Lo sguardo ferito: quale bellezza

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Mi è capitato in questa calda estate di trovarmi a contatto continuo con la bellezza. In realtà non si trattava quasi mai di bellezze riconosciute, evidenti o epidermiche come direbbe Charlie Brown. Sono stati assaggi di altro che ho desiderato, insieme ad altri, non lasciar cadere nel vuoto.

Prima di tutto ci sono stati i miei bambini e le mie bambine del centro estivo che ho svolto come educatrice. Sorrisi, storie, emozioni, lacrime ma soprattutto vite di famiglie incontrate e sfiorate tra una parola e l’altra. Di paure, sogni, sofferenze, problemi che ci si scambia facendosi coraggio o sentendo che insieme il peso è totalmente differente. E che, se non ha un perchè, ha un come che ti riporta sulla strada per provare a starci dentro. Con tutto.

Poi ci sono stati incontri che le coincidenze (o le Dioincidenze) possono di tanto in tanto scaraventarti addosso, mentre tu stai vivacchiando perchè ti sembra di non averne più per essere cercatore, viandante e mendicante nel mondo. Così mi è successo di imbattermi due volte in un lutto profondo, non intimo, ma che taglia comunque la pelle e che stona nel caldo, nel clima di vacanza e spensieratezza meritata dal ritmo della vita frenetica.

Alla morte siamo sempre impreparati e credo abbia dunque senso il “memento mori” che si scambiavano i monaci quasi come saluto prospettico. La fine, riflettevo, è molto quotidiana come dimensione umana. Accade ogni giorno dentro di noi dovendo lavorare su noi stessi, o come dice Costanza Miriano avendo la necessità di fare un lavoro di cesello. Questo che si amplifica nella coppia, nella famiglia e nei labirinti che nemmeno la bella stagione può mitigare da che la vita continua a pulsare. E purtroppo anche a fermarsi.

Sotto il peso del silenzio del tragico che spaventa e fa arrabbiare, di una rabbia umanissima e sana, trovo che un pezzo dopo l’altro la preghiera riesce a spolpare le crisi in cui naufraghiamo. Benedette crisi perchè etimologicamente crisi significa opportunità cioè una chance di dare una risposta, dirsi presenti e non con l’irreprensibilità della perfezione ma come semplici, umili impasti d’umanità teneramente amata.

Se la bellezza salverà davvero il mondo, sarà anche quella di un volto sereno e sfigurato. Distante dall’elogio della sofferenza gratuita (poi è quasi sempre gratuita) ma dentro le pieghe dei momenti che si presentano e chiedono: e Tu, chi dici che Io sia?

Federica

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Quando le stelle si oscurano

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“Se i profeti entrassero sulle ali

turbinose dell’eternità

se ti lacerassero l’udito con le parole:

chi di voi vuole fare guerra a un mistero?

……

Se i profeti si levassero

nella notte degli uomini

come amanti in cerca del cuore dell’amato,

notte degli uomini

avresti un cuore da donare?”*

 

Sono sorprendenti questi versi graffianti della poetessa e scrittrice tedesca Nelly Sachs, Premio Nobel per la Letteratura nel 1966. Come si può voler “far guerra ad un mistero”? Niente di più semplice nel cuore di noi uomini e donne. Questo recinto che racchiude la verità di noi stessi. Chiara Corbella Petrillo diceva: “Il Signore mette la verità dentro ognuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla”. Forse la paura, le ferite e le nostre intime lacerazioni distolgono dall’accogliere e riconoscere noi stessi come mistero veritiero. Siamo figli e tanto più ci avviciniamo a questa natura, incorporandola nel quotidiano, tanto più le relazioni intorno a noi possono fiorire ed essere libere.

Proseguono i versi della Sachs: “Se i profeti si levassero – nella notte degli uomini – notte degli uomini – avresti un cuore da donare? – Lì dove tutto è tenebra ci può essere un cuore, seppur fragile, in grado di riabituarsi alla luce? Quando le situazioni sembrano diventare drammatiche e si giace immobili come piombati in un’oscurità senza fine, sorge spontanea la domanda “dov’è l’Amato?”

Dov’è in tutte le nostre difficoltà, nei dubbi, nelle piaghe della vita familiare, comunitaria e spesso (o soprattutto) in quella spirituale di ciascuno di noi? L’assenza, il silenzio e la solitudine sono dinamiche gravose specialmente quando pervadono relazioni significative. Così la preghiera può essere sterile, l’ascolto e la comprensione irragiungibili nella coppia e con i figli. E tutto questo punge infastidendoci come tarli che insinuano il dubbio terribile che niente e nessuno potrà mai colmare alla perfezione la nostra esistenza.

Quando questo dubbio, sanamente, viene lasciato emergere e non narcotizzato dagli idoli che sappiamo costruirci, ci rimanda ad un desiderio immenso che ci plasma fino a renderci ferocemente insaziati. La fame e la sete sono due bisogni umani ben noti nei Vangeli. Dove non sono nè banalizzati perchè saziati concretamente, nè resi intangibili ma presenti, nel pane e nel vino e vivi con il Corpo e il Sangue di Cristo.

Se l’orizzonte intorno e dentro di noi accade che si restringa sbriciolando le nostre storie, i nostri sogni e progetti, provare ad accogliere “le righe storte” che affollano la vita, meraviglia e sorprende per la creatività che da un tale affidamento può nascere. Non irrigidirsi nè assumere pose immodificabili lascia molto spazio alla fantasia dello Spirito, a tempi non nostri, a incontri non casuali e sguardi nuovi.

Perchè quando le stelle si oscurano occorre aspettare, imparare ad apprezzare l’ombra e le figure nascoste che senza luce possiamo scoprire. Non conosciamo nè il giorno nè l’ora ma “se i profeti si levassero…avresti un cuore da donare?”

Federica

 

* Le stelle si oscurano, Nelly Sachs – Einaudi Editore 2006

Con gli occhi dei bambini

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Penso alle feste di questi mesi freddi d’inverno, al Natale appena passato, al nuovo anno che si presenta sulla soglia, all’Epifania che ancora ci attende. Immagino le nostre case, le nostre tavole, i giardini decorati e le finestre illuminate per accogliere amici e parenti.

Sono infinite e tutte diverse le famiglie, le coppie e anche chi è solo ad aver brindato, festeggiato e ringraziato durante le Feste. Il periodo ideale per vivere il riposo dal lavoro e la vicinanza ai propri cari, serena e spoglia di impegni. Questo per chi può ed è nella condizione di poter essere a casa, nel proprio Paese.

Si tratta di uno sguardo che tuttavia si posa sempre ad “altezza adulta”, rivolto ai grandi e al mondo di chi bambino più non lo è. Credo che pensare al Natale e alle famiglie significa anche saper guardare secondo un’altra prospettiva. Non solo per riempire la mente e le mani con tutto ciò che materialmente è necessario, ma non sufficiente, nella vita dei nostri piccoli. Loro che in questi giorni avranno scartato i regali, decorato l’albero e preparato il presepe per la notte che ha portato la vera Luce nel mondo. Quelle piccole manine e quei cuori infantili circondati molto spesso da tanto affetto, a volte sanno essere per noi grandi un mistero insondabile. Non così totalmente lieti come vorremmo credere e così totalmente fragili e vulnerabili.

Leggere alcune poesie che i bambini e le bambine sanno comporre può essere un valido aiuto per disincantare lo sguardo e porsi alla giusta altezza. Senza il timore che questo comporti il vizio o la debolezza genitoriale. Si legge in “Ma dove sono le parole?”, una raccolta di poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano, che cos’è l’addio?. Sara, italiana, di 9 anni prova a rispondere:

La sua pelle ruvida è scomparsa

la rete che ci separa è trasparente,

profumata,

di un colore verde,

che certe volte sembra blu.

Il nostro addio è elastico,

forse un giorno ci ritroveremo.

Addio.

Quanta bellezza e sapienza, unite alla malinconia e al dolore che nei piccoli rischiano di essere schiacciati perché inopportuni o troppo scomodanti e spiazzanti. Penso che qui si giochi una partita decisiva nell’essere famiglia di sposi e genitori che devono provare a scegliere, ogni giorno, quale sguardo riversare e manifestare lì dove più conta. Non solo tra colleghi, amici e nei gruppi di volontariato ma nella cura sollecita dei propri figli. Ingenui, dolci e sfidanti nello stesso tempo. Con il loro repertorio unico di bambini che crescono e imparano con grande curiosità.

Leggendo ancora le loro parole non si può che restarne ammirati. Sempre in “Ma dove sono le parole?”, Christian 10 anni filippino scrive questa poesia per “i grandi”:

Grazie per la sedia

ed avermi dato una casa,

io sono piccolo, ma dentro

sono gigante che è sbocciato

da una briciola.

A Betlemme – la casa del pane – una briciola, una piccola vita, fu l’inizio di una nuova gigantesca rivoluzione che puntò dritta al cuore dell’uomo. Oggi i bambini sono ancora quella stessa rivoluzione che si rivolge ai cuori, a volte stanchi e spenti, di noi adulti. Amare con tenerezza i nostri piccoli, non sempre così sereni, può essere davvero quel miracolo capace di modellare la nostra vita perché sia feconda e vera.

Federica

* Le poesie sono tratte da “Ma dove sono le parole?” di C.L. Candiani e A. Cirolla edito da Effigie edizioni, Milano 2015 – pagg 92 e 111.

“Talithà kum”

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In un luogo dove le abitudini, la routine e la costanza del quotidiano sono fondamenti, l’essere straniero è un elemento da salvaguardare nel tessuto familiare. Non voglio concentrarmi sull’inconoscibilità del mistero dell’altro nella coppia. Tra sposi e coniugi, tra marito e moglie stranieri a se stessi e sconosciuti per il proprio compagno e compagna di vita. Vorrei approfondire l’estraneità dei propri figli e delle proprie figlie.

La terminologia che connota questo stato che ci riguarda tutti è varia. I figli sono doni, frecce da scagliare, rami da far crescere con radici salde, luci da mantenere accese e molto altro. Come figli e figlie, credo che l’essere germogli nel cammino della crescita sia una metafora corretta. Nasciamo, prima ancora siamo desiderati, poi ci contraddistingue un infinito bisogno di cure, attenzioni ma soprattutto di una imprescindibile speranza e benedizione. Dire bene dei propri figli è assicurare loro una protezione, quasi un’assicurazione all’esistenza. Questo in nome di genitori, padri e madri anche loro figli cioè nominati (chiamati) da altri prima di loro.

In questi legami generazionali il possesso, il controllo, il delirio di costruire (non di educare) ad immagine di sè è altissimo. Le somiglianze caratteriali e fisiche intralciano il distacco emotivo e di carne tra padri e figli e tra madri e figlie. Seppur simili sono altro, queste creature concepite, portate in grembo, donate tra le braccia, tenute per mano e poi sostenute con lo sguardo. Il cammino è incidentato, sempre e per tutti. Mi confronto nel mio lavoro con le fatiche della disabilità nelle famiglie, con la piaga della depressione e le incomprensioni costanti e logoranti tra familiari. E nella fatica del lavoro educativo, la luce e la speranza filtrano, misteriosamente, bucando quà e là il buio dell’arrendevolezza, del dolore e dell’abbandono.

Il figlio straniero è, con questa sua natura saggia e voluta, l’incontro che trasforma persone e situazioni. Il padre è fatto dal figlio e il figlio è libero solo dinnanzi (e non accorpato) alla figura paterna. Con la quale deve sanamente lottare e costituirsi differente. Penso a quel capo della sinagoga che chiese aiuto al Maestro per sua figlia di dodici anni. “Talithà kum. Fanciulla, io ti dico, alzati” fu la risposta.

Umilmente, i figli si donano alla vita per mano di un Figlio (libero nel seno del Padre) che accende i loro cuori e i loro desideri. Solo così ritorna la fame, materiale e dello spirito: “e disse loro di darle da mangiare”. Generare allora diventa sapersi spezzare con amore e servizio nella bellezza e nell’imperfezione della propria storia. Come figli in cui è buono e giusto porre un sano compiacimento.

Federica

Con gentilezza

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Leggevo in questi giorni alcune righe della poetessa Vivian Lamarque che scrive: “Invece lei, la gentilezza, quando a un tratto la incontri, resti un attimo stupefatto, senti un bel caldino, come se qualcuno avesse acceso un phon di quelli con il diffusore. E dura per un po’, ti accompagna tutta la giornata e persino, la sera, a casa, la racconti.”

Credo non si possa che condividere l’immagine della gentilezza come una carezza delicata, un abbraccio caldo e avvolgente. Sembra impossibile trovare qualsiasi argomento a sfavore della gentilezza. Al contrario, restando nella metafora della Lamarque, la gentilezza per tanti dovrebbe essere un balsamo di cui non poter fare proprio a meno.

Mi piacerebbe però tentare anche un cambio di prospettiva nella visione della citazione che ho riportato. La gentilezza non accompagna solo fino a casa, ma proprio a partire dalla casa viene diffusa. Come se fosse un linguaggio, o il linguaggio, tipico tra le pareti domestiche. Certamente sappiamo quali sono le difficoltà che distolgono ciascuno di noi dall’essere gentili proprio lì dove siamo più chiamati a dare tutto. La fretta, la stanchezza e molto altro ci allontanano da quanto vorremmo, con tutte le nostre forze, provare ad essere ogni giorno. In particolare, essere gentili richiede avere coltivato molta pazienza, umiltà e abitudine al silenzio. Nelle case e nelle famiglie tutto ciò è molto difficile e valorizzarlo significa includere anche aspetti molto più concreti della quotidianità. Per esempio impegni improrogabili, incombenze, arrabbiature, delusioni, imprevisti e sofferenze. Come è possibile tutto ciò, ossia può durare davvero la gentilezza?

Certamente il discorso educativo ha il suo peso rispetto a quanto da bambini si impara guardando agli esempi di genitori, insegnanti, amici, nonni …. .Tuttavia, essere più che educati (ed è già molto) richiede tanta pratica. Quasi un allenamento continuo su noi stessi. Perchè in fondo essere figli, figlie, mamme, mogli, sposi, padri e nonni non potrà mai essere un compito in cui bastano le sole nostre forze. Nemmeno gli sforzi e la buona volontà. Da soli è una battaglia immensa e insidiosa.

Allenarsi e allearsi con Chi può darci una forma diversa, cambia tutto. Pregare è forse l’unico esercizio che può davvero strutturare con più consistenza la nostra natura. E’ capace di puntellarci , se insisitiamo e persistiamo, dandoci volti nuovi e cuori capaci di novità.

Non credo che, tra le tante cose per cui preghiamo, chiedere anche la gentilezza sia una banalità. Ritengo sia un desiderio semplice che se preso sul serio può rivelarsi un combattimento molto faticoso. Si tratta di avere un respiro diverso, per cui farne domanda è proprio l’unica strada che possiamo percorrere.

Solo così la gentilezza si potrà non solo raccontarla ma continuare a ricercarla e sentirla indispensabile a renderci autenticamente familiari. Persone che, pur conoscendosi e vivendo insieme, scelgono il rispetto, la tenerezza e la gratuità. Caduta dopo caduta, rinascita dopo rinascita.

Federica

Come marinai coraggiosi

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Alcuni giorni fa ero in classe insieme alla quarta superiore con cui lavoro. La lezione era quella del laboratorio scenografico durante il quale stiamo affrontando il tema della navigazione. Ci stiamo addentrando nell’argomento attraverso il classico di H.Melville “Moby Dick”, di cui abbiamo visto una fedele versione cinematografica del ’56 “Moby Dick, la balena bianca”. Per completare il percorso decidiamo di confrontarci con la rivisitazione moderna dell’opera melvilliana, “Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick”, prodotta nel 2015 con la regia di Ron Howard e interpretata da Chris Hemsworth.

Il taglio della vicenda è drammatico e la tensione continua, uno dei personaggi che ruotano intorno alla ricerca della famosa balena bianca lamenta: “Il diavolo ama i segreti taciuti, specie quelli annidati nell’animo di un uomo”. L’espressione mi colpisce e ne prendo nota. Riflettendoci, diventa chiaro il parallelismo tra una flotta sballottata dall’oceano, insidiata dalle creature che lo abitano e una famiglia. Ciurma domestica sfidata da tempeste quotidiane e ordinari nemici. Avversari che, come nella pellicola, non sono solo burrasche e mostri marini, ma gli stessi compagni d’avventura. Il capitano infatti non è sempre l’uomo indiscusso dai suoi sottoposti e l’amico di bordo, nella disperazione, può diventare strumento e oggetto.

“Il diavolo ama i segreti taciuti”. In particolare credo che all’interno di una famiglia il silenzio tra coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle, accresca principalmente la paura e la vergogna. Penso a quando, certamente tutti lo avremo fatto nelle nostre case o nel nostro cuore, infiliamo polvere e sporco sotto al tappeto o nella coscienza. La casa o l’apparenza sembrano intatte ma la pressione cresce sotto i piedi e dentro l’anima. Nella Genesi non a caso, Adamo ed Eva dinanzi al Signore cercano di nascondersi, dopo la loro caduta, provando vergogna dell’essere nudi.

Credo che le nostre famiglie, ora più che mai, hanno bisogno di luce, di verità, di mettere in tavola le proprie carte. Raccontandosi con onestà e coraggio. Spezzando così le catene della colpa e delle umiliazioni. Infatti pur essendo peccatori, non siamo schiavi ma figli e figlie salvati. La riconciliazione, è un Sacramento donato, ritengo sia anche (e veramente) un’azione che riconcilia ogni giorno quei legami di carne che costituiscono e reggono le nostre case. Perché la Verità, in fondo, è un cammino in cui bisogna imparare a navigare tutti insieme fino all’ultima Meta.

 

Federica

“Origine del Noi”

Una poesia per raccontare la coppia, tratta dal mio blog Lentamente Audaci

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Maschio e femmina

li creò.

Ma li creò diversi,

l’uno per mettersi

in cammino

e custodire

il mondo.

L’altra

per accogliere

e generare vita.

Lui,

così stranamente

cauto e terreno.

Lei,

tutta fuoco

ed energia.

Ci volle tempo.

Tempo

per avvicinarli.

Tempo

per equipaggiarli.

A non sentirsi

nemici.

A sentirsi,

più che amici.

E nel cuore

di entrambi

esplodeva

un grido.

Ma la crepa,

squisitamente umana,

confuse

il cuore,

la mente,

lo sguardo.

Stravolgendo

amicizia

e possesso,

desiderio

e brama.

Ci volle

un miracolo.

Un sorriso,

un braccio

inchiodato,

un figlio,

una carne

per unirli.

Perchè insieme

potessero essere

quell’impresa,

quel volto

del Padre.

Ora, i due

danzano

pestandosi i piedi.

Chiedendosi

perchè.

Benedicendo

e imprecando.

Chi sei tu,

straniero?

Chi sei tu,

sconosciuta?

Sono Io,

disse l’Altro

da lassù.

Ora andate

e siate,

come Me,

d’Amore

il canto.

Usate

perdono,

siate

pazienti.

Concreti,

sinceri

vi ho fatti

due splendidi

avventurieri.

Maschio e femmina

li creò.

E tuttora

sono loro

il più dolce

Suo vanto.

 

Federica

Un grande Mistero

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Leggendo il Cantico dei Cantici mi ha sempre interrogata la ricerca, a tratti tormentata, dei due amanti. In particolare, è curioso il reciproco “mancarsi” dei due. Il tutto avviene in un contesto che include la casa, luogo e dimora domestica, e il buio della città percorsa di notte. L’amata, ad un certo punto, addormentata sente la voce dell’amato che bussa alla sua porta: “Aprimi sorella mia”. In questo frangente, lei sembra ricercare una serie di scuse o giustificazioni per non aprire. “Mi sono indossata la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?”.  Nel momento della decisione, “mi sono alzata per aprire al mio amato” la scena si capovolge “l’amato mio se n’era andato, era scomparso”. La mancanza la sconvolge così tanto che le precedenti giustificazioni appaiono nulla rispetto a quanto, ora, intuisce di essere disposta ad affrontare per ritrovare l’amato. Leggiamo infatti: “l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città; mi hanno percossa, mi hanno ferita, mi hanno tolto il mantello le guardie delle mura.” Perché è necessario questo inseguirsi? Ed è proprio necessario?

La prima riflessione che mi pare sensata è che risulta evidente, ancora una volta nella Scrittura, la differenza tra il maschile e il femminile. Non divergenti, cioè non rivolti verso direzioni opposte, ma dotati di linguaggio, ritmi e un modo di sentire potremmo dire “straniero” l’uno per l’altra.

Un secondo aspetto che rileggendo il testo mi pare si intrecci,  puntualmente, con la quotidianità che viviamo è il senso del limite e della ferita che contraddistinguono il cuore di ogni uomo e ogni donna. Le scuse, anche con le attenuanti più valide, lasciano filtrare la vera natura dell’uomo. Dotato di una debolezza non miserevole ma con la possibilità di essere ricoperta di misericordia e rivestita di Grazia.

Qui è stupendo ciò che accade, sicuramente, prima nel cuore dell’amata e che poi si concretizza nella sua azione. La conversione le permette di decidersi, con una piena e libera volontà, a mettersi in cammino. Non per un amore generico ma proprio per quell’uomo, con un volto, un nome e una storia precisi.

Forse la ricerca, “il gioco dell’amore” (che differisce dalla seduzione), sta a significare il bisogno di purificare e filtrare la qualità dell’amore. Tuttavia al fianco delle prove, per portare più in profondità il tessuto di un amore, affinché una coppia possa diventare un Noi, occorre il costante riconoscimento di dover essere salvati. Altrimenti detto: avere bisogno della Salvezza.

Solo un figlio o una figlia rinnovati, oserei dire riscattati e redenti, possono desiderare di imitare e chiedere l’Amore sperimentato dal Padre. Il Solo che può accompagnare e rendere, giorno dopo giorno, coniugi e veri sposi.

Federica

In vasi di creta

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Come una nave affronta la tempesta, così la famiglia vive prove e periodi che mettono a rischio il legame che salda e compatta una realtà umana, apparentemente così fragile. Umana perché questa è la natura che contraddistingue il corpo di una famiglia. Fatta di padri che definiscono l’impronta del cammino dei figli. Di madri che custodiscono e valorizzano, ricamando tra la vita e i suoi dolori. Di figli che crescono non sempre certi delle “mappe” che sono state consegnate per decifrare il loro immergersi nella realtà.

Figure umane dunque che si accostano alla sfida del vivere comune, o meglio, insieme in un progetto che si fa flebile di fronte alle minacce. Del mondo, delle crisi (piccole e grandi), dei limiti personali, della costante battaglia tra le proprie ferite e lo sguardo dell’altro che, pur così vicino, può diventare tutt’altro che benedizione.

L’aridità di una famiglia, di una coppia di sposi, di figli traboccanti di domande, chiede innanzitutto di essere fattivamente soccorsa . Perché è nell’essere riconosciuta, curata e trasformata che una sofferenza prende forma e trova sollievo. Nello specifico, si tratta della sinergia tra la Grazia e la disponibilità di ogni uomo e ogni donna a considerare il quotidiano secondo una prospettiva di affidamento costante.

Infatti, non vi è realtà come la famiglia per sperimentare al meglio la fantasia dello Spirito Santo che lavora riscrivendo le nostre storie nella continuità. Dove niente viene buttato, se non l’attaccamento all’uomo vecchio che limita ogni SI’, gratuito e autentico, specialmente tra coloro che cercano di essere Chiesa tra le mura di una casa.

Qui, in questo luogo teologico, che forse non avrà l’apparenza dei monti biblici dove Dio rivolgeva le Sue Parole, accade un lavoro di rifinitura dell’anima dell’uomo, di rivoluzione dei cuori e della ricerca, tra la frenesia e il caos, degli elementi fondanti una famiglia. Come i gesti più concreti, gli sguardi nascosti, la preghiera silenziosa, i perdoni sussurrati, le lacrime sparse, la Provvidenza che nel quotidiano gioca e si mimetizza nell’ordinarietà. Mai banale.

Questa è la vera robustezza di ogni famiglia. Che spezzate le disillusioni e le fantasie riduce all’essenziale il suo fare e i suoi perché. Sempre più scarni fino a che l’unico volto da ricercare sarà quello di essere, in sostanza, ciò che da sposi, genitori, figli, fratelli e sorelle si è chiamati ad essere: icone dell’Amore di Dio. Questa è la famiglia, capace di morire e risorgere, solo facendo memoria dell’unica Via che ci ha assicurato: Io sono con voi tutti i giorni.

 

Federica