Adoro l’acqua, cioè immergermi nell’acqua

Qualsiasi acqua, sia essa il mare, il lago, il fiume….quando vedo acqua sento il desiderio di tuffarmi, ove possibile, ovviamente!

La cosa che però in assoluto mi viene sempre di fare, immergendomi, sono le capriole.

Con lo sguardo divertito dei miei figli, nonché dell’amato coniuge, non posso fare a meno di rotolarmi in varie capriole, sospesa ma sostenuta, in una sorta di amorevole culla.

Più volte mi sono chiesta il motivo di tale piacevole ginnastica acquatica e, la prima risposta che mi è apparsa in mente, è il ritorno al liquido amniotico e al recondito piacere di quell’ambiente prenatale.

Si dice che, il movimento del feto e le sue capriole , rispecchiano una condizione di benessere che misura anche il buon andamento di una gravidanza.

In effetti, rotolarsi nel pancione di una mamma, liberamente, senza alcuna costrizione o limitazione, dovrebbe essere davvero bellissimo. Ciò però che meditavo, rispetto a questa cosa, è che in tale situazione esiste un sostegno, un punto di collegamento che fa capo ad una relazione nutritiva necessaria: il CORDONE OMBELICALE !

Ecco il punto della mia riflessione durante le mie meravigliose capriole.

Cosa differenzia il periodo in cui ci si rotolava nel liquido amniotico, a parte l’avanzare degli anni, rispetto al dispiegarsi delle piroette liberamente eseguite nelle acque offerte dal creato?

L’assenza del cordone ombelicale.

Quante volte sentiamo parlare del taglio del cordone? Questo viene applicato alla nostra crescita e alla gradualità di distacco e autonomia che l’essere umano, rispetto alle proprie origini, dovrebbe riuscire ad effettuare. Ahimè però non sempre ciò accade, può darsi, anche fino agli anni “anta”.

Questo aspetto è ancor più difficoltoso quando, il non taglio del cordone, coinvolge chi si imbatte nella chiamata al matrimonio : uomini o donne irrimediabilmente legati ai propri genitori.

Quante discussioni e quante divisioni a causa di quella famigerata accusa di essere troppo legati o alla mamma o al papà. Qui è necessario fare una distinzione fondamentale. Quando si dice legati al cordone è un legame che coinvolge piuttosto un figlio alla propria madre perché, ovviamente, il cordone è dall’utero materno che trae la propria esistenza. Ecco perché diviene fondamentale il ruolo paterno che servirà, sapientemente, ad attualizzare il taglio necessario dei propri figli al cordone materno, in quell’equilibrio dei ruoli genitoriali in grado di terminare con successo tale distacco.

Del resto la natura ci ha così ben pensato da sola che , vuoi o non vuoi, quel cordoncino è destinato a staccarsi ed essiccarsi fino a lasciare quella piccola cicatrice che per sempre avremo davanti ai nostri occhi. Ognuno di noi ė portatore di questo segno del distacco personalizzato nella forma, chi di un bottoncino, chi un piccolo craterino , o altra simile.

Eppure, nonostante la natura, spesso molti di noi faticano a staccare il cordone e, sovente, non vogliono ammettere di esserne attaccati tanta ė l’abitudine a questo dipendente legame.

Ci sono giovani coppie che, subito dopo la celebrazione del sacramento del matrimonio vengono ad aprire il cuore per le difficoltà di legame con la parte materna, colei che fu legata al proprio pargolo dal famigerato cordoncino ombelicale, tali da impedire il sereno svolgersi della relazione con la nuova famiglia creata, a partire dal coniuge.

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne” (Gen.2,24)

È sempre da qui che occorre ripartire ed osservare i tre verbi fondanti:

LASCIARE (lascerà)

UNIRSI (si unirà)

ESSERE (saranno)

Lasciare non significa certamente una distanza geografica o un abbandono straziante e rinnegante, ovvio. Lasciare è una faccenda emotiva e psicologica, è un passaggio di autonomia, è una realtà di risoluzione interiore che annienta qualunque sentimento di colpa se la domenica si dovesse rinunciare al fatidico “pranzo da mamma” perché, se mamma si offendesse e io ci rimanessi coinvolta significherebbe che non ho sufficientemente risolto il giusto posto della famiglia d’origine. Quanti altri esempi che rimandiamo ai casi concreti di ciascuno!!

Più lascio risolvendomi dentro e più avrò capito il senso del quarto comandamento: onorare il padre e la madre significa dare il giusto peso all’uno e all’altro, benedicendoli sempre per il dono della vita ma lasciarli. Uscire da quelle case.

Se sarò capace in autonoma crescita a LASCIARE allora si che saprò davvero UNIRMI al coniuge secondo la Parola di Dio. Non posso uniformare la mia nuova realtà familiare ai modelli in uso in quella di provenienza. È come se dovessimo imparare una nuova integrazione di un mondo nuovo. È il migrare di un coniuge nel mondo dell’altro nel dialogo comunicativo e concreto dei due. Insomma il marito e la moglie sono gli unici a cui rendere conto per primi.

Come unirsi se non ci si è staccati? Solo allora SARANNO una sola carne, solo se saranno in due, non attaccati a cordoni, peraltro essiccati.

E mentre continuo liberamente a fare capriole sento la libertà di un cordone tagliato e di una risolta genitorialità.

Forse dovremo sforzarci per integrare i mondi di provenienza? Certamente si, non è mai semplice sradicare le nostre strutture ma, con l’aiuto di chi mi è così simile, in quanto cosa molto buona, creata da Dio, ognuno per la sua parte si diletti ad aiutare l’altro in “capriole” acquatiche di una raggiunta libertà, senza cordoni ma con l’unione di ciò che SARANNO.

Cristina Righi

scritto per il blog di Annalisa Colzi

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