“Talithà kum”

TalithaKum

In un luogo dove le abitudini, la routine e la costanza del quotidiano sono fondamenti, l’essere straniero è un elemento da salvaguardare nel tessuto familiare. Non voglio concentrarmi sull’inconoscibilità del mistero dell’altro nella coppia. Tra sposi e coniugi, tra marito e moglie stranieri a se stessi e sconosciuti per il proprio compagno e compagna di vita. Vorrei approfondire l’estraneità dei propri figli e delle proprie figlie.

La terminologia che connota questo stato che ci riguarda tutti è varia. I figli sono doni, frecce da scagliare, rami da far crescere con radici salde, luci da mantenere accese e molto altro. Come figli e figlie, credo che l’essere germogli nel cammino della crescita sia una metafora corretta. Nasciamo, prima ancora siamo desiderati, poi ci contraddistingue un infinito bisogno di cure, attenzioni ma soprattutto di una imprescindibile speranza e benedizione. Dire bene dei propri figli è assicurare loro una protezione, quasi un’assicurazione all’esistenza. Questo in nome di genitori, padri e madri anche loro figli cioè nominati (chiamati) da altri prima di loro.

In questi legami generazionali il possesso, il controllo, il delirio di costruire (non di educare) ad immagine di sè è altissimo. Le somiglianze caratteriali e fisiche intralciano il distacco emotivo e di carne tra padri e figli e tra madri e figlie. Seppur simili sono altro, queste creature concepite, portate in grembo, donate tra le braccia, tenute per mano e poi sostenute con lo sguardo. Il cammino è incidentato, sempre e per tutti. Mi confronto nel mio lavoro con le fatiche della disabilità nelle famiglie, con la piaga della depressione e le incomprensioni costanti e logoranti tra familiari. E nella fatica del lavoro educativo, la luce e la speranza filtrano, misteriosamente, bucando quà e là il buio dell’arrendevolezza, del dolore e dell’abbandono.

Il figlio straniero è, con questa sua natura saggia e voluta, l’incontro che trasforma persone e situazioni. Il padre è fatto dal figlio e il figlio è libero solo dinnanzi (e non accorpato) alla figura paterna. Con la quale deve sanamente lottare e costituirsi differente. Penso a quel capo della sinagoga che chiese aiuto al Maestro per sua figlia di dodici anni. “Talithà kum. Fanciulla, io ti dico, alzati” fu la risposta.

Umilmente, i figli si donano alla vita per mano di un Figlio (libero nel seno del Padre) che accende i loro cuori e i loro desideri. Solo così ritorna la fame, materiale e dello spirito: “e disse loro di darle da mangiare”. Generare allora diventa sapersi spezzare con amore e servizio nella bellezza e nell’imperfezione della propria storia. Come figli in cui è buono e giusto porre un sano compiacimento.

Federica

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