Il matrimonio non è una fiaba ma è la nostra vita

I magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto,
dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio.

Il Vangelo della liturgia di oggi ci offre il racconto della fuga in Egitto della Santa Famiglia. Giuseppe prende con sé Maria e il piccolo Gesù, raccoglie pochi oggetti che possono essere loro utili, e parte verso l’Egitto, attraversa il deserto, compiendo a ritroso il cammino attraverso cui Mosè condusse gli Ebrei verso la Terra Promessa. Comprendete quanti spunti interessanti per noi sposi cristiani ci siano in questo breve racconto? Cercherò di mettere in evidenza i più evidenti.

Il matrimonio come Terra Promessa. Primo grande fraintendimento. Tanti giovani si sposano perchè credono che con il matrimonio tutto andrà bene. Che problemi e sofferenze saranno cancellati da Gesù che diventa parte integrante della relazione sponsale. Altrimenti cosa mi sposo a fare? Il matrimonio è la conclusione di una bella fiaba: è vissero felici e contenti. Non è esattamente così. Giuseppe ci riporta alla dura realtà. Il matrimonio non cancella imprevisti, ingiustizie, male, difficoltà, sofferenza. Non lo ha fatto neanche per Giuseppe e Maria che erano santissimi e avevano in mezzo a loro quel Dio bambino che si era fatto carne. Lo potevano toccare, abbracciare, baciare e averlo sempre tra loro. Eppure non hanno avuto una vita matrimoniale facile. Fin da subito hanno dovuto affrontare le incertezze della vita e la cattiveria di alcune persone. Siamo pronti anche noi ad accogliere tutto nel nostro matrimonio? D’altronde la promessa matrimoniale è chiara. La Chiesa non ci prende in giro: io Antonio, accolgo te, Luisa, come mia sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. Non sono cancellati dolore e malattia ma con la grazia di Cristo ci viene promesso che potremo affrontare ogni situazione. Noi promettiamo e Gesù lo fa con noi. Il matrimonio diventa così esso stesso un viaggio verso la Terra Promessa. Come? Lo spiego nel secondo punto.

Il deserto come occasione di crescita. Giuseppe, come abbiamo letto, deve fare i bagagli, prendere moglie e figlio, e scappare in tutta fretta verso l’Egitto. Deve quindi attraversare il deserto verso un Paese straniero. Il deserto è necessario per tutti. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza.  Nel deserto facciamo i conti con le nostre ferite e con i nostri peccati. E’ quindi l’occasione per crescere nella fede e nel nostro matrimonio. L’occasione per passare da un matrimonio concepito come relazione dove prendere e appagare ad una vera comunione d’amore dove donarsi completamente accogliendo la nostra povertà e quella dell’altro. Il matrimonio ci insegna la sola cosa che davvero dobbiamo imparare in questa vita: io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro, quando mi dono all’altro, quando sono capace di sacrificio per l’altro. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci completamente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. La perfetta letizia di san Francesco che riesce ad essere lieto in ogni situazione, anche la più difficile.

Antonio e Luisa

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