silenzio mistico, con il suo volto di madre. Una Madre bellissima.

Nella nostra società in cui tutto è immagine, è meraviglioso che ci siano ancora artigiani del sacro che vivano il loro mestiere come un percorso spirituale. Soltanto in questo modo le loro opere non saranno soltanto un abbellimento estetico, un “di più”, ma saranno il centro da cui partire per riflettere e pregare.

Coraggio mamme, coraggio papà! Qualunque dolore, angoscia, malattia, perdita o decisione ci siano state le vostro passato, la “Madre dei bambini nati in Cielo” invita a guardare avanti, non indietro. Poniamoci tutti sotto quel manto, accanto ai dodici bambini rappresentati. Dodici discepoli di una teologia dell’infanzia che sta soffiando come vento potente nella Chiesa, profezia come si sta realizzando.

Perché, come ha detto Papa Leone nell’omelia di domenica 1° giugno, Giubileo dei bambini e delle famiglie: “La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa”.

Fabrizia Perrachon

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Restare Accanto. L’Amore che Accompagna

Nel Vangelo di Luca, l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è uno dei racconti pasquali più densi di tenerezza e rivelazione. Due uomini delusi, feriti, se ne vanno da Gerusalemme. Camminano via dalla città dove hanno visto morire le loro speranze, lontano dalla comunità, lontano da ciò che era stato annunciato come la salvezza. Eppure è proprio lungo quella strada di allontanamento che Gesù si fa vicino. Senza condannarli, senza rimproverarli, li raggiunge nel loro disincanto e comincia a camminare con loro.

Questa immagine ha qualcosa di profondamente umano e divinamente pedagogico: Gesù resta, cammina, ascolta, interpreta, condivide il pane. E così li conduce alla verità. Ma lo fa senza fretta, senza forzature. È la pedagogia dell’amore che non giudica, ma accompagna. È lo stile dell’amore di Dio.

Quando l’altro si allontana

All’interno del matrimonio cristiano, capita – e non raramente – che uno dei due sposi attraversi momenti di crisi. Crisi di fede, crisi di senso, crisi di desiderio. A volte questa crisi si manifesta in modo esplicito: l’allontanamento dalla Chiesa, dal sacramento, dalla preghiera. Altre volte è più sottile, nascosta: una freddezza interiore, una chiusura, uno sguardo spento che non sogna più. Sono momenti in cui sembra che l’altro si stia “allontanando da Gerusalemme”.

Ed è qui che il Vangelo ci offre una chiave preziosa: non sempre chi si allontana sta tradendo; spesso sta solo cercando di non morire dentro. Come i discepoli di Emmaus, si va via quando non si riesce più a credere, quando il dolore è più forte della speranza. Ma Gesù non si scandalizza. E l’amore coniugale cristiano, se vuole essere immagine dell’amore di Cristo, è chiamato a fare lo stesso.

L’amore che cammina insieme

C’è un verbo che dovrebbe essere scolpito nel cuore di ogni coppia: accompagnare. Non significa “sopportare passivamente” l’altro, né “aspettare che torni come prima”. Accompagnare, nella sua radice latina, significa “condividere il pane”. È un gesto quotidiano, semplice, concreto: essere lì, continuare a camminare insieme, anche quando non ci si capisce, anche quando si è delusi, anche quando si è stanchi. Il vero amore non scappa davanti alla crisi dell’altro, ma resta.

Gesù, sulla via di Emmaus, ascolta prima di parlare. Chiede: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?” (Lc 24,17). Non impone la verità, ma fa domande. Lascia che parlino, che sfoghino il dolore, che esprimano la loro confusione. Quante volte, invece, tra marito e moglie, si tende a giudicare, correggere, zittire, voler riportare l’altro alla “giusta via” con forza, invece che con compassione!

Dare tempo alla verità di farsi strada

Nel matrimonio cristiano, la verità non è un possesso da difendere, ma una luce da attendere insieme. La verità dell’amore, della fede, della vocazione si fa strada lentamente, come accade per quei due discepoli che solo alla fine riconoscono Gesù “nello spezzare il pane”. Fino a quel momento, erano ciechi. Ma Gesù non li ha lasciati. Ha atteso con pazienza, ha seminato con delicatezza, ha condiviso la strada.

Così anche tra sposi: ci saranno tempi in cui l’altro non crede più nel sacramento, non sente più la vicinanza di Dio, ha smesso di pregare o si rifugia in illusioni, chiusure, paure. Ma proprio in quel momento, l’amore fedele dell’altro sposo può diventare come la presenza silenziosa di Cristo: discreta, mite, perseverante. Non è il tempo di “insegnare”, ma di stare. Non di convertire, ma di restare.

L’arte dell’attesa

Amare come Cristo ha amato è anche saper attendere. È dare all’altro il tempo necessario perché torni a credere, anche quando la fede sembra morta. Questo tempo non è tempo perso, ma tempo seminato. In esso si nasconde la speranza pasquale. Come diceva Don Tonino Bello: “La speranza è come un bambino che si addormenta sereno, anche se attorno infuria la tempesta.” E non è forse così che si ama nel matrimonio? Sperando contro ogni speranza (Rm 4,18), anche quando l’altro sembra irriconoscibile.

La grazia del “restare”

Rimanere accanto a chi si allontana è una delle forme più alte della carità coniugale. È lì che l’amore si purifica da ogni pretesa e si fa dono puro. È lì che la fedeltà si trasforma in grazia. Quando non ci si ama più “perché”, ma “nonostante tutto”. Quando non si cerca l’altro per ricevere, ma per testimoniare che l’amore vero non si arrende.

E spesso accade un miracolo: come i discepoli di Emmaus, anche l’altro, a un certo punto, può riconoscere una Presenza proprio attraverso quella fedeltà discreta. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre ci parlava lungo la via?” (Lc 24,32). L’amore fedele fa ardere il cuore anche quando tutto sembra freddo.

Antonio e Luisa

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Papa Leone: il Matrimonio è Canone dell’Amore

Domenica scorsa, rivolgendosi alle famiglie, Papa Leone ha sottolineato un aspetto di grande rilievo, passato forse troppo inosservato: il matrimonio non è solo un ideale da inseguire, ma un canone – cioè la forma concreta e piena dell’amore. Un’affermazione che merita di essere approfondita, perché cambia radicalmente il modo in cui guardiamo alla vocazione coniugale.

Papa Leone ha usato, sebbene pronunciate con sua consueta dolcezza, parole potenti. Perché un “canone” non è un’aspirazione, ma una regola viva. È l’insieme delle caratteristiche che definiscono qualcosa nella sua verità più piena. Il matrimonio, dunque, non è una bella idea, ma il “metro” con cui si misura l’amore vero. Non è l’ombra del sentimento, ma il suo corpo. E questo cambia tutto.

L’amore ha bisogno di un corpo

Nel mondo contemporaneo, l’amore è spesso ridotto a emozione passeggera, a spontaneità istintiva, a coerenza con il proprio sentire. Ma se l’amore non ha forma, se non ha un contenitore, se non ha un confine che lo protegga, rischia di svanire nel tempo. Il matrimonio sacramentale è quel “corpo” dato all’amore, quel limite che non mortifica ma custodisce.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore ha bisogno di una forma per restare fedele a se stesso. E questa forma non è una prigione, ma un grembo. Non è un recinto, ma un’alleanza.

Il matrimonio è l’alleanza che dà carne all’amore. È quella struttura che lo tiene in piedi anche quando la passione traballa, quando il desiderio si affievolisce, quando la stanchezza sembra spegnere l’incanto. È ciò che permette all’amore di superare il tempo e le sue intemperie.

Un amore che trasforma, non che consuma

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ci mette in guardia da un amore che consuma l’altro invece di donarsi. Parla di “una cultura del provvisorio” che ha svuotato di senso la fedeltà, e ci invita a recuperare un amore che sia scelta radicale, dono totale, percorso spirituale. Solo un amore così può davvero essere “canone”: cioè misura e non solo sogno.

Il matrimonio, infatti, non è il luogo dove si esaudiscono tutti i desideri, ma dove si purificano. È la fucina nella quale l’amore diventa adulto. Dove si passa dall’innamoramento all’amare. E questo richiede tempo, pazienza, perdono, sacrificio.

L’illusione dell’amore perfetto

Dal punto di vista psicologico, questa visione del matrimonio come canone risponde a un bisogno profondo dell’anima: quello di essere contenuta, strutturata, guidata. Come spiega l’Analisi Transazionale, ogni persona ha dentro di sé tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. L’amore immaturo è spesso dominato dal Bambino: desidera essere accolto senza condizioni, cerca emozioni forti, teme il rifiuto. Ma l’amore maturo deve passare attraverso l’Adulto, capace di scegliere, di restare, di integrare. Il matrimonio è lo spazio in cui questo passaggio può avvenire, se vissuto nella verità.

Molte coppie entrano nel matrimonio con l’idea che l’altro colmerà ogni loro vuoto. Ma come dice ancora Epicoco, “nessuno può essere il Salvatore dell’altro”. Solo Cristo salva. Il coniuge non è Dio, ma un compagno di pellegrinaggio, ferito e bisognoso di grazia. Il matrimonio non è il paradiso, ma il sentiero per arrivarci.

Quando la legge è grazia

Per questo il matrimonio è sì una legge, ma una legge redenta. Non imposta dall’esterno, ma accolta nel cuore. È come la liturgia: ripetitiva, sì, ma vitale. I riti della vita coniugale — il buongiorno, il pasto condiviso, l’atto di perdono, l’abbraccio della sera — sono i “riti liturgici” dell’amore che trovano il culmine nel gesto sacramentale che è l’amplesso. E come ci ricorda il Catechismo, “la grazia del sacramento è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi” (CCC 1641). La grazia non elimina la fatica, ma la trasfigura.

Il matrimonio è canone dell’amore perché ci obbliga a uscire dal narcisismo, dalla logica del “finché mi va”, e ci educa alla comunione. Solo così l’amore non diventa un capriccio, ma una vocazione.

Una chiamata alla verità dell’amore

Allora il punto non è: “Questo matrimonio mi rende felice?”. Ma: “Questo matrimonio mi sta facendo diventare più vero, più libero, più capace di amare?”. È il passaggio dalla logica del bisogno a quella del dono.

Il matrimonio, dunque, non è la scenografia dell’amore, ma il suo canone. È il luogo dove l’amore diventa carne, si struttura, cresce, si purifica, e — se lasciamo entrare Dio — si trasfigura. Non sarà mai perfetto. Ma sarà reale. E sarà fecondo. Perché ciò che ha forma può durare. Ciò che ha radici può fiorire.

E questo è il vero miracolo del matrimonio: non essere il luogo delle emozioni perfette, ma delle scelte fedeli. Non essere il sogno dell’amore, ma la sua verità.

Antonio e Luisa

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Mai Soli

Dalla Prima Lettura di domenica scorsa, l’Ascensione:

Dagli Atti degli Apostoli At 1,1-11 «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.

Questo brano è posto all’inizio del Libro degli Atti degli Apostoli, è come se da questo evento, l’Ascensione, dipendesse tutto il resto descritto nei capitoli seguenti. I latini direbbero “Conditio sine qua non”: una condizione necessaria, senza la quale gli Apostoli non avrebbero potuto compiere quegli atti descritti poi più avanti.

E questo cosa dice a noi sposi? Spesso tra di noi succede che ci si dice “lo sai che ti amo” e, a volte, l’altro ci risponde con una frase simile: “Sì, sì, dici sempre così. È inutile dirmi ti amo ti amo…..ma poi in concreto non fai niente per dimostrarlo“. Se a qualche coppia non fossse mai accaduto è perché non sono umani, vengono da una altra galassia nella quale non esistono litigi ed incomprensioni tra maschio e femmina. Diffidate dai coniugi che dicono di non litigare mai………diffidare dalle imitazioni!

Anche nella nostra esperienza tocchiamo con mano che bisogna passare dalle parole ai fatti, anzi agli……atti, un po’ come gli Apostoli che passano finalmente agli atti, sì, ma solo dopo l’Ascensione. Cioè? Sembra quasi che le tre persone della Santissima Trinità abbiano inventato la staffetta….alle origini del mondo entra in scena il Padre, poi con l’Incarnazione tocca al Figlio, il quale con l’Ascensione passa il gioco allo Spirito Santo e… finalmente arrivano gli atti pieni di Spirito Santo cosicché gli Apostoli da pavidi diventano coraggiosi, da timidi a testimoni focosi, da pescatori semplici a pescatori di uomini per il Regno di Dio.

Cos’è successo di così grosso da trasformare gli Apostoli? È sceso lo Spirito Santo! Ma prima di tutto ciò dobbiamo vivere l’Ascensione come un fatto realmente accaduto all’uomo-Dio, Cristo Gesù. Infatti cosa significa la Sua Ascensione, se non che prima era disceso? E’ disceso per condividere la nostra natura umana (tranne il peccato) ma poi ha dovuto ritornare da dove era venuto (l’Ascensione), e per non lasciarci soli ci ha mandato lo Spirito Santo.

Ancora una volta, sposi carissimi, dobbiamo re-imparare a tradurre in atti il nostro amore per Dio e comunicarlo al nostro coniuge in primis. La nostra “conditio sine qua non” è che dobbiamo invocare lo Spirito Santo altrimenti non se ne fa niente.

Giorgio e Valentina.

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Coltivare il Giardino dell’Amore

L’Eden è davvero una condizione perduta per sempre? In questo capitolo ci interroghiamo su questa domanda, prima di tornare ai versetti del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La notte è passata e un nuovo giorno torna a illuminare il giardino dell’amore. Nel Cantico dei Cantici vediamo la sposa Sulamita contemplare con meraviglia il suo amato dopo averlo ritrovato: la luce ricompare dopo l’oscurità della distanza. «Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi…» – canta lo sposo nel Cantico nel secondo poema, annunciando la fine dell’inverno relazionale. Questa dinamica di luce e ombra, di inverno e primavera, percorre tutta la narrazione sacra: il Cantico non è una storia lineare, senza inizio né fine definita, ma un ciclo d’amore fatto di partenze e ricongiungimenti, di notti buie e aurore luminose.

In questa poesia millenaria riconosciamo la trama delle nostre vite. Anche la nostra storia d’amore vive di alti e bassi, di distanze e riavvicinamenti, in un cerchio che sembra non chiudersi mai. Non esistono relazioni che restino sempre uguali a sé stesse: l’amore o cresce e si rafforza, oppure declina diventando più fragile, seguendo una spirale ascendente o discendente. È importante esserne consapevoli nel cammino di coppia: ogni crisi può essere seguita da una nuova crescita, ogni notte può conoscere una nuova alba se troviamo la forza di riscoprirci e abbracciarci di nuovo. L’amore vive di questa alternanza vitale e ci chiama a non arrenderci mai all’oscurità definitiva.

Un amore vivo da coltivare ogni giorno

Proprio perché l’amore non rimane mai uguale, esso non va mai dato per scontato. L’amore coniugale è una realtà viva e in continua evoluzione, che richiede cura costante. Potremmo essere tentati di trattare la relazione come un oggetto d’arredo – qualcosa che, una volta messo al suo posto, non richiede altro che una spolverata ogni tanto. Ma il matrimonio non è un armadio immobile: è una pianta delicata che ha bisogno di essere annaffiata e accudita ogni giorno. Papa Francesco lo ha espresso con un’efficace metafora: il matrimonio somiglia a una pianta viva da curare quotidianamente, non a un mobile vecchio che basta pulire di rado. Occorre vigilare sullo stato di questa pianta, “vedere come sta, darle acqua”, come suggerisce il Papa argentino, perché solo così essa può crescere forte e rigogliosa. Se invece lasciamo che la polvere dell’abitudine la ricopra, il rischio è che il nostro rapporto appassisca lentamente.

L’amore di coppia è un dono prezioso, una realtà viva che attraversa varie stagioni. Nessuna fase della vita familiare giustifica la negligenza: la fiamma dell’affetto va alimentata anche quando arrivano i figli, anche nelle difficoltà del lavoro e della routine. Ricordiamoci che “il dono più prezioso per i figli” – come sottolinea ancora Papa Francesco – “non sono le cose, ma l’amore dei genitori… cioè la relazione coniugale”. I bambini traggono sicurezza e gioia nel vedere mamma e papà amarsi sinceramente. Per questo siamo incoraggiati a non trascurare la famiglia, ma anzi a mettere la cura del legame sponsale al primo posto. In sostanza, coltivare ogni giorno la “pianta” del matrimonio significa prendersi cura di noi stessi in quanto coppia: dedicarsi tempo, ascoltarsi, giocare insieme, sostenersi a vicenda. Sono queste attenzioni quotidiane – semplici ma costanti – a mantenere verdeggiante il giardino dell’amore nel quale anche i figli possono trovare riparo e nutrimento emotivo.

Il giardino nuziale: dall’Eden al Cantico

Sin dall’inizio, la Bibbia presenta l’amore umano con l’immagine di un giardino fertile e luminoso. Nel racconto della Genesi, prima del peccato, l’unione tra l’uomo e la donna fioriva nel giardino dell’Eden, dove tutto era dono e delizia.

Adamo ed Eva vivevano un rapporto pieno e armonioso, circondati dalla bellezza di una creazione incontaminata e vivificante. In quel paradiso originario – “giardino di delizie” secondo il significato antico della parola Eden – ogni cosa era provvista in abbondanza e l’amore reciproco non costava fatica. L’uomo e la donna potevano godere l’uno dell’altra e dei frutti della terra senza sforzo, in una comunione spontanea con Dio, tra loro e con il creato. Quel giardino primordiale simboleggia l’ideale di un amore pieno di vita, gratuito e in perfetta sintonia con la volontà divina.

Anche nel Cantico dei Cantici ritorna potente questa simbologia del giardino. Salomone, celebrando l’amore sponsale, paragona la sua sposa a un giardino incantato, chiuso e prezioso, colmo di piante aromatiche e fonti d’acqua viva. La sposa è come un paradiso segreto in cui il suo diletto ama perdersi.

Queste parole poetiche evocano un luogo di meraviglia e di abbondanza. Non vi ricorda nulla questa descrizione? Anche a noi, come all’autore sacro, essa richiama alla mente il giardino perduto dell’Eden, il paradiso terrestre in cui l’amore era puro e totale. Nel Cantico, infatti, il giardino nuziale rappresenta l’amore tra l’uomo e la donna nella sua pienezza: è immagine dell’amore erotico ma allo stesso tempo oblativo, fatto di tenerezza concreta nei gesti e dolcezza nelle parole.

Ogni frutto delizioso, ogni aroma e colore cantato nel brano biblico rimanda alla gioia, alla meraviglia, alla pienezza dei sensi e del cuore che l’amore autentico sa donare. È uno scenario di festa e di incanto, nel quale i due innamorati sperimentano una comunione profonda.

Eppure, sorge spontanea una domanda: come è possibile tutto ciò per noi, figli di Adamo? L’uomo e la donna del Cantico – proprio come ciascuno di noi – portano in sé l’eredità della caduta, della fragilità e dell’egoismo. Siamo nati dopo il peccato originale, conosciamo la fatica di amarci davvero e i limiti della nostra condizione. Come possiamo allora tornare a quel paradiso di intimità e di gioia simboleggiato dal giardino?

La Parola di Dio ci assicura che è possibile rivivere, almeno in parte, l’armonia delle origini. L’amore umano, pur ferito, può essere redento e condotto a una nuova pienezza. Nel Cantico dei Cantici Dio ci sussurra che possiamo ritrovare l’Eden nel nostro rapporto di coppia – ma, attenzione, non sarà più un dono automatico come quello delle origini. Dopo il peccato, quel giardino di beatitudine non si conserva da sé: va conquistato di nuovo e custodito con impegno.

Del resto, la dimensione sponsale del nostro amore è talmente profonda che la Scrittura la adopera per parlare dell’amore stesso di Dio verso l’umanità. In questo senso l’amore coniugale umano diviene segno e riflesso dell’amore divino: nel dono reciproco degli sposi si rispecchia il dono di Dio, e la Grazia scende ad arricchire e sostenere la loro unione. Proprio perché porta in sé l’impronta di Dio, l’amore sponsale è chiamato a una qualità “paradisiaca” – ed è la Grazia a renderlo possibile, senza però sostituirsi alla nostra libertà e responsabilità.

La fatica e la grazia nell’amore reciproco

Se l’Eden originario non richiedeva sforzo, il nuovo Eden dell’amore coniugale esige invece lavoro e dedizione quotidiana. Il “giardino” della nostra relazione va dissodato, seminato e irrigato ogni giorno con pazienza. Ogni fiore di tenerezza e ogni pianta aromatica di gentilezza vanno coltivati con gesti concreti: attenzione, ascolto, perdono, rispetto.

Ogni creatura che popola il giardino – i simbolici “animali” che rappresentano la vitalità e la ricchezza della vita insieme – va nutrita con attenzioni reciproche costanti. Non esiste più, dopo la caduta, un giardino dell’amore che si mantenga rigoglioso da solo, senza la nostra cura. Se smettiamo di impegnarci, quel giardino pian piano si inaridisce fino a diventare un deserto relazionale. Ma se invece ce ne prendiamo cura a due mani, con perseveranza e dolcezza, vedremo rifiorire paradisi di intimità nel cuore della vita quotidiana.

La nostra relazione di sposi è quel giardino affidato alle nostre cure. Solo coltivandolo giorno per giorno – insieme, in reciprocità – potremo evitare di smarrirci nella desolazione e davvero fare esperienza di un piccolo paradiso in terra. Certo, viviamo tutto ciò nei limiti della nostra umanità imperfetta e fragile. Ci saranno stagioni di siccità e momenti in cui zappare il terreno del cuore costerà fatica e sacrificio.

Ma proprio quando l’impegno sincero si unisce alla Grazia di Dio, il miracolo dell’amore si rinnova. La fatica condivisa diventa feconda; il perdono reciproco risana le ferite; la routine quotidiana si trasfigura in un cammino di santificazione. L’amore sponsale è davvero un dono e al contempo un compito: dono meraviglioso che Dio fa a una coppia chiamandola a unirsi, e compito affidato alla libertà dei coniugi di amarsi l’un l’altro come Lui li ha amati. Ogni giorno, con umiltà e creatività, siamo invitati a lavorare in questo giardino sapendo che ogni sforzo vale infinitamente la pena. Il frutto che ne scaturisce, infatti, è una comunione d’amore intensa e gioiosa, che vale ben più di tutta la fatica spesa – perché in essa palpita la presenza vivificante di Dio stesso, e il suo Amore rende possibile il nostro.

Antonio e Luisa

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Onorare il Corpo Porta in Cielo

Cari sposi, celebriamo oggi una solennità dal sapore più che mai celeste, la festa non solo del ritorno al Cielo di Gesù quanto del suo averci preceduto di là, accanto al Padre. Una festa, quindi, che ci riguarda in modo speciale perché “anche se il nostro corpo mortale passa attraverso la dissoluzione nella polvere della terra, tutto il nostro io redento è proteso verso l’alto e verso Dio, seguendo Cristo come guida” (Giovanni Paolo II, Udienza del 24 maggio 2000).

Infatti, nell’Ascensione si dà pieno compimento alla Risurrezione e in un certo senso anche alla stessa Incarnazione del Verbo. Difatti Gesù risorto vive una situazione provvisoria, desidera restare altri 40 giorni per far comprendere ai suoi la verità e la concretezza di quanto era accaduto: era proprio Lui! Era veramente Risorto! Non era sufficiente per gli 11 vederlo un paio di volte per rendersi conto dell’oggettività di quanto era accaduto il Terzo Giorno dopo la morte sul Golgota.

Ma trascorsi quei giorni, Gesù doveva tornare al Padre, stavolta però con il suo corpo umano. L’ascensione è quindi la glorificazione anticipata della nostra natura, di un corpo umano che già vive nella gloria del Padre. Ci ricorda sempre Giovanni Paolo II che:

«Le parole dei Sinottici attestano che lo stato dell’uomo nell’“altro mondo” sarà non soltanto uno stato di perfetta spiritualizzazione, ma anche di fondamentale “divinizzazione” della sua umanità. I “figli della risurrezione” – come leggiamo in Luca 20,36 – non soltanto “sono uguali agli angeli”, ma anche “sono figli di Dio”. […] Bisogna aggiungere che qui si tratta non soltanto di un grado diverso, ma in certo senso di un altro genere di “divinizzazione”. La partecipazione alla natura divina, la partecipazione alla vita interiore di Dio stesso, penetrazione e permeazione di ciò che è essenzialmente umano da parte di ciò che è essenzialmente divino, raggiungerà allora il suo vertice, per cui la vita dello spirito umano perverrà ad una tale pienezza, che prima gli era assolutamente inaccessibile» (Giovanni Paolo II, Udienza del 9 dicembre 1981).

Cosicché, la nostra vocazione cristiana è totalizzante e non si limita alla dimensione spirituale ma coinvolge tutta la persona, dalla testa ai piedi, psiche-corpo-spirito.

Quanto bene, pertanto, ci fa il ricordare che siamo fatti per il Cielo, per la nostra definitiva Casa e che Gesù si è anticipato là per prepararcela. Tutto ciò non fa che relativizzare ogni situazione, bella o difficile, che possiamo vivere nel presente. Un grande filosofo, mistico e scienziato quale Pavel Florenskij, durante la sua prigionia nel gulag nelle Isole Solovki, ce ne dà una testimonianza audace:

Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete” (N. Valentini – L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemiLe lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano 2000, p. 418).

Tutta questo grande patrimonio spirituale per voi sposi si può tradurre in modo molto concreto. Gesù anzitutto chiede agli apostoli di essere testimoni delle cose meravigliose che hanno vissuto assieme a Lui e perciò promette lo Spirito come quella forza necessaria per dare testimonianza. È quanto è accaduto anche nella vostra storia, dal momento che, nel rito, lo stesso Spirito è sceso su di voi con potenza, voi non siete così diversi da loro perché il medesimo Spirito ha preso dimora nel vostro amore.

Ma, lo sapete bene, la testimonianza sponsale non si misura sulla falsariga di un missionario sacerdote o religioso bensì ha uno stile proprio ed è sempre la festa odierna a insegnarcelo. È il vostro corpo e l’onore vicendevole che dimostrate il principale mezzo di testimonianza: “Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: il spirituale e il divino” (Giovanni Paolo II, Udienza del 20 febbraio 1980).

Nel rito vi siete promessi di onorarvi mutuamente e questo passa in primo luogo dall’onorare i vostri corpi. Il matrimonio è il “sacramento del corpo”, che gli conferisce quella dignità e quell’onore proprio in virtù della nostra chiamata alla vita beata con tutta la nostra persona.

Cari sposi, non stancatevi anche con il passare del tempo di amarvi e onorarvi nel corpo, con quella delicatezza e tenerezza che vi è affidata come compito e missione speciale. Siate consapevoli del gran bene che fate non solo a voi stessi ma dell’autentica testimonianza che offrite verso l’esterno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha colto nel segno. Il Vangelo ci spinge a non separare mai l’amore da ciò che lo incarna: l’intimità non è un accessorio del matrimonio, ma una sua grammatica essenziale. Se il corpo diventa luogo di rispetto, ascolto e dono, allora tutto il resto sarà autentico. Ma se nella carne c’è dominio o freddezza, allora anche lo spirito vacilla. L’amore vero è totale, o non è. Da come viviamo la nostra intimità si può capire molto della qualità della relazione tutta.

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Trasformare la Fame d’Amore in Libertà Personale

All’articolo di ieri mancava forse un pezzo. Un commento su facebook mi ha fatto infatti riflettere. Il commento conteneva una domanda:  Che se si resta da vittima o si resta da donna adulta e libera, la sostanza non cambia, penso che questa fame d’amore di cui lei parla resterà lo stesso se l’altra persona non vuol cambiare. E a questo punto faccio la domanda diretta, in che senso si può “curare e risorgere” e cioè in che modo questa donna può accettare ed essere felice se non riceve questo amore? Proverò a dare una risposta, consapevole che non potrà mai essere esauriente perché ogni storia è unica. E la fatica resta. Quella fa parte del pacchetto. Non esistono bacchette magiche, ma una libertà da conquistare con fatica e portando la croce.

Nell’articolo di ieri davo una risposta a una donna che si sentiva intrappolata in una relazione con un marito anaffettivo. Ce ne sono tante di queste storie. Ci sono donne che restano nel loro matrimonio, ma con il cuore spezzato. Fedeli alla promessa fatta, legate ai figli o alla coscienza cristiana, ma profondamente sole. Vivono accanto a un marito anaffettivo: silenzioso, distante, incapace di abbracciare o guardare con tenerezza. E si chiedono, spesso in segreto: “È peccato desiderare amore? È giusto rimanere, anche se lui non cambia? Posso essere nella pace e nella gioia, pur vivendo con questa fame d’amore non sfamata?”

A queste domande vogliamo rispondere con rispetto e verità, intrecciando luce del Vangelo, psicologia relazionale e il magistero della Chiesa. Perché si può restare, non da vittime, ma da donne adulte nella fede, capaci di scegliere nella libertà e di trovare, in Dio, quella gioia che non dipende solo da chi ci sta accanto.

1. Il desiderio d’amore è legittimo, non è peccato

Desiderare amore, tenerezza, ascolto, contatto non è una colpa. È un bisogno umano, profondamente inscritto nel nostro cuore. Dio stesso ha messo in noi questa sete. Il matrimonio non è un contratto freddo, ma una comunione di vita e di amore (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1601). Quando uno dei due coniugi non riesce a comunicare affetto, la relazione si svuota, e l’altro soffre.

Tuttavia, il desiderio legittimo non giustifica scorciatoie sbagliate: tradimenti, fantasie, o dipendenze affettive alternative. La sfida è più profonda: imparare a trasformare quella fame non soddisfatta in offerta e in libertà, evitando di restare prigioniere del dolore.

2. Restare da vittime o restare da donne adulte?

Sempre ieri abbiamo ribadito come restare nel matrimonio senza ricevere amore può essere vissuto in due modi:

  • Da vittime, adattate, mute, spente, convinte che “tanto non c’è altra scelta”. È il copione del Bambino Adattato, secondo l’Analisi Transazionale: quella parte di noi che accetta tutto, per paura del rifiuto o per senso del dovere. Rimanere in questa posizione logora l’anima e svilisce la dignità.
  • Oppure da donne adulte, libere e consapevoli, che scelgono ogni giorno di esserci, per fedeltà a un valore più grande. È lo stato dell’Adulto, che non si lascia guidare dal dolore ma dalla verità. È la donna che dice: “Soffro, ma non mi rassegno. Scelgo di restare, non perché devo, ma perché voglio essere fedele a Dio, a me stessa e alla mia vocazione”.

Come insegna san Giovanni Paolo II: “L’uomo è responsabile della propria vita: è chiamato a cercare la verità e ad attuarla liberamente” (Veritatis Splendor, n. 34). La fedeltà, se non è frutto di una scelta libera, non porta frutto.

3. Non si cambia l’altro, ma si può cambiare il proprio sguardo

Nel dolore di chi non è amato come vorrebbe, si nasconde una tentazione: pensare che solo se lui cambierà, allora io starò meglio. Ma questa attesa spesso è sterile. Nessuno può cambiare un altro essere umano contro la sua volontà. Invece, si può cambiare il proprio modo di stare nella relazione: non più nel risentimento o nella frustrazione, ma nell’accoglienza e nella verità.

Amoris Laetitia ci invita a vedere l’altro “così com’è” (n. 92): non per rassegnazione, ma per compassione. Non per rinunciare all’amore, ma per non aspettare da chi non può dare ciò che non sa nemmeno di non avere.

4. La croce accolta nel Signore genera una gioia diversa

Vivere accanto a un marito anaffettivo può diventare una croce quotidiana. Ma la croce, unita a Cristo, non schiaccia: trasfigura. Lo ricorda papa Francesco in Amoris Laetitia (n. 317): “Nei giorni amari della famiglia, c’è una unione con Gesù abbandonato… che trasforma le difficoltà in offerta d’amore.”

Quella fame di affetto può diventare una via di purificazione del cuore, che si apre sempre di più all’amore di Dio. Non come fuga, ma come sorgente inesauribile: un Amore che ci riconosce, ci guarda, ci tocca con misericordia. Non è la gioia rumorosa del benessere esterno, ma la pace profonda di chi sa di non essere mai sola.

5. Percorsi concreti per vivere da donne libere e in pace

Questa trasformazione richiede un cammino. Restare nel matrimonio non basta: bisogna restare da vive. Ecco alcune strade possibili:

  • Vita sacramentale costante, in particolare l’Eucaristia e la Riconciliazione: lì si riceve l’Amore che colma.
  • Accompagnamento spirituale: qualcuno che ascolti e accompagni, senza giudicare.
  • Percorso psicologico individuale: per curare le proprie ferite e uscire dal copione infantile.
  • Cura di sé: corpo, tempo, relazioni. La donna che si ama, risplende anche nel dolore.
  • Relazioni sane: amiche, comunità, gruppi di condivisione. L’amore circola, anche altrove.

Conclusione: una fedeltà che libera

Rimanere in un matrimonio dove l’amore non si sente più può essere una scelta di santità, ma solo se è fatta con libertà e verità. Non per paura. Non per masochismo. Ma per amore: di Dio, dell’altro e di sé. Chi resta così non è sconfitta, ma è già risorta. Perché sa amare senza essere amata come vorrebbe, e trova in Dio ciò che il cuore umano non riesce a donare. E questa, sì, è la pace vera. Quella che il mondo non dà, ma che lo Spirito sa custodire nel cuore delle donne forti.

Antonio e Luisa

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Mio Marito è Anaffettivo. E Io ho Fame d’Amore

Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore.” Una risposta a cuore aperto. Qualche giorno fa, sotto un nostro post, una donna ha scritto un commento che non posso ignorare. Lo tengo anonimo, per rispetto, ma lo riporto nella sua essenza, perché parla a tantissime altre:

“Sono sposata da anni. Ho sempre cercato di essere fedele, ma mio marito è freddo, distante. Non mi tocca, non mi abbraccia, non mi guarda. E io ho una fame d’amore che mi brucia dentro. È peccato desiderare una relazione in cui sentirmi amata?”

A questa donna – e a tante altre che si riconoscono – voglio rispondere con delicatezza, ma anche con verità. Come uomo di fede e come quanto ho appreso nei miei studi delle relazioni attraverso l’Analisi Transazionale, non posso tacere. Perché questa non è una semplice domanda: è una soglia sacra.

Il desiderio d’amore non è mai un peccato

Inizia tutto da qui: non è peccato desiderare amore. È umano, ed è santo. Dio stesso ha messo in noi la nostalgia della tenerezza, della reciprocità, della comunione profonda. Anche nel matrimonio, il desiderio di essere guardata, accarezzata, cercata, è parte della nostra vocazione. Essere sposa non significa essere un’ombra fedele ma muta. Significa essere viva, capace di amare e di essere amata. Il tuo desiderio, dunque, non va represso. Va ascoltato. È la tua bambina interiore che reclama amore e riconscimento, che vuole sentirsi preziosa per qualcuno. Ma poi bisogna decidere come rispondere.

Due modi di restare

Qui sta il cuore del discernimento. Quando sei sposata con un uomo che non ti offre più amore né relazione, puoi restare in due modi:

1. Restare da vittima. È quando ti dici: “È la mia croce. Dio vuole questo da me. Non posso cambiare nulla.” È il copione del Bambino Adattato, che dice sempre sì per paura, per senso del dovere, per non disubbidire al “genitore interiore” che impone regole senza amore. Questo tipo di fedeltà può sembrare eroica, ma non trasforma nulla. E alla lunga spegne anche te.

2. Restare da donna adulta e libera. È quando invece dici: “Io resto, ma non da rassegnata. Resto perché credo ancora nella promessa. Ma voglio essere vera. Voglio dire che soffro. Voglio che lui lo sappia. E se non cambia, allora io cresco. Io mi curo. Io risorgo.”

Questa è la fedeltà non come schiavitù, ma come scelta. La scelta dell’Adulto interiore, che non si vendica né fugge, ma affronta la realtà con coraggio, responsabilità e amore. È qui che la tua vita cambia. Perché restare con libertà è diverso da rimanere incatenata.

Il Vangelo non premia la finzione

Gesù non ha mai elogiato le maschere. Ha sempre amato chi aveva il coraggio di dire: “Signore, sto male”. E allora anche tu puoi – anzi, devi – dire al tuo sposo che il vostro matrimonio ha bisogno di una svolta. Non come accusa, ma come invito sincero: “Ho bisogno di sentirti vicino. Il nostro matrimonio ha bisogno di cure. Vuoi farlo con me?” Se lui accoglie, allora inizia un cammino terapeutico e spirituale. Magari di coppia. Se lui rifiuta, allora inizia comunque un cammino: il tuo. Perché Dio ti chiede di essere viva, non solo fedele.

La croce non è mai passiva

Sì, il matrimonio è anche croce. Ma la croce di Cristo è attiva, non subita. È una donazione piena, libera, consapevole. Non è rassegnazione. È amore che si dona fino in fondo, senza perdere la verità di sé. Rimanere in un matrimonio dove non c’è tenerezza non significa fingere che vada tutto bene. Significa, se lo scegli nella fede, trasformare quel vuoto in offerta viva. Ma solo se sei davvero libera di scegliere.

Per concludere: scegli la verità, non la rassegnazione

A te, donna che mi scrivi con il cuore stanco e affamato, dico: Dio ti ama. E ti vuole viva. Non sta dalla parte del gelo affettivo, né ti chiede di spegnerti per essere santa. Ti chiede di scegliere ogni giorno, nella libertà. Anche il dolore, anche la croce, se lo fai per amore. Ma non per paura.

Perché la fedeltà vera non è tacere. È restare nella verità, nella dignità, nella speranza. E questa, anche se lui non cambia, può cambiare te.

Antonio e Luisa

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Un Matrimonio Risorto ma che non Nasconde le Ferite

Siamo Antonio e Elsa, sposati da 28 anni, abbiamo 2 figli, e facciamo parte della comunità Retrouvaille Sud. Abbiamo partecipato al programma alcuni anni fa e dopo un cammino tortuoso, con frenate brusche e ripensamenti sul nostro futuro di vita insieme, ci siamo ritrovati.

La svolta, nella nostra relazione, è avvenuta, quando abbiamo compreso che la strada da intraprendere non era quella di aggiustare il nostro matrimonio lacerato, piuttosto la sfida che ci attendeva era quella di ricrearne uno nuovo, più intrigante e interessante, fatto su misura per noi, come un abito buono, quello delle grandi occasioni.

Abbiamo sperimentato la caduta, la miseria e la solitudine, attraverso una passione lunga e tormentata, fatta di incomprensioni, muri altissimi alzati tra di noi, indifferenza e silenzi assordanti, tutti ingredienti amplificati dalla morte della nostra relazione, della coppia. Dopo esserci smarriti, completamente soli, non riuscivamo più ad uscire dal torpore pregno di angoscia e senso di abbandono.

I miei errori (Antonio) avevano destabilizzato la mia famiglia e creato un vuoto enorme. Ho cominciato ad attraversare un deserto fatto di solitudine e di tristezza. Ho sperimentato la vergogna, la povertà spirituale, la morte sociale, lavorativa e intellettuale. Nulla aveva più un senso. Ho vissuto e subito, la passione e morte, nera di vergogna, grigia di sporcizia, rossa di sangue.

In quei momenti, dove tutto sembrava perduto, nello sconforto totale, ho percepito una presenza tangibile, una carezza amorevole. Ho sentito forte la presenza del Signore al mio fianco, tenero e accogliente, chinato non la mano tesa. Come ad esortarmi nel rialzarmi. Io, il misero, per terra, lui, a me vicino, la misericordia.

Lo stesso valeva per me, (Elsa). Antonio non poteva avermi fatto tutto questo. Non lui, non il mio principe azzurro. Tutto intorno mi diceva di lasciarlo, di abbandonarlo al suo destino, che in fondo se lo era meritato. Infatti, ci siamo separati. Mesi vissuti lontani dalle nostre aspettative, dai nostri progetti, a pensare e ripensare agli anni buttati al vento. Al tempo perduto e mai più recuperabile.

Ho sperimentato la rabbia, il rancore, il desiderio di vendetta, ma non bastava. Era come una spirale infinita, in un crescendo di cattiveria e delusione, sentimenti orrendi e dilanianti. Come stritolata da una morsa, che soffocava in me qualsiasi velleità di riconciliazione.

Abbiamo conosciuto Retrouvaille per caso, ma non abbiamo esitato un istante a partecipare al programma. Erano già passati alcuni mesi da quando avevamo iniziato a cercare di ricostruire il nostro matrimonio: ci stavamo impegnando, sì, ma sentivamo che mancava qualcosa. C’era come un limite invisibile, un blocco che non riuscivamo a superare. Non andava come speravamo.

È stato solo in un secondo momento, quando abbiamo scelto di rimanere all’interno della comunità come ‘servi inutili’, mettendoci in ascolto delle ferite di altre coppie, che qualcosa in noi è davvero cambiato. Offrendo tempo, accoglienza, presenza… abbiamo scoperto il valore del dono. Il valore profondo della gratuità.

Grazie al servizio reso alla comunità, ci capita oggi di incontrare altre coppie come noi, bisognose di conforto, assetate di parole buone. Essere per loro segno di speranza, speranza di rinascita a vita nuova, e vederle vivere in armonia la loro unione, ci stimola a fare di più. Ci piace “dire bene”, benedire la loro unione anche attraverso le nostre miserie e le ferite ormai rimarginate. Come Gesù, che per farsi riconoscere dai suoi discepoli – entrando a porte chiuse, lungo la strada con i due di Emmaus, o davanti a Tommaso – non ha esitato a mostrare le sue ferite.

Seguendo il suo esempio, non usiamo parole o formule magiche, parliamo con il cuore colmo di gioia, parliamo del nostro vissuto, fatto di contraddizioni, sofferenza e lacrime. Mettiamo a nudo le nostre iniquità, mostriamo le ferite, proprio come Gesù ha fatto con chi non lo ha riconosciuto. Raccontiamo con occhi accesi di speranza la nostra Pasqua. Un passaggio (Pasqua) vissuto dalla passione, attraversando la morte fino alla resurrezione.

Ci impegniamo nel portare un messaggio nuovo. Vogliamo raccontare la bellezza della coppia, con in mezzo lo Sposo. Raccontare lo stupore nel guardare il Signore attraverso gli occhi l’uno dell’altro. Riconoscere in Dio, l’autore dell’opera d’arte più bella da lui concepita e compiuta: la famiglia. Ci riconosciamo in lui, testimone d’onore della nostra unione, presente nel giorno delle nozze. Descrivere la meraviglia di una relazione nel matrimonio, diventa uno stimolo costante per andare avanti e continuare “il percorso rinnovato” grazie a quanto fatto con Retrouvaille e con la presenza di Dio nel nostro sacramento

Elsa & Antonio (Retrouvaille Italia)

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Chi sono i “Dink”?

Avete mai sentito parlare dei “Dink”? No, non è una parolaccia né un nuovo gruppo musicale. “Dink” è l’acronimo inglese per indicare i “Double Income No Kids” ossia le coppie senza figli (= “No Kids”) e con doppio stipendio (=“Double Income”, appunto doppia entrata). Il termine è molto noto oltralpe ma, personalmente, non avevo mai sentito quest’espressione, almeno fino a qualche mese fa.

Per caso ho letto un post su Instagram de ilmessaggero.it che spiega: “Le famiglie cosiddette kids free sono in aumento, anche in Italia. Secondo l’Istituto di statistica il numero medio di figli per donna scende arrivando a 1.20, in flessione rispetto agli anni scorsi (nel 2022 era 1.24) e la stima provvisoria elaborata sui primi 7 mesi del 2024 evidenzia una fecondità pari a 1.21. Ma aumentano anche le famiglie che scelgono consapevolmente di non volere figli, per vivere una vita più “appagante” a livello individuale, concentrandosi sulla relazione a due e sugli obiettivi di carriera.  A sostegno di queste scelte è stata persino istituita una giornata celebrativa, l’International Childfree Day (1° agosto).

È ancora l’Istat, nel report Famiglie, soggetti sociali e ciclo di vita, a indicare che il 45,4% delle donne tra 18 e 49 sceglie di non diventare madre e il 22,2% non vuole figli nei 3 anni successivi, né in futuro. Per il 17,4% la maternità semplicemente non rientra nei propri progetti di vita. Dati analoghi arrivano da Inghilterra e Galles, dove un sondaggio di YouGov del 2020 mostrava come il 51% dei 35-44enni non aveva figli, né programmava di averne. Anche negli Usa è aumentato il numero di famiglie Childfree (44% nel 2021 nella stessa fascia di età, in aumento rispetto al 37% nel 2018).

Gli americani li definiscono “Dink” (Double Income No Kids, due stipendi e niente figli).[1]

Sono rimasta a bocca aperta di quanto avevo appena letto. E che mi ha riempito d’amarezza e, nello stesso momento, mi ha fatto riflettere profondamente. Riflettere profondamente sul bi-polarismo di massa di cui – evidentemente soffriamo. Come possono convivere, nella stessa società, il diritto del figlio a tutti i costi e la celebrazione del non volerne? Com’è possibile che si attuino soluzioni contro l’etica e la morale pur di tornare a casa con un pupetto o una pupetta e nello stesso momento ci sia addirittura la giornata mondiale per i (volutamente) senza figli? Forse la storia del termine, mi sono detta, potrebbe aiutarmi a capire. O, quantomeno, ad essere più informata. Sì, perché, la coppia “Doppio reddito senza figli” non indica quella che cerca o desidera un erede ma quella che deliberatamente decide di non averne. Ma cosa significa davvero questa scelta?

Il termine “Dink” nasce negli Anni Ottanta negli Stati Uniti, in un crescente contesto di cosiddetta emancipazione femminile e di cambiamenti nelle dinamiche familiari. Le coppie “Dink” sono generalmente composte da due adulti che condividono una vita insieme e che spesso hanno un reddito elevato o almeno stabile. La scelta di non avere figli può derivare da motivazioni diverse: desiderio di libertà, carriera, interessi personali, preoccupazioni economiche o ambientali, o semplicemente una preferenza di vita. Non siamo qui a giudicare nessuno, sia ben chiaro. Ognuno è libero di fare le sue scelte. Stando attenti, però, a non far star male le altre persone. Voglio dire: sono tante le coppie che non riescono ad avere un bambino, e ne soffrono terribilmente. A volte arrivano anche a separarsi. Allora, questa è la domanda delle domande, che senso ha celebrare una scelta – con tanto di ricorrenza internazionale – se la situazione è causa di profonda infelicità e profonda frustrazione per altri?  È come se venisse istituita la giornata mondiale del mangiare a più non posso quando ci sono milioni di esseri umani che muoiono di fame. Non ha alcun senso. Allora perché esaltare – o, più o meno velatamente – instillare il desiderio di emulare volutamente i “Dink”? O che faccia cool esserlo?

Dietro, davanti e di lato a tutto questo il rischio è che si accumulino tanto egoismo, tanti vuoti e tanta mancanza di rispetto. Non solo nei confronti di chi non riesce ad avere figli ma anche di chi, un figlio, l’ha perso. Prima che nascesse, per malattia, a causa di un incidente, magari anche per suicidio. Il rischio è quello di vendere egocentrismo spacciato per libertà e paura di fare dei sacrifici per emancipazione. Gesù l’ha detto chiaramente: “La verità di farà liberi” (Gv 8, 32). E ancora, nel colloquio con Lui prima della crocifissione, Pilato gli domanda: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38). Chiediamocelo anche noi. Chiediamoci che cos’è la verità. Il Signore ci risponderà, se noi sapremo essere sinceri e aprire il cuore.

Fabrizia Perrachon

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Amore: tra Sentimento e verità

Spesso leggo nei commenti, sui social, frasi del tipo: “La famiglia è dove c’è amore”, in genere riguardo a discorsi su relazioni di persone aventi lo stesso sesso o famiglie allargate. Certamente è vero, l’amore dovrebbe essere il centro di tutto, ma di quale amore stiamo parlando?

Perché io credo che ci sia molta confusione: oggi l’amore è percepito come sentimento soggettivo, emozione del momento, affinità emotiva o attrazione fisica. In nome dell’amore si giustifica tutto: scelte di vita, separazioni, trasgressioni, perfino il tradimento e omicidi. Eppure, se vogliamo parlare seriamente di amore, dobbiamo iniziare a riconoscerne l’origine, la verità e il fine (che essenzialmente è la santificazione nostra e di chi ci sta intorno).

Quando parliamo di “famiglia”, non possiamo ridurre il discorso a ciò che sentiamo, ma dobbiamo elevarci a ciò che Dio ha rivelato. L’amore che fonda la famiglia – quella vera, secondo il disegno di Dio – è un amore che genera, che si apre alla vita, che unisce un uomo e una donna nella complementarità dei sessi. È un amore fecondo che si realizza nella donazione totale e irrevocabile di sé all’altro, anche quando la vita coniugale attraversa momenti duri, persino quando si spezza nella convivenza, ma resta viva nella fedeltà della promessa.

Per noi cristiani, l’amore ha un volto: è Gesù Cristo. In Lui vediamo che l’amore vero è dono totale di sé, fino alla fine, fino alla croce. Non è sentimento passeggero, non è attrazione, non è bisogno, è un amore che si fa servizio, sacrificio, fedeltà.

Proprio domenica scorsa, Gesù nel vangelo diceva che “Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23), questo deve essere il filtro con cui testare quello che viviamo. Quello che provo, quello che faccio, quello verso cui vengo attratto è secondo l’insegnamento di Gesù, i comandamenti, tutte le numerose parole che ci ha detto e che la Chiesa continua a ricordarci dopo duemila anni?

Gesù ci dice chiaramente che se Gli vogliamo bene, la conseguenza diretta è seguirlo e mettere in pratica: detto così sembra quasi un’imposizione, in realtà dovrebbe essere la risposta ad un Amore sconfinato. Mi vengono in mente le prove d’amore che si chiedono a volte nella coppia e che sono più richieste egoistiche e dettate da ferite varie: “Se davvero mi ami, devi fare questo e quest’altro”.

In realtà Chi lo dice, per primo ci ha mostrato cosa è davvero l’Amore, morendo per noi e lasciandoci un manuale d’istruzione per la nostra felicità e per una vita in pienezza. Non è possibile affermare di credere in Dio e poi gestire la nostra vita secondo quello che vogliamo noi: mi sono accorto che in tante persone c’è questa profonda divisione tra il credere/devozione e la condotta di vita, come se fosse possibile svincolare le due cose. Tanti ritengono che amore è quello che mi fa stare bene, che mi soddisfa, che non crea problemi, che mi dà ragione, che esegue gli ordini: anche ammesso che fosse possibile, siamo all’opposto del Sacramento del matrimonio.

Ogni essere umano è chiamato all’amore, perché creato a immagine di Dio, ma la verità dell’amore dipende dalla sua conformità al disegno di Dio. Se due donne, tramite i soldi, i progressi della medicina e un donatore, riescono ad avere un figlio da crescere, dovranno comunque un giorno spiegargli che comunque un papà ce l’ha, anche se non lo conoscerà mai o è sconosciuto, perché la verità è che la vita può nascere solo dall’unione di un uomo e una donna (non entro poi nel merito sulla considerazione dei figli come diritto e non come dono immenso).

Non siamo noi a decidere cos’è l’amore, è Dio che ha scritto nel nostro cuore il desiderio di amare e di essere amati, ma questo desiderio, se non viene illuminato dalla grazia, può perdersi, deviare, confondersi. Non possiamo costruire l’amore vero senza Dio. Ogni tentativo umano, ogni ideologia che pretende di ridefinire la famiglia o il matrimonio, rischia di crollare, come una casa costruita sulla sabbia.

È tempo di tornare a parlare di verità, non solo di emozioni, di educare all’amore, non solo di assecondarlo, di proporre, con umiltà ma anche con coraggio, la bellezza del progetto di Dio sull’uomo, sulla donna, sulla famiglia. Allora sì, la famiglia è dove c’è amore: ma quell’amore deve avere un Nome, una forma, una verità e un obbiettivo, solo l’amore che si radica nella volontà di Dio può davvero costruire una casa che resiste alle tempeste.

Una cultura che smarrisce la verità dell’amore rischia di produrre generazioni fragili, incapaci di donarsi, abituate a sostituire la realtà con il desiderio; eppure, la verità non è nemica della libertà: la libera, la orienta, la rende piena. Anche quando questa verità è scomoda, anche quando ci chiede di rinunciare a qualcosa, perché alla fine, la vera libertà nasce dalla verità; e la verità è che non ogni unione può dirsi famiglia, non ogni sentimento è amore che salva, non ogni desiderio è giusto solo perché è forte.

Forse non tutti capiranno queste parole, ma non importa: l’importante è continuare a testimoniarle, con umiltà, ma senza paura, perché la verità, quando è vissuta con amore, parla da sola e può, un giorno, toccare il cuore anche di chi oggi la rifiuta.

L’Amore, quello vero, non si inventa, si scopre e, una volta scoperto, si custodisce, fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Una Casa Viva

Questa è la Prima Lettura di ieri, memoria di San Filippo Neri:

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,11-15) Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedònia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

Questo breve brano ci racconta in particolare della fede semplice e genuina di una donna di nome Lidia, di lei ci sono giunte solo poche e scarne informazioni, ma sono quelle essenziali per fare qualche riflessione.

La prima riflessione è che tra i primi discepoli del Signore, spiccano le donne. Ma perché? Dobbiamo innanzitutto sapere che eravamo agli albori del cristianesimo, il quale non era ancora ben visto se non addirittura osteggiato e perseguitato, la cultura dominante non dava troppa importanza al valore delle donne, perciò per esse era abbastanza semplice passare inosservate nel recarsi al luogo della preghiera. Sappiamo che la salvezza di Dio passa attraverso l’umanità, anche quando tutto sembra remare contro, ed infatti il Signore ha usato questa situazione contingente della società volgendola a proprio favore; se le donne fossero state seguite dai persecutori non avremmo avuto quella rapida diffusione del Vangelo che invece si è verificata.

La seconda riflessione che la fede è passata da Lidia al resto della propria famiglia, qualcuno potrebbe dire che era una consuetudine all’epoca, però di fatto sono stati battezzati tutti i membri della famiglia, ed è ragionevole pensare che per famiglia si intendesse includere anche genitori o parenti stretti, forse anche la servitù, oltre a coniugi e figli. Ma aldilà del numero dei componenti del nucleo familiare vogliamo mettere in luce come dal cuore di una mamma di casa, la fede si irradia anche nel cuore di tutti quasi per osmosi.

La terza ed ultima riflessione è che in quella casa sono stati ospitati due tra i più grandi evangelizzatori, e dai racconti degli Atti, non era nè la prima nè l’ultima volta. Non ci viene raccontato cosa accadeva in quelle case durante il soggiorno degli Apostoli, ma possiamo supporre che quelle case diventassero come delle moderne aule di catechismo, come delle oasi di preghiera, come dei piccoli templi ospitando quella che poi verrà chiamata Santa Messa. E sicuramente gli Apostoli traevano grandi insegnamenti da questi soggiorni casalinghi, poiché se loro predicavano la fede nel Signore Gesù annunciando la Sua Salvezza, le mamme di quella casa erano l’incarnazione di quella fede raccontata da essi.

Questi episodi ci testimoniano di come i due Sacramenti dell’Ordine e del Matrimonio siano vitali l’uno per l’altro, in un continuo sostegno ed arricchimento reciproco. Le mamme e le spose quindi, hanno un grandissimo ed elevato compito nell’essere fede incarnata, il compito di arrivare al cuore di tutti i membri della casa, a volte anche senza parole. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Cosa ha Mai il Tuo Diletto più di Ogni Altro Amato

Perchè lui è diverso da tutti gli altri? In questo capitolo affrontiamo l’unicità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Che cosa ha mai il tuo diletto più di ogni altro amato, o incantevole tra le donne? Che cosa ha mai tuo diletto più di ogni altro amato, perché tu ci scongiuri con tanta insistenza?

La notte è passata. Non che siano finiti i problemi, le fatiche, le incomprensioni. Ma la Sulamita ora ha uno sguardo nuovo. Come accade dopo ogni notte dell’anima, la luce torna piano, e ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è cambiato. La sposa del Cantico non è più la stessa: si è rivestita di un nuovo mantello, non quello che le avevano strappato le guardie nella notte, ma un mantello fatto di comprensione, di libertà, di amore maturo.

Il coro, intorno a lei, è spiazzato. «Ma che ci trovi in lui?» sembrano dire. Non è mica perfetto. Se n’è andato. Ti ha lasciata sola nella notte. Non ti ha capita. Eppure lei insiste: è lui il mio diletto. Non uno come tanti. Non uno qualsiasi.

In questo passaggio si gioca uno dei punti più alti della spiritualità dell’amore umano: l’unicità dell’altro. In una cultura dove tutto è sostituibile, anche le persone, la Sulamita ci dice che no, l’amore vero rende l’altro unico. Irripetibile. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che ho deciso di fermare il mio sguardo. “Tutto di lui è amabile”, dirà poco dopo. Anche le sue fragilità, anche i suoi silenzi.

Lo psicologo Viktor Frankl diceva che l’amore è l’unico modo per cogliere in modo pieno l’essere più profondo dell’altro. Solo l’amore ci fa superare l’apparenza. Ed è quello che la Sulamita ha fatto: ha attraversato la notte, si è persa, ha cercato, è stata ferita. Ma ha scelto. Ha scelto di restare fedele all’immagine più vera del suo amato. Non a quella offuscata dalla delusione o dalla distanza.

Quante volte nel matrimonio arrivano domande simili. Ma chi te lo fa fare? Perché continui a credere in lui o in lei? Perché resti, se potresti rifarti una vita? Ed è proprio lì che si gioca la qualità del nostro amore. Quando smette di essere amore-contratto e diventa amore-alleanza. Quando non è più amore che cerca una gratificazione, ma amore che ha preso la forma della fedeltà.

Don Luigi Maria Epicoco in una sua catechesi lo dice così: «Non c’è amore vero se non c’è una croce nel mezzo». Non per esaltare il dolore, ma per dire che solo un amore che attraversa anche l’incomprensione, la noia, la fragilità, può fiorire davvero. La Sulamita non idealizza più il suo sposo: lo ama così com’è. Anzi, lo trova ancora più bello dopo la notte.

Mi ha colpito una frase di una catechesi: «La fede nuziale è un segno di clausura. Una coppia sposata è chiusa insieme». Come se il matrimonio fosse un monastero a due. Non una prigione, ma un luogo dove si entra e si resta, anche quando il vento soffia forte fuori. E dentro, ci si plasma. Ci si lima. Ci si ama davvero.

Quando smettiamo di pensare che il nostro partner debba rispondere a tutti i nostri bisogni, iniziamo ad amarlo davvero. Perché lo scegliamo. Perché vediamo in lui o in lei un dono. E perché sappiamo che anche attraverso quella sua fatica, quella sua parte che non ci piace, noi stiamo crescendo.

In Analisi Transazionale si direbbe che l’amore vero nasce dall’adulto interiore: non è una reazione automatica del bambino che ha paura di restare solo, né il giudizio rigido del genitore che ama solo se l’altro si comporta bene. È una scelta consapevole. Responsabile. Libera.

Ecco perché la Sulamita lascia a bocca aperta il coro. Perché in un mondo di amori usa e getta, lei resta. Lei ama. Lei testimonia che l’amore, quello vero, quello che ti cambia la vita, è fatto di perseveranza, di memoria, di fiducia oltre le prove.

Nel volto imperfetto del suo amato, lei vede qualcosa che gli altri non vedono. Vede l’uomo della promessa. L’uomo che, pur con le sue fughe, è stato scelto. L’uomo che può ancora rinascere nell’incontro con lei.

E allora l’amore umano torna ad essere quello che Dio ha pensato: un’avventura grande, fragile e bellissima, dove ci si prende per mano non perché tutto va bene, ma perché ci si riconosce dono. E ci si sceglie ogni giorno, anche nella notte.

Antonio e Luisa

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La Vera Pace, in Cammino Verso lo Sposo

Cari sposi, può essere che nella vostra vita vi sia toccato di presenziare il momento in cui una persona cara rivela di essere gravemente malata. Un colpo durissimo, un fulmine a ciel sereno, un drastico cambio nel ménage familiare. D’istinto si cerca di essere vicini, di consolare, di farsi prossimo al tempo stesso che avvertiamo tutta la nostra impotenza.

Gesù, nel brano di oggi, occupa questo posto dal momento che siamo all’interno del “Discorso di addio”, pronunciato poche ore prima della sua Passione. Ma ecco l’incredibile: è Gesù stesso a infondere coraggio agli apostoli che, confusi e sconvolti, non potevano credere a quelle parole, Lui stesso, nel pieno del suo turbamento e angoscia interiore che di lì a poco lo porteranno a sudare sangue, sta coccolando i suoi con parole piene di dolcezza e consolazione: “non siate turbati, abbiate fiducia”.

Solo una persona perdutamente innamorata può comportarsi così, che grande è il Cuore di Gesù! Con ragione suor Faustina appuntava nel suo diario: “La Mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità” (Diario, 699).

Ma, il dono della Pace di Gesù non è un accessorio, un optional nella sua vita, perché Lui stesso è la pace, come ci insegna San Paolo: «Egli, infatti, è la nostra pace» (Ef 2,14). Cristo impersona la pace dato che, con la Passione, Morte e Risurrezione, Lui ha riconciliato Dio e l’uomo e ha messo pace tra gli uomini stessi, anzitutto tra Giudei e pagani. Ogni cellula del suo corpo, ogni parte del suo comportamento esprime tale Pace.

La pace è quindi un dono relazionale, il frutto della comunione ristabilita con Cristo e nel Corpo di Cristo, come ancora ci ricorda San Paolo: “Giustificati per la fede, abbiamo pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). Che differenza corre tra questa pace di Gesù e quella che offre il mondo (pensiamo a tutti i sacrosanti sforzi per la pace in Ucraina e in Palestina)! Gesù ci offre la pace tramite il dono di sé, tramite il suo sacrificio redentore, con il suo esempio; in cambio, non al massimo siamo capaci di compromessi e di do ut des.

Sant’Agostino ci ricorda che, per il Battesimo, Gesù è “interior intimo meo et superior summo meo più interiore del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (Le Confessioni, III,6,11). Quindi la Sua Pace è già potenzialmente in noi, anche se non ce ne accorgiamo. È quel tesoro nascosto nel campo che dobbiamo riscoprire di continuo e lasciar agire in noi. Per questo, sempre S. Agostino, ci ricorda che è la preghiera del cuore il modo con cui lasciamo fare a Gesù in noi.

Se questo vale per tutti, per voi sposi c’è un accento in più. La viva presenza di Cristo nella vostra relazione vi rende Sposi portatori di pace, quella pace che Gesù vuole radicare nel vostro rapporto. Proprio a motivo del fatto che il mondo maschile e femminile sono fondamentalmente diversi e tendono al conflitto, ecco allora che Gesù, con la grazia del matrimonio, vuole “abbattere il muro di divisione”.

Sulla irriducibile differenza uomo/donna si sono versati fiumi di inchiostro e qui l’atteggiamento più comune sfocia nel cercare la consapevolezza della propria diversità, oppure si risolve il tutto con la teoria della fluidità di genere e la decostruzione dei cosiddetti “stereotipi culturali”.

In realtà, la pace tra uomo e donna, tra marito e moglie, e quindi la vera comunione, al di là dei battibecchi triviali o dei sani confronti pur nella divergenza di opinioni, passa dalla sequela di Cristo Sposo. Solo nella misura in cui una coppia opta consapevolmente di lasciarsi guidare dallo Sposo potrà iniziare a sperimentare la vera pace.

Ce lo spiega magistralmente l’allora Card. Ratzinger in un documento profetico, scritto a quattro mani assieme a Giovanni Paolo II: “«Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… non c’è più uomo né donna», scrive San Paolo ai Galati (3,27-28). L’Apostolo non dichiara qui decaduta la distinzione uomo-donna che altrove dice appartenere al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l’inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell’uomo e della donna sono superabili e superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione dell’uomo e della donna, che, del resto, accompagna fino alla fine la rivelazione biblica. Nell’ora finale della storia presente, mentre si profilano nell’Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» (Ap21,1), viene presentata in visione una Gerusalemme femminile «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). La rivelazione stessa si conclude con la parola della Sposa e dello Spirito che implorano la venuta dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20)” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo,12).

ANTONIO E LUISA

Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23): è questa la chiave della presenza di Dio tra gli sposi. Dal giorno del matrimonio, Dio non abita in noi automaticamente: prende dimora solo se Gli apriamo il cuore, se scegliamo ogni giorno di seguirLo nel concreto, nella fatica di amarci come Cristo ci ama. L’amore coniugale diventa allora un tabernacolo vivente, ma solo quando è illuminato dalla Parola, nutrito dai sacramenti e offerto nella libertà. La fedeltà, il perdono, la tenerezza: tutto può essere abitato da Dio… se siamo noi a lasciare spazio, a scegliere la Sua via e non la nostra.

Antonio e Luisa

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Amare con il Corpo: la Vocazione Visibile dell’Invisibile

Viviamo in un tempo in cui il corpo sembra avere significati ambivalenti: viene idolatrato o bistrattato, ostentato o nascosto, quasi mai ascoltato. Eppure, proprio il corpo veicola una delle domande più vere dell’esistenza: “Per chi sono io?”. È un interrogativo inevitabile, che nasce dall’esperienza stessa di essere persone umane: bio-psico-sociali e aperte alla trascendenza.

Sin dal libro della Genesi vediamo come l’uomo – Adamo – prende coscienza della propria identità grazie al suo corpo: scopre di appartenere al creato, ma anche di essere diverso dagli animalia. Scrive san Giovanni Paolo II: «l’uomo creato si trova, fin dal primo momento della sua esistenza, di fronte a Dio quasi alla ricerca […] della propria identità» (UDC 5,5). Solo quando il Creatore gli presenta Eva il suo stupore rivela che ha trovato il senso del proprio essere: «Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (Gen 2,23). Attraverso il corpo che li avvicina e li distingue i due si ri-conoscono: se la dualità è un punto di partenza, l’unità è il punto di arrivo.

Proprio a partire dall’uomo delle origini e da lì leggendo la realtà dell’uomo storico, il tesoro inestimabile della Teologia del corpo ci aiuta a comprendere il significato altissimo della corporeità. Proprio nella differenza sessuale ci si rivela il carattere sponsale del corpo e quindi l’ermeneutica del dono: l’uomo e la donna, nel loro essere compiuti e al contempo complementari, testimoniano che la pienezza dell’esistenza si raggiunge nella relazione. Questa dinamica, che trova una prima espressione nell’eros, trova il suo compimento quando si apre all’agape: se infatti quello muove i corpi a cercarsi quale forza che fa tendere l’uno verso l’altra, questo garantisce l’incontro.

L’amore oblativo trasforma il desiderio in dono e fa sì che la persona non resti confinata al piano dell’emozione e dell’istinto, ma si apra a una progettualità che diviene pienezza. Scrive il Papa della famiglia: «L’amore […] sprigiona una particolare esperienza del bello, che si accentra su ciò che è visibile, ma coinvolge contemporaneamente la persona intera» (UDC 108,6). Amare con il corpo significa, allora, vivere la propria corporeità come via per entrare in comunione con l’altro: è nella tenerezza, nella cura, nel cadenzare quotidiano di gesti di attenzione e servizio che il corpo diventa sacramento, luogo di rivelazione di Dio.

Per vivere questa promessa di compimento è però condizione necessaria avere nel cuore e nella mente il vero volto di Dio. Troppo spesso ci sono state veicolate immagini sbagliate e distorte, lontane dalla Rivelazione che il Figlio ci ha fatto del Padre. Pensiamo al Dio giudice, che osserva con severità le nostre colpe e punisce l’errore, generando paura e vergogna; al Dio contabile, che misura i nostri meriti e assegna premi o castighi, facendo dell’amore una prova da superare; al Dio efficiente, che esige perfezione e risultati, trasformando il nostro desiderio di essere amati in ansia da prestazione. C’è anche il Dio intellettuale, figlio di dimostrazioni e schemi, che esclude la dimensione affettiva, o il Dio magico, buono solo quando le cose vanno bene, ma pronto a essere rinnegato nei momenti difficili.

Queste immagini deformano non solo la nostra dimensione spirituale, ma anche quella sociale. Se il nostro volto di Dio è sospettoso, esigente o lontano, anche il nostro modo di amare sarà segnato dal controllo, dal timore o dal disincanto. Al contrario, il Dio rivelato da Gesù Cristo è un Dio vicino, che per primo ha scelto il corpo come modalità di relazione; è il Dio creatore e misericordioso, che ci ha voluti con amore eterno, che ci cerca instancabilmente, che ci guarda con tenerezza.

In questa prospettiva, l’intimità coniugale può diventare “un luogo sacramentale”, un’esperienza in cui Dio si rende presente come protagonista, insieme alla coppia. Non si tratta di atti meramente fisici, ma di un incontro che può sanare, rinnovare promesse e rafforzare legami. Lungi dall’essere un’idea romantica o un sotterfugio per legalizzare disordini e vizi, amare con il corpo è l’unico modo per essere persone sane e felici. Si tratta di scegliere ogni giorno di essere per l’altro: di non usare ma accogliere, di non consumare ma custodire. Facciamo esperienza di un cammino esigente, fatto di ascolto, di pazienza, di perdono, di continuo lavoro su se stessi, che conduce alla gioia piena. È la via ordinaria della santità, quella che passa per i gesti più semplici e autentici dell’amore umano.

In un tempo che tende a svuotare il corpo del suo significato, l’esperienza dell’amore vissuto nella carne ci restituisce una profezia di speranza. Ogni corpo, con la sua storia e le sue ferite, resta portatore di una bellezza inviolabile, di una verità che nessuna cultura dello scarto potrà mai cancellare. Amare con il corpo, allora, non è solo possibile: è urgente. È l’atto più umano e più divino che possiamo compiere.

Giovanna Valsecchi

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Salvare lui o salvare me? Il bivio della moglie ferita

Vi racconto una consulenza telefonica che ho offerto a una moglie che si trova in un momento di forte sconforto e di grande dolore. Credo sia importante raccontarla, preservando l’anonimato dei protagonisti, perchè ciò di cui parleremo è più comune di quanto si possa pensare. Forse con altre modalità ma con le stesse identiche spinte psicologiche.

Le mie conclusioni sono solo una ipotesi ponderata da quanto ho ascoltato. Ma credo possano fornire una chiave interessante sulla quale tutti possono riflettere. Su come le nostre ferite e il copione infantile possano influenzare le relazioni adulte. Lui ha deciso di sposarsi dopo un fidanzamento molto lungo, ma non per una vera convinzione, bensì perché lei è rimasta incinta. E ora, dopo tanti anni di matrimonio, tradisce ripetutamente sua moglie. Non con una sola donna, ma con tante: escort, prostitute, relazioni occasionali. Si può definire un’abitudine compulsiva, un meccanismo che non riesce (o non vuole) fermare.

Lei invece è lì. Ferma. In attesa. Svuotata. Umanamente distrutta da anni di distacco, freddezza, abbandono. Nessuna intimità. Nessun dialogo. Solo qualche gesto, a volte, quando lui torna a cercarla per avere un rapporto sessuale — poche volte all’anno. Cerca un senso e l’amore nella relazione e nella cura della figlia. Ha smesso di sentirsi moglie per essere soltanto mamma. Non c’è violenza fisica, ma una solitudine che grida vendetta al cielo. Lei per tanti anni non ha voluto vedere. Poi è scoppiata e non è riuscita più a far finta di niente. Eppure lui non se ne va. Resta lì, quasi come a rivendicare un ruolo che non vuole esercitare veramente: quello del marito.

Una storia come tante, ma unica nel dolore

Questa consulenza nasce da un grido, quello della moglie. Una donna credente, fedele, che non riesce a comprendere come sia possibile che un uomo prometta amore eterno e poi lo tradisca in modo così sistematico. Ma dietro ogni tradimento si nasconde una storia, e dietro ogni storia, un copione.

Il copione di vita e la spinta: “Sii forte”

Secondo l’Analisi Transazionale, ognuno di noi sviluppa da piccolo un copione di vita, cioè una storia che inconsciamente scriviamo su noi stessi e sul mondo, spesso per sopravvivere alle ferite dell’infanzia. In questo caso, l’uomo in questione ha vissuto un’infanzia con un padre che si comportava allo stesso modo: assente, infedele, anaffettivo. Quel modello paterno non solo ha generato sofferenza, ma ha anche trasmesso una spinta psicologica, quella del “Sii forte”.

La spinta “sii forte” impone di non mostrare emozioni, di non avere bisogno di nessuno, di non chiedere aiuto. Chi la riceve da piccolo, interiorizza l’idea che il valore della propria persona si misura nella capacità di resistere da solo, senza appoggiarsi a nessuno. Mostrare fragilità significherebbe, dunque, non valere abbastanza.

Ma il bambino interiore non sparisce. Resta lì, nascosto, e quando non trova spazi sani per esprimersi, esplode in comportamenti disordinati: come la compulsione sessuale, la trasgressione, la doppia vita. Il tradimento diventa allora un grido: “Amami! Guarda che io esisto!”.

Il corpo usato per colmare un vuoto

Il problema, però, è che quel bambino non vuole sesso: vuole essere visto, accolto, amato per come è. Eppure l’adulto ferito che porta dentro questa parte rifiutata cerca disperatamente conferme attraverso il corpo delle altre, consumando rapporti impersonali come anestetici contro il vuoto. Ma l’effetto svanisce subito. E allora si riparte, sempre più lontani dalla verità e dalla relazione autentica. È la dipendenza affettiva a freddo, quella in cui l’altro è solo uno strumento per calmare un dolore profondo, senza mai incontrarsi davvero.

Cosa può fare la moglie?

A questa donna non ho potuto consigliare solo pazienza e preghiera. Non perché non siano importanti, ma perché l’amore cristiano non è passivo. L’amore, quando è vero, cerca la verità, anche a costo di passare dalla croce.

Le ho proposto di interrompere il circolo vizioso dell’accomodamento. Di uscire dalla dinamica dove lei aspetta che lui cambi, mentre lui sa che può continuare a comportarsi così, perché tanto lei non lo lascerà mai. Non si tratta di abbandonare, ma di dare un segnale forte: “Io ci sono, ma non così. Non a queste condizioni. Non posso essere complice del tuo disordine e della tua fuga dalla tua parte più vera.”

La proposta concreta è stata questa: una terapia personale per entrambi, ancor prima che di coppia, dove lui possa iniziare a dare voce a quel bambino che non ha mai potuto dire: “Ho bisogno”, “Mi sento solo”, “Mi sento inadeguato”. E ne ha bisogno anche lei. Perché alla fine, non si tratta solo di salvare un matrimonio. Si tratta di salvare lei, farle comprendere che è un’anima amata, una figlia preziosa, una donna degna di essere vista, rispettata e amata — sul serio.

Ma — e questo è fondamentale — se lui rifiuta questo cammino, lei deve iniziare a pensare a una separazione, almeno temporanea. Non per vendetta, ma per amore. Per amore di sé stessa, della verità, della propria dignità. E forse anche per dare uno shock a lui, che ha anestetizzato la coscienza.

Non si salva chi non vuole essere salvato

Nel Vangelo, Gesù non forza mai nessuno. Chiede: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). L’amore rispetta la libertà. Ecco perché la moglie non può rimanere eternamente nell’attesa che l’altro si converta. Anche Dio, quando il popolo di Israele gli è infedele, si ritira. Non per orgoglio, ma per rispetto della libertà dell’altro. Lasciando la porta aperta. Anche questo è essere fedeli. Lei non cerca un altro uomo, continuerà ad amare e ad essere fedele a suo marito.

Come dice Papa Francesco in Amoris Laetitia (§137): “L’amore si nutre di libertà. Non può esistere una forma di amore imposta. Occorre che ognuno sia libero di decidere di amare, anche a costo di pagare un prezzo.”

Riscoprire la propria vocazione all’amore

A questa donna ho detto che il suo valore non dipende dalla fedeltà del marito. Che lei non è “meno moglie” perché lui ha tradito, anzi. Lei è ancora oggi una testimone del Vangelo dell’amore. Ma deve anche capire che la carità verso sé stessi è parte della carità cristiana. Ha diritto a essere rispettata, ad amare senza umiliarsi, a scegliere una strada che le consenta di non smettere di amare, ma di farlo in verità.

Spesso pensiamo che l’amore vero debba sopportare tutto. Ed è vero, ma questo non significa accettare tutto. Significa trovare la strada che sia la più vera per amare. Stare con un marito così senza chiedere nessun cambiamento, non significa amare il marito ma significa avere un comportamento evitante. Sono forse io il custode di mio fratello?

A questa donna ho consigliato di proporre un cammino, ma anche di prendere una decisione, se necessario. Perché a volte, solo toccando il fondo, l’altro può decidere di risalire.

E allora sì, forse nascerà davvero qualcosa di nuovo. Non più sulle ceneri del dolore, ma sulla verità della propria fragilità finalmente accolta.

Antonio e Luisa

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Santa Rita: cinquanta sfumature d’amore

Il 22 maggio la Chiesa cattolica ricorda Santa Rita da Cascia, conosciuta come la “santa delle cause impossibili”. E’ una figura di grande ispirazione per milioni di fedeli in tutto il mondo. La sua vita, ricca di sofferenza, fede e amore, rappresenta un esempio di come la spiritualità possa trasformare le pieghe più complesse dell’animo umano in un inno alla speranza e all’amore incondizionato. È significativo esplorare la sua vita, le sue virtù e il suo ruolo come simbolo di speranza e di carità.

Rita – al secolo Margherita Lotti – nacque nel 1381 a Roccaporena, un piccolo villaggio vicino a Cascia, in provincia di Perugia. La sua vita fu segnata da numerose prove: la perdita dei genitori in giovane età, un matrimonio difficile, la morte del marito e dei figli, la sofferenza per le ingiustizie subite. Nonostante tutte queste sfide, però, Rita mantenne una fede incrollabile in Dio e una profonda carità verso il prossimo.

Il suo matrimonio con Paolo Mancini fu caratterizzato da incomprensioni e violenze ma Rita riuscì a trasformare questa difficile relazione in un esempio di perdono e di amore cristiano. Dopo la morte del consorte, Rita pregò Dio affinché i figli non fossero travolti dalla sete di vendicare il padre. Disse che sarebbe stato meglio vederli morti piuttosto che assassini. Nostro Signore l’accontentò.

La sua richiesta, che nella prospettiva del mondo può sembrare insensata, è invece profondamente intessuta di compassione e misericordia. Rita desiderava sopra ogni casa la salvezza della loro anima e che nessuno si macchiasse di nuovi omidici. Tutto questo anche a costo del suo immenso dolore. Questo è martirio! Questa è santità! Rimasta sola, decise di entrare in convento, dedicandosi alla preghiera, alla carità e alla meditazione. La sua vita divenne un esempio di come l’amore possa trasformarsi in pace e perdono anche attraverso o forse proprio in virtù delle circostanze più avverse.

Santa Rita è spesso associata all’amore come forza di redenzione. La sua capacità di perdonare e di amare anche coloro che le hanno fatto del male rappresenta uno degli aspetti più profondi del suo messaggio. La vita di questa donna dimostra che la clemenza e la mitezza possono davvero portare alla riconciliazione, con noi stessi e con gli altri. Il suo esempio ci invita a riflettere su possiamo diventare un ponte vivo tra le persone, superando le barriere dell’orgoglio, dell’odio e della vendetta.

Santa Rita ci insegna che l’amore vero richiede pazienza, perdono e una fede incrollabile nella bontà divina. Senza di essa non potrebbe esserci stato tutto quello che Rita ha fatto, detto, donato. Senza Dio non ci sarebbe stata santa Rita. E senza Santa Rita noi non avremmo un punto di riferimento unico e insostituibile.

Un’altra nuance fondamentale dell’amore secondo Santa Rita è la fede. La sua fiducia in Dio le permise di affrontare le prove più dure con coraggio e speranza. La fede di Rita non era passiva ma attiva: si traduceva in gesti concreti di carità, preghiera e dedizione. La sua fede le diede la forza di amare senza riserve, di perdonare senza condizioni e di dedicarsi agli altri con umiltà e compassione. La sua vita è la prova concreta di come l’amore possa essere alimentato, e nello stesso tempo alimentare, la fede autentica, profonda e sincera, quella capace di illuminare anche le tenebre più fitte e smuovere persino le montagne.

Santa Rita è anche conosciuta come la “santa delle cause impossibili” perché molte persone si rivolgono a lei in cerca di aiuto in situazioni disperate. La sua intercessione è potentissima e molte testimonianze raccontano di miracoli e risposte che sembravano umanamente non fattibili né realizzabili.

Questa capacità di intervenire nelle situazioni più complicate rappresenta un’altra sfumatura dell’amore: quello che si manifesta nel desiderio di aiutare gli altri, portando speranza e conforto.

Un’altra dimensione dell’amore di Santa Rita, infine, è la sua dedizione alla famiglia e alla comunità. Nonostante la sua vita monastica, Rita mantenne un legame profondo con la sua famiglia e con il suo paese natale. Ecco, allora, che questa donna eccezionale ci insegna, tra le tante cose, che la vera carità è l’impegno quotidiano, fatto di piccoli gesti di bontà, di pazienza e di solidarietà.

Il suo esempio ci invita a riflettere su come l’amore possa avere tanti volti: dall’amore romantico a quello filiale, dall’amore per la famiglia a quello per il prossimo. Santa Rita è la dimostrazione che l’amore vero richiede sacrificio, pazienza e fede, e che anche nelle situazioni più difficili, è possibile trovare una via di speranza e di redenzione. Perché Dio è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Rita è stata figlia, moglie, madre, vedova, suora. Ora è Santa, in Paradiso, con Gesù e Maria che tanto ha amato e servito in vita, fino a dare la sua, totalmente. Sempre per amore. Amore per Dio e amore per gli altri. Ecco perché possiamo dire che i colori della tavolozza della sua esistenza sono stati – come minimo – cinquanta sfumature d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Amore Familiare e Vocazione: Storie di Santi

La storia di molti santi e pastori della Chiesa ci insegna che la famiglia è la culla delle vocazioni. L’amore fedele tra madre e padre – vissuto nella quotidianità, spesso in mezzo a difficoltà e prove – può lasciare un’impronta decisiva nel cuore dei figli. Crescere avvolti da questo amore e da una fede vissuta in casa prepara a riconoscere e accogliere la chiamata di Dio. In questo articolo percorriamo le vicende familiari di alcuni santi e papi, scoprendo attraverso aneddoti e testimonianze come l’esempio dei genitori abbia orientato il loro cammino verso il sacerdozio o la vita consacrata.

San Giovanni Paolo II: il “seminario domestico” di papà

Karol Wojtyła perse la madre all’età di 9 anni e poi anche il fratello maggiore; rimase così solo col padre, un ex militare dal cuore profondamente religioso. La casa era modesta e segnata dal lutto, ma piena di fede. Karol ricordava di vedere suo padre pregare ogni giorno: “Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in ginocchio, così come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa parrocchiale”. Quell’uomo vedovo non parlò mai esplicitamente al figlio di diventare sacerdote, eppure con la sola testimonianza formò in lui il germe della vocazione. “Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta di seminario domestico” – scrisse Giovanni Paolo II riferendosi al padre. In quel clima di preghiera familiare, silenzioso ma costante, maturò la chiamata che avrebbe portato Karol prima al sacerdozio e poi al soglio pontificio.

Santa Teresa di Lisieux: una famiglia come terra fertile

Nel caso di Santa Teresa di Gesù Bambino, la vocazione religiosa fu coltivata all’ombra di una famiglia straordinariamente santa. I suoi genitori, Louis Martin e Zélie Guérin, erano una coppia di sposi animati da profonda fede: primi coniugi canonizzati insieme nella storia, proclamati santi da Papa Francesco nel 2015. Le loro giornate erano scandite dalla preghiera, dal lavoro onesto e dalla carità, con il riposo della domenica sempre rispettato, e vissero molte prove affidandosi con fiducia alla Provvidenza. Zélie, prima di conoscer Louis, aveva persino chiesto al Signore di avere molti figli “e che essi vi siano tutti consacrati”. Dio prese sul serio quel desiderio: dei nove figli dei coniugi Martin, cinque sopravvissero all’infanzia e tutti e cinque abbracciarono la vita consacrata.

Teresa crebbe respirando fin da piccola questo clima di amore e fede. Rimase orfana di madre a soli 4 anni, ma trovò nel papà un esempio di tenerezza e devozione incrollabile. Più tardi, già carmelitana, riconobbe apertamente quanto doveva ai suoi genitori: «Il Buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra». Nell’autobiografia Storia di un’anima, Teresina lascia trasparire la gratitudine per l’educazione ricevuta in casa: ogni sera la famiglia pregava insieme, e l’amore tra i genitori – fondato sul Vangelo – infondeva nelle figlie la gioia di appartenere a Dio. Non sorprende che in tale terreno fertile sbocciassero vocazioni: l’esempio di papà e mamma fu per Teresa e le sorelle un richiamo vivente alla santità.

San Giovanni Bosco: la fede trasmessa nel dolore

L’infanzia di San Giovanni Bosco fu segnata dalla povertà e dalla perdita prematura del padre. Aveva soltanto due anni quando papà Francesco morì improvvisamente di polmonite, dopo aver raccomandato alla moglie Margherita di “aver fiducia in Dio” fino all’ultimo respiro. Mamma Margherita, rimasta vedova a 29 anni, si trovò a crescere da sola tre figli in tempi durissimi di carestia. Nonostante le lacrime e le fatiche, questa madre coraggiosa non perse mai la fede: insegnò ai bambini a pregare, a confidare nella Provvidenza e a vedere nei piccoli eventi quotidiani i segni dell’amore di Dio. Fu lei la prima catechista di Giovanni, trasmettendogli con semplicità di cuore i valori cristiani.

Quando Giovanni manifestò il desiderio di farsi prete, Margherita lo sostenne con saggezza. Anni dopo, nel giorno della sua prima Messa, gli parlò con il cuore di madre e di sposa fedele a Dio: «Ricordati che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a soffrire… Tu, da qui innanzi, pensa solamente alla salvezza delle anime e non prenderti nessun pensiero di me». In queste parole – quasi un testamento spirituale – c’è tutto l’amore di una genitrice che offre il figlio a Dio senza riserve, accettando di buon grado di “perderlo” perché altri abbiano vita. Mamma Margherita in effetti lasciò la sua casa e seguì don Bosco a Torino per aiutarlo nella missione con i ragazzi poveri, diventando per tutti “Mamma Margherita”. Con sacrificio estremo, arrivò perfino a vendere le amate memorie del suo matrimonio – i ricordi di una vita di sposa – per sostenere le opere del figlio sacerdote. L’esempio luminoso di questa madre e l’eco dell’amore coniugale dei suoi genitori (custodito nel ricordo) alimentarono in Giovanni Bosco uno zelo apostolico straordinario, facendone il santo educatore che il mondo conosce.

Papa Francesco: la fede appresa in famiglia

Anche nella vita di Jorge Mario Bergoglio – oggi Papa Francesco – l’ambiente familiare ebbe un ruolo chiave nel far germogliare la vocazione. Nato in Argentina da genitori di origini piemontesi, crebbe in una famiglia semplice, ricca di affetto e devozione popolare. In particolare fu fondamentale la presenza della nonna paterna, Rosa, con cui il piccolo Jorge trascorreva molto tempo. “Ho ricevuto il primo annuncio cristiano da una donna: mia nonna! È bellissimo questo: il primo annuncio in casa, con la famiglia!” ha ricordato Papa Francesco, testimonianza di come la trasmissione della fede inizi proprio tra le pareti domestiche. Rosa insegnò al nipotino le prime preghiere, gli parlava di Gesù e delle storie dei santi, accendendo in lui l’amore per Dio.

L’esempio dei nonni e dei genitori forgiò nel giovane Bergoglio un cuore sensibile ai bisognosi e attento alla voce del Signore. Da ragazzo serviva Messa con suo padre nelle domeniche mattina, respirando quel clima di fede semplice e solida tipico di tante famiglie immigrate. Da Papa ha spesso sottolineato l’importanza di questo patrimonio ricevuto: “I nonni sono il legame tra le generazioni, trasmettono l’esperienza della vita e della fede ai giovani”. Senza il fondamento di amore e preghiera vissuto in casa, probabilmente Jorge non avrebbe riconosciuto la chiamata al sacerdozio che sentì a 17 anni, un mattino di primavera entrando in chiesa per confessarsi. Anche molti anni dopo, Francesco conserva nel breviario un biglietto che gli scrisse nonna Rosa, a ricordargli che la fede appresa in famiglia è un tesoro prezioso nelle difficoltà della vita. La sua storia conferma che quando in casa regnano amore, preghiera e buon esempio, il terreno del cuore rimane aperto al progetto di Dio.

Altri esempi di vocazioni nate in famiglia

Gli episodi potrebbero continuare, perché davvero dietro a tanti santi c’è la luce di genitori santi o perlomeno virtuosi. Il Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, diceva che la preghiera e la virtù nei figli “dopo Dio, è opera di mia madre”, convinto che i bambini imitino spontaneamente ciò che vedono fare ai genitori. Un’altra scena toccante è tramandata della vita di Giuseppe Sarto, divenuto poi Papa Pio X: quando fu ordinato vescovo, mostrò con orgoglio alla madre l’anello pastorale appena ricevuto. Mamma Margherita gli fece allora vedere la propria fede nuziale al dito ed esclamò: «È molto bello il tuo anello, Giuseppe; ma tu non l’avresti se io non avessi questo». Quasi a dire: se tu sei diventato sacerdote e vescovo, è perché prima tuo padre ed io ci siamo amati cristianamente come sposi. Questo semplice gesto riassume una verità profonda: il sì che un uomo e una donna pronunciano davanti a Dio nel matrimonio genera una corrente di grazia che può portare frutto anche nelle vocazioni dei figli.

Lo sottolineava, in un suo ricordo, anche San Paolo VI. Da anziano, riflettendo sui doni ricevuti dai genitori, egli disse: «All’amore di mio padre e di mia madre, alla loro unione, devo il mio amore di Dio e del prossimo». Ecco il punto centrale: quando marito e moglie si amano davvero, con amore paziente, fedele, aperto alla vita e radicato in Cristo, trasmettono ai figli molto più che valori morali. Trasmettono una fede viva, un orientamento del cuore verso il bene. Non c’è meraviglia quindi che tanti figli cresciuti in queste famiglie sentano fiorire dentro di sé il desiderio di seguire il Signore più da vicino.

In conclusione, le vicende di Giovanni Paolo II, Teresa di Lisieux, Giovanni Bosco, Papa Francesco e altri mostrano come la santità domestica dei genitori sia spesso la chiave nascosta delle vocazioni. Non significa che Dio chiami alla vita consacrata solo chi ha alle spalle famiglie esemplari – lo Spirito soffia dove vuole – ma certamente un clima familiare di amore autentico e fede praticata dispone il terreno in modo speciale. La famiglia, chiesa domestica, è il luogo in cui s’impara ad amare e a scoprire di essere amati da Dio. Lì può germogliare la risposta generosa alla voce di Cristo. Ogni mamma e ogni papà, vivendo con fedeltà il proprio matrimonio, anche tra le lacrime e le prove, scrive nel cuore dei figli un Vangelo vivente che potrà fiorire un giorno in vocazione sacerdotale o religiosa, a gloria di Dio e a servizio degli uomini.

Antonio e Luisa

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Piedi che salvano

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza. (Is 52,7)

Questo breve estratto dal libro del profeta Isaia è l’Antifona della Santa Messa odierna in cui si celebra la memoria di San Bernardino da Siena (8/9/1380 – 20/5/1444), un grande predicatore. Ma questo santo viene ricordato anche per aver dato un particolare impulso alla diffusione del famoso trigramma “IHS” che è l’abbreviazione acronima del Santissimo Nome di Gesù, ma tra le varianti la più diffusa, detta appunto di San Bernardino, è “Iesus Hominum Salvator”, ovvero “Gesù Salvatore dell’umanità”.

La devozione particolare al Santissimo Nome di Gesù ha reso famoso San Bernardino anche tra i suoi contemporanei, ma il fatto che sia lontana a noi nel tempo non significa che essa abbia perso di importanza o sia sorpassata da un’altra. Sappiamo bene che il nome di Gesù significa “Dio salva/Dio è salvezza”, perciò ogni volta che pronunciamo questo nome è come se dicessimo “Dio salva”.

Inoltre bisogna sempre tenere presente che è un nome che viene dal Cielo, non è un qualsiasi nome umano, è un nome imposto dall’Angelo che lo comunicò a San Giuseppe: “ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù” (Mt 1,21).

Quindi ogni volta che ripetiamo questo nome stiamo dicendo non solo una Parola di Dio, stiamo dicendo La Parola(Il Verbo) di Dio fatta carne, stiamo usando un linguaggio del Cielo, stiamo dicendo il nome che è stato sulle labbra della Madonna, sulle labbra di San Giuseppe, il Nome pronunciato dall’Arcangelo Gabriele.

Dire “Dio salva” è la stessa cosa che pronunciare il nome di Gesù. Il brano di Isaia ci ricorda di come siano belli i piedi del messaggero che annuncia la salvezza, ma possiamo tranquillamente sostituire la parola salvezza con Gesù: come sono belli i piedi del messaggero che annuncia Gesù.

Cari sposi, quante volte abbiamo visto il nostro coniuge venirci incontro? Quante volte abbiamo visto camminare verso di noi il nostro coniuge? Quante volte abbiamo guardato i suoi piedi mentre ci veniva incontro per un abbraccio?

Gli sposi sacramentati sono l’uno per l’altra il segno tangibile, sensibile ed efficace della Grazia di Cristo, e quindi sono la manifestazione corporea della salvezza di Gesù. Solo guardando il nostro sposo/sposa come messaggero di salvezza riusciamo a scorgere quando Dio ci ami in maniera unica e personalizzata.

Solo guardando così il nostro coniuge, allora potremo dire con Isaia: Benedetti quei piedi che camminano verso di me, perché sono i piedi del messaggero di Gesù, anzi, sono i piedi che Gesù usa per amarmi, per venirmi incontro.

Coraggio sposi, ripetiamo spesso al nostro coniuge il Santissimo e dolcissimo nome di Gesù.

Giorgio e Valentina.

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Spogliati per Amare Davvero: la Notte del Mantello

Siamo ancora immersi nella notte dell’anima. La relazione tra gli sposi, un tempo radiosa e vibrante, ora sembra persa tra ombre e silenzi. La vicinanza profonda dei corpi, l’intesa degli sguardi e la gioia dei primi abbracci sembrano appartenere a un altro tempo. È naturale che ciò avvenga: il matrimonio, come ogni vera storia d’amore, non cresce soltanto nei giorni di sole, ma soprattutto nelle notti oscure. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La separazione, il sentirsi distanti, fa parte della vita di ogni coppia. Non è un incidente: è una tappa. Accade: l’altro non risponde più ai nostri richiami interiori. Diventa estraneo. Il suo silenzio brucia, la sua freddezza ci punge. E allora sorgono domande dolorose:
È davvero la persona giusta?
Perché è così chiuso, così lontano?
Perché non riesce più a vedermi, a capirmi?

In quei momenti, le nostre certezze diventano come “le guardie della città”: difese interne, costruite per proteggere l’immagine ideale che ci eravamo fatti del nostro sposo o della nostra sposa. Guardie che, invece di custodire, finiscono per ferire. Ci colpiscono. Ci spogliano. Ci strappano il mantello.

Il significato del mantello nelle relazioni

Il mantello, in una lettura spirituale e psicologica, rappresenta tutte quelle cure, attenzioni e sicurezze di cui ci avvolgiamo inconsapevolmente nel matrimonio. È il bisogno naturale di sentirsi amati, accolti, protetti. È la veste che riveste il nostro bisogno primario di essere visti e riconosciuti.

Quando le guardie ci strappano il mantello, quando l’altro non risponde più come vorremmo, viviamo una nudità interiore. Ci sentiamo esposti, vulnerabili, nudi non solo davanti al coniuge, ma anche davanti a noi stessi. È una notte, sì, ma anche un’opportunità: la possibilità di imparare ad amare senza appoggiarci più ai sostegni infantili che ci aspettavamo dall’altro. È la chiamata a rivestirci di un altro mantello: il mantello di Cristo.

San Paolo dice: “Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo nuovo mantello non è tessuto con le attese che abbiamo sul coniuge, ma con il dono gratuito di sé. Non amiamo più solo perché l’altro corrisponde, ma perché scegliamo di amare. Non amiamo più per ricevere, ma per donare.

Il matrimonio non è un mercato di affetti, è una scuola di gratuità. E in questa notte dell’anima, in questo essere percossi e spogliati, ci viene offerta la possibilità più alta dell’amore: amare come Cristo, senza condizioni.

Testimonianza di una notte vissuta

Anche nella nostra storia, Luisa ed io abbiamo attraversato una notte simile. L’inizio era stato luminoso: matrimonio da favola, primi figli arrivati come benedizioni immediate. Tutto sembrava perfetto. Ma forse, inconsciamente, correvamo troppo. La realtà, quella più profonda, bussava alla porta. Ero entrato, improvvisamente, in una crisi che non sapevo nemmeno spiegare. Come lo sposo del Cantico, me ne ero andato. Non fisicamente, ma con il cuore e con la mente. Mi sentivo soffocato, inadeguato, schiacciato dalle responsabilità. Mi allontanavo, cercando rifugio nel lavoro, nello sport, altrove.

Luisa, come la Sulamita, si trovò sola. Ferita. Spogliata del mantello delle sue certezze. Il marito su cui pensava di poter contare era diventato freddo, sfuggente. Ma non mollò. Con la forza dolce di chi ama davvero, mi continuava a trattare come il marito migliore del mondo. Non perché io lo fossi in quel momento, ma perché aveva scelto di amarmi così. Nonostante tutto. Era come se, spogliata della sicurezza del suo primo mantello, avesse deciso di cucirne uno nuovo: non fatto di aspettative, ma di misericordia.

E quella misericordia, giorno dopo giorno, ha compiuto un miracolo. Non c’è nulla di più forte al mondo che essere amati quando non lo meritiamo. Non c’è nulla che converta più profondamente del sentirsi accolti nella propria miseria. Alla fine, quella notte ci ha rigenerati. Alla fine, quel mantello strappato ci ha resi nudi davanti a noi stessi e davanti a Dio. E Dio ci ha rivestiti. Non più delle nostre illusioni, ma del Suo Amore.

Il dolore come fecondità

L’episodio delle “guardie che tolgono il mantello” nel Cantico non è semplicemente un momento di dolore: è una gestazione. Nella simbologia biblica, il mantello rappresenta anche l’identità, la dignità, il ruolo. Quando viene tolto, non perdiamo solo protezione, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi. Quella notte non è sterile: è gravida di una nuova possibilità.

Nella logica dell’amore cristiano, la perdita, il fallimento apparente, la spogliazione sono vie attraverso cui si genera una nuova fecondità. Non la fecondità biologica, ma quella più profonda: la fecondità dell’amore che salva, che redime, che rinnova.

Malati d’amore

Alla fine, cosa resta? La Sulamita lo grida: “Scongiuro, figlie di Gerusalemme: se trovate il mio diletto, ditegli che sono malata d’amore!”
Non è un lamento. È un inno. Essere malati d’amore significa essere conquistati da un amore che non possiamo più possedere, ma solo desiderare. Essere malati d’amore è vivere nell’inquietudine benedetta di chi ha scoperto che l’altro non è un oggetto da trattenere, ma un mistero da accogliere. Solo chi ha attraversato la notte del mantello può amare davvero. Solo chi ha imparato a restare nudo può essere rivestito della veste più bella. La veste del vero amore.

Antonio e Luisa

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Sposi cristiani si diventa per contemplazione

Cari sposi, oggi siamo di nuovo in festa, perché ogni domenica è la ‘Pasqua’ della settimana., il giorno che ci ricorda l’evento più importate della nostra vita. Ma lo siamo anche per il dono di un pastore universale che ci guida, facendo le veci di Gesù stesso in mezzo a noi. La gioia di un Papa che già sta mostrando una sensibilità per il matrimonio e la famiglia, come un segno stesso che è Gesù che parla a voi tramite lui.

Al centro della Liturgia vi è il comandamento dell’amore. Ma non sarà che la Bibbia ha errato nell’usare questa espressione? Come si fa a comandare di amare? Se l’amore è la cosa più libera che esiste. Solo Cristo può permettersi di parlare così, proprio perché è Lui l’Amore fatto uomo, l’Incarnazione dell’Amore divino. Gli apostoli avevano visto e toccato che davvero era così e solo per questo può chiedere a loro di imitarlo e di diventare dono di amore.

Davvero è tutto qui il cristianesimo: contemplare l’Amore per lasciarsi trasformare e vivere amando. Non si tratta di doverismo e moralismo ma di rispondere liberamente a una chiamata: “L’amore che si è manifestato nella croce di Cristo e che Egli ci chiama a vivere è l’unica forza che trasforma il nostro cuore di pietra in cuore di carne; l’unica forza capace di trasformare il nostro cuore è l’amore di Gesù, se noi pure amiamo con questo amore. E questo amore ci rende capaci di amare i nemici e perdonare chi ci ha offeso” (Regina coeli, 19 maggio 2019).

Per voi sposi quanto è vero e tangibile questo Vangelo. Quante volte avrete fatto l’esperienza che, per quanto ci si proponga di migliorare la relazione con il coniuge non si è mai all’altezza della vocazione ricevuta. Questo perché impariamo che non dobbiamo partire da noi stessi, ma amare perché siamo stati amati. Perciò voi sposi potete contemplare in modo del tutto vostro l’amore di Cristo! Chi ha fatto questo sono i mistici che, con parole diverse, esprimono la medesima verità: bisogna farsi catturare dall’Amore di Gesù per essere veri cristiani. Ecco alcuni esempi:

L’anima che ha conosciuto l’amore di Dio non può vivere più in sé, perché è uscita da sé, è entrata in me, ed è unita con me per amore” (S. Caterina, Dialogo sulla Divina Provvidenza); “Gesù, è l’amore solo che mi attira! … L’amore è tutto. L’amore è tutto in Dio, e Dio è tutto amore” (Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima). Ci si può donare agli altri solo se attirati prima da Cristo!

La Chiesa ci insegna a non illuderci di trovare quella tecnica comunicativa, quel modo di pensare o comportarmi che renderà performante e solido l’amore di coppia. Papa Francesco, con il suo usuale realismo, ci mette in guardia proprio da questo:

Questo non significa fare troppo affidamento su noi stessi. Stiamo attenti: rendiamoci conto che il nostro cuore non è autosufficiente, è fragile ed è ferito. Ha una dignità ontologica, ma allo stesso tempo deve cercare una vita più dignitosa. Dice ancora il Concilio Vaticano II che «il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità», tuttavia per vivere secondo questa dignità non basta conoscere il Vangelo né fare meccanicamente ciò che esso ci comanda. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’amore divino. Andiamo al Cuore di Cristo, il centro del suo essere, che è una fornace ardente di amore divino e umano ed è la massima pienezza che possa raggiungere l’essere umano. È lì, in quel Cuore, che riconosciamo finalmente noi stessi e impariamo ad amare” (Francesco, Dilexit nos, 30).

Cari sposi, voi che avete il cuore trasfigurato dall’Amore di Cristo per la Chiesa, riandate sempre a Lui, nella preghiera e nell’Eucarestia per attingere ogni giorno l’entusiasmo di essere dono, per essere sposi secondo il Suo Cuore.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermiamo su un personaggio del Vangelo di oggi. Che alla fine conferma quanto detto da padre Luca. Tanti sposi assomigliano a Giuda: delusi dalle ferite del matrimonio, escono dal “cenacolo”, abbandonano l’altro e Cristo stesso. Cercano altrove il senso della loro vita, inseguendo sogni che sembrano più facili, più dolci. Ma fuori dal cenacolo c’è solo buio. È nel dolore, nella fedeltà ferita, che Dio rimane. Lui sta con chi resta, con chi lotta, con chi si fida anche quando non vede niente. Solo chi rimane, anche sanguinante, sperimenta il vero amore: quello che salva. Chi scappa, invece, si perde. Dio abita la fedeltà spezzata, non l’illusione di una felicità senza croce.

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Una Sola Carne non Significa Diventare una Sola Persona

Stabilire dei limiti all’interno della relazione di coppia può suonare, a un primo ascolto, come un gesto freddo, distante, quasi egoista. In un tempo in cui l’amore viene spesso concepito come fusione totale, l’idea di porre dei “confini” rischia di sembrare un atto contrario alla comunione. Eppure, proprio alla luce del Vangelo e della sapienza della Chiesa, scopriamo che i limiti — se vissuti nella carità — non sono muri che dividono, ma ponti che custodiscono. E nell’ottica della psicologia, possiamo dire che aiutano a rimanere adulti, liberi e responsabili nella relazione, evitando giochi psicologici che feriscono e logorano la coppia.

Custodire l’alleanza, non l’illusione della fusione

Nel sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna diventano “una sola carne” (Genesi 2,24), ma non una sola persona. L’unione sponsale non abolisce l’identità, la arricchisce. San Giovanni Paolo II, nella sua Mulieris dignitatem, sottolineava come la reciprocità tra uomo e donna non si basi sull’annullamento, ma sul dono libero e consapevole di sé. Questo significa che per potersi donare autenticamente, è necessario sapere dove finisce il proprio io e dove comincia l’altro. La maturità di una coppia si misura nella capacità di onorare le differenze, di custodire l’individualità senza viverla come minaccia.

L’Analisi Transazionale ci offre un linguaggio prezioso per comprendere tutto ciò. Quando una relazione è carente di confini chiari, si attivano spesso dinamiche in cui un partner assume un ruolo genitoriale (“Ti dico io cosa è giusto per te”) e l’altro quello del bambino (“Mi annullo pur di essere accettato”). Ma l’amore maturo vive nella modalità “Adulto-Adulto”, dove ciascuno riconosce sé stesso, l’altro e la relazione come realtà distinte e preziose, da custodire con responsabilità.

I confini non sono muri, ma accordi

Mettere dei limiti non vuol dire chiudersi, ma esplicitare i bisogni in modo adulto. Significa dire: “Questo è ciò che per me è importante, e desidero che tu lo conosca, perché voglio costruire con te qualcosa di bello e stabile.” È un gesto di verità e di amore. Quando due persone si accordano su ciò che è accettabile e su ciò che può ferirle, stanno gettando le fondamenta per una relazione serena, onesta e rispettosa.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ci ricorda che “l’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano” (AL 224), ma questo tempo non può essere invadente, totalizzante, privo di ascolto dei ritmi e dei bisogni dell’altro. I confini sono come le cornici che esaltano un dipinto: senza di esse, l’opera si perde. Con essi, viene protetta e valorizzata.

Rispetto e libertà: due nomi della carità

Una relazione senza rispetto è una relazione che prima o poi diventerà un campo di battaglia. E il rispetto si esercita anche — e forse soprattutto — nei piccoli dettagli: non leggere messaggi privati se non autorizzati, non pretendere l’adesione automatica a ogni scelta, non imporsi nelle emozioni dell’altro, non esigere spiegazioni dove non c’è trasparenza ma controllo.

Quando due persone si amano cristianamente, si rispettano perché vedono nell’altro un figlio di Dio, una persona libera, un mistero sacro. I limiti, in questo senso, sono come delle soglie: ricordano che l’altro è “altro”, e che la relazione non è possesso, ma alleanza.

Dal punto di vista psicologico, il rispetto dei confini aiuta a prevenire giochi distruttivi, come il vittimismo (“con tutto quello che faccio per te…”) o il salvataggio (“so io cosa è meglio per te”). I giochi nascono quando si smette di comunicare in modo chiaro, e si cerca di ottenere attenzione, affetto o potere in modo indiretto. La comunicazione adulta, invece, parte dalla consapevolezza di sé e si esprime in modo diretto, sereno, assertivo.

Intimità e privacy: non tutto va condiviso

Un altro aspetto spesso frainteso riguarda la privacy nella coppia. C’è una sottile, ma fondamentale, distinzione tra il non avere segreti e il pretendere di condividere tutto. Anche in una relazione molto unita, restano spazi personali: il diario interiore, il tempo per sé, alcune amicizie, alcuni oggetti o luoghi simbolici. San Tommaso d’Aquino ci ricorda che l’amore si nutre anche della distanza giusta, quella che permette alla libertà di respirare. Nessuno può amare davvero se si sente soffocato. Un amore che invade, che sorveglia, che pretende l’accesso a ogni angolo della vita dell’altro, è un amore fragile e possessivo. L’amore vero si fida. E, proprio perché si fida, non ha bisogno di controllare.

Quando mancano i limiti

Una relazione priva di confini è una relazione esposta a ogni vento. Quando non ci sono accordi chiari, l’equilibrio si rompe facilmente. L’uno può sentirsi invaso, l’altro trascurato. Si creano aspettative non dette, si accumulano rancori silenziosi. E spesso si cade nella dipendenza emotiva: si ama l’altro non per quello che è, ma per il bisogno che abbiamo di lui. In Analisi Transazionale, questo è il terreno fertile dei giochi e delle simbiosi: nessuno è davvero libero, perché ciascuno si appoggia sull’altro per definire sé stesso.

Ma il matrimonio cristiano è una chiamata alla libertà, non alla fusione. È il luogo in cui due persone imparano ad amare come Cristo ha amato: donandosi senza annullarsi, servendo senza perdere sé stessi, perdonando senza giustificare l’ingiustizia.

In definitiva, stabilire dei limiti nella coppia non è una forma di difesa, ma un atto d’amore consapevole. È dire all’altro: “Ti rispetto così tanto che non voglio invaderti, né essere invaso. Voglio camminare con te, fianco a fianco, liberi e responsabili, adulti nella fede e nell’amore.” Così si custodisce la bellezza dell’alleanza, e si diventa davvero segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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La Crisi Come Opportunità: Quando l’Amore Passa per la Croce

Siamo Katia e Marco, sposati da 25 anni e genitori di tre figli. La nostra storia, come quella di tante famiglie, è stata segnata da momenti di gioia, ma dopo 15 anni di matrimonio, una profonda crisi ha minato le basi della nostra unione.

Per molto tempo mi sono sentito smarrito, incapace di capire cosa stesse succedendo. La comunicazione con Katia era sparita, la distanza tra noi cresceva ogni giorno. Mi rifugiavo fuori casa, tra amici e attività, convinto che quello fosse il mio spazio di libertà. Ma dentro di me c’era solo confusione. Non riuscivo più a vedere mia moglie, la donna che avevo scelto, come alleata della mia felicità e la società in cui viviamo ci dice spesso che se qualcosa non funziona, possiamo buttarla via. Ci viene mostrato un modello di matrimonio “facile”, dove se non si è più felici, si può cambiare strada.

Divorzio, nuove relazioni, nuove emozioni. È questo il messaggio che arriva dalla televisione, dai social, dalla cultura popolare: “se soffri, guarda altrove, non devi sopportare”. E anche io, in quella confusione, ho pensato che forse era normale, che forse andava bene così, ma il vuoto che sentivo non si riempiva. E quando tutto sembrava davvero finito, in quel buio, Dio ha acceso una luce in me, in noi, attraverso il programma Retrouvaille, un percorso che ci ha insegnato a riscoprire il dialogo, a perdonarci e ad accettarci nelle nostre fragilità, In quel percorso ho riscoperto, tra alti e bassi, mia moglie. Abbiamo intrapreso un cammino che ci ha aiutati a rivederci con occhi nuovi, a riscoprire il valore del perdono, della fiducia, della tenerezza. Abbiamo capito che la crisi, se accolta con coraggio e fede, può diventare un’opportunità, da non vivere come una sconfitta, ma una tappa faticosa e necessaria per crescere nell’amore. Abbiamo imparato che l’amore vero passa anche per la croce. Non si costruisce solo nella felicità, ma soprattutto nelle prove, quando si sceglie ogni giorno di restare, di non mollare, di ricominciare.

Il perdono non è un sentimento: è una decisione concreta, spesso difficile, ma sempre liberante. È una scelta che guarisce e trasforma. Retrouvaille non è stata una scorciatoia, ma un cammino faticoso, sincero, profondo. Ora so che ogni crisi, anche la più buia, può essere un’opportunità di risurrezione, quando è vissuta nella luce della fede e con il coraggio del cuore, può diventare il luogo dove l’amore si purifica e si rafforza. Oggi ci capita di camminare insieme a coppie che attraversano la tempesta, perché sappiamo cosa significa cadere, toccare il fondo, sentire il peso della croce nel proprio matrimonio. Ma sappiamo anche che è possibile rialzarsi insieme, se ci si affida, se si sceglie di restare. Noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle: la croce che ci sembrava un fallimento si è rivelata una porta stretta, ma aperta alla grazia.“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Quella che era una ferita, oggi è diventata per noi una feritoia, ed è proprio da lì che entra la luce. È in quella crepa che Dio ha fatto fiorire una speranza nuova.

Katia e Marco (Retrouvaille Italia)

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Matrimonio da Record

Maggio è un mese bellissimo: la primavera nel pieno dei suoi colori, i fiori sbocciano e profumano, il Santo Rosario, la celebrazioni di tanti sacramenti cristiani … Due giorni fa mio marito ed io abbiamo raggiunto i diciotto anni di matrimonio. Non possiamo che ringraziare il Signore per questi seimilacinquecentosettanta giorni insieme. Seimilacinquecentosettanta giorni in cui, pur tra dolori e gioie, difficoltà e soddisfazioni, lacrime e felicità, non ci siamo mai sentiti soli. Lui è sempre stato con noi, unitamente a Maria Santissima. Non perché siamo bravi o belli ma perché abbiamo scelto di fondare su Cristo la nostra unione sponsale. E questo, ne siamo convintissimi, fa la differenza.

Fantasticando sui futuri anniversari, sperando di raggiungere numeri importanti, mi sono imbattuta in qualcosa di molto significativo, che possiamo chiamare matrimonio da record. La pagina Instagram di churchpooitaliano[1], qualche mese fa ha pubblicato il post dal titolo “È Brasiliano il Matrimonio Cattolico più Duraturo del Mondo”, in cui leggiamo: “Una coppia cattolica brasiliana è appena entrata nel Guinness World Records per il matrimonio più duraturo del mondo. Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino stanno insieme da 84 anni, e sono la testimonianza vivente di amore, fede e impegno. «Dicono che l’amore è senza tempo, e il matrimonio brasiliano di Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino ne è la prova vivente», ha riferito il profilo ufficiale del Guinness World Records su Instagram. L’annuncio è stato fatto da LongeviQuest il 5 febbraio 2025, dopo un’ampia ricerca per trovare l’unione più duratura al mondo con entrambi i coniugi ancora in vita. Manoel, 105 anni, è nato il 17 luglio 1919. Maria, 101 anni, è nata il 23 aprile 1923. Entrambi sono originari della zona rurale di Boa Viagem, Ceará, e si sono sposati il 20 novembre 1940. Hanno lavorato insieme nei campi e hanno cresciuto 13 figli. Oggi hanno 55 nipoti, 60 pronipoti e 14 pronipoti. Per loro evitare i vizi è stata la chiave per una lunga vita. E quando a Maria viene chiesto il segreto per un matrimonio felice e duraturo, la sua risposta è semplice: l’amore.”

Chapeau! Ottantaquattro anni di matrimonio è proprio un bel record! Altro che «non sopporto più mia moglie/marito», dopo poche settimane. O – in casi estremi ma purtroppo sempre più diffusi – dopo pochi giorni. Non penso che tredici figli e la vita nei campi non abbiamo dato loro motivi di preoccupazione o apprensione, sofferenze, delusioni o fatiche. Eppure l’amore li ha fatti andare avanti oltre il secolo di vita. Sicuramente un tale legame non è solo un sentimento né un’emozione ma una vera e propria benedizione. Che solo il Cielo ha potuto donare loro. Ma non solo a loro: è per tutte le coppie del mondo! Però bisogna crederci. Bisogna chiederlo. Bisogna volerlo.

Perché possiamo ricevere il regalo più stratosferico e spettacolare del mondo ma senza cure, inevitabilmente, morirà. E badiamo bene che l’abbondanza di tempo non è automaticamente sinonimo di riuscita o felicità. Quel che conta è impegnarsi al massimo delle nostre capacità. Poi, dove non arriviamo noi, ci penserà il Buon Dio. E i tempi, più o meno lunghi dell’unione, saranno nelle Sue mani, per la salvezza e il bene dei coniugi. Noi preoccupiamoci di amare l’altro/a amando Dio, il resto lo farà Lui.

Disse il Servo di Dio, padre Adolfo Petit S.J.: «Non vi è che un mezzo per crescere nell’amore al Signore: amare. Allo stesso modo che si impara a leggere leggendo e a scrivere scrivendo, così si impara ad amare nostro Signore moltiplicando per Lui gli atti di amore. Ciascuno di questi atti è una bracciata di legna secca che si getta nel fuoco; esso rende più ardente la fiamma dell’amore». Amare Dio vuole dire amare il marito o la moglie. Amare il progetto di vita comune in Lui e con Lui. Amare la famiglia che si desidera formare in Lui e con Lui. Amare i figli che verranno donati in Lui e con Lui. Amare nonostante le prove in Lui e con Lui. Perché “più forte di tutti è l’amore”. (1 Cor 13, 13).  

Fabrizia Perrachon

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[1] Disponibile al link https://www.instagram.com/p/DGiGWZPiqvv/?igsh=MWpmMm1iMnc1MnNr

Liberarsi dalle Catene Interiori

Altre persone hanno già scritto della scuola nuziale e del weekend conclusivo che si è svolto a Loreto il 3-4 maggio. Devo ammettere che è stato un fine settimana molto bello, perché ho rivisto tanti amici, ho conosciuto fisicamente persone con cui avevo collaborato solo on line e mi ha fatto anche tanto piacere ritrovare alcune famiglie con i figli che già frequentavo da anni tramite la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga. Erano presenti più di 100 bambini/ragazzi e c’è stato un gruppo di animatori che ne ha gestito circa 80 da due anni e mezzo in su: la maggior parte di loro erano papà e mamme con figli (comprese le mie figlie) che fanno parte della Fraternità Sposi per Sempre.

Domenica mattina abbiamo proposto un laboratorio sull’indissolubilità e sulla missione degli sposi. Diverse coppie hanno partecipato, e insieme abbiamo condiviso frammenti delle nostre vite e spunti di riflessione. Esperienze come questa lasciano sempre qualcosa da portare a casa. Personalmente, ciò che più mi ha colpito è stata la gioia di tante famiglie che hanno riscoperto quanto sia fondamentale continuare a camminare e non restare fermi. È vero, le difficoltà non mancano: ci sono momenti bui, cadute, scoraggiamenti. Eppure, la bellezza di essere cristiani — e in particolare di vivere il Sacramento delle Nozze — è proprio questa: poter sempre ripartire. Non importa quante volte si cada; ogni volta possiamo rinascere dall’alto, ripartire, ricominciare, con quella forza che non viene solo da noi, ma dalla grazia di Dio.

Permettetemi una citazione colta, quella del maestro Oogway in Kung Fu Panda: “ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente!

Ecco, spesso ci concentriamo sul passato e pensiamo che nulla potrà cambiare, perché è successo questo o quest’altro, e così guardiamo al futuro condizionati dalla situazione in cui ci troviamo. Poche volte, invece, ci focalizziamo sul presente. Oggi voglio essere felice, oggi voglio fare la mia parte, oggi voglio provare ad amare senza guardare a ciò che è stato ieri. Oggi voglio migliorare, leggere, approfondire.

Vi è mai capitato di osservare un elefante da circo, nella sua dimora, con una zampa legata a un piccolo ceppo di ferro o di legno? È sorprendente pensare che un animale così imponente e potente non riesca a liberarsi da un vincolo tanto fragile. Eppure resta lì, immobile, prigioniero di qualcosa che, in realtà, non potrebbe mai davvero trattenerlo.

Non è perché sia ammaestrato — altrimenti non ci sarebbe bisogno di incatenarlo — ma perché, da cucciolo, ha provato e riprovato a spezzare quella corda, fallendo ogni volta, troppo piccolo e debole per riuscirci. Così, ora che è cresciuto e avrebbe tutta la forza per liberarsi con facilità, non tenta nemmeno. Crede ancora di non potercela fare. È prigioniero non della catena, ma dell’esperienza dei suoi fallimenti, che lo ha convinto che sia inutile anche solo provarci.

Anche noi, a volte, somigliamo a quell’elefante: viviamo convinti di non poter fare un sacco di cose, perché in passato ci siamo trovati incatenati a piccoli paletti, e allora non siamo riusciti a liberarci. Oggi, anche se siamo più forti, più preparati, più maturi — e sostenuti dalla Grazia del Sacramento del matrimonio — continuiamo a credere che certe cose siano fuori dalla nostra portata. E così, senza nemmeno tentare, limitiamo la nostra libertà, scolpendo nella mente l’idea che non possiamo, e che mai potremo farcela.

È vero, non possiamo fare tutto. Ma possiamo fare molto più di quanto crediamo, e dobbiamo avere il coraggio di crederci, oggi. A volte, i limiti che ci autoimponiamo diventano una comoda scusa per tirarci indietro di fronte alle sfide: “Non posso”, “Non sono capace”, “Non riesco”, “Non ho la forza.” Eppure, almeno provaci! Solo provando potrai scoprire che forse sei cresciuto, che forse quella catena che ieri ti tratteneva oggi non ha più il potere di fermarti. E che la libertà, quella vera, è più vicina di quanto immagini.

Anch’io, per molto tempo, credevo che non avrei potuto vivere senza una donna accanto. Mi sembrava impossibile, sotto tanti punti di vista. Eppure, sono andato oltre. Con l’aiuto e la forza della Grazia, ho spezzato tante catene. Non penso più al futuro, alla vecchiaia: mi concentro sul dono di questa giornata. In fondo, il “sì” che abbiamo pronunciato il giorno del matrimonio non è un evento passato, ma una scelta da rinnovare ogni giorno. L’indissolubilità e la fedeltà non sono una singola promessa, ma un’infinità di piccoli “sì” quotidiani, detti con cuore libero e fiducioso.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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L’Asso nella Manica

In questo giorno di festa ricorre l’anniversario della prima apparizione della Vergine Maria ai tre pastorelli in quel di Fatima, avvenuta il 13/05/1917: una data tanto cara ai comuni fedeli che si affidano alla Madre di Dio ogni giorno recitando il Santo Rosario. Si potrebbero dire molte cose su quest’apparizione, così abbiamo deciso di estrarre un particolare di quel “primo” 13 Maggio, riportato da Lucia, la più grande dei tre pastorelli:

“Eravamo tanto vicini che ci trovavamo dentro la luce che La circondava o che Ella stessa spargeva attorno. Forse ad un metro e mezzo di distanza, più o meno.”

Ovviamente sono parole di una ragazzina e nemmeno molto erudita, ma la bellezza raccontata così semplicemente ci fornisce un meraviglioso assist per la nostra vita:

più ci avviciniamo alla Madonna e più siamo avvolti dalla luce celeste.

Molte coppie ci raccontano di avvertire una strana sensazione tra loro, come se tra loro ci fosse un muro, ma non un muro fisico, un muro nero, un muro buio, un muro fatto di oscurità, e ovviamente non riescono a vedere l’altro oltre questo buio.

Gratta gratta e si scopre che non stanno vicini alla fonte dell’Amore, non vivono cioè in amicizia con Dio. Ma se questa potrebbe sembrare un’analisi troppo fredda e rigida, forse è meglio fare qualche passo indietro.

Succede talvolta che qualcuno si irrigidisca appena sente parlare di Gesù, non lo fa certamente con malizia, solitamente è una reazione dovuta a qualche preconcetto culturale o ideologico, quasi certamente è cresciuto in contesti in cui l’incontro con Gesù non è stato facilitato (quando va bene) oppure addirittura impedito.

Ma siccome il detto popolare recita che la mamma è sempre la mamma, ecco che allora ci si presenta una seconda possibilità: la mamma di Gesù. Di solito una mamma degna di tale nome è sempre protesa verso il futuro del proprio figlio, non sarebbe un mamma seria se le sue scelte educative fossero solo dei surrogati per riempire il proprio ego o il proprio desiderio di maternità.

Una mamma dona tutto ciò che ha di più prezioso per il futuro del figlio, e questo è ancora più evidente nel parto, poiché la mamma è pronta a mettere a repentaglio la propria vita pur di dare alla luce un figlio.

Una mamma mette sempre tutti d’accordo in famiglia, la mamma tiene le redini delle relazioni famigliari, non certamente come un despota ma come servizio; succede spesso che un figlio sappia qualcosa del fratello parlando al telefono con la mamma piuttosto che dal fratello stesso, insomma una (buona) mamma non fa litigare nessuno.

Quando si incontrano due mamme si raccontano sempre con entusiasmo i progressi dei propri figli piuttosto che i propri acciacchi perché il loro amore per i figli è tanto grande che il proprio ego passa in secondo piano.

E la Madonna è il prototipo di mamma, lei è la mamma perfetta, la “tota pulchra”, la tutta bella… se cè una mamma che mette tutti d’accordo è proprio lei. Sentiamo spesso persone, che non mettono piede in chiesa da anni, chiedere un aiuto alla Madonna, anche solo con poche sillabe; lo si nota anche in qualche processione mariana, ove non è insolito vedere persone che normalmente non vedi mai a Messa; e che dire dei tantissimi giardini delle case ove c’è una piccola grotta con una statuina della Madonna sormontata da rose.

Cari sposi, se non sapete che pesci pigliare per rimettere in piedi il vostro matrimonio, per dipanare le tenebre che ci sono tra voi due, avvicinatevi alla Madonna come è successo ai tre pastorelli di Fatima, allora la Sua luce avvolgerà il vostro matrimonio così come ha avvolto quei tre bambini in quel 13 Maggio.

Siccome il Signore ci conosce bene e sa che tutti veniamo al mondo da un rapporto viscerale con la mamma, allora ha usato la Sua Madre come un espediente per raggiungerci. La Madonna è quindi come l’asso nella manica per Dio, e lei non fa altro che portarci Gesù.

Coraggio sposi, se volete un matrimonio luminoso avvicinatevi alla luce della Madre di Dio.

Giorgio e Valentina

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Famiglia, sesso e amore nel pensiero di Papa Leone XIV

Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, è il 267° pontefice della Chiesa Cattolica, eletto nel maggio 2025 dopo il lungo pontificato di Francesco. Di seguito esaminiamo nel dettaglio il suo pensiero riguardo alla famiglia, al sesso e all’amore, con riferimenti a fonti ufficiali della Chiesa, testate giornalistiche e sue dichiarazioni pubbliche.

La visione di Leone XIV sulla Famiglia

Sin da prima della sua elezione a Papa, Robert Prevost ha espresso posizioni chiare sul valore della famiglia tradizionale. In un discorso del 2012 rivolto a confratelli vescovi, criticò apertamente la diffusione di modelli familiari alternativi considerati in contrasto con il Vangelo. In quell’occasione lamentò il fatto che i media occidentali promuovessero “stili di vita omosessuali e modelli di famiglia alternativi, comprese le coppie dello stesso sesso e i loro figli adottivi”. Tale affermazione lascia intendere che Prevost difende una concezione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, in linea con la dottrina cattolica tradizionale.

Allo stesso tempo, il suo approccio pastorale verso le famiglie non è privo di apertura. Da vescovo e cardinale, Prevost ha sostenuto l’integrazione nella vita sacramentale dei fedeli in situazioni familiari difficili. Ad esempio, si è detto favorevole – seguendo il percorso tracciato da Amoris Laetitia di Papa Francesco – a consentire ai cattolici divorziati e risposati civilmente di accostarsi alla Comunione, dopo adeguato discernimento. Questa posizione indica una sensibilità pastorale nel cercare di tenere unite le famiglie e accompagnarle anche quando hanno vissuto fallimenti matrimoniali, piuttosto che escluderle definitivamente dai sacramenti.

Pur non avallando il matrimonio tra persone dello stesso sesso, da cardinale Prevost ha appoggiato – sia pure con cautela – la recente dichiarazione vaticana “Fiducia supplicans”, approvata da Papa Francesco, che apre alla possibilità di benedizioni per coppie omosessuali credenti. Questo supporto moderato lascia intendere la volontà di riconoscere elementi positivi anche nelle unioni non tradizionali, offrendo preghiera e benedizione senza equipararle al matrimonio sacramentale. Si tratta di un approccio in linea con l’accento sulla pastorale dell’accompagnamento: la Chiesa, secondo Prevost, deve poter benedire chi chiede aiuto a Dio, pur ribadendo l’insegnamento tradizionale sul matrimonio.

Le posizioni di Leone XIV su Sesso e morale sessuale

Sul piano della morale sessuale e delle questioni legate al sesso, Papa Leone XIV mostra orientamenti in gran parte allineati alla dottrina cattolica tradizionale, pur con qualche apertura pastorale recente. L’omosessualità è un tema su cui Prevost in passato si è espresso in termini critici: nel discorso del 2012 già citato, parlò di “stile di vita omosessuale” come esempio di pratica “in contrasto con il Vangelo”. Questa formulazione, pur riflettendo la posizione dottrinale classica che considera gli atti omosessuali peccaminosi, va letta nel contesto di un vescovo preoccupato per l’influenza culturale occidentale su valori considerati non negoziabili. D’altra parte, il fatto che egli abbia successivamente sostenuto (seppur indirettamente) le benedizioni per coppie dello stesso sesso indica un tentativo di distinguere il giudizio morale sull’atto dall’accoglienza delle persone: un equilibrio tra fermezza dottrinale e pastoralità misericordiosa.

Leone XIV si è anche pronunciato sul tema dell’identità di genere e della cosiddetta ideologia gender. Durante il suo episcopato in Perù, Prevost si è opposto all’introduzione di programmi educativi scolastici ispirati alla teoria del gender. In un’intervista locale dichiarò in modo esplicito: «La promozione dell’ideologia di genere crea confusione, perché tenta di creare generi che in realtà non esistono». Parole che confermano una visione antropologica autentica: per Prevost il genere coincide col sesso biologico e non va scisso da esso tramite costruzioni ideologiche. Questo lo allinea alla ferma critica che anche il magistero di Papa Francesco ha rivolto più volte alla “colonizzazione ideologica” in tema di gender.

Per quanto riguarda il ruolo della donna nella Chiesa – tematica connessa all’orizzonte della morale sessuale e delle strutture familiari – Prevost adotta una linea prudente e conservatrice. Intervenendo al Sinodo dei Vescovi nel 2023, da Prefetto del Dicastero per i Vescovi affermò che “estendere il sacerdozio alle donne non risolve necessariamente un problema, ma potrebbe crearne uno nuovo”, sottolineando al contempo che le donne possono già dare “un grande contributo su diversi livelli alla vita della Chiesa”. Questa posizione indica che Papa Leone XIV esclude l’ordinazione sacerdotale femminile, ritenendo semmai valorizzabili altri ruoli per le donne, in piena continuità con l’insegnamento vigente (confermato da tutti i Papi recenti da Paolo VI in poi).

Sui temi della vita e della sessualità in senso stretto – come aborto, contraccezione e bioetica – Prevost si colloca senza sorpresa nell’alveo della dottrina cattolica più rigorosa. Da vescovo e cardinale ha sostenuto inequivocabilmente il diritto alla vita fin dal concepimento e si è opposto alla legalizzazione dell’aborto, considerandolo in linea di principio una forma di omicidio e ribadendo che la vita va difesa dal grembo materno. Questa sua fedeltà all’insegnamento pro-life della Chiesa lo pone in contrasto con le opinioni prevalenti in alcuni paesi occidentali: è stato notato, ad esempio, che il neo-Papa dissente dalla maggioranza dei cattolici statunitensi sull’aborto e la contraccezione (9 cattolici USA su 10 hanno vedute più permissive).

Ciò non sorprende, dato che Prevost ha finora sempre sostenuto la linea morale tradizionale anche in materia di sessualità responsabile: aperto alla vita, contrario all’aborto e critico verso pratiche come la fecondazione artificiale non in linea con la visione cattolica della procreazione.

In sintesi, riguardo alle questioni di sesso e morale sessuale, Papa Leone XIV mantiene una posizione di fondo aderente alla dottrina: difesa della castità prematrimoniale, del matrimonio indissolubile eterosessuale, apertura alla vita e rifiuto dell’aborto. Tuttavia, il suo stile pastorale suggerisce una volontà di accompagnare e non di condannare senza appello. Lo si vede nell’attenzione a non escludere dal cammino di fede i conviventi more uxorio o i fedeli omosessuali, pur senza approvarne la scelta di vita; così come nella ricerca di percorsi di riconciliazione per i divorziati risposati. Leone XIV appare insomma intenzionato a coniugare verità e carità: da un lato ribadire con franchezza i valori cristiani in tema di sessualità, dall’altro prendersi cura pastoralmente delle persone concrete, con le loro fragilità e ferite.

Conclusione

In conclusione, Papa Leone XIV (Robert Prevost) porta nel suo magistero un ricco bagaglio di esperienze e una visione sfaccettata su famiglia, sesso e amore. Dai suoi pronunciamenti emerge un pontefice che riafferma i principi tradizionali – la centralità della famiglia fondata sul matrimonio, l’etica sessuale cattolica, la sacralità della vita e l’immutabilità di certi insegnamenti – ma che al contempo prosegue sulla strada pastorale tracciata dal suo predecessore, promuovendo inclusione, dialogo e misericordia. Le fonti ufficiali e giornalistiche concordano nel dipingerlo come un mediatore tra istanze progressiste e istanze conservative: capace di benedire coppie fuori dagli schemi tradizionali senza stravolgere la dottrina sul matrimonio, di tendere la mano ai “feriti della vita” (divorziati risposati, persone LGBT, ragazze madri) senza però rinunciare a proclamare la verità evangelica sulla famiglia e la sessualità.

La sfida del suo pontificato sarà proprio questa: tradurre il suo pensiero in azioni e riforme che coniughino fedeltà alla tradizione e slancio di rinnovamento pastorale. Se le premesse dei suoi discorsi iniziali verranno confermate, Papa Leone XIV guiderà la Chiesa con un tono fermo nei valori ma dolce nei modi, parlando al mondo contemporaneo di famiglia, sesso e amore con il linguaggio della verità che si fa carità. Come ha detto egli stesso citando Cristo Risorto: “La pace sia con voi” – una pace che nasce dall’amore e dalla giustizia, e che la Chiesa di Leone XIV cercherà di testimoniare in ogni ambito della vita sociale e spirituale.

Antonio e Luisa

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L’Amore Mio se n’era Andato

Ricordate dove ci siamo lasciati due settimane fa? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). È notte fonda. La Sposa del Cantico dorme, ma il suo cuore veglia inquieto. All’improvviso un bussare alla porta la desta: è l’Amato che chiama con tenerezza – “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba…” (Ct 5,2). E lei? Oggi affrontiamo la risposta della Sulamita. Il cuore di lei sobbalza nel riconoscere la voce amata. Eppure la Sposa esita dietro la porta chiusa, impreparata e timorosa. Si attarda un istante di troppo prima di aprire, forse per pigrizia o insicurezza.

Mi sono alzata per aprire al mio dôdì e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto al mio dôdì, ma l’amore mio se n’era andato, era scomparso. L’anima mia è venuta meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.

Quell’attimo è fatale. Dopo alcuni momenti di silenzio, l’Amato si allontana col cuore ferito. Quando finalmente lei si decide ad aprire, trova solo buio e silenzio: “Ho aperto all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso” (Ct 5,6). L’aria è intrisa del suo profumo, ma lui non c’è più. Questo è il dramma di un’occasione perduta. È un’esperienza che tante coppie conoscono: uno dei due “bussa” al cuore dell’altro – cercando affetto, dialogo, vicinanza – ma l’altro esita e rimane chiuso in se stesso. Bastano pochi istanti di indecisione e l’intimità si infrange: chi si è sentito rifiutato si ritrae, lasciando dietro di sé solo il rimpianto. Quante volte, per orgoglio o paura, non rispondiamo in tempo a chi amiamo, ritrovandoci poi con il rimorso di averlo lasciato andare?

Alzarsi, aprire, profumare: i simboli dell’amore

Il brano offre alcuni simboli evocativi che illuminano il significato profondo di questa dinamica amorosa:

  • “Mi sono alzata” – La Sposa finalmente si alza per aprire (Ct 5,5). Questo verbo indica uno scatto di volontà: il superamento della comodità e dell’orgoglio per andare incontro all’altro. Nell’amore di coppia, ogni “alzarsi” rappresenta la scelta di amare attivamente, di mettersi in gioco. Solo così l’incontro può avvenire – restare fermi significa tenere chiusa la porta.
  • Il chiavistello – La porta ha un chiavistello da sbloccare, simbolo delle barriere del cuore. Ognuno di noi ha “serrature” interiori: difese, paure, ferite passate che possono impedirci di aprirci completamente. L’Amato bussa e infila la mano nella fessura (Ct 5,4), ma sta alla Sposa aprire dall’interno. Allo stesso modo, nell’intimità nessuno può essere costretto ad aprirsi se non lo vuole: ci vuole fiducia e coraggio per togliere i propri lucchetti interiori e permettere all’altro di entrare.
  • La mirra“Le mie mani stillavano mirra” (Ct 5,5): aprendo, la Sposa si ritrova le dita bagnate di olio profumato. La mirra, essenza preziosa dal profumo intenso e dal gusto amaro, rappresenta l’impronta dell’amore. Anche se l’Amato è andato via, la sua fragranza persiste sulle mani di lei: ogni incontro autentico lascia un segno indelebile. Quella scia di profumo è dolce perché le ricorda la presenza amata, ma porta con sé anche l’amarezza del rimpianto per averla persa. L’amore vero impregna la vita come un aroma inconfondibile, e la sua assenza brucia come un profumo amaro.

Alla ricerca dell’Amato perduto

Di fronte all’assenza improvvisa, la Sposa non rimane ferma. “L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6). Con il cuore in gola, esce nella notte a cercare l’Amato perduto. È un gesto di coraggio e di umiltà al tempo stesso: riconosce il proprio errore e tenta di rimediare. Quante volte anche noi, quando ci rendiamo conto di aver deluso o allontanato chi amiamo, proviamo angoscia e ci mettiamo alla ricerca dell’altro per ricucire lo strappo! L’amore autentico possiede questa forza: spinge a rincorrersi a vicenda quando ci si è smarriti.

Certo, la fragilità umana fa sì che nelle relazioni ci siano inciampi, esitazioni e ferite reciproche. Ma la bellezza dell’amore sta anche nella capacità di rialzarsi e ritrovarsi. Nel Cantico, dopo la notte della separazione gli sposi si ricongiungono, e la Sposa proclama: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). Allo stesso modo, ogni coppia che attraversa un periodo di distanza può, nel perdono e nell’abbraccio, riscoprire una rinnovata profondità di comunione.

In filigrana si può leggere in questa pagina anche un’allusione all’Amore divino: l’Amato che bussa richiama il Cristo che sta alla porta del cuore (cfr. Apocalisse 3,20), e la Sposa l’anima chiamata ad aprirgli. Sono risonanze spirituali che arricchiscono il testo, ma al centro rimane un messaggio universale: l’amore richiede attenzione e coraggio. Attenzione per accogliere subito chi ci ama quando bussa, senza dare l’altro per scontato. Coraggio per vincere la tentazione di chiuderci in noi stessi e, se necessario, raggiungere chi si è allontanato per ricucire la relazione. Così, nel vissuto quotidiano dell’amore sponsale, l’eco del Cantico risuona ancora: non temere di aprire la porta all’Amato. Solo nell’incontro sincero le mani torneranno a stillare mirra e il cuore si riempirà di quella fragranza che dà senso e bellezza al cammino d’amore.

Antonio e Luisa

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