Ma dove mi stai guardando?

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” dice il detto, ma si potrebbe applicare anche alla vista. In una relazione di coppia si possono formare atteggiamenti, pregiudizi, preconcetti che falsano la nostra percezione dell’altro e così vediamo o non vogliamo vedere la realtà così com’è e parimenti ascoltiamo solo quello che ci interessa, ecc. Eccoci allora, di fatto, nella stessa condizione di questo povero sordomuto. Una delle idee più ricorrenti in Joseph Ratzinger è che la fede sia la forma più alta di intelligenza. Dato che la fede, in quanto dono di Dio che si rivolge alla nostra mente, potenzia la nostra ragione e ci rende capaci di guardare a noi stessi, agli altri, alla realtà di tutti i giorni, con uno sguardo pieno, integro, non parziale o deformato da falsità. Ecco allora che nel matrimonio ci vuole una fede viva per vedersi e comprendersi davvero.

Da quale prospettiva guardi il tuo coniuge? Pensi di sapere già tutto di lui/lei? Porto nel cuore un fatto legato alla vita di un mio zio, rimasto vedovo dopo oltre 40 anni di matrimonio. Un giorno mi confidò che troppo tardi si era accorto di non aver conosciuto fino in fondo sua moglie e si era reso conto di quanta ricchezza che gli era rimasta inosservata.

Il bello è che Lui vi viene già incontro per donarvi tale dono, come ci dice il Concilio Vaticano II: “come un tempo Dio ha preso l’iniziativa di un’alleanza di amore e fedeltà (108) con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa (109) viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (110) così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione” (Gaudium et Spes 48).

Chiedete spesso questo sguardo di fede reciproco, è una grazia dello Spirito che vi aiuterà a trovare sempre più amabile il vostro coniuge da cogliere il senso della vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Il Vangelo di oggi si sposa benissimo con le parole di Benigni di cui ha parlato ampiamente padre Luca nell’articolo di ieri. Benigni è riuscito proprio a mantenere e a custodire lo stupore nello sguardo verso sua moglie. Quanto è importante averlo. Non è, a nostro avviso, solo grazia. Non è solo dono di Dio. Dipende anche da noi. Non è fortuna o un’alchimia particolare, ma frutto di un impegno profuso giorno dopo giorno nella quotidianità familiare.

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