“Origine del Noi”

Una poesia per raccontare la coppia, tratta dal mio blog Lentamente Audaci

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Maschio e femmina

li creò.

Ma li creò diversi,

l’uno per mettersi

in cammino

e custodire

il mondo.

L’altra

per accogliere

e generare vita.

Lui,

così stranamente

cauto e terreno.

Lei,

tutta fuoco

ed energia.

Ci volle tempo.

Tempo

per avvicinarli.

Tempo

per equipaggiarli.

A non sentirsi

nemici.

A sentirsi,

più che amici.

E nel cuore

di entrambi

esplodeva

un grido.

Ma la crepa,

squisitamente umana,

confuse

il cuore,

la mente,

lo sguardo.

Stravolgendo

amicizia

e possesso,

desiderio

e brama.

Ci volle

un miracolo.

Un sorriso,

un braccio

inchiodato,

un figlio,

una carne

per unirli.

Perchè insieme

potessero essere

quell’impresa,

quel volto

del Padre.

Ora, i due

danzano

pestandosi i piedi.

Chiedendosi

perchè.

Benedicendo

e imprecando.

Chi sei tu,

straniero?

Chi sei tu,

sconosciuta?

Sono Io,

disse l’Altro

da lassù.

Ora andate

e siate,

come Me,

d’Amore

il canto.

Usate

perdono,

siate

pazienti.

Concreti,

sinceri

vi ho fatti

due splendidi

avventurieri.

Maschio e femmina

li creò.

E tuttora

sono loro

il più dolce

Suo vanto.

 

Federica

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Un grande Mistero

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Leggendo il Cantico dei Cantici mi ha sempre interrogata la ricerca, a tratti tormentata, dei due amanti. In particolare, è curioso il reciproco “mancarsi” dei due. Il tutto avviene in un contesto che include la casa, luogo e dimora domestica, e il buio della città percorsa di notte. L’amata, ad un certo punto, addormentata sente la voce dell’amato che bussa alla sua porta: “Aprimi sorella mia”. In questo frangente, lei sembra ricercare una serie di scuse o giustificazioni per non aprire. “Mi sono indossata la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?”.  Nel momento della decisione, “mi sono alzata per aprire al mio amato” la scena si capovolge “l’amato mio se n’era andato, era scomparso”. La mancanza la sconvolge così tanto che le precedenti giustificazioni appaiono nulla rispetto a quanto, ora, intuisce di essere disposta ad affrontare per ritrovare l’amato. Leggiamo infatti: “l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città; mi hanno percossa, mi hanno ferita, mi hanno tolto il mantello le guardie delle mura.” Perché è necessario questo inseguirsi? Ed è proprio necessario?

La prima riflessione che mi pare sensata è che risulta evidente, ancora una volta nella Scrittura, la differenza tra il maschile e il femminile. Non divergenti, cioè non rivolti verso direzioni opposte, ma dotati di linguaggio, ritmi e un modo di sentire potremmo dire “straniero” l’uno per l’altra.

Un secondo aspetto che rileggendo il testo mi pare si intrecci,  puntualmente, con la quotidianità che viviamo è il senso del limite e della ferita che contraddistinguono il cuore di ogni uomo e ogni donna. Le scuse, anche con le attenuanti più valide, lasciano filtrare la vera natura dell’uomo. Dotato di una debolezza non miserevole ma con la possibilità di essere ricoperta di misericordia e rivestita di Grazia.

Qui è stupendo ciò che accade, sicuramente, prima nel cuore dell’amata e che poi si concretizza nella sua azione. La conversione le permette di decidersi, con una piena e libera volontà, a mettersi in cammino. Non per un amore generico ma proprio per quell’uomo, con un volto, un nome e una storia precisi.

Forse la ricerca, “il gioco dell’amore” (che differisce dalla seduzione), sta a significare il bisogno di purificare e filtrare la qualità dell’amore. Tuttavia al fianco delle prove, per portare più in profondità il tessuto di un amore, affinché una coppia possa diventare un Noi, occorre il costante riconoscimento di dover essere salvati. Altrimenti detto: avere bisogno della Salvezza.

Solo un figlio o una figlia rinnovati, oserei dire riscattati e redenti, possono desiderare di imitare e chiedere l’Amore sperimentato dal Padre. Il Solo che può accompagnare e rendere, giorno dopo giorno, coniugi e veri sposi.

Federica

In vasi di creta

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Come una nave affronta la tempesta, così la famiglia vive prove e periodi che mettono a rischio il legame che salda e compatta una realtà umana, apparentemente così fragile. Umana perché questa è la natura che contraddistingue il corpo di una famiglia. Fatta di padri che definiscono l’impronta del cammino dei figli. Di madri che custodiscono e valorizzano, ricamando tra la vita e i suoi dolori. Di figli che crescono non sempre certi delle “mappe” che sono state consegnate per decifrare il loro immergersi nella realtà.

Figure umane dunque che si accostano alla sfida del vivere comune, o meglio, insieme in un progetto che si fa flebile di fronte alle minacce. Del mondo, delle crisi (piccole e grandi), dei limiti personali, della costante battaglia tra le proprie ferite e lo sguardo dell’altro che, pur così vicino, può diventare tutt’altro che benedizione.

L’aridità di una famiglia, di una coppia di sposi, di figli traboccanti di domande, chiede innanzitutto di essere fattivamente soccorsa . Perché è nell’essere riconosciuta, curata e trasformata che una sofferenza prende forma e trova sollievo. Nello specifico, si tratta della sinergia tra la Grazia e la disponibilità di ogni uomo e ogni donna a considerare il quotidiano secondo una prospettiva di affidamento costante.

Infatti, non vi è realtà come la famiglia per sperimentare al meglio la fantasia dello Spirito Santo che lavora riscrivendo le nostre storie nella continuità. Dove niente viene buttato, se non l’attaccamento all’uomo vecchio che limita ogni SI’, gratuito e autentico, specialmente tra coloro che cercano di essere Chiesa tra le mura di una casa.

Qui, in questo luogo teologico, che forse non avrà l’apparenza dei monti biblici dove Dio rivolgeva le Sue Parole, accade un lavoro di rifinitura dell’anima dell’uomo, di rivoluzione dei cuori e della ricerca, tra la frenesia e il caos, degli elementi fondanti una famiglia. Come i gesti più concreti, gli sguardi nascosti, la preghiera silenziosa, i perdoni sussurrati, le lacrime sparse, la Provvidenza che nel quotidiano gioca e si mimetizza nell’ordinarietà. Mai banale.

Questa è la vera robustezza di ogni famiglia. Che spezzate le disillusioni e le fantasie riduce all’essenziale il suo fare e i suoi perché. Sempre più scarni fino a che l’unico volto da ricercare sarà quello di essere, in sostanza, ciò che da sposi, genitori, figli, fratelli e sorelle si è chiamati ad essere: icone dell’Amore di Dio. Questa è la famiglia, capace di morire e risorgere, solo facendo memoria dell’unica Via che ci ha assicurato: Io sono con voi tutti i giorni.

 

Federica