Appartenersi per appartenere al Padre

A meno che non abiti nelle vicinanze del Gennargentu, non è così ordinario imbattersi in una pecora o in un gregge. Personalmente gli ultimi ricordi legati a un ovino sono stati due. Anzitutto quella volta d’estate mentre ero in passeggiata e con il gruppo ci ritroviamo nel bel mezzo di un gregge. Mi sono fermato a distanza per non spaventarle e da lì ho provato ad attirare la loro attenzione imitando l’abbaio del loro cane pastore. Venendo totalmente ignorato, ho tentato allora di riprodurre i belati (e mi veniva pure bene) ma niente da fare, ciascuna continuava a brucare, come se nulla fosse. Dopo qualche minuto, si è sentito un lieve sibilo. Era il richiamo del pastore che stava tornando e subito tutte si son mosse verso di lui.

L’altra occasione è stata alle porte di Roma, davanti al cancello nostro seminario (non chiedetemi come ci fosse arrivata quella povera creatura). Ricordo solo che se ne stava lì, agitatissima, tremante, girando la testa in continuazione: si era persa la poverina, aveva smarrito il suo pastore e il gregge.

Che occhio ha avuto Gesù nell’attribuire a un contesto assai comune e generico ai suoi tempi un significato così profondo e durevole fino al giorno d’oggi! Il pastore e le sue pecore, sinonimo di reciproca appartenenza e unione. L’uno non vivrebbe senza l’altro, l’uno ha un grande bisogno dell’altro.

Per tutto ciò, appunto oggi nella Chiesa celebriamo la Domenica del Buon Pastore e difatti, si è soliti tenere le Ordinazioni dei novelli sacerdoti, come avviene a Roma ed anche in tante altre diocesi. Tuttavia, il senso profondo del Vangelo ci fa approdare anche al matrimonio. Nel testo vediamo una duplice appartenenza: quella reciproca tra Gesù e il Padre e quella tra le “pecore” e Gesù. L’unità tra i due è ugualmente forte, nulla può separare il Padre dal Figlio come nulla può strappare dal Cuore di Dio i figli e figlie che Lui ama.

A ben vedere, questo è l’immagine del matrimonio cristiano. La reciproca appartenenza tra Cristo e la Chiesa diventa, si fonde con quella tra marito e moglie. Questo è l’effetto del sacramento del matrimonio, un’unione così forte che niente è in grado di separare. Niente, a meno che la libertà umana evidentemente decida una cosa diversa… ma non certo la libertà che ha Dio di amarci e quella che ci dona per essere noi fedeli.

L’appartenenza reciproca degli sposi è una corresponsabilità non un possesso mutuo. Il primo significa che i coniugi “corrispondono”, cioè “rispondono con”. Significa avere una relazione reciproca di uguaglianza, essere in armonia e contraccambiare i doni e i beni. Il secondo sa di dominio, alla lettera “sedere sopra” o “essere padrone”. Perciò voi, per il dono del matrimonio, avete la possibilità di crescere in una costante appartenenza. La grazia vi porta ad essere sempre di più uniti ma di rimanere allo stesso tempo liberi interiormente. Allo stesso tempo, quella grazia ha il potere di unirvi anche sempre più a Dio, al Padre. È la meraviglia del matrimonio cristiano, il quale non solo punta all’intesa crescente dei coniugi ma anche li rende sempre più di Dio.

Perciò, cari sposi, con la grazia di Cristo camminate verso una sempre maggior appartenenza l’uno all’altra per essere così in unione tra di voi e con lo Sposo che vi guida indefettibilmente come buon Pastore tramite il Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha toccato delle corde importantissime. Cosa vuol dire per me amare mia moglie? E per te? Cosa vuol dire che io sono suo e che lei è mia? E per voi? Queste parole lette, nel contesto sociale in cui viviamo, non sembrano tanto belle. Rimandano immediatamente al possesso per l’appunto, alla dipendenza affettiva, e nei casi peggiori alle relazioni tossiche e alle violenze fisiche e psicologiche. No nulla di tutto questo. Lei è mia, ma perchè è lei che ogni giorno decide di donarsi a me ed io sono suo perche liberamente scelgo di donarmi a lei. Non sono io che la faccio mia ma è lei che decide di appartenermi perchè vuole appartenere all’Amore, alla promessa che diventa scelta di ogni giorno. Ogni giorno si rinnova questa mutua donazione. Quando è facile e anche quando costa fatica. Ed è lì che si trova il senso. Il senso di Luisa non sono io e il mio non è lei. Il senso è Gesù e lo possiamo trovare nel dono reciproco e gratuito. Possiamo trovarlo nel matrimonio.

Il sacramento del matrimonio è liberante quando vissuto veramente, mettendo Gesù al centro. Perchè ci accogliamo nella libertà e non nella dipendenza. Nella gratuità e non nel reciproco bisogno di completarci. Questo è possibile, almeno per me, solo in Dio. Solo quando mi sento amato da Dio e riesco a nutrirmi della relazione con Lui, posso poi donarmi a Luisa senza chiederle nulla in cambio, gratuitamente, senza pesare quanto do io con quello che ricevo da lei, solo per il desiderio di volerle bene, di volere il suo bene. Ci ho messo una vita per staccarmi da lei, per essere capace di non pretendere il suo amore ma di accogliere ciò che lei mi offre. Solo crescendo nella mia fede ho potuto amarla davvero, non più come un mendicante ma come chi desidera restituire un amore che ci precede, l’amore di Dio per ognuno di noi. Solo se ci sentiamo figli amati potremo essere sposi capaci di amare.

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