Tra vulnerabilità e cura del legame

Quante domande affiorano nella mente ogni volta che ci avviciniamo o sostiamo dentro relazioni che provocano in noi il totale smarrimento di fronte al non sapere come provare ad amare. Non c’è equazione più complessa, forza più inafferrabile o logica più incomprensibile del sentirsi “afferrati” per un volto, un nome che si fa unico.

E’ una traiettoria molto concreta, tanto facilmente drammatica e dolorosa, quanto il senso per cui si sceglie di lavorare ed esserci come noi. Senza tuttavia smarrire spazi e differenze necessarie a che ci sia un incontro semplice. E proprio perché semplice essenziale.

Il grande paradosso dell’amore, così lontano dal dirsi “ti amo” e distante dalle visioni romantiche, è tutta la vita che si porta in un punto di una nuova costante. Dove le certezze, quelle fondative si fanno silenziose e acquistano senso poche parole profonde. Uomini e donne che diventano, insieme, amati e amanti per ogni giorno e per ogni notte. L’uno per l’altra. Una famosa poesia traduce tutto questo semplicemente nel valore di un abbraccio:

“ci si avvicina lentamente

eppure senza motivo apparente

poi allargando le braccia

si mostra il disarmo delle ali.

E infine si svanisce

insieme

nello spazio di carità

tra te

e l’altro”

La precisione dell’amore, così vulnerabile, nudo e spoglio, conosce tempi naturali di cura, vicinanza e lontananza. E’ certo che ogni gioia, ogni partenza, ogni addio, è un passo – una virgola – per trasformare le ragioni – quelle umane –  che chiedono una carezza gentile. “Solo, non temere. Tu sei prezioso ai miei occhi”.

Federica

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Chiedono tutto per conoscere l’essenziale

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Sono giorni, ormai un paio di mesi, che ho la possibilità di osservare da vicino (oltre al mio lavoro) la curiosità viva e piena di un bambino. Mio cugino per l’appunto, con i suoi sei anni e con tutta la tenerezza di essere dentro un mondo di grandi che, in ogni modo, vuole conoscere e imitare. Lui, come tanti altri bambini e bambine che incontro, hanno desideri grandi e passioni che confidano a mamma e papà, ai nonni, agli amici, a scuola. Vedo, nonostante la fatica di sostenere il ritmo dell’energia infantile, le più belle premesse per continuare a sperare in grandi promesse. Che potremmo dire così – non preoccupiamoci, il seme è buono e i frutti hanno il loro tempo –

In famiglia, nelle famiglie, è complicato tenere insieme età diverse, bisogni differenti, linguaggi che si intralciano, diversità di genere che tanto affascinano quanto complicano la vicinanza. Negli occhi di un bambino, tutto questo non è invisibile forse – semplicemente – viene letto con altre interpretazioni. Il tempo ha altre cadenze, le priorità sono tutte urgentissime, la pazienza va coltivata e la noia è nemica. I bambini di oggi (solo loro?) sono davvero con un grande bisogno di ritornare a sentire il silenzio e il vuoto di non essere costantemente consumatori. E questo, la vita della coppia – dei genitori singolarmente – può arrivare a mostrarlo sotto nuove luci. Ripetere non è alienante e domandarsi di cosa si è degni, è prerogativa per governare i fastidi in vista di “ciò per cui è fatto il nostro cuore”.

Allo sguardo dei nostri piccoli, noi risultiamo sempre un po’ buffi comunque e, con tutta la schiettezza di cui sono capaci, rendono anche noi partecipi di questa cosa. Scomodano le nostre posizioni, notano quando stiamo sottovalutando la loro capacità di vedere la verità, domandano – soprattutto – se il nostro “potere” può spingersi ad esercitare anche la violenza, l’obbligo e generare emozioni non proprio facili. Certamente il clima delle famiglie non è sempre idilliaco, ci sono le “guerre”, i piatti che volano e le parole che si conficcano come pietre. Tra chi si ama, chi si prende cura di un altro, chi condivide un progetto che supera la vita di ogni giorno. Come si procede quando la stanchezza è grande, le prove sono inaspettate, i dolori sono acuti e l’amore – per fortuna – è ruvido certo, ma pur sempre vero? E cosa si può fare ricordando che, in ogni istante, gli occhi dei piccoli sono sempre lì? Curiosi e ben attenti a fidarsi di quello che mamma e papà faranno insieme, per e con, loro.

Oltre i suggerimenti, i consigli degli esperti e i confronti fondamentali tra famiglie, è veramente ineccepibile tutta la sapienza e la saggezza (la Grazia?) che nei nostri disegni si presentano. Nelle storie che dimentichiamo di leggere con una visione ampia: verso dove stiamo andando, è la vera domanda ultima. Ancorarsi al quotidiano è dannoso solo quando diventa un appiattimento che oscura la bontà di esserci come benedizione. Di dover anche quindi essere benedicenti, ministri di una sacralità tra le mura di casa che – silenziosa – poi arriva molto lontano. La voce dei bambini, si sa, diventa matura e sceglierà cosa è stato essenziale da vivere e continuare ancora a trasmettere. Come dice mio cugino “raccontami le storie della nostra famiglia”. Non sono favole, non sono capolavori, niente di perfetto o magnifico. Vita, sbagli, tentativi impacciati di volersi bene, stare insieme, raccontare che la Via, la Verità e la Vita ci sono e che per questo vale davvero la pena custodire la propria libertà oltre ogni inganno. Il grande capolavoro – il miracolo – che possiamo ottenere da moltissime famiglie in cammino. C’è un popolo, ci sono popoli, che alle profezie credono ancora. Fino alla fine.

 

Federica

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Realtà, rischio e speranza

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Mi facevano riflettere, qualche tempo fa, sulla difficoltà che abbiamo tutti noi ad essere coerenti. In quella situazione ne parlavano non come essere capaci di mantenere la parola data, di rispettare un incarico o di avere delle idee e perseguirle. Coerenza, dicevano, certamente è anche questo. La questione era che la coerenza di un uomo e di una donna passa, prima di tutto, sull’equilibrio che questi hanno come persone. Perché è questo che siamo: non individui ma esseri umani. Dicevano anche di quanto fosse frequente scontrarsi con adulti cresciuti, realizzati, affermati e professionisti (grandi insomma) ma totalmente impreparati, immaturi e fragili su aspetti molto più nascosti, personali, emotivi, spirituali e che, come tali, non importano. Devono solamente (per come siamo oggi) restare nella sfera intima e privata.

Due erano le domande che sorgevano spontanee, molto concrete e attuali, la prima riguarda la vita nascosta delle nostre famiglie e delle relazioni più significative. La seconda, invece, che cosa rimane per ciascuno di noi della crescita e della maturità della nostra “religione”. Proprio al riguardo, era inevitabile la domanda: “ma noi continuiamo a credere in una religione oppure abbiamo fede?” Si pensava, in quel momento, alla figura del figlio maggiore della parabola. Un personaggio che, in un certo senso, si traduce con fare tutto e con precisione per un rispetto (non sano) al padre che è schiavitù. Tanto che una rabbia e un rancore ingestibili esplodono per l’incapacità di stare in un rapporto tra un figlio non diventato uomo e un padre non riconosciuto papà.

Io confesso che di fronte a queste riflessioni mi sono sentita, certamente, molto coinvolta e sollecitata tanto quanto confusa e incerta. E’ ovvio che risposte precise e ben definite non ci sono, anche se forse sarebbero per noi un motivo di rassicurazione e conforto. Qui appunto, credo, stia il discorso sulla religione “infantile”, dove – essendo educatrice – so bene che non è svalutante parlare di piccolezza e vulnerabilità. Siamo tuttavia uomini e donne dalla fede acerba quando ancora abbiamo strada da fare e pesi (il peccato è come una catena) che non stiamo affrontando vivendo le nostre storie.

Pensando proprio a tutte le storie che nel mio lavoro incontro, mi sento di confermare che davvero la vita intima si riduce a privacy e nient’altro. Ma, perché c’è sempre un ma, non è così del tutto vero che al cuore di ogni persona il desiderio di bene sia bloccato. Sono grandi le prove del nostro tempo, le tentazioni di vivere l’amore impoverito e banalmente, di offrire poco ai nostri figli, ai nostri amati e di dimenticare i nostri anziani che ci sono e danno senso. In tutto questo, penso, stiamo però percorrendo la nuda vita e le case – isolate dove si ha paura di disturbare – non fanno che farci credere di essere abbandonati, dimenticati e gli unici a soffrire per qualcosa o per qualcuno.

E’ naturale e umano perdere desideri di bellezza, di bontà e di generosità in queste circostanze disperanti e davvero angoscianti. Possiamo diventare molto cinici e chiudere i nostri orizzonti dentro visioni eccessivamente realiste, dove la realtà però è un inferno di fatiche familiari, di amicizia e personali. Il mondo è violento, diceva qualcuno. Possiamo, d’altra parte, smarrirci dentro paradisi auto-costruiti e che incensano l’egoismo, la paura, talvolta forme idolatriche di religione. Anche Dio può arrivare ad essere “a modo mio”. Sono strade in cui tutti cadiamo e che, con grande libertà, si può imparare ad accettare con pazienza e senza vergogna. Crescere ed essere adulti non è una via di perfezione e sacrificio. Credo piuttosto che ci debba essere una buona parte di quotidianità e semplicità di cui siamo impastati e condividiamo senza renderci conto fino a che punto. Le piccole cose però domandano anche prospettive di speranza, una Virtù – a parer mio – molto dimenticata e sottovalutata. In questo, i bambini sono maestri, non per incoscienza ma per la loro vicinanza alla verità delle cose.

Cosa farà dunque di noi, uomini e donne coerenti? Ascoltando una volta una catechesi tenuta in una comunità di monaci cistercensi, mi colpì molto questa frase: “ci vorranno sempre uomini e donne che parlano di Dio all’umanità e ci vorranno sempre uomini e donne che parlano a Dio dell’umanità.” Ecco, forse il nostro desiderio di bene, così potente e infinito, si moltiplica ed è fecondo quando sa veramente stare come “Parola della Vita” vicino a tutti e altrettanto teso a collaborare con il suo Creatore in un dialogo capace e sereno. Questa è la Risurrezione, queste sono le nostre umili e semplici tavole della quotidianità dove spezziamo il Pane e viviamo di preghiera incarnata. Nella famiglia, nel lavoro e nella festa.

 

Federica

Insieme

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Credo si sia già detto, scritto e fatto molto per raccontare questa situazione che ci colpisce nel vivo. Un’emergenza che ha bloccato ciascuno di noi lì dov’era. Sospendendo il tempo, riducendo gli spazi, modificando le giornate e le notti. Chiamando soprattutto in prima linea l’umanità e il coraggio della medicina – scienza umana – a servizio di chi soffre. Doveroso è il silenzio sulle perdite che stiamo vivendo e per gli addii imprevisti che non eravamo preparati a pronunciare.

Penso ai miei nonni che sentono così stringente il passare di ogni giorno e il bisogno di una parola per sentirsi parte ancora di qualcosa che supera le mura della loro casa. E di nonni il Paese è ricco come dei nostri bambini che cercano di capire cosa sta succedendo. Per il lavoro che faccio, so quanto può essere incomprensibile per un bambino interpretare qualcosa che è insolito e sfuggente. Qui entrano in gioco le risorse più mature delle famiglie e anche della scuola, mi sento di aggiungere.

Alle mamme e ai papà va un grazie per tutta la buona volontà, che si vede e si sente, stanno mettendo in gioco per rendere le case non un fortino ma quasi un grembo. Stiamo inesorabilmente cambiando tutti insieme. Dalla politica, all’economia, alla scuola, alla Chiesa, alla natura. Noi che, al contrario, proveniamo proprio da epoche in cui abbiamo sofferto la frammentazione, il relativismo e l’indifferenza. Oggi il disordine non sta risolvendo le nostre fatiche ma ci sta estromettendo da quelle che erano vite forse già invecchiate, dentro costruzioni sociali non proprio di senso.

E’ rincuorante almeno per me, anche se è evidente che si tratta di un pensiero semplice, che in un momento difficile le persone non si disperdono. Con tutte le critiche, le eccezioni e gli sbagli che si possono commettere e a cui bisogna saper trovare un’alternativa. Conosco però situazioni in cui, già per la presenza di una disabilità, il presente si è fatto ancora più complesso ma pronto ad andare avanti ugualmente insieme.

Lo sappiamo bene che descrivere e dare voce può far cadere in ovvietà, nella paralisi che una parola è inutile e un fatto invece è concreto e veramente ragionevole. Tuttavia mai come in questa drammatica realtà ci possiamo accorgere di cosa significa che la Parola si è fatta carne. E chi sono i piccoli a cui, qui in questo momento particolare, è stato dato da mangiare, da bere, ospitalità, vestiti e visite. Siamo tutti noi.

Soprattutto avvicinandoci alla Settimana Santa credo sia interessante provare a comprendere, dentro a quello che stiamo vivendo, lo sconcerto del “noli me tangere” di Gesù Risorto a Maria. Ci troviamo esattamente nello stesso punto: cosa ci trattiene e qual è la vera libertà che ci serve? Cosa e anche chi dobbiamo imparare a lasciar andare? L’isolamento e la vicinanza stretta diventano, anche amaramente, un’occasione di silenzio da non far cadere solo in solitudine.

Maria rimase certamente sconvolta da quel corpo di uomo nuovo che diceva, proprio a lei, di fidarsi e farsi messaggera. Che il grembo della terra aveva dato alla luce, dalle tenebre, l’Amore trasfigurato che non avrebbe mai smesso di abbracciare ogni distanza, ogni lacrima e ogni preghiera rivolta al cielo. Davvero, è così, siamo dentro queste nozze perpetue. Coraggio!

Federica

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OB-AUDIRE E IMPERFEZIONE

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Le scuole sono chiuse e noi insegnanti, educatori ma anche i nostri alunni, dai bambini ai ragazzi più grandi, viviamo un inaspettato momento di riposo e di studio sospeso. Molte mamme chiedono, quasi con disperazione che le scuole riaprano, ma si legge quanto è misto il desiderio di stare insieme. Dentro alla difficoltà di una vicinanza che ti sbilancia perché toglie equilibrio e terreno saldo.

Tutti sotto lo stesso tetto senza scappatoie, si sta come in confini fragili dove si è esposti. L’odore dell’altro che più si fa vicino più è imperfetto. E più lo è, più è vivo perché non si lascia dire (non lo fanno i figli, non lo fanno gli sposi) secondo quanto pensiamo di aver capito. Capire, dal latino capere, è tutto ciò che muore perché non vogliamo veramente saperlo (assaporarlo) ma prendere per afferrarlo.

Quanto più una famiglia, un matrimonio – lo spazio dei coniugi cioè coloro che stanno sotto lo stesso legame – respira questa imperfezione tanto più si lascia ispirare con obbedienza per vivere. Credo che spesso dimentichiamo, ciechi e sordi ma parlanti, che lo Spirito proprio perché Santo non chiede reverenza ma domanda ascolto.

Una famiglia ispirata, una coppia ispirata è realtà di persone che prendono e traggono fiato, quell’aria buona per vivere. Per vivere in pienezza se pensiamo alla vita eterna come a ciò che se anche si consuma si rivela sotto altre forme.

L’ascolto dunque, nelle relazioni più importanti, penso debba poggiare su un’obbedienza che è ascoltare ciò che ho davanti. Questo figlio, questo marito, questo fratello che mi stanno contro quasi avversari. Sempre dal latino “ad-versus”  come lo era probabilmente Eva per Adamo e reciproco: un aiuto che mi sia rivolto per mantenere la diversità.

Non è bene quindi essere soli perché non è bene rischiare che, senza relazioni libere, stiamo lontani da Chi ci salva. Dove sei dunque? Tu marito? E tu moglie? Tu figlio mio? E tu figlia mia?

Questo non per farci immagini simili, come spesso accade tra familiari, di sacrificare al nostro egoismo l’altro per una forma di paura che decade nel controllo e nella sfiducia. Siamo in realtà, ognuno di noi, compartecipi di quanto possiamo chiedere ancora di poter diventare. Per andare avanti senza chiusure. Semplicemente vivi.

 

Federica

IN OBBEDIENZA ALLA VITA

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C’è una testimonianza che mi capita di riascoltare diverse volte ormai da tempo. Quasi fossero minuti così intensi che per essere catturati hanno bisogno di un ascolto molto profondo. Si tratta della storia di Suor Paola Biacino, trentina d’origine, mamma di tre figlie (ora nonna) e soprattutto eremita diocesana nei pressi del monastero cistercense Dominus Tecum di Pra’d Mill – Cuneo.

Credo sia un disegno, la sua vita, di straordinaria bellezza. Come dice lei stessa, non tanto per aver incontrato Dio ma quanto per essersi lasciata raggiungere dalla sua parola. Suor Paola giunge a verificare la nullità del suo matrimonio (vent’anni di vita coniugale) dopo un lungo periodo di verifica da parte del Tribunale della Sacra Rota. Quello che meraviglia è come questa donna, per il suo percorso particolare, abbia portato avanti in obbedienza la quotidianità delle sue giornate. Non parlando mai di sacrifici, semmai di responsabilità, nella totale fiducia che anche dalle crisi più complesse si può uscire. Affidandosi e pregando.

La preghiera, dice Suor Paola, “non è niente, non è magia. E’ lo strumento che abbiamo e che ci fa attraversare momenti durissimi senza distruggerci.” Nella sua vita attuale di eremita Suor Paola racconta di come venga cercata da moltissime persone. A riprova che la sua condizione è in solitudine ma non in solitaria. Dove le sue fatiche sono le fatiche di tutti portate davanti a Dio che custodisce e che sono rimesse in circolo grazie alla Carità. Di cui lei stessa, ci testimonia, “è sorprendente a tratti persino commovente.” Anche quando i disegni non si capiscono perché si chiariscono solo alla fine e meravigliano per la loro precisione.

Suor Paola infine spiega di come stia nutrendo, per il tempo che le è concesso, il rapporto con i suoi nipoti. Descrivendo loro “ciò che più conta. Vale a dire: farsi lavorare dentro e, quando si trova la perla preziosa, lasciare andare tutto”.

Conclude Suor Paola ricordando che “siamo in un tempo breve e che i nostri passi – qui – possono già essere un anticipo di eternità e di risorti. In qualunque stato, nel solco della vita – unica, una – sempre in cammino. In una Comunione molto più grande di quello che possiamo intuire.

Grazie Suor Paola

Federica

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Così com’è

Arcabas Natale

Pochi giorni dopo Natale e penso a Rachele. Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata. Non riesco, in quanto donna, ad immaginare – nemmeno pensare – in un’altra ottica se non in quella femminile. Quella che mi è data, di cui mi sento impregnata ed è la strada in cui provo a camminare. Penso a Rachele perché il Natale non è una magia, una formula ma un’incidenza che chiede di fidarsi e lasciarsi fare. Lasciarsi raggiungere nella propria storia, nelle proprie pieghe e nelle ferite che al femminile spesso sono questioni di carne, sangue e viscere. Tutto in noi donne si muove e tutto in noi ci muove.

Natale e penso a Giuseppe o a Pietro con le loro mani affaticate dal duro lavoro. Di loro sappiamo poi non molte parole e nel mio immaginario, quando ero bambina, me li ero sempre figurata un po’ burberi. Non sapevo allora, perdonatemi, che erano “soltanto” maschi ma solidamente uomini.

Sono sempre più convinta, anche grazie al mio lavoro di educatrice, che il dono di poterci guardare e trovare differenti sia una grande benedizione e un disegno meraviglioso. Maschio e femmina, uomo e donna. Nella promessa e nella possibilità di essere l’uno per l’altra. Con immense fatiche e solitudini, dolori e gioie di credere a quanto si vede ma non si comprende. Tutto questo nel grande mistero di poter generare e diventare adulti, forse più saggi e attenti ai nostri piccoli, capaci di concretezza nel quotidiano così ostinato.

Guardandomi attorno vedo quanto può essere di aiuto la preghiera, questa costante fragile che non può e non deve smettere di circolare nelle nostre case. Nelle diverse forme che assume, per come riusciamo e a seconda di quanto stiamo vivendo e affrontando nelle stagioni della vita. Le nostre famiglie sono pur sempre piccole storie che crescono, cambiano, cadono, guariscono, sono nutrite da semplice umanità e Grazia impercettibile.

Natale e penso a Maria, giovane coraggiosa, che procede silenziosa perché il silenzio da sempre e in ogni tempo ha accompagnato la vita che nasce, il vero che accade e la libertà che si ottiene.

Si può scegliere, si può starci. Insieme

Buon Natale!

Federica

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Lo sguardo ferito: quale bellezza

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Mi è capitato in questa calda estate di trovarmi a contatto continuo con la bellezza. In realtà non si trattava quasi mai di bellezze riconosciute, evidenti o epidermiche come direbbe Charlie Brown. Sono stati assaggi di altro che ho desiderato, insieme ad altri, non lasciar cadere nel vuoto.

Prima di tutto ci sono stati i miei bambini e le mie bambine del centro estivo che ho svolto come educatrice. Sorrisi, storie, emozioni, lacrime ma soprattutto vite di famiglie incontrate e sfiorate tra una parola e l’altra. Di paure, sogni, sofferenze, problemi che ci si scambia facendosi coraggio o sentendo che insieme il peso è totalmente differente. E che, se non ha un perchè, ha un come che ti riporta sulla strada per provare a starci dentro. Con tutto.

Poi ci sono stati incontri che le coincidenze (o le Dioincidenze) possono di tanto in tanto scaraventarti addosso, mentre tu stai vivacchiando perchè ti sembra di non averne più per essere cercatore, viandante e mendicante nel mondo. Così mi è successo di imbattermi due volte in un lutto profondo, non intimo, ma che taglia comunque la pelle e che stona nel caldo, nel clima di vacanza e spensieratezza meritata dal ritmo della vita frenetica.

Alla morte siamo sempre impreparati e credo abbia dunque senso il “memento mori” che si scambiavano i monaci quasi come saluto prospettico. La fine, riflettevo, è molto quotidiana come dimensione umana. Accade ogni giorno dentro di noi dovendo lavorare su noi stessi, o come dice Costanza Miriano avendo la necessità di fare un lavoro di cesello. Questo che si amplifica nella coppia, nella famiglia e nei labirinti che nemmeno la bella stagione può mitigare da che la vita continua a pulsare. E purtroppo anche a fermarsi.

Sotto il peso del silenzio del tragico che spaventa e fa arrabbiare, di una rabbia umanissima e sana, trovo che un pezzo dopo l’altro la preghiera riesce a spolpare le crisi in cui naufraghiamo. Benedette crisi perchè etimologicamente crisi significa opportunità cioè una chance di dare una risposta, dirsi presenti e non con l’irreprensibilità della perfezione ma come semplici, umili impasti d’umanità teneramente amata.

Se la bellezza salverà davvero il mondo, sarà anche quella di un volto sereno e sfigurato. Distante dall’elogio della sofferenza gratuita (poi è quasi sempre gratuita) ma dentro le pieghe dei momenti che si presentano e chiedono: e Tu, chi dici che Io sia?

Federica

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Quando le stelle si oscurano

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“Se i profeti entrassero sulle ali

turbinose dell’eternità

se ti lacerassero l’udito con le parole:

chi di voi vuole fare guerra a un mistero?

……

Se i profeti si levassero

nella notte degli uomini

come amanti in cerca del cuore dell’amato,

notte degli uomini

avresti un cuore da donare?”*

 

Sono sorprendenti questi versi graffianti della poetessa e scrittrice tedesca Nelly Sachs, Premio Nobel per la Letteratura nel 1966. Come si può voler “far guerra ad un mistero”? Niente di più semplice nel cuore di noi uomini e donne. Questo recinto che racchiude la verità di noi stessi. Chiara Corbella Petrillo diceva: “Il Signore mette la verità dentro ognuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla”. Forse la paura, le ferite e le nostre intime lacerazioni distolgono dall’accogliere e riconoscere noi stessi come mistero veritiero. Siamo figli e tanto più ci avviciniamo a questa natura, incorporandola nel quotidiano, tanto più le relazioni intorno a noi possono fiorire ed essere libere.

Proseguono i versi della Sachs: “Se i profeti si levassero – nella notte degli uomini – notte degli uomini – avresti un cuore da donare? – Lì dove tutto è tenebra ci può essere un cuore, seppur fragile, in grado di riabituarsi alla luce? Quando le situazioni sembrano diventare drammatiche e si giace immobili come piombati in un’oscurità senza fine, sorge spontanea la domanda “dov’è l’Amato?”

Dov’è in tutte le nostre difficoltà, nei dubbi, nelle piaghe della vita familiare, comunitaria e spesso (o soprattutto) in quella spirituale di ciascuno di noi? L’assenza, il silenzio e la solitudine sono dinamiche gravose specialmente quando pervadono relazioni significative. Così la preghiera può essere sterile, l’ascolto e la comprensione irragiungibili nella coppia e con i figli. E tutto questo punge infastidendoci come tarli che insinuano il dubbio terribile che niente e nessuno potrà mai colmare alla perfezione la nostra esistenza.

Quando questo dubbio, sanamente, viene lasciato emergere e non narcotizzato dagli idoli che sappiamo costruirci, ci rimanda ad un desiderio immenso che ci plasma fino a renderci ferocemente insaziati. La fame e la sete sono due bisogni umani ben noti nei Vangeli. Dove non sono nè banalizzati perchè saziati concretamente, nè resi intangibili ma presenti, nel pane e nel vino e vivi con il Corpo e il Sangue di Cristo.

Se l’orizzonte intorno e dentro di noi accade che si restringa sbriciolando le nostre storie, i nostri sogni e progetti, provare ad accogliere “le righe storte” che affollano la vita, meraviglia e sorprende per la creatività che da un tale affidamento può nascere. Non irrigidirsi nè assumere pose immodificabili lascia molto spazio alla fantasia dello Spirito, a tempi non nostri, a incontri non casuali e sguardi nuovi.

Perchè quando le stelle si oscurano occorre aspettare, imparare ad apprezzare l’ombra e le figure nascoste che senza luce possiamo scoprire. Non conosciamo nè il giorno nè l’ora ma “se i profeti si levassero…avresti un cuore da donare?”

Federica

 

* Le stelle si oscurano, Nelly Sachs – Einaudi Editore 2006

Con gli occhi dei bambini

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Penso alle feste di questi mesi freddi d’inverno, al Natale appena passato, al nuovo anno che si presenta sulla soglia, all’Epifania che ancora ci attende. Immagino le nostre case, le nostre tavole, i giardini decorati e le finestre illuminate per accogliere amici e parenti.

Sono infinite e tutte diverse le famiglie, le coppie e anche chi è solo ad aver brindato, festeggiato e ringraziato durante le Feste. Il periodo ideale per vivere il riposo dal lavoro e la vicinanza ai propri cari, serena e spoglia di impegni. Questo per chi può ed è nella condizione di poter essere a casa, nel proprio Paese.

Si tratta di uno sguardo che tuttavia si posa sempre ad “altezza adulta”, rivolto ai grandi e al mondo di chi bambino più non lo è. Credo che pensare al Natale e alle famiglie significa anche saper guardare secondo un’altra prospettiva. Non solo per riempire la mente e le mani con tutto ciò che materialmente è necessario, ma non sufficiente, nella vita dei nostri piccoli. Loro che in questi giorni avranno scartato i regali, decorato l’albero e preparato il presepe per la notte che ha portato la vera Luce nel mondo. Quelle piccole manine e quei cuori infantili circondati molto spesso da tanto affetto, a volte sanno essere per noi grandi un mistero insondabile. Non così totalmente lieti come vorremmo credere e così totalmente fragili e vulnerabili.

Leggere alcune poesie che i bambini e le bambine sanno comporre può essere un valido aiuto per disincantare lo sguardo e porsi alla giusta altezza. Senza il timore che questo comporti il vizio o la debolezza genitoriale. Si legge in “Ma dove sono le parole?”, una raccolta di poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano, che cos’è l’addio?. Sara, italiana, di 9 anni prova a rispondere:

La sua pelle ruvida è scomparsa

la rete che ci separa è trasparente,

profumata,

di un colore verde,

che certe volte sembra blu.

Il nostro addio è elastico,

forse un giorno ci ritroveremo.

Addio.

Quanta bellezza e sapienza, unite alla malinconia e al dolore che nei piccoli rischiano di essere schiacciati perché inopportuni o troppo scomodanti e spiazzanti. Penso che qui si giochi una partita decisiva nell’essere famiglia di sposi e genitori che devono provare a scegliere, ogni giorno, quale sguardo riversare e manifestare lì dove più conta. Non solo tra colleghi, amici e nei gruppi di volontariato ma nella cura sollecita dei propri figli. Ingenui, dolci e sfidanti nello stesso tempo. Con il loro repertorio unico di bambini che crescono e imparano con grande curiosità.

Leggendo ancora le loro parole non si può che restarne ammirati. Sempre in “Ma dove sono le parole?”, Christian 10 anni filippino scrive questa poesia per “i grandi”:

Grazie per la sedia

ed avermi dato una casa,

io sono piccolo, ma dentro

sono gigante che è sbocciato

da una briciola.

A Betlemme – la casa del pane – una briciola, una piccola vita, fu l’inizio di una nuova gigantesca rivoluzione che puntò dritta al cuore dell’uomo. Oggi i bambini sono ancora quella stessa rivoluzione che si rivolge ai cuori, a volte stanchi e spenti, di noi adulti. Amare con tenerezza i nostri piccoli, non sempre così sereni, può essere davvero quel miracolo capace di modellare la nostra vita perché sia feconda e vera.

Federica

* Le poesie sono tratte da “Ma dove sono le parole?” di C.L. Candiani e A. Cirolla edito da Effigie edizioni, Milano 2015 – pagg 92 e 111.

“Talithà kum”

TalithaKum

In un luogo dove le abitudini, la routine e la costanza del quotidiano sono fondamenti, l’essere straniero è un elemento da salvaguardare nel tessuto familiare. Non voglio concentrarmi sull’inconoscibilità del mistero dell’altro nella coppia. Tra sposi e coniugi, tra marito e moglie stranieri a se stessi e sconosciuti per il proprio compagno e compagna di vita. Vorrei approfondire l’estraneità dei propri figli e delle proprie figlie.

La terminologia che connota questo stato che ci riguarda tutti è varia. I figli sono doni, frecce da scagliare, rami da far crescere con radici salde, luci da mantenere accese e molto altro. Come figli e figlie, credo che l’essere germogli nel cammino della crescita sia una metafora corretta. Nasciamo, prima ancora siamo desiderati, poi ci contraddistingue un infinito bisogno di cure, attenzioni ma soprattutto di una imprescindibile speranza e benedizione. Dire bene dei propri figli è assicurare loro una protezione, quasi un’assicurazione all’esistenza. Questo in nome di genitori, padri e madri anche loro figli cioè nominati (chiamati) da altri prima di loro.

In questi legami generazionali il possesso, il controllo, il delirio di costruire (non di educare) ad immagine di sè è altissimo. Le somiglianze caratteriali e fisiche intralciano il distacco emotivo e di carne tra padri e figli e tra madri e figlie. Seppur simili sono altro, queste creature concepite, portate in grembo, donate tra le braccia, tenute per mano e poi sostenute con lo sguardo. Il cammino è incidentato, sempre e per tutti. Mi confronto nel mio lavoro con le fatiche della disabilità nelle famiglie, con la piaga della depressione e le incomprensioni costanti e logoranti tra familiari. E nella fatica del lavoro educativo, la luce e la speranza filtrano, misteriosamente, bucando quà e là il buio dell’arrendevolezza, del dolore e dell’abbandono.

Il figlio straniero è, con questa sua natura saggia e voluta, l’incontro che trasforma persone e situazioni. Il padre è fatto dal figlio e il figlio è libero solo dinnanzi (e non accorpato) alla figura paterna. Con la quale deve sanamente lottare e costituirsi differente. Penso a quel capo della sinagoga che chiese aiuto al Maestro per sua figlia di dodici anni. “Talithà kum. Fanciulla, io ti dico, alzati” fu la risposta.

Umilmente, i figli si donano alla vita per mano di un Figlio (libero nel seno del Padre) che accende i loro cuori e i loro desideri. Solo così ritorna la fame, materiale e dello spirito: “e disse loro di darle da mangiare”. Generare allora diventa sapersi spezzare con amore e servizio nella bellezza e nell’imperfezione della propria storia. Come figli in cui è buono e giusto porre un sano compiacimento.

Federica

Con gentilezza

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Leggevo in questi giorni alcune righe della poetessa Vivian Lamarque che scrive: “Invece lei, la gentilezza, quando a un tratto la incontri, resti un attimo stupefatto, senti un bel caldino, come se qualcuno avesse acceso un phon di quelli con il diffusore. E dura per un po’, ti accompagna tutta la giornata e persino, la sera, a casa, la racconti.”

Credo non si possa che condividere l’immagine della gentilezza come una carezza delicata, un abbraccio caldo e avvolgente. Sembra impossibile trovare qualsiasi argomento a sfavore della gentilezza. Al contrario, restando nella metafora della Lamarque, la gentilezza per tanti dovrebbe essere un balsamo di cui non poter fare proprio a meno.

Mi piacerebbe però tentare anche un cambio di prospettiva nella visione della citazione che ho riportato. La gentilezza non accompagna solo fino a casa, ma proprio a partire dalla casa viene diffusa. Come se fosse un linguaggio, o il linguaggio, tipico tra le pareti domestiche. Certamente sappiamo quali sono le difficoltà che distolgono ciascuno di noi dall’essere gentili proprio lì dove siamo più chiamati a dare tutto. La fretta, la stanchezza e molto altro ci allontanano da quanto vorremmo, con tutte le nostre forze, provare ad essere ogni giorno. In particolare, essere gentili richiede avere coltivato molta pazienza, umiltà e abitudine al silenzio. Nelle case e nelle famiglie tutto ciò è molto difficile e valorizzarlo significa includere anche aspetti molto più concreti della quotidianità. Per esempio impegni improrogabili, incombenze, arrabbiature, delusioni, imprevisti e sofferenze. Come è possibile tutto ciò, ossia può durare davvero la gentilezza?

Certamente il discorso educativo ha il suo peso rispetto a quanto da bambini si impara guardando agli esempi di genitori, insegnanti, amici, nonni …. .Tuttavia, essere più che educati (ed è già molto) richiede tanta pratica. Quasi un allenamento continuo su noi stessi. Perchè in fondo essere figli, figlie, mamme, mogli, sposi, padri e nonni non potrà mai essere un compito in cui bastano le sole nostre forze. Nemmeno gli sforzi e la buona volontà. Da soli è una battaglia immensa e insidiosa.

Allenarsi e allearsi con Chi può darci una forma diversa, cambia tutto. Pregare è forse l’unico esercizio che può davvero strutturare con più consistenza la nostra natura. E’ capace di puntellarci , se insisitiamo e persistiamo, dandoci volti nuovi e cuori capaci di novità.

Non credo che, tra le tante cose per cui preghiamo, chiedere anche la gentilezza sia una banalità. Ritengo sia un desiderio semplice che se preso sul serio può rivelarsi un combattimento molto faticoso. Si tratta di avere un respiro diverso, per cui farne domanda è proprio l’unica strada che possiamo percorrere.

Solo così la gentilezza si potrà non solo raccontarla ma continuare a ricercarla e sentirla indispensabile a renderci autenticamente familiari. Persone che, pur conoscendosi e vivendo insieme, scelgono il rispetto, la tenerezza e la gratuità. Caduta dopo caduta, rinascita dopo rinascita.

Federica

Come marinai coraggiosi

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Alcuni giorni fa ero in classe insieme alla quarta superiore con cui lavoro. La lezione era quella del laboratorio scenografico durante il quale stiamo affrontando il tema della navigazione. Ci stiamo addentrando nell’argomento attraverso il classico di H.Melville “Moby Dick”, di cui abbiamo visto una fedele versione cinematografica del ’56 “Moby Dick, la balena bianca”. Per completare il percorso decidiamo di confrontarci con la rivisitazione moderna dell’opera melvilliana, “Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick”, prodotta nel 2015 con la regia di Ron Howard e interpretata da Chris Hemsworth.

Il taglio della vicenda è drammatico e la tensione continua, uno dei personaggi che ruotano intorno alla ricerca della famosa balena bianca lamenta: “Il diavolo ama i segreti taciuti, specie quelli annidati nell’animo di un uomo”. L’espressione mi colpisce e ne prendo nota. Riflettendoci, diventa chiaro il parallelismo tra una flotta sballottata dall’oceano, insidiata dalle creature che lo abitano e una famiglia. Ciurma domestica sfidata da tempeste quotidiane e ordinari nemici. Avversari che, come nella pellicola, non sono solo burrasche e mostri marini, ma gli stessi compagni d’avventura. Il capitano infatti non è sempre l’uomo indiscusso dai suoi sottoposti e l’amico di bordo, nella disperazione, può diventare strumento e oggetto.

“Il diavolo ama i segreti taciuti”. In particolare credo che all’interno di una famiglia il silenzio tra coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle, accresca principalmente la paura e la vergogna. Penso a quando, certamente tutti lo avremo fatto nelle nostre case o nel nostro cuore, infiliamo polvere e sporco sotto al tappeto o nella coscienza. La casa o l’apparenza sembrano intatte ma la pressione cresce sotto i piedi e dentro l’anima. Nella Genesi non a caso, Adamo ed Eva dinanzi al Signore cercano di nascondersi, dopo la loro caduta, provando vergogna dell’essere nudi.

Credo che le nostre famiglie, ora più che mai, hanno bisogno di luce, di verità, di mettere in tavola le proprie carte. Raccontandosi con onestà e coraggio. Spezzando così le catene della colpa e delle umiliazioni. Infatti pur essendo peccatori, non siamo schiavi ma figli e figlie salvati. La riconciliazione, è un Sacramento donato, ritengo sia anche (e veramente) un’azione che riconcilia ogni giorno quei legami di carne che costituiscono e reggono le nostre case. Perché la Verità, in fondo, è un cammino in cui bisogna imparare a navigare tutti insieme fino all’ultima Meta.

 

Federica

“Origine del Noi”

Una poesia per raccontare la coppia, tratta dal mio blog Lentamente Audaci

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Maschio e femmina

li creò.

Ma li creò diversi,

l’uno per mettersi

in cammino

e custodire

il mondo.

L’altra

per accogliere

e generare vita.

Lui,

così stranamente

cauto e terreno.

Lei,

tutta fuoco

ed energia.

Ci volle tempo.

Tempo

per avvicinarli.

Tempo

per equipaggiarli.

A non sentirsi

nemici.

A sentirsi,

più che amici.

E nel cuore

di entrambi

esplodeva

un grido.

Ma la crepa,

squisitamente umana,

confuse

il cuore,

la mente,

lo sguardo.

Stravolgendo

amicizia

e possesso,

desiderio

e brama.

Ci volle

un miracolo.

Un sorriso,

un braccio

inchiodato,

un figlio,

una carne

per unirli.

Perchè insieme

potessero essere

quell’impresa,

quel volto

del Padre.

Ora, i due

danzano

pestandosi i piedi.

Chiedendosi

perchè.

Benedicendo

e imprecando.

Chi sei tu,

straniero?

Chi sei tu,

sconosciuta?

Sono Io,

disse l’Altro

da lassù.

Ora andate

e siate,

come Me,

d’Amore

il canto.

Usate

perdono,

siate

pazienti.

Concreti,

sinceri

vi ho fatti

due splendidi

avventurieri.

Maschio e femmina

li creò.

E tuttora

sono loro

il più dolce

Suo vanto.

 

Federica

Un grande Mistero

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Leggendo il Cantico dei Cantici mi ha sempre interrogata la ricerca, a tratti tormentata, dei due amanti. In particolare, è curioso il reciproco “mancarsi” dei due. Il tutto avviene in un contesto che include la casa, luogo e dimora domestica, e il buio della città percorsa di notte. L’amata, ad un certo punto, addormentata sente la voce dell’amato che bussa alla sua porta: “Aprimi sorella mia”. In questo frangente, lei sembra ricercare una serie di scuse o giustificazioni per non aprire. “Mi sono indossata la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?”.  Nel momento della decisione, “mi sono alzata per aprire al mio amato” la scena si capovolge “l’amato mio se n’era andato, era scomparso”. La mancanza la sconvolge così tanto che le precedenti giustificazioni appaiono nulla rispetto a quanto, ora, intuisce di essere disposta ad affrontare per ritrovare l’amato. Leggiamo infatti: “l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città; mi hanno percossa, mi hanno ferita, mi hanno tolto il mantello le guardie delle mura.” Perché è necessario questo inseguirsi? Ed è proprio necessario?

La prima riflessione che mi pare sensata è che risulta evidente, ancora una volta nella Scrittura, la differenza tra il maschile e il femminile. Non divergenti, cioè non rivolti verso direzioni opposte, ma dotati di linguaggio, ritmi e un modo di sentire potremmo dire “straniero” l’uno per l’altra.

Un secondo aspetto che rileggendo il testo mi pare si intrecci,  puntualmente, con la quotidianità che viviamo è il senso del limite e della ferita che contraddistinguono il cuore di ogni uomo e ogni donna. Le scuse, anche con le attenuanti più valide, lasciano filtrare la vera natura dell’uomo. Dotato di una debolezza non miserevole ma con la possibilità di essere ricoperta di misericordia e rivestita di Grazia.

Qui è stupendo ciò che accade, sicuramente, prima nel cuore dell’amata e che poi si concretizza nella sua azione. La conversione le permette di decidersi, con una piena e libera volontà, a mettersi in cammino. Non per un amore generico ma proprio per quell’uomo, con un volto, un nome e una storia precisi.

Forse la ricerca, “il gioco dell’amore” (che differisce dalla seduzione), sta a significare il bisogno di purificare e filtrare la qualità dell’amore. Tuttavia al fianco delle prove, per portare più in profondità il tessuto di un amore, affinché una coppia possa diventare un Noi, occorre il costante riconoscimento di dover essere salvati. Altrimenti detto: avere bisogno della Salvezza.

Solo un figlio o una figlia rinnovati, oserei dire riscattati e redenti, possono desiderare di imitare e chiedere l’Amore sperimentato dal Padre. Il Solo che può accompagnare e rendere, giorno dopo giorno, coniugi e veri sposi.

Federica

In vasi di creta

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Come una nave affronta la tempesta, così la famiglia vive prove e periodi che mettono a rischio il legame che salda e compatta una realtà umana, apparentemente così fragile. Umana perché questa è la natura che contraddistingue il corpo di una famiglia. Fatta di padri che definiscono l’impronta del cammino dei figli. Di madri che custodiscono e valorizzano, ricamando tra la vita e i suoi dolori. Di figli che crescono non sempre certi delle “mappe” che sono state consegnate per decifrare il loro immergersi nella realtà.

Figure umane dunque che si accostano alla sfida del vivere comune, o meglio, insieme in un progetto che si fa flebile di fronte alle minacce. Del mondo, delle crisi (piccole e grandi), dei limiti personali, della costante battaglia tra le proprie ferite e lo sguardo dell’altro che, pur così vicino, può diventare tutt’altro che benedizione.

L’aridità di una famiglia, di una coppia di sposi, di figli traboccanti di domande, chiede innanzitutto di essere fattivamente soccorsa . Perché è nell’essere riconosciuta, curata e trasformata che una sofferenza prende forma e trova sollievo. Nello specifico, si tratta della sinergia tra la Grazia e la disponibilità di ogni uomo e ogni donna a considerare il quotidiano secondo una prospettiva di affidamento costante.

Infatti, non vi è realtà come la famiglia per sperimentare al meglio la fantasia dello Spirito Santo che lavora riscrivendo le nostre storie nella continuità. Dove niente viene buttato, se non l’attaccamento all’uomo vecchio che limita ogni SI’, gratuito e autentico, specialmente tra coloro che cercano di essere Chiesa tra le mura di una casa.

Qui, in questo luogo teologico, che forse non avrà l’apparenza dei monti biblici dove Dio rivolgeva le Sue Parole, accade un lavoro di rifinitura dell’anima dell’uomo, di rivoluzione dei cuori e della ricerca, tra la frenesia e il caos, degli elementi fondanti una famiglia. Come i gesti più concreti, gli sguardi nascosti, la preghiera silenziosa, i perdoni sussurrati, le lacrime sparse, la Provvidenza che nel quotidiano gioca e si mimetizza nell’ordinarietà. Mai banale.

Questa è la vera robustezza di ogni famiglia. Che spezzate le disillusioni e le fantasie riduce all’essenziale il suo fare e i suoi perché. Sempre più scarni fino a che l’unico volto da ricercare sarà quello di essere, in sostanza, ciò che da sposi, genitori, figli, fratelli e sorelle si è chiamati ad essere: icone dell’Amore di Dio. Questa è la famiglia, capace di morire e risorgere, solo facendo memoria dell’unica Via che ci ha assicurato: Io sono con voi tutti i giorni.

 

Federica