Le ingiustizie? Chiedete a Dio di renderle disoccupate.

Voi come reagite alle ingiustizie? Quelle che vi toccano nella carne, però. Non la guerra in Paesi lontani,la fame nel mondo, l’acne della vostra amica speciale. Qualcosa di più viscerale. Come una calunnia, un’offesa gratuita. Sentirsi etichettare  con taglie non vostre e magari passare da vittime a carnefici solo perché la verità non abita in tutti.

Ho provato, spesso, a difendermi innanzitutto. Ho utilizzato ogni energia possibile (avrei potuto spenderle in squat!) a spennellare la mia versione dei fatti. Ed a farlo in estrema onestà. Anzi, sono pure troppo severa con me stessa quando racconto dei fatti (discriminante giornalistica); mi trasformò facilmente nel giudice di Forum.

Ebbene, non ci ho cavato un centesimo. Poi ho iniziato a non difendermi affatto, pensando che il tempo avrebbe fatto da giustiziere. Invece, ho capito che avrei potuto invecchiare senza aver visto la collocazione obiettiva dei pensieri. E quindi, dulcis in fundo, ho deciso di accettare. Raccogliere le cattiverie, le interpretazioni assurde sul mio modus operandi, le ingerenze (sono proprio un leitmotiv nella mia vita) e caricarmele addosso. Ho valutato che avrebbero potuto costituire uno sconto in purgatorio, un domani. Ma proprio non riuscivo a chiudere il cerchio della telenovela.

Infine mi sono arresa, allora. Non è nelle mie possibilità risolvere. Ci ho pregato. Ho spiegato al Signore che la mia ostinazione aveva superato anche il male ricevuto. Io non potevo e non sapevo perdonare. Da Padre  doveva ricevere il mio limite di figlia. E intervenire. Sono stata ignorata (pure questo è un leitmotiv). Così ho mutato la mia preghiera. Non era più orientata al far sapere la verità, al far emergere la mia ragione. Ho iniziato a pregare perché quel male ricevuto, non fosse più attivo. Non arrecasse altri danni. Che si bloccasse. Non avrei eliminato l’elenco di ragioni dalla mia memoria.

Una mattina, mentre mi truccavo, fissavo il mio sguardo allo specchio. Era limpido, finalmente. Quel male è in un angolo del cuore. Non so se sia cicatrizzato. Ma è disoccupato. Non ha il potere di lavorare. Dio, gli ha tolto le radici. Voleva solo che glielo chiedessi. Ed ora, tutto quel lerciume vive, ma come una pianta al sole senza radici. So che è solo questione di tempo. Si seccherà.

Livia Carandente

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