Silvano e il Venerdì Santo

…di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”

Carissimi,

condividiamo con voi un racconto che abbiamo scritto un po’ di tempo fa.

E’ ambientato in un Venerdì Santo…proprio come oggi; e speriamo possa aiutarvi nella vostra preghiera.

…Buona lettura!!!

-Silvano-

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Veniva da lontano e di tanto in tanto cambiava il luogo della sua dimora. Si accontentava di un tetto sulla testa e di abitare il più vicino possibile ad una chiesa. Il suo nome era Silvano, e proprio quel nome rappresentava in pieno la sua persona.

Trasandato e abbastanza sporco, pareva essere proprio un abitante della selva. Alcuni ne provavano ribrezzo al vederlo passare, con quel suo portamento inadeguato alla società civile, propria del selvaggio quale era.

Quel matto di Silvano quella volta la combinò davvero grossa.

Era iniziata la settimana santa e il paesello in cui Silvano abitava in quegli anni si apprestava a vivere le devozioni e le tradizioni a cui i paesani erano legati. Secondo loro era buona usanza rispolverare l’anima una volta l’anno mettendola fuori dalla naftalina insieme all’abito buono.

Questo modo di fare e di trattare l’anima come un oggetto prezioso, ma al contempo quasi dimenticato, era assai invisa al nostro caro Silvano. Lui considerava la vita eterna cosa ben più cara di ogni altra cosa al mondo e l’unico pensiero che lo tormentava era la propria e l’altrui salvezza.

C’era solo una cosa che faceva vacillare le virtù di Silvano:

la sua sviscerata ed imbarazzante voglia costante di mangiare castagne dure e il desiderio di accumularne tante. “Ah”, diceva tra se, “se potessi riempire la mia pancia di castagne fino a scoppiare lo farei volentieri!”; ma poi, subito cercava di tornare in sé e si affrettava a chiedere al suo amato Gesù di essere misericordioso con un povero goloso come lui: “Abbi pietà di me, Signore!”.

Ecco che, come da tradizione, il Venerdì santo all’imbrunire, il simulacro del buon Gesù steso in una bara adornata di fiori seguito dalla statua della Beata Vergine Addolorata e da tutto il popolo, al suono di antiche e sgrammaticate litanie, attraversava le viuzze del piccolo paese.

In pompa magna portavano il feretro a spalla i nobili seguiti dagli ufficiali della gendarmeria e dal prete e quattro fanciulli agghindati di tutto punto. E poi, tra il chierico e la Vergine Piangente, proprio a metà strada, ecco: il podestà.

Tutti nel paese sapevano delle sue angherie; appoggiato dai signorotti e poco amato dal popolo dei contadini. L’anno precedente era stato addirittura decorato con titoli nobiliari ma la gente riteneva che la nobiltà d’animo non si acquista con ruberie ed ingiustizie a danno dei poveri. Infine era noto anche per i suoi scatti d’ira e non disdegnava la rissa e la bestemmia.

Il popolo seguiva la processione nella solita distrazione e con la stanchezza delle gambe.

All’ultimo posto della fila, prima dei cani randagi e delle loro pulci, c’era lui, Silvano.

Era sempre l’ultimo perché voleva praticare le parole del Santo Vangelo in cui il Signore invita ad occupare gli ultimi posti; ma, come sempre, quella postazione lo teneva vicino a chi avrebbe fatto volentieri a meno di andare in processione e facilmente si lasciava andare a pettegolezzi e chiacchiere vane lungo il percorso.

Un giovanotto, poco davanti a Silvano, stava raccontando ad un vecchio amico che sua sorella che si sarebbe presto maritata con uno tanto ricco, avrebbe sistemato anche i suoi problemi legati ai debiti del gioco; dall’altra parte c’erano invece due bambine che sghignazzavano mentre la loro nonna, una donna molto anziana vestita perennemente di nero, cercava invano di cantare in latino lo “Stabat Mater”.

E la processione andava avanti così.

Silvano iniziava come sempre ad innervosirsi per tanta superficiale partecipazione dei suoi compaesani; ma quest’anno si era ripromesso di non discutere con nessuno e di continuare a pregare durante tutto il tragitto. Non voleva, proprio non voleva ascoltare il dialogo tra due sposini vicini a lui, ma non poteva farne a meno.

Era catturato dalla voce rotta dal pianto della giovane moglie che al marito raccontava di un’ingiustizia, di un abuso. “Il podestà”, diceva lei in un pianto sottaciuto “L’ha fatto anche questa volta! È venuto ieri nella nostra terra e ci ha ordinato di caricare la sua carrozza di carciofi e tanto altro bendidio! E poi, dopo averci umiliati facendosi baciare le mani come un principe, se n’è andato insultandoci per la nostra povera condizione!”. Il marito le prometteva vendetta, le giurava sottovoce: “Ti farò giustizia!”.

Silvano intanto, dopo aver ascoltato il racconto e le parole della donna, si sentiva ribollire il sangue; le sue viscere lo tentavano ad odiare il podestà, a pensare e a volere il suo male.

Cercava di calmarsi, ma le lacrime e i singhiozzi di quella giovane semplice ed umile lo riempirono di rabbia. Non volendo cadere nel peccato degli iracondi, decise velocemente di voltare le spalle alla processione e di ritirarsi a casa sua a pregare, ma dopo aver fatto tre passi nella direzione opposta dovette fermarsi di colpo: un urlo si era sentito!

Il podestà era scivolato per colpa di Giovanni, un venditore ambulante di frutta secca, che aveva riversato acqua mista a grasso sulla strada. “Chi è stato quell’imbecille?”, infuriava il podestà urlando mentre si rialzava aiutato dai gendarmi. “Dunque chi è il colpevole di tale mio incidente?”.

Giovanni, che non poteva far finta di niente, disse sommessamente: “Sono stato io! Chiedo scusa al podestà per questo increscioso avvenimento!”. “Increscioso un corno!”, urlò il podestà sferrando un pugno sul muso dell’ambulante!

Allora Silvano si mise a correre per andare sul luogo della lite.

Pensava di dare una lezione al podestà! “Lo schiaffeggerò e vedremo chi è il più forte…gliele farò pagare tutte” pensava in cuor suo mentre correva.

Ma giunto sul luogo del misfatto, pronto a dare sfogo alla sua Ira rivestita di giustizia, pronto come era ad avere l’appoggio del popolo oppresso, ecco che scivolò anche lui su quell’acqua sporca di grasso ed andò, facendo una rovinosa ed imbarazzante capriola, a finire con la testa in un cesto di castagne della bancarella di frutta secca.

“Oh che dolce profumo! Che voglia di mangiarle tutte!” già fantasticava; fece per alzarsi ed il suo sguardo si posò sulla bara del Cristo morto e a quel punto tornò in sé e si rese conto che la sua golosità non lo rendeva meno peccatore del podestà.

Prese allora a spogliarsi come faceva sempre in questi casi ed anche la gente ormai lo sapeva che quel matto di Silvano ad un certo punto gettava via i suoi stracci e si arrampicava su di un palo del telegrafo che somigliava ad una croce ed iniziava a gridare a squarciagola:

“Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!

Signore. io sono un verme! Ero pronto a picchiare il podestà perché è un prepotente, un vigliacco e un ladro e l’avrei punito credendomi tua verga, immaginandomi come frusta nelle tue mani!

E invece, Signore, sono caduto tra le castagne, le mie amate, profumate, mie mie mie adorabili castagne…e mi sono ricordato che tu hai perdonato tutte le mie indigestioni che ho avuto a causa delle castagne!!! Ho ricordato che hai avuto pietà di un povero goloso come me! Allora abbi pietà e pazienza anche col podestà! Riempilo del Tuo Spirito Santo! Aiutami a volergli bene, oh Signore, perché Tu vuoi bene a me che sono un peccatore!”

Il silenzio cadde sulla gente del paese! Alcuni a quelle parole andarono via indignati, altri lo insultavano e lo deridevano per il suo fisico imbarazzante. Alcune donne si coprirono gli occhi per non guardare, e altre ammiravano invece tanta schiettezza e verità di cui era capace quel vecchio puzzone.

Nudo come Adamo aveva reso tutti i presenti simili ai primi uomini dopo il peccato nel giardino di Eden.

Nella sua povera nudità tutti si erano potuti guardare un po’ dentro e tutti avevano potuto chiedere almeno un po’ di perdono al Signore Gesù.

Alcuni piangevano non si sa se per la rabbia o se per il pentimento. Anche il podestà aveva gli occhi arrossati.

E mentre Silvano, il selvaggio del paese, scendeva lentamente dal palo del telegrafo e raccoglieva i suoi vestiti logori e impolverati, riprendeva anche la processione del Venerdì Santo e tra la gente ora c’era chi procedeva con passo più fiducioso incontro alla Santa Domenica di Pasqua.

Quel matto di Silvano, quel matto che sapeva che nessuno cambia vita se prima non piange per i propri peccati.

Fine.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

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